L’intervista


Pranzo al Forèst, Iseo 9 novembre 2013

GIORNALISTA: Alcuni anni fa, insieme ad altri, hai organizzato una cena qui a Iseo, una cena fra nudisti.

VITTORIO: Sì, è vero. Se n’è parlato a lungo in paese.

G.: Che cosa è cambiato da allora?

V.: Innanzitutto l’aggettivo.

G.: Ma eravate tutti nudi, a quella cena.

V.: Non tutti. Qui sta la differenza, la prima differenza.

G.: Non riesco a capire.

V.: Da allora abbiamo capito che si può stare bene insieme, nudi quanto vestiti: non è il vestito che può fare la differenza. Non dovevamo essere noi a fare distinzioni, a sottolineare la differenza fra chi preferisce star nudo e chi invece vestito. Noi che abbiamo esperienza dell’un campo e dell’altro. Per questo non amiamo quell’aggettivo, nudisti e poco anche la parola nudismo, perché ci ingabbia in due fronti diversi e contrastanti. Ma come a livello personale non avvertiamo la differenza, così pensiamo che anche a livello sociale si possa benissimo superare l’opposizione. A cominciare dal linguaggio.

G.: È una differenza non da poco…

V.: … Qui sta il punto, vorremmo che fra nudi e vestiti non ci fosse proprio alcuna differenza. L’unica differenza che ancora rimane – secondo noi – è la multa che potremmo prendere per “atti contrari alla decenza”. Al ristorante, nella sala a noi riservata non eravamo «in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico», per cui non rischiavamo nulla.

G.: E allora?

V.: Semplicemente mi piacerebbe che ciascuno potesse vestirsi come gli pare, in casa come sul lungolago, per strada come in montagna, che potesse prendersi il sole sul proprio balcone senza temere gli sguardi dei vicini.

G.: Ma tu già lo fai, ti vedo abbronzato…

V.: Sì, ma con molta prudenza. In orari antelucani, oppure all’ora di pranzo, con la tovaglia sul tavolino, o coperto dal muricciolo del balcone.

G.: Ma qui si tocca il tasto del rispetto, della libertà del singolo che finisce dove comincia quella degli altri.

V.: Per duemila anni abbiam fatto così! Sarebbe ora di cambiare.

G.: Non capisco.

V.: Il rispetto, la libertà di cui si parla è a senso unico: io devo rispettare il vicino, ma non viceversa. Libero lui di andare vestito, libero però anch’io di prendermi il sole come meglio mi pare.

G.: Però, scusami, tu stai offendendo le convinzioni del tuo vicino…

V.: … come lui le mie. E siamo pari. Il suo punto di vista non deve invadere il mio.

G.: Ma la società…

V.: La società è fatta di tante persone, ciascuna con le proprie convinzioni, ciascuna con le proprie opinioni, tot capita…, ciascuno che cerca di vivere coerentemente con quel che pensa sia meglio…

G.: … ma così è un’anarchia!

V.: Dall’altra, però, è un’imposizione, una omologazione. Il vicino rosicchia la mia libertà, per stare più tranquillo lui, al sicuro dallo “spettacolo indecente” della mia nudità.

G.: Ma la maggioranza… Siamo in democrazia.

V.: Appunto! C’è la democrazia del 51% e c’è la democrazia dove c’è spazio per tutti. Lo dice anche l’articolo 3 della Costituzione.

G.: Quali sarebbero dunque gli «ostacoli da rimuovere»? Ma, in generale, che nesso c’è fra la libertà nel vestire e «il pieno sviluppo della persona umana»?

V.: Non è possibile rispondere a questa domanda, perché non è mai stato possibile essere totalmente liberi nel vestire. Noi abbiamo avuto solo delle esperienze personali, limitate a pochi giorni e in luoghi particolari. Condividiamo la nostra esperienza solo con persone che la pensano come noi.

G.: Spiegati meglio.

V.: Non è mai stato possibile – nemmeno a carnevale – andare in giro nudi, in mezzo all’altra gente, liberamente. Le uniche esperienze socializzate che abbiamo sono quelle fatte in campeggi, su spiagge, in raduni, in escursioni dove eravamo solo fra di noi e non esposti alla vista del pubblico. Con la sola eccezione, forse, della spiaggia di Torino di Sangro.

G.: E cioè?

V.: Il comune di Torino di Sangro, negli Abruzzi, ha concesso un tratto di spiaggia “alla pratica del naturismo” lungo il litorale delle Morge, con cartelli all’inizio e alla fine dei 200 metri concessi. Senza recinzioni, reti, tavolati. Un semplice cartello. Chiunque, perciò, poteva entrare liberamente: chi voleva poteva spogliarsi, gli altri si tenevano il costume o passavano oltre.

Cartello indicatore della spiaggia “vestiti come si vuole”

G.: E dove sta l’eccezione?

V.: Che chi si voleva spogliare poteva farlo liberamente. Ma soprattutto che il “pubblico” poteva osservare altre persone nude, togliersi tutte le curiosità di questo mondo. Superare o verificare quanto la nudità di un’altra persone recasse offesa, fosse una mancanza di rispetto delle sue opinioni, e verificare di persona se il nudo nella vita quotidiana sia davvero quella cosa indecente che si dice. Eccezione anche da parte del Comune, che per primo ha riflettuto sulla questione ed è andato oltre il rigido dettato della legge. Penso che molte persone in costume che ci hanno visto nudi e tranquilli su quella spiaggia abbiano cambiato opinione. Nessuno si faceva meraviglia, nessuno ha gridato allo scandalo, nessun parroco è venuto con l’aspersorio a esorcizzare i reprobi. Un ottimo esempio di convivenza civile. Ma per ritornare alla tua domanda, come dicevo, non c’è controprova.

G.: Ma davvero la vista del nudo è così innocua? Penso alle normali reazioni che hanno tutti. Penso ai bambini…

V.: I bambini adorano stare nudi. Non hanno la malizia di stare a spiare, di farsi meraviglie di come gli altri sono fatti, non hanno modelli. Molto dipende da quel che noi adulti gli mettiamo in testa. Dovremmo imparare da loro l’indifferenza, anzi, la naturalezza dello stare nudi.

G.: Ma… voglio dire… il sesso…

V.: Siamo noi adulti che mettiamo insieme le due cose, non i bambini…

G.: Non mi riferivo solo ai bambini… Se una minigonna o una scollatura fanno un certo effetto su noi maschietti, posso immaginarmi l’effetto che potrebbe fare una donna nuda e disinvolta.

V.: Beh, scusa, non hai mai visto una donna nuda…? Ritorno al discorso fatto all’inizio: se non fa differenza, non fa differenza! Se l’essere nudi è naturale, è naturale.

G.: Voglio dire… un’erezione in pubblico potrebbe essere molto imbarazzante.

V.: Anche sotto il costume, non credi?

G.: Ma, alla fine, che cos’è che vi piace nello star nudi?

V.: Potrei dire quel che provo io, ma sarebbe un’esperienza di seconda mano. Prova invece a spogliarti tu, qui, davanti a me. E osserva, scandagliati come ti senti.

G.: Mi trema la penna al solo pensarci.

V.: Non è passato nessuno sinora, se è per questo motivo. O hai vergogna di me? Non ho problemi a spogliarmi anch’io.

G.: Certo… tu non hai problemi. Vuoi dire che me ne faccio io?

V.: Non è tutta colpa tua: è quel che ci hanno insegnato… e in parte anche imposto.

G.: Ma tu sei abituato.

V.: Anche per me c’è stata una prima volta.

G.: Ma il pudore, la morale…

V.: Non ti sei mai chiesto che cosa sono in realtà? Sono dei freni a che cosa?

G.: La Chiesa, la religione…

V.: … ma anche il codice penale.

G.: Appunto. Non vorrei rischiare una multa.

V.: Non pensi che per un motivo o per l’altro, per paura di questo o di quello, siamo noi i primi ad autolimitarci la nostra personale libertà?

G.: Non lo so. Sono solo un giornalista.

V.: Prendila come occasione per mettere in discussione il motivo di questi “dissuasori”. Un’occasione per te.

G.: Mi tocchi sul personale e noi giornalisti abbiamo la nostra deontologia professionale, dovremmo starcene fuori, raccontare i fatti in modo neutro, senza partecipazione emotiva o personale.

V.: Sì, ma allora quando capirai che cosa vuol dire, se non provi? Starai sempre alla finestra a guardare, o verrai a spiarci da un buco nella siepe, a fotografarci da dietro le dune col teleobiettivo, rimarrai alla superficie delle cose. Riferirai quel che dicono i tuoi intervistati. Che cosa puoi raccontare, veramente, di tuo?

G.: I nostri lettori leggono i titoli, di rado approfondiscono.

V.: E allora, di che cosa vogliamo parlare? Solo di ciò che fa scandalo? Delle tette al vento di un’attricetta esordiente, della pancetta di un vip? Non si può sempre stare alla superficie delle cose, badare solo all’esteriorità. Non c’è consapevolezza.

G.: Non era così che avevo pensato l’intervista.

V.: E come allora?

G.: Manca il peperoncino, non fa notizia. Se mi togli la stravaganza, la novità, un po’ di malizia, di “colore”, il pezzo non lo legge nessuno. E le mie impressioni personali, le mie sensazioni non interessano proprio a nessuno, il caporedattore me le taglia di sicuro.

V.: Ma allora non scrivere affatto! Non puoi capire se non ti butti. Non puoi capire cosa sia la libertà di stare nudi, senza tutti gli orpelli o le paranoie che ci facciamo attorno. Non riuscirai a capire perché vogliamo arrivare alla completa opzionalità fra l’esser vestiti oppure no. È una piccola libertà che vogliamo riprenderci dalla società che ce l’ha scippata, una libertà nostra, personale, autentica, in quanto creature della natura, prima che appartenenti a una società, a una cultura.

G.: Ma ci sono molti ostacoli…

V.: Parla di questi, allora. Cita la Costituzione, come abbiamo già detto. Degli ostacoli personali, ad esempio quelli che vedi tu, poi quelli che ci aggiunge la società. Non credi, ad esempio che basterebbe venisse abrogato l’articolo del codice, che d’improvviso vedremmo molte persone nude sulle spiagge, nei campeggi, nelle palestre, che fanno jogging, in bicicletta?… Una cosa normale, naturale… Anche qui sul Monte di Iseo, a Sassabanek, alla Spiaggetta, nei campeggi… e anche lungo le strade, nei ristoranti – senza più dover riservare salette.

G.: Questa sì sarebbe una notizia!… Non solo una cena “privata”. Ma sarebbe anche l’ultima sull’argomento. Appunto: ma non pensi che poi i villaggi, i campeggi nudisti, o naturisti, come dir si vuole, sarebbero costretti a chiudere?

V.: Non necessariamente, semplicemente sarebbero villaggi e campeggi come tutti gli altri, senza alcuna esclusiva… non sarebbero più campeggi “al peperoncino” come dici tu… o come la pensano in tanti. Non ci sarebbe più differenza.

G.: Già! Non ci sarebbe più differenza…

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 28 aprile 2017, in Atteggiamenti sociali con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Oltre alla spiaggia di Torino di Sangro ci sono altre realtà che dimostrano senz’ombra di dubbio che la convivenza tra nudo e vestiti è possibile e conveniente:
    – la spiaggia del Nido dell’Aquila in Toscana, esistente da tantissimi anni e pure essa senza recinzioni o barriere visive, dove le persone vestite transitano tranquillamente, siano esse uomini che donne, anche ragazzi di ogni età, anche famiglie con bambini (e qui mi viene spontanea la domanda: perché le persone nude non possono fare altrettanto?);
    – la spiaggia di Capocotta in Lazio;
    – poi le varie spiagge dove, pur non essendo ufficialmente riconosciute come nudiste, le persone stanno nude da tanti anni in pacifica e costante convivenza con altre, anche qui famiglie comprese, che restano vestite, ad esempio l’Isola del Mort in Veneto oppure, anche se purtroppo da alcuni anni non è più possibile mettercisi nudi per un’ordinanza del sindaco, quella della Rocca di Manerba dove per ben trent’anni le persone nude hanno confortevolmente condiviso lo spazio con quelle vestite;
    – voglio metterci dentro anche le escursioni di Mondo Nudo, vuoi perché strutturate secondo il concetto dell’abbigliamento facoltativo, vuoi perché fatte in ambiente non dedicato al nudo, vuoi per le ormai diverse occasioni di tranquillissimo incontro con escursionisti vestiti;
    – infine dobbiamo necessariamente metterci anche l’esperienza spagnola dove da ormai tantissimi anni, a fronte di una situazione catto-politica anche più pressante di quella italiana, il nudo è diventato normalità e praticabile pressoché ovunque.
    E’ la separazione delle due cose a creare problema e malizia, se venissero ampiamente condivise nel giro di poco tempo più nessuno farebbe distinzione, più nessuno ci baderebbe, esattamente com’è successo per l’emancipazione femminile, per la libertà sessuale, per le minigonne, per i tatuaggi, per il piercing e via dicendo.
    Vestiti è bello, nudi è meglio!

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