Nudità virtuale


Nelle strutture ricettive in cui è concessa (!) “la pratica del naturismo”, la nudità esiste, ma il fatto stesso che sia praticata sotto condizione, dimostra che di fatto è come se fosse soltanto tollerata. Tollerata dall’alto, in forza di leggi e delibere. E si sente. E pesa. Invece di sentirsi totalmente, apertamente, leggermente liberi, la siepe di cinta è costantemente presente a ricordare l’eccezione, l’u-topia (il non-luogo), a giustificare il prezzo pagato per il permesso, elargito per magnanimità e “progressismo” di chi detiene questo potere (delegato da noi). Per converso, proprio questo aspetto sempre più mi convince che il diritto di esser nudi è un diritto personale, che nessuna autorità, potere, stato, sistema, tirannide può arrogarsi, né scipparci. Pensandoci bene, in quei luoghi, dopo un po’, anche l’esser nudi diventa obsoleto, quasi un obbligo; non si avverte più la liberazione vera e completa dal senso di pudore o vergogna.

Perché nei centri naturisti il “pubblico” occhieggiante non c’è, sono una specie si stanza da bagno allargata e le siepi sono come mutande di edera verso il resto della società. Per l’esperienza che vado quotidianamente facendo, mi convinco che è con il confronto aperto e diretto col “pubblico”, con il contatto, con il dialogo, che la nudità si emancipa, che può uscir di tutela, che diventa maggiorenne, nel pieno godimento dei propri diritti e responsabilità. Non sto parlando del piacere di sentirci scorrere l’adrenalina del rischio sfiorato, ma calcolato: non sono “sportivo” a tal punto. Nei centri la nudità è come fra marito e moglie, fra medico e paziente, fra gli amici di squadra sotto le docce a fine partita. In queste condizioni, pudore e vergogna continueranno a farsi valere, a limitarci, a tormentarci, a farci sentire a disagio, a tenerci stretti e coperti nel nostro imbarazzo; richiederanno guardinghe attenzioni, salviettoni e joupettes. E il “divieto” riceverà una conferma. E per di più rincarerà la sua dose, se proprio coloro cui piace starsene nudi, accettano il perimetro in cui viene relegata la nudità (non entro nelle motivazioni personali, che son sempre più variegate); la segregazione stessa conferma i motivi della sua istituzione e persistenza. Pudore e vergogna servono ai centri: finché pudore e vergogna esistono, i centri avranno clienti. A queste condizioni, non è vera nudità, è una nudità esteriore, quasi un costume da carnevale. È una nudità virtuale.

Nudità virtuale

 

Ironia della sorte: il richiamo alla “natura” contenuto nella parola naturismo sembra si fermi ad una soglia morale, alla solita soglia della visibilità pubblica, oltre la quale la visibilità diventa scandalosa, immodesta, irrispettosa, volgare. Ne ricavo la concezione che in generale “la natura va bene, ma fino a un certo punto”: da lì in poi c’è l’umanità, la moralità, la tradizione, la civiltà, le buone maniere; bisogna fare i conti con la società. Dando per scontato che le virtù umane e soprattutto civili che ci siamo costruiti siano superiori a quelle naturali. Che l’intelligenza umana (ma intesa più come “traguardi raggiunti” della società nel suo complesso, accumulata lungo la storia, che la facoltà del singolo) ci abbia riscattato dalle brutture bestiali della giungla, dalle tragedie dei poveri gnu assaliti da un crudele leone, dei poveri moscerini presi al volo dalle rondini… Mentre per parte nostra non vogliamo vedere cosa succede nei mattatoi, sui pescherecci, nei setifici, nei pollai. Allo stesso tempo stiamo incollati alle vetrine di via Montenapoleone ammirando le borse di pelle di piccoli struzzi di un anno…

Incontri

Quasi ogni mattina esco a caccia: questa mattina due signori mi han visto. Arrivato sulla strada principale vedo un signore in maglietta verde fosforescente con un cane che procede a passo spedito… Io proseguo attraverso i campi come son solito. Il signore fa un largo giro attorno alle case lungo la strada asfaltata, mentre io taglio per la campagna, e all’incrocio con la ciclabile me lo vedo arrivare. È ancora lontano, non ancora a distanza di saluto. Io son già nudo, mi ero spogliato all’inizio dei campi: ha tutto il tempo di vedermi e considerare la cosa. Al ritorno del giretto al vigneto, allo stesso incrocio vedo arrivare un altro signore, in sella a un cavallo, un po’ più vicino. Ci salutiamo.

Prima di arrivare alle case mi rivesto.

E l’altro giorno, sempre in quel punto un signore un po’ anziano arriva da destra. Tiene la testa bassa, non so se non mi ha visto o non ha voluto vedermi. Ricordando l’episodio ho trovato un probabile perché: per commiserazione di un povero ignudo (come insegna il Vangelo).

 

Nudità su strada

Dopo il periodo di rodaggio nei centri nudisti è tempo di provare l’esperienza su strada… altrimenti non ci daremo mai la patente. Eh, sì, perché la nudità nei centri è un po’ come quella privata nella stanza da bagno, nelle spa. Entro le mura di casa si è al sicuro. Nelle spa altoatesine si fa finta di non vedere e l’imbarazzo elettrizza e paralizza.

Finché guidiamo su un simulatore non succedono guai. Finché c’è un istruttore di guida, non si corrono grossi pericoli. Eppure prima o poi bisogna svitare le rotelline laterali al triciclo.

Finché vivo la mia nudità nei raduni, nelle feste comandate, sicuramente non succede nulla. Nulla cambia. La nudità sarà un fenomeno “naturista”, non naturale. Le leggi non cambieranno mai, se non in peggio.  Avremo fatto solo un’esercitazione, una sessione sul simulatore. Il sentirsi sempre impreparati, il “non sentirsela” di fare il gran passo è lo stesso che dar ragione al pudore, alla vergogna, alle braghette, alla minaccia di chissà quali castighi divini (o multe salate). È rassicurante sentirsi dalla parte dei più: ciascuno ha la propria soglia. Altri preferiscono fare da sé, e non guardano gli altri, non hanno bisogno di sentirsi protetti dal numero, non accettano di essere pecore neppure travestite per carnevale.

Impennare la bicicletta, pedalare senza mani sul manubrio non sono certo comportamenti raccomandabili. Eppure è una conquista privata, un trionfo tutto per sé che riempie di orgoglio, di autostima, di sicurezza ogni bambino. Ha provato mille volte da solo, finché c’è riuscito. E riscuote la soddisfazione di una vittoria tutta personale, che lo fa grande.

Forse sono rimasto bambino, o con gli anni lo sto ridiventando, cercando di recuperare tutto quello che non ho mai osato fare. Avevo paura dei lupi, dei pastori, dei cani, del filo elettrico… «La paura fa novanta, tombola completa!»

A dirla fino in fondo, guardandomi indietro, direi che ho vissuto virtualmente… virtuosamente. Ma non è così che si vive: si vive nel pratico e senza schemi. Spogliarmi e camminare lungo la strada (in campagna alle sei del mattino…) mi ha distolto dal videogioco, dalla realtà virtuale in cui rivestivo il mio ruolo, che era solo una parte di me, finalizzata a un obiettivo particolare.

Può essere razionale suddivider la vita a secondo degli obiettivi e delle risorse, ma non è naturale, non si vive al 20/40/60%. La natura non ha priorità, ha un suo ciclo, un suo ritmo, un suo sviluppo ed è sempre tutta e totale. E reale. Non ha prove evoluzionistiche, non premia chi sopravvive. È severa, forse anche indifferente. Ma è sempre tutta e totale. E reale.

Non riesco più a vedermi naturista beato godermi sole e far bisboccia a La Sablière o in Croazia. Dopo il primo giorno già mi annoio. Non è una situazione reale. Va bene per le vacanze, per chi considera la nudità un’eccezione, e poi tutto rientra.

Simulazione

Il signore col cane poteva aizzarmelo contro; l’uomo a cavallo poteva essere uno sceriffo o Tex Willer che mi dava la caccia col winchester imbracciato, il nonnetto una spia. È solo un film, ma anche se fosse reale, lo preferirei alla sdraio in una spiaggia privata. Tanto per non vivere dentro un gioco, in una casa di bambola, in un mondo di fantasia, in un simulatore. Per vivere non abbiam bisogno di prove: siamo grandi abbastanza, prudenti quanto basta (e forse un tantino di meno), per camminare senza paura di nulla, senza sempre sperare che le cose vadano a buon fine da sole. Nella realtà virtuale tutto è già stato previsto. Nella realtà quotidiana, ogni istante è nuovo di zecca. E forse lo siamo anche noi.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 2 luglio 2017, in Atteggiamenti sociali con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Paolo Pastorino

    Ciao Vittorio.
    Come sempre, i Tuoi articoli sono godibilissimi e del tutto condivisibili.
    In particolare, la sensazione di “stanza da bagno allargata” che si percepisce all’interno dei Domaine o dei Camping naturisti è assolutamente vera e presente.
    Mi viene però ora da porTi una domanda diretta.
    Cos’è che Ti trattiene ancora dal fare il passo definitivo e dallo sdoganare, soprattutto con Te stesso, la “pubblica nudità”?
    Viene quasi l’idea che Tu esca alle sei della mattina con la segreta speranza che qualcuno ti veda, con desiderio di provare sulla pelle, oltre al frizzante dell’aria a quell’ora, anche il leggero rizzare di peli che il “rischio” normalmente provoca.
    Bada bene, non sto provocando per il gusto di farlo, bensì solo per capire dove sei e, ove possibile, aiutarTi ad andare oltre.
    Ho trascorso questo weekend al Domaine de l’Origan, nella Vallée du Var, dietro Nizza.
    Ieri mattina mi sono alzato alle cinque, mi sono preparato, ho preso lo scooter (viaggio di solito camper + scooter, una comodità a cui non rinuncerò mai..) e sono andato a farmi una camminata di qualche ora verso una cima dei dintorni.
    Ho camminato diverse ore nudo (un giorno magari possiamo discutere anche insieme a Emanuele sugli accorgimenti tecnici da adottare per poterlo fare in comodità) e ovviamente da una certa ora in poi ho incontrato diversa gente, coppie, gruppi, bikers, etc.
    Non ne ho trovato uno che si stupisse e/o desse segnali di fastidio o imbarazzo.
    Tutti sorridenti, un buongiorno e via.
    Neanche da dire che la Francia sia molto più aperta rispetto a noi, sono anni che cammino nudo e non ho mai avuto brutte esperienze né cattivi incontri.
    Come hai già considerato Tu in altro articolo, sono profondamente convinto che stare nudo (come pure stare vestito, ovvio) sia un mio personalissimo e ineludibile diritto e che soprattutto il farlo non leda in alcun modo un diritto altrui.
    Ovvio che la società non è pronta per poterlo fare in un qualsiasi centro città (anche se questo discorso non vale, ad esempio, a Monaco di Baviera..), ma per la mia esperienza è sicuramente pronta ad accettarlo in altri contesti, in primis in giro per i monti.
    Ecco allora che la discriminante se farlo o non farlo non è più la valutazione degli altri, bensì la convinzione interiore di essere nel proprio giusto, ovvero di compiere qualcosa di “illecito” sulla base di qualche propria intima e nascosta convinzione religiosa o etica o morale o sociale, si ha solo l’imbarazzo della scelta.

    Un carissimo saluto,

    Paolo

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  2. Vittorio Volpi

    Gentilisismo Paolo,
    Non sono riuscito a risponderti prima, perché non avevo argomenti. Hai ragioni da vendere. La domanda «Cos’è che Ti trattiene ancora dal fare il passo definitivo e dallo sdoganare, soprattutto con Te stesso, la “pubblica nudità”?» è centrale. E mi riguarda direttamente.

    Due cose mi trattengono:
    1) il fatto che non sonon “in forestiero”: se incontro qualcuno molto probabilmente mi conosce. Quando non sono nei miei paraggi sono molto più “audace”… tanto nessuno mi conosce. Diciamo che non sono pronto, perciò mi limito a rosicchiare, a lsciare al caso gli incontri. La collocazione marginale delle mie uscite (6-6,30) del mattino mi dà la sensazione di un riparo, di non essermela andata a cercare. Cerco anche di non essere troppo regolare, perché la “brava gente” non manca e un paio di vigili, da “bravi” diligenti, potrebbero stare ad aspettarmi seduti o appoggiati un certo muricciolo.

    2) Sono dipendente della Pubblica Amministrazione, sono una figura pubblica. Finché devo mangiare in questa scodella devo adeguarmi. Il giorno che sarò in pensione, magari scoprirò che ci sono anche altre “scuse”. Il sindaco sicuramente non mi licenzierebbe, ma sicuramente i rapporti personali e di lavoro cambierebbero. Lavoro in una biblioteca pubblica: pensi che le mamme manderebbero i bambini sapendo che sono nudista? È vero che mi conoscono da anni, che qualcuno sa distinguere, che la fiducia che mi sono guadagnata col mio lavoro non sarebbe incrinata. Per prudenza, preferisco aspettare. Mi manca poco.

    3) Quanto al rischio, giorno dopo giorno vedo che è una componente che va scemando, sostituita dalla componente di “proposta”, la dimostrazione che a piccole dosi, passo per passo, la nudità è possibile. Se le persone “normali” non vedono proprio nessuno che passeggia nudo in pubblico (nelle sue varie gradazioni di affollamento e di orario), penseranno che il la consuetudine sia saldamente in vigore. Ma se “non sempre, ma sempre più spesso” (come dice la pubblicità di una birra tedesca) si segnalano “casi” allora le crepe nella fortezza possono col tempo farla crollare. Io, a livello personale, nel mio contesto, non riesco a fare di più, ma ogni volta ci aggiungo qualcosina: una mattina al ritorno dal giro mi sono fatto un autoscatto sul marciapiede davanti a casa mia; la mattina che sono partito per Zello sono sucito dal garage, ho richiuso la claire, ho fatto il giro per portarmi davanti all’ingresso e sono sceso dall’auto con un bel batticuore; ieri sera c’era il cestino dell’immondizia ancora sul marciapiede, era circa mezzanotte e sono uscito a ritirarlo – e l'”invenzione” delle occasioni potrebbe continuare. Ed essere contagiosa: perché come non so se i miei concittadini sono “buoni o cattivi”, altrettanto non so chi di loro ha bisogno di un piccolo incoraggiamento, di una chance, di un esempio. Quando il mio vicino si è spogliato [https://emanuelecinelli.wordpress.com/?s=vicino+spogliato] è stata una grande occasione per riflettere.

    Grazie della tua costanza nel leggermi.

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    • Sinceramente mi trovo più in difficoltà con gli sconosciuti che con le persone che in qualche modo direttamente o indirettamente mi conoscono: di certo non cambiano opinione su di me solo perché vengono a sapere che sono nudista, anzi, caso mai la cambiano se lo vengono sapere da altri, indi meglio lo sappiano da me.

      Anch’io sono un dipendente pubblico e proprio per questo ho fatto in modo che lo sapessero tutti sul lavoro, compresi gli allievi che poi si passano la voce tra di loro: ogni anno i ragazzi di prima si cercano le mie foto su Internet, quest’anno persino durante l’ora di Informatica alla presenza del collega, le guardano un poco e poi tutto finisce li.

      Il mio limite è dettato dalla paura di forzare troppo e ottenere in risposta una chiusura, specie se si tratta di una collocazione non propriamente riportabile al contesto di luogo selvaggio e isolato. Forzare si ma con giusta cognizione di causa, negli ambienti opportuni (sentieri di montagna poco frequentati, per ora) e nelle modalità migliori (vedasi la collaborazione con l’amministrazione di Braone).

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      • Paolo Pastorino

        Ciao a Voi!
        Finalmente ho qualche minuto di tempo per rispondere (oddio, lo avrei avuto anche nel weekend, ma ero in cima a un monte…).
        Vittorio, perfettamente d’accordo con te, la frequentazione di un posto “casalingo” in effetti pone problemi sui quali non avevo riflettuto e che, al contrario, rischiano di essere assai spessi, in special modo nel contesto sociolavorativo che hai descritto.
        Per quanto mi riguarda, io vivo in una via abbastanza centrale di Genova, ma per mia fortuna in una palazzina con tre soli appartamenti; il mio occupa il piano terreno con il giardino e una porzione del primo piano.
        In casa mia non ho tende, mai avute, ed è già più volte accaduto che i (pochi) dirimpettai mi abbiano visto nudo.
        E’ pero una cosa abbastanza delicata, temo che far percepire un “segnale” di esibizionismo sia un attimo e quindi ci vado abbastanza cauto.
        Sinceramente non so le reazioni, in ogni caso la Pubblica Autorità non ha mai bussato alla porta di casa..
        Per il resto ho sempre camminato nudo in montagna e pure da solo.
        Solo recentemente, qualche volta (dita di una mano…) è venuta anche mia moglie.
        Questo per dire che con uno sconosciuto sento di nn avere alcun problema.
        Se apprezza e comprende correttamente, bene, sono contento per lui.
        Se al contrario ha dei problemi, sono solo suoi.
        Per quanto riguarda infine la cerchia degli amici, beh, sono tutti a conoscenza del fatto che mia moglie ed io siamo nudisti.
        Taluni di loro sono anche a conoscenza della mia passione per il camminare nudo, ma ad oggi devo ammettere che nessuno si è mostrato interessato a provare.
        Verò è che io non l’ho neppure mai proposto.
        In effetti la considero una cosa molto mia e, in tutta sincerità, non so quanto possa essere più o meno piacevole farlo in gruppo.

        Emanuele, hai poi fatto il 3V?
        Se si, com’è andata?
        Tutto bene?

        Un carissimo saluto a entrambi,

        Paolo

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