Campeggio 2017 (racconto) – 3


3.

Alzando il piede sul primo gradino della roulotte, Fabio si era come paralizzato, si grattava la testa per un pensiero balengo che gli era caduto dal cielo come una meteora: gli aveva punto vaghezza di fare la doccia non in cabina, ma fuori, dove c’erano le docce aperte, dove ci si risciacquava tornando dalla spiaggia. “Per paura che possa farti una vipera, è sempre meglio vederla una volta che morir di terrore ogni volta che ne senti anche sol la parola”.

L’aver visto il papà nudo lo incoraggiava, e forse era stato proprio questo fatto a far girare le rotelle a velocità supersonica. Era come un contagio, si sentiva dentro una specie di febbre, di fuoco che lo divorava, ma nello stesso tempo gli dava anche forza e entusiasmo; ma se anche papà lo faceva, in lui avrebbe avuto un alleato sicuro. Era bastata l’idea, il proposito, e poi “il coraggio e l’ardimento” erano arrivati da sé. E se li sentiva dentro i muscoli, mentre si toglieva il pigiama. Ed era impossibile resistere – e forse nemmeno voleva resistere. E nello stesso tempo si sentiva appoggiato, incoraggiato, al sicuro, come dentro una magia che gli era per caso riuscita. Era una cosa da fare. Toccava a lui. Ed era pronto. L’avrebbe fatto, anche se si sentiva come un automa, il cervello già programmato, irreversibilmente, capitasse quel che doveva capitare. Aveva deciso, era sicuro che l’avrebbe fatto, o almeno provato, bisognava vedere quanta gente ci fosse alle docce… ma l’avrebbe fatto egualmente. Giurato. Sentì caldo alle ginocchia, potevano cedere dall’emozione da un momento all’altro. Stare nudo non era una cosa da poco. Praticamente non l’aveva mai fatto.

Preparò la salvietta su uno sgabello vicino, prese dalla borsa il bagno-schiuma e lo mise sulla piccola mensola della doccia. Ritornò allo sgabello: adesso era il momento! Tossicchiò, aveva la bocca secca. Una vampata di caldo gli salì fino alla faccia.

Il fatto che non ci fosse nessuno era incoraggiante. Infilò entrambe le mani sotto l’elastico e le allargò verso i fianchi: così gli sembrava un gesto più facile e allo stesso tempo preciso e veloce. Si abbassò il costume: eccolo il lumachino; il cuore si mise a palpitare più forte, nella mente gli ronzarono in loop disordinato frammenti di una canzone: “e tutti quelli che passeranno – io mi sento di morir – diranno che bel fior!” All’altezza delle ginocchia fu bloccato da un ultimo ripensamento: arrivò dalla mente la frustata del proposito e allora continuò; prima uno e poi l’altro, sfilò i piedi dal costume.  Lo appoggiò sullo sgabello.

Da nudo era come se le pareti avessero mille occhi. Si guardò dal petto fino ai piedi: era nudo, senza ombra di dubbio, la pelle palliduccia bisognosa di sole ed aria aperta, la bestiolina un bianco vermicello. Il tremore aumentò, si sentì pervadere da una specie di scossa, vrrrr, che lo teneva compatto. Si strinse il busto nelle braccia, ma non diminuiva. Sentiva che avrebbe potuto perdere i pezzi da un momento all’altro, come in un ascensore in discesa. Prima non aveva fatto caso all’aria, adesso se la sentiva quasi premere contro la pelle, lo toccava “dappertutto”, come un soffio, una carezza, “l’aria mi ha trovato; se mi accarezza vuol dire che a suo modo mi vuole bene” pensava. “Prendi un po’ d’aria anche tu, cucciolotto” pensava fra sé rivolto al suo lupacchiotto. “Oggi ti faccio il battesimo dell’aria, paracadutista… Salvami tu!…”

Non voleva badarci più di tanto, ma si sentiva tutto concentrato sul suo cosettino, come se attorno ad esso vorticasse il cono di un ciclone. Oggetto di tali e tante attenzioni, il bortolino non stava più in sé dalla contentezza, prese lui l’iniziativa e, incurante di Fabio che cominciava ad arrossire, s’impennò. Fabio lo schiaffeggiò come per rimproverarlo, ma era troppo buffo vedere come ritornava ancor più sbandierato ad ogni colpetto, come una molla, come un cagnolino rampante al ginocchio che volesse solo giocare.

Temette di scivolare sul pavimento bagnato mentre andava sotto il getto.

Aprì il rubinetto; era il primo della giornata e dovette attendere che l’acqua si scaldasse.

Le ginocchia altroché se si erano indebolite. Aveva il fiatone come avesse fatto una salita e il cuore batteva – anche lui di sua iniziativa – e non riusciva a fermarlo. “È tutto normale” si ripeteva automaticamente per calmarsi. “Macché, tutto normale. Sto scoppiando per l’emozione, ma non ci rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Io sono il mondo!”

Da dove gli fosse venuta quest’ultima frase proprio non lo sapeva. Non ricordava di averlo letto in quei libri noiosissimi che doveva leggere per scuola, uno al mese; o forse era di una canzone che aveva sentito cantar dalla mamma.

Gli pareva di avere gli occhi anche dietro e controllava se sentiva il rumore di passi. Decise in quel momento che sarebbe rimasto lì, inchiodato, come aveva deciso – come voleva!, – che non sarebbe fuggito a rimettersi il costume, a costo di fingersi Tedesco. Poco dopo arrivò l’acqua calda, lo aiutava a calmarsi, respirava; ma il fremito non accennava a diminuire. Il corpo era un alveare, ne sentiva il continuo ronzio. Eppure gli pareva anche di essere colmo di una forza sconosciuta, il serbatoio strapieno di un’energia sul punto di scoppiare. Si sarebbe ricordato di questo momento!

Capì anche che era una cosa tutta sua, una sua decisione: nessuno lo aveva obbligato e non voleva imitare nessuno: chi, caso mai? Non era importante capire subito a che cosa servisse: lo stava facendo e basta, lo stava facendo adesso. Ne stava combinando una grossa, questo sì, ma per nulla vi avrebbe rinunciato, come rubar le ciliegie nel campo vicino alla ferrovia.

L’acqua gli stava calmando i pensieri. Senza il costume, sembrava aderisse meglio al corpo. “Anche a casa faccio la doccia, ma non è come adesso. Anche a casa sono nudo nel bagno, ma non è come qui” e senza volerlo si chiedeva quale fosse la differenza. Se fosse entrato qualcuno si sarebbe sentito schiattare. Ma voleva anche sapere come avrebbe reagito. Voleva fare anche questa esperienza. Più ci pensava, più gli arrivava questo misto di forza e paura. Mentre lo riponeva sul ripiano, vide il flaccone del bagno-schiuma che gli tremava vistosamente nella mano: “è l’alzheimer” si disse per prendersi in giro, “le esperienze fanno invecchiare prima del tempo”. Il pensiero l’aveva divertito e lo distrassero un po’, il giorgino ridiventava normale.

Proprio in quel momento sentì ciabattare dietro di lui. Non si voltò: una statua di sale. Chiuse il rubinetto e attese che l’acqua sgocciolasse. Si aiutò con le mani. E intanto pensava a come venir via dalla doccia, da quale parte voltarsi. Doveva coprirsi l’ambrogino?

In quell’istante un ragazzo di qualche anno più grande di lui aprì il rubinetto della doccia vicina. Con la coda dell’occhio vide che anche lui era nudo; aveva i peli, e il suo era più grosso. Chiuse gli occhi e abbassò la testa, ma l’immagine gli era rimasta impressa negli occhi. Per mandarla via si scrollò la testa. “Forse è Tedesco”. Lo guardò in volto e vide che gli stava sorridendo. Anche Fabio sorrise, ma un po’ impacciato.

– Fai pure! – gli disse il ragazzo grande. – Non badare a me. Sono abituato.

Fabio rimase incollato a guardare la sua bocca, ad ascoltare le sue parole. Non credeva fosse Italiano. Si sentì un po’ più calmo, un po’ più sicuro. L’imbarazzo era quasi sparito. Sentì che poteva essere suo amico.

“Abituato” continuava a ripetersi Fabio. “Nudo e abituato. Ma come fa?” La cosa gli sembrava inverosimile e straordinaria. Riaprì la doccia e si dette un’altra insaponata.

– Ma non avevi finito?

– Ho sentito che arrivavi…

– E hai avuto paura.

– Anche un po’ di vergogna. È la prima volta.

– La prima volta che fai la doccia in mezzo a tutti?

– Per fortuna non è arrivato nessuno.

– Ma poi hai avuto vergogna di me! È così?

– Sì, è così.

– Ma va’ là, sciocchino. Ricordati questo: sarà anche la prima volta che ti fai vedere nudo, ma anche l’ultima che sentirai vergogna degli altri!

Fabio stette in silenzio a ripetersi le due frasi: sentì la voce di un altoparlante in uno stadio olimpionico: “Ed ora Fabio Sciocchino, numero 11, Italia, al salto con l’asta”, mentre una panoramica gli mostrava gli spalti gremiti e vocianti; poi un atleta (sapeva che era lui): dopo una breve rincorsa si staccava da terra (“la prima volta”), saliva su, su, per più di cinque metri, superava l’asta (“non sentirai più vergogna”) e poi si lasciava cadere giù di peso sui materassoni di gommapiuma.

– Non c’è niente di cui aver vergogna. E se ce l’hai, fattela passare.

Gli si avvicinò e gli strinse un braccio:

– Ehi, sei tu che comandi! – dandogli poi a mo’ di conferma una leggera pacca sulla nuca.

Le parole del ragazzo lo stavano confondendo ancor di più. Si risciacquò deciso ad andarsene.

– E adesso te ne vai? Rimani ancora un po’. Goditi questo momento.

– Ma se arriva altra gente?

– Fregatene! Mica sanno che tu sei qui a mostrare il tuo stra-mega pisellino e fai pagare l’entrata!

Fabio ridacchiò. Il ragazzo grande vedeva la situazione da un altro punto di vista. Fabio si sentiva sollevato, più leggero, persino contento. Cominciò a dimenarsi come un cantante rock: rideva, scalciava, gridava, si sbracciava.

– Sei tutto matto! – commentò il ragazzo.

– Sei qui al campeggio anche tu? – chiese Fabio.

Il ragazzo colse al volo lo spunto:

– No, sono solo di passaggio. In realtà vengo da Marte, e sono in incognito, sono un extraterrestre e sono qui solo per te. A te lo posso dire, perché sei simpatico. Stiamo studiando i Terrestri perché sono troppo strani, troppo divertenti. Guàrdati te come sei matto! – disse il ragazzo, divertito lui per primo della storia che si era inventato lì per lì.

– È bellissimo – disse Fabio, come facendo il punto della situazione.

Gli venne di tirare un sospirone, come quando ci si stiracchia.

– Adesso devo andare… ma domani ritorno… se non sarai già ripartito… Ma non sei un marziano vero? Vero? – e si mise a ridere sentendo i due vero così diversi uno dall’altro.

Il ragazzo gli passò una mano sui capelli:

– Da nudi ci sentiamo tutti un po’ marziani, ma siamo sempre noi. Prima non riuscivamo a vederci. Forse vediamo una parte di noi che non abbiamo mai visto…

– Eh, certo! – ridacchiò Fabio, interrompendolo. Aveva capito al volo di quale parte si trattava. Ne approfittò per premersi fra le dita la punta del suo gnagnerottolo perché vi avvertiva un certo pizzicorino… altre volte sarebbe collassato di colpo, uno strafulmine lo avrebbe incenerito, come nei cartoni animati. – Scusami tanto, coi vestiti mica si vede…

– No, cos’hai capito? Dicevo che stranamente, quando siamo nudi, non ci vediamo solo di ossa e di carne, ma come trasparenti, quasi di gelatina e riusciamo a vedere quella specie di aria solida che ci sostiene.

– Sei proprio un Marziano! Ma spiritoso!

– Può essere. Ciao, a domani.

Senza che se ne fosse accorto, nel frattempo altri campeggiatori erano entrati alle docce. Mentre ritornava allo sgabello dove aveva la sua roba, Fabio li guardava, ma con meraviglia vedeva che non facevano caso a lui, come se l’essere nudi fosse una cosa normale. “Infatti sotto i vestiti siamo sempre nudi” pensò. “Mah, forse non ci fanno caso perché sono ancora piccolo… Argggh (stridore di freni, rumore di pneumatici: non era più un bambino! Sia chiaro!) Ma non guardano neanche l’altro ragazzo!…”

Fabio si incappucciò con la salvietta per asciugarsi i capelli e, quasi si trattasse di una specie di gioco a nascondino, stava pensando che gli stavano vedendo il bianco cavolino, pisellino, fagiolino, cipollino, scalognino, verdurino… ma con la faccia coperta era come non fosse più il suo, che non fosse più lui quello nudo. Si attardò a considerare questo pensiero, che gli pareva strano, ma anche decisivo. “L’essere nudi riguarda anche la faccia”: si annotò la frase nella memoria.

Quando ebbe finito si rimise il costume; prese salvietta e borsina, pronto per uscire. Si volse verso il ragazzo ancora sotto la doccia per salutarlo… e ridare un’occhiata al suo “pisellone peloso” (le parole, messe insieme così, lo facevano ridere – con quello di papà eran già due piselloni pelosi. Tutta una vita senza vederne uno, se non al computer e poi due vivi nel giro di un quarto d’ora! Ma che cosa stava succedendo?)

Vide che il ragazzo stava scuotendo la testa:

– Sei dei nostri oramai. Hai fatto il gran passo. Batti un cinque! – e tutto gocciolante uscì da sotto la doccia per battere un cinque con Fabio che gli stava andando incontro.

– Buttalo il costume, che ormai non ti serve più.

– Ed è meglio! – gli scappò detto a Fabio.

– Giusto! È meglio!

Fabio non riusciva a capire tutto. Sorrise al ragazzo, ma si sentiva di avere un sorriso da ebete.

– Va’ là, che imparerai presto! Sei bravo!

“Addirittura bravo?” pensò Fabio.

Sorrise di nuovo al ragazzo, e il sorriso era proprio cambiato.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 10 luglio 2017 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 8 commenti.

  1. Bene, Vittorio, il racconto a puntate procede molto bene. La scrittura è anche gradevole da leggere. Il contesto ambientale è un campeggio. So’ che in un campeggio è maggiormente realizzabile quello che stai brillantemente raccontando. Ora attendo le prossime puntate. Mi aspetto che anche le donne della famiglia escano “dal guscio”. Di solito le donne sono le più difficili dal fare il primo passo e addirittura arrivano a minacciare il proprio uomo, quando scoprono il nudo che non si immaginavano. Chissà che nella piacevole lettura dei tuoi racconti non mi venga anche qualche idea da mettere in pratica.

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    • Vittorio Volpi

      Grazie Roberto,
      “Ma quando arrivano le ragazze?” è un bel film di Pupi Avati. Arrivano. Ho cominciato a scrivere quel che mi veniva più facilmente. Donata e Clara hanno due caratti diversi; la ragazza è cresciuta tanto rapidamente che la madre non ha più sapèuto seguirla. Ogni volta che apre bocca è una sorpresa per la madre.

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      • Comprendo bene che il “pianeta uomo” è più disponibile al nudo. Pur con molte riserve di partenza che escono benissimo dal tuo racconto. Per esempio.mi sono sempre chiesto perché molti uomini vadano in spiaggia e addirittura in acqua indossando “bragoni” di lunghezza esagerata, mentre la maggior parte delle donne ha dei costumini succintissimi e spesso invisibili.Ho letto di due pezzi dipinti su bei corpi di donna….e nessuno si accorge che in realtà esse sono totalmente nude. Ancora ti ringrazio per il bel racconto a puntate. Se ti occorresse una mano per farlo diventare libro, io sarei a tua disposizione. Comunque complimenti. E grazie.

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  2. Uhm a me personalmente, pur considerando la licenza poetica, pur tenendo conto che certe costrutti retorici possono servire per far comprendere al lettore l’illogicità del suo modo di vedere, c’è qualcosa che, forse per deformazione professionale, mi suona male: troppi appellativi per far riferimento al pene, nemmeno un tessile ostinato ne userebbe così tanti, mai nella mia vita m’è capitato di sentirne pronunciare così tanti in un sol colpo; un insieme di sensazioni che trovo forzato, che mai ho provato nella mia esperienza nudista e nemmeno in quella di occasionale nudo pubblico quando nudista ancora non ero; per finire la mia esperienza m’insegna che la nudità non aggiunge nulla, sono i vestiti che tolgono qualcosa. Detto questo uno scritto scorrevole e gradevole che illustra una realtà tutt’altro che ipotetica (vedi l’episodio nella doccia che, a parte i contorsionismi mentali che io non feci, sostanzialmente ricalca quello che mi è successo quando da ragazzo mi sono iscritto al mio primo corso di sub).

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    • Vittorio Volpi

      In parte concordo, probabilmente m’è rimasto qualche pezzetto di foglia di fico tra i denti. Quando scrivo mi immedesimo nel momento e nel personaggio, qui ad esempio ho cercato di pormi all’altezza del ragazzino che non ha sentito altro che eufemismi, vezzeggiativi e diminutivi. E così ho preferito usarli, altrimenti non avrei saputo come parlarne. Un altro motivo era che con la fantasia dei nomi volevo stare un po’ leggero, pur parlando di cose importanti.

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      • Si ma… il troppo stroppia. Ovviamente ognuno ha un suo pregresso che incide sul modo di vedere, parlare e scrivere, per mio conto gli appellativi gli ho sempre usati e sentiti usare per fare riferimento generico e generalista ai genitali, mai per parlare ai propri genitali, anzi non ci ho proprio mai parlato, così come nessuno mi hai raccontato di parlarci (certo una volta c’era maggiore riserbo, ma…). Riguardo al nudo, a cui per inciso sono arrivato a cinquant’anni suonati, mai sentito l’esigenza di mettermi nudo (che non per niente è una delle principali opposizioni al nudismo), piuttosto ben presto ho iniziato a percepire l’inconsistenza, la stupidità, l’inutilità dello stare vestiti, specialmente del costume da bagno e delle manovre per cambiarsi senza farsi vedere; solo dopo aver provato il nudismo si è creato il fastidio dell’abito quindi l’esigenza di mettersi a nudo (e questo è il motivo per cui si fatica a diffondere il nudismo, per sentirne l’esigenza bisogna prima provarlo). Ciò non toglie che sia comunque realistica l’esistenza di qualcuno che all’improvviso si dice voglio provarci, probabilmente in un contesto però più nudista, fatto salvo eventuali predisposizioni esibizionistiche, ecco probabilmente è questo che mi è suonato male, che manca: l’incipit, la motivazione del desiderio, lo stimolo, qui nasce tutto da zero e non conosco nessuno che abbia iniziato così. Per il resto direi più che di qualche pezzetto di foglia di fico: l’hai fatto in ogni tuo scritto dove dovevi riferirti ai genitali, mai hai utilizzato la semplice, chiara e pulita parola di pene, e se qui in questo racconto ci può stare, negli altri scritti dove parlavi di te e delle tue esperienze nudiste la cosa strideva alquanto, fai due più due e… quattro, anzi cinque eheheh

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        • Probabilmente tendo ad essere troppo realistico, non per niente ci sono diversi film e libri anche di grande successo che a me lasciano l’amaro in bocca.

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        • Vittorio Volpi

          Come dici in apertura «ognuno ha un suo pregresso che incide sul modo di vedere, parlare e scrivere».
          Ed anch’io per (de)formazione professionale sono più sul versante letterario che non su quello effettuale. In fin dei conti si tratta di un racconto, non di un resoconto, di una relazione. Per renderlo un po’ realistico ripesco dalla memoria momenti del mio vissuto, anche perché rivivendo quelle emozioni, quei pensieri che so ben di aver fatto, ho una qualche speranza di trasmetterle e condividerle.
          Ma al di là dello stile (più o meno ornato o realistico) mi premeva che passasse il nucleo del messaggio; e il messaggio era una domanda che mi frullava in testa: se e come il nudismo cambia i rapporti all’interno della famiglia: la mia risposta è che ne acquistano in franchezza e spontaneità, in apertura e in fiducia. Forse è utopia, ma provo a inventarmi, ad avventurarmi, a ipotizzare questo stato di cose. Se poi non piace, si lascia, come si fa con qualsiasi altra proposta.
          Trattandosi di un racconto, metto le mani avanti e sono il primo a consigliare di non prendere tutto per oro colato, ma se c’è qualche spunto utile a qualcuno sono più che contento.

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