Campeggio 2017 (racconto) – 4


4

Tornando alla roulotte una valanga di pensieri lo costrinsero a rallentare il passo. Guardò davanti a sé, mentre finiva di asciugarsi i capelli. “Mi hanno visto nudo”, continuava a ripetersi. E non riusciva a capacitarsi né del fatto in sé, né delle conseguenze. Sapeva solo che era qualcosa da evitare col massimo scrupolo. Ma perché allora gli era venuta l’idea di farsi una doccia senza costume, se era proibito. Qual era la spinta. O era malato? Perverso? Un brivido gli corse lungo la schiena a questa parola, una tremarella alle ginocchia lo costrinse a rallentare ancor di più il passo. “Mi dovrò confessare? Chi sa se è peccato? Uffi, è tutto così complicato”.

Ma tra sé un altro pensiero gli rispondeva: “Tu lo hai voluto! Tu hai voluto fare questa esperienza. Per curiosità, per provare l’emozione, per tutto quello che vuoi, ma finalmente volevi vedere cosa si provava ad essere nudi, sapendo che gli altri ti potevan vedere. E ora questa esperienza l’hai fatta. Sai che cos’è, che cosa si prova. Non parli a vanvera”.

Si ricordava della morsa che aveva sentito alla nuca quando aveva voluto dare la “sbirciatina” a papà e una volta visto tutto, quella curiosità si era poi trasformata in curiosità per se stesso, come avrebbe reagito lui di fronte agli altri da nudo. Visto che il collegamento l’aveva pensato, tanto o poco doveva essere vero. E questo pensiero lo rassicurava, papà in qualche modo gli era vicino. Ed era anche contento di aver fatto tutto da sé. Pur rischiando, era stato lui a decidere. Non gli importava sapere se era segno dell’età, o per qualche altro motivo: ora era una sua esperienza. Un’esperienza fatta. E non servivano tante parole. Si immaginava il classico tema alla ripresa della scuola: «Descrivete l’esperienza più esaltante delle vostre vacanze». “Eh, boh, non saprei da che parte cominciare, mi ci vorrebbe un giorno a trovar le parole”.

Sentiva che era una mattinata magica e non si sarebbe stupito di incontrare tutte le persone nude, perché quel giorno era la festa del nudismo, e tutti si erano alzati con quest’idea in testa: prima il papà, poi lui, poi l’altro ragazzo… Forse dipendeva da una congiunzione astrale particolare, dal passaggio di una cometa, da un’astronave di alieni dietro la luna. Eppure, anche così frastornato, così confuso, così “tremarelloso”, si sentiva di essere ancora Fabio, il Fabio di sempre: e oggi era un gran giorno, era successo qualcosa di straordinario. “E papà? È diventato matto anche lui? E io, allora? Più matto di così! Però è anche bello; non mi sono mai sentito così bene, così su di giri. Accidenti che scherzi che fa l’uccellino in gabbia! Aveva proprio voglia di un giretto! Non avrei mai pensato che avesse questa potenza. E i peli? Chissà come sarà quando anch’io li avrò. Allora sarò un ragazzo grande.”

Si strofinò le braccia contro il busto a calmarsi il “friccicorino” che gli era ritornato dopo gli ultimi pensieri. Aveva ancora ben presente come stava bene sotto la doccia, pur col pericolo che arrivasse qualcuno, e il diesel nel petto che pompava energia, che lo avvolgeva in una cappa magnetica. “Come Superman! No, non può essere vero! Tutti siamo dei Superman. Una bella invenzione l’averci fatti così. Grazie Dio. E Adamo?…” ma i ricordi sfumavano, a catechismo raramente si stava attenti. “No! Lì no! Lì non andrei proprio bene, con queste idee. Nudi, neanche morti. Una bella differenza. A settembre deciderò se andare ancora all’oratorio. Da stamattina sono diverso, non sono più un pupazzo di pezza, il “Puffo schifezza” che strattonavo nel cortile e facevo ballare appeso a una corda”.

Si passò la salvietta sul petto, alzò lo sguardo lungo la strada, salutò una signora che andava verso i bagni. Gli arrivò spontaneo un profondo sospiro – ormai cominciava a notarli -. D’un tratto tutti i pensieri eran cessati. Si sentì un sorriso soddisfatto sulle labbra, si sentiva diverso, un poco più grande di quand’era uscito, solo mezz’ora prima.

Arrivò alla roulotte. Mamma e papà stavano chiacchierando alla fine della colazione. Fabio andò dietro la sedia del papà e gli abbracciò le spalle, gli diede un bacio sulla guancia sussurrando:

– Grazie, papi.

Ma senza volerlo l’occhio gli cadde sulla sua nudità. Alzò la testa e chiese:

– Posso stare nudo anch’io?

– No!

– Sì! – risposero all’unisono mamma e papà.

Fu la mamma la prima a riprendersi:

– Ma insomma che cosa vi succede a voi maschi questa mattina?

– Niente.

– Niente – risposero insieme Fabio e Antonio.

– Solo che almeno qui nella roulotte si potrebbe stare nudi – spiegò Fabio.

– Ah, no! Questo poi no! Con la gente che passa. Ma non vi vergognate? Così, dall’oggi al domani, vi alzate e, trac!, vi viene questa novità di star nudi. Ma da quando?

– Da oggi. Non è mai troppo tardi – si affrettò a dire Fabio. – Allora è sì?

– Fate come volete. Però mi meraviglio di te Fabio, che da anni non mi vuoi nel bagno e adesso tutto ad un tratto te ne vuoi girare nudo per casa. Oh, ma almeno a tavola, vi metterete qualcosa, eh?, anche solo per l’igiene.

Fabio si affrettò a togliersi il costume. E ricordandosi della doccia, lo mostrò trionfante:

– Asciutto! Ho fatto la doccia fuori, non sono entrato nelle cabine… Senza costume, naturalmente! Brrr. È stato fichissimo! Tutti che mi guardavano, ma non dicevano niente. Anche un altro ragazzo ha fatto come me. Siamo diventati subito amici.

– Ah, oggi si diventa amici quando ci si vede il pisello? Bei progressi!

– Così non ho bagnato nemmeno il costume, senti!

– Ma è vietato fare la doccia nudi, non hai letto il cartello? Ma cosa sta succedendo oggi? Il mondo si è capovolto?

– Wow! Va bene anche così! – concluse Fabio, e uscì fuori dalla veranda a fare una capriola. Rientrò che era raggiante.

– Ci vuol poco per entusiasmare un ragazzo – commentò Antonio.

– Chiamalo poco! Prima di sera ci rinchiudono tutti alla neuro.

Antonio rimase per un attimo sovrappensiero, scosso da troppe cose tutte insieme. Stava constatando che Fabio non era più il pupattolo che conosceva da 11 anni, ma d’un tratto era divenuto come un estraneo. E la cosa sembrava anche reciproca. E anche lui, Antonio, non era più semplicemente il “papà” che era prima. Sentiva che il rapporto era cambiato, stava cambiando: e proprio questi attimi gli sembravano tremendamente decisivi.

Non sapeva come. Sentiva che doveva stare molto più attento al suo piccolo, badargli di più, ascoltarlo di più. Non era più semplicemente l’amico più grande, il super-eroe, lo spaccamonti. Si mise a fissare Fabio per un momento che sembrò lunghissimo: si premette le labbra, fiero di avere un figlio in pieno rigoglio: un gran regalo! “Chi sono per Fabio?” Una bella domanda, una bella scommessa.

– Sei forte papà! – gli disse Fabio, spalancando gli occhi e premendosi anch’egli le labbra.

– Dai, mangia –, lo invitò la mamma… – E mettetevi qualcosa, che mi fate sentir strana… Se va avanti così chissà che cosa mi inventate prima della fine delle vacanze… Prima di sera! Con che luna vi siete alzati questa mattina, tutti e due? Non vi conosco più.

Ma si capiva che in fondo era contenta della nuova confidenza tra Fabio e Antonio, soprattutto dell’entusiasmo di Fabio. Che fosse l’inizio dello sviluppo? Allora gli faceva bene sapere proprio tutto, vedere tutto… Ma di fronte al prossimo pensiero si morse la lingua, per impedire anche solo di formularlo a parole: fare tutto. All’improvviso la testa le si era riempita di pensieri che passavano in fretta, troppo veloci per poterli fermare. Da qualche parte sarebbero andati a finire e una volta o l’altra li avrebbe poi ripescati. “Ho tutte le vacanze”, pensò fra sé.

– Dobbiamo fare un discorsetto noi due, uno di questi giorni, – disse Antonio rivolto a Fabio.

– Anche oggi! – aggiunse decisa e severa Donata.

Fabio si sedette per la colazione, cercando di non badare ai pensieri che gli premevano in testa, pensieri che gli venivan da fuori, non suoi;e sopra tutto lo sguardo della mamma, che gli pareva fin troppo severo, gli stava cancellando tutta l’euforia della mattinata.

Poco dopo si alzò di scatto, corse dentro la roulotte e ne uscì coi lunghi bermudoni da bagno. Non disse nulla. Si sedette e ricominciò a mangiare. Per qualche minuto nessuno parlò. Mangiava rumorosamente, ogni suono sembrava amplificato. Si avvertiva una tensione nell’aria, da poterla tagliare. Ma d’improvviso lasciò la colazione a metà e uscì senza salutare; corse verso la spiaggia. Arrivato in cima alla duna, lo vedevano che dava calci alla sabbia.

“Perché deve essere tutto così maledettamente complicato?” pensò Antonio, e senza volerlo batté un pugno leggero sulla tavola. “Eh, ma siamo noi a complicarcele però le cose, Dio santo!”

– Ma che cosa vi è saltato in mente a voi due questa mattina? – chiese Donata con lo stesso tono severo.

– Nulla. Hai visto anche tu.

– Ah, per te stare nudo davanti a tuo figlio non è nulla.

Antonio non replicò. Entrò nella roulotte e indossò i suoi bermuda.

– Beh, io vado in spiaggia un momento.

– E vedi anche che cosa fa tuo figlio.

Antonio non capiva questo tono così perentorio tutto all’improvviso, quasi di rimprovero. E scrollò la testa. Donata lo notò:

– Ma dobbiamo parlarne… – e la frase quasi le si bloccò nella gola.

Disordinatamente raccolse le tazze e le posate della colazione e le portò al lavello. Chiuse con forza esagerata il sacchetto dei biscotti e lo gettò con malgarbo nell’armadietto. Inumidì una spugna e la passò con forza sulla tela cerata, malcelando l’agitazione che la travolgeva; prese lo strofinaccio e l’asciugò e poi si lasciò cadere sulla sedia, sfinita. Appoggiò i polsi della mano contro gli occhi e per qualche minuto rimase immobile.

Antonio trovò subito Fabio, senza nemmeno doverlo cercare. Aveva trovato un posto in alto contro la duna, ombreggiata dagli oleandri e altri arbusti. Giocava con la sabbia, prendendone spizzichi e gettandoli davanti a sé, come ciottoli da gettare nel fiume.

Appena vide il papà si spostò un poco per fargli posto accanto a sé. Sapeva che Antonio non avrebbe mai osato disturbarlo nella sua privacy, così come non era mai entrato nella sua camera se non invitato.

Antonio si sedette accanto a lui. Senza parlare. Del resto nemmeno Fabio sapeva da che parte cominciare.

Dopo un po’ di tempo trascorso in silenzio, Fabio strinse a due mani il braccio del papà e gli appoggiò la tempia contro la spalla. Antonio si strinse un poco e gli abbracciò la schiena.

– Ho cambiato idea a proposito del discorsetto.

– Ho capito: me ne farai due! – scherzò Fabio.

– Non lo farò né oggi, né mai. Invece ti prometto che risponderò a tutte le tue domande, ma proprio tutte, dicendoti solo la verità. Almeno quella che so io. Cercherò di essere chiaro il più possibile. Senza peli sulla lingua…

Fabio si lasciò sfuggire un sorrisino allusivo che Antonio non colse.

Rimasero a lungo in silenzio a guardare il mare e la spiaggia che cominciava ad animarsi. Stare insieme in silenzio non pesava loro, anzi, sembrava fosse proprio quel che cercavano.

Fabio percepiva un susseguirsi di domande che non giungevano a diventare parole chiare e precise. La presenza di Antonio bastava a farle svanire come bolle di sapone che anneriscono.

Dopo un po’, Fabio si stufò della posizione e si sedette normalmente. Prese la mano di Antonio e cominciò a giocherellare con quella. Dopo un po’ che giocava, non gli pareva nemmeno più che fosse quella di qualcuno, attaccata a papà. Se la distese sulla coscia, allargò le dita e si divertiva a saltarellare con le proprie dita fra le dita della mano di Antonio come fanno i boy-scout col pugnale. Il gioco cominciò a divertirlo. Poi smise e guardava lontano verso il mare. Antonio lo guardò per riuscire a capire qualcosa, ma non ritrasse la mano. Fabio avvertiva la presenza di quella mano: ora piano piano gli si ricomponeva anche la figura del papà seguendo il percorso del braccio. Appoggiò la propria su quella del papà.

– Dopo questa mattina… – diceva Fabio, – dopo che ci siam… visti… ehm… il pisello… non ci son più segreti fra me e te. È anche una cosa strana, però nel complesso mi sento contento. Sono contento che ci sei, che volendo posso chiedere, mi puoi aiutare a capire.

Antonio inghiottì, impacciato come non mai. Non aveva mai sentito tanto affetto per il suo Fabio, tanta tenerezza, tanto desiderio di proteggerlo, stupito di quanto gli fosse caro al mondo, in questo modo, con questa intimità, con questa profondità. Torse il busto per vederlo in volto. Mai gli era parso così bello, così perfetto, così “di burro”. Ma l’espressione di Fabio era seria, non l’aveva mai visto così serio. Era tesissimo, tremava, quasi, sull’orlo del pianto. Avesse sbagliato qualcosa nella risposta, nel tono, lo avrebbe deluso. Irreparabilmente. Lo avrebbe perso per sempre. “Non adesso!” si disse.

Fabio lo guardò fisso negli occhi:

– Che cos’è fare l’amore, papà? Come si fa? È questo alla fine che voglio sapere. I miei compagni o non lo sanno di preciso o si vogliono tenere il segreto per sentirsi importanti.

E davvero stava quasi per piangere, come se le mancate risposte alle sue domande fossero state personali sconfitte, domande che ormai non poteva più fare, risposte che ancora non si meritasse. Lo facevano sentire in ritardo sugli anni che aveva. Gli altri sapevano già tutto, e lui no.

– E poi, perché non si può stare nudi?

– Non sta bene…

– Perché non sta bene?

– È una specie di abitudine. Non lo so perché. Non lo so di preciso. Per questo stamattina anch’io mi sono un po’ ribellato. Anch’io voglio sapere di più, voglio provare.

– E invece io lo faccio, anche adesso. Non m’importa di nessuno! – si adagiò sulla schiena e si sfilò i bermuda. – Non m’importa della vergogna. Non la voglio più sentire. Mi soffoca.

– Qui siamo abbastanza lontani dalla gente, nessuno ti vede. Fai come vuoi, come ti senti.

Ma, inaspettatamente, Fabio coi bermuda stretti in una mano si alzò in piedi con le braccia in alto:

– Mi piacerebbe gridare: “Ehi, sono qui, sono nudo, sono io! Bello come il sole!” – e si mise a sghignazzare.

– Siediti, matto! Ti compatirebbero perché sei ancora un ragazzino.

Antonio rifletté un poco, colto da un pensiero che gli stava attraversando la mente:

– Però un giorno lo facciamo, promesso. Non qui, ma in montagna, di fronte a un gran panorama. Lo griderò anch’io… Lassù non m’importa tanto se la gente mi vede. Lassù non ho vergogna.

Fabio si stupì che anche il papà provasse vergogna di qualcosa. Ma un’altra domanda premeva di più:

– Quando?

– Una domenica dopo le vacanze.

– Sicuro che vengo… ma lasciamo a casa le donne.

– Vedremo. Magari, basta che ci allontaniamo un po’ da loro.

– Ma non penseranno che siamo frocetti?

– No! Che domande fai? Che cosa te lo fa pensare?

– La faccia della mamma questa mattina. Ce l’aveva proprio stampato. Ma non so bene che cosa vuol dire esser frocetti. Non so che cosa fanno.

– Sarà meglio che te lo spieghi un giorno o l’altro.

– No, subito, visto che è capitato oggi e riguarda noi due.

 

Fabio e Antonio rientrarono circa un’ora dopo e senza aver fatto nemmeno un bagno

Fabio non aveva voluto rimettersi i bermuda e li teneva in mano.

Le persone che li incontravano lo salutavano lo stesso. Accompagnato da papà era un’altra cosa.

– Mi devo rimettere i bermuda? – aveva chiesto Fabio prima di partire.

– Fai come ti senti. Nessuno ti dirà nulla.

– Allora non me li metto, – stupendosi che quel che aveva desiderato anche solo vagamente si stesse materializzando in un fatto. Che fosse bastato volerlo, immaginarsi di tornare nudo alla roulotte per sentirsi di poterlo fare: era un po’ come avere dei super-poteri. Non era tanto il senso di sfida, quanto la magia particolare di quel momento. La brezza che spirava sulla duna lo avvolgeva, si percepiva in ogni centimetro di pelle, e proprio da questa totalità, così rara, gli veniva quel senso di magia, di eccezionalità, di cosa in tutto buona e perfetta. Si sentiva al centro di tutto, intercettato dal puntatore del laser quando mirava ai mostri da uccidere nel videogioco.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 11 luglio 2017 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. racconto strepitoso!!

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