#TappaUnica3V sensazioni ed emozioni di una sessanta chilometri tirata


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(Foto di archivio; durante questa uscita, per ovvi motivi, non ne ho fatte)


Uscita di allenamento sui monti di Gavardo, sovrapposti a quelli che ben conosco trovo dei nuovi segni in vernice con l’indicazione 530, li trovo qua e là, in un’apparente 530confusione che mi incuriosisce per cui, arrivato a casa, faccio una ricerca su Internet ma non trovo nulla. Passa qualche settimana, nuovi allenamenti sui monti di casa, non solo Gavardo, ma anche Serle e Vallio Terme, incappo nuovamente nei segni cinquencentotrenta, stavolta trovo anche la sigla SCB. Nuova ricerca su Internet e, grazie alla detta sigla, finalmente trovo un sito che ne parla, quello dell’Associazione Naturalmente di Rezzato: SCB sta per “Sentiero del Carso Bresciano”, un anello escursionistico sulle SCBmontagne tra Rezzato e Vallio Terme ideato da detta associazione e da poco terminato di pulire e tracciare. “Sessantasei chilometri, uhm, quasi la metà del 3V, interessante, può essere un valido test per TappaUnica3V, ne ho programmati due per la primavera, ma ce ne sta bene un altro ora”. Detto e fatto: individuo la data migliore (carnevale) e, in quattro uscite, faccio la debita esplorazione. Mettendo insieme le tracce il dislivello risulta di quasi tremila metri, un terzo del 3V “ottimo!”, mentre i chilometri scendono a cinquantotto “va beh, vanno bene lo stesso”. Di sessanta ne ho già fatti alcuni e dovrei essere mentalmente pronto all’impegno che mi aspetta, stavolta, però, la situazione è diversa, stavolta le intenzioni sono più aggressive, stavolta dev’essere un test fisico fondamentale ai fini della mia TappaUnica3V 2018, un test che mi possa dare risposte forti e inequivocabili: “voglio coprire la distanza nel minor tempo che mi è possibile”.

Ore quattro, suona la sveglia, mi alzo e, ancora nudo (si, si, dormo nudo: è scientificamente provato che è il modo più salutare di dormire), metto al fuoco la cuccuma per il mio solito infuso di zenzero e limone. Nell’attesa che l’acqua giunga a bollore, restando nudo (già ha poco senso l’uso del vestiario di per sé stesso, figuriamoci quando si deve fare un’attività fisica, qual è la ginnastica; per altro la nudità permette di meglio vedere e sentire la posizione di ogni parte del corpo, di IMG_0618meglio percepire la tensione di ogni muscolo, efficientando, così, il lavoro svolto), faccio i miei soliti esercizi di flessibilità e allungamento per ridare mobilità ad un corpo irrigidito dal lungo tempo passato disteso nel letto. L’acqua bolle, la verso nella tazza e, intanto che prende sapore, completo gli esercizi. Bevo il mio infuso accompagnandolo con un lungo biscotto ricoperto da un velo di marmellata di arance amare. Yogurt? “No, è di soia ma comunque oggi non lo prendo: mancano pochi minuti al cammino e, anche come esperimento, preferisco tenere lo stomaco il più leggero possibile”. È ora di vestirsi: per prevenire irritazioni spalmo sullo scroto e sui capezzoli la crema antisfregamento, per potenziare e prolungare l’effetto della ginnastica applico sulle gambe la crema riscaldante, infine, con attenzione, indosso l’abbigliamento tecnico da corsa. Prima la maglia a maniche lunghe sopra alla quale infilo, quale rinforzo termico, la maglia senza maniche; si, sopra, perché date le temperature previste è evidente che quella a maniche lunghe dovrò tenerla sempre addosso mentre questa senza maniche la leverò nell’arrivare al previsto sole e avendola sopra potrò farlo più facilmente e velocemente, senza esporre il torso nudo all’aria fredda. Ora le calze asimmetriche “oggi vale la pena usare quelle più belle, quelle che userò nel giro finale”, i leggins invernali da trail con le sei comode tasche, la maglia esterna “meglio quella più pesante!”, l’eccezionale e leggerissimo gilet antivento, le nuovissime scarpe da trail. Lo zaino è già pronto, come mia abitudine l’ho preparato ancora ieri sera, devo solo prelevare dal frigorifero il sacchettino con i dadini di bresaola, insieme alle mandorle già in tasca sono un altro esperimento, e riporlo in una delle tasche sulla cintura ventrale. Ore quattro e trenta, saluto mia moglie, prendo lo zaino e la borsa con il ricambio da lasciare in auto, salgo in macchina e m’avvio al punto di partenza.

IMG_9680Ore quattro e quarantacinque, parcheggio l’auto nel piccolo piazzale davanti al convento Francescano di San Pietro in Colle sopra Rezzato, la chiudo con cura, fisso le chiavi al moschettone che ho appositamente predisposto all’interno dello zaino, indosso quest’ultimo, sistemo per bene i larghi e avvolgenti spallacci, allaccio i due cinghioli di stabilizzazione posti sul torace e, alle quattro e cinquantasette, m’avvio con decisione lungo il piazzale in direzione del viottolo che dà inizio al lungo cammino. Fatti pochi metri, esco dalle luci del convento ed entro nel buio del sentiero: “argh, non ho indossato la frontale!”. Velocemente, senza nemmeno fermarmi, sgancio i cinghioli dello zaino, sfilo un solo spallaccio, prendo la frontale che avevo proditoriamente collocato in una delle tasche a rete sull’esterno dello zaino e la sistemo sulla testa. “Bon, ora sono a posto, andiamo!”

La tattica che ho programmato prevede una partenza tranquilla per poi andare in progressione ma sempre camminando, solo nella parte di ritorno, se avrò gambe, mi metterò a correre. Dopo qualche centinaio di metri, però, le mie gambe già spingono con decisione, mi sento benissimo e così le lascio andare: “tutto sommato sanno ben loro quello che devono fare e così posso ancor più mettermi alla prova, vediamo fin dove arrivo”. Nonostante il forte acquazzone di ieri pomeriggio trovo solo qualche pozzanghera e pochi tratti di fango, persino le pietre sono asciutte: “ottimo!” Sul IMG-20170711-WA0006cellulare ho attivato due app GPS, una per il tracciamento live che permetterà a mia moglie di seguirmi in tempo reale attraverso Internet, l’altra mi darà apposite indicazioni vocali sulla velocità di cammino permettendomi di memorizzarle a livello sensoriale: nel giro finale di TappaUnica3V dovrò fare affidamento solo ed esclusivamente sulle mie sensazioni, le dotazioni tecniche saranno ridotte a quel minimo necessario alla mia sopravvivenza e, soprattutto, a dare tranquillità ai familiari. Con due app al lavoro rischio di esaurire la batteria prima dell’arrivo pertanto mi sono dotato, ennesimo esperimento, di una piccola e leggera batteria esterna (power bank).

“Cinque virgola sette chilometri all’ora”, la voce elettronica, impudicamente, seppure sommessamente, rompe il silenzio della notte per darmi le poche informazioni che ho programmato. Bivio Vianello, m’infilo nello stretto sentiero che scende verso la cava di marmo, conosco molto bene questi sentieri e così procedo senza nemmeno guardare i segni di vernice. “Mmh, c’è qualcosa che non mi quadra, ho la cava alla mia sinistra quando doveva essere a destra! Va beh, ormai vado di qua, tanto porta allo stesso punto”. Eccomi alla strada sterrata che unisce la Valle di Virle a Botticino, ancora pochi passi e ritrovo la segnaletica del cinquecentotre. Ehm, la segnaletica, un segno perché poi non ne vedo altri: “che strano ne ricordo diversi, o non risplendono alla luce della frontale o sono io a non vederli? Va beh, avanti che non posso perdermi in ciance”. All’improvviso appare, illuminato dalla mia frontale, un nitido sentierino. “mmm, mi sembrava che fosse più lungo il tratto di sterrata e poi ricordo un piccolo cartello segnaletico che qui non vedo”, per alcuni secondi provo a illuminare la strada ma non vedo segni: “non posso perdere altro tempo, andiamo di qui!” Infilo questo sentiero, sembra proprio lui, pure questo risale il ripidissimo argine della strada (“ma non era meno ripido?”), pure questo è stato creato tagliando di fresco la boscaglia, pure questo poco dopo s’infila tra una barriera di rovi (“ma mancano quelli pendenti a cui ero rimasto attaccato, si vede che li hanno tagliati!”), però… però arriva una ripida discesa che non doveva esserci (“ahi, ahi, mi sa che ho sbagliato”) e poi un lungo diagonale con tortuose curve attorno a piccoli alberi: “ok, ho sbagliato, ormai è sicuro; questa parte di monte la conosco poco, però la direzione è quella giusta, sopra a destra ci sono grosse cave e sotto di queste la loro strada di collegamento taglia per intero questo versante del monte, gioco forza la traccia che sto seguendo o finisce su tale strada o sull’altro sentiero, quello giusto.  Avanti!”. Con un percorso tra l’altro più bello di quello originale (meno strada sterrata, un lungo diagonale con continui stimolanti su e giù, diverse curve arrotondate che danno dinamismo al cammino) arrivo alla strada delle cave e, poco dopo, sono ad un trivio, devo orientarmi un attimo: evidente che non devo prendere alla mia destra, tornerei indietro, osservo le luci di Molvinella e intuisco che devo tenere la più bassa delle due sterrate che vanno verso sinistra. Pochi passi ed ecco che dal bosco alla mia sinistra sbuca il percorso segnalato, un altro segno poco più avanti sulla strada che ormai, anche se l’ho fatta una volta sola, ben riconosco. Discendo con decisione e velocemente, case di Molvinella: senza esitazione imbocco l’asfaltata salita per la Trattoria Eva.

La pendenza si fa rilevante, m’impongo di controllare il passo che, sulla rincorsa della discesa, stava proseguendo ad un ritmo troppo sostenuto. Alcuni cani abbiano al mio passaggio: “state zitti che la gente dorme!” All’altezza della trattoria la pendenza cala e l’asfalto lascia spazio allo sterrato, uno sterrato liscio e duro, sono all’incirca quarantacinque minuti che cammino così ne approfitto per assumere, secondo gli insegnamenti di un atleta del trial mondiale letti recentemente in un articolo specialistico, la prima barretta energetica. Fatico a scartarla, mi distraggo un attimo e… oops: il netto bordo di una buca, le caviglie eccessivamente rilasciate, la mente altrove impegnata, improvvisamente il lato esterno del piede sinistro cede letteralmente torcendo la relativa caviglia. Le scarpe ben fascianti e reattive, l’allenamento, i riflessi prontissimi risolvono brillantemente la situazione: sposto immediatamente il peso sull’altra gamba e rimbalzo via evitando che la caviglia storta subisca un carico eccessivo e si infortuni. “Meglio restare un attimo più concentrati” mi dico e, senza nemmeno fermarmi, procedo oltre. Riprende la salita ripida, il cellulare sentenzia “cinque virgola cinque chilometri all’ora”: “uauh!”. Ecco la croce in pietra che dà il nome al Crociale, luogo posto sul crinale sud del Monte Fratta poco sotto la grande cava delle Paine, abbandono la sterrata per prendere un sentierino che, in lieve salita, porta al rifugio del Gruppo Difesa Ambiente Naturale, davanti al quale mi stringo l’allacciatura delle scarpe IMG_0860che un poco si è lasciata andare. Mi incammino sul lungo diagonale che porta al crinale opposto, quello sud ovest, alla mia sinistra le luci e i rumori di Botticino, Caionvico e Sant’Eufemia accompagnano il mio cammino. Il terreno si è fatto a tratti più complesso, tonde e lisce pietre scivolose si susseguono alternandosi a piccoli insidiosi spuntoni, anche di giorni questo tratto richiede attenzione, figuriamoci di notte. Inclino la frontale, nel fascio di luce vedo scorrere il terreno: erba, pietre, terra, pietre, terra, erba, erba, terra… brina: “eeeeh, brina?” Macchie di bianchi cristalli gelati all’improvviso appaiono sotto i mei piedi: “ma che sono questi cristalli bianchi? Troppo morbidi per essere brina, è… è… è neveeeee! Va beh, poca roba, non mi creerà problemi”. Man mano che salgo la coltre bianca si fa sempre più estesa: “aho, non è solo una spolveratina, è una nevicata vera e propria”. Un bel candido bianco mantello risplende alla luce della frontale, circa dieci centimetri di neve ricoprono il terreno che mi circonda, mi sono trovato altre volte di notte con la neve, ma è la prima volta che mi ci trovo da solo: “splendido! Magico! Incantevole!” intense piacevolissime sensazioni pervadono la mia mente, il mio animo, il mio intero essere.

Raggiungo e imbocco la strada sterrata che percorre il costone sud ovest del Monte Fratta, dopo un tratto ripidissimo la pendenza scema leggermente, ancora pochi metri e m’infilo nel bosco: un bel sentierino sale alla vetta del Fratta. Tracce di animali mi guidano con estrema precisione sul tracciato: “ma guarda te, l’avevo già notata altre volte questa cosa: anche gli animali del bosco conoscono e seguono i sentieri dell’uomo?” Immerso in queste osservazioni, cercando di capire di quali animali siano le tracce che mi anticipano, veloce continuo nella mia salita. La poca neve è comunque sufficiente a piegare i rami più sottili e, per non infradiciarmi, sono ogni tanto costretto alle forche caudine eppure… “cinque virgola quattro chilometri all’ora” sentenzia la simpatica vocina elettrica del mio cellulare, “mai, camminando, sono andato così veloce in salita, ottimo, vuoi vedere che riesco a chiudere in dieci ore!” Vetta del Fratta, piccolo dosso erboso ricoperto dal bosco, senza sosta passo sul versante opposto per indovinare nella neve la prosecuzione del sentiero che, stretto e contorto, s’insinua come un serpente fra gli alberi del bosco formando molte secche curve (divertentissimo questo tratto, specie quando lo discendi di corsa). Ancora impronte di animali segnano con incredibile precisione il percorso. “Quattro virgola zero chilometri all’ora”, “che succede? Sono in discesa e vado più piano?” L’app sul cellulare per ben due volte mi segnala la stessa cosa, pare essersi incantata “Boh, non c’è tempo per fare controlli”. Finisce il sentiero e inizia la sterrata che, con varie svolte e alcuni incroci, mi porta all’area pic-nic Le Acqua in quel di Serle Castello. La notte pian piano sta lasciando il passo al giorno, ancora non vedo bene ma il fondo chiaro della strada qualcosa lascia intuire, “approfittiamone per allenare la propriocettività”: spengo la frontale e mi godo l’avanzare del crepuscolo.

Castello di Serle, strada asfaltata, ormai la luce del giorno rende tutto più chiaro e facile, un’invisibile placca di ghiaccio e mi esibisco in un proditorio esercizio di equilibrio: “ocio Ema, ad oggi esiste una sola suola che si aggrappa al ghiaccio e non è sotto le tue scarpe”. Una ripidissima breve salita ed eccomi al campo sportivo, un sentierino profondamente scavato a formare un morbido toboga sale alla strada dell’altopiano di Cariadeghe. Qualcuno ieri s’è divertito con il fuoristrada, la neve è sconvolta dai segni dei copertoni e le crestine formate dai tasselli delle gomme nella notte si sono gelate, camminandoci IMG_8940sopra cedono rendendo faticoso l’incedere e poi scricchiolano in modo estremamente fastidioso, meglio tenersi il più possibile ai lati della strada dove la neve è ancora fresca e intonsa. Valpiana, la strada inverte la sua pendenza e concede un tratto di bel respiro. “Sei e tre chilometri all’ora”, “ehi, che bella media! Le dieci ore si fanno papabili.” Dopo un tratto di piano e qualche discesina, una ripida breve salita porta al piazzale sotto la punta di San Bartolomeo, risalgo la stradina della via crucis, la copertura nevosa è di quindici centimetri perfettamente intonsi, nemmeno tracce di animali l’hanno rovinata, niente, solo una liscia candida vellutata soffice superficie bianca. Analoga situazione nella successiva discesa lungo il sentiero che porta al parcheggio degli alpini in quel di Cariadeghe, un tratto sconvolto da numerosissime pietre oggi, però, la soffice coltre nevosa attenua piacevolmente gli atterraggi.

IMG_8498Aggiro la casa degli alpini di Serle scavalcando il dossetto di Belfiore, raggiungo la conca detta delle Marende (merende), attraverso l’asfalto di via Casinetto e, con una larga stradina, m’inoltro nel bosco. Eccomi alla rete metallica che cinge la polveriera di Serle, breve fermata per inviare il secondo messaggio a casa: “confine polveriera Serle tutto bene energia da vendere”. Un largo e divertente giro nella boscaglia alternata a radure erbose, con l’intermezzo di una simpatica pozza, ed eccomi al Laghetto Pantano dove riprendo a camminare su liscia sterrata. In breve sono sul crinale che dà sulla valle di Vallio Terme, discendo un poco poi una secca curva a destra e riprende la salita. Svolta a sinistra, passo accanto a un grande capanno da caccia, piegandomi sulle gambe sottopasso una sbarra, ancora qualche metro di stradina e poi giù, giù a capofitto verso Vallio Terme: la prima parte della discesa è veramente un tuffo verso il basso, un ripidissimo pendio da scendere, con grande attenzione, sulla linea di massima pendenza. Recentemente è stato tagliato il bosco e, come spesso purtroppo accade, la legna di risulta è stata abbandonata ovunque, ivi compreso il sentiero, rendendo non solo complesso il cammino, ma anche estremamente pericoloso, specie ora che la neve nasconde la cedevole ramaglia e rende assai scivolosi i legni. Alla base del pendio, seguendo le segnalazioni, la volta scorsa m’ero trovato a litigare molto pericolosamente con ammassi di rami accatastati in grande quantità e alcuni grossi tronchi, oggi le cose sono complicate dalla neve e così individuo un percorso che mi eviti tale ammasso. Data la copertura nevosa e la segnaletica carente (o sparita a causa del taglio) ho qualche difficoltà a ritrovare la traccia del sentiero, ma alla fine ci sono: “ok, ora posso rilassarmi”. Senza altri problemi velocemente scendo verso il fondo valle, dopo un tratto ripido e scivoloso, raggiungo il sentiero che dal Monte Tre Cornelli porta al Colle di Sant’Eusebio, lo seguo verso sinistra e, poco dopo, un lungo comodo tratto a mezza costa mi permette di assumere la seconda barretta energetica.

Oltrepassata una sorgente, ad un bivio abbandono il cinquecentoventi e scendo diretto verso Vallio Terme, ancora qualche tratto scabroso poi velocemente sono alla strada sterrata che mi conduce alla strada asfaltata che da Vallio sale al Colle di Sant’Eusebio. IMG_2074Tagliandone due tornanti la seguo in discesa per brevissimo tratto e, subito a valle della trattoria Miravalle, imbocco via Fornasetti: alle mie spalle il sole inizia a fare capolino e ne sento sulla schiena l’impronta riscaldante, tolgo il gilet antivento e la maglia senza maniche, risistemo l’allacciatura delle scarpe, invio messaggino a casa e poi via, verso il profondo solco vallivo del Fosso della Madonna. Una recentissima modifica al tracciato evita la ripidissima risalita a Piazze, anche se comunque porta a altrettanto ripida, ma ben più breve, salita lungo una sterrata. Uno stretto sentierino s’infila nel ripido pendio cespuglioso del Dosso dei Morti e, con largo giro, porta verso il fondo del valloncello. Erba brinata, le scarpe, dopo aver retto ore di neve, qui lasciano passare l’acqua, ma le nuove scarpe, grazie anche alle eccezionali calze che indosso, fanno comunque il loro lavoro: non solo non sento i piedi freddi ma, uscito dall’erba, nel giro di una decina di minuti scarpe, calze e piedi sono perfettamente asciutti… “è proprio vero, con le scarpe basse il goretex alla fine è più uno svantaggio che un vantaggio”.

IMG_9084Santuario della Madonna de Manghèr (o, secondo alcuni, del Malgher, la contesa sul nome appare tutt’oggi accesa), riprende la salita che, prima con largo giro, poi in modo più diretto e deciso, mi porta poco sotto la sommità della Rocca di Bernacco. L’ultimo ripidissimo tratto, che la volta precedente mi aveva costretto a diverse fermate, pur con lo stesso ritmo lo supero quasi d’un sol colpo: “grandioso, gli allenamenti sulla scalinata del IMG_9080Parco di Bacco seppur iniziati da poco hanno già dato buoni frutti, li continuerò”. Aggirato il crinale ovest della rocca mi appare un panorama stupendo: dietro i monti innevati per effetto del debole sole azzurrognola risplende la piatta superficie del Lago di Garda. Non posso esimermi dal dedicare alla scena alcuni secondi, sarebbe da fare una foto ma non posso consumare la batteria del cellulare, lascio invadere la mente dalla visione e, col cellulare, mi limito a inviare un ben più utile messaggio a casa. Lestamente mi rimetto in cammino: “la strada è ancora lunga, molto lunga”. Con un comodo piano traversone raggiunto il lato opposto della rocca, una discesa conduce all’arrotondato stupendo crinale est oggi totalmente innevato alla fine del quale ecco il mitico inconfondibile secolare “Castagno del Barcol”. IMG_0511Stavolta non mi faccio ingannare dai segni che vanno in salita e mi butto subito in discesa lungo l’asfalto che abbandono dopo poco per prendere una sterrata molto rovinata, ripidamente e faticosamente risalgo il fitto bosco: “cinque virgola sei chilometri all’ora” il cellulare regolarissimo scandisce il mio cammino, mi rendo conto che anche quando mi sento bloccato invero la velocità è pur sempre sostenuta, “ottimo!” Fine salita, questa salita ovviamente, imbocco la discesa che mi deve riportare a Vallio Terme, una discesa per ora comoda e cementata che sfrutto per anticipare i primi sentori di fame mangiando qualche dadino di bresaola e qualche mandorla. Termina il cemento, uno sterrato sconvolto si abbassa con due lunghi diagonali e un tornante, poi si trasforma in sentiero dove diversi sono i tratti alquanto tecnici: sassi mobili accatastati gli uni sugli altri, lisce placche di roccia, secche curve, salti rocciosi, stretti passaggi incassati, un ripidissimo scivolo sempre bagnato, un alto argine di terra e pietre nel cui mezzo la traccia compie una strettissima doppia curva che impone equilibrio e dinamicità.

Di nuovo sterrato, piano e uniforme per un bel respiro, poi per asfalto scendo alle Terme di Vallio, altro messaggio a casa e levo dalle scarpe alcuni sassolini che da chilometri mi porto fastidiosamente appresso. Come ho ormai compreso essere la tattica migliore, approfitto del tratto facile per assumere un altro prodotto energetico, stavolta un gel liquido bio a base di aloe e altri prodotti naturali. Passano pochi secondi e… “mannaggia, mi brucia lo stomaco! Ricordo, mi è già successo almeno un paio di volte dopo l’assunzione di questo gel, dovrò verificare per bene, in ogni caso meglio eviralo per il giro finale di TappaUnica3V”. Attraverso il paese e prendo la sterrata ciclabile che, in lieve discesa, raggiunge Fostaga, nuovamente salita. “Dai Ema, questo è l’ultimo preoccupante ostacolo, una volta in cima è fatta”, sulla spinta di questo incitamento mentale, con l’aiuto di un gel energetico, affronto il primo tratto, particolarmente ripido, IMG_9073con troppa foga e sul successivo diagonale falsamente piano mi trovo in sofferenza, devo fermarmi spesso, pochi secondi ma comunque sufficienti a rendere meno efficiente il passo: “due virgola tre chilometri all’ora”, “mannaggia la velocità è crollata!” Tengo duro, cerco di sfruttare al meglio i brevi piani per recuperare energia, mi concentro sulla respirazione, “dai, dai, non cedere, dai che poi si respira per un lungo tratto, dai!” “Tre virgola quattro chilometri all’ora” “siii, vaiii!” “Quattro virgola cinque chilometri all’ora”, “Grande Ema, ecco il ponticello, manca poco, ce l’hai fatta!” L’ultimo strappo estremamente ripido lo IMG_9072supero molto più agevolmente di quanto mi aspettassi e in un baleno sono ai Casini di San Filippo, piccola cascina abbarbicata su un terrazzo erboso in mezzo a un vasto castagneto, un luogo che ogni volta mi lascia sensazioni incredibili, un luogo che ogni volta m’invita al riposo e alla meditazione. Metà strada è ormai alle spalle ma i chilometri sono ancora tanti e, sebbene brevi, ci sono ancora diverse salite, l’inflessibile orologio indica che ormai le dieci ore di percorrenza sono svanite: “beh, dai, in effetti per le dieci è ancora troppo presto, i precedenti sessanta li ho fatti in ventisei, se chiudo in undici è di certo un buon risultato”. Affronto con oculata determinazione la salita che porta al Piazzale Sovino, controllo il passo sulla successiva lunga moderata discesa e approfitto della liscia strada per mangiare ancora un poco di dadini di bresaola e alcune mandorle. Il cielo si è annuvolato, le ombre si sono allungate sul bosco, inizio a sentire freddo, molto freddo, sarebbe opportuno rimettermi anche la seconda maglia o utilizzare addirittura il vecchio pile da montagna che mi sono tirato appresso quale supporto di emergenza, ma “fra poco si perde quota e la temperatura risalirà, inutile perdere tempo” e così non faccio né l’una né l’altra delle cose, mi limito a rimettere cappellino e guanti, a immaginarmi un bel fiascotto di vino da cui far scivolare il corroborante liquido verso il mio gargarozzo. IMG_2344Oltrepasso l’area pic-nic di Tesio, percorro velocemente il lungo tratto di asfalto che dolcemente scende ad una altrettanto lunga e piana mulattiera, un avanti e indietro alquanto illogico visto che si potrebbe scendere più direttamente per un ben più corto e divertente sentiero nel bosco, ma tant’è, “questo è il tracciato e questo si deve fare, stop!”. Perdendo quota le mani si sgelano e, forse anche con la complicità del vino virtuale, pian piano passa anche la sensazione di freddo, mi riapproprio del mio corpo e più dinamicamente procedo sulla rovinata vecchia strada che alternando tratti ripidi a tratti dolci scende al bucolico gruppo di case di Marzatica.

Due cani m’accolgono festosamente, ehm, festosamente, magari non proprio visto che uno dei due tenta di mordermi un polpaccio, non ci riesce e, in cambio, evita per un soffio una involontaria tallonata sul mento. Lungo, lunghissimo il successivo diagonale verso Pospesio, condito con qualche breve ma ripida salitella, ne approfitto per assumere un paio di gustosissimi caramelloni gommosi, non saranno molto energetici ma sono una vera manna per il palato reso secco e sgradevole dalle tante ore di cammino. Una liscia sterrata riporta verso l’alto, quasi un’arrampicata vista la notevole pendenza, devo cadenzare con attenzione il passo. Abbandono anche questa strada, un bel traverso su cotica erbosa, lieve discesa e poi una scabrosa antica mulattiera con ripida salita mi porta poco sotto l’abitato di Sarzena che raggiungo per un sentierino solo in parte ripulito dalla cortina di rovi che lo costeggia. Di nuovo su asfalto, di nuovo in discesa, “cinque virgola nove chilometri all’ora” puntuale l’incitazione dell’app sul cellulare alla quale poco dopo seguono due significativi segnali d’allarme: “ecco, sto esaurendo la carica”. Mi fermo, collego la batteria esterna e riprendo il cammino, ma poco dopo di nuovo i due deludenti segnali, mi fermo nuovamente e controllo: “mannaggia, la carica è scesa ancora, vuoi vedere che il power bank è scarso? Uhm, forse non regge due app, chiudiamone una”. Ovviamente chiudo quella meno importante e, per altro, più pretenziosa, ovvero quella che mi scandisce il cammino. Riparto, il percorso prosegue prima lungo la strada asfaltata poi per sentieri ne taglia alcuni tornanti. Rispondo ad un messaggio di mia madre che, classicamente, giunge nel momento meno opportuno costringendomi ad una fermata indesiderata anche perchè nel mezzo di una discesa che IMG_20180127_121636sto sfruttando per recuperare un poco di tempo. Ripreso il cammino velocemente scendo, poco sopra Paitone oltrepasso il Santuario della Beata Vergine e la chiesetta di San Rocco, ancora pochi minuti e sono alla bella sorgente Rudone di Paitone. Messaggio a casa e noto che la carica è salita, “ottimo”, per precauzione segnalo comunque che ho il telefono in esaurimento e potrei non essere in grado di comunicare, così come potrebbe interrompersi il live del tracciamento.

Su piano asfalto oltrepasso l’abitato di Paitone e m’infilo in quello di Nuvolento, al limite settentrionale di questo, dove il monte scema nel piano, una stretta stradina fra vecchie e nuove case mi porta al sentiero che, infilandosi in una specie di canale di scolo, si alza all’acquedotto lungo la strada per Serle. Da qui una bella stradina ormai inerbata si alza tra santelle e resti di panchine (forse un’antica via crucis), finché un segno inequivocabile induce ad abbandonarla per salire nell’erba fino a raggiungere altra vecchia sterrata ormai quasi ridigerita dal monte. Una breve discesa, un lungo traverso per sentierino e, superata una piccola cava, forse una delle tante prove di cava che esistono in questa zona, ripiombo verso valle arrivando a Nuvolera proprio in coincidenza della Fonte Sole. Ancora un poco di piano asfalto, poi di nuovo per sentiero salendo dolcemente al parco degli Alpini. La salita riprende con maggior decisione e il percorso si fa più faticoso per via di diverse roccette e di tratti particolarmente ripidi. “Aho, non finisce più? In esplorazione mi era sembrata assai più breve”. L’esclamazione mi attraversa la mente più volte, segno di un cedimento psicologico. Dai e dai sono al sommo e inizio, seppure con l’intermezzo di una ripida salita che proprio non ricordavo, a scendere verso la valle di Nuvolera. La raggiungo in prossimità delle prime case di questo paese, nei pressi della trattoria “Conca dei Marmi” imbocco il sentiero che risale il versante orientale del Monte Cavallo. Il primo tratto è molto ripido e fangoso, la fatica torna a farsi sentire, comunque salgo piuttosto velocemente “dai, dai il ripido è breve, al vicino tronante la salita si spiana e puoi respirare”. Vicino? Ancora una volta la memoria m’inganna: ci vuole un tempo che mi sembra eterno prima di arrivarci. “Eccolo, eccolo” con soddisfazione sono al tornante e, senza fermarmi, mi avvio sul lungo traverso che porta al versante meridionale del monte Cavallo, un’esplosione alle mie spalle mi fa trasalire: hanno fatto saltare una mina di cava. Gustando le ultime caramelle gommose con rinnovato vigore percorro il traverso e la successiva discesa verso un’altra chiesetta di San Rocco. Poco sopra a questa riprende la salita, una lunga e a tratti ripida salita IMG_1337verso il famoso Sercol di Nuvolera, caratteristica conformazione rocciosa che, vista dall’alto, sembra un cerchio perfetto (cosa che ha fatto ipotizzare ad un luogo di culto o a qualche misteriosa struttura astro energetica), ripetutamente la mente si lamenta “cacchio, non finisce più, mi sembrava molto più corta”. L’affaticamento fisico e mentali combinati rimettono in evidenza i bruciori di stomaco che avevo dimenticato: “proviamo se anche per IMG_1311questi va bene la fettina di zenzero fresco”, la prelevo da una tasca sullo spallaccio dello zaino scoprendo che ho perso le altre due (“mmh, è di sicuro successo quando ho prelevato la bustina di gel, dovrò studiare una collocazione diversa”), la mangio e in effetti il dolore si attenua sensibilmente “ottimo!” Il mio percorso non raggiunge il Sercol ma, arrivato alla cascina Cutra, devia a sinistra e, seguendo una comoda interminabile sterrata, taglia tutto il versante settentrionale del Monte Camprelle per poi scendere tra le cave di Castagna Torta e raggiungere la Valle di Virle, che velocemente discendo verso l’ultima risalita, “l’ULTIMA!”

IMG_2085Eccola, prima facile e comoda, poi più movimentata, è il sentiero della Lepre, dove le pietre che ne sconvolgono in fondo sono in buona parte segnate dai pattini degli slittoni usati, tanto tempo addietro, per trasportare a valle i blocchi di marmo necessari alla costruzione delle case di Rezzato. Anche questa mi sembra più lunga del solito ma anche questa giunge alla fine. Approfitto di un tratto pianeggiante per bere il secondo e ultimo gel liquido, sorpresa: mi sistema lo stomaco che da alcuni chilometri aveva ripreso a bruciare. Più rilassato percorro la ripida discesa che mi porta alla casa degli alpini di Rezzato, due giovani uomini, imbacuccati a più non posso stanno giocando a carte su uno dei tavolini IMG_2084posti d’innanzi alla vuota struttura “boh, contenti loro!” Io continuo per la mia strada e velocemente percorro il sentiero che scende verso la cascina “La Casella”. Non mi porto subito al parcheggio, seguendo la segnaletica del cinquencentotrenta aggiro a est la sommità del colle San Pietro per poi salire al parcheggio con l’ultimo ripidissimo tratto di via San Francesco d’Assisi: “la classica ciliegina sulla torta”. Ore diciassette e quaranta, dodici ore e quaranta minuti dopo la partenza tolgo lo zaino e lo sistemo sul muretto che cinge il parcheggio, recupero le chiavi dell’auto e l’apro, tolgo le maglie umide di sudore e condensa, ne indosso una asciutta, aggiungo una giacca pesante, accendo l’auto per mettere in carica il telefono, mando un messaggio a casa e a mia mamma “Arrivato, tutto bene”, faccio qualche esercizio di allungamento per defaticare i muscoli, seduto sul muretto con tutta calma mi mangio una barretta proteica per aiutare la ristrutturazione delle fibre danneggiate, l’accompagno con l’acqua rimasta in una delle due borracce. Cambio le scarpe e poi via verso casa dove completo la ristrutturazione articolare e muscolare ingerendo un beverone di carboidrati e amminoacidi, eseguendo qualche altro esercizio di allungamento e massaggiandomi le gambe con una bella spalmata di gel-olio (è un gel che come lo spalmi si trasforma in olio per massaggi) all’arnica. Chiudo il pomeriggio disteso sul divano analizzando i dati del tracciatore e rivivendo mentalmente tutte le fasi salienti del giro: rivedo l’allontanarsi delle luci di Botticino, la IMG_9097magica notte bianca sul Monte Fratta, il fascino del crepuscolo, la candida e intonsa neve di Cariadeghe, l’improvvisa apparizione della gemma luminosa del Lago di Garda, i paesi dell’ultimo tratto; rivivo la straordinaria sensazione di energia che mi ha accompagnato dalla partenza alla Rocca di Bernacco, l’amaro affanno insorto salendo verso i Casini di San Filippo, il gran freddo di Tesio, il piacevole avvicinarsi alla pianura della parte finale, le insidie mentali del continuo su e giù diventato più lungo di quanto sperimentato nelle esplorazioni, il fastidio per l’inarrivabile fine del traversone sotto il Monte Camprelle, il senso di sollievo nell’affacciarsi alla Valle di Virle, la spinta in avanti dell’ultima discesa, la gioia dell’arrivo. Bello, bellissimo, sono soddisfatto, molto soddisfatto, un gran bel giro, un grandioso risultato, ho retto fisicamente e mentalmente, ho mantenuto una velocità alta e costante per i primi due terzi poi un lieve calo che, purtroppo, posso quantificare solo in via indiretta a causa dell’anticipato spegnimento del cellulare. Pronto a ripetermi, pronto per il prossimo sessanta che mi vedrà impegnato sui monti della bassa val Trompia e proprio lungo il tracciato del 3V, un secondo fondamentale test su quella parte del tracciato che nel tentativo di TappaUnica3V 2017 mi ha imposto un’anticipata interruzione del cammino, un forzato e doloroso ritiro.

È giunta la sera, ceno con una bella pastasciutta per completare la dose di carboidrati necessaria ad un ottimale recupero energetico, un poco di verdura per le vitamine, un pezzo di formaggio per le proteine, una decina di noci per completare l’assunzione di amminoacidi essenziali importanti per la ricostruzione muscolare, poi, felice e incredulo per l’assenza di dolori, vado a dormire, sarà un sonno lungo e ristoratore?


Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 24 febbraio 2018, in Eventi sportivi, Nudismo nel mondo, Racconti di sport con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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