#TappaUnica3V, sembrava fatta e invece…


Foto d’archivio (a parte quella della partenza)


Non credo nella sfortuna e tanto meno nelle maledizioni, però qualcosa che m’impedisce di portare a termine questo mio viaggio esiste ed è un qualcosa che si è insediato nella mia mente, una mente che ora rifiuta la sofferenza. Inutile accampare scuse: vero che mi ha fermato l’insolazione fuori regola, ma altrettanto vero che, così come mi ero prefissato di fare, avrei potuto gestire le cose in modo da portare comunque a termine il giro, tutto sommato sarebbe bastato fare qualche sosta in più, e invece… invece mi sono lasciato dominare dalla mente.

Sabato 29 giugno è il giorno della partenza, dopo una settimana e mezza caratterizzata da un leggero mal di testa al quale si sono poi associati ben più preoccupanti giramenti di testa nel rialzarmi da posizione seduta (“va bene da sdraiato, sono anni che mi succede, ma addirittura da seduto???”), mi sento molto bene e la cosa mi ridona fiducia e speranza: “dai, dai, questa è la volta buona!” Verso le undici, “mannaggia”, mi prende un attacco di diarrea forse provocato dalle tante albicocche disidratate mangiate nella mattinata: volevo portarmele dietro ma nel fare lo zaino ho cambiato idea e allora… una tira l’altra, mangiate quasi tutte! Cambio la composizione del pasto e al posto della pasta mi faccio un bel piatto di riso che, per altro, secondo un articolo recentemente letto è anche meglio come alimentazione preimpegno sportivo. La situazione migliora sensibilmente ma, per sicurezza, mi prendo anche dei fermenti lattici, dopo di che mi rilasso in attesa dell’orario di partenza.

Ore tredici, carico il materiale sull’auto di mia moglie che si è presa l’onere di accompagnarmi a Brescia e venirmi a riprendere al mio rientro. Tredici e trenta, durante il trasferimento in auto ci riconcordiamo sul sistema di comunicazione e sulla frequenza d’invio dei messaggi. Tredici e cinquanta, Brescia, classica foto sotto il cartellone che indica l’inizio del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, ultimo saluto e alle quattordici esatte mi metto in cammino. La scelta dell’orario potrebbe apparire azzardata ma è stata oculatamente studiata e, tra le varie provate nei quattro anni di tentativi, si dimostrerà la migliore per me, per il mio corpo:

  • organismo ormai ben sveglio e pronto allo sforzo;
  • possibilità di un’alimentazione completa ad orario quasi normale;
  • adeguata distanza dal pranzo;
  • arrivo del buio, dove, per vecchi e irrisolti problemi all’orecchio interno, il mio equilibrio risulta carente con un dispendio energetico sensibilmente superiore al normale, con l’organismo ormai adattato al cammino, di conseguenza migliore equilibrio e un notevole risparmio di energie.
Prima della partenza (TU3V 2019)

Il caldo si fa subito sentire, l’allenamento contiene la sudorazione ma, correttamente, non la inibisce. Il busto e le gambe sono, come mia abitudine, nudi e pertanto il sudore immediatamente evapora. Altrettanto, però, non posso dire della parte mediana del corpo che, data la zona e l’orario, devo purtroppo mantenere rigorosamente coperta: sento l’attaccaticcia pellicola di sudore che, dopo aver rivestito la pelle della zona, viene assorbita dai pantaloncini per evaporare in una reiterata sequenza di prendi e lascia che, alla fine, produce comunque un bilancio a favore del trattieni. Possono dire quello che vogliono le aziende dell’abbigliamento sportivo (i cui test non prendono mai in considerazione la nudità totale) e i loro (quanto per cognizione di causa?) fan(atici seguaci), ma la mia esperienza diretta e completa (sia vestito che nudo) dimostra la netta superiorità del nudo rispetto al vestito: specie in assenza di ventilazione e/o con un alto tasso di umidità, in un tempo più o meno variabile anche il miglior abbigliamento sportivo finisce con il restare bagnato. Aggiungiamoci lo sfregamento con il tessuto e della ridotta respirazione della pelle, certo fastidio poco avvertibile per coloro che ancora non hanno conosciuto la totale liberazione dal cilicio delle vesti, ma che diviene invece alquanto intenso per chi, come nel mio caso, si è abituato a vivere nudo e ha recuperato la sua infantile sensibilità epidermica.

Il cielo terso non offre scudo dall’irraggiamento solare che si presenta con altissimi valori di ultravioletti e infrarossi, fortunatamente grossi cespugli e alcune frondose piante sporgono dai muri di pietra che costeggiano sui due lati la stradina che sto percorrendo, procedendo a zig zag posso così sfruttare tali zone d’ombra e contenere l’insolazione. Mantenendomi costantemente idratato, con autocontrollo trattengo le gambe abituate ad un ritmo ben più alto e procedo ad una velocità calibrata, finisce anche l’asfalto e m’infilo nel bosco che risale il Dosso Torre: la zona è aperta verso la Pianura Padana e un filo d’aria s’incunea tra la vegetazione portandomi ulteriore sollievo. Sebbene con un sensibile sforzo di concentrazione, mantengo costante la velocità di progressione e salgo verso la vetta restando ben lontano dalla sofferenza respiratoria.

Eccomi ai ruderi dell’ex rifugio Maddalena, il sentiero lascia posto ad una comoda e pressoché pianeggiante stradina sterrata, ottimo recupero prima della lunga discesa che mi condurrà a Nave passando per il colle di San Vito. Saluto le varie persone qui salite a cercare refrigerio dalla calura della città, con una famiglia mi soffermo a parlare di quello che sto facendo ma subito riprendo il cammino, anzi, praticamente non mi sono nemmeno fermato ho solo rallentato il mio passo: nelle ore a seguire potrò parlare solo con me stesso, meglio non tralasciare la piacevole opportunità di scambiare due parole con qualcuno. Supero tutte le stazioni di ripetizione dei vari segnali radio e televisivi, già è scomparsa dietro di me la vera vetta del Monte Maddalena, sono sfilate via anche le cime del Monte Denno e del Monte Salena, con quest’ultima è pure terminata la stradina, ora procedo nuovamente su sentiero, una ripida e a tratti scabrosa discesa, mi lascio trascinare in una leggera corsa al fine di ottimizzare il lavoro muscolare dei quadricipiti e di contenere la sollecitazione sulle ginocchia.

Vista su Rezzato dal crinale di Monte Denno

Abitato di Nave, approfitto di un basso muretto all’ombra per una prima fermata, in tutto una decina di minuti durante i quali assumo una barretta energetica e bevo una bella sorsata d’acqua: fino a Lodrino non ho preoccupazioni in merito alla scorta del prezioso liquido, tre fontanelle (invero sarebbero anche di più ma le altre non è sicuro siano potabili), una sorgente (la cui erogazione avviene però attraverso un vecchio tubo poco convincente, comunque vicinissima all’ultima fontanella) e un bar sono presenti sul percorso. Mi affiderò alle tre fontanelle che sono collocata a distanza ottimale, solo l’ultima è più lontana ma quel tratto lo farò di notte per cui potrò bere di meno: non sarebbe corretto ma devo fare di necessità virtù, mica potevo mettermi nello zaino dieci litri d’acqua, alias dieci chili, ho con me due borracce di acqua pura da reintegrare dove possibile e tre borracce di acqua con integratore energetico e salino (la dose massima giornaliera di tale assunzione) che mi assisteranno fino al Maniva dove potrò rigenerarle fruendo del bar e delle bustine di integratore che ho nello zaino.

Riprendo il cammino e, con attenzione al ritmo, senza problemi risalgo i pericolosi strappi (quelli che mi hanno provocato i crampi nel secondo tentativo) della strada che porta alla chiesetta di Sant’Antonio. Come mi aspettavo qui la fontanella non eroga acqua, per cui senza sosta proseguo per raggiungere la Cà della Rovere dove la fontana è sempre preziosamente attiva. Non sono propriamente disidratato ma di certo carente, per giunta bere acqua calda non è di certo il massimo della piacevolezza, quindi ingurgito un’intera borraccia d’acqua fresca, mi rilasso un attimo e poi a sorsi più controllati completo la reidratazione, infine ripristino per intero la scorta d’acqua nelle due borracce ormai vuote.

Sono tornato su sentiero, un sentiero che inizia con un bel tratto ripido e, soprattutto, composto da alti balzi rocciosi che mettono a dura prova la potenza e la resistenza dei quadricipiti, ho sempre sofferto questo punto per cui lo affronto con particolare concentrazione superandolo senza danni apparenti: “oggi sono proprio in forma, gli allenamenti fatti in questo ultimo anno sono stati estremamente efficienti, quantomeno sulla media distanza, vedremo più avanti come va sulla lunga e lunghissima dove sono stato piuttosto carente e i pochi fatti sono andati quasi tutti male”. Scaccio dalla mente quest’ultimo pensiero e mi concentro sul cammino, purtroppo (si fa per dire) avendolo già trovato non ho da pensare a come creare nuovo lavoro e la mente non ha scappatoie, può solo concentrarsi sul corpo e sullo sforzo, ma per ora tutto bene, purtroppo in seguito, come già anticipato le cose cambieranno. In tutta tranquillità sfila il lungo diagonale del traliccio, svaniscono anche i tredici tornanti dei Segàgn ed eccomi al Pater. Un gruppo di persone sta ancora pranzando sul tavolo in cemento antistante la casetta di servizio del roccolo, un forte e gustoso profumo di grigliata ancora pervade l’area circostante e arriva fino alle mie narici, scambiamo due parole e poi riprendo il cammino per superare l’ultimo faticoso tratto che conduce al santuario di Conche dove approfitto di uno dei tavoli posti nel prato per riposare un poco. Il bar è aperto ma ho ancora sufficiente acqua per arrivare sino alla prossima fontanella per cui, anche per non perdere troppo tempo, lascio perdere.

Santuario di Conche

Il lungo diagonale verso l’eremo di San Giorgio è in apparenza un buon tratto di recupero, in apparenza ho detto, l’alternanza di tratti di discesa e di altri in salita e la presenza di roccette e altre conformazioni di terreno che rendono complesso il cammino possono imbrogliare le gambe e sfiaccare il fisico, per cui… “attenzione!” Con misurata calma risalgo anche il breve ma particolarmente ripido tratto che adduce alla vetta della rupe su cui sorge l’eremo, breve sosta sulla comoda panchina e poi di nuovo in marcia. Ripida e infida discesa, a seguire una dura salita lungo uno strettissimo e scavato sentierino ingombro di sassi instabili, poi un breve traverso per riposare le gambe e prepararle alla successiva lunga e ripida discesa sul Passo del Cavallo. A sinistra lo sguardo fatica per evitare d’incrociarsi con la brutta visione delle tante case fra loro strettamente ammassate che compongono l’operosa cittadina di Lumezzane, mi soffermo così più a lungo sul lato alla mia destra dove verdi prati e varie costiere montane si allungano verso l’orizzonte; al centro, quasi a picco sotto di me, la chiesetta del Cristo dei Monti che segna il predetto valico e la strada che, con vari intrepidi viadotti, da quest’ultimo scende verso Agnosine mettendo in comunicazione la Val Trompia con la Val Sabbia, due delle tre valli idealmente unite dal sentiero 3V “Silvano Cinelli” (3V vuol per l’appunto dire tre valli). Ore venti e ventiquattro, giungo alla base della chiesetta dove un largo e piano piazzale mi offre luogo ideale per un poco di riposo, la limitrofa fontanina mi permette di reidratarmi e di riempire le due borracce d’acqua in vista del lungo e complesso tratto che mi separa da Lodrino.

Passo del Cavallo (TU3V 2017)

Ripido asfalto, più comodo sterrato e infine di nuovo ripido asfalto mi portano al Roccolo Cipriano dove una bellissima villa fa bella mostra di se stessa e ogni volta mi cattura in attimi di entusiastica ammirazione, sul muretto vicino al cancello d’ingresso mi concedo un’altra breve fermata.

Come programmato rinuncio alla mia poco rilevante variante del Dosso Giallo (ripido prato privo di sentiero e la vetta chiusa dal recinto di una casetta, anzi, villa di servizio ad un capanno da caccia), non rinuncio, invece, a quella della Punta Camoghera, anch’essa particolarmente ripida ma servita da un sentiero che, per quanto evanescente, rappresenta pur sempre una logica traiettoria, anche perché, a differenza del percorso originale, si conforma all’idea di seguire lo spartiacque. Giungo in vetta sul fare della sera e non posso esimermi da una poco più lunga fermata contemplativa: tralasciando l’abitato di Lumezzane che ancora ingombra parte della visuale, intorno a me sono solo montagne, vicinissimo davanti a me il Monte Prealba, dietro di lui il Monte Palo e la Corna di Caspai, ancora più lontano il Monte Ario, il Monte Pezzeda, la Corna Blacca e il Dosso Alto, monti che dovrò percorrere nella mattinata di domani; a destra in sequenza i crinali dei monti sabbini, con in evidenza il Monte Pizzoccolo e il limitrofo Spino, del Monte Baldo e delle Dolomiti; a sinistra in primo piano il Dossone di Facqua sul quale presto salirò, dietro ad esso l’inconfondibile sagoma del Monte Guglielmo con tutta la costiera che da questo si protende verso il Maniva e che rappresenta il percorso di ritorno a Brescia, poi la Presolana e altri monti della bergamasca a me meno noti, il Monte Rosa la sullo sfondo, più a nord il gruppo del Bernina, la Concarena e l’Adamello.

La temperatura rapidamente si abbassa anche per effetto della brezza, infilo la maglia del secondo strato e, calzata la frontale, riprendo il mio cammino seguendo l’esile cresta erbosa a picco su Lumezzane. Salutato dal cane della casetta qui presente supero il valico de La Brocca e senza esitazione alcuna prendo l’esile sentierino che indirizza verso il Dossone di Facqua. Risalgo velocemente il camino de La Streta, dieci metri di facile arrampicata che ormai conosco alquanto bene, con tre passi discendo la successiva placca rocciosa, due salti e sono alla base anche del più semplice caminetto che segue; salite e discese si susseguono ormai nel buio della notte, guidato dal potente fascio della mia frontale ben presto pervengo alla cima dove mi accomodo sulla panchina per inviare a casa uno dei miei messaggi di progressione, mangiare qualcosa, bere, riposare e gustarmi il panorama notturno: il distendersi delle scure e silenti montagne sui cui versanti qua è la piccole luci danno indicazione della presenza di qualche abitazione, in stridente contrapposizione l’enorme e rumoroso ammasso luminoso di Lumezzane che si unisce a quello di Sarezzo, Cogozzo e Villa Carcina. Ben volentieri mi lascerei cullare dall’ambiente fino a sprofondare nel rigenerante sonno profondo, ma non me lo posso permettere, meglio rimettersi in marcia.

Nei tratti riparati dalla brezza si rifà sentire la base di caldo ancora presente, cerco di ovviare arrotolando le maniche della maglia esterna ma è solo un sollievo limitato e quando arrivo alla strada che dalle Passate Brutte porta verso la Corna di Sonclino decido di toglierla del tutto: potendo camminare più velocemente compenserò il raffreddamento della brezza con il riscaldamento dell’attività fisica. Procedo senza frontale grazie all’illuminazione delle varie casette che contornano la strada; Passata del Cucini, Poffe de Uciù, Prato di Vesso, Casello, Campo del Gallo, Corna di Sonclino, altra breve fermata, altro arricchimento spirituale ascoltando il silenzio dei monti e osservandone le scure sagome contornate da un cielo di poco più chiaro (è notte di luna nuova), una miscela di profumi invade le mie nari e s’insinua nel profondo della mente. Qualcuno esce da una baita sotto di me e si avvia in auto lungo la strada che avevo poco prima percorso disturbando il mio attimo di meditazione: ripartenza!

Scendo la breve discesa che mi porta alla Forcella dei Quattro Comuni, nei pressi di questa non m’avvedo della presenza di ramaglia abbandonata nell’erba alta e mi ci trovo invischiato ricavandone una lieve ma dolorosa escoriazione ad una gamba: “non pensiamoci e via”, non ho alternative. Poco dopo sono alla Tesa Guizzi, piccola abitazione di servizio a un capanno, mentre mi reidrato sento nel bosco sottostante il rumore di qualcosa che rovista nelle foglie, uno strano verso mi fa pensare al grugnito di un cinghiale, ormai sono abituato al loro incontro e lo so gestire nel modo opportuno, comunque sempre meglio allontanarsi velocemente. Detto, fatto, sfilano anche l’altra casetta di servizio e il relativo capanno, Casa Crostelle, e via via i vari dossi che rendono questo tratto un percorso tormentato e tormentante. Passata Vallazzo, ignoro la strada che scende nel Vallazzo (variante bassa del 3V) e proseguo lungo la cresta spartiacque per avvicinare e poi risalire la Punta Ortosei in vetta alla quale mi concedo un altra brevissima fermata. Punta di Reai, la ripida, impegnativa e interminabile discesa a Campo Castello, poi finalmente ecco Lodrino e la sua fontanella: sono le tre precise del 30 giugno, ovvero tredici ore dalla partenza. Come previsto, la prima sosta: cinque minuti per reidratarsi, sostituire la borraccia energetica vuota con una di quelle ancora piene, fare rifornimento di acqua fresca, e altri venticinque di non comodissimo ma comunque importante rilassamento, sdraiato a terra con le gambe rialzate su di un muretto riesco persino ad appisolarmi per qualche minuto, riportato a livello interamente cosciente dal passaggio di un paio di automobili.

Passaggio per Lodrino (TU3V 2016)

Rinfrancato dalla “lunga” sosta supero con relativa velocità la dura salita che, per un ripido canalone dal fondo in parte instabile (ghiaione prima, roccette poi), porta al passo della Cavada. Il cielo inizia a rischiararsi, mi siedo nell’erba e, facendo colazione con una barretta energetica, ammiro l’alba che man mano ridona visibilità ai dettagli del mondo e, purtroppo, vita ai suoi rumori meno naturali: il traffico e le industrie. Immergendo la mente nel mio cammino cerco di eclissarmi da quanto di artificiale arriva fino a me, mantenendo però attiva l’attenzione verso la natura, i suoi colori, i suoi rumori e i suoi odori: ascolto il fruscio delle foglie sotto i miei piedi, osservo le tante tonalità di verde e di marrone del bosco in cui sono entrato, percepisco il fluire dell’aria attraverso le mie vie respiratorie, il reiterato ciclo di dilatazione e compressione dei miei polmoni, assaporo il piacere della fresca brezza del mattino, mi lascio travolgere dal tenue profumo dell’erba mescolato a quello più forte dei fiori. Metro dopo metro, filo d’erba dopo filo d’erba, passo dopo passo, pianta dopo pianta, respiro dopo respiro, fiore dopo fiore, arrivo al Poggio del Termine dove, casualmente, proprio per un pelo riesco a passare davanti a un grosso gregge di pecore che sbuca da una strada laterale e, con estrema lentezza, prende la mia stessa direzione. In pochi minuti svanisce alle mie spalle diventando solo un ricordo che si somma ai tanti che, attraverso gli occhi, le orecchie e il naso, durante questo viaggio già si sono impressi nella mia mente.

Nuova salita, una strada sterrata inizialmente in moderata pendenza poi, improvvisamente, ben più ripida: tre strappi veramente duri che devo affrontare con intelligenza al fine di non intossicare i muscoli delle gambe e finire in debito d’ossigeno. Tutt’attorno a me una miriade di piante sradicate dalla furia del vento, alcune ancora integre, altre tagliate dall’uomo per ridare passaggio alla strada. Finalmente e senza danni arrivo alla sommità di questa ennesima salita, qui di norma dovrei abbandonare la strada per imboccare una esile traccia di sentiero, ma alcuni grossi alberi sradicati chiudono l’accesso. Ricordando quanto mi hanno raccontato Stefania e Alessandro, due amici che hanno fatto il 3V nei primi giorni dell’anno, proseguo per la sterrata che mi porta ad una cascina, costeggio il suo prato fino ad individuare un sentiero che entra nel bosco e per questo dopo pochi metri ritrovo la segnaletica bianco azzurra del 3V: alla fine ne risulta un percorso migliore, non ingombro di spine come l’originale, leggermente più lungo ma meno faticoso. Quasi senza vederlo per la vegetazione che ora lo ricopre, oltrepasso il vecchio pozzo e raggiungo la strada sterrata che, tagliando i verdissimi e bucolici Piani di Vaghezza, mi porta alla vetta della Vaghezza. Avrei voglia di una bella colazione, tè e brioche e magari anche un paio di fette di salame o prosciutto, e dovrei anche fare rifornimento di acqua, ma sono le sei e mezza del mattino e i due bar qui presenti (“argh, il rifugio degli Elfi è stato sostituito da un bar ristornate pizzeria, che peccato, era un punto tappa importante!”) sono chiusi. Mi siedo su uno dei pietroni che chiudono l’accesso al piazzale del bar più basso sperando in un improbabile arrivo dei gestori. Do fondo alla prima borraccia di acqua e la ripongo nello zaino dal quale ne estraggo una piena posizionandola nell’apposita tasca sullo spallaccio, faccio la stessa operazione con la terza e ultima borraccia energetica, assumo un gel e poi di nuovo in cammino.

Le “Scale dell’Ario” sono sempre una bella prova per gambe e fiato, ma nulla a confronto del ripido pratone che conduce dal Pian del Bene alla vetta del Monte Campello. Nel contempo il sole ha iniziato a riscaldare l’aria che si è fatta pesante, respiro male e devo rallentare più di quanto avevo programmato: un trailer in allenamento mi passa via velocemente e, con un poco di risentimento, lo vedo svanire dietro la cresta del monte. Il “piano” crinale sommitale mi ridà fiato e il passo torna a farsi leggero e spedito, supero abbastanza agevolmente le ultime tre salite e raggiungo la vetta del Monte Ario dove non trovo il solito nugolo di mosce e tafani: “persino loro non sopportano l’eccezionale calore e la forte insolazione di questi giorni?” Mi siedo a terra per riposare un poco, una decina di minuti che occupo ad osservare questi monti che, pur conoscendo benissimo, ogni volta mi danno sensazioni piacevoli e corroboranti, oggi però c’è ben poco da corroborare, anche da fermo sento il disdicevole effetto del sole e della calura, allungo la sosta per mettermi la crema solare, bere l’ultima acqua rimasta nella seconda borraccia e dare avvio alla terza: posso evitare di centellinare l’acqua, ormai ho deciso che, passato il Dosso Falcone, invece di fare le successive quattro assolate vette (Monte Pezzeda, Monte Pezzolina, Corna Blacca e Dosso Alto) e rischiare un colpo di calore, prenderò l’ombrosa e ben meno faticosa variante bassa. Sotto la pressione degli ultravioletti e l’irraggiamento degli infrarossi mi risulta pesantissima la breve ma ripida risalita del pendio che porta in vetta al Dosso Falcone, poi finalmente i prati di Vaghezza e con loro la discesa verso il rifugio Blachì 2. Lo trovo eccezionalmente aperto, conosco i gestori, mi faccio vedere e immediatamente m’invitano a entrare: in pochi secondi svaniscono in gola tre caraffe di acqua, riempio le due borracce vuote e mi riposo una mezz’ora all’ombra del locale.

Sulla cresta sommitale tra Monte Campello e Monte Ario (TU3V 2016)

Devo rimettermi in cammino, saluto i gestori del rifugio e via: “ gambe in spalla e filiamo verso il Giogo del Maniva”. Sebbene qualche salita si faccia ancora sentire, la lunga “Strada dei Soldati” mi porta velocemente prima al Passo di Prael (dove per un attimo mi viene l’istinto di imboccare la via per la vetta della Corna Blacca che appare parzialmente in ombra, ma poi, spero saggiamente, lascio perdere), indi a quello di Paio e infine, con ultimo ripidissimo strappo, al Passo delle Portole. La voglia d’arrivare alla più corposa sosta di metà giro mi spinge ad evitare fermate, in pochi minuti solo al Passo del Dosso Alto dove imbocco la strada asfaltata che, senza ulteriori fatiche se non quella dovuta alla forte calura per nulla attenuata dalla poca acqua rimasta ormai bollente, mi porta al Maniva dove arrivo alle dodici e cinque minuti, ventidue ore dalla partenza. Immediatamente m’infilo nel ristorante Dosso Alto, come al solito è molto pieno, riesco a trovare un posto su un tavolo già occupato da due persone e ordino una bella e gustosa pasta al Bagòss che mangio con soddisfazione. Faccio il necessario rifornimento d’acqua aggiungendo alle due borracce una bottiglietta da mezzo litro, ricostruisco con le apposite bustine le tre borracce di bevanda energetica e poi cerco di distendere le gambe e rilassarmi, ma l’angusto spazio in cui sono seduto e il chiassoso chiacchiericcio che impera nel locale mi convincono a cambiare aria: pago ed esco alla ricerca di un posto ombroso dove potermi sedere e completare il riposo. Impresa ardua, di posti all’ombra invero ce ne sono diversi ma tutti invasi dalle auto parcheggiate e comunque assai scomodi, alla fine, davanti ad una delle gallerie di guerra in ristrutturazione, una pianta e un monticello di terra riportata mi offrono un tenero e ombroso giaciglio che, sebbene seduto e non disteso, mi permette addirittura di appisolarmi.

Il Giogo del Maniva

Verso le quattordici il cielo si ricopre di nuvole e si alza un vento teso, l’ambiente diviene quasi confortevole e così decido di interrompere anzitempo la sosta (che negli ultimi chilometri avevo deciso sarebbe stata di tre ore, invece alla fine sarà di due) per rimettermi in cammino: più avanti riesco ad arrivare prima della notte, meglio è.

Nel conforto del vento, nonostante il terreno totalmente aperto, velocemente arrivo al Passo del Dasdana (un’ora contro i cinquanta minuti del mio tempo minimo e l’ora e cinquanta della tabella ufficiale), lascio comunque perdere il percorso delle creste e procedo per la variante bassa, l’idea è quella di riprendere il percorso alto al Crestoso. Procedo veloce anche se a mia sensazione non abbastanza, il cielo si è scrollato di dosso le nuvole che avevano per un’ora e poco più attenuato l’insolazione, il vento per fortuna rimane ma non è costante e il caldo riprende il suo nefasto effetto: il fiato non riesce più a collaborare con le gambe, anche la più breve e leggera salita mi costa fatica e sofferenza. Arrivo al Passo delle Sette Crocette, mi siedo a riposare un poco e riparto prendendo, invece della prevista salita al Monte Crestoso (variante alta), il sentiero che lo aggira alla base (variante bassa): ormai la mia mente sta rifuggendo da ogni possibile sofferenza e con forza mi guida sulla via meno faticosa. Superato il Passo del Crestoso con mia grande sorpresa riesco a discendere a saltoni e quasi di corsa lo sconquassato sentiero che porta a Malga Rosellino: “cavolo nonostante tutto le forze non mancano e le ginocchia stanno resistendo alla grande, dai che, sebbene con le varie rinunce alle varianti alte, stavolta a Brescia ci arrivo!”.

Rinvigorito dalla scoperta procedo lestamente e senza sosta, ma la conca in cui mi trovo è coperta dal vento e torna a farsi sentire l’effetto dell’eccezionale calura, l’acqua da centellinare non riesce a mantenermi idratato a sufficienza e il sole picchia con insistenza sul mio corpo. A Malga Rossello (ore diciassette e quarantadue) posso rifornirmi d’acqua, un’acqua amara che mi fa sospettare una non piena potabilità, per un attimo penso d’entrare nell’accosto rifugio poi, stupidamente, rinuncio e riprendo il cammino. Lunga, interminabile, assolata, snervante la strada sterrata che porta alla Stanga del Bassinale, piccolo valico che immette sui pascoli e le piste da sci del Plan di Montecampione. Qui, finalmente, un poco d’ombra, tolgo lo zaino e m’accascio a terra deciso a restarci almeno una mezz’ora, magari anche un’ora in attesa della sera, ma il duro giaciglio mal s’addice ad un confortevole riposo e dopo soli dieci minuti mi rialzo e riprendo il mio viaggio ormai per nulla divertente e solo di sofferenza.

Sotto il sole cocente scendo la pista, sempre più intensamente la mia mente suggerisce la rinuncia, arrivato alle Baite raggiungo il parcheggio per chiedere a delle persone se scendono verso Brescia, ma la risposta è negativa per cui riprendo la mia via e, meditando sulle alternative, raggiungo il vicino Goletto di Baccinale. Sono le diciotto e cinquantotto, in pratica sono passate ventinove ore dalla partenza, ho camminato ottanta chilometri e superato seimila ottocentoventi metri di dislivello positivo più cinquemila duecentosessantacinque negativo. Pur conoscendola bene e sapendola assolutamente priva di alberi e cespugli, osservo la lunga cresta che da qui conduce alla Colma di Marucolo nella vana speranza di vedere dell’ombra, niente da fare. All’incirca un’altra ora e mezza di assolato su e giù prima di poter scendere al Colle di San Zeno, altre due ore di caldo prima di poter godere della frescura serale, ci sarebbe invero la possibilità di infilarsi nel rifugio Dosso Rotondo, ma, nello stato in cui mi trovo, mi ci vorrebbe comunque quasi un’ora per arrivarci, potrei sdraiarmi qui sull’erba e attendere la sera, ma sarei comunque al sole e poi… “domani, come la metto domani, altre sei ore sotto questo sole cocente, per giunta ad una quota minore e quindi con un caldo ancor più asfissiante, no, no, no”. La mia mente non lo vuole, la mia mente mi suggerisce, anzi m’impone di prendere la via della valle e così, mentre una profonda delusione inizia a farsi largo nel mio animo, contatto mia moglie e concordo il mio recupero al parcheggio di Bovegno. Vi arrivo distrutto dopo altre due ore di impegno in una interminabile (nove chilometri, mille duecentoventicinque metri di dislivello) discesa inizialmente cosparsa di salite anche lunghe (nonostante si sommino a soli centoquarantacinque metri di dislivello), poi, finalmente, vera discesa ma che finisce su due chilometri di durissimo e ripidissimo cemento a cui segue un chilometro di strada asfaltata in salita.

Le assolate creste di Monte Campione

Seduto sul marciapiede non ho più nemmeno la forza di pensare, solo la delusione ormai pervade il mio animo, sembrava proprio che stavolta potessi farcela, fino alla Vaghezza mi stavo divertendo, le ginocchia andavano alla grande, le gambe giravano come un ingranaggio ben oliato, il fiato le supportava per bene e invece… invece eccomi qui, seduto in terra in attesa che mi vengano a recuperare. Va beh, non cerchiamo scuse, fossi stato più tenace nella mia motivazione, fossi stato più robusto nella mia sopportazione, avrei di sicuro potuto terminare il viaggio, lo desideravo tanto, lo volevo disperatamente: “basta questa storia finisce qui, vuol dire che il mio viaggio di TappaUnica3V resterà incompiuto, resterà solo un bel progetto!”

P.S. 1

All’arrivo di mia moglie una delle prime cose che mi dice è “dai, ci riproverai”. Iniezione di fiducia e così ho immediatamente cambiato idea e.. ci riproverò, periodo diverso ma ci riproverò, non può finire così, sono stra sicuro di potercela fare! Grazie Maria.

P.S. 2

Dopo solo quindici giorni, seppure con diversi tentennamenti nella seconda parte (chiara dimostrazioni della natura dei miei problemi: ormai stanca di soffrire e desiderosa di divertirsi la mia mente ad un certo punto inizia a suggerirmi con efferata insistenza tutte le possibili vie di fuga e resistergli mi richiede uno sforzo notevole), riesco a chiudere l’anello alto del 3V: Bovegno – Pezzeda – Corna Blacca – Dosso Alto – Maniva – Dasdana – Colombine – Crestoso – Corni del Diavolo – Monte Muffetto – Monte Campione – Poracle – Bovegno. Sono quarasette chilometri di percorso con quattromila metri di dislivello (i tre strumenti che utilizzo danno invero risultati anche alquanto diversi: GPSies, che in questo tipo di calcolo risulta in sensibile difetto, mi indica tremila duecento sessantuno metri, QmapShack, ne computa quattromila settantacinque e il GPS del telefono rileva quattromila duecento sessantotto metri… devo decidermi a fare un test specifico per capire quale dei tre sia più affidabile) che ho percorso in un totale di quindici ore e quarantacinque minuti, quarantacinque minuti di sosta al Maniva, il resto di cammino con brevissime (dieci minuti) fermate sulla vetta della Corna Blacca e su quella del Monte Crestoso e, specie nel tratto Maniva – Monte Campione, varie altre ancor più brevi (da dieci secondi a tre minuti al massimo). Beh, che dire, speravo di poter stare nelle quattordici ore totali, ma ho potuto comunque verificare che la preparazione fisica è perfetta, è carente quella mentale alle lunghe distanze e, soprattutto, è evidente che il mio fisico lavora meglio, molto meglio, alle basse temperature, oltre i ventidue inizia a segnare il passo e quando si superano i trenta va totalmente nel pallone.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 25 luglio 2019, in Eventi sportivi con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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