Camminare in montagna – Orientamento e topografia


Prosegue da… Allenamento avanzato


Olà, riprendiamo questa serie di articoli che da troppo è rimasta ferma.

A questo punto del discorso sostanzialmente rimangono solo aspetti collaterali, questioni non propriamente inerenti il camminare in se stesso, ma comunque importanti ai fini di una sicura frequentazione dell’ambiente montano.

Il primo di questi aspetti è quello dell’orientamento e delle topografia.

L’ometto, il simbolo per eccellenza dell’orientamento in montagna

Qualcuno potrà chiedere a che può servire oggi questo discorso se con un telefono, un’app di navigazione e un file gpx possiamo avere un sistema elettronico che ci guida lungo il percorso scelto? Beh, se proprio non ci si arriva da soli:

  1. non tutti i luoghi di montagna sono coperti dal segnale telefonico e, salvo avere un telefono satellitare (che ad oggi pochi hanno),l’app non è in grado di visualizzare la carta topografica (solo alcune app permettono lo scaricamento delle carte) rendendo di fatto poco comprensibile quanto ci viene visualizzato (il bollino della nostra posizione e l’eventuale traccia da seguire) o, in assenza del detto file gpx (quindi della traccia da seguire), addirittura inutile;
  2. ci sono situazioni, ad esempio quando ci si trova in un bosco, in cui il telefono non può comunicare con i satelliti GPS e, quindi, l’app di navigazione non può rilevare la posizione quindi il nostro bel sistema di navigazione diviene di fatto del tutto inutile;
  3. non è che sia poi molto comodo camminare ore e ore con il telefono in mano e gli occhi focalizzati sul suo piccolo schermo;
  4. la volete mettere la soddisfazione di trovare in autonomia il percorso, di sentire girare i meccanismi del cervello, di scoprire che l’orientamento è esercizio assai utile e divertente?
  5. Ecco, appurato che saper leggere una carta e sapersi orientare resta pur sempre un’importatissimo, per non dire fondamentale, requisito per ogni escursionista, andiamo allora a parlarne, anzi scriverne.

Premessa

Dobbiamo distinguere due modalità di orientamento: naturale e strumentale.

L’orientamento naturale è la capacità di mantenere costantemente viva in noi la sensazione di posizione e di direzione. Se è ben vero che alcuni ne sono particolarmente dotati di natura, è altrettanto vero che tutti hanno una più o meno evidente sensibilità innata e che questa può essere potenziata mediante esercizi e sperimentazioni.

L’orientamento strumentale e l’insieme di strumenti e tecniche che ci permette di determinare posizione e direzione anche in assenza di orientamento naturale. Questa modalità di orientamento va imparata attraverso lo studio e l’esercizio: può darsi che non serva mai, ma qualora dovesse servire sarà importante saperla fare velocemente e senza errori.

Orientamento naturale (orientamento)

Più naturale di così, eh eh eh

“Perso” è termine che andrebbe utilizzato solo per indicare il trovarsi nella condizione di totale impossibilità a comprendere la propria posizione rispetto a quella che avrebbe dovuto essere e, pertanto, di recuperare la giusta direzione del camino. Appare evidente che, sebbene vi si faccia spesso ricorso, invero ben raramente ci si è veramente persi, il più delle volte ci si sta semplicemente abbandonando allo sconforto o si sta rinunciando ad utilizzare le proprie pur sempre innate capacità di orientamento, quantomeno la semplice capacità d’osservazione e di relativa logica deduttiva.

Ovviamente ci sono condizioni dove mantenere l’orientamento è più semplice (campo aperto con unico evidente sentiero) e altre dove è particolarmente complesso (fitto bosco privo di tracce di passaggio), in mezzo un popolatissimo insieme di situazioni e variabili.

Altrettanto ovvio è che possiamo parlare di piena capacità d’orientamento solo quando siamo in grado di dominare tutte queste condizioni e queste variabili, ma non spaventatevi: non è poi così difficile arrivarci, basta solo procedere con adeguata prudenza (selezione di percorsi opportuni) e buon impegno.

Quali accorgimenti dobbiamo usare per mantenere l’orientamento?

La premessa importante e fondamentale è che dobbiamo sempre essere in grado di ripercorre con la massima fedeltà la strada percorsa. Da qui ne escono i suggerimenti che vado a illustrare, i quali, ovviamente, fanno riferimento ad uscite su percorsi a noi sconosciuti, attenzione comunque anche su quelli conosciuti, se ci capita poi di doverli fare con la nebbia o il buio potremmo comunque avere serie difficoltà di orientamento.

Primo: essere presenti.

Quando camminiamo è sicuramente bello immergersi in chiacchiere con i compagni o, se siamo soli, nei propri pensieri, ma questa è anche la prima causa di disorientamento: non stando attenti a dove andiamo possiamo sbagliare percorso e, ancor più importante, non percepiamo tutti quei dettagli che ci consentono di mantenere costante la percezione di posizione e di direzione. Chiacchierare e pensare va bene ma non dimentichiamoci di osservare costantemente il percorso e l’ambiente che ci circonda.

Secondo: osservazione mirata

Se ci limitiamo ad osservare è molto probabile che le immagini scorrino senza fissare nella nostra memoria i dettagli importanti, quelli che poi potremo usare per orientarci. Allora? Allora l’osservazione, oltre che generalizzata (per godere del panorama), dev’essere anche mirata ovvero indirizzata verso quegli elementi che siano facilmente significativi, elementi che devono essere in parte vicini (per ritrovare quasi passo passo l’esatto percorso fatto) e in parte lontani (per potersi indirizzare nella giusta direzione di massima).

Terzo: fissare elementi stabili

Malga-bivacco nella Conca del Listino: buon riferimento di marcia

Gli elementi che dobbiamo osservare devono avere una specifica caratteristica: non cambiare con il passare delle ore, quantomeno nell’ambito della durata della nostra escursione. Ad esempio sono elementi utilissimi i tralicci delle linee elettriche (ben visibili anche da lontano), gli sfiatatoi dei gasdotti (essendo solitamente molto vicini tra di loro, nella nebbia ci possono guidare quasi passo passo), piante e massi dalla forma particolare, grosse radici poste di traverso al sentiero, isole prative che interrompono il bosco, la forma degli eventuali guadi, nelle uscite brevi anche una particolare macchia di fiori può tornare utile, particolari guglie sulle creste che ci sovrastano, la silhouette delle creste sotto le quali stiamo passando, la conformazione delle cime (dossi prativi piuttosto che picchi rocciosi), lo stato vegetativo (pascoli, torbiere, boscaglie, cespuglieti, eccetera).

Quarto: guardare all’indietro

Può sembrare stupido ma, anche se non abbiamo intenzione di ritornare per lo stesso percorso, man mano che procediamo dobbiamo ogni tanto voltarci indietro e osservare il tracciato. Questo va assolutamente fatto ai bivi: passandoli in modo disinteressato quando ci arriveremo dalla direzione opposta potremmo non essere in grado di rammentare quale direzione prendere o addirittura prendere quella sbagliata (“siamo arrivati da destra quindi andiamo a destra” … bingo!). Ogni volta che incontrate un bivio andate avanti una decina di metri, fermatevi, giratevi e osservatelo per bene, tanto per cominciare capirete che se siete arrivati da destra al ritorno dovete andare a sinistra, poi avrete modo di memorizzare la forma del bivio (dovrete pur capire che siete a quel bivio e non ad altro bivio) e fissare in mente almeno un segnale che indichi la giusta direzione (tornerà utile qualora non siate poi in grado di identificare con certezza il punto). Memorizzate sempre e solo quanto riguarda la direzione giusta, alternare le direzioni o focalizzarle ambedue vi creerà solo confusione: troppe informazioni uguale zero informazioni.

Superare il disorientamento

Come mi devo comportare se ad un certo punto ho delle grosse difficoltà d’orientamento? Come mi devo comportare se non mi ci ritrovo? Bene, la cosa fondamentale e quella di non perdere la calma: solo se vi mantenete lucidi e freddi potete risolvere la situazione, perché vi garantisco che è sempre possibile risolverla. Non posso qui esemplificare tutte le possibili situazioni e relativi correttivi, faccio solo qualche esempio.

Definizione dell’obiettivo

Questione assai importante che ci permetterà di risolvere brillantemente anche situazioni particolarmente complesse: devo raggiungere (o tornare a) un punto preciso (rifugio in quota, malga, bivacco) o, premesso che è pur sempre una validissima soluzione, mi può bastare raggiungere una strada o un paese?

Osservazione critica.

Terre Fredde: terreno aperto che in caso di nebbia può diventare alquanto insidioso

Fatevi delle domande e osservate l’ambiente che vi circonda…

Arrivavo da valle o da monte? Definito questo al peggio basterà camminare nella direzione rilevata: verso valle o verso monte.

Ero alto o basso rispetto al fondo valle? Come sopra, mi basterà mantenere la stessa altezza rispetto al fondo valle.

Sono sempre stato nella stessa valle? Se si è evidente che non devo puntare alle creste e scavallare nelle valli laterali, se no comprendo che devo confrontare fra loro il ritorno sulla strada fatta (che essendo tortuoso e magari lungo potrebbe non essere facile) e il seguire la valle in cui mi trovo (che, magari, vedo portare a delle malghe, a una strada o a un paese).

Nell’ultimo tratto ho attraversato dei torrenti? Se si e sono in grado di individuarli punto verso di loro, se si e non ne vedo potrei essere completamente fuori zona, stessa cosa se non ne avevo passati e ora li vedo.

Nel dubbio puntare in alto.

Se proprio proprio non riesco a capire dove andare: scendere è facile, risalire è faticoso, quindi è sempre meglio tenersi alti. Dall’alto è più facile scorgere i dettagli che possono riorientarci, ovviamente attenzione a quanta strada percorriamo: cento metri, duecento, massimo cinquecento e se ancora non abbiamo capito è bene fermarsi e osservare l’ambiente.

Se siamo in un bosco e sopra di noi vediamo un crinale aperto (o una vasta zona di luce che possa far pensare ad un prato o a un crinale) potrebbe essere un buon punto di osservazione quindi cerchiamo di raggiungerlo, ovviamente facendo molta attenzione alla strada che facciamo: dobbiamo essere in grado di ripercorrerla fedelmente in senso opposto e in un bosco privo di tracce la cosa potrebbe risultare ardua.

Come allenarsi all’orientamento naturale

Può sembrare strano questo discorso, nessuno lo fa, tutti danno per scontato che l’orientamento o uno ce l’ha o non ce l’ha. Sbagliato, l’orientamento, come ho già detto, è per tutti innato, alcuni ne hanno perso la percezione e si è indebolito, ma mai sarà scomparso, dobbiamo solo recuperarlo. Come fare?

Come prima cosa esercitiamoci in casa ad osservare le cose e recuperare le informazioni utili: stabiliamo un percorso tra le stanze, eseguiamolo a passo lento osservando gli oggetti che man mano incontriamo. Fatto un solo giro fermiamoci, prendiamo carta e penna (che avremo preventivamente predisposto), pensando al giro fatto scriviamo con singole parole (brainstorming) tutto quello che ci viene in mente: non scriviamo “scrivania alta di colore nero composta da quattro pianali e tre armadietti, ma bensì ”scrivania” “nero” “pianali” “quattro” “armadietti” “tre” oppure “scrivania → nera → pianali-→ quattro / armadietti → tre.

Il secondo passo è quello di ripetere l’esercizio di cui sopra in ambienti diversificati e man mano più complessi: il giardino di casa; un parco pubblico; una strada; il quartiere; un percorso urbano; un percorso in campagna; una lunga spiaggia; un viaggio in automobile.

Stimolando il nostro spirito di osservazione e imparando, tramite il braistorming, a recuperare le informazioni dalla mente (per la precisione, a lasciarle riemergere spontaneamente), ci accorgeremo che il senso di orientamento tornerà man mano ad esserci più percettibile.

Quando ci sentiamo pronti possiamo passare alla pratica in montagna (magari facendoci assistere da qualcuno che conosca la zona e possa riportarci sulla strada corretta).

Inizialmente scegliamo un percorso su terreno aperto (per avere sempre visione del punto di partenza e del percorso fatto). Poi su terreno aperto ma uscendo dal sentiero per addentraci nei pascoli o nella tundra alpina; gironzoliamo liberamente, alcune volte cerchiamo di ritornare esattamente sui nostri passi (per esercitarci a ritrovare i segni distintivi del percorso memorizzati nell’andata), altre volte rientriamo al punto di partenza per percorso alternativo (per abituarci a ritrovare le indicazioni della direzione di massima. Infine all’interno di un bosco progressivamente più fitto e intricato.

Orientamento strumentale (e topografia)

Traccia GPX del sentiero 3V “Silvano Cinelli”

Come ho già detto oltre all’orientamento naturale, o in aggiunto a questo, possiamo ricorrere a quello strumentale, ovvero all’utilizzo di una carta topografica e della bussola o a quello del telefono con app cartografica. In ambedue i casi dobbiamo saper leggere la carta, nel secondo non ci serve saper usare la bussola ma sarà comunque importante saper distinguere le direzioni topografiche (nord, sud, est e ovest). Questa conoscenza torna utile anche per preparare a tavolino l’uscita, cosa assai importante ai fini della sicurezza e del divertimento, quindi sempre da farsi ogni volta che si programma di andar e fare un itinerario sconosciuto o poco conosciuto.

Una carta topografica è un rappresentazione piana e simbolica del terreno, può avere diverse scale di rappresentazione quindi, a parità di dimensione, descrivere un territorio più o meno vasto (meno territorio descrive più dettagli ci possono essere, anche se oggi con le carte digitalizzate abbiamo in teoria a disposizione carte che ricoprono territori vastissimi e, comunque, estremamente dettagliate), su di essa saranno riportate varie informazioni facendo ricorso ad una simbologia praticamente standardizzata.

Non mi è qui possibile andare ad esaminare tutta la specifica simbologia, d’altronde questo non è un corso di topografia e orientamento (per quello ci sono le Guide Alpine e gli Accompagnatori di Media Montagna) ma solo una sintesi per chiarirne l’importanza e dare alcuni importanti suggerimenti di base.

Curve di livello

Purtroppo non tutte le carte digitalizzate le riportano (ad esempio non ci sono sulla miglior carta digitalizzata in assoluto tra le tante che ho provato: OSM ovvero OpenStreetMap), ma è semplice predisporre la propria app (io uso e mi trovo straordinariamente bene con QMapShack che si installa sul computer, mentre come piattaforma on-line suggerisco GPSies; quanto prima possibile farò una recensione di questi strumenti) affinché ne abbia a disposizione due o tre di cui almeno una con le curve di livello. Queste curve, che sono delle sottili linee ondulate che uniscono fra di loro tutti i punti posti alla stessa quota, vi possono dare immediata percezione delle pendenze e permettervi di distinguere tra valli e crinali, tra valichi e cime.

Come?

Dove si vede l’intero percorso di una curva, ovvero la si vede chiudersi su se stessa, ecco che al suo interno è presente la vetta (in genere segnalata con un triangolino nero o con un punto più o meno grosso ed evidente, ma se si tratta di un rilievo poco rilevante potrebbe non esserci nessuna particolare indicazione). Se la zona definita dalla curva chiusa su se stessa è estesa siamo in presenza di ud largo dosso, se la zona è limitata e magari anche indicata con un fitto tratteggio (parete o, comunque, pendii particolarmente ripidi, pressoché verticali) allora è un’aguzza vetta.

Partendo da questo anello interno le curve si spostano man mano verso l’esterno e le parti convesse ( puntano in allontanamento dalla sommità) identificano i crinali, le parti concave (puntano verso la sommità) identificano le valli e le vallette. La distanza tra le curve di livello visualizza la pendenza: curve molto distanti indicano una lieve pendenza, curve vincine identificano una pendenza maggiore.

Tracciato del sentiero del Carso Bresciano

L’accurato studio delle curve di livello e, nelle app di tracciatura dei percorsi, del profilo altimetrico, torna molto utile per capire l’atteggiamento da tenere percorrendo un dato percorso, ad esempio:

  • unica salita uguale possibilità di tirare a tutta;
  • unica salita seguita da un unica discesa, devo tenermi delle riserve per la discesa;
  • dopo la discesa ho una risalita magari anche importante, devo starci attento che riprendere a salire dopo una discesa, magari ripida e lunga, mette le gambe a dura prova;
  • un’alternanza di salite e discese, è da studiare con attenzione perché potrebbe darmi possibilità di recuperi (salite e discese di limitato dislivello e lunghezza), ma potrebbe anche essere molto tosta (salite e discese importanti e su terreno poco agevole).

Molto utile (non sempre, anzi poche volte, ne avremo precisa percezione durante il cammino sul terreno) individuare i tratti pianeggianti, sono loro a permettere il miglior recupero, arrivarci al limite ma non ancora scoppiati può evitare o contenere le fermate di respiro: determinatene, è sufficiente un calcolo approssimativo, la distanza e il dislivello che li separano, saprete quale ritmo tenere (la regola sarebbe quella di tenere un ritmo costante per tutto il percorso, quindi questo va impostato in ragione del tratto più impegnativo).

Tracciati

Quasi tutte le carte topografiche, siano esse stampate che digitalizzate, riportano con linee tratteggiate sentieri e mulattiere (si distinguono per una diversa lunghezza dei tratti: brevi per i sentieri, più lunghi per le mulattiere), molte riportano con linee punteggiate anche le tracce di passaggio. Le carte turistiche riportano, con larghe linee continue solitamente rosse, i percorsi segnalati; lo stesso avviene per alcune carte digitalizzate, dove è in genere possibile attivarne o disattivarne la visualizzazione.

Per esperienza personale vi raccomando di non fare totale affidamento su tali indicazioni, usiamole a tavolino per programmare le uscite e calcolarne lunghezza e dislivello (molto facile, anche se non precisissimo specie per i dislivelli, con le app, più complesso con le carte stampate), usiamole sul terreno per avere un’idea di dove sono e di dove siamo, ma stiamo attenti che talvolta indicano percorsi ormai inesistenti o, almeno in estate, resi impercorribili dalla folta vegetazione; quando i tracciati sono brevi e, magari prossimi ad abitazioni, sappiate che potrebbero essere interni alla proprietà privata e quindi non più percorribili.


Continua in… La sicurezza


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei tre blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport, in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con la natura, seguendo i suoi insegnamenti ho imparato a lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 14 marzo 2020, in Tecnica sportiva con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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