Archivio mensile:aprile 2020

Nudo ovvero crescita sociale


Il nudo come momento è certamente un sentimento individuale; vivere nel nudo è probabilmente un’attitudine personale; l’alterna diffusione del nudo sociale è forse una questione di moda. La rinormalizzazione del nudo, però, va ben oltre tutto questo, la rinormalizzazione del nudo è indubbia testimonianza e veicolo di crescita sociale, culturale e morale.

Un falso problema


Chi non vive la realtà del nudo sociale ha talvolta un dubbio che, appena possibile, si trasforma in una domanda: “e se ho un’erezione spontanea?” Similare questione, scorrendo nelle reti sociali e sui blog, appare essere un argomento alquanto dibattuto anche tra coloro che si dicono nudisti o naturisti.

Se per i primi ci può stare, per i secondi mi sovviene il dubbio che, invero, frequentino ben poco l’ambito realmente nudista o abbiano delle perversioni o stiano solo cercando una scusa per pubblicare fotografie di peni eretti: in vent’anni di nudo sociale portato in vari contesti, da quelli espressamente nudisti a quelli di abbigliamento facoltativo, dai raduni con diverse centinaia di persone a quelli di poche persone, dalle spiagge alle escursioni in montagna, dalle saune alle cene o pranzi, e via dicendo mai, e ribadisco mai, mi è capitato di vedere un’erezione, MAI!

P.S.
Qualcuno a questo punto sarà subito pronto a rilevare la cosa, quindi diciamolo ben chiaro… Le pubbliche erezioni non spontanee sono state escluse dal contesto in quanto appartengono ad ambienti e ambiti che con la filosofia del nudo sociale hanno nulla a che fare, a personaggi che non sono assolutamente iscrivibili nella schiera di coloro che hanno abbandonato le vesti per una sana educazione al nudo: dei vili infiltrati diseducati alla normalità del corpo proprio da una società che rifugge dal nudo.

DeCostituzione


Ricevo e pubblico quest’altro contributo di un lettore.


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Di questi tempi in cui un poco tutti siamo leoni da tastiera e numerosi si scoprono esimi scienziati o luminari di diritto costituzionale, vi sono anche persone, un poco insofferenti alle regole ed agli oggettivi limiti imposti dalla contingenza, le quali, per giustificare taluni loro opinioni ed atteggiamenti, invocano la Costituzione della Repubblica Italiana citando l’articolo 13, il cui primo capoverso così recita:

La libertà personale è inviolabile…. omissis…

Vorrei però ricordare a costoro, e a tutti, che la Costituzione, come tutte le leggi, non può essere stiracchiata come un elastico, né adattata a nostra convenienza né, tanto meno, deve essere citata ed utilizzata a spizzichi e bocconi. Ritengo che la Costituzione deve essere considerata nella sua intierezza; quindi, per quanto attiene il caso in questione, vi invito a leggere anche l’articolo 32:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…omissis….

Ciò mi sembra sufficiente per capire che pur dovendo contemperare le due esigenze: libertà e salute, non mi sembra così scandaloso il fatto che un governo, questa volta responsabile, impedisca inutili spostamenti e pericolosi assembramenti.

Già che ci siamo, magari aggiungendo polemica a polemica, anticipo che condivido l’ipotesi di rinvio sia delle funzioni pasquali e sia di eventuali tornate elettorali che dovremmo incontrare nel prosieguo del percorso di uscita dal nostro italico spicchio di pandemia.

Personalmente non mi sento assolutamente defraudato di nulla, al massimo mi può crescere il tedio e la noia.

In conclusione, visto che siamo prossimi anche al 25 Aprile, nonostantei numerosi attacchi a cui è stata sottoposta, non mi sembra sbagliato dire:

W la Costituzione.

Firmato: Elo Seminara

Pensieri


Mi fa sempre piacere ricevere materiale da pubblicare, mi permette di arricchire questo blog con pensieri e visioni alternative alle mie.

Ecco, quindi, uno scritto che ho ricevuto in questi giorni sull’attualissimo tema del coronavirus. Lo pubblico esattamente così come l’ho ricevuto, solo qualche piccolissima correzione sintattica che non ha minimamente alterato il contesto.


Verrua Savoia, 25 aprile 2019.

Benché mi ritenga ben educato, almeno nell’eccezione corrente del concetto, un’eventuale narrazione della mia persona, almeno per molti di coloro che sanno della mia esistenza, mi dipingerebbe come un essere scontroso, con un carattere difficile e spigoloso.

Tutto sommato, nonostante alcuni comprensibili margini di approssimazione, non ho soverchie difficoltà a riconoscermi in questa vulgata. In effetti, ammetto di essere un solitario che, per porsi in relazione con gli altri deve avere buoni e solidi motivi; mentre talvolta, preso dai miei interessi, senza che il giudizio mi dispiaccia, posso addirittura apparire un asociale.

Con grande fierezza ed orgoglio, senza tentennamenti dettati da occasionali convenienze ed opportunismi, rivendico la mia, mai negata, appartenenza politica e culturale che mi ha sempre portato a stare dalla parte dei cosiddetti perdenti, ossia di coloro che si oppongono e sempre si opporranno allo stato presente delle cose e che in ogni tempo si batteranno per cambiarle. Non muto il mio modo di essere e di sentire nemmeno adesso che sono alla soglia della vecchiezza. Anzi, debbo dire che proprio adesso, riscontrando diffusi comportamenti ed udendo una marea di sproloquiatori ergersi a tuttologi seriali del nulla, cattedratici emeriti, insigni accademici della chiacchiera da bar sparsa e comparata, per altro degnamente rappresentati dalle 3i (ignoranza, incompetenza, incapacità), voglio spendermi in qualche considerazione circa una particolare categoria di persone che concorre a comporre il variegato, ed eppur uniforme mondo di coloro che mi sono vagamente antipatici.

Per brevità escludo dal mio sillogismo le seguenti categorie:

  • quelli che disconoscono l’uso del congiuntivo…
  • quelli che… io pago le tasse…
  • gli insicuri che godono nel vedere una telecamera, quasi fossero i rappresentanti della ditta produttrice…
  • quelli che… io sono una persona per bene….
  • quelli che non rispettano i limiti di velocità e sulle strade fanno strage di animali… tanto sono solo bestie… Ma che si schiantassero contro un muro….
  • quelli che gli alberi lungo le strade sono pericolosi…. Andate più piano
  • quelli che… io non sono razzista ma….
  • quelli che pensano che il mondo sia iniziato e finirà con loro
  • quelli che fieri dell’ignoranza… la storia non serve a nulla… con la cultura non si fanno soldi…

Insomma questo elenco per dire come, nel mio argomentare, non voglio considerare i professionisti del vaniloquio e del luogo comune per dedicarmi invece ad una particolare categoria di ipocriti.

A questa categoria ascrivo d’ufficio i consumatori compulsivi di ogni tipo e genere di detersivo liquido, in polvere, spray, oltre che di ogni prodotto detergente.

Attenzione non sto sostenendo la bellezza del sudiciume, non glorificando e nemmeno filosofeggiando sullo sporco esistenziale, tutt’altro; cerco solo di introdurre, forse estremizzando, la spiegazione del mio pensiero.

Se per malasorte fossimo inviati a pranzo da uno di costoro, ho buone ragioni per ritenere che potremmo consumare il pasto direttamente nella tazza del cesso, tanto la troveremmo lucida e splendente. Del resto saremmo a casa di chi di fronte ad un granello di polvere, indossando guanti e maschera, scatenerebbe una vera e propria guerra batteriologia.

Bene! Sono del parere che spesso, probabilmente, siano proprio i maniaci dell’igiene privata e casalinga coloro che lasciano sparsi per il mondo i loro rifiuti: bottiglie, piatti di carta, pacchetti di sigarette, cicche, plastica varia, cartacce che adornano i bordi delle strade e le rive dei fiumi, finendo per galleggiare sul mare.

Sono certamente persone per bene che io pago le tasse coloro che accollandosi una fatica fisica degna di miglior causa, ignorando i servizi gratuiti di cui potrebbero beneficiare, scaricano copertoni, elettrodomestici, bidoni di vernice, matasse di cavi elettrici, ingombranti vari e magari macellano clandestinamente la selvaggina nei boschi.

Io non li sopporto più e proprio perché oramai vecchio, scevro di soverchie remore sociali voglio gridare tutta la mia rabbia, indignazione ed insofferenza contro questi pessimi esempi della nostra purtroppo comune specie umana.

L’ignoranza si può e si deve scusare, la stupidità no!

Sono un appassionato ciclista ( non butto come molti la bottiglietta o la carta per terra…), cammino, e non accetto più di dovermi sempre imbattere in plastica e rifiuti di varia origine, colpevolmente abbandonati.

Sono un naturista e per questo, in ossequio ad una falsa morale, potrei essere additato al pubblico ludibrio, ma la cosa non mi turba assolutamente.

Mi piace godere del sole, dell’aria, delle piante, ma non capisco perché io, consapevolmente rispettoso dell’ambiente circostante, a rigore non potrei camminare o stare nudo in riva al fiume, mentre chi, coperto a norma di legge, impunemente e senza rimorso alcuno può insozzare la natura.

Credo che sarebbe ora di fomentare, contro gli zozzoni, una sana e salutare riprovazione sociale.

Sono certo che le scelte di ognuno, anche le più semplici e banali, alla lunga ricadranno sugli altri.

Un piccolo gesto come gettare un pezzo di carta per terra o abbandonare un pezzo di plastica, ripetuto per milioni di volte è suscettibile di conseguenze a cui nessuno potrà sfuggire; ecco perché, parafrasando un verso di Fabrizio De Andrè, vado ad affermare che:

Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

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Verrua Savoia, 17 marzo 2020.

Mi piace voler sperare che le difficoltà, le restrizioni, i divieti, i disagi di questi giorni, le limitazioni alle manifestazioni di socialità facciano riflettere ognuno di noi e ci conducano a ripensare alcuni stili di vita. Ci costringano a riflettere sulla vacuità di taluni nostri comportamenti, sull’inutilità o la scarsa importanza di alcuni oggetti, sul valore di altri e sulla necessità di ridisegnare anche qualche modello di rapporto sociale.

Tutto ciò che stiamo vivendo dovrebbe farci riflettere e considerare passate scelte economiche dettate da momenti contingenti e prive di respiro strategico, sulla priorità delle spese che uno stato deve sostenere, sulle possibilità di riorganizzare la vita sfruttando le opportunità che le nuove tecnologie ci offrono.

Purtroppo credo che tutto ciò sia solo un elenco di buone intenzioni e che passata l’emergenza tutto tornerà, più o meno come prima. Tutti torneranno all’aperitivo, alle grettezze di facebook, alle risse condominiali, al farsi i fatti propri, alla ricerca spasmodica di riempirsi le tasche. Troppa intelligenza, troppa cultura e capacità di cogliere gli errori occorrono per adeguarsi a ciò che il coronavirus, nella sua virulenza, inconsciamente cerca di di insegnarci.

Verrua Savoia, 19 marzo 2020, ore 10.

Vorrei sperare che quando, ma chissà quando, questa angosciosa vicenda dell’epidemia sarà terminata e la tranquillità e la serenità torneranno, l’aver vissuto questi giorni tribolati, possa essere servito a qualche cosa, ma lo dubito fortemente, visti taluni comportamenti ancora tenuti da molte persone.

Si potrebbe obiettare che i comportamenti tenuti da costoro sono quelli di una minoranza; una quota fisiologica di imbecilli che nessuna società è in grado di estirpare; sarà, però son davvero tanti e per rendersene conto basta scorrere ciò che scrivono e i video che postano su quelli che vengono definiti i social.

Spero anche, e voglio crederlo fermamente, che, ancora fra cinque, dieci anni, il ricordo e la memoria di ciò che si sta vivendo, nonostante la labile memoria umana, possano costituire parte del patrimonio comune e della consapevolezza di larga parte della popolazione, non solo di questo paese, e che le esperienze vissute, in qualche modo, possano migliorare noi e le nostre vite.

Questa, pur con i dovuti distinguo, così come lo fu la guerra del ’14-’18, la prima guerra mondiale, è la prima vera, emergenza sanitaria, la prima vera epidemia mondiale.

Quelle che l’hanno preceduta, ad esempio la peste del 600 d.c., quella del 1348 (le cui conseguenze si sentirono episodicamente fino al XVI secolo), quella del 1628, furono sì grandi ed estese epidemie con vaste e diffuse morie di essere umani, nonostante ciò, rimasero tuttavia circoscritte al nostro mondo: l’area mediterranea, l’Europa continentale e poco altro.

Bisogna arrivare al XIX secolo per avere una percezione, un ricordo fresco di ciò che è stata una vera pandemia.

La spagnola, alla fine della prima guerra mondiale, ancora non si conoscevano gli antibiotici, uccise milioni e milioni di persone in tutto il mondo senza differenza di razza o religione.

Oggi gli scenari sono cambiati, la medicina ha fatto enormi progressi, così come la ricerca; una più diffusa scolarità ed istruzione, una maggiore possibilità di accesso alle informazioni dovrebbero aiutarci a difenderci, eppure nuovamente il mondo è in pericolo anche perché i tempi di diffusione, forse, ironia della sorte, in ottemperanza al dettato del sempre più in fretta, si sono alquanto ristretti.

In brevissimo tempo, basta il volo di un aereo, un virus o una malattia che prima impiegava qualche mese o qualche settimana a diffondersi, oggi in poche ore può fare il giro del globo. Che piaccia o no anche questa è globalizzazione; uno dei tanti aspetti negativi della globalizzazione.

Eppure prendendo le mosse da questo dato negativo, da questo coinvolgimento totale, se l’essere umano fosse intelligente, ma soprattutto veramente sapiens, dovrebbe farne un punto di forza, un argomento su cui riflettere, capire e comprendere finalmente come facciamo parte di un sistema vasto, grande, complesso ma estremamente delicato.

Un sistema in equilibrio nel quale basta spostare qualcosa, una rotellina dell’ingranaggio o un elemento magari invisibile per mettere tutto in discussione. Dovremmo finalmente capire che pur facendo parte del sistema non ne siamo i padroni assoluti, ne siamo solo una componente; non possiamo disporre della terra, distruggere, inquinare, consumare e sperperare a scapito di tutti gli altri esseri viventi.

Non sono uno scienziato e nemmeno un filosofo, scrivo di sensazioni empiriche, ma ritengo che sia sufficiente un briciolo di cervello, un paio di neuroni per comprendere come questa epidemia, così come tutte quelle che l’hanno preceduta sia la conseguenza di comportamenti e scelte dell’ homo sapiens.

In fondo siamo solo degli animali che condividono, questo pianeta, con altri animali e con altre forme di vita. Non siamo i più forti, non siamo invulnerabili; siamo solo i più presuntuosi e inutilmente più violenti.

Periodicamente, secoli, decenni, non importa, la natura ci presenta il conto o forse cerca solo di farci riflettere cosa che, collettivamente, cocciuti, ignoranti, orgogliosi, saccenti, egoisti e pervicaci, come siamo, pare proprio che non riusciamo a fare.

Siamo l’essere vivente che riesce a modificare in modo irreversibile, modificare e manomettere il luogo in cui abita. Forte della sua presunta cultura e capacità tecnica il sapiens ritiene di poter sottomettere, piegare ala sua volontà gli altri essere viventi e modellare, a suo piacimento, l’ambiente circostante. Ma le cose non sempre vanno così. Basta un virus, una roba invisibile, nemmeno in grado di riprodursi autonomamente, un parassita come il coronavirus che ha necessità di un altro essere vivente per moltiplicarsi e tutto crolla.

L’economia basata sulla produzione infinita di beni spesso inutili, i rapporti sociali basati sulle apparenze e l’ipocrisia, il ciarpame di certa falsa cultura, le riviste di pettegolezzi, il Grande Fratello…..tutto crolla!

Ma allora questo virus può insegnarci qualcosa!

Quando tutto sarà finito, perché come tutte le cose di questo mondo, ha avuto inizio, ha una vita e poi finirà, come sono finiti i dinosauri, l’impero romano, e tutto il resto, quando tutto sarà finito avremo la capacità di ricordarci che le cose importanti non sono solo l’economia, i risparmi sulla pelle dei soliti e i pareggi di bilancio ad ogni costo?

Saremo in grado di pretendere che un sistema sanitario, come la salute, non debba mai più essere monetizzato (pare una novità ma lo sostenevano gli operai FIAT nel 1969)?.

Saremo in grado di modificare taluni stili di vita improntati all’egoismo, all’individualismo, al profitto, all’ignoranza, ossia a quelli che vedono fra i loro maggiori sostenitori un ex ministro degli interni che andava a mangiare formaggio e salumi in Trentino e una signora epigona di Mussolini?

Forse sarebbe il caso di ripensare i modi, i fini, gli scopi e, soprattutto, cosa si produce.

Ad esempio, assolutamente prioritario sarebbe smettere di produrre armi (è un caso ma Brescia, una delle capitali della produzione bellica, è fra le più colpite) per riconvertire le industrie belliche in produzioni di pace.

Pretendiamo che si smetta di spendere in opere inutili (si avete capito, la TAV) che costa come migliaia di posti letto ospedalieri o nell’acquisto di aerei da caccia, rinunciando ai quali potremmo eliminare il dissesto idrogeologico del paese.

Smettiamola di lamentarci, sempre, comunque e a prescindere del nostro sistema sanitario; prendiamo consapevolezza che investire in cultura, scuola, sanità, ed ambiente, sul medio e lungo periodo, si rivela un grande e proficuo risparmio.

Sarò un visionario, imbevuto di buoni sentimenti, alimentato da libri inutili, adepto di cattivi maestri, socialmente pericolosi, ma sono convinto che nella vita occorra un minimo di etica; ognuno può utilizzarne la quantità che desidera, ma accidenti un minimo ci deve essere. Un minimo per uso personale, non dico che bisogna abusarne, non occorre ubriacarsi, ma accidenti, un grappino di tanto in tanto….!

Verrua Savoia, 30 marzo 2020, ore 22,15.

Un pio desiderio.

In questo tempo sospeso fra un ieri ed un probabile domani, in questo tempo, come presi da un vortice, siamo precipitati in una sorta di buco nero, una voragine che ha ingoiato noi tutti interi con le nostre misere certezze e con le nostre false sicurezze che apparivano consolidate ed inattaccabili; in questo tempo mi è sorto un pio desiderio, che almeno il COVID 19 un merito possa averlo: il Ricordo.

Ricordiamoci un giorno della nostra fallibilità.

Ricordiamoci un giorno di coloro che prima apriamo tutto ed il giorno dopo cambiano musica e chiudiamo tutto ma nel frattempo continuano a criticare tutto e tutti.

Ricordiamoci un giorno della nostra presupponenza di ricchi, gretti, ignoranti, spreconi ed inquinatori.

Ricordiamoci un giorno di chi protervo, razzista e sovranista, amico dell’ungherese Orban, ieri, avrebbe sparato ai barconi dei migranti, chiudeva i porti alle navi delle Organizzazioni Non Governative, mentre oggi, privo di pudore e dimentico della benché minima coerenza, cerca aiuto in Medici Senza Frontiere ed Emergency e accoglie con il cappello in mano i medici comunisti cubani e gli sporchi albanesi.

Ricordiamoci un giorno di Edi Rama, presidente di una paese non ricco e non privo di memoria e delle sue generose parole pronunciate nei confronti di un paese che forse non le merita.

Ricordiamoci delle piccole comunità di profughi, come quella sudanese di Torino, che per ringraziare il popolo italiano, ma di cosa?, dona 1.000€ alla Protezione civile e si fa donatrice di sangue.

Ci sarebbero molte cose che dovremo ricordare, quando questo tempo si concluderà, ne saremo capaci?

Firmato: Elo Seminara

Non ti educo allora ti obbligo


“Non riesco ad educarti e allora ti obbligo” questo, in sostanza, il motivetto che ha portato ad assumere prima il blocco totale degli spostamenti e poi l’obbligo delle mascherine. Di base si tratta di un ragionamento sbagliato (l’obbligo non è mai educativo) che, però, nel contesto attuale, vista l’emergenza e, quindi, la poca disponibilità di tempo, possiamo anche accettare. Nel caso delle mascherine, però, ci sono alcune considerazioni che possono far sorgere dei dubbi, dei legittimi sospetti che, ovviamente, si spera e si presume infondati, ma intanto sorgono e girano: non farebbe male una maggiore oculatezza nella gestione delle cose pubbliche (e non solo in merito a questa specifica questione).

Dopo essersi sperticati per varie settimane a predicare che la mascherina non era necessaria (come in effetti è se si rispetta e dove si può rispettare la regola del distanziamento sociale), che andavano lasciate a chi veramente ne aveva bisogno (i malati e, anche se invero di questi ci si è a lungo poco preoccupati, gli operatori sanitari), improvvisamente, con l’interessamento del comparto aziendale alla loro produzione, i pareri passano al lato opposto e inizia la campagna per convincere della necessità della mascherina. A seguire, dopo che molte aziende hanno investito in una rimodulazione della loro catena produttiva e avviata la produzione delle mascherine, ecco che arriva addirittura l’obbligo al loro utilizzo.

Coincidenze? Ai posteri l’ardua sentenza!

Perché bisogna stare a casa


Leggo sulle reti sociali articoli e commenti che, evocando un distorto concetto di democrazia (questa a a che fare con la libertà ma non è un sinonimo, caso mai è l’anarchia che evoca il concetto più ampio di libertà, l’anarchia intesa nella sua vera forma: quel contesto sociale dove le persone sono tanto evolute che, senza bisogno di leggi e imposizioni, agiscono e vogliono agire nei modi socialmente più corretti) e un altrettanta personalistica idea di “pensare con la propria testa” (non può essere certificato dal solo fatto di pensare diversamente dalla massa, dalle indicazioni istituzionali, in linea con il pensiero di articolisti più o meno rivoluzionari), tentano di dimostrare l’assurdità dello stare a casa. Mi fa specie che ancora non si sia capito le ragioni che hanno reso inevitabile e che, al di la dei decreti, impongono tale atteggiamento (io, proprio perché veramente penso e veramente lo faccio con la mia testa, l’ho iniziato di mia spontanea volontà ancor prima che venisse reso obbligatorio). Proviamo a ribadirle, seguendo un ordine logico e progressivo.

  • Il distanziamento sociale, fino al reperimento di un vaccino, è l’unica prevenzione dal contagio. Se si vuole contestare questo allora non c’è e non può esserci dialogo: si è fuori dalla scienza (tutti i medici l’hanno ribadito: è l’unica strada al momento percorribile) e dalla ragione (che è in questo caso dettata dalla scienza).
  • Data l’alta densità di popolazione di molti centri urbani è impossibile avere un adeguato distanziamento sociale se ci si mette tutti in strada. Ma per quelli a bassa densità di popolazione? Si certo si poteva differenziare, bastava emanare decreti meno vincolanti e lasciare ai Sindaci l’eventuale applicazione di regole più restrittive. L’inizio è stato proprio questo, ma i risultati erano deludenti quindi… blocco totale, logico ed inevitabile.
  • Poco ipotizzabile che si riesca ad avere un’autonomo scaglionamento delle presenze in strada, altrettanto che lo si possa ottenere per azione istituzionale (quante persone sarebbero necessarie per gestirlo?). Conseguenza inappuntabile: bisogna stare tutti in casa (tutti perché se esce qualcuno escono anche gli altri ed è fatta).
  • Lasciare aperti almeno i parchi e i giardini per farci giocare i bambini… ce li vedete voi i bambini a rispettare il distanziamento sociale? No, di conseguenza genitori che gli devono correre dietro finendo a loro volta con l’avvicinarsi.. bingo!
  • Lasciare uscire quei pochi che vogliono correre? Premesso che tanto pochi non sono, assodato che, per esperienza personale, ci sono quelli che poi ti passano a fianco sfiatandoti in faccia a tutta, che se faccio questo devo fare altro (chi pattina, chi va in bicicletta, eccetera) e mando al diavolo il distanziamento sociale, ecco premesso questo c’è un motivo ancor più rilevante: e se ti succede qualcosa? Impossibile! Ne sei sicuro, io sinceramente no, anche perché pochi mesi addietro sono finito in pronto soccorso per il morso di un cane incontrato lungo la strada su cui stavo correndo (e mi ero anche fermato): l’imprevisto è sempre in agguato e nell’attuale situazione è bene non tentare la sfortuna.
  • Ma le montagne, li non c’è nessuno! Beh, che non ci sia nessuno non è esattamente vero, che faccio, lascio andare quelli che hanno la fortuna di conoscere posti solitari e tengo a casa gli altri: un’evidente discriminazione.. o tutti o nessuno! Ma anche qui c’è l’altro motivo, lo stesso di cui sopra: è se ti fai male? In questo contesto farsi male può essere più serio e richiedere l’intervento di soccorsi che sarebbe meglio lasciare ad altri che ne hanno bisogno per ragioni di forza maggiore e non per essere andati a divertirsi. Ma io ci sto attento! Tu, è gli altri? Tant’è che di interventi di soccorso in montagna ne sono stati fatti anche in questo periodo. Per altro, anche io ci sto attento però ai primi di gennaio una scivolata come tante altre, una semplice scivolata sul sentiero e… sublussazione alla spalla; mi sono arrangiato ma comunque al pronto soccorso ci sono dovuto andare. Dobbiamo anche aggiungergli che per molti vorrebbe dire spostarsi in auto e che questo comporterebbe un esponenziale aumento della possibilità che avvengano incidenti.
  • Ma ho bisogno di tenermi in salute, in forma! Si può benissimo fare anche in casa, così come stanno facendo tanti campioni anche di livello mondiale, olimpionici persino. Se lo fanno loro, possiamo farlo anche noi.
  • Ma è proprio negli ospedali che ci si infetta! Embhè, all’ospedale ci vai se ti sei infettato e al quel punto poco conta, oppure ci vai se ti sei fatto male, e allora evitiamo di farci male e di ammalarci, come? Semplice stando nell’unico luogo dove le due cose siano facilmente perseguibili: a casa propria!

A casa propria!

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