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Camminare in montagna – Allenamento avanzato


Prosegue da… Allenamento base


Nel precedente articolo (“Allenamento base”, che se non avete letto è opportuno andarsi a leggere prima di proseguire nella lettura di questo) vi ho illustrato come verificare, ottenere e mantenere le qualità indispensabili per praticare in sicurezza e con piena soddisfazione l’attività escursionistica. Per un poco tali prestazioni minime saranno sufficienti a supportare le vostre uscite, ad un certo punto, pero, inevitabilmente inizierà a manifestare nuovamente la sofferenza fisica e con essa pure quella mentale: è arrivato il momento di riprendere l’allenamento, non più nel senso di un semplice mantenimento delle qualità, ma in quello di un loro incremento (tendenzialmente infinito). Utile precisare che anche qui non mi rivolgo a chi vuole partecipare a delle gare di corsa in montagna, ma solo a chi vuole effettuare in piena sicurezza e piacevolezza anche le più lunghe e impegnative escursioni e a chi voglia approcciarsi a livello amatoriale al lungo cammino continuativo (trail, ultratrail).

Preciso che, non essendo istruttore di ginnastica o allenatore, quanto segue non è vangelo, è solo il mio protocollo di allenamento nato da una mia personale elaborazione e combinazione dei vari suggerimenti che mi sono stati dati da istruttori di ginnastica o che ho trovato cercando su Internet, è solo quello che io, dopo essere incappato in pecche fisiche e in problemi articolari (in particolare alle ginocchia), ho fatto e sto facendo con estrema soddisfazione e rilevanti risultati. Se avete un personal trainer o conoscete un istruttore di ginnastica o un allenatore di corsa/corsa in montagna, magari perché frequentate una palestra, affidatevi a loro che sapranno di certo darvi meglio di me le indicazioni più utili e crearvi una tabella di allenamento su misura.

Premessa

Aspetto fondamentale per ogni attività fisica è che il nostro corpo sia in grado di sopportare senza danni, permanenti o anche solo temporanei, le sollecitazioni articolari e muscolari indotte dall’attività in questione, sollecitazioni non sempre palesi e questo porta a sottovalutarle finché non si incorre in qualche infortunio o dolore. Il cammino in montagna, per un’incomprensibile neo conformismo ad un errato concetto di lentezza condito dalla confusione diffusa tra corsa e fretta, è una di quelle attività in cui la preparazione atletica non solo viene spessissimo trascurata ma viene addirittura derisa. Nell’escursionismo, a qualsiasi velocità venga condotto, si cammina su di un fondo spesso molto irregolare, con tratti per varia ragione scivolosi (terreno franoso, sassi mobili, erba, fango, eccetera), con salti, curve secche, buche nascoste , eccetera, questo rende instabile l’appoggio del piede e, di conseguenza, più facili i movimenti bruschi ed estremi: storte, scivolate, sbilanciamenti, cadute; tali movimenti, tra l’altro, vanno ben oltre gli specifici distretti articolari (e muscolari) coinvolti dall’azione (piedi, gambe, caviglie e ginocchia) riflettendosi su distretti anche molto distanti (schiena, braccia, spalle, collo). Purtroppo molti sono coloro che, al contrario, addebitano dolori e infortuni a condizioni patologiche, molti sono coloro che, invece di pensare a migliorarsi tecnicamente e atleticamente, ricorrono a palliativi quali bastoncini, scarpe alte e rigide, ginocchiere, eccetera. Invece di giustificare i propri dolori si dovrebbe innanzitutto comprende l’importanza di una preparazione atletica e poi che la stessa non deve limitarsi a gambe e fiato ma coinvolga l’intero nostro sistema articolare, muscolare, cardiovascolare e respiratorio, con particolare attenzione agli addominali, muscoli che hanno una fondamentale influenza sulla postura e sull’equilibrio (altro che bastoncini, strumento che peggiora la nostra propriocettività rendendoci sempre più instabili) e alle caviglie (altro che scarpe alte, strumento che indebolisce ulteriormente i nostri legamenti rendendoci più soggetti alle storte, senza contare che aumentano esponenzialmente il carico sulle ginocchia).

Mobilitazione e flessibilità

Trattasi di un insieme di esercizi che fanno parte di vari protocolli terapeutici e/o preventivi per i tipici infortuni legati al camminare e al correre, in montagna come al piano, su sentiero come su strada: piede, ginocchia, caviglie, piriforme, bandelletta ileo-tibiale, ileo psorias, schiena.

Consiglio di eseguire questi esercizi la mattina appena alzati, prima di fare qualsiasi altra cosa: essendo leggeri non stressano il fisico ma lo rimettono piacevolmente e adeguatamente in movimento preparandolo alla giornata di lavoro. Fateli almeno quattro volte a settimana, meglio ancora tutte le mattine: al massimo delle ripetizioni/tenute il protocollo dura trenta minuti, un tempo compatibile con qualsiasi orario di sveglia. Come già motivato parlando dell’allenamento base se li fate a nudo ne ricaverete la massima efficienza. Tutti i movimenti vanno fatti lentamente, compresi quelli di passaggio tra una posizione e l’altra.

Per semplificare la loro memorizzazione io preferisco utilizzare lo stesso valore di ripetizione e tempo per tutti gli esercizi: iniziare con la base dieci (dieci ripetizioni o dieci secondi a seconda dell’esercizio) e progressivamente (quando riuscite ad eseguire tutti gli esercizi del protocollo senza fatica e senza dolore) aumentare di cinque fino a raggiungere il massimo di trenta.

1

Rafforzamento della fascia plantare e dei flessori delle dita – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, gambe distese, piedi alla larghezza delle anche; spostare il peso sulla gamba che non deve lavorare; inarcare le dita del piede dell’altra gamba verso il basso lasciando alzare l’arcata plantare ma mantenendo il tallone appoggiato al terreno; rilasciare riportando le dita interamente a contatto con il terreno.

2

Rafforzamento della fascia plantare e dei flessori delle dita – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, gambe distese, pedi alla larghezza delle anche, spostare il peso sulla gamba che non deve lavorare; sollevare le dita del piede dell’altra gamba verso l’alto, mantenendo il resto del piede a contatto con il terreno in posizione naturale.

3

Mobilitazione e rafforzamento della caviglia – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, mani dietro la schiena o appoggiate ai fianchi (se non ce la fate a mantenere l’equilibrio potete anche appoggiarne una su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi); alzare la gamba destra di circa trenta gradi, estendere il piede in avanti fino a sentire una discreta tensione sopra la tibia, mantenere la posizione un secondo, flettere il piede all’indietro fino a sentire una discreta tensione sul polpaccio, mantenere la posizione per un secondo.

4

Mobilitazione e rafforzamento della caviglia – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, mani dietro la schiena o appoggiate ai fianchi (se non ce la fate a mantenere l’equilibrio potete anche appoggiarne una su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi); alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’esterno cercando la massima estensione articolare in ogni direzione.

5

Mobilitazione e rafforzamento della caviglia – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, mani dietro la schiena o appoggiate ai fianchi (se non ce la fate a mantenere l’equilibrio potete anche appoggiarne una su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi); alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’interno cercando la massima estensione articolare in ogni direzione.

6

Allungamento dei polpacci – n secondi

Posizione eretta, busto dritto, appoggiarsi con le punte dei piedi su un rialzo di almeno venti centimetri (gradino), mantenendo la posizione eretta abbassare il tallone fino a percepire una discreta tensione al polpaccio, mantenere la posizione; tornare in posizione di partenza e, sollevandosi sulle punte del piede, distendersi verso l’alto per un paio di secondi.

7

Allungamento dei quadricipiti femorali – n secondi per gamba

Posizione eretta, busto dritto, gambe distese, piedi alla larghezza delle anche, braccia lungo i fianchi; alzare il piede destro da terra e impugnare la caviglia con la mano corrispondente, tirando con la mano portare il tallone verso il gluteo (idealmente dovrebbe arrivare a toccarlo, ma non forzate, arrivateci pian piano), mantenere la posizione; lasciando la caviglia, raddrizzare la gamba senza mettere il piede a terra e distenderla avanti-basso per un paio di secondi; portare il piede a terra.

8

Allungamento di quadricipiti, fascia plantare e flessori delle dita – n secondi

In ginocchio, gambe parallele tra loro, ginocchia alla larghezza delle anche, piedi a martello che appoggiano a terra con le sole dita, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi; abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni (se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sulle braccia una parte del vostro peso), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione e poi riportatevi nella posizione di partenza (se nell’iniziare quest’ultimo movimento sentite dolore alle ginocchia, inclinatevi in avanti per ridurre il peso che grava sulle stesse, eventualmente appoggiate le mani a terra).

9

Allungamento dei quadricipiti e del tibiale anteriore – n secondi

In ginocchio, gambe parallele tra loro, ginocchia alla larghezza delle anche, piedi estesi che appoggiano a terra con tutta la superficie superiore, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi; abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni (se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sulle braccia una parte del vostro peso), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione e poi riportatevi nella posizione di partenza (se nell’iniziare quest’ultimo movimento sentite dolore alle ginocchia, inclinatevi in avanti per ridurre il peso che grava sulle stesse, eventualmente appoggiate le mani a terra).

10

Scarico delle ginocchia – n secondi

Seduti, gambe quasi unite distese in avanti, piedi a martello, busto eretto. Spingere le ginocchia verso il basso fino a far rientrare la rotula (si nota la formazione di due fossette, una per lato, sui fianchi delle ginocchia), mantenere la posizione.

11

Potenziamento dei muscoli protettori delle ginocchia – n ripetizioni per gamba

Supini, gambe ravvicinate e ben distese, piedi a martello, braccia lungo i fianchi; mantenendo il piede a martello sollevare la prima gamba ponendola a squadra, contemporaneamente portare le mani in presa laterale del ginocchio; sempre mantenendo il piede a martello raddrizzare verso l’alto la gamba fino al massimo possibile, spingere leggermente oltre e mantenere per un secondo o due; riportare la gamba nella posizione a squadra.

12

Allungamento del piriforme – n secondi per gamba

Supini, gambe ravvicinate e ben distese, piedi a martello, braccia lungo i fianchi; spingendone il relativo ginocchio verso l’esterno, portare la caviglia di una gamba sopra il ginocchio dell’altra; mantenendo il piede a martello portare quest’ultimo ginocchio verso il torace (il movimento dev’essere più di traslazione che di sollevamento) e contemporaneamente, inarcando leggermente la schiena, portarvi davanti le due mani afferrandolo saldamente con le dita incrociate; tirare le mani verso le spalle fino a sentire una discreta tensione sul gluteo; mantenere la posizione poi ritornare nella posizione di partenza.

13

Allungamento della bandelletta ileotibiale – n secondi per lato

Supini, gambe ravvicinate e ben distese, piedi a martello, braccia lungo i fianchi; distendere le braccia verso l’esterno; portare una gamba a cavallo dell’altra; spingendo con la gamba sotto, senza sollevare da terra la spalla opposta, portare il ginocchio della gamba sopra verso terra fino a sentire una discreta tensione sull’esterno coscia; mantenere la posizione poi ritornare nella posizione di partenza.

14

Allungamento dell’interno coscia – n secondi

Seduti, gambe piegate, piedi a martello che si toccano con le rispettive piante; raddrizzare per bene la schiena, sguardo avanti, mento leggermente inclinato verso il basso; spingere il più possibile le ginocchia verso il basso e mantenere la posizione.

15

Allungamento del muscolo ileopsoas – n secondi per gamba

In ginocchio, piedi estesi; alzare la prima gamba portando il rispettivo piede in avanti per appoggiarlo a terra ben distanziato dal corpo, la parte bassa della gamba deve risultare inclinata all’incirca di trenta gradi (piede più avanti del ginocchio) e la parte alta parallela al terreno; mani ai fianchi; spingere le anche in avanti fino a percepire una discreta tensione all’interno coscia; mantenere la posizione poi tornare in posizione di riposo.

16

Allungamento della colonna vertebrale – n secondi

In ginocchio, portare le mani avanti appoggiandole al terreno, la schiena deve risultare parallela al terreno; senza spostare le mani o staccarle da terra abbassare i glutei all’indietro portando la testa fra le braccia; mantenere e poi tornare in posizione di partenza.

17

Flessibilità della schiena – n secondi

Dalla posizione di arrivo precedente inarcando la schiena portare avanti il busto avvicinando il bacino a terra (idealmente il pube deve toccare il terreno, ma non forzate arrivateci gradualmente); mantenere poi tornare in posizione di partenza.

18

Mobilitazione della spalla e allungamento delle braccia – n secondi per lato

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, braccia lungo i fianchi; espirando portare un avambraccio dietro la schiena e contemporaneamente sollevare l’altro per farlo scendere da sopra la spalla corrispondente; cercare di unire le dita delle mani e quindi tirare le due braccia come a voler staccare le mani (ma senza farlo); mantenere.

19

Mobilitazione del capo e del collo – n ripetizioni per senso

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, braccia lungo i fianchi, occhi chiusi; spingere il capo all’indietro fino a percepire una discreta tensione al collo indi circondurlo passando dalle posizioni del collo più estreme possibile.

Potenziamento muscolare

Anche qui io preferisco utilizzare un numero base costante nelle ripetizioni / secondi, ma in questo caso con delle eccezioni. Partite ancora da una base di 10 e progressivamente aumentate fino ad un massimo dipendente dall’esercizio e indicato nelle relative descrizioni.

Rispetto al precedente è un protocollo più pesante e faticoso pertanto consiglio di eseguirlo al tardo pomeriggio, almeno un’ora prima di cena e tre prima di andare a dormire. Cercate di farlo almeno due volte a settimana, meglio tre, escludendo i giorni in cui andate a correre o a camminare.

1

Rafforzamento dei polpacci e dei flessori della dita dei piedi – n ripetizioni (massimo cinquanta)

Posizione eretta, piedi paralleli fra loro alla larghezza delle anche, braccia distese lungo i fianchi. Sollevarsi sulla punta delle dita dei piedi e subito ridiscendere con il tallone a terra.

2

Rafforzamento muscoli tibiali anteriori – n ripetizioni (massimo cinquanta)

Posizione eretta, piedi paralleli fra loro alla larghezza delle anche, braccia distese lungo i fianchi; spostando il peso sui talloni, sollevare la parte anteriore dei piedi per poi abbassarla velocemente a terra.

3

Rafforzamento dei quadricipiti (squat) – n ripetizioni (massimo trenta)

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, braccia a squadra, mani chiuse a pugno con una che avvolge l’altra; piegare le ginocchia abbassando lentamente il bacino verso terra fino ad avere i quadricipiti paralleli al terreno; mantenere un paio di secondi e poi, sempre lentamente, ritornare nella posizione di partenza.

4

Rafforzamento dei quadricipiti – n ripetizioni per gamba (massimo venti)

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, un piede appoggia su qualcosa che ne permetta lo scorrimento (esistono appositi attrezzi ginnici ma basta una pattina, un sacchetto in tessuto liscio, una calza di lana, uno straccio da pavimenti), braccia distese lungo i fianchi; mantenendo il peso sulla gamba del piede fermo, far scivolare all’indietro l’altro piede tenendo la gamba distesa, nel contempo piegare l’altra gamba portando il bacino verso terra, scendere fino ad avere il quadricipite parallelo al terreno e poi sollevarsi spingendo sulla gamba piegata e facendo scivolare il piede dell’altra gamba,

5

Rafforzamento dei quadricipiti – n ripetizioni per gamba (massimo venti)

Posizionarsi di fronte a un gradino (panca, sedia, l’importante che diano un appoggio stabile e robusto) alto all’incirca quanto le nostre ginocchia, posizione eretta, gambe alla larghezza delle anche, piedi paralleli fra loro. Inspirare, alzare il piede destro e posizionarlo sopra il gradino, spostare leggermente in avanti il bacino (il nostro baricentro deve portarsi sulla verticale del tallone posto sul gradino), spingendo sulla gamba piegata espirando sollevarsi estendendo completamente la gamba destra fino a poter appoggiare il piede sul gradino vicino al destro, immediatamente rialzare il piede sinistro; inspirando riportarlo lentamente a terra tenendolo esteso (permette di ammortizzare il contatto con il terreno).

6

Rafforzamento dei glutei – n ripetizioni per gamba (massimo cinquanta)

Sdraiati su un fianco, la gamba sotto distesa, la gamba sopra piegata in modo da avere la caviglia appoggiata appena sotto il ginocchio dell’altra, testa a terra, braccia piegate verso l’alto appoggiate a terra; lentamente sollevare il ginocchio della gamba piegata facendogli compiere un movimento rotatorio spingendolo il più possibile; ritornare alla posizione di partenza.

7

Rafforzamento degli addominali (crunch inverso) – n ripetizioni (massimo trenta)

Supini, gambe distese, braccia lungo i fianchi; senza sollevare la schiena da terra, tirare i piedi verso le spalle (ovviamente si dovranno anche un poco alzare da terra, ma il movimento è più di traslazione che di sollevamento) raccogliendo man mano le gambe al torace, continuare il movimento fino a sollevare ii glutei da terra poi ritornare alla posizione di partenza.

8

Rafforzamento dei glutei – n ripetizioni (massimo trenta)

Supini, gambe distese, braccia lungo i fianchi con le palme delle mani verso il basso, piante dei piedi appoggiate a terra; spingere le anche verso l’alto arrivando a restare in sospensione su piedi e spalle, mantenere due secondi e ridiscendere fin quasi a terra per poi ripetere.

9

Rafforzamento degli addominali (jack knife) – n ripetizioni (massimo trenta)

Seduti, gambe raccolte, piante dei piedi a terra, braccia che avvolgono le gambe; sollevare i piedi da terra e, inspirando, allungare le gambe, contemporaneamente portare un poco il busto all’indietro (per mantenere l’equilibrio sui glutei) e portare le mani al petto; ritornare in posizione di partenza senza mettere i piedi a terra ripetere.

10

Rafforzamento degli addominali (side plank) – n secondi per lato (massimo sessanta)

Sdraiati su un fianco, gambe distese, un braccio piegato a novanta gradi con l’avambraccio sotto le spalle, l’altro braccio piegato verso l’alto con la mano appoggiata al fianco; spingendo sul braccio a terra sollevare il corpo che deve restare ben in linea dalla testa ai piedi. Tenere la posizione e poi ridiscendere a terra sul fianco.

11

Rafforzamento degli addominali (plank) – n secondi (massimo sessanta)

In ginocchio, piedi a martello, appoggiare gli avambracci a terra piuttosto avanti (troverete la misura giusta con due o tre prove), raddrizzando le ginocchia sollevarsi da terra portando le spalle sulla verticale dei gomiti (che restano appoggiati a terra) e mettendo il corpo in linea, mantenere in linea anche il collo e la testa, lo sguardo deve cadere sui polsi. Respirando normalmente mantenere la posizione e poi tornare in ginocchio.

12

Rilassamento addominali – 5 ripetizioni

In ginocchio, piedi a martello leggermente discosti tra loro, mani a terra all’altezza delle spalle; espirando spingere il bacino verso l’alto inarcando la schiena, tenere un secondo e poi, inspirando, ritornare alla posizione di partenza.

13

Rafforzamento di pettorali, spalle e tricipiti (piegamenti sulle braccia) – Da 3 a 7 ripetizioni, aumenta di una alla volta (massimo quindici)

In ginocchio, piedi a martello leggermente discosti, appoggiare le mani a terra in linea con le spalle e sensibilmente allargate, dita in avanti, a braccia ben distese sollevare le ginocchia da terra, mettere il corpo bene in linea compreso il collo e la testa, sguardo verso le mani; inspirando piegare le braccia senza allargare i gomiti che devono restare il più vicino possibile al busto (scendendo più all’indietro che in fuori), il corpo deve restare perfettamente allineato; arrivati con il mento che sfiora il terreno, espirando ridistendete le braccia fino a tornare nella posizione di partenza, attenzione a non inarcare la schiena. Se non ci si riesce, invece di appoggiarsi sulle punte dei piedi appoggiarsi sulle ginocchia tenendo i piedi sollevati da terra uniti o incrociati tra loro.

Propriocettività

Altro aspetto importantissimo anche per il semplice cammino: potenziandolo miglioriamo il nostro equilibrio e riduciamo notevolmente gli infortuni, in particolare quelli della caviglia.

Il protocollo che vi segnalo è quello che mi ha dato i risultati più rapidi e duraturi, potete eseguirlo subito dopo gli esercizi del potenziamento muscolare come faccio io, ma anche in altri momenti della giornata a patto d’avere a disposizione il tempo necessario durante il quale nulla e nessuno vi deve disturbare: fondamentale l’esecuzione ininterrotta. Richiede la disponibilità di una tavola oscillante, attrezzo che potete facilmente reperire, ad un costo contenuto, presso un qualsiasi negozio di articoli per la ginnastica.

Negli esercizi ad occhi chiusi fatevi assistere da qualcuno che possa impedirvi cadute rovinose oppure mantenetevi vicini a un tavolo a cui potervi nel caso appoggiare, in ogni caso togliete da torno gli oggetti pericolosi quali sedie, vasi, computer, eccetera.

L’aumento progressivo dei tempi va effettuato, esercizio per esercizio, man mano che riuscite a chiudere senza interruzione (appoggio al tavolo, messa a terra di un piede , discesa dalla tavola, caduta) ogni mantenimento. Raggiunto il tempo massimo l’obiettivo diviene l’avvicinarsi sempre più all’immobilità costante.

La postura dev’essere quella del corpo eretto: gamba ben distese con solo una leggerissima flessione al livello delle ginocchia, caviglie leggermente piegate in avanti, braccia lungo i fianchi o alzate a livello del petto e aperte lateralmente con avambracci verso l’avanti (favorisce il mantenimento dell’equilibrio e ci protegge in caso di caduta); testa eretta con mento leggermente abbassato, sguardo avanti su un punto fisso. Negli esercizi a occhi chiusi fate attenzione al fatto che probabilmente girerete su voi stessi quindi l’eventuale tavolo che utilizzate come appoggio per evitare cadute potrebbe trovarsi in posizione diversa da quella di partenza, una sorgente audio (radio, televisore) accesa può aiutarvi a percepire la rotazione, evitate di aprire gli occhi ogni tanto per controllare.

  1. Mantenimento su due gambe ad occhi aperti – Iniziare con 3 minuti poi aumentare progressivamente fino a 15 minuti
  2. Mantenimento su due gambe a occhi chiusi – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a 3 minuti
  3. Mantenimento sulla gamba destra a occhi aperti – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a un minuto e mezzo
  4. Mantenimento sulla gamba sinistra a occhi aperti – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a un minuto e mezzo
  5. Mantenimento su due gambe a occhi chiusi – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a 3 minuti
  6. Mantenimento su due gambe ad occhi aperti – Iniziare con 3 minuti poi aumentare progressivamente fino a 15 minuti
  7. Squat – Iniziare con una sola esecuzione poi aumentare progressivamente fino a 5

Corsa in piano

Anche se non avete intenzione di approcciare il trail, a questo livello la corsa diviene una componente assolutamente necessaria: permette di ottenere alti carichi di lavoro anche su distanze e tempi minori. Se potete l’ideale sarebbe quello di correre sempre su sterrato, se non vi è possibile dovrete fruire della corsa su strada asfaltata facendo attenzione dato che, diversamente da quello che uno potrebbe pensare, correre sull’asfalto può provocarvi infortuni più facilmente dello sterrato: fondo duro, regolarità dell’appoggio, costante differenza di carico tra le due gambe (le strade sono sempre a schiena d’asino per cui o correte proprio nel mezzo oppure avrete sempre un appoggio più vicino dell’altro, ovvero l’anca costantemente inclinata), velocità più alta, maggiore possibilità di esagerare. È necessario eseguirla almeno tre volte alla settimana (da annoverare nel conteggio anche le eventuali uscite di corsa in montagna).

Onde evitare infortuni curate attentamente la tecnica: falcata corta, appoggio del piede mai più avanti dell’anca, corpo leggermente inclinato in avanti (non forzatelo, viene naturale accorciando la falcata con un contemporaneo aumento del ritmo), sguardo avanti senza sollevare il mento, spalle confortevolmente aperte (non spingete fuori il petto), braccia piegate con un angolo leggermente superiore ai novanta gradi, avambraccio e gomiti a sfiorare il busto, movimento oscillatorio da poco avanti a indietro, mani aperte, polsi rilassati.

Anche il respiro è importante, secondo un noto campione del passato, poi allenatore, sarebbe meglio adottare una respirazione asimmetrica (espirazione più veloce dell’inspirazione) in modo che l’inizio espirazione non avvenga mai in contemporanea con l’appoggio sullo stesso piede: devo dire che ho adottato questo sistema, non so dire se sia realmente funzionale in relazione agli infortuni, posso di certo dire che lo è per il controllo del respiro e la mobilitazione del diaframma. In ogni caso la respirazione dev’essere diaframmatica o completa (diaframma più torace) e regolare; importante: non limitatevi a respirare con il naso ma abbinatevi anche la bocca onde fornire al vostro corpo la necessaria dose di ossigeno.

Ultima cosa: non tralasciate l’adeguato riscaldamento e l’opportuno defaticamento (vedi a piè di pagina la sitografia d’approfondimento).

L’obiettivo iniziale è quello di riuscire a correre i cinque chilometri alla vostra velocità di soglia aerobica (vedi qui come calcolarla) e senza particolari sofferenze, ne fisiche (dolori muscoli e articolari) ne mentali (stanchezza, irrefrenabile voglia di interrompere le corsa). Consiglio di seguire una tabella progressiva basata su tre sedute la settimana; passate alla distanza superiore man mano che riuscite a coprire quella corrente senza sofferenza:

  1. Prima fase (una settimana dovrebbe bastare) – Correre due chilometri individuando la propria velocità di conforto (quella alla quale potete tranquillamente parlare)
  2. Seconda fase – Correre due chilometri ad una velocità leggermente superiore a quella di conforto (velocità di soglia aerobica, che è quella da adottare in tutte le successive sedute)
  3. Terza fase – Correre tre chilometri
  4. Quarta fase – Correre quattro chilometri
  5. Quinta fase – Correre cinque chilometri
  6. Sesta fase – Correre i cinque per almeno un mese, nell’ultima settimana rilevare i tempi di percorrenza.
  7. Settima fase – Se alla fine della sesta fase i cinque li avete corsi in trenta minuti o meno, passate direttamente alla fase otto, altrimenti… correre i cinque diminuendo di cinque secondi alla settimana il tempo di percorrenza, fino ad abbassarlo ai trenta minuti.
  8. Ottava fase – Due uscite settimanali di corsa sui cinque chilometri e una uscita al mese con un chilometraggio che da sei deve progressivamente crescere fino ai dieci chilometri, possibilmente alla stessa velocità dei cinque (i dieci in un’ora), accettabile, per i nostri obiettivi, anche una velocità un poco più bassa (i dieci in un’ora e dieci minuti).

Corsa in salita (e in discesa)

L’attività escursionistica e i trail comportano necessariamente la salita, opportuno, pertanto, inserire anche degli allenamenti che la contemplino. Il consiglio è di farlo solo nel momento in cui avrete raggiunto quantomeno i primi cinque obiettivi proposti con la corsa in piano. Fate almeno un’uscita al mese, potete eventualmente sostituirla ad un’uscita in piano sui dieci chilometri. Iniziate con cinque tre chilometri e man mano arrivate a cinque. Sempre valido il concetto: se possibile meglio lo sterrato, altrimenti va benissimo anche l’asfalto, evitate o riducete al minimo il cemento (meno elastico dell’asfalto vi provoca sollecitazioni ancora maggiori).

Dove ci sono salite poi inevitabilmente ci sono discese, correte anche queste. Contrariamente all’opinione comune non è poi così dannoso correre in discesa, anzi, basta affinare la giusta tecnica: passi corti (più aumenta la pendenza più sono corti), ritmo alto (più aumenta l’inclinazione più è alto), spalle e anche spinte in avanti (l’asse del corpo deve tendere ad essere perpendicolare al terreno), busto eretto, appoggio anteriore (rispetto all’appoggio di tallone permette di ammortizzare molto meglio gli impatti col suolo), sguardo avanti. Nel limite del possibile evitate i tratti in cemento.

Anche qui non tralasciate l’adeguato riscaldamento e l’opportuno defaticamento (vedi a piè di pagina la sitografia d’approfondimento).

Allenamento in montagna

In questo gruppo non si devono ovviamente comprendere le uscite escursionistiche fatte in rilassamento (anche relativo), ma solo quelle uscite fatte allo specifico scopo di allenarsi, ovvero quelle uscite durante le quali sottoporrete il vostro corpo ad uno stress fisico e mentale più o meno rilevante ma pur sempre sostanziale. Devono essercene almeno tre al mese ma se talvolta ne fate di meno non tediatevi, a patto di aver nel contempo fatto comunque delle uscite normali.

Alternate, con una frequenza a vostro piacere (basatevi sulle vostre sensazioni fisiche, sui vostri desideri del momento, su ciò che di volta in volta vi stimola, potete anche partire con un obiettivo e poi modificarlo in corso d’opera), uscite in cui lavorare sulla distanza ad altre in cui lavorare sul dislivello ed altre ancora in cui il lavoro viene fatto sulla velocità. A parte quest’ultimo tipo di lavoro, trattandosi di montagna può risultare difficile dare netta distinzione alle altre due tipologie di allenamento, di base ogni volta vi allenerete su tutte e tre le qualità, forziamo noi la distinzione badando di volta in volta più ad un parametro che all’altro.

Utilizzate il più possibile percorsi ad anello (con una carta topografica, un poco di fantasia e lo studio della zona se ne trovano pressoché ovunque): dovendoli ripetere più volte nell’arco di pochi mesi (l’unico modo per avere parametri di riferimento sulla propria crescita) risultano meno noiosi. Cercate anche di rientrare al punto di partenza sempre e comunque con le vostre gambe: se per qualche motivo sentite di non essere in grado di completare il percorso, non fatevi venire a prendere, ma tagliate per vie alternative (qui ritorna in gioco la conoscenza della zona, che dovrete assolutamente affinare prima di impegnarvi sui percorsi più lunghi).

Tutte le uscite vanno fatte in unica soluzione, ovvero si parte e ci si ferma quando si rientra al punto di partenza (o si raggiunge la meta finale qualora non sia un anello); non ci sono vere e proprie soste, ne per mangiare ne per dormire, solo brevi e poche fermate. Al termine di ogni allenamento dedicate una mezz’ora al defaticamento, per le uscite più lunghe potrebbe essere opportuno eseguire del recupero attivo (camminata veloce o corsa lenta) nelle due po tre giornate a seguire.

Allenamenti sulla lunghezza

Trattandosi di montagna aumentando la lunghezza aumenterà anche il dislivello, in questa fase quello che conta è il rapporto tra i due parametri: consideriamo similari i venti chilometri con mille metri e i quaranta con duemila metri.

Iniziate con escursioni di venti chilometri e aumentate progressivamente fino ad arrivare almeno ai trenta chilometri, se il vostro obiettivo e avvicinarvi ai trail allora arrivate fino a cinquanta.

Allenamenti sul dislivello

Iniziate con percorsi aventi un dislivello di millecinquecento metri e aumentate progressivamente fino ai tre/cinquemila. A volte dislivello e lunghezza saranno correlati tra loro, ma non sempre e non necessariamente, cercate di inventarvi percorsi che vi permettano di avere dislivelli maggiori su chilometraggi similari.

Allenamenti sulla velocità

Qui la cosa da un punto di vista è più semplice (alla fine, a parità di percorso, dovete solo ogni volta cercare d’essere più veloci), ma da un altro più complicata dato che la strutturazione del percorso (rapporto chilometrico tra tratti di salita, tratti di piano e tratti di discesa; rapporto tra lunghezza e dislivello; tipologia del fondo; maggiore o minore facilità nell’individuazione del percorso) influenza sensibilmente la velocità media, in ogni caso dovreste velocemente acquisire la necessaria confidenza per comprendere voi stessi i parametri di riferimento.

Iniziate con la velocità di base dei due chilometri all’ora e aumentate progressivamente fino ai tre e mezzo sui percorsi più impegnativi, cinque sui percorsi più piatti e/o semplici.

Mantenimento

Raggiunti tutti gli obiettivi elencati non potrete adagiarvi sugli allori ma dovrete mantenervi sempre attivi per non perdere l’allenamento così faticosamente acquisito. A questo punto, però, avrete fatto tanta di quella esperienza dal poter valutare voi stessi cosa fare per mantenervi in forma, forse (o probabilmente) sarete talmente appagati e coinvolti da quanto fatto (e dalla corsa) che vorrete uscire a correre in montagna quante più volte possibile, in ogni caso diciamo che per mantenere questi livelli prestazionali è necessario (indipendentemente da quante volte andate a fare escursioni o corse in condizione di conforto):

  1. ginnastica quotidiana o bigiornaliera che integri, anche in momenti separati, flessibilità, articolabilità, forza muscolare (in ogni distretto) e propriocettività;
  2. Una corsa piana sui cinque chilometri almeno una volta alla settimana;
  3. una corsa piana sui dieci chilometri almeno una volta al mese;
  4. una “tiratona” montana almeno due volte al mese (se viene a mancare sostituitela con una corsa in salita di almeno cinque chilometri o con una piana di dieci chilometri).

Consiglio finale

L’allenamento è, come detto, importante, ma non facciamone una malattia, concediamoci pure qualche momento di salutare riposo che è a sua volta indispensabile per permettere il recupero e la crescita. Insomma, il mantra fondamentale alla fine dev’essere… divertirsi!

Sitografia di riferimento e approfondimento

Su questo argomento in Internet potete trovare tantissimo materiale, impossibile riportarlo tutto. Di seguito una mia piccola selezione dei migliori e più utili articoli.

Runlovers – La prestazione massima

Running Italia – A che velocità devo correre

Il Cardiofrequenzimetro – Calcolo delle fasce/soglie cardiache di allenamento

Running Italia – Il Running è un rischio per la schiena?

Running Italia – 4 esercizi per curare e prevenire il mal di schiena del podista

Running Italia – Mal di schiena, quali sono i fattori scatenanti per il podista

Running Italia – Come mantenere la giusta postura durante la corsa

Mypersonaltrainer – Propriocezione e sensibilità propriocettiva

Runlovers – Gli esercizi per migliorare la propriocezione

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Running Italia – Allenamento e Stretching diaframmatico per una migliore efficienza di corsa

Runner’s World – Preparati a correre in salita

Running Italia – I benefici, ancora poco conosciuti, della corsa in discesa

Running Italia – Riscaldamento: perché è importante prima di iniziare a correre

Running Italia – Defaticamento, quando e come va eseguito

Runlovers – Defaticamento dopo la corsa: ecco qualche consiglio per te


Continua in… Orientamento e topografia


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna – Allenamento base


Prosegue da… Alimentazione e idratazione


Premessa importante: è certamente possibile praticare escursionismo senza fare specifici allenamenti, vorrà dire che ogni escursione sarà allenamento per la successiva con l’inevitabile conseguenza che ogni uscita sarà dolorosa e faticosa. Uhm, forse è meglio, molto meglio, allenarsi in modo specifico e godersi tutte le escursioni!

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Con allenamento base mi riferisco a quell’attività complementare all’escursionismo che ci permette di arrivare a camminare per sei ore continuative a una velocità media di due chilometri all’ora indipendentemente dalla tipologia di percorso: strada, mulattiera, sentiero o terreno vergine; piano, salita, discesa, misto. Potrebbe sembrare una prestazione banale ma vi assicuro che non lo è e vi invito a non fare confronti con le tempistiche che potete trovare su guide e cartine dato che è facile trovare discrepanze anche notevoli: a volte si riesce a stare abbondantemente nel tempo indicato, altre si fa molta fatica o addirittura non ci si riesce. In questa sede non è comunque importante risolvere il quesito, diciamo che ognuno può trovarsi i propri parametri di valutazione e poi fare riferimento a sé stesso.

Detto questo, come capire se ci si può considerare a posto con l’allenamento di base? Se già praticate da tempo l’escursionismo la cosa è facile, dovete solo rispondere alla seguente domanda: “riuscite a rispettare l’indicazione di riferimento sopra esposta?” Se potete rispondere “si sempre” allora siete a posto; se dovete rispondere “no, mai” oppure “quasi mai” o “solo alcune volte”, allora dovete decisamente seguire un programma di allenamento più o meno completo che definirete attraverso i test che riporto più sotto, test che ovviamente dovranno fare senza chiedersi nulla tutti coloro che non sono mai stati in montagna o in totale hanno fatto meno di trenta escursioni.

IMG-20170711-WA0012Sei sono gli aspetti che incidono sulla prestazione escursionistica, dobbiamo valutarli e allenarli tutti quanti: la forza mentale che ci permette di sopportare fatica e dolori portandoci a superare vari limiti soggettivi e, quindi, alla fine condiziona tutto il resto; la velocità che, per quanto qui ci interessa, equivale alla forza specifica dei muscoli delle gambe; la resistenza che è sostanzialmente legata all’attivazione di certi adattamenti fisiologici; la resistenza in velocità che è la combinazione dei due precedenti fattori; la propriocettività che determina l’equilibrio; la forza generale visto che il cammino coinvolge quasi per intero il nostro sistema muscolo-articolare.

Per ottimizzare il processo prima di tutto conviene fare l’intera serie di valutazioni, saremo così in grado di capire cosa allenare e come allenarlo.

Valutare la forza mentale

0548_ph. carla cinelli_edCome detto la forza mentale influenza tutti gli altri fattori prestazionali ed è pertanto il primo che andiamo a valutare. Il metodo più semplice e rapido è quello di fare una corsa:

  • indossare indumenti comodi e adeguati alla temperatura (tuta da ginnastica o pantaloncini e maglietta, ad esempio, ma anche niente se si ha la fortuna di poterlo fare);
  • trovare una strada pianeggiante (per comodità, ma va bene anche in salita o in discesa o con alternanza delle due) meglio se a fondo regolare (asfalto o sterrato) onde evitare la possibilità di prendere delle storte;
  • camminare a passo veloce (diciamo il sessanta percento della massima velocità che si è in grado di produrre e mantenere) per una decina di minuti al fine di compiere un adeguato riscaldamento;
  • a questo punto aumentare sensibilmente la velocità (ottanta percento) e tenerla per cinque minuti;
  • ora passare alla corsa con una velocità che ci porti poco (per non farsi del male) oltre la nostra zona di comfort (la frequenza cardiaca deve salire a centotrenta battiti al minuto) e mantenerla senza variazioni di velocità finché il fiato si fa pesante o le gambe diventano dure e pesanti;
  • rallentare leggermente ma sensibilmente e tentare di continuare a correre, ci riusciamo?

Se si riesce a correre ancora almeno per dieci minuti ci si può (per il livello escursionistico di base) ritenere a posto, in caso contrario dovremo allenare la nostra forza mentale.

Valutare la velocità

0145_ph-alberto-quaresmini_edNon è facile separare la velocità dalla resistenza dato che, alla fine, le due cose sono pur sempre collegate tra loro, ci sarebbe anche da prendere in considerazione la differenza tra le tipologie di fondo e le diverse inclinazioni che può assumere un percorso, ma per ora possiamo ignorare tutto questo: quello che vogliamo valutare (ed eventualmente allenare) è la capacità del nostro organismo di produrre e supportare una data velocità.

  • Scegliere un percorso pianeggiante (per escludere l’incidenza di eventuali deficit nella forza muscolare specifica e/o generica) su strada asfaltata o sterrato (per non crearci problemi di equilibrio o articolabilità di anche e caviglie) con una lunghezza di due chilometri.
  • Camminare in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del nostro solito, si deve riuscire a parlare, se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto) dall’inizio alla fine (non cambiare velocità).
  • Quanto tempo ci abbiamo messo? Se non arriviamo a coprire l’intera distanza calcoliamo quella coperta per usarla come quota di partenza nell’allenamento della velocità (che a quel punto diventerà un allenamento di velocità e resistenza).

Se ci abbiamo messo non più di un’ora possiamo considerarci a posto, altrimenti dobbiamo allenare la nostra velocità.

Valutare la resistenza

0891_ph. alberto quaresmini_edQui vogliamo verificare se i nostri muscoli sono in grado di lavorare per le sei ore continuative che ho definito come riferimento del livello escursionistico di base.

  • Scegliere un percorso pianeggiante con una lunghezza di dodici chilometri (quella che corrisponde ai due chilometri all’ora per sei ore che rappresentano il riferimento del livello base).
  • Percorrerlo camminando per sei ore in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del nostro solito, bisogna riuscire a parlare, eventualmente se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto);
  • Allo scadere della sesta ora fermarsi anche se non si è coperta l’intera lunghezza dei dodici chilometri.
  • La velocità è rimasta costante?

Se la velocità è rimasta costante siamo a posto, altrimenti dobbiamo allenarci sulla resistenza.

Valutare la resistenza in velocità

0389_ph-fabio-corradini_edQuesto test è da farsi solo se abbiamo superato ambedue i precedenti e serve per verificare se siamo in grado di mantenere i due chilometri all’ora per tutte le sei ore definite come tempo di riferimento per il livello base.

  • Scegliere un percorso pianeggiante con una lunghezza di dodici chilometri.
  • Percorrerlo mantenendo dall’inizio alla fine la velocità di due chilometri all’ora.
  • Ci siamo riusciti?

Se si siamo a posto, altrimenti dobbiamo allenare la nostra resistenza in velocità.

Valutare la propriocettività

Jpeg

Al livello escursionistico di base non sarebbe un aspetto fondamentale, senonché c’è pur sempre un discorso di sicurezza: camminare su un fondo irregolare può metterci in difficoltà e cadere in certe circostanze (sentiero esposto, prati ripidi, paretine rocciose e altre similari situazioni nelle quali anche l’escursionista medio può venirsi a trovare) potrebbe voler dire rischiare infortuni anche gravi, se non addirittura la morte.

Riusciamo a stare in equilibro a occhi chiusi senza sbilanciarci per almeno trenta secondi sia sulla sola gamba destra che sulla sola gamba sinistra? Se si siamo a posto, altrimenti dobbiamo migliorare la nostra propriocettività.

Valutare la forza generale

A livello di base non abbiamo bisogno di fare una valutazione specifica: se abbiamo superato i precedenti test abbiamo una forza generale di certo adeguata, altrimenti potremmo aver bisogno di qualche esercizio specifico per aiutarci nel miglioramento degli altri fattori.

Allenare la mente

DSC_0172Come già visto con una forza mentale troppo debole non potremo allenare le restanti qualità, quindi è necessariamente la prima cosa su cui lavorare.

  • Indossare indumenti comodi e adeguati alla temperatura (tuta da ginnastica o pantaloncini e maglietta, ad esempio, ma anche niente se si ha la fortuna di poterlo fare).
  • Trovare una strada pianeggiante (per comodità, ma va bene anche in salita o in discesa o con alternanza delle due) meglio se a fondo regolare (asfalto o sterrato) onde evitare la possibilità di prendere delle storte.
  • Camminare a passo veloce (diciamo il sessanta percento della massima velocità che si è in grado di produrre e mantenere) per una decina di minuti al fine di compiere un adeguato riscaldamento.
  • A questo punto aumentare sensibilmente la velocità (ottanta percento) e tenerla per cinque minuti.
  • Ora passare alla corsa con una velocità che ci porti poco (per non farsi del male) oltre la nostra zona di comfort (la frequenza cardiaca deve salire a centotrenta battiti al minuto) e mantenerla senza variazioni di velocità finché il fiato si fa pesante o le gambe diventano dure e pesanti.
  • Rallentare leggermente ma sensibilmente e continuare a correre finché ci riesce; l’obiettivo è portare questo tempo a venti minuti.

Allenare la velocità

IMG_20180425_102246Una volta che siamo a posto con la forza mentale possiamo dedicarci alla velocità. I percorsi saranno su strada asfaltata o sterrata (il fondo liscio e regolare ci consente di fare confronti migliori fra le varie sedute, specie se cambiamo ogni volta percorso, utile per non annoiarsi) e pianeggianti (per escludere l’incidenza di eventuali problemi di forza specifica); fare sei allenamenti (sei giorni consecutivi) a settimana, il settimo eseguire recupero passivo (non fare escursioni ne camminate) o attivo (fare una breve camminata a blanda velocità), se nella settimana programmate un’escursione rimandate l’allenamento alla settimana successiva ponendoci in mezzo un giorno di recupero passivo. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; alla prima esecuzione procedere alla velocità che si pensa di poter mantenere per l’intero percorso (se poi non ci riusciremo alla successiva seduta adotteremo una velocità sensibilmente più bassa), di seduta in seduta aumenteremo progressivamente la nostra velocità. Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il percorso nel riferimento indicato come obiettivo del livello corrente senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Da farsi solo se nella valutazione di velocità non si è raggiunto il chilometro. Iniziando dalla distanza raggiunta nella valutazione e incrementandola, man mano che si copre il percorso senza problemi, di cento metri, arrivare a camminare un chilometro.
  2. Camminare per un chilometro con un tempo di percorrenza che, man mano che si copre il percorso senza problemi, va diminuito di due minuti fino coprire il percorso in trenta minuti.

Allenare la resistenza

IMG_0860Acquisita la necessaria velocità di base ci possiamo dedicare al rinforzo della resistenza. I percorsi saranno ancora su strada asfaltata o sterrata e pianeggianti. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del vostro solito, bisogna riuscire a parlare, eventualmente se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto). Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza diminuire la velocità e senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Un’ora. Tre volte a settimana (giorni non consecutivi).
  2. Un’ora e mezza. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  3. Due ore. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  4. Tre ore. Almeno una volta a settimana.
  5. Quattro ore. Almeno una volta a settimana.
  6. Cinque ore. Almeno una volta a settimana.
  7. Sei ore. Almeno una volta a settimana.

Allenare la resistenza in velocità

IMG-20170711-WA0006Acquisita anche la necessaria resistenza ci possiamo dedicare al rinforzo della resistenza in velocità. I percorsi saranno ancora su strada asfaltata o sterrata e pianeggianti. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere, finché ci si riesce, ad una velocità costante di due chilometri all’ora. Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza diminuire la velocità e senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Due chilometri. Tre volte a settimana (giorni non consecutivi).
  2. Tre chilometri. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  3. Quattro chilometri. Almeno una volta a settimana.
  4. Cinque chilometri. Almeno una volta a settimana.
  5. Sei chilometri. Almeno una volta a settimana.
  6. Sette chilometri. Almeno una volta a settimana.
  7. Otto chilometri. Almeno una volta a settimana.
  8. Nove chilometri. Almeno una volta a settimana.
  9. Dieci chilometri. Almeno una volta a settimana.
  10. Undici chilometri. Almeno una volta a settimana.
  11. Dodici chilometri. Almeno una volta a settimana.

Allenare la resistenza in salita

DSC06471Fino ad ora abbiamo lavorato in piano, ma le escursioni comportano salite e discese, dobbiamo allora dedicare attenzione anche alla resistenza in salita. I percorsi, che saranno ancora su strada asfaltata o sterrata (se si hanno difficoltà a reperire percorsi di questa tipologia si possono sfruttare anche combinazioni con mulattiere o sentieri a patto che siano abbastanza regolari sia come fondo che come pendenza), ora saranno tutti da dodici chilometri e composti in parte uguale (anche con alternanza ripetuta) sia da salita che da discesa (se avete modo di farvi venire a prendere in auto o di rientrare con mezzi di servizio pubblici potete anche fare tutta salita); il dislivello indicato non è la somma di positivo e negativo ma il singolo valore di salita (positivo) e di discesa (negativo), se fate solo salita dovete raddoppiarlo onde mantenere la stessa inclinazione media (sarà difficile avere un’inclinazione costante, ma tutto sommato poco importa, meglio comunque utilizzare lo stesso percorso fino al completamento di un livello); fare almeno un allenamento a settimana. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere, finché ci si riesce, ad una velocità costante di due chilometri all’ora (essendo in salita sarà difficile avere una pendenza costante e, quindi, una velocità realmente costante, potete basarvi sulla velocità media computata sul chilometro o, meglio, sul mezzo chilometro). Passare al livello successivo solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il percorso corrente nel tempo di sei ore senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento, a meno che non abbiano caratteristiche conformi o superiori a quelle del livello di allenamento corrente e la velocità minima di cammino (velocità media computata sul chilometro o, meglio, sul mezzo chilometro) sia coincidente o superiore ai due chilometri all’ora.

  1. Trecento metri di dislivello.
  2. Quattrocento metri di dislivello.
  3. Cinquecento metri di dislivello.
  4. Seicento metri di dislivello.
  5. Settecento metri di dislivello.
  6. Ottocento metri di dislivello.
  7. Novecento metri di dislivello.
  8. Mille metri di dislivello.

Allenare la propriocettiva

Questa fase può invero essere eseguita anche in sovrapposizione alla precedente. A questo punto le nostre prestazioni escursionistiche saranno decisamente conformi all’obiettivo prefissato e indicato come riferimento per il livello di base, ma, fino ad ora, abbiamo lavorato su fondi regolari e nelle uscite in montagna potremmo rilevare problemi nel mantenere l’equilibrio, passiamo quindi ad allenare la propriocettività; consiglio vivamente di fare questi esercizi a corpo nudo, potremo più facilmente verificare il posizionamento e percepire l’equilibrio. Iniziare dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente) e passare al livello successivo solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza sbilanciamenti, nemmeno lievi. Durante ogni esercizio la testa dev’essere in posizione di riposo (dritta e con il mento lievemente abbassato: non dovete sentire tensioni alla nuca e sulle spalle), tenere lo sguardo dritto davanti a voi (le prime volte potreste essere tentati ad abbassarlo per migliorare la stabilità, se proprio non riuscite ad evitarlo bene, ma ripetete il livello fino a che riuscite a tenerlo costantemente alto). Se perdete la stabilità, rimettetevi in equilibrio e continuate l’esercizio fino ad esaurimento del tempo.

  1. IMG_0943In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per un minuto.
  2. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per due minuti.
  3. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per tre minuti.
  4. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per un minuto.
  5. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per due minuti.
  6. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per tre minuti.
  7. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per un minuto. Ripetere con la gamba sinistra.
  8. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per due minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  9. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per tre minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  10. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per quattro minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  11. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per cinque minuti. Ripetere con la gamba sinistra.

Allenare la forza generale

Questa fase può essere eseguita anche in sovrapposizione (mescolandole o tenendole differenziate) alla precedente. A questo punto, se ne abbiamo bisogno (ad esempio test di valutazione negativo, dolori alla schiena o alle braccia o alle caviglie durante o dopo le escursioni, difficoltà nel superare i tratti gradinati o singoli gradini molto alti, crampi a gambe o polpacci nelle salite ripide), possiamo lavorare sulla nostra forza generale. A questo livello non abbiamo di fare grandi cose, solo pochi esercizi da ripetere almeno due volte alla settimana fino alla risoluzione dei detti problemi; consiglio vivamente di farli a corpo nudo. Non sono un insegnante di ginnastica né un allenatore pertanto quanto segue è solo l’elenco di alcuni degli esercizi che ho usato e ancora quotidianamente utilizzo per i miei allenamenti (sono contemplati anche alcuni esercizi di allungamento e articolabilità utili alla prevenzione di certi traumi), liberi di trovarne altri o di rivolgervi a un personal trainer.

  1. IMG_0998Flessibilità della caviglia (nel cammino è molto importante: più la caviglia è flessibile più potremo sfruttare, in salita quanto in discesa, l’appoggio dell’intera suola riducendo lo scivolamento; nelle discese ripide, poi, è importante riuscire ad appoggiare prima la punta del piede, cosa che richiede una buona estensioni in avanti dello stesso) – In piedi, una mano appoggiata su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi, alzare la gamba destra di circa trenta gradi, estendere il piede in avanti fino a sentire una discreta tensione sopra la tibia, mantenere la posizione un secondo, flettere il piede all’indietro fino a sentire una discreta tensione sul polpaccio, mantenere la posizione per un secondo. Ripetere dieci volte senta intervallo. Ripetere con il piede (e gamba) sinistro.
  2. Articolabilità della caviglia (ci preserva dalle storte molto più di quanto possano fare delle morbide pedule alte) – In piedi, una mano appoggiata su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi, alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’esterno per dieci volte cercando la massima estensione articolare in ogni direzione. Ripetere con il piede (e gamba) sinistro. Ripetere ruotando il piede verso l’interno.
  3. Allungamento polpacci (li riscalda per il successivo esercizio) – Appoggiarsi con le punte dei piedi su un rialzo di almeno venti centimetri (gradino), mantenendo la posizione eretta abbassare il tallone fino a percepire una discreta tensione al polpaccio, mantenere la posizione per quindici secondi, alzarsi sulle punte dei piedi, mantenere la posizione cinque secondi, tornare in posizione di partenza. Ripetere tre volte con 5 secondi di intervallo.
  4. Rinforzo polpacci (nelle salite ripide, quelle che ci portano a lavorare più di punta che con l’intera pianta del piede, sono molto sollecitati) – In piedi, piedi alla larghezza delle anche tenendoli paralleli fra loro, braccia distese lungo i fianchi. Sollevarsi sulla punta delle dita e subito ridiscendere con il tallone a terra. Ripetere dieci volte senza intervallo.
  5. IMG_0983Allungamento quadricipiti (li riscalda per il successivo esercizio) – In ginocchio, gambe avvicinate ma che non si toccano, parallele tra loro, piedi in estensione, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi. Abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni, se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sule braccia una parte del vostro peso (oppure cambiate esercizio: in piedi, alzare il piede destro da terra e impugnare la caviglia con la mano corrispondente, tirando con la mano portare il tallone verso il gluteo, mantenere la posizione per quindici secondi, portare il piede a terra e ripetere con l’altro piede), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione per dieci secondi e poi riportatevi nella posizione di partenza. Ripetere tre volte con un recupero passivo di quindici secondi, dopo l’ultima ripetizione non fare il recupero ma passere immediatamente all’esercizio successivo.
  6. Rilassamento legamenti del ginocchio (probabilmente sollecitati e induriti dall’esercizio precedente) – Seduti, gambe avvicinate ma non unite, distese in avanti, piedi a martello, braccia allungate indietro, mani in appoggio a terra, busto eretto o appena inclinato all’indietro. Spingere le ginocchia verso il basso fino a far rientrare la rotula (si nota la formazione di due fossette, una per lato, sui fianchi delle ginocchia), mantenere la posizione per trenta secondi.
  7. IMG_0957Rinforzo quadricipiti (di certo il distretto muscolare che più di tutti lavora nel cammino in salita) – Posizionarsi di fronte a un gradino (panca, sedia, l’importante che diano un appoggio stabile e robusto) alto all’incirca quanto le nostre ginocchia, in piedi, gambe alla larghezza delle anche, piedi paralleli fra loro. Inspirare, alzare il piede destro e posizionarlo sopra il gradino, spostare leggermente in avanti il bacino (il nostro baricentro deve portarsi sulla verticale del tallone posto sul gradino), spingendo sulla gamba piegata espirando sollevarsi estendendo completamente la gamba destra fino a poter appoggiare il piede sul gradino vicino al destro, immediatamente rialzare il piede sinistro e, senza farlo cadere violentemente a terra, inspirando riportarlo a terra tenendolo esteso (permette di ammortizzare il contatto con il terreno). Ripetere dieci volte senza intervallo. Ripetere con la gamba sinistra.
  8. IMG_0979Rinforzo del core (col termine “core” ci si riferisce all’insieme muscolare che rappresenta il centro del nostro corpo: addominali, dorsali, eccetera; anche se non sembra, avere un core tonico e sufficientemente potente è importantissimo ai fini di un cammino più efficiente e senza dolori, specie alla schiena) – Ci sono molti esercizi per il core, molti sono specifici per uno o pochi muscoli, alcuni richiedono una valutazione posturale prima d’essere utilizzati, uno è generico e praticabile da tutti: il plank. Mettersi in ginocchio, piedi a martello, appoggiare gli avambracci a terra piuttosto avanti (troverete la misura giusta con due o tre prove), raddrizzando le ginocchia sollevarsi da terra portando le spalle sulla verticale dei gomiti (che restano appoggiati a terra) e mettendo il corpo in linea, mantenere in linea anche il collo e la testa, lo sguardo deve cadere sui polsi. Respirando normalmente mantenere la posizione del plank per dieci secondi. Ripetere tre volte con un intervallo di trenta secondi, durante i quali si resta seduti senza fare niente (recupero passivo).
  9. IMG_0989Rinforzo braccia (nel cammino sono coinvolte solo se si utilizzano i bastoncini, in ogni caso è sempre bene mantenere un equilibrio tra i vari gruppi muscolari per cui un poco di allenamento anche per queste non guasta) – Inginocchiarsi, piedi a martello leggermente discosti, appoggiare le mani a terra in linea con le spalle e sensibilmente allargate, dita in avanti, a braccia ben distese sollevare le ginocchia da terra, mettere il corpo bene in linea compreso il collo e la testa, sguardo verso le mani. Inspirando piegare le braccia senza allargare i gomiti che devono restare il più vicino possibile al busto (scendendo all’indietro invece che in fuori), il corpo deve restare perfettamente allineato, Arrivati con il mento che sfiora il terreno, espirando ridistendete le braccia fino a tornare nella posizione di partenza, attenzione a non inarcare la schiena. Eseguire cinque piegamenti, se non ci si riesce invece di appoggiarsi solo sulle punte dei piedi si possono appoggiare anche le ginocchia (tenendo i piedi sollevati da terra uniti o incrociati). Ripetere tre volte con un intervallo di trenta secondi, durante i quali si resta in ginocchio a braccia distese verso il basso senza fare niente (recupero passivo).

Mantenere la prestazione di base

Abbiamo, magari con una discreta fatica e qualche dolore, raggiunta la prestazione di base, come possiamo mantenerla? Se da qui in avanti faremo un’escursione alla settimana possiamo limitarci agli esercizi di forza generale da eseguirsi almeno due volte alla settimana, se necessario incrementando un poco il carico (aumento dei tempi o/e delle ripetizioni), in caso contrario sarà opportuno effettuare almeno un allenamento alla settimana: su strada asfaltata o sterrata pianeggiante un’ora di cammino (se fate più di un allenamento a settimana potete ridurre a quaranta minuti) a velocità di quattro chilometri l’ora o mezz’ora di corsa blanda (sei/sette chilometri l’ora).

Sitografia di riferimento e approfondimento

Mondo Nudo – Computare il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico

Mondo Nudo – Scala delle difficoltà escursionistiche


Continua in…  Allenamento avanzato


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna – Alimentazione e idratazione


Prosegue da… Il nudo


Istantanea 2 (24-04-2017 09-47)Non sono un dietologo e nemmeno un qualsiasi altro genere di medico, non ho titoli specifici che mi possano dare una qualche forma di autorità in ambito dietologico o alimentaristico, d’altra parte non è di diete (in merito alle quali dico solo che vanno fatte esclusivamente dietro indicazione medica e devono essere definite da un dietologo, non da riviste, vip o altri personaggi di tendenza) che vi voglio parlare, tutto sommato nemmeno di regime alimentare di base (in relazione al quale mi permetto solo di far osservare quanto la stragrande maggioranza dei dietologi e degli alimentaristi suggerisce: il migliore è quello che non fa mancare niente), quello che andrò di seguito a scrivere sono solo dei principi (ovviamente rubati ad esperti e da me poi personalmente sperimentati) e delle astuzie (alcune lette in giro, altre trovate da solo, comunque tutte confermate dalla mia e altrui prolungata esperienza) in merito a come alimentarsi e idratarsi durante l’uscita o nelle ore che la precedono o la seguono di poco. Ovviamente il tutto è strettamente correlato all’impegno che dovremo andare ad affrontare, più questo è alto e più attenzione dobbiamo metterci, in ogni caso si può individuare una base comportamentale comune alla quale farò riferimento.

Principi generali

  • Evitare di appesantire lo stomaco.
  • Evitare la formazione di gas nello stomaco e nell’intestino.
  • Immagazzinare quanto poi servirà a produrre la necessaria energia, ovvero carboidrati e grassi, evitandone nel contempo un inutile (o deleterio) sovraccarico.
  • Durante l’uscita mantenere costantemente attive le scorte energetiche.
  • Alimentarsi in cinque o sei pasti al giorno dando più e pari importanza a colazione e cena, per poi suddividere il resto tra pranzo e due o tre spuntini, questi ultimi meglio se a base di frutta o verdura.
  • Mantenersi ben idratati.

Prima dell’uscita

Nelle ventiquattr’ore che precedono la partenza…

  • Evitare di assumere cibo a lenta digeribilità, in particolare latte, frutta, verdura, cereali ed ogni altro alimento che sappiamo esserci ostico da digerire o che ci provochi altri fastidi, quali flatulenza o irritazioni epidermiche.
  • Progressiva riduzione delle proteine.
  • Parallelo progressivo incremento dei carboidrati, anche ad alto indice glicemico.
  • Equilibrata assunzione di grassi, all’incirca nella stessa quantità dei carboidrati.
  • Bere molta acqua (da due a tre litri), possibilmente alcalina (ph superiore a 7) e a basso contenuto di anidride carbonica (non gassata, naturale come usualmente si dice).
  • Evitare le bibite gassate e i super alcolici.
  • Contenere il più possibile l’assunzione di vino e birra, meglio evitarlo del tutto nelle sei ore precedenti la partenza.

Due ore prima della partenza fare uno spuntino energetico a base di carboidrati a basso indice glicemico e grassi.

Durante l’uscita

  • Mantenersi adeguatamente idratati, non si deve mai arrivare a sentire la sete, attenzione che la sensazione di secchezza alla bocca è già un segnale di disidratazione, avete aspettato troppo o bevuto troppo poco, alla prima istanza è ancora rimediabile ma poi diventa sempre più critico; volendo dare un’indicazione più chiara, ma che risente comunque di tante variabili (temperatura, vento, umidità, quota, insolazione, composizione corporea e altro), possiamo dire che si deve bere da un decilitro a venti decilitri ogni quindici minuti.
  • Se la durata dell’uscita e breve (meno di tre ore) ci basta l’acqua.
  • Se l’intensità dello sforzo è molto alto (corsa o cammino molto veloce) e/o si prolunga parecchio nel tempo (sopra le tre ore) all’acqua pura è utile accompagnare una soluzione ipo (concentrato di soluto inferiore a quello del nostro sangue, facile da digerire ma con meno apporto di sali) o iso (concentrato di soluto identico a quello del nostro sangue, più difficile da digerire ma più efficace) tonica, io preferisco la prima; da nessuna parte ho trovato indicazioni in merito alla proporzione tra l’acqua pura e l’acqua con integratore, dopo vari test io l’ho fissata in quattro a uno; la soluzione potete farvela voi stessi, oppure utilizzare le apposite polveri da disciogliere in acqua o le soluzioni già pronte, fate dei test per trovare la formulazione o il prodotto a voi più congeniale usando come indicatori la digeribilità e il gradimento al palato; il soluto può essere composta da soli sali (come facilmente accadrà se ve lo fate in proprio) o da sali e carboidrati (come nelle polveri e nelle soluzioni già pronte, che risultano quindi utili anche al mantenimento energetico)
  • Se la durata dell’uscita supera le tre ore, dopo un’ora dalla partenza assumere una barretta energetica o altro prodotto / alimento energetico a voi congeniale che contenga carboidrati ad assorbimento graduale, dopo vari test io preferisco le barrette: meno gradevoli al palato ma più equilibrate, più digeribili, più efficienti, più semplici da trasportare e da assumere.
  • Se la durata supera le tre ore e l’intensità è alta dopo il primo assumere altri prodotti o alimenti energetici con carboidrati sia ad assorbimento rapido che graduale, nel caso si utilizzino alimenti predisporli in piccole porzioni. La frequenza di assunzione molti la indicano in ogni ora, personalmente sui percorsi molto lunghi (oltre le 18 ore) penso, specie usando per l’idratazione una soluzione con carboidrati, sia meglio allungare all’ora e mezza o anche due per evitare un eccesso di nutrienti e sforarne i valori consigliati (VNR), bisogna fare dei test per capire quali siano i prodotti o gli alimenti più tollerati e con quale cadenza assumerli (di certo non meno di un’ora e non più di due). I prodotti solidi (esempio barrette e frutta) ci impegnano nella masticazione e pertanto vanno assunti solo in discesa o sui lunghi piani; i gel non impegnandoci nella masticazione si possono assumere in ogni momento ma, dato che richiedono un certo sforzo per essere estratti dal contenitore e molti anche il rovesciamento della testa all’indietro, il momento migliore sono i piani e le discese; i prodotti liquidi (gel già disciolti in acqua e purea di frutta) vanno sempre bene ma meglio riservarli alla soluzione di eventuali crisi energetiche che possano insorgere nel mezzo delle salite; non mi baserei solo sui gel liquidi, intanto perché se ne possono assumere non più di due al giorno e poi perché non ostacolano l’insorgere dei sintomi della fame, come invece fanno in parte le barrette; la purea di frutta, che apporta poca energia e agisce sulla sensazione di fame prevenendola o attenuandola, negli sforzi di bassa intensità (cammino tranquillo o moderato) può anche essere utilizzata come unico apporto di energia.
  • Se l’intensità è bassa e il percorso non supera le sei ore di percorrenza possiamo anche non assumere prodotti energetici dopo il primo e attendere la sosta per il pranzo.
  • Alla sosta per il pranzo assumere cibi che si digeriscono facilmente e che apportino un equilibrato mix di carboidrati e grassi, le proteine sono sostanzialmente inutili ma è anche inutile (difficile o addirittura impossibile) cercare di non assumerle. Accompagnate il cibo con abbondante acqua, se non ripartite immediatamente e li gradite sono accettabili anche un bicchiere di buon vino o una caraffa di birra.
  • Se il pranzo conclude l’impegno della giornata (ad esempio percorsi a tappe), alle indicazioni di cui sopra conviene associare anche quelle che seguono, relative al dopo uscita.

Dopo l’uscita

  • Nella prima mezz’ora reidratassi abbondantemente; non bisogna preoccuparsi delle perdite saline che, come si può leggere nella sitografia sotto riportata, alla fine sono irrilevanti e verranno recuperate in poco tempo senza bisogno di fare alcunché di specifico.
  • Contemporaneamente assumere un poco di proteine (un grammo ogni quattro chili del proprio peso) per attivare e facilitare la riparazione dei microtraumi che ogni attività fisica ci procura.
  • Se l’impegno è stato notevole possiamo, sempre nella prima mezz’ora, aggiungere anche una dose (vedere istruzioni sulla relativa confezione) di aminoacidi essenziali che aiutano il processo rigenerativo (si possono assumere anche mediante il cibo ma, specie se siamo in un rifugio o, peggio ancora, bivacchiamo, potrebbe essere piuttosto complicato assumerne la dose ideale, quindi le pastiglie tornano comode).
  • Entro l’ora assumere un grammo di carboidrati per ogni chilogrammo del proprio peso.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Nutrizione Sport – L’alimentazione e l’integrazione negli sport di resistenza

Sporteat – Grassi e endurance: la nuova frontiera dell’energia

Dad2Tri – L’alimentazione degli sport di endurance: le proteine, i mattoni per i nostri muscoli

Dad2Tri – I carboidrati, energia per il movimento e per il recupero

Dad2Tri – Disidratazione e integrazione di sali

Enervit – Nutrizione e integrazione

Running Italia – Il consumo energetico e i 4 sistemi che lo regolano

Runner’s World – Omega-3 alleati del runner

Runlovers – Ridurre infiammazioni e DOMS con gli omega 3

+ViVi – Differenze tra bevande ipotoniche, isotoniche e ipertoniche

Ministero della salute – Apporti giornalieri di vitamine e minerali

+ViVi – Calcolo carboidrati netti negli alimenti

Dossier.Net – Calcolo calorie alimenti


Continua in…  Allenamento base


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna – Il nudo


Prosegue da… Abbigliamento: integrazione


IMG_DSC7564Sebbene tutti in certe situazioni riducano ai minimi termini l’abbigliamento che indossano, pochi sono coloro che rimuovono anche quest’ultimo brandello di tessuto: i secoli di condizionamento sociale ci hanno resi più o meno refrattari ad ogni pulsione di spogliamento totalizzante, nel contempo l’abitudine all’abito ha inibito le nostre sensazioni epidermiche portandoci a sentire normale lo stare vestiti e anormale il mettersi a nudo. Invero, volenti o nolenti, il nudo è per sua implicita natura stato di norma di tutti gli esseri viventi mentre, al contrario, i vestiti sono un artifizio creato dall’essere umano in parte per opportune ragioni (proteggersi dalle intemperie, dal freddo, dagli elementi abrasivi o urticanti), in parte per motivazioni non comuni a tutte le culture e, pertanto, opinabili (camuffarsi, distinguersi, creare soggezione e/o suggestione, presunta igiene, veti religiosi, divieti legislativi o giuridici). Ecco che camminare (e ancor più vivere) nudi, a fronte di qualche svantaggio, comporta numerosi vantaggi, sia personali che sociali.

Partiamo dagli svantaggi!

Dipendenza

Come lo provi non ne puoi più fare a meno! Invero sarebbe da vedersi come un vantaggio ma allo stato attuale delle cose in Italia (e in buona parte del mondo) purtroppo diviene uno svantaggio, come vedremo nel seguito.

Sofferenza fisica

IMG_8573Già da vestiti camminando in montagna è inevitabile subire escoriazioni, spinate, orticate, irritazioni, abrasioni, così è inevitabile chiedersi cosa succede da nudi. Come prima cosa consideriamo che raramente circoliamo perfettamente coperti, anzi, con il caldo imperano pantaloncini e maglietta che lasciano libera una bella porzione di pelle, poi posso assicurarvi che la differenza non è notevole: i genitali sono in posizione piuttosto protetta (in quindici anni di nudo sono rimasto appeso a rami spinosi per il naso o per la palpebra di un occhio ma mai per il pene o lo scroto e vi assicuro che resto nudo persino nell’attraversamento di fitte boscaglie e spessi roveti), i glutei sono meno protetti ma visto che in genere si cammina verso l’avanti è ben difficile che vadano a sbattere contro qualcosa (mi sono graffiato testa, viso, spalle, schiena, torace, braccia e gambe ma mai i glutei), il problema si pone quando ci si siede e allora basta un piccolo telo o un maglione o una giacca. Debbasi osservare anche che:

  • attraverso la nudità la pelle un poco si indurisce;
  • il reiterarsi dei contatti dolorosi intensifica la nostra sopportazione del dolore o, per meglio dire, si abbassa la nostra percezione dello stesso, quantomeno in ragione dell’effetto delle erbe urticanti (personalmente ormai nudo attraverso impunemente anche i campi di ortiche);
  • con un poco di attenzione il tutto si può contenere considerevolmente;
  • tutto sommato ci si può pur sempre all’occorrenza rivestire.

Alla fine sono comunque piccole ferite e piccoli dolori che scompaiono in pochissimo tempo e che, come ben sanno coloro che in montagna ci vanno con intensità, sono parte del gioco, parte di quell’inclusione nell’ambiente che ogni escursionista ricerca e che solo il nudo permette di raggiungere.

Sofferenza mentale

La situazione legislativa italiana in merito alla nudità pubblica è piuttosto ambigua, di fatto non ne parla apertamente limitandosi a far riferimento ad una indefinita e indefinibile morale attraverso la definizione degli atti contrari alla pubblica decenza (altro termine indefinito e indefinibile). Nel tempo, in specie a seguito di condizionamenti religiosi, si è venuta a creare una convenzione giuridica che ha collocato la nudità pubblica nel contesto degli atti contrari alla pubblica decenza, convenzione oggi messa in dubbio, da varie sentenze di ogni ordine e grado (riprenderò l’argomento più avanti per esaminarlo più dettagliatamente). Messa in dubbio ma non annullata, ecco quindi che per chi si abitua a camminare nudo scatta la sofferenza del:

  • non poter stare nudo sempre e ovunque;
  • dover decidere quando potersi spogliare e quando doversi rivestire;
  • doversi sicuramente rivestire pervenendo a sentieri molto frequentati anche quando appaiono deserti, nell’approssimarsi a centri abitati o strutture di vario genere (rifugi, malghe, cascine), nell’attraversamento di strade trafficate, al rientro a valle;
  • l’essere di fatto costretto a stare vestito quasi ovunque, ovvero a stare più spesso vestito che nudo.

Timori

Per quanto ci si possa stare attenti con il reiterarsi dello stato di nudità sarà inevitabile finire con l’incontrarsi con escursionisti vestiti, l’esperienza ormai mi ha insegnato che raramente questo creerà problemi ma qualcuno che li ha avuti c’è e bisogna pur sempre mettere in conto:

  • sguardi schifati, va beh, affari loro;
  • occhiate di disapprovazione, idem come sopra;
  • commenti inopportuni, possono dare fastidio ma creano anche l’opportunità per intavolare un dialogo costruttivo;
  • insinuazioni disdicevoli, sicuramente fastidiose ma è bene non reagire con analoga malignità e malizia, piuttosto se ci si riesce usare l’ironia altrimenti tirare dritto limitandosi a un saluto garbato;
  • aggressioni verbali, idem come sopra;
  • aggressioni fisiche, qui le cose si complicano, devo però dire che non ho segnalazioni di qualcuno che le abbia dovute subire;
  • denunce, anche se, in mezzo ai monti, è alquanto improbabile che qualcuno si metta a telefonare alle forze dell’ordine ed è ancora meno probabile che queste ultime si mettano sulle tracce del nudista di turno il quale, ovviamente, non se ne sta fermo ad attenderle;
  • sanzioni (che dopo la depenalizzazione degli atti contrari alla pubblica decenza sono diventate piuttosto pesanti), comunque improbabile per quanto enunciato poco sopra (a seguito della suddetta depenalizzazione i militi delle forze dell’ordine vi devono essi stessi sorprendere nudi).

Fastidio dello zaino e delle scarpe, alias compromesso alla nudità totale

IMG-20170711-WA0006Stante la già detta situazione socio-legislativo-giuridica è al momento impossibile pensare di restare nudi per l’intero tempo di un’escursione (da casa a casa) e questo comporta la necessità di portarsi appresso quantomeno i pantaloncini, ovvero la necessità di disporre di un piccolo ma comunque fastidioso marsupio. Quando l’escursione sale un poco di quota o cresce in durata dovremo avere al seguito maglia e pantaloni lunghi e allora il marsupio non basta più, bisogna passare a un più capiente e fastidioso zaino. Talvolta potremmo anche riuscire a non portarci appresso il vestiario, resta comunque il problema di dove mettere documenti e soldi. Per le scarpe non esiste un problema giuridico, farne a meno è comunque assai difficile. Si vero, c’è chi lo fa, ma servono anni perché si formi sotto i piedi il necessario callo e sono anni di sofferenza, in ogni caso ci si trova limitati in velocità (sono rari coloro che arrivano a correre su qualsiasi terreno), estensione (lunghezza dell’escursione), progressione (complicato se non impossibile saltare, scivolare, eccetera). Alla fine sono ben pochi i casi in cui potremo goderci la più completa nudità, dovremo quasi sempre accettare un pur piccolo compromesso.

Passiamo ora ai ben più numerosi e sostanziosi vantaggi.

Ecologia ed economia

Camminando nudi non si sporcano i vestiti e pertanto si riduce l’uso di acqua e detersivi necessari al lavaggio. Ok, ma ci si deve lavare di più! Si vero, ma fino a un certo punto visto che comunque anche dopo un’escursione vestita la doccia la si deve fare e, in ogni caso, il bilancio delle due cose (risparmi per i vestiti, spreco per il corpo) e pur sempre a favore del risparmio.

Camminando nudi si riduce il consumo dei vestiti che pertanto durano molto più a lungo e si spende assai meno per il loro ricambio.

Confort

Camminando nudi la nostra pelle non è a contatto con tessuti che possono creare fastidiose irritazioni da sfregamento.

Camminando nudi il nostro corpo non è avvolto in qualcosa che possa stringerlo ed ostacolarne il movimento.

Camminando nudi la nostra pelle percepisce anche il minimo soffio d’aria così sentiamo meno il caldo.

Camminando nudi permettiamo ai nostri principali recettori termici, collocati nei genitali, di percepire la corretta temperatura ottenendo un’autoregolazione termica ottimale e sudando solo il necessario, ovvero molto meno di quanto, a pari condizioni di temperatura, avvenga stando vestiti.

Salubrità

Camminando nudi la nostra pelle non è a contatto con tessuti che possono creare allergie.

Camminando nudi il nostro corpo non assorbe sostanze tossiche quali sono quelle contenute nei coloranti per tessuti e rilasciate per effetto della luce, del calore e del sudore.

Camminando nudi la nostra pelle non macera nell’umido del tessuto sudato (per quanto ne dicano i produttori di abbigliamento sportivo, ancora non ho trovato maglie che, specie se a contatto con lo zaino, restino perfettamente asciutte) o bagnato (pioggia, umidità, eccetera).

Camminando nudi sulla nostra pelle non si formano quei funghi e quei batteri provocati dal persistere, specie in ambiente caldo, di tessuti umidi a contatto con la pelle.

DSC_0155Camminando nudi sudiamo solo il giusto. Da sempre la medicina dello sport insegna che è importante sudare (permette al corpo il mantenimento della temperatura ideale) ma che, nel contempo, è altrettanto importante sudare il giusto, ovvero il meno possibile. Sudare il meno possibile vuol dire mettersi addosso il minimo vestiario necessario in ragione della temperatura del momento e quando questa supera un certo livello (non indico un valore preciso perché è condizione molto soggettiva) il minimo vestiario necessario è senz’ombra di dubbio la nudità: testicoli e ovaie devono mantenere una temperatura il più possibile costante ecco quindi che la natura li ha opportunatamente posizionati e/o protetti (le ovaie sono all’interno, i testicoli sono esterni ma avvolti in un dissipatore naturale, lo scroto) e li ha dotati di numerosi e importanti sensori del caldo il cui funzionamento viene negativamente condizionato, se non inibito, innanzitutto dalle mutande ma poi anche dai pantaloni e infine dal vestiario in generale.

Camminando nudi la nostra pelle respira al meglio: per quanto un capo di abbigliamento possa essere traspirante sarà pur sempre un qualcosa in più rispetto alla pelle, indi un qualcosa che altera, in negativo, il normale respiro della pelle.

Camminando nudi, in sostanza, riduciamo l’insorgenza delle malattie alla pelle e ai genitali.

Praticità

Camminando nudi abbiamo bisogno di meno cose al seguito (la pelle è impermeabile, idrorepellente, traspirante e, tutto sommato, anche resistente al vento, l’unico limite è la temperatura) quindi ci bastano zaini più piccoli, ci è così più facile allestirli e peseranno meno sulle nostre spalle (tra l’latro, e si torna sulla salubrità del nudo, uno zaino meno pesante vuol anche dire meno problemi alle spalle e alla schiena, ma indirettamente anche a gambe, ginocchia e caviglie).

Camminando nudi ci manteniamo costantemente asciutti senza bisogno di cambiarci i vestiti, foss’anche la sola maglia.

Camminando nudi possiamo spesso evitare l’utilizzo di mantelle, giacche, pantaloni antipioggia che limitano la mobilità e, per quanto traspiranti siano, fanno sudare.

Camminando nudi qualora dovessimo utilizzare, sopra la nuda pelle, mantella o giacca e pantaloni antipioggia il cammino sarà più agevole che avendo sotto dei vestiti, suderemo assai meno e il sudore evaporerà molto più facilmente.

Camminando nudi riduciamo le fermate per il cambio, l’aggiunta o la rimozione d’abiti.

Inclusione

IMG_20180425_102246Camminando nudi ci sentiamo molto più vicini alla natura che ci circonda e riusciamo ad apprezzarne ogni più esile sentore, vuoi perché la pelle solo da nuda può percepire aria, sole, luce, contatti, vuoi perché l’essere nudi ci rende apparentemente indifesi e di conseguenza la nostra attenzione mentale cresce e sebbene questo le prime volte questo potrebbe risultare disturbante, ma man mano che si prende confidenza diventa la porta d’accesso allo stato d’inclusione nell’ambiente e arriveremo a sentirci montagna nella montagna, eliminando, oltre alle barriere fisiche, anche quelle mentali.

A questo punto dovreste aver compreso le inestimabili qualità del camminare nudi (e del nudo in genere) ed essere pronti a spogliarvi. D’altra parte, però, condizionati e magari intimoriti dalle minacciose o ingiuriose frasi di coloro che preferiscono ignorare piuttosto che conoscere, di coloro che sono chiusi a riccio nelle proprie convinzioni, di quei (pseudo) giornalisti che necessitano di qualcosa che possa movimentare la scarna lettura dei loro scritti, di certi amministratori comunali preoccupati più di mantenere la sedia su cui sono posti che di svolgere il loro vero dovere (garantire a tutti l’opportunità di vivere secondo proprio modello), potreste essere ancora titubanti, avere ancora quelle classiche preoccupazioni che frenano coloro che per la prima volta sentono il desiderio di mettersi a nudo, coloro che, visto altri vivere beatamente nella nudità, vorrebbero provarci a loro volta.

Sono un esibizionista?

Tranquillo, non lo sei: ti sembra logico che un esibizionista si spogli dove la possibilità che qualcuno lo veda è molto bassa o addirittura inesistente? Già, ma se vado con un gruppo vuol dire che altri mi vedono e mi esibisco per costoro! Qui, fintanto che non ti decidi a provare, devi credermi sulla parola: nessuno farà attenzione alla tua nudità e pertanto, ammesso e non concesso che l’esibizionismo possa essere stata la chiave per convincerti a provare la nudità sociale, o ritorni nelle fila dei vestiti (che soli, a seguito del condizionamento sociale, possono restare turbati o sessualmente coinvolti dal tuo nudo e darti quell’eccitazione che solo la reazione da parte degli osservatori può provocare) o ti adegui e la tua nudità, in questo contesto, perde ogni significato esibizionistico.

Sono un guardone?

Anche qui devi credermi sulla parola oppure provarci, in sostanza torniamo alla seconda parte del punto precedente: magari, stante i condizionamenti mentali prodotti dai tabù del corpo e del nudo, inizialmente potrebbe (sottolineo il potrebbe, perché il più delle volte non è così) esserci un più o meno forte impulso a guardare nell’intimo gli altri, ma, se così fosse, una volta immerso nel contesto presto ti accorgerai che, avendo ormai pienamente soddisfatto tutte le tue curiosità e morbosità, della nudità degli altri non t’importa più nulla: tutto normale, assolutamente normale, molto ma molto più normale che stando vestiti quando l’abbigliamento può esaltare certe caratteristiche fisiche e stimolare l’appetito sessuale.

Ma se ci sono bambini?

IMG_4867Tranquillo, come è facilmente osservabile da chiunque:

  • i bambini non badano alla nudità propria e degli altri;
  • i bambini si sentono molto meglio da nudi che da vestiti;
  • il fastidio per il nudo che mostrano molti ragazzi in età scolare e ancor più molti adolescenti non è innato ma si è formato a seguito dei tanti condizionamenti loro indotti attraverso l’azione dei genitori, delle scuole, dei catechisti, della religione, della società in genere;
  • è scientificamente dimostrato che i bambini cresciuti in un contesto nudista diventano adolescenti e adulti immuni ai classici problemi del vestitismo (insoddisfazione del proprio corpo, anoressia, bulimia, eccetera), meno aggredibili da parte di chi sfrutta la nudità per imporre, attraverso il ricatto, le proprie volontà (bulli, ex fidanzati o fidanzate, eccetera) e, ultimo ma non ultimo, sanno difendersi meglio da minori dalla pedofilia e da adulti dalle molestie sessuali in genere.

Sono un pedofilo?

Quanto visto ai punti precedenti dovrebbe aver già azzerato un’eventuale preoccupazione di questo tipo, mentre potrebbe permanere il timore d’essere accusato di pedofilia: il “siete dei pedofili” è un’accusa che, specie sui social dove l’ignoranza e la malvagità imperano, ogni tanto salta fuori. Faccio osservare che siffatta affermazione sconfina certamente nella calunnia o, a seconda di come viene manifestata, nella diffamazione e, quantomeno a fronte di una denuncia (che, bontà nostra, purtroppo mai facciamo), le preposte istituzioni dovrebbero intervenire pesantemente.

Violo la legge?

Ne ho già parlato ma è opportuno rimettere in evidenza questa cosa. La legge italiana non prevede un reato per la nudità pubblica, prevede solo gli atti contrari alla pubblica decenza e gli atti osceni in luogo pubblico, ma poi non specifica quali siano questi atti lasciando al giudice la piena libertà di decidere di volta in volta. Ormai è stato dai giudici di ogni ordine e grado più volte sottolineato il cambiamento di pensiero della società italiana in merito al corpo umano e alla sua nudità, decretando che la nudità del corpo non è, di per sé stessa, più offensiva per la morale e assolvendo, dal 2000 a oggi, tutti coloro che sono arrivati in tribunale.

Tutto bene allora? No, purtroppo i giudici hanno aggiunto delle precisazioni che, di fatto, pongono delle condizioni limitanti:  la nudità non è di per se stessa illecita purché venga attuata in zone all’uopo demandate (bah, mi pare evidente), in zone ove la stessa da tempo viene praticata (purtroppo senza dare un valore temporale a questo tempo e ciò ha consentito a comuni come quello di Manerba del Garda di emettere ordinanza di divieto sebbene fossero alcune decine d’anni che in zona si stava nudi) o in zone isolate poco frequentate. L’ultimo punto verrebbe a sostegno della liceità dell’escursionismo in nudità senonché è stato espresso solo da alcuni giudici e non ribadito dalla Cassazione, motivo per cui resta aperto l’interrogativo.

Detto questo possiamo comunque osservare che, con riferimento all’escursionismo, non solo ci troviamo distanti dai centri abitati e quindi dagli uffici delle forze dell’ordine, ma saremo anche su percorsi poco frequentati o addirittura su terreno vergine per cui la possibilità d’incontrare qualcuno che possa rivolgersi alle forze dell’ordine è remota e anche ammesso che lo faccia è assai improbabile che i militi si sobbarchino la fatica e la spesa di mettersi in cammino o di levarsi in volo alla nostra ricerca, potrebbero attenderci in qualche punto dove arriva una strada, ma noi ci saremo già vestiti per cui nulla potranno imputarci (dopo la depenalizzazione del reato di atti contrari alla pubblica decenza bisogna che i militi ci colgano sul fatto). Resta la possibilità d’incontrare le guardie forestali o, se siamo all’interno di qualche parco, i guardia parco, beh in sessant’anni di montagna non li ho mai incontrati e poi possiamo comunque giocarci la carta del territorio isolato e poco frequentato, citando le varie sentenze favorevoli e ribadendo che in tale situazione le denunce sono state stralciate già in Pretura con la motivazione che il fatto non sussiste.

“Si sta faticando per far capire quanto, ai fini della sicurezza, sia importante il corretto abbigliamento, parlare di escursionismo in nudità non è una forte contraddizione?”

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Trattasi di un’obiezione che mi è stata direttamente formulata dall’editore di una rivista di montagna a cui avevo mandato un mio articolo sull’escursionismo in nudità. La sicurezza è di certo l’aspetto che porta più punti al vestiario che al nudo, ma la montagna non è sempre ambiente ostile. Se d’inverno molti possono essere i pericoli oggettivi che possono spesso (ma non sempre) indurci a non togliere il vestiario, d’estate le cose cambiano considerevolmente e nella maggior parte delle situazioni il vestiario non apporta nulla alla sicurezza: se mi cade un sasso in testa non sarà certo l’essere vestito ad evitarmi il trauma, se scivolo e cado in un dirupo il vestiario non mi eviterà contusioni e fratture, se sbatto un ginocchio contro una pietra l’avere o meno indosso i pantaloni non mi allevia la contusione, se metto male un piede l’essere vestito non può certo evitarmi la distorsione della caviglia e via dicendo. D’altra parte l’escursionista che vuole camminare nudo si porta comunque al seguito tutto il vestiario necessario e andrà ad indossare quanto la situazione del momento richieda.

L’esistenza di situazioni limitanti non rende impossibile il mettersi a nudo, determina solo la necessità di valutare tali situazioni e adattarsi alle stesse in modo opportuno. Avviene così per qualsiasi forma di abbigliamento e attrezzatura: nessuno si sogna di partire da casa calzando i ramponi perché da qualche parte nel monte ci sono i ghiacciai, nessuno si sogna di mantenere indosso abiti pesanti perché da qualche parte dell’alpe potrebbe esserci una violenta bufera, nessuno si sogna di tenere in permanenza nello zaino tutto l’abbigliamento e tutta l’attrezzatura esistente, tutti insistono piuttosto sull’opportunità e la necessità di selezionarli di volta in volta in ragione della località scelta, delle previsioni meteo, della stagione e via dicendo. Perché, quindi, escludere dal novero dell’equipaggiamento lo stadio della nudità? Tutti oggi esaltano la regola dell’abbigliamento a cipolla, orbene non è forse il nudo lo stadio finale della cipolla? Ecco, non c’è nessuna contraddizione tra il propagandare la sicurezza in montagna e l’andarci nudi: in alcune situazioni è necessario stare vestiti, in altre può essere indifferente essere vestiti o nudi, in molte la nudità è l’abbigliamento migliore anche dal punto di vista della sicurezza!

Temo di provare imbarazzo!

Sono sicuro che siano state tante le situazioni che inizialmente vi hanno messo in imbarazzo (colloqui di lavoro, visite mediche, al ristorante, dovendo parlare in pubblico, esami e via dicendo) eppure le avete comunque affrontate e continuate a farlo. In molti casi il reiterarsi della situazione ha determinato la sparizione dell’imbarazzo, ovvero la vostra crescita emotiva e psicologica. Bene, stando nudi otterrete di certo questo benefico effetto e in un tempo assai minore di quello di tutte le altre situazioni imbarazzanti. Allora perché negarsi una tale possibilità di crescita personale? Perché negarsi la soddisfazione di un cammino più agevole, libero e salutare solo per la paura di provare un poco di imbarazzo alla prima esperienza? Si alla prima, perché vi garantisco che basteranno pochi minuti per superare l’eventuale imbarazzo.

Proverò fastidio per il pene ciondolante!

Vi danno fastidio le braccia a ciondoloni? No, sicuro che no, ci siete abituati e non gli date più peso. Lo stesso avviene per il pene, si forse alla prima esperienza potreste inizialmente sentirvelo sbattere ritmicamente sulle cosce, ma durerà pochissimo: la concentrazione sul cammino e l’abitudine alla sensazione faranno svanire l’eventuale fastidio per sempre.

Non voglio da vecchio trovarmi lo scroto allungato! Non voglio da vecchia trovarmi le tette flaccide e cascanti!

Invero questa obiezione mi è stata fatta una sola volta, in riferimento al correre nudi e, udite udite, da un nudista, in ogni caso se l’ha pensata uno potrebbero pensarla alti per cui…

Mi dispiace ma sono cose che succederanno comunque:

·         lo scroto non ha muscoli che si possano mantenere tonici;

·         le mammelle hanno dei muscoli che caso mai vengono mantenuti tonici proprio dalla nudità, mentre il reggiseno li “atrofizza” e anticipa la flaccidità delle mammelle.

Come la mettiamo per l’igiene? Potrei ottenerne certe malattie?

nuebam1Partiamo da una precisazione fondamentale: i genitali sono le parti più pulite di tutto il nostro corpo, eventuali contatti con tali zone sono, di regola, assolutamente immuni da problemi sanitari. Certo se qualcuno ha delle malattie veneree il discorso cambia, è altresì evidente che costoro saranno sicuramente indotti ad una maggiore attenzione, attueranno un’igiene personale più minuziosa o addirittura rinunceranno alla nudità fino alla guarigione. Per altro chi sta nudo pone sempre un telo sopra le eventuali sedute. Contatto con gli agenti patogeni esterni, quali sabbia, erba, pietre, batteri vaganti nell’aere? Come tutti i medici ripetono in continuazione l’abitudine diffusa dalla pubblicità degli igienizzanti è invero più dannosa che utile: il nostro corpo è di sua natura ben capace di autodifendersi da tali agenti patogeni, perde tale proprietà proprio a causa dello stare vestito e quando lo abituiamo ad un ambiente quasi sterile. La nudità mantiene al massimo livello l’efficienza del nostro corpo anche in relazione alla sua capacità di autodifendersi dagli agenti patogeni. Altrettanto errata è la convinzione che l’assenza delle mutande porti inevitabilmente al varicocele, in realtà non sussiste un diretto legame tra le due cose: è consigliato l’uso delle mutande in presenza della malattia al fine di favorire la guarigione, ma questo non vuol dire che siano le mutande a impedirne la formazione o che sia la nudità a provocarla.

Potrei scottarmi!

Il sole in montagna è meno filtrato ed è pertanto assai facile procurarsi delle scottature, però esistono le creme solari con altissimi livelli di protezione, siamo a fattori di schermatura quasi totale. Problema azzerato, bisogna solo scegliere una crema resistente al sudore, usarne un poco di più, stare attenti a spalmarla per bene ovunque e ripetere l’applicazione con una certa frequenza (dipendente dal proprio fototipo e dalla propria abbronzatura, quest’ultima di certo favorita in chi cammina nudo).

Ma non avrò freddo?

Come già detto nello zaino abbiamo sempre tutto quello che ci potrebbe servire per proteggerci dalle intemperie, ivi compreso quello che serve per il freddo. Problema risolto!

Potrei essere morso dalle vipere?

IMG_20170604_150423Considerando le abitudini di questi animali (cacciatori notturni che di giorno se la dormono beatamente al sole andando praticamente in catalessi; animali schivi che si allontanano al primo debole segnale della nostra presenza, quali le vibrazioni prodotte dal nostro camminare o parlare) e basandomi sulla personale esperienza di tantissimi anni di montagna durante i quali di vipere ne ho viste diverse (in un caso ne avevo almeno una trentina attorno a me e sono stato impunemente seduto in mezzo a loro per una mezz’ora) è sicuramente un problema più teorico che reale, in ogni caso identico andando in montagna vestiti: le vipere non volano e non saltano, se le calpestate possono alzarsi arrivando al massimo all’altezza della caviglia dove anche da nudi avrete la calza a proteggervi; le vipere si arrampicano sui muri e sulle rocce rotte, talvolta sugli alberi, ma non lo fanno sui cespugli, sono solo barzellette quelle di persone morse ai genitali mentre urinavano; se infilate le mani in possibili loro tane l’essere vestiti certo non fa differenza; prima di sedervi nudi nell’erba alta avrete adagiato a terra un telo o una giacca provocando l’allontanamento dell’eventuale vipera, molto più facile sedersi su una vipera da vestiti che da nudi.

Per approfondire la questione potete leggere il mio specifico articolo “Nudismo e… vipere!

E le zecche?

Serissimo problema questo, specie per quelle zone dove tali insetti risultano infetti e, quindi, potenziali portatori di malattie anche gravi (Morbo di Lyme e Tbe in particolare). D’altra parte salvo scafandrarsi ermeticamente le zecche si attaccano ai nostri vestiti e risalendo lungo gli stessi prima o poi uno spiraglio per arrivare alla nostra pelle lo trovano, fosse anche quando i vestiti li dobbiamo (e prima o poi dovremo pur farlo) togliere per cambiarci o andare a letto. Tant’è che molti si sono trovati addosso anche un elevato numero di zecche pur essendo stati vestiti di tutto punto, io stesso mi sono trovato una zecca all’inguine ed ero vestito. Va anche detto che le zecche infette sono presenti solo in limitate zone dell’Italia, che le zecche in genere le si trovano solo in ambienti umidi e ombreggiati, che vivono solo nella fascia altimetrica che va dal livello del mare ai millecinquecento metri (anche se ultimamente sono state reperite fino a duemila metri), che la trasmigrazione dall’erba all’uomo avviene solo da aprile a giugno o nel primo autunno, che ci sono 24 ore di tempo (dal morso) per rimuovere la zecca in sicurezza, che da nudi le possiamo rimuovere praticamente subito: la zecca è nera mentre la nostra pelle è sostanzialmente molto più chiara, se dopo aver attraversato una zona di erba alta o di felci o di cespugli ci fermiamo e ci diamo una controllatina la vediamo subito (specie se non siamo da soli e possiamo farci controllare da un compagno) e… zacchete immediatamente e facilmente rimossa.

Ho timore che degli insetti possano penetrare nei miei orifizi!

Più spesso messo in gioco dalle femmine che dai maschi, posso solo garantirvi che, per quanto riguarda gli orifizi genitali, si tratta di una preoccupazione assolutamente infondata; gli altri orifizi (orecchie, narici, occhi, bocca) sono comunque accessibili anche da vestiti.

Conclusione

0891_ph. alberto quaresmini_edSpesso ragioniamo in funzione di condizionamenti e abitudini che ci sono state indotte dalla società o dai leader sociali e ci dimentichiamo di valutare le cose con obiettività e oggettività, ovvero analizzando a tutto tondo le questioni. Un senso unico sempre in agguato, un senso unico che invece di migliorare la società tende a renderla sempre più schiava e sottomessa al volere di pochi: il nudo infastidisce qualcuno, il nudo è stato da qualcuno dichiarato osceno, il nudo è per qualcuno peccato, il nudo è per qualcuno reato, per cui il nudo, sebbene possa essere la miglior cosa per molte questioni sociali, educative, ecologiche, mediche, non va preso minimamente in considerazione. Così il nudo non viene preso in considerazione dai ricercatori delle case produttrici di abbigliamento sportivo, non viene preso in considerazione dai medici e dai salutisti, non viene preso in considerazione dai tecnici dello sport, alla fine finiamo col fondare le nostre opinioni sulla base di ricerche e affermazioni di fatto falsate da un preconcetto, dal non aver preso in considerazione il tutto, dall’aver tralasciato l’analisi del nudo. Una risorsa sprecata!

Nessuno nega che anche da vestiti la montagna sia pur sempre bella, lasciatemi comunque affermare che nudi è certamente meglio. Purtroppo lo potete sperimentare e comprendere solo provandoci, purtroppo il vostro corpo e la vostra mente sono fortemente condizionati allo stato di vestito e la prima volta le sensazioni potrebbero essere pressoché simili a quelle provate da vestiti, datevi il tempo necessario a recuperare lo stato innato e permettervi di percepire la differenza, è un tempo variabile da persona a persona, possiamo comunque quantificarlo da pochissimi minuti a qualche escursione.

Nudi è normale, convincetevene, poi che ognuno faccia la sua scelta, l’importante è che chi sceglie di stare vestito rispetti la scelta di chi decide di stare nudo e gli permetta di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo, così come questi ultimi di certo rispettano la scelta di chi preferisce stare vestito e gli permettono di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo

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Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna – Abbigliamento: integrazione


Prosegue da… Abbigliamento


Nel precedente articolo di questa serie, parlando di abbigliamento, la complessità e vastità dei contenuti mi ha fatto dimenticare un’utile precisazione: che differenza c’è tra l’abbigliamento da corsa, quello da trail e quello da escursionismo? Ecco, allora, questa integrazione per rimediare.

Corsa vs Trail vs Escursionismo

Abbigliamento da corsa

0043_ph. carla cinelli_edI capi da corsa sono progettati considerando che verranno principalmente utilizzati in un ambiente antropizzato dove all’occorrenza è facile trovare riparo, per distanze anche lunghe (i 42km della maratona) ma sempre con tempi di attività sostanzialmente brevi (due o tre ore) , in una situazione di continua intensa attività fisica e con assistenza esterna estesa (un punto di rifornimento ogni pochi chilometri). Dato il contesto sono realizzati per essere il più leggeri (ogni grammo in più incide negativamente sulla velocità) e sottili (per essere riposti in uno spazio limitatissimo, ad esempio il palmo di una mano) possibile. Queste specifiche caratteristiche se da una parte li rendono molto comodi anche nelle escursioni in montagna, dall’altra li fanno poco adatti a proteggere dal freddo in una situazione di attività poco intensa, quale il cammino, o, peggio, in assenza di attività, quali le fermate contemplative e le soste.

Abbigliamento da trail

0548_ph. carla cinelli_edSono capi derivati direttamente da quelli da corsa ma modificati per supportare le specifiche esigenze del trail (attività che condivide e unisce le finalità della corsa a quelle dell’escursionismo), ovvero ambiente poco o nulla antropizzato (il trail contempla la montagna ma anche altri ambienti quali i deserti e le foreste) per cui sempre solitario e talvolta anche critico dove può essere assai difficile trovare un riparo alle intemperie o al freddo, lunghe distanze (anche qualche centinaio di chilometri), da uno a più giorni consecutivi (tipicamente comprensivo di una o più notti), attività fisica discontinua ma pur sempre intensa e priva di soste / lunghe fermate all’aperto, con assistenza esterna minima (una base sopravvivenza al giorno per un breve riposo, rari punti di rifornimento) o addirittura assente (vedi allenamenti o rambo trail). In ragione di questo, pur mantenendo le prerogative di leggerezza e minimo spessore, i capi da trail sopportano meglio lo sfregamento con lo zaino arrivando anche a dare specifica protezione dallo stesso (vedi le magliette con collo alto), dispongono di molte tasche alcune delle quali appositamente studiate per tenere a portata di mano barrette e gel energetici, danno protezione termica anche a bassa intensità di lavoro (cammino). Resta pur sempre critica la protezione termica ad attività nulla e, nel caso di utilizzo escursionistico, vanno pertanto integrati con le necessarie dotazioni di emergenza, specie per le escursioni in alta montagna, invernali o in ogni situazione in cui siano possibili basse temperature (sotto i dieci gradi).

Abbigliamento da escursionismo

Portamento dello zainoCerto l’esigenza di ottimizzare le catene produttive sta portando sempre più verso una sostanziale identicità dei capi, per ora, però, le differenze sono ancora evidenti (e in parte forse lo saranno sempre). L’escursionismo prevede anche lunghe fermate contemplative e ancor più lunghe soste per pranzare, ovvero lunghi momenti di attività nulla dove solo l’abbigliamento può riparare la persona dal freddo. In montagna, inoltre, le temperature possono repentinamente mutare anche di molti gradi e anche più volte al giorno, non è pensabile obbligare l’escursionista ad avere nello zaino diversi capi, uno per ogni situazione, pertanto si realizzano capi che possano consentire l’adattamento ad un range di temperature più ampio rispetto a quello gestito dai capi da corsa e trail: tessuti più spessi (e pertanto meno traspiranti), trattamento di idrorepellenza esteso anche al secondo strato (o addirittura al primo), cerniere a tutta lunghezza, stringhini vari per stringere o allargare il capo, cappucci incorporati con alloggiamento nel colletto, eccetera. Ne consegue che il peso di questi capi è sensibilmente maggiore, che per il trasporto necessitano di contenitori più voluminosi (zaini di ampie dimensioni e, quindi, a loro volta ben più pesanti). Aggiungiamoci che spesso i capi da escursionismo sono ricchi di non sempre realmente necessari accessori quali i capienti tasconi sulle cosce (utili per tenere a portata di mano carte topografiche o relazioni) che ne incrementano ulteriormente il peso.


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Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna – Abbigliamento


Prosegue da… Tecnica della corsa


Affinate le tecniche pratiche, prima di trattare l’allenamento e poi gli aspetti tecnico-formali (cartografia eccetera), è opportuno parlare dell’abbigliamento, un elemento trattato nell’ambito di molti degli articoli sulla montagna, eppure mai eviscerato fino in fondo, mai esaminato sganciandosi da quello che la convenzione sociale imperante definisce come opportuno, mai analizzato al di là dei condizionamenti e/o di quanto ricerche interessate abbiano studiato e indotto a pensare.

Scan_Pic0010Ai tempi delle mie prime escursioni (anni ’60) si usavano due soli capi: la camicia, rigorosamente di lana a grossi quadrettoni, e i pantaloni alla zuava, anch’essi in lana oppure in un assurdo fustagno a larghe coste; qualcuno, onde evitare il prurito provocato della lana a contatto diretto con la pelle, aggiungeva la classica canottiera utilizzata tutti i giorni. Quando la temperatura scendeva al punto in cui il camicione da solo non bastava, ci s’infilava sopra il maglione di grossa lana infeltrita che arrivava a tenere anche le nevicate e solo in caso di pioggia o tormenta veniva sostituito dalla giaccavento, da quelle più leggere con imbottitura sintetica a quelle più pesanti, dette piumoni, imbottite in pregiato piumino d’oca; nei casi più estremi, quali l’inverno e le altre quote, giaccavento e maglione talvolta si abbinavano fra loro. Nelle giornate calde e afose i pantaloni restavano rigorosamente gli stessi mentre la camicia spariva nello zaino e la grande maggioranza degli uomini si metteva a torso nudo mentre le donne restavano in maglietta o canottiera, anche se alcune osavano togliersele per restare con il solo reggiseno.

IMG23 - Sosta 3Alcuni anni dopo la contestazione giovanile coinvolse anche l’abbigliamento di montagna e così sparirono le canottiere, i camicioni di lana, i pantaloni alla zuava e i grossi maglioni per lasciare posto alle magliette, ai pantaloni lunghi, a maglioni più sottili (maglioncini), mentre permaneva il torso nudo per le giornate calde estendendosi anche alle donne (alcune donne) e restava identica la quantità e la sovrapponibilità dei capi. Negli anni a seguire l’avvento di nuovi tessuti (più sottili, più traspiranti e più idrorepellenti) iniziò a modificare il modo di utilizzare l’abbigliamento e introdusse il concetto del vestirsi a cipolla, ovvero di utilizzare tanti strati di vestiario sovrapponibili fra loro al posto di pochi pesanti elementi solo parzialmente sovrapponibili. Sotto l’effetto dei nuovi tessuti, ma, a mio parere, anche per motivazioni ben più sottili e nascoste (in primis il condizionamento pubblicitario e le sue diverse conseguenza quali, ad esempio, disaffezione verso il corpo, una pudicizia di ritorno, un inconsulto fastidio verso gli umori corporali), dagli anni novanta in poi torso nudo e reggiseno divennero sempre meno presenti fino a scomparire quasi del tutto.

IMG_0860Oggi il numero di capi, anche (o soprattutto) grazie alle corse in montagna e ai trail, si è ulteriormente affinato e abbiamo un’ampia diversificazione di strati, alcuni utilizzabili a sé stanti o in abbinamento con gli altri, alcuni studiati per essere usati esclusivamente sopra i primi. In merito al torso nudo qualcosa si ripropone nell’ambito della corrente di runner minimalisti che, però, coinvolgono quasi esclusivamente le corse in montagna, per il resto la situazione rimane immutata, anzi, per certi versi è anche peggiore visto che, IMG-20170711-WA0006secondo le opinioni inculcate e rincalzate dalle presunte (in quanto più che altro fatte per dimostrare una tesi prestabilita) ricerche delle case produttrici di tessuti e abbigliamento sportivo, i moderni capi d’abbigliamento, in particolare le maglie, sarebbero ben più efficienti della pelle nuda: garantirebbero non solo la perfetta evaporazione del sudore, ma addirittura una sua riconversione in energia. Sinceramente posso dire che, pur avendo utilizzato capi tecnici da corsa e da trail di vario tipo e marca, da quelli economici a quelli più costosi, mi sono sempre trovato con la pelle quantomeno umida e il vestiario fradicio di sudore; meno che meno ho percepito un recupero energetico, caso mai tale recupero l’ho percepito, e anche alla grande, levando tutto l’abbigliamento: volenti o nolenti il corpo umano è fatto per stare nudo e solo da nudo funziona al meglio (“Difendersi dal caldo: evidenza oggettiva!”).

Caratteristiche essenziali

Nel seguito dovrò utilizzare alcuni termini tecnici per fare riferimento a specifiche e importanti caratteristiche degli indumenti, vediamo, pertanto, quali sono e cosa significano. Osserviamo che quanto segue è riferito ai test effettuati sul tessuto, sui capi finiti agiscono altri fattori (design, aperture, cerniere, cuciture, saldature) che possono alterare anche sensibilmente il risultato pratico (confort).

(Fonte principale “Prezzi $alute”)

Traspirazione

Con il termine di traspirazione ci si riferisce alla capacità di un tessuto di lasciar disperdere il vapore acqueo generato dal corpo della persona che indossa il capo: maggiore è la dispersione, maggiore è la traspirazione. Questa caratteristica è determinata dalla dimensione dei pori del tessuto: più sono grandi (rispetto alla dimensione di una goccia di vapore) maggiore è la traspirabilità del tessuto. Per dare una valutazione di tale proprietà si utilizzano due metodi: MVTR o WVTR (quantità di vapore acqueo che attraversa un metro quadro di tessuto in ventiquattro ore) e, secondo lo standard ISO 11092, RET (resistenza evaporativa; più è bassa meglio è). Usando MVTR più il valore è alto più il tessuto è traspirante, il valore minimo per una traspirazione efficiente è quello di 18000g/mq/24h. Usando RET più il valore è basso più il tessuto è traspirante e si fa riferimento alla seguente tabella:

• RET minore di 6, tessuto estremamente traspirante;
• RET da 7 a 13, tessuto molto traspirante;
• RET da 14 a 20, tessuto traspirante;
• RET da 21 a 30, tessuto poco traspirante;
• RET maggiore di 30, tessuto non traspirante.

Resistenza al vento

È la capacità di un tessuto di ostacolare il passaggio dell’aria ed è determinata dalla struttura della fibra: forma, intreccio, dimensione e numero dei pori. Si determina misurando la permeabilità all’aria del tessuto, viene valutata in litri al metro quadro per secondo (l/mq/s) ed è espressa, secondo la norma DIN EN ISO 9237, in CFM:

• CFM uguale a 0 (zero), protezione totale
• CFM da 1 a 5, protezione molto alta
• CFM da 6 a 60 protezione abbastanza buona
• CFM oltre il 60 protezione scarsa

Protezione UV

Tutti la conoscono in relazione i filtri solari per la pelle, molti ormai dovrebbero sapere che riguarda anche gli occhiali da sole, pochi forse sanno che è utilizzata anche per l’abbigliamento, specie per cappellini e magliette. Importante in alta quota, può comunque tornare utile anche a quote minori, specie per chi abbia un fototipo basso (tre o meno). Viene misurata in UPF (fattore di protezione ultravioletti):

• UPF sotto il 14, protezione assente o scadente;
• UPF da 15 a 24, protezione buona;
• UPF da 25 a 39, protezione molto buona;
• UPF maggiore di 40, protezione eccellente.

Un capo anti-UV deve avere un UPF uguale o maggiore di 40 e lo si può facilmente identificare in quanto riporta in etichetta il simbolo di un sole giallo, la scritta EN 13758-2 e il valore UPF.

Idrorepellenza

Con il termine di idrorepellenza s’intende la capacità di un tessuto di far scivolare sulla sua superficie l’acqua senza assorbirla; in pratica l’acqua forma sulla superficie del tessuto delle goccioline sferiche che rotolano via. L’idrorepellenza può essere intrinseca in un dato tessuto oppure ottenuta (migliorata) mediante un trattamento sulla parte esterna del tessuto, in questo caso viene identificato con la sigla DWR (Durable Water Repellent). L’idrorepellenza da trattamento non è permanente e, pertanto, va rinnovata, ogni tre o massimo cinque lavaggi del capo, ponendo il capo per venti minuti nell’asciugatrice o usando un ferro da stiro (media temperatura, senza vapore, asciugamano tra ferro e tessuto); quando tale operazione non sortisce più un buon effetto (le gocce d’acqua non sono più sferiche) si può applicare un nuovo trattamento mediante appositi prodotti, disponibili in bombolette spray o come liquido da disciogliere nell’acqua di lavaggio. L’idrorepellenza si valuta in base alla norma UNI EN 24920/93 e il valore viene espresso con un indice ISO da 1 (scadente) a 5 (ottima).

Impermeabilità

L’impermeabilità non è un sinonimo di idrorepellenza bensì è la capacità di un tessuto di resistere alla pressione di una colonna d’acqua, più la colonna è alta, ovvero la pressione è maggiore, più il tessuto è impermeabile. L’impermeabilità è una proprietà intrinseca del tessuto ed è determinata dalla dimensione dei suoi pori: affinché il tessuto possa ritenersi impermeabile tale dimensione dev’essere minore di quella della goccia d’acqua e più i due valori si discostano maggiore è l’impermeabilità. Il valore di impermeabilità è dato in millimetri, ovvero l’altezza della colonna d’acqua sopportata:

• Inferiore a 1000mm, impermeabilizzazione scarsa;
• da 1000 a 1999mm, impermeabilizzazione sufficiente;
• da 2000 a 3999mm, impermeabilizzazione buona;
• da 4000 a 7999mm, impermeabilizzazione ottima;
• sopra gli 8000mm, impermeabilizzazione eccellente.

Impermeabilità vs idrorepellenza vs traspirabilità

I capi idrorepellenti (Soft Shell) sono più leggeri e traspiranti di quelli impermeabili, pertanto risultano più adatti alle condizioni di tempo incerto e alle temperature miti o calde. I capi impermeabili (Hard Shell) sono più pesanti e meno traspiranti di quelli idrorepellenti, pertanto sono più adatti alle condizioni di mal tempo esteso e alle basse temperature. Al fine di migliorare il confort dell’utilizzatore le case produttrici hanno sviluppato tessuti e metodiche per ottenere indumenti che offrano sia impermeabilità che traspirabilità:

• induzione (fonte Decathlon), ovvero applicazione all’interno del tessuto di una specie di pasta che ne va a occludere i pori; meno costosa delle successive metodiche ma soggetta a deperimento e a danni da sfregamento (viene applicata una fodera a protezione della spalmatura);
• laminati idrofobi microporosi senza rivestimento di poliuretano, sono i più traspiranti;
• laminati idrofobi microporosi con rivestimento di poliuretano, meno traspiranti dei precedenti ma con una maggiore impermeabilità;
• membrane idrofiliche, prive di pori penalizzano la traspirabilità ma hanno una maggiore durata nel tempo e danno maggiore protezione dal vento.

Laminati e membrane si possono utilizzare da soli, saldati su un tessuto o inseriti tra due strati di tessuto.

Suddivisione dei capi

Fatte le debite premesse passiamo, tralasciando la tipica e autoesplicativa distinzione tra abbigliamento per l’uomo, per la donna e per il bambino / la bambina, all’analisi dettagliata dell’abbigliamento, precisando che, non essendoci una terminologia perfettamente standardizzata, utilizzerò i termini che mi sembrano più appropriati e chiari. La prima classificazione che prendo in considerazione riguarda la collocazione dell’abbigliamento sul nostro corpo e individua tre zone tra le quali può esserci una parziale e talvolta (freddo e/o vento) utile sovrapposizione.

Estremità

Indumenti che servono a coprire e proteggere testa, viso, collo, mani e piedi. La testa, anche se non ce ne rendiamo conto, disperde buona parte del nostro calore per cui con il caldo, salvo eventuali problemi di insolazione che vanno assolutamente previsti e gestiti (possono causarci danni anche gravi o addirittura la morte), è bene lasciarla libera mentre con il freddo va opportunamente coperta. Le mani e i piedi, in particolare le dita, sono irrorate con una minore quantità di sangue e pertanto sono particolarmente sensibili al freddo, un problema da gestire assolutamente con opportuno anticipo (può diventare lungo e doloroso riportarle in temperatura) e con coperture adeguate. Meno problemi ci sono dati dal viso anche se condizioni estreme (inverno, alta quota, bufere di neve, forte vento) potrebbero richiedere una sua più o meno ampia protezione.

Parte alta

Indumenti che servono a coprire e proteggere busto, zona addominale/dorsale e braccia. A parte le braccia (che sopportano bene sia il caldo che il freddo), questa zona è molto sensibile ed è quella che, in caso di necessità, il nostro sistema di autodifesa tende a proteggere di più (togliendo sangue alle estremità in caso di freddo intenso o spostandolo in periferia in caso di eccessivo calore): è necessaria la massima attenzione sia nella scelta dei capi che nel loro utilizzo.

Parte bassa

Indumenti che servono a coprire e proteggere genitali, glutei e gambe. È la parte meno sensibile agli agenti atmosferici, tant’è che quasi sempre la proteggiamo meno delle altre. Un appunto è necessario farlo in merito ai genitali: dal momento che testicoli e ovaie necessitano di una temperatura che vari di pochissimo del nostro valore medio, nello scroto e nella vulva trovano posto un buon numero di recettori termici, coprirli vuol dire alterarne inevitabilmente e negativamente la funzionalità.

Come seconda distinzione abbiamo, specie per gli indumenti da corsa o trail, un’utilissima, anche se spesso approssimativa, classificazione in base alla temperatura d’utilizzo del capo (tralascio quelle evidenti utilizzate da alcuni produttori: estate, autunno, primavera, inverno).

Per il caldo

Capi ad utilizzo prettamente estivo in condizioni di bel tempo e/o temperatura percepita (tratterò più avanti la delicata questione della temperatura percepita i cui effetti possono variare da persona a persona) superiore ai diciotto gradi centigradi. Sono comunque utilizzabili, a seconda della propria resistenza al freddo, anche a temperature minori, nelle stagioni intermedie o persino in inverno, magari in due o tre strati di tessuto con intercapedini d’aria che aumentano l’isolamento e il confort. I colori chiari sono preferibili a quelli scuri, vuoi perché scaldano molto meno, vuoi perché rilasciano meno tossine: studi recenti hanno dimostrato che le tinte, soprattutto (paradossalmente) quelle usate nell’abbigliamento tecnico sportivo, contengono, in misura direttamente proporzionale all’intensità del colore, sostanze velenose che vengono rilasciate per effetto del calore, della luce e del sudore.

Per il fresco

Capi da utilizzarsi prevalentemente nelle giornate più fresche (temperatura percepita tra i dieci e i diciotto gradi centigradi) e nelle stagioni intermedie, eventualmente utilizzabili come rinforzo ai capi invernali o come ausilio di emergenza per le uscite estive.

Per il freddo

Capi ad utilizzo prevalentemente invernale, eventualmente da porsi nello zaino anche negli altri mesi dell’anno ogni qual volta, per la quota dell’uscita o per le condizioni meteo particolarmente avverse, si prevedano temperature piuttosto basse (sotto i dieci gradi centigradi).

Alcune case danno indicazioni più dettagliate sui limiti di utilizzo in ragione della temperatura:

  • Per temperature sopra i
  • Per temperature da a
  • Per temperature sotto i

Terza e ultima classificazione è quella riferita alla collocazione nella stratificazione.

Strato interno

Composto da tutti quei capi che sono appositamente studiati e realizzati per potersi indossare a diretto contatto con la pelle, ovvero l’intimo e buona parte delle maglie e dei pantaloni. Estremamente sottili, leggerissimi (sia in protezione termica che in peso) ed elastici, aderiscono perfettamente al corpo arrivando ad assumere la conformazione di una seconda pelle. Tessuti e tessitura agevolano l’assorbimento del sudore, il suo trasferimento dal lato interno (a contatto con la pelle) a quello esterno (a contatto con l’aria) e, infine, la sua evaporazione (fondamentale non tanto per mantenere asciutta la maglia, quanto per garantire l’adeguata termoregolazione). I capi compressivi, utilizzati nel settore della corsa e del trail, sono strutturati in modo da contenere le vibrazioni della muscolatura riducendo così l’affaticamento, i dolori e i microtraumi.

Strato interno termico

Simile al precedente ma caratterizzato da tessuti che offrono una maggiore protezione dal freddo. In genere si sostituiscono ai capi dello strato interno normale. Avendo uno spessore e un peso maggiore possono risultare meno comodi e confortevoli.

Strato intermedio

Composto da tutti quei capi di abbigliamento studiati e realizzati per collocarsi sopra lo strato a pelle al fine di integrarne la protezione senza alterarne la traspirabilità e l’elasticità. Pur sempre sottili e leggeri (in peso), in genere sono meno elastici e aderenti dello strato interno; alcuni sono talmente confortevoli da poter essere utilizzati anche a pelle (in effetti è a volte difficile classificare un capo come interno o intermedio). Mantengono, anche se talvolta in modo meno accentuato, le proprietà di trasferimento ed evaporazione del sudore.

Strato intermedio termico

Simile al precedente ma caratterizzato da tessuti che offrono una maggiore protezione dal freddo. Sostituiscono lo strato intermedio normale e sono utili per evitare l’utilizzo dello strato interno termico, che, come detto, può in alcuni casi risultare poco confortevole a contatto con la nuda pelle.

Strato esterno

Composto da tutti quei capi studiati e realizzati per rispondere a determinate e specifiche esigenze supplementari.

  • Strato esterno termico: pesanti e spessi sono pensati per situazioni di temperature percepite molto basse (prossime o inferiori allo zero) con assenza di vento, pioggia o neve; mantengono una buona traspirabilità.
  • Strato ibrido: molto utili in condizioni di variabilità e incertezza atmosferica sono simili ai precedenti con in più una parziale protezione dal vento, dalla pioggia (idrorepellenti ma non impermeabili) e dalla neve; ovviamente la traspirabilità decade.
  • Strato antivento: capi generalmente elastici e avvolgenti studiati e realizzati per proteggere dai forti venti, talvolta sono anche idrorepellenti, raramente impermeabili e comunque in modo leggero; la traspirabilità è ovviamente molto minore dei precedenti strati; la protezione termica è talvolta limitata e in tal caso vanno assolutamente abbinati a capi degli strati termici.
  • Strato antipioggia: capi decisamente più rigidi e meno aderenti, i migliori hanno inserimenti elasticizzati e/o preformati nelle zone di articolazione del movimento (ginocchio, ascella, gomito); quasi o totalmente impermeabili sono poco o nulla traspiranti, a questo le case produttrici cercano di rimediare collocando sul capo opportune finestre di aerazione o inserti di materiale traspirante, ovviamente in zone dove la pioggia non arriva direttamente (ascelle, retro ginocchio) o sovrapponendovi un’ala impermeabile (attenzione ai capi che usano finestre di aerazione collocate sulla schiena: con lo zaino si occludono ed è come non averle); la protezione termica è tipicamente assente e vanno assolutamente abbinati a capi degli strati termici.

Analisi dettagliata dei capi

Ora passiamo all’analisi dei singoli capi suddividendoli per parti e, all’interno di queste, elencandoli dallo strato più interno verso quello più esterno. Ovviamente faccio riferimento solo all’abbigliamento specifico per l’escursionismo, comprendendo in questo anche quello per il trail e la corsa, alla fine sempre più simili tra loro.

Parte alta

Reggiseno

Sebbene alcuni studi dimostrino, in relazione alla vita del quotidiano, la sua inutilità (il muscolo mammario ha un suo naturale tono che permette l’autosostentamento delle mammelle) se non addirittura dannosità (cedimento del muscolo mammario con perdita del suo tono naturale; proliferazione di funghi e batteri in ambiente caldo umido), in caso di mammelle corpose (oltre la terza) può risultare indispensabile per affrontare senza problemi e dolori la corsa. Scegliere modelli a corpetto senza sistemi di allacciatura (si infilano come una maglietta), più complessi da calzare e togliere, ma sicuramente più confortevoli e contenitivi di quelli classici. Toglierlo appena possibile, specie se si ha sudato, e restare a torso nudo fino alla completa asciugatura della pelle.

Canotta

Simile nella forma alla classica canottiera ma fatta con tessuti più confortevoli e traspiranti. Anche il design è diverso al fine di renderla più adatta all’utilizzo a vista. Può risultare molto utile nelle giornate calde prive di vento: le spalline strette, l’ampia scalvatura del giromanica e la limitata aderenza del capo lasciano passare molta aria favorendo la termoregolazione.

Top

Indumento femminile, in pratica un reggiseno a corpetto senza fibbie con colori e decorazioni che lo rendono più adatto ad un utilizzo a vista. Ovviamente si utilizza al posto della canottiera e, con esclusione dei modelli meno aderenti, è a tutti gli effetti anche un sostituto del reggiseno per cui va indossato sulla nuda pelle e non, come si vede spesso, sopra al reggiseno. Può risultare molto utile nelle giornate calde prive di vento ma anche a temperature più basse ogni qualvolta l’intensità dello sforzo è alta e costante (ad esempio allenamenti di mezza stagione brevi e velocissimi).

Maglia senza maniche

Una maglietta molto fine, leggerissima (in protezione e peso), elasticizzata e perfettamente aderente al busto (seconda pelle), estremamente traspirante, taglio all’ascella (girospalla), generalmente con colletto a girocollo. Utile nelle giornate calde ma ventose, quando la canotta lascia passare troppa aria e le maniche danno fastidio, ma anche a temperature più basse ogni qualvolta l’intensità dello sforzo è alta e costante (ad esempio allenamenti di mezza stagione brevi e velocissimi).

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Maglia a mezze maniche

Similare alla precedente ma con mezze maniche (taglio inizio bicipite). L’utilizzo è sostanzialmente parallelo a quello della maglia senza maniche, diviene più funzionale nelle giornate fresche e/o ventose, quando le ascelle scoperte potrebbero dare spiacevoli sensazioni di raffreddamento, scelta pressoché obbligata in giornate fresche o addirittura fredde quando alla maglia a maniche lunghe si preferiscono i manicotti per le braccia (vedi oltre). Alcuni modelli hanno un colletto alto che risulta molto pratico portando lo zaino: evita eventuali irritazioni o abrasioni sul collo a seguito dello sfregamento con gli spallacci o la parte alta dello zaino (uno zaino ben fatto non dovrebbe provocarne ma dal momento che le morfologie delle persone sono infinite non è sempre possibile accontentarle tutte; in tal senso gli zaini da trail sono meno problematici, ma la capienza limitatissima li rende poco pratici per le escursioni di più giorni). Prima dell’acquisto verificare che il giro manica non lasci segno sul bicipite.

Maglia a maniche lunghe

IMG_8394Elasticità, aderenza e traspirabilità sono le stesse delle maglie precedenti, può cambiare il colletto che invece di essere a girocollo è a lupetto (con cerniera sternale per facilitare l’indossamento e la regolazione dell’aerazione). Il tessuto può essere similare ma con una trama più spessa oppure diverso: più termico e spesso, quindi leggermente più pesante (in grammi) e talvolta meno confortevole (alcuni tessuti termici possono ad alcuni irritare la pelle). Si utilizzano con temperature basse, quelle termiche a lupetto sono particolarmente indicate con temperature prossime o inferiori allo zero. Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Polo

Maglia solitamente di medio spessore, media elasticità e poco aderente, con zip sternale e colletto alato, maniche mezze ma più tipicamente (nell’abbigliamento sportivo) lunghe, estremità inferiore larga quindi adatta ad essere portata fuori dai (sopra i) pantaloni anziché infilata negli stessi. L’utilizzo può essere identico a quello delle corrispondenti (maniche mezze o lunghe) maglie e la scelta è più che altro una questione di gusti personali, ma, data la limitata aderenza, può tornare utile per sovrapporla a una delle maglie (più comodo che sovrapporre fra loro due maglie: essendo molto aderenti scivolano male e si fatica a togliere quella più esterna) oppure per un utilizzo in giornate con nuvolosità e ventilazione variabile quando la continua alternanza di caldo e freddo costringerebbe a frequenti su è giù di maglie (con la polo è più semplice compensare le variazioni di temperatura e/o ventilazione alzando o abbassando le maniche, aprendo o chiudendo la zip del colletto, infilando o levando la base dai pantaloni, arrotolandola o srotolandola sul busto). Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Manicotti

Trattasi di una copertura per le sole braccia che, unendosi alla maglia a mezze maniche (ma al limite anche quella senza maniche), genera una protezione completa delle braccia. Si utilizzano in quelle situazioni di tempo incerto quando la maglia a maniche lunghe potrebbe servire ma anche no. Utilizzati nell’ambito della corsa e del trail, potrebbero tornare utili anche all’escursionista, in particolare per gli allenamenti corsaioli o nelle escursioni molto lunghe dove risulta utile, se non proprio necessario, ridurre al minimo le fermate. Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Giacca termica

È un capo esterno appositamente studiato per dare protezione dal freddo. È un capo solitamente robusto, più o meno elastico, a gilet (migliore ventilazione e veloce da indossare) o con maniche lunghe (maggiore protezione, minore traspirazione), in genere piuttosto aderente. Utili dettagli possono essere un bel cappuccio magari staccabile, colletto alto che chiude fino sotto il mento, base e polsi con bordino elastico, tasche scaldamani: due tasche ampie quasi verticali con apertura invertita e poste al torace (a braccia conserte le mani infilate in tasca vengono a trovarsi sotto le ascelle usufruendo del relativo effetto riscaldante).

Giacca antivento

È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dal vento. È un capo generalmente sottile, più o meno elastico, a gilet (piegato occupa pochissimo spazio, ha una migliore ventilazione, è veloce da indossare ma offre una limitata protezione) o con maniche lunghe (maggiore protezione, minore traspirazione), in genere piuttosto aderente. Utili dettagli possono essere colletto alto che chiude fino sotto il mento, polsi con bordino elastico, cordino di regolazione in vita o alla base della giacca (o ambedue), taschino che si trasforma in contenitore per la giacca stessa.

Giacca antipioggia

IMG_9714È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dalla pioggia. È un capo più o meno sottile, solitamente non elastico e poco aderente, con maniche lunghe e ampio cappuccio. Zone in tessuto traspirante o finestrelle sotto le ascelle possono essere presenti per dare una maggiore traspirabilità ad un capo che, per le sue caratteristiche, è forzatamente poco traspirante (per quanto ne possa dire la pubblicità). I modelli più protettivi hanno cuciture e cerniere stagne; importante controllare il livello di tenuta alla pressione d’acqua che dev’essere come minimo pari a quattromila millimetri, ottomila se volete un capo che possa proteggervi a lungo anche in caso di pioggia battente continua o forti temporali. Utili dettagli possono essere una piccola visiera sul cappuccio (ma la si può sostituire egregiamente con un cappellino da pioggia), colletto alto che chiude fino sotto il naso, doppia regolazione del cappuccio (lunghezza e larghezza), cappuccio e polsi con bordino elastico, zona trasparente in corrispondenza dell’orologio (per poterlo leggere senza sollevare la manica), cordino di regolazione in vita o alla base della giacca (o ambedue). Fate attenzione ai modelli con spalmatura interna: scivolano male sulla pelle bagnata (non sempre ci si premura di calzare la giacca alle prime gocce d’acqua).

Parte bassa

Mutande / Slip

Ne esistono in varie versioni, da quelle minimaliste a quelle a gambaletto che si avvicinano alla forma dei boxer, tutte comunque molto aderenti e avvolgenti. Essenzialmente servono a isolare i genitali al fine di evitarne irritazioni dovute al loro sfregamento contro il rigido tessuto dei pantaloni; nei maschi servono anche mantenere fermi il pene e lo scroto, impedendo lo sbattimento e sfregamento ripetuto di quest’ultimo contro l’inguine cosa che, in particolare quando il caldo provoca una forte sudorazione e, quindi, un maggiore attrito (il sudore fa da leggero collante), può provocare dolori anche piuttosto forti. Secondo una comune opinione avrebbero anche una funzione igienica, ma recenti studi dimostrano che, almeno in certe condizioni (caldo umido, sudorazione abbondate, persistenza in condizione di umidità), possono favorire la proliferazione di muffe e batteri risultando, così, più dannose che utili. Per esperienza personale mi sento di poter suggerire, quantomeno a livello sportivo, di lasciare massimo respiro ai genitali facendo a meno di questo indumento: i detti problemi irritativi si possono evitare con una scelta attenta dei pantaloni (morbidi, aderenti e privi di cucitura sul cavallo, in pratica i migliori leggins da corsa) e/o con apposite creme antisfregamento; alcuni pantaloni da corsa, in particolare i pantaloncini corti, integrano delle mutandine leggerissime e molto traspiranti: soluzione intermedia certamente preferibile alla mutanda ma altrettanto indubbiamente meno efficiente del nulla assoluto.

Calzamaglia

Un collant in tessuto termico, tipicamente sono composti da mutanda, gambaletto e piede, ma ci sono modelli senza piede (a mio parere preferibili in ambito sportivo), eventualmente con un passante da infilare sul piede per impedire alla gamba di scivolare verso l’alto. Nella scelta è importante che sia aderentissima, sia per non dare fastidio che per meglio proteggere le gambe; se non si usano le mutande fare attenzione alla cucitura: se passa sotto il cavallo potrebbe provocare irritazioni allo scroto. Utile più che altro in inverno, ma comunque non indispensabile.

Pantaloncini

IMG_9700Pantaloni corti, prodotti in diverse lunghezze (da poco sotto l’inguine a metà coscia), con o senza mutandina integrata, molto comodi quelli da trail che hanno diverse tasche. I modelli a gamba larga si possono infilare/levare senza dover togliere le scarpe e garantiscono la migliore traspirazione, però tendono a impigliarsi facilmente in rami e rovi; i modelli aderenti, che danno anche una certa protezione termica, non s’impigliano nella vegetazione ma complicano un poco la vestizione specie se fatta in ambiente dove il terreno irregolare e magari scivoloso rendono più instabile l’equilibrio; gli aderentissimi modelli compressivi sono più scomodi da calzare o scalzare dato che è necessario togliersi le scarpe. Per le donne esistono anche nel modello con gonnellina sovrapposta. La scelta di questo capo non ha particolari difficoltà, basta che sia della misura giusta; per i modelli aderenti se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare, i documenti e le chiavi dell’auto).

Corsari

Aderentissimi pantaloni da corsa che arrivano fin poco sotto il ginocchio, con o senza mutandina integrata. Sempre elasticizzati e aderenti, esistono anche in versione compressiva. La scelta di questo capo non ha particolari difficoltà, basta che sia della misura giusta; se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare e le chiavi dell’auto).

Leggins

Aderentissimi pantaloni da corsa lunghi fino alla caviglia, con o senza mutandina integrata, specifici per la corsa ma interessanti anche per il cammino: l’aderenza alla caviglia riduce a zero la possibilità che la stessa s’impigli in pietre o rami. Molti modelli hanno una cerniera alla caviglia che permette di trasformarli in corsari (aprire la cerniere, rivoltare verso l’alto la caviglia, raccogliere la gamba del pantalone sotto il ginocchio e infilare le due ali della caviglia sotto la parte rivoltata) facilita la vestizione e la svestizione, se è sufficientemente lunga potrebbe anche evitare la necessità di togliere le scarpe. La scelta di questo capo richiede qualche attenzione, specie per i modelli compressivi piuttosto complessi da indossare e la cui variazione di taglia non è solo in funzione dell’altezza ma anche del peso o/e del girocoscia; se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare e le chiavi dell’auto)

Pantalone running

0548_ph. carla cinelli_edPantaloni da corsa lunghi fino alla caviglia dal taglio stretto ma non aderente, in pratica sono molto simili ai classici pantaloni da ginnastica. Utili dettagli sono il tessuto elastico, una regolazione a vita con nastrino piatto, due comode tasche laterali inclinate con cerniera di chiusura, la possibilità di indossarli e levarli senza togliere le scarpe. Ottima alternativa ai classici pantaloni da escursionismo (vedi sotto), innanzitutto perché la caviglia più aderente riduce il rischio d’inciampo, poi per l’elasticità del tessuto che lascia maggiore libertà di movimento, infine perché essendo più morbidi e confortevoli si possono agevolmente utilizzare senza mutande.

Pantalone escursionistico classico

Il tipico pantalone da montagna con un taglio similare a quello dei normali pantaloni che si usano nella vita quotidiana. Generalmente in tessuto semirigido per offrire robustezza e durabilità anche a fronte di un utilizzo intenso a contatto con rocce e altri elementi abrasivi. La dotazione di accessori è alquanto vasta e diversificata: tutti hanno tasche laterali inclinate per le mani e almeno una tasca posteriore; molti hanno anche uno o due grandi tasconi posti lateralmente alla coscia; molti hanno rinforzi sui glutei, alle ginocchia e alla caviglia (i punti più soggetti allo sfregamento); alcuni hanno una minighetta integrata sul fondo del pantalone e risultano particolarmente utili per chi affronta spesso ghiaioni e terreno innevato; i modelli migliori hanno le ginocchia preformate in modo da non limitare l’articolabilità. Nella scelta evitare quelli con la caviglia molto larga in quanto tenderebbero facilmente a impigliarsi in pietre e radici.

Gambali

Trattasi di una calza senza piede, in pratica una copertura per i soli polpacci che, unendosi ai corsari (ma al limite anche ai pantaloncini corti), genera una protezione completa delle gambe. Nell’ambito della corsa si trovano soprattutto i modelli compressivi che, stando ai produttori, favorirebbero la riossigenazione dei muscoli consentendo la massima prestazione per un tempo più lungo. Se questa funzione è messa da qualcuno in dubbio, certo resta valida quella protettiva, ma alla fine è forse comunque più comoda una calza lunga: ad ognuno l’ardua sentenza e la scelta.

Sovrapantalone da pioggia

È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dalla pioggia. È un capo solitamente robusto, anelastico, con lunghe cerniere sui due fianchi onde consentirne la vestizione e la svestizione senza bisogno di togliere le scarpe. Dettagli importanti sono l’adeguata lunghezza (deve adagiarsi abbondantemente sulla scarpa (anche su quella bassa), la regolazione in vita e alla caviglia, i rinforzi sull’interno caviglia, i fissaggi agli estremi delle cerniere (evitano la loro apertura accidentale). Altri utili particolari l’elastico in vita, le ginocchia preformate (consentono una maggiore libertà di movimento), gli stringhini ai cursori delle cerniere (permettono una presa migliore anche con le mani irrigidite dal freddo e dalla pioggia), il fissaggio per i tiretti delle cerniere (ne previene la rottura), i passanti per i laccioli sottoscarpa, la tasca in vita con funzione stow pocket (capovolgendola vi si infila l’intero pantalone diminuendone l’ingombro), il doppio cursore per la stow pockett (permette di chiuderla una volta riempita) e i passanti per agganciarla in cintura (ne facilitano il trasporto quando si esce senza zaino). I modelli più protettivi hanno cuciture e cerniere stagne; importante controllare il livello di tenuta alla pressione d’acqua che dev’essere come minimo pari a quattromila millimetri, ottomila se volete un capo che possa proteggervi a lungo anche in caso di pioggia battente continua o forti temporali. Fate attenzione ai modelli con spalmatura interna: scivolano male sulla pelle bagnata (non sempre ci si premura di calzare la giacca alle prime gocce d’acqua).

Estremità

Visiera

In pratica è un cappello senza cupola. Ideale nelle stagioni intermedie quando l’insolazione non è molto forte ma il sole potrebbe comunque dare fastidio alla visione. Utile anche sotto il cappuccio della giacca da pioggia al fine di evitare l’acqua negli occhi o, peggio, sugli occhiali. La visiera dev’essere rigida e ampia, sia lateralmente che in estensione frontale. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido.

Cappellino da sole

Serve a proteggersi dall’insolazione, anche se vengono più spesso prodotti di colore scuro va assolutamente scelto di colore chiaro, meglio ancora bianco. La visiera dev’essere rigida e ampia, sia lateralmente che in estensione frontale. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido. Nell’ambito della corsa ne vengono fatti alcuni che si possono ripiegare completamente: molto comodi per le uscite brevi, senza zaino o con il solo marsupio. Utile anche in assenza di sole per evitare abrasioni al capo nel percorrere, magari di corsa, sentieri stretti o poco frequentati dove può essere facile andare a sbattere o strisciare contro rami pendenti e magari spinosi.

Cappellino da pioggia

Simile al cappellino da sole ma perfettamente impermeabile. Particolarmente utile quando si affronta la pioggia senza indossare la specifica giacca, ma comunque utile anche sotto il cappuccio di detta giacca al fine di evitare l’acqua negli occhi o, peggio, sugli occhiali. L’ampiezza della visiera, laterale e frontale, è fondamentale, come pure una perfetta calzabilità. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido.

Cappello da sole / pioggia

Copricapo meno avvolgente del cappellino e dotato di larga tesa che gli gira tutt’attorno. Alcuni dispongono di un cordoncino che li trattiene al capo evitando che volino via per effetto del vento; comodo anche per tenerlo appeso al collo quando lo si desidera togliere momentaneamente dalla testa. Stesso utilizzo del corrispondente cappellino, la scelta è puramente soggettiva, di certo correndo è meglio usare il cappellino.

Fascia frontale

Leggera fascia elastica che si calza sulla testa e copre la fronte. Utile a evitare che il sudore coli negli occhi facendoli bruciare. Assicurarsi che calzi alla perfezione: una fascia che scivola sugli occhi diviene subito fastidiosa.

Bandana

Foulard da allacciare, con un nodo, attorno alla testa. Alternativo alla fascia frontale rispetto alla quale si adatta sicuramente a qualsiasi testa.

Fascia paraorecchie

Fascia frontale elastica e più o meno spessa con caratteristiche termiche, due ali scendono a coprire le orecchie. Utile nelle stagioni intermedie, quando la temperatura potrebbe già infastidire le orecchie, ma una copertura totale della testa provocherebbe una sudorazione eccessiva. Assicurarsi che calzi alla perfezione: una fascia che scivola sugli occhi diviene subito fastidiosa.

Cupolotto

Un berretto di tessuto elastico che avvolge perfettamente la testa restandone ben aderente anche nella parte superiore. Si utilizza per le giornate fredde. Molto comodo per chi corre, ma pratico anche per chi cammina: è la mia protezione preferita per l’inverno. Esistono anche con protezione per le orecchie.

Berretto

Il classico copricapo conico, in tessuto elastico e solitamente spesso, ad utilizzo prettamente invernale o, comunque, per le giornate particolarmente fredde.

Passamontagna

Un copricapo con prolunga verso il basso che permette di ricoprire anche il viso e il collo. In corrispondenza degli occhi una piccola finestrella (o due fori) permette la visione. Utile d’inverno in presenza di forte vento o con temperature estremamente rigide (diversi gradi sotto lo zero), specie se si devono affrontare lunghe soste all’aperto (ad esempio per un bivacco).

Scaldacollo

Una specie di sciarpa formata da una fascia chiusa di tessuto che s’infila dalla testa facendola scorrere fino al collo. Alcuni modelli, grazie ad una cordina di chiusura posta sul lato superiore, sono multifunzione, ovvero si possono utilizzare anche come passamontagna o berretto. Utile a proteggere la gola, notoriamente piuttosto sensibile, in caso di forte freddo e vento.

Guanti

Copertura per le mani. Ne esistono di due tipi: a cinque dita, che consentono una migliore manipolazione degli oggetti, o a manopola, che danno una migliore protezione alle dita. Tra quelli a cinque dita se ne trovano alcuni che integrano una copertura a manopola rendendoli molto versatili e comodi. Tra quelli a manopola ce ne sono alcuni che hanno un taglio alla base delle dita per permetterne l’estrazione al fine di consentire la manipolazione di oggetti, con questi è consigliabile l’utilizzo dei sottoguanti (vedi sotto). Fare attenzione che calzino alla perfezione, in particolare, per quelli a cinque dita, verificare che scivolino bene sulle dita (possibilmente sarebbe utile provarli a mani umide, quando faticano a scivolare), che arrivino fino in fondo alle stesse e che non resti troppo spazio in punta. Utile dettaglio la possibilità di operare sullo schermo touch del cellulare.

Sottoguanti

Molto leggeri e sottili, sempre a cinque dita. Tipicamente si calzano sotto i guanti, in particolare quelli a manopola, vuoi per incrementare la protezione dal freddo vuoi per non gelarsi le mani qualora si debbano togliere i guanti, ma si possono utilizzare anche da soli quando i guanti risultano eccessivi ma senza una copertura le mani tendono comunque a raffreddarsi in modo doloroso o quantomeno fastidioso. Fare attenzione che calzino alla perfezione, in particolare verificare che scivolino bene sulle dita, che arrivino fino in fondo alle stesse e che non resti spazio in punta.

Calze

IMG_9706Sia nella versione estiva, più leggera, che in quella invernale, più pesante, ne esistono di diverse tipologie, dalle invisibili che non escono nemmeno dalla scarpa (poco indicate all’uso in montagna dato che lasciano entrare facilmente i detriti) al gambaletto che arriva fin quasi sotto il ginocchio (attenzione che non tenda a scivolare verso il basso rendendolo di fatto inutile, ma che, nel contempo, non risulti troppo stretto a livello del suo collarino, lo abbassereste voi per il fastidio), la scelta è un fatto personale. Ci sono anche modelli compressivi, in merito ai quali valgono gli appunti già fatti per i gambali. Utili dettagli sono la presenza di zone differenziate in spessore e trama (proteggono dall’abrasione i punti più sollecitati mantenendo alta la traspirabilità del capo) e l’asimmetria (adattandosi meglio alla conformazione del piede, specie in punta, riduce la possibilità di fastidiose pieghe).

Utilizzo dei capi

Come utilizzare tutti questi capi e questi strati? Come sceglierli? Come combinarli?

La regola base fa riferimento alla temperatura percepita, che può essere ben diversa da quella effettiva: maggiore in presenza di forte insolazione, minore in presenza di vento; anche molto maggiore (dieci gradi) in movimento, identica o minore da fermi. Ovviamente ognuno ha una sua specifica sensibilità al freddo e al caldo, pertanto le indicazioni che seguono vanno intese come medie, ognuno le dovrà adattarle a sé stesso.

  • IMG_0692Sopra i ventidue gradi centigradi è fuori di dubbio che, contrariamente agli opportunistici consigli dati dalle case che producono l’abbigliamento da montagna nonché a quelli riportati nella stragrande maggioranza dei tanti condizionati articoli redatti da alpinisti ed escursionisti, la soluzione ideale è la nudità. Nel prossimo articolo della serie parlerò specificatamente del cammino a nudo, per ora mi limito a segnalare l’esistenza di varie evidenze scientifiche e vi incito a provare per credere: tutti coloro che l’hanno fatto ve lo possono confermare, ma l’esperienza personale è pur sempre la miglior cosa. Per chi preferisse comunque tenersi addosso qualcosa la scelta migliore è nei capi più minuti (canotte e pantaloncini) dello strato interno, meglio se da trail (più traspiranti e leggeri rispetto a quelli da escursionismo). A queste temperature pioggia e vento non danno fastidio o risultano addirittura gradevoli per cui non è indispensabile indossare le relative protezioni (comunque da avere nello zaino).
  • IMG_2091Tra i sedici e i ventuno gradi centigradi potremmo sentirci più a nostro agio termico indossando qualcosa quantomeno sulla parte alta: maglia  senza maniche o a mezze maniche e pantaloncini sono la scelta ideale, i più freddolosi possono aggiungere la polo e i corsari. In questa situazione pioggia e vento possono risultare fastidiosi per cui potremmo dover indossare il relativo capo d’abbigliamento.
  • Tra i dieci e i quindici gradi centigradi dovremo coprirci per intero: maglia a maniche lunghe, pantalone lungo leggero (legigns, running, classico secondo propria preferenza), polo e, a seconda delle previsioni, i necessari gusci esterni: vento o pioggia.
  • Da tre a nove gradi centigradi l’abbigliamento tecnico da trail o da montagna in tutti i suoi strati diventa dotazione sempre obbligatoria; eventualmente potrebbe far comodo la maglia nella sua versione termica (o una doppia maglia normale) e il pantalone pesante.
  • Sotto i tre gradi centigradi indosseremo tutti gli strati nelle relative versioni termiche.

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Nell’allestire lo zaino tenete pur sempre conto che:

  • anche se preferite la nudità, nello zaino dev’esserci sempre la minima dotazione necessaria: maglia, pantalone, polo, giacca antivento o, secondo previsioni, da pioggia;
  • le previsioni meteorologiche sono, per l’appunto, previsioni e non certezze, sempre e comunque;
  • le previsioni meteorologiche sono indicazioni di massima spesso riferite alle località di valle, in montagna le condizioni potrebbero risultare ben diverse, talvolta in meglio (più volte m’è capitato di partire da casa sotto la pioggia e poi trovarmi a camminare con il sole) altre volte in peggio;
  • la situazione può repentinamente cambiare, anche più volte, nel corso della giornata (ad esempio è tipica, specie per le montagne costiere o prospicenti grossi bacini lacuali, la formazione di nuvole temporalesche attorno al mezzogiorno);
  • anche in estate le temperature possono comunque scendere di molto, vuoi per la formazione di nuvole che oscurano il sole, vuoi per un temporale, vuoi per l’approssimarsi della sera;
  • in inverno nelle belle giornate potreste facilmente incontrare l’effetto dell’inversione termica, ovvero trovare in montagna temperature ben maggiori di quelle presenti in pianura;
  • la copertura nevosa riflettendo i raggi del sole provoca un innalzamento della temperatura percepita.

    Continua in…  Abbigliamento: integrazione


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna – Tecnica della corsa


Prosegue da… Tecnica del cammino


Come ho già più volte indicato questi articoli fanno riferimento a un soggetto che, nell’ambito delle sue uscite in montagna, prende talvolta in considerazione la corsa, quantomeno la utilizza negli allenamenti per ottimizzarli, ecco quindi giustificato questa puntata della serie “Camminare in montagna”. Data la mia breve esperienza di corsa mi limito a riportare quelle osservazioni che ho ereditato e verificato o personalmente elaborato durante i mei allenamenti e che si si differenziano da quelli già dati per il cammino nella puntata specifica, che consiglio di leggere, se ancora non l’avete fatto, prima di proseguire. Gli aspetti più tecnici della corsa li devo invece lasciare ai documenti che riporto a piè di pagina nella sessione “Sitografia e approfondimenti”.

Postura

          Al fine di evitare i tipici infortuni del corridore (dolori e tendiniti varie agli arti inferiori, alle ginocchia e alla schiena), pur restando assolutamente valide tutte le indicazioni di base già date, nel caso della corsa dobbiamo aggiungere una sensibile e costante inclinazione in avanti del corpo, inclinazione che deve partire dalle caviglie coinvolgendo anche e spalle in modo da mantenere la linearità del corpo.

Uso dei piedi

–          Le punte dei piedi non devono mai trovarsi più avanzata delle anche. Si ottiene con la già citata inclinazione in avanti del corpo e con una riduzione della lunghezza del passo.

–          Sostanzialmente valido anche per il cammino, diviene ancor più importante per la corsa dove la frequenza (passi al minuto) sale notevolmente: il lavoro che devono produrre le nostre gambe è dato dalla forza necessaria a sollevarle per lo spostamento dalle stesse attuato, dato che non sempre possiamo operare sulla riduzione del peso delle scarpe (vorrebbe dire sostituirle e, comunque, resta pur sempre un peso da sollevare), ne consegue che dobbiamo limitare al minimo indispensabile l’alzata del piede da terra.

–          In salita andremo a lavorare solo di avampiede molto prima di quanto siamo costretti a fare camminando.

Pronazione e rullata

–          Sulla pronazione ben poco possiamo fare per modificarla, possiamo solo adottare le calzature più adeguate, non sempre esistenti (non tutte le marche fanno in tal caso differenza, anche perché secondo alcune teorie sembrerebbe che su terreno sconnesso tutti si avvicinino alla pronazione corretta) per la corsa in montagna ma di sicuro reperibili per la corsa su asfalto e sterrato (che dovremo necessariamente fare per gli allenamenti, come vedremo più avanti), anche se sono già presenti sul mercato scarpe in grado di adattarsi autonomamente ad ogni tipo di pronazione.

–          Per la rullata, al fine di evitarci dolori e infortuni, dobbiamo avvicinarci il più possibile alla rullata considerata naturale, ovvero quella che avviene partendo da un appoggio di avampiede. Inutile concentrarsi sul piede, riuscireste solo a farvi del male, l’appoggio si modifica spontaneamente e avanza quando incliniamo avanti il corpo, indi, se necessario, mettiamo in atto questa variazione posturale. Possono essere d’aiuto anche le scarpe: minore è il differenziale tra lo spessore posteriore della suola e quello anteriore (drop) e più viene indotto un appoggio di avampiede.

Il passo

–          La sequenza del passo è similare a quella del cammino e mantiene il concetto di spostamento in avanti del baricentro, ma, dal momento che correndo non esiste un momento in cui ambedue i piedi sono a terra, il tutto avviene con più dinamismo e con un maggiore e più esplosivo lavoro di spinta del piede arretrato.

–          Correndo la sequenza sarà necessariamente sempre alternata: piedi sinistro, piede destro, piede sinistro.

–          Per variare la velocità si agisce sulla frequenza, riducendola per rallentare e aumentandola per accelerare.

In salita

–          Non è sempre detto che correndo andiamo più veloci, sulle salite molto ripide (in relazione al nostro allenamento) potrebbe risultare più conveniente camminare.

In discesa

–          Anche alla massima velocità dobbiamo sempre avere il controllo dell’andatura: non lasciamoci trasportare.

–          Le braccia vanno tenute alte e aperte in misura direttamente proporzionale all’inclinazione del terreno e/o alla scabrosità del fondo: aiutano l’equilibrio e stabilizzano il corpo nei cambiamenti di direzione. Personalmente ho notato che tale atteggiamento riduce anche il carico sulle ginocchia, probabilmente perché facilita il mantenimento dell’inclinazione in avanti anche sui passaggi più scabrosi.

–          Sfruttando ogni minimo rilievo del terreno portiamo all’estremo l’utilizzo dell’appoggio laterale: le ginocchia ci ringrazieranno.

–          Incontrando una leggera elevazione del terreno se è minima e secca (poca distanza tra il suo inizio e la sua fine) possiamo saltarla esattamente come faremmo per un sasso, se è più accentuata lasciamo morbide le gambe e, attraverso un loro progressivo piegamento, facciamo in modo che il bacino (baricentro) mantenga la stessa quota, esattamente come fa lo sciatore nel superamento di una gobba, in questo modo risparmiamo lavoro ai quadricipiti che non devono spingere il nostro peso verso l’alto.

–          Nell’ingresso ai tornanti fare attenzione a non appoggiare di tallone nell’istintiva azione di frenaggio, per mantenere il controllo ridurre la lunghezza del passo e/o aumentare la frequenza, per facilitare il netto cambio di direzione proiettare in anticipo il corpo verso l’interno curva, per un passaggio comunque veloce sfruttate al massimo l’esterno curva.

–          Nei salti ripetuti utilizziamo il rimbalzo per mantenere la massima dinamicità: atterraggio su un solo piede con appoggio di avampiede e gamba distesa senza bloccaggio del ginocchio, ammortizzazione con leggera flessione della gamba, estensione della gamba per la spinta sul successivo salto.

–          Se non siamo sicuri di poter mantenere il controllo nell’atterraggio e nella ripetizione del salto (ad esempio un tratto molto esposto, una sequenza di gradoni moto alti, una conformazione del terreno molto complessa, non conoscete il passaggio), meglio effettuare un salto bloccato: atterraggio a due piedi con un’ammortizzazione più accentuata su ambedue le gambe dalla quale si riparte da fermi o quasi.

–          Ricorriamo al salto bloccato anche ogni qual volta riteniamo l’atterraggio su una sola gamba pericoloso per l’equilibrio o l’incolumità della gamba, ad esempio un singolo gradone particolarmente alto o terreno ricoperto da molti piccoli e complessi spuntoni rocciosi.

–          Attenzione alle lame: l’appoggio di avampiede è sempre seguito dall’istintivo abbassamento del tallone a cercare la stabilizzazione dell’appoggio, sulla lama, però, il tallone si abbassa parecchio e ciò potrebbe portare a uno stiramento dei legamenti della caviglia. Se proprio non potete evitare la lama, visto che non parliamo di gara, fate il passaggio camminando.

–          Attenzione anche alle punte: intanto per lo stesso discorso di cui sopra e poi perché, specie con scarpe da trail molto tecniche e minimaliste (suola sottile e morbida), l’appoggio potrebbe risultare molto doloroso.

Il ritmo e la sua gestione

–          Posso solo invitarvi a rileggere con attenzione quanto già detto per il cammino ed estremizzarlo.

Lo sguardo

–          Specie in discesa dove la velocità si fa maggiore, guardare avanti per anticipare adeguatamente gli ostacoli. Personalmente mi trovo molto bene variando frequentemente lo sguardo tra l’avanti lontano (da cinque a dieci metri a seconda dei casi) e l’avanti vicino (tra i tre e i cinque metri). In alcuni casi (passaggi particolarmente complessi, salti bloccati, punti esposti) lo abbasso, ma raramente ai piedi, generalmente lo tengo almeno un metro avanti: sostanzialmente i piedi non li dobbiamo guardare, al massimo vedere con la coda dell’occhio quello più avanti, più in genere solo intuire.

–          Una piccola invasione nell’argomento materiali qui ci vuole. Correndo lungo sentieri immersi nel bosco, specie se molto stretti e poco frequentati, berretto e occhiali vanno sempre indossati: strusciamenti su rami pendenti possono ferirci la testa; sbattere gli occhi contro un ramo o, peggio, un rovo che pende attraverso il sentiero potrebbe essere molto pericoloso oltre che doloroso.

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Corsa in salita

Albanesi – Corsa in montagna

Altra Running – Migliorare la postura nella corsa

Running Italia – Come mantenere la giusta postura durante la corsa

Running Italia – Curare la tecnica di corsa e la postura per migliorare l’efficienza

Running Italia – Il corretto movimento delle braccia durante la corsa

Running Italia – Il piede nella corsa tra postura, ammortizzazione e propulsione

Runner’s World – Non fare il passo più lungo della gamba

Albanesi – Efficienza della corsa

Running Italia – Tecnica di corsa: come correre meglio e con meno fatica

Running Italia – 5 consigli per affrontare la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Tecniche di corsa: appoggio del piede e utilizzo delle braccia

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Continua in…  Abbigliamento


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: tecnica del cammino


Prosegue da… Le calzature.


 Premesse

  • Oggi molti escursionisti utilizzano i bastoncini i quali, però, comportano pochissime variazioni alla tecnica del cammino per cui li prenderò in considerazione solo per un capitolo a loro specificatamente dedicato. D’altra parte tale attrezzo dev’essere un ausilio e non un sostituto delle capacità fisiche e tecniche: l’escursionista prima di tutto deve saper camminare in modo naturale (ovvero senza bastoncini), poi, eventualmente, ne inserisce l’utilizzo.
  • Come base faccio riferimento alle esigenze dell’escursionista, a questo, come già detto, sovrappongo l’avvicinamento al trail, quindi prendo in considerazione anche la corsa ma non in maniera esclusiva e soprattutto non ai fini agonistici, nell’ambito dei quali alcune cose potrebbero cambiare, alcune violazioni alle indicazioni, regole se vogliamo, che andrò a definire sono tollerabili o addirittura necessarie.
  • Della postura ne ho già ampiamente parlato (“La postura”), qui, pertanto, richiamo solo l’indicazione generica di base: il corpo dev’essere sempre il più possibile eretto senza spezzarsi a livello dei fianchi (busto inclinato avanti rispetto alle gambe) o delle ginocchia (arretramento accentuato del busto).
  • Se leggendo scoprite di dover correggere qualcosa, lavorate su una sola cosa alla volta: sarà più semplice e, alla fine, risulterà più veloce di un lavoro contemporaneo su più aspetti.

Uso dei piedi

  1. Anche se in particolari situazioni di terreno ci si dovrà comportare in modo diverso, di principio i piedi devono essere sempre il più possibile dritti verso l’avanti in modo da occupare il minor spazio possibile, facilitare il passaggio del piede a fianco della gamba anche quando un sentiero molto scavato o la presenza di folta vegetazione limitano alquanto lo spazio disponibile, permettere alle ginocchia e alle anche di lavorare nel migliore dei modi senza disperdere energia in rotazioni e senza indurre un precoce logorio dei relativi giunti ossei e legamenti, generare una rullata (ne parlo poco più sotto) completa, sfruttare al massimo la spinta del piede.
  2. Per una massima presa sul terreno i piedi devono attuare un appoggio completo, ovvero, indipendentemente dalla pendenza su cui stiamo procedendo (con l’eccezione di inclinazioni particolarmente rilevanti), all’interno della rullata dev’esserci un momento più o meno lungo (questo è inversamente proporzionale alla velocità della progressione) in cui tutta la pianta del piede, sia quello a valle che quello a monte, è a contatto con il terreno.
  3. Da sempre mi chiedo come mai talvolta si trovino tracce che hanno la larghezza di un solo piede: qual è la strana motivazione che induce alcune persone a camminare ponendo un piede davanti all’altro? Non ha senso, si peggiorano l’equilibrio e la reattività: i piedi devono essere categoricamente alla larghezza delle anche, con l’eccezione, per l’appunto, della situazione accennata sopra (tracce monopiede) quando, volenti o nolenti, siamo costretti a mettere un piede davanti all’altro.

Pronazione e rullata

Per pronazione s’intende il movimento di rotazione della caviglia attuato durante la rullata, che è il movimento del piede dal momento di appoggio al momento di stacco. Molti gli studi fatti nell’ambito della corsa, dove pronazione e rullata giocano un ruolo importante, più difficile trovare quelli relativi al cammino (che comunque ci sono), tutti individuano e distinguono diverse tipologia di pronazione e di rullata, meno accordo esiste sulla definizione di rullata naturale e sui vantaggi e svantaggi delle varie modalità. Dando ragione alla maggioranza (anche se la storia insegna che non sempre è la maggioranza ad aver ragione: vedi le teorie sulla forma del nostro pianeta o sulla formazione del sistema solare o ancora, in tempi più recenti, sulla scindibilità dell’atomo, sull’innocuità degli antibiotici, le continue variazioni d’idea sui sistemi alimentari e via dicendo) possiamo ritenere che, quantomeno nel cammino, la rullata più naturale sia quella che inizia dall’appoggio centrale o leggermente esterno del tallone, con rotazione latero-longitudinale (ellittica) sulla caviglia passa per la messa a terra dell’intera pianta e, continuando la rotazione sulla caviglia aggiungendovi la flessione dell’articolazione delle dita, finisce con l’appoggio spinta di queste ultime, in particolare dell’alluce (non per niente più grande e avanzato delle altre dita) che è l’artefice ultimo della spinta avanti.

Le variazioni alla pronazione e alla rullata naturali sono diverse, comunque tutte riconducibili a poche situazioni limite.

Variazioni di pronazione

Quando il piede tende a lavorare solo sulla parte interna si parla di iperpronazione, quando, al contrario, il piede lavora esclusivamente sull’esterno si parla di ipopronazione o supinazione. Ambedue le situazioni potrebbero favorire le storte, ma soprattutto generare sovraccarichi su alcune zone della nostra catena strutturale, in particolare a caviglia, ginocchia e anche.

Le variazioni di pronazione sono quelle più rilevanti ai fini del cammino, quelle che, sebbene si allarghino sempre più i pareri contrari (e favorevoli al mantenimento di una rullata spontanea anche se poco “naturale”: alla fine non è forse vero che ciò che avviene in via spontanea e ovviamente anche naturale?), andrebbero prese in maggiore considerazione quando si decide l’acquisto di una scarpa da trail o da corsa, i due ambiti dove è possibile trovare calzature appositamente studiate in ragione del tipo di pronazione, oppure di un sottopiede (molti sono appositamente progettati per “correggere un difetto di appoggio”).

Variazioni di rullata

Riguardano l’appoggio che inizia sull’avampiede o addirittura sull’attaccatura delle dita anziché sul tallone, con un successivo passaggio per un appoggio più o meno totale della pianta. Salvo i casi più estremi (tipo persona che cammina solo sui talloni o solo sulle dita) e che richiedono necessariamente l’intervento di specialisti, sono meno condizionanti ai fini del cammino e della scelta delle relative calzature: ad oggi non ancora differenziate in tal senso anche se la ricerca e il mercato delle scarpe da corsa si stanno interessando all’appoggio anteriore (inizio rullata dall’avampiede), molto utilizzato dai corridori originari di zone dove le popolazioni camminavano o camminano a piedi scalzi (pertanto da alcuni ritenuto più naturale).

Dal punto di vista della tecnica di cammino possiamo in tal discorso rilevare l’importanza di mantenere sempre attive tutte le fasce muscolari della caviglia, unico modo per prevenire le storte, risultato a cui possiamo arrivare solo attraverso la consapevolezza del cammino, magari favoriti dall’utilizzo di calzature basse che rendono più facile percepire la tensione della caviglia. Altri due piccoli appunti riguardano la salita e la discesa molto ripide: nel primo caso, specie se dobbiamo sfruttare piccole zolle o piccoli appoggi su roccia, il lavoro del piede potrebbe arrivare a limitarsi alla sola parte anteriore (la flessibilità della caviglia ha comunque un limite e ad un certo punto diviene quantomeno difficile o impossibile mantenere tutta la pianta a contatto con il terreno); nel secondo, specie quando il terreno si fa scivoloso (fango, ghiaietto, sassi mobili, con qualche limitazione anche l’erba), potrebbe essere conveniente iniziare l’appoggio con l’avampiede invece che col tallone (in tali situazioni l’appoggio di tallone comporta inevitabilmente la tendenza a scivolare verso valle, che invece viene contrastata dall’appoggio immediato dell’avampiede).

Il passo

Per avanzare dobbiamo necessariamente porre un piede avanti l’altro, ovvero compiere dei passi, ma come vanno fatti? Potrà sembrare banale eppure è facile osservare atteggiamenti errati, ecco quelli giusti.

In piano

Queste indicazioni sono ovviamente la base necessaria per un efficiente cammino anche in salita e discesa.

  1. I piedi non vanno buttati uno avanti l’altro (se, in salita, riusciamo a farlo è perché di base abbiamo una postura errata: troppo arretrata): il piede in avanzamento va staccato da terra (sfruttando la spinta delle dita), alzato un poco dal terreno e portato avanti con un costante controllo del movimento; in pratica i piedi devono compiere un arco abbastanza evidente e non una traslazione pressoché lineare.
  2. Anche se è naturale farlo lo metto comunque in debita evidenza: nella fase centrale del passo, quando ambedue i piedi risultano appoggiati a terra, uno avanti e uno indietro, il nostro peso è equamente distribuito tra le due gambe, per spostare il piede più arretrato dobbiamo innanzitutto scaricarlo e lo facciamo spostando il bacino (e il busto) sulla verticale del piede più avanzato, in tal modo l’intero nostro peso è supportato dalla gamba che resterà ferma e l’altra potrà liberamente staccare il piede da terra e, momento in cui dovremo rimanere in equilibrio su una sola gamba, portarlo avanti. In pratica la sequenza di un passo è formata da: appoggio – rullata – spostamento del peso – avanzamento della gamba scarica – appoggio – rullata e via di seguito.
  3. Tenete sempre presente che l’usuale sequenza di cammino piede destro – piede sinistro – piede destro – piede sinistro e così via nel cammino in montagna non è una condizione assoluta, talvolta è necessario o conveniente spostare per due o tre volte lo stesso piedi prima di spostare l’altro.

In salita

  1. In salita, specie se ripida, ad ogni passo dobbiamo sollevare verso l’alto il nostro corpo, più il passo è lungo e/o più aumenta la pendenza più è ampio il sollevamento da effettuare, di conseguenza maggiore lo sforzo che dobbiamo fare. Per contenere la fatica dobbiamo quindi fare passi corti, sempre più corti con l’aumentare dell’inclinazione, per arrivare ad essere cortissimi quando si devono risalire saltelli rocciosi: qui anche, quando sarebbe possibile farlo in relazione alla lunghezza delle nostre gambe, bisogna resistere alla tentazione di superarli con un unico alto passo (deleterio ai fini della resistenza dei nostri quadricipiti), al contrario osserviamo per bene il gradino guardando anche ai suoi lati, individuiamo ogni possibile appoggio anche se molto piccolo e sfruttiamolo per salire.
  2. Durante la traslazione del piede accentuiamo lo spostamento di peso dalla gamba indietro (a valle) a quella avanti (a monte), estremizzandola nel superamento di gradini e di saltelli rocciosi: non innalziamoci spingendoci con la gamba a valle, ma, dopo aver alzato il piede nella sua posizione di appoggio migliore, facciamolo caricando al massimo la gamba a monte piegata per poi distenderla verso l’alto.
  3. Sfruttando la flessibilità delle caviglie (anche se limitata da eventuali calzature alte e magari con una tomaia un po’ troppo rigida) seguiamo la naturale tendenza a cercare la verticalità del corpo, facendo attenzione a non spezzare il busto con una sua accentuata flessione in avanti: le spalle devono rimanere sulla verticale delle anche.

In discesa

  1. Dobbiamo vincere il meccanismo di autodifesa che, specie su discese molto ripide, ci induce ad arretrare con il busto, al contrario dobbiamo portare avanti il bacino cercando di avvicinarci con il corpo alla perpendicolare al terreno. Ovviamente con l’aumentare della pendenza sarà sempre più difficile farlo (salvo mettersi a correre, che per ora escludiamo dal contesto) e dovremo necessariamente gestire una posizione più o meno arretrata cercando di contenerla al minimo possibile: evitiamo un’accentuata flessione delle ginocchia il cui effetto collaterale sarebbe quello di sovraccaricare i quadricipiti e le ginocchia, oltre che aumentare la possibilità di scivolare.
  2. Non lasciamoci trasportare dalla pendenza ma manteniamo un costante controllo della nostra andatura, per farlo (senza passare alla corsa) potrebbe essere necessario accorciare i passi, ma possiamo anche opportunamente sfruttare le ripe del sentiero o eventuali massi laterali per un appoggio diagonale (in pratica né risulta una camminata a gambe larghe, con consecutivi e più o meno accentuati spostamenti a destra e a sinistra), cosa molto comoda anche quando avete il controllo dell’andatura: riduce gli impatti al suolo e diminuisce la tendenza allo scivolamento.
  3. Nella discesa dei gradini evitiamo la caduta a valle ma facciamo lavorare i quadricipiti e caliamoci a valle il più dolcemente possibile. Se il gradone è particolarmente alto possiamo posizionarci fianco a valle per far lavorare anche altri muscoli meno affaticati e solitamente più forti, oppure, se abbiamo agilità e ginocchia non troppo malandate, potrebbe essere preferibile effettuare un salto.
  4. Nei salti a valle se possibile è meglio sfruttare gli appoggi laterali: spezzando il salto se ne riduce l’altezza e, di conseguenza, l’impatto. Così operando l’appoggio sarà su un piede solo e dovrà avvenire sull’avampiede (aumenta l’assorbimento rispetto all’appoggio sul tallone). Quando il salto con appoggi laterali non è possibile, dobbiamo atterrare contemporaneamente su ambedue i piedi, sempre sull’avampiede. Nei salti potete sfruttare la flessione dell’assorbimento per rilanciarvi immediatamente nel passo o salto successivo, qualora i gradoni si ripetano e il passaggio sia piuttosto complicato (e magari anche esposto) è consigliabile effettuare un atterraggio bloccato, ovvero un salto dove l’assorbimento dell’impatto all’atterraggio è fine a sé stesso e non viene utilizzato per rilanciarsi avanti.
  5. Su discese molto ripide e scivolose prendiamo in considerazione la corsa la cui dinamicità ci permette di restare in piedi anche in caso di scivolate (ovviamente dobbiamo essere adeguatamente allenati e tecnicamente preparati alla corsa), inoltre, come già detto, facilitandoci una posizione di perpendicolarità al terreno, ci consente, se ben fatta, di risparmiare i quadricipiti e le ginocchia (le due cose sono anche tra loro collegate visto che i primi fanno da protezione alle seconde: un cedimento dei primi comporta un inevitabile sovraccarico delle seconde).

Il ritmo e la sua gestione

Tendenzialmente si pensa al ritmo solo come sinonimo di velocità, in realtà è anche uno degli aspetti dell’efficienza del cammino, quindi della minore o maggiore fatica. Per altro anche la velocità va comunque integrata tra gli aspetti di efficienza visto che aumenta la sicurezza visto che la montagna è ambiente sostanzialmente ostile dove dobbiamo cercare di permanere il meno a lungo possibile: in montagna le previsioni meteorologiche sono pur sempre inconsistenti e una giornata di sole può trasformarsi in una di pioggia battente nel giro di un paio d’ore; la pioggia battente può provocare l’innalzamento delle acque di torrenti e l’improvviso apparire di rivoli d’acqua ove prima c’erano solo secche vallette rendendo anche molto complessi (e pericolosi) i relativi attraversamenti; pioggia e temporali abbassano la temperatura anche di molti gradi mettendoci davanti al problema di un freddo imprevisto; eccetera. Tutte queste situazioni e tante altre creano la necessità di portarsi al più vicino rifugio o a valle nel minor tempo possibile e questo presuppone la capacità di muoversi anche molto velocemente. Per muoverci velocemente potremmo correre, ma se non siamo all’uopo adeguatamente allenati il farlo potrebbe farci affaticare velocemente e obbligarci a fermate inopportune o addirittura a soste pericolose, allora possiamo solo sfruttare la costanza del ritmo, ovvero la capacità di camminare ad una velocità costante riducendo a zero le fermate. Questo può apparire fattibile solo dietro opportuno e complesso allenamento, in realtà, sebbene l’allenamento sia comunque importante (e ne parleremo al momento opportuno), sono già sufficienti alcuni piccoli accorgimenti comportamentali, comportamenti comunque utili e interessanti anche al di fuori delle situazioni di emergenza dal momento che, riducendo l’affaticamento, innalzano il livello di godimento dell’escursione.

  1. Conoscere sé stessi: sapere quale velocità possiamo mantenere pressoché all’infinito nelle varie situazioni (salita, piano, discesa, alle varie inclinazioni). Ovviamente non dobbiamo sopravvalutarci (ma nemmeno sottovalutarci), siamo realistici e facciamo fede al maggior numero possibile di uscite in montagna, alternando a quelle di godimento alcune di allenamento.
  2. Essere coscienti del fatto che ogni sentiero, anche il più ripido e costante, presenta sempre variazioni di pendenza, tratti piani o quasi piani, talvolta anche tratti in discesa: ognuna di queste situazioni ci permette di recuperare fiato e di rilassare le gambe, basta evitare di accelerare ma procedere alla stessa velocità con cui si stava procedendo in salita.
  3. Conoscere il percorso: sapendo esattamente la lunghezza dei tratti di salita possiamo di volta in volta impostare la velocità che ci permette di arrivare alla sommità in unica tirata. Se non conosciamo il percorso possiamo studiarlo sulle cartine, ma è necessario avere a disposizione ottime carte e saperle leggere per bene (ne parlerò in apposito capitolo), ambedue cose che non possiamo dare per scontate e quindi…
  4. Impariamo a leggere il terreno: osservando il terreno sopra di noi possiamo intuire quanto sia lunga la salita che stiamo affrontando e capire se ci stiamo approssimando ad un tratto piano o in discesa.

Nonostante tutto a volte potremmo trovarci ugualmente nella necessità di fermarci e allora altri piccoli trucchi ci permetteranno di farlo nel modo migliore.

  1. La fermata non dev’essere una sosta, deve durare giusto il tempo per far calare la frequenza cardiaca (si dovrebbe parlare di volume ventilato ma è più facile far riferimento al battito cardiaco) a valori nominali sotto sforzo (che non sono quelli di riposo, ben più bassi): orientativamente sono sufficienti da cinque a quindici secondi.
  2. Durante la fermata manteniamo una posizione eretta e respiriamo ampiamente e lentamente utilizzando bene il diaframma e, se serve, anche il torace, al limite persino le spalle: in genere da tre a cinque atti respiratori ci ridaranno il controllo della respirazione e ci metteranno in grado di ripartire. Possibilmente evitiamo di sederci (comprimendo il diaframma ne rendiamo meno efficiente il lavoro, poi dovremo rialzarci con uno sforzo già rilevante), se proprio è necessario farlo togliamo lo zaino e manteniamo una posizione leggermente distesa.
  3. Nel limite del possibile evitiamo di fermarci nel mezzo delle salite, sfruttiamo invece i tratti meno ripidi, meglio ancora se pianeggianti o quasi: la ripartenza sarà facilitata. Se ci fermiamo in salita ripartiamo molto lentamente e aumentiamo gradualmente il ritmo.
  4. Per la stessa ragione di cui sopra, non fermiamoci alla base dei gradini e dei gradoni: prima superiamoli e fermiamoci subito sopra.
  5. Non fermatevi mai all’improvviso ma calate progressivamente il ritmo per fermarvi dopo qualche passo (da cinque a dieci): quando si è sotto sforzo la fermata secca provoca un immediato innalzamento della frequenza cardiaca (invero questo è solo la parte percepita di tutto quello che succede nel nostro corpo, ma tant’è a noi basta questo) con l’impressione d’essere esausti e un conseguente inutile allungamento dei tempi di recupero.

Quando siamo allo stremo delle forze e ci accorgiamo di fare fermate ogni pochi passi c’è ancora una soluzione per recuperare il controllo della situazione: contare i passi e imporci di fare le fermate solo dopo averne fatti almeno una trentina; ridando ritmo al nostro incedere e spostando l’attenzione mentale al conteggio dei passi, pian piano riusciremo ad allungare il tratto di cammino (cinque o anche dieci passi in più per ogni allungamento) e, magari, a riprendere la marcia regolare.

Lo sguardo

Tipicamente di dice “guarda dove metti i piedi”, sarebbe meglio dire “guarda dove dovrai mettere i piedi”: per un cammino efficiente e veloce è bene anticipare l’analisi del terreno e poter definire dove mettere i piedi già qualche metro prima di doverlo effettivamente fare, per cui… sguardo alto in modo da poter osservare il percorso almeno cinque metri avanti a noi, lo abbasseremo solo nei passaggi più complicati ed esposti dove la sicurezza ci impone di stare particolarmente attenti.

Sitografia e approfondimenti

Fisiokinesiterapia – L’analisi del cammino: biomeccanica del movimento, postura, articolazioni e muscoli interessati (file PDF)

Università degli Studi di Roma Tor Vergata – Analisi del Cammino (file PDF)

Prof. Tommaso Marinelli – Biomeccanica del cammino (file PDF)

Università di Verona – Biomeccanica della locomozione (file PDF)

Il laboratorio del Movimento – La biomeccanica del piede nel cammino

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… Tecnica della corsa.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna: la respirazione


Prosegue da… La postura.


Siamo partiti, facciamo i primi passi e, come abbiamo già visto, il nostro organismo inizia la sua importante funzione di adattamento allo sforzo. Una delle alterazioni fisiologiche in atto è quella che riguarda la respirazione: i nostri muscoli hanno bisogno di maggiore energia che, per essere prodotta in modo adeguato (aerobico) allo sforzo prolungato dell’escursionismo, dev’essere supportata da una maggiora quantità di ossigeno, ovvero da una respirazione diversa. Quale?

Diciamo subito che, ovviamente, il nostro organismo sa benissimo come respirare per supportare la nuova richiesta energetica, purtroppo le nostre abitudini mentali (pretesa di respirare come se stessimo passeggiando davanti alle vetrine del corso) e posturali (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) riescono a modificare il meccanismo naturale e rendere la nostra respirazione inefficace o addirittura deleteria. E allora?

Allora innanzitutto prendiamo coscienza del fatto che la respirazione non potrà essere calma e tranquilla come quando passeggiamo per le piane vie di una città, facciamoci ragione del fatto che è normale dover respirare in modo che per ora definisco semplicemente diverso (e non vuol dire che siamo affaticati), poi alleniamoci a respirare nel modo corretto. Quale?

Stendetevi a terra pancia all’aria (potreste anche stare in piedi ma distesi è meglio), rilassatevi per qualche secondo, cercate di non pensare a nulla, ora appoggiate una mano sul torace e una sulla parte alta dell’addome (subito sotto lo sterno), concentratevi sulle due mani: quale delle due si muove? Quella sul torace? Allora avete una respirazione alta, pertanto lavorate con la parte più stretta dei polmoni provocando una limitata ventilazione, sufficiente per la vostra quotidianità ma non adatta a supportare uno sforzo più intenso. Quella sull’addome? Beh, l’avrete già intuito, questa è la respirazione adatta a supportare uno sforzo più intenso del normale, anche molto più intenso; respirando con l’addome, ovvero con il diaframma, state utilizzando la parte più ampia dei polmoni quindi il volume ventilato è decisamente maggiore di quello mosso da una respirazione alta. Ambedue? Che dire, probabilmente siete già allenati ad una respirazione completa (per caso praticate l’apnea?) e sfruttate per intero i vostri polmoni avvicinandovi o arrivando a ventilare il massimo volume d’aria consentito dalla vostra costituzione fisica, perfetto? Non necessariamente, non è sempre detto che la respirazione completa sia quella più adatta, se camminate lentamente e con uno zaino leggero allora è ottimale, ma man mano che la velocità di cammino sale e/o il peso dello zaino aumenta diventa sempre più difficile da sostenere: è lenta e, nell’unità di tempo, non arriva a produrre la quantità di ossigeno che ci necessaria; provoca una continua variazione del nostro baricentro, quindi variazioni all’equilibrio già reso instabile da un terreno irregolare; è ostacolata dallo zaino, abbiamo visto che per un suo corretto portamento gli spallacci vanno tenuti piuttosto stretti e questo potrebbe rendere assai complicato e dispendioso dilatare il torace. Bene, abbiamo capito che la respirazione ideale è quella diaframmatica (bassa), attenzione però alla postura: se spezzate il busto in avanti, come spesso si vede fare, andate a comprimere l’addome e il diaframma risulterà impossibilitato a muoversi, per cui… busto ben eretto.

A questo punto siamo all’eterno dilemma: respirare con il naso o con la bocca? Facile trovare sul web indicazioni che, con la (giusta) scusante del riscaldamento dell’aria inspirata e del suo filtraggio, impongono la respirazione dal naso, va bene, benissimo, fintanto che il volume da ventilare rientra in quei valori consentiti dalla limitata dimensione delle narici, se andiamo oltre c’è poco da fare, bisogna necessariamente respirare anche con la bocca. Lo sa bene il nostro corpo che, infatti, sotto sforzo ci induce naturalmente a respirare con la bocca, opporsi, per altro con notevole impegno mentale, a tale fisiologico comportamento vuol soltanto dire impedire una corretta ventilazione. Quindi, inspirate liberamente con la bocca (l’ideale sarebbe naso e bocca insieme), se dovesse fare particolarmente freddo e temete per la vostra gola (premesso che sono proprio i timori e gli atteggiamenti eccessivamente protettivi a creare problemi) indossate un foulard o uno scaldacollo; l’espirazione fatela solo con la bocca (qui non ci sono scuse di scaldare o filtrare l’aria), risulterà più veloce e completa portando ad una inspirazione naturalmente diaframmatica e a una migliore ventilazione.

Nella corsa si bada molto anche al ritmo della ventilazione equilibrandolo con quello del passo, ci sarebbe anche una interessante teoria (vedi sitografia a fondo pagina: “Runner’s World – Il segreto è nel respiro”) che vorrebbe ideale un ritmo asimmetrico: più veloce nell’espirazione che nell’inspirazione in modo da alternare l’espirazione con l’appoggio piede a terra onde equilibrare le sollecitazioni d’impatto tra i due arti e ridurre l’incidenza dei traumi. Nel cammino molto veloce potremmo fare riferimento alle stesse indicazioni, mentre nel cammino a velocità più tipiche direi che possiamo lasciar fare alla natura, facendo solo attenzione a non andare in iperventilazione (aumento sproporzionato del volume ventilato con alterazione degli equilibri nelle pressioni parziali di ossigeno e anidrite carbonica, potendo così arrivare alle vertigini o addirittura allo svenimento) o nella tachipnea (respiri molto brevi ed eccessivamente veloci).

Per finire, come uscire da momenti di crisi respiratoria? Capita, ad esempio per aver sottovalutato un breve strappo di salita, di trovarsi al limite respiratorio, ovvero di faticare a ventilare in modo adeguato anche da fermi, in tal caso per recuperare il giusto ritmo potete, aprendo per bene la bocca, effettuare un paio di espirazioni molto veloci, in pratica dei soffi energici ma non troppo violenti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Aerobico o anaerobico?

Mypersonaltrainer – Fisiologia della respirazione e respirazione addominale

Mypersonaltrainer – Diaframma e respirazione diaframmatica

Mypersonaltrainer – Sport: respirare con il naso o con la bocca?

Mypersonaltrainer – Frequenza respiratoria

Mypersonaltrainer – Iperventilazione, cause e sintomi

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Runner’s World – Il segreto è nel respiro

Missione correre – Come respirare quando si corre

Sport&Medicina – Educazione respiratoria


Continua in… Le calzature.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna: la postura


Prosegue da… Lo zaino.


Come preannunciato, nel nostro cammino verso la trattazione del secondo più importante aspetto per una massima efficienza del nostro cammino in montagna, la respirazione, eccoci oggi a parlare della postura. Difficile trovare in montagna qualcuno che adotti la postura ideale, io stesso mi ci sono dedicato solo da quando ho iniziato ad allenarmi per il mio lungo viaggio di TappaUnica3V, è argomento molto trascurato in ambito escursionistico e alpinistico, vi si trovano riferimenti solo nell’ambito della corsa in montagna e del trail, eppure basta parlarne con un qualsiasi posturologo o, meglio ancora, con un qualsiasi osteopata per sentirsi affermare la sua importanza anche nel campo dell’escursionismo, d’altra parte come può essere diversamente per un qualcosa che è già importante per la nostra quotidianità?

Qual è la postura ideale? Semplice: quella che sollecita il meno possibile le nostre strutture ossee e muscolari, quella che meno ci provoca alterazioni fisiologiche e patologie, quella che meglio segue la nostra conformazione naturale, che non è quella che abbiamo, ma è quella che dovremmo avere. E allora? Allora…

  • Baricentro centralizzato rispetto alla base d’appoggio.
  • Sguardo in avanti.
  • Mento leggermente abbassato e all’incirca sulla verticale delle costole.
  • Cervice leggermente curvata (appoggiandosi a un muro scapole e testa dovrebbero risultare a contatto con lo stesso).
  • Spalle aperte e in linea tra loro.
  • Busto eretto.
  • Petto in fuori.
  • Mani con i palmi sensibilmente rivolti in avanti.
  • Costole alzate.
  • Diaframma libero di espandersi.
  • Leggera curva lombare (appoggiandosi a un muro buona parte della schiena e glutei dovrebbero risultare appoggiati allo stesso).
  • Teste delle anche alla stessa altezza.
  • Teste delle anche all’incirca in linea con spalle e ginocchia.
  • Gambe leggermente allargate, dritte e simmetriche.
  • Ginocchia che guardano verso l’avanti.
  • Piedi alla larghezza delle anche e dritti verso l’avanti.
  • Peso equamente distribuito sulla pianta dei piedi, sia in senso longitudinale che trasversale.

Correggere una postura errata purtroppo non è facile e potrebbe richiedere un lungo lavoro su se stessi, molte possono essere le cause che portano a errori posturali (deformazioni scheletriche, scompensi muscolari, alterazioni propriocettive, atteggiamenti acquisiti, compensazioni fisiologiche e/o psicologiche, addirittura questioni emotive) e potreste faticare per trovare, nel contesto delle più tipiche figure di riferimento (medici, posturologi, istruttori fitness, personal trainer, fisioterapisti), un consulente che le prenda tutte in considerazione, ad esempio per esperienza personale: un medico generico o un ortopedico potrebbero puntare l’attenzione esclusivamente su quelle scheletriche che, ovviamente, sono difficilmente recuperabili (ossa storte non si raddrizzano, ad esempio), oppure consigliarvi di agire sui distretti muscolari (ad esempio potenziare i dorsali per compensare delle spalle in avanti, presupponendo che siano in avanti solo ed esclusivamente in ragione di pettorali più forti dei dorsali); un posturologo potrebbe farvi lavorare solo sulla consapevolezza del vostro atteggiamento posturale. A chi rivolgersi? La figura sicuramente più adatta è l’osteopata: prima di agire valuterà l’insieme complessivo della vostra struttura corporea, poi, in assenza di patologie che richiedano l’intervento di un ortopedico, andrà a intervenire sull’intera catena posturale, parallelamente vi suggerirà un completo lavoro da fare, per il quale poi potrete eventualmente rivolgervi ad altre figure quali istruttori di fitness e personal trainer. Rivolgetevi, ovviamente, a un osteopata qualificato, ne trovate un elenco (purtroppo e stranamente senza i riferimenti di contatto) sul sito dell’Unione Osteopati Italiani, un altro elenco lo trovate sul Registro degli Osteopati Italiani. Sappiate che, in ogni caso, dovrete fare un lungo, impegnativo e faticoso lavoro su voi stessi: raramente si può demandare ad altri l’incarico di modificare noi stessi!

P.S.

Posso assicurarvi che il lavoro di correzione della postura sarà decisamente più produttivo se lo farete stando nudi: sarà molto più facile osservarvi allo specchio, aumenterà la percezione di voi stessi, migliorerete il rapporto con il vostro corpo (aspetto apparentemente secondario ma in realtà importante per poter lavorare su sé stessi) e suggerisco a tutti coloro che di tale questione si occupano (posturologi e osteopati in primo luogo) di far lavorare i loro clienti a nudo e di consigliare loro tale modalità di lavoro.

Variazioni posturali

Dato che la montagna presenta continue variazioni di pendenza, la nostra postura, pur senza cambiare di molto, dovrà necessariamente di volta in volta adattarsi alla situazione. Ne parlerò più ampiamente quando tratterò nello specifico la tecnica di cammino in salita e in discesa, per ora due indicazioni veloci:

  • in salita cercheremo la verticalità spostando avanti il corpo a partire dalle caviglie, senza spezzare il busto (ovvero senza inclinarsi troppo sull’articolazione delle anche) per non limitare la ventilazione;
  • in discesa cercheremo la perpendicolarità al terreno spostando avanti il corpo (non il solo busto e soprattutto senza piegare le ginocchia e arretrare, come i più fanno) per evitare sovraccarichi alle ginocchia e ai quadricipiti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – La postura: definizione ed ergonomia

Dott. Mag. Ivano Pacucci – La postura ideale

Maestro Black Flag Wing Chun Riccardo di Vito – Retro e anteroversione del bacino

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… La respirazione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: lo zaino


Prosegue da… L’autopercezione.


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

    Continua in… La postura.


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: l’autopercezione


Prosegue da… La prima mezz’ora.


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… Lo zaino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Prosegue da… La tecnica.


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… L’autopercezione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)


Camminare in montagna: la tecnica


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Ultimamente mi sono interessato al discorso dell’Accompagnatore di Media Montagna ed ho spulciato il programma di formazione del relativo corso trovandovi un argomento che, tanti anni fa, quando ero il direttore di un corso di Alpinismo del CAI, fu un mio importante momento di studio. Ai tempi tutti ritenevano inutile soffermarsi su tale argomento, camminare è azione quotidiana e tutti lo sanno fare dicevano, e la mia proposta d’inserirlo tra gli argomenti del corso generò un motto globale di ferma opposizione, potete quindi ben immaginare la mia soddisfazione nel vederlo oggi inserito addirittura in un corso per professionisti della montagna. Incentivato da tale scoperta ho recuperato alla mente il mio vecchio studio e redatto questo articolo, che potrebbe essere solo l’introduzione ad altri e più specifici articoli: è ben vero che, chi più chi meno, tutti camminiamo quotidianamente, eppure già su un terreno piano e regolare molti lo fanno in modo errato o, comunque, non ottimale, figuriamoci se il fondo calpestato diviene irregolare e inclinato, come, per l’appunto, un sentiero di montagna.

Prima di addentraci negli aspetti propriamente tecnici del camminare è opportuno soffermarci su una questione importantissima e che da subito cambierà le vostre percezioni e i vostri risultati. Permessa importante: faccio riferimento all’escursionista e alla pratica ludica dell’escursionismo, attività quali l’allenamento e l’agonismo possono in parte richiedere atteggiamenti sensibilmente differenti da quelli che andrò descrivendo.

La prima mezz’ora di cammino

Quando iniziamo a camminare il nostro organismo si trova in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione e volume di respirazione sono nelle loro condizione di quotidiana normalità. Per supportare lo sforzo del cammino il nostro organismo dovrà necessariamente assumere uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione e volume di respirazione si devono sensibilmente incrementare. Questa transizione non può mai essere immediata e, genericamente, richiede una mezz’ora a patto che, durante questi primi trenta minuti, il cammino sia privo di interruzioni.

Ecco un grafico che avevo ai tempi reperito e che ho riprodotto a memoria utilizzando una terminologia magari non esattissima dal punto di vista tecnico, ma di certo comprensibile:

grafico-prima-mezzora

L’escursionista uno gestisce la sua prima mezz’ora di cammino in modo ottimale raggiungendo così la sua ideale condizione di lavoro potendo a quel punto sia effettuare delle brevi soste (che a quel punto inducono anche un minore calo organico) sia incrementare il ritmo. L’escursionista due, invece, ogni dieci minuti si ferma e, pur avendo non correttamente inserito cali organici costanti ad ogni interruzione dello sforzo, dopo mezz’ora di cammino non è ancora nella forma ottimale trovandosi costretto a procedere ad un ritmo decisamente più blando di quello che potrebbe invero impostare.

Stabilito che nella prima mezz’ora di cammino dobbiamo evitare di fermarci possiamo facilmente dedurre altre regole.

Prima della partenza

  • Prevenite ogni necessità fisiologica.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa. Meglio sentire un poco di freddo all’inizio che patire fatica in seguito.

img_0061Partiti

  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza.
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (tipicamente ci vogliono una decina di minuti) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza.
  • Se proprio non ce la fate a restare trenta minuti senza reidratarvi, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure le borracce da corsa, quelle con cannuccia e pipetta, da fissare sullo spallaccio dello zaino con apposite tasche.
  • Nella prima mezz’ora evitate di chiacchierare.

La mezz’ora di primo cammino è passata

Se avete rispettato quando sopra detto a questo punto noterete una normalizzazione dei vostri parametri fisici: la respirazione diviene più controllabile, i muscoli sono caldi e rilassati, eventuali piccoli dolorini muscolari o articolari scompaiono, riuscite a parlare senza dovervi fermare. Da questo momento siete in grado di camminare senza problemi e per lungo tempo (teoricamente all’infinito) mantenendo la velocità acquisita o addirittura incrementandola un poco.

Dopo aver compreso come comportarsi nella prima mezz’ora è il momento di inserire la giusta respirazione.

Come respirare

  • Respirate regolarmente e profondamente impegnando sia il diaframma che il torace
  • Fin che ci riuscite inspirate dal naso.
  • Quando l’inspirazione dal naso diventa insufficiente abbinate anche la bocca.
  • Evitate di piegarvi in avanti con il busto: comprimereste il diaframma riducendo notevolmente il volume ventilato.
  • Se la respirazione diventasse troppo rapida e poco profonda, spesso con la sensazione di fatica nell’inspirazione (apparente impossibilità di dilatare il torace), forzate con cauta violenza un’espirazione o due.

Bene, i fondamenti sono stati acquisiti ora possiamo passare ai dettagli più specifici.

Abbigliamento

montagna_nuda2Discorso, questo, abbastanza ampio e complesso, per ora mi limito a darvi alcune semplici regole di base.

  • Con temperatura percepita superiore ai venti gradi centigradi è fuori di dubbio che, lasciando perdere gli opportunistici e condizionati consigli dati dalle case che lo producono, la soluzione ideale è la nudità. Purtroppo ad oggi è praticabile con tranquillità solo sui percorsi nulla o poco frequentati, negli altri casi il migliore ripiego sono i capi tecnici da corsa, ovviamente nei loro modelli più leggeri e dimensionalmente ridotti: pantaloncini corti con mutanda integrata (ma anche senza), maglietta a canottiera, calze corte.
  • Con temperatura percepita compresa tra i sedici e i venti gradi la nudità può risultare poco confortevole, i capi tecnici prodotti per la corsa o il trail sono l’abbinamento ottimale.
  • Da tre a sedici gradi di temperatura percepita l’abbigliamento tecnico, da trail o da montagna, diventa la soluzione ottimale, optate per una conformazione a cipolla, ovvero tanti capi sottili e leggeri da sovrapporre gli uni agli altri.
  • Sotto i tre gradi l’abbigliamento da trail è valido solo se marciate a buon ritmo e senza mai fermarvi, altrimenti serve un abbigliamento più pesante specifico per la montagna.

Calzature

0389_ph-fabio-corradini_edAbbandonate l’opinione più comune che le scarpe alte siano l’unica soluzione adottabile, ci sarà un motivo se i trailer utilizzano, anche sui percorsi più scabrosi, scarpe basse!

È ben vero che se si mette male un piede tale rigidità della tomaia protegge (parzialmente!) da possibili lesioni, ma, salvo vere situazioni patologiche, le storte si prendono perché le scarpe alte raramente calzano perfettamente il piede e solitamente lasciano pericolose zone di vuoto attorno allo stesso, oppure perché si cammina male, perché si è distratti, o perché la caviglia, condizionata dalle scarpe alte, ha assunto un innaturale stato di lassità.

La scarpa bassa certamente richiede assenza di patologie alla caviglia e un periodo di adattamento, ma poi la sua leggerezza e l’assenza di pericolose zone vuote attorno al piede vi faranno dimenticare per sempre le scarpe alte. Uniche pecche della scarpa bassa sono il cammino nell’erba bagnata (dopo poco tempo vi trovate con i piedi a mollo) e sui ghiaioni (i sassi possono urtare sui malleoli graffiandoli o provocando più o meno lievi ematomi), ma per ambedue i casi esistono apposite ghette.

0145_ph-alberto-quaresmini_edPostura e appoggio del piede

Ho già detto della schiena che deve restare il più possibile eretta, aggiungo qui la verticalità del corpo: testa, spalle, anche e centro dei piedi devono essere il più possibile in linea tra di loro e tale linea deve approssimarsi a quella della verticale.

Piedi ben dritti tenuti alla larghezza delle anche. Cercate di mantenere l’intera pianta del piede a contatto con il terreno. L’appoggio (nella marcia) inizia dal lato esterno del tallone, passa per l’intera pianta del piede e finisce sull’interno della punta determinando quella che viene definita rullata normale (nella corsa l’appoggio inizia con la parte anteriore del piede a cui segue la stabilizzazione con l’appoggio anche della parte posteriore, da qui parte la rullata normale sopra descritta).

La discesa

La verticalità sulla base d’appoggio resta fondamentale anche se, con l’aumentare della pendenza, diviene sempre più difficile da mantenere. In ogni caso cercate di spostare il meno possibile il baricentro verso l’indietro cosa che comporta un notevole carico su quadricipiti e legamenti delle ginocchia. Un baricentro molto arretrato renderà anche più facile la scivolata a valle del piede e la conseguente possibile caduta. Anche qui, come per l’altezza delle scarpe, esiste una diffusissima e invero erronea opinione: “mai correre in discesa”. Talvolta è proprio meglio correre che camminare, soprattutto con le scarpe basse da trail e a patto di mantenere una velocità adeguata alla propria agilità e prontezza di riflessi: la dinamicità della corsa permette di mantenere una perfetta verticalità sulla base d’appoggio, di superare più agevolmente e con meno sollecitazioni i tratti ripidi e anche quelli più scabrosi, inoltre in caso di scivolata sarà molto più facile mantenere l’equilibrio.

Bastoncini si, bastoncini no

Personalmente non li utilizzo, sono però per il “dipende”.

Dipende dal tipo di terreno, dalla sua inclinazione, dallo stato del sentiero, dalle condizioni fisiche della persona, da, da, da. Insomma, su questo argomento che ognuno segua il suo pensiero, l’importante è usarli come si deve.


Continua in… La prima mezz’ora.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

#TappaUnica3V Emanuele perchè corri?


 

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Foto di Carla Cinelli

La domanda mi è stata recentemente posta da un’amica che, purtroppo (per lei), mi segue solo attraverso le non sempre precise parole del marito. Sostanzialmente l’ho già velocemente spiegato in passato, andrò anche a motivarlo nell’ambito di un manuale che sto scrivendo e che sto man mano pubblicando con articoli su questo blog (Camminare in montagna), ma, visto che per questo ci vorrà ancora del tempo e che sostanzialmente le risposte tornano sicuramente comode  qualsiasi escursionista (sostanzialmente migliorando la prestazione diminuiamo la fatica e, pertanto, aumentiamo il godimento delle nostre uscite) alle esigenze di qualsiasi escursionista, voglio sinteticamente (senza supportarle con particolari spiegazioni fisiologiche e mediche) anticiparle.

Vero, non faccio gare di corsa in montagna, abbandonata l’arrampicata la mia attività è prettamente escursionistica, anche TappaUnica3V è un progetto escursionistico e l’escursionismo usualmente non prevede la corsa. D’altra parte, come chi mi segue dovrebbe ormai ben sapere, mi sono trovato a mio agio sulle lunghissime distanze (trenta, cinquanta, settanta, cento e più chilometri) e queste sono diventate parte importante della mia attività, TappaUnica3V è solo una di queste, ad oggi la più impegnativa ma non l’unica. Non solo lunghissime distanze, ma anche grandi dislivelli: tremila, cinquemila, novemila metri. Si ma…. ma questi sono dati comunissimi, dati che appartengono a tanti percorsi, a questi percorsi che vengono effettuati a tappe, quei percorsi che oggi, con mio notevole disappunto, insensatamente invasati di anglofonia, si preferisce chiamare trekking, e allora? Allora la differenza è che io mi sono invaghito della modalità trail e tutti questi miei lunghissimi cammini cerco di farli nel minor tempo che mi è possibile, ovvero li faccio in unica tappa, con un limitato tempo totale di percorrenza e dando pochissimo spazio al riposo, escludendo così la possibilità di dormire, quantomeno di farsi una vera dormita rigenerante e TappaUnica3V è, per ora, la mia espressione massima di questa metodica di cammino. Date le specifiche è chiaro che l’impegno richiesto a mente e corpo è notevole, un impegno che trascende le usuali richieste escursionistiche, un impegno che, specie per TappaUnica3V, può essere emulato solo con altri progetti similari, cosa ovviamente alquanto complessa, sarebbe come se un maratoneta si preparasse alla gara facendo, a breve distante tra loro, diverse altre maratone. La soluzione più consona e praticabile è quella di sfruttare percorsi più corti percorrendoli fuori dalla mia “zona di confort”, zona che, specie su tali distanze, già prevede un cammino piuttosto spedito quindi non mi resta che correrli, quantomeno correrne una parte più o meno rilevante a seconda della lunghezza, del dislivello e della conformazione. “Si, ma così facendo cosa ottieni di preciso? Non è che ti affatichi e basta?” Certo che ti affatichi ma, seguendo un opportuno protocollo che preveda gli adeguati intervalli di recupero e scarico, ti alleni e, per la precisione, ottieni i seguenti benefici:

  • l’organismo si adatta alle maggiori richieste energetiche attivando una serie di modifiche organiche alcune delle quali, essendo reiterate nel tempo a brevi scadenze, diventano stabili determinando la capacità di supportare sforzi man mano maggiori;
  • aumentano le fibre rosse (la corsa che principalmente utilizzo è una corsa aerobica, relativamente blanda e portata per lunghi tempi) , quindi la resistenza dei muscoli;
  • si alza la sopportazione al lattato e quindi si riduce la sensazione di fatica a fine escursione (ma anche nel corso della stessa);
  • migliora la capacità ventilatoria e. di conseguenza, l’afflusso di ossigeno al sangue;
  • aumenta la capillarizzazione quindi la quantità di sangue che arriva ai muscoli;
  • il sistema energetico impara ad utilizzare i grassi piuttosto che i carboidrati, questo permette all’organismo di lavorare più a lungo (i grassi a parità di peso producono più energia dei carboidrati, di grassi ne abbiamo a disposizione decisamente di più, i carboidrati non possiamo immagazzinare più di tanto, ad esempio se ingeriamo troppi zuccheri l’organismo produce insulina per bruciarli immediatamente, per giunta finendo col bruciarne più di quelli immessi);
  • si riduce il peso e ogni chilogrammo in meno comporta una sensibile diminuzione dello sforzo necessario a sollevare (salita)  o abbassare (discesa) il corpo, con minore fatica generale e minore sollecitazione per ginocchia, caviglie, anche, vertebre;
  • cambia positivamente (è utile non solo allo sport ma anche alla vita quotidiana e alla salubrità in genere) l’indice di massa corporea (BMI), ossia il rapporto tra massa magra e massa grassa (aumenta la prima e diminuisce la seconda);
  • aumenta la massa muscolare più interessata dal movimento della corsa (quadricipiti, polpacci, addominali, dorsali) che, guarda caso, è sostanzialmente la stessa interessata dal cammino (addominali e dorsali sono stressati dal cammino, specie se con lo zaino, ma non ne vengono potenziati);
  • la nostra percezione della fatica (e del dolore) si abbassa mettendoci in grado di spingere di più e/o di resistere più a lungo;
  • possiamo imparare a conoscere e riconoscere le reazioni del nostro organismo in situazioni di intenso stress fisico (e saperle pertanto gestire);
  • riusciamo a individuare e differenziare tra loro i dolori benigni (esempio la risposta costruttiva muscolare) da quelli maligni (esempio i traumi);
  • incrementiamo la nostra velocità di progressione e di conseguenza la nostra tranquillità psicologica a fronte di escursioni man mano più lunghe;
  • miglioriamo notevolmente la nostra sicurezza (sappiamo che in caso di bisogno, ad esempio per andare a chiamare soccorso o per evitare il sopraggiungere del maltempo, possiamo tranquillamente metterci a correre);
  • possiamo fare in poche ore percorsi che ne richiederebbero diverse, in giornata percorsi che normalmente richiederebbero due o più giorni (sarà cosa secondaria, ma vi assicuro che procura parecchia soddisfazione dandoci la motivazione a proseguire nei faticosi e dolorosi, ma come visto indispensabili, allenamenti).

Ecco perchè da due anni ho iniziato ad allenarmi metodicamente inserendo non solo la ginnastica ma anche la corsa: i benefici ottenuti superano alla lunga la fatica fatta e, avendo notevolmente allargato la mia “zona di confort”, posso dedicarmi con molta più tranquillità e soddisfazione all’escursionismo.

Alla fine, però, queste sono le motivazioni per cui ho iniziato e continuo a correre come allenamento, facendolo però è scattato qualcos’altro, man mano che il correre diventava più naturale ho scoperto che ti dona nuove esperienze, che ti permette di percepire aspetti della montagna che sono invisibili camminando, che ti avvolge, ti pervade, ti immerge in un turbinoso vortice emozionale e finisce che non puoi più fare a meno di correre. magari lo alterni al cammino, magari dai ancora più spazio al cammino che alla corsa, ma non smetti più di correre, corri ogni volta che puoi, corri non più solo per allenarti al cammino ma corri per correre.

G’avet comprì? 🙂

P.S.

Marito dell’amica, falle leggere il blog invece di limitarti a raccontarglielo, ehhehe!

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Foto di Carla Cinelli

 

05/08 – Festa del Rifugio Prandini (Braone – BS)


A seguito di una revisione di vari articoli del blog, in particolare questi sulla Val Braone, ho rilevato passaggi scritti in una forma che ha dato adito a fraintendimenti per cui ho provveduto a riscrivere questi passaggi meglio esprimendo cosa si voleva invero intendere.

Rifugio Prandini

L’inestimabile accoglienza che offre questa zona, con un rifugio splendidamente gestito e una comunità che collabora al suo mantenimento, la simpatia degli abitanti della zona che abbiamo conosciuto e del pastore che occupa le due malghe delle Foppe di Braone, già tempo addietro ci aveva indotti a manifestare la nostra gratitudine presenziando alla festa per l’anniversario di costruzione del detto rifugio, oltre che a reiterare nella nostra presenza in zona.

Quest’anno, avendo i nostri amici più attivi tutti già visitato la valle almeno una volta, non riproponiamo, nell’ambito del programma di VivAlpe (potrebbe essere che lo si organizzi comunque al di fuori di tale programma con accordi diretti tra gli interessati), il soggiorno di più giorni al rifugio, rinnoviamo, comunque, la nostra presenza alla sua festa. La nostra speranza è che si possa riprendere e perfezionare il dialogo motivazionale spontaneamente avviatosi durante la nostra presenza alla festa 2017, un dialogo che, forse anche a seguito di un forte temporale, non era poi evoluto in azioni pratiche. Ovviamente non saremo noi a insistere sulla questione, quest’anno, però, confidiamo che, almeno per alcuni dei presenti, il dialogo possa trasformarsi in vera esperienza pratica per la quale, certi di ottenere risultati sorprendenti e positivi, saremmo ben felici di fare da mentori e accompagnatori. Per facilitare la trasformazione ed avere il tempo necessario a supportarla si propone una salita di primissimo mattino e un rientro a tardo pomeriggio; la presenza di un bel gruppo di persone, magari comprensivo di qualche famiglia con figli giovani (abituati a camminare in montagna), di certo sarebbe un traino importantissimo.

L’itinerario prende l’avvio dalla strada asfaltata della Val Paghera in prossimità del bivio per le Case di Scalassone, che, a piedi, si raggiungono e oltrepassano per portarsi sull’altro versante della valle. Presa una mulattiera con vari tornanti si risale ripidamente nel bel bosco sottopassando alcune cascate.

DSC06531

Passaggio sul sentiero delle cascate

Dopo aver risalito all’incirca quattrocento metri di dislivello, la traccia riporta in destra orografica e rientra sulla mulattiera principale. Per questa, alternando tratti sostanzialmente piani ad altri di salita più o meno accentuata ma mai notevole la traccia si alza di altri trecento metri e perviene alla piana delle Foppe di Sotto.

Foppe di Braone Basse

Risalendo i verdi e sostanzialmente pianeggianti pascoli magri, il percorso oltrepassa l’omonima malga e riprende a salire per superare l’ultimo ripido salto, sopra il quale ha collocazione il rifugio Prandini.

Rifugio Prandini al completo

Eriofori nella conca antistante il rifugio

Numerosi Rododendri circondano il rifugio

La discesa segue lo stesso percorso della salita senza la deviazione per le cascate, ovvero seguendo la mulattiera principale che si mantiene, sul salto inferiore, costantemente in destra orografica della valle.

La parte più bassa della Valle di Braone, al centro le Foppe di Braone Basse

Dati tecnici

Itinerario (clicca per visualizzare la traccia dinamica e scaricare rotta GPS: salitadiscesa): Strada della Val Paghera – Case di Scalassone – Sentiero delle Cascate – Foppe Basse di Braone – Rifugio Prandini – Foppe Basse di Braone – Case di Scalassone – Strada della Val Paghera

Quota di partenza: 1022 m

Quota massima: 1959 m

Quota minima: 1022 m

Lunghezza del percorso (piana): 12 km + eventuale escursione educativa intorno al rifugio

Dislivello totale (approssimativo): 940 m in salita e 940 m in discesa

Difficoltà (vedi spiegazione): E3P

Tempo di cammino standard: 6 ore

Tempo di cammino Mondo Nudo: 7 ore + eventuale escursione educativa intorno al rifugio

Tempo di sosta: 3 ore pranzo (organizzato dalla gestione del rifugio Prandini, a base di pasta e carne, in comunione con tutti i partecipanti alla festa)

Durata dell’escursione soste comprese: 10 ore

Equipaggiamento consigliato

Maglia pesante a maniche lunghe, maglia leggera a maniche corte ( o a canottiera), pantaloni da trail o escursione, pantaloncini, minipareo, giacca pesante, eventuale giacca da pioggia (da valutarsi in ragione delle previsioni meteo), berretto, calze, scarpe da trail o escursione, un litro di acqua, zaino.

Nudo

Trattasi di percorso che già più volte abbiamo fatto nudi, anche per l’intero tragitto, data la giornata specifica, però, con l’eccezione forse del solo tratto del sentiero delle cascate, ci potremmo facilmente trovare sovrapposti ad altri gruppi che salgono per la festa del rifugio. In teoria costoro dovrebbero quasi tutti conoscerci e potrebbe forse essere possibile gestire la situazione in modo a noi favorevole, d’altra parte è forse ancora troppo presto per questo per cui la salita è stata proposta ad un orario dove tale evenienza si dovrebbe ridurre pressoché a zero e permetterci di camminare in libertà con continuità e per lungo tempo. Per la discesa si vedrà come evolvono le cose durante la nostra permanenza alla manifestazione, sarebbe bello che il dialogo evolvesse talmente da coinvolgere gli altri e portare ad un rientro comune con noi, e magari anche altri, nudi. Comunque, scendendo nel tardo pomeriggio, ci potremo sempre mettere in coda a tutti e così poter stare nudi.

Per questa specifica occasione il pranzo, al fine di favorire il dialogo con gli altri presenti, verrà effettuato fruendo dell’organizzazione del rifugio e pertanto, salvo eventuale poco sperabile dispensa, sarà vestito.

Dati di viaggio

Ritrovo principale (si raccomanda la massima puntualità e di arrivare a posto con la colazione: durante il trasferimento in auto non si fanno soste intermedie): ore 04:30 al parcheggio poco sotto la superstrada del lago d’Iseo all’uscita di Sulzano nell’abitato di Tassano, via Tassano – Sulzano (BS)

Partenza dal ritrovo principale (ritardo massimo 5 minuti): ore 04:40

Ritrovo a destinazione (si raccomanda la massima puntualità e di arrivare a posto con la colazione): ore 05:45 al parcheggio sulla strada di Val Paghera posto appena prima del terzo tornante dopo le case Laven in corrispondenza della stradina che a destra sale alle Case di Scalassone – Ceto (BS)

Dato lo spazio limitato per il parcheggio e la strada stretta e rovinata, se dovessimo essere numerosi aggiungeremo un ritrovo intermedio a Ceto dove lasciare qualche autovettura, si avviseranno i diretti interessati qualche giorno prima dell’uscita.

Tabella di marcia (indicativa)

Inizio escursione (ritardo massimo 10 minuti): ore 06:00

Punto di passaggio Orario psg.
Partenza parcheggio auto 06:00
Inizio sentiero delle Cascate 06:20
Inizio Foppe Basse di Braone 08:00
Rifugio Prandini 09:00
Sosta socializzante e pranzo – ripartenza 16:00
Malga Foppe Basse di Braone 16:30
Case di Scalassone 17:45
Arrivo parcheggio auto 18:00

N.B.

VivAlpe non è un programma escursionistico organizzato, ma solo la pubblica condivisone di escursioni al fine di promuovere la normalità del nudo anche nell’ambito escursionistico. Detto questo, resta comunque inteso che la finalità principale è quella escursionistica, il nudo (non obbligatorio; accettiamo ben volentieri la presenza di amici che preferiscono restare vestiti) verrà attuato solo quando possibile.

Per partecipare

  1. Se ancora non vi siete registrati tra gli Amici di Mondo Nudo innanzitutto compilate questo modulo, via e-mail riceverete conferma della registrazione (tenete d’occhio anche la posta indesiderata). Se prima di registrarvi volete partecipare a una o due escursioni per conoscerci a noi sta bene, ma non potremo contattarvi per eventuali segnalazioni sull’uscita (sospensioni, modifiche, eccetera).
  2. Dovendo prenotare il pranzo in questa occasione bisogna segnalare la propria presenza con almeno 10 giorni di anticipo, entro le ore 24 di venerdì 27 luglio compilate e inviate l’apposito modulo, se vi siete registrati tra gli Amici di Mondo Nudo riceverete conferma per e-mail.

Divulgare il nudismo: aspettare o andare?


Foto di archivio


Ricordate il mio articolo “Sono stato a una festa”? Bene, dopo quella bellissima esperienza, dopo che lo scorso anno all’ultimo avevo dovuto rinunciare, quest’anno volevo fortemente ritornarci per rivivere quel sentimento di amicizia, quell’apertura che, per ora, solo poche comunità hanno materialmente mostrato nei confronti del mio modo di vivere che si estende al camminare in montagna. Qui, nel comune di Braone, ormai, se non proprio tutti, molti mi conoscono quantomeno di nome, sanno che i vestiti li indosso solo quando proprio non ne posso fare a meno, alcuni mi hanno anche incontrato durante le mie uscite sui monti della zona, e sanno che annualmente ci porto un gruppo di amici, a parte i gruppi dell’oratorio e di Campo Tres, uno dei pochissimi gruppi che qui salgono a fruire dei servizi dell’ottimo rifugio, hanno ben presente anche questo e lo considerano un bel punto di forza. Così desideravo anche che queste magnifiche persone potessero conoscere alcuni dei miei amici ed ho di conseguenza inserito questa uscita nel programma 2017 di VivAlpe, il programma nato e cresciuto per far conoscere, e magari provare, la normalità del camminare nudi.

Sebbene dovessero salire per conto loro essendo io impegnato in una perlustrazione alquanto impegnativa e lunga, tre amici hanno aderito e mi hanno raggiunto al Prandini. L’accoglienza è stata quella che mi aspettavo, la stessa che avevo ricevuto io due anni addietro, un’accoglienza sincera, assolutamente priva di finzioni, ma, come speravo (e pensavo), le cose sono andate anche oltre, quest’anno si è manifestato un certo interesse. Mi sono state formulate alcune domande, circostanziate, mirate, ma pur sempre importanti e rivelatrici. Il tutto è partito dall’affermazione pubblica di una signora “loro sono quelli che girano nudi qui sui nostri monti”, al che subito uno ha risposto “nudi, ma va, no, se incontrano i guardaparco?”, riprende il pallino la signora e: “che differenza c’è tra nudisti e naturalisti?” (beh si proprio così, come ho avuto modo di scrivere molti confondo naturisti e naturalisti, ancora prima che potessi farlo io qualcuno più informato ha corretto la domanda e spiegato la differenza tra naturisti e naturalisti), “ho sempre pensato che i naturisti fossero coloro che amano la natura!” (eh, eh, la signora ha perfettamente ragione e lo dico ormai da anni: questo è il vero senso etimologico della parola e, volenti o nolenti, non possiamo alterarlo a nostro discernimento, per altro il suffisso ista va applicato al carattere prettamente distintivo di un’attività, ti piace andare in moto sei motociclista, ti piace costruire modellini sei modellista, ti piace scalare le Alpi sei un alpinista, ami la natura sei un naturista, ti piace stare nudo sei un nudista, non ci si scappa).

Altre faccende spostano l’attenzione e il discorso cade, riprende un’ora dopo quando l’arrivo degli altri miei compagni riattiva l’interesse: “scusate qui si chiedono alcune cose ed essendo io quella che fa le figure mi faccio avanti, perché camminate nudi?”, “c’è dietro una particolare filosofia?”, “che cosa avete voi di differente da noi?”. Qui, a parte la logica e perfetta, anche se un poco destabilizzante (per l’interlocutore), risposta di Cristina “niente”, si stava per avviare un discorso che poteva darci l’appiglio giusto per arrivare alla formulazione dell’invito: “venite, partecipate, osservate, percepite e, quando vorrete, provate”. Purtroppo le prime avvisaglie del temporale e lo spostamento dell’attenzione dell’interlocutrice verso altre questioni ci hanno interrotti, ma il seme è gettato, il primo aggancio è stata generato, sarà poi facile riattivarlo, sarà addirittura facile che si possa riattivare da solo.

Il resto della mattinata passa all’interno del rifugio ascoltando il rumore degli scrosci d’acqua, alternando chiacchiere di diverso genere e mangiando. Sul finire del pranzo una persona conosciuta in mattinata e con la quale già avevo parlato ma solo di montagna e trail, viene catturata da Riccardo che gli parla del mio lungo viaggio di TappaUnica3V, da qui nasce una richiesta di maggiori dettagli alla quale faccio seguire l’ovvio invito di venirmi a leggere sul mio blog. Nel frattempo il temporale si esaurisce e lascia il passo ad un debole sprazzo di luce e di sole, di comune accordo si decide di approfittarne per rientrare a valle prima che possa arrivare nuova pioggia. Io devo muovermi in direzione opposta a quella di tutti gli altri per cui ci salutiamo con il sottinteso augurio di vederci nuovamente, magari riprendendo il discorso rimasto in sospeso, per ora la certezza che qui possiamo continuare a venirci, che qui possiamo muoverci in libertà con meno attenzioni e preoccupazioni di quelle che, purtroppo, ad oggi dobbiamo comunque sempre avere.

Qualcuno potrà osservare che siamo dovuti rimanere vestiti e che così abbiamo ceduto alla forza dei tessili, niente di più sbagliato: noi non abbiamo ceduto nulla a nessuno, abbiamo, così come tutti spesso fanno, solo volontariamente deciso di partecipare ad una festa in un contesto non nudista, a differenza di quanto molti fanno noi, però, ci siamo andati senza nasconderci dietro le nostre vesti, ci siamo andati con il preciso intento di farci individuare per “quelli che vengono nudi”, di poter parlare del nostro andare nudi, d’essere vestiti nel corpo ma nudi nell’animo e nelle parole. Così è stato e i risultati sono incontestabili, sono quei risultati che da almeno due anni ho capito essere raggiungibili solo smettendola di vivere nel terrore d’essere identificati come “quelli che stanno nudi”, smettendola di nascondersi, smettendola di predicare l’autodifesa del territorio attraverso l’obbligo assoluto della nudità, smettendola di aspettare che gli altri comprendano e abbraccino la scelta nudista, bisogna manifestarsi, accettare e promuovere la promiscuità (brutta parola che spesso viene utilizzata in modo negativo ma che qui devo necessariamente utilizzare nella sua positiva valenza), capire che solo la condivisione degli spazi può darci spazio, capire che se io obbligo gli altri avranno paura di perdere spazio, capire che non c’è la paura di vedere persone nude ma quella di doversi per forza mettere a nudo, comprendere che se io attivo un forte meccanismo di difesa gli altri a loro volta faranno lo stesso e saranno solo i grossi numeri, quelli che noi per ora non abbiamo, a fare la differenza e decretare il vincitore.

Dobbiamo muoverci, spostarci, alzare il nudo culo dalla salvietta, e portarlo, vestito ma nudo, tra quegli altri che, così come pretendiamo facciano loro, dovremmo smettere di chiamare “altri”. Sono persone, solo persone, persone che ancora devono scoprire quello che noi abbiamo già scoperto, così come noi potremmo dover scoprire cose che loro hanno già scoperto: tutti abbiamo sempre qualcosa da imparare da tutti, tutti abbiamo sempre limiti e paure, tutti abbiamo da comprendere e capire, tutti!

Orgogliosamente Nudi 2015


Vestito è bello ma…

NUDO E’ MEGLIO

vieni con noi e te ne convincerai da solo!

Attivi come sempre eccoci con adeguato anticipo a presentare il programma 2015, un programma con uscite leggermente più dilazionate nel tempo rispetto al 2014, ma nel contempo con una maggiore copertura sull’anno per un numero di eventi invariato.

Dando seguito alle richieste di molti partecipanti effettivi e potenziali, si sono ridimensionati i dislivelli e le ore di cammino per quasi tutte le uscite, rendendole, così, fattibili a chiunque: nostro obiettivo non è tanto quello di farci delle grandi camminate nudi tra noi, bensì quello di coinvolgere il maggior numero di escursionisti e far loro conoscere un diverso modo di andare in montagna, un modo che nasce da uno stile di vita basato sulla nudità e che ad esso si estende.

Camminare in montagna in nudità può apparire poco sensato o addirittura pericoloso, in realtà ha molto senso e, se fatto coscientemente e coscienziosamente, ha gli stessi identici pericoli dell’escursionismo praticato vestiti.

Molte parole si potrebbero usare per dimostrare la bellezza dell’escursionismo fatto in nudità, d’altra parte per ognuna di esse ci potrebbero essere delle reticenze e delle difficoltà di accettazione e/ comprensione visto che è assai difficile poter far capire una sensazione attraverso le sole parole, si deve provare e il programma esiste proprio per questo: permettere di sperimentare in prima persona. Ovviamente nessuno verrà obbligato a mettersi nudo, ognuno potrà farlo se e quando lo riterrà opportuno, noi sappiamo che può per tutti avvenire e speriamo possa avvenire alla svelta perchè… se vestiti può essere bello, nudi è decisamente meglio, vieni con noi e te ne convincerai da solo!

Per l’elenco completo delle uscite e una loro sommaria descrizione vedi la pagina eventi accessibile attraverso il menù del blog o cliccando sulla locandina qua sotto.

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