Archivio dell'autore: Emanuele Cinelli

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V cosa non è andato nel verso giusto?


Sconfitto ma vittorioso, dicevo, sconfitto perché alla fine il giro non l’ho portato a termine, di più, ne ho fatto solo un quarto, vittorioso perché il dolore è stato grande e ci ho comunque convissuto per tanti chilometri, trentatré per la precisione, vittorioso perché ho nuovamente goduto della magica solitudine notturna, perché ad un certo punto mi chiedevo “ma chi me lo fa fare” eppure andavo avanti, eppure sapevo ancora guardarmi attorno e apprezzare i panorami, il verde dei prati, i colori dei boschi, il cielo azzurro, l’alba che è arrivata a illuminare il mio cammino. Vittorioso anche perché nel dolore il rapporto con la montagna è stato ancora più profondo, da lei ho estratto le forze per procedere, da lei ho catturato il coraggio per tentare l’estremo, da lei ho ricevuto tante sensazioni belle e positive, sensazioni che mi hanno presto indotto a dire “ci riproviamo”. Vittorioso perché ogni esperienza insegna a chi vuole imparare e io voglio imparare.

Cosa non è andato? Boh, impossibile individuarlo con precisione, almeno per me, molte sono le ipotesi, diversi i dubbi, alla fine la ragione più probabile è la sussistenza di diverse concause.

In ordine di rilevanza e, a mio parere, probabilità (ovviamente molte considerazioni sono riferite in specifico ai primi dodici chilometri, quelli che hanno preceduto l’insorgenza dei primi dolori).

Sovraccarico muscolare?

Nelle ultime uscite avevo rilevato che spingendo in salita ripida, specie in presenza di gradoni, i quadricipiti facevano subito male, poi però passava, mi bastava rallentare per qualche minuto. Ho pensato che, visto il ritmo lento programmato per il giro, bastasse un poco di riposo a risolvere il tutto: a quanto pare non è bastato! Non mi spiego, comunque, perché siano stati ingestibili e questo porta ai punti successivi.

Eccessivo carico psicologico?

Me l’ha suggerita un’amica laureata ISEF: “Magari hai caricato di aspettative l’evento (troppo), semplicemente perchè ci tieni un sacco, e il corpo ti ha fatto lo scherzo!”

Ci sta, ci sta tutto e alla grande, il problema al ginocchio mi aveva decisamente messo in apprensione, fino all’ultimo sembrava potermi inchiodare e questo mi ha portato ad una carica emotiva enorme espressa con l’idea di voler forzare al limite: “a costo di arrivare disteso quest’anno il giro lo devo completare”.

Ecco, vista la mia malsana idea il fisico potrebbe di certo aver deciso un’autodifesa mettendo in campo l’unica arma che, senza danneggiarlo più di tanto, poteva con certezza fermarmi: dei fortissimi dolori al muscolo che più di tutti mi serviva, il Femorale Retto!

Stanchezza generale?

Qui il suggerimento arriva da mia moglie: “nelle settimane precedenti alla partenza, a qualsiasi ora del giorno ti addormentavi molto facilmente, non potevi farcela”.

In effetti anch’io avevo notato questa cosa e volevo metterci riparo dormendo bene e a lungo la notte (perché i sonnellini fatti di giorno, sulla poltrona a poco servono, anzi) però:

  • nella settimana antecedente la partenza a causa del caldo torrido la notte dormivo molto poco;
  • il giorno prima, per un reiterativo impegno di lavoro che mi tiene alzato fino a tardi, ho dormito ancora meno;
  • pensavo di dormire la giornata della partenza e invece anche lì niente.

Alla fine, sebbene, forse per un’induzione psicologica dovuta alla mia determinazione, non mi sentissi per niente assonnato, potrebbe ben essere che, come detto per la causa precedente, il mio corpo abbia messo in atto un meccanismo di autodifesa.

Colpo di calore?

Mi è stata indicata come una possibile causa da un amico medico e pertanto la pongo in alto nell’elenco.

Tutto sommato è più probabile che il colpo di calore l’abbia subito l’anno scorso, mi ritrovo nei sintomi (che ora mi spiego), e l’avevo superato brillantemente, sebbene accumulando un poco di ritardo. Quest’anno sono partito di sera e di conseguenza i primi dodici chilometri li ho fatti con una temperatura più elevata del precedente tentativo, potrebbe starci un leggero colpo di calore, ma, ripeto, non mi ci trovo nella sintomatologia, in particolare mancavano lo stato di debolezza, la nausea, la sete intensa e il disorientamento: io stavo benissimo, il mio fisico supportava alla grande quello che stavo facendo, solo i quadricipiti ad un certo punto hanno iniziato a dare seri problemi, molto specifici però: il Vasto Mediale ha dato solo qualche crampo subito risoltosi spontaneamente; il Vasto Laterale forse (ma forse no, non ricordo più bene, il che vuol dire che sono eventualmente stati molto leggeri e secondari) qualche lieve dolore presto scomparso; il Femorale Retto (l’artefice della rinuncia) forti e costanti dolori ma non crampi.

Non so, certo lui è medico e io no, però ha fatto una valutazione a distanza sulla base di quello che ho scritto, ci sta anche che abbia male inteso. Per altro le temperature sopportate quest’anno erano comunque nettamente inferiori a quelle che ho affrontato l’anno scorso (nel tratto da Lodrino al Monte Ario), se sono passato allora, perché non quest’anno?

Zaino troppo pesante?

Volevo che ci fosse nello zaino quello che dovrebbe esserci per una percorrenza a tappe senza assistenza, rispetto allo scorso anno come attrezzatura c’era solo qualcosa in più (pantaloni anti pioggia, ginocchiera e tubetto di arnica gel) per all’incirca un chilo di peso, di per se molto poco. Un incremento sensibile era dato dai liquidi disponibili: raddoppiati per evitare la sete patita lo scorso anno nel primo tratto.

Alla fine lo zaino pesava all’incirca otto chilogrammi, forse nove: quattro di liquidi, mezzo di zaino, mezzo di barrette, il resto di abbigliamento e accessori vari. Quando l’ho sollevato dal tavolo subito mi sono detto “mannaggia quanto pesa”. Ma:

  • otto chili sono il peso dell’attrezzatura per un’arrampicata di media difficoltà, sempre portata senza particolari problemi (anche se sono più di dieci anni che non arrampico più);
  • otto chili sono ben meno del peso che due anni fa, al fine di rifornire il rifugio Prandini in vista di un lungo soggiorno con gli amici di Mondo Nudo, ho portato, senza problemi, per ben due giorni consecutivi.

Boh, questo fine settimana devo andare in un rifugio (non custodito) per due giorni e tre notti, avrò modo di verificare.

Spostamento respiratorio?

Si ci può stare, molto!

L’avevo già notato in passato ma poi non ci avevo più badato: quando sono al limite prestazionale smetto di respirare basso (diaframma e sterno, ovvero parte più larga dei polmoni) e inizio a respirare solo alto (petto e spalle, ovvero parte più stretta dei polmoni). Una siffatta respirazione riduce alquanto il volume ventilato e può certamente causare un affaticamento dei muscoli, magari anche solo di quelli maggiormente impegnati.

Durante i primi trenta chilometri del giro finale non ci sono mai stato attento, posso dire che quasi sicuramente nei primi dieci non ci sono caduto, ma, visto che sulla salita al Passo della Cavada mi sono accorto di averlo fatto, potrei esserci caduto nei successivi due che hanno portato al problema e poi rimastoci fino alle Conche inibendo il recupero.

Resta il fatto che in tutti gli allenamenti, dove ero spesso al limite se non oltre, solo una volta ho dovuto interrompere l’uscita (modificandone il percorso per un rientro all’auto più semplice).

Troppo abbigliamento?

Per la maggior parte del tempo sono stato nudo, però la prima salita, quella più rilevante, l’ho fatta con i pantaloncini indossati, sono leggeri, sono piccoli però ho più volte sperimentato quanto questo possa, specie in situazione di gran caldo e afa, ridurre la mia prestazione fisica, certo è sempre stato un calo generale, mai un calo relativo a un solo specifico distretto muscolare!

Stato fisico inadeguato?

La domenica prima della partenza è apparso uno strano dolore all’inguine, ho dato la colpa alla punta d’ernia che ho da anni. Qualche giorno dopo toccando il fascio muscolare che parte dall’inguine ho percepito lo stesso dolore e allora ho pensato ad uno stiramento. Il giorno della partenza tale dolore era svanito e non l’ho percepito per tutto il percorso fatto.

Tre o quattro giorni prima la partenza ho iniziato ad avvertire delle vertigini ogni qual volta muovevo bruscamente la testa, è un problema di cui soffro da anni, mi capita ogni qual volta il mio fisico si indebolisce, il giorno della partenza, però, mi sentivo in gran forma.

Errori nella preparazione?

Visto che mi preparo in totale autonomia è ben possibile che qualche errore l’abbia commesso, d’altra parte nei tanti mesi di allenamento ho sottoposto il mio corpo a stress anche ben maggiori e solo una volta, nelle prime uscite sulla lunga distanza, sono incappato in analogo problema.

Quest’anno negli allenamenti e test sono sempre andato molto bene, anche nella trenta chilometri fatta a metà giugno avevo mantenuto ritmi molto alti dimezzando, finché non è subentrato il dolore al ginocchio (problematica diversa che nel giro finale non si è presentata), tutti i tempi delle tabelle standard.

Errori alimentari nel periodo antecedente la partenza?

Anche qui mi regolo da solo senza fruire di un dietologo per cui potrei benissimo aver commesso qualche errore.

Di sicuro ho fatto un pasto esagerato tre giorni prima della partenza: per un errore di valutazione, mi ero mangiato quasi due etti di pasta asciutta (condita con verdure e olio) e due grosse carote tritate, nelle ore successive un poco di peso sullo stomaco l’avevo avvertito, ma avevo anche velocemente risolto con qualche pezzetto di zenzero fresco.

Errori idrici nel periodo antecedente la partenza?

Su consiglio dell’osteopata avevo iniziato a bere tre litri di acqua al giorno, dopo tre giorni, visto che urinavo indiscutibilmente troppo, li avevo calati a due mantenendo tale valore fino alla partenza.

Forse, visto che in quel periodo sono stato anche piuttosto sedentario, erano ancora troppi e sono finito col diluire la concentrazione di sali nelle cellule e nel sangue determinando un cattivo funzionamento del mio organismo. Ma allora perché solo dolori al muscolo Femorale retto? Perché non dolori a tutti i muscoli? Perché non la debilitazione generale?

Disturbato dal lavoro?

Sebbene avessi fatto di tutto per avere almeno dieci giorni di tranquillità prima della partenza e un’altra settimana dopo l’arrivo, alla fine mi sono trovato a lavorare fino all’ultimo, fino alla tarda sera precedente il via e avevo lavoro già il giorno dopo lo stop. Questo potrebbe avermi posto in uno stato di inavvertito stress psicologico e, di riflesso, fisico.

Tabelle di marcia troppo stretta?

L’ho controllata e ricontrollata più volte ed era sensibilmente più larga di quella dello scorso anno, certo può essere che uno stato fisico solo in apparenza ottimale possa averle fatte diventare strette e, in effetti, dopo la salita alla Maddalena la sensazione che avevo avuto era stata proprio quella di dover correre per rispettarla.

Scarpe troppo nuove?

Nuove ma assolutamente identiche alle precedenti (tra le quali quelle che mi hanno accompagnato lo scorso anno), nuove ma già usate per una cinquantina di chilometri, forse troppo pochi: nell’ultimo vero allenamento, l’Anello Altissimo del 3V, avevo notato la rigidità delle suole delle nuove scarpe, una rigidità che rendeva precario l’equilibrio e mi imponeva un passo più controllato. Man mano che marciavo, però, l’impressione s’era affievolita fino a scomparire del tutto e, comunque, la cosa non mi aveva provocato problemi ai muscoli delle gambe. Durante il giro finale tale impressione non l’ho mai percepita, ma l’ho di nuovo rilevata nei due test recentemente fatti: forse dovevo davvero far fare più chilometri a queste scarpe.

Inadeguato riscaldamento?

Ho il brutto vizio d’iniziare ogni attività fisica senza praticare un adeguato riscaldamento (ed è questo che mi ha forse causato il problema del ginocchio), ma in questa occasione prima della salita ho camminato quindici minuti in piano assieme a mia moglie e mio nipote. Per altro nelle mie escursioni di allenamento sono sempre partito subito a tutta e mai ho avuto problemi del genere.

Idratazione sbagliata?

Ho bevuto ogni quindici minuti e mai ho sentito il bisogno di farlo.

Un calcolo a posteriori ha però rilevato che nei primi dodici chilometri ho in effetti ho bevuto troppo poco, ma pur sempre lo stesso dello scorso anno e il doppio del mio solito.

Pochi sali minerali?

Pensavo proprio di no: ho bevuto, come consigliato da diversi articoli sulla preparazione ad una competizione, mezzo litro di soluzione prima della partenza e poi un sorso ogni tanto. Ma forse si:

  • contrariamente a quanto consigliato da diversi articoli sulla corsa ho utilizzato acqua oligominerale (povera di sali minerali);
  • forse quel sorso era troppo breve: nei primi dodici chilometri ho bevuto solo 200ml di soluzione integrata e meno di mezzo litro di acqua pura.

C’è da dire che ho comunque bevuto più di quanto faccia di solito (e questo magari porta al punto successivo: troppi sali minerali?) ed ho utilizzato i prodotti positivamente testati da due anni, anche in condizioni similari.

Troppi sali minerali?

Questo di sicuro no nei primi dodici chilometri del giro finale, però forse si in altri momenti creando una situazione di eccesso a priori (prima voce che segue) o inibendo la possibilità di recupero (le altre tre voci):

  • nei tre giorni precedenti la partenza ho assunto da mezzo litro a un litro di soluzione al giorno;
  • durante il giro finale alla comparsa dei primi dolori ho aumentato la dose arrivando ad aver assunto tre borracce (un litro e mezzo) nell’arrivo a Lodrino (circa trentacinque chilometri dalla partenza);
  • nella sosta a Lodrino ho assunto una borraccia di soluzione integrata (mezzo litro);
  • non avevo notato che sulla confezione dell’integratore da me utilizzato è indicata una dose massima giornaliera (tre dosi, ovvero tre borracce).
  • Eccesso di prodotti energetici?

Carenza di energie?

Direi proprio di no: mi sono sempre sentito in forze e ho assunto regolarmente ogni ora un integratore energetico, questo porta ad un altro dubbio…

Eccesso di prodotti energetici?

Ecco, questo è un dubbio molto forte, già lo scorso anno avevo imputato a questo i problemi (prima muscolare, poi energetico, infine di stomaco) avuti nella prima parte del giro.

Al fine di ridurre il carico energetico, quest’anno ho testato e adottato una caramella gommosa a bassa carica energetica e che, stando alle indicazioni, si può assumere in numero rilevante (diciotto al giorno). Ne ho assunta una all’ora alternandola con delle barrette realmente energetiche, al momento dei primi problemi avevo quindi assunto tre caramelle e una barretta, direi troppo poco per essere eccessivo, ma forse mi sbaglio.

C’è anche da dire che l’imbeccata di un amico medico, indicata tra le prime voci, mi fa pensare che il problema dello scorso anno sia stato un leggero colpo di calore e la cosa può togliere credibilità a questa ipotesi.

Velocità troppo bassa?

Quando sei abituato a marciare molto velocemente farlo a un ritmo assai più blando spesso induce un affaticamento maggiore, ma mai l’avevo notato tanto anticipato e tanto rilevante.

Partenza troppo veloce?

Come detto sono partito molto lento.

Deconcentrazione?

Pensando di avere una tabella di cammino molto larga nella prima ora e mezza me la sono presa molto comoda, forse questo può aver indotto una deconcentrazione ma come può questo portare a un problema come quello che ho avuto?

Conseguenza della manipolazione osteopatica?

Quindici giorni prima della partenza ho casualmente conosciuto un osteopata che mi ha studiato e manipolato. L’effetto delle manipolazioni osteopatiche è quello di modificare l’equilibrio delle nostre catene strutturali e questo porta a tutta una serie di variazioni: posturali, nella camminata, eccetera. Quindici giorni sono pochi affinché i muscoli possano adattarsi alla nuova situazione e riprendere a lavorare nel modo più opportuno, però può una sola manipolazione arrivare a provocare i problemi che ho incontrato? Non credo, anche perché tra la manipolazione e la partenza avevo fatto un test (non lunghissimo ma comunque serio visto che ho risalito a tutta e poi disceso di corsa un prato estremamente ripido) senza rilevare segni premonitori in tal senso.

Morbo di Lyme?

Trovata su Internet facendo una ricerca con la chiave “dolori ai quadricipiti”.

La inserisco perché quest’anno le zecche, notoriamente possibile veicolo di infezione per questa malattia, sembravano avercela con me: negli ultimi due mesi di allenamenti me ne sono trovate addosso ben tre (una alla volta). Due certe, una poteva essere qualcos’altro (era infilata completamente sotto pelle, tant’è che l’ho estratta come fosse una spina, solo una volta che era sulla mano mi sono accorto che camminava e guardandola da vicino assomigliava ad una zecca, ma le zecche non s’infilano completamente sotto pelle).

Ritengo di poterla escludere visto che mancano le altre sintomatologie e che le ho staccate entro poche ore dal loro impianto (posso dirlo con certezza perché mi controllo sempre con attenzione, più volte durante l’uscita e più volte dopo la stessa, prima della doccia, dopo la doccia, nelle ventiquattr’ore successive): l’infezione necessita di almeno otto ore, secondo alcuni dodici o addirittura ventiquatttro, per essere trasmessa.

Un piccolo grande grazie a #MondoNudo


Un lettore che è anche un amico ormai fedele presenza ai nostri eventi mi scrive e, d’accordo con lui, voglio pubblicare quanto scrive per ringraziarlo pubblicamente delle sue parole, parole che possono essere di sprone per altri, quegli altri che, come lui prima di conoscerci, pensano al nudo esclusivamente come un preludio all’attività sessuale, come una situazione improponibile e inammissibile, come qualcosa da rifiutare e impedire.

Ciao Emanuele!

ti offro un piccolo momento di distrazione e leggerezza tramite questa email 😛

L’idea era di inoltrarla a tutti gli amici di mondonudo perché a loro è rivolta, ma non ho mai creato un elenco in rubrica e fatico a rintracciarli/ricordarli; se vuoi lascio a te il re-inoltro che ti verrà sicuramente più facile. 🙂

Tornando all’oggetto dell’email, volevo semplicemente dire GRAZIE a tutti quelli che normalmente partecipano alle uscite ed eventi che organizzi e in special modo a te che ti impegni molto a realizzarli per tutti.

Prima del 2014 per me il nudismo era un pensiero lontano quasi un tabù, per l’educazione ricevuta anche una questione sessuale.
Invece da tre anni è un un modo come un’altro per essere semplicemente se stessi, per non ghettizzare il nudo, e per incontrare persone allegre con cui condividere un’altra gioia: la montagna e la natura.

Grazie quindi se alcuni giorni fa, mentre passeggiavo in montagna in cerca di un buon punto per far foto al paesaggio, mi è venuto naturale lasciare tutto a terra e imboccare il sentiero pensando solo a quanto erano belle le creste all’orizzonte.

Alla prossima! 🙂

Alessandro

Grazie a te Alessandro, grazie per esserti messo in gioco, grazie per esserti esposto, grazie per averci provato, grazie per la tua fedele presenza, grazie per la tua amicizia, grazie per queste rinfrancanti e stimolanti parole.

G…R…A…Z…I…E

#TappaUnica3V sconfitto ma vittorioso


Foto di Emanuele Cinelli (9,10), Fabio Corradini (1, 6, 7, 8, 11, 12), Alberto Quaresmini (2, 3, 4, 5, 13, 14, 15), Vittorio Volpi (17) e Manuela Valetti (16).

È andata male, quest’anno mi sono fermato molto presto, al chilometro quarantacinque dopo aver camminato nel dolore per ben trentatré chilometri e a nulla è valso il tentativo di una lunga sosta per portare a casa almeno la seconda parte, quella del rientro. Forse mai potrò capire quello che sia successo, molte le ipotesi ma nessuna da sola giustifica il dolore provato, le contratture alle gambe che, lungi dal risolversi nel cammino, hanno reso le discese vere e proprie torture. Un fisico preparatissimo che rispondeva alla grande, una mente addestrata che mi ha spinto fino all’estremo, eppure è mancato qualcosa, eppure qualcosa è andato storto, in un meccanismo ben oliato qualche ingranaggio si è comunque ingrippato.

Alle diciannove e trenta insieme a Maria, mia moglie, sono in Piazzetta Tito Speri, il luogo alla fine concordato con il Comune di Brescia dato che Piazza Loggia è inagibile per i preparativi del concerto di Mannoia. Mi sento bene, non sento nemmeno il caldo e l’afa di una giornata tropicale, sono assolutamente tranquillo. Dopo un quarto d’ora arrivano i primi sostenitori: mia mamma, invero in zona già da un poco di tempo nascosta all’interno della gelateria, Ivan e sua moglie, Alberto e Claudia. Allestiamo la partenza con lo striscione di Fonte Maniva e le locandine di TappaUnica3V, scattiamo alcune foto simulando la partenza (non ho qualcuno che possa rimuovere il parterre dopo la mia partenza). Diciannove e cinquanta, l’ora della partenza è ormai prossima, mentre smontiamo il “palco” arriva anche Fabio, il nipote che mi darà assistenza per tutto il giro. Ore venti, partenza!

Accompagnato da Maria e Fabio con passo tranquillo percorro via Musei, attraverso la strada della salita al Castello, risalgo i giardini di via Turati e arrivo alla base di via San Gaetanino, nel piccolo piazzale dove, a segnarne la partenza, è collocata la targa del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Sono in forte anticipo sul passaggio previsto, ne approfitto per controllare il trasmettitore GPS che pare non funzionare a dovere: è un modello diverso da quello che avevo lo scorso anno e prima di partire da casa mi sono dimenticato di rileggermi le istruzioni (trovate a fatica su Internet), vado a memoria, mi ricordo che andava tenuto premuto il tasto Ok per alcuni secondi fino all’accensione della spia verde, lo faccio ma l’app dei cellulari non rileva l’avvio, attendiamo alcuni minuti ma niente di niente, spengo e riaccendo. Considerando che le altre funzioni d’invio messaggio richiedono la lunga pressione del relativo tasto la logica direbbe che allo stesso modo debba funzionare anche questo pulsante bivalente, indi provo ad usare l’Ok con la rapida pressione e finalmente l’app indica un segnale, ora è a posto (invero no, invero, come purtroppo scoprirò in seguito e capirò solo al rientro a casa, il segnale probabilmente era quello della precedente attivazione: con la semplice pressione dell’Ok viene si inviato, insieme al messaggio SMS di tutto bene, un punto di coordinate ma non si attiva il tracciamento continuo).

Ore venti e trenta, convinto che ora tutto funzioni al meglio, mi rimetto in marcia. Maria e Fabio mi accompagnano ancora un centinaio di metri e poi sono solo, solo coi miei pensieri, solo con me stesso, solo con il mio lungo viaggio. La salita si fa ripida, inizio a percepire il caldo e l’afa, tolgo la maglietta e subito, grazie anche a un fievolissimo filo d’aria altrimenti non percepibile, un poco di sollievo. Purtroppo i pantaloncini devono rimanere ancora al loro posto: anche se sono sulle pendici di un monte questa è ancora zona urbana, non vorrei mai che qualcuno chiamasse i vigili e questi, in ragione della situazione di totale indecisione legislativa sul nudo (materialmente non proibito ma nemmeno permesso e per i giudici oggi accettabile ma solo in condizioni ben diverse da quelle in cui sono), interrompessero già sul nascere questa mia nuova avventura. Imponendomi di mantenere un passo lento percorro la ciottolosa e ripida via San Gaetanino, vecchia strada di collegamento tra la città e i Medaglioni, piccolo agglomerato di case a cui arrivo comunque in breve tempo. Uno sguardo alla città che si stende ormai sotto di me e poi, ancora con tutta calma (mi sono allargato i tempi e voglio godermela), su lungo l’asfalto di via San Gottardo. Oltrepasso il capolinea del pulmino, ancora un poco di asfalto ed eccomi all’inizio del sentiero del Dosso Torre, di solito qui tolgo i pantaloncini, ma le altre volte era notte piena oggi no, oggi c’è ancora luce e, dimenticandomi che è venerdì, ipotizzo la possibilità d’incontrare persone in discesa: tutto sommato questo è un sentiero piuttosto battuto.

Procedo a pantaloncini indossati ed è forse un errore fatale: nonostante il passo tranquillo la sudorazione è abbondante ed eccessiva. Alternando l’acqua pura della sacca idrica a quella con integratori delle borraccine che ho sugli spallacci dello zaino, mi mantengo abbondantemente idratato e salinizzato, tant’è che mai arrivo ad avvertire la sensazione di sete. Eccomi alle antenne della vecchia stazione a monte della funivia, qui sostanzialmente termina la prima salita, breve discesa e sono al piazzale del Cavrelle, sorpresa… decine e decine di vetture vi sono parcheggiate, decine e decine di persone girano in zona, alcune indossano il giubbetto riflettente che mi fa intuire esserci qualche manifestazione. Passo oltre e vedo che sulla sommità del dosso che ospita la chiesetta sono piazzati i classici tendoni delle feste, profumo di salamine ai ferri, musica a tutto spiano, voci che inondano l’aere, velocemente sfilo via da tutto questo e mi getto nella solitudine dello scuro sentiero che oltre procede. Eccomi ai ruderi del rifugio Monte Maddalena, ho quindici minuti di anticipo, approfitto di una comoda panchina per prendere un attimo di respiro e controllare il trasmettitore GPS. Cavolo è ancora in blocco, non trasmette, sarà forse stato il passaggio sotto i ripetitori (una vera selva di antenna di ogni genere, luogo che alcuni anni addietro era stato inibito al passaggio per via dell’alto livello di radiazioni, oggi dicono bonificato sebbene le antenne siano ancora tutte lì e tutte operative), lo riattivo secondo quella che ormai mi sono convinto essere la corretta procedura (in realtà sto solo usandolo in modalità manuale e provocando l’invio di un singolo segnale ogni tanto, sic!): la rapida pressione del tasto Ok.

Ore ventidue e zero zero, è quasi ora di rimettersi in marcia, indosso la frontale senza accenderla, con estremo gradimento del mio corpo tolgo finalmente anche i pantaloncini e ai zero cinque, reindossato lo zaino, come da tabella riprendo il cammino. Dopo una brevissima salita la stradina procede pressoché in piano, alle mie spalle la luna piena risplende nel mezzo di un cielo sereno senza riuscire ad illuminare a sufficienza la mia strada sommersa nel folto di un ricco bosco, devo accendere la frontale. Passo a fianco delle prime due stazioni radio, eccomi al tratto che aggira la sommità del Monte Denno, ogni volta che passo da questo punto resto ammaliato: alla mia destra, dietro un vecchio rovinato guard-rail, lo sguardo precipita sulle mille luci di San Gallo, Botticino e Rezzato, più lontano la Pianura Padana, più a nord i monti di Serle e dietro a questi, oltre l’invisibile presenza del Lago di Garda, il lungo crinale del Monte Baldo. Mi concedo un attimo di sosta per scattare un paio di fotografie, compreso un selfie per fare il quale devo effettuare diversi tentativi (nel buio lo schermo appare completamente nero e di certo non sono un patito di questa metodica, ma l’autoscatto, che pure avevo studiato e impostato prima di partire da casa, qui risulta impraticabile non essendoci validi sostegni per il cellulare).

Guardo l’orologio (che quando sono nudo m’infastidisce assai e pertanto tengo fissato allo spallaccio dello zaino in posizione comoda per poterlo leggere solo abbassando gli occhi), mannaggia ho perso qualche minuto di troppo e con un calcolo mentale capisco che in questo tratto mi sono forse dato un tempo troppo stretto, di certo fattibile ma magari non per chi sta facendosi centotrenta chilometri in unico fiato, eppure è di soli cinque minuti inferiore a quello delle tabelle standard del sentiero 3V (invero il calcolo del tracciatore GPSies ad una velocità di 3,5km/h dava un tempo ben più alto… aveva ragione, e sì che lo sapevo: le tabelle standard a tratti sembrano calcolate con il motorino, sic!): non voglio accumulare così presto del ritardo, devo forzare il passo sperando che il ginocchio regga. Lui, il ginocchio, fa il suo benedetto lavoro: regge! In apparenza anche il fisico fa il suo buon lavoro, velocemente cavalco la Costa del Monte Denno e, aggirata la stazione di Monte Denno, imbocco e percorro la discesa che costantemente ripida porta alla Casina di Pino, traverso al Colle di San Zeno e imbocco la Val Salena. Alla luce dell’ottima e potente frontale scendo la valle superando senza problemi i suoi vari trabocchetti: alcuni ripidi tratti scivolosi, varie placche rocciose altrettanto insidiose, un diagonale franato, uno stretto passaggio fra due rocce che minacciose si protendono verso le ginocchia e le tibie. Ore ventitré e venticinque sono alla chiesa di San Rocco di Nave, cinque minuti di anticipo, ginocchia a posto, fisico a postissimo, nessun segno di stanchezza. Mio nipote non è ancora arrivato, mi siedo su un muretto e lo aspetto. Puntualissimo arriva, scambiamo due parole, gli confermo l’ottimo stato di forma e riparto.

Pochi minuti per attraversare il paese e imboccare la strada per Sant’Antonio: posso togliermi i pantaloncini, reindossati alla base della Val Salena dove il monte viene invaso dalle prime case di Nave. Questo tratto è molto insidioso, già una volta mi ha inchiodato, fa caldo e si suda ma mi sento bene, le gambe girano a dovere e il fisico sembra un orologio svizzero. Mi sono dato un tempo intermedio tra quello della tabella standard e quello minimo da me qui fatto eppure qualcosa mi suona male: ho l’impressione di andare troppo forte ma che un rallentamento mi porterebbe fuori tempo. Supero le diverse ripidissime salite ad un passo controllato per accelerare sensibilmente nei tratti piani o meno ripidi, Ca Ecià scivola via e l’impressione di avere una tabella troppo stretta si acuisce (col senno di poi mi viene da pensare che il mio fisico, nonostante l’apparente perfezione, stesse in realtà lavorando con un rendimento più basso del solito: non erano i tempi ad essere stretti, bensì io che stavo viaggiando quasi al limite, un limite nettamente inferiore al mio solito).

Eccomi al ripidissimo cemento che porta alla chiesetta di Sant’Antonio, lo supero agevolmente ma più lentamente del solito e la mente inizia a farsi qualche domanda. Vorrei rinfrescarmi bagnandomi con dell’acqua fresca ma la fontanina è secca, rimando l’azione a Cà della Rovere (dove invece troverò la presa intubata per portare acqua alla casa più a valle). È a questo punto che percepisco le prime inconfondibili avvisaglie di un precoce affaticamento: lievi contratture ai muscoli laterali delle gambe, la destra in particolare. La mente inizia a farsi debole: “cavolo ho fatto solo una decina di chilometri, non può essere!” (invero dodici, ma poco cambia). Il passo deve rimanere questo, lo posso solo variare con più differenziale tra salite ripide e salite meno ripide, allora aumento l’assunzione di liquidi, in particolare quella dell’acqua con integratori, e nel giro di una decina di minuti sembra che il tutto tenda ad affievolirsi, ma poi è tutto un contare le curve, un’attesa del tratto piano che conduce al Pater e quando qui arrivo le mie gambe dicono no, a fatica riesco a superare il primo altissimo gradino e i primi dolori fanno breccia nel lato superiore dei quadricipiti: “mannaggia, si mette veramente male; dai, dai, dal santuario puoi un poco recuperare e poi c’è la lunga discesa al Passo del Cavallo”.

Eccomi al Santuario di Conche, venti minuti di ritardo, beh, tutto sommato neanche male, posso recuperarli. Un poco rifrancato dall’ultima considerazione mi lancio subito verso il crinale che porta all’Eremo di San Giorgio, un tratto di falsopiano che, sia in salita che in discesa, presenta diversi alti gradini rocciosi e sono questi a evidenziare che le cose vanno invece assai male: in discesa ad ogni flessione delle gambe le fitte ai quadricipiti si intensificano, nella salita fatico a spingere e, forse per un indotto effetto psicologico, anche a respirare. Tengo duro, approfittando della variante bassa (che mi permette di mantenermi comunque sul 3V), rinuncio a salire all’eremo. Con grande sforzo supero la successiva salita ed eccomi all’apice della lunga e impegnativa discesa verso il Passo del Cavallo: “dai che ora si respira”. Si, vero, si respira, ma… ma non si recupera, anzi, man mano che scendo i dolori si fanno sempre più intensi, inizio a pensare che sia finita qui: “brutto pensiero, scaccialo”.

Hai voglia di scacciarlo, i dolori non sono bruscolini, sono fatti reali che manifestano con violenza la loro presenza. Adottando tutte le finezze tecniche che conosco riesco a procedere risparmiando al massimo i quadricipiti, certo la tipologia del percorso (monotraccia, “ma perché mai la gente si diverte a camminare su un solo piede?”, e molto ripido) non facilita l’azione, ma qualcosa riesco a portare a casa e, con soddisfazione, eccomi alla fine del crinale. C’è una casa abitata ma chi se ne frega, troppo dolore indossare i pantaloncini, troppa fatica fermarmi qui e prendere dallo zaino il gonnellino, tanto a quest’ora sono a dormire, al massimo mi vedranno nella registrazione delle telecamere di sicurezza, un piccolo (forzato) aiutino alla causa nella normalità del nudo. Eccomi al Passo del Cavallo, ecco l’auto di mio nipote: “cacchio li dico ora?” Il controllo dei tempi mi segnala che ho comunque mantenuto i venti minuti di ritardo accumulati alle Conche, certo ho evitato la salita all’eremo ma si tratta alla fine di (in condizioni normali) cinque minuti: “Ho le gambe distrutte, forse non ce la faccio a procedere oltre… facciamo così, aspetti qui un’ora e se non mi vedi rientrare portati a Lodrino”. Mi concedo dieci minuti di sosta e riparto.

La confortevolezza del cammino su liscio asfalto sembra ridarmi vigore e arrivo alle case di Reondol con molta fatica in meno di quello che pensavo (ho quasi sempre sofferto questo pezzo e proprio qui, lo scorso anno, avevo avuto i primi crampi), la mente riprende il sopravvento e continuo nella marcia: “fra poco c’è un bel tratto pianeggiante, la salita alla forcella di Prealba non è terribile e poi o la cresta a su e giù o la lunga discesa alla cascina di Sea”. Cammina che ti cammina, godendo, grazie alla nudità, di qualche lieve folata d’aria freschina, eccomi al termine della strada. Mi fermo un attimo e approfitto del muricciolo attorno alla casa che qui sorge per spalmarmi sulle gambe una bella dose di Gel all’Arnica 35%. Ripartenza, sentierino, errore… per qualche strano motivo manco lo vedo il bivio (che eppure conosco bene) e prendo per il sentiero che sale a sinistra lungo il crinale, me ne avvedo poco dopo, fortunatamente proprio pochi mesi addietro l’ho fatto in discesa per studiare una mia variante di cresta e so che più avanti posso facilmente riprendere la giusta strada. Rieccomi sul sentiero originale, il lungo traverso permette un poco di recupero, segue un breve ripidissimo costolone erboso che supero quasi agevolmente: “grazie Arnica”.

Di nuovo a mezza costa, di nuovo con un passo in apparenza buono, le piogge delle settimane passate e il caldo torrido di questi ultimi giorni hanno fatto crescere a dismisura la vegetazione, a tratti manco vedo il sentiero, all’improvviso sbatto contro una ragnatela e con la coda dell’occhio intravvedo una grossa massa bianca che mi corre avverso il viso, veloce passo indietro e la frontale illumina un grosso ragno. La scena si ripete poco più avanti e allora mi procuro un rametto con cui rompere le ragnatele, ma l’azione, per evitare pericolosi inciampi, prevede un continuo movimento della testa per illuminare sia in terra che davanti e qualche ragnatela la infratto comunque, spero almeno di non aver raccolto anche delle zecche: quest’anno sembra che gli sia diventato enormemente simpatico. Forcella di Prealba ad occhio e croce sono ancora con la mezz’ora di ritardo che avevo alla ripartenza dal Passo del Cavallo e mi avvio subito nella discesa verso La Brocca dove posso verificare che effettivamente sono in linea con la mia tabella di marcia: “mannaggia, avessi avuto le gambe in ordine con questa tabella sarebbe stata veramente una bella passeggiata!”

Ho davanti due possibilità: cresta del Dossone di Facqua o Cascina di Sea. La prima mi mantiene in quota, anzi mi alza, ma presenta due tratti di arrampicata, diversi sali e scendi, di cui uno pressoché verticale, e un lungo tratto di discesa insidiosa; la seconda mi permette un bel recupero sulla lunga e comoda discesa fino alla cascina ma poi mi obbliga a una lunga risalita in un bosco che potrebbe, a quest’ora, mettermi di fronte a branchi di cinghiali. Che fare? Invero la scelta l’ho già fatta mentre stavo qui arrivando: è spuntato il sole, ormai ai cinghiali ho fatto l’abitudine, dal Corno di Sonclino alla Passata del Vallazzo (da dove è ormai deciso scenderò per la più comoda anche se monotona variante bassa) è un continuo sali e scendi complesso, laborioso, faticoso e, ciliegina sulla torta, insidioso… “no, no, meglio andare per la cascina di Sea”. Detto e fatto, senza nemmeno farci pensiero, prendo velocemente a destra e inizio a scendere. Cerco di allentare il più possibile la pressione sui quadricipiti, il fondo tutto sommato regolare mi facilita l’operazione e qualcosa sembra in effetti succedere, qualcosa sembra rilassarsi. Eccomi al tornante di Sea, qui si riprende il sentiero, largo e comodo giro sulla testata del Vallone di Sea poi si riprende a salire, sebbene con pendenza moderata. Ancora ho l’impressione di andare meglio di altre volte. Ho superato tratti di alta vegetazione e approfitto di un piano spiazzo al sole per un ennesimo controllino alla pelle: “toh e tu che ci fai lì sotto?” Una bestiolina nera sta camminandomi velocemente su per la caviglia, la faccio salire su un dito e la osservo da vicino… e “vaiiii, cosa dicevo, se c’è una zecca è mia”! Ma questa l’ho vista subito, scuoto il dito per farla ricadere al suolo e non si stacca: “tenace la bestiola, non vuole mollarmi”, scuoto più violentemente e finalmente me ne libero “vai ad attaccarti altrove”.

Zete del Barber, il parcheggino sopra le Passate Brutte (alle quali scopro or ora che la variante bassa del sentiero 3V non sale più), la lunga e comoda strada che, tagliando i versanti meridionali di diversi verdi dossoni, con vista panoramica su Lumezzane e la Val Trompia porta verso il Corno Sonclino. Ne approfitto per dare respiro ai muscoli in vista della nuova discesa, senza particolari problemi sono alla selletta sotto il detto corno, rinuncio ai pochi metri che portano in vetta e mi getto immediatamente verso la sella dei Quattro Comuni. Bastano i pochi metri di questa ripidissima discesa per farmi capire che erano solo apparenze: i miei quadricipiti sono definitivamente esplosi, forse solo una lunga pausa potrà risolvere. Con la mente focalizzata sulla sosta di Lodrino, levati nuovamente i pantaloncini (operazione ora assai dolorosa, ma ancor più doloroso sarebbe il tenerli addosso… “ma perché mai mi ostino a usare questi al posto del gonnellino che apposta ho preso dietro?”) mi immergo totalmente nella discesa. S’inseriscono anche i primi problemi di equilibrio che, poco dopo, a causa di un piede poggiato per metà nel vuoto fuori dal bordo dello stretto sentiero, mi portano a un bel tuffo dentro un cespuglio: “aho, attento Emanuele, qui ci si può anche far male seriamente”. Con circospezione procedo nel cammino e senza altri pericolosi inconvenienti arrivo alla Passata del Vallazzo: “Dai è fatta!”

Beh, fatta, la discesa nel Vallazzo è tutt’altro che comoda: una interminabile stradina sterrata dal fondo spesso sconnesso ed estesamente ricoperto di sassi mobili, ovviamente proprio nei tratti più ripidi. L’ultima volta l’ho fatta tutta di corsa arrivando in fondo in una decina di minuti, oggi, tra fitte lancinanti (spilli, bruciori, tensioni, tremori, contratture, crampi, non mi sono fatto mancare nulla), mi sa che ci metto molto più tempo. Stoicamente (ma che altro posso fare?) procedo nella discesa e finalmente eccomi al campo di tiro a volo di Valle Duppo, da qui a Lodrino è asfalto con pendenze moderate, sarà un sollievo per le mie martoriate gambe. Davanti al ristorante è parcheggiata una vecchia e sgangherata fuoristrada che ricordo era qui presente anche le altre volte, quando in zona non si vedeva anima viva, pertanto mi evito fatiche inutili e procedo in nudità. Poco dopo m’avvedo di un motorino e questo no, questo indica proprio la presenza di qualcuno, facendo buon viso a cattiva sorte sopporto le fitte che il dover piegare le gambe mi provoca e ricalzo i pantaloncini. Faccio due passi e alla mia sinistra, dietro le vetrate della baracca vedo un’ombra, osservo meglio ed è una persona, anzi, sono due, mi ignorano completamente, forse non mi hanno visto oppure mi hanno visto e hanno tutto sommato considerato normale la mia nudità… mah, voglio propendere per la seconda soluzione: “gli ero proprio in faccia ad una quindicina di metri di distanza, seppure impegnati nel lavoro come possono non avermi visto? Bando alle ciance, via, via, non c’è tempo per oziare, ad altro momento le questioni, per così dire, politiche!” Pochi passi ancora e sono sull’asfalto che comodamente mi porta verso Lodrino, quasi subito arriva un’auto, poi un’altra, indi una moto (quad), seguita da un’altra auto: alla fine la rivestizione sarebbe stata, allo stato attuale delle cose, comunque opportuna.

Cocca di Lodrino, vedo l’auto di mio nipote ma di lui non c’è traccia: “vuoi vedere che m’è venuto incontro ma ha sbagliato strada?” Telefono ma risulta irraggiungibile, lascio un messaggio ma non risponde, riprovo a chiamare e stavolta c’è segnale, risponde e… si è successo quello che avevo immaginato. Ci accordiamo: io raggiungo il punto di rifornimento all’Isola Verde e lui mi segue a ruota. Mi rinfresco la testa alla fontanina di Lodrino ed eccomi al B&B, suono il campanello, “Ciao”, “Oh ciao, vieni, vieni, m’ero dimenticata” Va beh, succede, d’altronde nessuno è venuto qui a preannunciare il mio arrivo e sono con un sostanzioso ritardo sull’orario concordato. Marzia la gentilissima e simpaticissima titolare della struttura, mi accompagna al piano di sotto dove mi prepara un tavolino e due sedie. Intimorito dai pavimenti tirati a lucido mi tolgo le scarpe nel cortile di fuori, poi mi accomodo a godermi alcuni lucenti e splendendo attimi di panciolle. Non mi sento per niente stanco, quasi non mi rendo conto della temperatura già elevata, nemmeno dell’afa, solo dolori, dolori ai quadricipiti, dolori che non riescono a invadere il corpo e la mente eppure sono ben presenti e invalidanti. Marzia mi offre una freschissima e ritemprante caraffa di succo d’arancia rossa che velocemente finisce nel mio stomaco, poi mi mette a disposizione una doccia che non riesco a ignorare: con tutte le ragnatele che ho infranto il mio corpo è pieno dei loro residui, moschini morti compresi, magari anche qualche ragno. Nel frattempo arriva in zona anche mio nipote, insieme a lui preparo le borraccine di integratori, però decido che la metà le porta lui con la macchina al prossimo punto d’incontro tra sentiero e strada automobilistica, decido anche di lasciare mezza vuota la sacca dell’acqua pura e tolgo quegli elementi di abbigliamento che, vista la situazione meteo, sono di sicuro inutili: lo zaino assume un peso decisamente più confortevole. Mi concedo anche quarantacinque minuti di riposo in più del previsto.

Ore dieci si riparte, saluto Marzia ed esco in strada, qui m’avvedo che non mi sono spalmato di crema solare, provvedo velocemente: il sole picchia alla grande e la strada che ora devo fare è quasi tutta ad esso esposta, non voglio aggiungere ai dolori della fatica muscolare anche quelli di un bell’eritema solare. Ore dieci e dieci sono finalmente in cammino, mio nipote si allontana in auto dietro le mie spalle, io imbocco la prima salita, asfaltata e non ripidissima, anzi, direi anche dolce, faccio una decina di passi e zacchete, un bel crampo al muscolo laterale della coscia, verso l’attaccatura con il ginocchio… “te pareva, e proprio ora che Fabio se ne è andato. Va beh, coi crampi ci si ragiona, vengono, picchiano e se ne vanno” Infatti così succede, un’altra decina di passi e tutto rientra nella normalità, ammesso che di normalità si possa parlare, diciamo in quella che il momento fa percepire come normalità. Sfruttando tutte le zone d’ombra salgo abbastanza velocemente alla base del sentiero. Rinuncio a fare il percorso diretto nel canalone del passo della Cavada e seguo la più comoda stradina, qui l’insolazione raggiunge l’apice dell’apice, sono costretto a fermarmi ogni cinquanta metri per fruire della frescura delle zone d’ombra, sono ancora con i pantaloncini indossati, li abbasso solo in queste soste e la differenza si sente notevolmente, ma non mi fido a restare senza, dal paese mi possono vedere e due volte su tre qui ho incrociato un tizio in motocicletta.

Eccomi al passo ed esattamente nel tempo preventivato, sarà dura recuperare qui, ma posso sempre farlo più avanti visto che rinuncerò alle varianti alte. L’ombra del traverso verso il Roccolo Morandi mi rinfresca e il passo procede spedito, eccomi ai prati dove inizia la discesa. Nessuno appare animare il capanno poco sopra, sto per spogliarmi (di solito lo facevo subito dopo il passo, ma oggi, sapendo che qui al roccolo avrei potuto incontrare qualcuno, ho rimandato per il dolore che l’operazione mi comporta) quando l’occhio percepisce una presenza più in basso: un uomo disteso nel prato a prendere il sole. Non sono nelle condizioni ideali per sostenere il benché minimo confronto, rimando la svestizione. Percorso il primo tratto pianeggiante inizia quello ripidissimo, qui temevo per il ginocchio che invero qualche fitta me la procura ma alla fine niente di che (forse grazie all’applicazione, sebbene improvvisata da me stesso, dei tape kinesiologici), ciò che invece mi procura il colpo di grazia sono i quadricipiti: ormai ogni passo è una tortura, dove normalmente passerei con un balzo, ora devo procedere a circospetti passettini e anche così è un continuo lavorio di mente per escludere il dolore dall’attenzione. Incontro mio nipote che m’è venuto incontro, insieme scendiamo fino al Passo del Termine e insieme decidiamo l’estremo tentativo di salvare almeno in parte il viaggio: ci spostiamo in auto al passo del Maniva, avrò così modo di riposare per ben sette ore per poi eventualmente ripartire per il meno impegnativo tratto di rientro a Brescia.

Giogo del Maniva, spiego la situazione a Matteo e Manuela, due dei titolari dell’Albergo Dosso Alto, ci facciamo (io e Fabio) un bel pranzetto a base di salumi e birra fresca (gentilmente offertoci da Manuela), poi approfitto dell’ospitalità e mi sposto al piano interrato dove mi è stata messa a disposizione la sala SPA. Data la stagione non è completamente attiva, ma tutto sommato doccia e lettino relax mi bastano, c’è al limite disponibile anche il lettino massaggiatore. Una doccia dona un poco di sollievo ai muscoli indolenziti e alla psiche ormai al limite, segue, con la preziosa collaborazione di Fabio, un lungo massaggio alle gambe con apposito gel all’Arnica (un gel particolare che dopo la stesura si trasforma in olio, combinando la praticità del gel alla durabilità e scorrevolezza dell’olio), una profonda dormitina viene interrotta a metà dal freddo ora pungente (non me n’ero avveduto prima) di questa stanza che mi costringe ad alzarmi per cercare nelle borse la maglia e i pantaloni pesanti. Così ricoperto mi stendo sul lettino massaggi e, confortato dalla zona calda all’altezza dei lombi, mi riaddormento per un’altra oretta. Al risveglio Fabio mi segnala che sono arrivati Alberto e Claudia, mi rimetto in abbigliamento leggero, sistemo le borse e salgo di sopra, nel fare le scale noto che le gambe fanno meno male ma non tanto quanto speravo. Spiego anche a loro la situazione, chiacchieriamo un poco e alle diciannove provo a fare un test: risalgo a tutta un ripido tratto di pista da sci, poi mi sposto sui pendii laterali dove zolle e roccette simulano più adeguatamente una discesa su terreno ripido e sconnesso, alla fine sono ancora più indeciso di prima. Ci soffermiamo un poco a chiacchierare nel piazzale fuori dall’albergo, una decina di minuti che si dimostrano chiarificatori: man mano le gambe iniziano a dolere un poco ovunque, è deciso, il mio viaggio finisce qui. Ci facciamo un brindisi, Alberto e Claudia si fermano qui a cena, io e Fabio prendiamo la strada di casa, un viaggio in auto che nelle parte finale diviene una tortura: le gambe dolgono e picchiano quasi ovunque, non so quale posizione prendere per calmarle un poco, anche le caviglie mi fanno male, si attacca un dolore al fianco sinistro, è un dolore che mi attanaglia da diversi anni, mi viene quando mi distendo su un divano o mi allungo su una sedia, i medici dicono che non è nulla, secondo l’ultimo a cui l’ho riferito è solo una contrattura muscolare, ma io mica ne sono convinto: vattelapesca, un dolore avrà pur bene una causa? una contrattura che dura da anni? siamo seri! Provo ad alzare un poco lo schienale e il dolore si attenua.

Finalmente a casa e… sorpresa, Maria non c’è e io non ho le chiavi di casa. Fabio scavalca la recinzione e apre il cancellino con l’apriporta, portiamo le borse davanti alla porta d’ingresso e poi cerco la posizione che mi dia meno dolori, mi siedo sui gradini dell’ingresso, niente, no buono, mi distendo nel prato, per un poco va bene ma poi mi duole la cervicale, mi rimetto sui gradini appoggiandomi con la schiena al muro, mi rimetto sul prato standomene seduto e così via. Dopo mezz’ora abbondante arriva Maria, saliamo in casa e finalmente posso abbandonarmi del tutto, mollare ogni residua tensione, pensare al recupero delle microlesioni che una qualsiasi attività fisica provoca, figuriamoci quella che ho appena fatto, nel modo in cui l’ho fatta.

Domenica pomeriggio, ore 17, ci si trova alla piazzetta di Urago Mella, punto d’arrivo del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, per fare comunque un brindisi, purtroppo siamo pochi, pochi ma buoni: Emanuele, Maria, Maria, Alberto, Claudia, Manuela, Vittorio! Sul tavolino portato da Alberto troneggia la torta di Claudia circondata da invitanti biscotti, sul muretto fresche bottiglie di spumante attendono nel frigo d’essere aperte, noi chiacchieriamo in attesa degli altri amici che avevano annunciato l’arrivo. Arriva il messaggio vocale di Marino: è bloccato dalla coda. Messaggio mio nipote Fabio, sta arrivando. Lo attendiamo a lungo inutilmente, diamo il via ale danze: tagli la trota, apro la bottiglia, verso da bere e si brinda alla mia del… ehm, no, perché mai deludente, no, no, ogni sconfitta è pur sempre una vittoria e allora si brindi alla mia vittoria! Una decina di minuti dopo arriva anche Fabio con Patrizia, bevono qualcosa e subito ripartono. Ancora qualche chiacchiera e stiamo per lasciarci tutti: è proprio finita, TappaUnica3V 2017 s’è conclusa? No, non è detta l’ultima parola, annuncio che ci riproverò, forse già quest’anno in modo da sfruttare l’allenamento acquisito. Applausi e commenti seguono l’annuncio, poi via, tutti a casa.

Concludo questo mia relazione, invero più racconto che relazione, per i dovuti e voluti ringraziamenti. Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato, grazie ai componenti dello staff logistico (Fabio, Alberto, Claudia e Vittorio), grazie a Maria che ha sopportato le mie assenze, grazie a quelli di Fonte Acqua Maniva per l’appoggio morale sui social e per la fornitura di acqua (Acqua Maniva PH8), grazie a Tony Gialdini per avermi prestato il tracciatore GPS e rifornito di prodotti energetici a prezzo scontato, grazie ai titolari delle strutture presso le quali mi sono fermato per i punti di rifornimento (B&B Isola Verde di Lodrino e Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva). Grazie!

Camminare in montagna: la postura


Come preannunciato, nel nostro cammino verso la trattazione del secondo più importante aspetto per una massima efficienza del nostro cammino in montagna, la respirazione, eccoci oggi a parlare della postura. Difficile trovare in montagna qualcuno che adotti la postura ideale, io stesso mi ci sono dedicato solo da quando ho iniziato ad allenarmi per il mio lungo viaggio di TappaUnica3V, è argomento molto trascurato in ambito escursionistico e alpinistico, vi si trovano riferimenti solo nell’ambito della corsa in montagna e del trail, eppure basta parlarne con un qualsiasi posturologo o, meglio ancora, con un qualsiasi osteopata per sentirsi affermare la sua importanza anche nel campo dell’escursionismo, d’altra parte come può essere diversamente per un qualcosa che è già importante per la nostra quotidianità?

Qual è la postura ideale? Semplice: quella che sollecita il meno possibile le nostre strutture ossee e muscolari, quella che meno ci provoca alterazioni fisiologiche e patologie, quella che meglio segue la nostra conformazione naturale, che non è quella che abbiamo, ma è quella che dovremmo avere. E allora? Allora…

  • Baricentro centralizzato rispetto alla base d’appoggio.
  • Sguardo in avanti.
  • Mento leggermente abbassato e all’incirca sulla verticale delle costole.
  • Cervice leggermente curvata (appoggiandosi a un muro scapole e testa dovrebbero risultare a contatto con lo stesso).
  • Spalle aperte e in linea tra loro.
  • Busto eretto.
  • Petto in fuori.
  • Mani con i palmi sensibilmente rivolti in avanti.
  • Costole alzate.
  • Diaframma libero di espandersi.
  • Leggera curva lombare (appoggiandosi a un muro buona parte della schiena e glutei dovrebbero risultare appoggiati allo stesso).
  • Teste delle anche alla stessa altezza.
  • Teste delle anche all’incirca in linea con spalle e ginocchia.
  • Gambe leggermente allargate, dritte e simmetriche.
  • Ginocchia che guardano verso l’avanti.
  • Piedi alla larghezza delle anche e dritti verso l’avanti.
  • Peso equamente distribuito sulla pianta dei piedi, sia in senso longitudinale che trasversale.

Correggere una postura errata purtroppo non è facile e potrebbe richiedere un lungo lavoro su se stessi, molte possono essere le cause che portano a errori posturali (deformazioni scheletriche, scompensi muscolari, alterazioni propriocettive, atteggiamenti acquisiti, compensazioni fisiologiche e/o psicologiche, addirittura questioni emotive) e potreste faticare per trovare, nel contesto delle più tipiche figure di riferimento (medici, posturologi, istruttori fitness, personal trainer, fisioterapisti), un consulente che le prenda tutte in considerazione, ad esempio per esperienza personale: un medico generico o un ortopedico potrebbero puntare l’attenzione esclusivamente su quelle scheletriche che, ovviamente, sono difficilmente recuperabili (ossa storte non si raddrizzano, ad esempio), oppure consigliarvi di agire sui distretti muscolari (ad esempio potenziare i dorsali per compensare delle spalle in avanti, presupponendo che siano in avanti solo ed esclusivamente in ragione di pettorali più forti dei dorsali); un posturologo potrebbe farvi lavorare solo sulla consapevolezza del vostro atteggiamento posturale. A chi rivolgersi? La figura sicuramente più adatta è l’osteopata: prima di agire valuterà l’insieme complessivo della vostra struttura corporea, poi, in assenza di patologie che richiedano l’intervento di un ortopedico, andrà a intervenire sull’intera catena posturale, parallelamente vi suggerirà un completo lavoro da fare, per il quale poi potrete eventualmente rivolgervi ad altre figure quali istruttori di fitness e personal trainer. Rivolgetevi, ovviamente, a un osteopata qualificato, ne trovate un elenco (purtroppo e stranamente senza i riferimenti di contatto) sul sito dell’Unione Osteopati Italiani, un altro elenco lo trovate sul Registro degli Osteopati Italiani. Sappiate che, in ogni caso, dovrete fare un lungo, impegnativo e faticoso lavoro su voi stessi: raramente si può demandare ad altri l’incarico di modificare noi stessi!

P.S.

Posso assicurarvi che il lavoro di correzione della postura sarà decisamente più produttivo se lo farete stando nudi: sarà molto più facile osservarvi allo specchio, aumenterà la percezione di voi stessi, migliorerete il rapporto con il vostro corpo (aspetto apparentemente secondario ma in realtà importante per poter lavorare su sé stessi) e suggerisco a tutti coloro che di tale questione si occupano (posturologi e osteopati in primo luogo) di far lavorare i loro clienti a nudo e di consigliare loro tale modalità di lavoro.

Variazioni posturali

Dato che la montagna presenta continue variazioni di pendenza, la nostra postura, pur senza cambiare di molto, dovrà necessariamente di volta in volta adattarsi alla situazione. Ne parlerò più ampiamente quando tratterò bello specifico la tecnica di cammino in salita e in discesa, per ora due indicazioni veloci:

  • in salita cercheremo la verticalità spostando avanti il corpo a partire dalle caviglie, senza spezzare il busto (ovvero senza inclinarsi troppo sull’articolazione delle anche) per non limitare la ventilazione;
  • in discesa cercheremo la perpendicolarità al terreno spostando avanti il corpo (non il solo busto e soprattutto senza piegare le ginocchia e arretrare, come i più fanno) per evitare sovraccarichi alle ginocchia e ai quadricipiti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – La postura: definizione ed ergonomia

Dott. Mag. Ivano Pacucci – La postura ideale

Maestro Black Flag Wing Chun Riccardo di Vito – Retro e anteroversione del bacino

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi

 

Camminare in montagna: lo zaino


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

Camminare in montagna: l’autopercezione


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento

 

#TappaUnica3V perchè gli ho dato risonanza mediatica


C’è sempre chi approfitta di ogni più piccola occasione per diffondere maldicenze o tentare di screditare qualcuno, non ho notizia che sia successo con il mio lungo viaggio 2017, ma so che è successo con quello del 2016 e se tanto mi da tanto…. L’appiglio utilizzato è stato quello della risonanza mediatica che ho cercato di dare a TappaUnica3V, risonanza che quest’anno è stata ancora più pesante e mi ha visto invitare, oltre al Coordinamento 3V già invitato lo scorso anno, tutti i Sindaci e i Presidenti CAI (Club Alpino Italiano) dei Comuni attraversati o lambiti dal Sentiero 3V “Silano Cinelli”, nonché, da diabetico, il Presidente dell’Associazione Diabetici Bresciani e, per assonanza del gesto atletico, i responsabili di alcuni gruppo trail bresciani, due dei quali, per altro, hanno organizzato e organizzano eventi sportivi sul sentiero 3V.

Pur non mi ritenendomi in dovere di farlo (non devo certo giustificarmi per aver fatto quello che tanti fanno), ho pensato comunque utile e interessante dare corretta informazione in merito anche a questo aspetto del mio viaggio: perché gli ho dato risonanza mediatica e istituzionale?

In ordine decrescente di rilevanza, anche se la differenza è davvero minima…

  1. Perché il sentiero 3V è un percorso che merita più attenzione di quella che si è ad oggi guadagnata: molti lo conoscono ma pochi lo percorrono, specie in forma completa.
  2. Perché da diabetico ho voluto motivare quei diabetici che, impauriti dalla malattia, rinunciano allo sport.
  3. Perché da alpinista di lunga data mi dispiace veder aumentare sempre più la dipendenza dai mezzi tecnici (GPS e cellulari in primo luogo, ma anche previsioni meteorologiche, dissipatori, caschi, abbigliamento, eccetera), oggi spesso descritti come indispensabili mentre chi li utilizza “cum grano salis” viene definito con termini dispregiativi.
  4. Perché da escursionista profondamente integrato con l’ambiente montano e per questo talvolta vessato (invero più sui social che sul terreno alpino) voglio e devo far conoscere che se vestiti è bello #nudièmeglio.
  5. Perché voglio far capire che se, in montagna (ma anche altrove), capita d’incontrare qualcuno nudo non è necessariamente detto che sia un incosciente, un matto o un esibizionista, anzi.

Ecco, niente a che fare con il protagonismo, il desiderio di mettermi in mostra: fosse stato per me solo il giro l’avrei fatto in tutto silenzio coinvolgendo soli i parenti, gli amici più stretti e, attraverso i miei report, il lettori del blog!

#TappaUnica3V da dove parte?


Venerdì sera in Piazza Loggia a Brescia c’è un concerto (Mannoia), di cui sono venuto a conoscenza solo un mese fa quando sono stato contattato dalla segreteria del Sindaco di Brescia, da me invitato (insieme a tutti gli altri Sindaci dei comuni attraversati o lambiti dal sentiero 3V), per avvisarmi della questione e per garantirmi che avrebbero trovato loro la collocazione più idonea per una mia partenza da zona Piazza Loggia. Purtroppo ad oggi non ho ricevuto notizie e il contatto che mi era stato dato risulta irreperibile fino al 17 luglio, presumo abbia dato incarico a qualcun altro, se non ricevo informazoni in tempo utile valuterò sul posto.

In ogni caso i punti già ipotizzati e che quindi restano confermati sono:

  1. la piazzetta alla fine dei portici X Giornate (all’inizio di via Musei) dove per chi non ha notizia (ovviamente ho avvisato tutti coloro che conosco ho che hanno formalizzato intenzione d’essere presenti, ma ne restano molti che non posso avvisare) sarà più facile individuarmi;
  2. presumo nel punto sopra ci siano transenne e alti ostacoli per cui il punto più probabile e che preferire è piazzetta Tito Speri, molto piccola sarà facile individuarmi;
  3. come eventuale alternativa se anche la suddetta piazzetta fose inagibile, Piazza Paolo VI parte alta nei pressi del Broletto.

Come indicato nella scheda evento in zona c’è u autosilo (Piazza Vittoria) ma considerato il concerto sarà difficile trovarvi posto, si consiglia di parcheggiare attorno al punto di vero inizio del sentiero 3V a cui rientrerete accompagnandomi nel primi tratto di percorso.

Possibilità in ordine decrescente di possibilità spazi liberi

  • Distributore Esso in cima a via Turati (vicinissimo al punto suddetto)
  • Via Colle Fiorito, pure molto vicina
  • Via Giacomo Pederzoli, poco più avanti
  • Via Pier Fortunato Calvi, ancora più avanti ma comunque abbastanza vicina
  • Via Ugo Foscolo (Campo Marte)
  • Parcheggio a pagamento di Fossa Bagni
  • Parcheggio a pagamento di Piazzale Arnaldo
  • Zona clinica San Camillo (stradine attorno e a monte della clinica)

Emanuele

#TappaUnica3V il giro finale in tempo reale


Così come già fatto lo scorso anno, l’amico Tony Gialdini, titolare di Gialdini Sport Brescia, mi ha sponsorizzato prestandomi il tracciatore GPS SPOT attraverso il quale potrete seguirmi in tempo reale mentre percorrerò il giro dal 7 al 9 luglio. La trasmissione inizierà il 7 luglio alle ore 20.00, comunque il sito di tracciamento è già attivo al collegamento sotto riportato, per ora contiene solo dei punti di test, usatelo per memorizzarvelo tra i preferiti.

Segui in tempo reale Emanuele nel giro finale di TappaUnica3V 2017

Potrete così anche definire il momento giusto per venirmi ad accogliere all’arrivo di Urago Mella, previsto per le ore 17.00 di domenica 9 luglio.

Grazie Tony!

Raduno Nazionale 2017 de iNudisti


Dopo due anni di giustificata assenza, io e mia moglie siamo tornati a questo importante raduno ritrovandovi una piccola parte di conoscenze e tante persone nuove, in particolare si nota una sensibile diminuzione dell’età media, con la presenza di almeno quattro bambini (dai pochi mesi ai sei anni), e un bell’incremento delle presenze femminili, due inequivocabili segni di quanto il nudismo stia educativamente (ri)allargandosi nel tessuto sociale italiano.

Partiti da casa nel primissimo pomeriggio del venerdì, seppure infastiditi dal forte calore di una giornata afosa, il viaggio andava svolgendosi nel migliore dei modi finché, approssimandosi a Carpi, compaiono le segnalazioni di coda: la solita coda che qui si forma a causa (mannaggia a chi s’inventa certe cose) di una strozzatura da due corsie di marcia ad una sola, oggi per giunta complicata dalla presenza di un cantiere (ma perché in Italia non si riesce mai e ripeto mai, a fare un viaggio superiore ai cento chilometri senza trovare cantieri?). Finalmente eccoci in A1, qui le quattro corsie permettono di viaggiare agevolmente nonostante un traffico abbastanza sostenuto e la presenza dei soliti intelligentoni che viaggiano a bassa velocità mantenendosi, nonostante le corsie più a destra perfettamente libere, costantemente in terza o quarta corsia (ma lo conoscono il Codice della Strada?). A fronte di tutto siamo comunque quasi a Bologna e, vedendoci ormai a destinazione, felicemente imbocchiamo l’Adriatica. A destinazione? Giammai! Eccoci incolonnati in otto chilometri di coda causati da un incidente (scopriremo poi che si tratta di un camion rimasto in panne nel bel mezzo della prima corsia di marcia), alla fine il superamento del tratto che aggira la città di Bologna ci porta via quasi quanto il ben più lungo tratto da Desenzano a Carpi. Passata anche questa, velocemente perveniamo all’uscita di Castel San Pietro Terme (che bello avere il Telepass, fuori in pochi secondi), mancano solo una trentina di chilometri all’arrivo, possiamo dirci arrivati. Nuovamente la realtà è ben diversa dall’immaginato: quasi subito mi trovo davanti uno scuola bus che viaggia a passo d’uomo, impossibile il sorpasso, poco dopo un altro scuola bus esce da un piazzale e s’infila davanti: devo restare dietro per una decina di chilometri. Quando i due scuola bus finalmente cambiano strada, pochi metri e un trattore mi si piazza davanti: cavolo, mica poteva aspettare che passassi? Un paio di chilometri e finalmente ho strada libera. Faccio sfogare il motore affrontando il bel tratto di collina in modo sportivo e velocemente mi avvicino sempre più alla meta odierna: l’agriturismo Cà del Becco, collocato sulla sommità di una rotondeggiante collina dalla quale lo sguardo naviga su e giù per le altre colline tagliate da varie variazioni di colori e cosparse di isolati cascinali. Piantiamo la tendina e attendiamo l’orario di cena. Nel frattempo arrivano altri radunanti e l’attesa diviene più movimentata, saluti e chiacchiere si sommano uno all’altro. Vengono aperte le danze: un saporitissimo antipasto a base di salumi, tra i quali un inusuale e buonissimo salame di capriolo, e formaggio di capra insaporito con erbette, il tutto accompagnato dal gustoso e morbido gnocco fritto; un doppio primo altrettanto gustoso; un più classico roast-beef all’inglese ci conduce con leggerezza alla dolcezza finale. Si paga e tutti a dormire.

Sabato mattina ore sei, dopo una notte tranquilla, anche se per me in parte insonne e dolorosa (nonostante la tenda piccola ho scelto di usare i materassini gonfiabili alti e ho dovuto dormire rannicchiato), in attesa della colazione io e mia moglie percorriamo il sentiero che, discendendo la collina e passando tra diversi biotipi, porta al Santuario della Madonna del Rio: sono, tra andata e ritorno, tre chilometri di strada con un duecento metri di dislivello (andata in discesa, ritorno in salita), abituati a camminare li percorriamo in meno di un’ora, compreso il tempo per leggere i vari cartelloni descrittivi, quello perso per individuare la strada corretta ad un primo bivio dove un cancello appariva non apribile, altra breve digressione per attendere l’allontanamento di un toro e la brevissima sosta in fondo al percorso. Rientrati all’agriturismo facciamo la colazione condita da ottimi pasticcini fatti in casa e da una saporitissima frutta (invero c’erano anche latte di capra fresco e caldo e diversi tipi di yogurt, in ottemperanza al nome della struttura sempre di capra, che noi, però, non abbiamo assaggiato). Si parte per il luogo del raduno che raggiungiamo senza problemi in meno di mezz’ora, siamo tra i primi e possiamo parcheggiare sul lato del piazzale che resterà all’ombra per tutto il giorno. Tolti tutti i vestiti e preso quanto ci serve, ci incamminiamo per il breve sentierino che adduce all’Oasi di Zello, piccolo cascinale circondato da prati e boschi quasi incontaminati destinato dai suoi proprietari, quelli del Villaggio della Salute Più, alla nuda frequentazione. Maria, mia moglie, individua subito due sdraio piazzate in posizione strategica sotto le ampie e ombrose fronde di un grosso castagno, mentre io pago l’ingresso lei le raggiunge e le occupa: qui, salvo brevi allontanamenti per salutare gli amici che man mano arrivano, passeremo comodamente sdraiati l’intera mattinata, prima soli poi in compagnia di alcuni compagni di escursione: quest’anno ho ufficialmente coinvolto anche gli Amici di Mondo Nudo e nella mattinata qui ci ragigungono Angelo, Daniela, Pier e infine Vittorio. Nel pomeriggio prepariamo la zona per la prima parte del momento dedicato a Mondo Nudo, purtroppo l’unico punto dove poter appendere i pannelli fotografici creati da Vittorio è in pendenza e quando chiamiamo a raccolta le persone ci viene richiesto di spostarci finendo, con disappunto di Vittorio, il nostro magnifico lettore, col fare la presentazione e la lettura lontani dallo scenario faticosamente allestito. Mi aspettavo una bella partecipazione a questo momento, invece solo una dozzina di persone seguono la mirabolante “esibizione” di Vittorio che, con fare altamente professionale, esegue le letture e, nonostante non abbia potuto usufruire di microfono e casse, sebbene un paio di persone presenti nei dintorni non si facciano riguardo e continuino rumorosamente a chiacchierare tra di loro, ci dona un piacevolissimo susseguirsi di sensazioni.

Risuonano nel prato i meritati applausi, pian piano usciamo dal limbo emotivo in cui Vittorio ci aveva condotti: è ora di passare al momento dedicato all’escursionismo! Prendo le fila del discorso, anticipo quello che andremo a fare e invito le persone interessate a indossare calzature più adeguate delle ciabatte. Alcuni di coloro che hanno seguito la lettura si allontanano, sostituiti da pochi altri: deludente il limitato numero di persone che mi seguono per il prato in direzione del sentiero che sale la collina, soprattutto considerando che ci troviamo in un’oasi definita naturista, che la maggioranza dei presenti amano definirsi naturisti piuttosto che nudisti, uhm evidentemente il naturismo non è amare e praticare la natura ma piuttosto osservarla da lontano restandosene immobili sulle sdraio! Approfitto d’una zona ombreggiata per fare il primo punto didattico: quali scarpe usare? come allacciarle? Ripartiamo e ci portiamo alla base di una salita più sostenuta, secondo punto didattico: come si mettono i piedi? come ci si muove? come si affronta una salita? Nasce qualche domanda, in particolare attorno al camminare a piedi nudi. Percorriamo la salita, ci prolunghiamo oltre i limiti dell’oasi per allungare un poco il breve anello disponibile e per disporre di una prima discesa non particolarmente accentuata. Come si affronta una discesa? Spiegazione e sperimentazione, inizia la parte più delicata del momento didattico: se in salita più o meno tutti assumono un atteggiamento sostanzialmente corretto, in discesa avviene l’esatto opposto, i più assumono un atteggiamento scorretto. Nel traverso che porta alla seconda e ben più ripida discesa spiego l’atteggiamento da usare camminando sui diagonali, purtroppo alcuni si stanno perdendo in chiacchiere diverse: già, le cose che sto dicendo appaiono scontate e molti, spesso proprio quelli che più ne avrebbero bisogno, le considerano banali e inutili. Eccoci al lungo discesone finale ed eccoci alla cosa più difficile da farsi eppure la più utile e necessaria: alcuni ci provano e alcuni ci riescono, tutti dovranno comunque lavorarci sopra, qui l’obiettivo non è quello d’insegnare ma solo di far capire che esistono delle tecniche di cammino e che non sono scontate. Al secondo più breve giro una buona parte si dilegua: fa troppo caldo è vero, ma… l’escursionista si vede in questi frangenti! Comunque mi sembra che il segnale sia arrivato a destinazione, verificheremo nelle prossime uscite di VivAlpe e, per i discoli, saranno bastonate eheheh. Ancora un’oretta, Vittorio deve ripartire per casa, lo aiutiamo a caricare i bagagli, lo salutiamo e poi ci appropinquiamo alla semplice cena (piadina e salsiccia) organizzata dallo staff de iNudisti con l’aiuto dello staff dell’oasi. Arriva Cristina, reduce da un matrimonio gli mancano molte cose, innanzitutto i viveri, poi materassino e sacco a pelo, rimediamo alla meglio. Inizia il momento serale, parte la musica e iniziano le danze: chissà mai perché, seppure la temperatura sia decisamente confortevole, a questo punto saltano fuori, in particolare per le donne, ma anche per diversi uomini, parei o addirittura vestiti interi, è un condizionato atteggiamento che, insieme a quello analogo che si osserva ai pasti, sconfessa alcune delle affermazioni tipicamente fatte a sostegno della nudità e rende assai più difficile sostenere il confronto con quei pochi che si oppongono strenuamente alla diffusione del nudo sociale!

Domenica mattina, come mio solito mi sveglio prima delle sei, poco dopo si sveglia anche Maria seguita a breve da Pier e Cristina. La sera prima Pier era uscito per un giretto e aveva incontrato diversi caprioli, quindi si arma di tutto punto e parte per una caccia fotografica, noi la prendiamo un poco più comoda e ci avviamo poco più tardi su per la collina. Incrociamo Pier che ridiscende dopo aver incontrato e filmato tre caprioli che pascolavano in un prato più in alto, proviamo ad andarci anche noi ma dei caprioli non c’è più segno, peccato. Ridiscendiamo e a un certo punto incappiamo nell’istruttivo segnale della natura: a lato del sentiero, troviamo un piccolo di capriolo, il ventre aperto mostra le costole e l’assenza d’interiora, ancora il sangue è rosso e poco rappreso, il fatto è successo da poche ore, alcuni piccoli fori sulla gola, certamente è stato ucciso da una volpe. Giunti a valle Pier ci mostra le riprese di un piccolo di capriolo che gli ha attraversato la strada poco dopo il nostro incontro.

Facciamo colazione e smontiamo la tenda, riprendiamo la nostra postazione strategica e, alternando dormitine a chiacchiere, facciamo passare la giornata. Nel pomeriggio, su sollecito di Francesca (già partita a metà mattinata insieme al marito e alla figlia), avrei dovuto ripetere il momento didattico escursionistico per altri tre radunanti, più volte mi porto alla loro collocazione ma non li trovo o non li riconosco, ma nemmeno loro mi contattano: forse non ne sono veramente interessati? Mi faccio il giro in solitaria provando la corsa che, salvo due brevi pause all’inizio e alla fine del tratto di più ripida salita, riesco a portare per l’intero anello. Si approssimano le sei della sera, è ora di prepararsi alla partenza, una bella doccia, si recuperano tutte le cose, si salutano gli amici, si carica l’auto e… partenza per un viaggio di ritorno assai più sereno di quello dell’andata: temperatura più confortevole, traffico meno intenso e nessuna coda. Siamo a casa, restano solo i ricordi di questo ennesimo bel raduno, meno intenso dei precedenti (quando ero parte dell’organizzazione) ma proprio per questo più rilassante e goduto.

Raduno Nazionale de iNudisti, un’esperienza da fare, un’esperienza da ripetere, un’ottima occasione per chi, anche temendo di non essere subito in grado di spogliarsi, volesse avvicinarsi al nudo sociale, una splendida opportunità per chi non comprende il motivo del mettersi a nudo. Raduno Nazionale de iNudisti, non una legenda bensì una realtà, una grande, magnifica realtà!

#TappaUnica3V incontra l’osteopata


Come sapete ultimamente ho avuto a che fare con i medici per via di un problema al ginocchio sinistro e in tale occasione, seppure nella prima visita specialistica sia rimasto soddisfatto per l’attenzione e la dedizione dell’ortopedico, ho alla fine riscontrato ancora una volta quanto già avevo scritto altre volte:  molti, troppi, medici operano a comparto stagno, ossia magari ti lasciano anche parlare ma poi tra tutto quello che hai indicato scelgono un solo problema (non saprei dire con quale criterio) e focalizzano l’attenzione solo su di quello gestendolo solo dallo specifico punto di vista della loro specializzazione, tralasciano ogni possibile interazione con il resto del corpo, rifuggendo dalla cooperazione con altri specialisti e, per finire, “tentando” più o meno improbe soluzioni solo con quello che è nelle loro specifiche competenze. Così è che, dopo aver speso un paio di centoni tra visite e “cure” (tra virgolette perché alla fine sono stati principalmente antidolorifici), con preoccupazione crescente mi ritrovo con il mio problema pressochè invariato: sono sì spariti alcuni dei dolori e si è attenuato quello alla testa del perone (ma ritengo più che altro perché ho pensato bene di alleggerire gli allenamenti, riducendo notevolmente i chilometri), ma ne sono comparsi altri e si è creata una strana sensazione tensiva tutt’attorno al ginocchio sinistro.

A volte, per fortuna, il passaggio dalla preoccupazione alla speranza avviene improvvisamente e casualmente: sono andato a una festa e ci ho conosciuto una persona speciale, un grande professionista profondamente innamorato del suo lavoro, un ex maratoneta, istruttore di yoga e, quello che più conta in questo contesto, rinomato osteopata che si occupa anche di mantenere in massimo splendore gli atleti della nazionale canadese di sci alpino. Alessandro, così si chiama questo nuovo amico, dopo aver casualmente sentito il racconto delle mie recenti vicissitudini mediche e del lungo cammino che sto andando ad affrontare, si è immediatamente offerto come sponsor proponendomi una valutazione osteopatica e successiva manipolazione. Sebbene non vi abbia mai fatto ricorso ho sempre avuto fiducia nella figura dell’osteopata, pertanto, ho accettato e… risultati che mi permetto di definire grandiosi: svaniti i dolori alle ginocchia, insieme a quelli allo snodo mandibolare e al collo che da alcuni giorni mi stavano pure torturando; scomparsa pure la sensazione di tensione attorno al ginocchio sinistro, sostituita da una piacevole sensazione di rilassamento e morbidezza; subito dopo il trattamento mi sentivo morbido, dopo un’ora mi sembrava di camminare sfiorando il terreno anziché di sbatterci sopra ad ogni passo; nei giorni a seguire noto cambiamenti anche a livello propriocettivo (movimenti di ripristino dell’equilibrio decisamente più veloci e molto meno ampi), inoltre sento il mio corpo modificarsi come se in esso si fosse attivato un piacevolissimo vivo processo di trasformazione. È stato meraviglioso ascoltarlo mentre mi spiegava quello che stava facendomi e quello che notava, è stato fantastico notare che in pochi secondi aveva compreso la natura esatta del mio problema al ginocchio, è stato eccezionale sentire che percepiva le zone dolenti senza che io proferissi parola, che col solo tocco delle mani s’è reso conto della mia abitudine al bere molto poco, dell’intestino che funziona a singhiozzo, della potenza nascosta nel mio corpo (“una Ferrari senza meccanici che l’accudiscano”).

Bello, bello, bello!

Chissà mai perché c’è in generale una bassa considerazione verso la figura dell’osteopata, chissà mai perché i medici tendono a ignorarla, chissà mai perché né il mio medico generico né l’ortopedico che mi ha visitato mi hanno consigliato di ricorrere ad un osteopata? Dopo aver sperimentato su me stesso l’effetto di un solo trattamento osteopatico, sono ancora più profondamente convinto dell’importanza di tale figura, l’unica (o quantomeno una delle pochissime) che a fronte di un problema anche localizzato esegue una valutazione sulla globalità del corpo, tanto convinto che a lei voglio presto dedicare un articolo specifico: un’intervista a questo mio nuovo fantastico amico.

Grazie Alessandro, ora le certezze di chiudere il giro si sono rifatte assai salde. Sto seguendo alla lettera le tue indicazioni. Grazieeeee!

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento

Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

Proverbiamo


Molti utilizzano i proverbi come fossero prezzemolo, ce li cacciano ovunque, talvolta a sproposito, spesso, per non dire sempre, senza averli profondamente ragionati.

Si dice che ogni proverbio contiene un fondo di verità, è giusto?

Beh, si, molti proverbi contengono un fondo di verità, a volte anche più di un solo fondo, sono quei proverbi nati dalle lunghe osservazioni fatte da remoti contadini, pastori, boscaioli, cacciatori, pescatori, ossia da quelle persone che vivevano in natura e di natura, dovendola pertanto ben conoscere e prevedere: “rosso di sera bel tempo si spera”; “quan chel fioca so la foia de fa l’inveren ghe na mia oia” (“quando nevica sulla foglia di fare l’inverno non ne ha voglia”);  “luna in pie marinà a butà, luna a butà marinà in pie” (“luna in piedi marinaio a dormire, luna sdraiata marinaio in piedi”); eccetera.

Altri, però, sono di altra natura, risultano scollegati ad ogni evento atmosferico, trattano piuttosto dei comportamenti sociali: “il denaro non fa la felicità”; “chi troppo vuole nulla stringe”; “sposa bagnata, sposa fortunata”; “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; “fai buon viso a cattiva sorte”; eccetera. Tutti questi sono di origine incerta e si possono addebitare a due possibili motivazioni: la necessità dei poteri di mantenere il controllo sulle genti; la necessità delle genti di consolarsi a fronte della loro condizione di sudditanza, ma più recentemente anche la necessità di giustificarsi della propria immobilità. Personalmente credo che la prima motivazione sia più credibile, la seconda è subentrata in seguito alla promulgazione dei detti proverbi, ma alla fine poco importa quale sia la vera origine, quello che conta è l’analisi: quello che dicono è corretto? No, non lo è, e invero non è nemmeno tanto consolatorio, anzi.

Il denaro non fa la felicità

Vero che anche i ricchi conoscono il dolore, la malattia e la morte, quindi la tristezza e l’infelicità, altrettanto vero che grazie ai loro averi possono permettersi di ricorrere ai più qualificati medici, possono procurarsi le migliori cure, possono abbandonarsi al sonno eterno senza il patema di mettere nei guai economici i propri eredi. Insomma, se è ben vero che i soldi non fanno la felicità e indiscutibile che danno un grande contributo per raggiungerla, d’altronde quanti sono i ricchi che, al grido “voglio essere felice”, regalano tutti i loro averi? Perché vi sono così legati? Evidentemente tanto infelici non sono! Ma se fanno credere di esserlo gli altri non saranno presi dalla voglia di arricchirsi, magari a spese proprio di chi già ricco lo è. Insomma un proverbio molto comodo per mantenere le mani della plebe (oggi delle genti) lontano dai soldi della nobiltà (oggi dei poteri economici e di chi li detiene).

Chi troppo vuole nulla stringe

Può certo capitare che impegnandosi su troppi fronti si faccia fatica a raggiungere anche uno solo degli obiettivi prefissati. Altresì e assolutamente provato che ponendosi obiettivi molto bassi alla fine si resta assai limitati, si è impossibilitati a raggiungere mete importanti. Nelle contrattazioni di ogni genere, poi, è noto che, specie se ci si presenta deboli e remissivi (e debole risulta palesemente colui che parte con bassissime richieste), si ottiene sempre meno di quello che si chiede e se si chiede poco si ottiene zero, indispensabile puntare sempre al massimo di quello che si vorrebbe (ovviamente con un occhio realistico), c’è sempre poi tempo per le trattative. Aver condizionato le genti ad essere sempre poco pretenziose ha permesso e tutt’ora permette a chi detiene i poteri (economici, sociali o politici che siano) di mantenere il pieno controllo sugli altri, di agire a suo unico vantaggio, di promulgare come lecite pratiche invero fraudolente.

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti

C’è da distinguere tra riso e riso, quello sguaiato e ingiustificato siamo assolutamente d’accordo, ma quello contenuto e giustificato no, questo non solo è sano, ma addirittura necessario: gratificarsi è importante e poi vivere con il sorriso aiuta ad essere realistici o addirittura positivi. Ovvio che, se no ricadremmo nell’atteggiamento che sto analizzando e disincantando, non possiamo sempre ridere e non dobbiamo necessariamente ridere di fronte a tutto e a tutti, ma possiamo e dobbiamo farlo quando le circostanze lo meritano. Faccio notare poi che il riso non è solo quello della bocca, comunque importante nella comunicazione verso gli altri, ma anche quello interiore, quello della nostra psiche, del nostro animo, importantissimi per noi stessi. UN popolo felice è un popolo difficilmente dominabile, un popolo triste è un popolo che si preoccuperà della sua sopravvivenza essenziale e, pertanto, disattento a quanto succede a livelli sociali più alti.

Lasci a voi ragionare sugli altri proverbi di questo genere, alla fine le considerazioni sono sempre le stesse e la logica finale identica: ci vogliono fregare!

 

Il problema del #nudo


Molti nudisti lo chiamano naturismo e si definiscono naturisti.

Molti nudisti approvano la censura del nudo.

Molti nudisti praticano l’autocensura.

Molti nudisti approvano la pixellatura delle immagini di nudo.

Molti nudisti disapprovano chi si mostra nudo in modo aperto e sincero anche fuori dagli specifici contesti.

Molti nudisti confondono i ghetti nudisti con l’opportunità.

Molti nudisti considerano giuste le limitazioni a cui sono assoggettati.

Molti nudisti si accontentano del poco spazio che hanno.

Molti nudisti si mettono a nudo solo all’estero.

Molti nudisti lo tengono gelosamente segreto.

Molti nudisti si lamentano e basta.

Molti nudisti si esimono dal partecipare alle azioni di informazione, divulgazione e manifestazione.

Molti nudisti appellano in malo modo chi si oppone al nudo.

Molti nudisti si rifiutano di comprendere che dietro ad ogni opposizione al nudo esiste pur sempre una motivazione, seppure poco o nulla condivisibile.

Molti nudisti non sanno (non vogliono!) dialogare con chi si oppone al nudo.

Molti nudisti danno agli altri (persone, media, società, istituzioni, politici, operatori, guardoni, esibizionisti) la colpa dell’opposizione al nudo e delle pressoché nulle opportunità per stare nudi.

Molti nudisti rigettano le immagini di nudo usate da pubblicità e riviste.

Molti nudisti contestano le trasmissioni televisive che mostrano il nudo, pixellato o meno.

Molti nudisti ritengono sempre e comunque doveroso rivestirsi quando si avvicina qualcuno vestito.

Molti nudisti ritengono logico che le persone possano entrare vestite in una spiaggia nudista mentre da questa non si possa uscirne nudi.

Molti nudisti promuovono l’anormalità del nudo.

Molti nudisti ritengono il nudo praticabile solo in limitati contesti.

Molti nudisti rigettano l’idea del nudo lecito sempre, comunque  e ovunque.

Molti nudisti trasmetto vergogna verso il nudo.

Molti nudisti…

Uhm, vuoi vedere che il problema del nudo sono i… nudisti!

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

#VivAlpe un’altra bella giornata


Seppure ridimensionata nel percorso, quindi nel chilometraggio e nel dislivello, l’ennesima escursione del programma VivAlpe 2017 è stata portata a termine. Tre dovevano essere i partecipanti, due alla fine si ritrovano presso l’Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva: io, che ho passato la notte camminando sulla prima parte dell’anello (Anello Altisismo del 3V), e Vittorio, che arriva con forte ritardo per l’inutile attesa di Cristina, la quale ha “preferito” ignorare la sveglia antelucana e continuare a dormirsela alla grossa.

Splende il sole sui monti dell’alta Val Trompia, in basso le case di San Colombano e Collio appaiono velate da una leggera foschia, a sinistra i versanti settentrionali di Dosso Alto, Corno Barzò, Corna Blacca e Monti di Pezzeda ancora attendono l’arrivo del sole, a destra la lunga costiera che dal Maniva si spinge vero la Pianura Padana già ha assunto accesi colori: salvo quelle sorprese che la montagna sempre può riservare, si annuncia una giornata luminosa, calda e solare.

Dopo una, per me, meritata colazione e un veloce caffè per Vittorio, ci mettiamo in cammino imboccando la stradina sterrata che sale verso il Dasdana. Un breve tratto di asfalto porta alla lunga e in parte ripida rampa erbosa del Dasdanino che viene raggiunto velocemente. Passo del Dasdana e immediata salita al Monte Dasdana, dalla cui sommità lo sguardo naviga liberamente tutt’attorno: le gemme bluastre del Lago di Dasdana e dei Laghi di Ravenola, i bianchi candori del Bernina e dell’Adamello, le cupe rocce del Cornone di Blumone e del Brenta, le varie tonalità di verde dei pascoli e delle praterie di montagna che costellano le tante dorsali montuose che uno dopo l’altra movimentano il territorio.

Foto ricordo e poi di nuovo in marcia, breve discesa e altrettanto breve risalita alla prima Colombina, poi la più dura salita della seconda Colombina, ecco la comoda mulattiera che, tra un mare di splendide anenomi alpine, con stretti tornanti e lunghi mezzacosta porta alla vetta del Monte Colombine, punto più altro del sentiero 3V (2217m). Anche da qui la vista spazia liberamente, il riconoscimento delle varie vette è facilitato, quando diversamente da oggi la foschia di calore non ottenebra la visuale, da un’apposita rotonda tavola metallica. Abbiamo recuperato il tempo perso e possiamo concederci un attimo di pausa per due foto, che un momento di solitudine ci ha permesso di fare nel nostro abito di natura, e una fugace merenda.

Immersi nelle nuvole che si sono nel frattempo alzate dalla valle e, a sprazzi, invadono la cresta che stiamo percorrendo, osservati da un branco di capre, scendiamo al Goletto di Cludona per subito incamminarci verso il Passo delle Sette Crocette dove arriviamo in perfetto orario di marcia. Brevissima fermata per l’ormai rituale foto di Vittorio a spirito libero e riprendiamo il cammino per imboccare il sentiero che ci porta verso la lunga discesa. Finalmente possiamo senza tema donare al nostro corpo quel respiro a cui sempre anela e, nudi, percorriamo il lungo diagonale del Dosso Croce, una breve discesa, un altro lungo diagonale ed eccoci ai vasti pascoli soprastanti Malga Croce dove, appollaiati su alcuni massi accatastati, ci concediamo l’unica vera sosta di tutta la giornata: venti minuti per pranzare.

Ripartenza, seguendo la traccia che percorre il largo costone ci abbassiamo un poco finché sulla sinistra si diparte un altro costone, qui abbandoniamo la traccia e per dolcemente morbido terreno libero scendiamo obliquando a sinistra, alcune deboli tracce di passaggio ogni tanto appaiono tra le erbe del pascolo, il sentiero indicato sulla carta invero non esiste, ma non è un problema basta mirare alla verde gobba del Dosso Canali. Attraversata una stradina segnalata che raccorda le malghe sul lato Bovegno a quelle sul lato Collio, si riprende a scendere lungo il costone erboso ora con una più evidente traccia di passaggio. Massaggiati dalle erbe, accarezzati dal sole, accoccolati dalla nudità, senza sosta perdiamo costantemente metri di quota, ormai siamo prossimi a Malga Canali che vediamo nitidamente poco sotto di noi, voci risuonano nella prateria, siamo purtroppo costretti a interrompere lo stato di grazia e imporre alle nostre membra il cilicio dei pantaloncini.

Ultimi metri nell’erba e siamo alla strada sterrata nei pressi di Malga Croce, la seguiamo fino alla malga dove possiamo renderci conto che invero è deserta, le voci che poco prima avevamo avvertito arrivano da molto più in basso dove nei pressi di una cascina un grosso nucleo di persone e bambini sta per finire il loro pranzo all’aperto: mannaggia, ma tornerà il fastoso giorno in cui sarà riconosciuta la naturale decenza ai corpi e le persone potranno, volendolo, starsene tranquillamente e salutisticamente nude, nude sempre, comunque e ovunque!

Vai a sapere perché, forse una disperata rassegnazione all’ormai prossima entrata in paese, invece di rimetterci in libertà percorriamo l’ultimo chilometro di desertica natura con i pantaloncini calzati. Le gambe, con la complicità della psiche che assapora l’imminente arrivo all’auto, iniziano a farsi dure e spontaneamente rallentano il passo. Sosta ad una fontana per rinfrescare la pelle dalla lunga esposizione al sole e all’aria, la lunga asfaltata comoda discesa da Memmo a Collio ed eccoci al parcheggio: anche questa è fatta, noto negli occhi e nell’espressione del mio compagno di viaggio una grande felicità e questo rende ancor più mirabile questa giornata. Grazie Vittorio, grazie della tua presenza, grazie del tuo coraggio, grazie e a presto.

Che bella #società


Cogito ergo dubitoMi guardo in giro, osservo, considero, analizzo, penso e…

Cantieri stradali pressoché permanenti.

Buche in perenne (ri)formazione.

Si costruiscono sempre più strade senza minimamente incidere sul tracollo del traffico.

Strade ad alto scorrimento con un limite di velocità di 90 o addirittura 70 chilometri all’ora.

Strade a 90, 11o o più chilometri all’ora dove, però, la massiccia presenza di camion comporta una velocità massima di 70 chilometri all’ora.

Case nuove bruciano il verde e abbandonate case vecchie vanno in rovina.

Persone che abitano in zona A e vanno a lavorare in zona B, persone che abitano in zona B e vanno in zona A a fare gli stessi lavori delle precedenti.

Soldi che mancano, prezzi che crescono.

Lo stato pubblicizza la mortalità delle sigarette e poi continua a produrle.

Lo stato impone l’obbligo di vaccinazione ai bambini con la motivazione che serve a proteggere la società dalle malattie e poi alimenta abitudini (ad esempio fumare), produzioni (sigarette in primis) e sistemi (cure chemioterapiche, termovalorizzatori, congestione del traffico, eccetera) che ammalano la società anche più delle malattie gestite dai suddetti vaccini.

Gazze che danno del ladro alle volpi, volpi che danno del furbo alle gazze.

Comici che fanno i politici, politici che fanno i comici.

Sulla strada molti si comportano come se le regole fossero state scritte solo per gli altri.

Soste in seconda, terza, quarta fila.

Sorpassi delle code.

Improvvisi stop e lunghe fermate in piena corsia di marcia.

Vetture lente che non badano alla coda che si forma dietro a loro.

Chi, per non fare la coda, finge di non conoscere la corsie che vanno a morire o approfitta degli svincoli per uscire qui e rientrare poco più avanti.

Motocrossisti e ciclisti danneggiano senza remore i sentieri che sono costati soldi e sudore agli escursionisti.

Esaltazione della furbizia, denigrazione dell’onestà.

Cure vendute come prevenzione, prevenzione venduta come imbroglio.

Invito alla diagnosi precoce, distruzione del processo di mantenimento in salubrità.

Invito (all’eccesso) igienico, uso indiscriminato di medicinali indebolenti e leganti.

Si ragiona per stereotipi e poi ci si offende per le generalizzazioni.

Ci si lamenta di tante cose ma se qualcuno propone delle possibili soluzioni se ne contestano le virgole e se proprio non si trova nulla da ridire si passa al “tanto non verranno mai approvate / adottate” oppure al “ci sono cose più importanti a cui pensare”.

Si contestano i discorsi di parte attraverso discorsi altrettanto di parte.

Si giudica le altrui idee non per i loro contenuti ma per la fede politica di chi le manifesta: se è la stessa sono sempre giuste, se è diversa sono sempre sbagliate.

Si contestano i cementifici ma non si rinuncia alla casa in cemento.

Si contestano le cave di marmo ma non si rinuncia ai marmi in casa.

Si vorrebbero spogliare le donne mussulmane dei loro veli ma ci si rifiuta di spogliarsi dei propri costumi da bagno.

Si ritiene pericoloso chi nudo mostra evidenza dell’essere disarmato, si pretende che miliardi di persone girino vestite potendo così nascondere armi proprie e improprie.

Si offende chi sceglie di vivere nella normalità del nudo, si osanna chi veste in modo provocante.

Si censura chi nel nudo risulta pienamente rispettoso della dignità degli altri, si pubblicano e si apprezzano foto e commenti irrispettosi verso il genere femminile o verso gli altri in genere.

Le istituzioni continuano a parlare di ecologia e natura poi manifestano dissenso verso il nudo sociale.

Eh sì, viviamo proprio in una bella società!

P.S.

Per chiudere con una giusta nota di positività, cambiare, quantomeno avviare il processo di cambiamento, è facile, molte soluzioni sono già esistenti (telelavoro, telescuola, nudo sociale, chilometro zero, eccetera), basta volerlo, volerlo tutti insieme: persone, società, istituzioni!

Progetto fotografico “Con e senza” della fotografa Sophia Vogel


Foto di Emanuele Cinelli

Si moltiplicano i progetti basati sul nudo, dalle manifestazioni di protesta agli spettacoli teatrali, ecco quello della fotografa Sophia Vogel: una serie di doppi scatti fotografici di persone nell’atto di compiere azioni del loro quotidiano, il primo scatto da vestiti, il secondo da nudi.

“With and without” (“Con e senza”).

Mondo Nudo ha ormai imparato che quella della normalità del nudo è la strada da percorrere al fine di superare gli ultimi baluardi d’opposizione ad un nudo sano e libero; queste foto esemplificano molto bene tale concetto.

Vestiti è bello, nudi anche, anzi… #nudièmeglio!

#FemicidioEsGenocidio (Fuerza Artística de Choque Comunicativo) – YouTube


Messaggio chiaro e potentissimo, non serve aggiungere altro!

#FemicidioEsGenocidio (Fuerza Artística de Choque Comunicativo)

Con #VivAlpe per creste e valli della #ValBertone


Dal parcheggio della Val Bertone partiamo in quattro: io, Attilio, Paola e Vittorio. Seguendo un sentiero che, sebbene utilizzato dai motocrossisti locali (ne incontriamo alcuni impegnati in lavori di ordinaria manutenzione del tracciato), nemmeno la carta riporta, allietati da diversi Iris e rinfrescati dal bosco, in quaranta minuti siamo al colle di Sant’Eusebio dove, immersi nell’affollamento tipico della zona, troviamo gli altri sei partecipanti: Alessandro, Marco, Francesca, Luise, Angelo e Daniela. Dopo i saluti resi ancor più calorosi da un lungo periodo di lontananza, a gruppo completo ci incamminiamo per il sentiero che s’inerpica sulle ripide pendici erbose del lungo crinale separante il bacino idrografico del Garza da quello del Chiese. Poche decine di metri e siamo sul filo di cresta, a destra la vista si allunga verso la Val Sabbia e i monti che la circondano, a sinistra possiamo vedere l’abitato di Caino e più lontano alcune delle case di Nave e un piccolo pezzetto della vicina città (Brescia).

Passate due piccole case abbandoniamo la cresta per prendere un pur sempre panoramico traverso a mezza costa nei prati, segue una breva risalita e rieccoci sul filo del crinale che ora dovremo a lungo seguire fedelmente. Il sole picchia sul terreno scoperto, tra chiacchiere, panorami e coturnici (o starne?) continuiamo il nostro cammino sulla cresta ora fattasi assai sottile, da qui appare una bella porzione del lago di Garda, alla sua sinistra, di poco celata dall’aguzza piramide del Pizzoccolo, l’inconfondibile sagoma del Monte Baldo ormai definitivamente sgombro da qualsiasi residuo di neve. Vuoti capanni da caccia con le loro piccole radure erbose di tanto in tanto spezzano la linearità della vegetazione, una solitaria casetta appollaiata su di un panoramico poggio attira l’attenzione dei miei compagni. Poco dopo, in corrispondenza d’uno scabroso passaggio roccioso, incrociamo due motocrossisti che procedono in senso contrario al nostro, salutandoli lasciamo loro il passo per riprendere subito dopo il nostro cammino. Passato un bel poggio erboso e aggirata, seguendone la spartana rete di recinzione, una quasi invisibile casa, eccoci ad un breve tratto di cemento che, prima in discesa poi in ripida salita, ci porta proprio sull’uscio di un’altra casa. Un boschetto di basse piante coi rami che sporgono pressoché orizzontali a formare ampi ombrelli di foglie s’offre a noi per una rinfrescante fermata. Con breve salita raggiungiamo una comoda strada sterrata e, passando accanto ad altre isolate case, alternando le chiacchiere a momenti di estasiante osservazione del paesaggio e della natura che ci circondano, perveniamo al Passo del Viglio dove imbocchiamo lo stretto sentiero che scende sul fondo della Val Bertone.

Un bel bosco ci ridona frescura mentre con rinnovato passo veloci scendiamo. Sotto di noi il solco vallivo man mano si fa meno profondo e lontano, alcune svolte, un tratto invaso da un rivolo d’acqua e siamo sulla sterrata che sale al Passo del Cavallo. Incrociamo un signore col quale scambiamo cordialissimi saluti, Paola chiede e ottiene informazioni sul dove trovare acqua potabile e proseguiamo. Mi fermo ad aspettare Angelo e Daniela rimasti piuttosto indietro: li farò scendere al torrente per una variante che evita un ripido tratto di salita. Nel frattempo gli altri raggiungono il guado dove inizia il tratto “avventuroso”: abbandonata ogni traccia seguiranno il torrente fino a ricongiungersi con me e gli altri due amici. Dopo un primo tratto ghiaioso il solco fluviale s’incunea tra pareti rocciose a formare un piccolo canyon, saltando di placca in placca lo discendono, una paretina verticale gli permette di evitare e superare il salto di una cascata. Seguendo le sinuosità del torrente, riprendono a camminare su pianeggianti ghiaie circondate dal bosco, alcune piante cadute obbligano ad una piacevole ginnastica. Riunitici proseguiamo ancora un poco oltrepassando facilmente la seconda cascatella, ancora alcuni metri e, raggiunta una boscosa strettoia della valle che forma una zona ombrosa, ci concediamo la sosta pranzo.

Data la doverosa pace agli stomaci giustamente affamati visto il forte ritardo sui tempi di marcia dobbiamo rimandare la prevista lettura da parte dell’amico Vittorio, nostra fonte di cultura e splendido lettore. Percorriamo ancora un pezzo di piano torrente e quando questo s’incunea in un stretto solco ingombro di piante lo abbandoniamo per prendere un sentierino che, alzandosi sul fianco della valle, ci riporta al torrente poco più avanti per subito riabbandonarlo alzandosi sul ripido fianco erboso a picco su di una profonda forra qui scavata dalle acque. Attraversata una fascia boschiva, perveniamo alla strada sterrata della Val Bertone e, passo dopo passo, rapidamente ci avviciniamo alla zona attrezzata con tavoli e barbecue, prevedendone l’affollamento noi maschi indolentemente ci rimettiamo i pantaloncini, mentre Francesca, altrettanto faticosamente, sbuffando reindossa mutandine e reggiseno. Forzatamente riallineatici al dogma sociale, cercando di non pensare ai segnali di fastidio emessi dai nostri corpi dopo ore di libertà, stupiti per le tante persone completamente abbigliate nonostante il sole cocente, sfiliamo oltre e proseguiamo lungo il largo e ben tenuto sterrato della bassa Val Bertone. In breve siamo al parcheggio di partenza, portiamo al Colle di Sant’Eusebio coloro che qui avevano lasciato l’auto, baci e abbracci con quelli che partono subito, in cinque restiamo per un ultimo momento davanti ad una bella birra presso il bar del colle.

Un’altra piacevole escursione s’è positivamente conclusa, allietata dal cielo sereno e riscaldata da un cocente sole, restano, ben impressi nella nostra mente, i bei ricordi, ai quali si sommano la soddisfazione del cammino, il piacere della compagnia, l’energia della nudità e l’aspettativa delle prossime uscite insieme. Grazie amici, grazie di cuore per l’ennesima vostra partecipazione, grazie!

Con tutti i problemi che abbiamo…


“Con tutti i problemi che abbiamo ci mancherebbe anche di dover vedere persone nude in giro!”

“Con tutti i problemi che abbiamo ci mancherebbe anche di perdere tempo a discutere di leggi sul nudismo!”

“Ma che volete voi nudisti, che si perda tempo per voi?”

“Ci sono cose ben più importanti del nudismo di cui parlare.”

Eccovi qualcosa che vi può semplificare la vita. NO GRAZIE, SIAMO TROPPO OCCUPATI!

Il coraggio di chi combatte contro #cyberbullismo e #revengeporn


Tempo addietro avevo messo giù un mezzo articolo sulla questione, poi non ho più avuto tempo per chiuderlo, nell’attesa di poterlo chiudere approfitto di questo reblog per divulgare la problematica e manifestare il mio pieno supporto a questa campagna.

Al di là del Buco

Banner della nostra campagna contro il revenge porn

Ci risiamo. Basta che una donna alzi la testa e mostri orgoglio per se stessa, ci mette il corpo e la faccia, ci mette la forza e un coraggio che voi, si voi, quelli e quelle che si divertono a insultare o a dispensare lezioni moraliste sulla decenza o sul “te la sei cercata”, non avrete mai. Basta questo e tante “amabili” persone fanno di tutto per fargliela abbassare, la testa. Perché deve stare con gli occhi puntati in basso, con la vergogna e il senso di colpa a nascondersi, così dicono le regole di chi alla fine ti vuole proprio morta. Ci vuole coraggio per raccontare di chi ti molesta e ti perseguita in rete.

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Nudità: una proposta indecente


L’idea è carina resta comunque limitativo e castigante parlare solo di turismo (come se nudisti fossero solo i turisti, ricordiamoci in primo luogo dei residenti), inoltre si evidenzia il forte dubbio che oculate scelte abbinate al discorso “avete la giornata riservata nelle altre siete fuori luogo” possano annullare di fatto l’opportunità: la maggior parte degli stanziali ha libera solo la domenica giornata che, presumibilmente, mai verrebbe scelta come vestiti facoltativi; le escursioni di Mondo Nudo sono necessariamente fatte la domenica e.. idem con patate. Sarebbe opportuno non guardare alla singola giornata ma a un periodo settimanale comprendente anche la domenica. Detto questo da qualche parte bisogna pur iniziare e questa, come detto, potrebbe certo essere una valida azione (anche perché educativamente in logica Zona di Contatto), specie se abbinata ad altre quali ristoranti, musei, teatri, piscine, palestre e via dicendo con momenti vestiti facoltativi, l’incentivazione (da parte di parchi, accompagnatori di media montagna, guide alpine, eccetera) di escursioni pure con abbigliamento facoltativo; l’effettuazione di spettacoli con attori nudi e pubblico come vuole; giornate aziendali abbigliamento facoltativo, eccetera.

Essere Nudo

Proposta indecente

Notizia di poco tempo fa. Una turista svedese ha creato un terribile “scandalo” mettendosi completamente nuda sulla spiaggia di Minori, sulla costiera amalfitana. Nessun atteggiamento provocante, ambiguo o malizioso da parte della scandinava, che si è semplicemente sistemata a leggere un libro sul suo telo, senza alcun costume addosso, convinta di poter fare ciò che nel suo Paese è quanto di più naturale ci possa essere. La forza pubblica è prontamente intervenuta per reprimere un crimine tanto abietto: la barbara nordica ha così ottenuto una bella lezione di italica civiltà!

Una nota positiva, peraltro, è stata la reazione del sindaco di Minori, Andrea Reale, il quale ha giustamente riconosciuto che ognuno ha il diritto di «vivere la natura a modo proprio», senza che vi sia il bisogno di scandalizzarsi per questo. Tuttavia, «questo segmento di turismo», ha aggiunto, «non trova sfogo dalle nostre parti, perché da Vietri a Positano si…

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#TappaUnica3V #nudièmeglio


La primavera è arrivata e stiamo marciando a larghi passi verso l’estate, ormai le temperature sono costantemente sopra i dieci gradi, durante il giorno il sole fa sentire la sua presenza inondando l’aere di un intenso calore. Le corolle si sono aperte, mille colori spezzano la monotonia dei prati e dei boschi, movimenti appena percettibili, lievi fruscii, svelano il rianimarsi della vita animale. Risveglio della natura e risveglio dei corpi, nudi corpi che godono del nuovo giorno, nudi corpi che mostrano la loro piena forma, nudi corpi che riprendono possesso dell’aerale montano muovendosi senza pudore alcuno. Lepri, cinghiali, lucertole, volpi, fagiani, coturnici, scoiattoli, ramarri, salamandre, insetti d’ogni genere e forma, nudi corpi incrociano sempre più spesso il mio cammino suggerendomi di rispettare a mia volta l’insegnamento della natura e così il mio corpo, non più frenato dalle basse temperature, si ribella al cilicio delle vesti e ardentemente anela al respiro totale. Diamogli soddisfazione, finalmente nello sforzo del duro cammino le vesti posso levare, finalmente senza barriere con il monte posso dialogare, finalmente il più piccolo raggio di sole posso sentire, il più fievole alito di vento mi può refrigerare, il minimo calore percepire. Sensazioni indescrivibili, sensazioni inimmaginabili, sensazioni che qualcuno ha voluto negarci e che ancora incomprensibilmente restano imprigionate nell’innaturale pudore, nella malata vergogna verso pochi centimetri del nostro copro, pochi centimetri che si vogliono immondi, pochi centimetri che tutti conoscono, tutti possono ben facilmente immaginare, pochi centimetri che sono il centro del corpo, che sono la vita del corpo, che più di tutti gli altri necessitano di aria e respiro. Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio!


1 e 2 aprile – VivAlpe emula TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri

Doveva essere un’escursione con gli Amici di Mondo Nudo ma alla fine mi trovo da solo, ovviamente non rinuncio e ne approfitto per fare un buon allenamento. Il ginocchio sinistro ha dato ancora problemi: prenotate radiografia e visita specialistica.

54 chilometri, 3200 metri di dislivello, 20 ore di cui 16 di cammino.

7 aprile – Ritirata radiografia ginocchio sisnitro

A leggere il referto c’è da spaventarsi, vedremo cosa dice l’ortopedico.

9 aprile – Monte Dragoncello da Nave

Insieme a Maria esploro il sentiero che dalla Mitria di Nave porta alla sella delle Casine Eciè  in zona Cariadeghe. Bel sentiero con salita pressoché costante e ripida nella prima parte, poi, attraversato il Senter Bandit, alla salita si alternano tratti di mezzacosta che concedono un poco di respiro. Arrivati alla sella dopo una breve sosta risaliamo alla vetta del Dragoncello per poi scendere sul versante opposto passando dalla Campana. Sella di San Vito, sentiero 3V per la Valle Salena e siamo all’auto. Lungo la discesa il ginocchio sinistro ha dato qualche accenno di dolore e di blocco, comunque niente a che vedere con i problemi avuti in precedenza: la speranza di una totale ripresa si fa viva.

11 chilometri, 856 metri di dislivello, 5 di cammino effettivo (6 totali).

13 aprile – Anello del Budellone

Breve ma intenso allenamento sul monte di casa per esaminare meglio il dolore del ginocchio sinistro e presentarsi alla visita specialistica con dettagli precisi e un ginocchio non in stato di totale riposo.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, un’ora e trentatré minuti.

14 aprile – Visita ortopedica

Pare essere tutto a posto, il dolore non è evocabile, il ginocchio è asciutto e non presenta segni di sofferenze o lesioni, si prosegue con breve cura antinfiammatoria e risonanza magnetica.

17 aprile – Monti di Gavardo

Con Maria ci facciamo un giro sui monti di Gavardo, lei ha un problema al piede sinistro e non abbiamo un programma preciso: andremo avanti fin tanto che il suo piede non duole. Partiamo da località San Rocco seguendo un sentiero segnato che, quando segue una tortuosa strada cementata, abbandoniamo per seguire delle tracce nel bosco che tagliano i tornanti. Salendo a casaccio seguiamo di volta in volta stradine e sentieri. Poco sotto la zona attrezzata di Tesio Maria impone l’alt, ci fermiamo a far calmare i dolori al suo piede e poi ritorniamo alla base.

10 chilometri, 400 metri di dislivello, 3 ore

23 aprile – Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente

Escursione con gli Amici di Mondo Nudo, partendo da Gardone Val Trompia effettuiamo un bell’anello che ho individuato durante i miei allenamenti. Alla partenza rilevo molte fitte al ginocchio… destro, mannaggia, ora ci si mette anche questo; il sinistro invece viaggia bene solo verso la fine manifesta la solita sensazione di stiramento, ma leggerissima e senza l’impressione di blocco.

13 chilometri e mezzo, 822 metri di dislivello totale, 7 ore e mezza (6 e mezza di cammino effettivo).

30 aprile – Sant’Onofrio da Piezze di Nave

Gitarella in compagnia della moglie, risaliamo per intero la Val Listrea, giunti alla Cocca una fievole ma fredda brezza ci accompagna lungo la strada che porta all’inizio del sentiero. Lungo mezzacosta nel bosco, breve salita ed eccoci sul crinale che porta alla piccola chiesetta di Sant’Onofrio, qui ritroviamo la brezza e dobbiamo procedere per trovare un posto riparato dove fermarsi a mangiare. Ripida e lunga discesa fra tantissimi Gigli Martagone (e altri fiori) e siamo di rientro all’auto.

10 chilometri, 695 metri di dislivello, 5 ore con una mezz’ora abbondante di sosta pranzo.

1 maggio – Anello di Facqua

Dopo una lunga sosta a causa dei problemi alle ginocchia rieccomi sulla via del monte, oggi voglio perlustrare due varianti che ho individuato nel tratto che dal Passo Del Cavallo porta alla Brocca. Parto con un programma incerto, valuterò il da farsi in base alle sensazioni che mi daranno le ginocchia. Velocemente salgo senza problemi la prima parte su asfalto e sterrato e in poco arrivo al bivio con la prima variante, subito individuo un bel sentiero che però poco dopo devia parecchio rispetto alla mia linea ideale quindi lo abbandono per proseguire su terreno libero. Ripida la salita e le ginocchia rispondono bene, breve discesa e sono nuovamente sul tracciato originale, ma per poco, subito si diparte la seconda variante. Ancora ripida salita, altro costone panoramico, lo sguardo si allarga ad abbracciare il Brenta, il Lago di Garda, la Pianura Padana e, dietro a questa, l’irregolare linea delle Alpi Liguri. Vetta della Punta Camoghera, discesa per un crinale a picco sull’abitato di Lumezzane ed eccomi alla sella de La Brocca, le ginocchia vanno alla grande, decido di proseguire, ovviamente per la variante alta del sentiero 3V. Gelandomi le mani supero il caratteristico camino de La Streta, poi resto basito dalla velocità con cui risalgo un tratto erboso pressoché verticale, un tratto che mi ha sempre fatto ansimare, oggi, invece, tre, proprio tre di numero, balzi e ci sono sopra, eccomi alla cima del Dossone di Facqua, velocemente mi butto sulla discesa e vado a riprendere la variante bassa del 3V con la quale chiudo l’anello e, dopo l’incontro magico con una grossa lepre, rientro all’auto.

13 chilometri, 746 metri di dislivello, un’ora e ventitré la salita al Dossone di Facqua, due ore e cinquantasei il giro totale.

6 maggio – Anello medio del Monte Tre Cornelli

Con partenza da Vallio Terme c’è un interessante sentiero che sale al Tre Cornelli ma se si segue la segnaletica si è costretti a fare un su è giù lungo lo stesso percorso mentre io mi sono ormai abituato a compiere anelli e voglio quindi trovarne uno anche per questa salita. Individuato sulla carta lo sperimento in pratica: bello! Ci do dentro e le ginocchia rispondono molto bene.

Salita 4,5 chilometri fatta in un’ora e tredici minuti, ovvero 3,7km/h.

Discesa 6,5 chilometri fatta in un’ora e cinque minuiti, ovvero 6km/h.

Totale 11,11 chilometri, due ore e diciotto minuti, ovvero 4,83km/h

7 maggio – Monte di Paitone

Breve escursione sopra Paitone seguendo prima la strada asfaltata che sale al Santuario della Beata Vergine, da qui per sentiero e poi asfalto a Marguzzo e chiesa di San Martino, indi stradine e sentieri che portano verso Tesio di Serle. Ritorno identico fino al santuario da qui mulattiera a San Rocco e strada all’auto. Ginocchia tutto ok.

8 chilometri, 430 metri di dislivello, 2 ore

9 maggio – Anello del Budellone

Nuovamente sul monte di casa per un test delle ginocchia: parto da casa di corsa e senza sosta copro i due chilometri di asfalto che portano all’inizio del sentiero, sempre di corsa mi lancio per questo che parte subito ripido, riesco a tenere il passo per un breve tratto ma pur sempre più lungo del solito. Al cammino forzo a più non posso fino alla vetta, immediatamente, nonostante i quadricipiti bruciati, mi butto nella discesa riprendendo la corsa che interrompo a tatti solo nel lungo diagonale che dal Bus porta alla Casa degli Alpini di Prevalle. Poco prima di arrivare a quest’ultima, sbucando in no spiazzo piano una grossa ombra in fuga mi passa davanti, un grugnito la identifica senza dubbio, più piccole schiene pelose brune striate di bianco sono ferme davanti a me e si allontanano con calma, avendo compreso la situazione mi blocco, alla mia destra distanziata di circa dieci metri, la grossa cinghiala mi fissa dritto negli occhi, guarda verso i suoi piccoli e poi, tranquillizzata dalla mia immobilità e dall’allontanarsi dei suoi cinghialotti, di scatto si gira e si tuffa nel fitto del bosco. Inebriato dal bellissimo incontro (li avevo sempre sentiti e mai visti), riprendo il cammino (per sicurezza evito la corsa) e rientro senza problemi a casa: ginocchia alla grande.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, 20 minuti alla base del sentiero (2,8km di piano asfalto), 32 (20+12) minuti alla vetta, un’ora e ventotto l’intero giro.

12 maggio – Ritirata risonanza magnetica

Dal referto per quanto ne possa capire si direbbe che non ci sono grossi problemi, un modesto versamento sinoviale potrebbe ricondursi, a mio parere, ad un vecchio incidente con distorsione e conseguente siringata per levare il liquido formatosi, e/o ai vari traumi che l’intensa attività alpinistica mi ha provocato. Purtroppo per un solo giorno (avevo all’11 la prenotazione con l’ortopedico) ho dovuto spostare la visita specialistica e dovrò attendere fino all’8 giugno per avere un riscontro preciso. Speriamo bene!

13 maggio – La notte di #VivAlpe 2017

Altra escursione con gli Amici di Mondo Nudo, un suggerimento per sperimentare la marcia notturna a quei tanti che non l’hanno mai fatto. Si risveglia qualche dolore alle ginocchia, in particolare destra e in salita.

7,5 chilometri, 678 metri di dislivello, 4 ore e mezza con un’ora e venti di sosta

20 maggio – Anello stretto del Monte Tre Cornelli

Altro serio test per le ginocchia, salita per il più diretto sentiero segnalato che da Vallio Terme raggiunge la vetta del Tre Cornelli, discesa per il sentiero precedentemente percorso in salita per l’esplorazione dell’anello medio. Sperimento un’app di tracciatura e rilevazione (Sportractive) che ho installato sull’ormai non più nuovissimo cellulare: interessante, utile, comoda, in particolare la segnalazione vocale della velocità, comunque ancora non risolve tutti i problemi (evidenzia una forte differenza, in più e a mio parere in meglio, nel calcolo dislivello con GPSies). Ginocchia ok, destro senza dolori, sinistro lieve dolore in sede laterale più bassa degli episodi inziali senza sensazioni di blocco al movimento, apparso nell’ultimo chilometro di discesa.

7,6 chilometri, 707 metri di dislivello, un’ora e trentadue minuti per un ritmo medio corrispondente a 12:08 minuti al chilometro (4,94km/h), ritmo massimo 05:30 minuti al chilometro (10,66km/h).

21 maggio – Anello largo dell’Eremo di San Giorgio a Caino

Ancora un’escursione con la moglie inanellando tre sentieri già fatti separatamente: ne esce un anello molto interessante. Nessun particolare dolore alle ginocchia.

11 chilometri, 790 metri di dislivello, tre ore e cinquantatré minuti.

27 maggio – Allenamento annullato

Volevo uscire per un altro allenamento / esplorazione più in quota, mi sono alzato molto presto con dolore al collo, mentre mi preparo la colazione sono titubante: le ginocchia stanno bene ma è tutta settimana che permane una lieve sensazione dolorosa al lato esterno del ginocchio sinistro (poco sotto la sede dei primi dolori), vi si aggiungono la giornata non bellissima e varie questioni che mi frullano nella testa rendendomi incerto sul da farsi, alla fine accendo il computer e mi metto a scrivere questa relazione. Passano le ore e, stando seduto a lungo, compare nuovamente la distribuita sensazione dolorosa laterale: forse ho fatto bene a starmene a riposo, anche perché domani c’è un’altra uscita con gli Amici di Mondo Nudo.

Due pesi due misure


Ormai sono discorsi che ho fatto più volte, discorsi sui quali avevo deciso di non ritornare più, ma l’evidenza dei fatti, nella fattispecie l’ultimo articolo di Lacquaniti “Messaggio in occasione del Festival nazionale naturista”, m’induce a riscriverci sopra.

Prendiamo certamente nota dell’impegno di Lacquaniti in relazione alla causa nudista, ho anche avuto modo di parlarne personalmente con lui in passato, e lo ringraziamo vivamente per questo. Siamo dispiaciuti del suo abbandono ma ne comprendiamo benissimo le motivazioni. Nel contempo rileviamo alcuni passaggi che, insieme a tanti altri segnali, dimostrano quanto ancora ci sia da lavorare affinché si formi una vera cultura nudista, affinché si torni a quella semplice visione del nudo propria della natura e propria delle genti fino a non molti secoli addietro.

  • Naturismo uguale amore per la natura, poco importa quello che abbia deciso una certa piccola comunità di persone pochi decenni fa, per molte persone il naturismo è e rimane l’amore per la natura e non il mettersi a nudo, che per loro è invece nudismo. Usare il termine di naturismo equivale ad una mancata consegna del messaggio o, peggio, a trasmettere un messaggio di vergogna e… “se persino loro hanno vergogna di parlarne, perché mai dovremmo noi anche solo interessarci alla cosa?”.
  • Naturismo e nudismo sono termini che evocano l’esistenza di una contrapposizione tra abitudini, quella dello stare vestiti (tessilismo) e quella dello stare nudi (naturismo o nudismo), evocare una contrapposizione significa alzare o far alzare delle barriere, sarebbe opportuno andare oltre e parlare delle attività che si fanno (nuotare, camminare, escursionismo, immersione, giocare a pallavolo, eccetera) senza ribadirne lo stato in cui si fanno se non attraverso piccoli riferimenti interni ai discorsi e/o le immagini delle stesse (e qui si facciano esame coloro che promuovono la necessità di non pubblicare immagini di nudo: stanno solo danneggiando la salubrità del nudo).
  • È incongruente palare di “naturismo è un movimento nato in opposizione al degrado della vita urbana, che persegue la vita all’aria aperta in armonia con la natura, quasi in sua simbiosi, nel rispetto della persona e dell’ambiente circostante, dove la nudità condivisa permette un sano sviluppo della salute fisica e mentale” e poi aggiungere “a favorire, mediante l’adozione di apposite iniziative di competenza, la pratica del naturismo disciplinando l’individuazione di apposite aree da destinare a campi naturisti per un utilizzo di tipo turistico-ricettivo: se una cosa è sana ed educativa non può essere contemporaneamente isolata in specifici e limitati contesti ambienti; se una cosa va limitata all’interno di aree e campi è evidente che la si ritiene malsana e poco educativa. Insomma il classico colpo al cerchio e uno alla botta e il mettere il piede in due scarpe sono atteggiamenti che soddisfano nessuno.
  • Siamo sicuri che basti una legge per convincere gli imprenditori ad aprire centri nudisti? Se osserviamo quanto avvenuto nelle regioni che la legge l’hanno già approvata e promulgata direi che la risposta dev’essere senz’ombra di dubbio un bel no! Materialmente in Italia nulla vieta di aprire un contesto privato (perchè tale è e sarebbe un villaggio nudista) dove sia possibile stare nudi eppure pochissimi l’hanno fatto e tra questi pochi ultimamente alcuni hanno fatto marcia indietro, perché? Cosa mai possiamo offrire al turista che vuole stare nudo? Possiamo essere competitivi coi vicini paesi dove il nudo può essere portato ben oltre le pochissime centinaia di metri di un’area nudista italiana? Sono stato in Corsica e avevo 4 km di spiaggia su cui camminare nudo, amici sono stati in Spagna e nudi potevano starci pressoché ovunque. Il turista nudista vuol stare a nudo il più a lungo possibile, mai accetterà di doversi continuamente rivestire per potersi spostare dall’alloggio alla spiaggia, dalla spiaggia al bar, dal bar al negozio e via dicendo!
  • Come sempre appare che in Italia senza leggi ad hoc nulla possa essere fatto, siamo in assoluto il paese al monto che ha più leggi e, nel contempo, quello in cui più manca la certezza legislativa e giuridica, che forse sia questo il problema? Ci sta bene che le leggi debbano essere il più generiche possibile, ma deve seguire che le sentenze facciano legge, troppo comodo che i giudici, in particolare quelli della Cassazione, possano sconfessarsi palesemente e giustificarsi con “ogni caso fa a sé”: i casi faranno a sè, ma la logica no, la regola (e la logica) del diritto non può fare a sé!
  • Bene, benissimo parlare di turismo, ma il nudismo va ben oltre, il nudismo è uno stile di vita e a questo ad oggi nessuno ancora ha pensato, anzi, si propongono leggi che, più o meno esplicitamente, più o meno volutamente, negano la possibilità di vivere nudi fuori dal limitatissimo contesto privato.
  • Concludiamo con la classica chicca presente in tutte le proposte di legge in merito al nudismo, portata avanti da tutti i proponenti di tali leggi, utilizzata come il prezzemolo da tutti coloro che avanzano netta opposizione al nudo sociale, purtroppo propagandata anche da molti nudisti e, ancora peggio, da certi rappresentanti del nudismo, oops, naturismo visto che questi ultimi così amano dire… “Nel rispetto di coloro che la pensano diversamente”. È la solita manfrina, una manfrina che pare esistere solo per il nudo: nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta il crocifisso appeso in ogni dove; nessuna legge chiede il rispetto di chi desidera non essere costretto a sentire le messe trasmesse da potenti casse audio appese fuori dalle chiese; nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta la vista dei tatuaggi o dei piercing; tanto per fare solo alcuni esempi, ma si potrebbe andare avanti molto a lungo. È innegabile: logica vuole che se un qualcosa infastidisce qualcuno, ma non gli apporta lesioni fisiche o danni economici, sia questo qualcuno a risolversi il suo problema, vuoi abituandosi a quanto lo infastidisce, vuoi evitando di mettersi nelle condizioni di dover subire il fastidio; mai, però, costui può pretendere che sia l’altro a doversi adeguare al suo fastidio. Così, infatti, seppur tra difficoltà e opposizioni più o meno grandi, è avvenuto o sta avvenendo per l’omosessualità e i matrimoni tra pari sesso, per l’emancipazione femminile, le minigonne e la contraccezione, per la sessualità e la convivenza, per gli uomini rasati a zero o/e depilati, per i tatuaggi e i piercing, per i diritti dei cani e degli altri animali in genere, per l’ecologia e il rispetto ambientale, per la società globale e l’integrazione razziale, per tante, tantissime altre cose. Così hanno ragionato gli amministratori della metropoli di New York: le donne possono stare a petto nudo ogni dove lo possano fare gli uomini, senza limiti, senza restrizioni, senza preoccuparsi del fastidio che i presenti possano più o meno provare. Così, però, non è avvenuto e non sta avvenendo per il nudismo: nonostante l’indubbia accettazione della maggioranza, la società, nei suoi rappresentanti e nelle sue istituzioni, eleva il fastidio del nudo, documentato disturbo psicologico (“gymnofobia” o “nudofobia”), a status sociale di norma, vietando il nudismo o imponendone la ghettizzazione.

Secondo ragione le cose andrebbero sempre pesate nello stesso identico modo e le valutazioni dovrebbero sempre essere concordanti. In pratica, invece, dobbiamo rilevare che si tende a pesare con più pesi e più misure, adottando di volta in volta quelli più consoni alla propria opportunità e/ o ai propri condizionamenti. Questo se è accettabile, pur restando comunque non condivisibile, nella gente per così dire comune, non lo è per chi rappresenta a livello istituzionale la società.

Nudo libero sempre, comunque e ovunque, questa è l’unica legge che serve e che si può onestamente promuovere e accettare, tutto il resto è fuffa!

#nudièmeglio

 

La notte di #VivAlpe 2017


Tra disattenzioni, malanni, impegni di lavoro e altre occupazioni non meglio definite alla fine siamo rimasti solo in due, ma l’escursione in notturna è stata comunque fatta e, penso, con soddisfazione anche da parte di chi mi ha accompagnato.

Nel pieno della notte io e Angelo ci siamo incamminati dal parcheggio appena fuori il paese. Quasi subito un grosso ratto esce da un campo incolto e si blocca in mezzo alla strada davanti a noi, resta immobile per qualche decina di secondi poi si gira su se stesso e ritorna da dov’era venuto. Riprendiamo il cammino anche noi, con calma risaliamo il ripido asfalto e arriviamo all’isolato e solitario parcheggio del Pian delle Castagne. Ancora qualche minuto su strada sterrata ed eccoci al Santuario della Madonna delle Fontane, ultimo segno del centro abitato che ci siamo lasciati alle spalle.

Inizia il sentiero e si entra nel bosco, la luce delle frontali ci precede lungo il cammino illuminando i numerosi neri insetti che sfruttano la notte per uscire dalle loro tane. Ogni tanto anche il capo di qualche fiore si mostra a noi dando una nota di colore al nero costante del bosco notturno. L’amico è un poco preoccupato dalla possibilità di incontrare dei cinghiali, io ormai ci sono abituato alla notte e… ai cinghiali, lo tranquillizzo e procediamo senz’intoppo.

La salita non è ripida ma le mie gambe allenate dal tanto allenamento che sto facendo per TappaUnica3V hanno preso un passo troppo sostenuto e sento che il respiro del mio compagno di cammino va facendosi troppo irregolare e veloce, rallento al limite del mio equilibrio e pian piano le cose migliorano. Tra le fronde degli alberi s’intravvede un poco di cielo, stiamo per arrivare in cresta. Pochi minuti ed eccoci sul crinale, la vista si apre e possiamo individuare tutte le montagne che ci circondano, in basso le luci di Nave e di Caino, più lontano, dietro la sella di San Vito, quelle di Rezzato, più a destra quelle di Brescia.

Dopo una breve doverosa sosta contemplativa ripartiamo, oltrepassando alcuni capanni di caccia ci alziamo verso la meta che già s’intravvede alla nostra sinistra. Volevo arrivarci per una variante che evita una ripida e scabrosa discesa, al bivio, non conoscendola, sbaglio e seguo la segnaletica. Me ne accorgo poco dopo dato che stiamo procedendo su terreno assai ripido anziché a mezza costa, ormai è fatta e proseguiamo per la strada presa, superiamo la ripida discesa e con l’ultima salitella eccoci, con circa trenta minuti di anticipo sulla tabella di marcia, all’Eremo di San Giorgio.

Tolti gli zaini ci godiamo la notte e il panorama, in lontananza le luce di Bardolino e Garda illuminano impercettibilmente la superficie del lago di Garda, lago invero invisibile ma che  io posso facilmente individuare conoscendo benissimo questo paesaggio. La luna si libera delle nuvole e mostra orgogliosa il suo sorridente viso. Ho qui previsto una lunga sosta pertanto mi rivesto e consiglio all’amico di fare altrettanto, se il calore del cammino ci ha consentito di stare a nudo, stando fermi la temperatura diventa meno confortevole. Dopo esserci reidratati, ci accomodiamo su di una panchina, mangiamo qualcosa, ci scambiamo due chiacchiere per poi abbandonarci ad un leggero dormiveglia. I rumori della valle giungono quassù come se fossero a due passi: il brusio delle auto che salgono verso il Colle di Sant’Eusebio o da questo discendono verso Caino, il rombo di una moto, il ritmico tum tum cardiaco di una discoteca, persino la voce nitida di una donna.

Ore due della notte, il lago s’è coperto d’una fitta foschia, il freddo s’è fatto più intenso, è ora di ripartire. Vestiti percorriamo il tratto di crinale che porta verso Conche, una fredda brezza lo percorre e i nostri corpi stentano a riprendere calore. Arriviamo al bivio con il sentiero che scende verso Caino e che dobbiamo prendere, siamo da poco rientrati nel bosco, protetti dalla brezza possiamo indossare la veste della natura,  recuperare lo stato di piena simbiosi con l’ambiente che ci circonda e reimmergerci nelle sensazioni che solo la nuda pelle può donarci.

Rieccoci alla base, alle prime case del paese, all’auto. Sono le quattro del mattino, in rispettoso silenzio riponiamo gli zaini nel baule della vettura, cambiamo le scarpe e, arricchiti da questa nuova esperienza, ritemprati da queste poche ore di piena natura, ci avviamo verso le nostre case.

Grazie Angelo, alla prossima!

Vestiti è bello, #nudièmeglio altre analisi delle recenti obiezioni


Ritenevo sostanzialmente inutile riaffrontare certi discorsi già più volte fatti e, pertanto, nel mio ultimo articolo (“Rispetto e turbamento”) alcune questioni le avevo solo abbozzate e altre nemmeno avviate, in questi giorni però sono incappato in alcuni atti sociali che m’hanno indotto a ricredermi e allora eccomi ancora qui.

Quanto segue fa ancora riferimento alla già citata (nel mio ultimo articolo di cui sopra) discussione su un forum di camperisti, ma anche e soprattutto a quella sul forum di Spirito Trail, un sito che tratta di corsa in montagna e che ha lanciato una campagna alla quale ho aderito sia a livello personale che come blog: “Io non getto i mei rifiuti”. Qualche giorno addietro ho notato diversi accessi al blog che arrivavano dal forum di tale sito e ho così scoperto il tema “Minimalismo spinto”, in questo ad un certo punto qualcuno mi tirava in ballo. Andando a spulciare il tema nel primo post trovo la segnalazione di un articolo del Gazzettino:

Corre nudo tra i sentieri delle colline: caccia al runner esibizionista

SANTORSO – Con la primavera la natura esplode in fauna e flora, con i boschi a riempirsi di colori e vita animale, ma anche di un marciatore naturista tra le colline di Santorso e Schio. I residenti nelle contrade Trentin, Pierella, Gorlini e Piane negli ultimi giorni hanno visto un solitario runner esibizionista, che corre indossando solo le scarpe. Una decina i passaggi tra i sentieri dell’uomo, che hanno portato a diverse segnalazioni alle forze dell’ordine.

L’identikit è preciso: tarchiato e calvo, scappa se viene chiamato da chi lo vede. Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate nelle sue corse tra i boschi. Resta da stabilire se il naturista soffra di disturbi psichici o sia un esibizionista consapevole. Nel primo caso rischierebbe un trattamento sanitario obbligatorio, nel secondo una sanzione amministrativa da 5 mila a 30 mila euro.

Lo scritto fa pensare a un giornalista improvvisato o/e di parte tipo quelli di certi media pseudo politici,  se così non fosse è ancora peggio visto che rivela scarsa propensione allo studio e molta alla disinformazione, nonché alla (lecita) formulazione di opinioni personali purtroppo meno lecitamente vendute come realtà assolute (fortunatamente non tutti i giornalisti sono così e, grazie anche al lavoro di Mondo Nudo, del suo staff e dei suoi amici, crescono quelli che ci chiamano per ottenere informazioni precise e obiettive).

  • A un certo punto il giornalista parla di naturista, questo dimostra che ha ben presente l’esistenza del naturismo e ne conosce le regole, perché le ha volutamente ignorate nel contesto di tutto il suo articoletto?
  • Nudo, alias esibizionista – Premesso che tipicamente e altrettanto stereotipamente gli esibizionisti indossano un bell’impermeabile e che, meno stereotipamente, si ritrovano più che altro tra di loro dandosi appuntamento in piazzali urbani (facilmente reperibili sui motori di ricerca) o in appositi locali (i noti e, senza opposizione alcuna, sempre più diffusi club privè), possiamo dire che è un esibizionista alquanto stupido: va ad esibirsi dove ben pochi lo possono vedere! Semplice considerazione che evidentemente alcuni, troppo agganciati ai loro preconcetti e poco propensi a mettersi in discussione, non sono in grado di formulare o, più o meno opportunisticamente, non la vogliono formulare (cosa che invece un giornalista attento e serio dovrebbe fare).
  • Corre nudo indi soffre di disturbi psichici – Forse il giornalista è all’oscuro di un fatto semplice e facile da verificare: la nudità da decine di anni è stata tolta dal vangelo delle turbe psichiatriche, mentre continua a figurarvi la paura del nudo, proprio e altrui!
  • Scappa se viene chiamato – Intanto è da verificare se scappi o, come appare più ovvio, solo continui nella sua corsa, ma diamo per buona la prima, e che cosa dovrebbe invece fare? Vista l’aggressività con cui tali episodi vengono spesso commentati sui social è magari spaventato o quantomeno preoccupato di cosa potrebbe succedergli se si fermasse.
  • Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate – Guarda te, ma che bravo! Perché mai uno che corre nudo dovrebbe importunare le persone che incontra? Quante sono le notizia di persone nude che hanno aggredito qualcuno? Di solito succede il contrario! La verità è che ogni giorno i telegiornali riportano notizie di aggressioni e sempre si tratta di persone vestite, ora non posso e non voglio affermare che la nudità sia garanzia di non pericolosità, ma di per certo non è nemmeno un segnale di pericolo, anzi, se proprio la volgiamo dire tutta è ben più innocua (e indifesa) la persona nuda visto che, salvo non se le sia messe nell’ano (o nella vagina se donna), è certamente priva di armi o altri strumenti atti ad offendere. Ah, il pene! Suvvia, volgiamo proprio essere così sprovveduti?
  • Trattamento sanitario obbligatorio – Come già detto il nudo non è necessariamente una malattia psichica, specie se si tratta di una persona che corre nuda lungo più o meno poco frequentati sentieri di collina o montagna; il trattamento sanitario potrebbe più facilmente essere necessario a coloro che si agitano per tale visione, di certo per coloro che si offendono e chiamano le forze dell’ordine, le quali hanno cose ben più importanti e serie da fare che correre dietro a uno che si allena nella sana e semplice nudità.
  • Sanzione amministrativa – Anche qui il giornalista, escludendo che voglia appositamente alterare la realtà, dà l’impressione d’essere poco informato: stando alle sentenze, di ogni ordine e grado, comprese quelle della Cassazione, emesse dal 2000 a oggi, l’essere nudi in pubblico non ricade necessariamente nella fattispecie del reato di offesa al pubblico pudore, di sicuro ne è escluso quando la nudità è portata in ambienti isolati o poco frequentati come potrebbero essere i sentieri di collina e montagna.
  • Pensare che sia semplicemente una persona che corre no eh?

Veniamo ai commenti dei forumisti che, invero, sono piacevolmente e significativamente più ilari che ostativi (ricordo che si tratta di un sito di corridori, ambiente che ho trovato particolarmente aperto e disponibile al tema del nudo, al contrario, sic!, di quello escursionistico, stranamente ancora piuttosto refrattario, e ricordo che si tratta di tema sul minimalismo, pratica sportiva in crescita che prevede il ricorso a un equipaggiamento ridotto ai minimi termini), ma visto che identificano le classiche obiezioni ne approfitto.

Ma aveva le scarpe! Che delusione.

Spesso chi vuole negare le qualità del vivere nudi, facendo ovviamente fatica a trovare motivazioni serie e inopinabili (di fatto inesistenti!), si attacca alle piccole cose come questa delle scarpe. Che vuol dire se ha le scarpe? Che forse un barefooter o un minimalista dovrebbe forzatamente mettersi nudo per ritenersi barefooter o minimalista? Che per forza un automobilista deve mettersi una tuta da corridore per ritenersi automobilista? Che forse un bagnate dev’essere costantemente bagnato per ritenersi tale? Quanti sono coloro che camminerebbero o, peggio, correrebbero sui sentieri di montagna a piedi scalzi? Nemmeno la maggior parte dei runner minimalisti lo fa ma utilizza calzature fivefinger (a cinque dita, in pratica dei guanti per i piedi, comunque provvisti di una seppur sottile suola). Personalmente ogni tanto lo faccio, ogni tanto levo anche le scarpe e mi godo la sensazione dei piedi nudi sul terreno (che effettivamente esalta ancor di più la bella sensazione di libertà e immersione nella natura), ma ci vogliono le condizioni adatte (un bel prato, lisce placche rocciose, eccetera) che, almeno nelle zone che frequento io, sono rarissime e poi lo si può fare per qualche decina di minuti, al limite anche un’ora o due, non di certo per le sei, dieci, dodici ore che sono il tempo tipico di un’escursione in montagna, di certo non per le venti, trenta, quaranta ore che arrivano ad essere i miei tempi di cammino.

Lo invidio perché io, che corro spessissimo a dorso nudo, non avrei il coraggio di mostrare le mie vergogne e soprattutto non resisterei più di 30 secondi allo sballonzolamento …evvai di varicocele

  • Beh, dal fatto che le chiami “le mie vergogne” già si evince molto, detto questo mi chiedo come si possa essere sicuri di non poterlo fare senza prima provarci?
  • Sballonzolamento, a meno che non c’abbia il pene lungo fino alle ginocchia dubito molto che se ne renderebbe conto. Ancora: perché fare affermazioni senza esperienza diretta?
  • Varicocele, invero le cause di questa problematica sono ancora sconosciute, esistono due teorie e nessuna di queste fa riferimento al correre nudi, mentre secondo alcuni pareri (ovviamente e tipicamente non riportati dalle classiche fonti condizionate da una società che raramente prende in considerazione la nudità come stato preventivo delle malattie) il varicocele potrebbe essere facilitato dalle mutante (che di sicuro provocano irritazioni di vario genere, muffe e micosi), vero è che alcuni (ma non tutti) i corridori utilizzano pantaloncini con integrata una mutandina leggera e confortevole, ma di certo l’esposizione all’aria e la libertà totale sono alla lunga più salutari. Eventuali problemi dovuti allo sfregamento dello scroto contro le cosce si possono prevenire applicando piccole quantità di olio antisfregamento, ben noto ai corridori; analogamente problemi dovuti allo sballonzolamento, invero pressoché nullo, dello scroto si possono risolvere con semplici laccetti (come quelli che usavano i cacciatori delle tribù primigenie) o con gli anelli inventati per migliorare le prestazioni sessuali; personalmente con l’esperienza diretta ho compreso che basta abituarsi (cosa che, essendo molto naturale, mi è nata spontanea in pochissimo tempo) a camminare e correre (e qui è ancora più naturale e spontaneo, specie correndo sui terreni sconnessi di montagna) tenendo le gambe leggermente più larghe di quanto ci siamo abituati a fare in conseguenza della limitazione imposta dai pantaloni.

Conclusa l’analisi dell’articolo della Gazzetta e dei relativi commenti, riprendo ora un altro punto spesso messo in gioco per contestare l’escursionismo in nudità e che ho trovato fortemente ribadito anche nelle ultime obiezioni: il contatto tra la schiena sudata e lo zaino.

Alpinisticamente sono nato e cresciuto ai tempi in cui si usavano pantaloni alla zuava e camicioni di lana, camicioni che, metodicamente, finivano nello zaino poco dopo l’essersi messi in cammino. A quei tempi nessuno faceva caso a chi camminava a torso nudo (che erano poi la maggioranza) e nessuno si manifestava schifato per il sudore che dalla schiena passava allo schienalino dello zaino (così come nessuno si schifava di tante altre cose che oggi provocano fastidio ai più, vedi l’antico e socializzante rito del bere a canna dalla stessa borraccia o bottiglia). Ho continuato a camminare a torso nudo anche dopo che, con l’avvento di tessuti più tecnici, le persone a farlo erano diventate man mano sempre di meno e mai nessuno mi ha avanzato obiezioni di alcun genere. Ora che lo faccio da nudo ecco che salta fuori questa cosa del torso nudo, ma quale differenza c’è, nell’ambito di tale questione, tra l’essere totalmente nudi o solo a torso nudo? Evidente, l’unica differenza è che, volendo ad ogni costo avanzare obiezione al nudo, nell’impossibilità di trovare argomentazioni incontrovertibili si ricorre a motivazioni banali e del tutto opinabili, ma che, oggi, a causa di un rapporto con il proprio corpo e le sue emissioni fortemente alterato, hanno, almeno in certi ambienti, una forte presa sociale, ma è un loro problema non mio: voi fate come volete, mica vi obbligo a camminare nudi (tra gli amici che mi accompagnano in alcune delle mie escursioni ce ne sono alcuni che non si spogliano), io faccio come voglio, che vi cambia a voi? Per altro, se proprio proprio, durante il cammino con zaino c’è pur sempre la possibilità di mantenere indossata una piccola canotta, pur dovendosi evidenziare che i coloranti presenti nelle maglie (molto meno nello schienalino dello zaino), in particolar modo pare in quelle tecniche, per effetto del caldo e del sudore rilasciano sostanze tossiche.

Per chiudere, al fine di prevenire una possibile obiezione all’ultimo discorso, aggiungo un’altra considerazione più tecnica: negli ultimi due anni ho sperimentato le più evolute maglie da corsa, sia economiche che costose, nessuna ha evitato la produzione di sudore, anzi, mentre a nudo proprio non sudo o lo faccio in minima parte (e ho sperimentato che l’effetto è dato dall’avere nudi i genitali più che le altre parti del corpo, d’altronde proprio nei genitali, vista la loro necessità di mantenere una temperatura costante e precisa, sono collocati la maggior parte dei nostri sensori del calore). Utile e necessario anche evidenziare che tale sudore evapora solo in minima parte (e solo per quelle parti della maglia che non sono a contatto con lo zaino), per il resto una parte inevitabilmente passa allo schienalino dello zaino, un’altra resta sulla maglia, indi il nostro torso rimane comunque a contatto con il nostro sudore, lo stesso identico sudore, che differenza c’è se me lo tengo addosso per via della maglia o per via dello zaino? Ritorniamo al discorso di cui sopra: nessuna se non la volontà di voler a tutti i costi trovare un’obiezione, anche a costo d’apparire ridicoli, illogici, innaturali, complessati.

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