Archivio dell'autore: Emanuele Cinelli

Sorprese e premi per l’uscita VivAlpe del 24 settembre 2017


Tutte le foto sono di Attilio Solzi, cordialissimo e gentilissimo come sempre. Grazieeee!


Partiti dalle rispettive dimore con il freddo e la pioggia battente, in tre ci troviamo, dopo un viaggio in auto costantemente dominato da Giove Pluvio, al parcheggino dei Prati Magri. Quando ci mettiamo in cammino ancora piove sebbene con minor impeto e il cielo bigio non da segni di miglioramento. Passano dieci minuti e dietro la dorsale del monte appare un piccolo sprazzo di sereno, la pioggia lascia il posto a un debole sole, togliamo le coperture da pioggia e procediamo più leggeri. Altri quindici minuti e il sereno si è allargato, ormai siamo sui verdi, ehm, gialli, no marroni, no giallo-marroni, insomma sui pascoli dalle mille tonalità dell’autunno che ci accompagneranno fino alla vetta del Dosso Rotondo (essendo solo in tre decidiamo l’allungamento del percorso previsto).

L’erba riscaldata dal sole diffonde un bel tepore, una dopo l’altra nel giro di pochi minuti le mie vesti lasciano il corpo e finiscono nello zaino, tutte. Paola e Attilio, ancora indissolubilmente legati all’abito, restano in pantaloni e maglia: come faranno, li vedo palesemente oppressi dal calore e si lamentano del sudore che sgorga dai loro pori inumidendo le vesti e rendendole inutili alla difesa dalle qui presenti folate d’aria fresca, quelle folate che io, nudo e asciutto, avverto soltanto come piacevoli soffi dell’amico Eolo.

Saliamo veloci e in poco siamo alla vetta, poco sotto di noi un comodo rifugio ma la giornata invita a pranzare qui, all’aria aperta, seduti nell’erba, baciati dal sole. Dopo mangiato, re-indossato io pantaloncini e maglietta, scendiamo al vicino rifugio per un corroborante digestivo e facciamo la conoscenza con la simpatia della famiglia che lo gestisce. Riprendiamo la via della discesa, identica alla salita, io posso rimettermi a nudo. Il sole è stato ricoperto da una estesa coltre di nuvole, una luce diffusa mette in risalto i vari crinali che si estendono da qui al Monte Baldo, Attilio trova la sua ideale scenografia fotografica e, come già fatto in salita, usandomi come modello scatta a ripetizione decine di foto, mi coinvolge anche per un paio di filmati. Così, tra chiacchiere, fotografie e ammirazione dei panorami, quasi senza accorgercene arriviamo al bosco e poco dopo siamo al punto di partenza, contenti per la splendida giornata in montagna.

Come sovente accade, la natura premia gli intraprendenti!

Prince of Denmark, Naked in New York


“L’hanno potuto fare solo perché sono donne”!!! Ci si potrebbe rilevare un atteggiamento maschilistico, una rivalsa tesa a sminuire la forza delle donne, di certo troppo spesso la gente parla solo perché ha la bocca e scrive solo perché ha una tastiera, in ogni caso bene hanno fatto a dare una risposta così forte e precisa. Grandiiii!

The Outdoor Co-ed Topless Pulp Fiction Appreciation Society

IMG_6346Last summer, we produced an all-female, all-nude staging of Shakespeare’s final play, The Tempest, outdoors in Central Park, and it was a huge success: hundreds of people came to see the play in person, and millions more — literally — read or heard about it in media coverage ranging from NBC News and Salon to every major newspaper in the U.K. (They love it when Americans experiment with Shakespeare, apparently.)

img_3506One recurring theme in the comment section of online coverage, however, went like this: “They could only do this because it was women — try it with naked men and they’d get arrested!” Well, we all know a challenge when we hear one. So our Tempest directors sat down to plan an all-nude, all-male production of Hamlet. 

IMG_6354That production was staged this summer, first in Brooklyn’s Prospect Park and then, just this past week, in Central Park, at the…

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Pensieri concisi – La storia insegna



Si dice che la storia insegna… uhm, o non è vero o molti non vogliono imparare.


Sentieri chiusi alle moto: danno da 137 milioni di euro!

#TappaUnica3V se ne riparla a giugno 2018


Nel 2016 sono arrivato a venti chilometri da Brescia ma rinunciando a tutte varianti alte da Lodrino in avanti, quest’anno mi sono arenato al quarantacinquesimo chilometro dopo averne percorsi una trentina con il retto femorale di ambedue le gambe in fiamme, ma, come già scritto,  ho la ferma intenzione di portare a conclusione il mio viaggio di TappaUnica3V. Avevo scritto che forse ci avrei riprovato ancora in questo 2017 e in tal senso, avvicinandosi la prima delle occasioni che potevo sfruttare (il fine settimana 1, 2 e 3 settembre), in questi ultimi venti giorni ho fatto, a distanza di dieci giorni uno dall’altro, due test molto importanti: prima una trenta chilometri (l’entusiasmante Traversata da sud del Guglielmo: 29 chilometri con 2413 metri di dislivello al calcolo GPS) in velocità (7 ore e 9 minuti), dove sono arrivato in fondo senza problemi di nessun genere, salvo qualche fitta al ginocchio sinistro nei primi dieci chilometri, e anche nei giorni a seguire il recupero è stato completo e immediato; poi una cinquanta chilometri (l’interminabile sali e scendi dell’Anello Alto del 3V: 46,5km con 4138m) effettuata in relativa tranquillità (18 ore e 10 minuti, più tre ore e mezza di sosta al Maniva, attuate al fine di arrivare sopra Bovegno a sole già levato per una più comoda individuazione di un percorso a me totalmente ignoto e apparentemente piuttosto complesso).

Cosa si è evidenziato dalla somma dei due test?

Innanzitutto il mio ottimo stato di forma e che il problema al ginocchio sinistro, quello specifico per cui ero stato anche dall’ortopedico, appare risolto, e questo mi ha reso ancor più difficile prendere la decisione definitiva; poi che ci sono nuovi e vecchi dolori alle ginocchia, dolori che vanno e vengono, dolori che si manifestano sia in attività che a riposo, dolori che, visti gli esami strumentali recentemente fatti e l’esito della visita ortopedica, devo attribuire agli acciacchi dell’età probabilmente intensificati dalla lunga attività alpinistica, non solo ma ci sono anche delle fitte alla schiena che compaiono quando faccio certi bruschi movimenti (complesso e tutto sommato inutile descriverli qui, riporto un solo esempio: quando reagisco ad una scivolata di un piede o a un inciampo), dolori, questi, che già erano parte di me ma che si presentavano raramente mentre ora sono molto più frequenti, seppur sempre occasionali; infine si evidenzia che dopo la cinquanta le ginocchia si fanno dure ogni qual volta rimango seduto a lungo e ci vogliono un paio di minuti di movimento affinché ritornino alla normalità. Evidente che, anche in ragione delle previsioni meteorologiche decisamente sfavorevoli, devo posticipare il nuovo tentativo, ma…

Studiando per bene la tabella di marcia rieditata in ragione di un calcolo tempi migliorato, impostando un orario di partenza che mi permetta di passare la parte alta in orario diurno (ormai la notte a quelle quote fa piuttosto freddo e c’è un tratto che durante la cinquanta ho capito essere meglio fare col chiaro) ne è risultato un orario di partenza che si sovrapponeva ai miei impegni di lavoro. Ho provato con vari orari di partenza ma sempre ne risultava che uno dei due tratti particolarmente complicati e relativamente pericolosi (variante alta al Dossone di Facqua oppure la variante alta all’Almana) finiva ad orario notturno e avrei dovuto rinunciarci. No, non voglio rinunciarci per cui ecco la decisione definitiva: se ne riparla a giungo 2018!

Sarà giugno per evitare il caldo trovato a luglio, ma, visti i miei impegni di lavoro, dovrà essere dopo la metà di giugno, ne risultano due sole possibilità, ovvero gli ultimi due fine settimana, imposto il primo in modo da avere il secondo come riserva qualora ci fosse brutto tempo, quel brutto tempo che, per motivi di sicurezza, impedirebbe la percorrenza delle due dette varianti alte (Dossone di Facque e Almana) ma anche quella del Dosso Alto e potrebbe mettere a rischio la salita della Corna Blacca, nonché di tutte le varianti da me individuate (che penso d’inserire nel percorso di TappaUnica3V) per prolungare la permanenza sul filo di cresta (in alcuni punti il percorso originale si discosta da questa senza una motivazione precisa) dato che sono su terreno vergine e/o molto inerbato.

Ricapitolando…

Il giro finale è di base programmato per il 22, 23 e 24 giugno 2018, come riserva è impostato il fine settimana dal 29 giugno al 1 luglio 2018 o, al limite, quello successivo 6, 7 e 8 luglio, resta ferma l’idea di partire quando tutte le condizioni sono al meglio.

Camminare in montagna: tecnica del cammino


Prosegue da… Le calzature.


 Premesse

  • Oggi molti escursionisti utilizzano i bastoncini i quali, però, comportano pochissime variazioni alla tecnica del cammino per cui li prenderò in considerazione solo per un capitolo a loro specificatamente dedicato. D’altra parte tale attrezzo dev’essere un ausilio e non un sostituto delle capacità fisiche e tecniche: l’escursionista prima di tutto deve saper camminare in modo naturale (ovvero senza bastoncini), poi, eventualmente, ne inserisce l’utilizzo.
  • Come base faccio riferimento alle esigenze dell’escursionista, a questo, come già detto, sovrappongo l’avvicinamento al trail, quindi prendo in considerazione anche la corsa ma non in maniera esclusiva e soprattutto non ai fini agonistici, nell’ambito dei quali alcune cose potrebbero cambiare, alcune violazioni alle indicazioni, regole se vogliamo, che andrò a definire sono tollerabili o addirittura necessarie.
  • Della postura ne ho già ampiamente parlato (“La postura”), qui, pertanto, richiamo solo l’indicazione generica di base: il corpo dev’essere sempre il più possibile eretto senza spezzarsi a livello dei fianchi (busto inclinato avanti rispetto alle gambe) o delle ginocchia (arretramento accentuato del busto).
  • Se leggendo scoprite di dover correggere qualcosa, lavorate su una sola cosa alla volta: sarà più semplice e, alla fine, risulterà più veloce di un lavoro contemporaneo su più aspetti.

Uso dei piedi

  1. Anche se in particolari situazioni di terreno ci si dovrà comportare in modo diverso, di principio i piedi devono essere sempre il più possibile dritti verso l’avanti in modo da occupare il minor spazio possibile, facilitare il passaggio del piede a fianco della gamba anche quando un sentiero molto scavato o la presenza di folta vegetazione limitano alquanto lo spazio disponibile, permettere alle ginocchia e alle anche di lavorare nel migliore dei modi senza disperdere energia in rotazioni e senza indurre un precoce logorio dei relativi giunti ossei e legamenti, generare una rullata (ne parlo poco più sotto) completa, sfruttare al massimo la spinta del piede.
  2. Per una massima presa sul terreno i piedi devono attuare un appoggio completo, ovvero, indipendentemente dalla pendenza su cui stiamo procedendo (con l’eccezione di inclinazioni particolarmente rilevanti), all’interno della rullata dev’esserci un momento più o meno lungo (questo è inversamente proporzionale alla velocità della progressione) in cui tutta la pianta del piede, sia quello a valle che quello a monte, è a contatto con il terreno.
  3. Da sempre mi chiedo come mai talvolta si trovino tracce che hanno la larghezza di un solo piede: qual è la strana motivazione che induce alcune persone a camminare ponendo un piede davanti all’altro? Non ha senso, si peggiorano l’equilibrio e la reattività: i piedi devono essere categoricamente alla larghezza delle anche, con l’eccezione, per l’appunto, della situazione accennata sopra (tracce monopiede) quando, volenti o nolenti, siamo costretti a mettere un piede davanti all’altro.

Pronazione e rullata

Per pronazione s’intende il movimento di rotazione della caviglia attuato durante la rullata, che è il movimento del piede dal momento di appoggio al momento di stacco. Molti gli studi fatti nell’ambito della corsa, dove pronazione e rullata giocano un ruolo importante, più difficile trovare quelli relativi al cammino (che comunque ci sono), tutti individuano e distinguono diverse tipologia di pronazione e di rullata, meno accordo esiste sulla definizione di rullata naturale e sui vantaggi e svantaggi delle varie modalità. Dando ragione alla maggioranza (anche se la storia insegna che non sempre è la maggioranza ad aver ragione: vedi le teorie sulla forma del nostro pianeta o sulla formazione del sistema solare o ancora, in tempi più recenti, sulla scindibilità dell’atomo, sull’innocuità degli antibiotici, le continue variazioni d’idea sui sistemi alimentari e via dicendo) possiamo ritenere che, quantomeno nel cammino, la rullata più naturale sia quella che inizia dall’appoggio centrale o leggermente esterno del tallone, con rotazione latero-longitudinale (ellittica) sulla caviglia passa per la messa a terra dell’intera pianta e, continuando la rotazione sulla caviglia aggiungendovi la flessione dell’articolazione delle dita, finisce con l’appoggio spinta di queste ultime, in particolare dell’alluce (non per niente più grande e avanzato delle altre dita) che è l’artefice ultimo della spinta avanti.

Le variazioni alla pronazione e alla rullata naturali sono diverse, comunque tutte riconducibili a poche situazioni limite.

Variazioni di pronazione

Quando il piede tende a lavorare solo sulla parte interna si parla di iperpronazione, quando, al contrario, il piede lavora esclusivamente sull’esterno si parla di ipopronazione o supinazione. Ambedue le situazioni potrebbero favorire le storte, ma soprattutto generare sovraccarichi su alcune zone della nostra catena strutturale, in particolare a caviglia, ginocchia e anche.

Le variazioni di pronazione sono quelle più rilevanti ai fini del cammino, quelle che, sebbene si allarghino sempre più i pareri contrari (e favorevoli al mantenimento di una rullata spontanea anche se poco “naturale”: alla fine non è forse vero che ciò che avviene in via spontanea e ovviamente anche naturale?), andrebbero prese in maggiore considerazione quando si decide l’acquisto di una scarpa da trail o da corsa, i due ambiti dove è possibile trovare calzature appositamente studiate in ragione del tipo di pronazione, oppure di un sottopiede (molti sono appositamente progettati per “correggere un difetto di appoggio”).

Variazioni di rullata

Riguardano l’appoggio che inizia sull’avampiede o addirittura sull’attaccatura delle dita anziché sul tallone, con un successivo passaggio per un appoggio più o meno totale della pianta. Salvo i casi più estremi (tipo persona che cammina solo sui talloni o solo sulle dita) e che richiedono necessariamente l’intervento di specialisti, sono meno condizionanti ai fini del cammino e della scelta delle relative calzature: ad oggi non ancora differenziate in tal senso anche se la ricerca e il mercato delle scarpe da corsa si stanno interessando all’appoggio anteriore (inizio rullata dall’avampiede), molto utilizzato dai corridori originari di zone dove le popolazioni camminavano o camminano a piedi scalzi (pertanto da alcuni ritenuto più naturale).

Dal punto di vista della tecnica di cammino possiamo in tal discorso rilevare l’importanza di mantenere sempre attive tutte le fasce muscolari della caviglia, unico modo per prevenire le storte, risultato a cui possiamo arrivare solo attraverso la consapevolezza del cammino, magari favoriti dall’utilizzo di calzature basse che rendono più facile percepire la tensione della caviglia. Altri due piccoli appunti riguardano la salita e la discesa molto ripide: nel primo caso, specie se dobbiamo sfruttare piccole zolle o piccoli appoggi su roccia, il lavoro del piede potrebbe arrivare a limitarsi alla sola parte anteriore (la flessibilità della caviglia ha comunque un limite e ad un certo punto diviene quantomeno difficile o impossibile mantenere tutta la pianta a contatto con il terreno); nel secondo, specie quando il terreno si fa scivoloso (fango, ghiaietto, sassi mobili, con qualche limitazione anche l’erba), potrebbe essere conveniente iniziare l’appoggio con l’avampiede invece che col tallone (in tali situazioni l’appoggio di tallone comporta inevitabilmente la tendenza a scivolare verso valle, che invece viene contrastata dall’appoggio immediato dell’avampiede).

Il passo

Per avanzare dobbiamo necessariamente porre un piede avanti l’altro, ovvero compiere dei passi, ma come vanno fatti? Potrà sembrare banale eppure è facile osservare atteggiamenti errati, ecco quelli giusti.

In piano

Queste indicazioni sono ovviamente la base necessaria per un efficiente cammino anche in salita e discesa.

  1. I piedi non vanno buttati uno avanti l’altro (se, in salita, riusciamo a farlo è perché di base abbiamo una postura errata: troppo arretrata): il piede in avanzamento va staccato da terra (sfruttando la spinta delle dita), alzato un poco dal terreno e portato avanti con un costante controllo del movimento; in pratica i piedi devono compiere un arco abbastanza evidente e non una traslazione pressoché lineare.
  2. Anche se è naturale farlo lo metto comunque in debita evidenza: nella fase centrale del passo, quando ambedue i piedi risultano appoggiati a terra, uno avanti e uno indietro, il nostro peso è equamente distribuito tra le due gambe, per spostare il piede più arretrato dobbiamo innanzitutto scaricarlo e lo facciamo spostando il bacino (e il busto) sulla verticale del piede più avanzato, in tal modo l’intero nostro peso è supportato dalla gamba che resterà ferma e l’altra potrà liberamente staccare il piede da terra e, momento in cui dovremo rimanere in equilibrio su una sola gamba, portarlo avanti. In pratica la sequenza di un passo è formata da: appoggio – rullata – spostamento del peso – avanzamento della gamba scarica – appoggio – rullata e via di seguito.
  3. Tenete sempre presente che l’usuale sequenza di cammino piede destro – piede sinistro – piede destro – piede sinistro e così via nel cammino in montagna non è una condizione assoluta, talvolta è necessario o conveniente spostare per due o tre volte lo stesso piedi prima di spostare l’altro.

In salita

  1. In salita, specie se ripida, ad ogni passo dobbiamo sollevare verso l’alto il nostro corpo, più il passo è lungo e/o più aumenta la pendenza più è ampio il sollevamento da effettuare, di conseguenza maggiore lo sforzo che dobbiamo fare. Per contenere la fatica dobbiamo quindi fare passi corti, sempre più corti con l’aumentare dell’inclinazione, per arrivare ad essere cortissimi quando si devono risalire saltelli rocciosi: qui anche, quando sarebbe possibile farlo in relazione alla lunghezza delle nostre gambe, bisogna resistere alla tentazione di superarli con un unico alto passo (deleterio ai fini della resistenza dei nostri quadricipiti), al contrario osserviamo per bene il gradino guardando anche ai suoi lati, individuiamo ogni possibile appoggio anche se molto piccolo e sfruttiamolo per salire.
  2. Durante la traslazione del piede accentuiamo lo spostamento di peso dalla gamba indietro (a valle) a quella avanti (a monte), estremizzandola nel superamento di gradini e di saltelli rocciosi: non innalziamoci spingendoci con la gamba a valle, ma, dopo aver alzato il piede nella sua posizione di appoggio migliore, facciamolo caricando al massimo la gamba a monte piegata per poi distenderla verso l’alto.
  3. Sfruttando la flessibilità delle caviglie (anche se limitata da eventuali calzature alte e magari con una tomaia un po’ troppo rigida) seguiamo la naturale tendenza a cercare la verticalità del corpo, facendo attenzione a non spezzare il busto con una sua accentuata flessione in avanti: le spalle devono rimanere sulla verticale delle anche.

In discesa

  1. Dobbiamo vincere il meccanismo di autodifesa che, specie su discese molto ripide, ci induce ad arretrare con il busto, al contrario dobbiamo portare avanti il bacino cercando di avvicinarci con il corpo alla perpendicolare al terreno. Ovviamente con l’aumentare della pendenza sarà sempre più difficile farlo (salvo mettersi a correre, che per ora escludiamo dal contesto) e dovremo necessariamente gestire una posizione più o meno arretrata cercando di contenerla al minimo possibile: evitiamo un’accentuata flessione delle ginocchia il cui effetto collaterale sarebbe quello di sovraccaricare i quadricipiti e le ginocchia, oltre che aumentare la possibilità di scivolare.
  2. Non lasciamoci trasportare dalla pendenza ma manteniamo un costante controllo della nostra andatura, per farlo (senza passare alla corsa) potrebbe essere necessario accorciare i passi, ma possiamo anche opportunamente sfruttare le ripe del sentiero o eventuali massi laterali per un appoggio diagonale (in pratica né risulta una camminata a gambe larghe, con consecutivi e più o meno accentuati spostamenti a destra e a sinistra), cosa molto comoda anche quando avete il controllo dell’andatura: riduce gli impatti al suolo e diminuisce la tendenza allo scivolamento.
  3. Nella discesa dei gradini evitiamo la caduta a valle ma facciamo lavorare i quadricipiti e caliamoci a valle il più dolcemente possibile. Se il gradone è particolarmente alto possiamo posizionarci fianco a valle per far lavorare anche altri muscoli meno affaticati e solitamente più forti, oppure, se abbiamo agilità e ginocchia non troppo malandate, potrebbe essere preferibile effettuare un salto.
  4. Nei salti a valle se possibile è meglio sfruttare gli appoggi laterali: spezzando il salto se ne riduce l’altezza e, di conseguenza, l’impatto. Così operando l’appoggio sarà su un piede solo e dovrà avvenire sull’avampiede (aumenta l’assorbimento rispetto all’appoggio sul tallone). Quando il salto con appoggi laterali non è possibile, dobbiamo atterrare contemporaneamente su ambedue i piedi, sempre sull’avampiede. Nei salti potete sfruttare la flessione dell’assorbimento per rilanciarvi immediatamente nel passo o salto successivo, qualora i gradoni si ripetano e il passaggio sia piuttosto complicato (e magari anche esposto) è consigliabile effettuare un atterraggio bloccato, ovvero un salto dove l’assorbimento dell’impatto all’atterraggio è fine a sé stesso e non viene utilizzato per rilanciarsi avanti.
  5. Su discese molto ripide e scivolose prendiamo in considerazione la corsa la cui dinamicità ci permette di restare in piedi anche in caso di scivolate (ovviamente dobbiamo essere adeguatamente allenati e tecnicamente preparati alla corsa), inoltre, come già detto, facilitandoci una posizione di perpendicolarità al terreno, ci consente, se ben fatta, di risparmiare i quadricipiti e le ginocchia (le due cose sono anche tra loro collegate visto che i primi fanno da protezione alle seconde: un cedimento dei primi comporta un inevitabile sovraccarico delle seconde).

Il ritmo e la sua gestione

Tendenzialmente si pensa al ritmo solo come sinonimo di velocità, in realtà è anche uno degli aspetti dell’efficienza del cammino, quindi della minore o maggiore fatica. Per altro anche la velocità va comunque integrata tra gli aspetti di efficienza visto che aumenta la sicurezza visto che la montagna è ambiente sostanzialmente ostile dove dobbiamo cercare di permanere il meno a lungo possibile: in montagna le previsioni meteorologiche sono pur sempre inconsistenti e una giornata di sole può trasformarsi in una di pioggia battente nel giro di un paio d’ore; la pioggia battente può provocare l’innalzamento delle acque di torrenti e l’improvviso apparire di rivoli d’acqua ove prima c’erano solo secche vallette rendendo anche molto complessi (e pericolosi) i relativi attraversamenti; pioggia e temporali abbassano la temperatura anche di molti gradi mettendoci davanti al problema di un freddo imprevisto; eccetera. Tutte queste situazioni e tante altre creano la necessità di portarsi al più vicino rifugio o a valle nel minor tempo possibile e questo presuppone la capacità di muoversi anche molto velocemente. Per muoverci velocemente potremmo correre, ma se non siamo all’uopo adeguatamente allenati il farlo potrebbe farci affaticare velocemente e obbligarci a fermate inopportune o addirittura a soste pericolose, allora possiamo solo sfruttare la costanza del ritmo, ovvero la capacità di camminare ad una velocità costante riducendo a zero le fermate. Questo può apparire fattibile solo dietro opportuno e complesso allenamento, in realtà, sebbene l’allenamento sia comunque importante (e ne parleremo al momento opportuno), sono già sufficienti alcuni piccoli accorgimenti comportamentali, comportamenti comunque utili e interessanti anche al di fuori delle situazioni di emergenza dal momento che, riducendo l’affaticamento, innalzano il livello di godimento dell’escursione.

  1. Conoscere sé stessi: sapere quale velocità possiamo mantenere pressoché all’infinito nelle varie situazioni (salita, piano, discesa, alle varie inclinazioni). Ovviamente non dobbiamo sopravvalutarci (ma nemmeno sottovalutarci), siamo realistici e facciamo fede al maggior numero possibile di uscite in montagna, alternando a quelle di godimento alcune di allenamento.
  2. Essere coscienti del fatto che ogni sentiero, anche il più ripido e costante, presenta sempre variazioni di pendenza, tratti piani o quasi piani, talvolta anche tratti in discesa: ognuna di queste situazioni ci permette di recuperare fiato e di rilassare le gambe, basta evitare di accelerare ma procedere alla stessa velocità con cui si stava procedendo in salita.
  3. Conoscere il percorso: sapendo esattamente la lunghezza dei tratti di salita possiamo di volta in volta impostare la velocità che ci permette di arrivare alla sommità in unica tirata. Se non conosciamo il percorso possiamo studiarlo sulle cartine, ma è necessario avere a disposizione ottime carte e saperle leggere per bene (ne parlerò in apposito capitolo), ambedue cose che non possiamo dare per scontate e quindi…
  4. Impariamo a leggere il terreno: osservando il terreno sopra di noi possiamo intuire quanto sia lunga la salita che stiamo affrontando e capire se ci stiamo approssimando ad un tratto piano o in discesa.

Nonostante tutto a volte potremmo trovarci ugualmente nella necessità di fermarci e allora altri piccoli trucchi ci permetteranno di farlo nel modo migliore.

  1. La fermata non dev’essere una sosta, deve durare giusto il tempo per far calare la frequenza cardiaca (si dovrebbe parlare di volume ventilato ma è più facile far riferimento al battito cardiaco) a valori nominali sotto sforzo (che non sono quelli di riposo, ben più bassi): orientativamente sono sufficienti da cinque a quindici secondi.
  2. Durante la fermata manteniamo una posizione eretta e respiriamo ampiamente e lentamente utilizzando bene il diaframma e, se serve, anche il torace, al limite persino le spalle: in genere da tre a cinque atti respiratori ci ridaranno il controllo della respirazione e ci metteranno in grado di ripartire. Possibilmente evitiamo di sederci (comprimendo il diaframma ne rendiamo meno efficiente il lavoro, poi dovremo rialzarci con uno sforzo già rilevante), se proprio è necessario farlo togliamo lo zaino e manteniamo una posizione leggermente distesa.
  3. Nel limite del possibile evitiamo di fermarci nel mezzo delle salite, sfruttiamo invece i tratti meno ripidi, meglio ancora se pianeggianti o quasi: la ripartenza sarà facilitata. Se ci fermiamo in salita ripartiamo molto lentamente e aumentiamo gradualmente il ritmo.
  4. Per la stessa ragione di cui sopra, non fermiamoci alla base dei gradini e dei gradoni: prima superiamoli e fermiamoci subito sopra.
  5. Non fermatevi mai all’improvviso ma calate progressivamente il ritmo per fermarvi dopo qualche passo (da cinque a dieci): quando si è sotto sforzo la fermata secca provoca un immediato innalzamento della frequenza cardiaca (invero questo è solo la parte percepita di tutto quello che succede nel nostro corpo, ma tant’è a noi basta questo) con l’impressione d’essere esausti e un conseguente inutile allungamento dei tempi di recupero.

Quando siamo allo stremo delle forze e ci accorgiamo di fare fermate ogni pochi passi c’è ancora una soluzione per recuperare il controllo della situazione: contare i passi e imporci di fare le fermate solo dopo averne fatti almeno una trentina; ridando ritmo al nostro incedere e spostando l’attenzione mentale al conteggio dei passi, pian piano riusciremo ad allungare il tratto di cammino (cinque o anche dieci passi in più per ogni allungamento) e, magari, a riprendere la marcia regolare.

Lo sguardo

Tipicamente di dice “guarda dove metti i piedi”, sarebbe meglio dire “guarda dove dovrai mettere i piedi”: per un cammino efficiente e veloce è bene anticipare l’analisi del terreno e poter definire dove mettere i piedi già qualche metro prima di doverlo effettivamente fare, per cui… sguardo alto in modo da poter osservare il percorso almeno cinque metri avanti a noi, lo abbasseremo solo nei passaggi più complicati ed esposti dove la sicurezza ci impone di stare particolarmente attenti.

Sitografia e approfondimenti

Fisiokinesiterapia – L’analisi del cammino: biomeccanica del movimento, postura, articolazioni e muscoli interessati (file PDF)

Università degli Studi di Roma Tor Vergata – Analisi del Cammino (file PDF)

Prof. Tommaso Marinelli – Biomeccanica del cammino (file PDF)

Università di Verona – Biomeccanica della locomozione (file PDF)

Il laboratorio del Movimento – La biomeccanica del piede nel cammino

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… Tecnica della corsa.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Divulgare il nudismo: aspettare o andare?


Foto di archivio


Ricordate il mio articolo “Sono stato a una festa”? Bene, dopo quella bellissima esperienza, dopo che lo scorso anno all’ultimo avevo dovuto rinunciare, quest’anno volevo fortemente ritornarci per rivivere quel sentimento di amicizia, quell’apertura che, per ora, solo poche comunità hanno materialmente mostrato nei confronti del mio modo di vivere che si estende al camminare in montagna. Qui, nel comune di Braone, ormai, se non proprio tutti, molti mi conoscono quantomeno di nome, sanno che i vestiti li indosso solo quando proprio non ne posso fare a meno, alcuni mi hanno anche incontrato durante le mie uscite sui monti della zona, e sanno che annualmente ci porto un gruppo di amici, a parte i gruppi dell’oratorio e di Campo Tres, uno dei pochissimi gruppi che qui salgono a fruire dei servizi dell’ottimo rifugio, hanno ben presente anche questo e lo considerano un bel punto di forza. Così desideravo anche che queste magnifiche persone potessero conoscere alcuni dei miei amici ed ho di conseguenza inserito questa uscita nel programma 2017 di VivAlpe, il programma nato e cresciuto per far conoscere, e magari provare, la normalità del camminare nudi.

Sebbene dovessero salire per conto loro essendo io impegnato in una perlustrazione alquanto impegnativa e lunga, tre amici hanno aderito e mi hanno raggiunto al Prandini. L’accoglienza è stata quella che mi aspettavo, la stessa che avevo ricevuto io due anni addietro, un’accoglienza sincera, assolutamente priva di finzioni, ma, come speravo (e pensavo), le cose sono andate anche oltre, quest’anno si è manifestato un certo interesse, mi, fintanto che ero l’unico arrivato, e ci, dopo che sono arrivati anche gli altri amici di Mondo Nudo, sono state formulate alcune domande, circostanziate, mirate, ma pur sempre importanti e rivelatrici. Il tutto è partito dall’affermazione pubblica di una signora “loro sono quelli che girano nudi qui sui nostri monti”, al che subito uno ha risposto “nudi, ma va, no, se incontrano i guardaparco?”, riprende il pallino la signora e: “che differenza c’è tra nudisti e naturalisti?” (beh si proprio così, come ho avuto modo di scrivere molti confondo naturisti e naturalisti, ancora prima che potessi farlo io qualcuno più informato ha corretto la domanda e spiegato la differenza tra naturisti e naturalisti), “ho sempre pensato che i naturisti fossero coloro che amano la natura!” (eh, eh, la signora ha perfettamente ragione e lo dico ormai da anni: questo è il vero senso etimologico della parola e, volenti o nolenti, non possiamo alterarlo a nostro discernimento, per altro il suffisso ista va applicato al carattere prettamente distintivo di un’attività, ti piace andare in moto sei motociclista, ti piace costruire modellini sei modellista, ti piace scalare le Alpi sei un alpinista, ami la natura sei un naturista, ti piace stare nudo sei un nudista, non ci si scappa).

Altre faccende spostano l’attenzione e il discorso cade, riprende un’ora dopo quando l’arrivo degli altri tre riattiva l’interesse: “scusate qui si chiedono alcune cose ed essendo io quella che fa le figure mi faccio avanti, perché camminate nudi?”, “c’è dietro una particolare filosofia?”, “che cosa avete voi di differente da noi?”. Qui, a parte la logica e perfetta, anche se un poco destabilizzante (per l’interlocutore), risposta di Cristina “niente”, si stava per avviare un discorso che poteva darci l’appiglio giusto per arrivare alla formulazione dell’invito: “venite, partecipate, osservate, percepite e, quando vorrete, provate”. Purtroppo le prime avvisaglie del temporale e lo spostamento dell’attenzione dell’interlocutrice verso altre questioni ci hanno interrotti, ma il seme è gettato, la prima ancora psicologica è stata generata, sarà poi facile riattivarla, sarà addirittura facile che si possa riattivare da sola.

Il resto della mattinata passa all’interno del rifugio ascoltando il rumore degli scrosci d’acqua, alternando chiacchiere di diverso genere e mangiando. Sul finire del pranzo una persona conosciuta in mattinata e con la quale già avevo parlato ma solo di montagna e trail, viene catturata da Riccardo che gli parla del mio lungo viaggio di TappaUnica3V, da qui nasce una richiesta di maggiori dettagli alla quale faccio seguire l’ovvio invito di venirmi a leggere sul mio blog. Nel frattempo il temporale si esaurisce e lascia il passo ad un debole sprazzo di luce e di sole, di comune accordo si decide di approfittarne per rientrare a valle prima che possa arrivare nuova pioggia. Io devo muovermi in direzione opposta a quella di tutti gli altri per cui ci salutiamo con il sottinteso augurio di vederci nuovamente, magari riprendendo il discorso rimasto in sospeso e portarlo all’invito anzidetto, per ora la certezza che qui possiamo continuare a venirci, che qui possiamo muoverci in libertà con ancor meno attenzioni e preoccupazioni di quelle che, purtroppo, ad oggi dobbiamo comunque sempre avere.

Qualcuno potrà osservare che siamo dovuti rimanere vestiti e che così abbiamo ceduto alla forza dei tessili, niente di più sbagliato: noi non abbiamo ceduto nulla a nessuno, abbiamo, così come tutti spesso fanno, solo volontariamente deciso di partecipare ad una festa in un contesto non nudista, a differenza di quanto molti fanno noi, però, ci siamo andati senza nasconderci dietro le nostre vesti, ci siamo andati con il preciso intento di farci individuare per “quelli che vengono nudi”, di poter parlare del nostro andare nudi, d’essere vestiti nel corpo ma nudi nell’animo e nelle parole. Così è stato e i risultati sono incontestabili, sono quei risultati che da almeno due anni ho capito essere raggiungibili solo smettendola di vivere nel terrore d’essere identificati come “quelli che stanno nudi”, smettendola di nascondersi, smettendola di predicare l’autodifesa del territorio attraverso l’obbligo assoluto della nudità, smettendola di aspettare che gli altri comprendano e abbraccino la scelta nudista, bisogna manifestarsi, accettare e promuovere la promiscuità (brutta parola che spesso viene utilizzata in modo negativo ma che qui devo necessariamente utilizzare nella sua positiva valenza), capire che solo la condivisione degli spazi può darci spazio, capire che se io obbligo gli altri avranno paura di perdere spazio, capire che non c’è la paura di vedere persone nude ma quella di doversi per forza mettere a nudo, comprendere che se io attivo un forte meccanismo di difesa gli altri a loro volta faranno lo stesso e saranno solo i grossi numeri, quelli che noi per ora non abbiamo, a fare la differenza e decretare il vincitore.

Dobbiamo muoverci, spostarci, alzare il nudo culo dalla salvietta, e portarlo, vestito ma nudo, tra quegli altri che, così come pretendiamo facciano loro, dovremmo smettere di chiamare “altri”. Sono persone, solo persone, persone che ancora devono scoprire quello che noi abbiamo già scoperto, così come noi potremmo dover scoprire cose che loro hanno già scoperto: tutti abbiamo sempre qualcosa da imparare da tutti, tutti abbiamo sempre limiti e paure, tutti abbiamo da comprendere e capire, tutti!

“Ne abbiamo piene le… sentenze”


Come tutti ormai dovrebbero ben sapere, in merito al nudo pubblico (perché in privato, almeno in Italia, ognuno può fare quello che vuole) la legislazione italiana si mantiene assai vaga lasciando a chi gestisce l’ordine pubblico e ai giudici l’onere di decidere caso per caso. Una situazione per certi versi ideale potendosi così adattare all’evoluzione dei tempi, per altri invece negativa visto che in Italia le sentenze non fanno legge, che i giudici non sono tenuti a conformarsi alle scelte di un loro collega e nemmeno della Cassazione, che è ben evidente quanto anche in giurisprudenza spesso le convinzioni personali prendano il sopravvento sulla realtà dei fatti, che mancando un principio preciso su cui fondare la discussione il tutto diviene un azzardo, che in italia le istituzioni sono assai lente ad adeguarsi al cambiamento sociale, che gli amministratori comunali (Sindaci in primis) sono assai più attenti alle voci degli “amici di partito” che a quelle della gente nel suo insieme, eccetera, eccetera. Nonostante tutto, però, a partire da una prima sentenza favorevole ai nudisti (anno duemila) ne sono seguite diverse altre similari di giudici di ogni ordine e grado, si è così inquadrata una nuova convenzione giuridica che, osservando e facendo proprio l’evidente cambiamento dell’opinione comune nei confronti del nudo, lo ritiene accettabile in una larga tipologia di situazioni, di sicuro in tutti quei luoghi dove da tempo è consuetudine stare nudi, in diversi casi anche in contesti dove il nudo non è tipico, ad esempio zone isolate e difficili da raggiungere come le calette delle scogliere di mare e certi reconditi pascoli alpini, ma anche zone meno isolate e più frequentate qualora comunque periferiche ai grandi centri e al momento desertiche, vedasi certi sentieri di montagna. Materialmente possiamo dire che, entro certi limiti, il nudo pubblico è oggi giuridicamente legittimo.

Ehm, oggi? Purtroppo il “recente” decreto legge sulla depenalizzazione dei reati minori ha un poco rimescolato le carte in tavola e… sebbene siffatto decreto legge non dovrebbe invero avere influenza sulla predetta convenzione giuridica favorevole al nudismo, succede che, visto l’importo a tre e persino quattro zeri (si osservi che, per fare un solo esempio, chi guidando un natante in modo irresponsabile travolge e uccide un subacqueo rischia al massimo un’ammenda a due zeri) delle sanzioni corrispondenti e con la complicità di altra, più vecchia, variazione legislativa che rende assai complesso e gravoso opporsi alle sanzioni, le amministrazioni comunali, non dovendo più fare necessariamente ricorso ai giudici (che, come detto, andrebbero ad annullare le denunce), magari nemmeno ai Prefetti (che, assimilando le decisioni dei giudici, pure avevano iniziato a stralciare le denunce), ed essendo sempre alla caccia di introiti economici, ne hanno approfittato per ridare vigore alla caccia al nudista e sono così fioccate a destra e a manca le contravvenzioni. Vero che qualcuno, l’onorevole Luigi Lacquaniti, si è mosso per chiedere una rivalutazione legislativa dell’importo di tali sanzioni, ma vero anche che la risposta del diretto responsabile è stata molto più che evasiva come si evince da un pdf ufficiale della Camera: la risposta del ministro non prende affatto posizione sul punto del nudismo, ma si limita a un lungo sproloquio sulla depenalizzazione e ricorda che entro 18 mesi sono possibili interventi correttivi, ma dice anche che “non sono allo studio da parte di questo ufficio iniziative normative nella materia oggetto di doglianza” e che anzi “nessuna osservazione, in punto di adeguatezza [delle sanzioni], è stata comunque sollevata dalle altre amministrazioni interessate alla delega”, insomma una chiara e forte, sebbene subdolamente celata con le solite formule tanto care ai politici, affermazione di diniego. Per altro, per quanto riguarda il nudo l’intervento più corretto sarebbe ben diverso dalla semplice riduzione delle sanzioni (che equivale a ribadire quell’illiceità del nudo che ormai la convenzione giuridica aveva invece annullato): un’esplicita dichiarazione di esclusione del nudo dal contesto degli atti contrari alla pubblica decenza (e anche da quello, invero assolutamente inapplicabile ma che spesso veniva e viene utilizzato dalle forze dell’ordine, degli atti osceni in luogo pubblico), stop! Poche parole chiare, semplici e inequivocabili.

Purtroppo siamo ben lontani dal poterci aspettare questa semplice e chiara azione e le sanzioni fioccheranno ancora a lungo, così… così qualcuno, l’Associazione Naturista Italiana (ANITA), si è mosso e al grido di “ne abbiamo piene le sentenze” ha dato i natali ad un Fondo di Solidarietà Naturista grazie al quale intanto poter dare assistenza legale a tutti coloro (associati e, cosa assai rilevante, praticamente una gradita rivoluzione rispetto alle consuetudini associative, non associati) che incapperanno in dette opportunistiche e ufficiosamente illecite sanzioni amministrative, e poi (che è forse il punto di maggior forza dell’iniziativa) poter intraprendere azioni giuridiche verso quelle amministrazioni pubbliche che, andando in controcorrente rispetto alla convenzione giuridica e all’opinione comune, continuino a molestare chi se ne sta semplicemente e pacificamente nudo. A tal ragione l’ANITA ha avviato una raccolta fondi aperta ovviamente a tutti, nudisti e non nudisti, soci e non soci, italiani e stranieri. Insomma, chiunque abbia a cuore il concetto di libertà, chiunque pensi che le persone quando non provocano ad altri reali danni materiali debbano essere libere d’agire secondo propria coscienza, chiunque ritenga doveroso il reciproco rispetto dove reciproco sta a indicare la bilateralità dell’azione e rispetto sta a indicare la considerazione dell’effettiva limitazione in carico alle due parti (raramente simmetrica), chiunque abbia a cuore l’oggettività delle azioni istituzionali, chiunque ritenga che il politico non debba governare solo in ragione di chi lo ha eletto ma anche in ragione di tutti gli altri, del bene comune all’interno della comunità che amministra, ecco chiunque sia per la democraticità delle cose e delle istituzioni è invitato a partecipare, qui (pagina News sul sito di ANITA) trovate tutte le informazioni necessarie all’effettuazione del versamento e qui (pagina Verbali e Bilanci di ANITA), ai fini della massima trasparenza, trovate l’evidenza materiale dei versamenti fatti.

Finalmente una bella vera iniziativa pro nudismo e pro democrazia, sosteniamola, visto quante sono le istituzioni che si approfittano della situazione per rimpinguare le proprie casse è assai importante la partecipazione del maggior numero possibile di “amici della democrazia e della libertà”.

Grazie ANITA, grazie!

Camminare in montagna: la respirazione


Prosegue da… La postura.


Siamo partiti, facciamo i primi passi e, come abbiamo già visto, il nostro organismo inizia la sua importante funzione di adattamento allo sforzo. Una delle alterazioni fisiologiche in atto è quella che riguarda la respirazione: i nostri muscoli hanno bisogno di maggiore energia che, per essere prodotta in modo adeguato (aerobico) allo sforzo prolungato dell’escursionismo, dev’essere supportata da una maggiora quantità di ossigeno, ovvero da una respirazione diversa. Quale?

Diciamo subito che, ovviamente, il nostro organismo sa benissimo come respirare per supportare la nuova richiesta energetica, purtroppo le nostre abitudini mentali (pretesa di respirare come se stessimo passeggiando davanti alle vetrine del corso) e posturali (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) riescono a modificare il meccanismo naturale e rendere la nostra respirazione inefficace o addirittura deleteria. E allora?

Allora innanzitutto prendiamo coscienza del fatto che la respirazione non potrà essere calma e tranquilla come quando passeggiamo per le piane vie di una città, facciamoci ragione del fatto che è normale dover respirare in modo che per ora definisco semplicemente diverso (e non vuol dire che siamo affaticati), poi alleniamoci a respirare nel modo corretto. Quale?

Stendetevi a terra pancia all’aria (potreste anche stare in piedi ma distesi è meglio), rilassatevi per qualche secondo, cercate di non pensare a nulla, ora appoggiate una mano sul torace e una sulla parte alta dell’addome (subito sotto lo sterno), concentratevi sulle due mani: quale delle due si muove? Quella sul torace? Allora avete una respirazione alta, pertanto lavorate con la parte più stretta dei polmoni provocando una limitata ventilazione, sufficiente per la vostra quotidianità ma non adatta a supportare uno sforzo più intenso. Quella sull’addome? Beh, l’avrete già intuito, questa è la respirazione adatta a supportare uno sforzo più intenso del normale, anche molto più intenso; respirando con l’addome, ovvero con il diaframma, state utilizzando la parte più ampia dei polmoni quindi il volume ventilato è decisamente maggiore di quello mosso da una respirazione alta. Ambedue? Che dire, probabilmente siete già allenati ad una respirazione completa (per caso praticate l’apnea?) e sfruttate per intero i vostri polmoni avvicinandovi o arrivando a ventilare il massimo volume d’aria consentito dalla vostra costituzione fisica, perfetto? Non necessariamente, non è sempre detto che la respirazione completa sia quella più adatta, se camminate lentamente e con uno zaino leggero allora è ottimale, ma man mano che la velocità di cammino sale e/o il peso dello zaino aumenta diventa sempre più difficile da sostenere: è lenta e, nell’unità di tempo, non arriva a produrre la quantità di ossigeno che ci necessaria; provoca una continua variazione del nostro baricentro, quindi variazioni all’equilibrio già reso instabile da un terreno irregolare; è ostacolata dallo zaino, abbiamo visto che per un suo corretto portamento gli spallacci vanno tenuti piuttosto stretti e questo potrebbe rendere assai complicato e dispendioso dilatare il torace. Bene, abbiamo capito che la respirazione ideale è quella diaframmatica (bassa), attenzione però alla postura: se spezzate il busto in avanti, come spesso si vede fare, andate a comprimere l’addome e il diaframma risulterà impossibilitato a muoversi, per cui… busto ben eretto.

A questo punto siamo all’eterno dilemma: respirare con il naso o con la bocca? Facile trovare sul web indicazioni che, con la (giusta) scusante del riscaldamento dell’aria inspirata e del suo filtraggio, impongono la respirazione dal naso, va bene, benissimo, fintanto che il volume da ventilare rientra in quei valori consentiti dalla limitata dimensione delle narici, se andiamo oltre c’è poco da fare, bisogna necessariamente respirare anche con la bocca. Lo sa bene il nostro corpo che, infatti, sotto sforzo ci induce naturalmente a respirare con la bocca, opporsi, per altro con notevole impegno mentale, a tale fisiologico comportamento vuol soltanto dire impedire una corretta ventilazione. Quindi, inspirate liberamente con la bocca (l’ideale sarebbe naso e bocca insieme), se dovesse fare particolarmente freddo e temete per la vostra gola (premesso che sono proprio i timori e gli atteggiamenti eccessivamente protettivi a creare problemi) indossate un foulard o uno scaldacollo; l’espirazione fatela solo con la bocca (qui non ci sono scuse di scaldare o filtrare l’aria), risulterà più veloce e completa portando ad una inspirazione naturalmente diaframmatica e a una migliore ventilazione.

Nella corsa si bada molto anche al ritmo della ventilazione equilibrandolo con quello del passo, ci sarebbe anche una interessante teoria (vedi sitografia a fondo pagina: “Runner’s World – Il segreto è nel respiro”) che vorrebbe ideale un ritmo asimmetrico: più veloce nell’espirazione che nell’inspirazione in modo da alternare l’espirazione con l’appoggio piede a terra onde equilibrare le sollecitazioni d’impatto tra i due arti e ridurre l’incidenza dei traumi. Nel cammino molto veloce potremmo fare riferimento alle stesse indicazioni, mentre nel cammino a velocità più tipiche direi che possiamo lasciar fare alla natura, facendo solo attenzione a non andare in iperventilazione (aumento sproporzionato del volume ventilato con alterazione degli equilibri nelle pressioni parziali di ossigeno e anidrite carbonica, potendo così arrivare alle vertigini o addirittura allo svenimento) o nella tachipnea (respiri molto brevi ed eccessivamente veloci).

Per finire, come uscire da momenti di crisi respiratoria? Capita, ad esempio per aver sottovalutato un breve strappo di salita, di trovarsi al limite respiratorio, ovvero di faticare a ventilare in modo adeguato anche da fermi, in tal caso per recuperare il giusto ritmo potete, aprendo per bene la bocca, effettuare un paio di espirazioni molto veloci, in pratica dei soffi energici ma non troppo violenti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Aerobico o anaerobico?

Mypersonaltrainer – Fisiologia della respirazione e respirazione addominale

Mypersonaltrainer – Diaframma e respirazione diaframmatica

Mypersonaltrainer – Sport: respirare con il naso o con la bocca?

Mypersonaltrainer – Frequenza respiratoria

Mypersonaltrainer – Iperventilazione, cause e sintomi

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Runner’s World – Il segreto è nel respiro

Missione correre – Come respirare quando si corre

Sport&Medicina – Educazione respiratoria


Continua in… Le calzature.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

“e poi c’è Cap d’Agde atto secondo” la nuova fatica editoriale di Siman


La storia parte da “e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze -I racconti di un pollo-” un libricino in cui l’autore, il mitico Siman, prende la scusa di Cap d’Agde, nota cittadina francese dove il nudo avvolge normalmente l’intera quotidianità, per parlare in modo deliziosamente ironico di tutt’altro. Infatti a Cap d’Agde è riservato solo un capitolo, il penultimo, gli altri sette capitoli sono invece dedicati al racconto di episodi, più o meno di fantasia ma pur sempre riferiti a fatti veri, inerenti il nudismo e i nudisti in genere. La scelta è tutt’altro che balzana come appare, in ambedue i casi si sprecano atteggiamenti ipercritici e “tessilmente” censuratori che isolano una zona d’opinione la quale diviene metaforicamente la Cap d’Agde dei veri naturisti: così come molti nudisti (o, per meglio dire, naturisti come si amano definire una gran parte di tali personaggi) si ergono a paladini delle verità nudiste, oops, naturiste imponendo all’intera comunità (naturista, nudista e tessile) atteggiamenti e pensieri loro (il naturista non mangia carne; il naturista non manifesta pubblicamente atteggiamenti affettivi; il naturista non si depila o, secondo l’opinione dell’impositore di turno, si depila; il naturista non altera il proprio corpo con tatuaggi o piercing; il nudo si pratica solo al chiuso; naturista è l’esempio, nudista è il maiale; e via dicendo), allo stesso modo, fondandosi più sul sentito dire che sull’esperienza personale, molti naturisti (e anche nudisti) si dilettano nel diffondere le più disparate maldicenze su tale cittadina francese, rea di tollerare atti contrari al verbo del naturismo.

Ma Cap d’Agde è veramente come la descrivono? È davvero il ricettacolo della trasgressione sessuale? È effettivamente un malsano esempio di cattiva gestione della nudità?

Siman, anziché fermarsi al sentito dire è andato a vedere, e una volta in zona anziché isolarsi dove i preconcetti potevano restare immutati si è immerso nella realtà del luogo, tutta la realtà, conveniente e sconveniente, piacevole e spiacevole, anziché chiudersi nel cerchio del parlare tra sé e sé o, al massimo, con coloro che la pensano allo stesso modo, si è aperto al dialogo con tutti. Da quest’esperienza arriva questo secondo libricino “e poi c’è CAP D’AGDE… Atto secondo –le istruzioni per l’uso- ovvero: come riuscire a sopravvivere salvando la propria virtù e farla franca (o farsi la Franca)” nel quale Siman, utilizzando ancora la scorrevole formula del racconto e la sua deliziosa ironia, si addentra nei più reconditi meandri della cittadina francese per descriverne tutti gli aspetti e la ricca collezione di frequentatori, approfittando ogni tanto della situazione per inserire frecciatine, ehm, considerazioni più generiche che si riuniscono sul finire in un discorso magari iperbolico (si ritorce contro se stesso) ma comunque serio e veritiero, il tutto senza scadere mai nella retorica degli stereotipi e, quand’ove poteva ad altri risultare necessario, nella volgarità. Ne risulta una lettura non solo oltremodo piacevole e interessante, ma anche educativa, nella quale ogni persona (naturista, nudista o tessile che sia) potrà trovare, a seconda della sua iniziale posizione, conferme o negazioni, ma ancor più potrà trovare spunti di meditazione profonda e non solo su Cap d’Agde!

Anche questa nuova fatica editoriale dell’inesauribile Siman è acquistabile on-line sia in versione cartacea che come e-book; i proventi delle vendite andranno a sostenere le spese web della più grande comunità nudista italiana, e non solo italiana: iNudisti.

Ritorno al Prandini


Tutte le foto sono di Marco M.

Ogni volta è una scoperta, ogni volta ci sono nuove emozioni, ogni volta si rinnova la magia di questa valle, una valle non propriamente sperduta eppure selvaggia e solitaria. Quest’anno mancano il rosa dei rododendri e il bianco degli eriofori pertanto le tinte risultano meno variegate, in gran parte sono le varie tonalità del verde e del marrone date dalle erbe di pascolo, dalle torbiere, dagli ontaneti e dai lariceti, punteggiate qua e là da qualche macchia violacea delle Campanule di Scheuchzer. Eppure il fascino è sempre lo stesso, non di meno, solo diverso: l’estensione degli ampi spazi dove nulla appare muoversi, il dispiegarsi delle più o meno estese placconate rocciose che riflettono la luce del sole, l’innalzarsi prepotente di pareti e cime che dall’alto silenti guardiani vigilano sull’intrepido viandante.

In quattro ci troviamo in quel di Braone dove lasciamo una delle due vetture. Andiamo a ritirare le chiavi del rifugio dal sempre cordialissimo Piero e poi ci avviamo verso l’inizio del cammino. A Ceto imbocchiamo la stretta e tortuosa strada della Val Paghera, alla prima curva sbuca fuori un grosso fuoristrada che, ignorando la mia segnalazione sonora, se ne esce tutto baldanzoso: brusca frenata di ambedue e si evita di poco un bel frontale. Con un’ardita manovra, usufruendo di un piccolo slargo riesco a far passare l’altra vettura e poi mi rimetto in marcia. Qualche tornante, uno stretto passaggio tra un nucleo di case, un lungo diagonale a picco sul fondo della Val Palobbia, passiamo il ponte provvisorio (che ormai si può dire definitivo) che ha preso il posto dell’antico ponte romano portato via dalla forza dell’acqua qualche anno addietro. La strada ora riprende a salire con continui tornanti dirigendosi verso la Val Paghera al cui imbocco le Case Faet preavvisano dell’imminente arrivo al piccolo parcheggio.

Ore venti e trenta, ci mettiamo in cammino. Superiamo la breve ma ripidissima salita asfaltata che conduce alle Case di Scalassone, magnifico agglomerato di cascine immerse in verdi e riposanti prati che spezzano la continuità dell’ampio bosco, e imbocchiamo la comoda e ben segnalata mulattiera che porta al rifugio Prandini. Data l’ora tarda, che fa immaginare un improbabile incontro con altre persone, e la temperatura, ventotto gradi centigradi, ci mettiamo subito in libertà: da qui in avanti non incontreremo altre abitazioni e il passaggio nei dintorni della malga Foppe di Sotto avverrà nel buio della notte, così come l’arrivo al rifugio, all’interno del quale sappiamo esserci nessuno. Rinfrancati dalla nudità, prima fruendo delle ultime luci del giorno, poi dell’illuminazione artificiale delle nostre frontali, risaliamo i tanti tornanti della bella mulattiera. Ancora nel bosco, senza infastidirci, un leggero scroscio di pioggia ci fa breve compagnia, poi scompare lasciando il posto ad alcuni lontani brontolii di tuono. Torna la quiete, agli ultimi tornanti le luci della valle improvvisamente compaiono ai nostri occhi, poco oltre imbocchiamo a destra il sentiero che ci porta alla verdissima piana delle Foppe di Sotto: concedo ai compagni dieci minuti di sosta, poi di nuovo in cammino. Passando alla parte superiore della piana il silenzio si fa totale e invito i miei compagni ad ascoltarlo per alcuni secondi. Eccoci all’altezza della malga, non si vede e non si sente segno di vita, passiamo oltre, risaliamo il canalino che porta al ripiano sopra la malga, qualche decina di grosse gemme bianco giallastre risplendono a mezz’aria nel buio della notte: gli occhi degli asini che qui stanno passando la notte.

Inizia la parte più ripida del percorso, prima due lisce placche rocciose da risalire direttamente, poi una sequenza di pianetti erbosi e ripidi canalini di terra e roccia, il cui superamento è facilitato da rudimentali gradinamenti. I lampi, che nel frattempo avevano ripreso a schiarire il cielo, si fanno più vicini, ma l’assenza dei tuoni e del vento ci rassicurano e proseguiamo senza foga nella nostra marcia. Eccoci in vista del dosso che affianca il rifugio, se fosse giorno potremmo vedere la bandiera che lo sovrasta, siamo arrivati! Nell’uscire dall’ultima dorsale che ci copriva dalla valle veniamo travolti da un caldo vento temporalesco, percepisco che entro pochi minuti si scatenerà l’inferno e sollecito i compagni ad accelerare il passo. Marco e Maria rispondono prontamente, Cristina arranca e l’aspetto, sotto le prime gocce d’acqua arriviamo al rifugio, apro la porta, entriamo e… la pioggia si fa di colpo notevolmente intensa: scampata proprio per un pelo. Ammiriamo i pregevoli lavori di ammodernamento fatti all’interno del locale cucina (è stato rifatto anche il tetto ma questo lo potremo ammirare solo la mattina), ci sistemiamo, ci facciamo una tisana e poi, cullati dall’intenso rumore della pioggia, tutti a nanna.

Sabato mattina, alle sei sono fuori a guardare il cielo, alternanza di nuvole e sprazzi di sereno fanno sperare quantomeno in una discreta giornata. Più tardi, mentre facciamo colazione, il sole illumina i dintorni del rifugio e riscalda l’aria tutto sommato già gradevole: contrariamente al solito possiamo evitare di vestirci. Preparati gli zaini ci mettiamo in cammino per l’odierna escursione, uno dei giri che ho personalmente individuato: il periplo della valle. Scegliendo il percorso migliore, tra gli ontani e la torbiera risaliamo il pendio che porta alla base delle lisce placche che fanno da basamento al coster di sinistra (orografica), qui giunti imbocchiamo l’erboso canalone che s’innalza verso il Monte Stabio. Quando la ganda se ne impadronisce usciamo alla sua sinistra per procedere per comode lingue erbose zigzagando tra le placche: innumerevoli gli scorci visivi che si aprono ai nostri occhi, sia verso la valle che verso il monte, sia sulle vicine verdi Somale di Braone che sulla retrostante verticale pala del Pizzo Badile, sulla Cima di Terre Fredde e il Cornone di Blumone, sulla Concarena e oltre, troppo lungo elencare tutte le cime che man mano appaiono ai nostri occhi, molte delle quali evocano in me lontani piacevoli ricordi di escursioni e arrampicate.

Lentamente, troppo lentamente ci approssimiamo alla Porta di Stabio dove arriviamo con un poco di ritardo sui tempi stabiliti, eppure con un buon anticipo sull’orario prefissato essendo partiti un’ora prima del previsto. Il cielo si è fatto totalmente grigio, la nuvolaglia, lungi dal minacciare pioggia, copre il sole proteggendoci dai suoi raggi infuocati e rendendoci confortevole il cammino. Seguendo brevemente il sentiero segnalato scendiamo al sottostante anfiteatro roccioso dove alcuni laghetti piovani cupamente risplendono alla tenue luce filtrata dalle nuvole. Quando il sentiero segnato riprende a scendere verso il fondo della valle, lo abbandoniamo per tagliare nell’erbe in direzione del Passo del Frerone. Passato un costolone erboso, sotto il quale abbiamo sostato per il pranzo, scendiamo nell’ampia e impressionante conca di frana (bellissimo esempi della forza che la natura può esprimere) sottostante la sconvolta bianca parete del Frerone e la risaliamo sul versante opposto. Visto l’orario (abbiamo accumulato altro ritardo) e avendo deciso di non proseguire verso la mulattiera di Cima Gallinera (il terreno è complesso e il percorso che ho già fatto non è proponibile ai miei compagni, trovarne uno nuovo comporterebbe a loro un eccessivo dispendio di energie), decido di non salire fino al passo ma di scendere a prendere l’ormai vicino sentiero segnato che riporta sul fondo della Val Braone, con il quale rientriamo più facilmente e tranquillamente al rifugio.

Nel tardo pomeriggio arrivano due pastori, qui saliti per arieggiare i locali della malga presumo in previsione di un loro imminente risalita da quella di sotto (dove la notte ci aveva nascosto i segni di vita), non sapendo se sono al corrente del nostro stile di vita ci rivestiamo, vestito dialogo a lungo con loro, parliamo del temporale della notte, della solitudine di questa valle, mi spiegano come mai ancora non sono saliti, mi fanno notare l’erba giallastra non adatta al bestiame, ha sofferto per la siccità e la grandine; parliamo degli animali che popolano la zona, i caprioli che hanno incontrato poso sotto (come mai io non li ho ancora visti?), il gallo forcello che canta sul dosso soprastante, l’aquila che dimora nel Listino e che ogni tanto viene a far visita al loro gregge di pecore per prelevare un agnellino. Ci salutiamo, loro chiudono la malga e ridiscendono a valle, io torno dai miei compagni. Stiamo attendendo l’arrivo di Riccardo, ancora non ha dato segni, mi porto sul dosso soprastante per scrutare verso valle, qualcosa di nero si muove poco sotto, forse è lui, scendo per andargli incontro, invece nulla, probabilmente erano i pastori che stavano scendendo. Attendo un poco, scendo ancora, e ancora, altra attesa, nulla, allora risalgo e ne approfitto per un breve allenamento: parto di corsa, la mantengo finché ci riesco poi procedo al passo più spedito che mi riesce di mettere in atto. Quando arrivo al rifugio è quasi ora di cena, mentre prepariamo il necessario ecco che, ormai inatteso, arriva Riccardo: saluti, baci e abbracci, è bello rivederlo tra noi, è bello sapere che è salito in un tempo di tutto rispetto, è bello poter sperare in una sua futura maggiore partecipazione. La giornata si chiude con un’ottima spaghettata al pesto genovese, accompagnata da speck dell’Alto Adige e altre leccornie che ognuno di noi ha portato a monte per condividerle, ivi compreso un ottimo vino procurato dalla sempre carinissima Cristina.

Domenica mattina, dopo una notte che ha alternato pioggia e stelle il cielo si presenta sereno, la temperatura è leggermente più bassa di ieri ed è necessario indossare almeno una maglia leggera, ben presto, però, il sole provvede a rialzarla. Colazione, accurata pulizia del rifugio, preparazione degli zaini, si chiude tutto e via per il rientro a valle, un rientro gradevolmente nudo: nonostante la giornata domenicale solo un uomo e una donna (presumibilmente parenti del pastore visto che salivano senza zaini e che sono ridiscesi poco dopo) incrociano il nostro cammino, prima mentre, parzialmente ricoperti, transitiamo nei pressi della malga e mezz’ora dopo alla fine della piana mentre, nuovamente nudi, stiamo scattandoci la rituale foto di gruppo prima di abbandonare questa magnifica valle. Ripreso il cammino scendiamo seguendo la variante del sentiero delle Cascate, purtroppo la poca acqua le rende meno appariscenti, ma comunque pur sempre interessanti, specie la più bassa alla quale si arriva con una breve digressione dal sentiero principale. Eccoci nuovamente alle Case di Scalassone che attraversiamo dopo esserci rivestiti, la ripida discesa asfaltata e il parcheggino con l’auto: il cammino è finito e con esso è purtroppo finita la nostra escursione.

Con continui intoppi e tante manovre di disimpegno per il traffico oggi intenso discendiamo la strada che porta a Ceto, ci portiamo a Braone, salutiamo Marco che deve rientrare a casa, consegniamo chiavi e soldi  e ci portiamo ad una vicina pizzeria per regalarci un ottimo piatto di casoncelli al burro, dissetandoci con la meritata fresca birra. Rifocillati ci mettiamo in viaggio per il ritorno a casa: anche questo ennesimo ritorno al Rifugio Prandini è giunto al suo epilogo, come sempre ci rimangono negli occhi e nelle mente le stupende immagini dalla Val Braone, ricordi indelebili che nemmeno le foto riescono ad eguagliare, spero abbiano comunque potuto darvene una seppur minima parvenza.

P.S.

Come sempre ringrazio gli amici che mi hanno accompagnato in questa ennesima esperienza di montagna, ringrazio anche l’amico Piero per la calorosa accoglienza, la Commissione Rifugi di Braone e tutti gli Alpini di Braone per la cura con cui mantengono questo splendido rifugio. Rinnovo i ringraziamenti al Sindaco e a tutta la Giunta Comunale di Braone per l’averci cortesemente ospitato nella loro valle, nonché a tutti coloro che, spero piacevolmente, hanno avuto modo di incontraci, specialmente quando eravamo nudi, ma, tutto sommato, anche a tutti i cittadini di Braone che ancora non ci hanno conosciuto di persona, a quelli che sappiamo mai aver mosso lamentele per la nostra presenza ma anche a quelli che, al contrario, si sono opposti e che vorremmo proprio poter incontrare per dimostrare anche a loro l’onesta e la salubrità della nostra scelta, l’imminente festa del rifugio potrebbe essere l’occasione propizia: io ci sarò di certo e con me forse anche alcuni amici.

Grazie!

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V cosa non è andato nel verso giusto?


Sconfitto ma vittorioso, dicevo, sconfitto perché alla fine il giro non l’ho portato a termine, di più, ne ho fatto solo un quarto, vittorioso perché il dolore è stato grande e ci ho comunque convissuto per tanti chilometri, trentatré per la precisione, vittorioso perché ho nuovamente goduto della magica solitudine notturna, perché ad un certo punto mi chiedevo “ma chi me lo fa fare” eppure andavo avanti, eppure sapevo ancora guardarmi attorno e apprezzare i panorami, il verde dei prati, i colori dei boschi, il cielo azzurro, l’alba che è arrivata a illuminare il mio cammino. Vittorioso anche perché nel dolore il rapporto con la montagna è stato ancora più profondo, da lei ho estratto le forze per procedere, da lei ho catturato il coraggio per tentare l’estremo, da lei ho ricevuto tante sensazioni belle e positive, sensazioni che mi hanno presto indotto a dire “ci riproviamo”. Vittorioso perché ogni esperienza insegna a chi vuole imparare e io voglio imparare.

Cosa non è andato? Boh, impossibile individuarlo con precisione, almeno per me, molte sono le ipotesi, diversi i dubbi, alla fine la ragione più probabile è la sussistenza di diverse concause.

In ordine di rilevanza e, a mio parere, probabilità (ovviamente molte considerazioni sono riferite in specifico ai primi dodici chilometri, quelli che hanno preceduto l’insorgenza dei primi dolori).

Sovraccarico muscolare?

Nelle ultime uscite avevo rilevato che spingendo in salita ripida, specie in presenza di gradoni, i quadricipiti facevano subito male, poi però passava, mi bastava rallentare per qualche minuto. Ho pensato che, visto il ritmo lento programmato per il giro, bastasse un poco di riposo a risolvere il tutto: a quanto pare non è bastato! Non mi spiego, comunque, perché siano stati ingestibili e questo porta ai punti successivi.

Eccessivo carico psicologico?

Me l’ha suggerita un’amica laureata ISEF: “Magari hai caricato di aspettative l’evento (troppo), semplicemente perchè ci tieni un sacco, e il corpo ti ha fatto lo scherzo!”

Ci sta, ci sta tutto e alla grande, il problema al ginocchio mi aveva decisamente messo in apprensione, fino all’ultimo sembrava potermi inchiodare e questo mi ha portato ad una carica emotiva enorme espressa con l’idea di voler forzare al limite: “a costo di arrivare disteso quest’anno il giro lo devo completare”.

Ecco, vista la mia malsana idea il fisico potrebbe di certo aver deciso un’autodifesa mettendo in campo l’unica arma che, senza danneggiarlo più di tanto, poteva con certezza fermarmi: dei fortissimi dolori al muscolo che più di tutti mi serviva, il Femorale Retto!

Stanchezza generale?

Qui il suggerimento arriva da mia moglie: “nelle settimane precedenti alla partenza, a qualsiasi ora del giorno ti addormentavi molto facilmente, non potevi farcela”.

In effetti anch’io avevo notato questa cosa e volevo metterci riparo dormendo bene e a lungo la notte (perché i sonnellini fatti di giorno, sulla poltrona a poco servono, anzi) però:

  • nella settimana antecedente la partenza a causa del caldo torrido la notte dormivo molto poco;
  • il giorno prima, per un reiterativo impegno di lavoro che mi tiene alzato fino a tardi, ho dormito ancora meno;
  • pensavo di dormire la giornata della partenza e invece anche lì niente.

Alla fine, sebbene, forse per un’induzione psicologica dovuta alla mia determinazione, non mi sentissi per niente assonnato, potrebbe ben essere che, come detto per la causa precedente, il mio corpo abbia messo in atto un meccanismo di autodifesa.

Colpo di calore?

Mi è stata indicata come una possibile causa da un amico medico e pertanto la pongo in alto nell’elenco.

Tutto sommato è più probabile che il colpo di calore l’abbia subito l’anno scorso, mi ritrovo nei sintomi (che ora mi spiego), e l’avevo superato brillantemente, sebbene accumulando un poco di ritardo. Quest’anno sono partito di sera e di conseguenza i primi dodici chilometri li ho fatti con una temperatura più elevata del precedente tentativo, potrebbe starci un leggero colpo di calore, ma, ripeto, non mi ci trovo nella sintomatologia, in particolare mancavano lo stato di debolezza, la nausea, la sete intensa e il disorientamento: io stavo benissimo, il mio fisico supportava alla grande quello che stavo facendo, solo i quadricipiti ad un certo punto hanno iniziato a dare seri problemi, molto specifici però: il Vasto Mediale ha dato solo qualche crampo subito risoltosi spontaneamente; il Vasto Laterale forse (ma forse no, non ricordo più bene, il che vuol dire che sono eventualmente stati molto leggeri e secondari) qualche lieve dolore presto scomparso; il Femorale Retto (l’artefice della rinuncia) forti e costanti dolori ma non crampi.

Non so, certo lui è medico e io no, però ha fatto una valutazione a distanza sulla base di quello che ho scritto, ci sta anche che abbia male inteso. Per altro le temperature sopportate quest’anno erano comunque nettamente inferiori a quelle che ho affrontato l’anno scorso (nel tratto da Lodrino al Monte Ario), se sono passato allora, perché non quest’anno?

Zaino troppo pesante?

Volevo che ci fosse nello zaino quello che dovrebbe esserci per una percorrenza a tappe senza assistenza, rispetto allo scorso anno come attrezzatura c’era solo qualcosa in più (pantaloni anti pioggia, ginocchiera e tubetto di arnica gel) per all’incirca un chilo di peso, di per se molto poco. Un incremento sensibile era dato dai liquidi disponibili: raddoppiati per evitare la sete patita lo scorso anno nel primo tratto.

Alla fine lo zaino pesava all’incirca otto chilogrammi, forse nove: quattro di liquidi, mezzo di zaino, mezzo di barrette, il resto di abbigliamento e accessori vari. Quando l’ho sollevato dal tavolo subito mi sono detto “mannaggia quanto pesa”. Ma:

  • otto chili sono il peso dell’attrezzatura per un’arrampicata di media difficoltà, sempre portata senza particolari problemi (anche se sono più di dieci anni che non arrampico più);
  • otto chili sono ben meno del peso che due anni fa, al fine di rifornire il rifugio Prandini in vista di un lungo soggiorno con gli amici di Mondo Nudo, ho portato, senza problemi, per ben due giorni consecutivi.

Boh, questo fine settimana devo andare in un rifugio (non custodito) per due giorni e tre notti, avrò modo di verificare.

Spostamento respiratorio?

Si ci può stare, molto!

L’avevo già notato in passato ma poi non ci avevo più badato: quando sono al limite prestazionale smetto di respirare basso (diaframma e sterno, ovvero parte più larga dei polmoni) e inizio a respirare solo alto (petto e spalle, ovvero parte più stretta dei polmoni). Una siffatta respirazione riduce alquanto il volume ventilato e può certamente causare un affaticamento dei muscoli, magari anche solo di quelli maggiormente impegnati.

Durante i primi trenta chilometri del giro finale non ci sono mai stato attento, posso dire che quasi sicuramente nei primi dieci non ci sono caduto, ma, visto che sulla salita al Passo della Cavada mi sono accorto di averlo fatto, potrei esserci caduto nei successivi due che hanno portato al problema e poi rimastoci fino alle Conche inibendo il recupero.

Resta il fatto che in tutti gli allenamenti, dove ero spesso al limite se non oltre, solo una volta ho dovuto interrompere l’uscita (modificandone il percorso per un rientro all’auto più semplice).

Troppo abbigliamento?

Per la maggior parte del tempo sono stato nudo, però la prima salita, quella più rilevante, l’ho fatta con i pantaloncini indossati, sono leggeri, sono piccoli però ho più volte sperimentato quanto questo possa, specie in situazione di gran caldo e afa, ridurre la mia prestazione fisica, certo è sempre stato un calo generale, mai un calo relativo a un solo specifico distretto muscolare!

Stato fisico inadeguato?

La domenica prima della partenza è apparso uno strano dolore all’inguine, ho dato la colpa alla punta d’ernia che ho da anni. Qualche giorno dopo toccando il fascio muscolare che parte dall’inguine ho percepito lo stesso dolore e allora ho pensato ad uno stiramento. Il giorno della partenza tale dolore era svanito e non l’ho percepito per tutto il percorso fatto.

Tre o quattro giorni prima la partenza ho iniziato ad avvertire delle vertigini ogni qual volta muovevo bruscamente la testa, è un problema di cui soffro da anni, mi capita ogni qual volta il mio fisico si indebolisce, il giorno della partenza, però, mi sentivo in gran forma.

Errori nella preparazione?

Visto che mi preparo in totale autonomia è ben possibile che qualche errore l’abbia commesso, d’altra parte nei tanti mesi di allenamento ho sottoposto il mio corpo a stress anche ben maggiori e solo una volta, nelle prime uscite sulla lunga distanza, sono incappato in analogo problema.

Quest’anno negli allenamenti e test sono sempre andato molto bene, anche nella trenta chilometri fatta a metà giugno avevo mantenuto ritmi molto alti dimezzando, finché non è subentrato il dolore al ginocchio (problematica diversa che nel giro finale non si è presentata), tutti i tempi delle tabelle standard.

Errori alimentari nel periodo antecedente la partenza?

Anche qui mi regolo da solo senza fruire di un dietologo per cui potrei benissimo aver commesso qualche errore.

Di sicuro ho fatto un pasto esagerato tre giorni prima della partenza: per un errore di valutazione, mi ero mangiato quasi due etti di pasta asciutta (condita con verdure e olio) e due grosse carote tritate, nelle ore successive un poco di peso sullo stomaco l’avevo avvertito, ma avevo anche velocemente risolto con qualche pezzetto di zenzero fresco.

Errori idrici nel periodo antecedente la partenza?

Su consiglio dell’osteopata avevo iniziato a bere tre litri di acqua al giorno, dopo tre giorni, visto che urinavo indiscutibilmente troppo, li avevo calati a due mantenendo tale valore fino alla partenza.

Forse, visto che in quel periodo sono stato anche piuttosto sedentario, erano ancora troppi e sono finito col diluire la concentrazione di sali nelle cellule e nel sangue determinando un cattivo funzionamento del mio organismo. Ma allora perché solo dolori al muscolo Femorale retto? Perché non dolori a tutti i muscoli? Perché non la debilitazione generale?

Disturbato dal lavoro?

Sebbene avessi fatto di tutto per avere almeno dieci giorni di tranquillità prima della partenza e un’altra settimana dopo l’arrivo, alla fine mi sono trovato a lavorare fino all’ultimo, fino alla tarda sera precedente il via e avevo lavoro già il giorno dopo lo stop. Questo potrebbe avermi posto in uno stato di inavvertito stress psicologico e, di riflesso, fisico.

Tabelle di marcia troppo stretta?

L’ho controllata e ricontrollata più volte ed era sensibilmente più larga di quella dello scorso anno, certo può essere che uno stato fisico solo in apparenza ottimale possa averle fatte diventare strette e, in effetti, dopo la salita alla Maddalena la sensazione che avevo avuto era stata proprio quella di dover correre per rispettarla.

Scarpe troppo nuove?

Nuove ma assolutamente identiche alle precedenti (tra le quali quelle che mi hanno accompagnato lo scorso anno), nuove ma già usate per una cinquantina di chilometri, forse troppo pochi: nell’ultimo vero allenamento, l’Anello Altissimo del 3V, avevo notato la rigidità delle suole delle nuove scarpe, una rigidità che rendeva precario l’equilibrio e mi imponeva un passo più controllato. Man mano che marciavo, però, l’impressione s’era affievolita fino a scomparire del tutto e, comunque, la cosa non mi aveva provocato problemi ai muscoli delle gambe. Durante il giro finale tale impressione non l’ho mai percepita, ma l’ho di nuovo rilevata nei due test recentemente fatti: forse dovevo davvero far fare più chilometri a queste scarpe.

Inadeguato riscaldamento?

Ho il brutto vizio d’iniziare ogni attività fisica senza praticare un adeguato riscaldamento (ed è questo che mi ha forse causato il problema del ginocchio), ma in questa occasione prima della salita ho camminato quindici minuti in piano assieme a mia moglie e mio nipote. Per altro nelle mie escursioni di allenamento sono sempre partito subito a tutta e mai ho avuto problemi del genere.

Idratazione sbagliata?

Ho bevuto ogni quindici minuti e mai ho sentito il bisogno di farlo.

Un calcolo a posteriori ha però rilevato che nei primi dodici chilometri ho in effetti ho bevuto troppo poco, ma pur sempre lo stesso dello scorso anno e il doppio del mio solito.

Pochi sali minerali?

Pensavo proprio di no: ho bevuto, come consigliato da diversi articoli sulla preparazione ad una competizione, mezzo litro di soluzione prima della partenza e poi un sorso ogni tanto. Ma forse si:

  • contrariamente a quanto consigliato da diversi articoli sulla corsa ho utilizzato acqua oligominerale (povera di sali minerali);
  • forse quel sorso era troppo breve: nei primi dodici chilometri ho bevuto solo 200ml di soluzione integrata e meno di mezzo litro di acqua pura.

C’è da dire che ho comunque bevuto più di quanto faccia di solito (e questo magari porta al punto successivo: troppi sali minerali?) ed ho utilizzato i prodotti positivamente testati da due anni, anche in condizioni similari.

Troppi sali minerali?

Questo di sicuro no nei primi dodici chilometri del giro finale, però forse si in altri momenti creando una situazione di eccesso a priori (prima voce che segue) o inibendo la possibilità di recupero (le altre tre voci):

  • nei tre giorni precedenti la partenza ho assunto da mezzo litro a un litro di soluzione al giorno;
  • durante il giro finale alla comparsa dei primi dolori ho aumentato la dose arrivando ad aver assunto tre borracce (un litro e mezzo) nell’arrivo a Lodrino (circa trentacinque chilometri dalla partenza);
  • nella sosta a Lodrino ho assunto una borraccia di soluzione integrata (mezzo litro);
  • non avevo notato che sulla confezione dell’integratore da me utilizzato è indicata una dose massima giornaliera (tre dosi, ovvero tre borracce).
  • Eccesso di prodotti energetici?

Carenza di energie?

Direi proprio di no: mi sono sempre sentito in forze e ho assunto regolarmente ogni ora un integratore energetico, questo porta ad un altro dubbio…

Eccesso di prodotti energetici?

Ecco, questo è un dubbio molto forte, già lo scorso anno avevo imputato a questo i problemi (prima muscolare, poi energetico, infine di stomaco) avuti nella prima parte del giro.

Al fine di ridurre il carico energetico, quest’anno ho testato e adottato una caramella gommosa a bassa carica energetica e che, stando alle indicazioni, si può assumere in numero rilevante (diciotto al giorno). Ne ho assunta una all’ora alternandola con delle barrette realmente energetiche, al momento dei primi problemi avevo quindi assunto tre caramelle e una barretta, direi troppo poco per essere eccessivo, ma forse mi sbaglio.

C’è anche da dire che l’imbeccata di un amico medico, indicata tra le prime voci, mi fa pensare che il problema dello scorso anno sia stato un leggero colpo di calore e la cosa può togliere credibilità a questa ipotesi.

Velocità troppo bassa?

Quando sei abituato a marciare molto velocemente farlo a un ritmo assai più blando spesso induce un affaticamento maggiore, ma mai l’avevo notato tanto anticipato e tanto rilevante.

Partenza troppo veloce?

Come detto sono partito molto lento.

Deconcentrazione?

Pensando di avere una tabella di cammino molto larga nella prima ora e mezza me la sono presa molto comoda, forse questo può aver indotto una deconcentrazione ma come può questo portare a un problema come quello che ho avuto?

Conseguenza della manipolazione osteopatica?

Quindici giorni prima della partenza ho casualmente conosciuto un osteopata che mi ha studiato e manipolato. L’effetto delle manipolazioni osteopatiche è quello di modificare l’equilibrio delle nostre catene strutturali e questo porta a tutta una serie di variazioni: posturali, nella camminata, eccetera. Quindici giorni sono pochi affinché i muscoli possano adattarsi alla nuova situazione e riprendere a lavorare nel modo più opportuno, però può una sola manipolazione arrivare a provocare i problemi che ho incontrato? Non credo, anche perché tra la manipolazione e la partenza avevo fatto un test (non lunghissimo ma comunque serio visto che ho risalito a tutta e poi disceso di corsa un prato estremamente ripido) senza rilevare segni premonitori in tal senso.

Morbo di Lyme?

Trovata su Internet facendo una ricerca con la chiave “dolori ai quadricipiti”.

La inserisco perché quest’anno le zecche, notoriamente possibile veicolo di infezione per questa malattia, sembravano avercela con me: negli ultimi due mesi di allenamenti me ne sono trovate addosso ben tre (una alla volta). Due certe, una poteva essere qualcos’altro (era infilata completamente sotto pelle, tant’è che l’ho estratta come fosse una spina, solo una volta che era sulla mano mi sono accorto che camminava e guardandola da vicino assomigliava ad una zecca, ma le zecche non s’infilano completamente sotto pelle).

Ritengo di poterla escludere visto che mancano le altre sintomatologie e che le ho staccate entro poche ore dal loro impianto (posso dirlo con certezza perché mi controllo sempre con attenzione, più volte durante l’uscita e più volte dopo la stessa, prima della doccia, dopo la doccia, nelle ventiquattr’ore successive): l’infezione necessita di almeno otto ore, secondo alcuni dodici o addirittura ventiquatttro, per essere trasmessa.

Un piccolo grande grazie a #MondoNudo


Un lettore che è anche un amico ormai fedele presenza ai nostri eventi mi scrive e, d’accordo con lui, voglio pubblicare quanto scrive per ringraziarlo pubblicamente delle sue parole, parole che possono essere di sprone per altri, quegli altri che, come lui prima di conoscerci, pensano al nudo esclusivamente come un preludio all’attività sessuale, come una situazione improponibile e inammissibile, come qualcosa da rifiutare e impedire.

Ciao Emanuele!

ti offro un piccolo momento di distrazione e leggerezza tramite questa email 😛

L’idea era di inoltrarla a tutti gli amici di mondonudo perché a loro è rivolta, ma non ho mai creato un elenco in rubrica e fatico a rintracciarli/ricordarli; se vuoi lascio a te il re-inoltro che ti verrà sicuramente più facile. 🙂

Tornando all’oggetto dell’email, volevo semplicemente dire GRAZIE a tutti quelli che normalmente partecipano alle uscite ed eventi che organizzi e in special modo a te che ti impegni molto a realizzarli per tutti.

Prima del 2014 per me il nudismo era un pensiero lontano quasi un tabù, per l’educazione ricevuta anche una questione sessuale.
Invece da tre anni è un un modo come un’altro per essere semplicemente se stessi, per non ghettizzare il nudo, e per incontrare persone allegre con cui condividere un’altra gioia: la montagna e la natura.

Grazie quindi se alcuni giorni fa, mentre passeggiavo in montagna in cerca di un buon punto per far foto al paesaggio, mi è venuto naturale lasciare tutto a terra e imboccare il sentiero pensando solo a quanto erano belle le creste all’orizzonte.

Alla prossima! 🙂

Alessandro

Grazie a te Alessandro, grazie per esserti messo in gioco, grazie per esserti esposto, grazie per averci provato, grazie per la tua fedele presenza, grazie per la tua amicizia, grazie per queste rinfrancanti e stimolanti parole.

G…R…A…Z…I…E

#TappaUnica3V sconfitto ma vittorioso


Foto di Emanuele Cinelli (9,10), Fabio Corradini (1, 6, 7, 8, 11, 12), Alberto Quaresmini (2, 3, 4, 5, 13, 14, 15), Vittorio Volpi (17) e Manuela Valetti (16).

È andata male, quest’anno mi sono fermato molto presto, al chilometro quarantacinque dopo aver camminato nel dolore per ben trentatré chilometri e a nulla è valso il tentativo di una lunga sosta per portare a casa almeno la seconda parte, quella del rientro. Forse mai potrò capire quello che sia successo, molte le ipotesi ma nessuna da sola giustifica il dolore provato, le contratture alle gambe che, lungi dal risolversi nel cammino, hanno reso le discese vere e proprie torture. Un fisico preparatissimo che rispondeva alla grande, una mente addestrata che mi ha spinto fino all’estremo, eppure è mancato qualcosa, eppure qualcosa è andato storto, in un meccanismo ben oliato qualche ingranaggio si è comunque ingrippato.

Alle diciannove e trenta insieme a Maria, mia moglie, sono in Piazzetta Tito Speri, il luogo alla fine concordato con il Comune di Brescia dato che Piazza Loggia è inagibile per i preparativi del concerto di Mannoia. Mi sento bene, non sento nemmeno il caldo e l’afa di una giornata tropicale, sono assolutamente tranquillo. Dopo un quarto d’ora arrivano i primi sostenitori: mia mamma, invero in zona già da un poco di tempo nascosta all’interno della gelateria, Ivan e sua moglie, Alberto e Claudia. Allestiamo la partenza con lo striscione di Fonte Maniva e le locandine di TappaUnica3V, scattiamo alcune foto simulando la partenza (non ho qualcuno che possa rimuovere il parterre dopo la mia partenza). Diciannove e cinquanta, l’ora della partenza è ormai prossima, mentre smontiamo il “palco” arriva anche Fabio, il nipote che mi darà assistenza per tutto il giro. Ore venti, partenza!

Accompagnato da Maria e Fabio con passo tranquillo percorro via Musei, attraverso la strada della salita al Castello, risalgo i giardini di via Turati e arrivo alla base di via San Gaetanino, nel piccolo piazzale dove, a segnarne la partenza, è collocata la targa del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Sono in forte anticipo sul passaggio previsto, ne approfitto per controllare il trasmettitore GPS che pare non funzionare a dovere: è un modello diverso da quello che avevo lo scorso anno e prima di partire da casa mi sono dimenticato di rileggermi le istruzioni (trovate a fatica su Internet), vado a memoria, mi ricordo che andava tenuto premuto il tasto Ok per alcuni secondi fino all’accensione della spia verde, lo faccio ma l’app dei cellulari non rileva l’avvio, attendiamo alcuni minuti ma niente di niente, spengo e riaccendo. Considerando che le altre funzioni d’invio messaggio richiedono la lunga pressione del relativo tasto la logica direbbe che allo stesso modo debba funzionare anche questo pulsante bivalente, indi provo ad usare l’Ok con la rapida pressione e finalmente l’app indica un segnale, ora è a posto (invero no, invero, come purtroppo scoprirò in seguito e capirò solo al rientro a casa, il segnale probabilmente era quello della precedente attivazione: con la semplice pressione dell’Ok viene si inviato, insieme al messaggio SMS di tutto bene, un punto di coordinate ma non si attiva il tracciamento continuo).

Ore venti e trenta, convinto che ora tutto funzioni al meglio, mi rimetto in marcia. Maria e Fabio mi accompagnano ancora un centinaio di metri e poi sono solo, solo coi miei pensieri, solo con me stesso, solo con il mio lungo viaggio. La salita si fa ripida, inizio a percepire il caldo e l’afa, tolgo la maglietta e subito, grazie anche a un fievolissimo filo d’aria altrimenti non percepibile, un poco di sollievo. Purtroppo i pantaloncini devono rimanere ancora al loro posto: anche se sono sulle pendici di un monte questa è ancora zona urbana, non vorrei mai che qualcuno chiamasse i vigili e questi, in ragione della situazione di totale indecisione legislativa sul nudo (materialmente non proibito ma nemmeno permesso e per i giudici oggi accettabile ma solo in condizioni ben diverse da quelle in cui sono), interrompessero già sul nascere questa mia nuova avventura. Imponendomi di mantenere un passo lento percorro la ciottolosa e ripida via San Gaetanino, vecchia strada di collegamento tra la città e i Medaglioni, piccolo agglomerato di case a cui arrivo comunque in breve tempo. Uno sguardo alla città che si stende ormai sotto di me e poi, ancora con tutta calma (mi sono allargato i tempi e voglio godermela), su lungo l’asfalto di via San Gottardo. Oltrepasso il capolinea del pulmino, ancora un poco di asfalto ed eccomi all’inizio del sentiero del Dosso Torre, di solito qui tolgo i pantaloncini, ma le altre volte era notte piena oggi no, oggi c’è ancora luce e, dimenticandomi che è venerdì, ipotizzo la possibilità d’incontrare persone in discesa: tutto sommato questo è un sentiero piuttosto battuto.

Procedo a pantaloncini indossati ed è forse un errore fatale: nonostante il passo tranquillo la sudorazione è abbondante ed eccessiva. Alternando l’acqua pura della sacca idrica a quella con integratori delle borraccine che ho sugli spallacci dello zaino, mi mantengo abbondantemente idratato e salinizzato, tant’è che mai arrivo ad avvertire la sensazione di sete. Eccomi alle antenne della vecchia stazione a monte della funivia, qui sostanzialmente termina la prima salita, breve discesa e sono al piazzale del Cavrelle, sorpresa… decine e decine di vetture vi sono parcheggiate, decine e decine di persone girano in zona, alcune indossano il giubbetto riflettente che mi fa intuire esserci qualche manifestazione. Passo oltre e vedo che sulla sommità del dosso che ospita la chiesetta sono piazzati i classici tendoni delle feste, profumo di salamine ai ferri, musica a tutto spiano, voci che inondano l’aere, velocemente sfilo via da tutto questo e mi getto nella solitudine dello scuro sentiero che oltre procede. Eccomi ai ruderi del rifugio Monte Maddalena, ho quindici minuti di anticipo, approfitto di una comoda panchina per prendere un attimo di respiro e controllare il trasmettitore GPS. Cavolo è ancora in blocco, non trasmette, sarà forse stato il passaggio sotto i ripetitori (una vera selva di antenna di ogni genere, luogo che alcuni anni addietro era stato inibito al passaggio per via dell’alto livello di radiazioni, oggi dicono bonificato sebbene le antenne siano ancora tutte lì e tutte operative), lo riattivo secondo quella che ormai mi sono convinto essere la corretta procedura (in realtà sto solo usandolo in modalità manuale e provocando l’invio di un singolo segnale ogni tanto, sic!): la rapida pressione del tasto Ok.

Ore ventidue e zero zero, è quasi ora di rimettersi in marcia, indosso la frontale senza accenderla, con estremo gradimento del mio corpo tolgo finalmente anche i pantaloncini e ai zero cinque, reindossato lo zaino, come da tabella riprendo il cammino. Dopo una brevissima salita la stradina procede pressoché in piano, alle mie spalle la luna piena risplende nel mezzo di un cielo sereno senza riuscire ad illuminare a sufficienza la mia strada sommersa nel folto di un ricco bosco, devo accendere la frontale. Passo a fianco delle prime due stazioni radio, eccomi al tratto che aggira la sommità del Monte Denno, ogni volta che passo da questo punto resto ammaliato: alla mia destra, dietro un vecchio rovinato guard-rail, lo sguardo precipita sulle mille luci di San Gallo, Botticino e Rezzato, più lontano la Pianura Padana, più a nord i monti di Serle e dietro a questi, oltre l’invisibile presenza del Lago di Garda, il lungo crinale del Monte Baldo. Mi concedo un attimo di sosta per scattare un paio di fotografie, compreso un selfie per fare il quale devo effettuare diversi tentativi (nel buio lo schermo appare completamente nero e di certo non sono un patito di questa metodica, ma l’autoscatto, che pure avevo studiato e impostato prima di partire da casa, qui risulta impraticabile non essendoci validi sostegni per il cellulare).

Guardo l’orologio (che quando sono nudo m’infastidisce assai e pertanto tengo fissato allo spallaccio dello zaino in posizione comoda per poterlo leggere solo abbassando gli occhi), mannaggia ho perso qualche minuto di troppo e con un calcolo mentale capisco che in questo tratto mi sono forse dato un tempo troppo stretto, di certo fattibile ma magari non per chi sta facendosi centotrenta chilometri in unico fiato, eppure è di soli cinque minuti inferiore a quello delle tabelle standard del sentiero 3V (invero il calcolo del tracciatore GPSies ad una velocità di 3,5km/h dava un tempo ben più alto… aveva ragione, e sì che lo sapevo: le tabelle standard a tratti sembrano calcolate con il motorino, sic!): non voglio accumulare così presto del ritardo, devo forzare il passo sperando che il ginocchio regga. Lui, il ginocchio, fa il suo benedetto lavoro: regge! In apparenza anche il fisico fa il suo buon lavoro, velocemente cavalco la Costa del Monte Denno e, aggirata la stazione di Monte Denno, imbocco e percorro la discesa che costantemente ripida porta alla Casina di Pino, traverso al Colle di San Zeno e imbocco la Val Salena. Alla luce dell’ottima e potente frontale scendo la valle superando senza problemi i suoi vari trabocchetti: alcuni ripidi tratti scivolosi, varie placche rocciose altrettanto insidiose, un diagonale franato, uno stretto passaggio fra due rocce che minacciose si protendono verso le ginocchia e le tibie. Ore ventitré e venticinque sono alla chiesa di San Rocco di Nave, cinque minuti di anticipo, ginocchia a posto, fisico a postissimo, nessun segno di stanchezza. Mio nipote non è ancora arrivato, mi siedo su un muretto e lo aspetto. Puntualissimo arriva, scambiamo due parole, gli confermo l’ottimo stato di forma e riparto.

Pochi minuti per attraversare il paese e imboccare la strada per Sant’Antonio: posso togliermi i pantaloncini, reindossati alla base della Val Salena dove il monte viene invaso dalle prime case di Nave. Questo tratto è molto insidioso, già una volta mi ha inchiodato, fa caldo e si suda ma mi sento bene, le gambe girano a dovere e il fisico sembra un orologio svizzero. Mi sono dato un tempo intermedio tra quello della tabella standard e quello minimo da me qui fatto eppure qualcosa mi suona male: ho l’impressione di andare troppo forte ma che un rallentamento mi porterebbe fuori tempo. Supero le diverse ripidissime salite ad un passo controllato per accelerare sensibilmente nei tratti piani o meno ripidi, Ca Ecià scivola via e l’impressione di avere una tabella troppo stretta si acuisce (col senno di poi mi viene da pensare che il mio fisico, nonostante l’apparente perfezione, stesse in realtà lavorando con un rendimento più basso del solito: non erano i tempi ad essere stretti, bensì io che stavo viaggiando quasi al limite, un limite nettamente inferiore al mio solito).

Eccomi al ripidissimo cemento che porta alla chiesetta di Sant’Antonio, lo supero agevolmente ma più lentamente del solito e la mente inizia a farsi qualche domanda. Vorrei rinfrescarmi bagnandomi con dell’acqua fresca ma la fontanina è secca, rimando l’azione a Cà della Rovere (dove invece troverò la presa intubata per portare acqua alla casa più a valle). È a questo punto che percepisco le prime inconfondibili avvisaglie di un precoce affaticamento: lievi contratture ai muscoli laterali delle gambe, la destra in particolare. La mente inizia a farsi debole: “cavolo ho fatto solo una decina di chilometri, non può essere!” (invero dodici, ma poco cambia). Il passo deve rimanere questo, lo posso solo variare con più differenziale tra salite ripide e salite meno ripide, allora aumento l’assunzione di liquidi, in particolare quella dell’acqua con integratori, e nel giro di una decina di minuti sembra che il tutto tenda ad affievolirsi, ma poi è tutto un contare le curve, un’attesa del tratto piano che conduce al Pater e quando qui arrivo le mie gambe dicono no, a fatica riesco a superare il primo altissimo gradino e i primi dolori fanno breccia nel lato superiore dei quadricipiti: “mannaggia, si mette veramente male; dai, dai, dal santuario puoi un poco recuperare e poi c’è la lunga discesa al Passo del Cavallo”.

Eccomi al Santuario di Conche, venti minuti di ritardo, beh, tutto sommato neanche male, posso recuperarli. Un poco rifrancato dall’ultima considerazione mi lancio subito verso il crinale che porta all’Eremo di San Giorgio, un tratto di falsopiano che, sia in salita che in discesa, presenta diversi alti gradini rocciosi e sono questi a evidenziare che le cose vanno invece assai male: in discesa ad ogni flessione delle gambe le fitte ai quadricipiti si intensificano, nella salita fatico a spingere e, forse per un indotto effetto psicologico, anche a respirare. Tengo duro, approfittando della variante bassa (che mi permette di mantenermi comunque sul 3V), rinuncio a salire all’eremo. Con grande sforzo supero la successiva salita ed eccomi all’apice della lunga e impegnativa discesa verso il Passo del Cavallo: “dai che ora si respira”. Si, vero, si respira, ma… ma non si recupera, anzi, man mano che scendo i dolori si fanno sempre più intensi, inizio a pensare che sia finita qui: “brutto pensiero, scaccialo”.

Hai voglia di scacciarlo, i dolori non sono bruscolini, sono fatti reali che manifestano con violenza la loro presenza. Adottando tutte le finezze tecniche che conosco riesco a procedere risparmiando al massimo i quadricipiti, certo la tipologia del percorso (monotraccia, “ma perché mai la gente si diverte a camminare su un solo piede?”, e molto ripido) non facilita l’azione, ma qualcosa riesco a portare a casa e, con soddisfazione, eccomi alla fine del crinale. C’è una casa abitata ma chi se ne frega, troppo dolore indossare i pantaloncini, troppa fatica fermarmi qui e prendere dallo zaino il gonnellino, tanto a quest’ora sono a dormire, al massimo mi vedranno nella registrazione delle telecamere di sicurezza, un piccolo (forzato) aiutino alla causa nella normalità del nudo. Eccomi al Passo del Cavallo, ecco l’auto di mio nipote: “cacchio li dico ora?” Il controllo dei tempi mi segnala che ho comunque mantenuto i venti minuti di ritardo accumulati alle Conche, certo ho evitato la salita all’eremo ma si tratta alla fine di (in condizioni normali) cinque minuti: “Ho le gambe distrutte, forse non ce la faccio a procedere oltre… facciamo così, aspetti qui un’ora e se non mi vedi rientrare portati a Lodrino”. Mi concedo dieci minuti di sosta e riparto.

La confortevolezza del cammino su liscio asfalto sembra ridarmi vigore e arrivo alle case di Reondol con molta fatica in meno di quello che pensavo (ho quasi sempre sofferto questo pezzo e proprio qui, lo scorso anno, avevo avuto i primi crampi), la mente riprende il sopravvento e continuo nella marcia: “fra poco c’è un bel tratto pianeggiante, la salita alla forcella di Prealba non è terribile e poi o la cresta a su e giù o la lunga discesa alla cascina di Sea”. Cammina che ti cammina, godendo, grazie alla nudità, di qualche lieve folata d’aria freschina, eccomi al termine della strada. Mi fermo un attimo e approfitto del muricciolo attorno alla casa che qui sorge per spalmarmi sulle gambe una bella dose di Gel all’Arnica 35%. Ripartenza, sentierino, errore… per qualche strano motivo manco lo vedo il bivio (che eppure conosco bene) e prendo per il sentiero che sale a sinistra lungo il crinale, me ne avvedo poco dopo, fortunatamente proprio pochi mesi addietro l’ho fatto in discesa per studiare una mia variante di cresta e so che più avanti posso facilmente riprendere la giusta strada. Rieccomi sul sentiero originale, il lungo traverso permette un poco di recupero, segue un breve ripidissimo costolone erboso che supero quasi agevolmente: “grazie Arnica”.

Di nuovo a mezza costa, di nuovo con un passo in apparenza buono, le piogge delle settimane passate e il caldo torrido di questi ultimi giorni hanno fatto crescere a dismisura la vegetazione, a tratti manco vedo il sentiero, all’improvviso sbatto contro una ragnatela e con la coda dell’occhio intravvedo una grossa massa bianca che mi corre avverso il viso, veloce passo indietro e la frontale illumina un grosso ragno. La scena si ripete poco più avanti e allora mi procuro un rametto con cui rompere le ragnatele, ma l’azione, per evitare pericolosi inciampi, prevede un continuo movimento della testa per illuminare sia in terra che davanti e qualche ragnatela la infratto comunque, spero almeno di non aver raccolto anche delle zecche: quest’anno sembra che gli sia diventato enormemente simpatico. Forcella di Prealba ad occhio e croce sono ancora con la mezz’ora di ritardo che avevo alla ripartenza dal Passo del Cavallo e mi avvio subito nella discesa verso La Brocca dove posso verificare che effettivamente sono in linea con la mia tabella di marcia: “mannaggia, avessi avuto le gambe in ordine con questa tabella sarebbe stata veramente una bella passeggiata!”

Ho davanti due possibilità: cresta del Dossone di Facqua o Cascina di Sea. La prima mi mantiene in quota, anzi mi alza, ma presenta due tratti di arrampicata, diversi sali e scendi, di cui uno pressoché verticale, e un lungo tratto di discesa insidiosa; la seconda mi permette un bel recupero sulla lunga e comoda discesa fino alla cascina ma poi mi obbliga a una lunga risalita in un bosco che potrebbe, a quest’ora, mettermi di fronte a branchi di cinghiali. Che fare? Invero la scelta l’ho già fatta mentre stavo qui arrivando: è spuntato il sole, ormai ai cinghiali ho fatto l’abitudine, dal Corno di Sonclino alla Passata del Vallazzo (da dove è ormai deciso scenderò per la più comoda anche se monotona variante bassa) è un continuo sali e scendi complesso, laborioso, faticoso e, ciliegina sulla torta, insidioso… “no, no, meglio andare per la cascina di Sea”. Detto e fatto, senza nemmeno farci pensiero, prendo velocemente a destra e inizio a scendere. Cerco di allentare il più possibile la pressione sui quadricipiti, il fondo tutto sommato regolare mi facilita l’operazione e qualcosa sembra in effetti succedere, qualcosa sembra rilassarsi. Eccomi al tornante di Sea, qui si riprende il sentiero, largo e comodo giro sulla testata del Vallone di Sea poi si riprende a salire, sebbene con pendenza moderata. Ancora ho l’impressione di andare meglio di altre volte. Ho superato tratti di alta vegetazione e approfitto di un piano spiazzo al sole per un ennesimo controllino alla pelle: “toh e tu che ci fai lì sotto?” Una bestiolina nera sta camminandomi velocemente su per la caviglia, la faccio salire su un dito e la osservo da vicino… e “vaiiii, cosa dicevo, se c’è una zecca è mia”! Ma questa l’ho vista subito, scuoto il dito per farla ricadere al suolo e non si stacca: “tenace la bestiola, non vuole mollarmi”, scuoto più violentemente e finalmente me ne libero “vai ad attaccarti altrove”.

Zete del Barber, il parcheggino sopra le Passate Brutte (alle quali scopro or ora che la variante bassa del sentiero 3V non sale più), la lunga e comoda strada che, tagliando i versanti meridionali di diversi verdi dossoni, con vista panoramica su Lumezzane e la Val Trompia porta verso il Corno Sonclino. Ne approfitto per dare respiro ai muscoli in vista della nuova discesa, senza particolari problemi sono alla selletta sotto il detto corno, rinuncio ai pochi metri che portano in vetta e mi getto immediatamente verso la sella dei Quattro Comuni. Bastano i pochi metri di questa ripidissima discesa per farmi capire che erano solo apparenze: i miei quadricipiti sono definitivamente esplosi, forse solo una lunga pausa potrà risolvere. Con la mente focalizzata sulla sosta di Lodrino, levati nuovamente i pantaloncini (operazione ora assai dolorosa, ma ancor più doloroso sarebbe il tenerli addosso… “ma perché mai mi ostino a usare questi al posto del gonnellino che apposta ho preso dietro?”) mi immergo totalmente nella discesa. S’inseriscono anche i primi problemi di equilibrio che, poco dopo, a causa di un piede poggiato per metà nel vuoto fuori dal bordo dello stretto sentiero, mi portano a un bel tuffo dentro un cespuglio: “aho, attento Emanuele, qui ci si può anche far male seriamente”. Con circospezione procedo nel cammino e senza altri pericolosi inconvenienti arrivo alla Passata del Vallazzo: “Dai è fatta!”

Beh, fatta, la discesa nel Vallazzo è tutt’altro che comoda: una interminabile stradina sterrata dal fondo spesso sconnesso ed estesamente ricoperto di sassi mobili, ovviamente proprio nei tratti più ripidi. L’ultima volta l’ho fatta tutta di corsa arrivando in fondo in una decina di minuti, oggi, tra fitte lancinanti (spilli, bruciori, tensioni, tremori, contratture, crampi, non mi sono fatto mancare nulla), mi sa che ci metto molto più tempo. Stoicamente (ma che altro posso fare?) procedo nella discesa e finalmente eccomi al campo di tiro a volo di Valle Duppo, da qui a Lodrino è asfalto con pendenze moderate, sarà un sollievo per le mie martoriate gambe. Davanti al ristorante è parcheggiata una vecchia e sgangherata fuoristrada che ricordo era qui presente anche le altre volte, quando in zona non si vedeva anima viva, pertanto mi evito fatiche inutili e procedo in nudità. Poco dopo m’avvedo di un motorino e questo no, questo indica proprio la presenza di qualcuno, facendo buon viso a cattiva sorte sopporto le fitte che il dover piegare le gambe mi provoca e ricalzo i pantaloncini. Faccio due passi e alla mia sinistra, dietro le vetrate della baracca vedo un’ombra, osservo meglio ed è una persona, anzi, sono due, mi ignorano completamente, forse non mi hanno visto oppure mi hanno visto e hanno tutto sommato considerato normale la mia nudità… mah, voglio propendere per la seconda soluzione: “gli ero proprio in faccia ad una quindicina di metri di distanza, seppure impegnati nel lavoro come possono non avermi visto? Bando alle ciance, via, via, non c’è tempo per oziare, ad altro momento le questioni, per così dire, politiche!” Pochi passi ancora e sono sull’asfalto che comodamente mi porta verso Lodrino, quasi subito arriva un’auto, poi un’altra, indi una moto (quad), seguita da un’altra auto: alla fine la rivestizione sarebbe stata, allo stato attuale delle cose, comunque opportuna.

Cocca di Lodrino, vedo l’auto di mio nipote ma di lui non c’è traccia: “vuoi vedere che m’è venuto incontro ma ha sbagliato strada?” Telefono ma risulta irraggiungibile, lascio un messaggio ma non risponde, riprovo a chiamare e stavolta c’è segnale, risponde e… si è successo quello che avevo immaginato. Ci accordiamo: io raggiungo il punto di rifornimento all’Isola Verde e lui mi segue a ruota. Mi rinfresco la testa alla fontanina di Lodrino ed eccomi al B&B, suono il campanello, “Ciao”, “Oh ciao, vieni, vieni, m’ero dimenticata” Va beh, succede, d’altronde nessuno è venuto qui a preannunciare il mio arrivo e sono con un sostanzioso ritardo sull’orario concordato. Marzia la gentilissima e simpaticissima titolare della struttura, mi accompagna al piano di sotto dove mi prepara un tavolino e due sedie. Intimorito dai pavimenti tirati a lucido mi tolgo le scarpe nel cortile di fuori, poi mi accomodo a godermi alcuni lucenti e splendendo attimi di panciolle. Non mi sento per niente stanco, quasi non mi rendo conto della temperatura già elevata, nemmeno dell’afa, solo dolori, dolori ai quadricipiti, dolori che non riescono a invadere il corpo e la mente eppure sono ben presenti e invalidanti. Marzia mi offre una freschissima e ritemprante caraffa di succo d’arancia rossa che velocemente finisce nel mio stomaco, poi mi mette a disposizione una doccia che non riesco a ignorare: con tutte le ragnatele che ho infranto il mio corpo è pieno dei loro residui, moschini morti compresi, magari anche qualche ragno. Nel frattempo arriva in zona anche mio nipote, insieme a lui preparo le borraccine di integratori, però decido che la metà le porta lui con la macchina al prossimo punto d’incontro tra sentiero e strada automobilistica, decido anche di lasciare mezza vuota la sacca dell’acqua pura e tolgo quegli elementi di abbigliamento che, vista la situazione meteo, sono di sicuro inutili: lo zaino assume un peso decisamente più confortevole. Mi concedo anche quarantacinque minuti di riposo in più del previsto.

Ore dieci si riparte, saluto Marzia ed esco in strada, qui m’avvedo che non mi sono spalmato di crema solare, provvedo velocemente: il sole picchia alla grande e la strada che ora devo fare è quasi tutta ad esso esposta, non voglio aggiungere ai dolori della fatica muscolare anche quelli di un bell’eritema solare. Ore dieci e dieci sono finalmente in cammino, mio nipote si allontana in auto dietro le mie spalle, io imbocco la prima salita, asfaltata e non ripidissima, anzi, direi anche dolce, faccio una decina di passi e zacchete, un bel crampo al muscolo laterale della coscia, verso l’attaccatura con il ginocchio… “te pareva, e proprio ora che Fabio se ne è andato. Va beh, coi crampi ci si ragiona, vengono, picchiano e se ne vanno” Infatti così succede, un’altra decina di passi e tutto rientra nella normalità, ammesso che di normalità si possa parlare, diciamo in quella che il momento fa percepire come normalità. Sfruttando tutte le zone d’ombra salgo abbastanza velocemente alla base del sentiero. Rinuncio a fare il percorso diretto nel canalone del passo della Cavada e seguo la più comoda stradina, qui l’insolazione raggiunge l’apice dell’apice, sono costretto a fermarmi ogni cinquanta metri per fruire della frescura delle zone d’ombra, sono ancora con i pantaloncini indossati, li abbasso solo in queste soste e la differenza si sente notevolmente, ma non mi fido a restare senza, dal paese mi possono vedere e due volte su tre qui ho incrociato un tizio in motocicletta.

Eccomi al passo ed esattamente nel tempo preventivato, sarà dura recuperare qui, ma posso sempre farlo più avanti visto che rinuncerò alle varianti alte. L’ombra del traverso verso il Roccolo Morandi mi rinfresca e il passo procede spedito, eccomi ai prati dove inizia la discesa. Nessuno appare animare il capanno poco sopra, sto per spogliarmi (di solito lo facevo subito dopo il passo, ma oggi, sapendo che qui al roccolo avrei potuto incontrare qualcuno, ho rimandato per il dolore che l’operazione mi comporta) quando l’occhio percepisce una presenza più in basso: un uomo disteso nel prato a prendere il sole. Non sono nelle condizioni ideali per sostenere il benché minimo confronto, rimando la svestizione. Percorso il primo tratto pianeggiante inizia quello ripidissimo, qui temevo per il ginocchio che invero qualche fitta me la procura ma alla fine niente di che (forse grazie all’applicazione, sebbene improvvisata da me stesso, dei tape kinesiologici), ciò che invece mi procura il colpo di grazia sono i quadricipiti: ormai ogni passo è una tortura, dove normalmente passerei con un balzo, ora devo procedere a circospetti passettini e anche così è un continuo lavorio di mente per escludere il dolore dall’attenzione. Incontro mio nipote che m’è venuto incontro, insieme scendiamo fino al Passo del Termine e insieme decidiamo l’estremo tentativo di salvare almeno in parte il viaggio: ci spostiamo in auto al passo del Maniva, avrò così modo di riposare per ben sette ore per poi eventualmente ripartire per il meno impegnativo tratto di rientro a Brescia.

Giogo del Maniva, spiego la situazione a Matteo e Manuela, due dei titolari dell’Albergo Dosso Alto, ci facciamo (io e Fabio) un bel pranzetto a base di salumi e birra fresca (gentilmente offertoci da Manuela), poi approfitto dell’ospitalità e mi sposto al piano interrato dove mi è stata messa a disposizione la sala SPA. Data la stagione non è completamente attiva, ma tutto sommato doccia e lettino relax mi bastano, c’è al limite disponibile anche il lettino massaggiatore. Una doccia dona un poco di sollievo ai muscoli indolenziti e alla psiche ormai al limite, segue, con la preziosa collaborazione di Fabio, un lungo massaggio alle gambe con apposito gel all’Arnica (un gel particolare che dopo la stesura si trasforma in olio, combinando la praticità del gel alla durabilità e scorrevolezza dell’olio), una profonda dormitina viene interrotta a metà dal freddo ora pungente (non me n’ero avveduto prima) di questa stanza che mi costringe ad alzarmi per cercare nelle borse la maglia e i pantaloni pesanti. Così ricoperto mi stendo sul lettino massaggi e, confortato dalla zona calda all’altezza dei lombi, mi riaddormento per un’altra oretta. Al risveglio Fabio mi segnala che sono arrivati Alberto e Claudia, mi rimetto in abbigliamento leggero, sistemo le borse e salgo di sopra, nel fare le scale noto che le gambe fanno meno male ma non tanto quanto speravo. Spiego anche a loro la situazione, chiacchieriamo un poco e alle diciannove provo a fare un test: risalgo a tutta un ripido tratto di pista da sci, poi mi sposto sui pendii laterali dove zolle e roccette simulano più adeguatamente una discesa su terreno ripido e sconnesso, alla fine sono ancora più indeciso di prima. Ci soffermiamo un poco a chiacchierare nel piazzale fuori dall’albergo, una decina di minuti che si dimostrano chiarificatori: man mano le gambe iniziano a dolere un poco ovunque, è deciso, il mio viaggio finisce qui. Ci facciamo un brindisi, Alberto e Claudia si fermano qui a cena, io e Fabio prendiamo la strada di casa, un viaggio in auto che nelle parte finale diviene una tortura: le gambe dolgono e picchiano quasi ovunque, non so quale posizione prendere per calmarle un poco, anche le caviglie mi fanno male, si attacca un dolore al fianco sinistro, è un dolore che mi attanaglia da diversi anni, mi viene quando mi distendo su un divano o mi allungo su una sedia, i medici dicono che non è nulla, secondo l’ultimo a cui l’ho riferito è solo una contrattura muscolare, ma io mica ne sono convinto: vattelapesca, un dolore avrà pur bene una causa? una contrattura che dura da anni? siamo seri! Provo ad alzare un poco lo schienale e il dolore si attenua.

Finalmente a casa e… sorpresa, Maria non c’è e io non ho le chiavi di casa. Fabio scavalca la recinzione e apre il cancellino con l’apriporta, portiamo le borse davanti alla porta d’ingresso e poi cerco la posizione che mi dia meno dolori, mi siedo sui gradini dell’ingresso, niente, no buono, mi distendo nel prato, per un poco va bene ma poi mi duole la cervicale, mi rimetto sui gradini appoggiandomi con la schiena al muro, mi rimetto sul prato standomene seduto e così via. Dopo mezz’ora abbondante arriva Maria, saliamo in casa e finalmente posso abbandonarmi del tutto, mollare ogni residua tensione, pensare al recupero delle microlesioni che una qualsiasi attività fisica provoca, figuriamoci quella che ho appena fatto, nel modo in cui l’ho fatta.

Domenica pomeriggio, ore 17, ci si trova alla piazzetta di Urago Mella, punto d’arrivo del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, per fare comunque un brindisi, purtroppo siamo pochi, pochi ma buoni: Emanuele, Maria, Maria, Alberto, Claudia, Manuela, Vittorio! Sul tavolino portato da Alberto troneggia la torta di Claudia circondata da invitanti biscotti, sul muretto fresche bottiglie di spumante attendono nel frigo d’essere aperte, noi chiacchieriamo in attesa degli altri amici che avevano annunciato l’arrivo. Arriva il messaggio vocale di Marino: è bloccato dalla coda. Messaggio mio nipote Fabio, sta arrivando. Lo attendiamo a lungo inutilmente, diamo il via ale danze: tagli la trota, apro la bottiglia, verso da bere e si brinda alla mia del… ehm, no, perché mai deludente, no, no, ogni sconfitta è pur sempre una vittoria e allora si brindi alla mia vittoria! Una decina di minuti dopo arriva anche Fabio con Patrizia, bevono qualcosa e subito ripartono. Ancora qualche chiacchiera e stiamo per lasciarci tutti: è proprio finita, TappaUnica3V 2017 s’è conclusa? No, non è detta l’ultima parola, annuncio che ci riproverò, forse già quest’anno in modo da sfruttare l’allenamento acquisito. Applausi e commenti seguono l’annuncio, poi via, tutti a casa.

Concludo questo mia relazione, invero più racconto che relazione, per i dovuti e voluti ringraziamenti. Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato, grazie ai componenti dello staff logistico (Fabio, Alberto, Claudia e Vittorio), grazie a Maria che ha sopportato le mie assenze, grazie a quelli di Fonte Acqua Maniva per l’appoggio morale sui social e per la fornitura di acqua (Acqua Maniva PH8), grazie a Tony Gialdini per avermi prestato il tracciatore GPS e rifornito di prodotti energetici a prezzo scontato, grazie ai titolari delle strutture presso le quali mi sono fermato per i punti di rifornimento (B&B Isola Verde di Lodrino e Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva). Grazie!

Camminare in montagna: la postura


Prosegue da… Lo zaino.


Come preannunciato, nel nostro cammino verso la trattazione del secondo più importante aspetto per una massima efficienza del nostro cammino in montagna, la respirazione, eccoci oggi a parlare della postura. Difficile trovare in montagna qualcuno che adotti la postura ideale, io stesso mi ci sono dedicato solo da quando ho iniziato ad allenarmi per il mio lungo viaggio di TappaUnica3V, è argomento molto trascurato in ambito escursionistico e alpinistico, vi si trovano riferimenti solo nell’ambito della corsa in montagna e del trail, eppure basta parlarne con un qualsiasi posturologo o, meglio ancora, con un qualsiasi osteopata per sentirsi affermare la sua importanza anche nel campo dell’escursionismo, d’altra parte come può essere diversamente per un qualcosa che è già importante per la nostra quotidianità?

Qual è la postura ideale? Semplice: quella che sollecita il meno possibile le nostre strutture ossee e muscolari, quella che meno ci provoca alterazioni fisiologiche e patologie, quella che meglio segue la nostra conformazione naturale, che non è quella che abbiamo, ma è quella che dovremmo avere. E allora? Allora…

  • Baricentro centralizzato rispetto alla base d’appoggio.
  • Sguardo in avanti.
  • Mento leggermente abbassato e all’incirca sulla verticale delle costole.
  • Cervice leggermente curvata (appoggiandosi a un muro scapole e testa dovrebbero risultare a contatto con lo stesso).
  • Spalle aperte e in linea tra loro.
  • Busto eretto.
  • Petto in fuori.
  • Mani con i palmi sensibilmente rivolti in avanti.
  • Costole alzate.
  • Diaframma libero di espandersi.
  • Leggera curva lombare (appoggiandosi a un muro buona parte della schiena e glutei dovrebbero risultare appoggiati allo stesso).
  • Teste delle anche alla stessa altezza.
  • Teste delle anche all’incirca in linea con spalle e ginocchia.
  • Gambe leggermente allargate, dritte e simmetriche.
  • Ginocchia che guardano verso l’avanti.
  • Piedi alla larghezza delle anche e dritti verso l’avanti.
  • Peso equamente distribuito sulla pianta dei piedi, sia in senso longitudinale che trasversale.

Correggere una postura errata purtroppo non è facile e potrebbe richiedere un lungo lavoro su se stessi, molte possono essere le cause che portano a errori posturali (deformazioni scheletriche, scompensi muscolari, alterazioni propriocettive, atteggiamenti acquisiti, compensazioni fisiologiche e/o psicologiche, addirittura questioni emotive) e potreste faticare per trovare, nel contesto delle più tipiche figure di riferimento (medici, posturologi, istruttori fitness, personal trainer, fisioterapisti), un consulente che le prenda tutte in considerazione, ad esempio per esperienza personale: un medico generico o un ortopedico potrebbero puntare l’attenzione esclusivamente su quelle scheletriche che, ovviamente, sono difficilmente recuperabili (ossa storte non si raddrizzano, ad esempio), oppure consigliarvi di agire sui distretti muscolari (ad esempio potenziare i dorsali per compensare delle spalle in avanti, presupponendo che siano in avanti solo ed esclusivamente in ragione di pettorali più forti dei dorsali); un posturologo potrebbe farvi lavorare solo sulla consapevolezza del vostro atteggiamento posturale. A chi rivolgersi? La figura sicuramente più adatta è l’osteopata: prima di agire valuterà l’insieme complessivo della vostra struttura corporea, poi, in assenza di patologie che richiedano l’intervento di un ortopedico, andrà a intervenire sull’intera catena posturale, parallelamente vi suggerirà un completo lavoro da fare, per il quale poi potrete eventualmente rivolgervi ad altre figure quali istruttori di fitness e personal trainer. Rivolgetevi, ovviamente, a un osteopata qualificato, ne trovate un elenco (purtroppo e stranamente senza i riferimenti di contatto) sul sito dell’Unione Osteopati Italiani, un altro elenco lo trovate sul Registro degli Osteopati Italiani. Sappiate che, in ogni caso, dovrete fare un lungo, impegnativo e faticoso lavoro su voi stessi: raramente si può demandare ad altri l’incarico di modificare noi stessi!

P.S.

Posso assicurarvi che il lavoro di correzione della postura sarà decisamente più produttivo se lo farete stando nudi: sarà molto più facile osservarvi allo specchio, aumenterà la percezione di voi stessi, migliorerete il rapporto con il vostro corpo (aspetto apparentemente secondario ma in realtà importante per poter lavorare su sé stessi) e suggerisco a tutti coloro che di tale questione si occupano (posturologi e osteopati in primo luogo) di far lavorare i loro clienti a nudo e di consigliare loro tale modalità di lavoro.

Variazioni posturali

Dato che la montagna presenta continue variazioni di pendenza, la nostra postura, pur senza cambiare di molto, dovrà necessariamente di volta in volta adattarsi alla situazione. Ne parlerò più ampiamente quando tratterò nello specifico la tecnica di cammino in salita e in discesa, per ora due indicazioni veloci:

  • in salita cercheremo la verticalità spostando avanti il corpo a partire dalle caviglie, senza spezzare il busto (ovvero senza inclinarsi troppo sull’articolazione delle anche) per non limitare la ventilazione;
  • in discesa cercheremo la perpendicolarità al terreno spostando avanti il corpo (non il solo busto e soprattutto senza piegare le ginocchia e arretrare, come i più fanno) per evitare sovraccarichi alle ginocchia e ai quadricipiti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – La postura: definizione ed ergonomia

Dott. Mag. Ivano Pacucci – La postura ideale

Maestro Black Flag Wing Chun Riccardo di Vito – Retro e anteroversione del bacino

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… La respirazione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: lo zaino


Prosegue da… L’autopercezione.


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

    Continua in… La postura.


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: l’autopercezione


Prosegue da… La prima mezz’ora.


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… Lo zaino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

#TappaUnica3V perchè gli ho dato risonanza mediatica


C’è sempre chi approfitta di ogni più piccola occasione per diffondere maldicenze o tentare di screditare qualcuno, non ho notizia che sia successo con il mio lungo viaggio 2017, ma so che è successo con quello del 2016 e se tanto mi da tanto…. L’appiglio utilizzato è stato quello della risonanza mediatica che ho cercato di dare a TappaUnica3V, risonanza che quest’anno è stata ancora più pesante e mi ha visto invitare, oltre al Coordinamento 3V già invitato lo scorso anno, tutti i Sindaci e i Presidenti CAI (Club Alpino Italiano) dei Comuni attraversati o lambiti dal Sentiero 3V “Silano Cinelli”, nonché, da diabetico, il Presidente dell’Associazione Diabetici Bresciani e, per assonanza del gesto atletico, i responsabili di alcuni gruppo trail bresciani, due dei quali, per altro, hanno organizzato e organizzano eventi sportivi sul sentiero 3V.

Pur non mi ritenendomi in dovere di farlo (non devo certo giustificarmi per aver fatto quello che tanti fanno), ho pensato comunque utile e interessante dare corretta informazione in merito anche a questo aspetto del mio viaggio: perché gli ho dato risonanza mediatica e istituzionale?

In ordine decrescente di rilevanza, anche se la differenza è davvero minima…

  1. Perché il sentiero 3V è un percorso che merita più attenzione di quella che si è ad oggi guadagnata: molti lo conoscono ma pochi lo percorrono, specie in forma completa.
  2. Perché da diabetico ho voluto motivare quei diabetici che, impauriti dalla malattia, rinunciano allo sport.
  3. Perché da alpinista di lunga data mi dispiace veder aumentare sempre più la dipendenza dai mezzi tecnici (GPS e cellulari in primo luogo, ma anche previsioni meteorologiche, dissipatori, caschi, abbigliamento, eccetera), oggi spesso descritti come indispensabili mentre chi li utilizza “cum grano salis” viene definito con termini dispregiativi.
  4. Perché da escursionista profondamente integrato con l’ambiente montano e per questo talvolta vessato (invero più sui social che sul terreno alpino) voglio e devo far conoscere che se vestiti è bello #nudièmeglio.
  5. Perché voglio far capire che se, in montagna (ma anche altrove), capita d’incontrare qualcuno nudo non è necessariamente detto che sia un incosciente, un matto o un esibizionista, anzi.

Ecco, niente a che fare con il protagonismo, il desiderio di mettermi in mostra: fosse stato per me solo il giro l’avrei fatto in tutto silenzio coinvolgendo soli i parenti, gli amici più stretti e, attraverso i miei report, il lettori del blog!

#TappaUnica3V da dove parte?


Venerdì sera in Piazza Loggia a Brescia c’è un concerto (Mannoia), di cui sono venuto a conoscenza solo un mese fa quando sono stato contattato dalla segreteria del Sindaco di Brescia, da me invitato (insieme a tutti gli altri Sindaci dei comuni attraversati o lambiti dal sentiero 3V), per avvisarmi della questione e per garantirmi che avrebbero trovato loro la collocazione più idonea per una mia partenza da zona Piazza Loggia. Purtroppo ad oggi non ho ricevuto notizie e il contatto che mi era stato dato risulta irreperibile fino al 17 luglio, presumo abbia dato incarico a qualcun altro, se non ricevo informazoni in tempo utile valuterò sul posto.

In ogni caso i punti già ipotizzati e che quindi restano confermati sono:

  1. la piazzetta alla fine dei portici X Giornate (all’inizio di via Musei) dove per chi non ha notizia (ovviamente ho avvisato tutti coloro che conosco ho che hanno formalizzato intenzione d’essere presenti, ma ne restano molti che non posso avvisare) sarà più facile individuarmi;
  2. presumo nel punto sopra ci siano transenne e alti ostacoli per cui il punto più probabile e che preferire è piazzetta Tito Speri, molto piccola sarà facile individuarmi;
  3. come eventuale alternativa se anche la suddetta piazzetta fose inagibile, Piazza Paolo VI parte alta nei pressi del Broletto.

Come indicato nella scheda evento in zona c’è u autosilo (Piazza Vittoria) ma considerato il concerto sarà difficile trovarvi posto, si consiglia di parcheggiare attorno al punto di vero inizio del sentiero 3V a cui rientrerete accompagnandomi nel primi tratto di percorso.

Possibilità in ordine decrescente di possibilità spazi liberi

  • Distributore Esso in cima a via Turati (vicinissimo al punto suddetto)
  • Via Colle Fiorito, pure molto vicina
  • Via Giacomo Pederzoli, poco più avanti
  • Via Pier Fortunato Calvi, ancora più avanti ma comunque abbastanza vicina
  • Via Ugo Foscolo (Campo Marte)
  • Parcheggio a pagamento di Fossa Bagni
  • Parcheggio a pagamento di Piazzale Arnaldo
  • Zona clinica San Camillo (stradine attorno e a monte della clinica)

Emanuele

#TappaUnica3V il giro finale in tempo reale


Così come già fatto lo scorso anno, l’amico Tony Gialdini, titolare di Gialdini Sport Brescia, mi ha sponsorizzato prestandomi il tracciatore GPS SPOT attraverso il quale potrete seguirmi in tempo reale mentre percorrerò il giro dal 7 al 9 luglio. La trasmissione inizierà il 7 luglio alle ore 20.00, comunque il sito di tracciamento è già attivo al collegamento sotto riportato, per ora contiene solo dei punti di test, usatelo per memorizzarvelo tra i preferiti.

Segui in tempo reale Emanuele nel giro finale di TappaUnica3V 2017

Potrete così anche definire il momento giusto per venirmi ad accogliere all’arrivo di Urago Mella, previsto per le ore 17.00 di domenica 9 luglio.

Grazie Tony!

Raduno Nazionale 2017 de iNudisti


Dopo due anni di giustificata assenza, io e mia moglie siamo tornati a questo importante raduno ritrovandovi una piccola parte di conoscenze e tante persone nuove, in particolare si nota una sensibile diminuzione dell’età media, con la presenza di almeno quattro bambini (dai pochi mesi ai sei anni), e un bell’incremento delle presenze femminili, due inequivocabili segni di quanto il nudismo stia educativamente (ri)allargandosi nel tessuto sociale italiano.

Partiti da casa nel primissimo pomeriggio del venerdì, seppure infastiditi dal forte calore di una giornata afosa, il viaggio andava svolgendosi nel migliore dei modi finché, approssimandosi a Carpi, compaiono le segnalazioni di coda: la solita coda che qui si forma a causa (mannaggia a chi s’inventa certe cose) di una strozzatura da due corsie di marcia ad una sola, oggi per giunta complicata dalla presenza di un cantiere (ma perché in Italia non si riesce mai e ripeto mai, a fare un viaggio superiore ai cento chilometri senza trovare cantieri?). Finalmente eccoci in A1, qui le quattro corsie permettono di viaggiare agevolmente nonostante un traffico abbastanza sostenuto e la presenza dei soliti intelligentoni che viaggiano a bassa velocità mantenendosi, nonostante le corsie più a destra perfettamente libere, costantemente in terza o quarta corsia (ma lo conoscono il Codice della Strada?). A fronte di tutto siamo comunque quasi a Bologna e, vedendoci ormai a destinazione, felicemente imbocchiamo l’Adriatica. A destinazione? Giammai! Eccoci incolonnati in otto chilometri di coda causati da un incidente (scopriremo poi che si tratta di un camion rimasto in panne nel bel mezzo della prima corsia di marcia), alla fine il superamento del tratto che aggira la città di Bologna ci porta via quasi quanto il ben più lungo tratto da Desenzano a Carpi. Passata anche questa, velocemente perveniamo all’uscita di Castel San Pietro Terme (che bello avere il Telepass, fuori in pochi secondi), mancano solo una trentina di chilometri all’arrivo, possiamo dirci arrivati. Nuovamente la realtà è ben diversa dall’immaginato: quasi subito mi trovo davanti uno scuola bus che viaggia a passo d’uomo, impossibile il sorpasso, poco dopo un altro scuola bus esce da un piazzale e s’infila davanti: devo restare dietro per una decina di chilometri. Quando i due scuola bus finalmente cambiano strada, pochi metri e un trattore mi si piazza davanti: cavolo, mica poteva aspettare che passassi? Un paio di chilometri e finalmente ho strada libera. Faccio sfogare il motore affrontando il bel tratto di collina in modo sportivo e velocemente mi avvicino sempre più alla meta odierna: l’agriturismo Cà del Becco, collocato sulla sommità di una rotondeggiante collina dalla quale lo sguardo naviga su e giù per le altre colline tagliate da varie variazioni di colori e cosparse di isolati cascinali. Piantiamo la tendina e attendiamo l’orario di cena. Nel frattempo arrivano altri radunanti e l’attesa diviene più movimentata, saluti e chiacchiere si sommano uno all’altro. Vengono aperte le danze: un saporitissimo antipasto a base di salumi, tra i quali un inusuale e buonissimo salame di capriolo, e formaggio di capra insaporito con erbette, il tutto accompagnato dal gustoso e morbido gnocco fritto; un doppio primo altrettanto gustoso; un più classico roast-beef all’inglese ci conduce con leggerezza alla dolcezza finale. Si paga e tutti a dormire.

Sabato mattina ore sei, dopo una notte tranquilla, anche se per me in parte insonne e dolorosa (nonostante la tenda piccola ho scelto di usare i materassini gonfiabili alti e ho dovuto dormire rannicchiato), in attesa della colazione io e mia moglie percorriamo il sentiero che, discendendo la collina e passando tra diversi biotipi, porta al Santuario della Madonna del Rio: sono, tra andata e ritorno, tre chilometri di strada con un duecento metri di dislivello (andata in discesa, ritorno in salita), abituati a camminare li percorriamo in meno di un’ora, compreso il tempo per leggere i vari cartelloni descrittivi, quello perso per individuare la strada corretta ad un primo bivio dove un cancello appariva non apribile, altra breve digressione per attendere l’allontanamento di un toro e la brevissima sosta in fondo al percorso. Rientrati all’agriturismo facciamo la colazione condita da ottimi pasticcini fatti in casa e da una saporitissima frutta (invero c’erano anche latte di capra fresco e caldo e diversi tipi di yogurt, in ottemperanza al nome della struttura sempre di capra, che noi, però, non abbiamo assaggiato). Si parte per il luogo del raduno che raggiungiamo senza problemi in meno di mezz’ora, siamo tra i primi e possiamo parcheggiare sul lato del piazzale che resterà all’ombra per tutto il giorno. Tolti tutti i vestiti e preso quanto ci serve, ci incamminiamo per il breve sentierino che adduce all’Oasi di Zello, piccolo cascinale circondato da prati e boschi quasi incontaminati destinato dai suoi proprietari, quelli del Villaggio della Salute Più, alla nuda frequentazione. Maria, mia moglie, individua subito due sdraio piazzate in posizione strategica sotto le ampie e ombrose fronde di un grosso castagno, mentre io pago l’ingresso lei le raggiunge e le occupa: qui, salvo brevi allontanamenti per salutare gli amici che man mano arrivano, passeremo comodamente sdraiati l’intera mattinata, prima soli poi in compagnia di alcuni compagni di escursione: quest’anno ho ufficialmente coinvolto anche gli Amici di Mondo Nudo e nella mattinata qui ci ragigungono Angelo, Daniela, Pier e infine Vittorio. Nel pomeriggio prepariamo la zona per la prima parte del momento dedicato a Mondo Nudo, purtroppo l’unico punto dove poter appendere i pannelli fotografici creati da Vittorio è in pendenza e quando chiamiamo a raccolta le persone ci viene richiesto di spostarci finendo, con disappunto di Vittorio, il nostro magnifico lettore, col fare la presentazione e la lettura lontani dallo scenario faticosamente allestito. Mi aspettavo una bella partecipazione a questo momento, invece solo una dozzina di persone seguono la mirabolante “esibizione” di Vittorio che, con fare altamente professionale, esegue le letture e, nonostante non abbia potuto usufruire di microfono e casse, sebbene un paio di persone presenti nei dintorni non si facciano riguardo e continuino rumorosamente a chiacchierare tra di loro, ci dona un piacevolissimo susseguirsi di sensazioni.

Risuonano nel prato i meritati applausi, pian piano usciamo dal limbo emotivo in cui Vittorio ci aveva condotti: è ora di passare al momento dedicato all’escursionismo! Prendo le fila del discorso, anticipo quello che andremo a fare e invito le persone interessate a indossare calzature più adeguate delle ciabatte. Alcuni di coloro che hanno seguito la lettura si allontanano, sostituiti da pochi altri: deludente il limitato numero di persone che mi seguono per il prato in direzione del sentiero che sale la collina, soprattutto considerando che ci troviamo in un’oasi definita naturista, che la maggioranza dei presenti amano definirsi naturisti piuttosto che nudisti, uhm evidentemente il naturismo non è amare e praticare la natura ma piuttosto osservarla da lontano restandosene immobili sulle sdraio! Approfitto d’una zona ombreggiata per fare il primo punto didattico: quali scarpe usare? come allacciarle? Ripartiamo e ci portiamo alla base di una salita più sostenuta, secondo punto didattico: come si mettono i piedi? come ci si muove? come si affronta una salita? Nasce qualche domanda, in particolare attorno al camminare a piedi nudi. Percorriamo la salita, ci prolunghiamo oltre i limiti dell’oasi per allungare un poco il breve anello disponibile e per disporre di una prima discesa non particolarmente accentuata. Come si affronta una discesa? Spiegazione e sperimentazione, inizia la parte più delicata del momento didattico: se in salita più o meno tutti assumono un atteggiamento sostanzialmente corretto, in discesa avviene l’esatto opposto, i più assumono un atteggiamento scorretto. Nel traverso che porta alla seconda e ben più ripida discesa spiego l’atteggiamento da usare camminando sui diagonali, purtroppo alcuni si stanno perdendo in chiacchiere diverse: già, le cose che sto dicendo appaiono scontate e molti, spesso proprio quelli che più ne avrebbero bisogno, le considerano banali e inutili. Eccoci al lungo discesone finale ed eccoci alla cosa più difficile da farsi eppure la più utile e necessaria: alcuni ci provano e alcuni ci riescono, tutti dovranno comunque lavorarci sopra, qui l’obiettivo non è quello d’insegnare ma solo di far capire che esistono delle tecniche di cammino e che non sono scontate. Al secondo più breve giro una buona parte si dilegua: fa troppo caldo è vero, ma… l’escursionista si vede in questi frangenti! Comunque mi sembra che il segnale sia arrivato a destinazione, verificheremo nelle prossime uscite di VivAlpe e, per i discoli, saranno bastonate eheheh. Ancora un’oretta, Vittorio deve ripartire per casa, lo aiutiamo a caricare i bagagli, lo salutiamo e poi ci appropinquiamo alla semplice cena (piadina e salsiccia) organizzata dallo staff de iNudisti con l’aiuto dello staff dell’oasi. Arriva Cristina, reduce da un matrimonio gli mancano molte cose, innanzitutto i viveri, poi materassino e sacco a pelo, rimediamo alla meglio. Inizia il momento serale, parte la musica e iniziano le danze: chissà mai perché, seppure la temperatura sia decisamente confortevole, a questo punto saltano fuori, in particolare per le donne, ma anche per diversi uomini, parei o addirittura vestiti interi, è un condizionato atteggiamento che, insieme a quello analogo che si osserva ai pasti, sconfessa alcune delle affermazioni tipicamente fatte a sostegno della nudità e rende assai più difficile sostenere il confronto con quei pochi che si oppongono strenuamente alla diffusione del nudo sociale!

Domenica mattina, come mio solito mi sveglio prima delle sei, poco dopo si sveglia anche Maria seguita a breve da Pier e Cristina. La sera prima Pier era uscito per un giretto e aveva incontrato diversi caprioli, quindi si arma di tutto punto e parte per una caccia fotografica, noi la prendiamo un poco più comoda e ci avviamo poco più tardi su per la collina. Incrociamo Pier che ridiscende dopo aver incontrato e filmato tre caprioli che pascolavano in un prato più in alto, proviamo ad andarci anche noi ma dei caprioli non c’è più segno, peccato. Ridiscendiamo e a un certo punto incappiamo nell’istruttivo segnale della natura: a lato del sentiero, troviamo un piccolo di capriolo, il ventre aperto mostra le costole e l’assenza d’interiora, ancora il sangue è rosso e poco rappreso, il fatto è successo da poche ore, alcuni piccoli fori sulla gola, certamente è stato ucciso da una volpe. Giunti a valle Pier ci mostra le riprese di un piccolo di capriolo che gli ha attraversato la strada poco dopo il nostro incontro.

Facciamo colazione e smontiamo la tenda, riprendiamo la nostra postazione strategica e, alternando dormitine a chiacchiere, facciamo passare la giornata. Nel pomeriggio, su sollecito di Francesca (già partita a metà mattinata insieme al marito e alla figlia), avrei dovuto ripetere il momento didattico escursionistico per altri tre radunanti, più volte mi porto alla loro collocazione ma non li trovo o non li riconosco, ma nemmeno loro mi contattano: forse non ne sono veramente interessati? Mi faccio il giro in solitaria provando la corsa che, salvo due brevi pause all’inizio e alla fine del tratto di più ripida salita, riesco a portare per l’intero anello. Si approssimano le sei della sera, è ora di prepararsi alla partenza, una bella doccia, si recuperano tutte le cose, si salutano gli amici, si carica l’auto e… partenza per un viaggio di ritorno assai più sereno di quello dell’andata: temperatura più confortevole, traffico meno intenso e nessuna coda. Siamo a casa, restano solo i ricordi di questo ennesimo bel raduno, meno intenso dei precedenti (quando ero parte dell’organizzazione) ma proprio per questo più rilassante e goduto.

Raduno Nazionale de iNudisti, un’esperienza da fare, un’esperienza da ripetere, un’ottima occasione per chi, anche temendo di non essere subito in grado di spogliarsi, volesse avvicinarsi al nudo sociale, una splendida opportunità per chi non comprende il motivo del mettersi a nudo. Raduno Nazionale de iNudisti, non una legenda bensì una realtà, una grande, magnifica realtà!

#TappaUnica3V incontra l’osteopata


Come sapete ultimamente ho avuto a che fare con i medici per via di un problema al ginocchio sinistro e in tale occasione, seppure nella prima visita specialistica sia rimasto soddisfatto per l’attenzione e la dedizione dell’ortopedico, ho alla fine riscontrato ancora una volta quanto già avevo scritto altre volte:  molti, troppi, medici operano a comparto stagno, ossia magari ti lasciano anche parlare ma poi tra tutto quello che hai indicato scelgono un solo problema (non saprei dire con quale criterio) e focalizzano l’attenzione solo su di quello gestendolo solo dallo specifico punto di vista della loro specializzazione, tralasciano ogni possibile interazione con il resto del corpo, rifuggendo dalla cooperazione con altri specialisti e, per finire, “tentando” più o meno improbe soluzioni solo con quello che è nelle loro specifiche competenze. Così è che, dopo aver speso un paio di centoni tra visite e “cure” (tra virgolette perché alla fine sono stati principalmente antidolorifici), con preoccupazione crescente mi ritrovo con il mio problema pressochè invariato: sono sì spariti alcuni dei dolori e si è attenuato quello alla testa del perone (ma ritengo più che altro perché ho pensato bene di alleggerire gli allenamenti, riducendo notevolmente i chilometri), ma ne sono comparsi altri e si è creata una strana sensazione tensiva tutt’attorno al ginocchio sinistro.

A volte, per fortuna, il passaggio dalla preoccupazione alla speranza avviene improvvisamente e casualmente: sono andato a una festa e ci ho conosciuto una persona speciale, un grande professionista profondamente innamorato del suo lavoro, un ex maratoneta, istruttore di yoga e, quello che più conta in questo contesto, rinomato osteopata che si occupa anche di mantenere in massimo splendore gli atleti della nazionale canadese di sci alpino. Alessandro, così si chiama questo nuovo amico, dopo aver casualmente sentito il racconto delle mie recenti vicissitudini mediche e del lungo cammino che sto andando ad affrontare, si è immediatamente offerto come sponsor proponendomi una valutazione osteopatica e successiva manipolazione. Sebbene non vi abbia mai fatto ricorso ho sempre avuto fiducia nella figura dell’osteopata, pertanto, ho accettato e… risultati che mi permetto di definire grandiosi: svaniti i dolori alle ginocchia, insieme a quelli allo snodo mandibolare e al collo che da alcuni giorni mi stavano pure torturando; scomparsa pure la sensazione di tensione attorno al ginocchio sinistro, sostituita da una piacevole sensazione di rilassamento e morbidezza; subito dopo il trattamento mi sentivo morbido, dopo un’ora mi sembrava di camminare sfiorando il terreno anziché di sbatterci sopra ad ogni passo; nei giorni a seguire noto cambiamenti anche a livello propriocettivo (movimenti di ripristino dell’equilibrio decisamente più veloci e molto meno ampi), inoltre sento il mio corpo modificarsi come se in esso si fosse attivato un piacevolissimo vivo processo di trasformazione. È stato meraviglioso ascoltarlo mentre mi spiegava quello che stava facendomi e quello che notava, è stato fantastico notare che in pochi secondi aveva compreso la natura esatta del mio problema al ginocchio, è stato eccezionale sentire che percepiva le zone dolenti senza che io proferissi parola, che col solo tocco delle mani s’è reso conto della mia abitudine al bere molto poco, dell’intestino che funziona a singhiozzo, della potenza nascosta nel mio corpo (“una Ferrari senza meccanici che l’accudiscano”).

Bello, bello, bello!

Chissà mai perché c’è in generale una bassa considerazione verso la figura dell’osteopata, chissà mai perché i medici tendono a ignorarla, chissà mai perché né il mio medico generico né l’ortopedico che mi ha visitato mi hanno consigliato di ricorrere ad un osteopata? Dopo aver sperimentato su me stesso l’effetto di un solo trattamento osteopatico, sono ancora più profondamente convinto dell’importanza di tale figura, l’unica (o quantomeno una delle pochissime) che a fronte di un problema anche localizzato esegue una valutazione sulla globalità del corpo, tanto convinto che a lei voglio presto dedicare un articolo specifico: un’intervista a questo mio nuovo fantastico amico.

Grazie Alessandro, ora le certezze di chiudere il giro si sono rifatte assai salde. Sto seguendo alla lettera le tue indicazioni. Grazieeeee!

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Prosegue da… La tecnica.


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… L’autopercezione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)


Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

Proverbiamo


Molti utilizzano i proverbi come fossero prezzemolo, ce li cacciano ovunque, talvolta a sproposito, spesso, per non dire sempre, senza averli profondamente ragionati.

Si dice che ogni proverbio contiene un fondo di verità, è giusto?

Beh, si, molti proverbi contengono un fondo di verità, a volte anche più di un solo fondo, sono quei proverbi nati dalle lunghe osservazioni fatte da remoti contadini, pastori, boscaioli, cacciatori, pescatori, ossia da quelle persone che vivevano in natura e di natura, dovendola pertanto ben conoscere e prevedere: “rosso di sera bel tempo si spera”; “quan chel fioca so la foia de fa l’inveren ghe na mia oia” (“quando nevica sulla foglia di fare l’inverno non ne ha voglia”);  “luna in pie marinà a butà, luna a butà marinà in pie” (“luna in piedi marinaio a dormire, luna sdraiata marinaio in piedi”); eccetera.

Altri, però, sono di altra natura, risultano scollegati ad ogni evento atmosferico, trattano piuttosto dei comportamenti sociali: “il denaro non fa la felicità”; “chi troppo vuole nulla stringe”; “sposa bagnata, sposa fortunata”; “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; “fai buon viso a cattiva sorte”; eccetera. Tutti questi sono di origine incerta e si possono addebitare a due possibili motivazioni: la necessità dei poteri di mantenere il controllo sulle genti; la necessità delle genti di consolarsi a fronte della loro condizione di sudditanza, ma più recentemente anche la necessità di giustificarsi della propria immobilità. Personalmente credo che la prima motivazione sia più credibile, la seconda è subentrata in seguito alla promulgazione dei detti proverbi, ma alla fine poco importa quale sia la vera origine, quello che conta è l’analisi: quello che dicono è corretto? No, non lo è, e invero non è nemmeno tanto consolatorio, anzi.

Il denaro non fa la felicità

Vero che anche i ricchi conoscono il dolore, la malattia e la morte, quindi la tristezza e l’infelicità, altrettanto vero che grazie ai loro averi possono permettersi di ricorrere ai più qualificati medici, possono procurarsi le migliori cure, possono abbandonarsi al sonno eterno senza il patema di mettere nei guai economici i propri eredi. Insomma, se è ben vero che i soldi non fanno la felicità e indiscutibile che danno un grande contributo per raggiungerla, d’altronde quanti sono i ricchi che, al grido “voglio essere felice”, regalano tutti i loro averi? Perché vi sono così legati? Evidentemente tanto infelici non sono! Ma se fanno credere di esserlo gli altri non saranno presi dalla voglia di arricchirsi, magari a spese proprio di chi già ricco lo è. Insomma un proverbio molto comodo per mantenere le mani della plebe (oggi delle genti) lontano dai soldi della nobiltà (oggi dei poteri economici e di chi li detiene).

Chi troppo vuole nulla stringe

Può certo capitare che impegnandosi su troppi fronti si faccia fatica a raggiungere anche uno solo degli obiettivi prefissati. Altresì e assolutamente provato che ponendosi obiettivi molto bassi alla fine si resta assai limitati, si è impossibilitati a raggiungere mete importanti. Nelle contrattazioni di ogni genere, poi, è noto che, specie se ci si presenta deboli e remissivi (e debole risulta palesemente colui che parte con bassissime richieste), si ottiene sempre meno di quello che si chiede e se si chiede poco si ottiene zero, indispensabile puntare sempre al massimo di quello che si vorrebbe (ovviamente con un occhio realistico), c’è sempre poi tempo per le trattative. Aver condizionato le genti ad essere sempre poco pretenziose ha permesso e tutt’ora permette a chi detiene i poteri (economici, sociali o politici che siano) di mantenere il pieno controllo sugli altri, di agire a suo unico vantaggio, di promulgare come lecite pratiche invero fraudolente.

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti

C’è da distinguere tra riso e riso, quello sguaiato e ingiustificato siamo assolutamente d’accordo, ma quello contenuto e giustificato no, questo non solo è sano, ma addirittura necessario: gratificarsi è importante e poi vivere con il sorriso aiuta ad essere realistici o addirittura positivi. Ovvio che, se no ricadremmo nell’atteggiamento che sto analizzando e disincantando, non possiamo sempre ridere e non dobbiamo necessariamente ridere di fronte a tutto e a tutti, ma possiamo e dobbiamo farlo quando le circostanze lo meritano. Faccio notare poi che il riso non è solo quello della bocca, comunque importante nella comunicazione verso gli altri, ma anche quello interiore, quello della nostra psiche, del nostro animo, importantissimi per noi stessi. UN popolo felice è un popolo difficilmente dominabile, un popolo triste è un popolo che si preoccuperà della sua sopravvivenza essenziale e, pertanto, disattento a quanto succede a livelli sociali più alti.

Lasci a voi ragionare sugli altri proverbi di questo genere, alla fine le considerazioni sono sempre le stesse e la logica finale identica: ci vogliono fregare!

 

Il problema del #nudo


Molti nudisti lo chiamano naturismo e si definiscono naturisti.

Molti nudisti approvano la censura del nudo.

Molti nudisti praticano l’autocensura.

Molti nudisti approvano la pixellatura delle immagini di nudo.

Molti nudisti disapprovano chi si mostra nudo in modo aperto e sincero anche fuori dagli specifici contesti.

Molti nudisti confondono i ghetti nudisti con l’opportunità.

Molti nudisti considerano giuste le limitazioni a cui sono assoggettati.

Molti nudisti si accontentano del poco spazio che hanno.

Molti nudisti si mettono a nudo solo all’estero.

Molti nudisti lo tengono gelosamente segreto.

Molti nudisti si lamentano e basta.

Molti nudisti si esimono dal partecipare alle azioni di informazione, divulgazione e manifestazione.

Molti nudisti appellano in malo modo chi si oppone al nudo.

Molti nudisti si rifiutano di comprendere che dietro ad ogni opposizione al nudo esiste pur sempre una motivazione, seppure poco o nulla condivisibile.

Molti nudisti non sanno (non vogliono!) dialogare con chi si oppone al nudo.

Molti nudisti danno agli altri (persone, media, società, istituzioni, politici, operatori, guardoni, esibizionisti) la colpa dell’opposizione al nudo e delle pressoché nulle opportunità per stare nudi.

Molti nudisti rigettano le immagini di nudo usate da pubblicità e riviste.

Molti nudisti contestano le trasmissioni televisive che mostrano il nudo, pixellato o meno.

Molti nudisti ritengono sempre e comunque doveroso rivestirsi quando si avvicina qualcuno vestito.

Molti nudisti ritengono logico che le persone possano entrare vestite in una spiaggia nudista mentre da questa non si possa uscirne nudi.

Molti nudisti promuovono l’anormalità del nudo.

Molti nudisti ritengono il nudo praticabile solo in limitati contesti.

Molti nudisti rigettano l’idea del nudo lecito sempre, comunque  e ovunque.

Molti nudisti trasmetto vergogna verso il nudo.

Molti nudisti…

Uhm, vuoi vedere che il problema del nudo sono i… nudisti!

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

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