Archivio dell'autore: Emanuele Cinelli

Nudo ovvero crescita sociale


Il nudo come momento è certamente un sentimento individuale; vivere nel nudo è probabilmente un’attitudine personale; l’alterna diffusione del nudo sociale è forse una questione di moda. La rinormalizzazione del nudo, però, va ben oltre tutto questo, la rinormalizzazione del nudo è indubbia testimonianza e veicolo di crescita sociale, culturale e morale.

Un falso problema


Chi non vive la realtà del nudo sociale ha talvolta un dubbio che, appena possibile, si trasforma in una domanda: “e se ho un’erezione spontanea?” Similare questione, scorrendo nelle reti sociali e sui blog, appare essere un argomento alquanto dibattuto anche tra coloro che si dicono nudisti o naturisti.

Se per i primi ci può stare, per i secondi mi sovviene il dubbio che, invero, frequentino ben poco l’ambito realmente nudista o abbiano delle perversioni o stiano solo cercando una scusa per pubblicare fotografie di peni eretti: in vent’anni di nudo sociale portato in vari contesti, da quelli espressamente nudisti a quelli di abbigliamento facoltativo, dai raduni con diverse centinaia di persone a quelli di poche persone, dalle spiagge alle escursioni in montagna, dalle saune alle cene o pranzi, e via dicendo mai, e ribadisco mai, mi è capitato di vedere un’erezione, MAI!

P.S.
Qualcuno a questo punto sarà subito pronto a rilevare la cosa, quindi diciamolo ben chiaro… Le pubbliche erezioni non spontanee sono state escluse dal contesto in quanto appartengono ad ambienti e ambiti che con la filosofia del nudo sociale hanno nulla a che fare, a personaggi che non sono assolutamente iscrivibili nella schiera di coloro che hanno abbandonato le vesti per una sana educazione al nudo: dei vili infiltrati diseducati alla normalità del corpo proprio da una società che rifugge dal nudo.

DeCostituzione


Ricevo e pubblico quest’altro contributo di un lettore.


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Di questi tempi in cui un poco tutti siamo leoni da tastiera e numerosi si scoprono esimi scienziati o luminari di diritto costituzionale, vi sono anche persone, un poco insofferenti alle regole ed agli oggettivi limiti imposti dalla contingenza, le quali, per giustificare taluni loro opinioni ed atteggiamenti, invocano la Costituzione della Repubblica Italiana citando l’articolo 13, il cui primo capoverso così recita:

La libertà personale è inviolabile…. omissis…

Vorrei però ricordare a costoro, e a tutti, che la Costituzione, come tutte le leggi, non può essere stiracchiata come un elastico, né adattata a nostra convenienza né, tanto meno, deve essere citata ed utilizzata a spizzichi e bocconi. Ritengo che la Costituzione deve essere considerata nella sua intierezza; quindi, per quanto attiene il caso in questione, vi invito a leggere anche l’articolo 32:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…omissis….

Ciò mi sembra sufficiente per capire che pur dovendo contemperare le due esigenze: libertà e salute, non mi sembra così scandaloso il fatto che un governo, questa volta responsabile, impedisca inutili spostamenti e pericolosi assembramenti.

Già che ci siamo, magari aggiungendo polemica a polemica, anticipo che condivido l’ipotesi di rinvio sia delle funzioni pasquali e sia di eventuali tornate elettorali che dovremmo incontrare nel prosieguo del percorso di uscita dal nostro italico spicchio di pandemia.

Personalmente non mi sento assolutamente defraudato di nulla, al massimo mi può crescere il tedio e la noia.

In conclusione, visto che siamo prossimi anche al 25 Aprile, nonostantei numerosi attacchi a cui è stata sottoposta, non mi sembra sbagliato dire:

W la Costituzione.

Firmato: Elo Seminara

Pensieri


Mi fa sempre piacere ricevere materiale da pubblicare, mi permette di arricchire questo blog con pensieri e visioni alternative alle mie.

Ecco, quindi, uno scritto che ho ricevuto in questi giorni sull’attualissimo tema del coronavirus. Lo pubblico esattamente così come l’ho ricevuto, solo qualche piccolissima correzione sintattica che non ha minimamente alterato il contesto.


Verrua Savoia, 25 aprile 2019.

Benché mi ritenga ben educato, almeno nell’eccezione corrente del concetto, un’eventuale narrazione della mia persona, almeno per molti di coloro che sanno della mia esistenza, mi dipingerebbe come un essere scontroso, con un carattere difficile e spigoloso.

Tutto sommato, nonostante alcuni comprensibili margini di approssimazione, non ho soverchie difficoltà a riconoscermi in questa vulgata. In effetti, ammetto di essere un solitario che, per porsi in relazione con gli altri deve avere buoni e solidi motivi; mentre talvolta, preso dai miei interessi, senza che il giudizio mi dispiaccia, posso addirittura apparire un asociale.

Con grande fierezza ed orgoglio, senza tentennamenti dettati da occasionali convenienze ed opportunismi, rivendico la mia, mai negata, appartenenza politica e culturale che mi ha sempre portato a stare dalla parte dei cosiddetti perdenti, ossia di coloro che si oppongono e sempre si opporranno allo stato presente delle cose e che in ogni tempo si batteranno per cambiarle. Non muto il mio modo di essere e di sentire nemmeno adesso che sono alla soglia della vecchiezza. Anzi, debbo dire che proprio adesso, riscontrando diffusi comportamenti ed udendo una marea di sproloquiatori ergersi a tuttologi seriali del nulla, cattedratici emeriti, insigni accademici della chiacchiera da bar sparsa e comparata, per altro degnamente rappresentati dalle 3i (ignoranza, incompetenza, incapacità), voglio spendermi in qualche considerazione circa una particolare categoria di persone che concorre a comporre il variegato, ed eppur uniforme mondo di coloro che mi sono vagamente antipatici.

Per brevità escludo dal mio sillogismo le seguenti categorie:

  • quelli che disconoscono l’uso del congiuntivo…
  • quelli che… io pago le tasse…
  • gli insicuri che godono nel vedere una telecamera, quasi fossero i rappresentanti della ditta produttrice…
  • quelli che… io sono una persona per bene….
  • quelli che non rispettano i limiti di velocità e sulle strade fanno strage di animali… tanto sono solo bestie… Ma che si schiantassero contro un muro….
  • quelli che gli alberi lungo le strade sono pericolosi…. Andate più piano
  • quelli che… io non sono razzista ma….
  • quelli che pensano che il mondo sia iniziato e finirà con loro
  • quelli che fieri dell’ignoranza… la storia non serve a nulla… con la cultura non si fanno soldi…

Insomma questo elenco per dire come, nel mio argomentare, non voglio considerare i professionisti del vaniloquio e del luogo comune per dedicarmi invece ad una particolare categoria di ipocriti.

A questa categoria ascrivo d’ufficio i consumatori compulsivi di ogni tipo e genere di detersivo liquido, in polvere, spray, oltre che di ogni prodotto detergente.

Attenzione non sto sostenendo la bellezza del sudiciume, non glorificando e nemmeno filosofeggiando sullo sporco esistenziale, tutt’altro; cerco solo di introdurre, forse estremizzando, la spiegazione del mio pensiero.

Se per malasorte fossimo inviati a pranzo da uno di costoro, ho buone ragioni per ritenere che potremmo consumare il pasto direttamente nella tazza del cesso, tanto la troveremmo lucida e splendente. Del resto saremmo a casa di chi di fronte ad un granello di polvere, indossando guanti e maschera, scatenerebbe una vera e propria guerra batteriologia.

Bene! Sono del parere che spesso, probabilmente, siano proprio i maniaci dell’igiene privata e casalinga coloro che lasciano sparsi per il mondo i loro rifiuti: bottiglie, piatti di carta, pacchetti di sigarette, cicche, plastica varia, cartacce che adornano i bordi delle strade e le rive dei fiumi, finendo per galleggiare sul mare.

Sono certamente persone per bene che io pago le tasse coloro che accollandosi una fatica fisica degna di miglior causa, ignorando i servizi gratuiti di cui potrebbero beneficiare, scaricano copertoni, elettrodomestici, bidoni di vernice, matasse di cavi elettrici, ingombranti vari e magari macellano clandestinamente la selvaggina nei boschi.

Io non li sopporto più e proprio perché oramai vecchio, scevro di soverchie remore sociali voglio gridare tutta la mia rabbia, indignazione ed insofferenza contro questi pessimi esempi della nostra purtroppo comune specie umana.

L’ignoranza si può e si deve scusare, la stupidità no!

Sono un appassionato ciclista ( non butto come molti la bottiglietta o la carta per terra…), cammino, e non accetto più di dovermi sempre imbattere in plastica e rifiuti di varia origine, colpevolmente abbandonati.

Sono un naturista e per questo, in ossequio ad una falsa morale, potrei essere additato al pubblico ludibrio, ma la cosa non mi turba assolutamente.

Mi piace godere del sole, dell’aria, delle piante, ma non capisco perché io, consapevolmente rispettoso dell’ambiente circostante, a rigore non potrei camminare o stare nudo in riva al fiume, mentre chi, coperto a norma di legge, impunemente e senza rimorso alcuno può insozzare la natura.

Credo che sarebbe ora di fomentare, contro gli zozzoni, una sana e salutare riprovazione sociale.

Sono certo che le scelte di ognuno, anche le più semplici e banali, alla lunga ricadranno sugli altri.

Un piccolo gesto come gettare un pezzo di carta per terra o abbandonare un pezzo di plastica, ripetuto per milioni di volte è suscettibile di conseguenze a cui nessuno potrà sfuggire; ecco perché, parafrasando un verso di Fabrizio De Andrè, vado ad affermare che:

Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

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Verrua Savoia, 17 marzo 2020.

Mi piace voler sperare che le difficoltà, le restrizioni, i divieti, i disagi di questi giorni, le limitazioni alle manifestazioni di socialità facciano riflettere ognuno di noi e ci conducano a ripensare alcuni stili di vita. Ci costringano a riflettere sulla vacuità di taluni nostri comportamenti, sull’inutilità o la scarsa importanza di alcuni oggetti, sul valore di altri e sulla necessità di ridisegnare anche qualche modello di rapporto sociale.

Tutto ciò che stiamo vivendo dovrebbe farci riflettere e considerare passate scelte economiche dettate da momenti contingenti e prive di respiro strategico, sulla priorità delle spese che uno stato deve sostenere, sulle possibilità di riorganizzare la vita sfruttando le opportunità che le nuove tecnologie ci offrono.

Purtroppo credo che tutto ciò sia solo un elenco di buone intenzioni e che passata l’emergenza tutto tornerà, più o meno come prima. Tutti torneranno all’aperitivo, alle grettezze di facebook, alle risse condominiali, al farsi i fatti propri, alla ricerca spasmodica di riempirsi le tasche. Troppa intelligenza, troppa cultura e capacità di cogliere gli errori occorrono per adeguarsi a ciò che il coronavirus, nella sua virulenza, inconsciamente cerca di di insegnarci.

Verrua Savoia, 19 marzo 2020, ore 10.

Vorrei sperare che quando, ma chissà quando, questa angosciosa vicenda dell’epidemia sarà terminata e la tranquillità e la serenità torneranno, l’aver vissuto questi giorni tribolati, possa essere servito a qualche cosa, ma lo dubito fortemente, visti taluni comportamenti ancora tenuti da molte persone.

Si potrebbe obiettare che i comportamenti tenuti da costoro sono quelli di una minoranza; una quota fisiologica di imbecilli che nessuna società è in grado di estirpare; sarà, però son davvero tanti e per rendersene conto basta scorrere ciò che scrivono e i video che postano su quelli che vengono definiti i social.

Spero anche, e voglio crederlo fermamente, che, ancora fra cinque, dieci anni, il ricordo e la memoria di ciò che si sta vivendo, nonostante la labile memoria umana, possano costituire parte del patrimonio comune e della consapevolezza di larga parte della popolazione, non solo di questo paese, e che le esperienze vissute, in qualche modo, possano migliorare noi e le nostre vite.

Questa, pur con i dovuti distinguo, così come lo fu la guerra del ’14-’18, la prima guerra mondiale, è la prima vera, emergenza sanitaria, la prima vera epidemia mondiale.

Quelle che l’hanno preceduta, ad esempio la peste del 600 d.c., quella del 1348 (le cui conseguenze si sentirono episodicamente fino al XVI secolo), quella del 1628, furono sì grandi ed estese epidemie con vaste e diffuse morie di essere umani, nonostante ciò, rimasero tuttavia circoscritte al nostro mondo: l’area mediterranea, l’Europa continentale e poco altro.

Bisogna arrivare al XIX secolo per avere una percezione, un ricordo fresco di ciò che è stata una vera pandemia.

La spagnola, alla fine della prima guerra mondiale, ancora non si conoscevano gli antibiotici, uccise milioni e milioni di persone in tutto il mondo senza differenza di razza o religione.

Oggi gli scenari sono cambiati, la medicina ha fatto enormi progressi, così come la ricerca; una più diffusa scolarità ed istruzione, una maggiore possibilità di accesso alle informazioni dovrebbero aiutarci a difenderci, eppure nuovamente il mondo è in pericolo anche perché i tempi di diffusione, forse, ironia della sorte, in ottemperanza al dettato del sempre più in fretta, si sono alquanto ristretti.

In brevissimo tempo, basta il volo di un aereo, un virus o una malattia che prima impiegava qualche mese o qualche settimana a diffondersi, oggi in poche ore può fare il giro del globo. Che piaccia o no anche questa è globalizzazione; uno dei tanti aspetti negativi della globalizzazione.

Eppure prendendo le mosse da questo dato negativo, da questo coinvolgimento totale, se l’essere umano fosse intelligente, ma soprattutto veramente sapiens, dovrebbe farne un punto di forza, un argomento su cui riflettere, capire e comprendere finalmente come facciamo parte di un sistema vasto, grande, complesso ma estremamente delicato.

Un sistema in equilibrio nel quale basta spostare qualcosa, una rotellina dell’ingranaggio o un elemento magari invisibile per mettere tutto in discussione. Dovremmo finalmente capire che pur facendo parte del sistema non ne siamo i padroni assoluti, ne siamo solo una componente; non possiamo disporre della terra, distruggere, inquinare, consumare e sperperare a scapito di tutti gli altri esseri viventi.

Non sono uno scienziato e nemmeno un filosofo, scrivo di sensazioni empiriche, ma ritengo che sia sufficiente un briciolo di cervello, un paio di neuroni per comprendere come questa epidemia, così come tutte quelle che l’hanno preceduta sia la conseguenza di comportamenti e scelte dell’ homo sapiens.

In fondo siamo solo degli animali che condividono, questo pianeta, con altri animali e con altre forme di vita. Non siamo i più forti, non siamo invulnerabili; siamo solo i più presuntuosi e inutilmente più violenti.

Periodicamente, secoli, decenni, non importa, la natura ci presenta il conto o forse cerca solo di farci riflettere cosa che, collettivamente, cocciuti, ignoranti, orgogliosi, saccenti, egoisti e pervicaci, come siamo, pare proprio che non riusciamo a fare.

Siamo l’essere vivente che riesce a modificare in modo irreversibile, modificare e manomettere il luogo in cui abita. Forte della sua presunta cultura e capacità tecnica il sapiens ritiene di poter sottomettere, piegare ala sua volontà gli altri essere viventi e modellare, a suo piacimento, l’ambiente circostante. Ma le cose non sempre vanno così. Basta un virus, una roba invisibile, nemmeno in grado di riprodursi autonomamente, un parassita come il coronavirus che ha necessità di un altro essere vivente per moltiplicarsi e tutto crolla.

L’economia basata sulla produzione infinita di beni spesso inutili, i rapporti sociali basati sulle apparenze e l’ipocrisia, il ciarpame di certa falsa cultura, le riviste di pettegolezzi, il Grande Fratello…..tutto crolla!

Ma allora questo virus può insegnarci qualcosa!

Quando tutto sarà finito, perché come tutte le cose di questo mondo, ha avuto inizio, ha una vita e poi finirà, come sono finiti i dinosauri, l’impero romano, e tutto il resto, quando tutto sarà finito avremo la capacità di ricordarci che le cose importanti non sono solo l’economia, i risparmi sulla pelle dei soliti e i pareggi di bilancio ad ogni costo?

Saremo in grado di pretendere che un sistema sanitario, come la salute, non debba mai più essere monetizzato (pare una novità ma lo sostenevano gli operai FIAT nel 1969)?.

Saremo in grado di modificare taluni stili di vita improntati all’egoismo, all’individualismo, al profitto, all’ignoranza, ossia a quelli che vedono fra i loro maggiori sostenitori un ex ministro degli interni che andava a mangiare formaggio e salumi in Trentino e una signora epigona di Mussolini?

Forse sarebbe il caso di ripensare i modi, i fini, gli scopi e, soprattutto, cosa si produce.

Ad esempio, assolutamente prioritario sarebbe smettere di produrre armi (è un caso ma Brescia, una delle capitali della produzione bellica, è fra le più colpite) per riconvertire le industrie belliche in produzioni di pace.

Pretendiamo che si smetta di spendere in opere inutili (si avete capito, la TAV) che costa come migliaia di posti letto ospedalieri o nell’acquisto di aerei da caccia, rinunciando ai quali potremmo eliminare il dissesto idrogeologico del paese.

Smettiamola di lamentarci, sempre, comunque e a prescindere del nostro sistema sanitario; prendiamo consapevolezza che investire in cultura, scuola, sanità, ed ambiente, sul medio e lungo periodo, si rivela un grande e proficuo risparmio.

Sarò un visionario, imbevuto di buoni sentimenti, alimentato da libri inutili, adepto di cattivi maestri, socialmente pericolosi, ma sono convinto che nella vita occorra un minimo di etica; ognuno può utilizzarne la quantità che desidera, ma accidenti un minimo ci deve essere. Un minimo per uso personale, non dico che bisogna abusarne, non occorre ubriacarsi, ma accidenti, un grappino di tanto in tanto….!

Verrua Savoia, 30 marzo 2020, ore 22,15.

Un pio desiderio.

In questo tempo sospeso fra un ieri ed un probabile domani, in questo tempo, come presi da un vortice, siamo precipitati in una sorta di buco nero, una voragine che ha ingoiato noi tutti interi con le nostre misere certezze e con le nostre false sicurezze che apparivano consolidate ed inattaccabili; in questo tempo mi è sorto un pio desiderio, che almeno il COVID 19 un merito possa averlo: il Ricordo.

Ricordiamoci un giorno della nostra fallibilità.

Ricordiamoci un giorno di coloro che prima apriamo tutto ed il giorno dopo cambiano musica e chiudiamo tutto ma nel frattempo continuano a criticare tutto e tutti.

Ricordiamoci un giorno della nostra presupponenza di ricchi, gretti, ignoranti, spreconi ed inquinatori.

Ricordiamoci un giorno di chi protervo, razzista e sovranista, amico dell’ungherese Orban, ieri, avrebbe sparato ai barconi dei migranti, chiudeva i porti alle navi delle Organizzazioni Non Governative, mentre oggi, privo di pudore e dimentico della benché minima coerenza, cerca aiuto in Medici Senza Frontiere ed Emergency e accoglie con il cappello in mano i medici comunisti cubani e gli sporchi albanesi.

Ricordiamoci un giorno di Edi Rama, presidente di una paese non ricco e non privo di memoria e delle sue generose parole pronunciate nei confronti di un paese che forse non le merita.

Ricordiamoci delle piccole comunità di profughi, come quella sudanese di Torino, che per ringraziare il popolo italiano, ma di cosa?, dona 1.000€ alla Protezione civile e si fa donatrice di sangue.

Ci sarebbero molte cose che dovremo ricordare, quando questo tempo si concluderà, ne saremo capaci?

Firmato: Elo Seminara

Non ti educo allora ti obbligo


“Non riesco ad educarti e allora ti obbligo” questo, in sostanza, il motivetto che ha portato ad assumere prima il blocco totale degli spostamenti e poi l’obbligo delle mascherine. Di base si tratta di un ragionamento sbagliato (l’obbligo non è mai educativo) che, però, nel contesto attuale, vista l’emergenza e, quindi, la poca disponibilità di tempo, possiamo anche accettare. Nel caso delle mascherine, però, ci sono alcune considerazioni che possono far sorgere dei dubbi, dei legittimi sospetti che, ovviamente, si spera e si presume infondati, ma intanto sorgono e girano: non farebbe male una maggiore oculatezza nella gestione delle cose pubbliche (e non solo in merito a questa specifica questione).

Dopo essersi sperticati per varie settimane a predicare che la mascherina non era necessaria (come in effetti è se si rispetta e dove si può rispettare la regola del distanziamento sociale), che andavano lasciate a chi veramente ne aveva bisogno (i malati e, anche se invero di questi ci si è a lungo poco preoccupati, gli operatori sanitari), improvvisamente, con l’interessamento del comparto aziendale alla loro produzione, i pareri passano al lato opposto e inizia la campagna per convincere della necessità della mascherina. A seguire, dopo che molte aziende hanno investito in una rimodulazione della loro catena produttiva e avviata la produzione delle mascherine, ecco che arriva addirittura l’obbligo al loro utilizzo.

Coincidenze? Ai posteri l’ardua sentenza!

Perché bisogna stare a casa


Leggo sulle reti sociali articoli e commenti che, evocando un distorto concetto di democrazia (questa a a che fare con la libertà ma non è un sinonimo, caso mai è l’anarchia che evoca il concetto più ampio di libertà, l’anarchia intesa nella sua vera forma: quel contesto sociale dove le persone sono tanto evolute che, senza bisogno di leggi e imposizioni, agiscono e vogliono agire nei modi socialmente più corretti) e un altrettanta personalistica idea di “pensare con la propria testa” (non può essere certificato dal solo fatto di pensare diversamente dalla massa, dalle indicazioni istituzionali, in linea con il pensiero di articolisti più o meno rivoluzionari), tentano di dimostrare l’assurdità dello stare a casa. Mi fa specie che ancora non si sia capito le ragioni che hanno reso inevitabile e che, al di la dei decreti, impongono tale atteggiamento (io, proprio perché veramente penso e veramente lo faccio con la mia testa, l’ho iniziato di mia spontanea volontà ancor prima che venisse reso obbligatorio). Proviamo a ribadirle, seguendo un ordine logico e progressivo.

  • Il distanziamento sociale, fino al reperimento di un vaccino, è l’unica prevenzione dal contagio. Se si vuole contestare questo allora non c’è e non può esserci dialogo: si è fuori dalla scienza (tutti i medici l’hanno ribadito: è l’unica strada al momento percorribile) e dalla ragione (che è in questo caso dettata dalla scienza).
  • Data l’alta densità di popolazione di molti centri urbani è impossibile avere un adeguato distanziamento sociale se ci si mette tutti in strada. Ma per quelli a bassa densità di popolazione? Si certo si poteva differenziare, bastava emanare decreti meno vincolanti e lasciare ai Sindaci l’eventuale applicazione di regole più restrittive. L’inizio è stato proprio questo, ma i risultati erano deludenti quindi… blocco totale, logico ed inevitabile.
  • Poco ipotizzabile che si riesca ad avere un’autonomo scaglionamento delle presenze in strada, altrettanto che lo si possa ottenere per azione istituzionale (quante persone sarebbero necessarie per gestirlo?). Conseguenza inappuntabile: bisogna stare tutti in casa (tutti perché se esce qualcuno escono anche gli altri ed è fatta).
  • Lasciare aperti almeno i parchi e i giardini per farci giocare i bambini… ce li vedete voi i bambini a rispettare il distanziamento sociale? No, di conseguenza genitori che gli devono correre dietro finendo a loro volta con l’avvicinarsi.. bingo!
  • Lasciare uscire quei pochi che vogliono correre? Premesso che tanto pochi non sono, assodato che, per esperienza personale, ci sono quelli che poi ti passano a fianco sfiatandoti in faccia a tutta, che se faccio questo devo fare altro (chi pattina, chi va in bicicletta, eccetera) e mando al diavolo il distanziamento sociale, ecco premesso questo c’è un motivo ancor più rilevante: e se ti succede qualcosa? Impossibile! Ne sei sicuro, io sinceramente no, anche perché pochi mesi addietro sono finito in pronto soccorso per il morso di un cane incontrato lungo la strada su cui stavo correndo (e mi ero anche fermato): l’imprevisto è sempre in agguato e nell’attuale situazione è bene non tentare la sfortuna.
  • Ma le montagne, li non c’è nessuno! Beh, che non ci sia nessuno non è esattamente vero, che faccio, lascio andare quelli che hanno la fortuna di conoscere posti solitari e tengo a casa gli altri: un’evidente discriminazione.. o tutti o nessuno! Ma anche qui c’è l’altro motivo, lo stesso di cui sopra: è se ti fai male? In questo contesto farsi male può essere più serio e richiedere l’intervento di soccorsi che sarebbe meglio lasciare ad altri che ne hanno bisogno per ragioni di forza maggiore e non per essere andati a divertirsi. Ma io ci sto attento! Tu, è gli altri? Tant’è che di interventi di soccorso in montagna ne sono stati fatti anche in questo periodo. Per altro, anche io ci sto attento però ai primi di gennaio una scivolata come tante altre, una semplice scivolata sul sentiero e… sublussazione alla spalla; mi sono arrangiato ma comunque al pronto soccorso ci sono dovuto andare. Dobbiamo anche aggiungergli che per molti vorrebbe dire spostarsi in auto e che questo comporterebbe un esponenziale aumento della possibilità che avvengano incidenti.
  • Ma ho bisogno di tenermi in salute, in forma! Si può benissimo fare anche in casa, così come stanno facendo tanti campioni anche di livello mondiale, olimpionici persino. Se lo fanno loro, possiamo farlo anche noi.
  • Ma è proprio negli ospedali che ci si infetta! Embhè, all’ospedale ci vai se ti sei infettato e al quel punto poco conta, oppure ci vai se ti sei fatto male, e allora evitiamo di farci male e di ammalarci, come? Semplice stando nell’unico luogo dove le due cose siano facilmente perseguibili: a casa propria!

A casa propria!

Proprio non ci si vuole redimere


Lo so che sto dando un dispiacere ad alcuni, tanti, troppi, per giunta di ogni colore politico, che in questo periodo stanno chiedendo al governo di fare tutto, subito e in maniera perfetta; a quei tanti, troppi, che sono improvvisamente diventati esperti virologi ed epidemiologi dispensando a destra e a manca consigli e esprimendo continui giudizi (ovviamente negativi) sull’operato del governo, qualsiasi esso sia; ai molti, troppi, che devono sempre e costantemente porsi in netta opposizione, un giorno chiedono A e qualche giorno dopo chiedono l’opposto di A giurando di aver sempre chiesto quest’ultimo; a coloro, anche questi troppi, che sfruttano il momento per costruire prove a discredito degli opposti colori.

Lo so, ma…

  • il tutto e subito non esiste;
  • il presto si scontra con il bene, figuriamoci con la perfezione;
  • non esistono soluzioni miracolose;
  • nessuno, quindi nemmeno coloro che sono al governo, possiede la famosa sfera di cristallo;
  • il governo di una Nazione non è fatto solo dal Governo, ma si fa tutti insieme;
  • se le cose non vanno la colpa non è solo di alcuni bensì di tutti, indistintamente tutti;
  • quel brutto termine di Opposizione (era molto meglio quello di Minoranza) non va inteso in senso letterale, non vuol dire che devo sempre dire l’opposto;
  • che un governo non può permettersi di improvvisare;
  • che la progettazione richiede consulti e questi necessitano di tempo;
  • che inizialmente persino tra i certificati esperti c’è stata discrepanza e confusione;
  • che, in ogni caso, le scelte operate in Italia sono state quelle prima suggerite e poi convalidate dai principali esperti epidemiologi e dai più rilevanti centri di ricerca di tutto il mondo;
  • se (quasi) tutto il mondo sta seguendo le nostre scelte ci sarà pure un motivo, no!

Pensavo che, almeno in una situazione di grave ed estesa emergenza sanitaria, le persone potessero farsi più sagge, che riuscissero a fare corpo unico, a dare fiducia, che smettessero i panni dei leoni da tastiera e indossassero quelli dell’empatica umiltà. Invece no, invece le cose sono riuscite persino a peggiorare.

Non vogliamo proprio redimerci!

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#Coronavirus … Utile e futile


Il differenziale, almeno in Lombardia, pare essere in diminuzione, forse siamo prossimi alla vetta, al punto in cui il numero di contagiati anziché aumentare inverte la tendenza e inizia a diminuire. Detto questo è ovvio che la questione è ben lungo dall’essere risolta. Fossimo al medioevo, a quando per spostarsi solo di un centinaio di chilometri occorrevano giorni interi, ecco fossimo ancora a quel periodo probabilmente potremmo adagiarci, ma non lo siamo, oggi i viaggi intercontinentali sono all’ordine del giorno per cui teniamo alta la guardia: il problema sarà realmente risolto solo quando in tutto il mondo non ci sarà più nessun contagiato.

Possiamo e dobbiamo, però, iniziare a fare e farci delle considerazioni e darci delle speranze, tra queste quella che, da tutta questa storia, il mondo si porti a casa qualcosa: la consapevolezza diffusa del futile e dell’utile.

In particolare…

La futilità:

  • della negatività;
  • dell’abbandonarsi al sovrannaturale;
  • della sfiducia;
  • dell’opposizione;
  • del criticare tutto e tutti;
  • delle gelosie;
  • dell’odio;
  • della violenza (verbale e fisica);
  • della bugia;
  • del vivere per il lavoro;
  • dell’individualismo;
  • dell’educare alla diseducazione;
  • dell’oppressione;
  • dell’imposizione;
  • dell’idiosincrasia verso ciò che non piace;
  • dell’obbligo all’abbigliamento (provoca tutto quanto sopra).

L’utilità:

  • della positività;
  • del credere in se stessi e nell’uomo;
  • della fiducia;
  • della cooperazione;
  • del rispetto;
  • dell’ammirazione;
  • dell’amore;
  • della pace;
  • della verità;
  • della vita dignitosa per tutti;
  • della socialità;
  • dell’educare all’educazione;
  • del rispetto;
  • dell’accettazione;
  • dell’indifferenza (nel senso di non preoccuparsi di quello che fanno gli altri ma semplicemente accettarlo incondizionatamente);
  • dell’immenso potere educativo del nudo privato e sociale (insegna tutto quanto presente in questo elenco).

Politica dello scranno


Vi siete chiesti perché, in questo periodo di emergenza da Sars-CoV-2, ci sono sindaci e governatori che, invece di emanare regole più restrittive di quelle emesse dallo Stato (lo possono fare, tant’è che lo fanno alcuni loro colleghi, e lo hanno sempre fatto), si limitano a chiederlo, ovviamente in forma palese (in Pompa Magna) al Governo?

Semplice!

Nel primo caso, specie se poi risultassero limitazioni inutili, verrebbero considerati gli aguzzini e perderebbero consensi.

Facendo come fanno, invece, spostano tutto il peso della questione su di un Governo a loro non gradito, cercano di metterlo in difficoltà e, nel caso farlo risultare colui che ha sbagliato, nel frattempo sanno che i loro più o meno fanatici accoliti inizieranno già ad osannarli come i (testuali parole lette su Twitter) “generali salvatori della patria” (in realtà hanno solo allungato i tempi di applicazione delle limitazioni, altro che salvatori).

Pensateci!

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Camminare in montagna – Orientamento e topografia


Prosegue da… Allenamento avanzato


Olà, riprendiamo questa serie di articoli che da troppo è rimasta ferma.

A questo punto del discorso sostanzialmente rimangono solo aspetti collaterali, questioni non propriamente inerenti il camminare in se stesso, ma comunque importanti ai fini di una sicura frequentazione dell’ambiente montano.

Il primo di questi aspetti è quello dell’orientamento e delle topografia.

L’ometto, il simbolo per eccellenza dell’orientamento in montagna

Qualcuno potrà chiedere a che può servire oggi questo discorso se con un telefono, un’app di navigazione e un file gpx possiamo avere un sistema elettronico che ci guida lungo il percorso scelto? Beh, se proprio non ci si arriva da soli:

  1. non tutti i luoghi di montagna sono coperti dal segnale telefonico e, salvo avere un telefono satellitare (che ad oggi pochi hanno),l’app non è in grado di visualizzare la carta topografica (solo alcune app permettono lo scaricamento delle carte) rendendo di fatto poco comprensibile quanto ci viene visualizzato (il bollino della nostra posizione e l’eventuale traccia da seguire) o, in assenza del detto file gpx (quindi della traccia da seguire), addirittura inutile;
  2. ci sono situazioni, ad esempio quando ci si trova in un bosco, in cui il telefono non può comunicare con i satelliti GPS e, quindi, l’app di navigazione non può rilevare la posizione quindi il nostro bel sistema di navigazione diviene di fatto del tutto inutile;
  3. non è che sia poi molto comodo camminare ore e ore con il telefono in mano e gli occhi focalizzati sul suo piccolo schermo;
  4. la volete mettere la soddisfazione di trovare in autonomia il percorso, di sentire girare i meccanismi del cervello, di scoprire che l’orientamento è esercizio assai utile e divertente?
  5. Ecco, appurato che saper leggere una carta e sapersi orientare resta pur sempre un’importatissimo, per non dire fondamentale, requisito per ogni escursionista, andiamo allora a parlarne, anzi scriverne.

Premessa

Dobbiamo distinguere due modalità di orientamento: naturale e strumentale.

L’orientamento naturale è la capacità di mantenere costantemente viva in noi la sensazione di posizione e di direzione. Se è ben vero che alcuni ne sono particolarmente dotati di natura, è altrettanto vero che tutti hanno una più o meno evidente sensibilità innata e che questa può essere potenziata mediante esercizi e sperimentazioni.

L’orientamento strumentale e l’insieme di strumenti e tecniche che ci permette di determinare posizione e direzione anche in assenza di orientamento naturale. Questa modalità di orientamento va imparata attraverso lo studio e l’esercizio: può darsi che non serva mai, ma qualora dovesse servire sarà importante saperla fare velocemente e senza errori.

Orientamento naturale (orientamento)

Più naturale di così, eh eh eh

“Perso” è termine che andrebbe utilizzato solo per indicare il trovarsi nella condizione di totale impossibilità a comprendere la propria posizione rispetto a quella che avrebbe dovuto essere e, pertanto, di recuperare la giusta direzione del camino. Appare evidente che, sebbene vi si faccia spesso ricorso, invero ben raramente ci si è veramente persi, il più delle volte ci si sta semplicemente abbandonando allo sconforto o si sta rinunciando ad utilizzare le proprie pur sempre innate capacità di orientamento, quantomeno la semplice capacità d’osservazione e di relativa logica deduttiva.

Ovviamente ci sono condizioni dove mantenere l’orientamento è più semplice (campo aperto con unico evidente sentiero) e altre dove è particolarmente complesso (fitto bosco privo di tracce di passaggio), in mezzo un popolatissimo insieme di situazioni e variabili.

Altrettanto ovvio è che possiamo parlare di piena capacità d’orientamento solo quando siamo in grado di dominare tutte queste condizioni e queste variabili, ma non spaventatevi: non è poi così difficile arrivarci, basta solo procedere con adeguata prudenza (selezione di percorsi opportuni) e buon impegno.

Quali accorgimenti dobbiamo usare per mantenere l’orientamento?

La premessa importante e fondamentale è che dobbiamo sempre essere in grado di ripercorre con la massima fedeltà la strada percorsa. Da qui ne escono i suggerimenti che vado a illustrare, i quali, ovviamente, fanno riferimento ad uscite su percorsi a noi sconosciuti, attenzione comunque anche su quelli conosciuti, se ci capita poi di doverli fare con la nebbia o il buio potremmo comunque avere serie difficoltà di orientamento.

Primo: essere presenti.

Quando camminiamo è sicuramente bello immergersi in chiacchiere con i compagni o, se siamo soli, nei propri pensieri, ma questa è anche la prima causa di disorientamento: non stando attenti a dove andiamo possiamo sbagliare percorso e, ancor più importante, non percepiamo tutti quei dettagli che ci consentono di mantenere costante la percezione di posizione e di direzione. Chiacchierare e pensare va bene ma non dimentichiamoci di osservare costantemente il percorso e l’ambiente che ci circonda.

Secondo: osservazione mirata

Se ci limitiamo ad osservare è molto probabile che le immagini scorrino senza fissare nella nostra memoria i dettagli importanti, quelli che poi potremo usare per orientarci. Allora? Allora l’osservazione, oltre che generalizzata (per godere del panorama), dev’essere anche mirata ovvero indirizzata verso quegli elementi che siano facilmente significativi, elementi che devono essere in parte vicini (per ritrovare quasi passo passo l’esatto percorso fatto) e in parte lontani (per potersi indirizzare nella giusta direzione di massima).

Terzo: fissare elementi stabili

Malga-bivacco nella Conca del Listino: buon riferimento di marcia

Gli elementi che dobbiamo osservare devono avere una specifica caratteristica: non cambiare con il passare delle ore, quantomeno nell’ambito della durata della nostra escursione. Ad esempio sono elementi utilissimi i tralicci delle linee elettriche (ben visibili anche da lontano), gli sfiatatoi dei gasdotti (essendo solitamente molto vicini tra di loro, nella nebbia ci possono guidare quasi passo passo), piante e massi dalla forma particolare, grosse radici poste di traverso al sentiero, isole prative che interrompono il bosco, la forma degli eventuali guadi, nelle uscite brevi anche una particolare macchia di fiori può tornare utile, particolari guglie sulle creste che ci sovrastano, la silhouette delle creste sotto le quali stiamo passando, la conformazione delle cime (dossi prativi piuttosto che picchi rocciosi), lo stato vegetativo (pascoli, torbiere, boscaglie, cespuglieti, eccetera).

Quarto: guardare all’indietro

Può sembrare stupido ma, anche se non abbiamo intenzione di ritornare per lo stesso percorso, man mano che procediamo dobbiamo ogni tanto voltarci indietro e osservare il tracciato. Questo va assolutamente fatto ai bivi: passandoli in modo disinteressato quando ci arriveremo dalla direzione opposta potremmo non essere in grado di rammentare quale direzione prendere o addirittura prendere quella sbagliata (“siamo arrivati da destra quindi andiamo a destra” … bingo!). Ogni volta che incontrate un bivio andate avanti una decina di metri, fermatevi, giratevi e osservatelo per bene, tanto per cominciare capirete che se siete arrivati da destra al ritorno dovete andare a sinistra, poi avrete modo di memorizzare la forma del bivio (dovrete pur capire che siete a quel bivio e non ad altro bivio) e fissare in mente almeno un segnale che indichi la giusta direzione (tornerà utile qualora non siate poi in grado di identificare con certezza il punto). Memorizzate sempre e solo quanto riguarda la direzione giusta, alternare le direzioni o focalizzarle ambedue vi creerà solo confusione: troppe informazioni uguale zero informazioni.

Superare il disorientamento

Come mi devo comportare se ad un certo punto ho delle grosse difficoltà d’orientamento? Come mi devo comportare se non mi ci ritrovo? Bene, la cosa fondamentale e quella di non perdere la calma: solo se vi mantenete lucidi e freddi potete risolvere la situazione, perché vi garantisco che è sempre possibile risolverla. Non posso qui esemplificare tutte le possibili situazioni e relativi correttivi, faccio solo qualche esempio.

Definizione dell’obiettivo

Questione assai importante che ci permetterà di risolvere brillantemente anche situazioni particolarmente complesse: devo raggiungere (o tornare a) un punto preciso (rifugio in quota, malga, bivacco) o, premesso che è pur sempre una validissima soluzione, mi può bastare raggiungere una strada o un paese?

Osservazione critica.

Terre Fredde: terreno aperto che in caso di nebbia può diventare alquanto insidioso

Fatevi delle domande e osservate l’ambiente che vi circonda…

Arrivavo da valle o da monte? Definito questo al peggio basterà camminare nella direzione rilevata: verso valle o verso monte.

Ero alto o basso rispetto al fondo valle? Come sopra, mi basterà mantenere la stessa altezza rispetto al fondo valle.

Sono sempre stato nella stessa valle? Se si è evidente che non devo puntare alle creste e scavallare nelle valli laterali, se no comprendo che devo confrontare fra loro il ritorno sulla strada fatta (che essendo tortuoso e magari lungo potrebbe non essere facile) e il seguire la valle in cui mi trovo (che, magari, vedo portare a delle malghe, a una strada o a un paese).

Nell’ultimo tratto ho attraversato dei torrenti? Se si e sono in grado di individuarli punto verso di loro, se si e non ne vedo potrei essere completamente fuori zona, stessa cosa se non ne avevo passati e ora li vedo.

Nel dubbio puntare in alto.

Se proprio proprio non riesco a capire dove andare: scendere è facile, risalire è faticoso, quindi è sempre meglio tenersi alti. Dall’alto è più facile scorgere i dettagli che possono riorientarci, ovviamente attenzione a quanta strada percorriamo: cento metri, duecento, massimo cinquecento e se ancora non abbiamo capito è bene fermarsi e osservare l’ambiente.

Se siamo in un bosco e sopra di noi vediamo un crinale aperto (o una vasta zona di luce che possa far pensare ad un prato o a un crinale) potrebbe essere un buon punto di osservazione quindi cerchiamo di raggiungerlo, ovviamente facendo molta attenzione alla strada che facciamo: dobbiamo essere in grado di ripercorrerla fedelmente in senso opposto e in un bosco privo di tracce la cosa potrebbe risultare ardua.

Come allenarsi all’orientamento naturale

Può sembrare strano questo discorso, nessuno lo fa, tutti danno per scontato che l’orientamento o uno ce l’ha o non ce l’ha. Sbagliato, l’orientamento, come ho già detto, è per tutti innato, alcuni ne hanno perso la percezione e si è indebolito, ma mai sarà scomparso, dobbiamo solo recuperarlo. Come fare?

Come prima cosa esercitiamoci in casa ad osservare le cose e recuperare le informazioni utili: stabiliamo un percorso tra le stanze, eseguiamolo a passo lento osservando gli oggetti che man mano incontriamo. Fatto un solo giro fermiamoci, prendiamo carta e penna (che avremo preventivamente predisposto), pensando al giro fatto scriviamo con singole parole (brainstorming) tutto quello che ci viene in mente: non scriviamo “scrivania alta di colore nero composta da quattro pianali e tre armadietti, ma bensì ”scrivania” “nero” “pianali” “quattro” “armadietti” “tre” oppure “scrivania → nera → pianali-→ quattro / armadietti → tre.

Il secondo passo è quello di ripetere l’esercizio di cui sopra in ambienti diversificati e man mano più complessi: il giardino di casa; un parco pubblico; una strada; il quartiere; un percorso urbano; un percorso in campagna; una lunga spiaggia; un viaggio in automobile.

Stimolando il nostro spirito di osservazione e imparando, tramite il braistorming, a recuperare le informazioni dalla mente (per la precisione, a lasciarle riemergere spontaneamente), ci accorgeremo che il senso di orientamento tornerà man mano ad esserci più percettibile.

Quando ci sentiamo pronti possiamo passare alla pratica in montagna (magari facendoci assistere da qualcuno che conosca la zona e possa riportarci sulla strada corretta).

Inizialmente scegliamo un percorso su terreno aperto (per avere sempre visione del punto di partenza e del percorso fatto). Poi su terreno aperto ma uscendo dal sentiero per addentraci nei pascoli o nella tundra alpina; gironzoliamo liberamente, alcune volte cerchiamo di ritornare esattamente sui nostri passi (per esercitarci a ritrovare i segni distintivi del percorso memorizzati nell’andata), altre volte rientriamo al punto di partenza per percorso alternativo (per abituarci a ritrovare le indicazioni della direzione di massima. Infine all’interno di un bosco progressivamente più fitto e intricato.

Orientamento strumentale (e topografia)

Traccia GPX del sentiero 3V “Silvano Cinelli”

Come ho già detto oltre all’orientamento naturale, o in aggiunto a questo, possiamo ricorrere a quello strumentale, ovvero all’utilizzo di una carta topografica e della bussola o a quello del telefono con app cartografica. In ambedue i casi dobbiamo saper leggere la carta, nel secondo non ci serve saper usare la bussola ma sarà comunque importante saper distinguere le direzioni topografiche (nord, sud, est e ovest). Questa conoscenza torna utile anche per preparare a tavolino l’uscita, cosa assai importante ai fini della sicurezza e del divertimento, quindi sempre da farsi ogni volta che si programma di andar e fare un itinerario sconosciuto o poco conosciuto.

Una carta topografica è un rappresentazione piana e simbolica del terreno, può avere diverse scale di rappresentazione quindi, a parità di dimensione, descrivere un territorio più o meno vasto (meno territorio descrive più dettagli ci possono essere, anche se oggi con le carte digitalizzate abbiamo in teoria a disposizione carte che ricoprono territori vastissimi e, comunque, estremamente dettagliate), su di essa saranno riportate varie informazioni facendo ricorso ad una simbologia praticamente standardizzata.

Non mi è qui possibile andare ad esaminare tutta la specifica simbologia, d’altronde questo non è un corso di topografia e orientamento (per quello ci sono le Guide Alpine e gli Accompagnatori di Media Montagna) ma solo una sintesi per chiarirne l’importanza e dare alcuni importanti suggerimenti di base.

Curve di livello

Purtroppo non tutte le carte digitalizzate le riportano (ad esempio non ci sono sulla miglior carta digitalizzata in assoluto tra le tante che ho provato: OSM ovvero OpenStreetMap), ma è semplice predisporre la propria app (io uso e mi trovo straordinariamente bene con QMapShack che si installa sul computer, mentre come piattaforma on-line suggerisco GPSies; quanto prima possibile farò una recensione di questi strumenti) affinché ne abbia a disposizione due o tre di cui almeno una con le curve di livello. Queste curve, che sono delle sottili linee ondulate che uniscono fra di loro tutti i punti posti alla stessa quota, vi possono dare immediata percezione delle pendenze e permettervi di distinguere tra valli e crinali, tra valichi e cime.

Come?

Dove si vede l’intero percorso di una curva, ovvero la si vede chiudersi su se stessa, ecco che al suo interno è presente la vetta (in genere segnalata con un triangolino nero o con un punto più o meno grosso ed evidente, ma se si tratta di un rilievo poco rilevante potrebbe non esserci nessuna particolare indicazione). Se la zona definita dalla curva chiusa su se stessa è estesa siamo in presenza di ud largo dosso, se la zona è limitata e magari anche indicata con un fitto tratteggio (parete o, comunque, pendii particolarmente ripidi, pressoché verticali) allora è un’aguzza vetta.

Partendo da questo anello interno le curve si spostano man mano verso l’esterno e le parti convesse ( puntano in allontanamento dalla sommità) identificano i crinali, le parti concave (puntano verso la sommità) identificano le valli e le vallette. La distanza tra le curve di livello visualizza la pendenza: curve molto distanti indicano una lieve pendenza, curve vincine identificano una pendenza maggiore.

Tracciato del sentiero del Carso Bresciano

L’accurato studio delle curve di livello e, nelle app di tracciatura dei percorsi, del profilo altimetrico, torna molto utile per capire l’atteggiamento da tenere percorrendo un dato percorso, ad esempio:

  • unica salita uguale possibilità di tirare a tutta;
  • unica salita seguita da un unica discesa, devo tenermi delle riserve per la discesa;
  • dopo la discesa ho una risalita magari anche importante, devo starci attento che riprendere a salire dopo una discesa, magari ripida e lunga, mette le gambe a dura prova;
  • un’alternanza di salite e discese, è da studiare con attenzione perché potrebbe darmi possibilità di recuperi (salite e discese di limitato dislivello e lunghezza), ma potrebbe anche essere molto tosta (salite e discese importanti e su terreno poco agevole).

Molto utile (non sempre, anzi poche volte, ne avremo precisa percezione durante il cammino sul terreno) individuare i tratti pianeggianti, sono loro a permettere il miglior recupero, arrivarci al limite ma non ancora scoppiati può evitare o contenere le fermate di respiro: determinatene, è sufficiente un calcolo approssimativo, la distanza e il dislivello che li separano, saprete quale ritmo tenere (la regola sarebbe quella di tenere un ritmo costante per tutto il percorso, quindi questo va impostato in ragione del tratto più impegnativo).

Tracciati

Quasi tutte le carte topografiche, siano esse stampate che digitalizzate, riportano con linee tratteggiate sentieri e mulattiere (si distinguono per una diversa lunghezza dei tratti: brevi per i sentieri, più lunghi per le mulattiere), molte riportano con linee punteggiate anche le tracce di passaggio. Le carte turistiche riportano, con larghe linee continue solitamente rosse, i percorsi segnalati; lo stesso avviene per alcune carte digitalizzate, dove è in genere possibile attivarne o disattivarne la visualizzazione.

Per esperienza personale vi raccomando di non fare totale affidamento su tali indicazioni, usiamole a tavolino per programmare le uscite e calcolarne lunghezza e dislivello (molto facile, anche se non precisissimo specie per i dislivelli, con le app, più complesso con le carte stampate), usiamole sul terreno per avere un’idea di dove sono e di dove siamo, ma stiamo attenti che talvolta indicano percorsi ormai inesistenti o, almeno in estate, resi impercorribili dalla folta vegetazione; quando i tracciati sono brevi e, magari prossimi ad abitazioni, sappiate che potrebbero essere interni alla proprietà privata e quindi non più percorribili.


Continua in… La sicurezza


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Guardiamo avanti


PEARL Galaxy

Una giornata come tante altre, Riccado sta lavorando tranquillamente quando… dleeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeen suona la campana di allerta. Riccardo e i suoi collegi fermano il lavoro e si mettono in attesa. Passano un paio di minuti ed eccolo… taaaaaaaaaaaaaaaaaaaa la sirena proclama l’evacuazione. Con calma, in fila indiana, ognuno seguendo il percorso programmato tutti escono dall’edificio e si raccolgono nel piazzale antistante, i responsabili fanno la conta dei presenti e compilano l’apposito modulo: tutti presenti, nessun disperso e nessun ferito. Dopo una decina di minuti arriva il responsabile del servizio di sicurezza, raccoglie i moduli e segnala essersi trattato solo di un’esercitazione, come, del resto, già tutti avevano intuito. Meno ordinatamente di prima le persone rientrano nell’edificio e riprendono il lavoro che stavano facendo. Tutto finito.

Quanto sopra è un raccontino di quanto molti, se non proprio tutti, di noi stanno periodicamente sperimentando: l’esercitazione di evacuazione. In alcune aziende, oltre a questo…

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Governo del #coronavirus


Media, governatori, sindaci, singole persone, molti sono ancora coloro che stanno pubblicando osservazioni critiche sull’operato del governo in riferimento alla gestione della situazione provocata dal virus SARS-CoV-2, sostanzialmente lo si accusa di aver creato confusione emanando decreti poco chiari.

Non vedo dove sia la poca chiarezza nel “sono vietati tutti gli spostamenti non indispensabili: state a casa” e comunque, signori miei, il governo sta operando secondo quello che, dal secondo dopoguerra a oggi, è stata ed è la consuetudine legislativo-governativa: dare linee guida, che vanno poi, a cure delle istituzioni locali politiche e giuridiche, adattate ai mille e mille casi diversi. Se proprio proprio, possiamo osservare che sta venendo fuori tutta la debolezza di questo sistema, uno dei pochi, o forse l’unico, dove le sentenze non facciano legge, obbligando la parte legislativa ad emanare leggi per ogni minima questione.

Prima governatori e sindaci si ribellano al decreto perchè il governo non può decidere in modo univoco per tutta l’Italia, poi sempre governtori e sidaci chiedono al governo d’essere molto più rigido, in mezzo tutto le critiche di cui sopra. E cavolo, è questo a creare confusione: i mille articoli dei media che affermano cose anche contradditorie tra loro, talvolta persino all’interno dello stesso articoli; la pubblicazione di notizie sui decreti ancora prima che questi venissero emanati; la risonanza data da alcuni giornalisti alle notizie false, da loro prese e spacciate per vere; l’opinionismo costante e continuo; l’idividualismo italiano.

No signori, no, non è il governo a creare confusione, siete voi, voi che, pure in questo momento alquanto critico, non siete capaci di rinunciare al diritto d’opinione, non siete capaci di mettere la vostra voce a disposizione del governo, di sostenerlo, di aiutarlo nel suo ingrato compito, di fare chiarezza ove questa (comprensibilmente e, come sopra spiegato, convenzionalmente) viene a mancare .

No signori, no, la confusione non è il governo a farla, è l’opinionismo. In questo momento le opinioni personali lasciamole nel cassetto e vediamo di affrontare ciò che veramente va affrontato: il contenimento della pandemia.

State a casa, stiamo a casa, le cose indispensabili sono veramente poche, vogliono essere largo e dico il cinque percento di quello che facciamo, giusto andare a fare la spesa (e in una sola persona, non l’intera famiglia). Andare a fare la passeggiata quotidiana, andare a correre, farsi un’escursione in montagna, fare colazione al bar, mangiare al ristorante o in pizzeria, andarsi a comprare gli integratori, l’acquisto di medicinali da banco, le cene in compagnia e via dicendo sono tutte cose utili ma non indispensabili, possiamo farne a meno: l’allenamento potete farlo in casa, la boccata d’aria potete prenderla alla finestra di casa, la montagna potete guardarla nelle foto o nei vostri ricordi (ottimo allenamento al rilassamento), senza integratori non morite (mentre la CoVid19 si che può ammazzarvi), gli amici li potete vedere e salutare con le varie app di messaggistica e videoconferenza e così via.

#iorestoacasa

#Coronavirus #iorestoacasa


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Vero che è autorizzato l’uscire di casa per andare a fare sport all’aperto con l’unica indicazione di evitare gli assembramenti, però personalmente mi sono fatto delle domande e mi sono dato delle ulteriori limitazioni. Partiamo dalla situazione più evidente.

Sforzo massimale a livello organico globale

Qualche settimana addietro il sabato sono andato a fare un allenamento pesantino, per darvi dei precisi riferimenti si trattava di una ventisei chilometri con duemila metri di dislivello sia in positivo che in negativo caratterizzati da un profilo irregolare (una sequenza di su e giù, in parte sostanziosi, in parte meno) e da diversi tratti poco corribili (sentieri stretti e costellati di spuntoni), il tutto percorso in sei ore e mezza con uno sforzo per me, se non proprio massimale , di certo alquanto rilevante (sempre per darvi dei riferimenti precisi un tempo pari al quarantacinque per cento di quello potenziale calcolato sulla base del…

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Coronavirus, spero s’impari qualcosa


PEARL Galaxy

Veramente, spero proprio che non succeda quello che è (quasi) sempre successo, quantomeno negli ultimi cento anni, dopo ogni evento più o meno catastrofico: torna il silenzio mediatico e nei sistemi tutto resta pressochè immutato.

Se fossimo già stati cablati, abituati e attivati nel lavoro da remoto (e lasciamo stare la distinzione, puramente legalese, tra telelavoro e smart warking, termini che invero dovrebbero voler dire la stessa cosa), cosa praticabile per almeno il cinquanta (e mi tengo sui un valore prudenziale, invero sarei portato a dire il settanta se non l’ottanta) per cento dei lavoratori, l’impatto economico e sociale del virus che sta in questo momento sconvolgendo il mondo sarebbe stato assai minore.

Sono vent’anni, a mia memoria, che si parla di telelavoro (e permettetemi d’integrare in questa parola tutti i vari ambiti applicabili: lavoro, scuola, medicina, vendita, sociale, elettorale, eccetera) e ad oggi sono veramente poche le aziende e…

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Dopo la notte il giorno


Passato il freddo crepuscolare,
l’alba ci conduce al sole pieno e al suo piacevole calore

#montagna #VivAlpe #consapevolezza #natura
#nudiènormale #nudièmeglio

Crepuscolando


E dopo aver camminato tutta la notte ecco il momento più magico: il crepuscolo!

#montagna #escursionismo #consapevolezza #VivAlpe

Escursionismo notturno


Camminare tutta la notte nella montagna è esperienza inestimabile, ancor più se sei solo e nudo!

#consapevolezza #nudiènormale #nudièmeglio

Escursionista non accontentarti


Non accontentarti del camminare, concediti l’inclusione!
#natura #ecologia #rispetto
#nudiènormale #nudièmeglio

Ottimizzare la ginnastica


Senza se e senza ma,
c’è un solo modo per ottenere i massimi benefici dalla ginnastica…

farla nudi!

L’occhio della mente


Se qualcosa ti inibisce la visione
guarda dentro di te,
ci troverai grandi panorami!

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