Archivio dell'autore: Vittorio Volpi

Sono Natura


Dalla natura vengo a sapere che sono nato nudo, che anche sotto gli orpelli quotidiani, sempre nudo rimango; che nudo mi disfarò nella tomba, che eventualmente nudo mi presenterò al tribunale di Dio nel giorno del giudizio. Orpelli che mi si sono incarnati addosso, che sono diventati persino pensieri, convinzioni, stati e condizioni, definizioni, dati di fatto, credenze, certezze, assiomi, talvolta ossessioni, su cui ragionare e agire di conseguenza. La controprova è che, mollati i paludamenti tessili e le fisime mentali, ci vediamo semplici e nudi, come pane senza companatico… ma buono lo stesso.

 

Semplici e nudi

Semplici e nudi innanzitutto verso di noi: so benissimo della pancetta che ho, di certe pliche flaccidose della pelle, del grasso che mi ottunde i bei pettorali. Però se è così che son fatto, così mi tengo. Perché, se per primi noi stessi non ci accettiamo, troveremo negli sguardi degli altri un giudizio (presunto) e una conferma del nostro scontento.

Guardandoci dal punto di vista della natura, vediamo la nudità come fatto naturale, come non ci fosse differenza fra la stanza da bagno e fuori, fra casa e fuori. E gli altri son forse Marziani? No! Anche loro sono figli della stessa natura. E perché dunque pensarci indecenti, come se qualcosa di noi fosse inaccettabile, fatta male, quasi innaturale? (persino della natura abbiamo un’idea di come debba essere – secondo noi!) Perché del distinguo che fa la “ragione”, il pensiero dei più che ci dice che cosa è decente e che cosa indecente? Se non è indecente la natura, non sono indecente neanch’io, nemmeno se son sovrappeso. Penso che sono più indecenti i nostri “razionali” pensieri: la lingua batte dove il dente duole.

Ma, una volta spogliati, ci si apre un mondo, ci sorprendiamo del mondo, ci fa meraviglia – anche di noi ci meravigliamo: così non ci siam visti mai! La differenza maggiore la scopriamo dentro di noi, nel mutamento dei pensieri, delle convinzioni, delle valutazioni, che si traducono in comportamenti, atteggiamenti, scelte di vita. Senza acrimonia, senza stracciarci le vesti, senza indignarci, ma semplicemente e risolutamente andiamo da un’altra parte… nel castagneto del Dosso dei Camosci ad esempio, a sentirci finalmente sinceri con noi stessi, a constatare la differenza fra legge “divina” e legge naturale. Ma non dovrebbero essere la stessa legge, visto che proprio Dio ha creato la natura così com’è? Chi ha mischiato le carte? Chi sta bleffando? E crediamo a Pascal: “se  l’asso ce l’ha, abbiam perso; se l’asso non ce l’ha, ci punisce comunque per aver anche solo pensato che stesse bleffando. È meglio scommettere che ce l’abbia e, pazienza, game-over. Ma chi mi ha costretto a quel tavolo di poker? A scommetter la mia vita per un atto di fede, con un patto di fede? Grazie, io non gioco. “Cosa? Non stai al gioco, non vuoi giocarti la vita con Dio? Non può volere la tua rovina: se poi ti ritrovi in mutande, la carità ti verrà in aiuto, la Sua misericordia è infinita. «Non essere incredulo, ma credente, Tommaso!» (Giovanni 20, 27)”.

La natura mi parla per archetipi, non ha parole, non ha tutorials, non mi manda i concetti già bell’e fatti, pronti per l’uso: ha mille altri modi, mille altri fatti, mille nuove esperienze che posso scegliere di fare per provare a conoscermi meglio. Con me, ma anche in confronto con altri. E dopotutto, da qualche parte ci sono anche i sentimenti… e non son poca cosa.

Tutti capiscono il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, il disagio e il benessere, la fatica e la gioia… Non posso per tutta una vita cercare di evitar la natura: scegliere il piano e non la salita, l’auto invece dei piedi, il cotto invece del crudo, le primizie di serra perché non so aspettar la stagione, la corsa invece del passo, i sapori “genuini” e “salati” , ricordarmi della crema solare, mettermi gli occhiali da sole… Sembra quasi che stiamo creando un’anti-natura, una creazione parallela che stiamo rifacendo da noi, come se il Creatore non fosse stato bravo abbastanza. Chiaro, noi vogliamo capire, smontiamo e rimontiamo, se qualche pezzo non combacia, annunciamo una nuova invenzione… Ci stiamo costruendo un pianeta tipo Gattaca, asettico e innaturale.

La doccia d’aria fresca

Il nudo stride. Il cane-da-guardia del pudore ci abbaia alle spalle, per farlo tacere non abbiamo che da spogliarci, riconquistarci quel corpo che dovrebbe essere solo nostro, involucro e specchio della nostra anima, la nostra costante k in quanto persone.

Il nudo ride. Il nudo ci fa contenti. Di un’intima gioia di persone comuni, che appunto perché spogliate di tutto, si vedono forti egualmente, non appese a pensieri, a progetti, a valori che danno una parvenza di vita: ci accontentiamo di esser dei burattini?

In casa sto nudo; al mattino mi alzo, mi affaccio al balcone e mi stiracchio levando in alto le mani con le dita incrociate: le prime boccate d’aria mi scandagliano, mi entrano, come mi entran negli occhi i primi bagliori dell’alba; il frescolino mi avvolge la pelle, sembra che l’aria stessa si sia avvicinata e voglia conoscere me – non c’è nessun altro -, darmi il buongiorno; non è ostile, non rabbrividisco, è una doccia d’aria fresca. I balconi a destra e sinistra sono deserti, e se anche una mattiniera vicina uscisse sul poggiolo a sprimacciare i cuscini, vedendomi al naturale così come sono, sorpreso con le dita della marmellata ancor nella bocca, le vedrei un sorrisetto spuntar sulle labbra, contagiata dal lieto, leggero, fresco sorriso che le manda mio corpo libero, tutto, intero dalla testa ai piedi, selvaggio come un Boscimano, naturale come son per me stesso. È naturale esser nudi, più che l’esser vestiti. Lo sanno anche i sassi.

Ma noi siamo sociali: da soli siam brava gente, ma insieme… sembra sparisca buona parte di umanità; insieme siamo più forti, lavoriamo di squadra (gli eserciti son formidabili! non importa del prezzo, se davvero vuoi conquistare qualcosa: prezzo d’amatore). Viribus unitis, unendo le forze è più facile raggiunger lo scopo. Spesse volte questo scopo non l’ho scelto da me, ma qualcuno più forte di me, divenuto forte perché gli ho ceduto la mia forza (volente o nolente). In questo la società mi fa paura, mille volte più della natura. Anche in natura tragedie e disastri sono all’ordine del giorno. Solo la Walt Disney poteva inventarsi un Lion King: solo noi lo vediamo “re della foresta”; in realtà, un leone non va oltre la propria famiglia; una tigre non mangia più del necessario; le api non vendono il proprio miele.

La consapevolezza sociale è molto diversa dalla consapevolezza personale.

Per “rispetto delle differenze” omologhiamo tutti, tutti uguali di fronte alla legge; il multanova scatta per tutti automaticamente… poi con la cassiera mostriamo chi siamo (galloni, occhiolino, “facciamo-a-metà?”…)

La nostra costante

Il nostro k o il nostro (氣), il prana, che è lo stesso che spiritus o anche il “soffio che ci ha dato la vita” (πνεῦμα), la nostra “essenza individuale” (o carattere, psiche, anima, personalità, identità, individualità, forza d’animo, carattere, indole… ma anche volontà, decisione, intenzione, scelta) lo teniamo rigorosamente per noi, è poco socializzabile, se non nella ristretta cerchia di amici. Eppure non c’è nulla di più universale e di fuori dal tempo: questo tratto umano universale che dà il senso allo studio della storia come storia di uomini, di tutti gliuomini, quel quid di umanità che trapassa di generazione in generazione senza disperdersi, senza inquinarsi; quell’idea di uomo che possiamo ammirare negli uomini di oggi come in quelli di ieri. È quell’energia personale e interna di ciascuna persona, che lascia il proprio sigillo nelle cose che fa.

«Il al mattino è fresco» diceva Sun Zu. Eppure è con la nostra maturazione, con l’evoluzione che ci siamo scelti da noi, che ci relazioniamo con gli amici e gli sconosciuti. L’attenzione ai suggerimenti della natura ci fa evolvere nella direzione che noi vogliamo, una direzione vantaggiosa, perché più equilibrata, meno stressante, più sana, più piacevole, più istintiva, ma a suo modo regolata nel variarsi e adeguarsi giorno per giorno.

Dal balcone di casa guardo le torbiere, la campagna, il sole che nasce, i nuvoloni carichi d’acqua. Mi sento a-posto, giusto così. Non sto segnando le crocette fitness su una tabella. Mi distrarrei: sono molte le cose che il corpo percepisce in quell’istante: la mia presenza-esistenza è un vortice di mille pensieri, una dinamo che si sta caricando: mi riconfermo in quello che sono, con questa sensazione di oggi in più, e domani sarà di nuovo lo stesso e diverso. Linfe sconosciute mi circolano in corpo, forse son raggi (l’intero alfabeto greco non basta a elencarli), forse fotoni, forse dell’altro che ancora non sappiamo che esiste, ma che pur ci fa bene.

E allora penso che mi sono ripreso un pezzo di corpo, come se finora mi fosse stato rubato, se è questo corpo, ora tutto intero, che mi ridà tutto questo che sento, e che ben non so dire.

Questo sento mi fa la natura.

La Natura mi sbraga: dov’è l’indecenza?

Di fronte allo spettacolo della natura, dopo ore di marcia e sudore, durante le quali abbiam dialogato, interagito passo dopo passo con la natura, dopo che ad ogni curva qualcosa cambiava, fotogramma dopo fotogramma, arrivati alla cima ci viene spontaneo dire al mondo qualcosa di noi, qualcosa di sincero, di nuovo, di stupendo, qualcosa che scopriamo lì e allora per la prima volta, ci vien automatico dimostrare il nostro apprezzamento, la nostra meraviglia e sorpresa; l’esigenza di non tener nascosta, separata, specialissima, con la scusa che sia privatissima, nessuna parte del nostro corpo, così sensibile a tutto, che tutto questo coi sensi ci ha fatto capire, come fosse l’altra metà di noi stessi; al diavolo le convenzioni e convenienze, dov’è l’indecenza? mi calo le brache (non è atto di resa, e nemmen di protesta o sberleffo), mi par di volare, di esser grande come tutto l’orizzonte che vedo, mi sento in gola la sazietà di un momento di  gloria, la tranquilla normalità di una magnificenza che mi diventa respiro, inalato a pieni polmoni. Non valgono un pensiero gli stupidi pantaloni abbassati alle caviglie: andrei in prigione per un momento come questo. Mi sento gonfio come un tacchino che fa la ruota, fiero come un lupo che va per i fatti suoi, piena la testa di grilli minuscoli e vispi, orgoglioso come un piccolo dio, compreso di un’esperienza che mi sta trasformando, invanito di cose da nulla, ma che pure son rare, grandi e preziose – mie! pieno di vanterie belle, buone e reali; mi sento ricco di niente, perché non saprei dire di che… forse semplicemente di vita. La natura mi dice che ogni momento, normalmente io sarei così, abitando una «casa in cima al mondo» come cantava Pino Donaggio quand’ero ragazzo. Ah, sì che ci vien voglia di crescere, perché all’improvviso si sa come fare, cosa fare, com’è.

Sbragati dalla Natura (Foto di José Gomez, California – da http://www.maktiv.net)

La Natura mi svela


Il guard-rail

Nudo non mi so difendere, sono da solo, ho bisogno della società. Della società con le sue leggi. Devo proteggermi innanzitutto da me, dagli eccessi che posson scoppiare all’improvviso, fuori controllo. La società con le sue indicazioni (il portare vestiti, ad esempio) mi aiuta a temprare gli istinti. Fa leva sui sensi di colpa preventivi, sul pudore, sulla vergogna, sulla “responsabilità” (il redde rationem, il registro dei conti, da consegnare alla fin della fiera a san Pietro). La legge mi aiuta a dominarmi, ad avere una misura. Mi impone un suo rito, m’incanala in un flusso, nella massa, nel suo alveo dove tutti più o meno scorriamo, più o meno d’accordo. Lo fa per il mio bene, per evitare che càpiti il peggio: per me e per gli altri. Teme le tentazioni che sono ognidove, spifferi di un’altra realtà, di un anti-mondo che serpeggia, pronto sempre a insinuarsi e colpire appena scopre una falla; a tentare, appena scopre un uzzolo anche solo incipiente; teme per noi gli istinti che ciascuno abbiamo inscritti nella nostra “natura”, in quel “sesso” mai bastantemente addomesticato, ancora troppo naturale e selvaggio – eròta svolazzante, impudico, “maleducato”; non ha mai imparato a parlare, come il bambino-lupo dell’Aveyron -, che ci comanda come tremendo tiranno; al di fuori di ogni regime, di ogni regola, al di fuori di ogni progetto razionale per il nostro futuro.

È compito della legge: lo fa per me e per il bene della società, per l’ordine generale: ogni cosa ordinata è migliore.

La recinzione e il guard-rail
Da: Pinterest
Non sopporto di essere confinato entro questa recinzione [i comandamenti di Dio], io la salto.
Aspetta. Non è una recinzione, è un guard rail.
La citazione dai Proverbi viene così tradotta: «Chi custodisce il precetto custodisce se stesso, chi trascura la propria condotta morirà

La pratica nostra e l’etnologia ci prova l’esatto contrario, che in natura ogni cosa è a misura. Non è la vista del nudo ad esser releaser (“attivatore, scatenatore”) di istinti scomposti, ma è quell’insana aspirazione di un ego arrivista e furbino che per ogni cosa che fa vuole aver la medaglia, un riconoscimento sociale, come avesse superato un ostacolo a vantaggio di tutti, raggiunto una vetta finora inviolata, spostato più in alto l’asticella del salto, portato a termine un’impresa esemplare. Un atleta olimpionico: a lui il merito, la vittoria è di tutti, in eurovisione.

Sull’altro lato

Dichiaro: sono indifeso, è vero, ma non devo difendermi proprio da nulla, nemmeno da me stesso. Pagherò, ma rimarrò quel che sono, fin che posso resistere. Orgogliosamente dico che son grande abbastanza, che so “dominarmi”. Fino a un certo punto, ché oltre sarebbe un tradire me stesso. E allora, la semplice, innocente, casta mia nudità che c’entra con tutti quei paraventi, quei paventati e mai detti pericoli? che c’entra col preconcetto giudizio, con sacrosanto precetto, col bennato consiglio di riconoscere che ho bisogno d’aiuto e difesa, e la legge lì pronta ad aiutare e difendere? E la disobbedienza, se generalizzata sarebbe un disastro sociale, un disordine colossale… Da ogni disordine, si dice però, nasce un nuovo ordine.

Intanto constato: le strettoie delle prescrizioni han fatto nascere una gramigna innaturale, infestante. Mi fido più di Madre Natura che di Padre Diritto. Credo (!) che per natura siam buoni, siamo affettuosi e gentili, ad essa affidati viviamo arrischiati e persino un tantin scapestrati, proprio perché non manchiamo di nulla, perché non temiamo di nulla. Perché siam fatti così, a posto nel mondo, come ogni altro animale. La “civiltà” ci ha imbastardito con la pretesa razionale, positiva e scientifica di saperne di più, di volere di più, di valere di più, di meritare di più. Ci ha sommerso di slogan magniloquenti e imperativi diktàt: fai così – fai cosà! E abbiamo disimparato ad ascoltare la natura dalla quale siamo nati, della quale siam fatti; quella stessa natura che sentiam dentro di noi e ci fa funzionare: respiriamo, cresciamo, proviamo emozioni… viviamo. Ed è la stessa natura che continua anche fuori di me, che vedo viva nel mondo. La natura mi attraversa come un raggio di sole che mi scalda sotto la pelle, come sguardo d’un occhio sollecito che mi scandaglia a veder come sto, come luce che mi contorna le forme di bianco e di ombra; come contrappeso ancorato che mi rende sgravato e leggero; come benessere che mi sprizza dai pori; come freddo che mi entra nelle ossa; come fatica che mi chiede una sosta; in forma d’un’emozione che mi prende, mi scuote, mi spreme, mi sprona… E so che son io, che son filo d’erba, che sono castagno dalla scorza rugosa e son pure lo spazio di luce, smagliante e splendente, che si stende fra me e le nitide cose che mi stanno dintorno. Sono anche pensiero di queste stesse cose che vedo, e penso che anche loro vedono me: videor, ergo sum, “sono presenza, essenza, esistenza, apparenza… dunque sono”. Sospeso, la spina staccata, sconnesso, fuor d’asse, la ragione svapora, perdo equilibrio, lievito per forza maggiore, indulgo nella percezione al presente, smemorato di tutto, ma sveglio, attivo ed attento, galvanizzato d’un’interna buona energia… vivo.

I castagni del Dosso dei Camosci (Monte Magnoli, Villa Carcina), 12 marzo 2017.

«L’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime, né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa» [Agamben, Nudità, p. 119]

Nudità e conoscenza

La nudità è totale visibilità, totale presenza, totale persona, perfetta, genuina, integrale; non segno, non rinvio a un diverso significato; prova di nulla, oggetto banale, normale, di nessun senso e valore, non-classificato, nulla top-secret. E vedere il corpo nudo significa percepirne la pura conoscibilità al di là di ogni segreto, prima di ogni ipotesi o idea, prima di ogni verifica di laboratorio: lasciarsi vedere e lasciarsi conoscere dal vero chiude il cerchio della conoscenza fra me e il mondo reale, equivale a conoscere davvero, nella reciprocità dell’andata e ritorno. Proietta all’esterno la consapevolezza di me, mi cala nel reale come grumo di lievito che attende un po’ d’acqua e un raggio di sole per farmi sentire che son buon pane dorato, fragrante, da sciogliersi in bocca, per dar gusto e sostanza a quel che poi vedo, a quel che mi assimilo, a quel che vedo divento, a quel che mi scelgo come cibo per me.

La nudità come percezione, intuizione, acquisizione di conoscenza della Natura operante nel mondo e in noi: il corpo-che-conosce si forma, si modella, parallelamente come corpo-conosciuto. Se poi questa conoscenza (attiva e passiva) corrisponde a bellezza e verità (entrambe come atto di scoprimento, di svelamento: alètheia in greco significa “non-nascosto, verità”) dipende da personale predisposizione, apertura, dialogo attesa, attenzione, incantamento, tentazione. E mi piace anche dire che è una verità nuda, una verità muta, che non ha bisogno di parole per essere espressa, di mente per essere appresa, di megafoni per esser comunicata, di interpretazioni per esser compresa, di riflettori per richiamar l’attenzione, di coturni per mettersi in mostra.  Qualcuno pensa che la nudità sia una verità eccessiva e non necessaria, anzi pericolosa. Può darsi che sia diventata tale proprio a motivo della misura imposta, a motivo del pudore, a misura della perdita dell’onore (= vergogna) e alla quale il costume nei secoli ci ha abituato.

 

Il velo

Per la mia esperienza e percezione non darei ragione a Walter Benjamin, quando dice che «il bello non è né il velo, né ciò che è velato, ma invece l’oggetto nel suo velo». Darei troppa ragione al velo, lo legittimerei, lo sparerei in iperbole come più vero del vero, lo renderei necessario da un punto di vista estetico – per cominciare – e poi è un attimo giungere all’uso del velo per attingere anche all’etico, alla bellezza morale: velo veicolo di un simbolo, come fa il novello marito quando alza il velo e bacia la sposa.

Un velo… ed è subito sposa!

È vero che le cose funzionano anche così, che c’è più peperoncino e attrattiva nel disvelare, che nel vedere apertamente (il vedo-non-vedo). Ma si tratta di un artificio fin troppo umano, vergognosamente umano: erigere una recinzione per poter guardare dal buco: da una parte stuzzica gli appetiti, la passione, dall’altra lo strappare quei veli è smaccata (a volte violenta) dimostrazione di arrogante, prepotente potere.

Lo scopo delle recinzioni: il solito velo, il ritardo, l’attesa per aumentar l’appetito

Dal punto di vista estetico ritengo che sia una bellezza artefatta, un’arte troppo concettuale: l’ostacolo mette in azione l’immaginazione che restaura l’integrità originaria; che stimola il desiderio di superarlo. C’è chi apprezza l’intervento ideativo dell’uomo, il rispecchiarsi narcisistico dell’ego collettivo di una società e di una cultura nei confronti della natura. Ma che cosa manca all’uva di Zeusi se persino i passeri la volevan beccare? (Plinio, Storia naturale XXXV 61-66)

«Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.»

La bellezza naturale è bella e buona, non ha bisogno di velare la propria virtù perché venga meglio apprezzata, scoperta come meraviglia inattesa, ritrovata come fosse perduta da tempo. Non ha bisogno di celarsi, di farsi meno appariscente per un gioco di falsa modestia. O per renderla sacra, accessibile solo coi riti.

La misura della natura

Nudi nella nuda natura, spogliati del segno e del sogno che ci vorrebbe caporali, si riscopre la nostra primigenia natura, in quella definizione di “uomo” che non ha bisogno di parole per essere immediatamente compresa, in quella visione diretta e olografica di sé che si fonde in tutt’uno con l’ambiente naturale; un sé non distinto, non separato, non diverso dal mondo in cui vive; senza bisogno di verbalizzazioni, di rapporti scritti, di indagini, di teorie unificanti, di letteratura, ma piuttosto di un sé vivace di sentimenti, vibrante di emozioni corpose e spontanee che ci fanno sazi e appagati.

Dalla natura temiamo ci vengano solo mali da cui difenderci: il freddo, il vento, il troppo sole, la perdita delle comodità civili e sacrosante. Abbiam perso il senso stesso della nostra natura e della “natura”. Troppo semplici, troppo banali per gente che sa, che conosce le Treccani del mondo. Ci vogliono i riti, le solennità; ci vogliono i significati, gli obiettivi, i metodi, gli strumenti, la coerenza, la formula matematica, la teoria del tutto… Dimenticando che Madre Natura saprebbe fare tutto da sola, altrettanto bene e forse anche meglio.

Inneggio al corpo esposto al sole, esposto al freddo, al vento, alla pioggia, alla fatica, al sudore, a una gioia composta, intima e muta, all’auto-percezione spogliata di veli, turbamenti e timori. È vivo. Senza ripari, senza pretoriani, senza comodità. Perché così è la vita: non si fa servire. Questo il senso, l’anima, la scossa, la scintilla interna che sentiamo viva in noi e che ci fa sentire vivi altrettanto, integri, perfetti, fatti di carne e di sangue…  incantati di quel che vediamo e che siamo.

Decenza, concetto variabile


La legge sembra voglia difendere la società dalla vista del nudo (quello quotidiano, non quello artistico o artefatto). E quando parla di “pubblico” non fa eccezioni, come se la vista del nudo fosse indecente per tutti. Non spiega perché; sembra sia un concetto ovvio da capire. Ma se fosse davvero ovvio non ci sarebbe l’articolo del codice a vietarlo. Si suppone che la nudità altrui offenda, si suppone che vada contro i principi morali, vigenti come norma superiore per tutti. Dire «principi morali» è però un’esagerazione, in quanto non mi pare che il nudo sociale sia cosa tanto grave da poter riguardare la morale (e da quando la legge prende a prestito dalla morale le linee guida per la civile convivenza? – da Costantino, almeno). Non mi pare che un affare di indecenza sia così importante da dover invocare i rigori del codice penale. Offesa (peraltro presunta – o pretestuosa)  non è lo stesso che danno.

Nel 1999  è stato abolito il reato di turpiloquio (legge nr. 205 del 25 giugno, art. 18); un’abitudine ancor oggi indecente (se non offensiva) per molti. Nello stesso anno l’art. 57 del decreto legge nr. 55 del 30 dicembre 1999 ha depenalizzato il reato di bestemmia, declassandolo a reato amministrativo («Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro» art. 724 c.p.)

Un cartello contro la bestemmia

Come mai dunque il nudo, rispetto al quale materialmente sussiste solo una convenzione giuridica, viene ancora sentito e gestito come reato nonostante la depenalizzazione degli articoli 527 e 726 c.p., e la conseguente trasformazione in illecito amministrativa con ammenda cento volte più alta di quella della bestemmia (certamente offensiva)?

Non riesco ancora a spiegarmi le “braghette legali”: chi o che cosa dovrebbero difendere, quale senso civico salvaguardare? E queste “braghette” sono a difesa del pubblico o del singolo obbligato a portarle? Quel singolo che non ne ha capito, nemmeno per sé, il recondito motivo dell’obbligo, o non vuole capirlo, o non lo accetta. Per una banale questione di opinabile “decoro”, senza poter dire né a né ba, un qualsiasi agente mi può multare come stessi facendo sesso alla vista di tutti o guidassi pericolosamente. Sono di testa dura, non capisco le cose al volo: perciò, signori legislatori spiegatevi meglio, potrei anche capire. Spiegatemi anche che cosa intendete per decenza: perché se è un progetto ideale di come voi vorreste vedere la società, allora ogni crimine è un’indecenza, anche la mancanza di educazione è un’indecenza, anche le mille furbate, i mille sgarbi quotidiani che le persone si fanno fra loro sono un’indecenza, anche le mille cose che non funzionano a dovere sono un’indecenza. Tutte certo provocano una reazione, un moto di rabbia, di intolleranza, lo sbotto di un’imprecazione impotente. Ma se ti fai veder nudo, sei una vergogna vivente, allora paghi: 5.000 euro sull’unghia! Risarcisco la società per il turpe spettacolo cui l’ho costretta ad assistere. E tutto può esser risolto a palanche!

Non vedo infatti nella semplice nudità un’offesa evidente, immediata, rilevante, oggettiva, altrimenti non sarebbero ammessi i resort, le spiagge, le piscine, le spa, i club riservati e recintati… I Finlandesi col loro vezzo di fare le saune nudi dovrebbero uscirne tutti ammaccati… Altrimenti non mi spiegherei – se siamo tutti esseri umani, con le stesse vulnerabilità – come mai il nudo è permesso in Francia, in Spagna e Croazia e vietato in Italia. Se la vista del nudo fosse davvero dannoso per i bambini (quando proprio i bambini sono assolutamente indifferenti alla nudità, prima che vengano istruiti ad avere reazioni “da grandi”), non mi spiego come nei campeggi e nei villaggi siano ammesse le famiglie; come mai esistano tanti studi psicologici e pedagogici che evidenziano l’importanza dell’educazione al nudo.

Quel che trovo ingiusto – e mi pare cosa grave, trattandosi di un articolo del codice penale, cioè di uno dei fondamenti della giustizia – è che

1) la legge prenda le parti di un gruppo sociale, ma peggio ancora che assuma a modello esemplare (cioè, da estendere prescrittivamente a tutta la società) il comportamento di quel gruppo sociale. Questa omologazione imposta per legge mi pare sia alquanto antidemocratica, perché fa differenze (che la legge non sia uguale per tutti?), perché va a simpatie, perché favorisce gli “amici” (elettori);

2) la legge che vorrebbe imporre alla (presunta) minoranza il rispetto delle buone maniere, è lei, per prima, ad essere irrispettosa di un costume diverso dal suo, ma pur rispettoso. Come mai lo stesso richiamo al rispetto è a senso unico? Capirei se si trattasse della setta degli Assassini descritta da Marco Polo. Si tratta invece di un gruppo di persone che in materia di decenza ha opinioni, convinzioni e comportamenti semplicemente diversi rispetto ad altri, e non accetta che siano vietati per il solo fatto di essere diversi, perché questa diversità non reca danno a nessuno. Fino a pochi anni fa gli omosessuali erano chiamati eufemisticamente diversi. Ma le cose sono cambiate! Nel Medio Evo i sodomiti erano condannati a morte, nel secolo scorso finivano in prigione, fino a pochi anni fa erano oggetto di disprezzo, di dileggio e commenti pesanti. Ma gli omosessuali, e le donne, e i neri, non hanno smesso di insistere, di resistere, di mostrarsi, di affermare la propria esistenza, i propri diritti in quanto persone. Esser tollerati non bastava, non bastava allargare le sbarre alla gabbia.

La gente oggi è meno propensa di ieri a bersi tutto: vede, riflette, ragiona, capisce, dice le proprie opinioni, si dissocia… e comincia a comportarsi di conseguenza. Col tempo, emergeranno altri comportamenti finora tenuti nascosti, non saranno più così rari, nulla sarà più uno scandalo. Non perché ci sia di peggio (penso agli scandali veri, agli abusi, allo strapotere di certe cupole, conventicole, comitati d’affari) ma perché le persone sono tutte diverse, anche se «la Legge è uguale per tutti». La legge dovrà adeguarsi ai cambiamenti delle persone e non le persone ad esser “guidate” dalla legge.

La presunta offesa alla decenza (nemmeno più al pudore) riguarda solo chi la vede come tale. Non è un dato oggettivo. Se poi offende la maggioranza al potere nel suo desiderio “romano” di estendersi a tutta la Gallia; se questa parte della società mostra un’insofferenza astiosa nel veder prosperare gruppi di resistenza alla Asterix, e pretende che il suo “gusto” sia legge, consiglierei di rileggere l’episodio dantesco di Semiramìs (Inferno canto V, 52-57):

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

L’episodio conferma che non è mo’ da oggi che la va a ’sto modo. Non per questo deve essere giusto e sacrosanto continuare nel solco di una tradizione che, almeno su questo punto, fa acqua da tutte le parti, un’“alluvione” ormai difficile da arginare.

Se poi la sicumera di una parte della società si sente minacciata dal diverso atteggiamento di un gruppo di strampalati senza-mutande, che hanno opinioni diverse dalle sue; se ha bisogno dello scudo della legge (dell’abuso di potere che le consente di imporre per legge il proprio punto di vista), direi che come minimo dimostra di non esser poi così salda come vorrebbe mostrare di essere.

Lei non sa chi mi credo di essere  [da:http://www.frigolandia.eu/?q=node/187%5D

Ma penso non si tratti semplicemente di questo, quanto piuttosto del dispetto che prova nel vedersi rosicchiare giorno per giorno quel “premio di maggioranza” (sempre presunta) che manda in fumo l’aspirazione tirannica, la percentuale totalitaria, premesse che le consentirebbero di dormire sonni tranquilli. E manda in fumo anche il suo tentativo di colonizzare le zone limitrofe per crearsi una fascia di sicurezza, ma nel frattempo non si accorge delle debolezze interne. E così può accadere che le amministrazioni locali si trovino a gestire la patata bollente del mutamento dei costumi: il modo più semplice e efficace sarà considerarlo questione di ordine pubblico.

Poiché il concetto di decenza rimane indefinito, per non incorrere nei rigori della legge ce ne facciamo uno noi, che prudenzialmente tende ad essere via via più rigido di quel che la legge intendeva. L’azzardo di agire imprudentemente è molto rischioso: 5.000 euro di multa non sono bruscolini. Sono una vena d’oro per le casse comunali, equiparabile ai proventi di una liberalizzazione del nudo per attirare turismo, ma infinitamente meno rischioso dal punto di vista politico.

Ferita nel proprio orgoglio, non vedendosi adorata come si aspetta, non accetta che i propri princìpi – dati per buoni ed ovvi per tutti – non siano condivisi proprio da tutti. Ammettere che altri abbiano opinioni diverse è un rospo difficile da inghiottire, forse più che ammettere d’aver torto. Ma ciò dimostra solo l’immaturità politica di chi, forte dei numeri di una parte pilotata e asservita, non ha ancora ben capito cosa sia democrazia, pur continuando a predicarla ex-cathedra come nuovo catechismo. E fa anche l’offesa, questa parte, si straccia le vesti nel vedere la reazione di chi la pensa diversamente. E non molla per principio, per partito preso. Altrimenti si mostrerebbe nuda – uh, le tette flaccide, che orrore! è questione anche di estetica elementare, di decenza! -, si vedrebbe l’inganno, il pallone gonfiato, la costruzione surrettizia che ha voluto imporre con la forza dei numeri e della legge e col non-rispetto del principio stesso – inflazionato dalle troppe ripetizioni, da finire per esser sospetto – del rispetto delle opinioni diverse.

Che poi tutto questo sia stato preso a prestito dalla «religione di Stato» – formulazione ancora presente nella legge 55 del 1999 – (per mancanza di idee proprie o di originale ispirazione) e vicariandola nella società civile attraverso la politica, le restituisca il favore, è argomento che qui non è il luogo per approfondire.

Il nudo come rinvio a…


I “tempi biblici” in cui si colloca il mito del Paradiso Terrestre risalgono a un periodo un cui non esistevano vacanze, escursioni, campeggi, club, in cui esisteva solo il tempo quotidiano, scandito dal ritorno ciclico delle feste. Allora non esisteva il nudismo e il nudo era manifestazione eccezionale, involontaria ed estrema (profetismo 1Samuele 19, 24, Isaia 20, 2-3; prigionieri 2 Cronache 28, 15; Isaia 20, 4; l’episodio di Malco nell’Orto degli Ulivi, Marco 14, 52). Nel lungo elenco in Levitico 19, 6-19; 20, 11-21 viene usata la parola nudità  per indicare i casi in cui congiungersi sessualmente con una persona sarebbe stato atto incestuoso; in altri luoghi l’espressione scoprire la nudità significava “stuprare”.

La diffusione di cartelli che vietano il nudismo dimostrano l’aumento costante della sua diffusione. A mano è stato aggiunto un “francesismo”.

La norma attuale che vieta la vista del nudo in pubblico e la sua giustificazione (gli “atti indecenti”) al confronto, è recentissima: se si è arrivati ad inserire una norma, vuol dire che esisteva l’esigenza di arginare un comportamento non più eccezionale! La norma deriva probabilmente da due tendenze opposte: da una parte il puritanesimo, la mentalità vittoriana e dall’altra, in tempi più recenti, dall’ipersessualizzazione della vita quotidiana, spacciata per “liberazione” alla Marcuse, Reich, Figli dei fiori. Da una parte i “buoni princìpi”, a buon diritto estensibili a tutta la popolazione (ma buoni per autodefinizione di parte); dall’altra la deriva massmediatica, caotica, arrogante, fracassona e irrispettosa, che sfrutta l’appeal come strumento per attirare l’attenzione e accoppiare desiderio, emozioni, ricordi, comportamenti esemplari, a qualcosa da comperare, o come elemento imprescindibile per il successo di un film, di un libro, di una manifestazione (majorettes). Desideri, emozioni, ricordi, comportamenti sono dunque spiazzati e indirizzati artificiosamente verso qualcosa di innaturale o non scelto da noi. La cosa acquistata diventa il surrogato e forse anche il sostituto (non tanto fantasmatico) dei nostri desideri, emozioni, ricordi, comportamenti autentici e personali.  Se si usa il richiamo al sesso per propagandare un prodotto, qualcosa di sesso vi rimane attaccato e l’oggetto viene usato per giungere al sesso (o nell’illusione di).

In questa deriva, anche la parola nudità perde il su significato autentico di stato naturale. Stavo per dire espressione naturale, ma sarebbe stato appiccicare alla nudità qualcosa che è solo una finalità nostra, un contenuto, un messaggio da far arrivare; mentre si tratta semplicemente di uno stato, il più possibile neutro, senza giudizi, ragioni, incrostazioni, parassitismi, finalità. Nell’usare la nudità per uno scopo, la si sfrutta per quella serie di risposte, consapevoli  o meno, istintuali ed arcane, che proprio l’introduzione del pudore ha cercato di moderare… Ops!… ha cercato di stimolare. Qui sta il busillis e in fin dei conti l’ambiguo stratagemma di vietare la mela per renderla maggiormente desiderabile (è una legge di mercato). Se la nudità diventa un mezzo si snatura, si imbastardisce dell’intenzione cui serve da veicolo.

Il nudo come segno rimanda necessariamente a qualcosa d’altro: probabilmente a quegli atti indecenti che la legge vorrebbe vietare. È appunto questo rimando che mi pare illegittimo, una forzatura, un abuso della nudità, perché viene associata a comportamenti che nulla hanno a che fare con la nudità in sé, e proprio il divieto ha indicato la via per un suo “uso”. Sfruttare la nudità vuol dire far leva sullo stereotipo comune dell’associazione nudità = “buono da mangiare” (la “mela”). In questo contesto culturale la nudità è funzionale agli scopi specifici per cui è stata sacralizzata e l’accesso pubblico ad essa una specie di culto condiviso ma con rigide norme (proprio per evitare l’indecenza, la volgarità, non scendere al di sotto di quel “gusto” propre, di quella pulizia di modi richiesti in società, che a loro volta rimandano a un ordine morale, a un comportamento come-si-deve, predicato in mille modi). La “decenza” ha tracciato un confine fra i comportamenti: da una parte quelli accettabili dall’altra quelli “indecenti”, non ammissibili in società; li ha caricati di moralismo, li ha ufficializzati con leggi e sentenze, assicurandone la durata, usando la legge per rafforzarne l’efficacia, confermandone la conformità con quadro ideale con cui la società vuole presentarsi a se stessa, con l’autoritratto con cui vuole che ogni componente si riconosca. L’autoreferenzialità è un circolo vizioso che impedisce lo sguardo critico, la visione dall’esterno.

Il nudo perde perciò le proprie caratteristiche naturali per assumere le vesti di cui lo si è caricato concettualmente. Per questo recuperare la nudità, nuda di tutti gli orpelli aggiuntivi, equivale liberare la parola e noi stessi di un peso: quelle vesti non sono state scelte da noi, e sono la camicia di forza in cui viene costretto il nostro comportamento e il nostro pensiero, l’ideazione di comportamenti per il nostro benessere (prendere il sole, escursioni, lettura…), ma anche  di lavori casalinghi o in campagna, giardinaggio, hobby, che ben sappiamo riescono meglio se fatti da nudi. Equivale a un atto di giustizia verso la natura: con la nostra pretesa di saperne di più, stiamo costringendo il corpo all’innaturalità, con tutti i pericoli che insorgono quando si superano i segni di confine posti dalla natura. E questo, appunto perché l’innaturalità è generalizzata, non può non avere ripercussioni sull’intera società.

Abituati come siamo, le prime volte potrebbe stupire vedere nell’auto accanto uno che guida nudo, in un giardino una signora che cura le rose, la squadretta di calcio che si allena nell’antistadio, bambini al parco giochi, un vignaiolo che pota le viti, una famigliola che pranza nel patio di casa, podisti, ciclisti, un pittore davanti al suo cavalletto, un pescatore sul lungolago… eppure è solo questione di abitudine. E lo abbiamo imparato nelle nostre escursioni: proprio perché il nudo è facoltativo non v’è differenza, non è la prova di niente, nemmeno deve dimostrare la coerenza con una definizione («sono nudista, perciò…»), né la fedeltà ad un’associazione. Non essendo segno di nulla, non rimandando più a quelle “cosacce indecenti”, perde tutto il suo significato, il suo “effetto”, e la legge non saprà più a che cosa appigliarsi: nudi o vestiti è proprio la stessa cosa, non è il vestito che fa la differenza.

Nel giardino di casa – A

Senza divieti


L’abolizione dell’art. 726 c.p. avrebbe delle analogie con la cacciata dal Paradiso Terrestre: toglierebbe alla maggioranza della popolazione quella “difesa” dagli “atti contro la decenza” esponendola allo spettacolo indecente della nudità. Toglierebbe a molti la sensazione di sicurezza che provano accoccolati nella legge. Toglierebbe ad altri il senso di un’obbedienza imposta (dalla società? dallo Stato? dal Parlamento?).

E se è vero che nella nudità altrui vediamo anche la nostra, si comprende quanto grande possa essere l’imbarazzo e la vergogna di molte persone: non che tutti abbiamo necessariamente qualcosa da nascondere (in fondo la nudità è quanto di più aperto e disarmato ci possa essere, tanto che è simbolo di innocenza – appunto perché sotto stretta sorveglianza), ma semplicemente per abitudine, costume, educazione, etichetta.

L’abolizione dell’articolo non obbligherebbe nessuno a spogliarsi. Esattamente come i referendum sul divorzio e sull’aborto non ha obbligato nessuno né a divorziare né ad abortire; esattamente come l’abolizione del turpiloquio (che era il secondo comma dello stesso articolo) non ha mutato il modo di parlare delle persone; un tempo era punito anche lo sputare per terra, ora – spontaneamente – non lo fa quasi più nessuno.

Rimane una differenza col peccato originale: la rinuncia alla protezione offerta dalla legge non è una negazione, o una rivolta, o un allontanamento, o un disconoscimento di tutta la legge. Le persone “si accorgerebbero di essere nude”, si aprirebbero gli occhi sul proprio corpo, cambierebbero le relazioni, la percezione di sé; senza il divieto sul collo, probabilmente si sentirebbero anche un poco più libere, almeno come sensazione. Senza che nessuno sia corso a strappare loro di forza le vesti di dosso. Altre, più vulnerabili, si sentirebbero esposte alla vergogna (anche senza spogliarsi): non avrebbero vergogna tanto della propria nudità: non approvando, mai si spoglierebbero, quanto piuttosto di quella degli altri (tanto a volte siamo mimetici!), avrebbero vergogna per essi; come quando in inverno ci può cogliere la sensazione di freddo vedendo qualcuno in pantaloncini e maglietta.

Senza l’art. 726 cadrebbe invece ogni vergogna, non vedremmo più pubblicità spinta al limite della volgarità, cosa che oggi fa tanto chic; cesserebbero un sacco di fisime che di solito si associano al nudo; tanti pensieri che si fanno alla vista di qualche centimetro di pelle in più. E se è proprio la visione del nudo reale (e non artistico) che scatena l’eccitabilità, la sua inflazione sgonfierebbe quell’automatismo, oggi inevitabile, di considerare ipso facto il nudo come invito, occasione, seduzione, adescamento, esibizione.

 

Una riprova l’abbiamo proprio nei campi o durante i raduni nudisti: le sessioni fotografiche di Spencer Tunick, le varie NBR, campeggi in Croazia e Sablière sono ben lungi dal trasformarsi in problemi di ordine pubblico o in orge di massa: non c’è nessuno che sbava, le tanto temute erezioni in pubblico non si vedono. A riprova anche che il sesso è sempre anche una questione di mente, può essere ricondotto ad un controllo decente, non è detto che sia quell’irrefrenabile istinto di natura spesso addotto come alibi per giustificare stupri, violenze, atti osceni, scatenati – si dice – da audaci scollature o vertiginose minigonne.

Se le parole integrale e bio usate per classificare alcuni prodotti alimentari richiamano concetti come salute, equilibrio, benessere, semplicità, naturalità e spesso sono scelta radicale e irreversibile; altrettanto si potrebbe dire della nudità: integrale e biologica.

Ripensare il nostro corpo nella sua integrità e naturalità, un’abbronzatura senza segni di slippino o spalline, una riconsiderazione di sé come di essere vivente prima secondo natura e poi sociale aprono una prospettiva di riequilibrio, di ragionamento e comportamento positivi, che col tempo mostreranno i loro benefici anche in ambito sociale. Cioè nella qualità delle relazioni con le altre persone, relazioni non tanto basate su rispetto e tolleranza (che francamente mi sembrano atteggiamenti un tantino artefatti), quanto su indifferenza e naturalezza. Come a dire: «con la nudità sfondi una porta aperta, scopri l’acqua calda», non c’è bisogno di un manuale di istruzioni. È come il lievito liofilizzato: ha perso la sua efficacia, è inattivo, non suscita tutto quello che prima poteva suscitare, sono rimasti solo il sapore e le vitamine. La tranquilla indifferenza dei nudisti di fronte al nudo può essere generalizzata ed estesa a tutta la società. Molto dello stress, dei disordini, disequilibri, eccessi nei rapporti con le altre persone cadrebbero all’istante: cadrebbero pudore, remore moralistiche, ansie immotivate, giudizi di valore e di accettabilità. Tutto diverrebbe normale e quotidiano senza timori, senza vergogne, esattamente come sentiamo indifferente, ovvio e naturale il volto che abbiamo.

Obiezione di coscienza


Gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare. I motivi di coscienza addotti debbono essere attinenti ad una concezione generale della vita basata su profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali professati dal soggetto. (art. 1 della legge 15 dicembre 1972, n. 772, abrogata dall’art. 23, L. 8 luglio 1998, n. 230).

Solo dopo il ’68, dopo le manifestazioni contro la guerra in Viet Nam, dopo le numerose carcerazioni per renitenza alla leva il parlamento italiano approvava, nel dicembre del 1972, la legge che rendeva ammissibile l’obiezione di coscienza.

Quella parola coscienza suona un poco strana in un testo legislativo: salvo errori questa parola è stata usata per la prima volta nel trattato di commercio e di navigazione col Costa Rica del 9 settembre 1933: «Art. 7. I cittadini di ciascuna delle Alte Parti contraenti godranno nel territorio dell’Altra della più completa libertà di coscienza e culto. Potranno costruire e possedere chiese, fondare stabilimenti religiosi, istituzioni di beneficenza, e di educazione, osservando le modalità e condizioni stabilite dalle disposizioni in vigore nel Paese».

Tant’è che il testo della legge del 1972 si premura di specificare che i motivi dell’obiezione debbono richiamarsi a una «concezione generale della vita» ma ancora non basta: tale concezione generale della vita deve basarsi su «profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali». Come a dire che i motivi personali non valgono nulla se non sono inquadrati entro una religione, una filosofia, una morale riconosciute e attendibili. Quanto poi all’aggettivo «profondi», vorrei trovare il sondino in grado di misurare questa profondità.

Un escursionista e la censura

Un escursionista e la censura

Libertà di coscienza

Come era inimmaginabile l’obiezione di coscienza al servizio militare prima del 1972, ma poi riconosciuta di diritto, altrettanto si potrebbe personalmente obiettare contro l’art. 726 del codice penale, non condividendo la posizione né la concezione del Legislatore in materia di nudità e cioè che rientri negli “atti contro la decenza”. Perché in fondo non altro che di opinioni si tratta. Obiettando innanzitutto contro la formulazione stessa dell’articolo che lascia intendere che chi ama starsene nudo stia deliberatamente agendo contro la decenza. Un conto sarebbe stato dire semplicemente atti indecenti, in modo neutro. Personalmente non ho nulla contro il comune senso della decenza & decoro, so cos’è e lo rispetto, rispetto le liturgie sociali in cui si manifesta ed è richiesto – ed anch’io mi adeguo per la maggior parte. Ma ne ho anche un altro, più personale. Un’opinione, diciamo. E altrettanto esigo che venga rispettato del pari. Non ho di mira di cambiare la mentalità degli altri, esattamente come non permetto che gli altri cambino la mia in modo violento o impositivo, ma solo ho di mira di avere la possibilità di stare ed agire come più mi piace senza che quel che faccio sia inteso come atteggiamento irrispettoso, un’azione contro la società, qualcosa di coercitivo nei confronti dell’altrui mentalità.

Non sono per le dimostrazioni eclatanti, semplicemente vorrei un po’ di reciprocità nel rispetto che ci è dovuto, esattamente come noi rispettiamo gli altri e le loro convinzioni. Solo così i rapporti sociali sono equilibrati, le differenze smussate e non intese sempre in modo polemico: non ce l’ho con nessuno, solo voglio esser rispettato nelle mie particolarità, originalità di individuo, anche se le azioni che compio possono esser giudicate “stranezze”. Chi tanto, chi poco, ognuno è poi strano a suo modo, mica per questo lo mandiamo a rieducarsi in un lager.

Se il nudo può esser scioccante (e usato strumentalmente per ottenere un effetto – vedi pubblicità, film, sfumature di grigio…), non dipende da me, non è una mia intenzione colpire con l’innovazione mentalità “arretrate”, giudicare la mentalità altrui: ciascuno ha diritto ad avere la propria… ma anch’io! Se voglio prendere il sole nel mio giardino, se esco con amici per un’escursione in montagna solo con zaino e scarponi, non per questo il mio atto deve significare necessariamente protesta, ostentazione di una mentalità squilibrata o millantata per superiore, e tanto meno esibizione di grazie per qualche fine recondito: sto semplicemente prendendo il sole; è solo un’escursione. Se poi qualcuno ci vede dell’altro è un costrutto mentale suo; se lo giudica immorale, non lo è per me. O esiste una morale – una coscienza – uguale per tutti?

Smentendo le presupposizioni, le assunzioni preconcette che l’articolo di legge insinua con la lettera del suo dettato, non trovando nulla di doloso, di irrispettoso, nulla che sia contro la pacifica convivenza civile e il rispetto reciproco, posso serenamente obiettare, ritenendo l’articolo del codice più che mai superato, esso sì irrispettoso delle mie personali convinzioni (avrebbe dovuto tener conto di chi non la pensa come la maggioranza, prima di ergere steccati). Anzi, di più: dopo aver adottato il punto di vista condiviso della maggioranza (di governo e dei votanti), forte di questo appoggio, lo estende impropriamente e prescrittivamente come modello alla totalità della popolazione, ingerendosi in un giudizio di decenza, che è quanto di più personale ci possa essere. Facendo ciò, è la legge che va contro le legittime e personali convinzioni dei cittadini, che va contro l’impegno assunto dalla Repubblica con l’art. 3 della Costituzione.

Escursionista censurato e anonimizzato

Escursionista censurato e anonimizzato

Il costumino

Lo slip è negazione di identità, come la striscia nera sugli occhi per rendere irriconoscibile qualcuno. È segno anche di sottomissione alla legge della decenza in vigore nella società. Anche noi abbiamo il nostro burka, anche da noi c’è una legge teocratica che ce lo impone. Preferisco essere imbarazzato dalla nudità, arrovellarmi a trovarmi un perché, trovare in me, rimescolando i miei schemi mentali, il modo per farla passare oltre confine, affinché affermi il suo pieno diritto di cittadinanza, perché diritto naturale, un diritto nativo, perché voglio che la società civile tolga l’ostracismo, l’esilio, perché la rispetti, la onori, così come si apprezza il nudo in un’opera d’arte o il corpo trionfante degli atleti: che senso diverso avrebbero le Olimpiadi con atleti nudi? Che senso ci farebbero? Esattamente come gustiamo le coreografie dell’opera di Rameau, Les Indes Galantes: con i ballerini nudi, l’armonia dei corpi e dei movimenti è esaltata; la nudità esprime a primo impatto la totalità dell’essere, la completezza e perfezione (così com’è) dell’essere umano. Anche nella sua specifica e integrale individualità, senza che dei pezzi siano sequestrati a scopo preventivo [di che?] dall’autorità (qualunque sia), siano ostentatamente portatori di un segno di una sottomissione, smart card di fidelizzazione a un sistema.

Agnellini marchiati

Agnellini marchiati

Il costumino è come il marchio a fuoco sui vitelli texani, il codice a barre rivettato all’orecchio. Al limite ci potremmo anche geneticamente modificare e rendere liscia quella parte così indecente e genere bambini con l’inseminazione artificiale. Allora sì saremmo decenti, asessuati come le bambole o i manichini, senza il punctum dolens di tante domande e complicazioni. Se permettiamo che altri siano fino a questo punto padroni del nostro corpo, potrebbe capitare.

“Il corpo è mio”, me lo riprendo, lo libero dalla gabbia di vergogna in cui è rinchiuso, non m’importa se è un atto di ribellione: se non ci tengo io, nessun salvatore verrà a liberarmelo. È osceno un cristo nudo al battesimo di Giovanni o sulla croce?

Marchio auricolare su animali da allevamento - variente per umani con nome e cognome

Marchio auricolare su animali da allevamento – variente per umani con nome e cognome

Il Battesimo di Gesù - mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Il Battesimo di Gesù – mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Ma questi son riti in cui la norma ritualmente viene sospesa, un carnevale, esattamente come non ci vergognavamo alle docce senza tenda in caserma, correre al mare per il bagno di mezzanotte.

Vorrei sparisse la differenza, che la parola nudo non facesse più colpo, che una persona nuda non attirasse più l’attenzione, la curiosità maliziosa (né gli strali della legge – o la biro calcata di un vigile), che perdesse il senso e le connotazioni che ha oggi, che non suscitasse pruriti indecenti… perché penso anche che il costumino quasi sia stato volentieri accettato per evitare l’imbarazzo di una reazione spontanea e sincera del cane a cuccia che rizza le orecchie.

Inconsciamente sentiamo che metterci nudi è una liberazione. Da tante cose, tutte insieme. Non m’importa nemmeno sapere di preciso da che cosa o da chi: non ho più padroni, non m’importa saper come sono diventati tali, con quale diritto (oh, sì, forse perché eran padroni anche del “diritto uguale per tutti”).

 

La percezione del corpo

Il nostro corpo è già martoriato abbastanza: dal lavoro, dalla fatica, dalla postura, dalla sedentarietà, dalle diete… Via via che lo liberiamo, liberiamo anche la mente. Via via che togliamo zavorra dal basto di questo nostro asinello, più ci alleggeriamo anche lo spirito e riusciamo a comprenderlo, a conoscerlo, a rispettarlo, a onorarlo, ad essergli riconoscenti. Ma non ne facciamo un culto di segno diverso, basta che lo liberiamo da cappe, divise, costumi, tatuaggi invisibili. In un corpo armonioso (o così com’è) ci ricordiamo meglio che lì c’è anche una persona, che quel corpo è una persona e non è solo un involucro, una macchina da lavoro; e non carne per qualche macello, per qualche cannone, su qualche canotto alla deriva dall’Africa. È un atto di restituzione di dignità, di completezza, di integrità. E mi pare che per questo fine, val bene che mi rieduchi anche un po’, che lasci da parte impostazioni di pensiero, quei convincimenti “filosofici, religiosi o morali” di cui parla la legge sull’obiezione di coscienza. Voglio che la mia coscienza possa valere di fronte agli altri, esattamente (o anche di più) come sono stato contento di vedere finalmente riconosciute le mie personali convinzioni di fronte agli obblighi di leva.

Ma non ho bisogno di una filosofia, di una religione, di una morale: sono intellettualizzazioni che il corpo non comprende. Emancipiamolo anche da questi avallanti: non ha bisogno di tutori, è maggiorenne, è un frutto perfetto della natura e di nessun altro. Abituato ad esser bistrattato, sfruttato, addestrato, “addomesticato”, costretto a subire, a piegarsi, a inghiottire, a sopportare, sottomesso da minacce e paure, si ribella con la malattia, con l’autodistruzione (alla maniera di “muoia Sansone…”. Manda messaggi di rivolta solo in casi estremi, quando è in pericolo la vita stessa. La sua voce solitamente è sommessa, ma sa quel che vuole, qual è il suo bene, il suo benessere e lo irradia con forza fin oltre i cancelli attoniti e increduli della razionalità. Basta provare una volta a mollarci di dosso le vesti, a scioglier dai fianchi il cilicio degli elastici che ci stringono in vita, che ci sentiamo baciati dal sole, belli e perfetti così come mamma natura ci ha fatti. Se le vesti sono il segno dell’antico peccato, se ancor ce le spacciano per argine all’umana dismisura e malizia, proviamo a sentirci per un attimo casti, così come Dio all’inizio ci ha fatti; saltiamo a piè pari secoli di sensi di colpa, facciamoci convinti – noi per primi – che possiamo essere nudi e puri, sine labe originali, se proprio è il peccato indecente a farci paura. Ascoltiamo la voce del nostro corpo, i fremiti lievi, vivi, il tono compatto dei muscoli, il calore che penetra sotto la pelle, la brezza che ci avvolge e che tempra gli ardori.

 

Michelangelo - Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo – Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo - Il Cristo della Minerva - con cencio

Michelangelo – Il Cristo della Minerva – con cencio

Negli occhi di chi guarda

Un corpo senza cenci cardinalizi, un corpo eroico rinascimentale. La nostra coscienza si arricchirà delle ragioni del corpo, naturali, ovvie, inscritte ben prima che se ne abbia nozione e per questo legittime più di quanto ne detti la legge. Per questo ha diritto ad obiettare a ragion veduta, reclamare il dissequestro della propria dignità, integrità e castità.

Il corpo, irreprensibile nella sua integrità; la coscienza, insindacabile, tanto è personale; la percezione di sé che si completa perfetta con la manifestazione della propria indifferente nudità, insieme ci liberano dalle catene concettuali, religiose e morali che vediamo vigili e vigenti nella società.

Bene o male, castimonia o malizia non sono nella nudità in sé, ma negli occhi di chi guarda.

La scoperta di sé


Adamo & Eva d'oggigiorno

Adamo & Eva d’oggigiorno

Riprendo il discorso sul racconto mitologico retroattivo di Adamo ed Eva: non tutto mi quadra, a cominciare da come viene narrato. Se «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa» può ben darsi che non abbia le conoscenze sufficienti per comprenderlo secondo la cultura che l’ha prodotto; tuttavia questo testo è fondante nella cultura e mentalità moderna in materia di nudismo, e siccome vige tuttora, mi sento legittimato a commentarlo con i parametri miei e attuali.

Ad esempio in Genesi 2, 25 si dice: «Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna»:

1) la frase è evidentemente un’aggiunta posteriore: rimanda al successivo svolgimento della vicenda, anticipa ciò che accadrà dopo. Dirlo anticipatamente sembra abbia la finalità di richiamare l’attenzione sin dall’inizio sulla nudità e sulla vergogna come fossero gli argomenti centrali o almeno importanti dell’episodio. Anche se mi sembra sproporzionato azzardare che tutto il racconto su Adamo ed Eva sia stato elaborato solo per giustificare il pudore. Ritengo che più in generale esista un parallelismo fra pudore e peccato e che il racconto sia stato usato per illustrare che cosa accade peccando, prendendo come paragone la sensazione di vergogna e di forte imbarazzo (géna direbbero i Piemontesi) che si ha quando qualcuno ci vede nudi.

A controprova, i nudisti non provano né vergogna né imbarazzo nel farsi vedere nudi; e tantomeno vogliono intenzionalmente offendere gli altri o violare ostentatamente la legge. Semplicemente hanno una percezione di sé e del proprio corpo diversa rispetto alla generalità della popolazione: non hanno nulla da difendere dalla vista degli altri, nonostante la norma del codice che ritengono ingiustificata e superata. Non vogliono che i vestiti possano veicolare di per sé un modo di pensare, un distintivo di affiliazione, un quadro morale di appartenenza: la nudità è comunque fuori causa, li pone al di fuori di ogni categorizzazione (come quella stessa di “nudisti”): è qualcosa che attiene più alla biologia che alla sociologia, men che meno alla morale. Dovremmo coprire i fiori del nostro giardino solo perché sono gli organi sessuali delle piante? Non sono oscene certe mutandine per cani?

Mutandine per cani

Mutandine per cani

Se, come fa la legge, portare obbligatoriamente vestiti rientra nel comportamento abituale e tramandato, nei rapporti sociali reciproci, e a motivo della “turbativa” che potrebbe suscitare in chi guarda, se ne vieta la vista e l’esposizione al pubblico, allora vuol dire che la nudità è stata caricata di valori e significati che di per sé non ha. Mi suona male persino la formulazione stessa dell’articolo sugli atti indecenti in luogo pubblico. Invece che rendere prescrittivo l’abbigliamento, prendendo a modello i Comandamenti, vieta i comportamenti ritenuti inidonei, non ammissibili.

E si ritorna al “mito” di Adamo ed Eva, dove viene spiegato il sorgere della vergogna per la nudità. L’unico presente era Dio. Il mito potrebbe limitarsi alla vergogna verso Dio, ma qualcuno generalizza (tirando in ballo la carità) e pensa che ogni peccato contro Dio sia peccato anche contro gli altri. Una botte di ferro.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (Da http://www.naktiv.net/) Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (da http://www.naktiv.net/). Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

2) Adamo ed Eva sono talmente simbiotici che soltanto ad un’attenta lettura si rileva che si accorgono della propria nudità solo quando anche Adamo ha mangiato del frutto. Già nel Concilio di Trento Ambrogio Catarino aveva notato che «quantonque Eva mangiasse il pomo prima d’Adamo, però non si conobbe nuda, né incorsa nella pena, ma solo dopo che Adamo ebbe peccato» (Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino).

Il che mi conferma che essi abbiano compiuto insieme il peccato (ipotizzo: l’atto sessuale), spinti da un desiderio, da un’attrazione (forse non ancora da un sentimento, ma chi può dirlo?) assolutamente naturali e irreprensibili. Scoprire di sé questa “conoscenza” andava oltre il limite posto da Dio, scoprire in sé, da soli, un bonum assolutamente inatteso e irresistibile non era previsto dal piano pensato da Dio, o forse troppo in anticipo. Il malum che ne consegue è interpretabile come pena del contrappasso: fatica e dolori del parto. A questo punto mi ricredo e penso che l’“albero della conoscenza del bene e del male” non vada interpretato in senso morale, ma meno astrattamente come “conoscenza del piacere e del dolore”. Come se la situazione dei progenitori prima del peccato fosse priva di questi opposti, una situazione anestetizzata e apatica, un’ebetudine stagnante, che tutto accoglie e lascia fare, senza il brio di un’intelligenza sveglia ed attenta. La cacciata perciò sembra una punizione fin troppo severa, data l’inconsapevolezza, l’ingenuità, addirittura la fondamentale buona fede dei progenitori, al punto da far sorgere il sospetto che sia nient’altro che mito, un pretesto per giustificare a posteriori un costume vigente.

Con la “conoscenza del piacere e del dolore” Adamo & Eva si tolgono una patina, un velo che impediva loro di vedere gli esseri senzienti che erano, a cominciare dalla presa di coscienza del proprio corpo: è una realtà che scoprono da soli (Dio non li aveva informati delle possibilità che avevano), e di cui sono giustamente orgogliosi, una ricchezza che non sapevano d’avere. La “vergogna” che sarà associata alla nudità rimanderà al primitivo peccato, al “peccato di orgoglio” primigenio che sorpassa ed esclude Dio; che prorompe dalla consapevolezza corporea sganciata da un debito di gratitudine, da un rapporto di sudditanza col Creatore. Un’istanza di autonomia e di onore squisitamente umani (compos sui), che pesando piaceri e dolori, accetta gli uni e gli altri come irrinunciabili componenti della condizione umana, accettata con serena fidanza nelle proprie forze, con l’eroismo e il coraggio che ci inventeremo giorno per giorno e che ci renderanno sempre più consapevoli e contenti di noi.

 

(continua)

Miti e mappe


I have a dream

Come un flash improvviso m’è nato un pensiero: «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa». Bella scoperta!

La prima pagina del "Piccolo principe": una sagoma informe può essere tutto, finché non sono informato di che cosa sia

La prima pagina del Piccolo principe: una sagoma informe può essere tutto, finché non sono informato di che cosa sia

Finché abbiamo una mappa, un navigatore, tutto va bene. Quando invece questa realtà è quella mentale dei giudizi e pregiudizi, dei vari livelli di coscienza, conoscenza ed esperienza, le cose si fanno più complicate.

Se molte persone accettano il nudo solo in bagno o nella camera da letto, per motivi suoi, finché non conoscerà altre esperienze, penserà che solo lì si possa stare nudi. O che il nudo sia ammesso solo nell’arte, nel cinema, a teatro, nei campi nudisti, in situazioni violente od estreme. Soprattutto sarà difficile convincerle che è falsa l’equazione che parifica la nudità all’attività sessuale. Vivono questo nuovo modo di vedere come un attacco personale alle proprie convinzioni; e a nessuno piace riconoscere di avere torto. Siamo restii a cambiare opinione, perché è con le nostre convinzioni, maturate con l’esperienza, che riusciamo a vivere, a vedere, a capire, a muoverci nella realtà che viviamo.

A parte i compromessi, o i conti che dobbiamo fare con il contesto sociale in cui viviamo.

La maggior parte delle persone la pensa in un certo modo, esistono delle leggi, le minoranze non sono sempre viste in positivo. Le mode cambiano, così come i gusti e le opinioni, le convinzioni. Ogni persona ha una propria velocità.

Scienza e religione ci “aiutano” a capire come va il mondo (o come dovrebbe andare); sono capisaldi collettivi. La critica non è benvista (o non tutti hanno titoli o sono autorizzati a criticare, a modificare la matrice delle teorie e delle leggi scientifiche o le interpretazioni o dogmi teologico-morali). La scienza, a seconda delle sue conoscenze si muove nella realtà in un certo modo, la religione in un altro. A volte si scontrano, a volte si ignorano, a volte vanno d’accordo. Molte persone istruite lavorano nell’un campo o nell’altro, hanno l’autorevolezza conferita da una cattedra in università, dal pulpito in cattedrale, dal numero di articoli e libri che hanno scritto.

Chi ci conosce?

E noi, intendo noi che pratichiamo la nudità? Studiamo, ci informiamo, rimaniamo al corrente di quel che si muove (e per definizione “si muove in avanti”), facciamo esperienze, riflessioni, ci scambiamo idee, progetti, proposte, cogliamo spunti nuovi, proviamo, sempre quasi in sordina, quasi solo fra noi; senza alcuna pretesa di istruire il mondo. Però viviamo bene anche così, nel raggio della nostra azione riusciamo a muoverci con discreta facilità. Gli altri, i non-nudisti, hanno altri pensieri, altre conoscenze e convinzioni e altrettanto bene si muovono sui loro binari. Qual è il problema? Infatti non c’è proprio alcun problema. Ciascuno si muove nella propria vita come meglio crede. Il fatto è che se “gli altri” non sanno, si comporteranno con noi in un certo modo. Se nella loro mappa mentale alla parola “nudità condivisa” corrisponde il vuoto, il deserto, il pregiudizio, l’ignoto, una giungla lussureggiante di complessità, di cupe ombre, di paludi e coccodrilli, di pericoli in agguato, sicuramente non avranno alcuna voglia di avventurarsi da soli. Della nudità hanno altre conoscenze, quelle trasmesse dalle “autorità”, dall’opinione pubblica, alcune proprie, alcune false: dalla loro somma sortirà il loro atteggiamento.

L'immaginazione, non supportata dalla ragione, proietta sull’ignoto le nostre paure

L’immaginazione, non supportata dalla ragione, proietta sull’ignoto le nostre paure

Probabilmente il tema della nudità è solo la punta di un iceberg che emerge come il più appariscente, lasciando sott’acqua il grosso di una massa di piccoli cambiamenti di mentalità che si sono andati maturando negli anni. Probabilmente è stata la somma di questi piccoli cambiamenti che ci ha dato il coraggio di fare il primo passo: al momento non l’abbiamo sentito nemmeno come coraggio, perché ci eravam fatti passabilmente sicuri che il terreno, pur ancora ignoto, non presentava pericoli, perché altri l’avevan già percorso prima di noi e tornavano con un sorriso. E ci ritornavano. Avevano un’altra mappa, altre conoscenze che permettevano loro di muoversi addirittura con agio e soddisfazione, sul piano fisico e psicologico (qualcuno azzarda anche spirituale). Invece di vedere brutture e sconcezze vedevano benefici; invece di illegalità, una libertà personale inviolabile; invece di mal giustificato pudore “che ci faceva tremare la cocca della camicia”, che ci rendeva “tremule foglie dei pioppi”, un’indifferenza leggera, ingenua, allegra e quasi infantile, svincolata da ceppi moralistici e da collari ideologici.

 

Volani concettuali

Indagando le radici della nostra cultura più o meno condivisa e ritrasmessa alle nuove generazioni, troviamo quelle conoscenze che dirigono il nostro comportamento senza esserne del tutto consapevoli, che ci influenzano nel modo di pensare e di agire come fossero degli automatismi, delle abitudini inveterate difficili da superare, soprattutto quando sono protette dal salvagente della maggioranza. Indagare questi “miti”, divenuti negli anni certezze, baluardo, fondamenta, vuol dire riaggiornare all’oggi la loro validità, riconsiderarli dal punto di vista della loro capacità esplicativa ed eziologica, riesaminarli sulla base della loro efficacia e validità pratica come modelli di vita. Potevano essere veri quando sono stati elaborati, possono aver avuto (e senz’altro l’hanno avuta) la loro ragion d’essere: a quel tempo la si vedeva così, e si suppone che oggi non comprendiamo tutto quel che si comprendeva allora e il modo. Nessuna colpa, nessuna obiezione, nessuna saccenteria da senno del poi. Ma calati nella realtà di oggi, risultano inadeguati, stonati, non collimano più, il puzzle non può esser ricomposto, le tessere si sono rovinate col tempo e non restituiscono più l’immagine originaria. Ma è proprio quest’immagine che nel frattempo è mutata: la realtà d’oggi non è quella della Bibbia, di Omero, di Dante, di Manzoni…

Probabilmente stiamo a nostra volta elaborando dei miti, dei racconti esemplari, “veri”, su cui basarci, con cui orientarci. Ci valgono per oggi, non è detto che valgano anche per domani.

«Il nemico è sempre invisibile, quando diviene visibile, smette di essere il nemico»

«Il nemico è sempre invisibile,
quando diviene visibile,
smette di essere il nemico»

 

Dall’esperienza abbiamo tratto diversi insegnamenti: abbiamo cominciato a vedere la nudità non più come protesta contro il sistema; i “tessili” non più come persone un tantino arretrate; l’essere nudi ha smesso di essere prescrizione, ma è divenuto opzionale, perché questa ci è sembrata la via per la sua “normalità”; abbiamo cominciato a dialogare di più, abbiamo integrato la nudità in mille gesti della nostra vita quotidiana: dal mangiar sul terrazzo col sole che s’è messo a scaldare, al portar fuori lo sporco, la pelle lucente ai primi bagliori dell’alba – da nudi l’inverno si sente un po’ meno –, senza più attendere l’occasione organizzata, la vacanza in Croazia. È vero, procediamo a vista: esattamente come sui sentieri in montagna durante le nostre escursioni.

Eva: un’altra storia


Aprire gli occhi

«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture». [Genesi 3, 6-7].

La scelta “troppo umana” di Eva permette di smascherare l’illusione e recuperare la dignità umana di disporre del libero arbitrio:

 Video meliora proboque, deteriora sequor
“Vedo il meglio e lo approvo, ma seguo il peggio”, Ovidio, Metamorfosi VII, 20-21

Ma da quelle cose deteriora traspaiono inconsciamente le pulsioni più profonde e più naturali dell’uomo, quelle per cui lo definiamo a pieno titolo “uomo”. Una morale classificatoria e utilitaristica vorrebbe gettare la propria rete sulla definizione di uomo e di conseguenza su tutto il suo comportamento, standardizzandone via, verità e vita. Ma immancabilmente qualcosa riemerge, passa comunque attraverso le maglie, o le forza fino a strapparle (“uno strappo alle regole”). E se la rete si definisce tollerante è perché non riesce più ad arginare “il male” che avanza e vuole salvarsi almeno la faccia, recuperare in extremis l’ultimo punto di credibilità.

Mi piace che sia stata proprio Eva, così bistrattata e “rovina del genere umano”, a seguire il proprio istinto, la propria curiosità, la propria natura (forse anche i propri sentimenti) a smascherare l’inganno della felicità artificiale, mistificata e metafisica del paradiso terrestre e a scegliere di percorrere una via alternativa, più dura, ma anche più naturale, più consapevole e dignitosa. Coscienza e conoscenza sono immanenti nella natura: la natura non ha consapevolezza, non ha filosofia, non ha trascendenza (almeno come noi le intendiamo).

In natura non sono applicabili le categorie bene/male. Ci si può meravigliare che sia stato Dio stesso a introdurle. Eva già sa; ma non conosce la morale, non ancora. Eva è incuriosita, perché non comprende il senso della proibizione: che cosa vuol dire «altrimenti morirete»? Vuol forse dire che l’albero non appartiene alla natura? Un albero metaforico, dunque, con frutti altrettanto metaforici. È altrettanto reale? È altrettanto naturale? Oppure è un concetto, una costruzione mentale? Un mezzo per far morire? Conoscere il bene e il male fa morire? O è vietato conoscere il bene e il male? Boh? E l’ha creato Dio?!

E che cosa è il male? Ma soprattutto: che cos’è il bene?! la risposta le si forma da sola nelle orecchie: «È quel che vuole Dio». Ma “se non cade foglia che Dio non voglia”, allora è Dio stesso che permette la disubbidienza, il peccato, che permette il male. Paradossale! Conoscere il bene e il male è peccato! E se si fosse trattato del’altro albero: cogliere il frutto dell’albero della vita fa morire; è peccato vivere. Che assurdità! … Ah, sì: credo quia absurdum! Non ho parole!

Eva rimane ad uno stadio prima della biforcazione del ramo, vuole però conoscere il punto di vista di Dio, vuole capire che cosa le sta capitando e accetta la tentazione. Con il suo gesto Eva taglia il cordone ombelicale che la legava a Dio, riservandosi il diritto di potergli disobbedire, di mettere in dubbio l’utilità, la necessità della distinzione morale fra bene e male, di non accettare l’ordine di Dio. Se Dio stesso non può impedire il peccato nemmeno nel paradiso terrestre, il suo potere si ridimensiona, è Lui che è nudo, è lui che dovrebbe vergognarsi di aver ingannato e mentito ai Progenitori. Questi avevano solo lui, si erano affidati ciecamente a lui, non essendoci altri. Il loro peccato è esattamente speculare al tradimento di Dio: quasi avesse creato il serpente per poterli ingannare, per poter avere un pretesto per condannarli, per stabilire la propria giustizia, mostrandosi comunque buono e giusto.

La posizione di Adamo ed Eva  - non ancora

La posizione di Adamo ed Eva – non ancora “umanizzati” – può essere paragonata a quella di un cane col suo padrone.

Coi piedi per terra

A Dio sfugge qualcosa nel suo creato: ha bisogno del serpente per introdurre la legge morale. Il serpente «è la più astuta fra le bestie selvatiche», la fa anche a Dio; e va per proverbio che la donna la fa al diavolo. Dio poteva progettarci solo buoni, incapaci di scegliere il male. Poteva inculcarci fin da subito il senso morale, la distinzione fra bene e male. Invece ci ha lasciato il giudizio, la libertà di scelta, perché ci rendessimo conto da noi della differenza. Eva sceglie dunque inconsapevolmente: non sa che cosa sta scegliendo, non è maligna, non sospetta che esista il male, non sa nemmeno che cosa sia. Perché Dio non l’ha avvertita, perché non ha impedito il fattaccio? “In un mondo perfetto” è plausibile pensare che del male non esista nemmeno il nome! Il bene è la sola scelta possibile, e non avendo confronti col male, anche il bene diventa qualcosa di ovvio, di necessario, l’unico accadimento possibile.

Eva non sapeva. Non sapeva di poter procreare. Di fronte all’alternativa di una vita ebete e beata, preferisce quella istintuale che le suggerisce il proprio corpo, il suo cuore, non riesce pensare che sia male, che sia peccato: è la vita! Una vita che anche lei può creare: dopotutto, è fatta apposta così! Il serpente le ha aperto gli occhi; Adamo e Eva vedono quello che sono secondo natura, e preferiscono essere dei piccoli dei in miniatura che stolide larve laudanti in perpetuo la gloria di Dio. Probabilmente sono loro a lasciare volontariamente il paradiso terrestre, a non più sopportare la schiacciante onnipotenza di Dio, a entrare nel tempo, ad accettare la morte: preferiscono mangiare il pane col sudore della fronte, partorire nel dolore, piuttosto che passare una “vita” insensata e senza dignità… Preferiscono poter dare la vita, anche se questo costa loro la vita: preferiscono una vita mortale, con gioie e dolori, che vivere con la sola compagnia di Dio, eternamente. Hanno “mangiato del frutto della conoscenza”, perderanno la vita longeva del secondo albero, ma potranno dare la vita. Non li saprei biasimare. Il peccato ci ha fatto uomini… e si è dissolto da sé.

Ma a questo punto, tagliato il legame con Dio (con quel Dio) non c’è più bisogno di narrarci com’è andata: siamo ritornati coi piedi per terra («Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto» Genesi 3, 23).

Un segno che rimanda a Dio

«Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì» (Genesi 3, 21).

Conserveremo le tuniche di pelli, dono di Dio, giusto per atto di cortesia, per souvenir: il contraccambio del “dono” sarà di portarle, il pudore, provare vergogna quando si è nudi. Saranno il “segno” della sua presenza in noi: un marchio che porteremo sul nostro corpo, nei nostri pensieri, nella nostra anima, per ricordarci sempre di lui. Fino ad essere «rivestiti di Cristo» (Galati 3, 27).

Ce le toglieremo quando rifaremo il “peccato”, mai perdonato, commesso nel paradiso terrestre, quando ci sentiremo eroici come un dio pagano, tapini come Giobbe, ragazzi innamorati a mezzanotte, quando ci sentiremo creativi, artisti, aperti ad accogliere la bellezza del mondo, innocenti per natura, contenti di essere quel che siamo, buoni ad oltranza, senza il contrappeso di poter esser cattivi; quando non sentiremo vergogna per il nostro corpo, quando non lo sentiremo inferiore rispetto al resto del creato, quando non lo tratteremo come una macchina, quando la nudità non sarà atto irrispettoso, indecente, indecoroso verso le altre persone, quando lo sentiremo quasi rinato, di nuovo candido e immacolato, inconsapevole di possibili macchie, come prima del bivio morale.

La veste candida: il vestito diventa simbolo, ricordo, omaggio, segno di apaprtenenza

La veste candida: il vestito diventa simbolo, ricordo, omaggio, segno di appartenenza

Con la religione il portare le vesti ha assunto un valore simbolico. E lo ritroviamo in un momento inziale, in uno stato nascente, con l’imposizione della veste candida durante la liturgia del battesimo (la “lavata di capo” del battesimo), e segna l’accoglimento del nuovo nato nella società, nella comunità, nella Chiesa: il parallelo con le tuniche di pelli al momento della “cacciata” è evidente.

«Prima questa creatura era solo un coniglietto, adesso ha un nome, è il nostro Nicola» (paragone udito nella piccola omelia in occasione di un battesimo).

Nudi è meglio (soprattutto per i novellini)


Non più di due settimane fa è stato pubblicato dal « Journal of Happiness Studies. An Interdisciplinary Forum on Subjective Well-Being» un articolo di una ventina di pagine, che ben presto ha fatto il giro della rete, segnalato in anteprima su FaceBook, riassunto in alcuni giornali popolari (come il DailyMail  – con una video-intervista) e anche sul forum di Italia Naturista , e riportato anche in siti accademici.

L’autore, Keon West, è un giovane docente del dipartimento di psicologia dell’Istituto Goldsmith, University of London e si occupa di psicologia dei gruppi di persone.

L’articolo è stato reso disponibile gratuitamente con licenza Creative Commons sul sito di uno dei maggiori editori accademici europei.

Il titolo riassume le risultanze di tre ricerche: Naked and Unashamed: Investigations and Applicationsof the Effects of Naturist Activities on Body Image, Self-Esteem, and Life Satisfaction. Mi pare importante segnalare le prime parole: Nudi e senza vergogna.

L’articolo è interessante e presenta alcuni spunti utili anche per noi già “navigati”. E a parte i risultati più eclatanti e appetitosi per la stampa popolare, segna l’ingresso della tematica nudista nella ricerca scientifica e accademica.

Ma ecco una sintesi. [Tra parentesi quadre e in colore i miei personali commenti suggeriti dal testo dell’articolo]

L’autore stabilisce una correlazione fra la soddisfazione che una persona ha del proprio corpo, con la soddisfazione che ha in generale della propria vita (Life Satisfaction), e di conseguenza una percezione negativa del proprio corpo influisce negativamente sul grado di soddisfazione della propria vita.

Relazione fra attività nudo-naturista e soddisfazione della propria vita attraverso una maggiore auto-stima e una migliore immagine del proprio corpo. Nota *p < .05, **p < .01, ***p < .001

Relazione fra attività nudo-naturista e soddisfazione della propria vita attraverso una maggiore auto-stima e una migliore immagine del proprio corpo. Nota *p < .05, **p < .01, ***p < .001

L’autore espone i risultati di tre ricerche da lui stesso condotte riguardanti i possibili effetti positivi delle attività naturiste. Le attività di tipo naturista svolte in nudità alla presenza di altre persone (con corpi così-come-sono, con corpi decisamente non “ideali”) e non coinvolte in una relazione intima, solitamente  portano a una maggior accettazione del proprio corpo così-com’è, e di conseguenza aumentano l’autostima.

Le componenti in gioco sono:

l’immagine del proprio corpo

l’autostima

la soddisfazione della propria vita

[Se lo scopo di un corpo idealizzato era l’attrattiva esercitata sulle altre persone (corpo longilineo per le donne, muscolatura scolpita per gli uomini), la pressione sociale per questo traguardo e la percezione della propria inadeguatezza allo standard, per gli sforzi stessi che vengono richiesti fanno percepire una posizione deficitaria e una minor appagamento della propria vita].

Ricerche in ambito psicologico hanno dimostrato la relazione fra la percezione della propria immagine corporea e l’autostima: alcuni studi giungono persino a stabilire una relazione di causa ed effetto a senso unico. In altre parole, sarebbe la percezione del proprio aspetto corporeo a supportare l’autostima e non viceversa. Altre ricerche hanno evidenziato la correlazione fra l’autostima e la soddisfazione della propria vita. Da qui un punto di partenza: una percezione positiva del proprio corpo porta a una maggior soddisfazione dei sé e della vita che si conduce. Si è rilevato una maggior accettazione del proprio corpo, ad esempio, dopo aver preso parte a lezioni di disegno dal vero con modelli nudi. [Ma a questo punto, cosa c’è di meglio che partecipare in prima persona alle attività di club, associazioni e gruppi nudo-naturisti per aumentare l’accettazione di sé nel proprio corpo?]

Dal punto di vista psicologico, i benefici del nudismo non sono indifferenti. Le implicazioni non sono secondarie, a cominciare dalla possibile eroticizzazione della situazione. I malintesi a proposito del nudismo possono scoraggiare la partecipazione ad attività, proprio perché le persone che potrebbero essere invogliate a partecipare, non vogliono esser definite “nudisti”: sempre più persone sono disposte a partecipare ad attività clothing-optional, senza per questo essere per forza considerate “nudisti”. Non è possibile dare una definizione di nudismo  unica e valida per tutte le situazioni. Per questo motivo le organizzazioni nudo-naturiste nazionali e internazionali si sforzano di dare una definizione di nudismo, concordando però sulla nudità condivisa con altre persone (anche non conosciute) e senza la componente o finalità dell’aspetto sessuale.

Le manifestazioni pubbliche e cittadine come i World Naked Bike Rides, volendo richiamare l’attenzione sulla vulnerabilità dei ciclisti nel traffico cittadino, hanno reso pubblica la nudità di molte persone e attenuato i rigori della legge, almeno occasionalmente.

Fino a poco tempo fa si pensava che il nudismo potesse avere effetti psicologici negativi, specie sui bambini, ma ricerche più recenti e rigorose hanno confermato esattamente il contrario e hanno portato a riconsiderare gli effetti benefici del nudismo (domestico e pubblico) proprio su bambini e adolescenti.

La forma perfetta del proprio corpo avrebbe lo scopo di una maggiore attrattiva: ma ciò non è sempre vero.

[Lo stress derivato dal confronto porta a una minore autostima. Al contrario, la possibilità di osservare corpi comuni, non esattamente perfetti, diversi dal modello ideale, porta a una maggiore accettazione della diversità e variabilità, compresa la propria, senza intaccare giudizi estetici troppo drastici. Diversamente dalla tendenza predominante nell’opinione pubblica, l’etica non va sempre di pari passo con l’estetica, e il sentirsi non-giudicati, accettati incondizionatamente, mette in gioco altri valori, punti qualificanti di una “morale” che non bada all’esteriorità, che si basa su valori più “umani”].

Da qui il feedback positivo (anche non intenzionale o neutro) che una persona riceve dagli altri partecipanti alle attività nudiste. Il giudizio implicito su comportamenti alimentari o sul peso corporeo non influenzano le relazioni fra partecipanti ad attività nudiste. Non sufficiente esplorata è la relazione fra il vedere altre persone nude e l’essere visti nudi da altri: [la reciprocità può però esser vista come sufficiente garanzia di una relazione equilibrata e positiva di per se stessa, cosa che raramente accade nella quotidianità, ma fondamentale nel processo speculare di accettazione di sé non disgiunto dall’insindacabile accettazione degli altri].

A livello di ricerca empirica esiste però un gap non facilmente superabile fra le asserzioni delle organizzazioni naturiste sulla positività degli effetti a livello personale e le ricerche scientifiche che spiegano il meccanismo di tali effetti.

La prima ricerca ha coinvolto 849 persone (739 maschi, 94 femmine e 16 “altro”), fra i 16 e i 90 anni.

Questa prima ricerca era dedicata alla correlazione fra attività nudo-naturista ed effetti sulla persona (immagine corporea, autostima, soddisfazione della propria vita).

Una delle ipotesi di partenza era che se la partecipazione ad attività nudo-naturiste procurava un aumento dell’autostima e della soddisfazione della propria vita, poteva valere anche il contrario, e cioè che una persona soddisfatta del proprio corpo e della propria vita, di conseguenza, potesse partecipare alle attività nudo-naturiste più delle persone meno soddisfatte. Questa previsione fu confermata solo parzialmente.

La ricerca ha evidenziato anche una maggior accettazione del proprio corpo nei maschi che nelle femmine. Ha evidenziato inoltre che le persone che hanno preso parte a poche (da 6 a 9) attività nudo-naturiste, hanno ottenuto un miglioramento più significativo della propria immagine corporale, rispetto a chi ha partecipato a numerose attività. Il dato opposto, cioè la predizione di una maggiore frequenza ad attività nudo-naturiste a seguito dei miglioramenti ottenuti, non è stato però confermato.

La maggior parte degli interrogati che hanno partecipato a un numero medio di attività non hanno indicato un miglioramento significativo della propria immagine corporea, né della soddisfazione della propria vita, né è stata confermata una predizione sulla futura partecipazione ad altre attività. [Superata una certa soglia, si tratta di un comportamento ormai assodato con poche variazioni, o variazioni non significative al proprio interno. Il fatto però di una continua e costante partecipazione conferma la positività delle esperienze, che diversamente non verrebbero ripetute con quella frequenza]. (Il dato è confrontabile con altre ricerche: un aumento di ricchezza, anche raro, anche minimo, produce migliori risultati complessivi fra i poveri che fra i ricchi).

Un altro aspetto indagato nella ricerca è stata la correlazione fra un’immagine positiva del proprio corpo con la possibilità di vedere altri corpi nudi ed essere visti nudi. La dinamica del rapporto vedere ed essere-visti produce effetti non simmetrici: vedere altre persone nude aumenta un’immagine corporea positiva, ma l’essere visti nudi non ha effetti sull’immagine corporea che uno ha di sé.

Un punto importante, quasi una scoperta inattesa per alcuni partecipanti, è stata la constatazione che l’essere visti nudi non implicava alcun giudizio negativo da parte degli altri partecipanti.

La seconda ricerca dello studio riguarda le attività nudo-naturiste. Coinvolse 24 Inglesi (12 uomini e 12 donne) dai 22 ai 67 anni in occasione di una manifestazione a favore degli orsi polari, che ebbe luogo presso lo Yorkshire Wildlife Park (Bare all for Polar Bearsqui un video).

Locandina della manifestazione ecologica a favore degli orsi polari

Locandina della manifestazione ecologica a favore degli orsi polari

Ai partecipanti era stato dato da compilare un questionario di una pagina prima e dopo l’evento. Il confronto fra i due tempi della rilevazione ha evidenziato effetti psicologici positivi legati alla partecipazione all’evento secondo i tre criteri di valutazione (immagine del proprio corpo, autostima e soddisfazione della propria vita). L’autore rileva onestamente che la finalità ecologista della manifestazione poteva aver contribuito al risultato.

La terza ricerca riferisce di un test su 100 persone (83 uomini, 16 donne, 1 “altro”) dai 18 ai 79 anni), somministrato prima e dopo l’attività presso lo Waterworld di Stoke-on-Trent. Anche per questo test le risposte sono state positive in tutti e tre gli ambiti.

Nelle conclusioni si riprendono i dati esposti: le tre tipologie di ricerche confermano la positività delle attività nudo-naturiste, sia a lungo termine (ricerca 1), che immediatamente prima e dopo l’evento (ricerche 2 e 3). [Il primo studio, soprattutto, rileva l’importanza delle dinamiche psicologiche fra il vedere altre persone nude e l’essere visti nudi. Da qui si può dedurre che le attività miste (nudi e vestiti) hanno comunque effetti positivi soprattutto sui partecipanti che non si vogliono spogliare. E secondariamente che, per il nudista è indifferente l’essere visto nudo: come a dire che, superata la soglia del pudore (cfr. « Naked and Unashamed» del titolo dell’articolo), è superata anche la differenza fra nudo e vestito].

Un altro dato da tenere in considerazione è il fatto che “di per sé” (data appunto l’indifferenza notata) nulla porta a pensare in una riconferma delle attività nudista da parte dei nudisti “veterani”, mentre è pensabile un incoraggiamento per i principianti (nudisti e non). [In parole povere che i benefici della nudità condivisa sono più evidenti quanto più è marcata la novità. Da qui, forse, l’impegno dei “veterani” nel creare l’occasione e l’ambiente favorevole per richiamare chi vuole lanciarsi in questo tipo di esperienza: poiché il senso di pudore è insito nelle relazioni sociali, è proprio all’interno di esse, con le attività comuni, che si deve ricercare l’occasione per indagarne più a fondo il significato, gli effetti e le ragioni d’essere].

Un punto da sottolineare è che nel corso dei tre studi non si sono rilevate differenze significative fra i risultati riferiti alle donne e agli uomini. [È perciò da prevedere un aumento della partecipazione femminile alle attività nudiste: è probabile che un ambiente a prevalenza maschile, ma non sessista e non giudicante, possa avvicinare un maggior numero di donne al mondo nudista. E per prime coloro che giudicano troppo severamente il proprio corpo, che si sentono sovrappeso o troppo magre, che passano da una dieta all’altra, che hanno un senso di inferiorità, che si sentono un po’ scontente della propria vita. Il che vale anche per i signori maschietti, cambiano solo i numeri].

Amò pötèl (“ancora bambino”)


A sèt agn i è pötèi a setanta i è amò chèi
“a sette anni sono bambini a settanta sono ancora gli stessi”
(proverbio lombardo)

La gita di domenica scorsa (22 gennaio) sul Monte Maddalena mi ha riscoperto una parte emotiva di me rimasta sepolta per anni. Nel pomeriggio, nonostante i buoni chilometri già macinati, d’improvviso sentii l’allegria di volermi spogliare. Non so io stesso le ragioni: razionalmente potrei dire 1) non sprecare la prima occasione; 2) testimoniare lo stile delle nostre escursioni. Ma ripensandoci, nessuna di queste ipotesi è sufficiente. Sentivo un impulso interiore, una forza, una spinta, incurante di tutti, degli altri gruppi di escursionisti che potevano passare e vedere. Che vedessero pure: dentro la mia sfera di vetro mi sentivo al sicuro di tutto; anche se mi avessero visto non avrebbero pensato altro che bene; sentivo una energia buona, una dolce insistenza, un “dovere” assoluto più grandi di me; e talmente ovvi da non doverci pensare, talmente forti da non richiedere alcuna giustificazione. A me stesso per primo. Sentivo quella stessa caparbietà che avevo da bambino quando intraprendevo qualcosa, quando pieno di entusiasmo, infiammato da curiosità e voglia di fare, venivo totalmente assorbito in qualche nuovo gioco: un lavoro al traforo, una barchetta con un bocciòlo di canna, una capanna sul greto del torrente fuori paese, un arco con cui uccidere immaginari nemici…

Ma c’era anche qualcosa di più, perché sessant’anni (e qualcuno di più) non sono passati inutilmente e prudenze, avvertenze, cautele eran presenti, continuavano a mostrarsi, a punzecchiarmi, ad ammonirmi, a fantasticarmi pericoli. Eppure avvertivo una leggerezza nei pensieri, anzi solo uno ne avevo, quello di un autoscatto. A paragone mi viene l’immagine di un uovo che schiude, la vivacità di un pulcino che si lascia i gusci alle spalle e saltella nell’erba, si asciuga ai raggi del sole.

Brescia, Monte Maddalena, Prati del Trinale. spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso [Emenuele https://emanuelecinelli.wordpress.com/2017/01/24/inaugurato-vivalpe-2017/]

Brescia, Monte Maddalena, Prati del Trinale.
«Spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso.» [Emanuele]

Mi viene in mente anche la parola innocenza. Ma subito la scarto. In questa parola c’è tutta un’impalcatura di pensieri che ci portiamo dietro, delle connessioni in catena infinita: nel seguirle ti stanchi prima di vederne la fine, né sai dove ti abbia portato, pensieri di pensieri; e così sempre qualcosa rimane sospeso e irrisolto, conosciuto a metà, annebbiato in lontananza. Non avevo pensieri, senza la cappa del dubbio, senza l’esame di coscienza come morale vorrebbe. Uno di quei momenti con una lucidità mentale che abbaglia e mette in ombra tutto il resto. Una determinazione nel fare, un imperativo cui senz’altro ubbidire. Una cosa totalmente mia: nessun suggerimento, nessuna imitazione, emulazione, dimostrazione. Un’euforia, una frenesia, un formicolio morbinoso mi percorreva le braccia, mi attrappiva i muscoli dei lombi e mi spingeva all’azione. Un’azione, capisco adesso, semplice e netta, senza orpelli di pensieri, progetti, finalità. E sempre nell’umore di un’ebbrezza forte e soave, come rare volte m’è capitato di provare.

Non so chi comandava dentro di me. Non me n’importa: era una cosa mia, assolutamente da fare. La ragione per un momento sospesa, per godermi lo sprazzo di un modo di vivere al di fuori di tutto il contesto che abbiamo costantemente presente, che ci fa la coscienza e il giudizio nel far quotidiano.

A questo punto, non so quanto il nudo in sé abbia contato. Infatti. Non coglievo io stesso la differenza. Ero ancora io, e solo io, in una continuità coerente ed esaltante, una soddisfatta coscienza, un’attenzione limpida e sveglia. Mentre mi toglievo felpa e maglietta, mentre mi abbassavo le bretelle dei pantaloni (rosse: icona in se stessa che sa di unico e strano, quasi una magia fuori dal tempo, una fiaba che stava accadendo), mi sentivo giusto e perfetto come non sono mai stato (o come non ricordo di esser mai stato). E poi, da nudo, ancor più la sensazione di non esser nessuno, uno dei tanti, uno come tutti, tranquillo e contento di una cosa da niente. Appena velata la sensazione di aver conquistato qualcosa. Che cosa, se non la schietta, semplice, serena, incolpabile percezione di esser “a posto”, di esser giusto così?

Poi la mente ci ricama, parla di libertà, di premi, di conquista, di diritto e via dicendo. Ma la primitiva sensazione, quel sentirmi a sessant’anni passati ancora pötèl è stata impagabile.

Con altri compagni di gita tutto questo non sarebbe successo.

P.S. Non preoccupatevi per il mio barbalicchio: data la temperatura si comporta come il mercurio di un termometro, anzi, sensibile com’è, ho cominciato a chiamarlo proprio Mercurio, il messaggero degli dèi.

Che peccato essere uomini!


Coscienza e conoscenza

Il racconto del peccato originale non mi convince. Non metto in discussione i personalissimi motivi di fede o di appartenenza religiosa. Non mi convince da un punto di vista pratico, concettuale e formale.

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

1) Il salto evolutivo

 Nel cosiddetto Giardino di Eden crescono vari tipi di piante (tutte?) e vivono in pace molte specie animali (tutte?). Esistono anche due alberi che però sono tali solo per metafora – e qui qualcosa si spezza nello stile della narrazione -: l’albero della conoscenza del bene e del male (coscienza/responsabilità delle azioni) e l’albero della vita (conoscenza “scientifica” del mondo, utile alla sopravvivenza) sono astrazioni, definizioni di significato (design semantico), visualizzazioni mentali sulla base di analogie e tassonomie che oggi ci sfuggono.

Guarda caso, coscienza e conoscenza definiscono la differenza fra uomini e animali, sono i punti in cui ci distacchiamo dalla nostra natura strettamente biologica (esattamente come da albero, nel vero senso della parola, passiamo a “albero” in senso traslato, come similitudine, come metafora, come artificio lessicale per nominare qualcosa di astratto, che esiste solo come idea e non in natura – nel caso specifico penso che albero e frutto possano significare “nutrimento, alimento per crescere”: i frutti dei due alberi permettono ad Adamo ed Eva di “crescere” intellettualmente, razionalmente, criticamente  e di esserne consapevoli). Anche il linguaggio definisce la differenza fra uomini e animali: penso che nella narrazione sia stato mantenuto o per distrazione o per esigenze narrative, esattamente come troviamo animali parlanti in Esopo, Casti o Orwell.

Il paradosso è che Dio vorrebbe per ora tenere Adamo ed Eva ancora allo stato animale, lontani dall’uno e dall’altro dei due alberi, pur avendo loro ordinato di averne cura, vietando però di gustarne i frutti.

Probabilmente Dio li considerava ancora imperfetti, mentalmente e moralmente (forse anche emotivamente), ancora non pronti a far buon uso e della morale e dell’intelligenza a sostegno della vita. Il temporeggiamento di Dio ha dato modo al Maligno di insinuarsi, di anticipare i tempi. Proprio il divieto ha dato il destro alla tentazione, ha insinuato nella mente (o anche nel cuore) il desiderio, l’aspettativa (ciò di cui a livello animale Adamo ed Eva non presumevano neppur l’esistenza), ha trasformato i due “alberi” in curiosità, in appetibile trasgressione, rivelandosi le porte di un repentino, decisivo e irreversibile cambiamento della natura umana.

Fatto sta che un “antagonista” di Dio espone a Eva il salto evolutivo che compirebbe avendo coscienza o conoscenza, o entrambe. Non so quanto Eva potesse comprendere quel discorso, non so quanto la pressione del Maligno sia stata irresistibile, non so, infine, se questi stesso abbia fornito ad Eva la capacità, la facoltà di comprendere il discorso, tanto distante appare dall’ordine ovvio che vige in natura.

Non so, infine, quanto grande sia la responsabilità di Eva, perché debba portarne la colpa, se ancora non sapeva discernere tra il bene e il male, se non aveva ancora gustato del frutto dell’albero. Non so perché Dio abbia punito lei e Adamo, e non il Maligno. Non so perché non abbia impedito il fattaccio. Non so perché, come dicono altre mitologie, non abbia distrutto i primi esemplari di uomini e non ne abbia creati di nuovi. Viene anche da chiedersi se la narrazione voglia insinuare il dubbio che sia un peccato essere uomini, perché Dio non ci voleva così: da qui una serie di obblighi e impegni nella vita pratica per ricollegarci all’originario disegno (vedi per tutte le opere che trattano l’argomento, L’imitazione di Cristo).

Districarsi in questo groviglio di domande e di anacronismi, di conti che non tornano, può esser un buon esercizio intellettualistico. Senz’altro però ci insinua anche il sospetto che chiunque abbia scritto la Genesi, non ce la racconta giusta, o ce la racconta in modo da rinviare a una autorità indiscussa per giustificare lo status quo, e fondare un sistema per il controllo delle persone e l’ordinamento della società. Cose che constatiamo ancor oggi.

 

2) La soggezione

Nemmeno il rapporto fra Dio e i Progenitori è del tutto chiaro. Da una parte ci viene descritto un dio “teologicamente” maturo, con un suo “ordine” morale, i suoi comandamenti, i suoi divieti. Non certo il Dio che Adamo ed una Eva – ancora allo stato animale – potevano conoscere direttamente. Forse possiamo paragonarli a una coppia di cani nel parco di una villa (il Paradiso terrestre in latino è paradisus voluptatis “giardino di piacere”), senza preoccupazioni per le necessità materiali, forse solo vagamente coscienti e felici del proprio stato, più felici quando Dio si intratteneva con loro.

Il rapporto di sudditanza, di fedeltà e di affetto verso Dio doveva essere stato al massimo grado. Non essendo stati addestrati a sospettare degli intrusi, non essendo ancora capaci di capire cosa fossero Male e Bene, accolgono il Tentatore come un altro Dio. Perciò sembra assurdo che vengano poi puniti per una colpa non voluta, di cui erano inconsapevoli a livello morale. Poteva sembrare un nuovo gioco. Esisteva sì il divieto, ma chi poteva pensare che il Maligno avesse “cattive” intenzioni?

 

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

La nudità adamitica

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.» [Genesi 2, 25]

Lo scrittore sacro specifica espressamente questo aspetto per sottolineare la differenza fra un prima (il tempo delle origini – stato animale) e un dopo (l’epoca attuale, in cui scrive), come se il provare vergogna fosse un tratto ulteriore che ci differenzia dall’animalità, che ci distacca dallo stato di natura, come fosse il primo gradino dell’incivilimento. Oppure, perché ritiene ovvia la nudità nel rapporto fra marito e moglie e solo in quest’ambito.

Mi premeva però sottolineare il punto di svolta nella presa di coscienza umana, nella consapevolezza che poi ha determinato il distacco, la cacciata, la caduta, e non da ultimo – visto che gli si erano aperti gli occhi del giudizio morale – la presa di coscienza del peccato, del tradimento del patto con Dio, della disubbidienza, della superbia, e via dicendo: e soprattutto della scoperta in sé della propria vera natura (del fatto che può essere buona o cattiva) , la scoperta della possibilità e capacità di peccare (di disubbidire, o addirittura di offendere Dio), ponendo le fondamenta della “libertà” dell’uomo nei confronti dell’ordine morale, salvo accettarne conseguenze e responsabilità, premio o castigo (esattamente come gli animali da circo).

Probabilmente in questo consiste la presa di coscienza dell’essere nudi: nudi, cioè, a se stessi. Il peccato, cioè la presa di coscienza di quanto sia bene e di quanto sia male, ha permesso ai Progenitori di vedersi senza paraocchi, buoni e cattivi, in grado di scegliere fra bene e male, di fare l’uno o l’altro secondo il proprio arbitrio, di agire pro o contro la vita e la propria stessa vita. Nudi per aver scoperto in se stessi la capacità di autodistruzione, e non tanto per la nudità in sé, non per un innato senso di pudore. In fondo sarà proprio la scoperta di una morale che renderà necessaria la costruzione di un alveo in cui costringere la nostra condotta, che renderà necessaria la nostra collocazione al di qua o al di là dello spartiacque bene/male.

Il “caso particolare” della nudità, mi sembra solo un suggerimento immediato preso ad esempio perché tutti capissero il paragone, la parte per un tutto. Non credo infatti che proprio (o solo) il controllo della nudità (mettiamo anche della sessualità) sia il fondamento, il punto di partenza programmatico per ogni altro comportamento umano moralmente diretto. Ma forse così sembra a me, oggi. Allora, le cose potevano avere valenze diverse.

 

Un Dio patriarcale

Penso che fino alla redazione definitiva della Genesi (VI-V sec. a.C), l’ordinamento sociale degli Ebrei fosse tale per cui la prima cosa che richiamasse il senso di vergogna fosse proprio la visione della nudità. E proprio in questo libro troviamo un indice prezioso:

«Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne».  [Genesi 2, 24]

Non bisogna esser filologi per capire che questo versetto è stato interpolato, provenendo da una cultura in cui già esisteva  la famiglia («un padre e una madre») e il matrimonio, situazione riconosciuta e rigorosamente codificata, al cui interno vengono sospese le proibizioni che normalmente vigono tra persona e persona in pubblico. Matrimonio reinterpretato non come libera unione di due persone, ma esemplato sul racconto della costola (o viceversa), in modo che la donna scelta, prima che persona amata, fosse concettualizzata come “clone” del marito («osso delle mie ossa, carne della mia carne» – non è difficile giungere ad ipotizzare che la creazione di Eva sia una rivincita maschile, una rivendicazione di supremazia di fronte all’esclusiva capacità generativa della donna); per questo la nudità fra i coniugi non suscitava vergogna, non era uno scandalo, richiamando l’originaria vita edenica.

Da una parte le parole «suo padre e sua madre» sono uno spiraglio a riprova della posterità della redazione, dall’altro la formulazione «un’unica carne» lascia intravedere l’eccezione nei confronti della nudità: marito e moglie sono definiti un’unica carne, quasi fossero una stessa ed unica persona, per questo non commettono «peccato di nudità».

La nudità fu punita come ricordo, richiamo, rinvio a un luogo che non meritavamo più. La nudità era ciò che più contraddistingueva lo stato dei Progenitori rispetto a quello degli Uomini. E per la salvaguardia del mito, si è resa necessaria l’istituzione di un rito uguale e contrario (portare vestiti).

La tentazione di Eva


Il protovangelo di Giacomo

Mi sono imbattuto nei giorni scorsi nel Protovangelo di Giacomo, uno dei testi apocrifi non riconosciuti dal canone cattolico e non inclusi nella Bibbia. Circa sette secoli dopo la redazione della Genesi, conserva una memoria un poco diversa di quei fatti e aggiunge qualche particolare interessante  degno di attenzione.

Trascrivo il brano per comodità:

[13, 1] Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo:

«Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L’ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l’ho custodita. Chi è che mi ha insidiato? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia, contaminando la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Quando, infatti, Adamo era nell’ora della dossologia, venne il serpente, trovò Eva da sola e la sedusse: così è accaduto anche a me».

[2] Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse:

«Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore, tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel santo dei santi e ricevevi il cibo dalla mano d’un angelo?».

[3] Essa pianse amaramente, dicendo:

«Io sono pura e non conosco uomo».

Giuseppe le domandò:

«Donde viene dunque ciò che è nel tuo ventre?».

Essa rispose:

«(Come è vero che) vive il Signore, mio Dio, questo che è in me non so d’onde sia».

Ritengo che il Maligno abbia offerto a Eva qualcosa più di una mela, e durante l’incontro sia rimasta incinta (come appunto è capitato a Maria durante l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele. Nel capitolo successivo infatti Giuseppe, durante una notte insonne, giunge a questa conclusione: «temo che quello che è in lei provenga da un angelo»).

Pobabilmente Eva rimase incinta di Caino. Provenendo da un angelo “cattivo” il destino di Caino era già segnato sin dall’inizio. Paradossale che proprio il primo omicida venga poi “graziato” dalla legge del taglione (perché probabilmente non esisteva ancora) con l’impressione di un segno: “Nessuno tocchi Caino”  (Genesi 4,15).

Il brano riportato mi pare importante e curioso perché aggiunge due novità rispetto al racconto della Genesi:

1) Adamo non era presente al momento della tentazione perché era «nell’ora della dossologia».

2) Nell’“ora della dossologia” Dio, occupato nella propria autocelebrazione, non poteva sorvegliare il giardino. Solo con l’assenza di Dio si rende possibile il piano del Serpente e la tentazione. A meno che non si tratti di un apologo con tanto di insegnamento morale: diffidare degli incensi, delle manifestazioni celebrative perché distolgono dalla sorveglianza accurata.

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

La dossologia

Qualcuno traduce pure «nell’ora della preghiera» (Marcello Craveri). La parola doxa (da cui dosso-logia) in greco vuol dire fondamentalmente “gloria, buona fama”, e da qui è passata a significare, in concreto l’atto stesso, il rito di venerazione verso Dio, di riconoscimento del suo potere, della sua sovranità (Signore!), della “verità”, nonché della sua “divinità” (qualunque cosa voglia o volesse dire questa parola), fondamento della fede, ecc., in cui si recitano formule che decantano la gloria di Dio, come fosse un vincitore in trionfo.

Sono delle dossologie:

– gli inni, come il Te Deum laudamus, il Magnificat, il Benedictus,

– i Salmi… perché finiscono in gloria  – «I cieli narrano la tua gloria…»

– alcune acclamazioni liturgiche, come il Gloria in excelsis Deo, Sanctus, sanctus, sanctus

– i sacrifici come quelli di Caino e Abele

– l’adorazione dei Re Magi

– le parole degli apostoli dopo la tempesta: «Davvero tu sei figlio di Dio!» Matteo 14,33;

di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» Giovanni, 6, 68-69;

del centurione sotto la croce, Matteo 27,45, Marco 15,39;

di Marta dopo la resurrezione di Lazzaro, Giovanni 11, 27; trasformato poi nell’annuncio di verità «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» Matteo 10, 27).

– è la principale attività degli angeli in cielo, quando non sono impegnati nel compito di messaggeri.

Una corrente interpretativa  pensa che “gloria” possa significare “potenza”, perché il concetto di gloria, allo stato di evoluzione e organizzazione sociale di allora, poteva suonare troppo astratto per un popolo di pastori.

Adamo era dunque presso Dio ad ammirare la sua potenza. Una potenza a doppio taglio: benigna per i fedeli, intransigente e “giusta” con i trasgressori.

La gloria di Dio come “potenza concreta” è descritta nell’Esodo (24, 16; 33, 18-23): Mosè chiede a Dio che gli si mostri nella sua gloria per avere qualche elemento in più per convincere gli Ebrei a preferirlo come Dio, rispetto agli idoli pagani. E Dio gli dà delle istruzioni precise, perché la vista della sua gloria potrebbe annientarlo, tanto è potente. Il testo ebraico usa il termine kevòd di solito tradotto con “carro, veicolo imponente, pesante”. Mosè si nasconde nella fenditura di una roccia, e può osservare il passaggio della gloria solo mentre si sta allontanando, e tuttavia il passaggio del kevòd gli ustiona la faccia, anche se in modo leggero.

Anche Beatrice, nella Divina Commedia scende dal cielo su un carro (Purgatorio XXX, 37-39), che WIlliam Blake illustra simbolicamente e misticamente prendendo a prestito le indicazioni di Ezechiele:

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

È così facile salire sul carro dei vincitori! Tipico degli Italiani.

Il termine dossologia compare solo con i Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Origene, Asterio Sofista nel suo commento al salmo 18, Giovanni Damasceno) e negli scritti apocrifi (Testamento di Abramo, Protovangelo di Giacomo).  Interessante che la “conversione” di Costantino sia chiamata dossologia dallo storico cristiano Eusebio (Vita Constantini 2, 55). Al passaggio di un trionfatore con la corona d’alloro sospesa sul capo, possiamo esultare insieme, partecipare nella gioia, considerarlo una divinità in terra (un divo), oppure chinare il capo in segno di sottomissione: come a dire “esaltati e contenti di essere sudditi di un simile capo”. Puntini, puntini…

Errata corrige


In un mio articolo precedente (Pescatori in torbiera) scrivevo che per quanto riguarda gli atti osceni e la loro pericolosità erano applicabili altri articoli del codice penale, lasciando capire che gli atti osceni fossero più gravi e avessero un impatto sul pubblico molto maggiore che la vista della semplice e nuda nudità. Ma ero male informato e informavo male. Infatti proprio un anno fa (decreti n. 7 e n. 8/2016) sono stati cancellati alcuni reati “bagatellari” mutandoli in infrazioni sanzionabili amministrativamente (cioè: multe). Fra questi è stato cambiato anche l’articolo 529 che riguarda gli atti osceni:

Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000.

Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano.

Se il fatto avviene per colpa, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.

 

Il primo comma è molto simile al comma dell’art 726, cambia solo la denominazione della fattispecie e l’ammontare massimo della multa:

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

 

Entrambi le infrazioni partono dalla medesima base di 5.000 euro di multa.

A seguito dell’introduzione del decreto, una sentenza della Corte di Cassazione depositata lo scorso 5 ottobre (sentenza 41731/2016) ha prosciolto una coppia già condannata a tre mesi di reclusione «per aver compiuto atti osceni in luogo pubblico, consistiti in atti sessuali posti in essere lungo la pubblica via in area illuminata».

Una seconda sentenza della stessa Corte di Cassazione (36867/2016) proscioglieva un uomo di una certa età sorpreso a masturbarsi in prossimità del campus universitario al passaggio di alcune studentesse.

Atti simili o assimilabili

I due tipi di “reato” sono rubricati sotto sezioni diverse del codice penale:

l’art.  529 sotto il LIBRO II – Dei delitti in particolare, TITOLO IX – Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Capo II – Delle offese al pudore o all’onore sessuale.

l’art. 726 sotto il LIBRO III – Delle contravvenzioni in particolare. TITOLO I – Delle contravvenzioni di polizia. Capo II – Delle contravvenzioni concernenti la polizia amministrativa sociale. Sezione I – Delle contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi

Sinceramente, da una parte mi sento un po’ fuori squadro, perché non vedo più la sostanziale differenza fra atti osceni e atti contrari alla pubblica decenza, differenza che ci ha sempre distinto e identificato, ponendo le distanze fra la nudità semplice e naturale e la messa in atto di atti osceni.

Dall’altra sono anche contento perché, se una coppia che fa l’amore per strada viene prosciolta o una persona che si masturba in pubblico al massimo se la cava con una multa, a motivo della «tenuità del fatto», mi pare che le nostre escursioni possano essere valutate come indecenze molto più “tenui” rispetto agli atti osceni segnalati. Ma le multe previste non lascerebbe adito a esser troppo speranzosi… fan troppo gola.

I due articoli sono stati di fatto assimilati, così da indurre a pensare che anche i sostanzialmente innocui atti contrari alla decenza possono essere uniti indistintamente nel fascio degli atti osceni, inducendo a considerarli come immediato preludio e favoreggiamento ad atti erotici, annullando la specificità che ci ha sempre collocati eventualmente nell’ambito della blanda “colpabilità” dell’artico 726. Per cui potrebbe capitare che l’indecente pisciatina di un camionista sul ciglio della strada possa esser considerata come adescamento, ma non più la vertiginosa minigonna di una passeggiatrice. Penso che in tal modo anche l’appeal delle modelle distese sul cofano di fiammanti auto sportive potrebbe sensibilmente diminuire, se già non è in calo a motivo dell’inflazione di tali accostamenti. Pesi e misure continuano a oscillare a secondo dei casi specifici, dei luoghi e delle persone coinvolte (comprese le forze dell’ordine).

L’unica differenza rimasta riguarda la presenza di minori: gli atti osceni sono puniti col carcere (il secondo comma dell’art. 529 ricolloca l’atto osceno nell’ambito dei reati); per gli atti contro la decenza, la presenza di minori non è un’aggravante.

Non vorrei che rientrasse dalla finestra ciò che sembrava ormai assodato. E cioè, ad esempio, che una semplice spiaggia frequentata da nudisti, se prima poteva essere tollerata in quanto tale, ora potrebbe essere facilmente assimilata a una spiaggia di cochons, o preludio ad essa.

È probabile che i nostri rappresentanti in parlamento e al governo siano poco informati in materia, ma è sempre pericoloso ritenerli degli ingenui. Con la modifica da reato penale a infrazione, oltre all’immediato vantaggio per l’erario, i due profili sono stati confusi, estendendo al nudismo lo strale dell’opinione pubblica verso gli atti osceni, in pratica diffamandolo. Opinione pubblica, scandalo, onorabilità sono temi molto sensibili per chi ambisce ad essere rieletto, per questo le riforme vanno a rilento. A meno di rincorrere l’onda a posteriori quando la mentalità comune (anzi quel “pubblico” così caro agli estensori dei due articoli) è di qualche passo più avanti ed ha da tempo cambiato atteggiamento.

Pescatori in torbiera


Sto ancora rimuginando fra me la parola “possibilità”: l’articolo del codice punisce la nudità perché o quando sussiste la possibilità che il “pubblico” possa vederla.

Ci aggiungo l’osservazione che l’ammontare-base della multa (5.000 euro) è la stessa prevista per le gare “in velocità con veicoli a motore” (art. 9ter del Codice della Strada).

La possibile vista del nudo è equiparata dalla legge (viste le multe) al possibile danno fisico di un facilmente prevedibile e probabile incidente! Giustissimo prevenire, ma…

***

Qualche giorno fa, prima che sorgesse il sole sono andato in torbiera: volevo farmi alcune foto da nudo ai primi raggi del sole. Il giorno prima nel pomeriggio era arrivato un po’ di scirocco e quella mattina l’aria non pizzicava, il cielo era limpido e terso come in certe giornate di marzo.

Stavo per di inoltrarmi lungo gli argini sui cui corrono i sentieri fra un bacino e l’altro, quando notai un’auto in un prato e due pescatori che preparavano le canne e provavano le lenze.

Il sole fa tutto d'oro

Il sole fa tutto d’oro

Fatte le mie foto, ritornai. Conoscendo bene i luoghi, avevo già deciso che una foto me la sarei scattata anche nel prato dove era parcheggiata la macchina dei pescatori, perché lì c’erano due o tre gelsi che facevan da siepe fra un fondo e un altro: un paesaggio abbastanza fotogenico con la luce rosata e radente del mattino. Certo la presenza dei due pescatori mi poneva qualche esitazione: anzi, mi sfidava a mettere alla prova le mie convinzioni e di conseguenza a tradurre in pratica quel che avevo in mente di fare. Era un impedimento che andava affrontato; quel colpo di frizione che mi fa sgommare sicuro e preciso.

I due pescatori stavano ancora preparando il necessario per la pesca. Mi “caricai di indifferenza”, perché così mi pareva il modo migliore perché l’azione risultasse ovvia e naturale: liberi loro di pescare, libero io di farmi una foto come meglio mi piaceva. Piazzo il cavalletto con la macchina fotografica e con gesti rapidi e sicuri mi tolgo felpa di pile e pantaloni; e dopo aver premuto il pulsante dell’autoscatto mi avvio sotto il gelso per il mio selphie. Ritorno al cavalletto, controllo com’è uscita la foto; mi rivesto e me ne vado tranquillo. Uno sguardo indietro per eventuali reazioni… Nulla. “Bene così!”

 

Atoscatto sotto un gelso. I pescatori sono alle spalle della fotocamera

Autoscatto sotto un gelso. I pescatori sono alle spalle della fotocamera

La possibilità

E capisco all’improvviso, nuotando e avvolgendomi attorno ai miei stessi pensieri, che cosa poteva voler dire possibilità! Benché fatto raro, è stato possibile e normale che due pescatori mi avessero visto nudo per i fatti miei, in barba a tutti gli usi e costumi, alle consuetudini, convenienze ed anche alla legge. Voglio dire: una possibilità per loro. Quella possibilità che la legge, decidendo per loro, gli vorrebbe negare; quei presunti pericoli o danni che gli vorrebbe evitare; quell’occasione per verificarne nei fatti l’effettiva pericolosità. Mi sa, ma finché esisterà il capriccio di un divieto, posto solo per il gusto di vedersi ubbiditi, esisterà – Adamo ed Eva mi son testimoni – un desiderio, una tentazione eguale e contraria; finché esisterà il divieto verso l’altrui nudità, attiva e passiva, sopravviverà alle mille censure il desiderio di andarla a scoprire, per confermare alla fine null’altro che la naturale ovvietà dell’umana anatomia. Vuol dire dunque che il divieto, e chi lo ha istituito, han fatto di quella parte anatomica un simbolo, rinviando a un sistema di valori e di pratiche atte a regolarne e indirizzarne la specifica fisiologia, l’han caricata di significati funzionali alla cultura e alla morale, al comportamento sociale, l’han sequestrata ai legittimi corpi, l’hanno intellettualizzata per poterla manovrare a dritto e rovescio come un gioco di prestigio (! nei due sensi della parola), come un esercizio dialettico-filosofico-teologico-scientifico, se ne sono avocata la gestione pubblica, ne han fatto un’instrumentum imperii. Lo slogan delle femministe era: il corpo è mio e lo gestisco io! Siamo ancora lì!

Vignetta di Altan. Da l'«Espresso», agosto 2016

Vignetta di Altan. Da l’«Espresso», agosto 2016

“Allora è questo che viene punito” pensai fra me, “creare questa possibilità, gesto reale nella vita reale. Una possibilità per la nudità di dimostrare che non è poi la fine del mondo. Un’eccezione per mettere in dubbio una regola.” Che è un poco diverso dal dare l’esempio: mi spoglio nudo in un prato non per indurre altri a farlo (spogliarsi è una questione privata e va rispettata): il mio gesto ha solo una finalità che si esaurisce in se stessa, un diritto personale che cerco di godermi. Non è un messaggio, un insegnamento (gli altri forse non sanno pensare? hanno bisogno di una guida illuminata? saremmo noi nudisti questa guida?)

E più ancora, non essendomi spogliato per ostentare alcunché, allora non era nemmeno un atto dimostrativo teso a uno scopo, come atto di una militanza o di una qualsiasi causa. Ho semplicemente dato una possibilità al mio diritto, che quasi rubavo, di potermi spogliare in luoghi che mi piacevano, per motivi miei, senza la censura preventiva verso sguardi altrui e senza il minimo timore di offendere.

La nudità è un pericolo pubblico

La legge dice che è un atto lesivo, irrispettoso (e vorrebbe sottintendere: verso gli altri): che procura un danno reale, equiparabile per gravità a un incidente per guida pericolosa. Ciò che vedo è semplicemente che qualcuno pensa a pescare e qualcun altro si fa un autoscatto. Che c’è di strano? Il nudo, forse? Ciascuno è o non è padrone del proprio corpo? È libero o no di decidere quanto di sé possa essere visibile pubblicamente? O ci sono dei possibili danni effettivi e rilevanti che al momento non riesco a vedere, una specie di bomba a scoppio ritardato?. O questi “danni” sono solo presunti o colpiscono altrove o più oltre. E il divieto è solo una misura opportuna e preventiva per evitarli? E perché dunque è permesso e legittimo il nudo “artistico”, quello della pubblicità, perché sono tollerate prostituzione e pornografia? Semmai i danni potrebbero essere quelli conseguenti o facilmente intuibili degli atti osceni, i desideri e gl’istinti risvegliati (innaturalmente, malsanamente) come riflessi condizionati dal fatto stesso della nudità, ma qui intervengono altri articoli, giusti e severi.

 

L’invadenza

Perché la longa manus di una credenza (maggioritaria fin che si vuole, ma solo maggioritaria) corre a metter le braghette al negretto, mi intima l’alt con una multa salata? È forse perché non voglio questa invadenza, mi sto difendendo da questa ingerenza, non voglio mani altrui sul mio corpo, e men che meno sul mio ciripicchio? Per quale motivo non possiamo esser padroni del nostro corpo e sottostare invece a norme ed usi che non comprendiamo e non condividiamo? Il malesempio è punito severamente, come si trattasse di un grave incidente provocato deliberatamente. Eh, già: vedere in giro qualcuno nudo e considerarlo cosa normale, questo sì che è un grave incidente: uno scandalo! Il danno grave non è tanto del pubblico che vede (di solito indifferente), va oltre. Il nudo va probabilmente a minare l’ordinamento che ha creato il divieto, l’autorità che ha imposto un certo costume, una certa modestia per legge, che finora poteva tenermi al guinzaglio con lo strozzo del pudore inculcato. Che basti il venticello di un minimo atto privato per far cadere il castello di carte ai «padroni del nudo»?! È come il re nudo di Andersen: che tema il sistema di essere visto nudo esso stesso?! Che la siepe che impone alle persone tra loro sia la stessa frapposta tra queste stesse persone e il suo quartier generale? “Un divieto che dura da secoli, non può esser cattivo: c’è di mezzo anche la legge a difenderlo!” O piuttosto, viceversa: si è pensato di sostenerlo con una legge appena si è notato che di per sé cominciava a vacillare? “Per un tizio balordo che si fa selfie in campagna, e ancor più per degli escursionisti nudisti in vena di stramberie, che preferiscono la montagna ai centri creati apposta per loro, dovrei rischiare la mia autorità, il mio diritto a istruire e guidare il popolo-bue? Che novità sono? Sono pericolosi! Per questo li multo! Per questo concedo che quelle menti bacate abbiano i loro centri isolati e cintati, liberi di rotolarsi come porci nel brago… Per proteggermi il resto, chiaro!, la gran maggioranza della gente a posto e pulita, di sani principi. E mostrarmi tra l’altro moderno, aperto al turismo europeo.”

 

La pesca

E io, indifferente alle lagne di tonache e toghe mi faccio in autoscatto da nudo sotto un gelso perché mi va di farlo, con due pescatori che pensano a pescare o a cui nulla gl’importa di quello che faccio. Poveri e innocenti, li dovevo lasciar stare, non scioccarli con l’esibizione delle mie comunissime grazie, non insinuar loro pensieri satanici, tentazioni malate che è meglio lasciare sopite (e che non sarebbero nemmeno malate – anzi, non ci sarebbero proprio, se non ci fosse il divieto), mostrare con un atto davvero minimo e insignificante che esiste la possibilità che le vecchie regole possano esser cambiate, che d’un tratto abbiano perso significato e necessità. Basta l’evidenza a volte…

Il pescatore pensa

“Sono nudo! Posso starmene nudo. Mi prendo questa possibilità. Anch’io ho le mie tesi, come Lutero, da inchiodare sul portale della chiesa di Wittenberg. È la mia Riforma. Le cose devon cambiare, non possono esser più come prima, non devono esser più come prima”. Tre passi avanti, e crolla il mondo beat, cantava Celentano.

Essere nudi è sentire in sé l’adrenalina di una nuova identità, di sentirsi uomini in un modo diverso, di provare la saldezza di una dignità personale nuova e perfetta, di una decenza schietta e naturale, e non perché obbediente e ossequiosa, al suo posto nel ruolo assegnato, regolare e papalina. Che c’è di più “decente” di come si è per natura? Nella nuda sincerità che non si nasconde, perché nulla davvero ha da nascondere, nulla devo ad ordini esterni, a una “condotta socialmente accettabile”. Una prodezza senza macchia e senza paura, primigenia; salutare azzeramento di vincoli, regole, imposizioni, falsificazioni, doppi sensi e doppi giochi. Un coraggio che ci viene dal sapere quel che non vogliamo, come diceva un re spartano (Tucidide I, 84, 3).

Sì, sono il malesempio, poveri pescatori. Ormai è fatta, un sasso nello stagno: qualcuno gira in campagna ed è nudo e, scandalo sopra scandalo, nessun fulmine lo ha incenerito all’istante.

Le parole che finora sottolineavano la differenza con severi giudizi morali additando le pecore nere sono in via di estinzione: sta vincendo la libera opzione: indifferente come sceglier la camicia al mattino, la cravatta intonata, il giubbino o il cappotto. Parafrasando san Paolo (Colossesi 3,11): qui non vi è più né nudo né tessile, circonciso o non circonciso, modesto o spudorato, libero o ghettizzato, furbino o fesso multato…

Innocenza edenica


L’espressione innocenza edenica con cui concludevo il mio articolo precedente ha continuato a presentarsi alla mente e a indurmi a considerarla più attentamente, ma più spesso mi sono esposto passivamente alle suggestioni che mi inviava, curioso di dove voleva portarmi, degli orizzonti che mi stava aprendo, dei collegamenti che poteva agganciare come fosse un amo da pesca lanciato nella corrente dei pensieri.

Il peccato ci fa uomini (meglio, cristiani)

Il primo pensiero affacciatosi evidenziava una contraddizione nella nostra mentalità comune. Nonostante tutto l’apprezzamento e l’allettamento quasi utopico di quella situazione paradisiaca, si è frapposto un impedimento, una situazione di definitivo non-ritorno quasi un perentorio richiamo alla concretezza (assolutamente imperativo per una persona “matura e civile”), come se la colpa, la caduta (e la conseguenza del dolore e della fatica del vivere) si fosse trasformato in un provvidenziale trampolino di lancio per una concezione nuova e responsabilmente più matura dell’Uomo, per capire compiti e dignità di un uomo che voglia considerarsi tale, quasi si dovesse continuamente riscattare con le proprie forze, per riportarsi in pari, o almeno vicino a quell’ideale.

Una seconda contraddizione consiste nel fatto che, pur raggiunto questo livello di autonomia e dignità, che lo getta nudo nel mondo e nei flutti della storia, e se la cava dignitosamente con le sole sue forze, debba comunque sentirsi in grato debito della vita al suo “Creatore”, riconoscere e accettare una condotta di vita dettata dall’alto, una morale che gli distingue il “bene” dal “male”, in attesa del rendiconto finale, come un massaro al suo signore:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25, 34-36, già in Isaia 58, 6-7).

 Le sette opere di misericordia corporali ci acquisteranno misericordia nel giudizio finale, cioè il perdono dei peccati, e il premio del Paradiso celeste. Misericordia significa avere un cuore che si intenerisce per le sfortune, infelicità, miserie altrui e proprie. Come anche nella parola tolleranza, ci vedo sempre quel pizzico di presunzione che pone chi usa misericordia o tolleranza su un gradino di distinzione da cui elargire la propria elemosina, il proprio insignificante surplus… noblesse oblige… Ma meglio: quel piccolo obolo, quella minima beneficenza frutterà il paradiso, si tratta dunque di un investimento. Il tornaconto è moltiplicato di un fattore uguale a quanto consideriamo generoso e magnanimo il giudice-ragioniere.

E quel modello, quel racconto, quel mito, ci vien raccontato come se riguardasse tutta l’umanità, e non soltanto i seguaci di una determinata religione. Questo “cattolicesimo” (cioè estensione totalitaria a tutto il mondo e al genere umano) e il missionarismo che ne discende, oltre che essere una pretesa bella e buona, costruita ad arte come definizione di un progetto divino, urta contro il diritto personale, democratico, civile e condiviso (nel senso di “relativo alla pacifica convivenza nella medesima società di opinioni e credenze diverse”), di non avere fedi, o di poter scegliere liberamente quella che più ci aggrada, senza per questo sentirci il dito puntato dell’anatema, del tradimento, del disonore, della superba pretesa di ritenersi migliori di altri e starsene isolati dalla maggioranza con l’aristocratica puzza sotto il naso, di un agnosticismo pusillanime e di comodo. Come se anche solo la minimissima percentuale dell’1-∞ di “pecorelle smarrite” fosse il cavallo di Troia che minaccia l’intera umanità o un rischio di sopravvivenza per la religione stessa (“non c’è più religione!”). O si tratta di un risentimento, non tanto velato, di fronte al fatto di non aver ancora portato a termine il comandamento “andate e predicate il Vangelo a tutte le genti”.

La camicia di contenzione: prevenire, terrorizzare, umiliare

La seconda considerazione riguarda la colpa, la trasgressione del comandamento divino. Mi nascono dubbi sull’effettiva onnipotenza e onniscienza di Dio, se permette al Maligno di entrare nel suo giardino, se non ha previsto questo “attacco” … se è impotente di fronte al virus di Satana (probabilmente l’aveva effettivamente e subdolamente pianificato, criptandolo con la virtù dell’obbedienza, quando ha imposto il divieto stesso, quando ha lasciato aperta la backdoor della tentazione, della possibile intrusione). Sinceramente queste questioni non mi toccano minimamente: toccano solo il credente, chi giura sulla Bibbia, chi sente di aver bisogno di una fede – e di questo tipo di fede. Tuttavia le conseguenze, quelle sì, riguardano tutti i cittadini, perché la morale di questa religione è storicamente confluita pari pari nell’attuale ordinamento legislativo, da Costantino e Giustiniano in poi. Il tenere al guinzaglio le persone inventando per loro una “coscienza” (una telecamera di sorveglianza a distanza) con cui controllarle (rinfacciando, quasi beffardamente, proprio l’aver gustato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male) è stata una genialata. Ma altrettanto genialata è stato postulare un Dio inconfutabile, vero, eterno e giusto per definizione, ottimo sotto ogni rispetto, e perciò autorevole e indiscutibile, con un suo piano di “salvezza” per ciascuno di noi e per tutti. Tradire questo piano significa remare contro, essere asociali, non partecipare al “progetto della salvezza” (da che cosa non si sa, lo si lascia nell’indeterminatezza, alla varia e personale attribuzione di significato), non contribuire al “progresso” umano, non lavorare “nella vigna del Signore”. E per chi lo accetta, una trasgressione, anche involontaria, significa tirarsi addosso il tremendo castigo di Dio nell’al di là e un senso di colpa nell’al di qua, che reclama una riparazione, un riscatto, pagato a suon di buone opere, pentimento, penitenza e buoni propositi. Come se l’uomo, per natura sua fosse matto da legare, agitato all’inverosimile dalle sue passioni che si azzuffano come gatti in un sacco. Passioni che tradirebbero la nostra bassa origine biologica che ci accomuna alle bestie, incivili perché non moderate dall’etichetta che si richiede in società.

Iznogud

I protagonisti del fumetto di  René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

Proprio perché abbiamo peccato, siamo stati scacciati da quel giardino di delizie, dove non esistevano il lavoro, il dolore, i doveri, gl’impegni, le responsabilità, il sesso, i figli, la società, la morte. Non lo meritiamo più. A dir la verità, nemmeno mi piacerebbe passare la vita da Alì Babà, come per converso non mi piace che mi sia stata instillata questa aspirazione, fallimentare sin dall’inizio, di “diventare califfo al posto del califfo” come nel celebre fumetto (e analogamente fallimentari sono le disavventure della Banda Bassotti o di Wile E. Coyote).

Vado a pescare…

Detto su ciò tutto il male possibile, anche la bella espressione “innocenza edenica” si svuota dei suoi valori “positivi”, appunto perché funzionale a legittimare e confermare la presupposizione di un polo opposto, la connaturata esistenza e immanenza del suo contrario: il male, la colpa, la caduta, la punizione, quella spiegazione dei fatti. E di conseguenza, ritengo che la libera pratica del nudismo non può essere legata a nessuna ideologia, a nessun quadro culturale o morale, a nessuna credenza, a nessun movimento, militanza, partito, filosofia o utopia. Esattamente come nessuno ci può negare il diritto a campare, ad essere quel che vogliamo essere, a scegliere mogli ed amici, lavoro, cibo, sport, interessi. E non vorrei nemmeno usarla come argomento forte contro i nostri “detrattori”, nel senso che richiamandoci all’innocenza perduta, ci facciamo facile bersaglio dell’accusa che non abbiamo i piedi per terra, che viviamo nell’utopia, che il paradiso terrestre, volere o volare, è perduto per sempre, che ci manca il senso di socialità e condivisione di valori e persino il senso della dignità umana, e non abbiamo vergogna del nostro contegno quanto meno indecente, ma anche amorale, asociale, offensivo, impositivo, presuntuoso. Entriamo in un quadro dipinto da altri, ad arte. Non possiamo criticarlo senza prenderne a prestito gli stessi percorsi argomentativi. Possiamo solo andarcene da un’altra parte, per i fatti nostri. E cercar di far valere quei diritti della persona che nessuna fede, legge o filosofia, nessun ordinamento sociale, nessuno Stato può presumere di inquadrare, gestire… appropriandosene da padrone. Non m’importa se al momento nessuna legge ci garantisce questa assoluta libertà: me la prendo – punto e basta! Come al tempo di Antigone, esistono delle leggi più grandi di quelle scritte, esistono dei diritti personali che non ci possono esser scippati, nemmeno in nome del superiore bene comune.

E sto pensando, portando il pensiero all’estremo, all’assurdità di una Patria, o di uno Stato, che come un burattinaio vorrebbe reggere i fili delle nostre esistenze, che ha mandato a morire ragazzi non ancora ventenni, ripagandoli con la retorica di circostanza e falsamente commovente del Bollettino della Vittoria. O richiamando la sentenza lapidaria, romanamente imperiale e immortale: dulce et decorum est pro patria mori (dalle Odi di Orazio; frase che Wilfred Owen definì “la vecchia bugia”). E appunto nella poesia Dulce et decorum, Owen scrive che di fronte alle efferatezze umane, persino il demonio si sente sorpassato, si dimette, “è stanco di peccare”. Mi chiedo se a questo punto non vogliamo togliere al Padre Eterno una delle sue novissime prerogative, e anticipiamo da noi il tremendo giudizio universale, con la nostra morale, che salva i codardi e gli irresponsabili e manda a morire gli innocenti, i poveri docili agnelli indifesi, con la promessa di una risurrezione in gloria nei monumenti, nelle epigrafi solenni, nelle ricorrenze, nelle coccarde, nei papaveri rossi.

A cent’anni di distanza le cose sono cambiate: costa troppo il decoro. E non mi pare fuori luogo aggiungere che decoro appartiene alla stessa famiglia di decenza, che a sua volta deriva da decet “si addice, è conveniente, è giusto così”. Ma chi l’ha detto?

Grazie, vado a pescare…

Nudismo come tornasole


Ho dovuto occuparmi di storia negli ultimi mesi. Risultato: un libro che ho presentato lo scorso lunedì. Fra i libri consultati, anche le Sei lezioni sulla storia di Edward Carr, uno dei maggiori storici inglesi (noto per la sua Storia della Russia Sovietica). Notissime sono anche le sue Sei lezioni sulla storia tenute all’Università di Cambridge nel 1961, tradotte in Italia nel 1966 e più volte ristampate.

Nella prima di questa lezioni, dopo aver parlato della metodologia storica del liberalismo, fa un paragone interessante:

«Era l’età dell’innocenza, e gli storici vagavano per il giardino dell’Eden senza uno straccio di filosofia per coprirsi, ignudi e senza vergogna dinanzi al dio della storia. Dopo di allora, abbiamo conosciuto il Peccato e abbiamo vissuto l’esperienza della Caduta: e gli storici che, al giorno d’oggi, fingono di fare a meno di una filosofia della storia, cercano semplicemente di ricreare, con l’artificiosa ingenuità dei membri di una colonia nudista, il giardino dell’Eden in un parco di periferia. Oggi non possiamo più evitare di rispondere all’imbarazzante domanda.»

Durante la mia presentazione ho letto e commentato brevemente la citazione:

«Per tutto paradosso, proprio in una colonia di nudisti, magari uno vede che ha degli abiti mentali, degli abiti sociali, degli abiti comportamentali di cui non si rendeva conto, e di fronte ai quali il pudore è soltanto il primo dei molti veli che abbiamo.»

È la prima volta che parlo di nudismo in pubblico ai miei concittadini. La voce non mi tremava; mi è sfuggito solo un risolino prima delle parole colonia nudista, più per condividere col pubblico la stranezza del paragone e della parola stessa in un contesto importante.

Nessuno poi, alla fine, mi ha detto nulla in proposito. A me basta, pur facendo l’innocentino nel nascondermi dietro l’autorità accademica di Carr, aver buttato il mio sassolino.

La frequenza alle nostre escursioni, il cambiamento di mentalità avvenuto in questi ultimi anni, mi ha portato a parlare con naturalezza anche di situazioni che prima o avrei semplicemente evitato o, costretto, avrei espresso con evidente imbarazzo.

E proprio in questi giorni sul sito di Richard Foley (animatore del NEWT Naked European Walking Tour), per citare solo gli ultimi esempi, sono state postate due fotografie che esprimono in tutta evidenza l’indifferenza, la normalità, la naturalezza della convivenza e rispetto reciproco fra nudisti e non-nudisti. E soprattutto la possibilità di questa convivenza. È pur vero che la Germania non è l’Italia: ma nel nostro piccolo abbiamo avuto anche noi diverse occasioni e dimostrazioni che la convivenza e il reciproco rispetto sono tranquillamente possibili.

Il nudismo può esser considerato come la cartina al tornasole del livello di civiltà di una società, del diritto di ognuno di presentarsi come si vuole, senza che ci sia un “pubblico” che detta leggi di accettabilità, che imponga discriminazione anche sulle cose più futili come il colore dei calzini o la riga dei pantaloni, in nome di una “classe” che non è acqua. Infatti non è acqua, ma un sanbenito di penitenza e mortificazione. Se il nudismo può essere considerato come un ritorno ingenuo e illusorio allo stato di origine, mi chiedo che cosa ci sia di così maligno e perverso, di così contronatura e antisociale nell’innocenza edenica.

Escursionisti tedeschi nella Svizzera Sassone

Escursionisti tedeschi nella Svizzera Sassone

Durante un'escursione in Turingia

Durante un’escursione in Turingia

Il nudismo nuoce più del fumo passivo (lo dicon le multe)


La società c’ingaggia come militanti del suo status quo, nel confermare se stessa e perpetuare le sue fondamenta, i suoi valori, la sua struttura; le basi del viver comune: civile, rispettoso, dignitoso. Sono tre aggettivi che sottintendono gravi impegni per il singolo, il giogo cui è sottomesso, la carretta che deve tirare. Non sempre la contropartita è commisurata allo sforzo, alla frazione di libertà che ci viene sottratta, alla decima fiscale (una taglia si diceva sotto Venezia), che qualcuno ha deciso che dobbiamo pagare, come se vivere in società fosse un contratto di mezzadria in cui noi stessi siamo però proprietari dei beni, calcolati per soprammercato come cespiti in addizione.

La società non ci ha mai chiesto un parere, né contrattato le quote, facendoci a volte ingoiare dei rospi (come ad esempio l’ipocrisia, la doppia faccia del male minore), le contraddizioni stridenti fra la “virtù pubblica”, da costruirsi sulla propria persona, per poi esibirla nel comportamento esemplare, come fosse una divisa elegante (e simbolica) da portare in servizio, e i “vizi privati”, tollerati o sanzionati a seconda del grado col quale la singola individualità vuol emergere; incoraggiare o reprimere secondo che sia vantaggiosa od eccessiva e scorretta.

Ognuno hai propri tappeti sotto cui scopare mende personali più o meno consapevoli. Di queste abbiamo vergogna noi stessi, senza che la società ce ne rimandi il riflesso per cui arrossire. Penso a certe indolenze, a pigrizie mentali, a certi egoismi spacciati a noi stessi come giusto orgoglio o fondata autostima, a certi arrivismi, a certi “diritti dei dritti” propugnati a gomitate. Di questi non sentiamo pudore, anzi, pensiamo sia eroico e sacrosanto difenderli (i pulpiti holliwoodiani ce lo van strombazzando da sempre), e per i quali venir rispettati, proprio perché per essi abbiamo combattuto e lottato.

Una delle ipocrisie che la società ci impone di difendere con un impegno assunto come scelta personale, come si trattasse di un arruolamento volontario per una crociata di santi ideali o per gli alti concetti di patria, di progresso (o allettati dalla moderna sirena del successo), è il “rispetto pubblico” verso noi stessi: ci fa paladini di una battaglia non nostra, che sborda dai limiti della persona, ci fa carico quasi di un debito ereditato, che è nostro dovere estinguere per non doverlo a nostra volta insoluto trasmettere, di un comportamento che non vorremmo esemplare, che non vorremmo esser noi a difendere e confermare.

 

Costumi adeguati, rispettosi, modesti

Se dietro un rispetto dovuto dobbiamo cercare un diritto che va salvaguardato, il profilo che demarca questo rispetto è stabilito però dalla società (che in questo non riconosce come prevalenti e per prima non rispetta i diritti e le irrinunciabili prerogative individuali: non è il singolo a stabilire quali siano le linee di una buona condotta, dei costumi adeguati, rispettosi, modesti). La scelta nudista ha messo a nudo questa interferenza, questa imposizione o ricatto sociale. Alla società non importa quali siano i confini della modestia/pudore individuali: non imporrebbe con tanta severità i propri, cioè quelli pubblici, non collegherebbe specularmente il rispetto che si deve a se stessi col rispetto che si deve agli altri membri della società, non ci investirebbe del dovere di ritrasmettere e perpetuare la propria “organizzazione dei valori”, i propri criteri di valutazione, la propria scala di priorità. Nella stanza da bagno puoi far quel che vuoi, ma almeno tira le tende! Ma per strada, ma già nel tuo stesso giardino o balcone, non sei più così libero, e l’occhiuto controllo sociale t’impone dei limiti, ti puoi metter nei guai se per caso ti si vede prendere il sole come mamma t’ha fatto.

 

L’eccezione per alcuni che conferma la regola (quasi) per tutti

Una contraddizione (e ipocrisia) che non posso accettare è anche questa: che talune persone, “pubbliche” per definizione, possono fare eccezione (artisti, registi e modelle): anzi, più sono pubbliche e più fanno eccezione… o viceversa. Il solito richiamo al “primo emendamento” (sbandierato come il contenuto vero della libertà e della democrazia) non vale per le anonime persone private. Ma contraddittoriamente: le stesse persone “pubbliche” che in nome della libertà di opinione ed espressione possono permettersi di forzare, se non infrangere, i costumi vigenti, questi che fanno della trasgressione prudente e controllata il veicolo della propria notorietà (che i media ritrasmettono come un modello comportamentale, out quel tanto che basta e un formidabile strumento di asservimento e controllo delle masse) sono ancor più condizionati dalle norme e dai riti sociali che devono seguire, appunto sul filo dell’infrazione, pena il flop di popolarità, il mancato plauso/ approvazione/consenso.

Se un settimanale illustrato alletta i propri lettori con foto osé di divi in mutande, o che provano in calette escondidas a far del nudismo, nessuno ha da ridire. (Loro, gli adulti, sono nudi, ma il pargolo ha il suo bel costumino e il volto sfocato, come s’addice a persone politicamente corrette). Nemmeno se poi si viene a sapere che l’han fatto per soldi. Un divo può farlo, è un poco più libero di una persona normale ed anonima. Un divo è funzionale all’ordinamento sociale; gli strali della reprimenda moralistica non lo colpiscono, anzi si ritorcono contro chi li ha scagliati, bollandoli d’esser bigotti e oscurantisti. Se un privato cittadino prova a fare lo stesso, rischia una multa esosa e non si capisce per quale danno reale.

Il fumo fa male, ma il nudismo fino a 200 volte di più

Il fumo fa male: a chi fuma e a chi gli è vicino, c’è scritto su ogni pacchetto di sigarette che compri (vedi le nuove scritte dissuasive: “Il fumo causa ictus e disabilità”; “Il fumo causa il 90% dei casi di cancro ai polmoni”; “Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno”; “Il fumo riduce la fertilità”; e ancora “Il fumo aumenta il rischio di impotenza”): la multa (dai 25 ai 300 euro). Il danno a se stessi e agli altri è assicurato e da tempo clinicamente provato (quasi 50.000 articoli su PubMed).

La semplice e mera possibilità che la mia nudità sia visibile pubblicamente è punita a discrezione di un agente dell’ordine. «Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000» – al solito ridotta di 1/3 se pagata entro 5 giorni (è da ricordare che la massima sanzione, oltre la quale c’è la reclusione, è di 50.000 euro: diffamazione, reati sportivi, frode fiscale…). Senza che mi si contesti o sia altrimenti palesemente dichiarata e accertata la nocività verso terzi del mio comportamento! Sono danni morali, mi si obietterà. Ok! Ho ben capito qual è la morale dello stato che incassa, o dietro quali alibi ancor si nasconde. Difende la maggioranza che lo sostiene. Chiunque farebbe altrettanto una volta al potere.

A proposito di  multe: l’eccesso di velocità rappresenta un possibile pericolo, anzi, direi un reale e comprovato pericolo, “clinicamente provato” dicono dagli ospedali e dall’Istat, ed è giusto che venga sanzionato. La multa massima per il caso più grave: viaggiare a 60 km oltre il limite (3287 euro) con un mezzo pesante (+ 50%: 3287 + 1643,5 = 4939,5), tra le 22 e le 7 del mattino (+ 1/3: 4939,5 +  1646,5 =   6586) supera di poco la multa minima per “atti contrari alla pubblica decenza” (5000 euro).  È solo un paragone, non ho la preparazione giuridica per capire di più, il perché e il percome.

Se lo stato usa le multe per farmi entrare in testa un concetto, che cosa ne devo dedurre?

Ebbene qualcuno mi spiega finalmente in che cosa consiste il danno, l’offesa, il pericolo, reale comprovato, della pubblica nudità? È poi così grave da ricorrere a ripari tanto drastici e pesanti? Obiettivamente, dico. Certo che tiro l’acqua al mio mulino, sto minimizzando: ma che cosa sto minimizzando, che cosa non è una bagatella? Che cosa non avrei ancora capito di come funziona la società e del possibile pericolo rappresentato dalla mia nudità? Ma soprattutto: dove sta l’indecenza?

La società erge le proprie barriere a difesa di ciò che le sta più a cuore… pardon, di ciò che le dà maggior tornaconto. Divi e modelle non avrebbero contratti, auto sportive e profumi (il massimo del superfluo, dello spreco, della vera indecenza! dell’esibizione sfacciata del proprio ego… asociale), non potrebbero far leva sull’erotico appeal di seni e cosce scoperte, di corpi nudi e scultorei, di figure ideali o idealizzate, eroiche, mitiche, d’eccezione, funzionali alla promozione; da proporre come dannunziana “favola bella” ai comuni mortali; proiezione emotiva, consolatoria e bastantemente gratificante a noi poveri tapini normali, a noi “perdenti” che non ce l’abbiamo fatta ad emergere, e che abbiamo bisogno dei paradisi irreali di Photoshop per fiondarci in un mondo da serra, costruito ad arte per farci ancora più poveri.

La fattoria

La legge, grande ipocrisia, si autodichiara eguale per tutti, si autoidentifica con la giustizia con tanto di bilancia e benda sugli occhi. C’è sempre qualcuno “più uguale” degli altri: nella fattoria degli animali umani, guai a chi trasgredisce le norme che tengono in piedi la baracca, la gerarchia. Come a far capire: guai se la società fosse davvero egualitaria con gli stessi diritti e rispetti per tutti. Non siamo tutti uguali, è una constatazione, ed è giusto che chi più vale, emerga, trovi il suo spazio… Non è piuttosto la legge della giungla?

Una società che non si vergogna delle proprie contraddizioni, delle bugie che è costretta a far bere, delle ingiustizie che per prima introduce, dei due pesi e due misure che applica a proprio arbitrio, che non ripara le proprie imperfezioni man mano che sorgono, non è una società in cui mi piace vivere, in cui è bello stare insieme. Si vede che – e ingenuamente non l’avevo capito prima, povero allocco – il potere vero, il potere di dare vigenza, certezza e potere alle leggi non sta nel sigillo di stato, ma da qualche altra parte. Che venga da qui anche l’opposizione al nudismo, sancita e sacrata (l’etimologia è la stessa) dalla legge, piegata strumentalmente a vantaggio di pochi? – opposizione tuttora immotivata, o motivata con argomentazioni scontate, con inviluppi retorici e contorcimenti tautologici, col richiamo a inviolabili tradizioni, a vuoti truismi –. E per conseguenza, verrebbe pure da lì la schiuma frenata di certi esibizionismi impuniti, questi sì spudorati, offensivi e socialmente dannosi?

Ricordi d’infanzia


Mi rimangono alcuni ricordi della mia infanzia che riguardano la mia nudità.

1. Seconda elementare appena iniziata, ottobre. Adoro il mio maestro, mi faccio in quattro per la sua approvazione. Mi slego, il cervello comincia a girare, ad aprirsi: tutto mi interessa, di tutto sono curioso. Studiare è un piacere, un gioco, un’avventura, una caccia al tesoro.

Era forse un giovedì, allora si faceva vacanza, verso le quattro o le cinque del pomeriggio. Non fa ancora freddo e l’uscio di casa è aperto. Mia mamma mi ha fatto il bagno, mi ha messo a sedere sul tavolo della cucina e mi sta asciugando. Passa questo maestro che era stato da un nostro vicino elettricista. Ci riconosce e, come si dice, “mette dentro la testa” per un saluto.

Non sento per nulla vergogna del mio essere nudo. E credo che a quell’epoca non la sentissi con nessuno. Caso mai il contrario: il fatto che il maestro mi vedesse nell’intimità della vita quotidiana e durante il bagno era eccezionale e proprio questa sua eccezionalità non poteva che aumentare il legame di confidenza, di familiarità, di apertura col maestro. Questo semmai ricordo, non che mi sentissi vergognoso, a disagio, “scoperto”. Ed è una sensazione che ho ritrovato fin dalla nostra prima escursione, quando il vetro affumicato del pudore, dell’inaccessibilità di certe parti “protette” agli sguardi, d’incanto è caduto in frantumi, lasciandomi la gradevole sensazione di un’espansione, di una liberazione, di un respiro fresco e profondo, come anche di una solidità perfetta e affidabile in me stesso nei confronti degli altri, con quell’unico corpo che avevo… e che ho.

2. Un paio d’anni dopo frequentavo la quarta o la quinta elementare. Era il periodo delle enciclopedie comprate a rate. La Mondadori ne aveva tradotta una americana, I mondi dell’uomo, che continuamente sfogliavo, la divoravo avidamente. Finché un giorno arrivò il volume sesto “Uomo, famiglia, società” e vidi la fotografia di alcune persone nude sedute a dei tavolini di un bar, come fosse una cosa normale! Quella fotografia mi incantava, mi attirava, tornavo spesso a guardarla. Fosse stato possibile, mi sarei tuffato nella fotografia per trovarmi come per magia in quella realtà. Mi sentivo i nervi vibrare, li sentivo agitarsi come vibrisse o tentacoli, antenne radar in traccia di qualcosa di bello e allettante.

Da un'enciclopedia delgi anni '60

Da un’enciclopedia delgi anni ’60

La didascalia mi ritornò ogni tanto alla memoria, sibillina e promettente, e ogni volta mi faceva riflettere: dimenticata la prima parte, mi rimaneva da un lato la tolleranza e dall’altra la ferma riserva di quel “costoro”, davvero sprezzante, che svelava un giudizio di condotta a dir poco riprovevole.

Non sapevo nulla di sesso, qualcosa che ancora non esisteva. Ma già ero pieno di strana elettricità: la situazione specialissima di persone nude, ma normali e tranquille! «Ma non hanno vergogna?» mi chiedevo. Vedendomi al contrario come dentro la tuta e scafandro di un palombaro… come se quell’altra realtà, quel mondo da utopia che vedevo nella fotografia, per quanto normale, naturale e possibile, fosse da vivere per assaggi brevissimi, come in apnea, perché era troppo, era esagerato e non si potesse resistere a lungo senza in qualche modo morirne.

Terrori che assalgono i bimbi che a lor modo capiscono per vaghe allusioni, malcerte spiegazione e poi provvisoriamente reincollano i cocci. E ne traggono regole di buona condotta, modesta e decente. Regole che da buoni neofiti si assolutizzano e diventano di una serietà e severità da tribunale.

3. Il terzo ricordo mi riporta alla prima media, quando non ho più voluto che mia mamma mi assistesse quando facevo il bagno. Tutto il mistero stava laggiù, nelle parti basse, nel piciolino che nessuno doveva vedere. Avevo un segreto inviolabile: né per fiducia, né confidenza sarebbero riusciti (“loro”, gli “altri”) ad infranger lo scudo: “soldato di Cristo”, cresimato, chierichetto…

Rimase alla fine solo l’occasione, la complicità dei primi giochi innocenti e azzardosi con cugini o compagni: il solito “giochiamo ai dottori?”, col respiro che si mozzava in gola prima di finir le parole; o la vista reciproca del sancta sanctorum contrattata al centesimo, sincronizzata al secondo. E furtiva, brevissima, curiosità ancora una volta insoddisfatta. Oramai moneta di scambio: vederci il corpo come tagli di carne bovina appesi in macelleria.

Uffa!

Ma poi finalmente si cresce, non ci si sta più nei vestiti. A strappar la camicia, far saltare i bottoni non è un Nembo Kid in incognito, l’incredibile Hulk, un  licantropo inconsapevole, ma semplicemente noi stessi, come fin dall’inizio avremmo potuto già essere: senza scafandri, divise, vestiti decenti e modesti, camicia bianca dei giorni di festa.

L’ennesima foglia di fico


Il nudismo mi ha spogliato di una divisa. Senza saperlo, per il solo fatto d’esser vestito, già ero un soldato, combattevo per una causa. Una causa non mia.
Consapevoli o meno, confermiamo ogni giorno un costume sociale, il costume che vige vivendo in società. Passivamente, lo ritrasmettiamo, perché ad altri valga d’esempio: così fan tutti. Impecoriti come siamo, non tutti abbiamo i mezzi, la forza, la lucidità, la determinazione di andar contro un costume sociale apertamente. Esistono coalizioni, contratti, compromessi, costrizioni, doveri, impegni, impedimenti, impegolamenti, responsabilità: mille abiti che ci portiamo addosso, mille foglie di carciofo senza le quali non potremmo vivere in società. Uno può perdere il lavoro, la stima dei colleghi, farsi la vita difficile, pagare di persona. E tutto quel che ha imparato da nudista, tutto quel che è diventato, tutto il rinnovamento personale (di mentalità, di comportamento, di giudizio, di visione del mondo), tutto il progresso umano, personale, di pensiero che lo ha trasformato hanno una battuta d’arresto, delle limitazioni, dei colli di bottiglia, sempre più angusti e insopportabili, perché risultano sempre più assurdi, se non addirittura contrari alla nuova filosofia, al nuovo stile di vita, al nuovo pensiero organico che ha rimescolato le carte, ha ristrutturato i punti di vista, ha fatto cambiare il carattere, e ha cambiato persino il significato delle parole “maturità” , “essere uomo” e “essere adulto”: alla domanda Chi sono? Non abbiamo una risposta immediata, prestampata: nome e cognome non bastano più – non siamo all’anagrafe!
E ha cambiato anche il senso di responsabilità che abbiamo verso di noi. Ha fatto vacillare i pilastri della lealtà che dobbiamo a noi stessi, per rinsaldarli altrove più fermi. Ha scosso le basi su cui pensavamo di essere solidamente piantati per darci nuovi equilibri, e camminare dove non abbiam mai osato.
Ora che sono nudo, con un nuovo temperamento, tutto è molto più chiaro, i giochi trasparenti, le mene evidenti, i ricatti palesi. Posso solo cercar di evitarli, di non farmi prendere di nuovo dall’ingranaggio. Io sono cambiato. E si deve vedere. E deve stupire, scalfire, attecchire.

E se una collega ti dice, tanto per vedere l’effetto che fa:
– Non sapevo che eri nudista, che vai nelle spiagge dove tutti girano nudi…  Proprio tu che mi sembravi un tipo così a posto!…
– È bellissimo… Ma non solo spiagge: col mio gruppo facciano escursioni in montagna, passeggiate in campagna. Ormai ci sono abituato, non potrei farne a meno. Non torno più indietro.
– Ecco: ma allora è un vizio!
– Macché, è la cosa più normale che ci sia. La più naturale. Non solo durante le ferie, non solo la domenica.
– Ma… voglio dire: lo fate per sentirvi più mandrilloni? Fate delle orge?, non so…
– Nulla di tutto questo! Non è più il nudo ad eccitarci, o meglio non ci eccita più al modo di prima. Non è che vedendoci tra noi pensiamo al sesso: sesso e nudismo son due cose diverse: ogni cosa a suo tempo. Anzi, capisci anche meglio che cosa deve essere il sesso: che non è soltanto una questione meccanica azione-reazione, stimolo-risposta, come fossimo topolini di Skinner o cani di Pavlov. Prendi una via diversa, ti si apre una via diversa e lo fai anche in modo diverso, con più consapevolezza, con più attenzione, con più rispetto, con più apertura, più meraviglia, più presenza… presenza di corpo, di testa, di tutto… capisci di più che cos’è il voler bene. Entrambi più presenti, non distratti da altro.
– Non ho capito tanto, ma se lo dici vuol dire che lo hai provato.
– È stata una bella sorpresa! Certe cose non si riesce proprio a inventarle. Càpitano, e rimani sbalordito e contento.
– Per cui, nudo o vestito per te è indifferente?
– Abbastanza!
– Voglio dire: non senti vergogna, imbarazzo, non sei bloccato? Brrr… Non voglio pensarci!
– Ecco, questa è stata una bella conquista: non aver più vergogna. Diventa una cosa naturale, né bella né brutta. Senza nessuna morale di mezzo. Non ci fai più caso ed è finita lì. Non voglio appellarmi alla Natura o al Buon Dio e dire che il nudo è la misura naturale o divina dell’essere umano. Sta in piedi anche da sé. Ci si arriva anche da soli.
– Scusa, ma a me tremano le ginocchia solo a pensarci.
– Comincia con le piccole cose: a casa, per esempio. Prova a dormire senza vestiti… a stirare, cucinare, guardare la tele…
– Tza! E poi lo senti mio marito! … E i bambini?
– Non voglio convincerti a tutti i costi.
– No, questo no! Ti conosco, non diresti una cosa per un’altra. E poi, se hai provato… Ma, è che c’è tutto il resto… la società… Non è così semplice.
– È vero, non è così semplice: il sentiero ce lo dobbiamo trovare un po’ da noi.
– Allora dici che ti ha cambiato?
– Tantissimo. E come ti ho detto, non torno più indietro. Mi sento bene, a posto, saldo, nuovo… equilibrato… Ah!… sembra una pubblicità.
– Si, in effetti mi stai anche incantando. Se è tutto vero quello che dici. Va be’, vedremo.

Parlare senza pudori, senza paura di farci del male. Le persone che ci sono vicine, con le quali viviamo fianco a fianco ogni giorno è giusto che ci conoscano per quello che siamo, aperti e diretti, senza ostentazioni, nascondimenti, allusioni e mezze parole, ma anche senza falsi pudori…

O c’è sempre di mezzo la classica foglia di fico? L’abbiamo solo spostata: ora la teniamo davanti alla bocca?

L'ennesima foglia di fico: le reticenze, i pudori, le "prudenze" nelparlare

L’ennesima foglia di fico: le reticenze, i pudori, le “prudenze” nel parlare

Il “pubblico”


Definizioni

Il codice Zanardelli (1889) diceva:

338. Chiunque, fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, offende il pudore o il buon costume, con atti commessi in luogo pubblico o esposto al pubblico, è punito con la reclusione da tre a trenta mesi.

 Il codice Rocco (in vigore dal 1930) ha introdotto l’ulteriore specificazione «luogo aperto al pubblico», ma soprattutto sposta l’“offesa” dall’astratto delle parole pudore e buon costume al concreto degli atti (contrari alla pubblica decenza) e a un pubblico, cioè persone, aggiungendo alla difesa del pudore e del buon costume da parte dello Stato (chiunque… è soggetto alla sanzione), questo stesso pubblico “offeso” ad essere in prima persona attivo nella difesa del proprio pudore e del buon costume.

Art. 726 cp. [aggiornato secondo il D.Lgs 15 gennaio 2016, nr. 8; G.U. 17 (22 gennaio 2016)]

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

I commentatori spiegano:

Luogo pubblico è quello continuamente libero, di diritto o di fatto, a tutti o a un numero indeterminato di persone.

Luogo aperto al pubblico è il luogo al quale il pubblico può accedere soltanto in certi momenti, ovvero adempiendo alle condizioni poste da chi esercita un diritto su di esso ad es.  luoghi ove si tengono spettacoli o intrattenimenti pubblici, come i cinema, i teatri, le discoteche). Non vanno considerati, invece, aperti al pubblico i circoli privati, ove sono somministrate bevande alcooliche ai soli soci.

Un luogo è esposto al pubblico, cioè situato in modo che un numero indeterminato di persone possa percepire, in ogni caso o a determinate condizioni, ciò che in esso si trova o si fa, come può accadere per il balcone o la terrazza di un appartamento privato.

Un fatto in luogo pubblico o aperto al pubblico è sempre flagrante, cioè «è sufficiente che sia rilevato de visu in luogo pubblico o aperto al pubblico anche da privati cittadini» (Ronco e Romano, Codice penale commentato Torino, Utet giuridica, 2012, p. 688)

La ratio legis

La disposizione in esame trova la propria ratio nell’esigenza di garantire il rispetto delle regole civili, sottese alla società organizzata. [Constato che, come all’epoca di Antigone, oltre alle leggi scritte esistono anche delle regole civili, sottese alla società organizzata]

Per pubblica decenza si tratta, secondo la giurisprudenza, di un insieme di regole etico-sociali, che tutelano la società dai comportamenti disapprovevoli in senso generale, non dunque solo quelli definibili osceni. [Ho capito! Si tratta di regole etico-sociali…, quelle apprese col latte materno, che di solito si danno per scontate, che appaiono ovvie, che tutti imparano, condividono e ritrasmettono inconsapevolmente.]

L’analisi grammaticale

Con gli strumenti dell’analisi grammaticale (ne ho riempito quaderni quando frequentavo le medie) si vede che nell’espressione luogo pubblico pubblico è aggettivo; in luogo aperto al pubblico / esposto al pubblico pubblico è nome e attraverso la preposizione al dipende sintatticamente da aperto /esposto.

La differenza non è da poco. Nel primo caso pubblico ritaglia fra tutti i luoghi possibili, e definibili quel luogo che appartiene a tutti e a nessuno, usufruibile indistintamente, senza condizioni o limitazioni (salvo quelle specificatamente indicate dalla legge). Negli altri due casi l’attenzione viene portata sul sostantivo pubblico, viene richiamata la presenza passiva della gente, della società, delle altre persone, di “chiunque” …: nel primo caso con luogo pubblico si sottintende anche la garanzia che venga mantenuto tale, senza usi indebiti o appropriazioni (ad esempio, l’usucapione non si applica alle proprietà pubbliche). Negli altri casi la legge sembra premunirsi e difendere “il pubblico”, cioè i possibili spettatori, gli astanti, chiunque sia presente anche in altre situazioni. Persino nelle situazioni accidentali e involontarie, come quando “chiunque” alzando per caso lo sguardo vedesse dietro le finestre una persona al bagno.

 Tre cose:

  • La legge di fronte ad un possibile reato prende le difese del pubblico e implicitamente invita il possibile “reo” a stare attento, ad evitare di esporsi o di commettere indecenze
  • Presuppone che questo pubblico possa essere “offeso” da un determinato comportamento
  • Contrappone chiunque al pubblico. Il pubblico è nella legge, il chiunque è fuori legge.

Quest’ultima contrapposizione è degna di nota. È proprio la legge che traccia un confine, che delinea una forma di pensiero, che si immagina lo svolgimento di un fatto, per poi trarne conclusioni che sembrano coerenti. La legge assume che il singolo col suo comportamento definito “indecente”, automaticamente offende il resto della società. E siccome è in minoranza numerica, siccome non ha la legge che lo difende, è squalificato dalla stessa definizione del reato.

Un’altra cosa che non riesco a capire è come mai un pubblico possibile e passivo, che vede la famigerata indecenza, venga rivitalizzato, gli venga risvegliata un’attenzione, sollecitata una reazione, gli venga suggerito che sta di fronte a un’indecenza (anche se – per sua ignoranza – non la percepisce come tale) – e implicitamente lo spinge a sporgere denuncia, come si trattasse di un danno collettivo. Probabilmente il singolo in questione non percepirebbe quella situazione nemmeno come indecenza; ma la legge (nei commenti giurisprudenziali e nelle sentenze) fonda il reato proprio sulla supposta percezione dell’indecenza, dando per scontato e indiscutibile che le cose stiano effettivamente così. Se le cose stessero effettivamente così, non ci sarebbe bisogno di dirlo e ribadirlo con reiterate sentenze della Cassazione. La legge dunque persegue e delinea un modello di rapporti sociali con discriminanti che avendo il suffragio della maggioranza, passano per ovvie e scontate. Ma di cui la legge non dovrebbe occuparsi. In quali altri casi la legge si occupa della possibile “percezione” di qualcosa nella generalità delle persone? Per quali altri reati la legge mette a fondamento della definizione del reato proprio la “percezione” soggettiva estesa e generalizzata al resto della società?

La posizione dell’aggettivo

Tornando all’analisi grammaticale del testo dell’articolo, analizzo l’espressione “pubblica decenza”. Mi interessa la posizione dell’aggettivo: è prima del nome. Di solito non facciamo molto caso alla posizione dell’aggettivo, se è posto prima o dopo il nome. Ma la differenza non è da poco, ed è magistralmente usata da chi vuol far passare la propria idea. Esiste un postulato che dice che il valore informativo aumenta dall’inizio alla fine della frase. Se confrontiamo:

pubblica decenza

decenza pubblica

In entrambi i casi l’attenzione è richiamata sull’ultima parola: decenza e pubblica. Nel primo caso l’intenzione comunicativa sarà focalizzata su decenza, nel secondo caso su pubblica, cioè quella che  ha a che fare coi luoghi pubblici e con persone definite “pubblico”: l’aver scelto pubblica si contrappone con tutti gli aggettivi che sarebbe stato possibile intercambiare in quella stessa posizione.

La posizione dell’aggettivo prima del nome mette in moto una selezione fra i significati dell’aggettivo e addirittura ne produce altri: inconsapevolmente vengono veicolati e poi vengono intesi, i significati metaforici, traslati, astratti, ideali, generali di quell’aggettivo. A riprova, la posizione dell’aggettivo non è liberamente intercambiabile, perché entra in campo un significato diverso che può essere inadeguato o contraddire la realtà: possiamo dire povera bestia, ma bestia povera è difficile concettualizzare che cosa sia. Alto magistrato è una cosa, un magistrato alto è un’altra. Quando dico un bel discorso trasmetto come indubitabile la mia valutazione, richiamo quasi una categoria ideale: “questo si chiama un bel discorso!”. Quando dico un discorso bello, ho scelto bello fra altre alternative possibili, quasi si nota che sto cercando le parole più adatte per quel caso particolare, concreto;  il tono è semplicemente descrittivo e non richiamo alcun modello ideale.

Di solito la posizione dell’aggettivo davanti al nome crea con esso un concetto unico (alta corte vs. camera bassa; bassa manovalanza vs. pelle chiara, buon viso vs. viso buono; somma decenza vs. decenza teatrale (Gozzi)), mentre l’aggettivo posto dopo il nome è messo a confronto con i concorrenti non scelti e viene semantizzata quella scelta  e il rigetto delle altre.

Soffermandoci ad analizzare la differenza di significato dell’aggettivo in pubblica decenza contrapposto a luogo pubblico si nota che il primo non può essere concettualmente suddiviso nei suoi componenti, altrimenti cambia anche il concetto complessivo, mentre il secondo può essere l’inizio di un elenco di luoghi particolari. Confrontando pubblica decenza e decenza esteriore appare evidente il passaggio dall’astratto al concreto: il primo allude a un principio; il secondo giunge quasi a significare pulizia.

Il concetto di “pubblica decenza” è stato introdotto nella legislazione italiana dal codice Rocco. E da qui si è imposto con tutta l’autorevolezza (o coercizione) del regime che aveva alle spalle e riaffermato probabilmente anche da qualche spunto della filosofia gentiliana.

Il Grande dizionario della lingua italiana (il Battaglia), alla voce moralità, suggerisce come sinonimi pubblica decenza, buon costume. Ritroviamo pubblica decenza come sinonimo di nettezza. In questo caso richiama un concetto del diritto canonico (impedimentum publicae honestatis – già nelle Decretali IV, 2, 4 di papa Gregorio IX) che ci avvicina al possibile significato retrostante dell’aggettivo pubblico. La publica honestas disegna un progetto di società auspicabile, secondo principi morali. Non è escluso che analoghi principi sussistano anche dietro il concetto di pubblica decenza. L’astrazione ha portato a confondere, intercambiare liberamente decenza igienica (vedi la definizione di luogo di decenza) con decenza sociale e decenza morale. Oppure ha generalizzato a livello astratto, ideale, morale un concetto che originariamente si riferiva alla realtà effettuale.

Indecenza per indecenza

Qualche giorno fa, alle olimpiadi, gli allenatori mongoli, come forma di protesta contro un giudizio arbitrale, si sono spogliati in pubblico. Che incivili! Che primitivi! In realtà penso che abbiano mostrato pubblicamente con un gesto “indecente” e umiliante, l’indecenza, l’ingiustizia e l’umiliazione della decisione arbitrale. Indecenza per indecenza.

La protesta degli allenatori mongoli

 

Prima dell’alba


Al chiaro di luna, bagno il mio orto sul retro. Son nudo. C’è caldo, si sta bene anche nudi… anzi, meglio! Ogni cosa vien meglio se fatta da nudi, mi ritorna la massima che mi sono coniato con l’esperienza, prima che fossi nudista professo.

Ed ora, la vicina a sinistra ha lasciato fuori lo stendi a finir d’asciugare, che è ferragosto! La vicina di destra ha acceso l’applique del balcone, come dovesse d’un tratto tornare: l’eterna sigaretta da godersi con calma… E io che mi bagno il mio minuscolo orto: quattro piante di pomodori, rosmarino, basilico, timo, origano, menta, zenzero, salvia e l’esotica stevia, col gradito sapor che ha nelle foglie, che a lungo rimane a dolciarmi gola, gengive e saliva.

Bagnando il mio orticello col buio

Bagnando il mio orticello col buio

No, nessuno mi vede. Ma tutto è perfetto egualmente. La rosa dell’acqua che piove sul nero groviglio di piante, nemmeno il rosso dei pomodorini pugliesi distinguo, e le foglie che al buio son tutte nere, come Hegel insegna. E io che nemmeno avverto che sono in azzardo e mi godo al contrario di occupare tutto lo spazio/tempo che l’esposizione col chiaro mi avrebbe negato. Catacombali, carbonari… s’inizia sempre da zero, dalla clandestinità, in posti deserti, lontani dalla società, dalla “città”, la cui aria ormai non rende più liberi, come nel Medioevo (ed è tutto dire!).

Mangiando una fetta d’anguria una notte d’estate

Mangiando una fetta d’anguria una notte d’estate

Non rubo gli spazi che occupo: l’anguria sul tardi al chiaro del giallo lampione; la puntata audace a recuperare il coltello confitto in una fetta d’anguria a forma di barca vichinga… mangiata dianzi; la doccia furtiva con la canna dell’acqua, guardingo a chi passa davanti al cancello (nel caso: pakistani abbottonati sino ai polsini che lasciano i lor volantini. Rispetto? Fin dove? Rispetto è diritto maggiore degli altri e dovuto? Il loro che prevale sul mio? – e il mio è così fragile e debole se così facilmente soccombe? O siamo noi che troppo facilmente abdichiamo? Mi dovrei consolare col dirmi che son bravo ammodino, che son tollerante, politicamente corretto – un’altra morale che rientra dalla finestra? –  non sopporto più che io stesso permetta che mi si rosicchi così la carne nel vivo). Attento al vicino di fronte, a sinistra, il più arretrato di tutti, che griderebbe allo scandalo additandomi a dito, mi fulminerebbe addosso improperi e anatemi, gridando come un ossesso per l’intera contrada.

Eppure al mattino – il sole sorgerà fra pochi minuti – le mani incrociate dietro la nuca, mi respiro un’aria che sa del fresco che è anche oggi il mondo reale. La solita vista: la siepe d’alloro, la strada, le ante ancor chiuse dell’altro vicino di fronte (quello di destra), che forse proprio adesso aprirà, e così mi vedrà – ma da tempo lo sa –, e vorrebbe, lo sento, stare anche lui sul balcone, spoglio di tutto, a veder come gira altrimenti, a impor che si è: liberi e nudi. Alza la mano ed accenna un saluto; glielo ricambio, che siamo ormai complici, se ben nessun motto sul fatto ci siamo mai detti. Siam solo contenti di vederci e sentirci ciascuno più liberi, prima che suoni l’Ave Maria (il carillon che distilla È l’ora che pia…)

Vestito di sole al tramonto

Vestito di sole al tramonto

Un tempo nostro, che non ci siamo venduto, né noi ci sentiamo venduti. Prima dell’alba, prima che il giorno cominci e ci triti nelle convenzioni che ci imbudellan come salami. Respiriamo aria fine, che sa di libertà, di assertività, che ci nutre di altri pensieri, che ci dà tempra al corpo e alla mente. A pieni polmoni. Ben sappiam d’esser nudi. E ne siamo, per un attimo che dura anche ora, persino contenti e orgogliosi.

La sfida. Raccontino d’agosto


Sono in giro per viottoli di campagna, di quelli un po’ fuori mano, per capezzagne erbose attorno ai vigneti. È qui che ogni tanto vengo per i miei giretti. Qui posso spogliarmi, e per dieci/venti minuti mi godo il sole, l’arietta, il verde, il piacere di starmene scalzo e nudo senza troppe preoccupazioni. Sto per finire il mio solito giro e ritornare sulla stradina sterrata. Mi rimetto zoccoli e pantaloncini. Appena in tempo. Da lontano vedo che sta arrivando una persona con un cane. Man mano si avvicina, vedo che è un signore di una certa età, oltre i settanta, cammina con un bastone, ma la schiena è ancora eretta, il passo è lento, ma sicuro. Giunti vicini, vedo che ha il volto di un contadino, di quelli un po’ all’antica, gran lavoratori, di quelli che si sentono strani farsi vedere a passeggio con un cane al guinzaglio. Non lo conosco, non so perché m’è venuto di pensare che fosse un contadino rude e di antico stampo. Solo per la fisionomia!

Osservo il cane, e come per fare un complimento, do la buona sera al padrone con un accenno di sorriso.

Il signore mi squadra con indifferenza, quasi fossi un intruso e poi, di scatto mi chiede:

– G’à-l nigót de metìs-sö, òsti? – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano.

– Se l’è fös per mé, me caarés-fò a’ i braghì.

– Adès, po’.  Al pröes, se l’è bu. Ah! ’L me piasarés dibù vidìl biót-biotènt! – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

– Non ha nulla da mettersi? accidenti! – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano

–  Se fosse per me, mi toglierei anche i calzoncini.

–  Non esageriamo! Provi, se ne è capace! Mi piacerebbe davvero vederla nudo-nato – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

 

Non gli lascio nemmeno il tempo della sorpresa. Con un gesto rapido mi sfilo i pantaloncini:

– Ecco fatto.

– Té te sé mìa töt a pòst! Cóme che s’ dis: ciòc indàt e töt nüt!

– Gh’è-l vergót che ’a mìa, a le ’ólte?

– An pó de chèl che ghe ’öl! ’Ndóma, sacramento! che i cavèi i è bianc anche i sò.

– Ma a mé, ’l me n’ fa pròpe negóta, biót o ’istìt.

– Ma se i la ’edés vargǘ?

– L’è bé apunto chèl che dighe: che ’l me ’n fa pròpe negót. Lü ’l ma ’èt, o no?

– Che mónt de bàle! Naróm a finì ’n dóe de chèl pas ché?

–   Ecco fatto.

–  Non sei tutto a posto! Come si dice: ubriaco fradicio e completamente nudo.

–  C’è qualcosa che non va?

–  Un po’ di quel che ci vuole. Andiano! Che i capelli li ha bianchi anche lei!

– A me non fa proprio nulla esser nudo o vestito.

–  Ma se la vedesse qualcuno?

– È proprio quel che sto dicendo. Non me ne fa propri nulla. Lei mi sta vedendo, no?

–       Che mondo alla rovescia! Dove andremo a finire di questo passo?

 

Scuote la testa sconsolato e anche un po’ risentito. Calcia un sasso, che per caso colpisce il suo cane: – Cài! – che si volge interrogativo a vedere che cosa succede.

Proseguo la mia strada e prima di una curva mi rimetto i pantaloncini.

Mi giro come d’istinto e con mia sorpresa vedo il signore che col bastone alzato mi fa segno di fermarmi. Lo aspetto.

Quando arriva, mi chiede, incuriosito, con la voce che un poco gli trema:

– Al me scùlte ’n pó. El chi chèl spertù che ’l te ’nsìgna chi laur ché?

– Nigǘ. I ó capìcc de per mé.

– Bèi laùr afàt afàt…

– Al gh’è negóta de mal!

– Cóme ’l gh’è negóta de mal? E töt chèl che i t’à ’nsegnàt ’nfìna adès? Só mìa, i tò genitùr, la dutrìna…

Fin che pöde, fo chèl che me par. Se fó del mal a nigǘ.

– No, no, per chèl, al ghe fa pròpe del mal a nigǘ. Ma gà-l mìa respèt. Só mia mé…

– E de chè? ’L gh’è negót de malìscia.

– A no! ’L vède a’ mé. Issé, a prim impianto, ’l me parìa de sé. E ghe dìghe la sincéra ’erità, gó ’üt anche ’n pó póra.

– ’Nvéce só apéna giü che pàssa.

– E ’l me dìghe ’n pó: che fa-l pròpe nigót-nigót?

– No, nigót afàt-afàt!

– Mé sarés mìa bu de fal. ’N cönt l’è èser ’n del bagn, ön cönt èser nüt defò, ’n campagna, ’n dó’ che ’i óter i pödarès vidìt.

– Al pöl apéna che pröà!

– Te saré mìa màt!? Ó mai pröàt. Sarés mìa che dì. Me la sentirés mìa. E lü, cóma gà-l fat la prima ’ólta?

– Al me tremàa l’oradèl de la camìsa…

–  Mi dica un po’. Chi è quel sapientone che le ha insegnato queste cose?

– Nessuno. Le ho capite da me.

– Proprio gran belle cose!

– Non c’è nulla di male.

– Come Non c’è nulla di male? E tutto quello che ti hanno insegnato fino adesso i tuoi genitori, il catechismo?…

– Fin che posso, faccio quel che mi pare. Se non faccio del male a nessuno.

– No, no. In quanto a questo non fa  male a nessuno. Ma, non ha vergogna? Non lo so…

– E di che? Lo faccio senza malizia.

– A no! Lo vedo anch’io. Così, d’acchito, mi sembrava di sì. E le dico la sincera verità, ho avuto anche un po’ timore.

– Invece sono soltanto uno che passa.

– Mi dica un po’: non le fa davvero nulla di nulla?

– Proprio nulla di nulla.

– Io non sarei capace di farlo. Un conto è essere in bagno, un conto all’aperto, in campagna, dove altri potrebbero vederti.

– Può sol che provare!

– Sei matto per caso? Non ho mai prova­to. Non saprei che dire. Non me la sen­tirei. E lei, come ha fatto la prima volta?

– Mi tremava la cocca della camicia.

 

E non posso trattenere un risolino. Anche l’anziano signore si mette a ridere per l’imbroglio delle parole.

– Bè, al me scǘse, neh, se gó fat an pó trop tante domande.

– De negóta. Al pröes öna ’ólta.

– L’è mìa tat belfà.

– Quan che l’è de per sé, ’na ’ólta che l’è ’n del ciós, dré a le ’icc, che negǘ i la ’èt.

– ’N del vidì lü, adès al me par ac a mé de pudì fal. ’N vederà. Arés mai piö cridit de rüà a setant’agn passàcc e ’mbociàm ’n de ’n laùr compàgn. Pröeró… Lü, vègne-l sèmper ché?

Sé, ma sèmper prèst la matìna, issé ’ncontre nigǘ.

– ’Ède-l, mò, che ’l gà póra anche lü! ’N pó de ’ergògna… Ghe par?

– Örés mai che la buna zét, te sé-t neh … ’n s’è bèl e capicc.

– L’è pròpe issé. La buna zét. L’è töt lé ’l busìllis.

– Perché ’l me domanda quan che ’ègne ché?

– Issè. Magàre öna quac vólta che ’n se ’ncóntra, pröe anche mé.

Se ’nna ’ólta ’n se ’ncóntra, ’n pöl fal.

– Va bé. Te salüde-sö. ’L me parìa… ’ndiferènt… ’Nvéce, s’ pöderés ac a pröà öna ’ólta.

Almeno una volta nella vita, come che i dis.

– L’è pròpe issé. Ariidìs.

– Ariidìs. E bùna istàt.

– Be’, mi scusi, se le ho fatto un po’ troppe domande.

– Di nulla. Provi una volta.

– Non è facile.

– Quando è da solo, nel campo, quando sta curando la vite e nessuno la vede.

– Vedendo lei, pare anche a me che potrei farlo. Vedremo. Non avrei mai creduto di arrivare a settant’anni passati e imbattermi in una situazione come questa. Proverò… Lei viene sempre qui?

– Sì, ma sempre di mattino presto, così non incontro nessuno.

– Vede dunque che ha paura anche lei? Un po’ di vergogna… Non le sembra?

– Non vorrei mai che brava gente, sai… Ci siamo capiti.

– È propri così. La brava gente. È tutta lì la questione.

– Perché mi chiede quando vengo qui?

– Così. Magari una volta che ci incontriamo, provo anch’io.

– Se una volta ci incontriamo, possiamo farlo.

– Va bene. La saluto. Mi sembrava una cosa del tutto diversa… Invece, si potrebbe anche provare una volta.

Almeno una volta nella vita, come si dice.

– È proprio così. Arrivederci.

– Arrivederci. E buona estate.

Troppo rispetto


Ogni tanto mi viene in mente un “esperimento nudista” e la tentazione di realizzarlo è talmente forte da essere irresistibile, diventa una fissazione, un kick e mi tormenta finché, prendendo il coraggio a quattro mani, diviene un fatto compiuto. E incancellabile. E l’esecuzione del progetto poi avviene in tutta tranquillità e normalità, senza quasi batticuore, talmente l’ho provato e riprovato con l’immaginazione. Ricordo quattro o cinque anni fa quando mi facevo i primi autoscatti nella campagna solitaria o sulle colline vicine, la foto all’alba del 1° gennaio di ogni anno sul balcone, le 8 passate, coi primi raggi del sole che mi riscaldavano un po’, e poi i giri in Torbiera, all’imbrunire, le docce con la gomma dell’acqua dell’orto, e i pranzi, le letture sul balcone…

Ma ieri me ne sono inventata una nuova: ritirare la posta presentandomi nudo. Il portalettere passa verso le 10,30, preannunciato dal ronzio del motorino. Ci si conosce da anni e siamo entrati in confidenza. Già altre volte, interrompendo la lettura al suo arrivo, mi infilavo i calzoncini e mi presentavo al cancellino a torso nudo. Ieri sentendolo arrivare, l’ho atteso. E dopo avergli detto che ero nudista gli ho chiesto se potevo filmarmi mentre mi consegnava la posta. Allargò le braccia imbarazzato, senza sapere che pesci pigliare, preso in contropiede dalla stranezza della richiesta. Mi tolgo i calzoncini, faccio partire la ripresa e vado a ritirare la posta: un pacco (senz’altro un libro) e una busta. Vedo il portalettere che cerca di evitare di guardarmi. Certo, non devo essere un Adone! Mi viene spontaneo dirgli: «Guarda che non mi fa niente se mi vedi». Ma lo shock è tale per cui, consegnatami la posta, non vede l’ora di proseguire il suo giro.

L'irresistibile tentazione di ritirare nudo la posta!

L’irresistibile tentazione di ritirare nudo la posta!

Mi ha fatto impressione quel suo distoglier lo sguardo dalla mia nudità. Nel frattempo era arrivato il camioncino azzurro del netturbino, ma nella fretta, credo non si sia accorto di nulla. Rivedendo il filmatino ho pensato che il postino tenesse il capo voltato per non esser ripreso. Ma poi un’altra ipotesi si è affacciata: che fosse un gesto di rispetto, di carità cristiana, di compassione – come si fa certe volte con un parente in ospedale. Ma non facciamo così anche quando vediamo una donna che allatta?

Sarei tentato di scrivere: «Conclusione: la nudità è ancor lungi dall’essere un fatto normale». Ma non è vero. Soprattutto quel retorico e drastico lungi non mi piace per niente. A chi tocca cercar di far breccia, rosicchiare la mentalità corrente con comportamenti innocui e individuali, senza intenzione né di offendere, né d’esser teatrali, se non a noi? Sono convinto che il desiderio di potersi mettere nudi sul proprio balcone, nel proprio giardino non sia una così grande indecenza e sia un desiderio che molti reprimono.

Alcuni vicini hanno delle piscinette per i bambini. Mi danno un senso di tortura quei costumini, quei reggisenini (persin la parola è assurda) per bambine di quattro anni, che mi viene da chiedermi quale sia per quei piccoli il danno maggiore:1) Crescere con una parte del corpo sequestrata gelosamente alla vista altrui, come altrimenti si perdesse un tesoro, si tradisse un segreto; 2) attirare l’attenzione verso parti del corpo proprio perché vietate alla vista senza che ne venga spiegato il motivo (se almen lo si sa).

Ma ritorno a pensare al mio postino che distoglie lo sguardo per troppo rispetto, come i figli di Noè che ricoprono il padre nudo e ubriaco camminando all’indietro. C’è qualcosa che stride, di eccessivo.

Avrei infine una domanda… una serie di domande per Dio Onnipotente ed Eterno – sempre che mi risponda (ma è rimasto muto anche per l’Olocausto che riguardava il suo popolo prediletto, figuriamoci per una bagatella come questa!).

  • Perché ci hai creato un corpo (o parti del corpo) di cui vergognarci con gli altri?
  • E perché, Dio del perdono, continui a ricordarci che un tempo, molto tempo fa, ti abbiamo disubbidito? Perché non l’hai evitato?
  • E perché, allora, ci hai dato il libero arbitrio e poi se scegliamo qualcosa che a Te non va, ce lo rinfacci e ci tormenti coi sensi di colpa?

Mi sa che son domande che non avranno risposta. Nell’attesa faccio di testa mia, senza pormi altre domande, se son tanto stupide da non meritare risposta.

E con il postino, rotto il ghiaccio una volta, le cose torneranno normali, ma nel caso non eviterà più di guardarmi, distogliendo lo sguardo con atto commiserante e pietoso.

Una piccola mia libertà


Intimi segreti

Con tremore leggero arriviamo a spogliarci, a confrontarci con gli altri su una linea azzardata. Col segreto desiderio che altri ci vedano e che poi faccian l’eguale. Ci vien dall’infanzia questa strana pulsione – forse fin da quando ci è stata vietata – fin da quando, tremandoci i polsi, abbiam voluto giocare ai dottori e mostrarci fra compagni il pisello. Una specie di senso di sfida a un divieto che non si capiva, non vedendone chiaro il motivo né il danno palese. Abbiamo imparato gradi di intimità, ad esser gelosissimi di qualche cosa che, ci dicono, è solo nostra, nel nostro recesso più intimo, un’anima intatta e preziosa. Un’intimità da cedere con parsimonia e solo a determinate persone, in determinate occasioni, a determinate condizioni.

Identità e trasgressione

È così che è nata e ci siam coltivati la nostra individualità? L’inviolabilità del nostro onore, della nostra dignità di persona, del nostro essere unici, diversi e distinti dagli altri? E perché questa distinzione dagli altri? Questo farci credere che dobbiamo avere un segreto, un’identità segreta, da Superman, come un asso nella manica da mettere in tavola alla buona occasione e pigliare la posta.

E così siam cresciuti con la voglia di scoprire a nostra volta le carte degli altri, per vincere, anche barando. Vincer che cosa? Nessuno, pare, sa bene come stanno le cose, e proseguiamo a tentoni, prendendoci schiaffi che lascian sulle guance le dita, arrossendo come gamberi per aver troppo osato, avendo tradito un tratto inconfessato di noi: la voglia di dominio sugli altri e nel contempo la mancanza di dominio di sé. È forse così che nasce e prende corpo quel modo innaturale di aver a che fare col sesso (e con l’altra persona): conquista, tracotanza, preda, intento, scopo, tornaconto… romanticismo?

 

Una stella cadente

Cos’è che ogni mattino mi fa bere nudo il mio caffè sulla soglia di casa? Non certo la voglia di sesso, ma piuttosto veder nei volti occhieggianti dalle finestre rimpetto, che la linea degli sguardi è schietta e diretta, s’è distesa, disciolta di un nodo; e dallo sguardo qualcosa di nuovo può risalire alla mente. Nulla m’han mai detto i vicini. Mi piace credere (non ho smentite, e non mi vengono in soccorso altri pensieri) che il vedermi così disarmato sia una piccola stella cadente che frantuma nella mente ostili pensieri, fossilizzati da sempre, ed ora quegli stessi vicini, che di giorno conosco sì e no, son certo si sentono un tantino più liberi, vedendo che anche questo è possibile, che qualcuno senza vergogna lo fa – e perché dunque non loro?; più leggeri di un fardello che si sentivan quasi costretti a portare.
Ai vicini il vedermi, dopo l’iniziale sorpresa, lo sbigottimento, il caos di pensieri in rinfusa, e il continuare a vedermi ogni giorno come cosa normale e senza che la cosa abbia anche altro senso, poco a poco gli calma i pensieri, ammorbidisce reazioni immediate, istintive e ferve la novità di un mutato pensiero, e l’opinione comincia a cambiare: la cosa è normale e possibile – il mondo può girar bene anche così, anzi…

Nelle nostre escursioni

Quell’impulso leggero che si attiva in azione, che mi fa star sulla soglia quei pochi minuti è anche una piccola quotidiana vittoria. Non giudico il mondo, non lo voglio combattere: lo faccio per me, seguendo un intuito che al momento mi detta il meglio da fare, il meglio per me innanzitutto, per rinfrescarmi la pelle, per destarmi la mente, per vedermi pari pari con la rugiada, la brezza e il primo sole che sorge e mi porge su un raggio il buongiorno e tutto il corpo m’indora; anche meglio si vede che tutto son nudo e che tanto mi piace questo momento al mattino.
Ed avviene altrettanto quando nelle nostre escursioni c’imbattiamo con altri: come strani, come addosso pesanti mi paiono quei vestiti di tela a coprire un’indecenza inventata, a nascondere – perdita secca – la gloria di un corpo vivente e perfetto, all’aria sbocciato. Perché, in aggiunta alla legge, sono leggi non scritte la decenza, il decoro, la reputazione?
Quel tremito lieve che allora mi sento è la voglia che cambi, che non esista più la vergogna, ma il saper che siamo egualmente noi stessi anche inermi, senza gli artigli di occhi rapaci a rubare impuniti intimità fatte sconce ed oscene, frutto raro e per pochi, e sesso feroce, come di furto, o da furbi.

Un piccolo gesto

Ecco s’è fatta ora d’alzarmi, prepararmi il caffè e bermelo tranquillo e sereno, appagato di questa mia piccola libertà che mi sono inventata e che ogni giorno mi prendo: un piccolo gesto innocuo e pacifico… personale. Piccola libertà personale che pur so contagiosa che ogni giorno mi rinnova quel tremito lieve, quel lieve timore. Dican pure i vicini di me, perché poi, aperta la porta, col chiaro del giorno, ancor più mi rinfranco in quel che sono e che faccio: questo è normale per me, la mia piccola libertà quotidiana.

Prospero e nudo


La natura mi vuole nudo e prosperoso. Prosperare vuol dire esser perfetti secondo le attese, secondo che vuole stagione. Non c’è nulla da aggiungere ad un fiore, all’uva matura, alla pioggia, al chiaro del giorno, al respiro che mi entra nel corpo, al sapore che m’inganna e mi nutre. Ho messo su qualche chiletto, sono paffuto e rotondetto, eppure mi piaccio anche così. Così come sono, così come vivo. Senza uno schema, senza un progetto, senza una meta: mi basta quel che mi fa la natura, come comanda natura. Davvero non ho nulla da aggiungere al mondo che vedo: aspetta che mi sveglio, perché ne sono tuttora ammirato. Non m’aspetto che la vita anche mi paghi, non m’invento il diritto alla mia fetta di torta, di “sedere al banchetto della vita”.

Non ho speranze, non ho timori. Non mi manca la sicurezza, “del doman non c’è certezza”, ma quante previsioni catastrofiche non si sono poi realizzate! Il dubbio sistematico è qualcosa che ci siamo inventati, perché sempre scontenti di tutto. Noi avremmo fatto di meglio!

Siamo vestiti dei nostri pensieri. Esco nudo sul balcone a vedere il sole che sorge; incrocio le mani e mi stiracchio tendendole in alto. Un respiro profondo. Mi risponde la brezza, mi risponde il rosa dell’aurora, delle nubi che limpide si stagliano in cielo. Cos’è che mi manca? Tengo a briglia i pensieri che già sono corsi al caffè, al lavoro, al giorno che viene. Nudo mi sento ancorato a questo momento d’adesso. Non c’è uno schema migliore: non mi va neanche di far paragoni.

Non è per il piccolo fremito che di solito abbiamo quando sappiam d’esser nudi, quasi ancora ci frustasse la ferula d’un’arcana infrazione. Non è per l’insolito stare. Ma perché nudo mi vengono altri pensieri. Anzi, non mi vengon affatto pensieri. Non c’è nulla che debba quadrare, non esiste un modello che abbia capito. Zittiti i pensieri c’è sol d’ascoltare quel che di noi il nostro corpo ci dice. Sono messaggi brevi, ma intensi, piccole intuizioni, sorprese, scoperte, come ricordi di un sogno; piccole voci che poi s’ingrandiscono, occupano il pieno volume senza assordare. Persino la saliva ha un sapore diverso. Ci sventola la mano davanti agli occhi e ci chiede se siam svegli, se riusciamo a percepire. Non c’è solo il tè, la marmellata. Prima c’è già qualcosa. Prima di vestirci siamo già qualcosa. Qualcosa di solido. Qualcosa di noi, qualcosa che siam noi, tal che ogni mattino un po’ ci sorprendiamo di cosa sentiamo di noi. Poi in tuta e scafandro cominciamo il giorno e il lavoro. E il corpo funziona anche così, fa il suo dovere – nonostante.

Ammirati che tutto funziona – da sempre, da che noi siam vivi: cuore e corata, e fegato e milza, e il sangue, i nervi, la pelle, occhi-orecchi-naso-bocca. E tutto il resto che ancor non sappiamo.

Al mattino mi piace per un momento esser narciso. E piacermi, ed esser contento di me, perché son contento del mondo. Perché mi vedo con strani vestiti impalpabili: una brezza, il raggio del sole che sorge, la temperatura ideale. Ed ogni cellula viva, che sembra voglia farmi occorger che davvero son vivo, esposto senza altri pensieri all’aria, alla luce, a chi dalla strada passando potrebbe vedermi.

Non mi vedo diverso da un’albicocca, una pesca, un grappolo d’uva, un camoscio, un leprotto che attraversa una callaia in campagna, un airone che ancora mi teme, una simpatica lontra che m’invita a tuffarmi in torbiera.

Il di-più mi stravolge, è fuori misura, violento, eccessivo, opprimente, mi toglie la libertà che madre-natura mi ha dato. Sarei come una foto truccata, un film con effetti speciali, uno spettacolo da saltimbanchi. Invece, sin dal mattino, son prospero e nudo, e mi piace sentirmi così anche sotto i vestiti che devo portare, contento nonostante di sentirmi a mio agio.

Nudità e sottomissione


Rilievo del re Anubanini a Sar-e_Pol-e_Zahab vicino a Bishtun, Iran

Rilievo del re Anubanini a Sar-e_Pol-e_Zahab vicino a Bishtun, Iran

Al seguito dei trionfi imperiali troviamo teorie di schiavi e prigionieri incatenati. Per lo più sono nudi o con pochi segni di identificazione etnica. I vincitori usano spogliare, saccheggiare case e corpi dei vinti. La vittoria è alata e vestita. La sconfitta un’ignominia, il danno e la beffa, la vergogna, l’indecenza, l’obbrobrio, il disdegno, la repulsione, la contaminazione.

Eppure son solo categorie umane, imposte come un giogo ai perdenti. La veste demarca la differenza, la forza, lo strapotere, l’ostentazione, il privilegio, l’elezione divina, il lusso esclusivo.

Il Padre Eterno è rigorosamente vestito con pesante broccato. Solo Cellini ha osato mostrarci un Crocefisso pallido, nudo ed esangue, simbolo stesso d’abiezione, di abisso cui si può pervenire per estremo di sacrificio e ubbidienza, per totale sottomissione.

Benvenuto Cellini, Crocefisso, El Escorial, Spagna

Benvenuto Cellini, Crocefisso, El Escorial, Spagna

Nel momento in cui Adamo ed Eva percepiscono «chi è che comanda», comprendono la rete di norme in cui sono irretiti. Sono stati scoperti, si sottomettono, ammettono la propria subordinazione, accettano la propria sottomissione, pronti ad accollarsi la punizione per la trasgressione. Non saprebbero come difendersi, sono “nudi”, cioè disarmati, impotenti, in caduta libera senza una legge che li inquadra, in completa balia di qualcuno dal potere incommensurabile, un’onnipotenza straumana, infinita e schiacciante. Sono più vergognosi della propria imbelle sudditanza che dell’effettiva colpa commessa.

La nudità è segno della loro totale sottomissione, entro la gerarchia di un sistema che prevede il proprio annullamento… salvo la grazia della fede, dell’affido acritico e totale. Questo il dio della Bibbia!?

Il pudore è dunque più la taccia d’infamia, il rossore è il signum vituperii di chi ha osato titubare, il segno dell’onta di chi sa di aver trasgredito, ma resipiscente non vuol essere escluso dall’ovile degli eletti, vuol esser ripescato, anche in extremis, premio per la fedeltà alle regole d’ingaggio. Pur cosciente di dover indossare a vita il sanbenito di una penitenza tetra e infinita… Il terrore dei roghi svena del sangue le greggi dei più… ed i più poi dettan legge.

Quanto mi par preferibpile l’abisso senza rete della laicità, il capogiro di un’arce umana e a strapiombo orgoglioso sulla propria solitudine, la ferma e franca stabilità dell’ordine naturale di fronte all’insondabilità d’un effato divino, apodittico e dogmatico che mi definisce apice della creazione o verme della terra, secondo le circostanze.

Sono nudo, e proclamo la mia non-sudditanza, la mia non-schiavitù, la mia non-sconfitta. Non sono un Giacobbe che lotta con Dio. Non ne cerco uno che m’inquadri in ruoli immutabili e prestabiliti.

Sono nudo ma non sottomesso, perché mai ho scelto d’esser soggetto a leggi imposte a sorpresa dall’alto, post eventum.

Sono nudo perché non riconosco il tribunale che mi commina pene proporzionate al mio pentimento.

Sono nudo perché nudità non è segno di nulla, né rivendicazione né sottomissione, né ribellione né resa.

Sono nudo perché non sto con un dio inventato a nostro danno, in nome del quale noi per primi giudichiamo noi stessi e il nostro operato. Perché non sono né Adamo né Eva, che prima trasgrediscono e poi, banderuole, chiedon nudi e sottomessi il perdono.

Sono nudo perché non sono in cerca di un dio. Perché non mi sento solo. Perché non ho vergogna di me, né di fronte ai miei simili. Non sono in cerca si un dio tappabuchi, stampella, risposta pronta ai miei dubbi, vanificatore d’inconsistenti aporie.

Sono nudo perché umano, autosufficiente, di nulla mancante, di nulla bisognoso. Men che meno di un confronto che mi veda sempre e solo perdente, che mi faccia vergognare di me, della mia superba non-appartenenza. Senza credo e senza certezze, se non quella d’esser vivo e bastante a me stesso.

Sono nudo perché sono libero.

L’uomo in rivolta


Presso la Sala Esposizioni del Castello Oldofredi di Iseo è stata inaugurata ieri sera (e durerà sino al 26 giugno prossimo) una mostra collettiva di 6 giovani artisti (tutti sotto i 30 anni): 3 italiani, un italo-argentino e due belgi. Uno dei ragazzi belgi, Laurent Trezegnies, ha avuto modo di frequentare la nostra Accademia di Brera con uno scambio Erasmus e comprende bene l’italiano. Il suo collega, Maxime Hanchir, capisce bene, legge meglio ma non parla molto.

Lungo la scalinata d’accesso al “castello”, sulla destra, è stato recuperato un cannone della guerra 15/18. Maxime ha stampato delle cartoline di pubblicità alla mostra dove viene ritratto seduto su questo cannone. Nudo. Sta leggendo un libro italiano che ha avuto una certa circolazione negli anni ’70: Principi generali della guerra rivoluzionaria di Cesare Milanese (Feltrinelli, 1970).

Cartolina per la mostra Contemporary Signs

In riferimento alla cartolina, durante l’inaugurazione gli ho chiesto se fosse naturiste. Mi ha risposto che non lo era, ma la cosa non lo toccava minimamente. Ha chiesto a me se lo fossi, e ho risposto di sì, raccontandogli in breve le esperienze e le cose fatte negli ultimi anni.

Al momento non conosco reazioni alla diffusione della cartolina. Penso che nessuno si sia sentito disturbato da questa fotografia, sebbene “dissacri” simboli e luoghi: il cannone e l’area del castello. Ad un artista vien perdonato. Altra stranezza d’artista, le sue letture. Più nessuno oggi leggerebbe mai un libro con quel titolo!

La mostra ha per titolo Contemporary Signs. Se la fotografia con cui gli artisti si presentano riassume i temi stessi, i contenuti del loro messaggio artistico, allora Maxime, nella sua posa, ci dà la chiave di lettura per tutti: un artista è un uomo in rivolta (per dirla con un noto romanzo di Albert Camus). Non tanto per essere programmaticamente controcorrente, stravagante ma sempre borghesemente à la page, ma qualcosa di più: prima di pensare di portare la rivoluzione nelle piazze, di predicarla alle masse; prima di pensare di essere dirompente col proprio messaggio, l’artista opera una revisione totale di sé, e solo quando ha colmato la propria misura, quando è totalmente révolté (sdegnato, ribelle, “scoppiato”),  da “nudo e puro”, si sente in diritto di dire la propria. Indipendentemente dal contenuto (accettabile o meno), ma semplicemente come gesto espressivo. Un’opera che prima di essere “artistica” è la testimonianza di una confessione, di una sovversione interiore, di un appello all’insurrezione generale verso una Liberazione (personale e artistica) che vale la pena di essere esibita, mostrata, proprio perché testimonianza concreta di vita, di vita personale – senza nessun CLN che l’abbia diffusa per radio in un 25 aprile uguale per tutti. Per questo ha scelto come carta d’identità la propria nudità, fino a spogliarla persino dell’effetto eclatante, ribellistico, provocatorio. Nudità è quindi la testimonianza di un evento interiore, di un percorso espressivo, ascetico al punto da trasformarsi automaticamente in azione, di un bisogno di comunicare senza bavagli preventivi, senza pudori ancestrali, ma come fatto normale, come fatto semplicemente umano.

Peccato rimanga un atto individuale “concesso” a titolo di stramberia a un giovane artista. Ma come segno di contemporaneità non passerà indifferente a quanti non si sentono ancora pronti ad essere révoltés, che non si sentono artisti, che non si sentono giovani… e mille altre categorie, idee, proiezioni, schemi mentali che abbiamo accettato come modello nel vivere nostro.

Il corpo e la spiritualità


L’ombra

Mi è capitato recentemente di riflettere sul rapporto fra corpo e spiritualità. L’occasione è stato un seminario sull’ombra. La teoria Junghiana prevede che l’equilibrio psichico sia dato da un sostanziale equilibrio fra le parti coscienti e le parti “in ombra”. Si parlava di “integrazione dell’ombra” nel sé dominante. Riflettendoci bene, anzi meglio, lasciando andare i pensieri dove più facilmente trovavan d’andare, sono giunto a conclusioni opposte a quelle proposte dal seminario e alle quali intendeva farci giungere.

Da una parte avevo posto sul piatto della bilancia la visione e la concezione del mio corpo così come si sono andate maturando in questi anni di pratica nudista. Un progresso un dietro l’altro, una continua e sempre più approfondita conoscenza e presa di coscienza della componente fisica del mio essere, un profilo sempre più composito delle componenti fisiche del vivere e della funzione vitale di ciascuna di esse (salute, sonno, dieta, benessere, aria aperta, natura, scelte di vita, umori, affetti, emozioni…).

Corpo e spirito

Dall’altra parte, concentrato com’ero su una sola parte di me (quella fisica) trascuravo la parte “in ombra”, diametralmente opposta, cioè il mio essere spirituale, la mia anima o quale che sia ogni altra concettualizzazione e definizione. O quel che per educazione ci siamo via via immaginati. Non è che questi distinguo servano poi effettivamente a qualcosa: mi pare confermino la fondamentale inadeguatezza del nostro pensiero nell’afferrare, nel definire, nel gestire questa nostra parte nascosta; quasi che avesse una inattaccabile, invulnerabile vita di per sé. E anche una sostanziale incomunicabilità.

E vedevo con chiarezza, durante la riflessione, che la ragione non era in grado neppur di sfiorare la natura dello spirito, non è lo strumento adatto. E percepivo che se lo spirito avesse fatto irruzione nella corporeità l’avrebbe accecato e poi ridotto in cenere, tanto era la sua energia: anzi, tanto era anti-materia.

Riflettevo poi anche sulle emozioni e sulla percezione di esse. Ne deducevo il profondo legame con la corporeità, piuttosto che con la spiritualità. Un’emozione ci attanaglia lo stomaco, ci paralizza, ci fa sprizzare di entusiasmo, ci accascia…

Satelliti orbitanti

Visualizzavo queste due componenti del nostro essere come forze orbitanti attorno ad un nucleo, una sempre diametralmente all’opposto dell’altra, eppure unite gravitazionalmente a quel nucleo che ne impediva la visione reciproca. Ciascuna componente era alla massima distanza l’una dall’altra, ma proprio questo permetteva un perfetto bilanciamento delle reciproche masse. Le due componenti vivevano una propria intrinseca energia, cercando di fondersi la perdevano, una cedeva all’altra, perdeva di peso e di forza, la sua funzione nell’equilibrio era indebolita. Omologare le due componenti equivaleva a una perdita di vitalità dell’intero sistema, di consapevolezza, di identità, di qualità della vita.

Tornando a casa alla fine del seminario percorrevo itinerari meno teorici. E riflettevo che l’irruzione della spiritualità nella vita del corpo provocava danni, depauperamento, giudizi negativi, perdita di forza e dignità; che identificavo con il concetto corrente che lo spirito sia in qualche modo superiore alla carne (con un pizzico di giudizio morale e di attribuzione di valore secondo una scala). Dall’altra parte constatavo come il sopravvento della corporeità sullo spirito creava egualmente scompigli, apparendomi ben evidente che il corpo fosse menomato di qualcosa di essenziale e ridotto quasi a carne da macello… o da cannone, quasi triturati dal tempo, dagli avvenimenti, dalla storia o dal destino, e mai agenti in prima persona, per scelta personale, ma sudditi di un potere più grande di noi (sia ideologicamente che materialmente).

La mistica e la pienezza del viver concreto

E per ultimo, riflettevo su noi nudisti che avendo respinto di 180° le ingerenze “spirituali” abbiamo riequilibrato il nostro rapporto con l’ombra. Non m’importa saperne di più, reintegrarla nel mio sé cosciente/dominante. Va bene così com’è. Non m’importa addentrarmi (o pretendere di potermi addentrare) nei campi della mistica, della trascendenza. Si farebbero senz’altro interessanti scoperte (santa Teresa, san Giovanni della Croce, Angelo Silesio, ma anche molti poeti e scrittori ci hanno provato). Sono in tutto da questa parte, dalla parte del corpo, l’unica che capisco immediatamente, senza parole, come ovvia evidenza. E giorno per giorno imparo a viverlo nella sua totale completezza, compattezza, vitalità, la carne saldata alle ossa. Non so e non cerco di esprimere queste sensazioni, queste vibrazioni e tensioni, in termini spiritualistici: rimanderebbero ad un mondo che mi sono inventato, che ho cercato di costringere entro l’imbuto del pensiero e della parola. Lascio le cose come stanno, lascio che le energie si influenzino reciprocamente, e son contento che son costruito così. Non sento la mancanza della parte spirituale. E quanto più mi basta la parte fisica, corporale, tanto più sento che lì, misteriosamente è insita la modalità affinché sia viva, è qui dove avverto che mi sento vivo, al presente, entro le coordinate della necessita del vivere solito, della mia quotidiana esistenza, fra routine e novità.

Tradimenti e ipocrisie


Il Male e la mela

La riflessione sulla nudità edenica non mi ha lasciato un momento. Riconsiderando il testo partendo dalle conseguenze (la punizione divina: 1) cacciata dal Paradiso Terrestre, 2) lavoro per vivere 3) dolori del parto – cose umane, responsabilmente, orgogliosamente, consapevolmente umane) e analizzando il significato delle parole ebraiche utilizzate, sono giunto a ipotizzare che Bene e Male non vanno intesi in senso morale, ma in senso fisico, in termini di piacere/benessere e dolore/fatica. Il termine usato per Male (ra) ricorre altre volte nella Bibbia e giunge persino a significare “malattia della pelle”, “ulcere” (cfr. Deuteronomio 28, 35: «Il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un’ulcera maligna, dalla quale non potrai guarire. Ti colpirà dalla pianta dei piedi alla sommità del capo» e Giobbe 2, 7: «Satana si ritirò dalla presenza del Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo»)

(Noto di passaggio che, per confondere ancor più le idee, la traduzione e tradizione latina giocano sull’assonanza fra mălum “male” e mālum “mela” mentre il testo ha solitamente lignum e una volta fructus).

La conoscenza

Su istigazione del “serpente” (immagine allegorico-mitologica per lo stimolo innato verso la conoscenza del mondo) i Progenitori scoprono e sperimentano l’unione sessuale (si “conoscono” in senso biblico), spinti da una naturale attrattiva o sull’esempio degli accoppiamenti animali e scoprono da soli il piacere e la riproduzione. L’immensa soddisfazione li riempie di “superbia”. Hanno la riprova che il serpente ha detto il vero, mentre Dio no; e la sua minaccia («Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete») non era vera. Per questo motivo, astutamente, nascondono le parti “colpevoli” di fronte a Dio; come si nasconde la mano dietro la schiena dopo aver tirato il sasso, come si punisce lo spigolo del tavolo contro il quale un bambino ha battuto la testa, o la mano che ha rubato.

Gabbadeo

Ma è una mossa ingenuamente scoperta: in realtà la nuova “conoscenza” è una malcelata sconfessione di Dio. La foglia di fico è una messinscena, una scusa, un tentativo di mascherare il tradimento avvenuto. Con Ovidio potremmo dire: Video meliora proboque, deteriora sequor (“vedo il meglio e l’approvo, ma seguo il peggio”). «Queste parole indicano la debolezza dell’essere umano, il quale, pur conoscendo ciò che è giusto, non riesce a seguirlo» [Wikipedia]. Chiaramente il “peccato” è un atto di ribellione e la foglia di fico il tentativo maldestro di nasconderlo.

Mi pare perciò di poter concludere che il pudore, la vergogna nel mostrarsi nudi sia sostanzialmente un tentativo ipocrita di manifestare una fedeltà a Dio, dopo averlo tradito nei fatti, e col determinato proposito di continuare a tradirlo – costi pure soffrire dolore e durare fatica.

Ulisse che nasconde il pianto

Ulisse che nasconde il pianto

L’etichetta

L’antropologia ci suggerisce che nascondere le parti impudiche non avrebbe un significato diverso che coprirsi il volto con le mani per nascondere un dolore (come Ulisse alla reggia di Alcinoo sentendo cantare le imprese di Troia: «L’eroe, la testa ascosa, piangea celato a tutti») o portarsi la mano alla bocca per attenuare un accesso di riso, una risata spontanea, impellente, irresistibile ma anche inadatta, smodata, eccessiva. È poco più che una semplice e banale indecenza, che non ha nulla di offensivo, sia nella pratica che nelle intenzioni.

Risata attenuata

Risata attenuata

Umanamente

Sarà anche un poco volgare per i benpensanti, per le persone a modino, per i melliflui moralisti, ma come Adamo ed Eva, scelgo da me come meglio mi piace vivere (anche se è il “peggio”): preferisco umanamente vivere nel piacere, nella soddisfazione (da satis facere, “accontentarsi del sufficiente, facendosi bastare il necessario”), nella fatica e nel dolore, piuttosto che votato cristianamente alla perfetta santità, alla compunta castità, continuando a fare egualmente tutto quello che fanno i pagani ma come di sotterfugio, da furbino che poi implora il perdono, non pentendosi mai veramente.

Non credo che Dio (se c’è ed è come dicono i teologi) goda sadicamente nel vedere le nostre rinunce e il nostro soffrire. Perché si deve meravigliar così tanto se Egli stesso ci ha fatto uomini così come siamo: responsabili, orgogliosi, consapevoli?

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