Archivio dell'autore: Vittorio Volpi

Campeggio 2017 (racconto) – 4


4

Tornando alla roulotte una valanga di pensieri lo costrinsero a rallentare il passo. Guardò davanti a sé, mentre finiva di asciugarsi i capelli. “Mi hanno visto nudo”, continuava a ripetersi. E non riusciva a capacitarsi né del fatto in sé, né delle conseguenze. Sapeva solo che era qualcosa da evitare col massimo scrupolo. Ma perché allora gli era venuta l’idea di farsi una doccia senza costume, se era proibito. Qual era la spinta. O era malato? Perverso? Un brivido gli corse lungo la schiena a questa parola, una tremarella alle ginocchia lo costrinse a rallentare ancor di più il passo. “Mi dovrò confessare? Chi sa se è peccato? Uffi, è tutto così complicato”.

Ma tra sé un altro pensiero gli rispondeva: “Tu lo hai voluto! Tu hai voluto fare questa esperienza. Per curiosità, per provare l’emozione, per tutto quello che vuoi, ma finalmente volevi vedere cosa si provava ad essere nudi, sapendo che gli altri ti potevan vedere. E ora questa esperienza l’hai fatta. Sai che cos’è, che cosa si prova. Non parli a vanvera”.

Si ricordava della morsa che aveva sentito alla nuca quando aveva voluto dare la “sbirciatina” a papà e una volta visto tutto, quella curiosità si era poi trasformata in curiosità per se stesso, come avrebbe reagito lui di fronte agli altri da nudo. Visto che il collegamento l’aveva pensato, tanto o poco doveva essere vero. E questo pensiero lo rassicurava, papà in qualche modo gli era vicino. Ed era anche contento di aver fatto tutto da sé. Pur rischiando, era stato lui a decidere. Non gli importava sapere se era segno dell’età, o per qualche altro motivo: ora era una sua esperienza. Un’esperienza fatta. E non servivano tante parole. Si immaginava il classico tema alla ripresa della scuola: «Descrivete l’esperienza più esaltante delle vostre vacanze». “Eh, boh, non saprei da che parte cominciare, mi ci vorrebbe un giorno a trovar le parole”.

Sentiva che era una mattinata magica e non si sarebbe stupito di incontrare tutte le persone nude, perché quel giorno era la festa del nudismo, e tutti si erano alzati con quest’idea in testa: prima il papà, poi lui, poi l’altro ragazzo… Forse dipendeva da una congiunzione astrale particolare, dal passaggio di una cometa, da un’astronave di alieni dietro la luna. Eppure, anche così frastornato, così confuso, così “tremarelloso”, si sentiva di essere ancora Fabio, il Fabio di sempre: e oggi era un gran giorno, era successo qualcosa di straordinario. “E papà? È diventato matto anche lui? E io, allora? Più matto di così! Però è anche bello; non mi sono mai sentito così bene, così su di giri. Accidenti che scherzi che fa l’uccellino in gabbia! Aveva proprio voglia di un giretto! Non avrei mai pensato che avesse questa potenza. E i peli? Chissà come sarà quando anch’io li avrò. Allora sarò un ragazzo grande.”

Si strofinò le braccia contro il busto a calmarsi il “friccicorino” che gli era ritornato dopo gli ultimi pensieri. Aveva ancora ben presente come stava bene sotto la doccia, pur col pericolo che arrivasse qualcuno, e il diesel nel petto che pompava energia, che lo avvolgeva in una cappa magnetica. “Come Superman! No, non può essere vero! Tutti siamo dei Superman. Una bella invenzione l’averci fatti così. Grazie Dio. E Adamo?…” ma i ricordi sfumavano, a catechismo raramente si stava attenti. “No! Lì no! Lì non andrei proprio bene, con queste idee. Nudi, neanche morti. Una bella differenza. A settembre deciderò se andare ancora all’oratorio. Da stamattina sono diverso, non sono più un pupazzo di pezza, il “Puffo schifezza” che strattonavo nel cortile e facevo ballare appeso a una corda”.

Si passò la salvietta sul petto, alzò lo sguardo lungo la strada, salutò una signora che andava verso i bagni. Gli arrivò spontaneo un profondo sospiro – ormai cominciava a notarli -. D’un tratto tutti i pensieri eran cessati. Si sentì un sorriso soddisfatto sulle labbra, si sentiva diverso, un poco più grande di quand’era uscito, solo mezz’ora prima.

Arrivò alla roulotte. Mamma e papà stavano chiacchierando alla fine della colazione. Fabio andò dietro la sedia del papà e gli abbracciò le spalle, gli diede un bacio sulla guancia sussurrando:

– Grazie, papi.

Ma senza volerlo l’occhio gli cadde sulla sua nudità. Alzò la testa e chiese:

– Posso stare nudo anch’io?

– No!

– Sì! – risposero all’unisono mamma e papà.

Fu la mamma la prima a riprendersi:

– Ma insomma che cosa vi succede a voi maschi questa mattina?

– Niente.

– Niente – risposero insieme Fabio e Antonio.

– Solo che almeno qui nella roulotte si potrebbe stare nudi – spiegò Fabio.

– Ah, no! Questo poi no! Con la gente che passa. Ma non vi vergognate? Così, dall’oggi al domani, vi alzate e, trac!, vi viene questa novità di star nudi. Ma da quando?

– Da oggi. Non è mai troppo tardi – si affrettò a dire Fabio. – Allora è sì?

– Fate come volete. Però mi meraviglio di te Fabio, che da anni non mi vuoi nel bagno e adesso tutto ad un tratto te ne vuoi girare nudo per casa. Oh, ma almeno a tavola, vi metterete qualcosa, eh?, anche solo per l’igiene.

Fabio si affrettò a togliersi il costume. E ricordandosi della doccia, lo mostrò trionfante:

– Asciutto! Ho fatto la doccia fuori, non sono entrato nelle cabine… Senza costume, naturalmente! Brrr. È stato fichissimo! Tutti che mi guardavano, ma non dicevano niente. Anche un altro ragazzo ha fatto come me. Siamo diventati subito amici.

– Ah, oggi si diventa amici quando ci si vede il pisello? Bei progressi!

– Così non ho bagnato nemmeno il costume, senti!

– Ma è vietato fare la doccia nudi, non hai letto il cartello? Ma cosa sta succedendo oggi? Il mondo si è capovolto?

– Wow! Va bene anche così! – concluse Fabio, e uscì fuori dalla veranda a fare una capriola. Rientrò che era raggiante.

– Ci vuol poco per entusiasmare un ragazzo – commentò Antonio.

– Chiamalo poco! Prima di sera ci rinchiudono tutti alla neuro.

Antonio rimase per un attimo sovrappensiero, scosso da troppe cose tutte insieme. Stava constatando che Fabio non era più il pupattolo che conosceva da 11 anni, ma d’un tratto era divenuto come un estraneo. E la cosa sembrava anche reciproca. E anche lui, Antonio, non era più semplicemente il “papà” che era prima. Sentiva che il rapporto era cambiato, stava cambiando: e proprio questi attimi gli sembravano tremendamente decisivi.

Non sapeva come. Sentiva che doveva stare molto più attento al suo piccolo, badargli di più, ascoltarlo di più. Non era più semplicemente l’amico più grande, il super-eroe, lo spaccamonti. Si mise a fissare Fabio per un momento che sembrò lunghissimo: si premette le labbra, fiero di avere un figlio in pieno rigoglio: un gran regalo! “Chi sono per Fabio?” Una bella domanda, una bella scommessa.

– Sei forte papà! – gli disse Fabio, spalancando gli occhi e premendosi anch’egli le labbra.

– Dai, mangia –, lo invitò la mamma… – E mettetevi qualcosa, che mi fate sentir strana… Se va avanti così chissà che cosa mi inventate prima della fine delle vacanze… Prima di sera! Con che luna vi siete alzati questa mattina, tutti e due? Non vi conosco più.

Ma si capiva che in fondo era contenta della nuova confidenza tra Fabio e Antonio, soprattutto dell’entusiasmo di Fabio. Che fosse l’inizio dello sviluppo? Allora gli faceva bene sapere proprio tutto, vedere tutto… Ma di fronte al prossimo pensiero si morse la lingua, per impedire anche solo di formularlo a parole: fare tutto. All’improvviso la testa le si era riempita di pensieri che passavano in fretta, troppo veloci per poterli fermare. Da qualche parte sarebbero andati a finire e una volta o l’altra li avrebbe poi ripescati. “Ho tutte le vacanze”, pensò fra sé.

– Dobbiamo fare un discorsetto noi due, uno di questi giorni, – disse Antonio rivolto a Fabio.

– Anche oggi! – aggiunse decisa e severa Donata.

Fabio si sedette per la colazione, cercando di non badare ai pensieri che gli premevano in testa, pensieri che gli venivan da fuori, non suoi;e sopra tutto lo sguardo della mamma, che gli pareva fin troppo severo, gli stava cancellando tutta l’euforia della mattinata.

Poco dopo si alzò di scatto, corse dentro la roulotte e ne uscì coi lunghi bermudoni da bagno. Non disse nulla. Si sedette e ricominciò a mangiare. Per qualche minuto nessuno parlò. Mangiava rumorosamente, ogni suono sembrava amplificato. Si avvertiva una tensione nell’aria, da poterla tagliare. Ma d’improvviso lasciò la colazione a metà e uscì senza salutare; corse verso la spiaggia. Arrivato in cima alla duna, lo vedevano che dava calci alla sabbia.

“Perché deve essere tutto così maledettamente complicato?” pensò Antonio, e senza volerlo batté un pugno leggero sulla tavola. “Eh, ma siamo noi a complicarcele però le cose, Dio santo!”

– Ma che cosa vi è saltato in mente a voi due questa mattina? – chiese Donata con lo stesso tono severo.

– Nulla. Hai visto anche tu.

– Ah, per te stare nudo davanti a tuo figlio non è nulla.

Antonio non replicò. Entrò nella roulotte e indossò i suoi bermuda.

– Beh, io vado in spiaggia un momento.

– E vedi anche che cosa fa tuo figlio.

Antonio non capiva questo tono così perentorio tutto all’improvviso, quasi di rimprovero. E scrollò la testa. Donata lo notò:

– Ma dobbiamo parlarne… – e la frase quasi le si bloccò nella gola.

Disordinatamente raccolse le tazze e le posate della colazione e le portò al lavello. Chiuse con forza esagerata il sacchetto dei biscotti e lo gettò con malgarbo nell’armadietto. Inumidì una spugna e la passò con forza sulla tela cerata, malcelando l’agitazione che la travolgeva; prese lo strofinaccio e l’asciugò e poi si lasciò cadere sulla sedia, sfinita. Appoggiò i polsi della mano contro gli occhi e per qualche minuto rimase immobile.

Antonio trovò subito Fabio, senza nemmeno doverlo cercare. Aveva trovato un posto in alto contro la duna, ombreggiata dagli oleandri e altri arbusti. Giocava con la sabbia, prendendone spizzichi e gettandoli davanti a sé, come ciottoli da gettare nel fiume.

Appena vide il papà si spostò un poco per fargli posto accanto a sé. Sapeva che Antonio non avrebbe mai osato disturbarlo nella sua privacy, così come non era mai entrato nella sua camera se non invitato.

Antonio si sedette accanto a lui. Senza parlare. Del resto nemmeno Fabio sapeva da che parte cominciare.

Dopo un po’ di tempo trascorso in silenzio, Fabio strinse a due mani il braccio del papà e gli appoggiò la tempia contro la spalla. Antonio si strinse un poco e gli abbracciò la schiena.

– Ho cambiato idea a proposito del discorsetto.

– Ho capito: me ne farai due! – scherzò Fabio.

– Non lo farò né oggi, né mai. Invece ti prometto che risponderò a tutte le tue domande, ma proprio tutte, dicendoti solo la verità. Almeno quella che so io. Cercherò di essere chiaro il più possibile. Senza peli sulla lingua…

Fabio si lasciò sfuggire un sorrisino allusivo che Antonio non colse.

Rimasero a lungo in silenzio a guardare il mare e la spiaggia che cominciava ad animarsi. Stare insieme in silenzio non pesava loro, anzi, sembrava fosse proprio quel che cercavano.

Fabio percepiva un susseguirsi di domande che non giungevano a diventare parole chiare e precise. La presenza di Antonio bastava a farle svanire come bolle di sapone che anneriscono.

Dopo un po’, Fabio si stufò della posizione e si sedette normalmente. Prese la mano di Antonio e cominciò a giocherellare con quella. Dopo un po’ che giocava, non gli pareva nemmeno più che fosse quella di qualcuno, attaccata a papà. Se la distese sulla coscia, allargò le dita e si divertiva a saltarellare con le proprie dita fra le dita della mano di Antonio come fanno i boy-scout col pugnale. Il gioco cominciò a divertirlo. Poi smise e guardava lontano verso il mare. Antonio lo guardò per riuscire a capire qualcosa, ma non ritrasse la mano. Fabio avvertiva la presenza di quella mano: ora piano piano gli si ricomponeva anche la figura del papà seguendo il percorso del braccio. Appoggiò la propria su quella del papà.

– Dopo questa mattina… – diceva Fabio, – dopo che ci siam… visti… ehm… il pisello… non ci son più segreti fra me e te. È anche una cosa strana, però nel complesso mi sento contento. Sono contento che ci sei, che volendo posso chiedere, mi puoi aiutare a capire.

Antonio inghiottì, impacciato come non mai. Non aveva mai sentito tanto affetto per il suo Fabio, tanta tenerezza, tanto desiderio di proteggerlo, stupito di quanto gli fosse caro al mondo, in questo modo, con questa intimità, con questa profondità. Torse il busto per vederlo in volto. Mai gli era parso così bello, così perfetto, così “di burro”. Ma l’espressione di Fabio era seria, non l’aveva mai visto così serio. Era tesissimo, tremava, quasi, sull’orlo del pianto. Avesse sbagliato qualcosa nella risposta, nel tono, lo avrebbe deluso. Irreparabilmente. Lo avrebbe perso per sempre. “Non adesso!” si disse.

Fabio lo guardò fisso negli occhi:

– Che cos’è fare l’amore, papà? Come si fa? È questo alla fine che voglio sapere. I miei compagni o non lo sanno di preciso o si vogliono tenere il segreto per sentirsi importanti.

E davvero stava quasi per piangere, come se le mancate risposte alle sue domande fossero state personali sconfitte, domande che ormai non poteva più fare, risposte che ancora non si meritasse. Lo facevano sentire in ritardo sugli anni che aveva. Gli altri sapevano già tutto, e lui no.

– E poi, perché non si può stare nudi?

– Non sta bene…

– Perché non sta bene?

– È una specie di abitudine. Non lo so perché. Non lo so di preciso. Per questo stamattina anch’io mi sono un po’ ribellato. Anch’io voglio sapere di più, voglio provare.

– E invece io lo faccio, anche adesso. Non m’importa di nessuno! – si adagiò sulla schiena e si sfilò i bermuda. – Non m’importa della vergogna. Non la voglio più sentire. Mi soffoca.

– Qui siamo abbastanza lontani dalla gente, nessuno ti vede. Fai come vuoi, come ti senti.

Ma, inaspettatamente, Fabio coi bermuda stretti in una mano si alzò in piedi con le braccia in alto:

– Mi piacerebbe gridare: “Ehi, sono qui, sono nudo, sono io! Bello come il sole!” – e si mise a sghignazzare.

– Siediti, matto! Ti compatirebbero perché sei ancora un ragazzino.

Antonio rifletté un poco, colto da un pensiero che gli stava attraversando la mente:

– Però un giorno lo facciamo, promesso. Non qui, ma in montagna, di fronte a un gran panorama. Lo griderò anch’io… Lassù non m’importa tanto se la gente mi vede. Lassù non ho vergogna.

Fabio si stupì che anche il papà provasse vergogna di qualcosa. Ma un’altra domanda premeva di più:

– Quando?

– Una domenica dopo le vacanze.

– Sicuro che vengo… ma lasciamo a casa le donne.

– Vedremo. Magari, basta che ci allontaniamo un po’ da loro.

– Ma non penseranno che siamo frocetti?

– No! Che domande fai? Che cosa te lo fa pensare?

– La faccia della mamma questa mattina. Ce l’aveva proprio stampato. Ma non so bene che cosa vuol dire esser frocetti. Non so che cosa fanno.

– Sarà meglio che te lo spieghi un giorno o l’altro.

– No, subito, visto che è capitato oggi e riguarda noi due.

 

Fabio e Antonio rientrarono circa un’ora dopo e senza aver fatto nemmeno un bagno

Fabio non aveva voluto rimettersi i bermuda e li teneva in mano.

Le persone che li incontravano lo salutavano lo stesso. Accompagnato da papà era un’altra cosa.

– Mi devo rimettere i bermuda? – aveva chiesto Fabio prima di partire.

– Fai come ti senti. Nessuno ti dirà nulla.

– Allora non me li metto, – stupendosi che quel che aveva desiderato anche solo vagamente si stesse materializzando in un fatto. Che fosse bastato volerlo, immaginarsi di tornare nudo alla roulotte per sentirsi di poterlo fare: era un po’ come avere dei super-poteri. Non era tanto il senso di sfida, quanto la magia particolare di quel momento. La brezza che spirava sulla duna lo avvolgeva, si percepiva in ogni centimetro di pelle, e proprio da questa totalità, così rara, gli veniva quel senso di magia, di eccezionalità, di cosa in tutto buona e perfetta. Si sentiva al centro di tutto, intercettato dal puntatore del laser quando mirava ai mostri da uccidere nel videogioco.

Campeggio 2017 (racconto) – 3


3.

Alzando il piede sul primo gradino della roulotte, Fabio si era come paralizzato, si grattava la testa per un pensiero balengo che gli era caduto dal cielo come una meteora: gli aveva punto vaghezza di fare la doccia non in cabina, ma fuori, dove c’erano le docce aperte, dove ci si risciacquava tornando dalla spiaggia. “Per paura che possa farti una vipera, è sempre meglio vederla una volta che morir di terrore ogni volta che ne senti anche sol la parola”.

L’aver visto il papà nudo lo incoraggiava, e forse era stato proprio questo fatto a far girare le rotelle a velocità supersonica. Era come un contagio, si sentiva dentro una specie di febbre, di fuoco che lo divorava, ma nello stesso tempo gli dava anche forza e entusiasmo; ma se anche papà lo faceva, in lui avrebbe avuto un alleato sicuro. Era bastata l’idea, il proposito, e poi “il coraggio e l’ardimento” erano arrivati da sé. E se li sentiva dentro i muscoli, mentre si toglieva il pigiama. Ed era impossibile resistere – e forse nemmeno voleva resistere. E nello stesso tempo si sentiva appoggiato, incoraggiato, al sicuro, come dentro una magia che gli era per caso riuscita. Era una cosa da fare. Toccava a lui. Ed era pronto. L’avrebbe fatto, anche se si sentiva come un automa, il cervello già programmato, irreversibilmente, capitasse quel che doveva capitare. Aveva deciso, era sicuro che l’avrebbe fatto, o almeno provato, bisognava vedere quanta gente ci fosse alle docce… ma l’avrebbe fatto egualmente. Giurato. Sentì caldo alle ginocchia, potevano cedere dall’emozione da un momento all’altro. Stare nudo non era una cosa da poco. Praticamente non l’aveva mai fatto.

Preparò la salvietta su uno sgabello vicino, prese dalla borsa il bagno-schiuma e lo mise sulla piccola mensola della doccia. Ritornò allo sgabello: adesso era il momento! Tossicchiò, aveva la bocca secca. Una vampata di caldo gli salì fino alla faccia.

Il fatto che non ci fosse nessuno era incoraggiante. Infilò entrambe le mani sotto l’elastico e le allargò verso i fianchi: così gli sembrava un gesto più facile e allo stesso tempo preciso e veloce. Si abbassò il costume: eccolo il lumachino; il cuore si mise a palpitare più forte, nella mente gli ronzarono in loop disordinato frammenti di una canzone: “e tutti quelli che passeranno – io mi sento di morir – diranno che bel fior!” All’altezza delle ginocchia fu bloccato da un ultimo ripensamento: arrivò dalla mente la frustata del proposito e allora continuò; prima uno e poi l’altro, sfilò i piedi dal costume.  Lo appoggiò sullo sgabello.

Da nudo era come se le pareti avessero mille occhi. Si guardò dal petto fino ai piedi: era nudo, senza ombra di dubbio, la pelle palliduccia bisognosa di sole ed aria aperta, la bestiolina un bianco vermicello. Il tremore aumentò, si sentì pervadere da una specie di scossa, vrrrr, che lo teneva compatto. Si strinse il busto nelle braccia, ma non diminuiva. Sentiva che avrebbe potuto perdere i pezzi da un momento all’altro, come in un ascensore in discesa. Prima non aveva fatto caso all’aria, adesso se la sentiva quasi premere contro la pelle, lo toccava “dappertutto”, come un soffio, una carezza, “l’aria mi ha trovato; se mi accarezza vuol dire che a suo modo mi vuole bene” pensava. “Prendi un po’ d’aria anche tu, cucciolotto” pensava fra sé rivolto al suo lupacchiotto. “Oggi ti faccio il battesimo dell’aria, paracadutista… Salvami tu!…”

Non voleva badarci più di tanto, ma si sentiva tutto concentrato sul suo cosettino, come se attorno ad esso vorticasse il cono di un ciclone. Oggetto di tali e tante attenzioni, il bortolino non stava più in sé dalla contentezza, prese lui l’iniziativa e, incurante di Fabio che cominciava ad arrossire, s’impennò. Fabio lo schiaffeggiò come per rimproverarlo, ma era troppo buffo vedere come ritornava ancor più sbandierato ad ogni colpetto, come una molla, come un cagnolino rampante al ginocchio che volesse solo giocare.

Temette di scivolare sul pavimento bagnato mentre andava sotto il getto.

Aprì il rubinetto; era il primo della giornata e dovette attendere che l’acqua si scaldasse.

Le ginocchia altroché se si erano indebolite. Aveva il fiatone come avesse fatto una salita e il cuore batteva – anche lui di sua iniziativa – e non riusciva a fermarlo. “È tutto normale” si ripeteva automaticamente per calmarsi. “Macché, tutto normale. Sto scoppiando per l’emozione, ma non ci rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Io sono il mondo!”

Da dove gli fosse venuta quest’ultima frase proprio non lo sapeva. Non ricordava di averlo letto in quei libri noiosissimi che doveva leggere per scuola, uno al mese; o forse era di una canzone che aveva sentito cantar dalla mamma.

Gli pareva di avere gli occhi anche dietro e controllava se sentiva il rumore di passi. Decise in quel momento che sarebbe rimasto lì, inchiodato, come aveva deciso – come voleva!, – che non sarebbe fuggito a rimettersi il costume, a costo di fingersi Tedesco. Poco dopo arrivò l’acqua calda, lo aiutava a calmarsi, respirava; ma il fremito non accennava a diminuire. Il corpo era un alveare, ne sentiva il continuo ronzio. Eppure gli pareva anche di essere colmo di una forza sconosciuta, il serbatoio strapieno di un’energia sul punto di scoppiare. Si sarebbe ricordato di questo momento!

Capì anche che era una cosa tutta sua, una sua decisione: nessuno lo aveva obbligato e non voleva imitare nessuno: chi, caso mai? Non era importante capire subito a che cosa servisse: lo stava facendo e basta, lo stava facendo adesso. Ne stava combinando una grossa, questo sì, ma per nulla vi avrebbe rinunciato, come rubar le ciliegie nel campo vicino alla ferrovia.

L’acqua gli stava calmando i pensieri. Senza il costume, sembrava aderisse meglio al corpo. “Anche a casa faccio la doccia, ma non è come adesso. Anche a casa sono nudo nel bagno, ma non è come qui” e senza volerlo si chiedeva quale fosse la differenza. Se fosse entrato qualcuno si sarebbe sentito schiattare. Ma voleva anche sapere come avrebbe reagito. Voleva fare anche questa esperienza. Più ci pensava, più gli arrivava questo misto di forza e paura. Mentre lo riponeva sul ripiano, vide il flaccone del bagno-schiuma che gli tremava vistosamente nella mano: “è l’alzheimer” si disse per prendersi in giro, “le esperienze fanno invecchiare prima del tempo”. Il pensiero l’aveva divertito e lo distrassero un po’, il giorgino ridiventava normale.

Proprio in quel momento sentì ciabattare dietro di lui. Non si voltò: una statua di sale. Chiuse il rubinetto e attese che l’acqua sgocciolasse. Si aiutò con le mani. E intanto pensava a come venir via dalla doccia, da quale parte voltarsi. Doveva coprirsi l’ambrogino?

In quell’istante un ragazzo di qualche anno più grande di lui aprì il rubinetto della doccia vicina. Con la coda dell’occhio vide che anche lui era nudo; aveva i peli, e il suo era più grosso. Chiuse gli occhi e abbassò la testa, ma l’immagine gli era rimasta impressa negli occhi. Per mandarla via si scrollò la testa. “Forse è Tedesco”. Lo guardò in volto e vide che gli stava sorridendo. Anche Fabio sorrise, ma un po’ impacciato.

– Fai pure! – gli disse il ragazzo grande. – Non badare a me. Sono abituato.

Fabio rimase incollato a guardare la sua bocca, ad ascoltare le sue parole. Non credeva fosse Italiano. Si sentì un po’ più calmo, un po’ più sicuro. L’imbarazzo era quasi sparito. Sentì che poteva essere suo amico.

“Abituato” continuava a ripetersi Fabio. “Nudo e abituato. Ma come fa?” La cosa gli sembrava inverosimile e straordinaria. Riaprì la doccia e si dette un’altra insaponata.

– Ma non avevi finito?

– Ho sentito che arrivavi…

– E hai avuto paura.

– Anche un po’ di vergogna. È la prima volta.

– La prima volta che fai la doccia in mezzo a tutti?

– Per fortuna non è arrivato nessuno.

– Ma poi hai avuto vergogna di me! È così?

– Sì, è così.

– Ma va’ là, sciocchino. Ricordati questo: sarà anche la prima volta che ti fai vedere nudo, ma anche l’ultima che sentirai vergogna degli altri!

Fabio stette in silenzio a ripetersi le due frasi: sentì la voce di un altoparlante in uno stadio olimpionico: “Ed ora Fabio Sciocchino, numero 11, Italia, al salto con l’asta”, mentre una panoramica gli mostrava gli spalti gremiti e vocianti; poi un atleta (sapeva che era lui): dopo una breve rincorsa si staccava da terra (“la prima volta”), saliva su, su, per più di cinque metri, superava l’asta (“non sentirai più vergogna”) e poi si lasciava cadere giù di peso sui materassoni di gommapiuma.

– Non c’è niente di cui aver vergogna. E se ce l’hai, fattela passare.

Gli si avvicinò e gli strinse un braccio:

– Ehi, sei tu che comandi! – dandogli poi a mo’ di conferma una leggera pacca sulla nuca.

Le parole del ragazzo lo stavano confondendo ancor di più. Si risciacquò deciso ad andarsene.

– E adesso te ne vai? Rimani ancora un po’. Goditi questo momento.

– Ma se arriva altra gente?

– Fregatene! Mica sanno che tu sei qui a mostrare il tuo stra-mega pisellino e fai pagare l’entrata!

Fabio ridacchiò. Il ragazzo grande vedeva la situazione da un altro punto di vista. Fabio si sentiva sollevato, più leggero, persino contento. Cominciò a dimenarsi come un cantante rock: rideva, scalciava, gridava, si sbracciava.

– Sei tutto matto! – commentò il ragazzo.

– Sei qui al campeggio anche tu? – chiese Fabio.

Il ragazzo colse al volo lo spunto:

– No, sono solo di passaggio. In realtà vengo da Marte, e sono in incognito, sono un extraterrestre e sono qui solo per te. A te lo posso dire, perché sei simpatico. Stiamo studiando i Terrestri perché sono troppo strani, troppo divertenti. Guàrdati te come sei matto! – disse il ragazzo, divertito lui per primo della storia che si era inventato lì per lì.

– È bellissimo – disse Fabio, come facendo il punto della situazione.

Gli venne di tirare un sospirone, come quando ci si stiracchia.

– Adesso devo andare… ma domani ritorno… se non sarai già ripartito… Ma non sei un marziano vero? Vero? – e si mise a ridere sentendo i due vero così diversi uno dall’altro.

Il ragazzo gli passò una mano sui capelli:

– Da nudi ci sentiamo tutti un po’ marziani, ma siamo sempre noi. Prima non riuscivamo a vederci. Forse vediamo una parte di noi che non abbiamo mai visto…

– Eh, certo! – ridacchiò Fabio, interrompendolo. Aveva capito al volo di quale parte si trattava. Ne approfittò per premersi fra le dita la punta del suo gnagnerottolo perché vi avvertiva un certo pizzicorino… altre volte sarebbe collassato di colpo, uno strafulmine lo avrebbe incenerito, come nei cartoni animati. – Scusami tanto, coi vestiti mica si vede…

– No, cos’hai capito? Dicevo che stranamente, quando siamo nudi, non ci vediamo solo di ossa e di carne, ma come trasparenti, quasi di gelatina e riusciamo a vedere quella specie di aria solida che ci sostiene.

– Sei proprio un Marziano! Ma spiritoso!

– Può essere. Ciao, a domani.

Senza che se ne fosse accorto, nel frattempo altri campeggiatori erano entrati alle docce. Mentre ritornava allo sgabello dove aveva la sua roba, Fabio li guardava, ma con meraviglia vedeva che non facevano caso a lui, come se l’essere nudi fosse una cosa normale. “Infatti sotto i vestiti siamo sempre nudi” pensò. “Mah, forse non ci fanno caso perché sono ancora piccolo… Argggh (stridore di freni, rumore di pneumatici: non era più un bambino! Sia chiaro!) Ma non guardano neanche l’altro ragazzo!…”

Fabio si incappucciò con la salvietta per asciugarsi i capelli e, quasi si trattasse di una specie di gioco a nascondino, stava pensando che gli stavano vedendo il bianco cavolino, pisellino, fagiolino, cipollino, scalognino, verdurino… ma con la faccia coperta era come non fosse più il suo, che non fosse più lui quello nudo. Si attardò a considerare questo pensiero, che gli pareva strano, ma anche decisivo. “L’essere nudi riguarda anche la faccia”: si annotò la frase nella memoria.

Quando ebbe finito si rimise il costume; prese salvietta e borsina, pronto per uscire. Si volse verso il ragazzo ancora sotto la doccia per salutarlo… e ridare un’occhiata al suo “pisellone peloso” (le parole, messe insieme così, lo facevano ridere – con quello di papà eran già due piselloni pelosi. Tutta una vita senza vederne uno, se non al computer e poi due vivi nel giro di un quarto d’ora! Ma che cosa stava succedendo?)

Vide che il ragazzo stava scuotendo la testa:

– Sei dei nostri oramai. Hai fatto il gran passo. Batti un cinque! – e tutto gocciolante uscì da sotto la doccia per battere un cinque con Fabio che gli stava andando incontro.

– Buttalo il costume, che ormai non ti serve più.

– Ed è meglio! – gli scappò detto a Fabio.

– Giusto! È meglio!

Fabio non riusciva a capire tutto. Sorrise al ragazzo, ma si sentiva di avere un sorriso da ebete.

– Va’ là, che imparerai presto! Sei bravo!

“Addirittura bravo?” pensò Fabio.

Sorrise di nuovo al ragazzo, e il sorriso era proprio cambiato.

Campeggio 2017 (racconto) – 2


2.

Sentì Donata che si stava alzando. La udì che scendeva i gradini.

– Hai già bevuto il caffè?

– Sì, lo sto finendo.

– E a me non hai pensato?

– Faccio subito, scusa. Pensavo volessi dormire ancora un po’. – E rientrò.

– Ma tu sei tutto nudo. Fuori dalla veranda? Ma sei matto?

– Dai, non è passato nessuno.

– Non si sa mai. Vai a metterti almeno il costume.

– No. Fin quando non si alzano i ragazzi. Vai a farti la doccia che intanto ti preparo il caffè.

– Però mettiti qualcosa che non è igienico. Mi fa senso pensare che il caffè l’hai fatto che eri nudo.

Antonio ridacchiò mentre andava a prendere la macchinetta e la lavava sotto la gomma del lavello.

– Guarda che sta passando qualcuno. Non farci fare brutte figure.

Antonio continuò a lavare la moka. Guardò fuori dai finestroni di cellophane, indifferente. Il signore che stava passando in accappatoio fece un accenno di saluto e proseguì.

– Non fare stupidaggini, intanto che vado a lavarmi.

– Sta’ tranquilla.

Prese dalla piccola dispensa il pane, il succo, la marmellata, il burro, i tovaglioli e imbandì la tavola come stesse aspettando la regina d’Inghilterra.

Quando Donata tornò, si meravigliò della ricca colazione.

– Dai, rivestiti che si svegliano ragazzi.

– Mbèh, dopotutto siamo una famiglia…

– Non vuol dire.

– Mi piacerebbe cominciare…

– Ma tu sei matto! Che cosa hai sognato, stanotte? A proposito, dov’eri andato?

– In spiaggia!

– Ah! A veder le ragazze che fanno il bagno di mezzanotte, eh?, sporcaccione! Ti ricordo che sei un uomo sposato e con prole. Certe cose lasciale fare a chi ne ha l’età.

– Invece no! Anch’io ho fatto il bagno nudo e mi è piaciuto moltissimo!

– Ah, è ritornata la moda. L’hai letto su internet?

Antonio si sentiva invulnerabile alle critiche e alle riserve di Donata. L’esperienza fatta a mezzanotte e il sonno ristoratore che ne era seguito gli davano la sicurezza di esser nel giusto. Oltre ogni argomentazione. Non voleva far polemica con Donata. E d’altro canto si sentiva di non esser completamente nel torto: si sorprendeva che questa sensazione di sicurezza gli provenisse non tanto da un ragionamento razionale, ma dal benessere che si sentiva nel corpo, dall’aria che gli scivolava sulla pelle e lo avvolgeva, dal fresco del mattino che lo corroborava. Eran “ragioni” talmente evidenti, talmente reali che non stava a pesarle col bilancino dei sillogismi.

Versò il caffè a Donata.

– E non venirmi troppo vicino… che non va bene a tavola.

– A me sembra di essere più pulito adesso che con un costume fradicio d’acqua e di sabbia.

– Ma almeno sei coperto!

Antonio si sedette su una sedia. Sorrise sotto i baffi perché con la tovaglia che lo nascondeva aveva accontentato Donata e non si era dovuto rivestire. Cominciò a spalmarsi la marmellata su una fetta di pane. Nessuno parlò per qualche minuto. Poi tutto ad un tratto, sincronizzati al millesimo, entrambi dissero qualcosa ma non riuscirono ad ascoltarsi e si misero a ridere. La risata, aveva almeno sciolto un po’ la tensione.

– Dai vestiti. Ho sentito Fabio che si sta alzando.

Ancor prima che finisse di dirlo, Fabio era comparso sulla porta della roulotte. Con la manica del pigiama si stava sfregando gli occhi e intanto sbadigliava:

– Che cosa c’è per colazione?

– Novità! – rispose Donata. – Guarda un po’ tuo papà!

Fabio non aveva ancora notato che il papà era nudo. Per un attimo non seppe se ridere o che altro fare, tanto era grande la sorpresa.

– Non ti ho mai visto nudo!

– C’è sempre una prima volta. Sono ancora quello di prima. Non c’è nulla di strano.

Fabio ridacchiò ripensando alle parole “non c’è nulla di strano”.

– Non c’è nessuno che va in giro nudo e mi vieni a dire che non c’è nulla di strano?

Si puntò l’indice contro una tempia e lo girò alcune volte.

Ma intanto moriva dalla curiosità di “dare una sbirciatina”, e allo stesso tempo non voleva mostrarsi troppo curioso. Sentiva anche un certo “rispetto” per papà che lo tratteneva, un misto di rispetto vero e prorpio e una certa vergogna per lui, una specie di pietà, di commiserazione: fosse stato un estraneo, avrebbe “guardato” fino a saziarsi, fino alla noia, per poi ricominiciare: la presenza faceva la differenza con quel che poteva trovare su internet, la presenza dal vivo moltiplicava le senzazioni, la confusione, l’ebbrezza che lo straniva; avvertiva un richiamo forte per queste scene. Capiva bene la differenza fra fantasie, immagini e la realtà… la vita! Le prime due, così fuori dal tempo, dallo spazio, dalla presenza gli parevan senz’anima. Suo papà invece era lì, presente, nudo, eccezionale, adesso, ci poteva parlare, era vero; sarebbe cambiato anche il suo modo di vederlo, di considerarlo papà: una rivoluzione, ma si sentiva pronto a tutto perché di questa concretezza, di questa vita e verità, di questo percorso, di questa esperienza sentiva di avere grandissimo bisogno, la cosa più importante: sapeva che l’avrebbe cambiato, ma bambino non poteva più restare: oggi doveva succedere, da oggi non lo sarebbe più stato. Pensieri che gli riempivano il petto fino a scoppiare: ma ora con papà sarebbe stato diverso, d’ora in poi sarebbe stato tutto diverso, sembrava più che in invito: era già lì, già fatto il gran passo, già deciso. Adesso stava accadendo, adesso il momento culminante, d’ora in poi, guai a chi lo avesse chiamato ancora bambino. Papà aveva avuto il coraggio di essere nudo di fronte a lui, si rese conto che l’aveva fatto anche per lui. Non l’aveva fatto fregandosene di lui, ma insieme a lui, e questo l’aveva fatto sbocciare, aveva fatto sbocciare ambedue, e lui, ora, doveva trovare il coraggio di esser ragazzo. Papà lo avrebbe potuto aiutare, ma solo lui poteva decidere di lasciarsi l’infanzia alle spalle. Anche lui doveva provare cosa significa essere nudo, guardarsi dentro e mettersi di fronte agli altri per quello che era: nulla di più, nulla di meno. E vedeva che adesso era il momento, adesso stava cominciando il cambiamento. Papà lo aveva provocato, sfregato come fosse un fiammifero, si era trasformato in luce, calore e energia. Ne aveva voglia di inghiottire, i pensieri lo tartassavano, una caterva di sensazioni lo strattonavano di qua e di là: un’alluvione. E se non avesse bevuto, tutta quell’acqua l’avrebbe travolto.

La voce della mamma lo distrasse dai suoi fitti pensieri:

– Oggi va così, mio caro! – disse Donata, con un tono di voce più alto, come parlasse da lontano.

– Non penserai di andare in spiaggia così, vero? – chiese Fabio. – Mica è un campeggio di nudisti.

– Già fatto!

Fabio rimase paralizzato con la fetta di pane imburrato fra i denti.

– Quando? Questa mattina?

– No, questa notte a mezzanotte.

– Come una volta?

– Sì, come una volta. Ma è bello anche oggi.

– Questa notte provo anch’io. Ma tu non venire, – ma nel dirlo aveva già cambiato opinione: s’era accorto d’aver detto una frase a memoria, d’aver parlato per vecchia abitudine.

– Ok. Quando rientri tu, andrò io.

– Voi due siete proprio matti da legare! A me non chiedete niente?

– Vieni anche tu! – propose Fabio candidamente. – Più si è, meglio è. E anche Clara… ma di sicuro non le piacerà, è il solito Bastian contrario.

– Non sta bene farsi vedere nudi dai propri figli, – sentenziò Donata.

Nessuno replicò. Tabula rasa sull’argomento.

– Ma ci starai ancora per molto tempo, nudo, papà?

– Almeno qui nella nostra roulotte…

– Sì, ma quando si sveglia Clara, voglio vederti, – sghignazzò Fabio.

– Finisci la colazione e vai a lavarti. Voglio che fai qualche compito prima di andare in spiaggia.

Fabio rientrò nella roulotte e ne uscì poco dopo in costume, salvietta e la borsa da toilette.

Campeggio 2017 (racconto)


Mentre Emanuele compie la sua impresa, vi offro alcune puntate di un racconto, per ingannare il tempo fra una tappa e l’altra del tracciatore GPS.

1.

Il signor Antonio Gasparri frequentava il campeggio La Pineta almeno da più di dieci anni: Fabio aveva solo un anno quando erano andati la prima volta e Clara cinque. Aveva comperato una roulotte di seconda mano. Il primo anno si era fatto aiutare dal fratello, soprattutto per montare il parasole davanti alla veranda. Poi aveva imparato a fare da sé, aiutato validamente dalla moglie Donata.

Di solito ci andava in agosto, quando tutti facevano le ferie e il campeggio era sempre affollato. Le famiglie vicine avevano stretto amicizia e si telefonavano anche durante l’anno, per Natale o qualche compleanno.

Quest’anno, invece aveva preferito le prime due settimane di luglio: “le giornate sono più lunghe. Ad agosto si sente che le vacanze stanno per finire. A luglio invece le abbiamo ancora tutte davanti.”

Fin dalla prima sera il signor Antonio non riusciva a dormire. Non per il caldo, ma forse semplicemente il cambio d’ambiente. Si rivoltava nel letto, prendendosi ogni tanto dei pugni leggeri dalla moglie:

– E sta’ un po’ fermo, che non mi lasci dormire.

Poco prima di mezzanotte udì dei passi provenir dal vialetto e voci sommesse e sorrisini. Era un gruppo di ragazzotti e qualche ragazza che si stava dirigendo verso la spiaggia. Prima di arrivare alla duna alcuni si erano già spogliati: “Ah, già! Il bagno di mezzanotte”. Una cosa normale che si fa da ragazzi…

Si girò su un fianco e gli sembrava che la novità lo avesse calmato e potesse prender sonno. Ora la mente era occupata dal pensiero di quei ragazzi e ragazze che facevano il bagno nudi e si godevano il fresco della notte, lasciandosi asciugare l’acqua alla brezza del mare.

Quasi automaticamente si sfilò le mutande. Sentiva un principio d’erezione, ma senza pensieri, “in bianco”, si premette il bacino contro il materasso e avvertì il turgore crescente. Sapeva cos’era: non era il sesso, ma le semplici parola nudo e nudi. Avvertì un sentimento d’invidia per i ragazzi che immaginava divertirsi liberi sulla spiaggia. Dopo un po’ si mise a sedere sul letto, indeciso su cosa fare.

– Vai a fare un giro! – gli suggerì Donata, – vedrai che poi dormi.

Indossò un costume da bagno, prese un salviettone e uscì verso la spiaggia. Non voleva spiare i ragazzi. Eppure c’era qualcosa che lo attirava. Qualcosa di suo.

Giunto sulla spiaggia, vide che i ragazzi non l’avevano neppure notato. Stette un po’ sovrappensiero, gironzolando attorno al salviettone e poi d’improvviso, quasi furtivo, si tolse il costume e corse verso il mare. Sentì tutto il corpo rianimarsi, come percorso da mille formichine che lo stavano pizzicando, ma era bellissimo. Soprattutto sentiva il fresco dell’acqua alle pelvi: l’attenzione puntò lì. Nessun pensiero in particolare, solo si mise ad ascoltare la sensazione che provava. Nuotava per qualche bracciata, sentiva l’acqua scorrergli attorno al sesso: lo sentiva presente, vivo, parte di sé. Era bello sentirsi uniti, compatti, della stessa carne e non solo uno “strumento”, come veniva spesso chiamato. Lo sentì vivo e autonomo. E gli parve la cosa più saggia: il corpo umano era perfetto, ma sapere che il cuore, il fegato, i polmoni i reni funzionavano da soli era molto confortante, con tutta la nostra “scienza” non avremmo saputo fare di meglio. Ed ora anche il bracchetto aveva mosso le orecchie, come avesse sentito un gallo cedrone sfrascare tra i rododendri.

I ragazzi se ne stavano andando. Anche Antonio pensò che per il momento fosse abbastanza. Uscì dall’acqua per andare ad asciugarsi. Si sentiva una mezza erezione e non ne ebbe vergogna. Proprio in quell’attimo l’ultimo dei ragazzi guardò verso di lui; alzò il pollice in segno di Ok. Antonio si sentì frastornato; ricambiò il saluto in modo automatico; faticava ad inghiottire persino il fiato: troppe emozioni. Scosse la sabbia dalla salvietta e si asciugò. Decise di non rimettersi il costume, tanto era buio. Ritornò alla roulotte. Si mise a letto e dormì come non aveva mai dormito.

Al mattino dopo fu il primo a destarsi, un raggio di sole filtrava da una fessura. Una luce rosseggiante e piena di forza. Si alzò. Si vide nudo e decise di stare nudo finché si fossero alzati anche gli altri. Gli sembrava una sensazione strana, unica, troppo bello, come fosse la prima volta: a suo modo era una prima volta. Preparò una moka di caffè la mise sul gas; prese tazza-zucchero-cucchiaino e li dispose sulla tavola. Nell’attesa uscì davanti alla veranda. Spontaneamente gli venne di fare un profondo respiro e incrociò le mani dietro la nuca. Guardava a sinistra e a destra nel caso arrivasse qualcuno. L’aria cominciava a scaldarsi, il primo sole gli indorava la pelle. Si sentiva forte e perfetto. Non osava guardarsi davanti: sapeva di essere nudo. “Mi vergogno di me?” pensò fra sé e sé. “Che assurdità!” Chiuse persino gli occhi. Dopo qualche secondo udì poco lontano delle ciabatte trascinarsi sulla ghiaia. Decise di rientrare, gli sembrava di aver osato anche troppo. Si sedette dietro il tavolo attendendo il caffè. Quando sentì il caffè gorgogliare si alzò: proprio in quel momento passava una giovane donna che andava alle docce: si videro; un attimo come sospeso nel nulla, una sorpresa reciproca. E poi ognuno continuò quel che stava facendo.

Colto così all’improvviso, Antonio sapeva che non era nemmeno diventato rosso, non ne aveva avuto il tempo. Non riusciva a farsi la domanda precisa: la reazione spontanea segnava una linea piatta; se avesse avuto tempo per pensarci sarebbe arrossito. Ma allora…

Si versò il caffè, lo zuccherò. Tolse dal mobiletto anche la bottiglia di cognac e lo corresse: “Questa mattina ci vuole!”

Usci sulla veranda e lo sorseggiò con tutta calma. Ma dentro non era calmo, si sentiva un formicolio, una tremarella che non aveva mai provato. Eppure rimaneva lì fuori, chiunque passando avrebbe potuto vederlo. “E allora?” Una volta, portandosi la tazzina alla bocca, quasi si stava versando addosso il caffè, tanto gli tremava la mano. “Ma sono un adulto, accidenti! E tremo ancora come un ragazzino. Che cos’è lo star nudi?”

Nudità virtuale


Nelle strutture ricettive in cui è concessa (!) “la pratica del naturismo”, la nudità esiste, ma il fatto stesso che sia praticata sotto condizione, dimostra che di fatto è come se fosse soltanto tollerata. Tollerata dall’alto, in forza di leggi e delibere. E si sente. E pesa. Invece di sentirsi totalmente, apertamente, leggermente liberi, la siepe di cinta è costantemente presente a ricordare l’eccezione, l’u-topia (il non-luogo), a giustificare il prezzo pagato per il permesso, elargito per magnanimità e “progressismo” di chi detiene questo potere (delegato da noi). Per converso, proprio questo aspetto sempre più mi convince che il diritto di esser nudi è un diritto personale, che nessuna autorità, potere, stato, sistema, tirannide può arrogarsi, né scipparci. Pensandoci bene, in quei luoghi, dopo un po’, anche l’esser nudi diventa obsoleto, quasi un obbligo; non si avverte più la liberazione vera e completa dal senso di pudore o vergogna.

Perché nei centri naturisti il “pubblico” occhieggiante non c’è, sono una specie si stanza da bagno allargata e le siepi sono come mutande di edera verso il resto della società. Per l’esperienza che vado quotidianamente facendo, mi convinco che è con il confronto aperto e diretto col “pubblico”, con il contatto, con il dialogo, che la nudità si emancipa, che può uscir di tutela, che diventa maggiorenne, nel pieno godimento dei propri diritti e responsabilità. Non sto parlando del piacere di sentirci scorrere l’adrenalina del rischio sfiorato, ma calcolato: non sono “sportivo” a tal punto. Nei centri la nudità è come fra marito e moglie, fra medico e paziente, fra gli amici di squadra sotto le docce a fine partita. In queste condizioni, pudore e vergogna continueranno a farsi valere, a limitarci, a tormentarci, a farci sentire a disagio, a tenerci stretti e coperti nel nostro imbarazzo; richiederanno guardinghe attenzioni, salviettoni e joupettes. E il “divieto” riceverà una conferma. E per di più rincarerà la sua dose, se proprio coloro cui piace starsene nudi, accettano il perimetro in cui viene relegata la nudità (non entro nelle motivazioni personali, che son sempre più variegate); la segregazione stessa conferma i motivi della sua istituzione e persistenza. Pudore e vergogna servono ai centri: finché pudore e vergogna esistono, i centri avranno clienti. A queste condizioni, non è vera nudità, è una nudità esteriore, quasi un costume da carnevale. È una nudità virtuale.

Nudità virtuale

 

Ironia della sorte: il richiamo alla “natura” contenuto nella parola naturismo sembra si fermi ad una soglia morale, alla solita soglia della visibilità pubblica, oltre la quale la visibilità diventa scandalosa, immodesta, irrispettosa, volgare. Ne ricavo la concezione che in generale “la natura va bene, ma fino a un certo punto”: da lì in poi c’è l’umanità, la moralità, la tradizione, la civiltà, le buone maniere; bisogna fare i conti con la società. Dando per scontato che le virtù umane e soprattutto civili che ci siamo costruiti siano superiori a quelle naturali. Che l’intelligenza umana (ma intesa più come “traguardi raggiunti” della società nel suo complesso, accumulata lungo la storia, che la facoltà del singolo) ci abbia riscattato dalle brutture bestiali della giungla, dalle tragedie dei poveri gnu assaliti da un crudele leone, dei poveri moscerini presi al volo dalle rondini… Mentre per parte nostra non vogliamo vedere cosa succede nei mattatoi, sui pescherecci, nei setifici, nei pollai. Allo stesso tempo stiamo incollati alle vetrine di via Montenapoleone ammirando le borse di pelle di piccoli struzzi di un anno…

Incontri

Quasi ogni mattina esco a caccia: questa mattina due signori mi han visto. Arrivato sulla strada principale vedo un signore in maglietta verde fosforescente con un cane che procede a passo spedito… Io proseguo attraverso i campi come son solito. Il signore fa un largo giro attorno alle case lungo la strada asfaltata, mentre io taglio per la campagna, e all’incrocio con la ciclabile me lo vedo arrivare. È ancora lontano, non ancora a distanza di saluto. Io son già nudo, mi ero spogliato all’inizio dei campi: ha tutto il tempo di vedermi e considerare la cosa. Al ritorno del giretto al vigneto, allo stesso incrocio vedo arrivare un altro signore, in sella a un cavallo, un po’ più vicino. Ci salutiamo.

Prima di arrivare alle case mi rivesto.

E l’altro giorno, sempre in quel punto un signore un po’ anziano arriva da destra. Tiene la testa bassa, non so se non mi ha visto o non ha voluto vedermi. Ricordando l’episodio ho trovato un probabile perché: per commiserazione di un povero ignudo (come insegna il Vangelo).

 

Nudità su strada

Dopo il periodo di rodaggio nei centri nudisti è tempo di provare l’esperienza su strada… altrimenti non ci daremo mai la patente. Eh, sì, perché la nudità nei centri è un po’ come quella privata nella stanza da bagno, nelle spa. Entro le mura di casa si è al sicuro. Nelle spa altoatesine si fa finta di non vedere e l’imbarazzo elettrizza e paralizza.

Finché guidiamo su un simulatore non succedono guai. Finché c’è un istruttore di guida, non si corrono grossi pericoli. Eppure prima o poi bisogna svitare le rotelline laterali al triciclo.

Finché vivo la mia nudità nei raduni, nelle feste comandate, sicuramente non succede nulla. Nulla cambia. La nudità sarà un fenomeno “naturista”, non naturale. Le leggi non cambieranno mai, se non in peggio.  Avremo fatto solo un’esercitazione, una sessione sul simulatore. Il sentirsi sempre impreparati, il “non sentirsela” di fare il gran passo è lo stesso che dar ragione al pudore, alla vergogna, alle braghette, alla minaccia di chissà quali castighi divini (o multe salate). È rassicurante sentirsi dalla parte dei più: ciascuno ha la propria soglia. Altri preferiscono fare da sé, e non guardano gli altri, non hanno bisogno di sentirsi protetti dal numero, non accettano di essere pecore neppure travestite per carnevale.

Impennare la bicicletta, pedalare senza mani sul manubrio non sono certo comportamenti raccomandabili. Eppure è una conquista privata, un trionfo tutto per sé che riempie di orgoglio, di autostima, di sicurezza ogni bambino. Ha provato mille volte da solo, finché c’è riuscito. E riscuote la soddisfazione di una vittoria tutta personale, che lo fa grande.

Forse sono rimasto bambino, o con gli anni lo sto ridiventando, cercando di recuperare tutto quello che non ho mai osato fare. Avevo paura dei lupi, dei pastori, dei cani, del filo elettrico… «La paura fa novanta, tombola completa!»

A dirla fino in fondo, guardandomi indietro, direi che ho vissuto virtualmente… virtuosamente. Ma non è così che si vive: si vive nel pratico e senza schemi. Spogliarmi e camminare lungo la strada (in campagna alle sei del mattino…) mi ha distolto dal videogioco, dalla realtà virtuale in cui rivestivo il mio ruolo, che era solo una parte di me, finalizzata a un obiettivo particolare.

Può essere razionale suddivider la vita a secondo degli obiettivi e delle risorse, ma non è naturale, non si vive al 20/40/60%. La natura non ha priorità, ha un suo ciclo, un suo ritmo, un suo sviluppo ed è sempre tutta e totale. E reale. Non ha prove evoluzionistiche, non premia chi sopravvive. È severa, forse anche indifferente. Ma è sempre tutta e totale. E reale.

Non riesco più a vedermi naturista beato godermi sole e far bisboccia a La Sablière o in Croazia. Dopo il primo giorno già mi annoio. Non è una situazione reale. Va bene per le vacanze, per chi considera la nudità un’eccezione, e poi tutto rientra.

Simulazione

Il signore col cane poteva aizzarmelo contro; l’uomo a cavallo poteva essere uno sceriffo o Tex Willer che mi dava la caccia col winchester imbracciato, il nonnetto una spia. È solo un film, ma anche se fosse reale, lo preferirei alla sdraio in una spiaggia privata. Tanto per non vivere dentro un gioco, in una casa di bambola, in un mondo di fantasia, in un simulatore. Per vivere non abbiam bisogno di prove: siamo grandi abbastanza, prudenti quanto basta (e forse un tantino di meno), per camminare senza paura di nulla, senza sempre sperare che le cose vadano a buon fine da sole. Nella realtà virtuale tutto è già stato previsto. Nella realtà quotidiana, ogni istante è nuovo di zecca. E forse lo siamo anche noi.

Il pudore è un padrone


Da nudo vien fuori un’altra mia personalità: più forte, determinata, temeraria, anche più sincera. Una personalità senza compromessi con la società. Una personalità allo stato nascente: una meraviglia di bebè, che muove i primi passi senza pannolini. Una personalità da provare su strada, da percepire quanto mi cambia nell’aver a che fare con gli altri, verso i quali mi sento peraltro così indifferente. Sarà perché ho deciso che i condizionamenti non mi possono arrivare. E ho voglia di mostrare quanto son nuovo. Non per dire «Guardatemi quanto so’ ganzo!» Sì, può anche essere orgoglio, può anche essere esibizione. Può anche essere sesso. Nel senso che è con questo nuovo volto che eventualmente mi piacerebbe creare interesse. Non butto del tutto quel che ero prima: è ben collaudato da anni di pratica e formazione. Ma questo mio nuovo volto, abbronzato dall’esposizione continua alla luce del sole, comunica la carica che mi gonfia il petto quando “oso”, quando giorno per giorno corrodo le mie stesse remore, sostituendole con nuove abitudini. Micrometricamente mi vado mutando. Il corpo, i fatti che compio mi cambian la psiche. Il corpo mi dà sempre ragione: è rimasto bambino, recupera memorie lontane, di quando “non sapeva”, ricorda ancor oggi il salviettone in cui la mamma mi avvolgeva le spalle seduto sul tavolino del bagno, del liscio-fresco della pelle man mano asciugava, del tenero timbro delle parole che ancora mi par di riudire. La mente continua a bombardarmi di nuovi pensieri, mi cambia le scaglie giorno per giorno, via via più lucenti, dorate, iridescenti come pesci d’acquario. Sento la festa, quando son nudo, sento il sacro divenuto tempo/tempio comune, mi sento “santo”, in stato di grazia: il raggio che mi arriva dal sole non è solo luce e calore, è un’ebbrezza leggera, l’inizio d’un’estasi misurata e tranquilla. Da nudo mi sembra d’aver altri sensori, onde di varia lunghezza mi attraversano, frequenze musicali si trasmettono nell’acqua delle cellule, bassi bordoni mi armonizzano, mi fanno vibrare, mi assestano.

Gian Lorenzo Bernini, Transverberazione di santa Teresa d’Ávila (Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria)

L’inconscio deve aver sempre saputo di questa risorsa. Un po’ alla volta me l’ha fatta riemergere, pungolando il corpo con il desiderio di mettersi libero, di aprirsi, di far arrivare tutto questo irraggiamento divino. Mi verrebbe da ringraziare il cielo, la natura, “Dio” per questo benessere. Lo assaporo tranquillo mentre mi serpeggia nei muscoli, mi risveglia le cellule, mi tempra di una forte e delicata tensione, mi compatta il tutto e quell’uno che sono.

Mi arrivan ricordo di quand’ero decenne, parole nuove per nuovi saperi. Curiosità ominose e terribili trafugate dai discorsi dei grandi. Il segreto dei segreti: come nascono i bambini. Enciclopedie divorate con gli occhi, fotografie ricordate alla tal pagina, da rivedere quando più pungeva il mistero. E la sensazione di essere ormai grande abbastanza, che bisognava sapere. Bastava un seno, nemmeno del tutto scoperto, i primi bikini, e l’incredula domanda: «ma non hanno vergogna»? sapendo bene quali vergogne ci avrebbero arrossato il viso e annientato di fronte agli altri. E quella volta della visita medica a scuola, quando tutti eravamo in mutande? Che brividi ancor oggi…

E adesso mi chiedo, come mai ci è venuta questa vergogna, questa “siepe” leopardiana che m’inchioda sul colle a consumarmi gli occhi, invece che alzarmi e andare, e giungere al mare?

Ma ora vado, esco, mi faccio bello per i raggi del sole che si sta levando a dar inizio a un buon giorno. E lui mi bacia, mi scandaglia, mi trova vitale e perfetto, intenso di forza come l’erba, i fiori, gli insetti, i mille colori del verde, il color della pelle mi dice che mi son fatto di bronzo, tintinno, taglio, trafiggo. Tengo questa spada a due mani, il bagliore mi difende, intimorisce: paradossalmente, proprio l’essere nudo mi difende più dei vestiti. Sarà che adesso si vede che non ho più paura, né vergogna d’esser veduto. Nulla più di nascosto. Non sono eremita della stanza da bagno, entro le mura di casa con le tende tirate. È fuori, all’aria aperta, aperto alla vista degli altri, senza sfide, senza onori, senza vittorie. Ma semplicemente perché così mi va, perché ora, poco per volta, mi sono allenato, mi sono costruito la forza di essere un altro. E in questa nuova pelle ci sto bene, bene come mai sono stato.

La nudità interiore diffonde all’esterno un bagliore che lascia basito chi guarda: «perché non anch’io?» Non è un privilegio. Le leve sono tutte a portata di mano. La nudità contagia, smuove desideri, crea sinapsi, produce ormoni, cambia gli umori. Apre gli occhi. Non che il vedere il pisello di un pirla che passa sia “il massimo della libidine”: è che ti fai domande su te. Domande serie, severe: a te stesso non puoi tanto mentirti, sai come stai. L’angolo del tappeto sotto cui scopi le cose che non sai come prendere nasconde già troppe cose, è ora di fare un bel repulisti. «Lui ce l’ha fatta…» e ti mordi il labbro scoprendo d’improvviso che sei in ritardo, che sei stato menato pel naso, correndo dietro a cose costruite da altri, ai boxer firmati! Non si può! D’ora in poi non si può! È questo il tuo goal, dopo l’ultimo calcio ben assestato: abbandoni la partita, non è più la tua partita, non è più la tua squadra. Vai negli spogliatoi, appendi al chiodo le scarpette chiodate.

***

In queste mattinate estive è un piacere uscire di casa e vedere il sole spuntare da dietro Cima Crapello, e son già in campagna per il mio solito giro.

So per esperienza che “accade l’inatteso”. Inutile che faccia calcoli probabilistici, che attenda o m’affretti. Va bene tutto, perché alla fine è solo uno il fatto che accade, intrecciato nella rete dei mille fatti anche degli altri. I sincronismi poi càpitano, conquaglian perfetti, sempre in anticipo su quel che pensavo… da stupire per quanto insieme commessi, fine intarsio d’ebanista.

Mi ero anche psicologicamente preparato con dei piccoli fioretti, rinunciando a piccole tentazioni della gola, a piccoli innocui piaceri. Non c’è una relazione fra le cose: ma una sensazione dice che c’è il suo perché; e di solito mi va di seguirla. Come se quelle piccole rinunce fossero il “prezzo” delle cose che vanno a buon fine, corrompessi a mio vantaggio il destino. Il desiderio era proteso a questa mattina; ritornava ad ogni momento di pausa. Mi vedevo in anticipo quel che mi sarebbe piaciuto che capitasse: creare una “zona di contatto”, incontri ravvicinati, domande e risposte. Al solo pensiero provavo un tremore adrenalinico e un’ebbrezza leggera che m’induceva a gustarla, indulgevo nell’ascolto di quest’altri piccoli innocui piaceri.

Dico subito che poi nulla è accaduto di quel che m’ero immaginato e al quale mi sentivo così ben preparato. Probabilmente sono uscito quei cinque minuti in anticipo che mi ha sfasato la tabella di marcia. Do la colpa alla mia impazienza.

Però già fin dai primi passi, nell’atto stesso di togliermi i pantaloncini due parole si sono formate e fuse nello stagno della linotype che ho nella mente: «il pudore è un padrone». Una cascata di pensieri, un dietro l’altro, si rincorrevano, senza lasciarmi il tempo di osservarli, di farvi attenzione, di segnarmeli. Mille situazioni si riproponevano: in tutte mi vedevo costretto a fare qualcosa, con una presenza invisibile sopra di me che mi controllava, severissima ed esigente, muta e impassibile, che se sgarravo avrei visto da me il castigo che m’ero attirato. Dall’altra opponevo la mia presenza nuda; con tutti i pensieri possibili e immaginabili, ma il corpo era libero, e il pensiero, millimetro dopo millimetro, vagliava, scartava, accertava. Sentivo l’aria entrarmi dai pori, l’aria stessa mi confermava il mio stato di nudità senza ceppi; quest’aria stessa mi aveva gonfiato polsi e caviglie e i bracciali di ferro eran saltati. «E ora chi mi prende più?» Ad ogni respiro mi sentivo di ingoiare questa certezza, questo punto fermo, questa forza d’animo… Sì, ho pensato proprio allo spirito: fra tutti i significati che può avere questa parola, preferisco quello che lo definisce come forza d’animo personale, fermezza di carattere, lucidità di pensiero, sicurezza nelle proprie convinzioni, apertura e coraggio di fronte al presente e al nuovo, pacatezza e misura nel giudicare e nelle aspettative, tranquillità di fronte al futuro, indipendenza di fronte alla gente… Nulla di trascendentale!

Probabilmente dovevo attraversare questa esperienza per meglio prepararmi all’incontro e allo scambio di vedute con i due signori incontrati…

Qualche giorno fa, di ritorno dal mio solito giro al vigneto (mi aspettavo un incontro, ma doveva accadere da sé), sto giusto per svoltare a sinistra sul viottolo tra i due campi, che sento dei passi dietro di me e subito dopo il rumore di un ciottolo calciato col piede, come un inciampo (la so questa storia dell’inciampo! quando l’imbarazzo di sentirsi guardato fra strisciare la scarpa, fa impuntare il piede in una commessura dei bolognini del marciapiede). Mi volgo e son due signori di mezza età, che già avevo visto altre volte, anch’essi in giro per la campagna di mattino presto. Imbocco il viottolo e mi giro a salutarli con un buongiorno, come fosse una cosa normale incontrare qualcuno nudo alle 6,15. Dovevano avermi visto già da una curva più indietro ed avermi seguito con lo sguardo per un minuto o due, fino alla distanza cruciale dell’inciampo.

Eran questi due signori che avrei voluto incontrare di nuovo.

Lo smalto di un fatto


Commetto dei fatti. Irreversibili.

Commettere: (1) “mettere insieme, far combaciare”, (2) “ordinare, imporre”, (3) “affidare, consegnare”.

E poi il fatto è compiuto: irrimediabile, irrevedibile, irrevocabile… unico, irripetibile.

Da accettare coerentemente, conseguentemente, responsabilmente – senza bene né male, quatto-quatto, in quanto tale, come accade al momento. Senza pesarlo, senza giudicarlo.

Ma vero. Forse più tardi, nei giorni a seguire mi vorrà suggerire una qualche verità, lo spunto di una riflessione, il sugo di quell’esperienza. L’ho voluto, l’ho desiderato: è accaduto come me lo aspettavo; appena in tempo! nel momento più topico e paradossale, all’ultimo minuto, in zona Cesarini. Questo camminare sul ciglio ci apre gli occhi dell’attenzione, della considerazione, della riscrittura anche di una concezione del tempo, che sembra piegarsi a far combaciare le cose come fossimo noi a volere, a farle proprio accadere, meglio di come avremmo potuto sperare. Per questo adesso non posso esser pentito. Ascolterò il prossimo momento opportuno e ancor lo farò. Senza aspettative, devo solo srotolare con passi reali il tappeto rosso della passerella – venga o non venga qualcuno. Senza timore varcherò la soglia che mi lascia alle spalle questo mondo fisico troppo materiale, troppo descritto, troppo prevedibile da leggi e da formule. Non è camminare alla cieca? Ha ragione il detto popolare: «Ne combino di orbe».

Ieri sera, prima di addormentarmi, con un termometro interno mi misuravo la voglia di andare questa mattina al vigneto. La premonizione positiva non era al massimo. Decido per il no e mi addormento tranquillo.

Poi invece alle 5,30 son sveglio, in tempo giusto per la mia “sortita azzardata”, cioè camminare nudo dall’inizio dei campi fino al vigneto e non solo lungo il perimetro dei filari.

Esco. Appena fuori dell’abitato mi spoglio. Qualche metro più in là mi distrae il bagliore del sole alla mia destra: sta sorgendo dalla Forcella di Sale, fra il Monte Guglielmo e le Almane; forse il punto più estremo del suo sorgere. Il cielo è coperto, ma da minuscoli strappi fra le nuvole, l’arancio luminoso del sole sembra salutarmi e assicurarmi anche oggi della sua e della mia esistenza, tanto è pieno quest’istante che passa, il tutto dattorno che esiste senza peso, che vedo in me convergente, e pur so che è neutro, indifferente…

Faccio pensieri leggeri che mi svolazzano intorno come farfalle, e il retino delle parole non riesce a catturarli. Mi aspetto da un momento all’altro che compaia qualcuno da dietro una curva: ora le piantine di mais sono “più alte di un puledro” (un proverbio dialettale mette in rima puledro con san Pietro che cade alla fine del mese).

Nessuno, nessuno, nessuno. Interrogo in me questa trepida attesa, questo modo d’ambire vivo e irrequieto. Sguinzaglio segugi a cercar la risposta. Mai quest’assenza è stata tanto presente.

Fatto il giro, son già per tornare, son le 6,30 all’incirca, conto le ore che rintoccan dai campanili lontani: ogni minuto che passa aumenta il “pericolo” di incontrare qualcuno: mi attanaglia i nervi questa possibile, incombente flagranza, come prima di un esame: davvero son preparato? Mi accorgo che per la forte emozione non ho più saliva in bocca. Risalgo l’erbosa stradicciola che divide due campi. A man dritta, oltre il campo, un agriturismo: auto che partono, arrivano… All’andata i netturbini caricavano i sacchi neri: è già la seconda volta che mi vedono.

Nessuno. Comincio a metter da parte l’idea; mollo gli ormeggi del calcolo e della speranza. È proprio questo distacco che fa scattare l’evento? Questa commistione fra ego e destino tale da non distinguerli più? La fusione fra l’attimo e il sempre? È qui che affiora un quantum di anima, la scintilla della sua esistenza? È questa espansione, compenetrazione, compartecipazione spontanea di realtà e coscienza la magia che fa accadere le cose come grosso modo mi si erano prefigurate nella mente? Chi ha sfregato il cerino?

A dieci metri, lungo la pista ciclabile, finora nascosta da un campo di un poco elevato, arriva correndo una giovane donna, vestita di maglie attillate. Certo che mi vede! Non mi ero ancora rivestito, proprio per dare una mano al destino. Va veloce, non c’è tempo per un buongiorno. Mi sento normale e pacato, ancorato e leggero. Senza il pensiero d’aver commesso un peccato o d’esser anche solo un pelino indecente. È un fatto, e lo lascio tranquillo per fatto, senza il proposito di alcun pentimento. Voglio che sia e che rimanga: neanche Zeus lo potrà cancellare. Voglio che rimanga per me, che rimanga per sé.

A frotte arrivano pensieri diversi: che ho per alleato il destino, che le cose accadono quando l’aria vibra di una ignota energia e si fa liquida come sull’asfalto d’estate, come mercurio lucente, e si varca la soglia di un mondo parallelo, incantato, nitido specchio della nostra mente. L’incontro è ormai solo un ricordo, ma ha lo smalto vetrinato dei vasi, i colori delle maioliche antiche, degli arcani alberelli di sapienti speziali.

Prima di sera lo saprà mezzo mondo. Stravaganza oggi, stravaganza domani vedi mo’ che il fatto non farà più notizia! E potrò uscire nudo fin dal mio cancellino per un giretto al mattino. Ma anche a mezzogiorno, o la sera, se la cosa mi garba.

E in ultimo arrivano anche i segugi, riportano gli spunti trovati: da ognun che mi vede riprendo la libertà d’esser nudo. Dovrei badare – dice la legge – che il “pubblico” non possa vedermi, per rispetto a costumi e convenzioni. Dunque proprio di fronte a questo “pubblico” devo rivendicare la mia presenza, come persona, schietta, integra e naturale: la mia nudità finalmente visibile diventa un dato di fatto irreversibile; la mia nudità è finalmente spogliata da simboli imposti da fuori, non ha più quel senso, quei fitti discorsi, moralistici o meno, che si possono fare in proposito, quelle derive cui ci può portare un pensiero senza sestante.

Constato che il fatto non dovrebbe proprio più aver alcun senso. Desideravo che qualcuno, che almeno uno mi vedesse. Uno strampalato Don Chisciotte mi martella la frase aquí encaja la ejecución de mi oficio (Don Chisciotte, parte prima, cap. 22)

E ora capisco che voglio riprendermi da ciascuno che incontro quel tanto di libertà che in quanto componente e rappresentante di una società, anche inconsapevolmente, mi aveva rubato (e se l’era rubata anche a se stesso… Libertà che in ossequio ai costumi anch’io avevo contribuito a rubare a me stesso). Non ce l’ho con il singolo ladro, o con la società nel suo insieme: è acqua passata. Mi sono ripreso quel che era mio, personalmente mio. Riprendo la mia pelle. I vestiti nascondevano la scorticatura?

Non potevo sapere dei giochi che stavano dietro, della parte che avevo nella recita, della maschera che dovevo portare. Non amo occuparmi di cose più grandi di me. Ma queste che riguardan da vicino il mio vivere ed essere, sono cose alla mia portata, riguardano me, il mio corpo, il mio posto nel mondo e nella società. Non c’è stato bisogno di un messia caduto dal cielo: di queste cose mi sono accorto da me. Parafrasando Dante potrei dire: «se non t’accorgi di questo, di che altro accorgerti suoli?»

Crescere


Crescere

 L’anima (o qualunque altra cosa sia ciò che ci fa sentir vivi) non dorme mai, migliora di continuo la nostra vita individuale, proponendoci desideri che si creano come dal nulla, come sentiamo la fame o la sete. Desideri che ci inventan diversi, proiettandoci verso un futuro prossimo possibile, fattibile, adatto a noi: alcuni aspetti sono completamente nuovi, da provare come ci stanno: cibo per la nostra coscienza, una coscienza che cresce, che ci dà forza e robustezza, pur rimanendo sostanzialmente sempre noi stessi. Questi passi in avanti ci costruiscono anche le occasioni, ci forniscono persino i mezzi per realizzarli… poi, alla fine, l’ultima parola, la decisione per la costruzione dei fatti toccano sempre a noi…

La spirale logaritmica della conchiglia di un Nautilus (da Wikipedia)

La mente ci guida attraverso la realtà come un raggio di luce, in linea retta, lungo il percorso più veloce e più breve. Ma concresciamo sopra noi stessi a spirale, ed abitiamo sempre l’ultima camera, quella con l’apertura sul mondo (perché è dal mondo che mangiamo), quella sempre in costruzione. Dall’ultimo setto, da dove cioè inizia il presente, cominciamo a cambiare, a crescere.

Il desiderio di stare un po’ nudi può apparirci eccentrico e strano, ma rimaniamo ancor noi. Il percorso può apparirci spezzato come una matita in un bicchier d’acqua, ma la matita in realtà non si spezza. Vediamo da soli ciò che fa star bene e “lavoriamo” per realizzarlo, quasi non c’è nemmeno bisogno di recuperare “coraggio”, che tutto vien meglio da sé. Ci accorgiamo d’improvviso che qualcosa ci manca, e cerchiamo di colmare quel vuoto: ci guida un’idea lanciata come un amo da pesca, scegliamo secondo quel che il desiderio di conoscenza o di benessere ci suggerisce. Cresciamo mantenendoci uguali e armoniosi con quel che eravamo.

Entrando o uscendo dall’acqua, la luce è piegata dalla rifrazione. Nell’acqua la luce viaggia più lentamente che nel vuoto (circa al 75%). È solo una metafora visuale per fissare un concetto: la conoscenza sa distinguere la sostanza dall’apparenza. È dalla loro intrinseca unità che conosciamo meglio i contenuti e le circostanze. Se per un attimo ci immaginassimo matita?…

 

Come cambia la vita.
Come ci cambia la vita.
Come ci cambiamo la vita

Il concetto stesso di vita cambia a seconda delle esperienze che facciamo. Dell’esperienza che ne facciamo.

Uno dei giorni scorsi avevo preparato il tavolino sul balcone per pranzare all’aperto.

Una ciotola d’insalata in una mano e il salino nell’altra, sto varcando la soglia per sedermi e mangiare. Nell’incastro perfetto di una coincidenza inattesa, il vicino del balcone contiguo stava abbassando la tenda da sole. Mi vede così come sono, tardiva ogni reazione da una parte e dall’altra. Come altre volte vince la ritualità delle cose assodate dall’uso, oggi vince la buona educazione, la “civiltà” nei rapporti reciproci. E mentre lui mi augura “Buon appetito”, gli chiedo: “Anche tu mangi nudo?” e già gli vedo sulle labbra un sorrisino che non so se di compatimento per la mia stravaganza, o di malizia, o semplicemente perché si ride delle cose strambe e originali, ma in fondo innocue e innocentemente infantili, che spesso mi vede fare. Ognuno ha la propria pazzia, dice il proverbio. Non è la prima volta che mi vede il bananotto: una volta deve avermi spiato quando prendevo il sole sul balcone al piano di sopra… Ma mai mi ero esposto così apertamente. Lui sa, sospetta, suppone. Ed ora è più che sicuro. E anch’io: visto che mi ha “digerito” non starò più tanto guardingo. Sarà sempre più normale per me non troppo temere che possa vedermi, perché in parallelo sarà sempre più normale anche per lui, lo darà per scontato, non sarò più né scandalo né novità.

Un pensiero malefico nel frattempo ha fatto i suoi conti, ha tirato le somme del pro e del contro, gira la manovella della cassa, trilla il campanello. Sul visore mi chiede: “Chi ha vinto?” Lo mando al diavolo, da quel rompiballe molesto che è.

Riesco a immaginarmi le domande che il mio vicino ha potuto farsi. Perché sono le stesse che mi sarei fatto anch’io fino a qualche anno fa: «Ma non hai vergogna?». Così, proprio per chiedere, per curiosità, senza la solita sfumatura di moralistico rimprovero. Piuttosto con sorpresa.

La stessa domanda, lo stesso brivido lungo la schiena quando vedevamo alla tele i primi streakers attraversare come una meteora inarrestabile i campi da calcio inglesi.

In ascolto di noi

La nudità non lascia mai indifferenti, anche solo se vista in televisione. Basta che siano fatti reali e non “creazioni”. Porta a farci domande. Ci porta dentro la realtà, ce la rende possibile, ci fa immedesimare, già abbiamo il fiato grosso al solo pensiero – quasi fosse un impulso inconscio da esplorare, un archetipo da indagare. Ci porta a immaginare di scambiarci nei ruoli. Basta metterci nudi e cominciamo a esplorare noi stessi, stiamo in ascolto di quel che ci succede. Il corpo ci parla, come non ci ha mai parlato, col linguaggio delle linfe che dentro ci scorrono, dei tuffi al cuore, delle lievi agitazioni, dei vuoti d’aria, delle apnee, delle tensioni nei nervi, delle pose. Ha un linguaggio fatto di sensazioni, di organi e parti che si fanno notare, di zone della pelle che sentono un soffio d’aria più fresca, di madori che evaporano, di muscoli che si allentano o si contraggono, di torpori e risvegli che si rincorrono lungo le vene, di inspiri improvvisi che poi fai durare per sentire come il petto si riempie, si tende, si gonfia. D’improvviso scopri che ti si è seccata anche la lingua e non riusciresti a parlare.

Col tempo il mio vicino mi farà direttamente le domande che oggi s’è fatto tra sé. Oggi ha dovuto minimizzare, fingere di ignorare l’episodio: capitato così all’improvviso, non ha avuto tempo per inquadrarlo, per “addomesticarlo”.

 

La nudità ci spiazza

Lo spettacolo della natura – quando lo noti – è sempre spiazzante, mozzafiato, commovente; ci lascia senza parole per la meraviglia. Ci dirotta pensiero e attenzione lontano da noi, verso la realtà esterna: e lì poi inizia un dialogo, la ricarica, la ricchezza dei vari pensieri, la solidità del nostro esserci, la vivacità del nostro sentirci.

Non credo di esser gran che come meraviglia della natura: per il mio vicino penso di essere stato come uno spettacolo naturale notevole (un picco, un burrone, una grotta, un poggio, una cascata…). Con più ragioni d’esistere di quante ne abbia trovate al momento la ragione per ignorarlo. Non è stato importante capire. C’era, così com’è. C’ero, così com’ero. Nulla di più. Non altri pensieri.

 

C’è anche dell’altro

Un pensiero, poi, mentre mangiavo è arrivato comunque:

– Son cose che capitano… – ma subito aggiungo:

– Non credo, del tutto per caso.

Un percorso parallelo ci ha condotti unanimi e sincroni ad uno stesso irripetibile istante. “Icastico” mi sento suggerir da una voce. Una scena che per quanto è carica di novità, di emozioni, di eccezioni, senti che rimarrà nella memoria come scena esemplare. A furia di aggiungere significati e suggestioni diventerà anche simbolica: molti altri fatti le somiglieranno, la richiameranno. Rimarrà non solo nella memoria, ma scaverà nel carattere, mi cambierà il modo di fare, di capire, di dialogare.

Non ho il dono della telepatia, ma una seconda domanda mi viene spontanea:

– Perché non difendi i tuoi gioielli dalla vista degli altri? Son cose private e preziose!

– Non penso che gli altri siano dei ladri, o che ci sia qualcosa da rubare. O che io stesso mi stia impoverendo.

In tal caso, è chiaro che la morale comune nemmeno mi sfiora, che non basta la morale comune a togliermi onore, dignità, rispettabilità, sociabilità. Non sono “averi”. Quel che sono non me lo posson rubare. Non è come lasciare la macchina aperta e poi sentirsi fessi perché ce l’hanno rubata. Quel che “sono” è patrimonio inalienabile, indisponibile.

Mi s’insinuava però anche un altro pensiero, politicamente scorretto: dobbiamo ammettere che la società ci pesa: 1) a volte ci opprime; 2) sempre ci valuta. Perciò – ipocritamente – dobbiamo difendere il nostro “pezzo forte” (mein bester Stück direbbero i Tedeschi); il nostro “asso nella manica” potrebbe avere qualche difetto, essere inadeguato, esser quel tantino diverso da provocare un rifiuto o far credere che potrebbe fare cilecca proprio sul più bello.

Se mi preoccupassi di questo, non uscirei più di casa, chiamerei l’estetista per correggermi il naso, il dietologo per farmi calar la pancetta, lo stilista per farmi consigliare su che cosa mettermi prima di uscire. Tutte esteriorità. Tutte varie apparenze della matita in acque diverse.

Come se la vita fosse un film, una scena sempre in prova finché non venga bene (come dio comanda – mi verrebbe da dire), sempre su un palco, di fronte alla giuria dei “talenti”, al gusto/giudizio preventivo del pubblico.

L’immagine pubblica

Apperò! Quest’immagine “pubblica” è come un altro vestito. Basta che vada bene esteriormente… forse perché del resto dell’iceberg non importa nulla a nessuno.

Può essere vero che sono un tantino esibizionista, se oso ogni giorno un tantino di più. Quel che voglio mostrare non è tanto la meraviglia della mia “dotazione”, del mio “pezzo da novanta”, quanto testare la mia consapevolezza, la coerenza fra quello che penso e quello che faccio, il mio Io, il mio carattere e l’immagine esterna che ne emana: non c’è bisogno di un simbolo identitario da mostrar minaccioso e mi faccia da stemma e da scudo.

Lo stemma del Comune di Strangolagalli (FR). Lo stemma è carta d’identità, messaggio, minaccia, manifesto

Se è un peccato l’orgoglio, la vanteria, la sovrastima di sé, il credersi di più di quel che si è, lo ammetto solo quando è fuor di misura, perché allora fa danno. Quando questo orgoglio vuole imporsi agli altri come prepotenza, prevaricazione, modello, vanagloria, arroganza, protervia… hybris in poche parole.

Non m’importa di capovolgere l’iceberg. Nel mostrare ciò che sono in realtà, mi muovo molto più a mio agio nel mio transtparent self: un 5% di copertura farebbe insinuare il sospetto che voglia nascondere qualche difetto, che sia presuntuoso al punto da ritenermi perfetto. Non la penso né così né cosà.

COpertina del libro di Sidney M. Jourard, La trasparenza del sé

È il pensiero stesso dell’abito che non mi va: è una specie di “velo” per tutti, un tanga ridotto al minimo, tanto per salvare le apparenze. Appunto! Il culto dell’apparenza sparisce da solo nel momento in cui non sento più il bisogno, il dovere, l’abitudine, il rito, l’imposizione di coprirmi.

Le mie valutazioni sul mio corpo sono opinioni e in quanto tali legittime e sovrane. Rispettabili e esprimibili. Non sono dogmi, non lo vogliono essere. Mi sento libero di modificarle o abbandonarle all’occorrenza, quando ne troverò di migliori. Non m’importa se qualcuno pensa che la terra sia piatta, finché non me l’impone sulla punta di una baionetta. Mi ripugna vedere le donne col burqa. Perché qualcuno gliel’ha imposto: non vorrei essere io a imporre, al contrario, per forza di legge, la sua abolizione.

 

L’alba nel corpo


Giungere a toglierci ogni sorta di mutande mentali. Una nudità libera, una nudità interiore, che si irraggia all’esterno, che si comunica attraverso lo sguardo aperto, diritto, franco, che non batte ciglio. Una nudità che fa la spola fra corpo e spirito/mente/coscienza e ad ogni passaggio avviene un arricchimento reciproco. Sensazioni fisiche, contesti reali, situazioni vissute, fatti accaduti vengono letti come spunti, come messaggi. Nuove idee, intuizioni nate come dal nulla vengono irraggiate dai pori della pelle; una potente energia innerva i muscoli, compatta il corpo in una sua “prosciugata” essenzialità.

Un atto di volontà ha recuperato una parte di me che per abitudine ed educazione ero portato a ignorare, per definizione non doveva costituire problema; muta e rassegnata doveva seguire i sacri precetti. Doveva esser gestita con compunta modestia, severo rigore, mostrarsi ad esempio…

Un cilicio di sofferenza e penitenza mi stringeva le reni. Un’infezione diffusa, non so se più narcosi o necrosi, aveva tolto sensibilità e vitalità a una parte del mio corpo. L’apparato riproduttivo sotto controllo di camici bianchi, toghe e tonache nere funzionava roboticamente a controllo remoto. Coperto da mille coltri simboliche lo asfissiavano, gli mancava l’ossigeno. Una morbosa castità teneva in ceppi “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”; sacre bende, candidi lini drappeggiavano leggiadramente le parti/funzioni negate, quasi a prefigurare il merito per un tal sacrificio: l’agnello innocente portato al macello.

Un barocchismo di pampini e pose richiamano più di quanto nascondano, e siam quasi riconoscenti del drappo… che farà poi più profano lo sbrego.

Nell’originale la foto era tutta nera perché in controluce col sole che stava sorgendo. Estremizzando i comandi di luminosità e contrasto ho ottenuto questo risultato

Che ha fatto il sesso di male, che colpa il poter generare, qual è l’abominio commesso dagli organi, da non poterne sopportare la pubblica vista, se non sublimata dall’arte, simbolizzata dal mito? Basta! Non mi farò più domande. Non ho tempo per seguire le argomentazioni della teologia e della morale, le loro utopie, le loro “città”. Di questa cappa di pensieri mi devo spogliare, cilicio e straccetto li devo buttare. Non me ne frega più niente!… Se posso scegliere! Perché non mi vedo come una pecora nera, non voglio entrar nel paragone: non voglio avere un ovile, non sono una pecora, di nessun colore.

Sono semplicemente una persona, null’altro che questo.

È facile spogliare il corpo. Un po’ più difficile togliere uno per uno tutti gli strati di pensiero che mi impediscono (o condizionano) di vedermi e pensare come persona liberamente nuda.

Ci sono ricatti sociali, affiliazioni obbligatorie, tesseramenti, immatricolazioni, iscrizioni, domande, pronunciamenti, voti solenni, promesse di lupetto, pubbliche reticenze e contraddizioni private con cui bisogna convivere.

Fino a quando una goccia da nulla farà traboccare il vaso. Allora si scoppia, scoppiano indosso i vestiti, saltano i bottoni della camicia, le cuciture dei pantaloni, come fossimo altri in incognito: dei Superman, dei lupi mannari.

Esplode la nostra nuda persona: la persona semplice, uguale, sincera, normale che sappiamo di essere. La nudità esterna del corpo ci aiuta a recuperare la nudità interiore della persona… e ci scopriamo con una personalità un tantino diversa da prima. Paura di che, se siam fatti così?

Non so se è il corpo o l’anima o la mente o lo spirito, ma so che dentro son fatto di mille colori: non dev’essere difficile vederli, se anche una macchina riesce a mostrarli.

«Talmente sicuro di me, che non importa se gli altri mi vedono»

Dopo aver scritto le righe qui sopra sono uscito per il solito giretto al vigneto. Col proposito però questa volta di osare un poco di più, di percorrere ciòe anche un tratto di strada sterrata. Sono passate da poco le sei. Appena giungo in campagna sorge il sole tra il profilo del monte e un grigio cirrostrato. E sembra che mi stia dando il buongiorno. Proprio a me! Lo ringrazio. È il momento giusto, mi tolgo i pantaloncini: si addice, mi sembra. Fra me e il sole esiste da anni un dialogo senza parole, è intesa immediata e perfetta, una complicità, una confidenza.

Attraverso i prati giungo alla strada sterrata. Nessuno in giro. Nella testa un mantra automatico mi ripete la frase: «Talmente sicuro di me, che non m’importa se gli altri mi vedono».

Sto finendo il giretto, quasi deluso di non aver incontrato nessuno, questa mattina che mi sentivo su di giri, preparato all’incontro. Ritorno sulla strada sterrata. Nessuno. Di solito c’è sempre qualcuno che corre. Ad un tratto però vedo che sta arrivando un ragazzo (25/30 anni). Riprendo il sentiero fra i campi, sono su una breve scarpata, lungo la strada sta arrivando il ragazzo. È vestito di tutto punto, pantaloni e maglia a maniche lunghe e io invece sono nudo-nudento. Incrociati gli sguardi ci scambiamo un Buongiorno! sincronizzato che quasi non lo sentiamo. Prima del saluto aveva un poco abbassato lo sguardo, quasi a farmi capire che lui non avrebbe voluto vedere, ma per forza di cose non l’ha potuto evitare. Voleva evitare che potessi averne vergogna. Che gentile! Eppure l’immagine di uno che incontri al mattino, col sole che è sorto da poco, s’imprime nella memoria. Come fatto, più che come immagine. E come fatto ha la sua portata: è un’esperienza. E le esperienze ci cambiano. E non tutte sono involontarie, casuali, un tiro di dadi del destino. Ma questa mattina m’è parso che ad entrambi sian venuti due sei.

 

Il giretto al vigneto

Cosa non faccio per un buon giorno!

Appena varco il cancellino di casa, mi sfilo i pantaloncini (“sono a casa mia”); prendo il salviettone e ritorno in giardino, mi lavo il sudore con la canna dell’acqua. Sento imposte che si aprono. La siepe col vicino è alta abbastanza, non mi posson vedere. E se anche?

Quello che passa quando si è nudi


Differenza di potenziale

È probabile che sia proprio il collo di bottiglia delle riserve sul nudo in pubblico il colpo di frizione, quell’ostacolo che richiama in noi le forze necessarie a forzarlo e superarlo – e perciò il desiderio che sentiamo di stare nudi il più possibile, sia in casa che fuori, si trasforma, del tutto involontariamente, anche in un programma personale di riforma di usi e costumi. Dei miei prima di tutto.

Ma è su un altro fronte che pongo il mio essere nudo… nel battere alla tastiera avevo omesso la “r” di fronte: ottimo errore, lapsus inconscio che sa trovare vie inesplorate di espressione del pensiero. Lo stare nudi è fonte di mille pensieri, riflessioni, collegamenti. Li abbiamo già tutti in noi, dobbiamo solo aprire la scatola (di nuovo: aprile la scatola! e poi oslo invece di solo. Recentemente ho guardato infatti una serie di fotografie dal Vigeland Park http://www.vigeland.museum.no e il richiamo è stato immediato, mancava solo l’occasione per piovermi in discorso).

Statue di granito al Vigeland park di Oslo

Se fosse tranquillo e pacifico un giretto al vigneto, non avrei ogni volta quella fioritura di pensieri che spontaneamente mi si produce nella mente. È sempre presente la possibilità di un incontro improvviso, che ci sia qualche Rumeno che cura le viti, il cacciatore che viene al suo capanno di caccia con l’Ape.

La “differenza di potenziale” fra me e la società produce una “tensione”, una specie di corrente che sento fisicamente come blanda contrazione dei nervi, accelerazione dei battiti, vibrazione sottopelle, leggera sudorazione alle palme, ecc. La percezione di tutto questo e di molto altro che viene a galla volta per volta è una sorta di esplorazione, di “film” che mi scorre nella mente e nel suo scorrere aggancia collegamenti con le cose più impensate, fa emergere idee, stati d’animo nuovi, ricordi… Cose “elettrizzanti”, scintille piezoelettriche scaturite dalla pressione emotiva, dalla martellata “trasgressiva”, che mi sono data in testa osando spogliarmi, tutto nonostante, infrangendo un costume che è norma. È stata questa disobbedienza che mi ha messo fuor d’asse, il colpo di frizione che mi ha fatto ingranare un’altra marcia, che mi ha cambiato il film della strada che percorro. Il “film” è limitato a ciò che mi rimane impresso nel ricordo, al concetto che rivesto di parola, ma il rettifilo è ben concreto, è il mio vissuto concreto: ogni volta che entro nel fiume l’acqua non è mai la stessa. Ma neanch’io. Eppure siamo entrambi concreti.

Per questi motivi il giretto al vigneto mi attira e ci ritorno quasi ogni giorno: ogni volta una novità, dieci, venti nuovi pensieri mai prima pensati, cose nuove mai sapute, cose preziose.

Premonizioni

Ieri ad esempio avvertivo una lieve premonizione che mi suggeriva di non spogliarmi, non ne sentivo la sufficiente esigenza, quello sprone che ben conosco e che mi dà sicurezza – qualunque cosa accada. Ed ecco che a metà del giretto, all’improvviso m’imbatto in un signore sulla settantina, che abita nella mia stessa frazione, in giro col cane. Anche lui in pantaloni corti e a torso nudo. Non sarebbe stato poi una troppo grande sorpresa se m’avesse visto nudo. Ma forse va preparata: ieri la condivisione dell’esser seminudi, un passettino. La prossima volta, se sentirò l’ispirazione, mi vedrà nudo e tranquillo, e non mi sentirò così fragile, così vulnerabile, così “a rischio”. Ieri, infatti, ripensando all’incontro, così mi sentivo.

Arco voltaico

Per ora l’essere nudi ci pone in questa “differenza di potenziale” fra il nostro polo e quello degli altri. Se non ci fosse questa differenza “trasgressiva” anche l’esser nudi potrebbe essere piatto, perché non ci comunica più nulla, se non il benessere fisico. Eppure ho idea che anche il benessere fisico ci comunichi qualcosa. E far prendere aria al corpo fa nascere ugualmente buoni pensieri. Da bambino, il primo giorno che uscivo in canottiera, in campagna col primo fieno, significava che l’estate e le vacanze erano vicine. “Notavo” il fresco sotto l’ascella, lo strofinarsi della pelle del braccio contro il fianco – e ancora me lo ricordo. E anche adesso quando capita, rivado col ricordo a quelle stesse sensazioni: il corpo mi ricorda chi ero, ricorda le tappe, mi riporta indietro ad allora, e mi par di pensare in due modi.

 Stare nudi è cosa ancora molto insolita, per questo produce quegli effetti. Il vedersi nudi all’aria aperta rimesta i pensieri, il corpo lo percepisci nella sua interezza, nella sua totalità, l’attenzione mi esplora, la cosa si fa interessante – mi interessa, cioè ci son dentro. Non ci son le braghette di un costume sociale, le palme che fanno da foglia di fico a coprire alla meglio quel che non si dovrebbe vedere. Perché corpo e mente sono collegati, lavorano in coppia – o sbaglio? –, perché la breve distanza forzata fa scattare una scintilla, crea un piccolo corto circuito fra le diverse energie della mente e del corpo: si produce un arco voltaico, brillantissimo.

 

Mani usate come foglia di fico

Ma questo può essere solo uno schema di pensiero, una similitudine che mi aiuta a capire. Vediamo tramonti praticamente ogni giorno, e se avessimo tempo ci soffermeremmo di più a guardarli. Vuoi vedere, che non siamo fatti diversi? E che non c’è pericolo che il benessere fisico diventi abitudine, perché aria e sole “comunicano” col corpo (più di quanto la scienza non sappia), lo “caricano” di mille cose. E via via che ci mettiamo in ascolto, ci accorgiamo di qualcosina di nuovo e impariamo a meglio ascoltare.

Se a livello sociale e di pensiero, il simbolo “nudità” cessasse di essere attivo, produttivo, rimarrebbe sempre il lato fisico del corpo individuale a parlarci a tenerci in comunicazione con l’ambiente naturale.

Qualcosa di analogo avviene anche quando siamo con altri che la pensan come noi e di fronte ai quali cessano remore e pudori, non valgono più le abitudini che vigono negli ambiti quotidiani. Socializzare la nudità, proprio perché fa ancora eccezione, crea una differenza di potenziale fra il nostro piccolo gruppo e la grande società; crea una scintilla fra noi: sappiamo da una parte come siamo nella nostra vita normale e dall’altra che stiamo vivendo una piccola eccezionale esperienza. Inconsapevolmente ci carichiamo di pensieri e stati d’animo, valutiamo il benessere fisico da un lato e dall’altro, e scegliamo il campo che sentiamo più armonico, quello più ovvio e quotidiano come la bellezza di un tramonto.

Perché dovremmo privarcene? Perché rinunciare a una ricchezza naturale che ci si offre gratuita, semplice, vivida… bella ogni volta? E direi anche esperienza umana, perché arricchisce il nostro concetto di Uomo di aspetti altrimenti invisibili, di percezioni di sé altrimenti inaccessibili, di emozioni che ci tengono insieme in un tutto pieno di sicurezza e vigore: qui possiamo anche essere senza difese, senz’armi (“nudi” come dicevano i Greci); avvertiamo come di essere un blocco di granito squadrato, sicuri che la natura ne sa più di scienza, religione e cultura; sicuri di preferirci sinceri, senza bisogno di maschere che ci dan la patente di essere decenti e accettabili, ossequienti alle regole; sicuri di avere ragione perché siamo secondo natura.

Non siamo liberi di appartenere o meno a una società: eslege ed apolidi nessuno li vuole, rimangono ai margini, barboni reietti.

Eppure lungo i sentieri, baciati nudi nel sole, noi brilliamo, sfolgoranti della luce che sentiamo di avere negli occhi, che ci si riflette sui corpi nella loro interezza, nella loro dignità, di quella fierezza che ammiriamo nelle statue antiche, in quelle dello stadio olimpico di Roma, al Vigeland Park di Oslo. Noi siamo sani, noi siamo ricchi, noi siamo uomini. Siamo quello che siamo.

È questo che passa. È questo che c’è nel nudo e in noi quando siam nudi. Che vogliam dare a vedere di noi. Che gli altri posson vedere in noi, che posson vedere di noi.

Che passa sopra a ogni cosa, allo scandalo, al costume, alla decenza…

E stupisce, fa meraviglia come la scoperta dell’ovvio, il vedere con occhi diversi qualcosa che per abitudine era sempre stata considerata diversa, che per quieto vivere doveva suscitare certe reazioni e non altre. Perché si scopre che con la nostra acquiescenza confermiamo qualcosa che qualcuno ha scelto per noi, persino come dobbiamo pensare e sentire. Persino contro natura. Solo perché un’autorità ci ha imboccato, ci ha messo una maschera, ci ha imposto una divisa, estorto una promessa di fedeltà, di appartenenza.

Astronauta sperduto

Allora quando per caso si incontra sui sentieri qualcuno che è nudo, e c’è tutto il tempo e la tranquillità per fare due chiacchiere perché lo vedi tranquillo e contento, con l’emozione che mozza il respiro perché l’imbarazzo ci fa incespicar le parole “come tremule foglie dei pioppi”, allora sì che si riconosce un pezzo perduto di noi, che vaga naufrago lontano. Quasi avessimo incontrato un bianco astronauta a perdere nello spazio infinito e una volta vicino guardando dentro il vetro del casco riconoscessimo un volto familiare, molto familiare, e avvicinandoci, già intuiamo che non vedremo altro che il nostro stesso volto.

Allora, quell’uno di fronte che nudo e tranquillo ci parla capiamo che già si è “riunito”,  capiamo che qualcosa ci è stato strappato e che va ricongiunto, perché è un frammento autentico di noi (mente, corpo, anima, spirito, Io, Sé e quant’altro) una tessera per completare il nostro mosaico. Non c’è tempo né interesse per chiedersi perché quel frammento ci sia stato strappato, quasi punito, esiliato lontano da noi, come non dovesse più appartenerci perché in qualche modo imperfetto, maligno, malato. Come non corrispondesse più a un concetto ideale. Lo riconosciamo ben più di un figliol prodigo, contenti di averlo ritrovato, che il messaggero sia finalmente arrivato. Poi ci faremo domande del come e perché, se proprio vorremo. Ritrovata la parte nuda di noi, ostracizzata e infamata, sentiamo lo scatto d’una molla di baionetta che perfetta s’inasta. E il tremito del respiro s’è trasformato in commozione, lì-lì per scoppiare. E riguardando il corpo dell’altro così stranamente aperto, manifesto, rivelato, “apocalittico”, ci può venir da pensare che è un corpo “salvato” perché nuovamente nella sua integrità. E quella pelle è così bella perché intera, non interrotta da tele, da messaggi di altri. Che quel corpo è così spontaneo e naturale persino in quel che riguarda la vista del sesso (cengia da brivido sopra l’abisso), perché s’è capito che questa è la giusta misura dell’essere uomini. E la parola nudo allora persino scompare perché più non ha senso, perché non c’è più nulla da nominare e distinguere con preciso concetto, come non c’è differenza se porto un cappello o un berretto, o preferissi la birra invece del vino.

La nudità e il suo uso come simbolo


Le definizioni di simbolo date dai dizionari sembrano essere troppo ristrette o troppo imprecise rispetto a come la parola viene usata e alla varietà della dinamica semantica originata dai comportamenti concreti. Soprattutto viene omesso nelle definizioni il fatto che un simbolo è “operatore/moltiplicatore semantico”. Se pensiamo al simbolo della croce, ad esempio, abbiamo chiara l’idea di come partendo da un episodio circoscritto (la crocifissione di Gesù Cristo) si sia avviato un processo di metaforizzazione (trasferimento di significati) che ha dato origine a numerosi sinonimi, si sia continuamente scritto su questo argomento, infinitamente commentato, variamente interpretato; come sia un concetto inesauribilmente vivo e produttivo, aperto a un continuo aggiornamento, fino alle accezioni d’uso personale.

Una mezza medaglia usata come contrassegno di riconoscimento di un neonato esposto

Nell’antichità greco-romana, simbolo era una metà di qualcosa strappato o spezzato che, ricongiunta con l’altra, garantiva il riconoscimento e l’autenticità di un messaggio o l’identità di una persona. Come la mezza moneta o medaglia appesa al collo dei neonati portati alle ruote dei conventi.

Per i Romani i symbola erano le quote con le quali ciascuno dei commensali contribuiva in parti uguali alle spese per un banchetto comune, “alla romana” appunto.

L’unicità del contrassegno ha esteso il suo uso, e poi il significato, fino a valere come chiave, combinazione di cassaforte, clausola di testamento, parola d’ordine, password che permetta l’accesso a qualcosa destinato unicamente al suo possessore.

Fotogrammi dal film Pan. Viaggio sull’isola che non c’è (2015) di Joe Wright

Carl Gustav Jung dà questa definizione che ci serve – esattamente come un grimaldello logico –, per sviluppare il tema di base:

«I simboli raffigurano in forma visibile un pensiero non pensato coscientemente, ma presente solo in forma potenziale, vale a dire non evidente, nell’inconscio, e che si chiarisce soltanto nel processo del suo farsi conscio».

Ed è proprio ciò che accade quando singolarmente o come società siamo confrontati con il nudo e la nudità.

Le arti figurative, soprattutto, hanno cercato di cogliere e di esprimere le varie sfaccettature dei punti di vista. E il lavoro “ermeneutico” – cioè di riflessione, estrazione e attribuzione di significato – si è trasferito anche nella vita quotidiana e continua anche nella vita pratica di ciascuno.

Significati della nudità

Un breve elenco dei simboli legati alla nudità potrà bastare per iniziare. Sorprende constatare che, grosso modo, i significati “negativi” sono quelli oggettivi (l’impressione che dà la nudità passiva; ad es.: naufraghi), mentre i significati “positivi” sono quelli attribuiti, e dove più esplicitamente si vede la nudità usata come simbolo, cioè usata per trasmettere un significato o più significati (l’impressione che intenzionalmente viene associata alla nudità; ad es. putti, eroi)

Si noterà che spesso i termini sono antitetici:

semplicità
povertà
essenzialità
austerità
dignità
sicurezza di sé
volgarità
scandalo
erotismo
castità
umiliazione
sottomissione
eroismo
vergogna
innocenza
libertà
schiavitù
provocazione
ribellione
individualismo
ostentazione
alterità
alternativa
sincerità
pulizia
pazzia
solitudine
dolore
felicità
bellezza
salute
malattia
vigore
giovinezza
idealità
identità…

Con l’uso tutti questi significati costruiti sull’analogia coi fatti di vita o con la traduzione figurale/artistica si sono aggiunti al significato base, a volte trasferendosi, trasformandosi in esso. Vedi la Cappella Sistina: gli Ignudi di Michelangelo sono icone che rimandano alla vaghezza del tempo mitico/eroico, non hanno altra funzione che di riportarci a un tempo e a una condizione umana astratta, ancora indifferenziata e idilliaca, (sono tutti maschi), prima che fosse necessario un drappo a coprir le pudenda.

La nudità simbolo del peccato

Ma la metafora più potente e ancora produttiva, l’accostamento immediato, il rimando che la nostra cultura suggerisce come prevalente è quella che unisce nudità a peccato. E il peccato per antonomasia è quello originale, a motivo del quale i progenitori “si accorsero di essere nudi”. Questo “accorgersi” significa guardare con occhi diversi, con la coscienza che sa distinguere il bene dal male. E la nudità da allora in poi significherà il ricordo del peccato (vestigium delicti commissi), la presa di coscienza del male nell’uomo e nel mondo, la debolezza verso la tentazione, la proclività al peccato (e in particolare a quello che si commette con gli organi che ancor oggi inducono rossore e vergogna) e l’attenzione preventiva verso le situazioni che lo possono indurre e la loro completa esclusione e cancellazione; significherà l’accoglimento di un discrimine morale che distingue ciò che è bene da ciò che è male, l’elaborazione di un codice e di una censura, di un elenco di trasgressioni e prescrizioni, di una lista dei delitti e delle pene.

La fine del simbolo

Quando un simbolo non è più produttivo di nuovi significati rimane comunque presente nella cultura e nel modo di pensare di una società con la propria storia, i propri contenuti, le proprie connotazioni. Un esempio di questa dinamica sono tutti i capi di abbigliamento: sembra che la moda usi i parametri dell’estetica per attribuire significati diversi all’uso di forme, colori, lavorazioni, a seconda di come mostrano/nascondono parti del corpo. Mostrare l’ombelico non è più di moda, forse lo è di più mostrare una spalla con un vestito alla Tarzan o pantaloni col cavallo basso così che si veda l’elastico dei boxer firmati (mica quegli stracci comperati al mercato!) – la marca, appunto, cioè il contrassegno equivale al distintivo di un’affiliazione o appartenenza di classe cioè distintiva, di rango.

Quando, in una fase successiva, si arriva alla completa indifferenza di fronte a un qualsiasi simbolo, denudandolo di ogni significato aggiunto, quel simbolo diventa muto, esce dalla sfera simbolica e comunicativa, non interagisce più col pensiero, non viene più socializzato, utilizzato come veicolo di significati. Ad esempio, il fumare non è più uno status symbol, e sempre meno compare nei film e nella pubblicità.

Così potrebbe accadere anche per l’essere nudi. Che significato ha l’essere nudi in casa? Lo ha solo per il singolo. Quell’“essere nudi” acquista significato appena varca la soglia di casa, appena può trovare un “destinatario”, appena è messo nelle condizioni di comunicarsi, di circolare. Il costume, la tradizione, la “decenza” vigenti in una società intervengono allora fra il singolo-nudo e il singolo-che-vede, e difende quest’ultimo dall’indecenza, dalla tentazione, dal turbamento. Non importa se tali deterrenti siano stati introdotti innaturalmente, pretestuosamente o in ossequio a poteri più forti (e non troppo democratici): veri o falsi che siano, hanno tuttora il loro vigore; intervengono e incasellano il fatto, stabiliscono una graduatoria di gravità; insinuano il dubbio che qualcosa di pericoloso sia stato ben mimetizzato dalle menti astute e maliarde degli “sporcaccioni” e che il fine ultimo del mostrarsi nudo risieda in generiche e malcelate intenzioni: malsane, corruttrici, pericolose, delittuose.

Eppure, come molte cose hanno cessato di fare notizia, di destar meraviglia (come il re Faruk a Roma o il Marziano di Flaiano), anche la nudità pubblica potrebbe cessare di essere una “novità” che fa notizia. Certo che a quel punto, perdendo molto del suo significato (non del tutto chiaro persino a noi stessi), si potrebbe tornare indietro, e rimetterci i vestiti, perché lo star nudi non ha più senso, non ha più le caratteristiche del simbolo. E, senza forse, col nostro stile di vita stiamo lavorando affinché alla nudità come comportamento non sia associato più alcun significato, divenga muta, indifferente.

Rimarrebbe comunque l’aspetto ecologico-salutistico.

Dunque con la nudità trasmettiamo passivamente un qualche significato, che lo vogliamo oppure no; a seconda di questo significato scatta la reazione conseguente; ma non sappiamo quale sia questo significato; non sappiamo l’effetto che la nostra nudità farà sul “ pubblico”.

Può anche darsi che in quella determinata persona non faccia proprio nessun effetto.

Biglietto d’ingresso

Un’immagine carica di simboli: la nudità, le braccia allargate verso l’alto, i pantaloncini in mano levati come un trofeo, l’ambientazione, la fuga dei filari, il sorriso soddisfatto appena accennato, la luce vespertina che addolcisce le ombre, l’indifferenza di Drago…

Il desiderio di metterci nudi parte sì dal benessere fisico. Ma intuiamo che ci sia anche altro. E di importante. È a questo livello – molto personale – che la nudità ci funziona da simbolo, nel senso che continua a creare, a mostrarci nuove idee, nuove intuizioni, nuovi punti di vista. La nostra personale privata nudità ci parla di un’altra parte di noi. Nel metterci nudi partiamo in esplorazione. Non abbiamo indicazioni, non abbiamo traguardi, non ci sono mappe. Quel che siamo noi, nel nostro intimo, non è scritto nei libri. Nonostante siamo tutti umani. Ma i modi, i colori, i particolari, le rifiniture sono uniche e irripetibili.

Il gesto stesso di spogliarmi – proprio per quel che mi è “costato” arrivare sin lì, per quanto il desiderio nel frattempo mi ha cambiato – funziona da biglietto d’ingresso in me stesso. Il corpo senza più carature, pezzature, censure è simbolo di questa apertura. Parafrasando un versetto della Genesi posso dire: «Ho visto il mio corpo nudo e non ho avuto paura, non mi sono nascosto. Anzi!». Mi sono guardato per quanto mi consentono gli occhi dal capo, ed ho visto che questo corpo son io – contento di tenermi per quello che sono. Ho pensato il mio corpo senza peccato e di colpo qualcosa d’immane è crollato.

 

Indifferenza

Uno può pensare che tutto provenga dallo sdoganamento del sesso, che finalmente, liberando alla vista degli altri quella parte protetta da privacy, così delicata e sensibile, abbia smosso tutte le remore, i legacci, e che l’outing sia in realtà guidato freudianamente dal sesso. Non ho le competenze per poter rispondere. Vedo la cosa da un altro punto di vista. Il mettere alla luce anche le parti più private di me ha neutralizzato la loro eccezionalità, ha indifferenziato ogni zona del corpo, tanto la faccia, quanto le gambe, la schiena, la pancia, l’addome e il piccetto. Nella testa, anche quel che si fa col piccetto non è più una bischerata, non fa più eccezione, non è da prendere con le dovute maniere, con dei riti come fosse qualcosa di sacro. Non ho sentito scoppiarmi la testa al suono di trombe per la gran novità, ma dentro di me un muro è crollato, come sono crollate le mura di Gerico. Dopo esser crollato mi sono accorto che era un muro di altri, un muro che altri avevan costruito nella mia mente!

Il mio corpo nudo, l’esser giunto a indifferenziarlo – la volontà di indifferenziarlo e di tradurre questa decisione in un fatto compiuto, irreversibile – è la mia carta d’identità, la mia metà della moneta, la chiave per entrare nel mio “calderone”, sono io che accendo un fuoco, che lo faccio sobbollire portando a galla bolle sulfuree di un magma vitale e assolutamente individuale che mi fa crescer ventose da geco con le quali sto saldo alla vita, al mio tempo, al mio fare, a chi sono io. Un ventaglio di tante cose mi passan davanti una via l’altra in cascata. Sono ammirato, sono lieve, il corpo mi è lieve, il respiro mi tonifica il busto dalle pelvi al torace, lo riempie di forza e freschezza, di ossigeno ed elio… di helios, che per i Greci era il sole.

Ho dei pantaloncini blu, mi osservo quando me li sfilo dai piedi, prima l’uno e poi l’altro, me li tengo con la maglietta nel pugno: rimaner nudo è come entrare, varcare una soglia. Le viti sono le stesse, ma ora pare mi parlino, il cielo è azzurro, ma lo sembra di più, la luce è come un’altra materia, di tipo diverso, aspettassi un momento, sentirei scattare quantisticamente qualcosa, potrei passare attraverso il verde dei tralci, tra atomo e atomo, dal rado che siamo, espansi che siamo. Nella mente mi passa una brezza di fitti pensieri, nessuno si ferma; mi sembra di andare con essi, di vedere più nitido. Come un agrimensore che dopo un sopralluogo si fa nella mente un quadro più preciso del campo.

Desideri


Mi è capitato di vedere persone che distolgono lo sguardo da me nudo, quasi come atto pietoso, quasi a volermi evitare l’imbarazzo che dovrei provare, come fosse un caso accidentale cui non badare. Può darsi che sia una questione di abitudine: persone nude in giro sono una rarità. La maggior parte ridacchia sentendo la parola nudista, non riesce ad andare oltre la nuda parola, non sa nulla di questo territorio, può solo appellarsi ai sentito dire. Ma quel sorrisino è significativo, vuol dire che la sola parola è stata sufficiente per richiamare qualcosa, per smuovere qualcosa, ha destato una certa vitalità; la parola ha fatto breccia, ha risvegliato un’emozione, ha avuto un effetto di rievocazione, di provocazione che non lascia indifferenti.

Ognuno poi fa da sé i calcoli di quanto alla fine voglia esser felice, e su questo percorso arriva un momento in cui parte individuale e parte sociale si differenziano talmente da essere quasi l’uno in conflitto con l’altro. Ci vuole una buona dose di autostima per dar credito sin in fine più alle proprie pulsioni, ai desideri senza parole che ci nascono dentro, che ci spingono al fare, all’andare, a seguire il sentiero della nostra evoluzione che si mostra percorribile e reale passo per passo, piuttosto che agli applausi, alle conferme gratificanti che ci vengono dalla società (anche solo da un gruppo di amici), ai progetti di altri, per quanto ci vengan pagati.

Finché riusciamo a portare la livrea della nostra immagine pubblica tutto sembra andar bene e quel che riversiamo nella società, nei rapporti con gli altri ci ritorna e corrobora tonda la nostra autostima. Da un certo punto di vista è la società che ci plasma e il vestito che siamo abituati e obbligati a portare ci si incarna addosso e fa parte non solo della nostra immagine, della nostra foto sulla carta d’identità, ma diviene anche la percezione stessa che abbiamo di noi, per quanto esterna, per quanto la sappiamo ancora distinguere da quell’altra più genuina, più vera, più solida e reale che abbiamo di noi in privato, perché è questa che ci rende contenti di noi, più di tutte le approvazioni che ci posson venire da fuori.

Quando infatti preferiamo un percorso personale sia di maturazione che di appagamento – e la società e il nostro Io precedente sembra ci faccian da freno – l’autostima ti approva e te la senti aumentare, dai passi che compiamo ci ritorna una conferma che ci fa contenti e soddisfatti, nonostante tutta l’incertezza. Come se camminare in bilico, alla cieca su una palude ci restituisca il ricordo di una memoria ancestrale, di quando l’uomo non sapeva nulla del mondo e cominciava a conoscerlo. E a conoscersi. Ad avere fiducia in se stesso e anche nel mondo circostante. E le nuove esperienze, azzardate, ma ricche di conoscenza, davano maggior sicurezza che non quella offerta dalle abitudini condivise con altri, dalla tradizione del gruppo sociale.

Non è un fatto di ego, ma piuttosto di un Io che vede, e poi sa, e poi vuole, che sa dove andare, libero di andarci, di provare – e sa che su quel sentiero sarà da solo, ma non importa. Questa tensione, chiamiamolo pure desiderio, ci rafforza la convinzione che siamo sulla strada giusta, seppur sul fragile guscio della nostra piccola barca in mezzo all’oceano. E questo anticipo della meta che ci prefiguriamo comincia da subito a cambiarci, a modellarci. Abbiamo tanto desiderato una cosa, – non che ci mancasse alcunché, non che fosse un bisogno; ben non sapevamo che cosa, ma disposti a rubarla alle stelle – che quando riusciamo a ottenerla, ci sembra d’improvviso quasi già vecchia, conosciuta, scontata. Che strano! allora anche il cielo sembra deludere, la soddisfazione pare non commisurata agli sforzi. Perché il mutamento nella consapevolezza è cominciato fin dal primo passo, fin da quando ci siam dati una mossa, liberandoci da remore e intralci: fin d’allora ci siam sentiti felici. Non è il grido di vittoria degli atleti sul podio, la commozione corale di aver raggiunto un obiettivo oltre ogni speranza, la certezza di aver come alleato il destino. È qualcosa di diverso: è la sensazione compatta, pacifica, piena, di esser quel che vogliamo, passettino per passettino, seguendo il sentiero che intuiamo giusto per noi, o anche la sorpresa di scoprirci in una nuova versione di noi stessi, comunque vera, incredibilmente oltre quel che noi stessi avevamo intenzione di modificare o raggiungere, seguendo i dettami che una vocina ci suggeriva.

È quel che mi succede quando esco in campagna vestito solo di pantaloncini e maglietta, nel caso che… Nel caso che al vigneto mi possa spogliare e camminare lungo le capezzagne che girano intorno o tralungo i filari.

Domenica pomeriggio passeggiando nel vigneto

L’ho fatto mille volte, so cosa mi succede, e mi piace talmente sentire la rete dei nervi che vibrano per la tensione sotto la pelle del petto, il calore che s’accende nelle giunture, il coppino che freme contratto come avesse paura, il paguro-bradipo che fa finta di niente ma sa d’esser la chiave del gioco: come rubata, quell’aria aperta, mi dice la pelle che sente quel soffio, quei raggi di sole che arrivan sin lì – quasi un rimprovero: «perché così rari, che fan così bene? Che ho fatto di male per tenermi in prigione, per negarmi il diritto di godere dell’aria e del sole, della vista del mondo, della vita del mondo, a me, che apposta son fatto per dare la vita? Da che cosa mi devi proteggere. Chi devi protegger da me, dalla sola mia vista?»

Quando sento che il corpo mi parla così, m’incanto a starlo ascoltare. E sto meglio, perché lui sta meglio, perché è finito il castigo, perché m’accorgo che un desiderio m’è nato, e andiamo che un desiderio ci aspetta, non lo possiamo bellamente ignorare: non grande, ma alla nostra portata; non pesabile, ma sempre riempie a giusta misura. Quasi nemmen parla a parole, eppure è chiarissimo. Vedo che mi pulisce la mente da mille pensieri, da slogan, da segnali di divieto, da allerte guardinghe. Mi fa scapestrato, ebbro di un salto, incosciente, esilarante, esaltato… tranquillamente felice, una sottotraccia soffice come una nuvola, una piccola beatitudine, come una droga gentile per ogni nervo diffusa. Invece che tutto-pensieri, sono tutto-sensazioni e io stesso sono l’azione che faccio, che creo, che vivo, che mi sento per entro vibrare; invece del brusio di mille voci che si rincorrono in testa, c’è il silenzio meridiano della vampa luminosa del sole sui pampini in succhio… e su me, che cammino in mezzo ai filari. Sento sulla pelle il calore, sento qual è la differenza, la forza che cresce.

So d’esser nudo, maglietta e pantaloncini in capo a una mano; e sono contento. Non perché sono insolito, non perché la faccio in barba alla gente e agli agenti. Sono contento di me, di esser quello che sono, bastantissimo di quello che sono, di questo momento intanto che dura – son senza orologio, i numeri li ho lasciati sulla strada sterrata. Mi sono già perso, ho perso anche il tempo, a spanne so dove sono; un quintale di leggerezza la mia presenza, la carne dei muscoli, la pelle che dà forma al mio corpo, sembra solo che senta, percepisca, mille antenne, mille pori a succhiar-dentro pollini e odori. Io – e prova a dirne di più! – che occupo una nicchia nell’aria. A capofitto mi tuffo dentro un frattale che cresce e s’allarga, mi fa passare, ci navigo dentro mano a mano s’avvicina e  via via s’ingrandisce. Sono tutt’occhi: i colori, le forme mi avvolgono. Non sto pensando, non sto parlando. Son desto come non mai.

Un battito di ciglia e sembra finita una piccola trance, di nuovo mi rivedo qui dove sono, coi piccoli grappoli nati pur mo’, e i miei passi nell’erba, e gli alberi grandi di verde di contro all’azzurro. Il sole m’accieca ed è troppo: mi basta come m’arriva su me a dorarmi la pelle, quel tanto che vedo le cose, che mi scalda quel tanto la pelle, quel tanto che m’ama. Quel tanto che m’amo.

Ci penso alla gente che sarebbe potuta sbucare da dietro una curva, punto gli occhi vigili, tesi a veder nel caso qualcuno arrivasse davvero. E ancor non so cosa fare, lì sul momento, se capitasse, e un po’ mi distraggo a chiedermi se per caso ancor tema che capiti  simile eventualità. Non so, mi rispondo. Infatti non è come star nudo per casa, la possibilità di incrociare qualcuno, alle cinque del pomeriggio di una domenica di maggio, esiste e in quell’attimo mille cose posson tutte insieme cambiare, precipitare in un attimo. Non vado solo per far quattro passi, per prendere il sole mentre cammino, nemmen per l’adrenalina del rischio, ma proprio per triangolare un incontro: perché non mi piace che quel che vivo sia tutto e solo destino. Qualcosa anch’io voglio far accadere, e fra le tante anche questo: far quell’incontro. E fin d’adesso son pronto, e prima o poi accadrà.

Ancor qualche passo e ritorno alla strada. Quasi automatico mi rimetto i pantaloncini, la maglietta ancor no. È una boiata, lo so. Non son coerente. Ma poco m’importa, non è questo che importa. È dove son stato, il viaggio che ho fatto…

Saranno stati i veleni che han dato alle viti?

Violazione di domicilio


La vergogna che dovremmo provare mostrandoci nudi non mi è ancora andata giù: libri, film, teatro fano già abbastanza nel suscitarmi emozioni come una rana che scatta quando prende la scossa. Almeno per quel che riguarda il mio corpo, a la mé cà, so mé ’l padrù (“a casa mia, il padrone sono io”).

Primo: perché ci è stata imposta, ma non so esattamente da chi.

Secondo: perché nessuno me ne ha mai chiaramente e convincentemente spiegato il motivo.

Terzo perché, in mancanza di motivi, ci viene risposto che “così fan tutti”. Ma io anche altro capisco – distortamente, senz’altro, attribuendo male intenzioni e estraendo il costume dal contesto sociale e dalle finalità –: come dire che se non sei pecora, se non stai nei ranghi, non puoi far parte della società e fuori della società t’arrangi, sei un barbone, e nudo nelle nostre strade non ti vogliamo vedere, “va’ coi porci!”

La parola porci mi rimanda ai tabu alimentari e alle motivazioni che li giustificherebbero. Da qui alla purezza, alla verginità, al privilegio tutto maschile della “prima volta”, della “prima notte”, come un prodotto da supermercato sigillato nella sua confezione, il passo è breve. Molti schemi mentali – per un motivo o per l’altro – sono estensibili a diversi campi della nostra quotidianità.

D’altra parte penso anche che se un’illogicità simile viene mantenuta e perpetuata ci siano degli argomenti ovvi che la giustificano o dei pugni forti che la impongono, una longa manus anonima, senza volto, segreta, che ci ha rubato, anzi espiantato qualcosa di noi, qualcosa di naturale – e con questo ci ha chirurgicamente asportato di una porzione importante

– di autoconsapevolezza (drogandola di vaghe illusioni),
– di autostima (facendoci credere di essere qualcuno perché parte di una massa clonata),
– di armonica percezione della consistenza materiale del corpo in cui come anime siamo – un corpo vivo!

E come non accetterei mai che mi espiantassero un organo senza consenso, perché è un furto bello e buono, e finché campo, come ho diritto all’aria, così ho diritto di avere il corpo che la natura mi ha dato (non sono così generoso da regalarlo da vivo) perché, accidenti, mi serve! Come non accetterei che qualcuno venisse a dirmi quante volte devo farmi la barba o devo fare l’amore, così non accetto vincoli al libero uso del corpo che ho.

Se poi questa limitazione riguarda non tanto l’uso, ma la visibilità pubblica, allora qualcosa mi va in tilt nella logica, forse ho saltato un passaggio, non mi va d’accettarlo e inconsciamente non riesco a vederlo. E poi m’invento spiegazioni stiracchiate, vado per illazioni: ad esempio che esista uno scopo recondito, un ordine di pensiero che usa la pressione, il controllo sul corpo per imporre un ordine ideologico che, ripeto, ancora mi risulta anonimo, senza volto, segreto, ma che avverto cerca di inquadrarmi, di farmi prigioniero, o soldato, o schiavo, che cerca di costringermi a lavorare per una causa comune, che io son di mente troppo piccola per riuscire a capire. Ma è così che la penso, e lo vedo, è ben più di una mera supposizione.

Un ordine che vien spacciato ed imposto come cosa ovvia, che anche i bambini riescono a capire! – A suon di ceffoni, di senso di vergogna, di senso di colpa, di disgusto, dileggio, dispregio, disdegno, castighi, sanzioni, rifiuti, sputi, negazione di diritti, esecrazioni, svalutazioni, umiliazioni…

Riuscire a tenere la testa fuori da questa melma che la società ci ha buttato addosso diviene un imperativo, impervio fin che si vuole, ma necessario se vogliamo mantenere la nostra dignità di persone umane: secondo natura prima che secondo società. Non ho bisogno di decreti e regolamenti, di convenzioni e rituali per vivere secondo natura, per respirare, muovermi, mangiare; non devo timbrare un cartellino quando mi alzo e inizio la mia giornata. Che poi, d’un tratto, quel che fino a ieri sembrava – a me stesso per primo – impossibile, ecco che il caso me lo offre appuntino lungo la strada della mia cocciutaggine; e quel che fino a ieri poteva sembrare aleatoria possibilità, con capriole mortali salta ogni steccato e si concretizza come necessità, reazione obbligata, legge di fisica, risultante delle mie azioni.

Ma già esser giunti a districarsi nel groviglio dei piccoli fili che ci tengon legati come Gulliver è già un bel passo di acquisita chiarezza. Alcune cose non si accettano più, si comincia a pensare esattamente il contrario. Oppure a riempire la pattumiera con le incrostazioni e le abitudini che sopravvivono solo perché le abbiamo (anche inconsapevolmente) accettate e ritrasmesse.

Ne ho piene le tasche. Io trancio, io dico basta, fin qui e non più oltre, nada más!

E già solo al pensarlo mi sento più forte, più ganzo, più soddisfatto di me, in gran gallòria perché sto pensando con la mia testa. E questo mi basta, e quanto! E il resto può anche stare dov’è, non c’è bisogno che sprechi forza a contestarlo, a discuterlo, a smentirlo. Acqua passata non macina più. Distruggerlo non mi cambia la vita: l’ho già cambiata, ed è questo che conta. Gli altri continuino pure come han sempre fatto. Io vado a pescare. Chiaro che verrò giudicato come un evaso, una pecorella smarrita da riportare all’ovile. Ma chi ci vuole stare in un ovile che non ammette eccezioni, quando la natura facendoci tutti diversi ci ha fatto praticamente tutti un’eccezione? Una bella lezione da indurci ad accettarci l’un l’altro così come siamo: belli brutti, grassi e magri, bianchi-gialli-neri e rossi, bresciani e bergamaschi…

La mia vita l’ho già cambiata, dicevo. Non tanto perché d’improvviso mi senta libero di godermi il sole sul balcone di casa, ma di più perché riesco a vedermi chi sono, mi affermo deciso come persona, come individuo, come corpo.

Il corpo, a saperlo ascoltare, ci indica la direzione del nostro benessere, ci suggerisce un’idea di noi che viene dal nostro interno, non l’immagine che ci rimanda uno specchio, non ciò che sentiamo dire di noi, non il modello che ci vien imposto d’imitare. Questo corpo non è a disposizione, non ci vo alle parate, non sto sull’attenti.

Già sopporta come un mite asinello il modo con cui lo trattiamo; lo comandiamo a bacchetta, lo teniamo a stecchetto. Ha mille risorse che non conosciamo – ed è meglio – per ritornare sano, in forze, pronto di nuovo a obbedirci. Di fronte a questa meraviglia che ci è data come individui e come persone non posso che ricompormi, tolgo un po’ del primato che vuol aver la ragione, cancello un po’ dei “doveri” che ho verso la società. Ma dall’altra parte gli “do ragione”, lo lascio libero perché solo se libero farà il suo “dovere”, ubbidiente a leggi eterne non scritte: sa ben quel che vuole e so che lo vuole solo a mio vantaggio. Perciò lo difendo dai mille parassiti esterni, da chi gli vuol mettere una cavezza. E da me per primo. E lo vedo pure inviolabile perché depositario di diritti che son di natura, che non han bisogno d’esser spiegati o capiti – davvero li capisce anche un bambino –, più eterni del marmo in cui sono scolpite le leggi che noi c’inventiamo e a pallino cambiamo.

Se poi la società ha dei turbamenti di coscienza, solo perché m’adocchia il batocchio, non sono io a dovermi farmi carico di evitarli… per il cosiddetto rispetto, per la convenzione, per i famosi “paletti”.

Steccati – recinzioni – schermi =
Curiosità – tentazioni – sfide

Se da una parte non ho una recinzione di legno al confine e perciò non posso impedire al mio vicino di “violarmi il domicilio” anche sol con lo sguardo quando mi vede nudo nell’orto che bagno i miei cavoli, perché gli occhi ce l’ha e quasi gli leggo in pensiero che vorrebbe che assecondassi, per rispetto, le sue attese, e per l’auto-rispetto che devo a me stesso e proprio al mio corpo (m’insinua), per sottrarlo alla balìa dello sguardo degli altri (che non sai mai che cosa ci vedono, cosa pensano, la reazione che ciò può suscitare); altrettanto non posso evitare  d’essere ai suoi occhi indecente, perché anch’io son fatto a mio modo, anzi “son proprio come tutti son fatti”. E non può impormi per soprammercato il suo schema mentale e costringermi a mettermi attorno ai fianchi un bianco straccetto solo perché il mio fronzolo pendulo lo potrebbe turbare. E di che?

Mi verrebbe da dire: «Se hai dei problemi, fatti curare!» Ma sono pure il primo a pensare che son solo opinioni e pensieri, legittimi punti di vista, giudizi dei singoli, i suoi come i miei, e non son malattie. Non mi vedo malato se mi piace star nudo. Né vedo negli abiti e nelle nostre abitudini degli schermi a difesa reciproca: non sospetto degli altri a tal punto.

Il nudo è solo uno stato, non è messaggero di nulla, non cercar l’intenzione recondita, non è un bacchio lanciato nella chioma del noce. Non è da interpretare, da sincronizzare, non un valore preciso sull’asse delle combinazioni, all’incrocio delle coincidenze perfette: è semplice e neutro come una foglia di fico ancor sulla pianta, un azzurro fior di begonia, un cane che abbaia ai piccioni, l’orizzonte aprico che vedo, un’auto fra le mille che passano.

Ma se qualcosa pur passa coi fotoni che vanno a miliardi, non ci posso far nulla: è natura anche questa, un quantum bizzarro che non conosce barriere o distanze e stabilisce fra il tutto quel che è ancora un mistero, un legame, un parallelo, uno specchio, un impiglio, un entanglement.

Entanglement quantistico

Una vocina maligna gli suggerisce, appunto in quel mentre una parolina all’orecchio, e vedo che pensa che non son quell’innocentino “perdibraghe” che fingo di essere, ma son birichino e lo faccio apposta a turbarlo, a cambiargli opinione, che lo voglio portar dalla mia, sotto il naso esibendogli le parti più sconce del corpo, non ammesse nel consesso sociale. E doppiamente, perché in più sembra che faccia lo gnorri e l’ipocrita, non mostrando in palese quale sia la vera intenzione. E dunque mi confermo ai suoi occhi e giudizio quel che la fama diffonde: che se non mi frena il pudore, allora son fuori: son fuori di testa, fuori dalla società.

Mi fai responsabile di quel che t’arrovelli ’nt’a capa? Sei tu che vedi indecente persino il cazzo d’un cane e gli metti il golfino perché altrimenti quella vista ti turba, ricordandoti forse delle tacche sulla cintura che non ti tornano in somma. Ti rispetto fin che vuoi. Ma non puoi pretendere che ti segua nelle tue paranoie. Io ne ho altre, e se permetti, prima seguo le mie. Che mme frega?

La colpa è senz’altro del cane! Di Diogene il Cane, che aveva una botte per casa, che nudo andava in cerca dell’uomo, che chiese al Grande Alessandro di scostarsi dal sole: ché anche un grande fa ombra quando il sole ci basta.

Moneta in argento da 10 euro – emessa in Grecia nell’aprile 2017, raffigurante Diogene di Sinope con la botte o giara in cui abitava e il cane

La mia vicina…


La mia vicina è gentile, non mi denuncerà.

“Tanto va la gatta al lardo…”

6:10 di venerdì scorso. Mi sveglio, esco sul balcone della camera per una boccata d’aria, per vedere com’è la giornata; mi stiracchio. Il cielo è nuvoloso, l’aria fresca, ma non pungente, di una limpidezza che permette di vedere perfetti dettagli sino all’orizzonte.

Scendo in cucina e preparo la mia tisana mattutina. Nel frattempo, apro la porta-finestra che dà sul balcone al pianoterra. Mentre giro l’omino blocca-persiana che fissa l’antone, scorgo la mia vicina di tre balconi più in là, che stende il bucato. Al vederci, ci salutiamo nello stesso istante, con un gesto automatico della mano. Rientro e mi ripasso nella mente la scena. Mi rivedo mentre saluto e la vicina che pure alza la mano: ma io sono nudo, come al solito, come ogni mattina da qualche anno; mai che qualcuno m’abbia visto.

Noto che i riflessi condizionati sono stati più tempestivi del pensiero: che prima ho salutato e solo dopo mi son ricordato d’essere nudo. Nemmeno il minimo tentativo di coprirmi alla meglio.

Abitiamo in queste case a schiera acquistate in cooperativa da oltre vent’anni. Va be’ sono un tipo originale… ogni giorno mi scoprono una stranezza. «E fa bene!» mi giunge per telepatia il pensiero della vicina. Un brivido le scorre lungo la schiena come se ad essere nuda fosse stata lei. Forse si chiede: «quando potrò anch’io? quando vorrò? quando proverò ad uscire nuda sul balcone a stendere i panni?… In un giorno di vacanza, forse, di domenica, quando non ci sono i ragazzi in cucina a far colazione, lo zaino di scuola pronto in corridoio. Oppure quando dormono ancora…»

La mia vicina mi ha anche sorriso, come fa di solito, quando sono vestito. Non ha fatto differenze. Nudo o vestito, per l’attimo di un saluto non faceva proprio differenza. Non mi toglierà il saluto perché mi ha visto indecente sul balcone. Forse già qualcosa sospettava, forse mi ha visto altre volte, senza che me ne fossi accorto. Ho solo il dato di oggi: ed è che è stato tutto normale. Sarà stato anche un fatto improvviso che non ha lasciato il tempo a nessuno di riflettere… – tanto meglio! – la reazione immediata non è stata d’allarme o sorpresa, è stata semplicemente sincera. Mi ha risposto al saluto, ci siam salutati come facciamo da sempre.

Da domani so che posso uscire nudo e tranquillo sul balcone a fissare l’antone. La vicina mi sorriderà un poco di più. Forse anch’io rimarrò qualche istante in più, respirerò l’aria del mattino, mi stiracchierò due volte. Anche sul balcone da basso. Non come ho fatto sinora, quasi che dovessi rubare questi attimi, guardingo che nessuno vedesse.

La gente nel complesso ha buon senso, se ti conosce non ti denuncia. È avanti d’un passo rispetto alla legge. Forse anche due.

L’intervista


Pranzo al Forèst, Iseo 9 novembre 2013

GIORNALISTA: Alcuni anni fa, insieme ad altri, hai organizzato una cena qui a Iseo, una cena fra nudisti.

VITTORIO: Sì, è vero. Se n’è parlato a lungo in paese.

G.: Che cosa è cambiato da allora?

V.: Innanzitutto l’aggettivo.

G.: Ma eravate tutti nudi, a quella cena.

V.: Non tutti. Qui sta la differenza, la prima differenza.

G.: Non riesco a capire.

V.: Da allora abbiamo capito che si può stare bene insieme, nudi quanto vestiti: non è il vestito che può fare la differenza. Non dovevamo essere noi a fare distinzioni, a sottolineare la differenza fra chi preferisce star nudo e chi invece vestito. Noi che abbiamo esperienza dell’un campo e dell’altro. Per questo non amiamo quell’aggettivo, nudisti e poco anche la parola nudismo, perché ci ingabbia in due fronti diversi e contrastanti. Ma come a livello personale non avvertiamo la differenza, così pensiamo che anche a livello sociale si possa benissimo superare l’opposizione. A cominciare dal linguaggio.

G.: È una differenza non da poco…

V.: … Qui sta il punto, vorremmo che fra nudi e vestiti non ci fosse proprio alcuna differenza. L’unica differenza che ancora rimane – secondo noi – è la multa che potremmo prendere per “atti contrari alla decenza”. Al ristorante, nella sala a noi riservata non eravamo «in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico», per cui non rischiavamo nulla.

G.: E allora?

V.: Semplicemente mi piacerebbe che ciascuno potesse vestirsi come gli pare, in casa come sul lungolago, per strada come in montagna, che potesse prendersi il sole sul proprio balcone senza temere gli sguardi dei vicini.

G.: Ma tu già lo fai, ti vedo abbronzato…

V.: Sì, ma con molta prudenza. In orari antelucani, oppure all’ora di pranzo, con la tovaglia sul tavolino, o coperto dal muricciolo del balcone.

G.: Ma qui si tocca il tasto del rispetto, della libertà del singolo che finisce dove comincia quella degli altri.

V.: Per duemila anni abbiam fatto così! Sarebbe ora di cambiare.

G.: Non capisco.

V.: Il rispetto, la libertà di cui si parla è a senso unico: io devo rispettare il vicino, ma non viceversa. Libero lui di andare vestito, libero però anch’io di prendermi il sole come meglio mi pare.

G.: Però, scusami, tu stai offendendo le convinzioni del tuo vicino…

V.: … come lui le mie. E siamo pari. Il suo punto di vista non deve invadere il mio.

G.: Ma la società…

V.: La società è fatta di tante persone, ciascuna con le proprie convinzioni, ciascuna con le proprie opinioni, tot capita…, ciascuno che cerca di vivere coerentemente con quel che pensa sia meglio…

G.: … ma così è un’anarchia!

V.: Dall’altra, però, è un’imposizione, una omologazione. Il vicino rosicchia la mia libertà, per stare più tranquillo lui, al sicuro dallo “spettacolo indecente” della mia nudità.

G.: Ma la maggioranza… Siamo in democrazia.

V.: Appunto! C’è la democrazia del 51% e c’è la democrazia dove c’è spazio per tutti. Lo dice anche l’articolo 3 della Costituzione.

G.: Quali sarebbero dunque gli «ostacoli da rimuovere»? Ma, in generale, che nesso c’è fra la libertà nel vestire e «il pieno sviluppo della persona umana»?

V.: Non è possibile rispondere a questa domanda, perché non è mai stato possibile essere totalmente liberi nel vestire. Noi abbiamo avuto solo delle esperienze personali, limitate a pochi giorni e in luoghi particolari. Condividiamo la nostra esperienza solo con persone che la pensano come noi.

G.: Spiegati meglio.

V.: Non è mai stato possibile – nemmeno a carnevale – andare in giro nudi, in mezzo all’altra gente, liberamente. Le uniche esperienze socializzate che abbiamo sono quelle fatte in campeggi, su spiagge, in raduni, in escursioni dove eravamo solo fra di noi e non esposti alla vista del pubblico. Con la sola eccezione, forse, della spiaggia di Torino di Sangro.

G.: E cioè?

V.: Il comune di Torino di Sangro, negli Abruzzi, ha concesso un tratto di spiaggia “alla pratica del naturismo” lungo il litorale delle Morge, con cartelli all’inizio e alla fine dei 200 metri concessi. Senza recinzioni, reti, tavolati. Un semplice cartello. Chiunque, perciò, poteva entrare liberamente: chi voleva poteva spogliarsi, gli altri si tenevano il costume o passavano oltre.

Cartello indicatore della spiaggia “vestiti come si vuole”

G.: E dove sta l’eccezione?

V.: Che chi si voleva spogliare poteva farlo liberamente. Ma soprattutto che il “pubblico” poteva osservare altre persone nude, togliersi tutte le curiosità di questo mondo. Superare o verificare quanto la nudità di un’altra persone recasse offesa, fosse una mancanza di rispetto delle sue opinioni, e verificare di persona se il nudo nella vita quotidiana sia davvero quella cosa indecente che si dice. Eccezione anche da parte del Comune, che per primo ha riflettuto sulla questione ed è andato oltre il rigido dettato della legge. Penso che molte persone in costume che ci hanno visto nudi e tranquilli su quella spiaggia abbiano cambiato opinione. Nessuno si faceva meraviglia, nessuno ha gridato allo scandalo, nessun parroco è venuto con l’aspersorio a esorcizzare i reprobi. Un ottimo esempio di convivenza civile. Ma per ritornare alla tua domanda, come dicevo, non c’è controprova.

G.: Ma davvero la vista del nudo è così innocua? Penso alle normali reazioni che hanno tutti. Penso ai bambini…

V.: I bambini adorano stare nudi. Non hanno la malizia di stare a spiare, di farsi meraviglie di come gli altri sono fatti, non hanno modelli. Molto dipende da quel che noi adulti gli mettiamo in testa. Dovremmo imparare da loro l’indifferenza, anzi, la naturalezza dello stare nudi.

G.: Ma… voglio dire… il sesso…

V.: Siamo noi adulti che mettiamo insieme le due cose, non i bambini…

G.: Non mi riferivo solo ai bambini… Se una minigonna o una scollatura fanno un certo effetto su noi maschietti, posso immaginarmi l’effetto che potrebbe fare una donna nuda e disinvolta.

V.: Beh, scusa, non hai mai visto una donna nuda…? Ritorno al discorso fatto all’inizio: se non fa differenza, non fa differenza! Se l’essere nudi è naturale, è naturale.

G.: Voglio dire… un’erezione in pubblico potrebbe essere molto imbarazzante.

V.: Anche sotto il costume, non credi?

G.: Ma, alla fine, che cos’è che vi piace nello star nudi?

V.: Potrei dire quel che provo io, ma sarebbe un’esperienza di seconda mano. Prova invece a spogliarti tu, qui, davanti a me. E osserva, scandagliati come ti senti.

G.: Mi trema la penna al solo pensarci.

V.: Non è passato nessuno sinora, se è per questo motivo. O hai vergogna di me? Non ho problemi a spogliarmi anch’io.

G.: Certo… tu non hai problemi. Vuoi dire che me ne faccio io?

V.: Non è tutta colpa tua: è quel che ci hanno insegnato… e in parte anche imposto.

G.: Ma tu sei abituato.

V.: Anche per me c’è stata una prima volta.

G.: Ma il pudore, la morale…

V.: Non ti sei mai chiesto che cosa sono in realtà? Sono dei freni a che cosa?

G.: La Chiesa, la religione…

V.: … ma anche il codice penale.

G.: Appunto. Non vorrei rischiare una multa.

V.: Non pensi che per un motivo o per l’altro, per paura di questo o di quello, siamo noi i primi ad autolimitarci la nostra personale libertà?

G.: Non lo so. Sono solo un giornalista.

V.: Prendila come occasione per mettere in discussione il motivo di questi “dissuasori”. Un’occasione per te.

G.: Mi tocchi sul personale e noi giornalisti abbiamo la nostra deontologia professionale, dovremmo starcene fuori, raccontare i fatti in modo neutro, senza partecipazione emotiva o personale.

V.: Sì, ma allora quando capirai che cosa vuol dire, se non provi? Starai sempre alla finestra a guardare, o verrai a spiarci da un buco nella siepe, a fotografarci da dietro le dune col teleobiettivo, rimarrai alla superficie delle cose. Riferirai quel che dicono i tuoi intervistati. Che cosa puoi raccontare, veramente, di tuo?

G.: I nostri lettori leggono i titoli, di rado approfondiscono.

V.: E allora, di che cosa vogliamo parlare? Solo di ciò che fa scandalo? Delle tette al vento di un’attricetta esordiente, della pancetta di un vip? Non si può sempre stare alla superficie delle cose, badare solo all’esteriorità. Non c’è consapevolezza.

G.: Non era così che avevo pensato l’intervista.

V.: E come allora?

G.: Manca il peperoncino, non fa notizia. Se mi togli la stravaganza, la novità, un po’ di malizia, di “colore”, il pezzo non lo legge nessuno. E le mie impressioni personali, le mie sensazioni non interessano proprio a nessuno, il caporedattore me le taglia di sicuro.

V.: Ma allora non scrivere affatto! Non puoi capire se non ti butti. Non puoi capire cosa sia la libertà di stare nudi, senza tutti gli orpelli o le paranoie che ci facciamo attorno. Non riuscirai a capire perché vogliamo arrivare alla completa opzionalità fra l’esser vestiti oppure no. È una piccola libertà che vogliamo riprenderci dalla società che ce l’ha scippata, una libertà nostra, personale, autentica, in quanto creature della natura, prima che appartenenti a una società, a una cultura.

G.: Ma ci sono molti ostacoli…

V.: Parla di questi, allora. Cita la Costituzione, come abbiamo già detto. Degli ostacoli personali, ad esempio quelli che vedi tu, poi quelli che ci aggiunge la società. Non credi, ad esempio che basterebbe venisse abrogato l’articolo del codice, che d’improvviso vedremmo molte persone nude sulle spiagge, nei campeggi, nelle palestre, che fanno jogging, in bicicletta?… Una cosa normale, naturale… Anche qui sul Monte di Iseo, a Sassabanek, alla Spiaggetta, nei campeggi… e anche lungo le strade, nei ristoranti – senza più dover riservare salette.

G.: Questa sì sarebbe una notizia!… Non solo una cena “privata”. Ma sarebbe anche l’ultima sull’argomento. Appunto: ma non pensi che poi i villaggi, i campeggi nudisti, o naturisti, come dir si vuole, sarebbero costretti a chiudere?

V.: Non necessariamente, semplicemente sarebbero villaggi e campeggi come tutti gli altri, senza alcuna esclusiva… non sarebbero più campeggi “al peperoncino” come dici tu… o come la pensano in tanti. Non ci sarebbe più differenza.

G.: Già! Non ci sarebbe più differenza…

Il professore


Sono stato testimone della segreta curiosità di alcuni ragazzi dai 15 ai 17 anni verso il nudismo.

Si parlava di un personaggio locale, un professore, morto alcuni anni fa, della sua vita spensierata e avventurosa, dei suoi viaggi, dei suoi racconti, delle sue battute, dei suoi aforismi. Sempre innamorato di sua moglie (encantadora, diceva con quel gesto che si fa per dire di un piatto prelibato), senza figli. Li si vedeva spesso al ristorante, al cinema (prima che ne facessero negozi e appartamenti), sul lungolago – molto spesso a braccetto -; ma anche sul monte, sul Guglielmo, lui che grondava sudore, vista la stazza, lei che lo seguiva pazientemente dovunque andasse.

Ha lasciato un archivio fotografico considerevole, album con 4/5 mila fotografie selezionate. Uno dei pochi ad essere stato in Cina sotto Mao e in Albania sotto Enver Hoxha – non che fosse comunista, ma solo perché in tutto seguiva il suo estro.

Si chiedevano i ragazzi se, fra le sue molte esperienze, non fosse mai stato anche in un campo nudisti. E lo chiedevano a me, perché l’avevo conosciuto.

Preso così in contropiede, per un attimo mi si bloccò la parola in bocca. Il flash di un ricordo, come un lupus in fabula, mi riportò ai miei 15/17 anni. Mi ritornò come fosse presente il turbine violento che mi possedeva in quegli anni, che mi portava dove voleva; emozioni a fior di pelle, tuffi al cuore ad ogni novità, gli occhi pieni di un mondo che mi si apriva reale e una voglia di fare, di vivere… fino a scoppiare…

«Sì certamente!» riuscii a dire alla fine. Ma sentii, di ritorno agli orecchi, una leggera alterazione nella voce, non aspettandomi una domanda così schietta e diretta da parte dei ragazzi, una domanda che mi era entrata nel fondo dei miei più gelosi e privati ricordi. Ma coi ragazzi non si può esser sempre abbottonati, ad una certa età le cose si devon sapere. Ed è meglio che le sappiano da chi le conosce per averle vissute.

«Devo confessarvi che anch’io sono nudista. Me lo sono chiesto anch’io molte volte. È molto probabile che anche lui fosse nudista» cominciai.

A mia volta notai che l’espressione delle facce erano cambiate: piccoli gesti di assestamento, sguardi che cercavano dove posarsi sicuri. L’attenzione aveva cambiato direzione: dal professore a me, che ero lì in carne ed ossa e potevano farmi tutte le domande che volevano. Notai diversi movimenti rotatori della spalla come a sottolineare una situazione di cambiamento, di miglior agio. Uno aprì la bocca per una domanda, ma la cancellò con un gesto della mano. Gli occhi erano sgranati e non battevano ciglio. Un altro, con entrambe le mani nei bermuda, trafficò per un attimo. Un altro si soffiò il naso. Di uno colsi lo sguardo puntato a scandagliarmi ai raggi X. La conversazione aveva preso una piega diversa: li riguardava, si era fatta sincera, personale, importante. E non dovevano più nascondersi dietro il pretesto della tesina o fantasticare sui sentito-dire.

Sciolto il ghiaccio, le domande piovevano a raffica; le risposte brevi e precise per poter rispondere a tutte, incalzanti com’erano. Il grado di eccitazione visibilmente aumentava: uno si mordeva il labbro inferiore, un altro si strofinava il braccio per uno strano formicolio, un terzo chinava lo sguardo, timoroso di ascoltare anche troppo. Le domande via via sfondavano l’apparente disagio, i nervi tesi li stringevano forte nel più grande imbarazzo, ma gli occhi luccicavano, avvinti nella rete della più grande curiosità e attenzione. Serpeggiava un’energia che pareva si diffondesse in cerchio e ci racchiudesse, ci facesse mano a mano più sicuri e rilassati. Uno si tolse la maglietta e si accarezzava il busto.

«Un giorno andiamo dalla vedova e chiediamo di mostrarci gli album», conclusi.

«Ma qui da noi, dov’è che potremmo farlo, un po’ di nudismo?» fu la risposta.

Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

Uscita di sicurezza


15/04/2017 – Articolo ammesso al concorso “Racconti nella Rete 2017”

Mi è capitato nei giorni scorsi di percorrere la sponda sebina. Giunto ad uno slargo ho pensato di farmi degli autoscatti con lo sfondo del lago e della cerchia dei monti nell’aria nitida e assolata. La litoranea è una vecchia strada ora poco trafficata e calcolavo che nei brevi istanti che mi servivano per un autoscatto non sarebbe passato nessuno. Piazzo il cavalletto mi faccio tre o quattro foto. Poi mi cingo i fianchi con un salviettone.

Proprio in quel momento passa un’auto che decisamente si ferma. Ne scende un giovanotto con una macchina fotografica e mi chiede se può scattarmi delle foto. Gli dico senz’altro di sì (non so che cosa trovi in me di tanto speciale da essere immortalato). Visto il suo interesse, dico «Beh, allora…»  e mi sciolgo il salviettone. Sento l’otturatore che scatta a raffica. Io mi muovo, sto in posa, guardo nell’obiettivo. Quando penso che ne abbia scattate abbastanza, sempre nudo, mi avvicino e gli chiedo perché tutto questo interesse.

«Non si vedono tutti i giorni persone spogliate; e nude poi…»

E aggiunge che mi conosce, che si ricorda quando lo aiutavo nei compiti alle superiori; parla di come ora si senta un po’ rinchiuso nella situazione in cui si trova a vivere, stretto fra la famiglia, il lavoro, il capo, la fidanzata, i soldi, le mille cose che non riesce a capire, i mille doveri… come fossero troppe cose cui badare tutte insieme. Capisco allora quale sia il motivo di tanto interesse: l’uscita di sicurezza che ha intravisto.

Mi chiede perché mi sono spogliato solo per fargli un piacere, ancora prima che ci riconoscessimo.

Parliamo per pochi minuti, con frasi chiare e semplici che vedo fan presa immediata.

Vedo che gli si spalancano gli occhi, gli cresce un entusiasmo, un’attrattiva, come gli si fossero aperti gli occhi su una realtà che nemmeno sospettava potesse esistere. Gli vedo spesso la fotocamera che gli trema nelle mani e non riesce a tener fisso lo sguardo su di me, non so se lo fa per riguardo, per non farmi sentire in imbarazzo, ma non credo. È talmente stordito che spesso le parole gli si inciampano in bocca. Scuote la testa, non perché non capisca, ma perché non riesce a capacitarsi perché non lo abbia capito sinora. Eppure sempre sorride, fra il divertito e il forte imbarazzo, l’emozione travolgente.

«Ma a te non fa proprio niente?»

«No, proprio niente. Capisco che vedere qualcuno nudo in giro sia uno spettacolo molto raro, ma capiterà sempre più spesso. È troppo facile, troppo bello.»

«Va bene. Adesso devo andare. Grazie di tutto, delle foto e delle parole. Ci vediamo senz’altro. Ne ho per un po’».

L’acacia del Ténéré e le betulle della Siberia


Vizi di forma

Il comportamento umano odierno può essere ritenuto come bestemmia e atto di protervia nei confronti della Natura Creatrice – ci vedo dei parallelismi col peccato originale. Mi voglio però subito assolvere perché al contempo so che le abitudini inveterate che ogni giorno ripetiamo per inerzia o per mimesi sociale, non sono frutto di riflessione, di attenzione, di libera e cosciente decisione. Ritengo che le nostre conoscenze e gli atti che ne conseguono non derivino da una concezione o autocoscienza personale, maturate con l’esperienza, con fatti realmente vissuti, con deduzioni nostre, di noi come esseri naturali, ma sono il prodotto di una concezione, mentalità e autocoscienza sociali, civili, politiche (che in vari modi siamo costretti a condividere), che vedono nella distanza dalla natura, dalla selvatichezza, un netto ed opposto guadagno di civiltà, socialità, progresso e cultura, una logica coerente, utile e convincente, un “discorso di metodo” (Cartesio) che l’uomo ha scelto a propria norma di vita: una vita improntata alla razionalità, alla scientificità, alla progettualità. Con un fondamentale “vizio di forma”: che consideriamo la nostra aspirazione a imitare/emulare il Creatore come legittima e “umana”, come del resto riteniamo sia stato legittimo e umano l’esserci creato un Creatore a nostra immagine e somiglianza, proiettato al massimo di tutto. Ma i risultati sono spesso dannosi, e ogni disequilibrio che immettiamo artificialmente nella natura si rivolge prima o poi contro di noi. Perciò ritengo che ciò che normalmente sentiamo nostro geloso patrimonio dell’umanità – l’intelligenza – vada spesso contro l’equilibrio e l’armonia che vige in natura. I “vizi di forma” invalidano la procedura, ma il nostro orgoglio pervicacemente si rifiuta di ammetterlo.

Ad esempio ritengo un danno il fatto che non sappiamo accettarci come la natura ci ha fatto. D’altro canto (dal canto sociale) riscontro una grande difficoltà da parte della società ad accettare come ovvie e indiscutibili le differenze individuali, e che il “bene comune” prevarichi spessissimo sull’individuo… La società non sopporta di buon grado che il proprio giudizio condizionante non venga accolto apertamente, senza riserve, come qualcosa di buono-in-sé, proprio perché viene dalla società ed è maggioritariamente condiviso. Non sopporta che l’individuo abbia dei dubbi, avanzi dei distinguo, controproponga delle condizioni, alzi delle barriere per difendersene e garantire così la propria individualità e originalità. In sostanza: che sappia fare da sé, senza bisogno della società… che preferisca essere un’acacia del Ténéré piuttosto che una betulla della Siberia.

 

L’acacia del Ténéré: unico albero nel raggio di chilometri di deserto

Bosco di betulle

 

Nudità come interfaccia fra l’individuo e la società

La nudità, agìta significativamente alla presenza di altri, ma senza inutili ostentazioni, porta a rifletter profondamente sugli orpelli sociali di cui dobbiamo vestirci per agire in società.

È la prima frattura, ma è sufficiente per comprendere che il muro può incrinarsi e sgretolarsi. Con la nudità, sia privata che condivisa, cominciamo a vederci in modo diverso, non condizionato. L’abbiamo scelto noi, con coraggio e determinazione, mettendo da parte pudore e paure, col freddo sul collo di una mannaia affilata, con l’àschero di un salto nel vuoto.

È qualcosa di genuino, una genuinità nostra e diversa che cominciamo a scoprire, cominciamo a scoprirci diversi da quel che pensavamo di essere quando eravamo riflesso di quel che la società ci rimandava, costruzione di quel che la società efficientista voleva da noi – a cominciar dall’aspetto, da come ci presentiamo in società.

Come fa il singolo, che non è un criminale, ma una persona onesta e normale, a dar credito a una società che non lo rispetta per quello che è? Ad una società che lo vuole plasmare, che lo vuole tosare, valido solo in quanto cespite fiscale per lo stato, che lo vuole inquadrato come fosse un soldato in divisa. Mi annoiano le marce, l’addestramento formale, i dest-riga e battere il passo. Una società che non vuole la mia individualità, che non vuole il mio apporto originale non fa per me: l’accettazione deve essere reciproca. Sì, ho questa alta considerazione di me, è quel che so di me che mi dà questo giusto orgoglio, e all’occasione potrei anche essere molto generoso: non tanto di quello che ho, che so o che so fare, ma semplicemente di quello che sono.

Tutti insieme è una gran cosa, ci sentiamo forti allo stadio, all’Arena di Verona: 50-100 mila persone tutte insieme, riunite per un unico scopo: è galvanizzante, una gran forza, una fiammata… al momento. Come si può accettare di fare la fila per visitare una mostra, sapendo che la poltrona del boss si regge sul numero di biglietti staccati?

Pacifici e nudi

Mi chiedo infatti come mai esiste questa gran differenza fra nudi e vestiti; perché ci sentiamo così diversi, non solo quando possiamo star pacifici e nudi, ma portiamo la diversa mentalità anche nelle relazioni quotidiane, sul lavoro, nel modo di pensare. Ed è un guadagno su tutti i fronti cui non vogliamo più rinunciare: sentiamo e vediamo che ci fa bene. E fa bene anche a tutti. Non sappiamo quanto, e forse nemmeno mai lo scopriremo, ma sicuramente ci migliora.

Ci basta il volto infuocato dopo un’escursione per dirci di quanto bene ci ha fatto lo stare all’aria aperta, il sudare, il far fatica, lo stare semplicemente esposti a quel che la natura ci manda. Al contrario le lampade di un solarium aumentano il rischio di cancro alla pelle.

Perciò non discuto una teologia che mi prescrive come dogma questa definizione di peccato: «il peccato è un’offesa a Dio per il motivo che agiamo contro il nostro stesso bene» (san Tommaso d’Aquino: «Non enim Deus a nobis offenditur nisi ex eo quod contra nostrum bonum agimus» Summa contra gentiles III 122) – semplicemente la lascio dov’è, non fa per me.

Di che cosa si dovrebbe offendere Dio? Semmai del contrario: noi che in società non sopportiamo la vista reciproca di come ci ha fatto e voluto. Il senso di colpa, parente stretto della proclività “naturale” verso il peccato, ci porta ad una disistima di noi stessi, all’accettazione di un “ordine divino” (nei due sensi di “comando” e di “disposizione ordinata”) che ci fan credere sia del tutto uguale a quello naturale. Se fosse tale, “saremmo nudi senza provare vergogna” come nel paradiso terrestre, prima del cosiddetto “peccato”. Perché è stato uno sbaglio? se prima non sospettavamo di nulla; perché quell’inciampo? Era destino? Per aumentare il nostro senso di colpa abbiam quasi costretto Dio (l’offeso) a incarnarsi (per uno spirito il corpo è una prigione) e a sacrificarsi. Altro che Redenzione! mi sa che è stato piuttosto una trovata per un giro di vite! Non varrebbe la pena soffermarsi tanto su questi argomenti, se non fosse che la maggioranza delle persone credenti ne è però assolutamente convinta, e la società in generale è imbevuta di questa mentalità, di questi agganci, di questi anelli della catena che ci lega l’uno all’altro come miserevoli schiavi d’una cava di pietre, come nudi carusi di Floristella.

Nelle zolfare di Sicilia – Gruppo di carusi al sole. Fotografia di Eduardo Ximenes (dall’«Illustrazione Italiana» nr. 43, 28 ottobre 1894, p. 281, fig. 8.

È un punto di vista. Legittimo, plausibile, rispettabile. Ciò che non è legittimo, plausibile, rispettabile è che ci venga imposto come verità. Questa non è una verità che ci libera (per dirla con san Giovanni). Se accettiamo questo punto di vista rinunciamo al nostro, perdiamo qualcosa di noi, qualcosa di molto importante: ci delegittimiamo, il nostro punto di vista è squalificato ai nostri stessi occhi, rinunciamo al rispetto che ci è dovuto, deleghiamo ad altri, come fossimo indegni, ignoranti o incapaci di vivere secondo il nostro punto di vista e ci facessimo convinti che quello di altri – perché universalmente condiviso – sia più valido, più nitido, più perspicace, più tutto.

Dopo questo primo passo di riappropriazione del nostro punto di vista, della nostra coscienza, dopo questo distacco dall’opinione pubblica, seguono in catena delle conseguenze, delle scelte nei nostri atti che fan lievitare la presa di coscienza della nostra identità: unica, individua, autonoma, originale. Non che poi mi chieda: «se sono fatto così, che ci posso fare?» Al contrario: sono così, mi sono costruito così, secondo come la pensavo, perché non sono un robot uguale a mille altri, perché i pensieri mi vengono dalla mia mente e non da un microchip uguale per tutti.

Il mettermi nudo non ha proprio nessun significato: non è una rivolta, non è la presunzione di aver capito chissà che, non è un’esibizione arrogante e prevaricante di una presunta superiorità etica o sapienziale, non è un’imposizione. È soltanto la mia presenza, qui ed ora, per quello che sono, non per quel che presumo di essere, come sono presenti migliaia e milioni di altre persone, di altri individui, ciascuno per sé, ciascuno ricchissimo della propria individualità; che sono uniti in società non per farne parte o come pecore o come pastori, ma per scambiare e condividere. Perché esattamente come considero me unico e perfetto, altrettanto considero gli altri unici e perfetti, altrettanto uomini quanto lo sono io. Non chiusi nella cella di un alveare, ma piuttosto in un continuo brusio di voci che mi circondano, fra cui anche la mia. Non tanto per sentirmi in un coro ad eseguire una musica per armoniosa che sia, ma come un odore di polline di fiori diversi che è quel che è. Che non deve essere un distillato profumo per il gusto di Vogue.

 

Pudore e punti di vista

Il pudore è conseguenza di come vediamo il nostro corpo – o di come ci hanno insegnato a guardarlo. Da come l’abbiamo fatto a fette, suddiviso in parti buone e in parti cattive, in parti rispettabili, decenti e mostrabili e in parti di cui aver vergogna. Dìvide et ìmpera: una volta che si è accettata questa divisione, si è anche accettato che qualcuno abbia potuto metterci le mani addosso senza chiederci nulla – perché così fan tutti. Possiamo stupirci e indignarci fin che vogliamo che questo sia ammesso, anzi sia stato fatto dalla società, senza darci sufficienti spiegazioni. Ma dovremmo stupirci e indignarci ancor di più del fatto che non reagiamo, tenendo a distanza questa longa manus che introducendosi come un’intrusa a dirmi come devo gestire il mio corpo, mi fa poi diventare col mio stesso esempio uno dei tutti, apostolo ed evangelista del suo modo di pensare, che col tempo diventa anche il mio. Da ritrasmettere ad altri.

 

I segreti

Subdolamente esiste un altro motivo per questa suddivisione: più una cosa è mantenuta segreta e più attira i curiosi, i feticisti del disvelamento, del gossip pruriginoso; di chi in nome della trasparenza vorrebbe tutto sapere per avere l’esclusiva della divulgazione – per scoprire alla fine che sono in fondo banalità o segreti di Pulcinella. È come il gusto malsano di sbirciare dalla serratura o dai buchi nelle cabine.

A salvaguardia di questi pseudo segreti sono state approvate leggi, attenuate poi dalla giurisprudenza, steccati moralistici sempre più rigidi, scandali presunti, preoccupazioni eccessive. Il frutto proibito attira sempre: dato un limite, nasce sempre il desiderio di superarlo; di fronte all’impossibile, alle difficoltà, nascono le sfide. Per il desiderio di vincere – anche di provarsi le forze, di superare se stessi – si fanno pazzie, si va oltre la misura, ci si tira il collo. Qualcuno pianta i paletti, qualcuno si diverte a dimostrare che non servono a nulla; qualcun altro sente l’imperativo categorico di doverli superare oppure annullare, ritenendoli assurdi, oppure per dimostrare che lui è libero, che non si lascia mettere i piedi sul collo da nessuno.

 

Sotto assedio

Sotto la cintura il corpo comincia a farsi interessante, comincia ad essere oggetto di stretta vigilanza – e passa la concezione che sia sotto assedio, che non lo sappiamo gestire, che abbia bisogno di una guida, perché la tentazione esiste, è sempre in agguato, e non sempre sappiamo resistervi. Qualcuno ci tiene a questa difesa pubblica, perché la protezione pubblica dà maggior sicurezza, qualcun altro per dimostrare che può infrangere ogni controllo (specie se il corpo è di altri); altri esplorano questo terreno per dimostrare quanto sia immotivato il confine, inconsistenti le ragioni, per invalidare il divieto; vuole bombardare le fortificazioni, spianare gli argini, togliere le barriere, le recinzioni, le trincee.

È un territorio ben difeso. Paure ominose ce ne tengon lontani come fosse maledetto o stregato; un brivido ci assale al solo pensiero di doverci addentrare, e di solito poi si preferisce desistere per timore di un collasso emozionale, talmente è carico di strane energie, di arie ebrianti, di stordimenti che tolgono il fiato. Ne va molto spesso della nostra reputazione, del nostro decoro e rispettabilità. Con quale faccia ci potremo presentare in pubblico, guardare vis’a viso la gente?

Si capisce subito allora che sono check point presidiati dalla società, dai controllori del viver civile. Nessuno con se stesso ha di questi timori o paure. La società ha messi off limits questi distretti. Di che cosa si debba temere rimane un mistero. Ma per l’appunto la curiosità cresce; è l’anello della catena che più è sottoposto a prove di resistenza, facendo credere che sia l’anello più debole e che se cede, tutto poi salti. È la porta di Barbablù. E qual è il vero segreto che non deve essere svelato: il corpo nudo e naturale o la nuda verità sul motivo che ha portato alla demarcazione netta di parti e funzioni del corpo?

La chiave della stanza segreta – altro avvertimento, altra disubbidienza. Una variante del solito mito, d’un archetipo: ubbidire è controllo di sé o riconoscimento di un’autorità? All’individuo la scelta e la responsabilità.

L’esproprio

Se il frutto è proibito, lascia pensare che qualcuno l’abbia assaggiato e ne voglia avere l’esclusiva, il geloso privilegio. Non c’è una legge che mi vieta di cogliere funghi velenosi – lo so da me! I motivi sono espliciti e chiari. Non c’è come tenere nel limbo una spiegazione per far nascere il desiderio di trovarla. E poiché non si trova, poiché un motivo convincente non esiste, intervengono altri strumenti di convincimento (e coercizione) per tenerci alla larga: onore, pudore, vergogna, decenza, buona educazione…

Perché ci è stata espropriata l’esperienza totale del corpo? Perché una parte è seclusa dalla condivisione con altri, se non a determinate e rigide condizioni? Cui prodest?

Non mi basta una conoscenza libresca del corpo, non mi basta una tavola anatomica, un’immagine: voglio la presenza del corpo mio e del corpo degli altri insieme, reale, come fatto normale di vita, nel mio quotidiano: se il mio vicino vuol prendersi il sole nudo sul balcone adiacente, semplicemente lo faccia, a me non fa proprio niente; anzi: preferisco che si senta libero di prendere il sole nudo, piuttosto che si senta obbligato, da me che lo posso vedere, a mettersi un paio di slip: non sono il pubblico in astratto, alla presenza del quale compie atti contrari alla pubblica decenza – non lo voglio essere! Non mi puoi generalizzare così, cara legge, non mi cacci nel mucchio!

Per questo forse è permessa la rappresentazione del corpo, ma non la sua presenza; per questo è permessa la nudità come fatto artistico, ma non come esperienza.

Noi che abbiamo forzato il confine

Se penso a quanto l’esperienza di questi anni con gli amici nudisti ha cambiato la mia presa sulla vita, la mia concretezza vissuta attraverso le percezioni del corpo, quanto ha sensibilizzato, affinato anche le mie emozioni, arrivo alla conclusione che l’aver fatto a pezzi il corpo nella percezione moralistica, l’aver introdotto reazioni pavloviane alla vista del nudo non può appartenere al disegno della natura e dunque lo rimando al mittente, non mi tocca più.

Anche noi che amiamo spogliarci quando possiamo, forziamo questo confine. Lo facciamo per un motivo immediato, per un benessere contingente, senza la pretesa o la finalità di voler dimostrare alcunché o essere d’esempio per altri e fare proseliti: è meglio che ciascuno segua il proprio percorso, perché gli piace, per farsi un regalo; se lo fa per imitarci, perché è un trend, quel che ha acquisito sarà effimero, non sarà un’esperienza personale arricchente, sarà come seguire il branco di turno perché si ha paura del capo.

Non ci va per niente bene il mal-pensiero che sottostà a questo divieto d’essere nudi: la generalizzazione e proiezione di una mentalità e moralità che non sono le nostre, ma che ci sono attribuita senza verifica. E tutto gira attorno al perno del sesso, perché dopo Freud è come il prezzemolo, è una forma-pensiero che – dato il divieto – ha dell’adrenalinico. Come bastasse spogliarci per divenire bestiali, famelici, passionali senza ritegno.

E 2: come non fossimo capaci di gestirci da soli su questo punto e la società opportunamente ci venisse incontro dandoci saggi consigli.

Oppure 3: che la società abbia un proprio disegno, un proprio ordine e reclami un diritto di veto che la vince sulle istanze individuali.

Gli artisti

Emancipare il proprio corpo dai vari guinzagli o bendaggi ha riflessi immediati anche sulla concezione generale della vita individuale, del proprio ruolo nella società, delle relazioni con gli altri.

La società riesce ad imporre persino agli artisti le proprie mode, il proprio gusto e lo fa con un mezzo che sembra neutro, con una bilancia uguale per tutti: il mercato. E con il ricatto della sopravvivenza (ma davvero siamo giunti a questi punti?) riesce a piegare la creatività degli artisti: un manoscritto non verrà accettato da una casa editrice se non avrà tot sfumature di grigio (anche non necessarie); un pittore non venderà, non potrà esporre in una galleria se non attira visitatori; un musicista troppo innovativo o in anticipo sui tempi “non incontra il gusto del pubblico soprattutto dei giovani”.

Se gli artisti, che sono le persone più consapevoli, sono anch’esse soverchiate dai condizionamenti sociali, rasate ad altezza uniforme come un prato all’inglese, loro che sono solitamente persone selvagge e spontanee, qual è la sorte per la gente comune?

Non si può stare chiusi in un recinto, come le anatre domestiche di Saint-Exupéry, a morire di desiderio vedendo le anatre selvatiche in cielo che migrano verso paesi lontani.

Anatre migranti

Omnia munda mundis


 

Se è vero che ci comportiamo a seconda delle nostre conoscenze, esperienze e convinzioni, progetti, a seconda della geometria mentale che abbiamo del mondo e delle persone, sapere dell’esistenza del Paradiso Terrestre e di quel che è successo, se ci crediamo e se ci pare anche qualcosa di moralmente buono e giusto (= che la situazione ci possa dare maggiore benessere e rimanga in linea con la fondamentale coerenza con noi stessi), quelle in-formazioni si tradurranno automaticamente in ogni atto della nostra vita quotidiana e daranno ad esso una forma, lo con-formeranno e confermeranno, saranno espressione della nostra autocoscienza. In un certo senso, il mondo delle nostre relazioni è condizionato e gestito da ciò che ne sappiamo, da come le conosciamo, e da come vivendolo lo “muoviamo in avanti”. (Se vi serviva acqua calda, questa è l’ultima che ho scoperto).

Nel Nuovo Testamento troviamo una frase che è diventata anche una massima proverbiale: Omnia munda mundis («Tutto è puro per chi è puro» Tito 1, 15). Potrebbe essere un buon programma di vita, un filtro col quale vedere alcune cose che ci riguardano e che la nostra esperienza ci ha da tempo confermato: una frase come questa lascia intendere una estrema fiducia nei confronti dell’uomo, secondo uno schema concettuale che affida alla coscienza individuale la fondamentale scelta morale. Tuttavia faccio fatica a entrare in questa generalizzazione perché quel mundis definisce uno stato di “purezza” che discende da un progetto morale costruito, piuttosto che dal riconoscimento di una fondamentale e a-morale purezza originaria, genetica (che ho da rimproverare al mio naso, alle orecchie, ai miei piedi…?

Parlando di nudo, piuttosto che purezza (che può richiamare uno schema morale), preferisco la parola indifferenza, neutralità, non-applicabilità, estraneità; non perché ci sentiamo fuori dal consesso sociale, ma perché ritengo ingerenza di parte la presunzione che la società possa dettar legge anche alla biologia. E se proprio fossi portato al bivio di una scelta, piuttosto che trasformare la società in un’arena per gladiatori: “io starei con gli ippopotami”.

Il risultato può essere alla fine il medesimo (per strade diverse, entrambe le posizioni – quella dei “puri” e quella dei “biologici” – sono indifferenti al nudo), ma le ragioni sono molto diverse: in un caso ho una lista di controllo che mi distingue ciò che è puro da ciò che è impuro (e che di conseguenza posso capire se sono a-posto oppure no); dall’altra non metto in campo nessun filtro valutativo, nessun criterio di accettabilità: siamo così per natura, non c’è nulla su cui discutere, nulla che possiamo/dobbiamo scegliere. Possiamo essere pro o contro i terremoti?

Il distinguo morale è strisciato surrettiziamente nella nostra vita, perché osservando bene le parole della Genesi (3, 22) «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male» dovremmo aver acquisito la capacità “divina” di conoscere il bene e il male. E secondo il principio socratico che associa il bene alla conoscenza, conoscendo il bene sarebbe impossibile poi non farlo (il più pragmatico Ovidio condivide, approva ma osserva che seguiamo poi le cose “deteriori”).

A questo punto torno a chiedermi perché il gesto di Eva sia considerato peccato se è privo di conoscenza e di volontà, di intenzione finalizzata a peccare, se non è da considerare una disubbidienza deliberata e voluta, di una negazione di Dio (quando il peccato non esisteva ancora). Probabilmente sto ragionando con categorie “teologiche” posteriori, aiutato dalla sistematica scolastica o con una logica fin troppo laica.

 

Demonizzazione del nudo

L’espressione di san Paolo può essere intesa anche come controllo della sessualità, l’urgenza e l’imperativo di una signoria sulle passioni e tentazioni, senza per questo cadere nell’artefatto opposto dell’astinenza forzata, scelta per voto o in vista di una qualche remunerazione spirituale, o della cosiddetta “continenza”, ormai troppo alla deriva verso la mistica religiosa (“grado iniziale e imperfetto della virtù della temperanza” dizionario De Mauro).

Invece che controllo mi piace di più la parola misura, in quanto ritengo che l’ipersessualizzazione della vita quotidiana porti a un appetito smodato (senza modo, cioè anche im-modesto, in-decente), dove la sovrapposizione del desiderio egoico ha travolto, stravolto, strangolato, stralciato, straniato anche la componente affettivo-relazionale: qui sì che ci vorrebbe un po’ di modestia, di buone maniere, di decenza, e non prender di mira solo l’esteriorità del vestire. Tant’è che alcuni circoli iper-cattolici hanno inventato persino il termine semi-nudismo per indicare le persone che in spiaggia non disdegnano di mostrarsi col solo costume da bagno. Per motivi di “sicurezza” e prevenzione pensano che già la “semi-nudità” sia da una parte un atto esibizionistico, un atteggiamento di disponibilità, un preliminare di seduzione e dall’altra un’insidia diabolica perché induce chi guarda a peccare, cominciando appunto col peccato degli occhi (e citano un passo evangelico, che può essere però inteso in due modi opposti: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» Matteo 6, 22-23).

Prevenzione. Noto mega-figo latin-lover in azione sulle spiagge italiane, trattenuto provvidenzialmente dal suo angelo custode.

La modestia – tagliasiepi

A proposito di modestia, un altro significato del termine («disposizione d’animo di chi non nutre presunzione») porta a chiedermi se la modestia nel vestire sia anche un chiaro messaggio verso la società: che sto ai patti, che sono a-posto, che non voglio impormi, vantarmi, distinguermi, ostentare, prevaricare, prevalere, esser fuori misura, superbo, supponente, sfrontato, arrogante, tracotante (“lei non sa chi sono io!”) per umiliare, screditare chi la pensa diversamente, porre le distanze, mostrarmi superiore per un ritorno di fama, considerazione, potere, privilegio…

D’altra parte accolgo volentieri l’invito a non fare il modesto, a godere di potermi mostrare per quello che sono, dell’identità che mi son costruito e della stima che mi guadagno ogni giorno: mica me ne faccio una colpa. Ben venga che ci sia una misura, che il buon senso comune sappia vedere al di là degli schemi, delle siepi squadrate, che smascheri l’ipocrisia, che sappia apprezzare il positivo e originale apporto di ognuno.

Che poi, accade fin troppo sovente che una modestia imposta ci vada un po’ di traverso, ci stia un po’ stretta, divenga un po’ falsa, esteriore (appunto!). Non ritengo immodesta una margherita nei capelli, una gonna a fiori che si gonfia perché la ragazza vuole farsi ammirare, contenta di come in quell’istante si sente: son cose belle e pulite, pudiche… dal mio punto di vista, per gli occhi che ho nel guardare. Anche un corpo nudo può essere bello e pulito, persino pudico (i putti di stucco grassottelli e giocondi lo sono senz’altro; e così le migliaia di Bambin Gesù sulle ginocchia della Madonna), dipende dagli occhi con cui lo si guarda, con quale mente con cui lo guardo, dipende da come il pensiero dietro lavora, sobilla, progetta, s’immagina… dalla saliva che inghiotto. Perché si sa: «l’occhio del padrone ingrassa il cavallo».

Putto con la foglia di vite al castello di Aglié.
Quale “mente” può ritenersi offesa, destabilizzata, tentata, scandalizzata dalla nudità?

Ma anche in fatto di modestia qualcuno ha cambiato le carte: per il patrimonio di conoscenze che ha, per come ipotizza la società debba essere, per l’utopia che cerca di costruire, per le norme categoriche che è costretto ad applicare, vedendomi nudo mi attribuisce intenzioni e finalità che non ho, per come s’immagina il processo di causa ed effetto, perché “ben sa” come certe cose vanno poi a finire. Perciò è il primo ad essere immodesto, perché presume di essere migliore, si autovaluta migliore, forte di una fedeltà a un progetto divino, per definizione superiore a quello umano e naturale; di un impegno costante che richiede dedizione e sacrificio e dal quale si aspetta quello stesso guadagno che pensa che io voglia raggiungere con la mia immodestia. Non sono psicologo, ma ho sufficiente esperienza per pensare che le quaresime siano l’eccezione di una regola opposta che vige per il resto dell’anno.

Mi dispiace, ma la penso in altro modo, conosco le cose in modo diverso, non posso che agire in modo diverso: preferisco essere coerente con me stesso (con la natura che è in me, che giorno dopo giorno riscopro), che ossequiare un costume, le opinioni di altri. Liberissimi che abbiano altre mode e opinioni e si comportino di conseguenza. Ma anch’io!

Non si tratta nemmeno dei confini tracciati fra gli uni e gli altri dalla quantità di “libertà” assegnata a ciascuno, forse nemmeno di un diritto, scritto e sancito dall’Onu, ma di un principio ancora più a monte, a monte della stessa società e della necessaria politica che serve per stare insieme. È come chiederci se respirare è un “diritto”. È una condizione che ci deriva dalla natura: non possiamo applicare i nostri criteri alla natura… li vediamo, poi, i disastri che combiniamo. Vedo che la natura non ha bisogno di conoscere il bene o il male per essere viva e vitale; considerandomi innanzitutto una creatura naturale, cerco di seguire la natura per quanto possibile, piegandomi a volte come un bambù alle esigenze sociali per non dovermi anzitempo spezzare.

Test psicologico: Individuare nel gruppo di escursionisti la persona immodesta che vuole a tutti i costi imporsi o distinguersi.

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