Archivi categoria: Arti varie e artisti

Prince of Denmark, Naked in New York


“L’hanno potuto fare solo perché sono donne”!!! Ci si potrebbe rilevare un atteggiamento maschilistico, una rivalsa tesa a sminuire la forza delle donne, di certo troppo spesso la gente parla solo perché ha la bocca e scrive solo perché ha una tastiera, in ogni caso bene hanno fatto a dare una risposta così forte e precisa. Grandiiii!

The Outdoor Co-ed Topless Pulp Fiction Appreciation Society

IMG_6346Last summer, we produced an all-female, all-nude staging of Shakespeare’s final play, The Tempest, outdoors in Central Park, and it was a huge success: hundreds of people came to see the play in person, and millions more — literally — read or heard about it in media coverage ranging from NBC News and Salon to every major newspaper in the U.K. (They love it when Americans experiment with Shakespeare, apparently.)

img_3506One recurring theme in the comment section of online coverage, however, went like this: “They could only do this because it was women — try it with naked men and they’d get arrested!” Well, we all know a challenge when we hear one. So our Tempest directors sat down to plan an all-nude, all-male production of Hamlet. 

IMG_6354That production was staged this summer, first in Brooklyn’s Prospect Park and then, just this past week, in Central Park, at the…

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“e poi c’è Cap d’Agde atto secondo” la nuova fatica editoriale di Siman


La storia parte da “e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze -I racconti di un pollo-” un libricino in cui l’autore, il mitico Siman, prende la scusa di Cap d’Agde, nota cittadina francese dove il nudo avvolge normalmente l’intera quotidianità, per parlare in modo deliziosamente ironico di tutt’altro. Infatti a Cap d’Agde è riservato solo un capitolo, il penultimo, gli altri sette capitoli sono invece dedicati al racconto di episodi, più o meno di fantasia ma pur sempre riferiti a fatti veri, inerenti il nudismo e i nudisti in genere. La scelta è tutt’altro che balzana come appare, in ambedue i casi si sprecano atteggiamenti ipercritici e “tessilmente” censuratori che isolano una zona d’opinione la quale diviene metaforicamente la Cap d’Agde dei veri naturisti: così come molti nudisti (o, per meglio dire, naturisti come si amano definire una gran parte di tali personaggi) si ergono a paladini delle verità nudiste, oops, naturiste imponendo all’intera comunità (naturista, nudista e tessile) atteggiamenti e pensieri loro (il naturista non mangia carne; il naturista non manifesta pubblicamente atteggiamenti affettivi; il naturista non si depila o, secondo l’opinione dell’impositore di turno, si depila; il naturista non altera il proprio corpo con tatuaggi o piercing; il nudo si pratica solo al chiuso; naturista è l’esempio, nudista è il maiale; e via dicendo), allo stesso modo, fondandosi più sul sentito dire che sull’esperienza personale, molti naturisti (e anche nudisti) si dilettano nel diffondere le più disparate maldicenze su tale cittadina francese, rea di tollerare atti contrari al verbo del naturismo.

Ma Cap d’Agde è veramente come la descrivono? È davvero il ricettacolo della trasgressione sessuale? È effettivamente un malsano esempio di cattiva gestione della nudità?

Siman, anziché fermarsi al sentito dire è andato a vedere, e una volta in zona anziché isolarsi dove i preconcetti potevano restare immutati si è immerso nella realtà del luogo, tutta la realtà, conveniente e sconveniente, piacevole e spiacevole, anziché chiudersi nel cerchio del parlare tra sé e sé o, al massimo, con coloro che la pensano allo stesso modo, si è aperto al dialogo con tutti. Da quest’esperienza arriva questo secondo libricino “e poi c’è CAP D’AGDE… Atto secondo –le istruzioni per l’uso- ovvero: come riuscire a sopravvivere salvando la propria virtù e farla franca (o farsi la Franca)” nel quale Siman, utilizzando ancora la scorrevole formula del racconto e la sua deliziosa ironia, si addentra nei più reconditi meandri della cittadina francese per descriverne tutti gli aspetti e la ricca collezione di frequentatori, approfittando ogni tanto della situazione per inserire frecciatine, ehm, considerazioni più generiche che si riuniscono sul finire in un discorso magari iperbolico (si ritorce contro se stesso) ma comunque serio e veritiero, il tutto senza scadere mai nella retorica degli stereotipi e, quand’ove poteva ad altri risultare necessario, nella volgarità. Ne risulta una lettura non solo oltremodo piacevole e interessante, ma anche educativa, nella quale ogni persona (naturista, nudista o tessile che sia) potrà trovare, a seconda della sua iniziale posizione, conferme o negazioni, ma ancor più potrà trovare spunti di meditazione profonda e non solo su Cap d’Agde!

Anche questa nuova fatica editoriale dell’inesauribile Siman è acquistabile on-line sia in versione cartacea che come e-book; i proventi delle vendite andranno a sostenere le spese web della più grande comunità nudista italiana, e non solo italiana: iNudisti.

The Tempest Returns


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Ecco come si crea il successo, c’è molto da imparare da queste donne e io lo sto facendo, spero anche altri, soprattutto tra i nudisti (e naturisti) italiani sempre troppo restii a manifestarsi, sempre troppo pronti a soccombere, sempre troppo soggetti al pensiero debole.


This past May, we put on an all-female, fully nude production of Shakespeare’s final play, The Tempest, outdoors in Central Park. It was a huge success, attracting not only an audience of hun…

Sorgente: The Tempest Returns

Stimolare la #creatività


Un momento di sconforto si capovolge e diviene l’ispirazione per una tecnica risolutiva.

PEARL Galaxy

IMG_0003Muri bianchi quasi completamente occupati da mensole in legno, libri, tanti libri, libri d’orni genere, quelli d’informatica, quelli di scienze, quelli di montagna, altri di grafica, altri ancora di subacquea, poi quelli vecchi dell’ITIS, i trofei delle giovanili gare di sci, la stampante 3D in costruzione, piccoli oggetti vari sparsi un poco ovunque a riempire gli spazi vuoti. Al di sotto, appese ai muri, alcune fotografie rievocano momenti di vita.

Nel mezzo della stanza due tavoli formano un’isola, su di essi un computer e due stampanti, qui, seduto su di una grande e comoda poltroncina nera, gli occhi fissi allo schermo, le mani staticamente e delicatamente appoggiate alla tastiera, sto lavorando ad uno dei miei articoli. Da diversi giorni metodicamente dopo la colazione mi sforza di trovare il verso giusto della storia, scrivo qualcosa, ci penso, lo rileggo, penso ancora e… insoddisfatto cancello per poi restare attonito a guardare il…

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Decente / indecente


e

Durante la recente visita di un capo di stato a Roma, alcune statue nei corridoi del Campidoglio sono state protette alla vista con pannelli provvisori. Le stature raffiguravano corpi umani nudi o coperti parzialmente da un drappo, raffiguravano antiche divinità greche. Molto imbarazzo ha creato anche la statua equestre di Marco Aurelio (vestito). Ehmbè, per quale motivo? I genitali del cavallo erano troppo visibili!

Mi chiedo se questi atteggiamenti non possano far pensare a una ossessione, a una continua allusione e successiva negazione, a un lavorio della mente, a un tira-e-molla dei sentimenti che portano a stress, a eccessi, a tormenti compulsivi, senza utilità, né sbocchi, né speranza di soluzione. Se anche lo sono, non mi riguardano, non voglio mi riguardino. Da nudista, insieme ai vestiti, mi sono spogliato anche di questi paludamenti artificiosi, di forme-pensiero, di concettualizzazioni che sento come camicie di forza, che sento come indebita oppressione, ossequio sociale inopportuno, se mi costa lo straniamento da quel che mi sono e mi sento.

Il vino e la carne

Eppure sono atteggiamenti e comportamenti rispettabilissimi: ognuno è libero di vivere come più gli piace. Finché non li voglia imporre agli altri, facendoli passare dalla porta di servizio dell’etichetta, del cerimoniale, della piaggeria e persino della morale. Il fatto anche solo di accettare questa ufficialità di facciata è sintomatico di quanto come cultura siamo succubi di un potere che riteniamo più grande.

Se a un pranzo ufficiale non servo il vino, la carne (maiale o cavallo che sia), può essere un bel gesto verso un musulmano, un vegetariano, un ebreo, un rispetto delle loro usanze e leggi. Ma non rispetto usanze e leggi dell’altra metà degli invitati. Beva chi vuole, mangi chi vuole: questo mi sembra equilibrato rispetto. Ma neanche! Questo benedetto “rispetto” che ci farebbe vergognare se fosse violato! Il nostro punto lo dobbiamo tenere. E vergognarci di noi stessi semmai che cediamo. Con questo strampalato rispetto costruiamo attorno a noi stessi una gabbia, in cui ci richiudiamo da soli, come le statue del Campidoglio.

La semplice possibilità

La motivazione della copertura delle statue viene giustificata come atto di riguardo verso l’ospite che avrebbe potuto turbarsi alla loro vista. I giornali dicono “giusta forma di rispetto” (Corriere della sera del 26 gennaio).

Il fatto che i nudi abbiano anche solo potuto offendere o urtare la sensibilità, la moralità, il quadro dei valori di riferimento dell’ospite straniero è stato motivo sufficiente a far prendere provvedimenti. Questa possibilità è esattamente la stessa prevista dall’art 726: la Corte di Cassazione la interpreta come implicita nella lettera stessa dell’articolo. Un atto indecente è implicitamente offensivo, perturbante. In questo l’articolo è tautologico e rimanda ad una referenzialità quanto mai vaga e non-definita. Avendo usato il termine decenza, il codice rimanda al significato stesso della parola la sostanza, la configurazione del reato. Il quadro ideale di che cosa sia decenza è talmente autoimpositivo che non ammette eccezioni, defezioni e sono superflue le definizioni: è di riferimento universale, va nella direzione di un modello ideale

La decenza ab ovo

Decet Romanum Pontificem così inizia la bolla di scomunica di papa Leone X contro Martin Lutero (3 gennaio 1521). («È giusto / si addice / è esplicito dovere / rientra nell’ambito delle sue prerogative / nessuno si faccia meraviglia se il Romano Pontefice, […] insorga molto duramente contro tali persone ed i loro seguaci».)

Decet, in latino, la dice lunga (ciò che è adatto, opportuno, che si confà, conviene, è ammesso-riconosciuto-approvato-condiviso-gradito-atteso-richiesto, nulla osta, d’accordo, è come-si-deve), anzi corta (nebuloso e posticcio com’è il suo significato) su che cosa si debba intendere per decenza, infatti lascia al senso comune riempirlo di significati contingenti e congiunturali, circostanziali e occasionali, col variare dei luoghi e dei tempi, delle mode, delle situazioni, dei galatei, dei singoli e dei gruppi. E chi ha il potere può servirsi della propria discrezionalità per riempire la decenza di contenuti ad hoc, preconfezionati, ideologici, finalizzati a un certo scopo.

Sulla Treccani la voce “Decenza” mi rimanda a “Pubblica decenza”: come a dire che una decenza privata o personale è un concetto che non può aver senso.

Ma in Inghilterra…

La direttrice di una scuola inglese in una lettera dello scorso 20 gennaio [qui l’articolo dal DailyMail], invitava i genitori a non accompagnare i bambini a scuola in abito inappropriato e inaccettabile (pigiama e pantofole). Ed ecco le motivazioni:

«Sono certa che concorderete con me che è importante per tutti noi dare ai bambini un buon esempio di che cosa appropriato e accettabile in tutti gli aspetti della vita, non solo dal punto di vista della loro sicurezza e benessere generale, ma anche come preparazione alla loro vita di adulti. Grazie per la vostra collaborazione nel cercare di elevare le aspirazioni dei nostri bambini.»

Qualcuno può tirare in ballo che quella dell’insegnante è una professione a 360 gradi, quasi una missione, che la società in cui si vive può essere intesa come una società educante. Forse in Gran Bretagna i dirigenti scolastici hanno competenze maggiori che da noi, e possono superare i cancelli della scuola; e poi in fondo si tratta solo di un invito alla cooperazione in nome di una “sana e buona educazione” e non di un Diktat.

In un solo giorno l’articolo ha avuto più di 1500 commenti. Ciò vuol dire che la “decenza” ha una copertura semantica molto elastica. Oppure è un concetto che è in continuo movimento e non ha più un assestamento sicuro ed univoco (come nella società vittoriana o di Downton Abbey).

 

Decenza ed educazione

La lettera lascia immaginare un modello di società e di rapporti fra adulti e bambini: da una parte gli uni che danno il buon esempio affinché gli altri possano attingere ad aspirazioni più elevate. Mi pare sia un modello teorico e astratto – ma senza troppa meraviglia: ne grondano del resto i manuali di pedagogia -: una società ideale, una vita da serra, come in uno spot pubblicitario: tutto pulito, buoni sentimenti, sole californiano, prati verdi sul retro della casa e il bianco smagliante di lenzuola che profumano di bucato. Sono contento che i nostri bambini non debbano indossare una divisa per andare a scuola, che siano spontanei e scatenati e non inquadrati come balilla, pronti a obbedire come marinaretti. Vedranno da sé quali sono le personali aspirazioni, sceglieranno da sé gli esempi che più li convincono. Che tipo di persona vogliono diventare… o non piuttosto allontanarsi da ogni modello, essere uguale e diverso quanto a genio gli va? L’escursione fra l’eguale e il diverso sarà sempre il discrimine lungo cui camminare, l’equilibrio che li porterà ad essere individui in una società, il luogo in cui serve attenzione e energia, prudenza e abilità. Che reclameranno diritti cominciando ad agire in prima persona, che assumeranno doveri e responsabilità senza sentirsene in obbligo o portati dalla corrente.

L'uomo vitruviano di Leonardo

L’uomo vitruviano di Leonardo

I poli opposti

In linea generale l’abbigliamento è un aspetto superficiale della persona (o almeno per chi non vuole essere monaco per onor dell’abito), e per conseguenza la nudità – il grado zero del vestito – un fatto banale, anzi persino decente. Voglio dire: chi non attribuisce al vestito i significati che solitamente gli vengono associati (status sociale, professione, ostentazione, occultamento, maschera) riesce a gestire la propria nudità di fronte agli altri in modo neutro, indifferente, scevro da qualsiasi intenzione o contenuto. E si sente al proprio posto, quadrato nel cerchio e ben piantato come l’uomo vitruviano, una persona, appunto, come-si-deve.

Impronte


Un direttore, nove musicisti, dodici melodie… una sinfonia.

Ci sono momenti di alta, altri di bassa, altri ancora che oscillano tra vari livelli sonori. Ci sono tratti filanti e altri meno, parti melodiche e altre romantiche, c’è un’alternanza di suoni che evoca e produce l’alternarsi di emozioni.

In alcuni punti rivedi tè stesso, in altri riconosci familiari o amici, altrove si compongono figure più o meno distinte, immagini ignote, fantastiche o mitologiche.

Amore e dolore, vita e morte, sogno e realtà, velocità e lentezza, emozioni che, una dopo l’altra, si alzano e si abbassano, si creano e si dissolvono, si mescolano e si separano. Tracce subliminali che s’imprimono nella mente. Tracce evidenti che segnano il cammino.

Impronte, impronte di scrittura, impronte di lettura, impronte emozionali, impronte sensitive, impronte.

Impronte… un conduttore, nove appassionati scrittori, dodici mesi, dodici semplici parole espressione di dodici complessi argomenti.

Impronte che man mano vanno a fissarsi nelle pagine di un sito, impronte infine dipinte, eternamente impresse nelle pagine di un libro.

Impronte, quelle che resteranno segnate nel vostro cuore alla fine di questa lettura.

Impronte!


“Impronte” racconti del Circolo Scrittori Instabili, libricino edito per mano e mente di Luca Bonini, Elda Cortinovis, Barbara Favaro, Mara Fracella, Laura Giardina, Giorgio Matteotti, Rossana Mazza, Franco Pelizzari, Giovanni Zambiasi, coordinamento di Barbara Favaro, illustrazioni di Silva Cavalli Felci – Lubrina Editore.

Il libro è acquistabile su IBS, clicca qui per reperirlo direttamente.

Resoconto della serata di presentazione sul sito del Circolo Scrittori Instabili.

Impronte

L’arte nel nudo


Impossibile non restare ammaliati da questi video ed è altrettanto impossibile non ammettere che i vestiti avrebbero assai sminuito la bellezza, la comunicatività, il coinvolgimento, le sensazioni: il corpo nudo permette di apprezzare ogni più piccola movenza muscolare, ogni più piccolo respiro, l’equilibrio dell’insieme e del dettaglio; l’assenza del più piccolo brandello di stoffa lascia intatta la continuità dell’armonia dei corpi e delle movenze; la visualizzazione di quelle parti ostinatamente e insulsamente tenute solitamente coperte dona leggerezza allo sguardo che può liberamente muoversi attraverso l’insieme, apprezzandolo nella sua pura completezza anziché volgarmente soffermarsi sul singolo dettaglio .

Il corpo è arte e l’arte non si può coprire, l’arte non va nascosta, l’arte non può offendere, l’arte non può essere malizia, l’arte è qualcosa da mostrare, senza paura, senza ritegno, senza reticenza.

“L’arte nel nudo”!

”L’arte nel nudo” sarà uno dei temi che noi di Mondo Nudo porteremo avanti all’interno del progetto “Zona di Contatto” (seguine qui lo sviluppo), un tema che ci vedrà proporre e organizzare, insieme alle strutture che vorranno ospitarci, dei momenti magici dove i corpi domineranno la scena e dimostreranno l’arte che è in loro.

“L’arte nel nudo” permetterà di riscoprire quell’arte, quella perfezione di proporzioni e funzioni che esiste nella natura, quell’aperta accettazione di tutto quel che cresce, di tutto quel che c’è, e non solo dei pini perfetti o dei nodi contorti e poi verniciati, quell’attenzione quasi esclusiva all’uomo e al suo corpo, disvelandolo nella sua perfezione, portandolo alla luce del sole, fuori dal nascondimento in cui è tenuto.

È negli intenti di una mostra far scoprire l’arte, anche in quel che è più impensato o quotidiano, sublimare un attimo, cogliere un flusso di comunicazione anche in un gesto, in una posa banale. Così, materialmente, “l’arte nel nudo” si svilupperà con delle mostre d’arte mista (foto, disegni, quadri, sculture, body painting, sculture vive, eccetera) incentrate sulla figura umana nella sua forma essenziale e più naturale, nella sua veste più semplice e spontanea, nella sua unica e vera espressione artistica: nuda.

Ma non ci limiteremo all’esposizione che lascia separata l’espressione dalla comprensione, l’opera dall’osservatore e l’osservatore dall’opera. Una mostra deve coinvolgere, l’arte dev’essere vissuta, pertanto in “l’arte nel nudo” gli stessi visitatori saranno parte della mostra, gli uni mostrando agli altri l’arte che è in loro. Lettori esperti e musiche opportune si alterneranno fra loro per creare armonia nell’armonia, per suggerire pose e movenze, per stimolare il visitatore a diventare opera e l’opera a diventare visitatore.

“L’arte nel nudo”!

Homo faber


50 lire

Vulcano che lavora nella propria officina. Allegoria della creatività e del lavoro dell’uomo

Nudo e basta

La moneta da 50 lire, in circolazione dal 1954 sino all’introduzione dell’euro (2002) ha avuto un lungo corso. E solo ora – almeno per me – ha acquistato un nuovo valore. Dal lato “croce” un uomo muscoloso batte energicamente su un incudine. È nudo, ma visto di spalle; nulla che possa destare cattivi pensieri o maliziosi pruriti.

Ora le figure sulle monete si son fatte più simboliche, stilizzate, i loghi sempre più astratti, le forme suggestive, design d’avanguardia, abbandonando oggetti quotidiani o naturali (l’ape, l’aratro, il delfino, il rametto di quercia, l’ulivo, Minerva, le caravelle…)

Vulcano: il corpo libero libera il pensiero

L’uomo nudo è Vulcano (o Efesto, alla greca), ma è un’allegoria: rappresenta il prototipo dell’ingegno umano che con le tecniche e il lavoro costante riesce a fabbricarsi strumenti ed espedienti che gli rendan la vita più comoda. Eccelle nell’arte di fabbricar armi (come quelle di Achille dove sul bronzo sbalzato racconta tutto l’universo).

Biscotti Plasmon

Per la prima volta ho fatto caso che Vulcano è nudo (l’uomo Plasmon porta almeno una pelle sui fianchi. Per la prima volta ho collegato nudità e lavoro-cratività-inventiva. Altrettanto nudo è “l’uomo vitruviano” di Leonardo (lo troviamo sulla moneta da 1 euro):

Uomo vitruviano

Moneta da 1 euro con l’immagine dell'”Uomo vitruviano” di Leonardo

qui l’uomo è centro e misura di tutte la cose (Protagora). Una bella frase ad effetto. Ma come ci si è arrivati? Penso che una tale libertà di pensiero, che giunge a sintesi iconiche così immediate nel loro significato e perfette nella forma, non possa nascere che da un’attenta considerazione e osservazione del corpo nella sua vitalità, libertà e fisicità, da cui discende una conseguente attenta considerazione di sé – e del Sé. Nella odierna cultura una tale visione ci è ancora difficile, se non esplicitamente impedita (fatta eccezione per qualche sprazzo illuminante che fa intravedere una via d’uscita): sembra che manchi sempre un ultimo passo, ancora un ultimo velo prima di arrivare alla verità ultima, al vero vero. E possiamo ben chiederci se per caso non abbiamo paura/pudore di quest’ultimo vero, paura ad esempio di peccare di presunzione, di superbia, ancora come Adamo. O che qualcuno ci abbia messo in testa che non ne siamo degni o capaci.

Uomini (e donne) eroici

Esiste sempre uno scambio identitario fra sé e quel che si fa, quel che si scopre, si crea o si inventa. Cerchiamo di costruire un mondo sempre più simile a noi, per specchiarci nei nostri successi, nelle “magnifiche sorti e progressive”.
L’immagine di Vulcano ci suggerisce anche e immediatamente che ce la possiamo fare, che possiamo essere artefici del nostro destino, forgiatori della nostra fortuna (homo faber ipsius fortunae). È un tipo di consapevolezza che chiamerei “eroica”, nel senso che non ha bisogno di veli per nascondere una qualche vergogna, di falsa modestia per sminuirsi, di pudori per celarsi, di timori reverenziali verso nessuno: con occhi “eroici” possiamo guardare apertamente chi siamo e chi vogliamo diventare, sostenere la nuda verità di quel che noi siamo e facciamo, col coraggio che ci viene dalla nostra semplice e nuda dignità di sentirci null’altro che uomini. E come uomini vogliamo pensarci.

Il ragazzo con la rana


Il ragazzo con la rana di Charles Tay

Immagine da: http://stregoneriapagana.blogspot.it/2009/06/charles-ray-il-ragazzo-con-la-rana-e-la.html

La notizia recente dell’eventuale spostamento del Ragazzo con la rana di Charles Ray dalla Punta della Dogana a Venezia per far posto a un lampione d’epoca (articolo del Gazzettinofoto 1   – foto 2 ) mi dà il destro per parlare delle differenze fra il nudo artistico e il nudo quotidiano.

Il ragazzo è rappresentato realisticamente quasi fosse un calco (la statua è alta 247 cm.), in modo molto simile al realismo della scultura ellenistica (come lo Spinario, il Ragazzo sul delfino, il Fantino artemisio…). La statua è stata realizzata in acciaio inossidabile stampato e dipinta di bianco come fosse marmo di Carrara. Non riesco però a capire come mai l’artista abbia cancellato i capezzoli! Stomaco e addome sono prominenti in modo quasi deforme.

La statua era stata ideata per l’Eisemhower Memorial di Washington ma fu rifiutata perché “sessualizza l’infanzia e è oscena” (cfr. anche la relazione, 153 pagine, di Justin Shubow ), è a Venezia dal 2009 (presentata alla 53ª biannale). Una copia della statua è pure al Brentwood’s Getty Center.

Charles Ray (Biografia, Sito) aveva creato un certo scalpore nel 1992 con l’installazione Oh! Charley, Charley, Charley…  e nel 1993 con Family Romance in cui si vedono padre e madre alti quanto i figli.

Il significato della statua si dipana man mano la si osserva spostando l’attenzione dal corpo del ragazzo alla rana che questi tiene in mano per una zampa. Qualcuno ci vede significati sessuali (“The frog is phallic — an adult penis in the hand of the boy”; “la sua nudità appare una pruriginosità che l’artista avrebbe potuto risparmiarsi”.

Per parte mia la statua si impone per altri motivi e mi ha sucitato una domanda precisa: qual è la differenza fra la nudità di una statua e quella di una persona reale?

L’opera artistica è impunibile, impunibile l’artista. Benissimo. Che cosa li scagiona? Una statua nuda non è un individuo, anche se ne ha le fattezze fotografiche (in questo caso il figlio dodicenne di un amico di Ray). Rappresenta un universale: tutti i ragazzi (o le donne, o gli uomini), è un’astrazione, una generalizzazione, un triangolo di Euclide. Se al posto della statua ci fosse un ragazzo in carne e ossa (anch’esso impunibile), la reazione del pubblico (e delle forze dell’ordine) sarebbe completamente diversa: invece di ammirarlo nella sua innocenza, come si può ammirare una gemma in fiore, una bella donna, un uomo ben fatto, si correrebbe a rivestirlo con una coperta, a denunciare gli organizzatori di una performance così vergognosa, ecc. ecc.

Come sempre l’arte, tenendo un piede nel reale e uno nell’immaginario collettivo aiuta a farci riflettere sulle contraddizioni della nostra società in modo non banale, non effimero. Ci pone domande serie, cui possono seguire cambiamenti di opinione e di comportamento.

Boy with frog, detail

Particolare della statua «Il ragazzo con la rana»

Immagine da: http://home.fotocommunity.de/wkoelln/index.php?id=7229&d=25328502

A mio parere la nostra esperienza di vita ci dà una marcia in più per comprendere il nudo artistico, abituati come siamo a vedere il nudo svincolato dai suoi effetti “pruriginosi”. Comprendiamo bene le allusioni sessuali, i riferimenti erotici, ma in primo luogo apprezziamo l’immediatezza, la naturalezza, la banalità del corpo nudo, spogliato, prima che dei vestiti, degli investimenti libidici che ne contaminano la primigenia innocenza, senza le fantasmagorie che funzionano da surrogato o da lenitivo a pulsioni non esaudibili e non eludibili. A commento e conferma, prendo a prestito le parole di Muriel Barbery: «Car l’Art c’est l’émotion sans désir» («Infatti l’Arte è l’emozione senza desiderio», L’eleganza del riccio p. 198 trad. it.).

Se posso aggiungere una mia interpretazione personale: la rana, in quanto rettile anfibio e a sangue freddo, rappresenta l’equilibrio fra l’uomo e la bestia; la vittoria, fin dal suo primo insorgere, sull’“incontinenza, la malizia, la matta bestialità” (Dante, Inferno, XI), il rito di passaggio conseguito con le proprie virtù individuali e sociali. Il ragazzo non mena vanto di questa sua vittoria: ha gli occhi chiusi, come si trattasse non di un suo merito, di cui andar fiero, ma di un’evoluzione naturale e necessaria. All’opposto rispetto al dipinto di Caravaggio Ragazzo morso da una lucertola. Mi pare inoltre di cogliere dallo sguardo dietro le palpebre un certo orgoglio e un’identificazione fra il ragazzo e la rana. Proprio le rane richiamano i primi esperimenti, le prime esperienze, le prime scoperte di biologia. Al posto della rana ci potrebbe essere una biscia, un serpente con tutto il retroterra allusivo, simbolico e morale: ma nella rana prevale il riferimento al suo essere anfibio, e qui può significare l’immaturità sessuale, l’orientamento sessuale non ancora definito o anche l’accettazione di questo stato indefinito, finché non sarà proprio la biologia a decidere.

E aggiungo: non è stato anche per noi un rito di passaggio il metterci nudi per la prima volta? Il chiudere gli occhi maliziosi e troppo “curiosi”? Non è stato proprio questo passaggio che ci ha aiutato a tenere per una zampetta la nostra rana, i nostri rospi?
E visto che la statua rappresenta un ragazzo, aggiungerei: “non è mai troppo presto”, evitando così rossori a non finire, imbarazzanti “figuracce”, inutili soggezioni e sensi di colpa (come i morsi della lucertola di Caravaggio) in un’età che già di per sé è una polveriera.

Un’artista che mette a nudo il mondo


Geniale, decisamente geniale: Ursula Martinez, un’artista che mette a nudo il mondo!

Un solo esempio della sua arte semplice e meravigliosa … semplicemente meravigliosa.

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