Archivi categoria: Atteggiamenti sociali

Sentieri chiusi alle moto: danno da 137 milioni di euro!

Divulgare il nudismo: aspettare o andare?


Foto di archivio


Ricordate il mio articolo “Sono stato a una festa”? Bene, dopo quella bellissima esperienza, dopo che lo scorso anno all’ultimo avevo dovuto rinunciare, quest’anno volevo fortemente ritornarci per rivivere quel sentimento di amicizia, quell’apertura che, per ora, solo poche comunità hanno materialmente mostrato nei confronti del mio modo di vivere che si estende al camminare in montagna. Qui, nel comune di Braone, ormai, se non proprio tutti, molti mi conoscono quantomeno di nome, sanno che i vestiti li indosso solo quando proprio non ne posso fare a meno, alcuni mi hanno anche incontrato durante le mie uscite sui monti della zona, e sanno che annualmente ci porto un gruppo di amici, a parte i gruppi dell’oratorio e di Campo Tres, uno dei pochissimi gruppi che qui salgono a fruire dei servizi dell’ottimo rifugio, hanno ben presente anche questo e lo considerano un bel punto di forza. Così desideravo anche che queste magnifiche persone potessero conoscere alcuni dei miei amici ed ho di conseguenza inserito questa uscita nel programma 2017 di VivAlpe, il programma nato e cresciuto per far conoscere, e magari provare, la normalità del camminare nudi.

Sebbene dovessero salire per conto loro essendo io impegnato in una perlustrazione alquanto impegnativa e lunga, tre amici hanno aderito e mi hanno raggiunto al Prandini. L’accoglienza è stata quella che mi aspettavo, la stessa che avevo ricevuto io due anni addietro, un’accoglienza sincera, assolutamente priva di finzioni, ma, come speravo (e pensavo), le cose sono andate anche oltre, quest’anno si è manifestato un certo interesse, mi, fintanto che ero l’unico arrivato, e ci, dopo che sono arrivati anche gli altri amici di Mondo Nudo, sono state formulate alcune domande, circostanziate, mirate, ma pur sempre importanti e rivelatrici. Il tutto è partito dall’affermazione pubblica di una signora “loro sono quelli che girano nudi qui sui nostri monti”, al che subito uno ha risposto “nudi, ma va, no, se incontrano i guardaparco?”, riprende il pallino la signora e: “che differenza c’è tra nudisti e naturalisti?” (beh si proprio così, come ho avuto modo di scrivere molti confondo naturisti e naturalisti, ancora prima che potessi farlo io qualcuno più informato ha corretto la domanda e spiegato la differenza tra naturisti e naturalisti), “ho sempre pensato che i naturisti fossero coloro che amano la natura!” (eh, eh, la signora ha perfettamente ragione e lo dico ormai da anni: questo è il vero senso etimologico della parola e, volenti o nolenti, non possiamo alterarlo a nostro discernimento, per altro il suffisso ista va applicato al carattere prettamente distintivo di un’attività, ti piace andare in moto sei motociclista, ti piace costruire modellini sei modellista, ti piace scalare le Alpi sei un alpinista, ami la natura sei un naturista, ti piace stare nudo sei un nudista, non ci si scappa).

Altre faccende spostano l’attenzione e il discorso cade, riprende un’ora dopo quando l’arrivo degli altri tre riattiva l’interesse: “scusate qui si chiedono alcune cose ed essendo io quella che fa le figure mi faccio avanti, perché camminate nudi?”, “c’è dietro una particolare filosofia?”, “che cosa avete voi di differente da noi?”. Qui, a parte la logica e perfetta, anche se un poco destabilizzante (per l’interlocutore), risposta di Cristina “niente”, si stava per avviare un discorso che poteva darci l’appiglio giusto per arrivare alla formulazione dell’invito: “venite, partecipate, osservate, percepite e, quando vorrete, provate”. Purtroppo le prime avvisaglie del temporale e lo spostamento dell’attenzione dell’interlocutrice verso altre questioni ci hanno interrotti, ma il seme è gettato, la prima ancora psicologica è stata generata, sarà poi facile riattivarla, sarà addirittura facile che si possa riattivare da sola.

Il resto della mattinata passa all’interno del rifugio ascoltando il rumore degli scrosci d’acqua, alternando chiacchiere di diverso genere e mangiando. Sul finire del pranzo una persona conosciuta in mattinata e con la quale già avevo parlato ma solo di montagna e trail, viene catturata da Riccardo che gli parla del mio lungo viaggio di TappaUnica3V, da qui nasce una richiesta di maggiori dettagli alla quale faccio seguire l’ovvio invito di venirmi a leggere sul mio blog. Nel frattempo il temporale si esaurisce e lascia il passo ad un debole sprazzo di luce e di sole, di comune accordo si decide di approfittarne per rientrare a valle prima che possa arrivare nuova pioggia. Io devo muovermi in direzione opposta a quella di tutti gli altri per cui ci salutiamo con il sottinteso augurio di vederci nuovamente, magari riprendendo il discorso rimasto in sospeso e portarlo all’invito anzidetto, per ora la certezza che qui possiamo continuare a venirci, che qui possiamo muoverci in libertà con ancor meno attenzioni e preoccupazioni di quelle che, purtroppo, ad oggi dobbiamo comunque sempre avere.

Qualcuno potrà osservare che siamo dovuti rimanere vestiti e che così abbiamo ceduto alla forza dei tessili, niente di più sbagliato: noi non abbiamo ceduto nulla a nessuno, abbiamo, così come tutti spesso fanno, solo volontariamente deciso di partecipare ad una festa in un contesto non nudista, a differenza di quanto molti fanno noi, però, ci siamo andati senza nasconderci dietro le nostre vesti, ci siamo andati con il preciso intento di farci individuare per “quelli che vengono nudi”, di poter parlare del nostro andare nudi, d’essere vestiti nel corpo ma nudi nell’animo e nelle parole. Così è stato e i risultati sono incontestabili, sono quei risultati che da almeno due anni ho capito essere raggiungibili solo smettendola di vivere nel terrore d’essere identificati come “quelli che stanno nudi”, smettendola di nascondersi, smettendola di predicare l’autodifesa del territorio attraverso l’obbligo assoluto della nudità, smettendola di aspettare che gli altri comprendano e abbraccino la scelta nudista, bisogna manifestarsi, accettare e promuovere la promiscuità (brutta parola che spesso viene utilizzata in modo negativo ma che qui devo necessariamente utilizzare nella sua positiva valenza), capire che solo la condivisione degli spazi può darci spazio, capire che se io obbligo gli altri avranno paura di perdere spazio, capire che non c’è la paura di vedere persone nude ma quella di doversi per forza mettere a nudo, comprendere che se io attivo un forte meccanismo di difesa gli altri a loro volta faranno lo stesso e saranno solo i grossi numeri, quelli che noi per ora non abbiamo, a fare la differenza e decretare il vincitore.

Dobbiamo muoverci, spostarci, alzare il nudo culo dalla salvietta, e portarlo, vestito ma nudo, tra quegli altri che, così come pretendiamo facciano loro, dovremmo smettere di chiamare “altri”. Sono persone, solo persone, persone che ancora devono scoprire quello che noi abbiamo già scoperto, così come noi potremmo dover scoprire cose che loro hanno già scoperto: tutti abbiamo sempre qualcosa da imparare da tutti, tutti abbiamo sempre limiti e paure, tutti abbiamo da comprendere e capire, tutti!

“Ne abbiamo piene le… sentenze”


Come tutti ormai dovrebbero ben sapere, in merito al nudo pubblico (perché in privato, almeno in Italia, ognuno può fare quello che vuole) la legislazione italiana si mantiene assai vaga lasciando a chi gestisce l’ordine pubblico e ai giudici l’onere di decidere caso per caso. Una situazione per certi versi ideale potendosi così adattare all’evoluzione dei tempi, per altri invece negativa visto che in Italia le sentenze non fanno legge, che i giudici non sono tenuti a conformarsi alle scelte di un loro collega e nemmeno della Cassazione, che è ben evidente quanto anche in giurisprudenza spesso le convinzioni personali prendano il sopravvento sulla realtà dei fatti, che mancando un principio preciso su cui fondare la discussione il tutto diviene un azzardo, che in italia le istituzioni sono assai lente ad adeguarsi al cambiamento sociale, che gli amministratori comunali (Sindaci in primis) sono assai più attenti alle voci degli “amici di partito” che a quelle della gente nel suo insieme, eccetera, eccetera. Nonostante tutto, però, a partire da una prima sentenza favorevole ai nudisti (anno duemila) ne sono seguite diverse altre similari di giudici di ogni ordine e grado, si è così inquadrata una nuova convenzione giuridica che, osservando e facendo proprio l’evidente cambiamento dell’opinione comune nei confronti del nudo, lo ritiene accettabile in una larga tipologia di situazioni, di sicuro in tutti quei luoghi dove da tempo è consuetudine stare nudi, in diversi casi anche in contesti dove il nudo non è tipico, ad esempio zone isolate e difficili da raggiungere come le calette delle scogliere di mare e certi reconditi pascoli alpini, ma anche zone meno isolate e più frequentate qualora comunque periferiche ai grandi centri e al momento desertiche, vedasi certi sentieri di montagna. Materialmente possiamo dire che, entro certi limiti, il nudo pubblico è oggi giuridicamente legittimo.

Ehm, oggi? Purtroppo il “recente” decreto legge sulla depenalizzazione dei reati minori ha un poco rimescolato le carte in tavola e… sebbene siffatto decreto legge non dovrebbe invero avere influenza sulla predetta convenzione giuridica favorevole al nudismo, succede che, visto l’importo a tre e persino quattro zeri (si osservi che, per fare un solo esempio, chi guidando un natante in modo irresponsabile travolge e uccide un subacqueo rischia al massimo un’ammenda a due zeri) delle sanzioni corrispondenti e con la complicità di altra, più vecchia, variazione legislativa che rende assai complesso e gravoso opporsi alle sanzioni, le amministrazioni comunali, non dovendo più fare necessariamente ricorso ai giudici (che, come detto, andrebbero ad annullare le denunce), magari nemmeno ai Prefetti (che, assimilando le decisioni dei giudici, pure avevano iniziato a stralciare le denunce), ed essendo sempre alla caccia di introiti economici, ne hanno approfittato per ridare vigore alla caccia al nudista e sono così fioccate a destra e a manca le contravvenzioni. Vero che qualcuno, l’onorevole Luigi Lacquaniti, si è mosso per chiedere una rivalutazione legislativa dell’importo di tali sanzioni, ma vero anche che la risposta del diretto responsabile è stata molto più che evasiva come si evince da un pdf ufficiale della Camera: la risposta del ministro non prende affatto posizione sul punto del nudismo, ma si limita a un lungo sproloquio sulla depenalizzazione e ricorda che entro 18 mesi sono possibili interventi correttivi, ma dice anche che “non sono allo studio da parte di questo ufficio iniziative normative nella materia oggetto di doglianza” e che anzi “nessuna osservazione, in punto di adeguatezza [delle sanzioni], è stata comunque sollevata dalle altre amministrazioni interessate alla delega”, insomma una chiara e forte, sebbene subdolamente celata con le solite formule tanto care ai politici, affermazione di diniego. Per altro, per quanto riguarda il nudo l’intervento più corretto sarebbe ben diverso dalla semplice riduzione delle sanzioni (che equivale a ribadire quell’illiceità del nudo che ormai la convenzione giuridica aveva invece annullato): un’esplicita dichiarazione di esclusione del nudo dal contesto degli atti contrari alla pubblica decenza (e anche da quello, invero assolutamente inapplicabile ma che spesso veniva e viene utilizzato dalle forze dell’ordine, degli atti osceni in luogo pubblico), stop! Poche parole chiare, semplici e inequivocabili.

Purtroppo siamo ben lontani dal poterci aspettare questa semplice e chiara azione e le sanzioni fioccheranno ancora a lungo, così… così qualcuno, l’Associazione Naturista Italiana (ANITA), si è mosso e al grido di “ne abbiamo piene le sentenze” ha dato i natali ad un Fondo di Solidarietà Naturista grazie al quale intanto poter dare assistenza legale a tutti coloro (associati e, cosa assai rilevante, praticamente una gradita rivoluzione rispetto alle consuetudini associative, non associati) che incapperanno in dette opportunistiche e ufficiosamente illecite sanzioni amministrative, e poi (che è forse il punto di maggior forza dell’iniziativa) poter intraprendere azioni giuridiche verso quelle amministrazioni pubbliche che, andando in controcorrente rispetto alla convenzione giuridica e all’opinione comune, continuino a molestare chi se ne sta semplicemente e pacificamente nudo. A tal ragione l’ANITA ha avviato una raccolta fondi aperta ovviamente a tutti, nudisti e non nudisti, soci e non soci, italiani e stranieri. Insomma, chiunque abbia a cuore il concetto di libertà, chiunque pensi che le persone quando non provocano ad altri reali danni materiali debbano essere libere d’agire secondo propria coscienza, chiunque ritenga doveroso il reciproco rispetto dove reciproco sta a indicare la bilateralità dell’azione e rispetto sta a indicare la considerazione dell’effettiva limitazione in carico alle due parti (raramente simmetrica), chiunque abbia a cuore l’oggettività delle azioni istituzionali, chiunque ritenga che il politico non debba governare solo in ragione di chi lo ha eletto ma anche in ragione di tutti gli altri, del bene comune all’interno della comunità che amministra, ecco chiunque sia per la democraticità delle cose e delle istituzioni è invitato a partecipare, qui (pagina News sul sito di ANITA) trovate tutte le informazioni necessarie all’effettuazione del versamento e qui (pagina Verbali e Bilanci di ANITA), ai fini della massima trasparenza, trovate l’evidenza materiale dei versamenti fatti.

Finalmente una bella vera iniziativa pro nudismo e pro democrazia, sosteniamola, visto quante sono le istituzioni che si approfittano della situazione per rimpinguare le proprie casse è assai importante la partecipazione del maggior numero possibile di “amici della democrazia e della libertà”.

Grazie ANITA, grazie!

Nudità virtuale


Nelle strutture ricettive in cui è concessa (!) “la pratica del naturismo”, la nudità esiste, ma il fatto stesso che sia praticata sotto condizione, dimostra che di fatto è come se fosse soltanto tollerata. Tollerata dall’alto, in forza di leggi e delibere. E si sente. E pesa. Invece di sentirsi totalmente, apertamente, leggermente liberi, la siepe di cinta è costantemente presente a ricordare l’eccezione, l’u-topia (il non-luogo), a giustificare il prezzo pagato per il permesso, elargito per magnanimità e “progressismo” di chi detiene questo potere (delegato da noi). Per converso, proprio questo aspetto sempre più mi convince che il diritto di esser nudi è un diritto personale, che nessuna autorità, potere, stato, sistema, tirannide può arrogarsi, né scipparci. Pensandoci bene, in quei luoghi, dopo un po’, anche l’esser nudi diventa obsoleto, quasi un obbligo; non si avverte più la liberazione vera e completa dal senso di pudore o vergogna.

Perché nei centri naturisti il “pubblico” occhieggiante non c’è, sono una specie si stanza da bagno allargata e le siepi sono come mutande di edera verso il resto della società. Per l’esperienza che vado quotidianamente facendo, mi convinco che è con il confronto aperto e diretto col “pubblico”, con il contatto, con il dialogo, che la nudità si emancipa, che può uscir di tutela, che diventa maggiorenne, nel pieno godimento dei propri diritti e responsabilità. Non sto parlando del piacere di sentirci scorrere l’adrenalina del rischio sfiorato, ma calcolato: non sono “sportivo” a tal punto. Nei centri la nudità è come fra marito e moglie, fra medico e paziente, fra gli amici di squadra sotto le docce a fine partita. In queste condizioni, pudore e vergogna continueranno a farsi valere, a limitarci, a tormentarci, a farci sentire a disagio, a tenerci stretti e coperti nel nostro imbarazzo; richiederanno guardinghe attenzioni, salviettoni e joupettes. E il “divieto” riceverà una conferma. E per di più rincarerà la sua dose, se proprio coloro cui piace starsene nudi, accettano il perimetro in cui viene relegata la nudità (non entro nelle motivazioni personali, che son sempre più variegate); la segregazione stessa conferma i motivi della sua istituzione e persistenza. Pudore e vergogna servono ai centri: finché pudore e vergogna esistono, i centri avranno clienti. A queste condizioni, non è vera nudità, è una nudità esteriore, quasi un costume da carnevale. È una nudità virtuale.

Nudità virtuale

 

Ironia della sorte: il richiamo alla “natura” contenuto nella parola naturismo sembra si fermi ad una soglia morale, alla solita soglia della visibilità pubblica, oltre la quale la visibilità diventa scandalosa, immodesta, irrispettosa, volgare. Ne ricavo la concezione che in generale “la natura va bene, ma fino a un certo punto”: da lì in poi c’è l’umanità, la moralità, la tradizione, la civiltà, le buone maniere; bisogna fare i conti con la società. Dando per scontato che le virtù umane e soprattutto civili che ci siamo costruiti siano superiori a quelle naturali. Che l’intelligenza umana (ma intesa più come “traguardi raggiunti” della società nel suo complesso, accumulata lungo la storia, che la facoltà del singolo) ci abbia riscattato dalle brutture bestiali della giungla, dalle tragedie dei poveri gnu assaliti da un crudele leone, dei poveri moscerini presi al volo dalle rondini… Mentre per parte nostra non vogliamo vedere cosa succede nei mattatoi, sui pescherecci, nei setifici, nei pollai. Allo stesso tempo stiamo incollati alle vetrine di via Montenapoleone ammirando le borse di pelle di piccoli struzzi di un anno…

Incontri

Quasi ogni mattina esco a caccia: questa mattina due signori mi han visto. Arrivato sulla strada principale vedo un signore in maglietta verde fosforescente con un cane che procede a passo spedito… Io proseguo attraverso i campi come son solito. Il signore fa un largo giro attorno alle case lungo la strada asfaltata, mentre io taglio per la campagna, e all’incrocio con la ciclabile me lo vedo arrivare. È ancora lontano, non ancora a distanza di saluto. Io son già nudo, mi ero spogliato all’inizio dei campi: ha tutto il tempo di vedermi e considerare la cosa. Al ritorno del giretto al vigneto, allo stesso incrocio vedo arrivare un altro signore, in sella a un cavallo, un po’ più vicino. Ci salutiamo.

Prima di arrivare alle case mi rivesto.

E l’altro giorno, sempre in quel punto un signore un po’ anziano arriva da destra. Tiene la testa bassa, non so se non mi ha visto o non ha voluto vedermi. Ricordando l’episodio ho trovato un probabile perché: per commiserazione di un povero ignudo (come insegna il Vangelo).

 

Nudità su strada

Dopo il periodo di rodaggio nei centri nudisti è tempo di provare l’esperienza su strada… altrimenti non ci daremo mai la patente. Eh, sì, perché la nudità nei centri è un po’ come quella privata nella stanza da bagno, nelle spa. Entro le mura di casa si è al sicuro. Nelle spa altoatesine si fa finta di non vedere e l’imbarazzo elettrizza e paralizza.

Finché guidiamo su un simulatore non succedono guai. Finché c’è un istruttore di guida, non si corrono grossi pericoli. Eppure prima o poi bisogna svitare le rotelline laterali al triciclo.

Finché vivo la mia nudità nei raduni, nelle feste comandate, sicuramente non succede nulla. Nulla cambia. La nudità sarà un fenomeno “naturista”, non naturale. Le leggi non cambieranno mai, se non in peggio.  Avremo fatto solo un’esercitazione, una sessione sul simulatore. Il sentirsi sempre impreparati, il “non sentirsela” di fare il gran passo è lo stesso che dar ragione al pudore, alla vergogna, alle braghette, alla minaccia di chissà quali castighi divini (o multe salate). È rassicurante sentirsi dalla parte dei più: ciascuno ha la propria soglia. Altri preferiscono fare da sé, e non guardano gli altri, non hanno bisogno di sentirsi protetti dal numero, non accettano di essere pecore neppure travestite per carnevale.

Impennare la bicicletta, pedalare senza mani sul manubrio non sono certo comportamenti raccomandabili. Eppure è una conquista privata, un trionfo tutto per sé che riempie di orgoglio, di autostima, di sicurezza ogni bambino. Ha provato mille volte da solo, finché c’è riuscito. E riscuote la soddisfazione di una vittoria tutta personale, che lo fa grande.

Forse sono rimasto bambino, o con gli anni lo sto ridiventando, cercando di recuperare tutto quello che non ho mai osato fare. Avevo paura dei lupi, dei pastori, dei cani, del filo elettrico… «La paura fa novanta, tombola completa!»

A dirla fino in fondo, guardandomi indietro, direi che ho vissuto virtualmente… virtuosamente. Ma non è così che si vive: si vive nel pratico e senza schemi. Spogliarmi e camminare lungo la strada (in campagna alle sei del mattino…) mi ha distolto dal videogioco, dalla realtà virtuale in cui rivestivo il mio ruolo, che era solo una parte di me, finalizzata a un obiettivo particolare.

Può essere razionale suddivider la vita a secondo degli obiettivi e delle risorse, ma non è naturale, non si vive al 20/40/60%. La natura non ha priorità, ha un suo ciclo, un suo ritmo, un suo sviluppo ed è sempre tutta e totale. E reale. Non ha prove evoluzionistiche, non premia chi sopravvive. È severa, forse anche indifferente. Ma è sempre tutta e totale. E reale.

Non riesco più a vedermi naturista beato godermi sole e far bisboccia a La Sablière o in Croazia. Dopo il primo giorno già mi annoio. Non è una situazione reale. Va bene per le vacanze, per chi considera la nudità un’eccezione, e poi tutto rientra.

Simulazione

Il signore col cane poteva aizzarmelo contro; l’uomo a cavallo poteva essere uno sceriffo o Tex Willer che mi dava la caccia col winchester imbracciato, il nonnetto una spia. È solo un film, ma anche se fosse reale, lo preferirei alla sdraio in una spiaggia privata. Tanto per non vivere dentro un gioco, in una casa di bambola, in un mondo di fantasia, in un simulatore. Per vivere non abbiam bisogno di prove: siamo grandi abbastanza, prudenti quanto basta (e forse un tantino di meno), per camminare senza paura di nulla, senza sempre sperare che le cose vadano a buon fine da sole. Nella realtà virtuale tutto è già stato previsto. Nella realtà quotidiana, ogni istante è nuovo di zecca. E forse lo siamo anche noi.

Il pudore è un padrone


Da nudo vien fuori un’altra mia personalità: più forte, determinata, temeraria, anche più sincera. Una personalità senza compromessi con la società. Una personalità allo stato nascente: una meraviglia di bebè, che muove i primi passi senza pannolini. Una personalità da provare su strada, da percepire quanto mi cambia nell’aver a che fare con gli altri, verso i quali mi sento peraltro così indifferente. Sarà perché ho deciso che i condizionamenti non mi possono arrivare. E ho voglia di mostrare quanto son nuovo. Non per dire «Guardatemi quanto so’ ganzo!» Sì, può anche essere orgoglio, può anche essere esibizione. Può anche essere sesso. Nel senso che è con questo nuovo volto che eventualmente mi piacerebbe creare interesse. Non butto del tutto quel che ero prima: è ben collaudato da anni di pratica e formazione. Ma questo mio nuovo volto, abbronzato dall’esposizione continua alla luce del sole, comunica la carica che mi gonfia il petto quando “oso”, quando giorno per giorno corrodo le mie stesse remore, sostituendole con nuove abitudini. Micrometricamente mi vado mutando. Il corpo, i fatti che compio mi cambian la psiche. Il corpo mi dà sempre ragione: è rimasto bambino, recupera memorie lontane, di quando “non sapeva”, ricorda ancor oggi il salviettone in cui la mamma mi avvolgeva le spalle seduto sul tavolino del bagno, del liscio-fresco della pelle man mano asciugava, del tenero timbro delle parole che ancora mi par di riudire. La mente continua a bombardarmi di nuovi pensieri, mi cambia le scaglie giorno per giorno, via via più lucenti, dorate, iridescenti come pesci d’acquario. Sento la festa, quando son nudo, sento il sacro divenuto tempo/tempio comune, mi sento “santo”, in stato di grazia: il raggio che mi arriva dal sole non è solo luce e calore, è un’ebbrezza leggera, l’inizio d’un’estasi misurata e tranquilla. Da nudo mi sembra d’aver altri sensori, onde di varia lunghezza mi attraversano, frequenze musicali si trasmettono nell’acqua delle cellule, bassi bordoni mi armonizzano, mi fanno vibrare, mi assestano.

Gian Lorenzo Bernini, Transverberazione di santa Teresa d’Ávila (Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria)

L’inconscio deve aver sempre saputo di questa risorsa. Un po’ alla volta me l’ha fatta riemergere, pungolando il corpo con il desiderio di mettersi libero, di aprirsi, di far arrivare tutto questo irraggiamento divino. Mi verrebbe da ringraziare il cielo, la natura, “Dio” per questo benessere. Lo assaporo tranquillo mentre mi serpeggia nei muscoli, mi risveglia le cellule, mi tempra di una forte e delicata tensione, mi compatta il tutto e quell’uno che sono.

Mi arrivan ricordo di quand’ero decenne, parole nuove per nuovi saperi. Curiosità ominose e terribili trafugate dai discorsi dei grandi. Il segreto dei segreti: come nascono i bambini. Enciclopedie divorate con gli occhi, fotografie ricordate alla tal pagina, da rivedere quando più pungeva il mistero. E la sensazione di essere ormai grande abbastanza, che bisognava sapere. Bastava un seno, nemmeno del tutto scoperto, i primi bikini, e l’incredula domanda: «ma non hanno vergogna»? sapendo bene quali vergogne ci avrebbero arrossato il viso e annientato di fronte agli altri. E quella volta della visita medica a scuola, quando tutti eravamo in mutande? Che brividi ancor oggi…

E adesso mi chiedo, come mai ci è venuta questa vergogna, questa “siepe” leopardiana che m’inchioda sul colle a consumarmi gli occhi, invece che alzarmi e andare, e giungere al mare?

Ma ora vado, esco, mi faccio bello per i raggi del sole che si sta levando a dar inizio a un buon giorno. E lui mi bacia, mi scandaglia, mi trova vitale e perfetto, intenso di forza come l’erba, i fiori, gli insetti, i mille colori del verde, il color della pelle mi dice che mi son fatto di bronzo, tintinno, taglio, trafiggo. Tengo questa spada a due mani, il bagliore mi difende, intimorisce: paradossalmente, proprio l’essere nudo mi difende più dei vestiti. Sarà che adesso si vede che non ho più paura, né vergogna d’esser veduto. Nulla più di nascosto. Non sono eremita della stanza da bagno, entro le mura di casa con le tende tirate. È fuori, all’aria aperta, aperto alla vista degli altri, senza sfide, senza onori, senza vittorie. Ma semplicemente perché così mi va, perché ora, poco per volta, mi sono allenato, mi sono costruito la forza di essere un altro. E in questa nuova pelle ci sto bene, bene come mai sono stato.

La nudità interiore diffonde all’esterno un bagliore che lascia basito chi guarda: «perché non anch’io?» Non è un privilegio. Le leve sono tutte a portata di mano. La nudità contagia, smuove desideri, crea sinapsi, produce ormoni, cambia gli umori. Apre gli occhi. Non che il vedere il pisello di un pirla che passa sia “il massimo della libidine”: è che ti fai domande su te. Domande serie, severe: a te stesso non puoi tanto mentirti, sai come stai. L’angolo del tappeto sotto cui scopi le cose che non sai come prendere nasconde già troppe cose, è ora di fare un bel repulisti. «Lui ce l’ha fatta…» e ti mordi il labbro scoprendo d’improvviso che sei in ritardo, che sei stato menato pel naso, correndo dietro a cose costruite da altri, ai boxer firmati! Non si può! D’ora in poi non si può! È questo il tuo goal, dopo l’ultimo calcio ben assestato: abbandoni la partita, non è più la tua partita, non è più la tua squadra. Vai negli spogliatoi, appendi al chiodo le scarpette chiodate.

***

In queste mattinate estive è un piacere uscire di casa e vedere il sole spuntare da dietro Cima Crapello, e son già in campagna per il mio solito giro.

So per esperienza che “accade l’inatteso”. Inutile che faccia calcoli probabilistici, che attenda o m’affretti. Va bene tutto, perché alla fine è solo uno il fatto che accade, intrecciato nella rete dei mille fatti anche degli altri. I sincronismi poi càpitano, conquaglian perfetti, sempre in anticipo su quel che pensavo… da stupire per quanto insieme commessi, fine intarsio d’ebanista.

Mi ero anche psicologicamente preparato con dei piccoli fioretti, rinunciando a piccole tentazioni della gola, a piccoli innocui piaceri. Non c’è una relazione fra le cose: ma una sensazione dice che c’è il suo perché; e di solito mi va di seguirla. Come se quelle piccole rinunce fossero il “prezzo” delle cose che vanno a buon fine, corrompessi a mio vantaggio il destino. Il desiderio era proteso a questa mattina; ritornava ad ogni momento di pausa. Mi vedevo in anticipo quel che mi sarebbe piaciuto che capitasse: creare una “zona di contatto”, incontri ravvicinati, domande e risposte. Al solo pensiero provavo un tremore adrenalinico e un’ebbrezza leggera che m’induceva a gustarla, indulgevo nell’ascolto di quest’altri piccoli innocui piaceri.

Dico subito che poi nulla è accaduto di quel che m’ero immaginato e al quale mi sentivo così ben preparato. Probabilmente sono uscito quei cinque minuti in anticipo che mi ha sfasato la tabella di marcia. Do la colpa alla mia impazienza.

Però già fin dai primi passi, nell’atto stesso di togliermi i pantaloncini due parole si sono formate e fuse nello stagno della linotype che ho nella mente: «il pudore è un padrone». Una cascata di pensieri, un dietro l’altro, si rincorrevano, senza lasciarmi il tempo di osservarli, di farvi attenzione, di segnarmeli. Mille situazioni si riproponevano: in tutte mi vedevo costretto a fare qualcosa, con una presenza invisibile sopra di me che mi controllava, severissima ed esigente, muta e impassibile, che se sgarravo avrei visto da me il castigo che m’ero attirato. Dall’altra opponevo la mia presenza nuda; con tutti i pensieri possibili e immaginabili, ma il corpo era libero, e il pensiero, millimetro dopo millimetro, vagliava, scartava, accertava. Sentivo l’aria entrarmi dai pori, l’aria stessa mi confermava il mio stato di nudità senza ceppi; quest’aria stessa mi aveva gonfiato polsi e caviglie e i bracciali di ferro eran saltati. «E ora chi mi prende più?» Ad ogni respiro mi sentivo di ingoiare questa certezza, questo punto fermo, questa forza d’animo… Sì, ho pensato proprio allo spirito: fra tutti i significati che può avere questa parola, preferisco quello che lo definisce come forza d’animo personale, fermezza di carattere, lucidità di pensiero, sicurezza nelle proprie convinzioni, apertura e coraggio di fronte al presente e al nuovo, pacatezza e misura nel giudicare e nelle aspettative, tranquillità di fronte al futuro, indipendenza di fronte alla gente… Nulla di trascendentale!

Probabilmente dovevo attraversare questa esperienza per meglio prepararmi all’incontro e allo scambio di vedute con i due signori incontrati…

Qualche giorno fa, di ritorno dal mio solito giro al vigneto (mi aspettavo un incontro, ma doveva accadere da sé), sto giusto per svoltare a sinistra sul viottolo tra i due campi, che sento dei passi dietro di me e subito dopo il rumore di un ciottolo calciato col piede, come un inciampo (la so questa storia dell’inciampo! quando l’imbarazzo di sentirsi guardato fra strisciare la scarpa, fa impuntare il piede in una commessura dei bolognini del marciapiede). Mi volgo e son due signori di mezza età, che già avevo visto altre volte, anch’essi in giro per la campagna di mattino presto. Imbocco il viottolo e mi giro a salutarli con un buongiorno, come fosse una cosa normale incontrare qualcuno nudo alle 6,15. Dovevano avermi visto già da una curva più indietro ed avermi seguito con lo sguardo per un minuto o due, fino alla distanza cruciale dell’inciampo.

Eran questi due signori che avrei voluto incontrare di nuovo.

Lo smalto di un fatto


Commetto dei fatti. Irreversibili.

Commettere: (1) “mettere insieme, far combaciare”, (2) “ordinare, imporre”, (3) “affidare, consegnare”.

E poi il fatto è compiuto: irrimediabile, irrevedibile, irrevocabile… unico, irripetibile.

Da accettare coerentemente, conseguentemente, responsabilmente – senza bene né male, quatto-quatto, in quanto tale, come accade al momento. Senza pesarlo, senza giudicarlo.

Ma vero. Forse più tardi, nei giorni a seguire mi vorrà suggerire una qualche verità, lo spunto di una riflessione, il sugo di quell’esperienza. L’ho voluto, l’ho desiderato: è accaduto come me lo aspettavo; appena in tempo! nel momento più topico e paradossale, all’ultimo minuto, in zona Cesarini. Questo camminare sul ciglio ci apre gli occhi dell’attenzione, della considerazione, della riscrittura anche di una concezione del tempo, che sembra piegarsi a far combaciare le cose come fossimo noi a volere, a farle proprio accadere, meglio di come avremmo potuto sperare. Per questo adesso non posso esser pentito. Ascolterò il prossimo momento opportuno e ancor lo farò. Senza aspettative, devo solo srotolare con passi reali il tappeto rosso della passerella – venga o non venga qualcuno. Senza timore varcherò la soglia che mi lascia alle spalle questo mondo fisico troppo materiale, troppo descritto, troppo prevedibile da leggi e da formule. Non è camminare alla cieca? Ha ragione il detto popolare: «Ne combino di orbe».

Ieri sera, prima di addormentarmi, con un termometro interno mi misuravo la voglia di andare questa mattina al vigneto. La premonizione positiva non era al massimo. Decido per il no e mi addormento tranquillo.

Poi invece alle 5,30 son sveglio, in tempo giusto per la mia “sortita azzardata”, cioè camminare nudo dall’inizio dei campi fino al vigneto e non solo lungo il perimetro dei filari.

Esco. Appena fuori dell’abitato mi spoglio. Qualche metro più in là mi distrae il bagliore del sole alla mia destra: sta sorgendo dalla Forcella di Sale, fra il Monte Guglielmo e le Almane; forse il punto più estremo del suo sorgere. Il cielo è coperto, ma da minuscoli strappi fra le nuvole, l’arancio luminoso del sole sembra salutarmi e assicurarmi anche oggi della sua e della mia esistenza, tanto è pieno quest’istante che passa, il tutto dattorno che esiste senza peso, che vedo in me convergente, e pur so che è neutro, indifferente…

Faccio pensieri leggeri che mi svolazzano intorno come farfalle, e il retino delle parole non riesce a catturarli. Mi aspetto da un momento all’altro che compaia qualcuno da dietro una curva: ora le piantine di mais sono “più alte di un puledro” (un proverbio dialettale mette in rima puledro con san Pietro che cade alla fine del mese).

Nessuno, nessuno, nessuno. Interrogo in me questa trepida attesa, questo modo d’ambire vivo e irrequieto. Sguinzaglio segugi a cercar la risposta. Mai quest’assenza è stata tanto presente.

Fatto il giro, son già per tornare, son le 6,30 all’incirca, conto le ore che rintoccan dai campanili lontani: ogni minuto che passa aumenta il “pericolo” di incontrare qualcuno: mi attanaglia i nervi questa possibile, incombente flagranza, come prima di un esame: davvero son preparato? Mi accorgo che per la forte emozione non ho più saliva in bocca. Risalgo l’erbosa stradicciola che divide due campi. A man dritta, oltre il campo, un agriturismo: auto che partono, arrivano… All’andata i netturbini caricavano i sacchi neri: è già la seconda volta che mi vedono.

Nessuno. Comincio a metter da parte l’idea; mollo gli ormeggi del calcolo e della speranza. È proprio questo distacco che fa scattare l’evento? Questa commistione fra ego e destino tale da non distinguerli più? La fusione fra l’attimo e il sempre? È qui che affiora un quantum di anima, la scintilla della sua esistenza? È questa espansione, compenetrazione, compartecipazione spontanea di realtà e coscienza la magia che fa accadere le cose come grosso modo mi si erano prefigurate nella mente? Chi ha sfregato il cerino?

A dieci metri, lungo la pista ciclabile, finora nascosta da un campo di un poco elevato, arriva correndo una giovane donna, vestita di maglie attillate. Certo che mi vede! Non mi ero ancora rivestito, proprio per dare una mano al destino. Va veloce, non c’è tempo per un buongiorno. Mi sento normale e pacato, ancorato e leggero. Senza il pensiero d’aver commesso un peccato o d’esser anche solo un pelino indecente. È un fatto, e lo lascio tranquillo per fatto, senza il proposito di alcun pentimento. Voglio che sia e che rimanga: neanche Zeus lo potrà cancellare. Voglio che rimanga per me, che rimanga per sé.

A frotte arrivano pensieri diversi: che ho per alleato il destino, che le cose accadono quando l’aria vibra di una ignota energia e si fa liquida come sull’asfalto d’estate, come mercurio lucente, e si varca la soglia di un mondo parallelo, incantato, nitido specchio della nostra mente. L’incontro è ormai solo un ricordo, ma ha lo smalto vetrinato dei vasi, i colori delle maioliche antiche, degli arcani alberelli di sapienti speziali.

Prima di sera lo saprà mezzo mondo. Stravaganza oggi, stravaganza domani vedi mo’ che il fatto non farà più notizia! E potrò uscire nudo fin dal mio cancellino per un giretto al mattino. Ma anche a mezzogiorno, o la sera, se la cosa mi garba.

E in ultimo arrivano anche i segugi, riportano gli spunti trovati: da ognun che mi vede riprendo la libertà d’esser nudo. Dovrei badare – dice la legge – che il “pubblico” non possa vedermi, per rispetto a costumi e convenzioni. Dunque proprio di fronte a questo “pubblico” devo rivendicare la mia presenza, come persona, schietta, integra e naturale: la mia nudità finalmente visibile diventa un dato di fatto irreversibile; la mia nudità è finalmente spogliata da simboli imposti da fuori, non ha più quel senso, quei fitti discorsi, moralistici o meno, che si possono fare in proposito, quelle derive cui ci può portare un pensiero senza sestante.

Constato che il fatto non dovrebbe proprio più aver alcun senso. Desideravo che qualcuno, che almeno uno mi vedesse. Uno strampalato Don Chisciotte mi martella la frase aquí encaja la ejecución de mi oficio (Don Chisciotte, parte prima, cap. 22)

E ora capisco che voglio riprendermi da ciascuno che incontro quel tanto di libertà che in quanto componente e rappresentante di una società, anche inconsapevolmente, mi aveva rubato (e se l’era rubata anche a se stesso… Libertà che in ossequio ai costumi anch’io avevo contribuito a rubare a me stesso). Non ce l’ho con il singolo ladro, o con la società nel suo insieme: è acqua passata. Mi sono ripreso quel che era mio, personalmente mio. Riprendo la mia pelle. I vestiti nascondevano la scorticatura?

Non potevo sapere dei giochi che stavano dietro, della parte che avevo nella recita, della maschera che dovevo portare. Non amo occuparmi di cose più grandi di me. Ma queste che riguardan da vicino il mio vivere ed essere, sono cose alla mia portata, riguardano me, il mio corpo, il mio posto nel mondo e nella società. Non c’è stato bisogno di un messia caduto dal cielo: di queste cose mi sono accorto da me. Parafrasando Dante potrei dire: «se non t’accorgi di questo, di che altro accorgerti suoli?»

Proverbiamo


Molti utilizzano i proverbi come fossero prezzemolo, ce li cacciano ovunque, talvolta a sproposito, spesso, per non dire sempre, senza averli profondamente ragionati.

Si dice che ogni proverbio contiene un fondo di verità, è giusto?

Beh, si, molti proverbi contengono un fondo di verità, a volte anche più di un solo fondo, sono quei proverbi nati dalle lunghe osservazioni fatte da remoti contadini, pastori, boscaioli, cacciatori, pescatori, ossia da quelle persone che vivevano in natura e di natura, dovendola pertanto ben conoscere e prevedere: “rosso di sera bel tempo si spera”; “quan chel fioca so la foia de fa l’inveren ghe na mia oia” (“quando nevica sulla foglia di fare l’inverno non ne ha voglia”);  “luna in pie marinà a butà, luna a butà marinà in pie” (“luna in piedi marinaio a dormire, luna sdraiata marinaio in piedi”); eccetera.

Altri, però, sono di altra natura, risultano scollegati ad ogni evento atmosferico, trattano piuttosto dei comportamenti sociali: “il denaro non fa la felicità”; “chi troppo vuole nulla stringe”; “sposa bagnata, sposa fortunata”; “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; “fai buon viso a cattiva sorte”; eccetera. Tutti questi sono di origine incerta e si possono addebitare a due possibili motivazioni: la necessità dei poteri di mantenere il controllo sulle genti; la necessità delle genti di consolarsi a fronte della loro condizione di sudditanza, ma più recentemente anche la necessità di giustificarsi della propria immobilità. Personalmente credo che la prima motivazione sia più credibile, la seconda è subentrata in seguito alla promulgazione dei detti proverbi, ma alla fine poco importa quale sia la vera origine, quello che conta è l’analisi: quello che dicono è corretto? No, non lo è, e invero non è nemmeno tanto consolatorio, anzi.

Il denaro non fa la felicità

Vero che anche i ricchi conoscono il dolore, la malattia e la morte, quindi la tristezza e l’infelicità, altrettanto vero che grazie ai loro averi possono permettersi di ricorrere ai più qualificati medici, possono procurarsi le migliori cure, possono abbandonarsi al sonno eterno senza il patema di mettere nei guai economici i propri eredi. Insomma, se è ben vero che i soldi non fanno la felicità e indiscutibile che danno un grande contributo per raggiungerla, d’altronde quanti sono i ricchi che, al grido “voglio essere felice”, regalano tutti i loro averi? Perché vi sono così legati? Evidentemente tanto infelici non sono! Ma se fanno credere di esserlo gli altri non saranno presi dalla voglia di arricchirsi, magari a spese proprio di chi già ricco lo è. Insomma un proverbio molto comodo per mantenere le mani della plebe (oggi delle genti) lontano dai soldi della nobiltà (oggi dei poteri economici e di chi li detiene).

Chi troppo vuole nulla stringe

Può certo capitare che impegnandosi su troppi fronti si faccia fatica a raggiungere anche uno solo degli obiettivi prefissati. Altresì e assolutamente provato che ponendosi obiettivi molto bassi alla fine si resta assai limitati, si è impossibilitati a raggiungere mete importanti. Nelle contrattazioni di ogni genere, poi, è noto che, specie se ci si presenta deboli e remissivi (e debole risulta palesemente colui che parte con bassissime richieste), si ottiene sempre meno di quello che si chiede e se si chiede poco si ottiene zero, indispensabile puntare sempre al massimo di quello che si vorrebbe (ovviamente con un occhio realistico), c’è sempre poi tempo per le trattative. Aver condizionato le genti ad essere sempre poco pretenziose ha permesso e tutt’ora permette a chi detiene i poteri (economici, sociali o politici che siano) di mantenere il pieno controllo sugli altri, di agire a suo unico vantaggio, di promulgare come lecite pratiche invero fraudolente.

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti

C’è da distinguere tra riso e riso, quello sguaiato e ingiustificato siamo assolutamente d’accordo, ma quello contenuto e giustificato no, questo non solo è sano, ma addirittura necessario: gratificarsi è importante e poi vivere con il sorriso aiuta ad essere realistici o addirittura positivi. Ovvio che, se no ricadremmo nell’atteggiamento che sto analizzando e disincantando, non possiamo sempre ridere e non dobbiamo necessariamente ridere di fronte a tutto e a tutti, ma possiamo e dobbiamo farlo quando le circostanze lo meritano. Faccio notare poi che il riso non è solo quello della bocca, comunque importante nella comunicazione verso gli altri, ma anche quello interiore, quello della nostra psiche, del nostro animo, importantissimi per noi stessi. UN popolo felice è un popolo difficilmente dominabile, un popolo triste è un popolo che si preoccuperà della sua sopravvivenza essenziale e, pertanto, disattento a quanto succede a livelli sociali più alti.

Lasci a voi ragionare sugli altri proverbi di questo genere, alla fine le considerazioni sono sempre le stesse e la logica finale identica: ci vogliono fregare!

 

Il problema del #nudo


Molti nudisti lo chiamano naturismo e si definiscono naturisti.

Molti nudisti approvano la censura del nudo.

Molti nudisti praticano l’autocensura.

Molti nudisti approvano la pixellatura delle immagini di nudo.

Molti nudisti disapprovano chi si mostra nudo in modo aperto e sincero anche fuori dagli specifici contesti.

Molti nudisti confondono i ghetti nudisti con l’opportunità.

Molti nudisti considerano giuste le limitazioni a cui sono assoggettati.

Molti nudisti si accontentano del poco spazio che hanno.

Molti nudisti si mettono a nudo solo all’estero.

Molti nudisti lo tengono gelosamente segreto.

Molti nudisti si lamentano e basta.

Molti nudisti si esimono dal partecipare alle azioni di informazione, divulgazione e manifestazione.

Molti nudisti appellano in malo modo chi si oppone al nudo.

Molti nudisti si rifiutano di comprendere che dietro ad ogni opposizione al nudo esiste pur sempre una motivazione, seppure poco o nulla condivisibile.

Molti nudisti non sanno (non vogliono!) dialogare con chi si oppone al nudo.

Molti nudisti danno agli altri (persone, media, società, istituzioni, politici, operatori, guardoni, esibizionisti) la colpa dell’opposizione al nudo e delle pressoché nulle opportunità per stare nudi.

Molti nudisti rigettano le immagini di nudo usate da pubblicità e riviste.

Molti nudisti contestano le trasmissioni televisive che mostrano il nudo, pixellato o meno.

Molti nudisti ritengono sempre e comunque doveroso rivestirsi quando si avvicina qualcuno vestito.

Molti nudisti ritengono logico che le persone possano entrare vestite in una spiaggia nudista mentre da questa non si possa uscirne nudi.

Molti nudisti promuovono l’anormalità del nudo.

Molti nudisti ritengono il nudo praticabile solo in limitati contesti.

Molti nudisti rigettano l’idea del nudo lecito sempre, comunque  e ovunque.

Molti nudisti trasmetto vergogna verso il nudo.

Molti nudisti…

Uhm, vuoi vedere che il problema del nudo sono i… nudisti!

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

Crescere


Crescere

 L’anima (o qualunque altra cosa sia ciò che ci fa sentir vivi) non dorme mai, migliora di continuo la nostra vita individuale, proponendoci desideri che si creano come dal nulla, come sentiamo la fame o la sete. Desideri che ci inventan diversi, proiettandoci verso un futuro prossimo possibile, fattibile, adatto a noi: alcuni aspetti sono completamente nuovi, da provare come ci stanno: cibo per la nostra coscienza, una coscienza che cresce, che ci dà forza e robustezza, pur rimanendo sostanzialmente sempre noi stessi. Questi passi in avanti ci costruiscono anche le occasioni, ci forniscono persino i mezzi per realizzarli… poi, alla fine, l’ultima parola, la decisione per la costruzione dei fatti toccano sempre a noi…

La spirale logaritmica della conchiglia di un Nautilus (da Wikipedia)

La mente ci guida attraverso la realtà come un raggio di luce, in linea retta, lungo il percorso più veloce e più breve. Ma concresciamo sopra noi stessi a spirale, ed abitiamo sempre l’ultima camera, quella con l’apertura sul mondo (perché è dal mondo che mangiamo), quella sempre in costruzione. Dall’ultimo setto, da dove cioè inizia il presente, cominciamo a cambiare, a crescere.

Il desiderio di stare un po’ nudi può apparirci eccentrico e strano, ma rimaniamo ancor noi. Il percorso può apparirci spezzato come una matita in un bicchier d’acqua, ma la matita in realtà non si spezza. Vediamo da soli ciò che fa star bene e “lavoriamo” per realizzarlo, quasi non c’è nemmeno bisogno di recuperare “coraggio”, che tutto vien meglio da sé. Ci accorgiamo d’improvviso che qualcosa ci manca, e cerchiamo di colmare quel vuoto: ci guida un’idea lanciata come un amo da pesca, scegliamo secondo quel che il desiderio di conoscenza o di benessere ci suggerisce. Cresciamo mantenendoci uguali e armoniosi con quel che eravamo.

Entrando o uscendo dall’acqua, la luce è piegata dalla rifrazione. Nell’acqua la luce viaggia più lentamente che nel vuoto (circa al 75%). È solo una metafora visuale per fissare un concetto: la conoscenza sa distinguere la sostanza dall’apparenza. È dalla loro intrinseca unità che conosciamo meglio i contenuti e le circostanze. Se per un attimo ci immaginassimo matita?…

 

Come cambia la vita.
Come ci cambia la vita.
Come ci cambiamo la vita

Il concetto stesso di vita cambia a seconda delle esperienze che facciamo. Dell’esperienza che ne facciamo.

Uno dei giorni scorsi avevo preparato il tavolino sul balcone per pranzare all’aperto.

Una ciotola d’insalata in una mano e il salino nell’altra, sto varcando la soglia per sedermi e mangiare. Nell’incastro perfetto di una coincidenza inattesa, il vicino del balcone contiguo stava abbassando la tenda da sole. Mi vede così come sono, tardiva ogni reazione da una parte e dall’altra. Come altre volte vince la ritualità delle cose assodate dall’uso, oggi vince la buona educazione, la “civiltà” nei rapporti reciproci. E mentre lui mi augura “Buon appetito”, gli chiedo: “Anche tu mangi nudo?” e già gli vedo sulle labbra un sorrisino che non so se di compatimento per la mia stravaganza, o di malizia, o semplicemente perché si ride delle cose strambe e originali, ma in fondo innocue e innocentemente infantili, che spesso mi vede fare. Ognuno ha la propria pazzia, dice il proverbio. Non è la prima volta che mi vede il bananotto: una volta deve avermi spiato quando prendevo il sole sul balcone al piano di sopra… Ma mai mi ero esposto così apertamente. Lui sa, sospetta, suppone. Ed ora è più che sicuro. E anch’io: visto che mi ha “digerito” non starò più tanto guardingo. Sarà sempre più normale per me non troppo temere che possa vedermi, perché in parallelo sarà sempre più normale anche per lui, lo darà per scontato, non sarò più né scandalo né novità.

Un pensiero malefico nel frattempo ha fatto i suoi conti, ha tirato le somme del pro e del contro, gira la manovella della cassa, trilla il campanello. Sul visore mi chiede: “Chi ha vinto?” Lo mando al diavolo, da quel rompiballe molesto che è.

Riesco a immaginarmi le domande che il mio vicino ha potuto farsi. Perché sono le stesse che mi sarei fatto anch’io fino a qualche anno fa: «Ma non hai vergogna?». Così, proprio per chiedere, per curiosità, senza la solita sfumatura di moralistico rimprovero. Piuttosto con sorpresa.

La stessa domanda, lo stesso brivido lungo la schiena quando vedevamo alla tele i primi streakers attraversare come una meteora inarrestabile i campi da calcio inglesi.

In ascolto di noi

La nudità non lascia mai indifferenti, anche solo se vista in televisione. Basta che siano fatti reali e non “creazioni”. Porta a farci domande. Ci porta dentro la realtà, ce la rende possibile, ci fa immedesimare, già abbiamo il fiato grosso al solo pensiero – quasi fosse un impulso inconscio da esplorare, un archetipo da indagare. Ci porta a immaginare di scambiarci nei ruoli. Basta metterci nudi e cominciamo a esplorare noi stessi, stiamo in ascolto di quel che ci succede. Il corpo ci parla, come non ci ha mai parlato, col linguaggio delle linfe che dentro ci scorrono, dei tuffi al cuore, delle lievi agitazioni, dei vuoti d’aria, delle apnee, delle tensioni nei nervi, delle pose. Ha un linguaggio fatto di sensazioni, di organi e parti che si fanno notare, di zone della pelle che sentono un soffio d’aria più fresca, di madori che evaporano, di muscoli che si allentano o si contraggono, di torpori e risvegli che si rincorrono lungo le vene, di inspiri improvvisi che poi fai durare per sentire come il petto si riempie, si tende, si gonfia. D’improvviso scopri che ti si è seccata anche la lingua e non riusciresti a parlare.

Col tempo il mio vicino mi farà direttamente le domande che oggi s’è fatto tra sé. Oggi ha dovuto minimizzare, fingere di ignorare l’episodio: capitato così all’improvviso, non ha avuto tempo per inquadrarlo, per “addomesticarlo”.

 

La nudità ci spiazza

Lo spettacolo della natura – quando lo noti – è sempre spiazzante, mozzafiato, commovente; ci lascia senza parole per la meraviglia. Ci dirotta pensiero e attenzione lontano da noi, verso la realtà esterna: e lì poi inizia un dialogo, la ricarica, la ricchezza dei vari pensieri, la solidità del nostro esserci, la vivacità del nostro sentirci.

Non credo di esser gran che come meraviglia della natura: per il mio vicino penso di essere stato come uno spettacolo naturale notevole (un picco, un burrone, una grotta, un poggio, una cascata…). Con più ragioni d’esistere di quante ne abbia trovate al momento la ragione per ignorarlo. Non è stato importante capire. C’era, così com’è. C’ero, così com’ero. Nulla di più. Non altri pensieri.

 

C’è anche dell’altro

Un pensiero, poi, mentre mangiavo è arrivato comunque:

– Son cose che capitano… – ma subito aggiungo:

– Non credo, del tutto per caso.

Un percorso parallelo ci ha condotti unanimi e sincroni ad uno stesso irripetibile istante. “Icastico” mi sento suggerir da una voce. Una scena che per quanto è carica di novità, di emozioni, di eccezioni, senti che rimarrà nella memoria come scena esemplare. A furia di aggiungere significati e suggestioni diventerà anche simbolica: molti altri fatti le somiglieranno, la richiameranno. Rimarrà non solo nella memoria, ma scaverà nel carattere, mi cambierà il modo di fare, di capire, di dialogare.

Non ho il dono della telepatia, ma una seconda domanda mi viene spontanea:

– Perché non difendi i tuoi gioielli dalla vista degli altri? Son cose private e preziose!

– Non penso che gli altri siano dei ladri, o che ci sia qualcosa da rubare. O che io stesso mi stia impoverendo.

In tal caso, è chiaro che la morale comune nemmeno mi sfiora, che non basta la morale comune a togliermi onore, dignità, rispettabilità, sociabilità. Non sono “averi”. Quel che sono non me lo posson rubare. Non è come lasciare la macchina aperta e poi sentirsi fessi perché ce l’hanno rubata. Quel che “sono” è patrimonio inalienabile, indisponibile.

Mi s’insinuava però anche un altro pensiero, politicamente scorretto: dobbiamo ammettere che la società ci pesa: 1) a volte ci opprime; 2) sempre ci valuta. Perciò – ipocritamente – dobbiamo difendere il nostro “pezzo forte” (mein bester Stück direbbero i Tedeschi); il nostro “asso nella manica” potrebbe avere qualche difetto, essere inadeguato, esser quel tantino diverso da provocare un rifiuto o far credere che potrebbe fare cilecca proprio sul più bello.

Se mi preoccupassi di questo, non uscirei più di casa, chiamerei l’estetista per correggermi il naso, il dietologo per farmi calar la pancetta, lo stilista per farmi consigliare su che cosa mettermi prima di uscire. Tutte esteriorità. Tutte varie apparenze della matita in acque diverse.

Come se la vita fosse un film, una scena sempre in prova finché non venga bene (come dio comanda – mi verrebbe da dire), sempre su un palco, di fronte alla giuria dei “talenti”, al gusto/giudizio preventivo del pubblico.

L’immagine pubblica

Apperò! Quest’immagine “pubblica” è come un altro vestito. Basta che vada bene esteriormente… forse perché del resto dell’iceberg non importa nulla a nessuno.

Può essere vero che sono un tantino esibizionista, se oso ogni giorno un tantino di più. Quel che voglio mostrare non è tanto la meraviglia della mia “dotazione”, del mio “pezzo da novanta”, quanto testare la mia consapevolezza, la coerenza fra quello che penso e quello che faccio, il mio Io, il mio carattere e l’immagine esterna che ne emana: non c’è bisogno di un simbolo identitario da mostrar minaccioso e mi faccia da stemma e da scudo.

Lo stemma del Comune di Strangolagalli (FR). Lo stemma è carta d’identità, messaggio, minaccia, manifesto

Se è un peccato l’orgoglio, la vanteria, la sovrastima di sé, il credersi di più di quel che si è, lo ammetto solo quando è fuor di misura, perché allora fa danno. Quando questo orgoglio vuole imporsi agli altri come prepotenza, prevaricazione, modello, vanagloria, arroganza, protervia… hybris in poche parole.

Non m’importa di capovolgere l’iceberg. Nel mostrare ciò che sono in realtà, mi muovo molto più a mio agio nel mio transtparent self: un 5% di copertura farebbe insinuare il sospetto che voglia nascondere qualche difetto, che sia presuntuoso al punto da ritenermi perfetto. Non la penso né così né cosà.

COpertina del libro di Sidney M. Jourard, La trasparenza del sé

È il pensiero stesso dell’abito che non mi va: è una specie di “velo” per tutti, un tanga ridotto al minimo, tanto per salvare le apparenze. Appunto! Il culto dell’apparenza sparisce da solo nel momento in cui non sento più il bisogno, il dovere, l’abitudine, il rito, l’imposizione di coprirmi.

Le mie valutazioni sul mio corpo sono opinioni e in quanto tali legittime e sovrane. Rispettabili e esprimibili. Non sono dogmi, non lo vogliono essere. Mi sento libero di modificarle o abbandonarle all’occorrenza, quando ne troverò di migliori. Non m’importa se qualcuno pensa che la terra sia piatta, finché non me l’impone sulla punta di una baionetta. Mi ripugna vedere le donne col burqa. Perché qualcuno gliel’ha imposto: non vorrei essere io a imporre, al contrario, per forza di legge, la sua abolizione.

 

Che bella #società


Cogito ergo dubitoMi guardo in giro, osservo, considero, analizzo, penso e…

Cantieri stradali pressoché permanenti.

Buche in perenne (ri)formazione.

Si costruiscono sempre più strade senza minimamente incidere sul tracollo del traffico.

Strade ad alto scorrimento con un limite di velocità di 90 o addirittura 70 chilometri all’ora.

Strade a 90, 11o o più chilometri all’ora dove, però, la massiccia presenza di camion comporta una velocità massima di 70 chilometri all’ora.

Case nuove bruciano il verde e abbandonate case vecchie vanno in rovina.

Persone che abitano in zona A e vanno a lavorare in zona B, persone che abitano in zona B e vanno in zona A a fare gli stessi lavori delle precedenti.

Soldi che mancano, prezzi che crescono.

Lo stato pubblicizza la mortalità delle sigarette e poi continua a produrle.

Lo stato impone l’obbligo di vaccinazione ai bambini con la motivazione che serve a proteggere la società dalle malattie e poi alimenta abitudini (ad esempio fumare), produzioni (sigarette in primis) e sistemi (cure chemioterapiche, termovalorizzatori, congestione del traffico, eccetera) che ammalano la società anche più delle malattie gestite dai suddetti vaccini.

Gazze che danno del ladro alle volpi, volpi che danno del furbo alle gazze.

Comici che fanno i politici, politici che fanno i comici.

Sulla strada molti si comportano come se le regole fossero state scritte solo per gli altri.

Soste in seconda, terza, quarta fila.

Sorpassi delle code.

Improvvisi stop e lunghe fermate in piena corsia di marcia.

Vetture lente che non badano alla coda che si forma dietro a loro.

Chi, per non fare la coda, finge di non conoscere la corsie che vanno a morire o approfitta degli svincoli per uscire qui e rientrare poco più avanti.

Motocrossisti e ciclisti danneggiano senza remore i sentieri che sono costati soldi e sudore agli escursionisti.

Esaltazione della furbizia, denigrazione dell’onestà.

Cure vendute come prevenzione, prevenzione venduta come imbroglio.

Invito alla diagnosi precoce, distruzione del processo di mantenimento in salubrità.

Invito (all’eccesso) igienico, uso indiscriminato di medicinali indebolenti e leganti.

Si ragiona per stereotipi e poi ci si offende per le generalizzazioni.

Ci si lamenta di tante cose ma se qualcuno propone delle possibili soluzioni se ne contestano le virgole e se proprio non si trova nulla da ridire si passa al “tanto non verranno mai approvate / adottate” oppure al “ci sono cose più importanti a cui pensare”.

Si contestano i discorsi di parte attraverso discorsi altrettanto di parte.

Si giudica le altrui idee non per i loro contenuti ma per la fede politica di chi le manifesta: se è la stessa sono sempre giuste, se è diversa sono sempre sbagliate.

Si contestano i cementifici ma non si rinuncia alla casa in cemento.

Si contestano le cave di marmo ma non si rinuncia ai marmi in casa.

Si vorrebbero spogliare le donne mussulmane dei loro veli ma ci si rifiuta di spogliarsi dei propri costumi da bagno.

Si ritiene pericoloso chi nudo mostra evidenza dell’essere disarmato, si pretende che miliardi di persone girino vestite potendo così nascondere armi proprie e improprie.

Si offende chi sceglie di vivere nella normalità del nudo, si osanna chi veste in modo provocante.

Si censura chi nel nudo risulta pienamente rispettoso della dignità degli altri, si pubblicano e si apprezzano foto e commenti irrispettosi verso il genere femminile o verso gli altri in genere.

Le istituzioni continuano a parlare di ecologia e natura poi manifestano dissenso verso il nudo sociale.

Eh sì, viviamo proprio in una bella società!

P.S.

Per chiudere con una giusta nota di positività, cambiare, quantomeno avviare il processo di cambiamento, è facile, molte soluzioni sono già esistenti (telelavoro, telescuola, nudo sociale, chilometro zero, eccetera), basta volerlo, volerlo tutti insieme: persone, società, istituzioni!

L’alba nel corpo


Giungere a toglierci ogni sorta di mutande mentali. Una nudità libera, una nudità interiore, che si irraggia all’esterno, che si comunica attraverso lo sguardo aperto, diritto, franco, che non batte ciglio. Una nudità che fa la spola fra corpo e spirito/mente/coscienza e ad ogni passaggio avviene un arricchimento reciproco. Sensazioni fisiche, contesti reali, situazioni vissute, fatti accaduti vengono letti come spunti, come messaggi. Nuove idee, intuizioni nate come dal nulla vengono irraggiate dai pori della pelle; una potente energia innerva i muscoli, compatta il corpo in una sua “prosciugata” essenzialità.

Un atto di volontà ha recuperato una parte di me che per abitudine ed educazione ero portato a ignorare, per definizione non doveva costituire problema; muta e rassegnata doveva seguire i sacri precetti. Doveva esser gestita con compunta modestia, severo rigore, mostrarsi ad esempio…

Un cilicio di sofferenza e penitenza mi stringeva le reni. Un’infezione diffusa, non so se più narcosi o necrosi, aveva tolto sensibilità e vitalità a una parte del mio corpo. L’apparato riproduttivo sotto controllo di camici bianchi, toghe e tonache nere funzionava roboticamente a controllo remoto. Coperto da mille coltri simboliche lo asfissiavano, gli mancava l’ossigeno. Una morbosa castità teneva in ceppi “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”; sacre bende, candidi lini drappeggiavano leggiadramente le parti/funzioni negate, quasi a prefigurare il merito per un tal sacrificio: l’agnello innocente portato al macello.

Un barocchismo di pampini e pose richiamano più di quanto nascondano, e siam quasi riconoscenti del drappo… che farà poi più profano lo sbrego.

Nell’originale la foto era tutta nera perché in controluce col sole che stava sorgendo. Estremizzando i comandi di luminosità e contrasto ho ottenuto questo risultato

Che ha fatto il sesso di male, che colpa il poter generare, qual è l’abominio commesso dagli organi, da non poterne sopportare la pubblica vista, se non sublimata dall’arte, simbolizzata dal mito? Basta! Non mi farò più domande. Non ho tempo per seguire le argomentazioni della teologia e della morale, le loro utopie, le loro “città”. Di questa cappa di pensieri mi devo spogliare, cilicio e straccetto li devo buttare. Non me ne frega più niente!… Se posso scegliere! Perché non mi vedo come una pecora nera, non voglio entrar nel paragone: non voglio avere un ovile, non sono una pecora, di nessun colore.

Sono semplicemente una persona, null’altro che questo.

È facile spogliare il corpo. Un po’ più difficile togliere uno per uno tutti gli strati di pensiero che mi impediscono (o condizionano) di vedermi e pensare come persona liberamente nuda.

Ci sono ricatti sociali, affiliazioni obbligatorie, tesseramenti, immatricolazioni, iscrizioni, domande, pronunciamenti, voti solenni, promesse di lupetto, pubbliche reticenze e contraddizioni private con cui bisogna convivere.

Fino a quando una goccia da nulla farà traboccare il vaso. Allora si scoppia, scoppiano indosso i vestiti, saltano i bottoni della camicia, le cuciture dei pantaloni, come fossimo altri in incognito: dei Superman, dei lupi mannari.

Esplode la nostra nuda persona: la persona semplice, uguale, sincera, normale che sappiamo di essere. La nudità esterna del corpo ci aiuta a recuperare la nudità interiore della persona… e ci scopriamo con una personalità un tantino diversa da prima. Paura di che, se siam fatti così?

Non so se è il corpo o l’anima o la mente o lo spirito, ma so che dentro son fatto di mille colori: non dev’essere difficile vederli, se anche una macchina riesce a mostrarli.

«Talmente sicuro di me, che non importa se gli altri mi vedono»

Dopo aver scritto le righe qui sopra sono uscito per il solito giretto al vigneto. Col proposito però questa volta di osare un poco di più, di percorrere ciòe anche un tratto di strada sterrata. Sono passate da poco le sei. Appena giungo in campagna sorge il sole tra il profilo del monte e un grigio cirrostrato. E sembra che mi stia dando il buongiorno. Proprio a me! Lo ringrazio. È il momento giusto, mi tolgo i pantaloncini: si addice, mi sembra. Fra me e il sole esiste da anni un dialogo senza parole, è intesa immediata e perfetta, una complicità, una confidenza.

Attraverso i prati giungo alla strada sterrata. Nessuno in giro. Nella testa un mantra automatico mi ripete la frase: «Talmente sicuro di me, che non m’importa se gli altri mi vedono».

Sto finendo il giretto, quasi deluso di non aver incontrato nessuno, questa mattina che mi sentivo su di giri, preparato all’incontro. Ritorno sulla strada sterrata. Nessuno. Di solito c’è sempre qualcuno che corre. Ad un tratto però vedo che sta arrivando un ragazzo (25/30 anni). Riprendo il sentiero fra i campi, sono su una breve scarpata, lungo la strada sta arrivando il ragazzo. È vestito di tutto punto, pantaloni e maglia a maniche lunghe e io invece sono nudo-nudento. Incrociati gli sguardi ci scambiamo un Buongiorno! sincronizzato che quasi non lo sentiamo. Prima del saluto aveva un poco abbassato lo sguardo, quasi a farmi capire che lui non avrebbe voluto vedere, ma per forza di cose non l’ha potuto evitare. Voleva evitare che potessi averne vergogna. Che gentile! Eppure l’immagine di uno che incontri al mattino, col sole che è sorto da poco, s’imprime nella memoria. Come fatto, più che come immagine. E come fatto ha la sua portata: è un’esperienza. E le esperienze ci cambiano. E non tutte sono involontarie, casuali, un tiro di dadi del destino. Ma questa mattina m’è parso che ad entrambi sian venuti due sei.

 

Il giretto al vigneto

Cosa non faccio per un buon giorno!

Appena varco il cancellino di casa, mi sfilo i pantaloncini (“sono a casa mia”); prendo il salviettone e ritorno in giardino, mi lavo il sudore con la canna dell’acqua. Sento imposte che si aprono. La siepe col vicino è alta abbastanza, non mi posson vedere. E se anche?

Progetto fotografico “Con e senza” della fotografa Sophia Vogel


Foto di Emanuele Cinelli

Si moltiplicano i progetti basati sul nudo, dalle manifestazioni di protesta agli spettacoli teatrali, ecco quello della fotografa Sophia Vogel: una serie di doppi scatti fotografici di persone nell’atto di compiere azioni del loro quotidiano, il primo scatto da vestiti, il secondo da nudi.

“With and without” (“Con e senza”).

Mondo Nudo ha ormai imparato che quella della normalità del nudo è la strada da percorrere al fine di superare gli ultimi baluardi d’opposizione ad un nudo sano e libero; queste foto esemplificano molto bene tale concetto.

Vestiti è bello, nudi anche, anzi… #nudièmeglio!

#FemicidioEsGenocidio (Fuerza Artística de Choque Comunicativo) – YouTube


Messaggio chiaro e potentissimo, non serve aggiungere altro!

#FemicidioEsGenocidio (Fuerza Artística de Choque Comunicativo)

Con tutti i problemi che abbiamo…


“Con tutti i problemi che abbiamo ci mancherebbe anche di dover vedere persone nude in giro!”

“Con tutti i problemi che abbiamo ci mancherebbe anche di perdere tempo a discutere di leggi sul nudismo!”

“Ma che volete voi nudisti, che si perda tempo per voi?”

“Ci sono cose ben più importanti del nudismo di cui parlare.”

Eccovi qualcosa che vi può semplificare la vita. NO GRAZIE, SIAMO TROPPO OCCUPATI!

Quello che passa quando si è nudi


Differenza di potenziale

È probabile che sia proprio il collo di bottiglia delle riserve sul nudo in pubblico il colpo di frizione, quell’ostacolo che richiama in noi le forze necessarie a forzarlo e superarlo – e perciò il desiderio che sentiamo di stare nudi il più possibile, sia in casa che fuori, si trasforma, del tutto involontariamente, anche in un programma personale di riforma di usi e costumi. Dei miei prima di tutto.

Ma è su un altro fronte che pongo il mio essere nudo… nel battere alla tastiera avevo omesso la “r” di fronte: ottimo errore, lapsus inconscio che sa trovare vie inesplorate di espressione del pensiero. Lo stare nudi è fonte di mille pensieri, riflessioni, collegamenti. Li abbiamo già tutti in noi, dobbiamo solo aprire la scatola (di nuovo: aprile la scatola! e poi oslo invece di solo. Recentemente ho guardato infatti una serie di fotografie dal Vigeland Park http://www.vigeland.museum.no e il richiamo è stato immediato, mancava solo l’occasione per piovermi in discorso).

Statue di granito al Vigeland park di Oslo

Se fosse tranquillo e pacifico un giretto al vigneto, non avrei ogni volta quella fioritura di pensieri che spontaneamente mi si produce nella mente. È sempre presente la possibilità di un incontro improvviso, che ci sia qualche Rumeno che cura le viti, il cacciatore che viene al suo capanno di caccia con l’Ape.

La “differenza di potenziale” fra me e la società produce una “tensione”, una specie di corrente che sento fisicamente come blanda contrazione dei nervi, accelerazione dei battiti, vibrazione sottopelle, leggera sudorazione alle palme, ecc. La percezione di tutto questo e di molto altro che viene a galla volta per volta è una sorta di esplorazione, di “film” che mi scorre nella mente e nel suo scorrere aggancia collegamenti con le cose più impensate, fa emergere idee, stati d’animo nuovi, ricordi… Cose “elettrizzanti”, scintille piezoelettriche scaturite dalla pressione emotiva, dalla martellata “trasgressiva”, che mi sono data in testa osando spogliarmi, tutto nonostante, infrangendo un costume che è norma. È stata questa disobbedienza che mi ha messo fuor d’asse, il colpo di frizione che mi ha fatto ingranare un’altra marcia, che mi ha cambiato il film della strada che percorro. Il “film” è limitato a ciò che mi rimane impresso nel ricordo, al concetto che rivesto di parola, ma il rettifilo è ben concreto, è il mio vissuto concreto: ogni volta che entro nel fiume l’acqua non è mai la stessa. Ma neanch’io. Eppure siamo entrambi concreti.

Per questi motivi il giretto al vigneto mi attira e ci ritorno quasi ogni giorno: ogni volta una novità, dieci, venti nuovi pensieri mai prima pensati, cose nuove mai sapute, cose preziose.

Premonizioni

Ieri ad esempio avvertivo una lieve premonizione che mi suggeriva di non spogliarmi, non ne sentivo la sufficiente esigenza, quello sprone che ben conosco e che mi dà sicurezza – qualunque cosa accada. Ed ecco che a metà del giretto, all’improvviso m’imbatto in un signore sulla settantina, che abita nella mia stessa frazione, in giro col cane. Anche lui in pantaloni corti e a torso nudo. Non sarebbe stato poi una troppo grande sorpresa se m’avesse visto nudo. Ma forse va preparata: ieri la condivisione dell’esser seminudi, un passettino. La prossima volta, se sentirò l’ispirazione, mi vedrà nudo e tranquillo, e non mi sentirò così fragile, così vulnerabile, così “a rischio”. Ieri, infatti, ripensando all’incontro, così mi sentivo.

Arco voltaico

Per ora l’essere nudi ci pone in questa “differenza di potenziale” fra il nostro polo e quello degli altri. Se non ci fosse questa differenza “trasgressiva” anche l’esser nudi potrebbe essere piatto, perché non ci comunica più nulla, se non il benessere fisico. Eppure ho idea che anche il benessere fisico ci comunichi qualcosa. E far prendere aria al corpo fa nascere ugualmente buoni pensieri. Da bambino, il primo giorno che uscivo in canottiera, in campagna col primo fieno, significava che l’estate e le vacanze erano vicine. “Notavo” il fresco sotto l’ascella, lo strofinarsi della pelle del braccio contro il fianco – e ancora me lo ricordo. E anche adesso quando capita, rivado col ricordo a quelle stesse sensazioni: il corpo mi ricorda chi ero, ricorda le tappe, mi riporta indietro ad allora, e mi par di pensare in due modi.

 Stare nudi è cosa ancora molto insolita, per questo produce quegli effetti. Il vedersi nudi all’aria aperta rimesta i pensieri, il corpo lo percepisci nella sua interezza, nella sua totalità, l’attenzione mi esplora, la cosa si fa interessante – mi interessa, cioè ci son dentro. Non ci son le braghette di un costume sociale, le palme che fanno da foglia di fico a coprire alla meglio quel che non si dovrebbe vedere. Perché corpo e mente sono collegati, lavorano in coppia – o sbaglio? –, perché la breve distanza forzata fa scattare una scintilla, crea un piccolo corto circuito fra le diverse energie della mente e del corpo: si produce un arco voltaico, brillantissimo.

 

Mani usate come foglia di fico

Ma questo può essere solo uno schema di pensiero, una similitudine che mi aiuta a capire. Vediamo tramonti praticamente ogni giorno, e se avessimo tempo ci soffermeremmo di più a guardarli. Vuoi vedere, che non siamo fatti diversi? E che non c’è pericolo che il benessere fisico diventi abitudine, perché aria e sole “comunicano” col corpo (più di quanto la scienza non sappia), lo “caricano” di mille cose. E via via che ci mettiamo in ascolto, ci accorgiamo di qualcosina di nuovo e impariamo a meglio ascoltare.

Se a livello sociale e di pensiero, il simbolo “nudità” cessasse di essere attivo, produttivo, rimarrebbe sempre il lato fisico del corpo individuale a parlarci a tenerci in comunicazione con l’ambiente naturale.

Qualcosa di analogo avviene anche quando siamo con altri che la pensan come noi e di fronte ai quali cessano remore e pudori, non valgono più le abitudini che vigono negli ambiti quotidiani. Socializzare la nudità, proprio perché fa ancora eccezione, crea una differenza di potenziale fra il nostro piccolo gruppo e la grande società; crea una scintilla fra noi: sappiamo da una parte come siamo nella nostra vita normale e dall’altra che stiamo vivendo una piccola eccezionale esperienza. Inconsapevolmente ci carichiamo di pensieri e stati d’animo, valutiamo il benessere fisico da un lato e dall’altro, e scegliamo il campo che sentiamo più armonico, quello più ovvio e quotidiano come la bellezza di un tramonto.

Perché dovremmo privarcene? Perché rinunciare a una ricchezza naturale che ci si offre gratuita, semplice, vivida… bella ogni volta? E direi anche esperienza umana, perché arricchisce il nostro concetto di Uomo di aspetti altrimenti invisibili, di percezioni di sé altrimenti inaccessibili, di emozioni che ci tengono insieme in un tutto pieno di sicurezza e vigore: qui possiamo anche essere senza difese, senz’armi (“nudi” come dicevano i Greci); avvertiamo come di essere un blocco di granito squadrato, sicuri che la natura ne sa più di scienza, religione e cultura; sicuri di preferirci sinceri, senza bisogno di maschere che ci dan la patente di essere decenti e accettabili, ossequienti alle regole; sicuri di avere ragione perché siamo secondo natura.

Non siamo liberi di appartenere o meno a una società: eslege ed apolidi nessuno li vuole, rimangono ai margini, barboni reietti.

Eppure lungo i sentieri, baciati nudi nel sole, noi brilliamo, sfolgoranti della luce che sentiamo di avere negli occhi, che ci si riflette sui corpi nella loro interezza, nella loro dignità, di quella fierezza che ammiriamo nelle statue antiche, in quelle dello stadio olimpico di Roma, al Vigeland Park di Oslo. Noi siamo sani, noi siamo ricchi, noi siamo uomini. Siamo quello che siamo.

È questo che passa. È questo che c’è nel nudo e in noi quando siam nudi. Che vogliam dare a vedere di noi. Che gli altri posson vedere in noi, che posson vedere di noi.

Che passa sopra a ogni cosa, allo scandalo, al costume, alla decenza…

E stupisce, fa meraviglia come la scoperta dell’ovvio, il vedere con occhi diversi qualcosa che per abitudine era sempre stata considerata diversa, che per quieto vivere doveva suscitare certe reazioni e non altre. Perché si scopre che con la nostra acquiescenza confermiamo qualcosa che qualcuno ha scelto per noi, persino come dobbiamo pensare e sentire. Persino contro natura. Solo perché un’autorità ci ha imboccato, ci ha messo una maschera, ci ha imposto una divisa, estorto una promessa di fedeltà, di appartenenza.

Astronauta sperduto

Allora quando per caso si incontra sui sentieri qualcuno che è nudo, e c’è tutto il tempo e la tranquillità per fare due chiacchiere perché lo vedi tranquillo e contento, con l’emozione che mozza il respiro perché l’imbarazzo ci fa incespicar le parole “come tremule foglie dei pioppi”, allora sì che si riconosce un pezzo perduto di noi, che vaga naufrago lontano. Quasi avessimo incontrato un bianco astronauta a perdere nello spazio infinito e una volta vicino guardando dentro il vetro del casco riconoscessimo un volto familiare, molto familiare, e avvicinandoci, già intuiamo che non vedremo altro che il nostro stesso volto.

Allora, quell’uno di fronte che nudo e tranquillo ci parla capiamo che già si è “riunito”,  capiamo che qualcosa ci è stato strappato e che va ricongiunto, perché è un frammento autentico di noi (mente, corpo, anima, spirito, Io, Sé e quant’altro) una tessera per completare il nostro mosaico. Non c’è tempo né interesse per chiedersi perché quel frammento ci sia stato strappato, quasi punito, esiliato lontano da noi, come non dovesse più appartenerci perché in qualche modo imperfetto, maligno, malato. Come non corrispondesse più a un concetto ideale. Lo riconosciamo ben più di un figliol prodigo, contenti di averlo ritrovato, che il messaggero sia finalmente arrivato. Poi ci faremo domande del come e perché, se proprio vorremo. Ritrovata la parte nuda di noi, ostracizzata e infamata, sentiamo lo scatto d’una molla di baionetta che perfetta s’inasta. E il tremito del respiro s’è trasformato in commozione, lì-lì per scoppiare. E riguardando il corpo dell’altro così stranamente aperto, manifesto, rivelato, “apocalittico”, ci può venir da pensare che è un corpo “salvato” perché nuovamente nella sua integrità. E quella pelle è così bella perché intera, non interrotta da tele, da messaggi di altri. Che quel corpo è così spontaneo e naturale persino in quel che riguarda la vista del sesso (cengia da brivido sopra l’abisso), perché s’è capito che questa è la giusta misura dell’essere uomini. E la parola nudo allora persino scompare perché più non ha senso, perché non c’è più nulla da nominare e distinguere con preciso concetto, come non c’è differenza se porto un cappello o un berretto, o preferissi la birra invece del vino.

Il coraggio di chi combatte contro #cyberbullismo e #revengeporn


Tempo addietro avevo messo giù un mezzo articolo sulla questione, poi non ho più avuto tempo per chiuderlo, nell’attesa di poterlo chiudere approfitto di questo reblog per divulgare la problematica e manifestare il mio pieno supporto a questa campagna.

Al di là del Buco

Banner della nostra campagna contro il revenge porn

Ci risiamo. Basta che una donna alzi la testa e mostri orgoglio per se stessa, ci mette il corpo e la faccia, ci mette la forza e un coraggio che voi, si voi, quelli e quelle che si divertono a insultare o a dispensare lezioni moraliste sulla decenza o sul “te la sei cercata”, non avrete mai. Basta questo e tante “amabili” persone fanno di tutto per fargliela abbassare, la testa. Perché deve stare con gli occhi puntati in basso, con la vergogna e il senso di colpa a nascondersi, così dicono le regole di chi alla fine ti vuole proprio morta. Ci vuole coraggio per raccontare di chi ti molesta e ti perseguita in rete.

View original post 975 altre parole

Nudità: una proposta indecente


L’idea è carina resta comunque limitativo e castigante parlare solo di turismo (come se nudisti fossero solo i turisti, ricordiamoci in primo luogo dei residenti), inoltre si evidenzia il forte dubbio che oculate scelte abbinate al discorso “avete la giornata riservata nelle altre siete fuori luogo” possano annullare di fatto l’opportunità: la maggior parte degli stanziali ha libera solo la domenica giornata che, presumibilmente, mai verrebbe scelta come vestiti facoltativi; le escursioni di Mondo Nudo sono necessariamente fatte la domenica e.. idem con patate. Sarebbe opportuno non guardare alla singola giornata ma a un periodo settimanale comprendente anche la domenica. Detto questo da qualche parte bisogna pur iniziare e questa, come detto, potrebbe certo essere una valida azione (anche perché educativamente in logica Zona di Contatto), specie se abbinata ad altre quali ristoranti, musei, teatri, piscine, palestre e via dicendo con momenti vestiti facoltativi, l’incentivazione (da parte di parchi, accompagnatori di media montagna, guide alpine, eccetera) di escursioni pure con abbigliamento facoltativo; l’effettuazione di spettacoli con attori nudi e pubblico come vuole; giornate aziendali abbigliamento facoltativo, eccetera.

Essere Nudo

Proposta indecente

Notizia di poco tempo fa. Una turista svedese ha creato un terribile “scandalo” mettendosi completamente nuda sulla spiaggia di Minori, sulla costiera amalfitana. Nessun atteggiamento provocante, ambiguo o malizioso da parte della scandinava, che si è semplicemente sistemata a leggere un libro sul suo telo, senza alcun costume addosso, convinta di poter fare ciò che nel suo Paese è quanto di più naturale ci possa essere. La forza pubblica è prontamente intervenuta per reprimere un crimine tanto abietto: la barbara nordica ha così ottenuto una bella lezione di italica civiltà!

Una nota positiva, peraltro, è stata la reazione del sindaco di Minori, Andrea Reale, il quale ha giustamente riconosciuto che ognuno ha il diritto di «vivere la natura a modo proprio», senza che vi sia il bisogno di scandalizzarsi per questo. Tuttavia, «questo segmento di turismo», ha aggiunto, «non trova sfogo dalle nostre parti, perché da Vietri a Positano si…

View original post 657 altre parole

#TappaUnica3V #nudièmeglio


La primavera è arrivata e stiamo marciando a larghi passi verso l’estate, ormai le temperature sono costantemente sopra i dieci gradi, durante il giorno il sole fa sentire la sua presenza inondando l’aere di un intenso calore. Le corolle si sono aperte, mille colori spezzano la monotonia dei prati e dei boschi, movimenti appena percettibili, lievi fruscii, svelano il rianimarsi della vita animale. Risveglio della natura e risveglio dei corpi, nudi corpi che godono del nuovo giorno, nudi corpi che mostrano la loro piena forma, nudi corpi che riprendono possesso dell’aerale montano muovendosi senza pudore alcuno. Lepri, cinghiali, lucertole, volpi, fagiani, coturnici, scoiattoli, ramarri, salamandre, insetti d’ogni genere e forma, nudi corpi incrociano sempre più spesso il mio cammino suggerendomi di rispettare a mia volta l’insegnamento della natura e così il mio corpo, non più frenato dalle basse temperature, si ribella al cilicio delle vesti e ardentemente anela al respiro totale. Diamogli soddisfazione, finalmente nello sforzo del duro cammino le vesti posso levare, finalmente senza barriere con il monte posso dialogare, finalmente il più piccolo raggio di sole posso sentire, il più fievole alito di vento mi può refrigerare, il minimo calore percepire. Sensazioni indescrivibili, sensazioni inimmaginabili, sensazioni che qualcuno ha voluto negarci e che ancora incomprensibilmente restano imprigionate nell’innaturale pudore, nella malata vergogna verso pochi centimetri del nostro copro, pochi centimetri che si vogliono immondi, pochi centimetri che tutti conoscono, tutti possono ben facilmente immaginare, pochi centimetri che sono il centro del corpo, che sono la vita del corpo, che più di tutti gli altri necessitano di aria e respiro. Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio!


1 e 2 aprile – VivAlpe emula TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri

Doveva essere un’escursione con gli Amici di Mondo Nudo ma alla fine mi trovo da solo, ovviamente non rinuncio e ne approfitto per fare un buon allenamento. Il ginocchio sinistro ha dato ancora problemi: prenotate radiografia e visita specialistica.

54 chilometri, 3200 metri di dislivello, 20 ore di cui 16 di cammino.

7 aprile – Ritirata radiografia ginocchio sisnitro

A leggere il referto c’è da spaventarsi, vedremo cosa dice l’ortopedico.

9 aprile – Monte Dragoncello da Nave

Insieme a Maria esploro il sentiero che dalla Mitria di Nave porta alla sella delle Casine Eciè  in zona Cariadeghe. Bel sentiero con salita pressoché costante e ripida nella prima parte, poi, attraversato il Senter Bandit, alla salita si alternano tratti di mezzacosta che concedono un poco di respiro. Arrivati alla sella dopo una breve sosta risaliamo alla vetta del Dragoncello per poi scendere sul versante opposto passando dalla Campana. Sella di San Vito, sentiero 3V per la Valle Salena e siamo all’auto. Lungo la discesa il ginocchio sinistro ha dato qualche accenno di dolore e di blocco, comunque niente a che vedere con i problemi avuti in precedenza: la speranza di una totale ripresa si fa viva.

11 chilometri, 856 metri di dislivello, 5 di cammino effettivo (6 totali).

13 aprile – Anello del Budellone

Breve ma intenso allenamento sul monte di casa per esaminare meglio il dolore del ginocchio sinistro e presentarsi alla visita specialistica con dettagli precisi e un ginocchio non in stato di totale riposo.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, un’ora e trentatré minuti.

14 aprile – Visita ortopedica

Pare essere tutto a posto, il dolore non è evocabile, il ginocchio è asciutto e non presenta segni di sofferenze o lesioni, si prosegue con breve cura antinfiammatoria e risonanza magnetica.

17 aprile – Monti di Gavardo

Con Maria ci facciamo un giro sui monti di Gavardo, lei ha un problema al piede sinistro e non abbiamo un programma preciso: andremo avanti fin tanto che il suo piede non duole. Partiamo da località San Rocco seguendo un sentiero segnato che, quando segue una tortuosa strada cementata, abbandoniamo per seguire delle tracce nel bosco che tagliano i tornanti. Salendo a casaccio seguiamo di volta in volta stradine e sentieri. Poco sotto la zona attrezzata di Tesio Maria impone l’alt, ci fermiamo a far calmare i dolori al suo piede e poi ritorniamo alla base.

10 chilometri, 400 metri di dislivello, 3 ore

23 aprile – Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente

Escursione con gli Amici di Mondo Nudo, partendo da Gardone Val Trompia effettuiamo un bell’anello che ho individuato durante i miei allenamenti. Alla partenza rilevo molte fitte al ginocchio… destro, mannaggia, ora ci si mette anche questo; il sinistro invece viaggia bene solo verso la fine manifesta la solita sensazione di stiramento, ma leggerissima e senza l’impressione di blocco.

13 chilometri e mezzo, 822 metri di dislivello totale, 7 ore e mezza (6 e mezza di cammino effettivo).

30 aprile – Sant’Onofrio da Piezze di Nave

Gitarella in compagnia della moglie, risaliamo per intero la Val Listrea, giunti alla Cocca una fievole ma fredda brezza ci accompagna lungo la strada che porta all’inizio del sentiero. Lungo mezzacosta nel bosco, breve salita ed eccoci sul crinale che porta alla piccola chiesetta di Sant’Onofrio, qui ritroviamo la brezza e dobbiamo procedere per trovare un posto riparato dove fermarsi a mangiare. Ripida e lunga discesa fra tantissimi Gigli Martagone (e altri fiori) e siamo di rientro all’auto.

10 chilometri, 695 metri di dislivello, 5 ore con una mezz’ora abbondante di sosta pranzo.

1 maggio – Anello di Facqua

Dopo una lunga sosta a causa dei problemi alle ginocchia rieccomi sulla via del monte, oggi voglio perlustrare due varianti che ho individuato nel tratto che dal Passo Del Cavallo porta alla Brocca. Parto con un programma incerto, valuterò il da farsi in base alle sensazioni che mi daranno le ginocchia. Velocemente salgo senza problemi la prima parte su asfalto e sterrato e in poco arrivo al bivio con la prima variante, subito individuo un bel sentiero che però poco dopo devia parecchio rispetto alla mia linea ideale quindi lo abbandono per proseguire su terreno libero. Ripida la salita e le ginocchia rispondono bene, breve discesa e sono nuovamente sul tracciato originale, ma per poco, subito si diparte la seconda variante. Ancora ripida salita, altro costone panoramico, lo sguardo si allarga ad abbracciare il Brenta, il Lago di Garda, la Pianura Padana e, dietro a questa, l’irregolare linea delle Alpi Liguri. Vetta della Punta Camoghera, discesa per un crinale a picco sull’abitato di Lumezzane ed eccomi alla sella de La Brocca, le ginocchia vanno alla grande, decido di proseguire, ovviamente per la variante alta del sentiero 3V. Gelandomi le mani supero il caratteristico camino de La Streta, poi resto basito dalla velocità con cui risalgo un tratto erboso pressoché verticale, un tratto che mi ha sempre fatto ansimare, oggi, invece, tre, proprio tre di numero, balzi e ci sono sopra, eccomi alla cima del Dossone di Facqua, velocemente mi butto sulla discesa e vado a riprendere la variante bassa del 3V con la quale chiudo l’anello e, dopo l’incontro magico con una grossa lepre, rientro all’auto.

13 chilometri, 746 metri di dislivello, un’ora e ventitré la salita al Dossone di Facqua, due ore e cinquantasei il giro totale.

6 maggio – Anello medio del Monte Tre Cornelli

Con partenza da Vallio Terme c’è un interessante sentiero che sale al Tre Cornelli ma se si segue la segnaletica si è costretti a fare un su è giù lungo lo stesso percorso mentre io mi sono ormai abituato a compiere anelli e voglio quindi trovarne uno anche per questa salita. Individuato sulla carta lo sperimento in pratica: bello! Ci do dentro e le ginocchia rispondono molto bene.

Salita 4,5 chilometri fatta in un’ora e tredici minuti, ovvero 3,7km/h.

Discesa 6,5 chilometri fatta in un’ora e cinque minuiti, ovvero 6km/h.

Totale 11,11 chilometri, due ore e diciotto minuti, ovvero 4,83km/h

7 maggio – Monte di Paitone

Breve escursione sopra Paitone seguendo prima la strada asfaltata che sale al Santuario della Beata Vergine, da qui per sentiero e poi asfalto a Marguzzo e chiesa di San Martino, indi stradine e sentieri che portano verso Tesio di Serle. Ritorno identico fino al santuario da qui mulattiera a San Rocco e strada all’auto. Ginocchia tutto ok.

8 chilometri, 430 metri di dislivello, 2 ore

9 maggio – Anello del Budellone

Nuovamente sul monte di casa per un test delle ginocchia: parto da casa di corsa e senza sosta copro i due chilometri di asfalto che portano all’inizio del sentiero, sempre di corsa mi lancio per questo che parte subito ripido, riesco a tenere il passo per un breve tratto ma pur sempre più lungo del solito. Al cammino forzo a più non posso fino alla vetta, immediatamente, nonostante i quadricipiti bruciati, mi butto nella discesa riprendendo la corsa che interrompo a tatti solo nel lungo diagonale che dal Bus porta alla Casa degli Alpini di Prevalle. Poco prima di arrivare a quest’ultima, sbucando in no spiazzo piano una grossa ombra in fuga mi passa davanti, un grugnito la identifica senza dubbio, più piccole schiene pelose brune striate di bianco sono ferme davanti a me e si allontanano con calma, avendo compreso la situazione mi blocco, alla mia destra distanziata di circa dieci metri, la grossa cinghiala mi fissa dritto negli occhi, guarda verso i suoi piccoli e poi, tranquillizzata dalla mia immobilità e dall’allontanarsi dei suoi cinghialotti, di scatto si gira e si tuffa nel fitto del bosco. Inebriato dal bellissimo incontro (li avevo sempre sentiti e mai visti), riprendo il cammino (per sicurezza evito la corsa) e rientro senza problemi a casa: ginocchia alla grande.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, 20 minuti alla base del sentiero (2,8km di piano asfalto), 32 (20+12) minuti alla vetta, un’ora e ventotto l’intero giro.

12 maggio – Ritirata risonanza magnetica

Dal referto per quanto ne possa capire si direbbe che non ci sono grossi problemi, un modesto versamento sinoviale potrebbe ricondursi, a mio parere, ad un vecchio incidente con distorsione e conseguente siringata per levare il liquido formatosi, e/o ai vari traumi che l’intensa attività alpinistica mi ha provocato. Purtroppo per un solo giorno (avevo all’11 la prenotazione con l’ortopedico) ho dovuto spostare la visita specialistica e dovrò attendere fino all’8 giugno per avere un riscontro preciso. Speriamo bene!

13 maggio – La notte di #VivAlpe 2017

Altra escursione con gli Amici di Mondo Nudo, un suggerimento per sperimentare la marcia notturna a quei tanti che non l’hanno mai fatto. Si risveglia qualche dolore alle ginocchia, in particolare destra e in salita.

7,5 chilometri, 678 metri di dislivello, 4 ore e mezza con un’ora e venti di sosta

20 maggio – Anello stretto del Monte Tre Cornelli

Altro serio test per le ginocchia, salita per il più diretto sentiero segnalato che da Vallio Terme raggiunge la vetta del Tre Cornelli, discesa per il sentiero precedentemente percorso in salita per l’esplorazione dell’anello medio. Sperimento un’app di tracciatura e rilevazione (Sportractive) che ho installato sull’ormai non più nuovissimo cellulare: interessante, utile, comoda, in particolare la segnalazione vocale della velocità, comunque ancora non risolve tutti i problemi (evidenzia una forte differenza, in più e a mio parere in meglio, nel calcolo dislivello con GPSies). Ginocchia ok, destro senza dolori, sinistro lieve dolore in sede laterale più bassa degli episodi inziali senza sensazioni di blocco al movimento, apparso nell’ultimo chilometro di discesa.

7,6 chilometri, 707 metri di dislivello, un’ora e trentadue minuti per un ritmo medio corrispondente a 12:08 minuti al chilometro (4,94km/h), ritmo massimo 05:30 minuti al chilometro (10,66km/h).

21 maggio – Anello largo dell’Eremo di San Giorgio a Caino

Ancora un’escursione con la moglie inanellando tre sentieri già fatti separatamente: ne esce un anello molto interessante. Nessun particolare dolore alle ginocchia.

11 chilometri, 790 metri di dislivello, tre ore e cinquantatré minuti.

27 maggio – Allenamento annullato

Volevo uscire per un altro allenamento / esplorazione più in quota, mi sono alzato molto presto con dolore al collo, mentre mi preparo la colazione sono titubante: le ginocchia stanno bene ma è tutta settimana che permane una lieve sensazione dolorosa al lato esterno del ginocchio sinistro (poco sotto la sede dei primi dolori), vi si aggiungono la giornata non bellissima e varie questioni che mi frullano nella testa rendendomi incerto sul da farsi, alla fine accendo il computer e mi metto a scrivere questa relazione. Passano le ore e, stando seduto a lungo, compare nuovamente la distribuita sensazione dolorosa laterale: forse ho fatto bene a starmene a riposo, anche perché domani c’è un’altra uscita con gli Amici di Mondo Nudo.

Due pesi due misure


Ormai sono discorsi che ho fatto più volte, discorsi sui quali avevo deciso di non ritornare più, ma l’evidenza dei fatti, nella fattispecie l’ultimo articolo di Lacquaniti “Messaggio in occasione del Festival nazionale naturista”, m’induce a riscriverci sopra.

Prendiamo certamente nota dell’impegno di Lacquaniti in relazione alla causa nudista, ho anche avuto modo di parlarne personalmente con lui in passato, e lo ringraziamo vivamente per questo. Siamo dispiaciuti del suo abbandono ma ne comprendiamo benissimo le motivazioni. Nel contempo rileviamo alcuni passaggi che, insieme a tanti altri segnali, dimostrano quanto ancora ci sia da lavorare affinché si formi una vera cultura nudista, affinché si torni a quella semplice visione del nudo propria della natura e propria delle genti fino a non molti secoli addietro.

  • Naturismo uguale amore per la natura, poco importa quello che abbia deciso una certa piccola comunità di persone pochi decenni fa, per molte persone il naturismo è e rimane l’amore per la natura e non il mettersi a nudo, che per loro è invece nudismo. Usare il termine di naturismo equivale ad una mancata consegna del messaggio o, peggio, a trasmettere un messaggio di vergogna e… “se persino loro hanno vergogna di parlarne, perché mai dovremmo noi anche solo interessarci alla cosa?”.
  • Naturismo e nudismo sono termini che evocano l’esistenza di una contrapposizione tra abitudini, quella dello stare vestiti (tessilismo) e quella dello stare nudi (naturismo o nudismo), evocare una contrapposizione significa alzare o far alzare delle barriere, sarebbe opportuno andare oltre e parlare delle attività che si fanno (nuotare, camminare, escursionismo, immersione, giocare a pallavolo, eccetera) senza ribadirne lo stato in cui si fanno se non attraverso piccoli riferimenti interni ai discorsi e/o le immagini delle stesse (e qui si facciano esame coloro che promuovono la necessità di non pubblicare immagini di nudo: stanno solo danneggiando la salubrità del nudo).
  • È incongruente palare di “naturismo è un movimento nato in opposizione al degrado della vita urbana, che persegue la vita all’aria aperta in armonia con la natura, quasi in sua simbiosi, nel rispetto della persona e dell’ambiente circostante, dove la nudità condivisa permette un sano sviluppo della salute fisica e mentale” e poi aggiungere “a favorire, mediante l’adozione di apposite iniziative di competenza, la pratica del naturismo disciplinando l’individuazione di apposite aree da destinare a campi naturisti per un utilizzo di tipo turistico-ricettivo: se una cosa è sana ed educativa non può essere contemporaneamente isolata in specifici e limitati contesti ambienti; se una cosa va limitata all’interno di aree e campi è evidente che la si ritiene malsana e poco educativa. Insomma il classico colpo al cerchio e uno alla botta e il mettere il piede in due scarpe sono atteggiamenti che soddisfano nessuno.
  • Siamo sicuri che basti una legge per convincere gli imprenditori ad aprire centri nudisti? Se osserviamo quanto avvenuto nelle regioni che la legge l’hanno già approvata e promulgata direi che la risposta dev’essere senz’ombra di dubbio un bel no! Materialmente in Italia nulla vieta di aprire un contesto privato (perchè tale è e sarebbe un villaggio nudista) dove sia possibile stare nudi eppure pochissimi l’hanno fatto e tra questi pochi ultimamente alcuni hanno fatto marcia indietro, perché? Cosa mai possiamo offrire al turista che vuole stare nudo? Possiamo essere competitivi coi vicini paesi dove il nudo può essere portato ben oltre le pochissime centinaia di metri di un’area nudista italiana? Sono stato in Corsica e avevo 4 km di spiaggia su cui camminare nudo, amici sono stati in Spagna e nudi potevano starci pressoché ovunque. Il turista nudista vuol stare a nudo il più a lungo possibile, mai accetterà di doversi continuamente rivestire per potersi spostare dall’alloggio alla spiaggia, dalla spiaggia al bar, dal bar al negozio e via dicendo!
  • Come sempre appare che in Italia senza leggi ad hoc nulla possa essere fatto, siamo in assoluto il paese al monto che ha più leggi e, nel contempo, quello in cui più manca la certezza legislativa e giuridica, che forse sia questo il problema? Ci sta bene che le leggi debbano essere il più generiche possibile, ma deve seguire che le sentenze facciano legge, troppo comodo che i giudici, in particolare quelli della Cassazione, possano sconfessarsi palesemente e giustificarsi con “ogni caso fa a sé”: i casi faranno a sè, ma la logica no, la regola (e la logica) del diritto non può fare a sé!
  • Bene, benissimo parlare di turismo, ma il nudismo va ben oltre, il nudismo è uno stile di vita e a questo ad oggi nessuno ancora ha pensato, anzi, si propongono leggi che, più o meno esplicitamente, più o meno volutamente, negano la possibilità di vivere nudi fuori dal limitatissimo contesto privato.
  • Concludiamo con la classica chicca presente in tutte le proposte di legge in merito al nudismo, portata avanti da tutti i proponenti di tali leggi, utilizzata come il prezzemolo da tutti coloro che avanzano netta opposizione al nudo sociale, purtroppo propagandata anche da molti nudisti e, ancora peggio, da certi rappresentanti del nudismo, oops, naturismo visto che questi ultimi così amano dire… “Nel rispetto di coloro che la pensano diversamente”. È la solita manfrina, una manfrina che pare esistere solo per il nudo: nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta il crocifisso appeso in ogni dove; nessuna legge chiede il rispetto di chi desidera non essere costretto a sentire le messe trasmesse da potenti casse audio appese fuori dalle chiese; nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta la vista dei tatuaggi o dei piercing; tanto per fare solo alcuni esempi, ma si potrebbe andare avanti molto a lungo. È innegabile: logica vuole che se un qualcosa infastidisce qualcuno, ma non gli apporta lesioni fisiche o danni economici, sia questo qualcuno a risolversi il suo problema, vuoi abituandosi a quanto lo infastidisce, vuoi evitando di mettersi nelle condizioni di dover subire il fastidio; mai, però, costui può pretendere che sia l’altro a doversi adeguare al suo fastidio. Così, infatti, seppur tra difficoltà e opposizioni più o meno grandi, è avvenuto o sta avvenendo per l’omosessualità e i matrimoni tra pari sesso, per l’emancipazione femminile, le minigonne e la contraccezione, per la sessualità e la convivenza, per gli uomini rasati a zero o/e depilati, per i tatuaggi e i piercing, per i diritti dei cani e degli altri animali in genere, per l’ecologia e il rispetto ambientale, per la società globale e l’integrazione razziale, per tante, tantissime altre cose. Così hanno ragionato gli amministratori della metropoli di New York: le donne possono stare a petto nudo ogni dove lo possano fare gli uomini, senza limiti, senza restrizioni, senza preoccuparsi del fastidio che i presenti possano più o meno provare. Così, però, non è avvenuto e non sta avvenendo per il nudismo: nonostante l’indubbia accettazione della maggioranza, la società, nei suoi rappresentanti e nelle sue istituzioni, eleva il fastidio del nudo, documentato disturbo psicologico (“gymnofobia” o “nudofobia”), a status sociale di norma, vietando il nudismo o imponendone la ghettizzazione.

Secondo ragione le cose andrebbero sempre pesate nello stesso identico modo e le valutazioni dovrebbero sempre essere concordanti. In pratica, invece, dobbiamo rilevare che si tende a pesare con più pesi e più misure, adottando di volta in volta quelli più consoni alla propria opportunità e/ o ai propri condizionamenti. Questo se è accettabile, pur restando comunque non condivisibile, nella gente per così dire comune, non lo è per chi rappresenta a livello istituzionale la società.

Nudo libero sempre, comunque e ovunque, questa è l’unica legge che serve e che si può onestamente promuovere e accettare, tutto il resto è fuffa!

#nudièmeglio

 

Desideri


Mi è capitato di vedere persone che distolgono lo sguardo da me nudo, quasi come atto pietoso, quasi a volermi evitare l’imbarazzo che dovrei provare, come fosse un caso accidentale cui non badare. Può darsi che sia una questione di abitudine: persone nude in giro sono una rarità. La maggior parte ridacchia sentendo la parola nudista, non riesce ad andare oltre la nuda parola, non sa nulla di questo territorio, può solo appellarsi ai sentito dire. Ma quel sorrisino è significativo, vuol dire che la sola parola è stata sufficiente per richiamare qualcosa, per smuovere qualcosa, ha destato una certa vitalità; la parola ha fatto breccia, ha risvegliato un’emozione, ha avuto un effetto di rievocazione, di provocazione che non lascia indifferenti.

Ognuno poi fa da sé i calcoli di quanto alla fine voglia esser felice, e su questo percorso arriva un momento in cui parte individuale e parte sociale si differenziano talmente da essere quasi l’uno in conflitto con l’altro. Ci vuole una buona dose di autostima per dar credito sin in fine più alle proprie pulsioni, ai desideri senza parole che ci nascono dentro, che ci spingono al fare, all’andare, a seguire il sentiero della nostra evoluzione che si mostra percorribile e reale passo per passo, piuttosto che agli applausi, alle conferme gratificanti che ci vengono dalla società (anche solo da un gruppo di amici), ai progetti di altri, per quanto ci vengan pagati.

Finché riusciamo a portare la livrea della nostra immagine pubblica tutto sembra andar bene e quel che riversiamo nella società, nei rapporti con gli altri ci ritorna e corrobora tonda la nostra autostima. Da un certo punto di vista è la società che ci plasma e il vestito che siamo abituati e obbligati a portare ci si incarna addosso e fa parte non solo della nostra immagine, della nostra foto sulla carta d’identità, ma diviene anche la percezione stessa che abbiamo di noi, per quanto esterna, per quanto la sappiamo ancora distinguere da quell’altra più genuina, più vera, più solida e reale che abbiamo di noi in privato, perché è questa che ci rende contenti di noi, più di tutte le approvazioni che ci posson venire da fuori.

Quando infatti preferiamo un percorso personale sia di maturazione che di appagamento – e la società e il nostro Io precedente sembra ci faccian da freno – l’autostima ti approva e te la senti aumentare, dai passi che compiamo ci ritorna una conferma che ci fa contenti e soddisfatti, nonostante tutta l’incertezza. Come se camminare in bilico, alla cieca su una palude ci restituisca il ricordo di una memoria ancestrale, di quando l’uomo non sapeva nulla del mondo e cominciava a conoscerlo. E a conoscersi. Ad avere fiducia in se stesso e anche nel mondo circostante. E le nuove esperienze, azzardate, ma ricche di conoscenza, davano maggior sicurezza che non quella offerta dalle abitudini condivise con altri, dalla tradizione del gruppo sociale.

Non è un fatto di ego, ma piuttosto di un Io che vede, e poi sa, e poi vuole, che sa dove andare, libero di andarci, di provare – e sa che su quel sentiero sarà da solo, ma non importa. Questa tensione, chiamiamolo pure desiderio, ci rafforza la convinzione che siamo sulla strada giusta, seppur sul fragile guscio della nostra piccola barca in mezzo all’oceano. E questo anticipo della meta che ci prefiguriamo comincia da subito a cambiarci, a modellarci. Abbiamo tanto desiderato una cosa, – non che ci mancasse alcunché, non che fosse un bisogno; ben non sapevamo che cosa, ma disposti a rubarla alle stelle – che quando riusciamo a ottenerla, ci sembra d’improvviso quasi già vecchia, conosciuta, scontata. Che strano! allora anche il cielo sembra deludere, la soddisfazione pare non commisurata agli sforzi. Perché il mutamento nella consapevolezza è cominciato fin dal primo passo, fin da quando ci siam dati una mossa, liberandoci da remore e intralci: fin d’allora ci siam sentiti felici. Non è il grido di vittoria degli atleti sul podio, la commozione corale di aver raggiunto un obiettivo oltre ogni speranza, la certezza di aver come alleato il destino. È qualcosa di diverso: è la sensazione compatta, pacifica, piena, di esser quel che vogliamo, passettino per passettino, seguendo il sentiero che intuiamo giusto per noi, o anche la sorpresa di scoprirci in una nuova versione di noi stessi, comunque vera, incredibilmente oltre quel che noi stessi avevamo intenzione di modificare o raggiungere, seguendo i dettami che una vocina ci suggeriva.

È quel che mi succede quando esco in campagna vestito solo di pantaloncini e maglietta, nel caso che… Nel caso che al vigneto mi possa spogliare e camminare lungo le capezzagne che girano intorno o tralungo i filari.

Domenica pomeriggio passeggiando nel vigneto

L’ho fatto mille volte, so cosa mi succede, e mi piace talmente sentire la rete dei nervi che vibrano per la tensione sotto la pelle del petto, il calore che s’accende nelle giunture, il coppino che freme contratto come avesse paura, il paguro-bradipo che fa finta di niente ma sa d’esser la chiave del gioco: come rubata, quell’aria aperta, mi dice la pelle che sente quel soffio, quei raggi di sole che arrivan sin lì – quasi un rimprovero: «perché così rari, che fan così bene? Che ho fatto di male per tenermi in prigione, per negarmi il diritto di godere dell’aria e del sole, della vista del mondo, della vita del mondo, a me, che apposta son fatto per dare la vita? Da che cosa mi devi proteggere. Chi devi protegger da me, dalla sola mia vista?»

Quando sento che il corpo mi parla così, m’incanto a starlo ascoltare. E sto meglio, perché lui sta meglio, perché è finito il castigo, perché m’accorgo che un desiderio m’è nato, e andiamo che un desiderio ci aspetta, non lo possiamo bellamente ignorare: non grande, ma alla nostra portata; non pesabile, ma sempre riempie a giusta misura. Quasi nemmen parla a parole, eppure è chiarissimo. Vedo che mi pulisce la mente da mille pensieri, da slogan, da segnali di divieto, da allerte guardinghe. Mi fa scapestrato, ebbro di un salto, incosciente, esilarante, esaltato… tranquillamente felice, una sottotraccia soffice come una nuvola, una piccola beatitudine, come una droga gentile per ogni nervo diffusa. Invece che tutto-pensieri, sono tutto-sensazioni e io stesso sono l’azione che faccio, che creo, che vivo, che mi sento per entro vibrare; invece del brusio di mille voci che si rincorrono in testa, c’è il silenzio meridiano della vampa luminosa del sole sui pampini in succhio… e su me, che cammino in mezzo ai filari. Sento sulla pelle il calore, sento qual è la differenza, la forza che cresce.

So d’esser nudo, maglietta e pantaloncini in capo a una mano; e sono contento. Non perché sono insolito, non perché la faccio in barba alla gente e agli agenti. Sono contento di me, di esser quello che sono, bastantissimo di quello che sono, di questo momento intanto che dura – son senza orologio, i numeri li ho lasciati sulla strada sterrata. Mi sono già perso, ho perso anche il tempo, a spanne so dove sono; un quintale di leggerezza la mia presenza, la carne dei muscoli, la pelle che dà forma al mio corpo, sembra solo che senta, percepisca, mille antenne, mille pori a succhiar-dentro pollini e odori. Io – e prova a dirne di più! – che occupo una nicchia nell’aria. A capofitto mi tuffo dentro un frattale che cresce e s’allarga, mi fa passare, ci navigo dentro mano a mano s’avvicina e  via via s’ingrandisce. Sono tutt’occhi: i colori, le forme mi avvolgono. Non sto pensando, non sto parlando. Son desto come non mai.

Un battito di ciglia e sembra finita una piccola trance, di nuovo mi rivedo qui dove sono, coi piccoli grappoli nati pur mo’, e i miei passi nell’erba, e gli alberi grandi di verde di contro all’azzurro. Il sole m’accieca ed è troppo: mi basta come m’arriva su me a dorarmi la pelle, quel tanto che vedo le cose, che mi scalda quel tanto la pelle, quel tanto che m’ama. Quel tanto che m’amo.

Ci penso alla gente che sarebbe potuta sbucare da dietro una curva, punto gli occhi vigili, tesi a veder nel caso qualcuno arrivasse davvero. E ancor non so cosa fare, lì sul momento, se capitasse, e un po’ mi distraggo a chiedermi se per caso ancor tema che capiti  simile eventualità. Non so, mi rispondo. Infatti non è come star nudo per casa, la possibilità di incrociare qualcuno, alle cinque del pomeriggio di una domenica di maggio, esiste e in quell’attimo mille cose posson tutte insieme cambiare, precipitare in un attimo. Non vado solo per far quattro passi, per prendere il sole mentre cammino, nemmen per l’adrenalina del rischio, ma proprio per triangolare un incontro: perché non mi piace che quel che vivo sia tutto e solo destino. Qualcosa anch’io voglio far accadere, e fra le tante anche questo: far quell’incontro. E fin d’adesso son pronto, e prima o poi accadrà.

Ancor qualche passo e ritorno alla strada. Quasi automatico mi rimetto i pantaloncini, la maglietta ancor no. È una boiata, lo so. Non son coerente. Ma poco m’importa, non è questo che importa. È dove son stato, il viaggio che ho fatto…

Saranno stati i veleni che han dato alle viti?

Violazione di domicilio


La vergogna che dovremmo provare mostrandoci nudi non mi è ancora andata giù: libri, film, teatro fano già abbastanza nel suscitarmi emozioni come una rana che scatta quando prende la scossa. Almeno per quel che riguarda il mio corpo, a la mé cà, so mé ’l padrù (“a casa mia, il padrone sono io”).

Primo: perché ci è stata imposta, ma non so esattamente da chi.

Secondo: perché nessuno me ne ha mai chiaramente e convincentemente spiegato il motivo.

Terzo perché, in mancanza di motivi, ci viene risposto che “così fan tutti”. Ma io anche altro capisco – distortamente, senz’altro, attribuendo male intenzioni e estraendo il costume dal contesto sociale e dalle finalità –: come dire che se non sei pecora, se non stai nei ranghi, non puoi far parte della società e fuori della società t’arrangi, sei un barbone, e nudo nelle nostre strade non ti vogliamo vedere, “va’ coi porci!”

La parola porci mi rimanda ai tabu alimentari e alle motivazioni che li giustificherebbero. Da qui alla purezza, alla verginità, al privilegio tutto maschile della “prima volta”, della “prima notte”, come un prodotto da supermercato sigillato nella sua confezione, il passo è breve. Molti schemi mentali – per un motivo o per l’altro – sono estensibili a diversi campi della nostra quotidianità.

D’altra parte penso anche che se un’illogicità simile viene mantenuta e perpetuata ci siano degli argomenti ovvi che la giustificano o dei pugni forti che la impongono, una longa manus anonima, senza volto, segreta, che ci ha rubato, anzi espiantato qualcosa di noi, qualcosa di naturale – e con questo ci ha chirurgicamente asportato di una porzione importante

– di autoconsapevolezza (drogandola di vaghe illusioni),
– di autostima (facendoci credere di essere qualcuno perché parte di una massa clonata),
– di armonica percezione della consistenza materiale del corpo in cui come anime siamo – un corpo vivo!

E come non accetterei mai che mi espiantassero un organo senza consenso, perché è un furto bello e buono, e finché campo, come ho diritto all’aria, così ho diritto di avere il corpo che la natura mi ha dato (non sono così generoso da regalarlo da vivo) perché, accidenti, mi serve! Come non accetterei che qualcuno venisse a dirmi quante volte devo farmi la barba o devo fare l’amore, così non accetto vincoli al libero uso del corpo che ho.

Se poi questa limitazione riguarda non tanto l’uso, ma la visibilità pubblica, allora qualcosa mi va in tilt nella logica, forse ho saltato un passaggio, non mi va d’accettarlo e inconsciamente non riesco a vederlo. E poi m’invento spiegazioni stiracchiate, vado per illazioni: ad esempio che esista uno scopo recondito, un ordine di pensiero che usa la pressione, il controllo sul corpo per imporre un ordine ideologico che, ripeto, ancora mi risulta anonimo, senza volto, segreto, ma che avverto cerca di inquadrarmi, di farmi prigioniero, o soldato, o schiavo, che cerca di costringermi a lavorare per una causa comune, che io son di mente troppo piccola per riuscire a capire. Ma è così che la penso, e lo vedo, è ben più di una mera supposizione.

Un ordine che vien spacciato ed imposto come cosa ovvia, che anche i bambini riescono a capire! – A suon di ceffoni, di senso di vergogna, di senso di colpa, di disgusto, dileggio, dispregio, disdegno, castighi, sanzioni, rifiuti, sputi, negazione di diritti, esecrazioni, svalutazioni, umiliazioni…

Riuscire a tenere la testa fuori da questa melma che la società ci ha buttato addosso diviene un imperativo, impervio fin che si vuole, ma necessario se vogliamo mantenere la nostra dignità di persone umane: secondo natura prima che secondo società. Non ho bisogno di decreti e regolamenti, di convenzioni e rituali per vivere secondo natura, per respirare, muovermi, mangiare; non devo timbrare un cartellino quando mi alzo e inizio la mia giornata. Che poi, d’un tratto, quel che fino a ieri sembrava – a me stesso per primo – impossibile, ecco che il caso me lo offre appuntino lungo la strada della mia cocciutaggine; e quel che fino a ieri poteva sembrare aleatoria possibilità, con capriole mortali salta ogni steccato e si concretizza come necessità, reazione obbligata, legge di fisica, risultante delle mie azioni.

Ma già esser giunti a districarsi nel groviglio dei piccoli fili che ci tengon legati come Gulliver è già un bel passo di acquisita chiarezza. Alcune cose non si accettano più, si comincia a pensare esattamente il contrario. Oppure a riempire la pattumiera con le incrostazioni e le abitudini che sopravvivono solo perché le abbiamo (anche inconsapevolmente) accettate e ritrasmesse.

Ne ho piene le tasche. Io trancio, io dico basta, fin qui e non più oltre, nada más!

E già solo al pensarlo mi sento più forte, più ganzo, più soddisfatto di me, in gran gallòria perché sto pensando con la mia testa. E questo mi basta, e quanto! E il resto può anche stare dov’è, non c’è bisogno che sprechi forza a contestarlo, a discuterlo, a smentirlo. Acqua passata non macina più. Distruggerlo non mi cambia la vita: l’ho già cambiata, ed è questo che conta. Gli altri continuino pure come han sempre fatto. Io vado a pescare. Chiaro che verrò giudicato come un evaso, una pecorella smarrita da riportare all’ovile. Ma chi ci vuole stare in un ovile che non ammette eccezioni, quando la natura facendoci tutti diversi ci ha fatto praticamente tutti un’eccezione? Una bella lezione da indurci ad accettarci l’un l’altro così come siamo: belli brutti, grassi e magri, bianchi-gialli-neri e rossi, bresciani e bergamaschi…

La mia vita l’ho già cambiata, dicevo. Non tanto perché d’improvviso mi senta libero di godermi il sole sul balcone di casa, ma di più perché riesco a vedermi chi sono, mi affermo deciso come persona, come individuo, come corpo.

Il corpo, a saperlo ascoltare, ci indica la direzione del nostro benessere, ci suggerisce un’idea di noi che viene dal nostro interno, non l’immagine che ci rimanda uno specchio, non ciò che sentiamo dire di noi, non il modello che ci vien imposto d’imitare. Questo corpo non è a disposizione, non ci vo alle parate, non sto sull’attenti.

Già sopporta come un mite asinello il modo con cui lo trattiamo; lo comandiamo a bacchetta, lo teniamo a stecchetto. Ha mille risorse che non conosciamo – ed è meglio – per ritornare sano, in forze, pronto di nuovo a obbedirci. Di fronte a questa meraviglia che ci è data come individui e come persone non posso che ricompormi, tolgo un po’ del primato che vuol aver la ragione, cancello un po’ dei “doveri” che ho verso la società. Ma dall’altra parte gli “do ragione”, lo lascio libero perché solo se libero farà il suo “dovere”, ubbidiente a leggi eterne non scritte: sa ben quel che vuole e so che lo vuole solo a mio vantaggio. Perciò lo difendo dai mille parassiti esterni, da chi gli vuol mettere una cavezza. E da me per primo. E lo vedo pure inviolabile perché depositario di diritti che son di natura, che non han bisogno d’esser spiegati o capiti – davvero li capisce anche un bambino –, più eterni del marmo in cui sono scolpite le leggi che noi c’inventiamo e a pallino cambiamo.

Se poi la società ha dei turbamenti di coscienza, solo perché m’adocchia il batocchio, non sono io a dovermi farmi carico di evitarli… per il cosiddetto rispetto, per la convenzione, per i famosi “paletti”.

Steccati – recinzioni – schermi =
Curiosità – tentazioni – sfide

Se da una parte non ho una recinzione di legno al confine e perciò non posso impedire al mio vicino di “violarmi il domicilio” anche sol con lo sguardo quando mi vede nudo nell’orto che bagno i miei cavoli, perché gli occhi ce l’ha e quasi gli leggo in pensiero che vorrebbe che assecondassi, per rispetto, le sue attese, e per l’auto-rispetto che devo a me stesso e proprio al mio corpo (m’insinua), per sottrarlo alla balìa dello sguardo degli altri (che non sai mai che cosa ci vedono, cosa pensano, la reazione che ciò può suscitare); altrettanto non posso evitare  d’essere ai suoi occhi indecente, perché anch’io son fatto a mio modo, anzi “son proprio come tutti son fatti”. E non può impormi per soprammercato il suo schema mentale e costringermi a mettermi attorno ai fianchi un bianco straccetto solo perché il mio fronzolo pendulo lo potrebbe turbare. E di che?

Mi verrebbe da dire: «Se hai dei problemi, fatti curare!» Ma sono pure il primo a pensare che son solo opinioni e pensieri, legittimi punti di vista, giudizi dei singoli, i suoi come i miei, e non son malattie. Non mi vedo malato se mi piace star nudo. Né vedo negli abiti e nelle nostre abitudini degli schermi a difesa reciproca: non sospetto degli altri a tal punto.

Il nudo è solo uno stato, non è messaggero di nulla, non cercar l’intenzione recondita, non è un bacchio lanciato nella chioma del noce. Non è da interpretare, da sincronizzare, non un valore preciso sull’asse delle combinazioni, all’incrocio delle coincidenze perfette: è semplice e neutro come una foglia di fico ancor sulla pianta, un azzurro fior di begonia, un cane che abbaia ai piccioni, l’orizzonte aprico che vedo, un’auto fra le mille che passano.

Ma se qualcosa pur passa coi fotoni che vanno a miliardi, non ci posso far nulla: è natura anche questa, un quantum bizzarro che non conosce barriere o distanze e stabilisce fra il tutto quel che è ancora un mistero, un legame, un parallelo, uno specchio, un impiglio, un entanglement.

Entanglement quantistico

Una vocina maligna gli suggerisce, appunto in quel mentre una parolina all’orecchio, e vedo che pensa che non son quell’innocentino “perdibraghe” che fingo di essere, ma son birichino e lo faccio apposta a turbarlo, a cambiargli opinione, che lo voglio portar dalla mia, sotto il naso esibendogli le parti più sconce del corpo, non ammesse nel consesso sociale. E doppiamente, perché in più sembra che faccia lo gnorri e l’ipocrita, non mostrando in palese quale sia la vera intenzione. E dunque mi confermo ai suoi occhi e giudizio quel che la fama diffonde: che se non mi frena il pudore, allora son fuori: son fuori di testa, fuori dalla società.

Mi fai responsabile di quel che t’arrovelli ’nt’a capa? Sei tu che vedi indecente persino il cazzo d’un cane e gli metti il golfino perché altrimenti quella vista ti turba, ricordandoti forse delle tacche sulla cintura che non ti tornano in somma. Ti rispetto fin che vuoi. Ma non puoi pretendere che ti segua nelle tue paranoie. Io ne ho altre, e se permetti, prima seguo le mie. Che mme frega?

La colpa è senz’altro del cane! Di Diogene il Cane, che aveva una botte per casa, che nudo andava in cerca dell’uomo, che chiese al Grande Alessandro di scostarsi dal sole: ché anche un grande fa ombra quando il sole ci basta.

Moneta in argento da 10 euro – emessa in Grecia nell’aprile 2017, raffigurante Diogene di Sinope con la botte o giara in cui abitava e il cane

Vestiti è bello, #nudièmeglio altre analisi delle recenti obiezioni


Ritenevo sostanzialmente inutile riaffrontare certi discorsi già più volte fatti e, pertanto, nel mio ultimo articolo (“Rispetto e turbamento”) alcune questioni le avevo solo abbozzate e altre nemmeno avviate, in questi giorni però sono incappato in alcuni atti sociali che m’hanno indotto a ricredermi e allora eccomi ancora qui.

Quanto segue fa ancora riferimento alla già citata (nel mio ultimo articolo di cui sopra) discussione su un forum di camperisti, ma anche e soprattutto a quella sul forum di Spirito Trail, un sito che tratta di corsa in montagna e che ha lanciato una campagna alla quale ho aderito sia a livello personale che come blog: “Io non getto i mei rifiuti”. Qualche giorno addietro ho notato diversi accessi al blog che arrivavano dal forum di tale sito e ho così scoperto il tema “Minimalismo spinto”, in questo ad un certo punto qualcuno mi tirava in ballo. Andando a spulciare il tema nel primo post trovo la segnalazione di un articolo del Gazzettino:

Corre nudo tra i sentieri delle colline: caccia al runner esibizionista

SANTORSO – Con la primavera la natura esplode in fauna e flora, con i boschi a riempirsi di colori e vita animale, ma anche di un marciatore naturista tra le colline di Santorso e Schio. I residenti nelle contrade Trentin, Pierella, Gorlini e Piane negli ultimi giorni hanno visto un solitario runner esibizionista, che corre indossando solo le scarpe. Una decina i passaggi tra i sentieri dell’uomo, che hanno portato a diverse segnalazioni alle forze dell’ordine.

L’identikit è preciso: tarchiato e calvo, scappa se viene chiamato da chi lo vede. Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate nelle sue corse tra i boschi. Resta da stabilire se il naturista soffra di disturbi psichici o sia un esibizionista consapevole. Nel primo caso rischierebbe un trattamento sanitario obbligatorio, nel secondo una sanzione amministrativa da 5 mila a 30 mila euro.

Lo scritto fa pensare a un giornalista improvvisato o/e di parte tipo quelli di certi media pseudo politici,  se così non fosse è ancora peggio visto che rivela scarsa propensione allo studio e molta alla disinformazione, nonché alla (lecita) formulazione di opinioni personali purtroppo meno lecitamente vendute come realtà assolute (fortunatamente non tutti i giornalisti sono così e, grazie anche al lavoro di Mondo Nudo, del suo staff e dei suoi amici, crescono quelli che ci chiamano per ottenere informazioni precise e obiettive).

  • A un certo punto il giornalista parla di naturista, questo dimostra che ha ben presente l’esistenza del naturismo e ne conosce le regole, perché le ha volutamente ignorate nel contesto di tutto il suo articoletto?
  • Nudo, alias esibizionista – Premesso che tipicamente e altrettanto stereotipamente gli esibizionisti indossano un bell’impermeabile e che, meno stereotipamente, si ritrovano più che altro tra di loro dandosi appuntamento in piazzali urbani (facilmente reperibili sui motori di ricerca) o in appositi locali (i noti e, senza opposizione alcuna, sempre più diffusi club privè), possiamo dire che è un esibizionista alquanto stupido: va ad esibirsi dove ben pochi lo possono vedere! Semplice considerazione che evidentemente alcuni, troppo agganciati ai loro preconcetti e poco propensi a mettersi in discussione, non sono in grado di formulare o, più o meno opportunisticamente, non la vogliono formulare (cosa che invece un giornalista attento e serio dovrebbe fare).
  • Corre nudo indi soffre di disturbi psichici – Forse il giornalista è all’oscuro di un fatto semplice e facile da verificare: la nudità da decine di anni è stata tolta dal vangelo delle turbe psichiatriche, mentre continua a figurarvi la paura del nudo, proprio e altrui!
  • Scappa se viene chiamato – Intanto è da verificare se scappi o, come appare più ovvio, solo continui nella sua corsa, ma diamo per buona la prima, e che cosa dovrebbe invece fare? Vista l’aggressività con cui tali episodi vengono spesso commentati sui social è magari spaventato o quantomeno preoccupato di cosa potrebbe succedergli se si fermasse.
  • Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate – Guarda te, ma che bravo! Perché mai uno che corre nudo dovrebbe importunare le persone che incontra? Quante sono le notizia di persone nude che hanno aggredito qualcuno? Di solito succede il contrario! La verità è che ogni giorno i telegiornali riportano notizie di aggressioni e sempre si tratta di persone vestite, ora non posso e non voglio affermare che la nudità sia garanzia di non pericolosità, ma di per certo non è nemmeno un segnale di pericolo, anzi, se proprio la volgiamo dire tutta è ben più innocua (e indifesa) la persona nuda visto che, salvo non se le sia messe nell’ano (o nella vagina se donna), è certamente priva di armi o altri strumenti atti ad offendere. Ah, il pene! Suvvia, volgiamo proprio essere così sprovveduti?
  • Trattamento sanitario obbligatorio – Come già detto il nudo non è necessariamente una malattia psichica, specie se si tratta di una persona che corre nuda lungo più o meno poco frequentati sentieri di collina o montagna; il trattamento sanitario potrebbe più facilmente essere necessario a coloro che si agitano per tale visione, di certo per coloro che si offendono e chiamano le forze dell’ordine, le quali hanno cose ben più importanti e serie da fare che correre dietro a uno che si allena nella sana e semplice nudità.
  • Sanzione amministrativa – Anche qui il giornalista, escludendo che voglia appositamente alterare la realtà, dà l’impressione d’essere poco informato: stando alle sentenze, di ogni ordine e grado, comprese quelle della Cassazione, emesse dal 2000 a oggi, l’essere nudi in pubblico non ricade necessariamente nella fattispecie del reato di offesa al pubblico pudore, di sicuro ne è escluso quando la nudità è portata in ambienti isolati o poco frequentati come potrebbero essere i sentieri di collina e montagna.
  • Pensare che sia semplicemente una persona che corre no eh?

Veniamo ai commenti dei forumisti che, invero, sono piacevolmente e significativamente più ilari che ostativi (ricordo che si tratta di un sito di corridori, ambiente che ho trovato particolarmente aperto e disponibile al tema del nudo, al contrario, sic!, di quello escursionistico, stranamente ancora piuttosto refrattario, e ricordo che si tratta di tema sul minimalismo, pratica sportiva in crescita che prevede il ricorso a un equipaggiamento ridotto ai minimi termini), ma visto che identificano le classiche obiezioni ne approfitto.

Ma aveva le scarpe! Che delusione.

Spesso chi vuole negare le qualità del vivere nudi, facendo ovviamente fatica a trovare motivazioni serie e inopinabili (di fatto inesistenti!), si attacca alle piccole cose come questa delle scarpe. Che vuol dire se ha le scarpe? Che forse un barefooter o un minimalista dovrebbe forzatamente mettersi nudo per ritenersi barefooter o minimalista? Che per forza un automobilista deve mettersi una tuta da corridore per ritenersi automobilista? Che forse un bagnate dev’essere costantemente bagnato per ritenersi tale? Quanti sono coloro che camminerebbero o, peggio, correrebbero sui sentieri di montagna a piedi scalzi? Nemmeno la maggior parte dei runner minimalisti lo fa ma utilizza calzature fivefinger (a cinque dita, in pratica dei guanti per i piedi, comunque provvisti di una seppur sottile suola). Personalmente ogni tanto lo faccio, ogni tanto levo anche le scarpe e mi godo la sensazione dei piedi nudi sul terreno (che effettivamente esalta ancor di più la bella sensazione di libertà e immersione nella natura), ma ci vogliono le condizioni adatte (un bel prato, lisce placche rocciose, eccetera) che, almeno nelle zone che frequento io, sono rarissime e poi lo si può fare per qualche decina di minuti, al limite anche un’ora o due, non di certo per le sei, dieci, dodici ore che sono il tempo tipico di un’escursione in montagna, di certo non per le venti, trenta, quaranta ore che arrivano ad essere i miei tempi di cammino.

Lo invidio perché io, che corro spessissimo a dorso nudo, non avrei il coraggio di mostrare le mie vergogne e soprattutto non resisterei più di 30 secondi allo sballonzolamento …evvai di varicocele

  • Beh, dal fatto che le chiami “le mie vergogne” già si evince molto, detto questo mi chiedo come si possa essere sicuri di non poterlo fare senza prima provarci?
  • Sballonzolamento, a meno che non c’abbia il pene lungo fino alle ginocchia dubito molto che se ne renderebbe conto. Ancora: perché fare affermazioni senza esperienza diretta?
  • Varicocele, invero le cause di questa problematica sono ancora sconosciute, esistono due teorie e nessuna di queste fa riferimento al correre nudi, mentre secondo alcuni pareri (ovviamente e tipicamente non riportati dalle classiche fonti condizionate da una società che raramente prende in considerazione la nudità come stato preventivo delle malattie) il varicocele potrebbe essere facilitato dalle mutante (che di sicuro provocano irritazioni di vario genere, muffe e micosi), vero è che alcuni (ma non tutti) i corridori utilizzano pantaloncini con integrata una mutandina leggera e confortevole, ma di certo l’esposizione all’aria e la libertà totale sono alla lunga più salutari. Eventuali problemi dovuti allo sfregamento dello scroto contro le cosce si possono prevenire applicando piccole quantità di olio antisfregamento, ben noto ai corridori; analogamente problemi dovuti allo sballonzolamento, invero pressoché nullo, dello scroto si possono risolvere con semplici laccetti (come quelli che usavano i cacciatori delle tribù primigenie) o con gli anelli inventati per migliorare le prestazioni sessuali; personalmente con l’esperienza diretta ho compreso che basta abituarsi (cosa che, essendo molto naturale, mi è nata spontanea in pochissimo tempo) a camminare e correre (e qui è ancora più naturale e spontaneo, specie correndo sui terreni sconnessi di montagna) tenendo le gambe leggermente più larghe di quanto ci siamo abituati a fare in conseguenza della limitazione imposta dai pantaloni.

Conclusa l’analisi dell’articolo della Gazzetta e dei relativi commenti, riprendo ora un altro punto spesso messo in gioco per contestare l’escursionismo in nudità e che ho trovato fortemente ribadito anche nelle ultime obiezioni: il contatto tra la schiena sudata e lo zaino.

Alpinisticamente sono nato e cresciuto ai tempi in cui si usavano pantaloni alla zuava e camicioni di lana, camicioni che, metodicamente, finivano nello zaino poco dopo l’essersi messi in cammino. A quei tempi nessuno faceva caso a chi camminava a torso nudo (che erano poi la maggioranza) e nessuno si manifestava schifato per il sudore che dalla schiena passava allo schienalino dello zaino (così come nessuno si schifava di tante altre cose che oggi provocano fastidio ai più, vedi l’antico e socializzante rito del bere a canna dalla stessa borraccia o bottiglia). Ho continuato a camminare a torso nudo anche dopo che, con l’avvento di tessuti più tecnici, le persone a farlo erano diventate man mano sempre di meno e mai nessuno mi ha avanzato obiezioni di alcun genere. Ora che lo faccio da nudo ecco che salta fuori questa cosa del torso nudo, ma quale differenza c’è, nell’ambito di tale questione, tra l’essere totalmente nudi o solo a torso nudo? Evidente, l’unica differenza è che, volendo ad ogni costo avanzare obiezione al nudo, nell’impossibilità di trovare argomentazioni incontrovertibili si ricorre a motivazioni banali e del tutto opinabili, ma che, oggi, a causa di un rapporto con il proprio corpo e le sue emissioni fortemente alterato, hanno, almeno in certi ambienti, una forte presa sociale, ma è un loro problema non mio: voi fate come volete, mica vi obbligo a camminare nudi (tra gli amici che mi accompagnano in alcune delle mie escursioni ce ne sono alcuni che non si spogliano), io faccio come voglio, che vi cambia a voi? Per altro, se proprio proprio, durante il cammino con zaino c’è pur sempre la possibilità di mantenere indossata una piccola canotta, pur dovendosi evidenziare che i coloranti presenti nelle maglie (molto meno nello schienalino dello zaino), in particolar modo pare in quelle tecniche, per effetto del caldo e del sudore rilasciano sostanze tossiche.

Per chiudere, al fine di prevenire una possibile obiezione all’ultimo discorso, aggiungo un’altra considerazione più tecnica: negli ultimi due anni ho sperimentato le più evolute maglie da corsa, sia economiche che costose, nessuna ha evitato la produzione di sudore, anzi, mentre a nudo proprio non sudo o lo faccio in minima parte (e ho sperimentato che l’effetto è dato dall’avere nudi i genitali più che le altre parti del corpo, d’altronde proprio nei genitali, vista la loro necessità di mantenere una temperatura costante e precisa, sono collocati la maggior parte dei nostri sensori del calore). Utile e necessario anche evidenziare che tale sudore evapora solo in minima parte (e solo per quelle parti della maglia che non sono a contatto con lo zaino), per il resto una parte inevitabilmente passa allo schienalino dello zaino, un’altra resta sulla maglia, indi il nostro torso rimane comunque a contatto con il nostro sudore, lo stesso identico sudore, che differenza c’è se me lo tengo addosso per via della maglia o per via dello zaino? Ritorniamo al discorso di cui sopra: nessuna se non la volontà di voler a tutti i costi trovare un’obiezione, anche a costo d’apparire ridicoli, illogici, innaturali, complessati.

Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio usa questo hashtag per diffondere la cultura, la bellezza e la salubrità del nudo!

La mia vicina…


La mia vicina è gentile, non mi denuncerà.

“Tanto va la gatta al lardo…”

6:10 di venerdì scorso. Mi sveglio, esco sul balcone della camera per una boccata d’aria, per vedere com’è la giornata; mi stiracchio. Il cielo è nuvoloso, l’aria fresca, ma non pungente, di una limpidezza che permette di vedere perfetti dettagli sino all’orizzonte.

Scendo in cucina e preparo la mia tisana mattutina. Nel frattempo, apro la porta-finestra che dà sul balcone al pianoterra. Mentre giro l’omino blocca-persiana che fissa l’antone, scorgo la mia vicina di tre balconi più in là, che stende il bucato. Al vederci, ci salutiamo nello stesso istante, con un gesto automatico della mano. Rientro e mi ripasso nella mente la scena. Mi rivedo mentre saluto e la vicina che pure alza la mano: ma io sono nudo, come al solito, come ogni mattina da qualche anno; mai che qualcuno m’abbia visto.

Noto che i riflessi condizionati sono stati più tempestivi del pensiero: che prima ho salutato e solo dopo mi son ricordato d’essere nudo. Nemmeno il minimo tentativo di coprirmi alla meglio.

Abitiamo in queste case a schiera acquistate in cooperativa da oltre vent’anni. Va be’ sono un tipo originale… ogni giorno mi scoprono una stranezza. «E fa bene!» mi giunge per telepatia il pensiero della vicina. Un brivido le scorre lungo la schiena come se ad essere nuda fosse stata lei. Forse si chiede: «quando potrò anch’io? quando vorrò? quando proverò ad uscire nuda sul balcone a stendere i panni?… In un giorno di vacanza, forse, di domenica, quando non ci sono i ragazzi in cucina a far colazione, lo zaino di scuola pronto in corridoio. Oppure quando dormono ancora…»

La mia vicina mi ha anche sorriso, come fa di solito, quando sono vestito. Non ha fatto differenze. Nudo o vestito, per l’attimo di un saluto non faceva proprio differenza. Non mi toglierà il saluto perché mi ha visto indecente sul balcone. Forse già qualcosa sospettava, forse mi ha visto altre volte, senza che me ne fossi accorto. Ho solo il dato di oggi: ed è che è stato tutto normale. Sarà stato anche un fatto improvviso che non ha lasciato il tempo a nessuno di riflettere… – tanto meglio! – la reazione immediata non è stata d’allarme o sorpresa, è stata semplicemente sincera. Mi ha risposto al saluto, ci siam salutati come facciamo da sempre.

Da domani so che posso uscire nudo e tranquillo sul balcone a fissare l’antone. La vicina mi sorriderà un poco di più. Forse anch’io rimarrò qualche istante in più, respirerò l’aria del mattino, mi stiracchierò due volte. Anche sul balcone da basso. Non come ho fatto sinora, quasi che dovessi rubare questi attimi, guardingo che nessuno vedesse.

La gente nel complesso ha buon senso, se ti conosce non ti denuncia. È avanti d’un passo rispetto alla legge. Forse anche due.

Rispetto e turbamento


Atto 1

Qualche giorno addietro un tweet ha casualmente attirato la mia attenzione, mi è difficile dire il perché: contesto e titolo sono ormai lontani dalla mia vita, d’altra parte l’hanno riempita in modo stabile per ben trent’anni. Tant’è, sono andato a leggermi l’articolo e… dopo le prime righe qualcosa, forse un presentimento, mi ha convinto ad andare avanti, poco dopo ecco una parolina che mi coinvolge e mi cattura, nudisti, a quel punto vado fino in fondo e quello che leggo mi turba. La faccio breve, l’articolo in questione (che invito a leggere: “I peccati di Sasso Scritto”) è il racconto denuncia di uno scalatore fermato dalle forze dell’ordine in seguito al suo lavoro di chiodatura e pulizia su di una parete che sovrasta una spiaggia livornese. E allora? Capita che sulla spiaggia in questione sia abituale stare nudi e tale rocciatore, sulla base di pure illazioni, accusa i nudisti di averlo denunciato alle forze dell’ordine e si lamenta che queste se la siano prese con lui anziché con i nudisti (evidenzio qui che se, come meglio chiarirò in seguito, il nudo in Italia è (in)formalmente legale, l’alterazione del territorio fatta senza autorizzazione è un reato e che le operazioni di disgaggio possono essere eseguite solo da persone all’uopo autorizzate e solo dopo aver messo in atto tutte le necessarie misure di sicurezza, ad esempio il transennamento della zona sottostante).

Atto 2

Ieri sera controllando i dati di accesso al blog scopro che c’è un forte afflusso da un sito che nulla ha a che vedere con il nudo e il nudismo, clicco sul link e mi trovo all’interno di un tema di forum dove, pur senza leggermelo per intero, comprendo che alcune persone avevano intavolato la solita diatriba pro e contro il nudismo e una di quelle a favore, che ovviamente ringrazio per la pubblicità fattami e per l’importanza assegnatami, aveva linkato Mondo Nudo come fonte per farsi un’idea più ampia e precisa sull’argomento. Trovo un’unica risposta al link: “ho letto solo la home ma ho subito trovato qualcosa che mi disturba, è irriverente definire inutili i tabù e assurdi i condizionamenti, lo saranno per voi ma non lo sono per me” (anche qui una precisazione mi scappa: bravo, magari era meglio se ti leggevi anche qualcosa di più prima di tirare conclusioni).

Atto 3

Al fatto 1 ho risposto direttamente commentando l’articolo, poi non ho più avuto tempo di seguire l’evoluzione delle cose e ora preferisco rubare agli altri impegni due orette per scrivere questo articolo piuttosto che per ricercare quell’altro e imbarcarmi in una diatriba che ritengo vada affrontata e risolta da chi vi è direttamente coinvolto, i nudisti che frequentano quella spiaggia (per facilitare la cosa ho pubblicato un tema sul forum de iNudisti). Una diatriba che durerebbe sicuramente a lungo, mentre nei prossimi giorni sarò impossibilitato a seguire facendo più male che bene alla causa del nudo sociale.

Al fatto 2 per rispondere direttamente avrei dovuto registrarmi al forum, un forum dai contenuti che sono tutto sommato lontani dalla mia sfera d’interesse, un forum che poi abbandonerei così come è già successo per altri: già faccio fatica a seguire quelli che mi riguardano da vicino, figuriamoci altri. Così, amando comunque dare risposte, ne traggo spunto per questo articolo.

Rispetto e turbamento

Ci sono argomenti che chi vuole osteggiare il nudismo mette spesso, per non dire sempre, in campo, uno è quello dei bambini, un altro è quello della legge, altro ancora quello del rispetto. Analogamente viene fatto con gli schemi dialettici, quegli schemi tanto cari a certa politica, quegli schemi che mi ricordano i militanti delle brigate degli anni settanta e ottanta (rosse o nere che siano): un colpo alla botte e uno al cerchio, l’estrazione della singola parola da un lungo discorso, la decontestualizzazione, la lettura del pensiero, il ribaltone e così via.

Indubbiamente la colpa non è tutta di chi osteggia il nudo: dopo un florido e coraggioso avvio, il nudismo italiano (ma, per inciso, anche quello di molti altri paesi del mondo) si è andato trincerando in se stesso nascondendosi dietro un termine decontestualizzante e deviante (naturismo); alcuni, per non dire molti, naturisti, elevandosi al rango dei puristi del nudo, fanno disinformazione definendo i nudisti come persone che si spogliano solo per finalità sessuali; i nudisti piuttosto che parlare di loro preferiscono parlare dei guardoni e delle attività sessuali che si sono sviluppate intorno e talvolta dentro alcune spiagge nudiste; la nudità rende più intraprendenti i “maiali” e li fa diventare più visibili. Dobbiamo per altro osservare che: sono sempre più numerosi coloro che escono allo scoperto e intraprendono la strada del nudo come normalità; che nudisti materialmente e indiscutibilmente lo sono anche coloro che si definiscono naturisti; che la comunicazione è una fine arte che pochi dispongono in maniera innata e non a tutti è dato modo e tempo per affinarla; che i “maiali” raramente sono nudisti (essere nudi per qualche minuto non ti fa un nudista); che i cosiddetti “maiali” in realtà sono solo delle vittime di una società che ha censurato il corpo umano e certe sue naturali azioni; che tali vittime si portano e manifestano le loro turbe anche in ambito tessile. Insomma, possiamo ben dire che chi osteggia il nudismo guarda più la pagliuzza nell’occhio altrui che il tronco nel proprio: Mondo Nudo ha ampiamente dimostrato che tali fatti avvengono anche e di più fuori dalle spiagge dove vige la regola del nudo (vedi qui).

In merito agli schemi dialettici possiamo osservare che, se non nascondono la precisa volontà di alterare il dialogo, di certo nascondono l’incapacità di reperire argomentazioni valide, attenzione, non perché ci sia una difficoltà intellettiva, non mi permetterei mai di fare un’affermazione del genere, ma solo perché è materialmente impossibile trovare argomentazioni inopinabili a sostegno dell’opposizione alla nudità sociale: ogni motivazione che si può addurre è viziata in partenza e, più o meno consciamente, tutti se ne rendono conto.

  • Bambini: è facile dimostrare che si trovano a loro agio nella nudità, lo si vede ogni estate su ogni spiaggia, ed è altrettanto facile dimostrare che sono assolutamente indifferenti al nudo altrui, basta vedere quello che capita quando una famiglia entra casualmente a contatto con delle persone nude, basta osservare i bambini che senza timori giocano ai margini tra area tessile e area nudista, lo si vede nelle spiagge e nei villaggi nudisti.
  • Legge: qui le cose vanno differenziate nazione per nazione e in alcuni casi è vero che la legge punisce il nudo pubblico (in alcuni anche quello privato e questo la dice lunga sul valore assoluto che possono avere le leggi di stato), ma in altri no, ad esempio in Spagna lo consente esplicitamente e pressoché ovunque, in Germania non esiste una legge specifica e sono le persone a ritenere per la massima parte normale il nudo anche nei contesti sociali, in Francia basta che il proprio atteggiamento non sia riconducibile all’esibizione sessuale (purtroppo cosa non sempre facile da dimostrare); veniamo all’Italia, in Italia la legge materialmente ignora completamente la nudità, si limita a formulare il reato per atti osceni in luogo pubblico e quello per atti contrati alla pubblica decenza, lasciando al giudice facoltà di stabilire se i fatti contestati rientrino in una o l’altra delle due fattispecie, i giudici, però, ormai da diversi anni (dal 2000) hanno preso atto del cambiamento morale della società escludendo il nudo sicuramente dal primo contesto ma in dati casi (ovviamente nelle zone più o meno ufficialmente deputate al nudo, poi anche in quelle dove da anni il nudo è consuetudine e infine, sebbene non all’unanimità, nelle zone recondite, isolate, poco frequentate, di difficile accesso, al momento deserte) anche dal secondo.
  • Rispetto: parola usata troppo spesso e senza cognizione di causa, usata a senso unico in funzione del proprio unico interesse, senza mai guardare al contesto sociale dove se è ben vero che la libertà di uno finisce dove inizia quello dell’altro è altrettanto vero che quella dell’altro inizia dove finisce quella del primo, è altrettanto vero che ambedue le formulazioni vadano sempre invocate a doppia via, ovvero mettendo ogni contendente sia nella posizione dell’uno che in quella dell’altro; ancor di più, il conflitto dei diritti è un contesto logico, ben diverso da un conflitto matematico, raramente i due fattori hanno lo stesso peso e, pertanto, bisogna considerare quale delle parti viene ad essere maggiormente discriminata da una data decisione, quale delle parti vede più profondamente impedito il suo volere, quale delle parti subisce reale impedimento o reale danno, evidente che nell’imposizione dell’abbigliarsi (ovvero nella negazione del nudo) la parte più discriminata, la più impedita, la più danneggiata sia sicuramente quella del nudo: il vestito deve solo volgere lo sguardo per non vedere il nudo, oppure deve solo sopportare per un poco il suo fastidio e lasciarsi andare, basteranno pochi minuti per superarlo; il nudo deve totalitariamente rinunciare al nudo.
  • Pubblicità ToscaniTabù: si vero, per alcuni sono utili, così come per alcuni è utile la guerra, per alcuni è utile mangiarsi le unghie, per alcuni è utile la burocrazia, per alcuni è utile farsi quelle che vengono comunemente chiamate “seghe mentali” e via dicendo. Sono gli psicologi stessi a definire inutili i tabù, certo non sono tutti d’accordo, ma quando mai tutti sono d’accordo?
  • Irriverenza delle affermazioni: esiste la libertà di pensiero, come pure quella di espressione, pertanto, visto che non offendo nessuno, sono libero di ritenere, dire e scrivere, così come fanno tanti altri, che i tabù sono inutili; non giudico le persone che li manifestano (tant’è che da sempre promuovo e organizzo attività fatte nella regola dei vestiti facoltativi: ognuno libero di vestirsi e spogliarsi a proprio sentimento… bastava leggere più del pezzettino in home page per comprenderlo), giudico solo l’entità “tabù”.
  • Condizionamenti: inutile offendersi, inutile manifestare dissenso, siamo tuti condizionati, volenti o nolenti gran parte di, per non dire tutto, quello che pensiamo e quello che facciamo sono solo in apparenza frutto della nostra sola volontà; ancora una volta non giudico le persone, giudico solo e soltanto l’entità “condizionamento” che nel caso del nudo e indubbiamente assurda: nasciamo nudi, per alcuni anni cresciamo nudi, la natura è nuda, accettiamo che animali nudi ci circondino, apprezziamo quadri e statue di nudo, ignoriamo quanto possiamo facilmente immaginare sotto un costume o un vestito attillato, perché mai dobbiamo farci turbare dagli ultimi centimetri di pelle? perché sono gli organi dell’attività sessuale, risponderete voi, certo, vero, ma lo sono anche la bocca, gli occhi, le mani, i piedi, la testa, il viso, le gambe, le braccia, la mente, il pensiero.
  • Turbamento: già, il turbamento lo tirano in ballo sempre quelli che vogliono osteggiare il nudo e invece lo provano anche quelli che al nudo sono tornati, turbati dai vestiti, turbati dai ragionamenti oppositivi, turbati dall’incomprensione, turbati da chi parla senza conoscenza, si ma… ma il turbamento dei nudi non conta!

Vestiti è bello, nudi è meglio, ognuno libero di fare come meglio crede, sempre, ovunque e comunque, questo e solo questo è rispetto!

L’intervista


Pranzo al Forèst, Iseo 9 novembre 2013

GIORNALISTA: Alcuni anni fa, insieme ad altri, hai organizzato una cena qui a Iseo, una cena fra nudisti.

VITTORIO: Sì, è vero. Se n’è parlato a lungo in paese.

G.: Che cosa è cambiato da allora?

V.: Innanzitutto l’aggettivo.

G.: Ma eravate tutti nudi, a quella cena.

V.: Non tutti. Qui sta la differenza, la prima differenza.

G.: Non riesco a capire.

V.: Da allora abbiamo capito che si può stare bene insieme, nudi quanto vestiti: non è il vestito che può fare la differenza. Non dovevamo essere noi a fare distinzioni, a sottolineare la differenza fra chi preferisce star nudo e chi invece vestito. Noi che abbiamo esperienza dell’un campo e dell’altro. Per questo non amiamo quell’aggettivo, nudisti e poco anche la parola nudismo, perché ci ingabbia in due fronti diversi e contrastanti. Ma come a livello personale non avvertiamo la differenza, così pensiamo che anche a livello sociale si possa benissimo superare l’opposizione. A cominciare dal linguaggio.

G.: È una differenza non da poco…

V.: … Qui sta il punto, vorremmo che fra nudi e vestiti non ci fosse proprio alcuna differenza. L’unica differenza che ancora rimane – secondo noi – è la multa che potremmo prendere per “atti contrari alla decenza”. Al ristorante, nella sala a noi riservata non eravamo «in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico», per cui non rischiavamo nulla.

G.: E allora?

V.: Semplicemente mi piacerebbe che ciascuno potesse vestirsi come gli pare, in casa come sul lungolago, per strada come in montagna, che potesse prendersi il sole sul proprio balcone senza temere gli sguardi dei vicini.

G.: Ma tu già lo fai, ti vedo abbronzato…

V.: Sì, ma con molta prudenza. In orari antelucani, oppure all’ora di pranzo, con la tovaglia sul tavolino, o coperto dal muricciolo del balcone.

G.: Ma qui si tocca il tasto del rispetto, della libertà del singolo che finisce dove comincia quella degli altri.

V.: Per duemila anni abbiam fatto così! Sarebbe ora di cambiare.

G.: Non capisco.

V.: Il rispetto, la libertà di cui si parla è a senso unico: io devo rispettare il vicino, ma non viceversa. Libero lui di andare vestito, libero però anch’io di prendermi il sole come meglio mi pare.

G.: Però, scusami, tu stai offendendo le convinzioni del tuo vicino…

V.: … come lui le mie. E siamo pari. Il suo punto di vista non deve invadere il mio.

G.: Ma la società…

V.: La società è fatta di tante persone, ciascuna con le proprie convinzioni, ciascuna con le proprie opinioni, tot capita…, ciascuno che cerca di vivere coerentemente con quel che pensa sia meglio…

G.: … ma così è un’anarchia!

V.: Dall’altra, però, è un’imposizione, una omologazione. Il vicino rosicchia la mia libertà, per stare più tranquillo lui, al sicuro dallo “spettacolo indecente” della mia nudità.

G.: Ma la maggioranza… Siamo in democrazia.

V.: Appunto! C’è la democrazia del 51% e c’è la democrazia dove c’è spazio per tutti. Lo dice anche l’articolo 3 della Costituzione.

G.: Quali sarebbero dunque gli «ostacoli da rimuovere»? Ma, in generale, che nesso c’è fra la libertà nel vestire e «il pieno sviluppo della persona umana»?

V.: Non è possibile rispondere a questa domanda, perché non è mai stato possibile essere totalmente liberi nel vestire. Noi abbiamo avuto solo delle esperienze personali, limitate a pochi giorni e in luoghi particolari. Condividiamo la nostra esperienza solo con persone che la pensano come noi.

G.: Spiegati meglio.

V.: Non è mai stato possibile – nemmeno a carnevale – andare in giro nudi, in mezzo all’altra gente, liberamente. Le uniche esperienze socializzate che abbiamo sono quelle fatte in campeggi, su spiagge, in raduni, in escursioni dove eravamo solo fra di noi e non esposti alla vista del pubblico. Con la sola eccezione, forse, della spiaggia di Torino di Sangro.

G.: E cioè?

V.: Il comune di Torino di Sangro, negli Abruzzi, ha concesso un tratto di spiaggia “alla pratica del naturismo” lungo il litorale delle Morge, con cartelli all’inizio e alla fine dei 200 metri concessi. Senza recinzioni, reti, tavolati. Un semplice cartello. Chiunque, perciò, poteva entrare liberamente: chi voleva poteva spogliarsi, gli altri si tenevano il costume o passavano oltre.

Cartello indicatore della spiaggia “vestiti come si vuole”

G.: E dove sta l’eccezione?

V.: Che chi si voleva spogliare poteva farlo liberamente. Ma soprattutto che il “pubblico” poteva osservare altre persone nude, togliersi tutte le curiosità di questo mondo. Superare o verificare quanto la nudità di un’altra persone recasse offesa, fosse una mancanza di rispetto delle sue opinioni, e verificare di persona se il nudo nella vita quotidiana sia davvero quella cosa indecente che si dice. Eccezione anche da parte del Comune, che per primo ha riflettuto sulla questione ed è andato oltre il rigido dettato della legge. Penso che molte persone in costume che ci hanno visto nudi e tranquilli su quella spiaggia abbiano cambiato opinione. Nessuno si faceva meraviglia, nessuno ha gridato allo scandalo, nessun parroco è venuto con l’aspersorio a esorcizzare i reprobi. Un ottimo esempio di convivenza civile. Ma per ritornare alla tua domanda, come dicevo, non c’è controprova.

G.: Ma davvero la vista del nudo è così innocua? Penso alle normali reazioni che hanno tutti. Penso ai bambini…

V.: I bambini adorano stare nudi. Non hanno la malizia di stare a spiare, di farsi meraviglie di come gli altri sono fatti, non hanno modelli. Molto dipende da quel che noi adulti gli mettiamo in testa. Dovremmo imparare da loro l’indifferenza, anzi, la naturalezza dello stare nudi.

G.: Ma… voglio dire… il sesso…

V.: Siamo noi adulti che mettiamo insieme le due cose, non i bambini…

G.: Non mi riferivo solo ai bambini… Se una minigonna o una scollatura fanno un certo effetto su noi maschietti, posso immaginarmi l’effetto che potrebbe fare una donna nuda e disinvolta.

V.: Beh, scusa, non hai mai visto una donna nuda…? Ritorno al discorso fatto all’inizio: se non fa differenza, non fa differenza! Se l’essere nudi è naturale, è naturale.

G.: Voglio dire… un’erezione in pubblico potrebbe essere molto imbarazzante.

V.: Anche sotto il costume, non credi?

G.: Ma, alla fine, che cos’è che vi piace nello star nudi?

V.: Potrei dire quel che provo io, ma sarebbe un’esperienza di seconda mano. Prova invece a spogliarti tu, qui, davanti a me. E osserva, scandagliati come ti senti.

G.: Mi trema la penna al solo pensarci.

V.: Non è passato nessuno sinora, se è per questo motivo. O hai vergogna di me? Non ho problemi a spogliarmi anch’io.

G.: Certo… tu non hai problemi. Vuoi dire che me ne faccio io?

V.: Non è tutta colpa tua: è quel che ci hanno insegnato… e in parte anche imposto.

G.: Ma tu sei abituato.

V.: Anche per me c’è stata una prima volta.

G.: Ma il pudore, la morale…

V.: Non ti sei mai chiesto che cosa sono in realtà? Sono dei freni a che cosa?

G.: La Chiesa, la religione…

V.: … ma anche il codice penale.

G.: Appunto. Non vorrei rischiare una multa.

V.: Non pensi che per un motivo o per l’altro, per paura di questo o di quello, siamo noi i primi ad autolimitarci la nostra personale libertà?

G.: Non lo so. Sono solo un giornalista.

V.: Prendila come occasione per mettere in discussione il motivo di questi “dissuasori”. Un’occasione per te.

G.: Mi tocchi sul personale e noi giornalisti abbiamo la nostra deontologia professionale, dovremmo starcene fuori, raccontare i fatti in modo neutro, senza partecipazione emotiva o personale.

V.: Sì, ma allora quando capirai che cosa vuol dire, se non provi? Starai sempre alla finestra a guardare, o verrai a spiarci da un buco nella siepe, a fotografarci da dietro le dune col teleobiettivo, rimarrai alla superficie delle cose. Riferirai quel che dicono i tuoi intervistati. Che cosa puoi raccontare, veramente, di tuo?

G.: I nostri lettori leggono i titoli, di rado approfondiscono.

V.: E allora, di che cosa vogliamo parlare? Solo di ciò che fa scandalo? Delle tette al vento di un’attricetta esordiente, della pancetta di un vip? Non si può sempre stare alla superficie delle cose, badare solo all’esteriorità. Non c’è consapevolezza.

G.: Non era così che avevo pensato l’intervista.

V.: E come allora?

G.: Manca il peperoncino, non fa notizia. Se mi togli la stravaganza, la novità, un po’ di malizia, di “colore”, il pezzo non lo legge nessuno. E le mie impressioni personali, le mie sensazioni non interessano proprio a nessuno, il caporedattore me le taglia di sicuro.

V.: Ma allora non scrivere affatto! Non puoi capire se non ti butti. Non puoi capire cosa sia la libertà di stare nudi, senza tutti gli orpelli o le paranoie che ci facciamo attorno. Non riuscirai a capire perché vogliamo arrivare alla completa opzionalità fra l’esser vestiti oppure no. È una piccola libertà che vogliamo riprenderci dalla società che ce l’ha scippata, una libertà nostra, personale, autentica, in quanto creature della natura, prima che appartenenti a una società, a una cultura.

G.: Ma ci sono molti ostacoli…

V.: Parla di questi, allora. Cita la Costituzione, come abbiamo già detto. Degli ostacoli personali, ad esempio quelli che vedi tu, poi quelli che ci aggiunge la società. Non credi, ad esempio che basterebbe venisse abrogato l’articolo del codice, che d’improvviso vedremmo molte persone nude sulle spiagge, nei campeggi, nelle palestre, che fanno jogging, in bicicletta?… Una cosa normale, naturale… Anche qui sul Monte di Iseo, a Sassabanek, alla Spiaggetta, nei campeggi… e anche lungo le strade, nei ristoranti – senza più dover riservare salette.

G.: Questa sì sarebbe una notizia!… Non solo una cena “privata”. Ma sarebbe anche l’ultima sull’argomento. Appunto: ma non pensi che poi i villaggi, i campeggi nudisti, o naturisti, come dir si vuole, sarebbero costretti a chiudere?

V.: Non necessariamente, semplicemente sarebbero villaggi e campeggi come tutti gli altri, senza alcuna esclusiva… non sarebbero più campeggi “al peperoncino” come dici tu… o come la pensano in tanti. Non ci sarebbe più differenza.

G.: Già! Non ci sarebbe più differenza…

Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

Uscita di sicurezza


15/04/2017 – Articolo ammesso al concorso “Racconti nella Rete 2017”

Mi è capitato nei giorni scorsi di percorrere la sponda sebina. Giunto ad uno slargo ho pensato di farmi degli autoscatti con lo sfondo del lago e della cerchia dei monti nell’aria nitida e assolata. La litoranea è una vecchia strada ora poco trafficata e calcolavo che nei brevi istanti che mi servivano per un autoscatto non sarebbe passato nessuno. Piazzo il cavalletto mi faccio tre o quattro foto. Poi mi cingo i fianchi con un salviettone.

Proprio in quel momento passa un’auto che decisamente si ferma. Ne scende un giovanotto con una macchina fotografica e mi chiede se può scattarmi delle foto. Gli dico senz’altro di sì (non so che cosa trovi in me di tanto speciale da essere immortalato). Visto il suo interesse, dico «Beh, allora…»  e mi sciolgo il salviettone. Sento l’otturatore che scatta a raffica. Io mi muovo, sto in posa, guardo nell’obiettivo. Quando penso che ne abbia scattate abbastanza, sempre nudo, mi avvicino e gli chiedo perché tutto questo interesse.

«Non si vedono tutti i giorni persone spogliate; e nude poi…»

E aggiunge che mi conosce, che si ricorda quando lo aiutavo nei compiti alle superiori; parla di come ora si senta un po’ rinchiuso nella situazione in cui si trova a vivere, stretto fra la famiglia, il lavoro, il capo, la fidanzata, i soldi, le mille cose che non riesce a capire, i mille doveri… come fossero troppe cose cui badare tutte insieme. Capisco allora quale sia il motivo di tanto interesse: l’uscita di sicurezza che ha intravisto.

Mi chiede perché mi sono spogliato solo per fargli un piacere, ancora prima che ci riconoscessimo.

Parliamo per pochi minuti, con frasi chiare e semplici che vedo fan presa immediata.

Vedo che gli si spalancano gli occhi, gli cresce un entusiasmo, un’attrattiva, come gli si fossero aperti gli occhi su una realtà che nemmeno sospettava potesse esistere. Gli vedo spesso la fotocamera che gli trema nelle mani e non riesce a tener fisso lo sguardo su di me, non so se lo fa per riguardo, per non farmi sentire in imbarazzo, ma non credo. È talmente stordito che spesso le parole gli si inciampano in bocca. Scuote la testa, non perché non capisca, ma perché non riesce a capacitarsi perché non lo abbia capito sinora. Eppure sempre sorride, fra il divertito e il forte imbarazzo, l’emozione travolgente.

«Ma a te non fa proprio niente?»

«No, proprio niente. Capisco che vedere qualcuno nudo in giro sia uno spettacolo molto raro, ma capiterà sempre più spesso. È troppo facile, troppo bello.»

«Va bene. Adesso devo andare. Grazie di tutto, delle foto e delle parole. Ci vediamo senz’altro. Ne ho per un po’».

L’acacia del Ténéré e le betulle della Siberia


Vizi di forma

Il comportamento umano odierno può essere ritenuto come bestemmia e atto di protervia nei confronti della Natura Creatrice – ci vedo dei parallelismi col peccato originale. Mi voglio però subito assolvere perché al contempo so che le abitudini inveterate che ogni giorno ripetiamo per inerzia o per mimesi sociale, non sono frutto di riflessione, di attenzione, di libera e cosciente decisione. Ritengo che le nostre conoscenze e gli atti che ne conseguono non derivino da una concezione o autocoscienza personale, maturate con l’esperienza, con fatti realmente vissuti, con deduzioni nostre, di noi come esseri naturali, ma sono il prodotto di una concezione, mentalità e autocoscienza sociali, civili, politiche (che in vari modi siamo costretti a condividere), che vedono nella distanza dalla natura, dalla selvatichezza, un netto ed opposto guadagno di civiltà, socialità, progresso e cultura, una logica coerente, utile e convincente, un “discorso di metodo” (Cartesio) che l’uomo ha scelto a propria norma di vita: una vita improntata alla razionalità, alla scientificità, alla progettualità. Con un fondamentale “vizio di forma”: che consideriamo la nostra aspirazione a imitare/emulare il Creatore come legittima e “umana”, come del resto riteniamo sia stato legittimo e umano l’esserci creato un Creatore a nostra immagine e somiglianza, proiettato al massimo di tutto. Ma i risultati sono spesso dannosi, e ogni disequilibrio che immettiamo artificialmente nella natura si rivolge prima o poi contro di noi. Perciò ritengo che ciò che normalmente sentiamo nostro geloso patrimonio dell’umanità – l’intelligenza – vada spesso contro l’equilibrio e l’armonia che vige in natura. I “vizi di forma” invalidano la procedura, ma il nostro orgoglio pervicacemente si rifiuta di ammetterlo.

Ad esempio ritengo un danno il fatto che non sappiamo accettarci come la natura ci ha fatto. D’altro canto (dal canto sociale) riscontro una grande difficoltà da parte della società ad accettare come ovvie e indiscutibili le differenze individuali, e che il “bene comune” prevarichi spessissimo sull’individuo… La società non sopporta di buon grado che il proprio giudizio condizionante non venga accolto apertamente, senza riserve, come qualcosa di buono-in-sé, proprio perché viene dalla società ed è maggioritariamente condiviso. Non sopporta che l’individuo abbia dei dubbi, avanzi dei distinguo, controproponga delle condizioni, alzi delle barriere per difendersene e garantire così la propria individualità e originalità. In sostanza: che sappia fare da sé, senza bisogno della società… che preferisca essere un’acacia del Ténéré piuttosto che una betulla della Siberia.

 

L’acacia del Ténéré: unico albero nel raggio di chilometri di deserto

Bosco di betulle

 

Nudità come interfaccia fra l’individuo e la società

La nudità, agìta significativamente alla presenza di altri, ma senza inutili ostentazioni, porta a rifletter profondamente sugli orpelli sociali di cui dobbiamo vestirci per agire in società.

È la prima frattura, ma è sufficiente per comprendere che il muro può incrinarsi e sgretolarsi. Con la nudità, sia privata che condivisa, cominciamo a vederci in modo diverso, non condizionato. L’abbiamo scelto noi, con coraggio e determinazione, mettendo da parte pudore e paure, col freddo sul collo di una mannaia affilata, con l’àschero di un salto nel vuoto.

È qualcosa di genuino, una genuinità nostra e diversa che cominciamo a scoprire, cominciamo a scoprirci diversi da quel che pensavamo di essere quando eravamo riflesso di quel che la società ci rimandava, costruzione di quel che la società efficientista voleva da noi – a cominciar dall’aspetto, da come ci presentiamo in società.

Come fa il singolo, che non è un criminale, ma una persona onesta e normale, a dar credito a una società che non lo rispetta per quello che è? Ad una società che lo vuole plasmare, che lo vuole tosare, valido solo in quanto cespite fiscale per lo stato, che lo vuole inquadrato come fosse un soldato in divisa. Mi annoiano le marce, l’addestramento formale, i dest-riga e battere il passo. Una società che non vuole la mia individualità, che non vuole il mio apporto originale non fa per me: l’accettazione deve essere reciproca. Sì, ho questa alta considerazione di me, è quel che so di me che mi dà questo giusto orgoglio, e all’occasione potrei anche essere molto generoso: non tanto di quello che ho, che so o che so fare, ma semplicemente di quello che sono.

Tutti insieme è una gran cosa, ci sentiamo forti allo stadio, all’Arena di Verona: 50-100 mila persone tutte insieme, riunite per un unico scopo: è galvanizzante, una gran forza, una fiammata… al momento. Come si può accettare di fare la fila per visitare una mostra, sapendo che la poltrona del boss si regge sul numero di biglietti staccati?

Pacifici e nudi

Mi chiedo infatti come mai esiste questa gran differenza fra nudi e vestiti; perché ci sentiamo così diversi, non solo quando possiamo star pacifici e nudi, ma portiamo la diversa mentalità anche nelle relazioni quotidiane, sul lavoro, nel modo di pensare. Ed è un guadagno su tutti i fronti cui non vogliamo più rinunciare: sentiamo e vediamo che ci fa bene. E fa bene anche a tutti. Non sappiamo quanto, e forse nemmeno mai lo scopriremo, ma sicuramente ci migliora.

Ci basta il volto infuocato dopo un’escursione per dirci di quanto bene ci ha fatto lo stare all’aria aperta, il sudare, il far fatica, lo stare semplicemente esposti a quel che la natura ci manda. Al contrario le lampade di un solarium aumentano il rischio di cancro alla pelle.

Perciò non discuto una teologia che mi prescrive come dogma questa definizione di peccato: «il peccato è un’offesa a Dio per il motivo che agiamo contro il nostro stesso bene» (san Tommaso d’Aquino: «Non enim Deus a nobis offenditur nisi ex eo quod contra nostrum bonum agimus» Summa contra gentiles III 122) – semplicemente la lascio dov’è, non fa per me.

Di che cosa si dovrebbe offendere Dio? Semmai del contrario: noi che in società non sopportiamo la vista reciproca di come ci ha fatto e voluto. Il senso di colpa, parente stretto della proclività “naturale” verso il peccato, ci porta ad una disistima di noi stessi, all’accettazione di un “ordine divino” (nei due sensi di “comando” e di “disposizione ordinata”) che ci fan credere sia del tutto uguale a quello naturale. Se fosse tale, “saremmo nudi senza provare vergogna” come nel paradiso terrestre, prima del cosiddetto “peccato”. Perché è stato uno sbaglio? se prima non sospettavamo di nulla; perché quell’inciampo? Era destino? Per aumentare il nostro senso di colpa abbiam quasi costretto Dio (l’offeso) a incarnarsi (per uno spirito il corpo è una prigione) e a sacrificarsi. Altro che Redenzione! mi sa che è stato piuttosto una trovata per un giro di vite! Non varrebbe la pena soffermarsi tanto su questi argomenti, se non fosse che la maggioranza delle persone credenti ne è però assolutamente convinta, e la società in generale è imbevuta di questa mentalità, di questi agganci, di questi anelli della catena che ci lega l’uno all’altro come miserevoli schiavi d’una cava di pietre, come nudi carusi di Floristella.

Nelle zolfare di Sicilia – Gruppo di carusi al sole. Fotografia di Eduardo Ximenes (dall’«Illustrazione Italiana» nr. 43, 28 ottobre 1894, p. 281, fig. 8.

È un punto di vista. Legittimo, plausibile, rispettabile. Ciò che non è legittimo, plausibile, rispettabile è che ci venga imposto come verità. Questa non è una verità che ci libera (per dirla con san Giovanni). Se accettiamo questo punto di vista rinunciamo al nostro, perdiamo qualcosa di noi, qualcosa di molto importante: ci delegittimiamo, il nostro punto di vista è squalificato ai nostri stessi occhi, rinunciamo al rispetto che ci è dovuto, deleghiamo ad altri, come fossimo indegni, ignoranti o incapaci di vivere secondo il nostro punto di vista e ci facessimo convinti che quello di altri – perché universalmente condiviso – sia più valido, più nitido, più perspicace, più tutto.

Dopo questo primo passo di riappropriazione del nostro punto di vista, della nostra coscienza, dopo questo distacco dall’opinione pubblica, seguono in catena delle conseguenze, delle scelte nei nostri atti che fan lievitare la presa di coscienza della nostra identità: unica, individua, autonoma, originale. Non che poi mi chieda: «se sono fatto così, che ci posso fare?» Al contrario: sono così, mi sono costruito così, secondo come la pensavo, perché non sono un robot uguale a mille altri, perché i pensieri mi vengono dalla mia mente e non da un microchip uguale per tutti.

Il mettermi nudo non ha proprio nessun significato: non è una rivolta, non è la presunzione di aver capito chissà che, non è un’esibizione arrogante e prevaricante di una presunta superiorità etica o sapienziale, non è un’imposizione. È soltanto la mia presenza, qui ed ora, per quello che sono, non per quel che presumo di essere, come sono presenti migliaia e milioni di altre persone, di altri individui, ciascuno per sé, ciascuno ricchissimo della propria individualità; che sono uniti in società non per farne parte o come pecore o come pastori, ma per scambiare e condividere. Perché esattamente come considero me unico e perfetto, altrettanto considero gli altri unici e perfetti, altrettanto uomini quanto lo sono io. Non chiusi nella cella di un alveare, ma piuttosto in un continuo brusio di voci che mi circondano, fra cui anche la mia. Non tanto per sentirmi in un coro ad eseguire una musica per armoniosa che sia, ma come un odore di polline di fiori diversi che è quel che è. Che non deve essere un distillato profumo per il gusto di Vogue.

 

Pudore e punti di vista

Il pudore è conseguenza di come vediamo il nostro corpo – o di come ci hanno insegnato a guardarlo. Da come l’abbiamo fatto a fette, suddiviso in parti buone e in parti cattive, in parti rispettabili, decenti e mostrabili e in parti di cui aver vergogna. Dìvide et ìmpera: una volta che si è accettata questa divisione, si è anche accettato che qualcuno abbia potuto metterci le mani addosso senza chiederci nulla – perché così fan tutti. Possiamo stupirci e indignarci fin che vogliamo che questo sia ammesso, anzi sia stato fatto dalla società, senza darci sufficienti spiegazioni. Ma dovremmo stupirci e indignarci ancor di più del fatto che non reagiamo, tenendo a distanza questa longa manus che introducendosi come un’intrusa a dirmi come devo gestire il mio corpo, mi fa poi diventare col mio stesso esempio uno dei tutti, apostolo ed evangelista del suo modo di pensare, che col tempo diventa anche il mio. Da ritrasmettere ad altri.

 

I segreti

Subdolamente esiste un altro motivo per questa suddivisione: più una cosa è mantenuta segreta e più attira i curiosi, i feticisti del disvelamento, del gossip pruriginoso; di chi in nome della trasparenza vorrebbe tutto sapere per avere l’esclusiva della divulgazione – per scoprire alla fine che sono in fondo banalità o segreti di Pulcinella. È come il gusto malsano di sbirciare dalla serratura o dai buchi nelle cabine.

A salvaguardia di questi pseudo segreti sono state approvate leggi, attenuate poi dalla giurisprudenza, steccati moralistici sempre più rigidi, scandali presunti, preoccupazioni eccessive. Il frutto proibito attira sempre: dato un limite, nasce sempre il desiderio di superarlo; di fronte all’impossibile, alle difficoltà, nascono le sfide. Per il desiderio di vincere – anche di provarsi le forze, di superare se stessi – si fanno pazzie, si va oltre la misura, ci si tira il collo. Qualcuno pianta i paletti, qualcuno si diverte a dimostrare che non servono a nulla; qualcun altro sente l’imperativo categorico di doverli superare oppure annullare, ritenendoli assurdi, oppure per dimostrare che lui è libero, che non si lascia mettere i piedi sul collo da nessuno.

 

Sotto assedio

Sotto la cintura il corpo comincia a farsi interessante, comincia ad essere oggetto di stretta vigilanza – e passa la concezione che sia sotto assedio, che non lo sappiamo gestire, che abbia bisogno di una guida, perché la tentazione esiste, è sempre in agguato, e non sempre sappiamo resistervi. Qualcuno ci tiene a questa difesa pubblica, perché la protezione pubblica dà maggior sicurezza, qualcun altro per dimostrare che può infrangere ogni controllo (specie se il corpo è di altri); altri esplorano questo terreno per dimostrare quanto sia immotivato il confine, inconsistenti le ragioni, per invalidare il divieto; vuole bombardare le fortificazioni, spianare gli argini, togliere le barriere, le recinzioni, le trincee.

È un territorio ben difeso. Paure ominose ce ne tengon lontani come fosse maledetto o stregato; un brivido ci assale al solo pensiero di doverci addentrare, e di solito poi si preferisce desistere per timore di un collasso emozionale, talmente è carico di strane energie, di arie ebrianti, di stordimenti che tolgono il fiato. Ne va molto spesso della nostra reputazione, del nostro decoro e rispettabilità. Con quale faccia ci potremo presentare in pubblico, guardare vis’a viso la gente?

Si capisce subito allora che sono check point presidiati dalla società, dai controllori del viver civile. Nessuno con se stesso ha di questi timori o paure. La società ha messi off limits questi distretti. Di che cosa si debba temere rimane un mistero. Ma per l’appunto la curiosità cresce; è l’anello della catena che più è sottoposto a prove di resistenza, facendo credere che sia l’anello più debole e che se cede, tutto poi salti. È la porta di Barbablù. E qual è il vero segreto che non deve essere svelato: il corpo nudo e naturale o la nuda verità sul motivo che ha portato alla demarcazione netta di parti e funzioni del corpo?

La chiave della stanza segreta – altro avvertimento, altra disubbidienza. Una variante del solito mito, d’un archetipo: ubbidire è controllo di sé o riconoscimento di un’autorità? All’individuo la scelta e la responsabilità.

L’esproprio

Se il frutto è proibito, lascia pensare che qualcuno l’abbia assaggiato e ne voglia avere l’esclusiva, il geloso privilegio. Non c’è una legge che mi vieta di cogliere funghi velenosi – lo so da me! I motivi sono espliciti e chiari. Non c’è come tenere nel limbo una spiegazione per far nascere il desiderio di trovarla. E poiché non si trova, poiché un motivo convincente non esiste, intervengono altri strumenti di convincimento (e coercizione) per tenerci alla larga: onore, pudore, vergogna, decenza, buona educazione…

Perché ci è stata espropriata l’esperienza totale del corpo? Perché una parte è seclusa dalla condivisione con altri, se non a determinate e rigide condizioni? Cui prodest?

Non mi basta una conoscenza libresca del corpo, non mi basta una tavola anatomica, un’immagine: voglio la presenza del corpo mio e del corpo degli altri insieme, reale, come fatto normale di vita, nel mio quotidiano: se il mio vicino vuol prendersi il sole nudo sul balcone adiacente, semplicemente lo faccia, a me non fa proprio niente; anzi: preferisco che si senta libero di prendere il sole nudo, piuttosto che si senta obbligato, da me che lo posso vedere, a mettersi un paio di slip: non sono il pubblico in astratto, alla presenza del quale compie atti contrari alla pubblica decenza – non lo voglio essere! Non mi puoi generalizzare così, cara legge, non mi cacci nel mucchio!

Per questo forse è permessa la rappresentazione del corpo, ma non la sua presenza; per questo è permessa la nudità come fatto artistico, ma non come esperienza.

Noi che abbiamo forzato il confine

Se penso a quanto l’esperienza di questi anni con gli amici nudisti ha cambiato la mia presa sulla vita, la mia concretezza vissuta attraverso le percezioni del corpo, quanto ha sensibilizzato, affinato anche le mie emozioni, arrivo alla conclusione che l’aver fatto a pezzi il corpo nella percezione moralistica, l’aver introdotto reazioni pavloviane alla vista del nudo non può appartenere al disegno della natura e dunque lo rimando al mittente, non mi tocca più.

Anche noi che amiamo spogliarci quando possiamo, forziamo questo confine. Lo facciamo per un motivo immediato, per un benessere contingente, senza la pretesa o la finalità di voler dimostrare alcunché o essere d’esempio per altri e fare proseliti: è meglio che ciascuno segua il proprio percorso, perché gli piace, per farsi un regalo; se lo fa per imitarci, perché è un trend, quel che ha acquisito sarà effimero, non sarà un’esperienza personale arricchente, sarà come seguire il branco di turno perché si ha paura del capo.

Non ci va per niente bene il mal-pensiero che sottostà a questo divieto d’essere nudi: la generalizzazione e proiezione di una mentalità e moralità che non sono le nostre, ma che ci sono attribuita senza verifica. E tutto gira attorno al perno del sesso, perché dopo Freud è come il prezzemolo, è una forma-pensiero che – dato il divieto – ha dell’adrenalinico. Come bastasse spogliarci per divenire bestiali, famelici, passionali senza ritegno.

E 2: come non fossimo capaci di gestirci da soli su questo punto e la società opportunamente ci venisse incontro dandoci saggi consigli.

Oppure 3: che la società abbia un proprio disegno, un proprio ordine e reclami un diritto di veto che la vince sulle istanze individuali.

Gli artisti

Emancipare il proprio corpo dai vari guinzagli o bendaggi ha riflessi immediati anche sulla concezione generale della vita individuale, del proprio ruolo nella società, delle relazioni con gli altri.

La società riesce ad imporre persino agli artisti le proprie mode, il proprio gusto e lo fa con un mezzo che sembra neutro, con una bilancia uguale per tutti: il mercato. E con il ricatto della sopravvivenza (ma davvero siamo giunti a questi punti?) riesce a piegare la creatività degli artisti: un manoscritto non verrà accettato da una casa editrice se non avrà tot sfumature di grigio (anche non necessarie); un pittore non venderà, non potrà esporre in una galleria se non attira visitatori; un musicista troppo innovativo o in anticipo sui tempi “non incontra il gusto del pubblico soprattutto dei giovani”.

Se gli artisti, che sono le persone più consapevoli, sono anch’esse soverchiate dai condizionamenti sociali, rasate ad altezza uniforme come un prato all’inglese, loro che sono solitamente persone selvagge e spontanee, qual è la sorte per la gente comune?

Non si può stare chiusi in un recinto, come le anatre domestiche di Saint-Exupéry, a morire di desiderio vedendo le anatre selvatiche in cielo che migrano verso paesi lontani.

Anatre migranti

Omnia munda mundis


 

Se è vero che ci comportiamo a seconda delle nostre conoscenze, esperienze e convinzioni, progetti, a seconda della geometria mentale che abbiamo del mondo e delle persone, sapere dell’esistenza del Paradiso Terrestre e di quel che è successo, se ci crediamo e se ci pare anche qualcosa di moralmente buono e giusto (= che la situazione ci possa dare maggiore benessere e rimanga in linea con la fondamentale coerenza con noi stessi), quelle in-formazioni si tradurranno automaticamente in ogni atto della nostra vita quotidiana e daranno ad esso una forma, lo con-formeranno e confermeranno, saranno espressione della nostra autocoscienza. In un certo senso, il mondo delle nostre relazioni è condizionato e gestito da ciò che ne sappiamo, da come le conosciamo, e da come vivendolo lo “muoviamo in avanti”. (Se vi serviva acqua calda, questa è l’ultima che ho scoperto).

Nel Nuovo Testamento troviamo una frase che è diventata anche una massima proverbiale: Omnia munda mundis («Tutto è puro per chi è puro» Tito 1, 15). Potrebbe essere un buon programma di vita, un filtro col quale vedere alcune cose che ci riguardano e che la nostra esperienza ci ha da tempo confermato: una frase come questa lascia intendere una estrema fiducia nei confronti dell’uomo, secondo uno schema concettuale che affida alla coscienza individuale la fondamentale scelta morale. Tuttavia faccio fatica a entrare in questa generalizzazione perché quel mundis definisce uno stato di “purezza” che discende da un progetto morale costruito, piuttosto che dal riconoscimento di una fondamentale e a-morale purezza originaria, genetica (che ho da rimproverare al mio naso, alle orecchie, ai miei piedi…?

Parlando di nudo, piuttosto che purezza (che può richiamare uno schema morale), preferisco la parola indifferenza, neutralità, non-applicabilità, estraneità; non perché ci sentiamo fuori dal consesso sociale, ma perché ritengo ingerenza di parte la presunzione che la società possa dettar legge anche alla biologia. E se proprio fossi portato al bivio di una scelta, piuttosto che trasformare la società in un’arena per gladiatori: “io starei con gli ippopotami”.

Il risultato può essere alla fine il medesimo (per strade diverse, entrambe le posizioni – quella dei “puri” e quella dei “biologici” – sono indifferenti al nudo), ma le ragioni sono molto diverse: in un caso ho una lista di controllo che mi distingue ciò che è puro da ciò che è impuro (e che di conseguenza posso capire se sono a-posto oppure no); dall’altra non metto in campo nessun filtro valutativo, nessun criterio di accettabilità: siamo così per natura, non c’è nulla su cui discutere, nulla che possiamo/dobbiamo scegliere. Possiamo essere pro o contro i terremoti?

Il distinguo morale è strisciato surrettiziamente nella nostra vita, perché osservando bene le parole della Genesi (3, 22) «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male» dovremmo aver acquisito la capacità “divina” di conoscere il bene e il male. E secondo il principio socratico che associa il bene alla conoscenza, conoscendo il bene sarebbe impossibile poi non farlo (il più pragmatico Ovidio condivide, approva ma osserva che seguiamo poi le cose “deteriori”).

A questo punto torno a chiedermi perché il gesto di Eva sia considerato peccato se è privo di conoscenza e di volontà, di intenzione finalizzata a peccare, se non è da considerare una disubbidienza deliberata e voluta, di una negazione di Dio (quando il peccato non esisteva ancora). Probabilmente sto ragionando con categorie “teologiche” posteriori, aiutato dalla sistematica scolastica o con una logica fin troppo laica.

 

Demonizzazione del nudo

L’espressione di san Paolo può essere intesa anche come controllo della sessualità, l’urgenza e l’imperativo di una signoria sulle passioni e tentazioni, senza per questo cadere nell’artefatto opposto dell’astinenza forzata, scelta per voto o in vista di una qualche remunerazione spirituale, o della cosiddetta “continenza”, ormai troppo alla deriva verso la mistica religiosa (“grado iniziale e imperfetto della virtù della temperanza” dizionario De Mauro).

Invece che controllo mi piace di più la parola misura, in quanto ritengo che l’ipersessualizzazione della vita quotidiana porti a un appetito smodato (senza modo, cioè anche im-modesto, in-decente), dove la sovrapposizione del desiderio egoico ha travolto, stravolto, strangolato, stralciato, straniato anche la componente affettivo-relazionale: qui sì che ci vorrebbe un po’ di modestia, di buone maniere, di decenza, e non prender di mira solo l’esteriorità del vestire. Tant’è che alcuni circoli iper-cattolici hanno inventato persino il termine semi-nudismo per indicare le persone che in spiaggia non disdegnano di mostrarsi col solo costume da bagno. Per motivi di “sicurezza” e prevenzione pensano che già la “semi-nudità” sia da una parte un atto esibizionistico, un atteggiamento di disponibilità, un preliminare di seduzione e dall’altra un’insidia diabolica perché induce chi guarda a peccare, cominciando appunto col peccato degli occhi (e citano un passo evangelico, che può essere però inteso in due modi opposti: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» Matteo 6, 22-23).

Prevenzione. Noto mega-figo latin-lover in azione sulle spiagge italiane, trattenuto provvidenzialmente dal suo angelo custode.

La modestia – tagliasiepi

A proposito di modestia, un altro significato del termine («disposizione d’animo di chi non nutre presunzione») porta a chiedermi se la modestia nel vestire sia anche un chiaro messaggio verso la società: che sto ai patti, che sono a-posto, che non voglio impormi, vantarmi, distinguermi, ostentare, prevaricare, prevalere, esser fuori misura, superbo, supponente, sfrontato, arrogante, tracotante (“lei non sa chi sono io!”) per umiliare, screditare chi la pensa diversamente, porre le distanze, mostrarmi superiore per un ritorno di fama, considerazione, potere, privilegio…

D’altra parte accolgo volentieri l’invito a non fare il modesto, a godere di potermi mostrare per quello che sono, dell’identità che mi son costruito e della stima che mi guadagno ogni giorno: mica me ne faccio una colpa. Ben venga che ci sia una misura, che il buon senso comune sappia vedere al di là degli schemi, delle siepi squadrate, che smascheri l’ipocrisia, che sappia apprezzare il positivo e originale apporto di ognuno.

Che poi, accade fin troppo sovente che una modestia imposta ci vada un po’ di traverso, ci stia un po’ stretta, divenga un po’ falsa, esteriore (appunto!). Non ritengo immodesta una margherita nei capelli, una gonna a fiori che si gonfia perché la ragazza vuole farsi ammirare, contenta di come in quell’istante si sente: son cose belle e pulite, pudiche… dal mio punto di vista, per gli occhi che ho nel guardare. Anche un corpo nudo può essere bello e pulito, persino pudico (i putti di stucco grassottelli e giocondi lo sono senz’altro; e così le migliaia di Bambin Gesù sulle ginocchia della Madonna), dipende dagli occhi con cui lo si guarda, con quale mente con cui lo guardo, dipende da come il pensiero dietro lavora, sobilla, progetta, s’immagina… dalla saliva che inghiotto. Perché si sa: «l’occhio del padrone ingrassa il cavallo».

Putto con la foglia di vite al castello di Aglié.
Quale “mente” può ritenersi offesa, destabilizzata, tentata, scandalizzata dalla nudità?

Ma anche in fatto di modestia qualcuno ha cambiato le carte: per il patrimonio di conoscenze che ha, per come ipotizza la società debba essere, per l’utopia che cerca di costruire, per le norme categoriche che è costretto ad applicare, vedendomi nudo mi attribuisce intenzioni e finalità che non ho, per come s’immagina il processo di causa ed effetto, perché “ben sa” come certe cose vanno poi a finire. Perciò è il primo ad essere immodesto, perché presume di essere migliore, si autovaluta migliore, forte di una fedeltà a un progetto divino, per definizione superiore a quello umano e naturale; di un impegno costante che richiede dedizione e sacrificio e dal quale si aspetta quello stesso guadagno che pensa che io voglia raggiungere con la mia immodestia. Non sono psicologo, ma ho sufficiente esperienza per pensare che le quaresime siano l’eccezione di una regola opposta che vige per il resto dell’anno.

Mi dispiace, ma la penso in altro modo, conosco le cose in modo diverso, non posso che agire in modo diverso: preferisco essere coerente con me stesso (con la natura che è in me, che giorno dopo giorno riscopro), che ossequiare un costume, le opinioni di altri. Liberissimi che abbiano altre mode e opinioni e si comportino di conseguenza. Ma anch’io!

Non si tratta nemmeno dei confini tracciati fra gli uni e gli altri dalla quantità di “libertà” assegnata a ciascuno, forse nemmeno di un diritto, scritto e sancito dall’Onu, ma di un principio ancora più a monte, a monte della stessa società e della necessaria politica che serve per stare insieme. È come chiederci se respirare è un “diritto”. È una condizione che ci deriva dalla natura: non possiamo applicare i nostri criteri alla natura… li vediamo, poi, i disastri che combiniamo. Vedo che la natura non ha bisogno di conoscere il bene o il male per essere viva e vitale; considerandomi innanzitutto una creatura naturale, cerco di seguire la natura per quanto possibile, piegandomi a volte come un bambù alle esigenze sociali per non dovermi anzitempo spezzare.

Test psicologico: Individuare nel gruppo di escursionisti la persona immodesta che vuole a tutti i costi imporsi o distinguersi.

MOUNTAIN SOUND

LA' DOVE VIVONO GLI ANIMALI

nude races

Copyright Enterprise Media LLC 2010-2017

Fools Journal

Magazine di cultura: letteratura, fotografia, arte, moda, queer life, eventi, musica, cinema, attualità

Aurora Gray Writer

Writer, dreamer, voracious reader and electric soul.

Gabriele Prandini

Informatico e Amministratore

Clothing Optional Trips

We share where we bare. Enjoy your trip.

silvia.del.vesco

graphic designer, photographer and fashion stylist

mammachestorie

Ciao, mi chiamo Filippo, ho 6 mesi e faccio il blogger

GUIDAXG

La guida agli eventi per giovani menti

Matteo Giardini

… un palcoscenico alla letteratura! ...

Cristina Merlo

Counselor e Ipnotista

PRO LOCO VALLIO TERME

Promuoviamo il turismo a Vallio Terme eventi - sport - cultura - enogastronomia

I camosci bianchi

Blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine

Al di là del Buco

Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

The Naturist Page

Promoting social non-sexual Naturism & nudism

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: