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La Natura mi svela


Il guard-rail

Nudo non mi so difendere, sono da solo, ho bisogno della società. Della società con le sue leggi. Devo proteggermi innanzitutto da me, dagli eccessi che posson scoppiare all’improvviso, fuori controllo. La società con le sue indicazioni (il portare vestiti, ad esempio) mi aiuta a temprare gli istinti. Fa leva sui sensi di colpa preventivi, sul pudore, sulla vergogna, sulla “responsabilità” (il redde rationem, il registro dei conti, da consegnare alla fin della fiera a san Pietro). La legge mi aiuta a dominarmi, ad avere una misura. Mi impone un suo rito, m’incanala in un flusso, nella massa, nel suo alveo dove tutti più o meno scorriamo, più o meno d’accordo. Lo fa per il mio bene, per evitare che càpiti il peggio: per me e per gli altri. Teme le tentazioni che sono ognidove, spifferi di un’altra realtà, di un anti-mondo che serpeggia, pronto sempre a insinuarsi e colpire appena scopre una falla; a tentare, appena scopre un uzzolo anche solo incipiente; teme per noi gli istinti che ciascuno abbiamo inscritti nella nostra “natura”, in quel “sesso” mai bastantemente addomesticato, ancora troppo naturale e selvaggio – eròta svolazzante, impudico, “maleducato”; non ha mai imparato a parlare, come il bambino-lupo dell’Aveyron -, che ci comanda come tremendo tiranno; al di fuori di ogni regime, di ogni regola, al di fuori di ogni progetto razionale per il nostro futuro.

È compito della legge: lo fa per me e per il bene della società, per l’ordine generale: ogni cosa ordinata è migliore.

La recinzione e il guard-rail
Da: Pinterest
Non sopporto di essere confinato entro questa recinzione [i comandamenti di Dio], io la salto.
Aspetta. Non è una recinzione, è un guard rail.
La citazione dai Proverbi viene così tradotta: «Chi custodisce il precetto custodisce se stesso, chi trascura la propria condotta morirà

La pratica nostra e l’etnologia ci prova l’esatto contrario, che in natura ogni cosa è a misura. Non è la vista del nudo ad esser releaser (“attivatore, scatenatore”) di istinti scomposti, ma è quell’insana aspirazione di un ego arrivista e furbino che per ogni cosa che fa vuole aver la medaglia, un riconoscimento sociale, come avesse superato un ostacolo a vantaggio di tutti, raggiunto una vetta finora inviolata, spostato più in alto l’asticella del salto, portato a termine un’impresa esemplare. Un atleta olimpionico: a lui il merito, la vittoria è di tutti, in eurovisione.

Sull’altro lato

Dichiaro: sono indifeso, è vero, ma non devo difendermi proprio da nulla, nemmeno da me stesso. Pagherò, ma rimarrò quel che sono, fin che posso resistere. Orgogliosamente dico che son grande abbastanza, che so “dominarmi”. Fino a un certo punto, ché oltre sarebbe un tradire me stesso. E allora, la semplice, innocente, casta mia nudità che c’entra con tutti quei paraventi, quei paventati e mai detti pericoli? che c’entra col preconcetto giudizio, con sacrosanto precetto, col bennato consiglio di riconoscere che ho bisogno d’aiuto e difesa, e la legge lì pronta ad aiutare e difendere? E la disobbedienza, se generalizzata sarebbe un disastro sociale, un disordine colossale… Da ogni disordine, si dice però, nasce un nuovo ordine.

Intanto constato: le strettoie delle prescrizioni han fatto nascere una gramigna innaturale, infestante. Mi fido più di Madre Natura che di Padre Diritto. Credo (!) che per natura siam buoni, siamo affettuosi e gentili, ad essa affidati viviamo arrischiati e persino un tantin scapestrati, proprio perché non manchiamo di nulla, perché non temiamo di nulla. Perché siam fatti così, a posto nel mondo, come ogni altro animale. La “civiltà” ci ha imbastardito con la pretesa razionale, positiva e scientifica di saperne di più, di volere di più, di valere di più, di meritare di più. Ci ha sommerso di slogan magniloquenti e imperativi diktàt: fai così – fai cosà! E abbiamo disimparato ad ascoltare la natura dalla quale siamo nati, della quale siam fatti; quella stessa natura che sentiam dentro di noi e ci fa funzionare: respiriamo, cresciamo, proviamo emozioni… viviamo. Ed è la stessa natura che continua anche fuori di me, che vedo viva nel mondo. La natura mi attraversa come un raggio di sole che mi scalda sotto la pelle, come sguardo d’un occhio sollecito che mi scandaglia a veder come sto, come luce che mi contorna le forme di bianco e di ombra; come contrappeso ancorato che mi rende sgravato e leggero; come benessere che mi sprizza dai pori; come freddo che mi entra nelle ossa; come fatica che mi chiede una sosta; in forma d’un’emozione che mi prende, mi scuote, mi spreme, mi sprona… E so che son io, che son filo d’erba, che sono castagno dalla scorza rugosa e son pure lo spazio di luce, smagliante e splendente, che si stende fra me e le nitide cose che mi stanno dintorno. Sono anche pensiero di queste stesse cose che vedo, e penso che anche loro vedono me: videor, ergo sum, “sono presenza, essenza, esistenza, apparenza… dunque sono”. Sospeso, la spina staccata, sconnesso, fuor d’asse, la ragione svapora, perdo equilibrio, lievito per forza maggiore, indulgo nella percezione al presente, smemorato di tutto, ma sveglio, attivo ed attento, galvanizzato d’un’interna buona energia… vivo.

I castagni del Dosso dei Camosci (Monte Magnoli, Villa Carcina), 12 marzo 2017.

«L’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime, né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa» [Agamben, Nudità, p. 119]

Nudità e conoscenza

La nudità è totale visibilità, totale presenza, totale persona, perfetta, genuina, integrale; non segno, non rinvio a un diverso significato; prova di nulla, oggetto banale, normale, di nessun senso e valore, non-classificato, nulla top-secret. E vedere il corpo nudo significa percepirne la pura conoscibilità al di là di ogni segreto, prima di ogni ipotesi o idea, prima di ogni verifica di laboratorio: lasciarsi vedere e lasciarsi conoscere dal vero chiude il cerchio della conoscenza fra me e il mondo reale, equivale a conoscere davvero, nella reciprocità dell’andata e ritorno. Proietta all’esterno la consapevolezza di me, mi cala nel reale come grumo di lievito che attende un po’ d’acqua e un raggio di sole per farmi sentire che son buon pane dorato, fragrante, da sciogliersi in bocca, per dar gusto e sostanza a quel che poi vedo, a quel che mi assimilo, a quel che vedo divento, a quel che mi scelgo come cibo per me.

La nudità come percezione, intuizione, acquisizione di conoscenza della Natura operante nel mondo e in noi: il corpo-che-conosce si forma, si modella, parallelamente come corpo-conosciuto. Se poi questa conoscenza (attiva e passiva) corrisponde a bellezza e verità (entrambe come atto di scoprimento, di svelamento: alètheia in greco significa “non-nascosto, verità”) dipende da personale predisposizione, apertura, dialogo attesa, attenzione, incantamento, tentazione. E mi piace anche dire che è una verità nuda, una verità muta, che non ha bisogno di parole per essere espressa, di mente per essere appresa, di megafoni per esser comunicata, di interpretazioni per esser compresa, di riflettori per richiamar l’attenzione, di coturni per mettersi in mostra.  Qualcuno pensa che la nudità sia una verità eccessiva e non necessaria, anzi pericolosa. Può darsi che sia diventata tale proprio a motivo della misura imposta, a motivo del pudore, a misura della perdita dell’onore (= vergogna) e alla quale il costume nei secoli ci ha abituato.

 

Il velo

Per la mia esperienza e percezione non darei ragione a Walter Benjamin, quando dice che «il bello non è né il velo, né ciò che è velato, ma invece l’oggetto nel suo velo». Darei troppa ragione al velo, lo legittimerei, lo sparerei in iperbole come più vero del vero, lo renderei necessario da un punto di vista estetico – per cominciare – e poi è un attimo giungere all’uso del velo per attingere anche all’etico, alla bellezza morale: velo veicolo di un simbolo, come fa il novello marito quando alza il velo e bacia la sposa.

Un velo… ed è subito sposa!

È vero che le cose funzionano anche così, che c’è più peperoncino e attrattiva nel disvelare, che nel vedere apertamente (il vedo-non-vedo). Ma si tratta di un artificio fin troppo umano, vergognosamente umano: erigere una recinzione per poter guardare dal buco: da una parte stuzzica gli appetiti, la passione, dall’altra lo strappare quei veli è smaccata (a volte violenta) dimostrazione di arrogante, prepotente potere.

Lo scopo delle recinzioni: il solito velo, il ritardo, l’attesa per aumentar l’appetito

Dal punto di vista estetico ritengo che sia una bellezza artefatta, un’arte troppo concettuale: l’ostacolo mette in azione l’immaginazione che restaura l’integrità originaria; che stimola il desiderio di superarlo. C’è chi apprezza l’intervento ideativo dell’uomo, il rispecchiarsi narcisistico dell’ego collettivo di una società e di una cultura nei confronti della natura. Ma che cosa manca all’uva di Zeusi se persino i passeri la volevan beccare? (Plinio, Storia naturale XXXV 61-66)

«Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.»

La bellezza naturale è bella e buona, non ha bisogno di velare la propria virtù perché venga meglio apprezzata, scoperta come meraviglia inattesa, ritrovata come fosse perduta da tempo. Non ha bisogno di celarsi, di farsi meno appariscente per un gioco di falsa modestia. O per renderla sacra, accessibile solo coi riti.

La misura della natura

Nudi nella nuda natura, spogliati del segno e del sogno che ci vorrebbe caporali, si riscopre la nostra primigenia natura, in quella definizione di “uomo” che non ha bisogno di parole per essere immediatamente compresa, in quella visione diretta e olografica di sé che si fonde in tutt’uno con l’ambiente naturale; un sé non distinto, non separato, non diverso dal mondo in cui vive; senza bisogno di verbalizzazioni, di rapporti scritti, di indagini, di teorie unificanti, di letteratura, ma piuttosto di un sé vivace di sentimenti, vibrante di emozioni corpose e spontanee che ci fanno sazi e appagati.

Dalla natura temiamo ci vengano solo mali da cui difenderci: il freddo, il vento, il troppo sole, la perdita delle comodità civili e sacrosante. Abbiam perso il senso stesso della nostra natura e della “natura”. Troppo semplici, troppo banali per gente che sa, che conosce le Treccani del mondo. Ci vogliono i riti, le solennità; ci vogliono i significati, gli obiettivi, i metodi, gli strumenti, la coerenza, la formula matematica, la teoria del tutto… Dimenticando che Madre Natura saprebbe fare tutto da sola, altrettanto bene e forse anche meglio.

Inneggio al corpo esposto al sole, esposto al freddo, al vento, alla pioggia, alla fatica, al sudore, a una gioia composta, intima e muta, all’auto-percezione spogliata di veli, turbamenti e timori. È vivo. Senza ripari, senza pretoriani, senza comodità. Perché così è la vita: non si fa servire. Questo il senso, l’anima, la scossa, la scintilla interna che sentiamo viva in noi e che ci fa sentire vivi altrettanto, integri, perfetti, fatti di carne e di sangue…  incantati di quel che vediamo e che siamo.

Decenza, concetto variabile


La legge sembra voglia difendere la società dalla vista del nudo (quello quotidiano, non quello artistico o artefatto). E quando parla di “pubblico” non fa eccezioni, come se la vista del nudo fosse indecente per tutti. Non spiega perché; sembra sia un concetto ovvio da capire. Ma se fosse davvero ovvio non ci sarebbe l’articolo del codice a vietarlo. Si suppone che la nudità altrui offenda, si suppone che vada contro i principi morali, vigenti come norma superiore per tutti. Dire «principi morali» è però un’esagerazione, in quanto non mi pare che il nudo sociale sia cosa tanto grave da poter riguardare la morale (e da quando la legge prende a prestito dalla morale le linee guida per la civile convivenza? – da Costantino, almeno). Non mi pare che un affare di indecenza sia così importante da dover invocare i rigori del codice penale. Offesa (peraltro presunta – o pretestuosa)  non è lo stesso che danno.

Nel 1999  è stato abolito il reato di turpiloquio (legge nr. 205 del 25 giugno, art. 18); un’abitudine ancor oggi indecente (se non offensiva) per molti. Nello stesso anno l’art. 57 del decreto legge nr. 55 del 30 dicembre 1999 ha depenalizzato il reato di bestemmia, declassandolo a reato amministrativo («Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro» art. 724 c.p.)

Un cartello contro la bestemmia

Come mai dunque il nudo, rispetto al quale materialmente sussiste solo una convenzione giuridica, viene ancora sentito e gestito come reato nonostante la depenalizzazione degli articoli 527 e 726 c.p., e la conseguente trasformazione in illecito amministrativa con ammenda cento volte più alta di quella della bestemmia (certamente offensiva)?

Non riesco ancora a spiegarmi le “braghette legali”: chi o che cosa dovrebbero difendere, quale senso civico salvaguardare? E queste “braghette” sono a difesa del pubblico o del singolo obbligato a portarle? Quel singolo che non ne ha capito, nemmeno per sé, il recondito motivo dell’obbligo, o non vuole capirlo, o non lo accetta. Per una banale questione di opinabile “decoro”, senza poter dire né a né ba, un qualsiasi agente mi può multare come stessi facendo sesso alla vista di tutti o guidassi pericolosamente. Sono di testa dura, non capisco le cose al volo: perciò, signori legislatori spiegatevi meglio, potrei anche capire. Spiegatemi anche che cosa intendete per decenza: perché se è un progetto ideale di come voi vorreste vedere la società, allora ogni crimine è un’indecenza, anche la mancanza di educazione è un’indecenza, anche le mille furbate, i mille sgarbi quotidiani che le persone si fanno fra loro sono un’indecenza, anche le mille cose che non funzionano a dovere sono un’indecenza. Tutte certo provocano una reazione, un moto di rabbia, di intolleranza, lo sbotto di un’imprecazione impotente. Ma se ti fai veder nudo, sei una vergogna vivente, allora paghi: 5.000 euro sull’unghia! Risarcisco la società per il turpe spettacolo cui l’ho costretta ad assistere. E tutto può esser risolto a palanche!

Non vedo infatti nella semplice nudità un’offesa evidente, immediata, rilevante, oggettiva, altrimenti non sarebbero ammessi i resort, le spiagge, le piscine, le spa, i club riservati e recintati… I Finlandesi col loro vezzo di fare le saune nudi dovrebbero uscirne tutti ammaccati… Altrimenti non mi spiegherei – se siamo tutti esseri umani, con le stesse vulnerabilità – come mai il nudo è permesso in Francia, in Spagna e Croazia e vietato in Italia. Se la vista del nudo fosse davvero dannoso per i bambini (quando proprio i bambini sono assolutamente indifferenti alla nudità, prima che vengano istruiti ad avere reazioni “da grandi”), non mi spiego come nei campeggi e nei villaggi siano ammesse le famiglie; come mai esistano tanti studi psicologici e pedagogici che evidenziano l’importanza dell’educazione al nudo.

Quel che trovo ingiusto – e mi pare cosa grave, trattandosi di un articolo del codice penale, cioè di uno dei fondamenti della giustizia – è che

1) la legge prenda le parti di un gruppo sociale, ma peggio ancora che assuma a modello esemplare (cioè, da estendere prescrittivamente a tutta la società) il comportamento di quel gruppo sociale. Questa omologazione imposta per legge mi pare sia alquanto antidemocratica, perché fa differenze (che la legge non sia uguale per tutti?), perché va a simpatie, perché favorisce gli “amici” (elettori);

2) la legge che vorrebbe imporre alla (presunta) minoranza il rispetto delle buone maniere, è lei, per prima, ad essere irrispettosa di un costume diverso dal suo, ma pur rispettoso. Come mai lo stesso richiamo al rispetto è a senso unico? Capirei se si trattasse della setta degli Assassini descritta da Marco Polo. Si tratta invece di un gruppo di persone che in materia di decenza ha opinioni, convinzioni e comportamenti semplicemente diversi rispetto ad altri, e non accetta che siano vietati per il solo fatto di essere diversi, perché questa diversità non reca danno a nessuno. Fino a pochi anni fa gli omosessuali erano chiamati eufemisticamente diversi. Ma le cose sono cambiate! Nel Medio Evo i sodomiti erano condannati a morte, nel secolo scorso finivano in prigione, fino a pochi anni fa erano oggetto di disprezzo, di dileggio e commenti pesanti. Ma gli omosessuali, e le donne, e i neri, non hanno smesso di insistere, di resistere, di mostrarsi, di affermare la propria esistenza, i propri diritti in quanto persone. Esser tollerati non bastava, non bastava allargare le sbarre alla gabbia.

La gente oggi è meno propensa di ieri a bersi tutto: vede, riflette, ragiona, capisce, dice le proprie opinioni, si dissocia… e comincia a comportarsi di conseguenza. Col tempo, emergeranno altri comportamenti finora tenuti nascosti, non saranno più così rari, nulla sarà più uno scandalo. Non perché ci sia di peggio (penso agli scandali veri, agli abusi, allo strapotere di certe cupole, conventicole, comitati d’affari) ma perché le persone sono tutte diverse, anche se «la Legge è uguale per tutti». La legge dovrà adeguarsi ai cambiamenti delle persone e non le persone ad esser “guidate” dalla legge.

La presunta offesa alla decenza (nemmeno più al pudore) riguarda solo chi la vede come tale. Non è un dato oggettivo. Se poi offende la maggioranza al potere nel suo desiderio “romano” di estendersi a tutta la Gallia; se questa parte della società mostra un’insofferenza astiosa nel veder prosperare gruppi di resistenza alla Asterix, e pretende che il suo “gusto” sia legge, consiglierei di rileggere l’episodio dantesco di Semiramìs (Inferno canto V, 52-57):

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

L’episodio conferma che non è mo’ da oggi che la va a ’sto modo. Non per questo deve essere giusto e sacrosanto continuare nel solco di una tradizione che, almeno su questo punto, fa acqua da tutte le parti, un’“alluvione” ormai difficile da arginare.

Se poi la sicumera di una parte della società si sente minacciata dal diverso atteggiamento di un gruppo di strampalati senza-mutande, che hanno opinioni diverse dalle sue; se ha bisogno dello scudo della legge (dell’abuso di potere che le consente di imporre per legge il proprio punto di vista), direi che come minimo dimostra di non esser poi così salda come vorrebbe mostrare di essere.

Lei non sa chi mi credo di essere  [da:http://www.frigolandia.eu/?q=node/187%5D

Ma penso non si tratti semplicemente di questo, quanto piuttosto del dispetto che prova nel vedersi rosicchiare giorno per giorno quel “premio di maggioranza” (sempre presunta) che manda in fumo l’aspirazione tirannica, la percentuale totalitaria, premesse che le consentirebbero di dormire sonni tranquilli. E manda in fumo anche il suo tentativo di colonizzare le zone limitrofe per crearsi una fascia di sicurezza, ma nel frattempo non si accorge delle debolezze interne. E così può accadere che le amministrazioni locali si trovino a gestire la patata bollente del mutamento dei costumi: il modo più semplice e efficace sarà considerarlo questione di ordine pubblico.

Poiché il concetto di decenza rimane indefinito, per non incorrere nei rigori della legge ce ne facciamo uno noi, che prudenzialmente tende ad essere via via più rigido di quel che la legge intendeva. L’azzardo di agire imprudentemente è molto rischioso: 5.000 euro di multa non sono bruscolini. Sono una vena d’oro per le casse comunali, equiparabile ai proventi di una liberalizzazione del nudo per attirare turismo, ma infinitamente meno rischioso dal punto di vista politico.

Ferita nel proprio orgoglio, non vedendosi adorata come si aspetta, non accetta che i propri princìpi – dati per buoni ed ovvi per tutti – non siano condivisi proprio da tutti. Ammettere che altri abbiano opinioni diverse è un rospo difficile da inghiottire, forse più che ammettere d’aver torto. Ma ciò dimostra solo l’immaturità politica di chi, forte dei numeri di una parte pilotata e asservita, non ha ancora ben capito cosa sia democrazia, pur continuando a predicarla ex-cathedra come nuovo catechismo. E fa anche l’offesa, questa parte, si straccia le vesti nel vedere la reazione di chi la pensa diversamente. E non molla per principio, per partito preso. Altrimenti si mostrerebbe nuda – uh, le tette flaccide, che orrore! è questione anche di estetica elementare, di decenza! -, si vedrebbe l’inganno, il pallone gonfiato, la costruzione surrettizia che ha voluto imporre con la forza dei numeri e della legge e col non-rispetto del principio stesso – inflazionato dalle troppe ripetizioni, da finire per esser sospetto – del rispetto delle opinioni diverse.

Che poi tutto questo sia stato preso a prestito dalla «religione di Stato» – formulazione ancora presente nella legge 55 del 1999 – (per mancanza di idee proprie o di originale ispirazione) e vicariandola nella società civile attraverso la politica, le restituisca il favore, è argomento che qui non è il luogo per approfondire.

Il nudo come rinvio a…


I “tempi biblici” in cui si colloca il mito del Paradiso Terrestre risalgono a un periodo un cui non esistevano vacanze, escursioni, campeggi, club, in cui esisteva solo il tempo quotidiano, scandito dal ritorno ciclico delle feste. Allora non esisteva il nudismo e il nudo era manifestazione eccezionale, involontaria ed estrema (profetismo 1Samuele 19, 24, Isaia 20, 2-3; prigionieri 2 Cronache 28, 15; Isaia 20, 4; l’episodio di Malco nell’Orto degli Ulivi, Marco 14, 52). Nel lungo elenco in Levitico 19, 6-19; 20, 11-21 viene usata la parola nudità  per indicare i casi in cui congiungersi sessualmente con una persona sarebbe stato atto incestuoso; in altri luoghi l’espressione scoprire la nudità significava “stuprare”.

La diffusione di cartelli che vietano il nudismo dimostrano l’aumento costante della sua diffusione. A mano è stato aggiunto un “francesismo”.

La norma attuale che vieta la vista del nudo in pubblico e la sua giustificazione (gli “atti indecenti”) al confronto, è recentissima: se si è arrivati ad inserire una norma, vuol dire che esisteva l’esigenza di arginare un comportamento non più eccezionale! La norma deriva probabilmente da due tendenze opposte: da una parte il puritanesimo, la mentalità vittoriana e dall’altra, in tempi più recenti, dall’ipersessualizzazione della vita quotidiana, spacciata per “liberazione” alla Marcuse, Reich, Figli dei fiori. Da una parte i “buoni princìpi”, a buon diritto estensibili a tutta la popolazione (ma buoni per autodefinizione di parte); dall’altra la deriva massmediatica, caotica, arrogante, fracassona e irrispettosa, che sfrutta l’appeal come strumento per attirare l’attenzione e accoppiare desiderio, emozioni, ricordi, comportamenti esemplari, a qualcosa da comperare, o come elemento imprescindibile per il successo di un film, di un libro, di una manifestazione (majorettes). Desideri, emozioni, ricordi, comportamenti sono dunque spiazzati e indirizzati artificiosamente verso qualcosa di innaturale o non scelto da noi. La cosa acquistata diventa il surrogato e forse anche il sostituto (non tanto fantasmatico) dei nostri desideri, emozioni, ricordi, comportamenti autentici e personali.  Se si usa il richiamo al sesso per propagandare un prodotto, qualcosa di sesso vi rimane attaccato e l’oggetto viene usato per giungere al sesso (o nell’illusione di).

In questa deriva, anche la parola nudità perde il su significato autentico di stato naturale. Stavo per dire espressione naturale, ma sarebbe stato appiccicare alla nudità qualcosa che è solo una finalità nostra, un contenuto, un messaggio da far arrivare; mentre si tratta semplicemente di uno stato, il più possibile neutro, senza giudizi, ragioni, incrostazioni, parassitismi, finalità. Nell’usare la nudità per uno scopo, la si sfrutta per quella serie di risposte, consapevoli  o meno, istintuali ed arcane, che proprio l’introduzione del pudore ha cercato di moderare… Ops!… ha cercato di stimolare. Qui sta il busillis e in fin dei conti l’ambiguo stratagemma di vietare la mela per renderla maggiormente desiderabile (è una legge di mercato). Se la nudità diventa un mezzo si snatura, si imbastardisce dell’intenzione cui serve da veicolo.

Il nudo come segno rimanda necessariamente a qualcosa d’altro: probabilmente a quegli atti indecenti che la legge vorrebbe vietare. È appunto questo rimando che mi pare illegittimo, una forzatura, un abuso della nudità, perché viene associata a comportamenti che nulla hanno a che fare con la nudità in sé, e proprio il divieto ha indicato la via per un suo “uso”. Sfruttare la nudità vuol dire far leva sullo stereotipo comune dell’associazione nudità = “buono da mangiare” (la “mela”). In questo contesto culturale la nudità è funzionale agli scopi specifici per cui è stata sacralizzata e l’accesso pubblico ad essa una specie di culto condiviso ma con rigide norme (proprio per evitare l’indecenza, la volgarità, non scendere al di sotto di quel “gusto” propre, di quella pulizia di modi richiesti in società, che a loro volta rimandano a un ordine morale, a un comportamento come-si-deve, predicato in mille modi). La “decenza” ha tracciato un confine fra i comportamenti: da una parte quelli accettabili dall’altra quelli “indecenti”, non ammissibili in società; li ha caricati di moralismo, li ha ufficializzati con leggi e sentenze, assicurandone la durata, usando la legge per rafforzarne l’efficacia, confermandone la conformità con quadro ideale con cui la società vuole presentarsi a se stessa, con l’autoritratto con cui vuole che ogni componente si riconosca. L’autoreferenzialità è un circolo vizioso che impedisce lo sguardo critico, la visione dall’esterno.

Il nudo perde perciò le proprie caratteristiche naturali per assumere le vesti di cui lo si è caricato concettualmente. Per questo recuperare la nudità, nuda di tutti gli orpelli aggiuntivi, equivale liberare la parola e noi stessi di un peso: quelle vesti non sono state scelte da noi, e sono la camicia di forza in cui viene costretto il nostro comportamento e il nostro pensiero, l’ideazione di comportamenti per il nostro benessere (prendere il sole, escursioni, lettura…), ma anche  di lavori casalinghi o in campagna, giardinaggio, hobby, che ben sappiamo riescono meglio se fatti da nudi. Equivale a un atto di giustizia verso la natura: con la nostra pretesa di saperne di più, stiamo costringendo il corpo all’innaturalità, con tutti i pericoli che insorgono quando si superano i segni di confine posti dalla natura. E questo, appunto perché l’innaturalità è generalizzata, non può non avere ripercussioni sull’intera società.

Abituati come siamo, le prime volte potrebbe stupire vedere nell’auto accanto uno che guida nudo, in un giardino una signora che cura le rose, la squadretta di calcio che si allena nell’antistadio, bambini al parco giochi, un vignaiolo che pota le viti, una famigliola che pranza nel patio di casa, podisti, ciclisti, un pittore davanti al suo cavalletto, un pescatore sul lungolago… eppure è solo questione di abitudine. E lo abbiamo imparato nelle nostre escursioni: proprio perché il nudo è facoltativo non v’è differenza, non è la prova di niente, nemmeno deve dimostrare la coerenza con una definizione («sono nudista, perciò…»), né la fedeltà ad un’associazione. Non essendo segno di nulla, non rimandando più a quelle “cosacce indecenti”, perde tutto il suo significato, il suo “effetto”, e la legge non saprà più a che cosa appigliarsi: nudi o vestiti è proprio la stessa cosa, non è il vestito che fa la differenza.

Nel giardino di casa – A

Senza divieti


L’abolizione dell’art. 726 c.p. avrebbe delle analogie con la cacciata dal Paradiso Terrestre: toglierebbe alla maggioranza della popolazione quella “difesa” dagli “atti contro la decenza” esponendola allo spettacolo indecente della nudità. Toglierebbe a molti la sensazione di sicurezza che provano accoccolati nella legge. Toglierebbe ad altri il senso di un’obbedienza imposta (dalla società? dallo Stato? dal Parlamento?).

E se è vero che nella nudità altrui vediamo anche la nostra, si comprende quanto grande possa essere l’imbarazzo e la vergogna di molte persone: non che tutti abbiamo necessariamente qualcosa da nascondere (in fondo la nudità è quanto di più aperto e disarmato ci possa essere, tanto che è simbolo di innocenza – appunto perché sotto stretta sorveglianza), ma semplicemente per abitudine, costume, educazione, etichetta.

L’abolizione dell’articolo non obbligherebbe nessuno a spogliarsi. Esattamente come i referendum sul divorzio e sull’aborto non ha obbligato nessuno né a divorziare né ad abortire; esattamente come l’abolizione del turpiloquio (che era il secondo comma dello stesso articolo) non ha mutato il modo di parlare delle persone; un tempo era punito anche lo sputare per terra, ora – spontaneamente – non lo fa quasi più nessuno.

Rimane una differenza col peccato originale: la rinuncia alla protezione offerta dalla legge non è una negazione, o una rivolta, o un allontanamento, o un disconoscimento di tutta la legge. Le persone “si accorgerebbero di essere nude”, si aprirebbero gli occhi sul proprio corpo, cambierebbero le relazioni, la percezione di sé; senza il divieto sul collo, probabilmente si sentirebbero anche un poco più libere, almeno come sensazione. Senza che nessuno sia corso a strappare loro di forza le vesti di dosso. Altre, più vulnerabili, si sentirebbero esposte alla vergogna (anche senza spogliarsi): non avrebbero vergogna tanto della propria nudità: non approvando, mai si spoglierebbero, quanto piuttosto di quella degli altri (tanto a volte siamo mimetici!), avrebbero vergogna per essi; come quando in inverno ci può cogliere la sensazione di freddo vedendo qualcuno in pantaloncini e maglietta.

Senza l’art. 726 cadrebbe invece ogni vergogna, non vedremmo più pubblicità spinta al limite della volgarità, cosa che oggi fa tanto chic; cesserebbero un sacco di fisime che di solito si associano al nudo; tanti pensieri che si fanno alla vista di qualche centimetro di pelle in più. E se è proprio la visione del nudo reale (e non artistico) che scatena l’eccitabilità, la sua inflazione sgonfierebbe quell’automatismo, oggi inevitabile, di considerare ipso facto il nudo come invito, occasione, seduzione, adescamento, esibizione.

 

Una riprova l’abbiamo proprio nei campi o durante i raduni nudisti: le sessioni fotografiche di Spencer Tunick, le varie NBR, campeggi in Croazia e Sablière sono ben lungi dal trasformarsi in problemi di ordine pubblico o in orge di massa: non c’è nessuno che sbava, le tanto temute erezioni in pubblico non si vedono. A riprova anche che il sesso è sempre anche una questione di mente, può essere ricondotto ad un controllo decente, non è detto che sia quell’irrefrenabile istinto di natura spesso addotto come alibi per giustificare stupri, violenze, atti osceni, scatenati – si dice – da audaci scollature o vertiginose minigonne.

Se le parole integrale e bio usate per classificare alcuni prodotti alimentari richiamano concetti come salute, equilibrio, benessere, semplicità, naturalità e spesso sono scelta radicale e irreversibile; altrettanto si potrebbe dire della nudità: integrale e biologica.

Ripensare il nostro corpo nella sua integrità e naturalità, un’abbronzatura senza segni di slippino o spalline, una riconsiderazione di sé come di essere vivente prima secondo natura e poi sociale aprono una prospettiva di riequilibrio, di ragionamento e comportamento positivi, che col tempo mostreranno i loro benefici anche in ambito sociale. Cioè nella qualità delle relazioni con le altre persone, relazioni non tanto basate su rispetto e tolleranza (che francamente mi sembrano atteggiamenti un tantino artefatti), quanto su indifferenza e naturalezza. Come a dire: «con la nudità sfondi una porta aperta, scopri l’acqua calda», non c’è bisogno di un manuale di istruzioni. È come il lievito liofilizzato: ha perso la sua efficacia, è inattivo, non suscita tutto quello che prima poteva suscitare, sono rimasti solo il sapore e le vitamine. La tranquilla indifferenza dei nudisti di fronte al nudo può essere generalizzata ed estesa a tutta la società. Molto dello stress, dei disordini, disequilibri, eccessi nei rapporti con le altre persone cadrebbero all’istante: cadrebbero pudore, remore moralistiche, ansie immotivate, giudizi di valore e di accettabilità. Tutto diverrebbe normale e quotidiano senza timori, senza vergogne, esattamente come sentiamo indifferente, ovvio e naturale il volto che abbiamo.

Obiezione di coscienza


Gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare. I motivi di coscienza addotti debbono essere attinenti ad una concezione generale della vita basata su profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali professati dal soggetto. (art. 1 della legge 15 dicembre 1972, n. 772, abrogata dall’art. 23, L. 8 luglio 1998, n. 230).

Solo dopo il ’68, dopo le manifestazioni contro la guerra in Viet Nam, dopo le numerose carcerazioni per renitenza alla leva il parlamento italiano approvava, nel dicembre del 1972, la legge che rendeva ammissibile l’obiezione di coscienza.

Quella parola coscienza suona un poco strana in un testo legislativo: salvo errori questa parola è stata usata per la prima volta nel trattato di commercio e di navigazione col Costa Rica del 9 settembre 1933: «Art. 7. I cittadini di ciascuna delle Alte Parti contraenti godranno nel territorio dell’Altra della più completa libertà di coscienza e culto. Potranno costruire e possedere chiese, fondare stabilimenti religiosi, istituzioni di beneficenza, e di educazione, osservando le modalità e condizioni stabilite dalle disposizioni in vigore nel Paese».

Tant’è che il testo della legge del 1972 si premura di specificare che i motivi dell’obiezione debbono richiamarsi a una «concezione generale della vita» ma ancora non basta: tale concezione generale della vita deve basarsi su «profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali». Come a dire che i motivi personali non valgono nulla se non sono inquadrati entro una religione, una filosofia, una morale riconosciute e attendibili. Quanto poi all’aggettivo «profondi», vorrei trovare il sondino in grado di misurare questa profondità.

Un escursionista e la censura

Un escursionista e la censura

Libertà di coscienza

Come era inimmaginabile l’obiezione di coscienza al servizio militare prima del 1972, ma poi riconosciuta di diritto, altrettanto si potrebbe personalmente obiettare contro l’art. 726 del codice penale, non condividendo la posizione né la concezione del Legislatore in materia di nudità e cioè che rientri negli “atti contro la decenza”. Perché in fondo non altro che di opinioni si tratta. Obiettando innanzitutto contro la formulazione stessa dell’articolo che lascia intendere che chi ama starsene nudo stia deliberatamente agendo contro la decenza. Un conto sarebbe stato dire semplicemente atti indecenti, in modo neutro. Personalmente non ho nulla contro il comune senso della decenza & decoro, so cos’è e lo rispetto, rispetto le liturgie sociali in cui si manifesta ed è richiesto – ed anch’io mi adeguo per la maggior parte. Ma ne ho anche un altro, più personale. Un’opinione, diciamo. E altrettanto esigo che venga rispettato del pari. Non ho di mira di cambiare la mentalità degli altri, esattamente come non permetto che gli altri cambino la mia in modo violento o impositivo, ma solo ho di mira di avere la possibilità di stare ed agire come più mi piace senza che quel che faccio sia inteso come atteggiamento irrispettoso, un’azione contro la società, qualcosa di coercitivo nei confronti dell’altrui mentalità.

Non sono per le dimostrazioni eclatanti, semplicemente vorrei un po’ di reciprocità nel rispetto che ci è dovuto, esattamente come noi rispettiamo gli altri e le loro convinzioni. Solo così i rapporti sociali sono equilibrati, le differenze smussate e non intese sempre in modo polemico: non ce l’ho con nessuno, solo voglio esser rispettato nelle mie particolarità, originalità di individuo, anche se le azioni che compio possono esser giudicate “stranezze”. Chi tanto, chi poco, ognuno è poi strano a suo modo, mica per questo lo mandiamo a rieducarsi in un lager.

Se il nudo può esser scioccante (e usato strumentalmente per ottenere un effetto – vedi pubblicità, film, sfumature di grigio…), non dipende da me, non è una mia intenzione colpire con l’innovazione mentalità “arretrate”, giudicare la mentalità altrui: ciascuno ha diritto ad avere la propria… ma anch’io! Se voglio prendere il sole nel mio giardino, se esco con amici per un’escursione in montagna solo con zaino e scarponi, non per questo il mio atto deve significare necessariamente protesta, ostentazione di una mentalità squilibrata o millantata per superiore, e tanto meno esibizione di grazie per qualche fine recondito: sto semplicemente prendendo il sole; è solo un’escursione. Se poi qualcuno ci vede dell’altro è un costrutto mentale suo; se lo giudica immorale, non lo è per me. O esiste una morale – una coscienza – uguale per tutti?

Smentendo le presupposizioni, le assunzioni preconcette che l’articolo di legge insinua con la lettera del suo dettato, non trovando nulla di doloso, di irrispettoso, nulla che sia contro la pacifica convivenza civile e il rispetto reciproco, posso serenamente obiettare, ritenendo l’articolo del codice più che mai superato, esso sì irrispettoso delle mie personali convinzioni (avrebbe dovuto tener conto di chi non la pensa come la maggioranza, prima di ergere steccati). Anzi, di più: dopo aver adottato il punto di vista condiviso della maggioranza (di governo e dei votanti), forte di questo appoggio, lo estende impropriamente e prescrittivamente come modello alla totalità della popolazione, ingerendosi in un giudizio di decenza, che è quanto di più personale ci possa essere. Facendo ciò, è la legge che va contro le legittime e personali convinzioni dei cittadini, che va contro l’impegno assunto dalla Repubblica con l’art. 3 della Costituzione.

Escursionista censurato e anonimizzato

Escursionista censurato e anonimizzato

Il costumino

Lo slip è negazione di identità, come la striscia nera sugli occhi per rendere irriconoscibile qualcuno. È segno anche di sottomissione alla legge della decenza in vigore nella società. Anche noi abbiamo il nostro burka, anche da noi c’è una legge teocratica che ce lo impone. Preferisco essere imbarazzato dalla nudità, arrovellarmi a trovarmi un perché, trovare in me, rimescolando i miei schemi mentali, il modo per farla passare oltre confine, affinché affermi il suo pieno diritto di cittadinanza, perché diritto naturale, un diritto nativo, perché voglio che la società civile tolga l’ostracismo, l’esilio, perché la rispetti, la onori, così come si apprezza il nudo in un’opera d’arte o il corpo trionfante degli atleti: che senso diverso avrebbero le Olimpiadi con atleti nudi? Che senso ci farebbero? Esattamente come gustiamo le coreografie dell’opera di Rameau, Les Indes Galantes: con i ballerini nudi, l’armonia dei corpi e dei movimenti è esaltata; la nudità esprime a primo impatto la totalità dell’essere, la completezza e perfezione (così com’è) dell’essere umano. Anche nella sua specifica e integrale individualità, senza che dei pezzi siano sequestrati a scopo preventivo [di che?] dall’autorità (qualunque sia), siano ostentatamente portatori di un segno di una sottomissione, smart card di fidelizzazione a un sistema.

Agnellini marchiati

Agnellini marchiati

Il costumino è come il marchio a fuoco sui vitelli texani, il codice a barre rivettato all’orecchio. Al limite ci potremmo anche geneticamente modificare e rendere liscia quella parte così indecente e genere bambini con l’inseminazione artificiale. Allora sì saremmo decenti, asessuati come le bambole o i manichini, senza il punctum dolens di tante domande e complicazioni. Se permettiamo che altri siano fino a questo punto padroni del nostro corpo, potrebbe capitare.

“Il corpo è mio”, me lo riprendo, lo libero dalla gabbia di vergogna in cui è rinchiuso, non m’importa se è un atto di ribellione: se non ci tengo io, nessun salvatore verrà a liberarmelo. È osceno un cristo nudo al battesimo di Giovanni o sulla croce?

Marchio auricolare su animali da allevamento - variente per umani con nome e cognome

Marchio auricolare su animali da allevamento – variente per umani con nome e cognome

Il Battesimo di Gesù - mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Il Battesimo di Gesù – mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Ma questi son riti in cui la norma ritualmente viene sospesa, un carnevale, esattamente come non ci vergognavamo alle docce senza tenda in caserma, correre al mare per il bagno di mezzanotte.

Vorrei sparisse la differenza, che la parola nudo non facesse più colpo, che una persona nuda non attirasse più l’attenzione, la curiosità maliziosa (né gli strali della legge – o la biro calcata di un vigile), che perdesse il senso e le connotazioni che ha oggi, che non suscitasse pruriti indecenti… perché penso anche che il costumino quasi sia stato volentieri accettato per evitare l’imbarazzo di una reazione spontanea e sincera del cane a cuccia che rizza le orecchie.

Inconsciamente sentiamo che metterci nudi è una liberazione. Da tante cose, tutte insieme. Non m’importa nemmeno sapere di preciso da che cosa o da chi: non ho più padroni, non m’importa saper come sono diventati tali, con quale diritto (oh, sì, forse perché eran padroni anche del “diritto uguale per tutti”).

 

La percezione del corpo

Il nostro corpo è già martoriato abbastanza: dal lavoro, dalla fatica, dalla postura, dalla sedentarietà, dalle diete… Via via che lo liberiamo, liberiamo anche la mente. Via via che togliamo zavorra dal basto di questo nostro asinello, più ci alleggeriamo anche lo spirito e riusciamo a comprenderlo, a conoscerlo, a rispettarlo, a onorarlo, ad essergli riconoscenti. Ma non ne facciamo un culto di segno diverso, basta che lo liberiamo da cappe, divise, costumi, tatuaggi invisibili. In un corpo armonioso (o così com’è) ci ricordiamo meglio che lì c’è anche una persona, che quel corpo è una persona e non è solo un involucro, una macchina da lavoro; e non carne per qualche macello, per qualche cannone, su qualche canotto alla deriva dall’Africa. È un atto di restituzione di dignità, di completezza, di integrità. E mi pare che per questo fine, val bene che mi rieduchi anche un po’, che lasci da parte impostazioni di pensiero, quei convincimenti “filosofici, religiosi o morali” di cui parla la legge sull’obiezione di coscienza. Voglio che la mia coscienza possa valere di fronte agli altri, esattamente (o anche di più) come sono stato contento di vedere finalmente riconosciute le mie personali convinzioni di fronte agli obblighi di leva.

Ma non ho bisogno di una filosofia, di una religione, di una morale: sono intellettualizzazioni che il corpo non comprende. Emancipiamolo anche da questi avallanti: non ha bisogno di tutori, è maggiorenne, è un frutto perfetto della natura e di nessun altro. Abituato ad esser bistrattato, sfruttato, addestrato, “addomesticato”, costretto a subire, a piegarsi, a inghiottire, a sopportare, sottomesso da minacce e paure, si ribella con la malattia, con l’autodistruzione (alla maniera di “muoia Sansone…”. Manda messaggi di rivolta solo in casi estremi, quando è in pericolo la vita stessa. La sua voce solitamente è sommessa, ma sa quel che vuole, qual è il suo bene, il suo benessere e lo irradia con forza fin oltre i cancelli attoniti e increduli della razionalità. Basta provare una volta a mollarci di dosso le vesti, a scioglier dai fianchi il cilicio degli elastici che ci stringono in vita, che ci sentiamo baciati dal sole, belli e perfetti così come mamma natura ci ha fatti. Se le vesti sono il segno dell’antico peccato, se ancor ce le spacciano per argine all’umana dismisura e malizia, proviamo a sentirci per un attimo casti, così come Dio all’inizio ci ha fatti; saltiamo a piè pari secoli di sensi di colpa, facciamoci convinti – noi per primi – che possiamo essere nudi e puri, sine labe originali, se proprio è il peccato indecente a farci paura. Ascoltiamo la voce del nostro corpo, i fremiti lievi, vivi, il tono compatto dei muscoli, il calore che penetra sotto la pelle, la brezza che ci avvolge e che tempra gli ardori.

 

Michelangelo - Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo – Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo - Il Cristo della Minerva - con cencio

Michelangelo – Il Cristo della Minerva – con cencio

Negli occhi di chi guarda

Un corpo senza cenci cardinalizi, un corpo eroico rinascimentale. La nostra coscienza si arricchirà delle ragioni del corpo, naturali, ovvie, inscritte ben prima che se ne abbia nozione e per questo legittime più di quanto ne detti la legge. Per questo ha diritto ad obiettare a ragion veduta, reclamare il dissequestro della propria dignità, integrità e castità.

Il corpo, irreprensibile nella sua integrità; la coscienza, insindacabile, tanto è personale; la percezione di sé che si completa perfetta con la manifestazione della propria indifferente nudità, insieme ci liberano dalle catene concettuali, religiose e morali che vediamo vigili e vigenti nella società.

Bene o male, castimonia o malizia non sono nella nudità in sé, ma negli occhi di chi guarda.

La scoperta di sé


Adamo & Eva d'oggigiorno

Adamo & Eva d’oggigiorno

Riprendo il discorso sul racconto mitologico retroattivo di Adamo ed Eva: non tutto mi quadra, a cominciare da come viene narrato. Se «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa» può ben darsi che non abbia le conoscenze sufficienti per comprenderlo secondo la cultura che l’ha prodotto; tuttavia questo testo è fondante nella cultura e mentalità moderna in materia di nudismo, e siccome vige tuttora, mi sento legittimato a commentarlo con i parametri miei e attuali.

Ad esempio in Genesi 2, 25 si dice: «Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna»:

1) la frase è evidentemente un’aggiunta posteriore: rimanda al successivo svolgimento della vicenda, anticipa ciò che accadrà dopo. Dirlo anticipatamente sembra abbia la finalità di richiamare l’attenzione sin dall’inizio sulla nudità e sulla vergogna come fossero gli argomenti centrali o almeno importanti dell’episodio. Anche se mi sembra sproporzionato azzardare che tutto il racconto su Adamo ed Eva sia stato elaborato solo per giustificare il pudore. Ritengo che più in generale esista un parallelismo fra pudore e peccato e che il racconto sia stato usato per illustrare che cosa accade peccando, prendendo come paragone la sensazione di vergogna e di forte imbarazzo (géna direbbero i Piemontesi) che si ha quando qualcuno ci vede nudi.

A controprova, i nudisti non provano né vergogna né imbarazzo nel farsi vedere nudi; e tantomeno vogliono intenzionalmente offendere gli altri o violare ostentatamente la legge. Semplicemente hanno una percezione di sé e del proprio corpo diversa rispetto alla generalità della popolazione: non hanno nulla da difendere dalla vista degli altri, nonostante la norma del codice che ritengono ingiustificata e superata. Non vogliono che i vestiti possano veicolare di per sé un modo di pensare, un distintivo di affiliazione, un quadro morale di appartenenza: la nudità è comunque fuori causa, li pone al di fuori di ogni categorizzazione (come quella stessa di “nudisti”): è qualcosa che attiene più alla biologia che alla sociologia, men che meno alla morale. Dovremmo coprire i fiori del nostro giardino solo perché sono gli organi sessuali delle piante? Non sono oscene certe mutandine per cani?

Mutandine per cani

Mutandine per cani

Se, come fa la legge, portare obbligatoriamente vestiti rientra nel comportamento abituale e tramandato, nei rapporti sociali reciproci, e a motivo della “turbativa” che potrebbe suscitare in chi guarda, se ne vieta la vista e l’esposizione al pubblico, allora vuol dire che la nudità è stata caricata di valori e significati che di per sé non ha. Mi suona male persino la formulazione stessa dell’articolo sugli atti indecenti in luogo pubblico. Invece che rendere prescrittivo l’abbigliamento, prendendo a modello i Comandamenti, vieta i comportamenti ritenuti inidonei, non ammissibili.

E si ritorna al “mito” di Adamo ed Eva, dove viene spiegato il sorgere della vergogna per la nudità. L’unico presente era Dio. Il mito potrebbe limitarsi alla vergogna verso Dio, ma qualcuno generalizza (tirando in ballo la carità) e pensa che ogni peccato contro Dio sia peccato anche contro gli altri. Una botte di ferro.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (Da http://www.naktiv.net/) Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (da http://www.naktiv.net/). Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

2) Adamo ed Eva sono talmente simbiotici che soltanto ad un’attenta lettura si rileva che si accorgono della propria nudità solo quando anche Adamo ha mangiato del frutto. Già nel Concilio di Trento Ambrogio Catarino aveva notato che «quantonque Eva mangiasse il pomo prima d’Adamo, però non si conobbe nuda, né incorsa nella pena, ma solo dopo che Adamo ebbe peccato» (Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino).

Il che mi conferma che essi abbiano compiuto insieme il peccato (ipotizzo: l’atto sessuale), spinti da un desiderio, da un’attrazione (forse non ancora da un sentimento, ma chi può dirlo?) assolutamente naturali e irreprensibili. Scoprire di sé questa “conoscenza” andava oltre il limite posto da Dio, scoprire in sé, da soli, un bonum assolutamente inatteso e irresistibile non era previsto dal piano pensato da Dio, o forse troppo in anticipo. Il malum che ne consegue è interpretabile come pena del contrappasso: fatica e dolori del parto. A questo punto mi ricredo e penso che l’“albero della conoscenza del bene e del male” non vada interpretato in senso morale, ma meno astrattamente come “conoscenza del piacere e del dolore”. Come se la situazione dei progenitori prima del peccato fosse priva di questi opposti, una situazione anestetizzata e apatica, un’ebetudine stagnante, che tutto accoglie e lascia fare, senza il brio di un’intelligenza sveglia ed attenta. La cacciata perciò sembra una punizione fin troppo severa, data l’inconsapevolezza, l’ingenuità, addirittura la fondamentale buona fede dei progenitori, al punto da far sorgere il sospetto che sia nient’altro che mito, un pretesto per giustificare a posteriori un costume vigente.

Con la “conoscenza del piacere e del dolore” Adamo & Eva si tolgono una patina, un velo che impediva loro di vedere gli esseri senzienti che erano, a cominciare dalla presa di coscienza del proprio corpo: è una realtà che scoprono da soli (Dio non li aveva informati delle possibilità che avevano), e di cui sono giustamente orgogliosi, una ricchezza che non sapevano d’avere. La “vergogna” che sarà associata alla nudità rimanderà al primitivo peccato, al “peccato di orgoglio” primigenio che sorpassa ed esclude Dio; che prorompe dalla consapevolezza corporea sganciata da un debito di gratitudine, da un rapporto di sudditanza col Creatore. Un’istanza di autonomia e di onore squisitamente umani (compos sui), che pesando piaceri e dolori, accetta gli uni e gli altri come irrinunciabili componenti della condizione umana, accettata con serena fidanza nelle proprie forze, con l’eroismo e il coraggio che ci inventeremo giorno per giorno e che ci renderanno sempre più consapevoli e contenti di noi.

 

(continua)

Miti e mappe


I have a dream

Come un flash improvviso m’è nato un pensiero: «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa». Bella scoperta!

La prima pagina del "Piccolo principe": una sagoma informe può essere tutto, finché non sono informato di che cosa sia

La prima pagina del Piccolo principe: una sagoma informe può essere tutto, finché non sono informato di che cosa sia

Finché abbiamo una mappa, un navigatore, tutto va bene. Quando invece questa realtà è quella mentale dei giudizi e pregiudizi, dei vari livelli di coscienza, conoscenza ed esperienza, le cose si fanno più complicate.

Se molte persone accettano il nudo solo in bagno o nella camera da letto, per motivi suoi, finché non conoscerà altre esperienze, penserà che solo lì si possa stare nudi. O che il nudo sia ammesso solo nell’arte, nel cinema, a teatro, nei campi nudisti, in situazioni violente od estreme. Soprattutto sarà difficile convincerle che è falsa l’equazione che parifica la nudità all’attività sessuale. Vivono questo nuovo modo di vedere come un attacco personale alle proprie convinzioni; e a nessuno piace riconoscere di avere torto. Siamo restii a cambiare opinione, perché è con le nostre convinzioni, maturate con l’esperienza, che riusciamo a vivere, a vedere, a capire, a muoverci nella realtà che viviamo.

A parte i compromessi, o i conti che dobbiamo fare con il contesto sociale in cui viviamo.

La maggior parte delle persone la pensa in un certo modo, esistono delle leggi, le minoranze non sono sempre viste in positivo. Le mode cambiano, così come i gusti e le opinioni, le convinzioni. Ogni persona ha una propria velocità.

Scienza e religione ci “aiutano” a capire come va il mondo (o come dovrebbe andare); sono capisaldi collettivi. La critica non è benvista (o non tutti hanno titoli o sono autorizzati a criticare, a modificare la matrice delle teorie e delle leggi scientifiche o le interpretazioni o dogmi teologico-morali). La scienza, a seconda delle sue conoscenze si muove nella realtà in un certo modo, la religione in un altro. A volte si scontrano, a volte si ignorano, a volte vanno d’accordo. Molte persone istruite lavorano nell’un campo o nell’altro, hanno l’autorevolezza conferita da una cattedra in università, dal pulpito in cattedrale, dal numero di articoli e libri che hanno scritto.

Chi ci conosce?

E noi, intendo noi che pratichiamo la nudità? Studiamo, ci informiamo, rimaniamo al corrente di quel che si muove (e per definizione “si muove in avanti”), facciamo esperienze, riflessioni, ci scambiamo idee, progetti, proposte, cogliamo spunti nuovi, proviamo, sempre quasi in sordina, quasi solo fra noi; senza alcuna pretesa di istruire il mondo. Però viviamo bene anche così, nel raggio della nostra azione riusciamo a muoverci con discreta facilità. Gli altri, i non-nudisti, hanno altri pensieri, altre conoscenze e convinzioni e altrettanto bene si muovono sui loro binari. Qual è il problema? Infatti non c’è proprio alcun problema. Ciascuno si muove nella propria vita come meglio crede. Il fatto è che se “gli altri” non sanno, si comporteranno con noi in un certo modo. Se nella loro mappa mentale alla parola “nudità condivisa” corrisponde il vuoto, il deserto, il pregiudizio, l’ignoto, una giungla lussureggiante di complessità, di cupe ombre, di paludi e coccodrilli, di pericoli in agguato, sicuramente non avranno alcuna voglia di avventurarsi da soli. Della nudità hanno altre conoscenze, quelle trasmesse dalle “autorità”, dall’opinione pubblica, alcune proprie, alcune false: dalla loro somma sortirà il loro atteggiamento.

L'immaginazione, non supportata dalla ragione, proietta sull’ignoto le nostre paure

L’immaginazione, non supportata dalla ragione, proietta sull’ignoto le nostre paure

Probabilmente il tema della nudità è solo la punta di un iceberg che emerge come il più appariscente, lasciando sott’acqua il grosso di una massa di piccoli cambiamenti di mentalità che si sono andati maturando negli anni. Probabilmente è stata la somma di questi piccoli cambiamenti che ci ha dato il coraggio di fare il primo passo: al momento non l’abbiamo sentito nemmeno come coraggio, perché ci eravam fatti passabilmente sicuri che il terreno, pur ancora ignoto, non presentava pericoli, perché altri l’avevan già percorso prima di noi e tornavano con un sorriso. E ci ritornavano. Avevano un’altra mappa, altre conoscenze che permettevano loro di muoversi addirittura con agio e soddisfazione, sul piano fisico e psicologico (qualcuno azzarda anche spirituale). Invece di vedere brutture e sconcezze vedevano benefici; invece di illegalità, una libertà personale inviolabile; invece di mal giustificato pudore “che ci faceva tremare la cocca della camicia”, che ci rendeva “tremule foglie dei pioppi”, un’indifferenza leggera, ingenua, allegra e quasi infantile, svincolata da ceppi moralistici e da collari ideologici.

 

Volani concettuali

Indagando le radici della nostra cultura più o meno condivisa e ritrasmessa alle nuove generazioni, troviamo quelle conoscenze che dirigono il nostro comportamento senza esserne del tutto consapevoli, che ci influenzano nel modo di pensare e di agire come fossero degli automatismi, delle abitudini inveterate difficili da superare, soprattutto quando sono protette dal salvagente della maggioranza. Indagare questi “miti”, divenuti negli anni certezze, baluardo, fondamenta, vuol dire riaggiornare all’oggi la loro validità, riconsiderarli dal punto di vista della loro capacità esplicativa ed eziologica, riesaminarli sulla base della loro efficacia e validità pratica come modelli di vita. Potevano essere veri quando sono stati elaborati, possono aver avuto (e senz’altro l’hanno avuta) la loro ragion d’essere: a quel tempo la si vedeva così, e si suppone che oggi non comprendiamo tutto quel che si comprendeva allora e il modo. Nessuna colpa, nessuna obiezione, nessuna saccenteria da senno del poi. Ma calati nella realtà di oggi, risultano inadeguati, stonati, non collimano più, il puzzle non può esser ricomposto, le tessere si sono rovinate col tempo e non restituiscono più l’immagine originaria. Ma è proprio quest’immagine che nel frattempo è mutata: la realtà d’oggi non è quella della Bibbia, di Omero, di Dante, di Manzoni…

Probabilmente stiamo a nostra volta elaborando dei miti, dei racconti esemplari, “veri”, su cui basarci, con cui orientarci. Ci valgono per oggi, non è detto che valgano anche per domani.

«Il nemico è sempre invisibile, quando diviene visibile, smette di essere il nemico»

«Il nemico è sempre invisibile,
quando diviene visibile,
smette di essere il nemico»

 

Dall’esperienza abbiamo tratto diversi insegnamenti: abbiamo cominciato a vedere la nudità non più come protesta contro il sistema; i “tessili” non più come persone un tantino arretrate; l’essere nudi ha smesso di essere prescrizione, ma è divenuto opzionale, perché questa ci è sembrata la via per la sua “normalità”; abbiamo cominciato a dialogare di più, abbiamo integrato la nudità in mille gesti della nostra vita quotidiana: dal mangiar sul terrazzo col sole che s’è messo a scaldare, al portar fuori lo sporco, la pelle lucente ai primi bagliori dell’alba – da nudi l’inverno si sente un po’ meno –, senza più attendere l’occasione organizzata, la vacanza in Croazia. È vero, procediamo a vista: esattamente come sui sentieri in montagna durante le nostre escursioni.

I segni del cambiamento


I sempre più numerosi calendari con atleti, vigili del fuoco, studenti, eccetera che posano in nudità.

Le copertine delle riviste sportive con atleti nudi.

Lo spot della Nike con gli atleti nudi: Nike Naked Running Camp.

La pubblicità del Festival di Sanremo 2017 con la famiglia di alieni nudi.

La pubblicità dell’Ikea con i due anziani che vivono nudi.

Passeggiando nudi Una sigla di Costume e Società (trasmissione di RAI2) con una bagnante nuda.

Lo sfondo della pagina iniziale del gioco The Higher Lower Game con la persona nuda che gioca al computer.

Le mostre d’arte con persone nude in carne ed ossa, come opere ma anche come spettatori.

Il crescendo di spettacoli, in particolare danza ma anche opera lirica e teatro, dove il nudo è parte dominante o unica, talvolta anche con il coinvolgimento del pubblico.

Il successo delle manifestazioni sociali che usano il nudo per rafforzare il loro messaggio.

La nascita di palestre, scuole di yoga, ristoranti, bar dove il nudo è normalità.

Gli esperimenti di nudità al lavoro e le aziende che l’hanno resa condizione definitiva, pur se non obbligatoria (che è la cosa più saggia e opportuna).

Le sempre più numerose ricerche sociologiche e pedagogiche che indicano la positività dell’educazione al nudo e con il nudo o addirittura la necessità di educare i bambini al nudo.

Le sentenze della Cassazione che, prendendo atto del cambiamento nella visione sociale del nudo, lo dichiarano lecito quando praticato in luoghi selvaggi o poco frequentati.

Le sentenze di giudici di ogni ordine e grado che si affiancano a quelle della Cassazione sopra menzionate.

I tanti “non luogo a procedere” per le denunce dei vigili nei confronti di persone nude (in qualche caso anche in zone non propriamente selvagge o poco frequentate).

Eccoli (e non sono tutti) i segni palesi di una società che sta guarendo da una delle sue più inutili e insulse malattie: la paura o la vergogna del nudo! Gli unici riluttanti a prenderne atto, oltre a poche menti più o meno consciamente refrattarie al decondizionamento e ad alcuni oscurantisti a tutto tondo molto bravi ad imbrattare il web con i loro volgari sproloqui, sembrano essere gli amministratori comunali e i politici, non tutti veh, ma pur sempre troppi!

P.S.

Egreci sindaci, spettabili assessori, Mondo Nudo è qui e vi può aiutare nella transizione alla società dei vestiti facoltativi, contattateci.

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La mosca al naso


I protagonisti del fumetto di René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

“NO!”

Un no secco, inappellabile, un no preconcetto, dato a priori, senza conoscenza e senza contatto. Un no che fa saltare la mosca al naso.

Tante le escursioni che ormai abbiamo fatto, tante le volte in cui siamo stati nudi, poche quelle in cui siamo dovuti stare sempre vestiti, tante quelle in cui abbiamo incontrato altri escursionisti, rarissimi i gesti di disapprovazione e nulle le lamentele (eccetto un unico caso, nel quale peraltro, a seguito del dialogo che ne è nato, si sono poi trasformate in interesse e accettazione). Abbiamo così maturato un’importante esperienza, un ormai valido supporto statistico che ci permette di fare affermazioni precise e ribattere a chi ci oppone un no.

Ecco, ogni tanto capita, poche volte, ma capita, è capitato.

Capita che Sindaci con la esse maiuscola venendo a sapere del nostro passaggio ci contattino per conoscerci, più spesso capita che, con nostro lieve disappunto, viga il più rigoroso silenzio, sebbene suoni come un “non possiamo sostenervi ma non vogliamo ostacolarvi” è comunque un incerto silenzio, qualche rara volta capita che qualche amministrazione si metta sul piede di guerra.

Capita, capita anche questo.

Le motivazioni sono sempre le stesse, quelle trite e ritrite giustificazioni che abbiamo più volte dimostrato essere fallaci, superate.

nuebam1“Ci sono le famiglie”, beh molte famiglie sono avvezze alla nudità e ormai le evidenze, con la conferma di diversi specifici studi sociali e pedagogici (alcuni esempi: “Experts say nudity in the home is key to promoting positive body image in children“, “Il nudismo è positivo per i bambini”“I bambini, il senso di vergogna e gli abusi”), dimostrano che le famiglie farebbero bene ad educare i propri figli alla nudità.

“È un luogo molto frequentato”, beh, in tale situazione ovviamente non ci spogliamo, ma sarebbe bello essere autorizzati a farlo:  quale migliore opportunità per favorire l’incontro e il dialogo? Quale migliore situazione per sperimentare e valutare? Si ha forse paura che molti ne restino indifferenti o che addirittura ne vengano coinvolti? Si ha forse paura di dover cambiare la propria opinione?

“Non c’è nulla che autorizzi”, beh ma nemmeno nulla che impedisca: la legge non vieta espressamente il nudo e tutte le sentenze (e ancor più significativi i tanti non luoghi a procedere perché “il fatto non sussiste”) dal duemila a oggi sono favorevoli alla nudità quando priva di ostentazione, quando motivata dalla situazione ambientale, quando portata con sana e dignitosa semplicità.

Foto Carla Cinelli

Comprendiamo che lo scranno su cui siedono sia bollente, comprendiamo il desiderio di non bruciarsi il sedere, comprendiamo la difficoltà della situazione, comprendiamo. Comprendiamo e siamo pronti a parlarne, siamo disponibili a trovare le giuste mediazioni. Giuste e mediazioni due parole che molto si discostano dall’imposizione, dal no aprioristico, due parole che esigono apertura, due parole che prevedono sperimentazione, ad esempio prendere dei sentieri e piazzarvi dei cartelli che indichino la possibilità di incontrare persone nude per vedere quanti sono coloro che rinunciano al passaggio e quanti quelli che, al contrario, effettuano comunque la loro escursione, ad esempio organizzare delle serate informative, organizzare delle manifestazioni nella regola dei vestiti facoltativi, noi siamo qui, siamo disposti a parteciparvi, vogliamo farlo, apposta abbiamo ideato la Zona di Contatto, per questo usiamo tutti i canali possibili per rendere pubbliche le nostre escursioni.

In questo mondo malato una delle cose che si sono dimenticate è l’idea di un’amministrazione al servizio del cittadino, un’amministrazione che opera a difesa dei diritti di tutti, un’amministrazione capace di andare oltre i pareri personali dei suoi componenti. Un Sindaco è ben diverso dal padre padrone, un Sindaco è il mediatore, colui che sa trovare in ogni caso il modo per dare a tutte le parti l’opportunità di esprimersi e di agire (vivere) secondo proprio desiderio, un Sindaco è il summo magister, l’educatore che per primo evolve e aiuta gli altri ad evolvere, il primo che comprende per aiutare gli altri a comprendere, il primo che si apre alle novità sociali per condurre gli altri ad analoga apertura, il primo che distingue l’insulso condizionamento dalla valida ragione e insegna a fare altrettanto. Vale per il nudo, ma vale anche per tantissime altre cose, tutti ne siamo coinvolti e tutti dovremmo intervenire a contrastare ogni aprioristica chiusura, a difendere il civile diritto alla libera azione.

Sindaco, sindaco, si…ndaco, si… Sindaco inizia con il sì

SÌ!

locandina-vivalpe-2017-600

Eva: un’altra storia


Aprire gli occhi

«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture». [Genesi 3, 6-7].

La scelta “troppo umana” di Eva permette di smascherare l’illusione e recuperare la dignità umana di disporre del libero arbitrio:

 Video meliora proboque, deteriora sequor
“Vedo il meglio e lo approvo, ma seguo il peggio”, Ovidio, Metamorfosi VII, 20-21

Ma da quelle cose deteriora traspaiono inconsciamente le pulsioni più profonde e più naturali dell’uomo, quelle per cui lo definiamo a pieno titolo “uomo”. Una morale classificatoria e utilitaristica vorrebbe gettare la propria rete sulla definizione di uomo e di conseguenza su tutto il suo comportamento, standardizzandone via, verità e vita. Ma immancabilmente qualcosa riemerge, passa comunque attraverso le maglie, o le forza fino a strapparle (“uno strappo alle regole”). E se la rete si definisce tollerante è perché non riesce più ad arginare “il male” che avanza e vuole salvarsi almeno la faccia, recuperare in extremis l’ultimo punto di credibilità.

Mi piace che sia stata proprio Eva, così bistrattata e “rovina del genere umano”, a seguire il proprio istinto, la propria curiosità, la propria natura (forse anche i propri sentimenti) a smascherare l’inganno della felicità artificiale, mistificata e metafisica del paradiso terrestre e a scegliere di percorrere una via alternativa, più dura, ma anche più naturale, più consapevole e dignitosa. Coscienza e conoscenza sono immanenti nella natura: la natura non ha consapevolezza, non ha filosofia, non ha trascendenza (almeno come noi le intendiamo).

In natura non sono applicabili le categorie bene/male. Ci si può meravigliare che sia stato Dio stesso a introdurle. Eva già sa; ma non conosce la morale, non ancora. Eva è incuriosita, perché non comprende il senso della proibizione: che cosa vuol dire «altrimenti morirete»? Vuol forse dire che l’albero non appartiene alla natura? Un albero metaforico, dunque, con frutti altrettanto metaforici. È altrettanto reale? È altrettanto naturale? Oppure è un concetto, una costruzione mentale? Un mezzo per far morire? Conoscere il bene e il male fa morire? O è vietato conoscere il bene e il male? Boh? E l’ha creato Dio?!

E che cosa è il male? Ma soprattutto: che cos’è il bene?! la risposta le si forma da sola nelle orecchie: «È quel che vuole Dio». Ma “se non cade foglia che Dio non voglia”, allora è Dio stesso che permette la disubbidienza, il peccato, che permette il male. Paradossale! Conoscere il bene e il male è peccato! E se si fosse trattato del’altro albero: cogliere il frutto dell’albero della vita fa morire; è peccato vivere. Che assurdità! … Ah, sì: credo quia absurdum! Non ho parole!

Eva rimane ad uno stadio prima della biforcazione del ramo, vuole però conoscere il punto di vista di Dio, vuole capire che cosa le sta capitando e accetta la tentazione. Con il suo gesto Eva taglia il cordone ombelicale che la legava a Dio, riservandosi il diritto di potergli disobbedire, di mettere in dubbio l’utilità, la necessità della distinzione morale fra bene e male, di non accettare l’ordine di Dio. Se Dio stesso non può impedire il peccato nemmeno nel paradiso terrestre, il suo potere si ridimensiona, è Lui che è nudo, è lui che dovrebbe vergognarsi di aver ingannato e mentito ai Progenitori. Questi avevano solo lui, si erano affidati ciecamente a lui, non essendoci altri. Il loro peccato è esattamente speculare al tradimento di Dio: quasi avesse creato il serpente per poterli ingannare, per poter avere un pretesto per condannarli, per stabilire la propria giustizia, mostrandosi comunque buono e giusto.

La posizione di Adamo ed Eva  - non ancora

La posizione di Adamo ed Eva – non ancora “umanizzati” – può essere paragonata a quella di un cane col suo padrone.

Coi piedi per terra

A Dio sfugge qualcosa nel suo creato: ha bisogno del serpente per introdurre la legge morale. Il serpente «è la più astuta fra le bestie selvatiche», la fa anche a Dio; e va per proverbio che la donna la fa al diavolo. Dio poteva progettarci solo buoni, incapaci di scegliere il male. Poteva inculcarci fin da subito il senso morale, la distinzione fra bene e male. Invece ci ha lasciato il giudizio, la libertà di scelta, perché ci rendessimo conto da noi della differenza. Eva sceglie dunque inconsapevolmente: non sa che cosa sta scegliendo, non è maligna, non sospetta che esista il male, non sa nemmeno che cosa sia. Perché Dio non l’ha avvertita, perché non ha impedito il fattaccio? “In un mondo perfetto” è plausibile pensare che del male non esista nemmeno il nome! Il bene è la sola scelta possibile, e non avendo confronti col male, anche il bene diventa qualcosa di ovvio, di necessario, l’unico accadimento possibile.

Eva non sapeva. Non sapeva di poter procreare. Di fronte all’alternativa di una vita ebete e beata, preferisce quella istintuale che le suggerisce il proprio corpo, il suo cuore, non riesce pensare che sia male, che sia peccato: è la vita! Una vita che anche lei può creare: dopotutto, è fatta apposta così! Il serpente le ha aperto gli occhi; Adamo e Eva vedono quello che sono secondo natura, e preferiscono essere dei piccoli dei in miniatura che stolide larve laudanti in perpetuo la gloria di Dio. Probabilmente sono loro a lasciare volontariamente il paradiso terrestre, a non più sopportare la schiacciante onnipotenza di Dio, a entrare nel tempo, ad accettare la morte: preferiscono mangiare il pane col sudore della fronte, partorire nel dolore, piuttosto che passare una “vita” insensata e senza dignità… Preferiscono poter dare la vita, anche se questo costa loro la vita: preferiscono una vita mortale, con gioie e dolori, che vivere con la sola compagnia di Dio, eternamente. Hanno “mangiato del frutto della conoscenza”, perderanno la vita longeva del secondo albero, ma potranno dare la vita. Non li saprei biasimare. Il peccato ci ha fatto uomini… e si è dissolto da sé.

Ma a questo punto, tagliato il legame con Dio (con quel Dio) non c’è più bisogno di narrarci com’è andata: siamo ritornati coi piedi per terra («Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto» Genesi 3, 23).

Un segno che rimanda a Dio

«Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì» (Genesi 3, 21).

Conserveremo le tuniche di pelli, dono di Dio, giusto per atto di cortesia, per souvenir: il contraccambio del “dono” sarà di portarle, il pudore, provare vergogna quando si è nudi. Saranno il “segno” della sua presenza in noi: un marchio che porteremo sul nostro corpo, nei nostri pensieri, nella nostra anima, per ricordarci sempre di lui. Fino ad essere «rivestiti di Cristo» (Galati 3, 27).

Ce le toglieremo quando rifaremo il “peccato”, mai perdonato, commesso nel paradiso terrestre, quando ci sentiremo eroici come un dio pagano, tapini come Giobbe, ragazzi innamorati a mezzanotte, quando ci sentiremo creativi, artisti, aperti ad accogliere la bellezza del mondo, innocenti per natura, contenti di essere quel che siamo, buoni ad oltranza, senza il contrappeso di poter esser cattivi; quando non sentiremo vergogna per il nostro corpo, quando non lo sentiremo inferiore rispetto al resto del creato, quando non lo tratteremo come una macchina, quando la nudità non sarà atto irrispettoso, indecente, indecoroso verso le altre persone, quando lo sentiremo quasi rinato, di nuovo candido e immacolato, inconsapevole di possibili macchie, come prima del bivio morale.

La veste candida: il vestito diventa simbolo, ricordo, omaggio, segno di apaprtenenza

La veste candida: il vestito diventa simbolo, ricordo, omaggio, segno di appartenenza

Con la religione il portare le vesti ha assunto un valore simbolico. E lo ritroviamo in un momento inziale, in uno stato nascente, con l’imposizione della veste candida durante la liturgia del battesimo (la “lavata di capo” del battesimo), e segna l’accoglimento del nuovo nato nella società, nella comunità, nella Chiesa: il parallelo con le tuniche di pelli al momento della “cacciata” è evidente.

«Prima questa creatura era solo un coniglietto, adesso ha un nome, è il nostro Nicola» (paragone udito nella piccola omelia in occasione di un battesimo).

Nudi è meglio (soprattutto per i novellini)


Non più di due settimane fa è stato pubblicato dal « Journal of Happiness Studies. An Interdisciplinary Forum on Subjective Well-Being» un articolo di una ventina di pagine, che ben presto ha fatto il giro della rete, segnalato in anteprima su FaceBook, riassunto in alcuni giornali popolari (come il DailyMail  – con una video-intervista) e anche sul forum di Italia Naturista , e riportato anche in siti accademici.

L’autore, Keon West, è un giovane docente del dipartimento di psicologia dell’Istituto Goldsmith, University of London e si occupa di psicologia dei gruppi di persone.

L’articolo è stato reso disponibile gratuitamente con licenza Creative Commons sul sito di uno dei maggiori editori accademici europei.

Il titolo riassume le risultanze di tre ricerche: Naked and Unashamed: Investigations and Applicationsof the Effects of Naturist Activities on Body Image, Self-Esteem, and Life Satisfaction. Mi pare importante segnalare le prime parole: Nudi e senza vergogna.

L’articolo è interessante e presenta alcuni spunti utili anche per noi già “navigati”. E a parte i risultati più eclatanti e appetitosi per la stampa popolare, segna l’ingresso della tematica nudista nella ricerca scientifica e accademica.

Ma ecco una sintesi. [Tra parentesi quadre e in colore i miei personali commenti suggeriti dal testo dell’articolo]

L’autore stabilisce una correlazione fra la soddisfazione che una persona ha del proprio corpo, con la soddisfazione che ha in generale della propria vita (Life Satisfaction), e di conseguenza una percezione negativa del proprio corpo influisce negativamente sul grado di soddisfazione della propria vita.

Relazione fra attività nudo-naturista e soddisfazione della propria vita attraverso una maggiore auto-stima e una migliore immagine del proprio corpo. Nota *p < .05, **p < .01, ***p < .001

Relazione fra attività nudo-naturista e soddisfazione della propria vita attraverso una maggiore auto-stima e una migliore immagine del proprio corpo. Nota *p < .05, **p < .01, ***p < .001

L’autore espone i risultati di tre ricerche da lui stesso condotte riguardanti i possibili effetti positivi delle attività naturiste. Le attività di tipo naturista svolte in nudità alla presenza di altre persone (con corpi così-come-sono, con corpi decisamente non “ideali”) e non coinvolte in una relazione intima, solitamente  portano a una maggior accettazione del proprio corpo così-com’è, e di conseguenza aumentano l’autostima.

Le componenti in gioco sono:

l’immagine del proprio corpo

l’autostima

la soddisfazione della propria vita

[Se lo scopo di un corpo idealizzato era l’attrattiva esercitata sulle altre persone (corpo longilineo per le donne, muscolatura scolpita per gli uomini), la pressione sociale per questo traguardo e la percezione della propria inadeguatezza allo standard, per gli sforzi stessi che vengono richiesti fanno percepire una posizione deficitaria e una minor appagamento della propria vita].

Ricerche in ambito psicologico hanno dimostrato la relazione fra la percezione della propria immagine corporea e l’autostima: alcuni studi giungono persino a stabilire una relazione di causa ed effetto a senso unico. In altre parole, sarebbe la percezione del proprio aspetto corporeo a supportare l’autostima e non viceversa. Altre ricerche hanno evidenziato la correlazione fra l’autostima e la soddisfazione della propria vita. Da qui un punto di partenza: una percezione positiva del proprio corpo porta a una maggior soddisfazione dei sé e della vita che si conduce. Si è rilevato una maggior accettazione del proprio corpo, ad esempio, dopo aver preso parte a lezioni di disegno dal vero con modelli nudi. [Ma a questo punto, cosa c’è di meglio che partecipare in prima persona alle attività di club, associazioni e gruppi nudo-naturisti per aumentare l’accettazione di sé nel proprio corpo?]

Dal punto di vista psicologico, i benefici del nudismo non sono indifferenti. Le implicazioni non sono secondarie, a cominciare dalla possibile eroticizzazione della situazione. I malintesi a proposito del nudismo possono scoraggiare la partecipazione ad attività, proprio perché le persone che potrebbero essere invogliate a partecipare, non vogliono esser definite “nudisti”: sempre più persone sono disposte a partecipare ad attività clothing-optional, senza per questo essere per forza considerate “nudisti”. Non è possibile dare una definizione di nudismo  unica e valida per tutte le situazioni. Per questo motivo le organizzazioni nudo-naturiste nazionali e internazionali si sforzano di dare una definizione di nudismo, concordando però sulla nudità condivisa con altre persone (anche non conosciute) e senza la componente o finalità dell’aspetto sessuale.

Le manifestazioni pubbliche e cittadine come i World Naked Bike Rides, volendo richiamare l’attenzione sulla vulnerabilità dei ciclisti nel traffico cittadino, hanno reso pubblica la nudità di molte persone e attenuato i rigori della legge, almeno occasionalmente.

Fino a poco tempo fa si pensava che il nudismo potesse avere effetti psicologici negativi, specie sui bambini, ma ricerche più recenti e rigorose hanno confermato esattamente il contrario e hanno portato a riconsiderare gli effetti benefici del nudismo (domestico e pubblico) proprio su bambini e adolescenti.

La forma perfetta del proprio corpo avrebbe lo scopo di una maggiore attrattiva: ma ciò non è sempre vero.

[Lo stress derivato dal confronto porta a una minore autostima. Al contrario, la possibilità di osservare corpi comuni, non esattamente perfetti, diversi dal modello ideale, porta a una maggiore accettazione della diversità e variabilità, compresa la propria, senza intaccare giudizi estetici troppo drastici. Diversamente dalla tendenza predominante nell’opinione pubblica, l’etica non va sempre di pari passo con l’estetica, e il sentirsi non-giudicati, accettati incondizionatamente, mette in gioco altri valori, punti qualificanti di una “morale” che non bada all’esteriorità, che si basa su valori più “umani”].

Da qui il feedback positivo (anche non intenzionale o neutro) che una persona riceve dagli altri partecipanti alle attività nudiste. Il giudizio implicito su comportamenti alimentari o sul peso corporeo non influenzano le relazioni fra partecipanti ad attività nudiste. Non sufficiente esplorata è la relazione fra il vedere altre persone nude e l’essere visti nudi da altri: [la reciprocità può però esser vista come sufficiente garanzia di una relazione equilibrata e positiva di per se stessa, cosa che raramente accade nella quotidianità, ma fondamentale nel processo speculare di accettazione di sé non disgiunto dall’insindacabile accettazione degli altri].

A livello di ricerca empirica esiste però un gap non facilmente superabile fra le asserzioni delle organizzazioni naturiste sulla positività degli effetti a livello personale e le ricerche scientifiche che spiegano il meccanismo di tali effetti.

La prima ricerca ha coinvolto 849 persone (739 maschi, 94 femmine e 16 “altro”), fra i 16 e i 90 anni.

Questa prima ricerca era dedicata alla correlazione fra attività nudo-naturista ed effetti sulla persona (immagine corporea, autostima, soddisfazione della propria vita).

Una delle ipotesi di partenza era che se la partecipazione ad attività nudo-naturiste procurava un aumento dell’autostima e della soddisfazione della propria vita, poteva valere anche il contrario, e cioè che una persona soddisfatta del proprio corpo e della propria vita, di conseguenza, potesse partecipare alle attività nudo-naturiste più delle persone meno soddisfatte. Questa previsione fu confermata solo parzialmente.

La ricerca ha evidenziato anche una maggior accettazione del proprio corpo nei maschi che nelle femmine. Ha evidenziato inoltre che le persone che hanno preso parte a poche (da 6 a 9) attività nudo-naturiste, hanno ottenuto un miglioramento più significativo della propria immagine corporale, rispetto a chi ha partecipato a numerose attività. Il dato opposto, cioè la predizione di una maggiore frequenza ad attività nudo-naturiste a seguito dei miglioramenti ottenuti, non è stato però confermato.

La maggior parte degli interrogati che hanno partecipato a un numero medio di attività non hanno indicato un miglioramento significativo della propria immagine corporea, né della soddisfazione della propria vita, né è stata confermata una predizione sulla futura partecipazione ad altre attività. [Superata una certa soglia, si tratta di un comportamento ormai assodato con poche variazioni, o variazioni non significative al proprio interno. Il fatto però di una continua e costante partecipazione conferma la positività delle esperienze, che diversamente non verrebbero ripetute con quella frequenza]. (Il dato è confrontabile con altre ricerche: un aumento di ricchezza, anche raro, anche minimo, produce migliori risultati complessivi fra i poveri che fra i ricchi).

Un altro aspetto indagato nella ricerca è stata la correlazione fra un’immagine positiva del proprio corpo con la possibilità di vedere altri corpi nudi ed essere visti nudi. La dinamica del rapporto vedere ed essere-visti produce effetti non simmetrici: vedere altre persone nude aumenta un’immagine corporea positiva, ma l’essere visti nudi non ha effetti sull’immagine corporea che uno ha di sé.

Un punto importante, quasi una scoperta inattesa per alcuni partecipanti, è stata la constatazione che l’essere visti nudi non implicava alcun giudizio negativo da parte degli altri partecipanti.

La seconda ricerca dello studio riguarda le attività nudo-naturiste. Coinvolse 24 Inglesi (12 uomini e 12 donne) dai 22 ai 67 anni in occasione di una manifestazione a favore degli orsi polari, che ebbe luogo presso lo Yorkshire Wildlife Park (Bare all for Polar Bearsqui un video).

Locandina della manifestazione ecologica a favore degli orsi polari

Locandina della manifestazione ecologica a favore degli orsi polari

Ai partecipanti era stato dato da compilare un questionario di una pagina prima e dopo l’evento. Il confronto fra i due tempi della rilevazione ha evidenziato effetti psicologici positivi legati alla partecipazione all’evento secondo i tre criteri di valutazione (immagine del proprio corpo, autostima e soddisfazione della propria vita). L’autore rileva onestamente che la finalità ecologista della manifestazione poteva aver contribuito al risultato.

La terza ricerca riferisce di un test su 100 persone (83 uomini, 16 donne, 1 “altro”) dai 18 ai 79 anni), somministrato prima e dopo l’attività presso lo Waterworld di Stoke-on-Trent. Anche per questo test le risposte sono state positive in tutti e tre gli ambiti.

Nelle conclusioni si riprendono i dati esposti: le tre tipologie di ricerche confermano la positività delle attività nudo-naturiste, sia a lungo termine (ricerca 1), che immediatamente prima e dopo l’evento (ricerche 2 e 3). [Il primo studio, soprattutto, rileva l’importanza delle dinamiche psicologiche fra il vedere altre persone nude e l’essere visti nudi. Da qui si può dedurre che le attività miste (nudi e vestiti) hanno comunque effetti positivi soprattutto sui partecipanti che non si vogliono spogliare. E secondariamente che, per il nudista è indifferente l’essere visto nudo: come a dire che, superata la soglia del pudore (cfr. « Naked and Unashamed» del titolo dell’articolo), è superata anche la differenza fra nudo e vestito].

Un altro dato da tenere in considerazione è il fatto che “di per sé” (data appunto l’indifferenza notata) nulla porta a pensare in una riconferma delle attività nudista da parte dei nudisti “veterani”, mentre è pensabile un incoraggiamento per i principianti (nudisti e non). [In parole povere che i benefici della nudità condivisa sono più evidenti quanto più è marcata la novità. Da qui, forse, l’impegno dei “veterani” nel creare l’occasione e l’ambiente favorevole per richiamare chi vuole lanciarsi in questo tipo di esperienza: poiché il senso di pudore è insito nelle relazioni sociali, è proprio all’interno di esse, con le attività comuni, che si deve ricercare l’occasione per indagarne più a fondo il significato, gli effetti e le ragioni d’essere].

Un punto da sottolineare è che nel corso dei tre studi non si sono rilevate differenze significative fra i risultati riferiti alle donne e agli uomini. [È perciò da prevedere un aumento della partecipazione femminile alle attività nudiste: è probabile che un ambiente a prevalenza maschile, ma non sessista e non giudicante, possa avvicinare un maggior numero di donne al mondo nudista. E per prime coloro che giudicano troppo severamente il proprio corpo, che si sentono sovrappeso o troppo magre, che passano da una dieta all’altra, che hanno un senso di inferiorità, che si sentono un po’ scontente della propria vita. Il che vale anche per i signori maschietti, cambiano solo i numeri].

Che peccato essere uomini!


Coscienza e conoscenza

Il racconto del peccato originale non mi convince. Non metto in discussione i personalissimi motivi di fede o di appartenenza religiosa. Non mi convince da un punto di vista pratico, concettuale e formale.

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

1) Il salto evolutivo

 Nel cosiddetto Giardino di Eden crescono vari tipi di piante (tutte?) e vivono in pace molte specie animali (tutte?). Esistono anche due alberi che però sono tali solo per metafora – e qui qualcosa si spezza nello stile della narrazione -: l’albero della conoscenza del bene e del male (coscienza/responsabilità delle azioni) e l’albero della vita (conoscenza “scientifica” del mondo, utile alla sopravvivenza) sono astrazioni, definizioni di significato (design semantico), visualizzazioni mentali sulla base di analogie e tassonomie che oggi ci sfuggono.

Guarda caso, coscienza e conoscenza definiscono la differenza fra uomini e animali, sono i punti in cui ci distacchiamo dalla nostra natura strettamente biologica (esattamente come da albero, nel vero senso della parola, passiamo a “albero” in senso traslato, come similitudine, come metafora, come artificio lessicale per nominare qualcosa di astratto, che esiste solo come idea e non in natura – nel caso specifico penso che albero e frutto possano significare “nutrimento, alimento per crescere”: i frutti dei due alberi permettono ad Adamo ed Eva di “crescere” intellettualmente, razionalmente, criticamente  e di esserne consapevoli). Anche il linguaggio definisce la differenza fra uomini e animali: penso che nella narrazione sia stato mantenuto o per distrazione o per esigenze narrative, esattamente come troviamo animali parlanti in Esopo, Casti o Orwell.

Il paradosso è che Dio vorrebbe per ora tenere Adamo ed Eva ancora allo stato animale, lontani dall’uno e dall’altro dei due alberi, pur avendo loro ordinato di averne cura, vietando però di gustarne i frutti.

Probabilmente Dio li considerava ancora imperfetti, mentalmente e moralmente (forse anche emotivamente), ancora non pronti a far buon uso e della morale e dell’intelligenza a sostegno della vita. Il temporeggiamento di Dio ha dato modo al Maligno di insinuarsi, di anticipare i tempi. Proprio il divieto ha dato il destro alla tentazione, ha insinuato nella mente (o anche nel cuore) il desiderio, l’aspettativa (ciò di cui a livello animale Adamo ed Eva non presumevano neppur l’esistenza), ha trasformato i due “alberi” in curiosità, in appetibile trasgressione, rivelandosi le porte di un repentino, decisivo e irreversibile cambiamento della natura umana.

Fatto sta che un “antagonista” di Dio espone a Eva il salto evolutivo che compirebbe avendo coscienza o conoscenza, o entrambe. Non so quanto Eva potesse comprendere quel discorso, non so quanto la pressione del Maligno sia stata irresistibile, non so, infine, se questi stesso abbia fornito ad Eva la capacità, la facoltà di comprendere il discorso, tanto distante appare dall’ordine ovvio che vige in natura.

Non so, infine, quanto grande sia la responsabilità di Eva, perché debba portarne la colpa, se ancora non sapeva discernere tra il bene e il male, se non aveva ancora gustato del frutto dell’albero. Non so perché Dio abbia punito lei e Adamo, e non il Maligno. Non so perché non abbia impedito il fattaccio. Non so perché, come dicono altre mitologie, non abbia distrutto i primi esemplari di uomini e non ne abbia creati di nuovi. Viene anche da chiedersi se la narrazione voglia insinuare il dubbio che sia un peccato essere uomini, perché Dio non ci voleva così: da qui una serie di obblighi e impegni nella vita pratica per ricollegarci all’originario disegno (vedi per tutte le opere che trattano l’argomento, L’imitazione di Cristo).

Districarsi in questo groviglio di domande e di anacronismi, di conti che non tornano, può esser un buon esercizio intellettualistico. Senz’altro però ci insinua anche il sospetto che chiunque abbia scritto la Genesi, non ce la racconta giusta, o ce la racconta in modo da rinviare a una autorità indiscussa per giustificare lo status quo, e fondare un sistema per il controllo delle persone e l’ordinamento della società. Cose che constatiamo ancor oggi.

 

2) La soggezione

Nemmeno il rapporto fra Dio e i Progenitori è del tutto chiaro. Da una parte ci viene descritto un dio “teologicamente” maturo, con un suo “ordine” morale, i suoi comandamenti, i suoi divieti. Non certo il Dio che Adamo ed una Eva – ancora allo stato animale – potevano conoscere direttamente. Forse possiamo paragonarli a una coppia di cani nel parco di una villa (il Paradiso terrestre in latino è paradisus voluptatis “giardino di piacere”), senza preoccupazioni per le necessità materiali, forse solo vagamente coscienti e felici del proprio stato, più felici quando Dio si intratteneva con loro.

Il rapporto di sudditanza, di fedeltà e di affetto verso Dio doveva essere stato al massimo grado. Non essendo stati addestrati a sospettare degli intrusi, non essendo ancora capaci di capire cosa fossero Male e Bene, accolgono il Tentatore come un altro Dio. Perciò sembra assurdo che vengano poi puniti per una colpa non voluta, di cui erano inconsapevoli a livello morale. Poteva sembrare un nuovo gioco. Esisteva sì il divieto, ma chi poteva pensare che il Maligno avesse “cattive” intenzioni?

 

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

La nudità adamitica

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.» [Genesi 2, 25]

Lo scrittore sacro specifica espressamente questo aspetto per sottolineare la differenza fra un prima (il tempo delle origini – stato animale) e un dopo (l’epoca attuale, in cui scrive), come se il provare vergogna fosse un tratto ulteriore che ci differenzia dall’animalità, che ci distacca dallo stato di natura, come fosse il primo gradino dell’incivilimento. Oppure, perché ritiene ovvia la nudità nel rapporto fra marito e moglie e solo in quest’ambito.

Mi premeva però sottolineare il punto di svolta nella presa di coscienza umana, nella consapevolezza che poi ha determinato il distacco, la cacciata, la caduta, e non da ultimo – visto che gli si erano aperti gli occhi del giudizio morale – la presa di coscienza del peccato, del tradimento del patto con Dio, della disubbidienza, della superbia, e via dicendo: e soprattutto della scoperta in sé della propria vera natura (del fatto che può essere buona o cattiva) , la scoperta della possibilità e capacità di peccare (di disubbidire, o addirittura di offendere Dio), ponendo le fondamenta della “libertà” dell’uomo nei confronti dell’ordine morale, salvo accettarne conseguenze e responsabilità, premio o castigo (esattamente come gli animali da circo).

Probabilmente in questo consiste la presa di coscienza dell’essere nudi: nudi, cioè, a se stessi. Il peccato, cioè la presa di coscienza di quanto sia bene e di quanto sia male, ha permesso ai Progenitori di vedersi senza paraocchi, buoni e cattivi, in grado di scegliere fra bene e male, di fare l’uno o l’altro secondo il proprio arbitrio, di agire pro o contro la vita e la propria stessa vita. Nudi per aver scoperto in se stessi la capacità di autodistruzione, e non tanto per la nudità in sé, non per un innato senso di pudore. In fondo sarà proprio la scoperta di una morale che renderà necessaria la costruzione di un alveo in cui costringere la nostra condotta, che renderà necessaria la nostra collocazione al di qua o al di là dello spartiacque bene/male.

Il “caso particolare” della nudità, mi sembra solo un suggerimento immediato preso ad esempio perché tutti capissero il paragone, la parte per un tutto. Non credo infatti che proprio (o solo) il controllo della nudità (mettiamo anche della sessualità) sia il fondamento, il punto di partenza programmatico per ogni altro comportamento umano moralmente diretto. Ma forse così sembra a me, oggi. Allora, le cose potevano avere valenze diverse.

 

Un Dio patriarcale

Penso che fino alla redazione definitiva della Genesi (VI-V sec. a.C), l’ordinamento sociale degli Ebrei fosse tale per cui la prima cosa che richiamasse il senso di vergogna fosse proprio la visione della nudità. E proprio in questo libro troviamo un indice prezioso:

«Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne».  [Genesi 2, 24]

Non bisogna esser filologi per capire che questo versetto è stato interpolato, provenendo da una cultura in cui già esisteva  la famiglia («un padre e una madre») e il matrimonio, situazione riconosciuta e rigorosamente codificata, al cui interno vengono sospese le proibizioni che normalmente vigono tra persona e persona in pubblico. Matrimonio reinterpretato non come libera unione di due persone, ma esemplato sul racconto della costola (o viceversa), in modo che la donna scelta, prima che persona amata, fosse concettualizzata come “clone” del marito («osso delle mie ossa, carne della mia carne» – non è difficile giungere ad ipotizzare che la creazione di Eva sia una rivincita maschile, una rivendicazione di supremazia di fronte all’esclusiva capacità generativa della donna); per questo la nudità fra i coniugi non suscitava vergogna, non era uno scandalo, richiamando l’originaria vita edenica.

Da una parte le parole «suo padre e sua madre» sono uno spiraglio a riprova della posterità della redazione, dall’altro la formulazione «un’unica carne» lascia intravedere l’eccezione nei confronti della nudità: marito e moglie sono definiti un’unica carne, quasi fossero una stessa ed unica persona, per questo non commettono «peccato di nudità».

La nudità fu punita come ricordo, richiamo, rinvio a un luogo che non meritavamo più. La nudità era ciò che più contraddistingueva lo stato dei Progenitori rispetto a quello degli Uomini. E per la salvaguardia del mito, si è resa necessaria l’istituzione di un rito uguale e contrario (portare vestiti).

Cambiamo punto di vista: il TG delle Buone Notizie di The Bright Side


Ogni giorno siamo bombardati da notizie, le leggiamo sui social network, le ascoltiamo dagli amici, ce le propinano i vari media, quante di queste sono buone notizie? Già, le buone notizie sono spesso, per non dire sempre, ignorate dai vari canali d’informazione: le buone notizie non vendono, le buone notizie non fanno target, le buone notizie rendono le persone meno condizionabili, le buone notizie minano i poteri, siano essi politici, economici o religiosi. Uno scenario, questo, che si perpetua da tanto di quel tempo che ormai il nostro modo di pensare e vedere è tutto volto alla parte vuota del bicchiere, di ogni cosa siamo sempre pronti a trovarne il lato negativo, qualsiasi cosa succeda dobbiamo necessariamente evidenziarne i difetti e se qualcuno osa, si osa, fare diversamente ecco che viene identificato come uno scellerato ottimista.

Ottimista, una parola che dovrebbe evocare solo buoni sentimenti e buoni propositi, una parola che dovrebbe metterci di buon umore, una parola che dovrebbe identificare le persone sagge, invece no, invece viene utilizzata per screditare, per negare, per distruggere e per farlo con maggior forza ed efficienza l’ottimismo è stato indissolubilmente legato al concetto di utopia. Utopia, altra parola utilizzata per recidere ogni più piccolo vagito di ribellione ai poteri, una parola che invero non ha senso: l’utopia esiste solo nella mente di chi preferisce scappare, di chi sceglie sempre e comunque la strada più comoda, di chi si fa schiavo di una società condizionata, per non dire malata.

Fortunatamente che chi, come noi di Mondo Nudo, è convinto che ogni cosa possa essere cambiata, compresa la visione sociale delle cose, c’è chi non ha paura di scontrarsi con il conformismo e il condizionamento di massa. Noi impegnati in particolar modo nel far capire che il nudo è lo stato naturale dell’essere umano e non può, non dev’essere vissuto come offensivo, ripugnante, o anche solo come disturbante, imbarazzante, altri impegnati a far capire altri aspetti sociali altrettanto validi, altrettanto utili, altrettanto importanti. Tra questi altri ho conosciuto quelli di The Bright Side, un gruppo di amici, un blog, una campagna volta a far cambiare il punto di vista, improntata a evidenziare e diffondere le buone notizie, quelle notizia che i media più tipici tendono a nascondere.

The Bright Side, il lato buono delle cose e soprattutto… il lato positivo dell’informazione!

Cambiate anche voi punto di vista, alleviate le vostre pene, abbracciate la filosofia del sorriso, donate gioia alla vostra vita. Pur senza ignorare le difficoltà, pur senza negare gli errori, proviamo, provate, prova a vedere il lato pieno del bicchiere, segui e fai conoscere The Bright Side e il suo importantissimo TG delle buone notizie, un TG che dovrebbe entrare nelle scuole: attraverso la ricerca e la redazione delle buone notizie da pubblicare i ragazzi imparerebbero ad essere positivi e propositivi.

Errata corrige


In un mio articolo precedente (Pescatori in torbiera) scrivevo che per quanto riguarda gli atti osceni e la loro pericolosità erano applicabili altri articoli del codice penale, lasciando capire che gli atti osceni fossero più gravi e avessero un impatto sul pubblico molto maggiore che la vista della semplice e nuda nudità. Ma ero male informato e informavo male. Infatti proprio un anno fa (decreti n. 7 e n. 8/2016) sono stati cancellati alcuni reati “bagatellari” mutandoli in infrazioni sanzionabili amministrativamente (cioè: multe). Fra questi è stato cambiato anche l’articolo 529 che riguarda gli atti osceni:

Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000.

Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano.

Se il fatto avviene per colpa, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.

 

Il primo comma è molto simile al comma dell’art 726, cambia solo la denominazione della fattispecie e l’ammontare massimo della multa:

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

 

Entrambi le infrazioni partono dalla medesima base di 5.000 euro di multa.

A seguito dell’introduzione del decreto, una sentenza della Corte di Cassazione depositata lo scorso 5 ottobre (sentenza 41731/2016) ha prosciolto una coppia già condannata a tre mesi di reclusione «per aver compiuto atti osceni in luogo pubblico, consistiti in atti sessuali posti in essere lungo la pubblica via in area illuminata».

Una seconda sentenza della stessa Corte di Cassazione (36867/2016) proscioglieva un uomo di una certa età sorpreso a masturbarsi in prossimità del campus universitario al passaggio di alcune studentesse.

Atti simili o assimilabili

I due tipi di “reato” sono rubricati sotto sezioni diverse del codice penale:

l’art.  529 sotto il LIBRO II – Dei delitti in particolare, TITOLO IX – Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Capo II – Delle offese al pudore o all’onore sessuale.

l’art. 726 sotto il LIBRO III – Delle contravvenzioni in particolare. TITOLO I – Delle contravvenzioni di polizia. Capo II – Delle contravvenzioni concernenti la polizia amministrativa sociale. Sezione I – Delle contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi

Sinceramente, da una parte mi sento un po’ fuori squadro, perché non vedo più la sostanziale differenza fra atti osceni e atti contrari alla pubblica decenza, differenza che ci ha sempre distinto e identificato, ponendo le distanze fra la nudità semplice e naturale e la messa in atto di atti osceni.

Dall’altra sono anche contento perché, se una coppia che fa l’amore per strada viene prosciolta o una persona che si masturba in pubblico al massimo se la cava con una multa, a motivo della «tenuità del fatto», mi pare che le nostre escursioni possano essere valutate come indecenze molto più “tenui” rispetto agli atti osceni segnalati. Ma le multe previste non lascerebbe adito a esser troppo speranzosi… fan troppo gola.

I due articoli sono stati di fatto assimilati, così da indurre a pensare che anche i sostanzialmente innocui atti contrari alla decenza possono essere uniti indistintamente nel fascio degli atti osceni, inducendo a considerarli come immediato preludio e favoreggiamento ad atti erotici, annullando la specificità che ci ha sempre collocati eventualmente nell’ambito della blanda “colpabilità” dell’artico 726. Per cui potrebbe capitare che l’indecente pisciatina di un camionista sul ciglio della strada possa esser considerata come adescamento, ma non più la vertiginosa minigonna di una passeggiatrice. Penso che in tal modo anche l’appeal delle modelle distese sul cofano di fiammanti auto sportive potrebbe sensibilmente diminuire, se già non è in calo a motivo dell’inflazione di tali accostamenti. Pesi e misure continuano a oscillare a secondo dei casi specifici, dei luoghi e delle persone coinvolte (comprese le forze dell’ordine).

L’unica differenza rimasta riguarda la presenza di minori: gli atti osceni sono puniti col carcere (il secondo comma dell’art. 529 ricolloca l’atto osceno nell’ambito dei reati); per gli atti contro la decenza, la presenza di minori non è un’aggravante.

Non vorrei che rientrasse dalla finestra ciò che sembrava ormai assodato. E cioè, ad esempio, che una semplice spiaggia frequentata da nudisti, se prima poteva essere tollerata in quanto tale, ora potrebbe essere facilmente assimilata a una spiaggia di cochons, o preludio ad essa.

È probabile che i nostri rappresentanti in parlamento e al governo siano poco informati in materia, ma è sempre pericoloso ritenerli degli ingenui. Con la modifica da reato penale a infrazione, oltre all’immediato vantaggio per l’erario, i due profili sono stati confusi, estendendo al nudismo lo strale dell’opinione pubblica verso gli atti osceni, in pratica diffamandolo. Opinione pubblica, scandalo, onorabilità sono temi molto sensibili per chi ambisce ad essere rieletto, per questo le riforme vanno a rilento. A meno di rincorrere l’onda a posteriori quando la mentalità comune (anzi quel “pubblico” così caro agli estensori dei due articoli) è di qualche passo più avanti ed ha da tempo cambiato atteggiamento.

Pescatori in torbiera


Sto ancora rimuginando fra me la parola “possibilità”: l’articolo del codice punisce la nudità perché o quando sussiste la possibilità che il “pubblico” possa vederla.

Ci aggiungo l’osservazione che l’ammontare-base della multa (5.000 euro) è la stessa prevista per le gare “in velocità con veicoli a motore” (art. 9ter del Codice della Strada).

La possibile vista del nudo è equiparata dalla legge (viste le multe) al possibile danno fisico di un facilmente prevedibile e probabile incidente! Giustissimo prevenire, ma…

***

Qualche giorno fa, prima che sorgesse il sole sono andato in torbiera: volevo farmi alcune foto da nudo ai primi raggi del sole. Il giorno prima nel pomeriggio era arrivato un po’ di scirocco e quella mattina l’aria non pizzicava, il cielo era limpido e terso come in certe giornate di marzo.

Stavo per di inoltrarmi lungo gli argini sui cui corrono i sentieri fra un bacino e l’altro, quando notai un’auto in un prato e due pescatori che preparavano le canne e provavano le lenze.

Il sole fa tutto d'oro

Il sole fa tutto d’oro

Fatte le mie foto, ritornai. Conoscendo bene i luoghi, avevo già deciso che una foto me la sarei scattata anche nel prato dove era parcheggiata la macchina dei pescatori, perché lì c’erano due o tre gelsi che facevan da siepe fra un fondo e un altro: un paesaggio abbastanza fotogenico con la luce rosata e radente del mattino. Certo la presenza dei due pescatori mi poneva qualche esitazione: anzi, mi sfidava a mettere alla prova le mie convinzioni e di conseguenza a tradurre in pratica quel che avevo in mente di fare. Era un impedimento che andava affrontato; quel colpo di frizione che mi fa sgommare sicuro e preciso.

I due pescatori stavano ancora preparando il necessario per la pesca. Mi “caricai di indifferenza”, perché così mi pareva il modo migliore perché l’azione risultasse ovvia e naturale: liberi loro di pescare, libero io di farmi una foto come meglio mi piaceva. Piazzo il cavalletto con la macchina fotografica e con gesti rapidi e sicuri mi tolgo felpa di pile e pantaloni; e dopo aver premuto il pulsante dell’autoscatto mi avvio sotto il gelso per il mio selphie. Ritorno al cavalletto, controllo com’è uscita la foto; mi rivesto e me ne vado tranquillo. Uno sguardo indietro per eventuali reazioni… Nulla. “Bene così!”

 

Atoscatto sotto un gelso. I pescatori sono alle spalle della fotocamera

Autoscatto sotto un gelso. I pescatori sono alle spalle della fotocamera

La possibilità

E capisco all’improvviso, nuotando e avvolgendomi attorno ai miei stessi pensieri, che cosa poteva voler dire possibilità! Benché fatto raro, è stato possibile e normale che due pescatori mi avessero visto nudo per i fatti miei, in barba a tutti gli usi e costumi, alle consuetudini, convenienze ed anche alla legge. Voglio dire: una possibilità per loro. Quella possibilità che la legge, decidendo per loro, gli vorrebbe negare; quei presunti pericoli o danni che gli vorrebbe evitare; quell’occasione per verificarne nei fatti l’effettiva pericolosità. Mi sa, ma finché esisterà il capriccio di un divieto, posto solo per il gusto di vedersi ubbiditi, esisterà – Adamo ed Eva mi son testimoni – un desiderio, una tentazione eguale e contraria; finché esisterà il divieto verso l’altrui nudità, attiva e passiva, sopravviverà alle mille censure il desiderio di andarla a scoprire, per confermare alla fine null’altro che la naturale ovvietà dell’umana anatomia. Vuol dire dunque che il divieto, e chi lo ha istituito, han fatto di quella parte anatomica un simbolo, rinviando a un sistema di valori e di pratiche atte a regolarne e indirizzarne la specifica fisiologia, l’han caricata di significati funzionali alla cultura e alla morale, al comportamento sociale, l’han sequestrata ai legittimi corpi, l’hanno intellettualizzata per poterla manovrare a dritto e rovescio come un gioco di prestigio (! nei due sensi della parola), come un esercizio dialettico-filosofico-teologico-scientifico, se ne sono avocata la gestione pubblica, ne han fatto un’instrumentum imperii. Lo slogan delle femministe era: il corpo è mio e lo gestisco io! Siamo ancora lì!

Vignetta di Altan. Da l'«Espresso», agosto 2016

Vignetta di Altan. Da l’«Espresso», agosto 2016

“Allora è questo che viene punito” pensai fra me, “creare questa possibilità, gesto reale nella vita reale. Una possibilità per la nudità di dimostrare che non è poi la fine del mondo. Un’eccezione per mettere in dubbio una regola.” Che è un poco diverso dal dare l’esempio: mi spoglio nudo in un prato non per indurre altri a farlo (spogliarsi è una questione privata e va rispettata): il mio gesto ha solo una finalità che si esaurisce in se stessa, un diritto personale che cerco di godermi. Non è un messaggio, un insegnamento (gli altri forse non sanno pensare? hanno bisogno di una guida illuminata? saremmo noi nudisti questa guida?)

E più ancora, non essendomi spogliato per ostentare alcunché, allora non era nemmeno un atto dimostrativo teso a uno scopo, come atto di una militanza o di una qualsiasi causa. Ho semplicemente dato una possibilità al mio diritto, che quasi rubavo, di potermi spogliare in luoghi che mi piacevano, per motivi miei, senza la censura preventiva verso sguardi altrui e senza il minimo timore di offendere.

La nudità è un pericolo pubblico

La legge dice che è un atto lesivo, irrispettoso (e vorrebbe sottintendere: verso gli altri): che procura un danno reale, equiparabile per gravità a un incidente per guida pericolosa. Ciò che vedo è semplicemente che qualcuno pensa a pescare e qualcun altro si fa un autoscatto. Che c’è di strano? Il nudo, forse? Ciascuno è o non è padrone del proprio corpo? È libero o no di decidere quanto di sé possa essere visibile pubblicamente? O ci sono dei possibili danni effettivi e rilevanti che al momento non riesco a vedere, una specie di bomba a scoppio ritardato?. O questi “danni” sono solo presunti o colpiscono altrove o più oltre. E il divieto è solo una misura opportuna e preventiva per evitarli? E perché dunque è permesso e legittimo il nudo “artistico”, quello della pubblicità, perché sono tollerate prostituzione e pornografia? Semmai i danni potrebbero essere quelli conseguenti o facilmente intuibili degli atti osceni, i desideri e gl’istinti risvegliati (innaturalmente, malsanamente) come riflessi condizionati dal fatto stesso della nudità, ma qui intervengono altri articoli, giusti e severi.

 

L’invadenza

Perché la longa manus di una credenza (maggioritaria fin che si vuole, ma solo maggioritaria) corre a metter le braghette al negretto, mi intima l’alt con una multa salata? È forse perché non voglio questa invadenza, mi sto difendendo da questa ingerenza, non voglio mani altrui sul mio corpo, e men che meno sul mio ciripicchio? Per quale motivo non possiamo esser padroni del nostro corpo e sottostare invece a norme ed usi che non comprendiamo e non condividiamo? Il malesempio è punito severamente, come si trattasse di un grave incidente provocato deliberatamente. Eh, già: vedere in giro qualcuno nudo e considerarlo cosa normale, questo sì che è un grave incidente: uno scandalo! Il danno grave non è tanto del pubblico che vede (di solito indifferente), va oltre. Il nudo va probabilmente a minare l’ordinamento che ha creato il divieto, l’autorità che ha imposto un certo costume, una certa modestia per legge, che finora poteva tenermi al guinzaglio con lo strozzo del pudore inculcato. Che basti il venticello di un minimo atto privato per far cadere il castello di carte ai «padroni del nudo»?! È come il re nudo di Andersen: che tema il sistema di essere visto nudo esso stesso?! Che la siepe che impone alle persone tra loro sia la stessa frapposta tra queste stesse persone e il suo quartier generale? “Un divieto che dura da secoli, non può esser cattivo: c’è di mezzo anche la legge a difenderlo!” O piuttosto, viceversa: si è pensato di sostenerlo con una legge appena si è notato che di per sé cominciava a vacillare? “Per un tizio balordo che si fa selfie in campagna, e ancor più per degli escursionisti nudisti in vena di stramberie, che preferiscono la montagna ai centri creati apposta per loro, dovrei rischiare la mia autorità, il mio diritto a istruire e guidare il popolo-bue? Che novità sono? Sono pericolosi! Per questo li multo! Per questo concedo che quelle menti bacate abbiano i loro centri isolati e cintati, liberi di rotolarsi come porci nel brago… Per proteggermi il resto, chiaro!, la gran maggioranza della gente a posto e pulita, di sani principi. E mostrarmi tra l’altro moderno, aperto al turismo europeo.”

 

La pesca

E io, indifferente alle lagne di tonache e toghe mi faccio in autoscatto da nudo sotto un gelso perché mi va di farlo, con due pescatori che pensano a pescare o a cui nulla gl’importa di quello che faccio. Poveri e innocenti, li dovevo lasciar stare, non scioccarli con l’esibizione delle mie comunissime grazie, non insinuar loro pensieri satanici, tentazioni malate che è meglio lasciare sopite (e che non sarebbero nemmeno malate – anzi, non ci sarebbero proprio, se non ci fosse il divieto), mostrare con un atto davvero minimo e insignificante che esiste la possibilità che le vecchie regole possano esser cambiate, che d’un tratto abbiano perso significato e necessità. Basta l’evidenza a volte…

Il pescatore pensa

“Sono nudo! Posso starmene nudo. Mi prendo questa possibilità. Anch’io ho le mie tesi, come Lutero, da inchiodare sul portale della chiesa di Wittenberg. È la mia Riforma. Le cose devon cambiare, non possono esser più come prima, non devono esser più come prima”. Tre passi avanti, e crolla il mondo beat, cantava Celentano.

Essere nudi è sentire in sé l’adrenalina di una nuova identità, di sentirsi uomini in un modo diverso, di provare la saldezza di una dignità personale nuova e perfetta, di una decenza schietta e naturale, e non perché obbediente e ossequiosa, al suo posto nel ruolo assegnato, regolare e papalina. Che c’è di più “decente” di come si è per natura? Nella nuda sincerità che non si nasconde, perché nulla davvero ha da nascondere, nulla devo ad ordini esterni, a una “condotta socialmente accettabile”. Una prodezza senza macchia e senza paura, primigenia; salutare azzeramento di vincoli, regole, imposizioni, falsificazioni, doppi sensi e doppi giochi. Un coraggio che ci viene dal sapere quel che non vogliamo, come diceva un re spartano (Tucidide I, 84, 3).

Sì, sono il malesempio, poveri pescatori. Ormai è fatta, un sasso nello stagno: qualcuno gira in campagna ed è nudo e, scandalo sopra scandalo, nessun fulmine lo ha incenerito all’istante.

Le parole che finora sottolineavano la differenza con severi giudizi morali additando le pecore nere sono in via di estinzione: sta vincendo la libera opzione: indifferente come sceglier la camicia al mattino, la cravatta intonata, il giubbino o il cappotto. Parafrasando san Paolo (Colossesi 3,11): qui non vi è più né nudo né tessile, circonciso o non circonciso, modesto o spudorato, libero o ghettizzato, furbino o fesso multato…

Innocenza edenica


L’espressione innocenza edenica con cui concludevo il mio articolo precedente ha continuato a presentarsi alla mente e a indurmi a considerarla più attentamente, ma più spesso mi sono esposto passivamente alle suggestioni che mi inviava, curioso di dove voleva portarmi, degli orizzonti che mi stava aprendo, dei collegamenti che poteva agganciare come fosse un amo da pesca lanciato nella corrente dei pensieri.

Il peccato ci fa uomini (meglio, cristiani)

Il primo pensiero affacciatosi evidenziava una contraddizione nella nostra mentalità comune. Nonostante tutto l’apprezzamento e l’allettamento quasi utopico di quella situazione paradisiaca, si è frapposto un impedimento, una situazione di definitivo non-ritorno quasi un perentorio richiamo alla concretezza (assolutamente imperativo per una persona “matura e civile”), come se la colpa, la caduta (e la conseguenza del dolore e della fatica del vivere) si fosse trasformato in un provvidenziale trampolino di lancio per una concezione nuova e responsabilmente più matura dell’Uomo, per capire compiti e dignità di un uomo che voglia considerarsi tale, quasi si dovesse continuamente riscattare con le proprie forze, per riportarsi in pari, o almeno vicino a quell’ideale.

Una seconda contraddizione consiste nel fatto che, pur raggiunto questo livello di autonomia e dignità, che lo getta nudo nel mondo e nei flutti della storia, e se la cava dignitosamente con le sole sue forze, debba comunque sentirsi in grato debito della vita al suo “Creatore”, riconoscere e accettare una condotta di vita dettata dall’alto, una morale che gli distingue il “bene” dal “male”, in attesa del rendiconto finale, come un massaro al suo signore:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25, 34-36, già in Isaia 58, 6-7).

 Le sette opere di misericordia corporali ci acquisteranno misericordia nel giudizio finale, cioè il perdono dei peccati, e il premio del Paradiso celeste. Misericordia significa avere un cuore che si intenerisce per le sfortune, infelicità, miserie altrui e proprie. Come anche nella parola tolleranza, ci vedo sempre quel pizzico di presunzione che pone chi usa misericordia o tolleranza su un gradino di distinzione da cui elargire la propria elemosina, il proprio insignificante surplus… noblesse oblige… Ma meglio: quel piccolo obolo, quella minima beneficenza frutterà il paradiso, si tratta dunque di un investimento. Il tornaconto è moltiplicato di un fattore uguale a quanto consideriamo generoso e magnanimo il giudice-ragioniere.

E quel modello, quel racconto, quel mito, ci vien raccontato come se riguardasse tutta l’umanità, e non soltanto i seguaci di una determinata religione. Questo “cattolicesimo” (cioè estensione totalitaria a tutto il mondo e al genere umano) e il missionarismo che ne discende, oltre che essere una pretesa bella e buona, costruita ad arte come definizione di un progetto divino, urta contro il diritto personale, democratico, civile e condiviso (nel senso di “relativo alla pacifica convivenza nella medesima società di opinioni e credenze diverse”), di non avere fedi, o di poter scegliere liberamente quella che più ci aggrada, senza per questo sentirci il dito puntato dell’anatema, del tradimento, del disonore, della superba pretesa di ritenersi migliori di altri e starsene isolati dalla maggioranza con l’aristocratica puzza sotto il naso, di un agnosticismo pusillanime e di comodo. Come se anche solo la minimissima percentuale dell’1-∞ di “pecorelle smarrite” fosse il cavallo di Troia che minaccia l’intera umanità o un rischio di sopravvivenza per la religione stessa (“non c’è più religione!”). O si tratta di un risentimento, non tanto velato, di fronte al fatto di non aver ancora portato a termine il comandamento “andate e predicate il Vangelo a tutte le genti”.

La camicia di contenzione: prevenire, terrorizzare, umiliare

La seconda considerazione riguarda la colpa, la trasgressione del comandamento divino. Mi nascono dubbi sull’effettiva onnipotenza e onniscienza di Dio, se permette al Maligno di entrare nel suo giardino, se non ha previsto questo “attacco” … se è impotente di fronte al virus di Satana (probabilmente l’aveva effettivamente e subdolamente pianificato, criptandolo con la virtù dell’obbedienza, quando ha imposto il divieto stesso, quando ha lasciato aperta la backdoor della tentazione, della possibile intrusione). Sinceramente queste questioni non mi toccano minimamente: toccano solo il credente, chi giura sulla Bibbia, chi sente di aver bisogno di una fede – e di questo tipo di fede. Tuttavia le conseguenze, quelle sì, riguardano tutti i cittadini, perché la morale di questa religione è storicamente confluita pari pari nell’attuale ordinamento legislativo, da Costantino e Giustiniano in poi. Il tenere al guinzaglio le persone inventando per loro una “coscienza” (una telecamera di sorveglianza a distanza) con cui controllarle (rinfacciando, quasi beffardamente, proprio l’aver gustato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male) è stata una genialata. Ma altrettanto genialata è stato postulare un Dio inconfutabile, vero, eterno e giusto per definizione, ottimo sotto ogni rispetto, e perciò autorevole e indiscutibile, con un suo piano di “salvezza” per ciascuno di noi e per tutti. Tradire questo piano significa remare contro, essere asociali, non partecipare al “progetto della salvezza” (da che cosa non si sa, lo si lascia nell’indeterminatezza, alla varia e personale attribuzione di significato), non contribuire al “progresso” umano, non lavorare “nella vigna del Signore”. E per chi lo accetta, una trasgressione, anche involontaria, significa tirarsi addosso il tremendo castigo di Dio nell’al di là e un senso di colpa nell’al di qua, che reclama una riparazione, un riscatto, pagato a suon di buone opere, pentimento, penitenza e buoni propositi. Come se l’uomo, per natura sua fosse matto da legare, agitato all’inverosimile dalle sue passioni che si azzuffano come gatti in un sacco. Passioni che tradirebbero la nostra bassa origine biologica che ci accomuna alle bestie, incivili perché non moderate dall’etichetta che si richiede in società.

Iznogud

I protagonisti del fumetto di  René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

Proprio perché abbiamo peccato, siamo stati scacciati da quel giardino di delizie, dove non esistevano il lavoro, il dolore, i doveri, gl’impegni, le responsabilità, il sesso, i figli, la società, la morte. Non lo meritiamo più. A dir la verità, nemmeno mi piacerebbe passare la vita da Alì Babà, come per converso non mi piace che mi sia stata instillata questa aspirazione, fallimentare sin dall’inizio, di “diventare califfo al posto del califfo” come nel celebre fumetto (e analogamente fallimentari sono le disavventure della Banda Bassotti o di Wile E. Coyote).

Vado a pescare…

Detto su ciò tutto il male possibile, anche la bella espressione “innocenza edenica” si svuota dei suoi valori “positivi”, appunto perché funzionale a legittimare e confermare la presupposizione di un polo opposto, la connaturata esistenza e immanenza del suo contrario: il male, la colpa, la caduta, la punizione, quella spiegazione dei fatti. E di conseguenza, ritengo che la libera pratica del nudismo non può essere legata a nessuna ideologia, a nessun quadro culturale o morale, a nessuna credenza, a nessun movimento, militanza, partito, filosofia o utopia. Esattamente come nessuno ci può negare il diritto a campare, ad essere quel che vogliamo essere, a scegliere mogli ed amici, lavoro, cibo, sport, interessi. E non vorrei nemmeno usarla come argomento forte contro i nostri “detrattori”, nel senso che richiamandoci all’innocenza perduta, ci facciamo facile bersaglio dell’accusa che non abbiamo i piedi per terra, che viviamo nell’utopia, che il paradiso terrestre, volere o volare, è perduto per sempre, che ci manca il senso di socialità e condivisione di valori e persino il senso della dignità umana, e non abbiamo vergogna del nostro contegno quanto meno indecente, ma anche amorale, asociale, offensivo, impositivo, presuntuoso. Entriamo in un quadro dipinto da altri, ad arte. Non possiamo criticarlo senza prenderne a prestito gli stessi percorsi argomentativi. Possiamo solo andarcene da un’altra parte, per i fatti nostri. E cercar di far valere quei diritti della persona che nessuna fede, legge o filosofia, nessun ordinamento sociale, nessuno Stato può presumere di inquadrare, gestire… appropriandosene da padrone. Non m’importa se al momento nessuna legge ci garantisce questa assoluta libertà: me la prendo – punto e basta! Come al tempo di Antigone, esistono delle leggi più grandi di quelle scritte, esistono dei diritti personali che non ci possono esser scippati, nemmeno in nome del superiore bene comune.

E sto pensando, portando il pensiero all’estremo, all’assurdità di una Patria, o di uno Stato, che come un burattinaio vorrebbe reggere i fili delle nostre esistenze, che ha mandato a morire ragazzi non ancora ventenni, ripagandoli con la retorica di circostanza e falsamente commovente del Bollettino della Vittoria. O richiamando la sentenza lapidaria, romanamente imperiale e immortale: dulce et decorum est pro patria mori (dalle Odi di Orazio; frase che Wilfred Owen definì “la vecchia bugia”). E appunto nella poesia Dulce et decorum, Owen scrive che di fronte alle efferatezze umane, persino il demonio si sente sorpassato, si dimette, “è stanco di peccare”. Mi chiedo se a questo punto non vogliamo togliere al Padre Eterno una delle sue novissime prerogative, e anticipiamo da noi il tremendo giudizio universale, con la nostra morale, che salva i codardi e gli irresponsabili e manda a morire gli innocenti, i poveri docili agnelli indifesi, con la promessa di una risurrezione in gloria nei monumenti, nelle epigrafi solenni, nelle ricorrenze, nelle coccarde, nei papaveri rossi.

A cent’anni di distanza le cose sono cambiate: costa troppo il decoro. E non mi pare fuori luogo aggiungere che decoro appartiene alla stessa famiglia di decenza, che a sua volta deriva da decet “si addice, è conveniente, è giusto così”. Ma chi l’ha detto?

Grazie, vado a pescare…

AUGURI! E calendario 2017


Anche questo duemila e sedici volge al termine, un nuovo anno è ormai alle soglie, è tempo di tirare le somme e prepararsi per affrontare nuove sfide o le solite con rinnovato spirito.

Per noi di Mondo Nudo questo 2016 è stato un anno di cambiamento, dal nome dei nostri eventi, passato da un poco aperto e ormai obsoleto “Orgogliosamente Nudi” ad un più invitante e attuale “VivAlpe”, alla visione del nudismo, passato dalla sterile idea di una pratica alternativa alla visione sociale tessile all’evoluto e comunicativo concetto di normalità del nudo. Cambiamenti che hanno dato i loro frutti permettendoci un recente avvicinamento di diverse realtà dell’escursionismo e del trail:

  1. nostra parlante presenza alla serata sul sentiero 3V “Silvano Cinelli” organizzata dal Bione Trailers Team;
  2. partecipazione al Blogger Contest 2012 promosso dal blog Altitudini, con selezione del nostro scritto  tra i 18 finalisti;
  3. rilancio del nostro programma VivAlpe 2017 su Mountain Blog;
  4. articolo sul Mondo Nudo e le nostre escursioni per la parte sportiva della Gazzetta;
  5. ripresa del suddetto articolo da parte di BlastingNews
  6. intervista a Emanuele su Radio Popolare;
  7. contatto da parte di un filmaker, che collabora con importanti canali televisivi nazionali, per la produzione di un documentario sull’escursionismo in nudità.

Anche il nostro modo di scrivere si sta man mano evolvendo e, abbandonata definitivamente la controproducente tendenza al piangersi addosso per una presunta incomprensione sociale nei confronti del nudismo, stiamo sempre più avvicinandoci alla comunicazione schietta e sincera, una comunicazione impostata sulla parità, un’educazione tra pari che si pone l’obiettivo di aprire una linea di dialogo, e ancor più una “Zona di Contatto”, con tutti coloro che faticano a comprendere il valore della nudità, sia personale che sociale: i nostri eventi sono ormai frequentati anche da amici che preferiscono camminare vestiti, la nostra speranza è che, oltre agli amici nudi, anche quelli vestiti tendano ad aumentare nel corso del 2017.

A proposito di numeri… Ad oggi, purtroppo, contiamo tra le nostre file una sola famiglia con figli. Per poter diffondere un messaggio forte ed estremamente efficiente è fondamentale la presenza di tutte le fasce d’età, ivi comprese quelle dei più giovani, in particolare quella dei bambini che, inopinatamente e spregiudicatamente, vengono sovente tirati in ballo per negarci l’opportunità di stare nudi all’aria aperta o addirittura per contrastare in toto l’esistenza stessa del nudismo. Per dimostrare coi fatti quello che tutti noi ben sappiamo (i bambini adorano stare nudi e vivono benissimo la nudità degli adulti, anzi, i bambini che crescono nella nudità crescono assai più protetti e maturi verso le problematiche sociali afferenti la sfera del corpo e della sessualità) speriamo e confidiamo in un prossimo incremento anche di questa tipologia di presenze.

Detto questo ringraziamo tutti coloro che ci leggono e tutti coloro che, attraverso la frequentazione dei nostri eventi, sono passati dal limbo dello spazio web alla fisicità dello spazio reale.

Per ringraziarvi tutti in modo tangibile abbiamo realizzato il calendario 2017 di Mondo Nudo che potete scaricare cliccando sulla foto sottostante.

Scarica il calendario

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Grazie, grazie a tutti e tanti auguri.

augurimn2017

Il nudismo nuoce più del fumo passivo (lo dicon le multe)


La società c’ingaggia come militanti del suo status quo, nel confermare se stessa e perpetuare le sue fondamenta, i suoi valori, la sua struttura; le basi del viver comune: civile, rispettoso, dignitoso. Sono tre aggettivi che sottintendono gravi impegni per il singolo, il giogo cui è sottomesso, la carretta che deve tirare. Non sempre la contropartita è commisurata allo sforzo, alla frazione di libertà che ci viene sottratta, alla decima fiscale (una taglia si diceva sotto Venezia), che qualcuno ha deciso che dobbiamo pagare, come se vivere in società fosse un contratto di mezzadria in cui noi stessi siamo però proprietari dei beni, calcolati per soprammercato come cespiti in addizione.

La società non ci ha mai chiesto un parere, né contrattato le quote, facendoci a volte ingoiare dei rospi (come ad esempio l’ipocrisia, la doppia faccia del male minore), le contraddizioni stridenti fra la “virtù pubblica”, da costruirsi sulla propria persona, per poi esibirla nel comportamento esemplare, come fosse una divisa elegante (e simbolica) da portare in servizio, e i “vizi privati”, tollerati o sanzionati a seconda del grado col quale la singola individualità vuol emergere; incoraggiare o reprimere secondo che sia vantaggiosa od eccessiva e scorretta.

Ognuno hai propri tappeti sotto cui scopare mende personali più o meno consapevoli. Di queste abbiamo vergogna noi stessi, senza che la società ce ne rimandi il riflesso per cui arrossire. Penso a certe indolenze, a pigrizie mentali, a certi egoismi spacciati a noi stessi come giusto orgoglio o fondata autostima, a certi arrivismi, a certi “diritti dei dritti” propugnati a gomitate. Di questi non sentiamo pudore, anzi, pensiamo sia eroico e sacrosanto difenderli (i pulpiti holliwoodiani ce lo van strombazzando da sempre), e per i quali venir rispettati, proprio perché per essi abbiamo combattuto e lottato.

Una delle ipocrisie che la società ci impone di difendere con un impegno assunto come scelta personale, come si trattasse di un arruolamento volontario per una crociata di santi ideali o per gli alti concetti di patria, di progresso (o allettati dalla moderna sirena del successo), è il “rispetto pubblico” verso noi stessi: ci fa paladini di una battaglia non nostra, che sborda dai limiti della persona, ci fa carico quasi di un debito ereditato, che è nostro dovere estinguere per non doverlo a nostra volta insoluto trasmettere, di un comportamento che non vorremmo esemplare, che non vorremmo esser noi a difendere e confermare.

 

Costumi adeguati, rispettosi, modesti

Se dietro un rispetto dovuto dobbiamo cercare un diritto che va salvaguardato, il profilo che demarca questo rispetto è stabilito però dalla società (che in questo non riconosce come prevalenti e per prima non rispetta i diritti e le irrinunciabili prerogative individuali: non è il singolo a stabilire quali siano le linee di una buona condotta, dei costumi adeguati, rispettosi, modesti). La scelta nudista ha messo a nudo questa interferenza, questa imposizione o ricatto sociale. Alla società non importa quali siano i confini della modestia/pudore individuali: non imporrebbe con tanta severità i propri, cioè quelli pubblici, non collegherebbe specularmente il rispetto che si deve a se stessi col rispetto che si deve agli altri membri della società, non ci investirebbe del dovere di ritrasmettere e perpetuare la propria “organizzazione dei valori”, i propri criteri di valutazione, la propria scala di priorità. Nella stanza da bagno puoi far quel che vuoi, ma almeno tira le tende! Ma per strada, ma già nel tuo stesso giardino o balcone, non sei più così libero, e l’occhiuto controllo sociale t’impone dei limiti, ti puoi metter nei guai se per caso ti si vede prendere il sole come mamma t’ha fatto.

 

L’eccezione per alcuni che conferma la regola (quasi) per tutti

Una contraddizione (e ipocrisia) che non posso accettare è anche questa: che talune persone, “pubbliche” per definizione, possono fare eccezione (artisti, registi e modelle): anzi, più sono pubbliche e più fanno eccezione… o viceversa. Il solito richiamo al “primo emendamento” (sbandierato come il contenuto vero della libertà e della democrazia) non vale per le anonime persone private. Ma contraddittoriamente: le stesse persone “pubbliche” che in nome della libertà di opinione ed espressione possono permettersi di forzare, se non infrangere, i costumi vigenti, questi che fanno della trasgressione prudente e controllata il veicolo della propria notorietà (che i media ritrasmettono come un modello comportamentale, out quel tanto che basta e un formidabile strumento di asservimento e controllo delle masse) sono ancor più condizionati dalle norme e dai riti sociali che devono seguire, appunto sul filo dell’infrazione, pena il flop di popolarità, il mancato plauso/ approvazione/consenso.

Se un settimanale illustrato alletta i propri lettori con foto osé di divi in mutande, o che provano in calette escondidas a far del nudismo, nessuno ha da ridire. (Loro, gli adulti, sono nudi, ma il pargolo ha il suo bel costumino e il volto sfocato, come s’addice a persone politicamente corrette). Nemmeno se poi si viene a sapere che l’han fatto per soldi. Un divo può farlo, è un poco più libero di una persona normale ed anonima. Un divo è funzionale all’ordinamento sociale; gli strali della reprimenda moralistica non lo colpiscono, anzi si ritorcono contro chi li ha scagliati, bollandoli d’esser bigotti e oscurantisti. Se un privato cittadino prova a fare lo stesso, rischia una multa esosa e non si capisce per quale danno reale.

Il fumo fa male, ma il nudismo fino a 200 volte di più

Il fumo fa male: a chi fuma e a chi gli è vicino, c’è scritto su ogni pacchetto di sigarette che compri (vedi le nuove scritte dissuasive: “Il fumo causa ictus e disabilità”; “Il fumo causa il 90% dei casi di cancro ai polmoni”; “Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno”; “Il fumo riduce la fertilità”; e ancora “Il fumo aumenta il rischio di impotenza”): la multa (dai 25 ai 300 euro). Il danno a se stessi e agli altri è assicurato e da tempo clinicamente provato (quasi 50.000 articoli su PubMed).

La semplice e mera possibilità che la mia nudità sia visibile pubblicamente è punita a discrezione di un agente dell’ordine. «Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000» – al solito ridotta di 1/3 se pagata entro 5 giorni (è da ricordare che la massima sanzione, oltre la quale c’è la reclusione, è di 50.000 euro: diffamazione, reati sportivi, frode fiscale…). Senza che mi si contesti o sia altrimenti palesemente dichiarata e accertata la nocività verso terzi del mio comportamento! Sono danni morali, mi si obietterà. Ok! Ho ben capito qual è la morale dello stato che incassa, o dietro quali alibi ancor si nasconde. Difende la maggioranza che lo sostiene. Chiunque farebbe altrettanto una volta al potere.

A proposito di  multe: l’eccesso di velocità rappresenta un possibile pericolo, anzi, direi un reale e comprovato pericolo, “clinicamente provato” dicono dagli ospedali e dall’Istat, ed è giusto che venga sanzionato. La multa massima per il caso più grave: viaggiare a 60 km oltre il limite (3287 euro) con un mezzo pesante (+ 50%: 3287 + 1643,5 = 4939,5), tra le 22 e le 7 del mattino (+ 1/3: 4939,5 +  1646,5 =   6586) supera di poco la multa minima per “atti contrari alla pubblica decenza” (5000 euro).  È solo un paragone, non ho la preparazione giuridica per capire di più, il perché e il percome.

Se lo stato usa le multe per farmi entrare in testa un concetto, che cosa ne devo dedurre?

Ebbene qualcuno mi spiega finalmente in che cosa consiste il danno, l’offesa, il pericolo, reale comprovato, della pubblica nudità? È poi così grave da ricorrere a ripari tanto drastici e pesanti? Obiettivamente, dico. Certo che tiro l’acqua al mio mulino, sto minimizzando: ma che cosa sto minimizzando, che cosa non è una bagatella? Che cosa non avrei ancora capito di come funziona la società e del possibile pericolo rappresentato dalla mia nudità? Ma soprattutto: dove sta l’indecenza?

La società erge le proprie barriere a difesa di ciò che le sta più a cuore… pardon, di ciò che le dà maggior tornaconto. Divi e modelle non avrebbero contratti, auto sportive e profumi (il massimo del superfluo, dello spreco, della vera indecenza! dell’esibizione sfacciata del proprio ego… asociale), non potrebbero far leva sull’erotico appeal di seni e cosce scoperte, di corpi nudi e scultorei, di figure ideali o idealizzate, eroiche, mitiche, d’eccezione, funzionali alla promozione; da proporre come dannunziana “favola bella” ai comuni mortali; proiezione emotiva, consolatoria e bastantemente gratificante a noi poveri tapini normali, a noi “perdenti” che non ce l’abbiamo fatta ad emergere, e che abbiamo bisogno dei paradisi irreali di Photoshop per fiondarci in un mondo da serra, costruito ad arte per farci ancora più poveri.

La fattoria

La legge, grande ipocrisia, si autodichiara eguale per tutti, si autoidentifica con la giustizia con tanto di bilancia e benda sugli occhi. C’è sempre qualcuno “più uguale” degli altri: nella fattoria degli animali umani, guai a chi trasgredisce le norme che tengono in piedi la baracca, la gerarchia. Come a far capire: guai se la società fosse davvero egualitaria con gli stessi diritti e rispetti per tutti. Non siamo tutti uguali, è una constatazione, ed è giusto che chi più vale, emerga, trovi il suo spazio… Non è piuttosto la legge della giungla?

Una società che non si vergogna delle proprie contraddizioni, delle bugie che è costretta a far bere, delle ingiustizie che per prima introduce, dei due pesi e due misure che applica a proprio arbitrio, che non ripara le proprie imperfezioni man mano che sorgono, non è una società in cui mi piace vivere, in cui è bello stare insieme. Si vede che – e ingenuamente non l’avevo capito prima, povero allocco – il potere vero, il potere di dare vigenza, certezza e potere alle leggi non sta nel sigillo di stato, ma da qualche altra parte. Che venga da qui anche l’opposizione al nudismo, sancita e sacrata (l’etimologia è la stessa) dalla legge, piegata strumentalmente a vantaggio di pochi? – opposizione tuttora immotivata, o motivata con argomentazioni scontate, con inviluppi retorici e contorcimenti tautologici, col richiamo a inviolabili tradizioni, a vuoti truismi –. E per conseguenza, verrebbe pure da lì la schiuma frenata di certi esibizionismi impuniti, questi sì spudorati, offensivi e socialmente dannosi?

Una lezione di stile


Foto Carla Cinelli

Come volevasi dimostrare, gli articoli recentemente apparsi su alcuni media e che parlavano, tutto sommato in modo neutro e per alcuni aspetti anche positivo, di Mondo Nudo e delle sue escursioni in montagna hanno provocato reazioni che sono eccellenti lezioni di stile.

Ecco quello che mi scrive attraverso il modulo di contatto un coraggioso xx dd con indirizzo e-mail fff@gg.hh e indirizzo IP… ehm, no, questo non lo posso pubblicare:

A FROCIONI SUCCHIACAZZI

Grazie, grazie carissimo, difficile capire come tu possa collegare così indissolubilmente il nudismo all’omosessualità, però comprendiamo benissimo la dura lotta interiore che si sta attanagliando: da un lato la condizionata parte cosciente che vuole imporre una sessualità conformistica (etero), dall’altro l’incondizionato io profondo che, stando a diversi esperti della psiche, è naturalmente improntato alla bisessualità. Ecco, così, l’inconscia (o magari anche conscia) paura di poter cambiare che scatena la negazione di tutto ciò che, come la nudità altrui e nostra, ti pone di fronte allo specchio, del fisico e, soprattutto, dell’anima. Ovviamente non è possibile incolpare te stesso di tale perversa situazione, vorrebbe dire ammetterla, pertanto aggredisci gli altri, in particolare quelli che hanno superato le perversioni e vivono in pace con sé stessi e con le predette e altre parti di sé stessi, veicolando su di loro quello che il tuo io profondo pensa su di te e che solo l’iracondia riesce a far emergere. Grazie, ben lungi dall’offenderci, ci ha solo dato modo di spiegare a te e ad altri come te quali siano le reali ragioni della vostra paura.

Altri, quegli altri che mi hanno riferito essersi volenterosamente applicati nel scrivere commenti sulla comunità Facebook del Val Brembana. Anche qui noi, a differenza vostra, siamo capaci di comprendere: comprendiamo la grande fatica che facciano alcuni a vivere in una società che ha rinnegato molto di quello in cui credevano, dal militarismo al (falso) pudore, purtroppo è così, i tempi cambiano, per fortuna cambiano, quale noia sarebbe vivere nel piattume di un eterno piattismo e conformismo; comprendiamo la rabbia di coloro che, chiusi nelle loro piccole certezze e dalle stesse costantemente oppressi, vorrebbero alleviare la loro sofferenza imponendosi sugli altri e trovano chi non ci sta e riesce a non farsi opprimere; comprendiamo l’incosciente invidia di coloro che, avendo da sempre vissuto in funzione della convenzione, improvvisamente scoprono l’esistenza di chi, diversamente da loro, riesce a dare seguito a quelle esigenze naturali e sane che il nostro corpo nel suo profondo esprime; comprendiamo questi e anche tutti gli altri piccoli importanti problemi umani e sociali, problemi ai quali, attraverso la nudità personale e sociale, noi, purtroppo per taluni per fortuna per alti, abbiamo dato e diamo una sincera e sicura soluzione.

Grazie, grazie a tutti, impariamo molto da voi, soprattutto dalle vostre interessanti lezioni di stile.

Grazie, siete tutti invitati alle nostre escursioni: non è forse meglio parlare con coscienza piuttosto che parlare a sproposito? Vi assicuro che non vi trovereste a disagio: con noi ci sono già diversi amici che preferiscono non spogliarsi. Ah, sappiate però che sono già molti coloro che partendo dalle vostre stesse posizioni e dai vostri stessi atteggiamenti, dopo averci conosciuti, hanno cambiato idea e comportamento, molti sono.

Grazie!

Perchè camminare vestiti? (Risposte alla Gazzetta)


127ANel bell’articolo che la Gazzetta ha dedicato a noi (Nudisti in cammino sui sentieri della Lombardia, li abbiamo incontrati) sono state avanzate dal giornalista stesso (Andrea Mattei) delle osservazioni che, in parte, fanno pensare ad una mia non completa ed esauriente comunicazione, è mio dovere/diritto dare delle delucidazioni in merito.

  1. Sono i paladini del trekking … riportato … all’era Neanderthal .“ Non c’è bisogno di risalire all’era di Neanderthal per trovare la nudità sociale intesa come normalità, quantomeno per certi aspetti o in certi momenti: per anni il battesimo si è fatto da adulti e immergendosi nudi nell’acqua di un fiume; in diversi periodi storici la nudità era un segno di sottomissione a Dio; un secolo addietro e anche meno era del tutto normale per la società contadina mettersi a nudo in quelle situazioni in cui i vestiti buoni si sarebbero potuti sciupare, ad esempio andando la domenica al fiume per farsi un bagno con gli amici; la nudità è portata con assoluta normalità nei popoli che vivono ancora in una situazione di parziale decontaminazione dalla società occidentale; e via dicendo.
  2. sentire sull’epidermide il vento che soffia, il sole che cuoce, gli arbusti che graffiano, gli insetti che pungono…” libera rielaborazione delle mie parole e non è chiaro se sia una considerazione positiva o negativa, in ogni caso facendo riferimento ai miei cinquanta cinque anni di montagna, tra i quali quaranta d’insegnamento alpinistico a tutti i livelli e in tutte le forme, posso ben dire che le uniche scottature prese le ho prese quando al nudo ancora non ci pensavo, che gli arbusti graffiano per bene anche da vestiti e lo stesso dicasi per le punture degli insetti (per altro in dodici anni di nudità ho appurato che gli insetti si tengono lontani dai genitali).
  3. Se vi state chiedendo perché … lo abbiamo chiesto direttamente a loro. … perché camminare vestiti? risponde con una palese provocazione Emanuele Cinelli” La mia è tutt’altro che una provocazione, è solo una domanda logica e alla quale ad oggi nessuno ha saputo darmi una risposta convincente, una risposta che esuli dalla limitatezza e dall’opinabilità della religione, dei tabù, del pudore o della convenzione sociale.
  4. Locandina TappaUnica3V_600Poi mi sono accorto che così facendo rendo molto di più sia in resistenza che in velocità”: qui è un po’ meno comprensibile” Perché mai meno comprensibile? Sono un atleta e tutti gli atleti perdono ore e ore a studiare abbigliamento e materiali al fine di trovare quelli che gli danno la migliore resa possibile, lo stesso ho fatto io con la differenza che ho preso in considerazione anche la nudità trovandola assai più efficiente, così come la teoria della fisiologia di suo già mi aveva fatto intuire.
  5. Poi devo lavare meno roba quindi risparmio tempo, lavoro, soldi e sono più ecologico: questa… non ci sembra una buona ragione” La risposta andava vista estesa allo stile di vita nudista, leggendola con il solo e specifico riferimento all’escursionismo posso comprendere che sorgano delle perplessità, d’altra parte: visto che oggi già si lavora tanto per potersi permettere un minimo di decenza nella vita del quotidiano, dover lavorare di meno nel tempo restante non la vedo come una cattiva ragione; qualcuno avrà risorse economiche rilevanti, io no, io non mi posso permettere di acquistare ogni anno l’abbigliamento tecnico che mi serve, stando quanto più possibile nudo lo faccio durare molto di più dando un importante contributo alle economie; viviamo ad alta velocità e abbiamo sempre meno tempo da dedicare a noi stessi, avere metodi che possano farcene recuperare un poco è quantomeno utile; negare l’importanza dell’ecologia la trovo un’affermazione decisamente fuori luogo in una società che si trova soffocata dall’inquinamento, in una società dove ambientalisti ed ecologisti arrivano persino a suggerire di farsi la doccia solo due volte alla settimana e dove, per fare un solo esempio, sono gli stessi comuni che chiedono alla popolazione di usare il minimo indispensabile di detersivo.
  6. … quando si prova non si torna più indietro… e qui dobbiamo fidarci” Invero si può ben fare più che fidarsi, si può provare! Le escursioni di Mondo Nudo sono state ideate e vengono organizzate proprio per questo, sfruttatele!
  7. Siete pronti anche voi a convertirvi?” Invero non pretendiamo la conversione di nessuno, chiediamo solo il pieno e completo rispetto per le nostre opinioni e abitudini, così come noi comprendiamo e rispettiamo quelle di coloro che preferiscono stare vestiti: alle nostre escursioni non esiste obbligo alla nudità e già diversi sono gli amici che ci accompagnano stando vestiti; selezioniamo con attenzione i nostri itinerari onde evitare quelli affollati o anche solo piuttosto frequentati; avvicinandoci ai nuclei abitati ci copriamo; lo stesso facciamo per le strutture della ricettività. Purtroppo tale rispetto viene talvolta a mancare e questo talvolta per qualche strano motivo appare essere socialmente più rilevante del contrapposto tanto rispetto: nella società attuale ottengono ragione solo i prepotenti e i grandi numeri, di fare i prepotenti proprio non ci aggrada (lo lasciamo fare a quei pochi che ci osteggiano e che pare amino usare atteggiamenti aggressivi e minacce; curioso rilevare che costoro siano per lo più quelli che si oppongono anche ai diritti delle donne, alla non violenza sulle donne, all’accoglimento dei migranti, all’accettazione dell’omosessualità e via dicendo, apprezzando di converso il maschilismo, il razzismo, le foto delle donnine in costumi succinti e col il sedere ben in vista, le parolacce, eccetera), quindi possiamo e dobbiamo necessariamente puntare ad incrementare i nostri numeri.

0368_ph. fabio corradini_edIn merito ai commenti, precisando che per una serie di ragioni ne ho letti solo alcuni, ma di tutti mi è stato comunque sommariamente riferito, come prima cosa voglio ricordare a tutti un fatto importantissimo da tener sempre presente quando si commenta un articolo delle riviste on-line: è più unico che raro il caso di articoli che riportino per intero quanto espresso dall’intervistato, se volete leggere per intero le mie risposte le potete trovare qua: Perchè camminare nudi?

A chi commenta con fare trollesco  posso solo ricordare che l’aggressività e le minacce, ben lungi dal dimostrare saggezza e intelligenza, nulla portano alla società e alla fine si ritorcono contro chi le manifesta. Curioso che, quando si tratta di nudismo, costoro sempre utilizzino, alla stregua di quanto viene fatto dai militanti di fazioni militari estremiste, i bambini (ai quali invero il nudo proprio non infastidisce finché non vengono al riguardo condizionati dai genitori: leggi qui) come scudi umani e nelle minacce che seguono si paventino azioni violente fatte davanti a loro, ai figli: bella educazione che gli date, i nostri vengono educati al rispetto e alla non violenza!

“Non siete nudi, portate le scarpe!” Beh, allo stesso modo allora voi non siete vestiti visto che di certo non indossate il Burqa. A parte la battuta, camminare per ore sui sentieri di montagna a piedi nudi è cosa impraticabile, perfino nelle tribù che vivevano e che ancora vivono nella normalità del nudo i piedi venivano e vengono protetti con delle specie di ciabatte. In ogni caso quando troviamo condizioni adeguate, ad esempio un bel prato morbido e privo di sassi, le scarpe le togliamo con immensa soddisfazione. Insomma, siamo nudisti ma non stupidi e incoscienti, sussistono pur sempre questioni di sicurezza che invitano a camminare con adeguate calzature.

Sulla questione vipere, intanto posso comunicare che ne ho personalmente incontrate diverse, sia da vestito che da nudo, e mai ho avuto problemi, poi vorrei evidenziare che le vipere non volano e non saltano pertanto l’essere vestiti o nudi fa poca differenza a patto d’avere ai piedi adeguate calzature (cosa che ci riporta alla questione precedente), infine richiamo l’attenzione sul mio articolo “Nudismo e… vipere”.

Per altre eventuali questioni, per coloro che, invece di basarsi sui preconcetti e/o sul sentito dire, saggiamente vogliono acquisire corrette e ampie informazioni, ecco gli articoli che ho al riguardo già scritto:

Montagna nuda

Ritorno a… noi

Alpinismo e tecnologia: l’escursionismo ieri, oggi, domani

Escursionismo nudista: istruzioni per l’uso

Escursionismo, quale abbigliamento (1)?

Escursionismo, quale abbigliamento (2)?

Escursionismo, nudismo e… zecche!

 

Esplode l’interesse dei media per #VivAlpe e #MondoNudo


locandina-vivalpe-2017-600Queste ultime tre settimane sono state un fermento di eventi sia nel campo professionale che in quello privato, alcuni purtroppo spiacevoli, altri gradevoli e tra questi ultimi voglio qui evidenziare un improvviso interessamento per le escursioni che pubblicizzo tramite questo blog e soprattutto per la modalità con cui le stesse vengono effettuate. Non mi è dato di sapere con esattezza il perché di questo improvviso interessamento, posso solo ipotizzare che sia conseguenza del grande lavoro che ho fatto negli ultimi tre anni: rilancio su vari social network degli articoli di Mondo Nudo, pubblicità schietta agli eventi del blog anche attraverso canali sociali non nudisti, attivazione di contatti fuori dalla stretta cerchia del nudismo. Posso anche ipotizzare che la chiave di volta sia l’aver cambiato il titolo degli eventi escursionistici da “Orgogliosamente Nudi” a “VivAlpe”, un titolo che meglio cattura l’attenzione di chi si interessa delle attività praticabili in montagna e, in primis, di escursionismo, lasciando al mantra “vestiti è bello, nudi è meglio” il compito di evidenziare con delicata decisione la modalità “vestiti facoltativi” con cui vengono effettuate tutte le escursioni di Mondo Nudo, ma anche tutte le mie personali.

Nel pomeriggio del 13 ottobre 2016 esaminando le statistiche del mio blog noto un rilevante afflusso di visitatori provenienti da una nuova sorgente: con estrema gratificazione scopro che di sua iniziativa MountainBlog, un importante e seguito blog che tratta di montagna e di alcune delle attività sportive che attorno ad essa si sviluppano, in particolare l’escursionismo e la corsa in montagna, ha pubblicato un redazionale in merito a “VivAlpe 2017”. Un bell’articolo che, senza esprimere giudizi e, quindi, senza condizionare il lettore in un senso o nell’altro, riporta l’elenco delle nostre escursioni per l’anno a venire evidenziando già dal titolo, al quale le foto scelte fanno poi da rinforzo, di cosa si tratta: ”VIVALPE: vestiti è bello, nudi è meglio. Il programma escursionistico 2017”.

Qualche giorno dopo (15 ottobre 2016), quando l’esaltazione per l’interesse di MountainBlog sta iniziando a scemare, ecco che un giornalista della Gazzetta dello Sport mi chiede l’autorizzazione all’utilizzo di alcune foto dell’album Flickr “Vestiti è bello, nudi è meglio”. Verificata l’attendibilità del messaggio e della persona collegata autorizzo l’uso delle foto e mi metto a disposizione per eventuali informazioni: sebbene negli ultimi tempi le cose stiano migliorando, l’esperienza m’insegna che ancora troppo spesso i giornalisti tendono a scrivere di nudismo in modo condizionato e senza averne un’adeguata conoscenza. Per e-mail rispondo con generosa dovizia alle specifiche domande che il giornalista mi pone (perché camminare nudi, vantaggi e svantaggi, come ci si protegge dal freddo, quanti siete, dove praticate, problemi con le forze dell’ordine o di altro tipo) e il 19 lo stesso giornalista (Andrea Mattei) mi segnala che l’articolo è stato pubblicato anticipandomi che, a causa del limitato spazio a disposizione, ha dovuto tagliare alquanto le mie informazioni. Immediatamente vado a leggere e… bello, si bello, serio e sufficientemente neutro. Oops, ecco, mi pareva troppo bello! Sapevo che rispondendo in modo esaustivo stavo commettendo un grossolano errore, ovvero dare all’interlocutore la possibilità di isolare le parti dal tutto e commentarle distintamente, ma ho sperato (sarà l’ultima volta che lo faccio) che ciò potesse per una buona volta non succedere. Invece… è successo e così, in merito alle motivazioni per il camminare nudi (tre trascritte contro le otto inviate: potete leggerle per intero su questo blog nell’articolo “Perché camminare nudi?”), sono stati espressi, con progressiva negazione, giudizi personali (ai quali dò qui seguito con l’articolo “Perché camminare vestiti?”). Certo tutto è opinabile (pertanto lo sono anche le osservazioni del Mattei, come i commenti dei lettori), ma il voler opinare a tutti i costi può far (s)cadere nella retorica e nel conformismo, più proficuamente (e onestamente) quello spazio si poteva dedicare a qualche altra motivazione o comunque a specificare che quelle pubblicate erano solo una limitata parte di un più lungo elenco, dandovi così maggior costrutto invece di farle apparire fra loro slegate e indipendenti. Fortunatamente l’articolo poi riprende il tono neutralmente informativo e, seppure con qualche altra piccola perla conformistica, si conclude con un buon senso d’insieme che quasi fa dimenticare le scadute, quasi! Nudisti in cammino sui sentieri della Lombardia, li abbiamo incontrati. P.S. Decisamente interessante notare che da questa fonte arriveranno e ancora quotidianamente arrivano al blog molti visitatori, con una media di pagine visitate che indica una visita tutt’altro che frettolosa.

locandina-tappaunica3v-600Nella sera del 21 ottobre controllando la posta elettronica trovo il messaggio di Dario Falcini inviato tramite il modulo contatti di Mondo Nudo: vuole intervistarmi per conto di Radio Popolare, dove ogni lunedì mattina (ore 9:30) va in onda la trasmissione sportiva “Olio di Canfora” da lui stesso curata. A causa di un lutto familiare accaduto proprio quella mattina devo tenere in sospeso la questione: verrò intervistato lunedì 7 novembre tra le 10 e le 11.

Riesco però rispondere all’intervista che, poco dopo (23 ottobre), mi viene fatta per e-mail da una recente amicizia fatta attraverso le escursioni di Mondo Nudo, Corina Fornasier, contitolare di KundaliniVision® interessante associazione di promozione sociale che opera nel campo del benessere olistico e dell’espressività artistica attraverso il corpo: L’insolita intervista a Emanuele Cinelli “La nudità, filosofia di vita”.

Sto ancora crogiolandomi nel piacevole sapore di tutti questi eventi quando il 31 ottobre ricevo da Google+ un alert relativo alla pubblicazione su BlastingNews di un articolo che mi riguarda. È poco più di una sintesi dell’articolo fatto dalla Gazzetta ma, comunque, un’altra sferzata di energia: North walking in costume adamitico, nuova moda in Lombardia. Avrei qualcosa da ridire sul titolo, in particolare si quel “nuova moda”, ma non importa, quello che conta è che se ne parli e si faccia girare voce: anche se ad oggi mai abbiamo avuto seri problemi, anzi (ho invero scoperto che molti sono coloro che durante le loro escursioni si sono una o più volte lasciati andare levandosi tutti i vestiti per godersi un attimo di sole e di aria a nuda pelle), è comunque giusto che chi va in montagna sia informato della possibilità d’incontrare escursionisti nudi, in particolare percorrendo sentieri poco frequentati o muovendosi su terreno libero.

Ma la cosa non finisce qui! Proprio mentre sto finalizzando questo articolo (1 novembre) ricevo, ancora attraverso il modulo di contatto del blog, un’altra e-mail che alza ancora di più il tiro e la mia soddisfazione: il regista filmmaker/documentarista Daniel Visintin, collaboratore di varie reti televisive nazionali, comprese la Rai e Mediaset, mi propone di girare qualcosa su di noi: grandioso!

Onorato da tutti questi eventi e contatti, scriverò, ovviamente, delle evoluzioni che prenderanno, intanto penso proprio di potermi permettere due affermazioni, anzi esclamazioni, di più grida: il lavoro paga e soprattutto… CHI LA DURA LA VINCE!

Perchè camminare nudi?


dsc06316Visto che l’articolo sulla Gazzetta Nudisti in cammino sui sentieri della Lombardia, li abbiamo incontrati ha riportato solo una minima parte delle informazioni che in merito avevo inviato al giornalista (Andrea Mattei) e che da quella fonte sono arrivati e stanno ancora arrivando su Mondo Nudo molti visitatori, per altro tutt’altro che frettolosi, ritengo doveroso riportare qui per intero quello che avevo inviato. Qui, invece, trovate le mie osservazioni alle obiezioni del giornalista: Perchè camminare vestiti? (Risposte alla Gazzetta).


Nella e-mail del giornalista

A questo punto approfitto della sua disponibilità per farle un paio di domande.

Se ne ha voglia mi scriva due righe sul “perché camminare nudi”, quali i vantaggi e quali le controindicazioni (banalmente: come ci si protegge dal freddo?). Quanti siete in Italia a praticare questa attività, in quali zone e se incontrate problemi con le forze dell’ordine o di altro tipo.

Prima mia e-mail

Perché camminare nudi? Dopo quattro anni di attività e di comunicazione in merito a questo mi sono convinto che l’unica risposta veramente convincente sia “perché no, perchè camminare vestiti?”. Cercare di spiegare a parole quello che si prova emotivamente è già difficile per attività come l’arrampicata o il trail, talvolta anche per lo stesso escursionismo, figuriamoci quando a tali attività ci si abbina la nudità. D’altra parte è anche giusto provare comunque a dare delle risposte a chi formula domande:

  1. perché un nudista appassionato di montagna desidera ovviamente abbinare le due cose;
  2. perché quando si arriva, come me e come tanti altri nudisti, a vivere il più possibile nella nudità diviene inevitabile farlo anche in montagna;
  3. perché mi sono accorto che così facendo rendo molto di più sia in resistenza che in velocità;
  4. perché devo poi lavare meno roba indi risparmio tempo, lavoro, soldi e sono più ecologico;
  5. perché il mio corpo si irrobustisce e divento meno sensibile alle malattie stagionali;
  6. perchè quando si prova non si torna più indietro;
  7. perché la nostra pelle e il nostro corpo sono fatti per restare liberi, imbrigliarli nei vestiti vuol dire limitarne indiscutibilmente le naturali capacità di respiro e di termoregolazione inducendo eccessiva sudorazione, minore resistenza fisica, minore resistenza al caldo; i capi tecnici possono essere utilissimi ma mai potranno risultare efficienti quanto la nuda pelle, checché ne dicano i loro produttori (ne ho fatto esperienza pratica diretta, quella più significativa: in una giornata afosa d’agosto sono andato ad allenarmi su un duro sentiero vicino casa, indossavo capi tecnici da corsa, dopo poco ero cotto, ho tolto la maglia e sono riuscito a procedere ancora un poco, ho forzato più volte fermandomi spesso a riposare ma niente, non tiravo più, a quel punto ho tolto anche i pantaloncini restando nudo e sono riuscito a completare l’allenamento… i genitali sono i nostri principali termoregolatori ed anche il più leggero e traspirante tessuto ne altera il funzionamento);
  8. perché eliminando ogni barriera tra noi e l’ambiente che ci circonda portiamo la nostra capacità di attenzione e percezione ad un livello altrimenti impensabile, incrementando le sensazioni fisiche date dalle variazioni di temperatura, dall’aria percepita anche nei suoi più esili sospiri, dal contatto con gli elementi della natura (erba, foglie, rami, spine, eccetera), ma anche la sicurezza, la capacità di orientamento, la previsione dei cambiamenti meteorologici e via dicendo.

Svantaggi? Ben pochi, principalmente legati al fatto che quando si prova non si torna più indietro e quindi, non essendo ancora possibile starsene nudi ovunque e talvolta nemmeno in casa propria, inizia il calvario del rivestimento forzato, poi possiamo citare la paura d’incontrare qualcuno che possa mettere in atto azioni violente (non mi è mai successo, anzi, ma…), per alcuni anche il timore d’essere “scoperti” da colleghi, conoscenti, amici, parenti.

Protezione dal freddo? Beh, come ci si protegge dal freddo quando si è in spiaggia o in piscina o in altro contesto dove si sta in costume? Come ci si protegge dal freddo quando si è vestiti? Ecco facciamo la stessa identica cosa: ci copriamo! E nello stesso ordine: prima la parte superiore del corpo poi quella inferiore, notoriamente meno sensibile al freddo.

Che abbia potuto appurare in Italia sono stato il primo a ufficializzare il nudo nell’escursionismo (2012), l’ho fatto dopo aver scoperto che in Francia c’era un numeroso gruppo di persone che lo facevano e che avevano persino creato un’associazione riconosciuta dalla federazione francese dell’escursionismo (non ricordo il nome esatto), in quattro anni di attività pubblicizzata e condivisa attraverso il mio blog Mondo Nudo (quasi tutta in provincia di Brescia: Valle del Caffaro, Val Braone, Prealpi bresciane, Tonale, varie altre zone dell’Adamello) mi hanno affiancato una cinquantina di persone, delle quali una ventina sono ormai fedeli compagni d’escursione, tra questi ultimi anche persone che, per ora, preferiscono stare vestite. Un’altra cinquantina di persone, in maggior parte mosse dal mio esempio, fanno escursioni in nudità (non mi piace usare il termine “escursionismo nudista”, trattasi di escursionismo e stop, che si faccia vestiti o nudi dev’essere un normalissimi fattore secondario e irrilevante, così come, ad esempio, il fatto di vestirsi sempre di un dato colore o di utilizzare un certo tipo di calzatura) in altre zone d’Italia (Piemonte, Val d’Aosta, Liguria ed hanno timidamente iniziato anche in qualche altra regione del centro sud. Questi sono i numeri certi, poca roba per ora ma in crescita esponenziale: se si arrivasse ad una certezza legislativa è certo che crescerebbero oltremisura, così come il nudismo diverrebbe molto comune in Italia (rilevazioni di diversi sondaggi fatti in ambiti non nudisti).

Forze dell’ordine non le ho e non le abbiamo mai incontrate, facendo fede alle diverse sentenze giudiziarie degli ultimi sedici anni e a quelle della Cassazione che rendono il nudo ufficiosamente possibile nei luoghi reconditi e isolati (oltre a quelli appositamente definiti o da tempo così frequentati) ,tendo a scegliere itinerari poco frequentati. Al contrario ho e abbiamo ormai incontrato diversi altri escursionisti e la reazione è sempre stata o di indifferenza o di stupore o addirittura di “uhm, che bella idea!”. In alcuni casi, come quest’anno durate il nostro ennesimo soggiorno al Rifugio Prandini quando sono arrivati un ragazzo e una ragazza che si sono fermati a cenare e dormire, ne è nato un bel dialogo costruttivo e formativo, per loro e per noi. Positivi anche i contatti con alcune amministrazioni comunali, in un caso l’assenza di risposta l’abbiamo interpretata come “non vi supporto ma nemmeno vi ostacolo”, nell’altro ci è stato dato il benvenuto dal sindaco stesso. Attraverso i social network ho molte persone che leggono, commentano positivamente e rilanciano i miei post, anche ora che non sono più su Facebook c’è chi provvede per me.

Grande rilevanza e seguito ha riscosso il mio viaggio di TappaUnica3V 2016 (che ripeterò nel 2017 essendomi dovuto fermare a venti chilometri dall’arrivo e dopo aver saltato quasi tutte le più impegnative varianti alte che invece volevo fare): un lungo (150km e oltre 7000 metri di dislivello) e in buona parte nudo cammino sul sentiero 3V, fatto in unica tratta, ovvero camminando notte e giorno con tre sole brevi soste di rifornimento.

Seconda mia e-mail (che purtroppo non arriva in tempo)

Se sono ancora in tempo faccio alcune integrazioni alle informazioni che le avevo mandato.

  • Non voglio affermare che le aziende produttrici di abbigliamento dicano cose false o sbagliate, hanno certamente ragione dato che manco prendono in considerazione la possibilità di camminare o correre nudi e pertanto le loro ricerche risultano condizionate dai messaggi termoregolatori sbagliati che il nostro corpo manda al cervello quando i genitali sono coperti. Sarebbe interessante trovare un’azienda che volesse fare delle ricerche su atleti che camminano e corrono nudi.
  • Quando fa caldo è frequente (un tempo era usuale, oggi molto meno, ma noto una certa ripresa) che gli escursionisti si mettano a torso nudo, beh, paradossalmente sarebbe molto più utile restare a torso coperto, specie se si utilizzano maglie tecniche moderne, e mettersi a nudo dalla vita in giù.
  • Tra gli svantaggi c’è ne è uno che mi ero dimenticato e l’allenamento di oggi me l’ha rimesso in evidenza… camminando a passo sostenuto o correndo lo scroto può irritarsi e bruciare a causa delle sfregamento contro le cosce, si risolve con un rimedio che conoscono bene tutti i maratoneti e i runner in genere: gel lubrificante (io non lo uso dato che ho notato che comunque dopo un po’ il bruciore si attenua per poi sparire del tutto e non ripresentarsi più, al limite basta rallentare un poco il passo).
  • Per le donne, sebbene la nudità tenda a rinforzare i muscoli che sostegno le mammelle, se queste sono grosse c’è pur sempre il problema, correndo ma non camminando, dello sballottamento che alla lunga può diventare doloroso.
  • Falso svantaggio è quello che molti ipotizzano quando gli si parla del nudismo: gli eritemi solari; i genitali sono ben protetti di natura per il resto esistono le creme solari, se ne consuma sensibilmente di più che stando vestiti ma usandole in modo opportuno ci si abbronza al punto da doverne usare pochissima o niente.
  • Per i numeri, le ho dato solo quelli dei nudisti che in Italia praticano l’escursionismo portandovi il loro stile di vita; parlando di nudisti in genere in Italia ce ne sono di sicuro almeno cinquecentomila, ma si ipotizza che si possa arrivare al milione e potenzialmente anche molto oltre se aggiungiamo i tantissimi tedeschi (dove di massima il nudo è visto come stato di normalità anche quando attuato in luoghi pubblici) che qui vengono in ferie e che stanno in costume solo perché in Italia il nudismo non è adeguatamente supportato a livello legislativo (la legge non lo vieta di fatto, ma la vecchia convenzione giuridica che lo riteneva offesa al pudore, seppure ormai più volte inattesa, continua a pendere sulla testa dei nudisti essendo facoltà di ogni milite delle forze dell’orine e di ogni giudice pensare e decidere di suo parere anche in contrapposizione al parere degli altri e della Cassazione).

 

Vestiti è bello, nudi è meglio!


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Per cinquant’anni ho vissuto vestito e per i successivi dieci ho comunque suddiviso il mio tempo tra una parte vestita e una nuda. Come me lo stesso hanno fatto tante altre persone e una cosa ci accomuna tutti: il desiderio di estendere quanto più possibile, magari alla totalità del nostro tempo, la parte nuda. Cosa se ne può dedurre? Facile: nudo è più bello che vestito!

Attenzione, più bello, solo più bello, non voglio assolutamente affermare che solo da nudi sia bello, anche vestiti le cose sono belle, c’è però un qualcosa che si può percepire solo dopo aver provato la nudità. Dopo pochi minuti ci si sente a proprio pieno agio, dopo qualche ora s’inizia a sentirsi diversi senza avere percezione del perché, dopo alcuni giorni si può iniziare a percepire che da vestiti non manca nulla, c’è solo qualcosa di troppo: i vestiti, per quanto pochi e leggeri.

Vestiti è bello, nudi è meglio! Sperimenta con noi questo motto (anche senza spogliarti).

Vestiti è bello, nudi è meglioClicca sull’immagine sopra per visionare l’album fotografico in Flickr

Comunicare il nudismo


_MG_6387Da molti anni non solo sono nudista ma cerco anche di fare informazione, anzi, istruzione sul nudismo, mi sono così reso conto di un fatto: è pressoché impossibile far comprendere il nudismo attraverso le sole parole ed anche le immagini aiutano molto poco, l’unica cosa è l’esempio, il mettere gli altri a diretto contatto con la nostra semplice nudità. Detto questo è però evidente che saremo pur sempre chiamati a parlare di nudismo, a spiegare il nostro desiderio di stare nudi, pertanto è necessario essere coscienti e padroni quantomeno delle principali regole della comunicazione, specie di quella da effettuarsi in stato di possibile conflittualità.

Assertività

Parto da qui in quanto per ogni comunicazione potenzialmente conflittuale è regola cardine: mai porsi sopra e/o in contrapposizione all’altro, bensì sempre partire dal presupposto che l’altro ha le sue buone ragioni per comportarsi o ragionare come sta facendo, nostro compito comprendere tali ragioni e, pazientemente, smontarle, ovvero rimuoverle, una ad una.

“Il nudismo è una porcheria” dice lei, “stronza bigotta” risponde lui.

Reazione comprensibile in chi ha scelto di vivere nudo e crede nella positività del nudismo, d’altra parte questo modo di frapporsi a chi obietta sul nudismo provoca solo l’alzarsi di barriere difensive e la comunicazione diviene impossibile: qualsiasi cosa andremo poi a dire verrà completamente filtrata e andrà categoricamente persa.

Mai impostare una comunicazione che risulti “tu sbagli, io ho ragione”, la comunicazione dev’essere sempre improntata al “comprendo il tuo modo di vedere le cose, permettimi di illustrarti la mia visione”.

“Il nudismo è una porcheria” dice lei, “dalla tua affermazione comprendo che hai avuto brutte esperienze con il nudo e le persone nude, se vuoi lasciamo cadere il discorso, ma permettimi di suggerirti uno spunto di riflessione: le persone possono essere molto diverse tra loro e per tanti il nudo è solo una sana, bella e normalissima scelta di vita”.

Chiarezza

“Pinco Pallo è uno splendido villaggio naturista”, “vieni alla spiaggia naturista di…”, “siamo naturisti e ne siamo orgogliosi”, “vogliamo una legge sul naturismo”.

Va bene ad un certo punto della storia nudista si è assunto il termine naturismo come suo sinonimo, eppure la maggior parte delle persone non sa cosa sia il naturismo, i più acculturati potrebbero ricordare che la parola naturismo apparve per la prima volta agli inizi del Romanticismo quanto un gruppo di scrittori e poeti focalizzò la propria attenzione sulla natura, qualcuno potrebbe (giustamente) pensare ad amanti della natura (naturalisti sono coloro che studiano la natura e i sistemi per proteggerla), in ogni caso siamo fuori strada e il messaggio appare completamente stravolto o incomprensibile.

La comunicazione deve evitare ogni possibile fraintendimento, già è difficile farlo usando termini precisi, figuriamoci se utilizziamo termini ambigui, parole che nel tempo hanno assunto significati anche diversi.

“Pinco Pallo è uno splendido villaggio nudista”, “vieni alla spiaggia nudista di…”, “siamo nudisti e ne siamo orgogliosi”, “vogliamo una legge sul nudismo”.

Così è inequivocabile, tutti lo possono comprendere al volo, non possono sorgere fraintendimenti, non ne possono derivare domande la cui risposta è altrettanto ambigua del termine stesso e deve alla fine necessariamente contenere la parola che si è cercato di camuffare: nudismo.

Ecco, camuffare, non tutti lo vogliono fare, ma in ogni caso questo è quello che può apparire all’interlocutore quando alla fine viene a sapere che naturismo è sostanzialmente un sinonimo di nudismo ed allora la frittata è fatta. Peggio ancora quando si usa la parola naturismo, e i suoi collegati, proprio per la vergogna di usare la parola nudismo e tutti i suoi collegati, in tal caso la vergogna si manifesta attraverso il linguaggio del corpo e le altre espressioni non verbali, nella comunicazione assai più incisive di quelle verbali: “se ti vergogni tu che lo fai, perché mai dovrei io aderire ad esso o anche solo accettarlo?”.

“Pinco Pallo è uno splendido villaggio nudista”, “vieni alla spiaggia nudista di…”, “siamo nudisti e ne siamo orgogliosi”, “vogliamo una legge sul nudismo”.

Semplice, chiaro, manifestamente educativo, decondizionante!

Disponibilità, attenzione all’altro, non aggressività

Appena rientrate da un’escursione sotto la pioggia, nell’atrio del rifugio alcune persone stanno asciugandosi e sono nude, improvvisamente sull’uscio compaiono due sconosciuti: “siamo nudisti, non ci infastidisce se ci vedete nudi”.

Apprezzabile, conoscendo la persona che così si è espressa, la voglia di manifestare fin da subito il proprio orgoglio nudista, la controparte potrebbe però avvertire una modalità aggressiva e impositiva e/o evocare un atteggiamento esibizionistico (“guardami pure, è quello che desidero”). Se dall’altra parte ci sono persone già di loro mal disposte verso la nudità la reazione sarà di certo oppositiva: come prima cosa verrà manifestata in modo altrettanto aggressivo e impositivo la richiesta di rivestirsi, in secondo luogo sarà inibita una qualsiasi prosecuzione del dialogo. Se, al contrario, la controparte è più aperta e tollerante (o addirittura accettativa) il naturale risentimento verso l’aggressione e l’imposizione potrebbe comunque alzare una barriera comunicativa rendendo meno probabile e comunque più difficile l’eventuale prosecuzione del dialogo, in aggiunta o in alternativa si potrebbero creare i presupposti per una deviazione del dialogo da quello che dovrebbe invece essere il suo più opportuno proseguo: domande sull’esibizione del corpo piuttosto che sulle motivazioni del nudo e del nudismo.

Se volgiamo farlo accettare il nudo dev’essere normalità e non solo a parole ma anche nei fatti!

“Salve, venite pure avanti c’è posto per tutti. Vedo che siete bagnati fradici, vi facciamo spazio e se vi servono abbiamo asciugamani puliti da prestarvi”.

Attenzione agli argomenti “tabù”

Due gruppi di persone, l’uno nudista l’altro no, dialogano tranquillamente sulle motivazioni del nudismo, uno dei nudisti prende la parola e senza che nessuno abbia mai fatto affermazioni in merito: “il nudismo non ha niente a che fare con il sesso”.

Vero, verissimo, d’altra parte se il nudismo non ha niente a che fare con il sesso perché affermarlo fin da subito, a prescindere, senza una precisa motivazione, senza precisa interrogazione in merito? Se sento il bisogno di parlarne è perché a mio modo di vedere sussiste un legame imprescindibile ed anche se le mie parole dicono il contrario il mio solo parlarne e il mio linguaggio non verbale (inevitabilmente legato alla mia esigenza di parlarne), trasmetteranno tale legame e sconfesseranno (invertiranno), nelle mente dell’interlocutore, quello che sto affermando. Oppure sono ossessionato dall’idea che il nudismo venga osteggiato solo è perchè si lega il nudo al sesso, in tal caso quello che comunicherò potrebbe essere solo la mia ossessione e l’interlocutore potrebbe dannosamente pensare ai nudisti come ad un gruppo di persone mentalmente disturbate (ossessionate).

Anche questo è un punto cardine nella comunicazione tra parti: poco importa se sia vero, se capiti davvero, se sia argomento comunemente discusso, gli aspetti potenzialmente “scabrosi” o “pericolosi” vanno assolutamente taciuti, se ne parla solo qualora sia la controparte a tirarli in ballo, solo in risposta a domande esplicite.

Ascoltate con attenzione e a lungo un abituale comunicatore, quale un politico, un prete, il Papa, esaminate i suoi discorsi, noterete che ci sono parole che mai vengono utilizzate: tutte quelle parole che potrebbero mettere in evidenza l’azione condizionante del discorso, tutte quelle parole che invece di subliminale l’attenzione indurrebbero al ragionamento autonomo, tutte quelle parole (cosa che più di tutte riguarda la situazione del comunicare il nudismo) che possano indurre pensieri opposti a o quantomeno deviati da quelli che il discorso vuole esaminare.

In conclusione

Certo non tutti sono degli esperti comunicatori, non tutti sono abituati a gestire il confronto, non tutti possono dedicare ore e ore a studiare le tecniche della comunicazione e a esercitarsi sulla loro applicazione, ma visto che più o meno tutti i nudisti desiderano poter vedere un allargamento se non della nudità quantomeno della possibilità di stare nudi, ecco che tutti i nudisti si trovano nella necessità di attuare l’unico comportamento che al suddetto obiettivo porta portare: comunicare il nudismo, cosa che si può proficuamente fare solo se ci si attiene a quelle poche regole che ho sopra enunciato: assertività, chiarezza, disponibilità, attenzione all’altro, non aggressività, attenzione agli argomenti “tabù” e, questione assai complessa non trattabile in poche righe e comunque in piccola parte (quella più semplice da controllare) illustrata parlando delle altre regole, attenzione ai segnali non verbali (nostri e altrui).

Il nudismo non si può far comprendere con le sole parole, è necessario provarlo, però è anche indispensabile comunicarlo, facciamolo bene, spesso è meglio poco che tanto: “vestiti è bello, nudi è meglio”, frase assertiva, disponibile, attenta all’altro, chiara, non aggressiva, priva di parole “pericolose”, insomma frase altamente comunicativa.

Vestiti è bello, nudi è meglio!

L’ennesima foglia di fico


Il nudismo mi ha spogliato di una divisa. Senza saperlo, per il solo fatto d’esser vestito, già ero un soldato, combattevo per una causa. Una causa non mia.
Consapevoli o meno, confermiamo ogni giorno un costume sociale, il costume che vige vivendo in società. Passivamente, lo ritrasmettiamo, perché ad altri valga d’esempio: così fan tutti. Impecoriti come siamo, non tutti abbiamo i mezzi, la forza, la lucidità, la determinazione di andar contro un costume sociale apertamente. Esistono coalizioni, contratti, compromessi, costrizioni, doveri, impegni, impedimenti, impegolamenti, responsabilità: mille abiti che ci portiamo addosso, mille foglie di carciofo senza le quali non potremmo vivere in società. Uno può perdere il lavoro, la stima dei colleghi, farsi la vita difficile, pagare di persona. E tutto quel che ha imparato da nudista, tutto quel che è diventato, tutto il rinnovamento personale (di mentalità, di comportamento, di giudizio, di visione del mondo), tutto il progresso umano, personale, di pensiero che lo ha trasformato hanno una battuta d’arresto, delle limitazioni, dei colli di bottiglia, sempre più angusti e insopportabili, perché risultano sempre più assurdi, se non addirittura contrari alla nuova filosofia, al nuovo stile di vita, al nuovo pensiero organico che ha rimescolato le carte, ha ristrutturato i punti di vista, ha fatto cambiare il carattere, e ha cambiato persino il significato delle parole “maturità” , “essere uomo” e “essere adulto”: alla domanda Chi sono? Non abbiamo una risposta immediata, prestampata: nome e cognome non bastano più – non siamo all’anagrafe!
E ha cambiato anche il senso di responsabilità che abbiamo verso di noi. Ha fatto vacillare i pilastri della lealtà che dobbiamo a noi stessi, per rinsaldarli altrove più fermi. Ha scosso le basi su cui pensavamo di essere solidamente piantati per darci nuovi equilibri, e camminare dove non abbiam mai osato.
Ora che sono nudo, con un nuovo temperamento, tutto è molto più chiaro, i giochi trasparenti, le mene evidenti, i ricatti palesi. Posso solo cercar di evitarli, di non farmi prendere di nuovo dall’ingranaggio. Io sono cambiato. E si deve vedere. E deve stupire, scalfire, attecchire.

E se una collega ti dice, tanto per vedere l’effetto che fa:
– Non sapevo che eri nudista, che vai nelle spiagge dove tutti girano nudi…  Proprio tu che mi sembravi un tipo così a posto!…
– È bellissimo… Ma non solo spiagge: col mio gruppo facciano escursioni in montagna, passeggiate in campagna. Ormai ci sono abituato, non potrei farne a meno. Non torno più indietro.
– Ecco: ma allora è un vizio!
– Macché, è la cosa più normale che ci sia. La più naturale. Non solo durante le ferie, non solo la domenica.
– Ma… voglio dire: lo fate per sentirvi più mandrilloni? Fate delle orge?, non so…
– Nulla di tutto questo! Non è più il nudo ad eccitarci, o meglio non ci eccita più al modo di prima. Non è che vedendoci tra noi pensiamo al sesso: sesso e nudismo son due cose diverse: ogni cosa a suo tempo. Anzi, capisci anche meglio che cosa deve essere il sesso: che non è soltanto una questione meccanica azione-reazione, stimolo-risposta, come fossimo topolini di Skinner o cani di Pavlov. Prendi una via diversa, ti si apre una via diversa e lo fai anche in modo diverso, con più consapevolezza, con più attenzione, con più rispetto, con più apertura, più meraviglia, più presenza… presenza di corpo, di testa, di tutto… capisci di più che cos’è il voler bene. Entrambi più presenti, non distratti da altro.
– Non ho capito tanto, ma se lo dici vuol dire che lo hai provato.
– È stata una bella sorpresa! Certe cose non si riesce proprio a inventarle. Càpitano, e rimani sbalordito e contento.
– Per cui, nudo o vestito per te è indifferente?
– Abbastanza!
– Voglio dire: non senti vergogna, imbarazzo, non sei bloccato? Brrr… Non voglio pensarci!
– Ecco, questa è stata una bella conquista: non aver più vergogna. Diventa una cosa naturale, né bella né brutta. Senza nessuna morale di mezzo. Non ci fai più caso ed è finita lì. Non voglio appellarmi alla Natura o al Buon Dio e dire che il nudo è la misura naturale o divina dell’essere umano. Sta in piedi anche da sé. Ci si arriva anche da soli.
– Scusa, ma a me tremano le ginocchia solo a pensarci.
– Comincia con le piccole cose: a casa, per esempio. Prova a dormire senza vestiti… a stirare, cucinare, guardare la tele…
– Tza! E poi lo senti mio marito! … E i bambini?
– Non voglio convincerti a tutti i costi.
– No, questo no! Ti conosco, non diresti una cosa per un’altra. E poi, se hai provato… Ma, è che c’è tutto il resto… la società… Non è così semplice.
– È vero, non è così semplice: il sentiero ce lo dobbiamo trovare un po’ da noi.
– Allora dici che ti ha cambiato?
– Tantissimo. E come ti ho detto, non torno più indietro. Mi sento bene, a posto, saldo, nuovo… equilibrato… Ah!… sembra una pubblicità.
– Si, in effetti mi stai anche incantando. Se è tutto vero quello che dici. Va be’, vedremo.

Parlare senza pudori, senza paura di farci del male. Le persone che ci sono vicine, con le quali viviamo fianco a fianco ogni giorno è giusto che ci conoscano per quello che siamo, aperti e diretti, senza ostentazioni, nascondimenti, allusioni e mezze parole, ma anche senza falsi pudori…

O c’è sempre di mezzo la classica foglia di fico? L’abbiamo solo spostata: ora la teniamo davanti alla bocca?

L'ennesima foglia di fico: le reticenze, i pudori, le "prudenze" nelparlare

L’ennesima foglia di fico: le reticenze, i pudori, le “prudenze” nel parlare

Terremoti, media e opinionisti


IMG_0951Nuovo rilevante terremoto e solite trite e ritrite reazioni: un movimento mediatico notevole dove oltre alla necessaria e giusta informazione troviamo gli ormai vecchi discorsi sulla prevedibilità dei terremoti, sulla necessità di mettere in sicurezza il paese, eccetera. Ovviamente vuoi che non si creino fazioni opposte! Quelli che invocano la necessità di sviluppare sistemi di previsione dei terremoti e quelli che ribattono, più o meno seccatamente, più o meno sgarbatamente, che i terremoti non si possono prevedere; quelli che manifestano la necessità di ricostruire il paese secondo quelle misura antisismiche che la legge ha recentemente imposto come obbligo alle nuove costruzioni e quelli che rispondono, più o meno seccatamente, più o meno sgarbatamente, che in Italia non è possibile mettere in sicurezza gli edifici, che costa troppo, che, che, che.

Orbene, pur avendo le mie idee in merito, qui non mi interessa dibattere su chi abbia ragione e chi no, mi interessa piuttosto parlare dell’attitudine, non solo italiana ma in Italia forse più diffusa che altrove, di creare fazioni che più o meno accanitamente si mettono in contrapposizione tra loro e non parlo, ovviamente, di scienziati, ma di persone più o meno comuni, persone, giornalisti, opinionisti che spesso manco hanno una minima conoscenza di base dell’argomento in questione ma, come avviene spesso in tanti altri campi (politica, religione, atteggiamenti sociali, nudismo, alimentazione, medicina tradizionale vs alternativa, tumori, vaccini, eccetera), si sperticano comunque per avvalorare la veridicità della loro opinione (invero quella di altri da loro semplicemente condivisa) con articoli su riviste e blog, con interventi e commenti sui social network, con discussioni sui forum o nei luoghi di ritrovo. Articoli, commenti, discussioni che talvolta partono anche molto bene, iniziano con accurato esame delle cose, ma poi finiscono male, con insulti e offese all’altrui pensiero, anzi, che è peggio, direttamente a coloro che la pensano diversamente.

Ecco è qui che mi salta la mosca al naso, è qui che mi infastidisco e sento forte il bisogno di scrivere: è mai possibile che tutti (o quasi tutti) si dimentichino degli insegnamenti che la storia ci ha dato modo di ricevere? C’era un tempo in cui si dichiaravano eretici coloro che affermavano la rotondità della Terra o la possibilità di volare o quella di superare la velocità del suono o di andare nello spazio, o, o, o, insomma molte delle cose che facciamo oggi erano considerate un tempo impossibili, molte delle conoscenze oggi ritenute verità erano un tempo definite stupide o utopiche o antiscientifiche, molte delle attuali procedure medico scientifiche agli albori della loro vita furono condannate e rigettate.

Allora, perché affrontarsi ogni volta, più o meno seccatamente, più o meno sgarbatamente, in contrapposizioni assolute? Partiamo piuttosto dal presupposto che nulla è impossibile, tutto può diventare realtà, è solo questione di volontà, di ricerca, di pazienza e di tempo, basta volerlo e… ai posteri l’ardua sentenza, noi dobbiamo volerlo e operare affinché quello che serve anche se appare ad oggi utopico, impossibile, incredibile, si veda di renderlo reale, possibile, fattibile.

P.S.

Permettetemi, comunque, un breve accenno alle mie opinioni sulle due principali questioni sopra evidenziate: prevedibilità dei terremoti e messa in sicurezza degli edifici.

Prevedibilità

Affermare la totale e ineluttabile imprevedibilità dei terremoti è solo un modo per liberarsi da un peso morale e/o dall’onere di impegnarsi in studi più accurati in merito e/o per evitarsi rogne con i colleghi o i superiori.

Semplificando, due sono le principali cause di terremoto: i crolli delle grotte sotterranee e i movimenti delle zolle continentali. Ben vero che nel primo caso la prevedibilità è, senza una visione diretta e un monitoraggio costante di dette cavità, praticamente impossibile, ma i movimenti delle zolle (e anche quelli orogenetici) sono ben rilevabili dagli attuali sismografi e, magari non con una precisione millimetrica (e nemmeno metrica) ma attraverso l’intensificarsi della frequenza e dell’intensità delle rilevazioni si può certo sospettare l’imminenza di un terremoto in una data zona. Per ora direi che ci si potrebbe accontentare… per ora!

Messa in sicurezza

Anche qui trattasi solo di uno scaricabarile, invero è assolutamente fattibile: si rade a zero tutto e si ricostruisce. Edifici storici? Belle Arti? Premesso che spesso sono le strutture vecchie ma non storiche a crollare, che vadano al diavolo: è inammissibile che si faccia perdere la vita a migliaia di persone per mantenere in vita fatiscenti strutture architettoniche, facciamo dei rilievi e stampiamo dei modelli tridimensionali da mettere nei musei, oggi la tecnologia esiste ed è anche relativamente economica. Costa troppo? Bella, bellissima questa, a quanto pare la vita delle persone è meno importante dei soldi e comunque, quanto costano le ricostruzioni?

In conclusione

Volere è potere, magari per la singola persona si interpone il problema tempo (una vita potrebbe essere troppo breve per realizzare certi progetti) ma per la società tale questione non esiste: le successive generazioni possono portare avanti i progetti ideati dalle precedenti!

The Tempest Returns


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Ecco come si crea il successo, c’è molto da imparare da queste donne e io lo sto facendo, spero anche altri, soprattutto tra i nudisti (e naturisti) italiani sempre troppo restii a manifestarsi, sempre troppo pronti a soccombere, sempre troppo soggetti al pensiero debole.


This past May, we put on an all-female, fully nude production of Shakespeare’s final play, The Tempest, outdoors in Central Park. It was a huge success, attracting not only an audience of hun…

Sorgente: The Tempest Returns

Il “pubblico”


Definizioni

Il codice Zanardelli (1889) diceva:

338. Chiunque, fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, offende il pudore o il buon costume, con atti commessi in luogo pubblico o esposto al pubblico, è punito con la reclusione da tre a trenta mesi.

 Il codice Rocco (in vigore dal 1930) ha introdotto l’ulteriore specificazione «luogo aperto al pubblico», ma soprattutto sposta l’“offesa” dall’astratto delle parole pudore e buon costume al concreto degli atti (contrari alla pubblica decenza) e a un pubblico, cioè persone, aggiungendo alla difesa del pudore e del buon costume da parte dello Stato (chiunque… è soggetto alla sanzione), questo stesso pubblico “offeso” ad essere in prima persona attivo nella difesa del proprio pudore e del buon costume.

Art. 726 cp. [aggiornato secondo il D.Lgs 15 gennaio 2016, nr. 8; G.U. 17 (22 gennaio 2016)]

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

I commentatori spiegano:

Luogo pubblico è quello continuamente libero, di diritto o di fatto, a tutti o a un numero indeterminato di persone.

Luogo aperto al pubblico è il luogo al quale il pubblico può accedere soltanto in certi momenti, ovvero adempiendo alle condizioni poste da chi esercita un diritto su di esso ad es.  luoghi ove si tengono spettacoli o intrattenimenti pubblici, come i cinema, i teatri, le discoteche). Non vanno considerati, invece, aperti al pubblico i circoli privati, ove sono somministrate bevande alcooliche ai soli soci.

Un luogo è esposto al pubblico, cioè situato in modo che un numero indeterminato di persone possa percepire, in ogni caso o a determinate condizioni, ciò che in esso si trova o si fa, come può accadere per il balcone o la terrazza di un appartamento privato.

Un fatto in luogo pubblico o aperto al pubblico è sempre flagrante, cioè «è sufficiente che sia rilevato de visu in luogo pubblico o aperto al pubblico anche da privati cittadini» (Ronco e Romano, Codice penale commentato Torino, Utet giuridica, 2012, p. 688)

La ratio legis

La disposizione in esame trova la propria ratio nell’esigenza di garantire il rispetto delle regole civili, sottese alla società organizzata. [Constato che, come all’epoca di Antigone, oltre alle leggi scritte esistono anche delle regole civili, sottese alla società organizzata]

Per pubblica decenza si tratta, secondo la giurisprudenza, di un insieme di regole etico-sociali, che tutelano la società dai comportamenti disapprovevoli in senso generale, non dunque solo quelli definibili osceni. [Ho capito! Si tratta di regole etico-sociali…, quelle apprese col latte materno, che di solito si danno per scontate, che appaiono ovvie, che tutti imparano, condividono e ritrasmettono inconsapevolmente.]

L’analisi grammaticale

Con gli strumenti dell’analisi grammaticale (ne ho riempito quaderni quando frequentavo le medie) si vede che nell’espressione luogo pubblico pubblico è aggettivo; in luogo aperto al pubblico / esposto al pubblico pubblico è nome e attraverso la preposizione al dipende sintatticamente da aperto /esposto.

La differenza non è da poco. Nel primo caso pubblico ritaglia fra tutti i luoghi possibili, e definibili quel luogo che appartiene a tutti e a nessuno, usufruibile indistintamente, senza condizioni o limitazioni (salvo quelle specificatamente indicate dalla legge). Negli altri due casi l’attenzione viene portata sul sostantivo pubblico, viene richiamata la presenza passiva della gente, della società, delle altre persone, di “chiunque” …: nel primo caso con luogo pubblico si sottintende anche la garanzia che venga mantenuto tale, senza usi indebiti o appropriazioni (ad esempio, l’usucapione non si applica alle proprietà pubbliche). Negli altri casi la legge sembra premunirsi e difendere “il pubblico”, cioè i possibili spettatori, gli astanti, chiunque sia presente anche in altre situazioni. Persino nelle situazioni accidentali e involontarie, come quando “chiunque” alzando per caso lo sguardo vedesse dietro le finestre una persona al bagno.

 Tre cose:

  • La legge di fronte ad un possibile reato prende le difese del pubblico e implicitamente invita il possibile “reo” a stare attento, ad evitare di esporsi o di commettere indecenze
  • Presuppone che questo pubblico possa essere “offeso” da un determinato comportamento
  • Contrappone chiunque al pubblico. Il pubblico è nella legge, il chiunque è fuori legge.

Quest’ultima contrapposizione è degna di nota. È proprio la legge che traccia un confine, che delinea una forma di pensiero, che si immagina lo svolgimento di un fatto, per poi trarne conclusioni che sembrano coerenti. La legge assume che il singolo col suo comportamento definito “indecente”, automaticamente offende il resto della società. E siccome è in minoranza numerica, siccome non ha la legge che lo difende, è squalificato dalla stessa definizione del reato.

Un’altra cosa che non riesco a capire è come mai un pubblico possibile e passivo, che vede la famigerata indecenza, venga rivitalizzato, gli venga risvegliata un’attenzione, sollecitata una reazione, gli venga suggerito che sta di fronte a un’indecenza (anche se – per sua ignoranza – non la percepisce come tale) – e implicitamente lo spinge a sporgere denuncia, come si trattasse di un danno collettivo. Probabilmente il singolo in questione non percepirebbe quella situazione nemmeno come indecenza; ma la legge (nei commenti giurisprudenziali e nelle sentenze) fonda il reato proprio sulla supposta percezione dell’indecenza, dando per scontato e indiscutibile che le cose stiano effettivamente così. Se le cose stessero effettivamente così, non ci sarebbe bisogno di dirlo e ribadirlo con reiterate sentenze della Cassazione. La legge dunque persegue e delinea un modello di rapporti sociali con discriminanti che avendo il suffragio della maggioranza, passano per ovvie e scontate. Ma di cui la legge non dovrebbe occuparsi. In quali altri casi la legge si occupa della possibile “percezione” di qualcosa nella generalità delle persone? Per quali altri reati la legge mette a fondamento della definizione del reato proprio la “percezione” soggettiva estesa e generalizzata al resto della società?

La posizione dell’aggettivo

Tornando all’analisi grammaticale del testo dell’articolo, analizzo l’espressione “pubblica decenza”. Mi interessa la posizione dell’aggettivo: è prima del nome. Di solito non facciamo molto caso alla posizione dell’aggettivo, se è posto prima o dopo il nome. Ma la differenza non è da poco, ed è magistralmente usata da chi vuol far passare la propria idea. Esiste un postulato che dice che il valore informativo aumenta dall’inizio alla fine della frase. Se confrontiamo:

pubblica decenza

decenza pubblica

In entrambi i casi l’attenzione è richiamata sull’ultima parola: decenza e pubblica. Nel primo caso l’intenzione comunicativa sarà focalizzata su decenza, nel secondo caso su pubblica, cioè quella che  ha a che fare coi luoghi pubblici e con persone definite “pubblico”: l’aver scelto pubblica si contrappone con tutti gli aggettivi che sarebbe stato possibile intercambiare in quella stessa posizione.

La posizione dell’aggettivo prima del nome mette in moto una selezione fra i significati dell’aggettivo e addirittura ne produce altri: inconsapevolmente vengono veicolati e poi vengono intesi, i significati metaforici, traslati, astratti, ideali, generali di quell’aggettivo. A riprova, la posizione dell’aggettivo non è liberamente intercambiabile, perché entra in campo un significato diverso che può essere inadeguato o contraddire la realtà: possiamo dire povera bestia, ma bestia povera è difficile concettualizzare che cosa sia. Alto magistrato è una cosa, un magistrato alto è un’altra. Quando dico un bel discorso trasmetto come indubitabile la mia valutazione, richiamo quasi una categoria ideale: “questo si chiama un bel discorso!”. Quando dico un discorso bello, ho scelto bello fra altre alternative possibili, quasi si nota che sto cercando le parole più adatte per quel caso particolare, concreto;  il tono è semplicemente descrittivo e non richiamo alcun modello ideale.

Di solito la posizione dell’aggettivo davanti al nome crea con esso un concetto unico (alta corte vs. camera bassa; bassa manovalanza vs. pelle chiara, buon viso vs. viso buono; somma decenza vs. decenza teatrale (Gozzi)), mentre l’aggettivo posto dopo il nome è messo a confronto con i concorrenti non scelti e viene semantizzata quella scelta  e il rigetto delle altre.

Soffermandoci ad analizzare la differenza di significato dell’aggettivo in pubblica decenza contrapposto a luogo pubblico si nota che il primo non può essere concettualmente suddiviso nei suoi componenti, altrimenti cambia anche il concetto complessivo, mentre il secondo può essere l’inizio di un elenco di luoghi particolari. Confrontando pubblica decenza e decenza esteriore appare evidente il passaggio dall’astratto al concreto: il primo allude a un principio; il secondo giunge quasi a significare pulizia.

Il concetto di “pubblica decenza” è stato introdotto nella legislazione italiana dal codice Rocco. E da qui si è imposto con tutta l’autorevolezza (o coercizione) del regime che aveva alle spalle e riaffermato probabilmente anche da qualche spunto della filosofia gentiliana.

Il Grande dizionario della lingua italiana (il Battaglia), alla voce moralità, suggerisce come sinonimi pubblica decenza, buon costume. Ritroviamo pubblica decenza come sinonimo di nettezza. In questo caso richiama un concetto del diritto canonico (impedimentum publicae honestatis – già nelle Decretali IV, 2, 4 di papa Gregorio IX) che ci avvicina al possibile significato retrostante dell’aggettivo pubblico. La publica honestas disegna un progetto di società auspicabile, secondo principi morali. Non è escluso che analoghi principi sussistano anche dietro il concetto di pubblica decenza. L’astrazione ha portato a confondere, intercambiare liberamente decenza igienica (vedi la definizione di luogo di decenza) con decenza sociale e decenza morale. Oppure ha generalizzato a livello astratto, ideale, morale un concetto che originariamente si riferiva alla realtà effettuale.

Indecenza per indecenza

Qualche giorno fa, alle olimpiadi, gli allenatori mongoli, come forma di protesta contro un giudizio arbitrale, si sono spogliati in pubblico. Che incivili! Che primitivi! In realtà penso che abbiano mostrato pubblicamente con un gesto “indecente” e umiliante, l’indecenza, l’ingiustizia e l’umiliazione della decisione arbitrale. Indecenza per indecenza.

La protesta degli allenatori mongoli

 

Anche


ora3Anche, anche se, anche tu, anche loro, anche! Escludendo quasi categoricamente l’anche io e l’anche noi, trattasi di classico gioco lessicale finalizzato a rivoltare i giochi in tavola e spostare l’attenzione del discorso su altri obiettivi o altre persone, ovvero a giustificare sé stessi a fronte di un’osservazione inglobandovi altre persone se non addirittura la stessa persona che ha formulato l’osservazione. Spesso tale gioco diventa infinito portando a un crescendo di rimostranze e reciproche accuse in un vortice insulso e inutile. Comprensibile nei bambini, ancora incapaci di lavorare criticamente un’osservazione, molto meno nei ragazzi in età scolare, per nulla negli adulti.

“Mangia la verdura che ti fa bene.” “Anche papà non la mangia!”

“Stai giocando invece di lavorare.” “Anche loro lo fanno!”

“Ehi, in classe non si usa il cellulare.” “Lo sta usando anche lui!”

“Perché gridi?” “Anche tu lo fai a volte!”

“Non mi dai mai ascolto.” “Anche tu!”

“Non si parcheggia in seconda fila.” “Ma lo fanno tutti!”

“Lei è passato con il rosso.” “Anche loro!”

“Tanti evadono le tasse quindi lo faccio anch’io!”

“Alcuni vostri parlamentari sono stati inquisiti” “Anche a voi!”

“Avete gestito le cose in modo furbesco.” “Anche voi l’avete fatto!”

Non esiste, non esiste il mal comune mezzo gaudio, è solo una di quelle tante abitudini, di quei tanti proverbi creati ad arte per manipolare le persone e permettere ai poteri di restare tali.

In altri casi l’anche serve per tentare una coercizione.

“Noi crediamo in Dio, dovete crederci anche voi!”

“Noi riteniamo che le donne debbano essere al servizio degli uomini, dovete ritenerlo anche voi!”

“Noi abbiamo stabilito che mangiare carne è dannoso, dovete crederlo anche voi!”

“Vegano è secondo noi l’alimentazione giusta, anche voi dovete diventare vegani!”

“Loro sono vestiti, dovete starci anche voi!”

Con l’anche e le altre similari formule dialettiche, spesso, nello sforzo di dimostrare la validità del proprio pensiero, si finisce col dimostrare solo la propria ignoranza e/o presunzione.

“Il nudismo è innaturale: anche i popoli che ancora vivono allo stato primitivo coprono i genitali” (frase letta recentemente proprio così come l’ho scritta e che ha ispirato questo articolo). Sbagliato, decisamente sbagliato: in tali popoli (ammesso e non concesso che ancora ce ne siano), così come nei popoli primitivi, i genitali vengono coperti esclusivamente per proteggerli dal contatto con oggetti abrasivi o pungenti (rocce, rami, spine, eccetera), in tutte le altre situazioni di vita non vengono coperti, solo a seguito del contatto con i “civilizzatori” l’abbigliamento diviene uno standard sociale, anche se il nudo spesso rimane comunque qualcosa di normale e solo la coercizione lo impedisce.

L’anche non è una risposta, l’anche inibisce ogni possibile autoanalisi, l’anche impedisce la crescita personale, l’anche ostacola l’evoluzione sociale. Ogni qual volta ci sentiamo più o meno costretti ad utilizzare l’anche fermiamoci prima un attimo e pensiamoci: al 99% stiamo giustificandoci, stiamo eludendo il discorso, o stiamo mettendo noi al di sopra degli altri!

Esercitiamoci, invece, a girarlo evolutivamente e positivamente verso di noi:

“Se lui riporta i suoi rifiuti a casa posso farlo anche io!”

“Se lui è onesto posso esserlo anch’io!”

“Se loro rispettano il limite di velocità posso farlo anche io!”

“Se loro stanno nudi posso starci anche io!”

Prima dell’alba


Al chiaro di luna, bagno il mio orto sul retro. Son nudo. C’è caldo, si sta bene anche nudi… anzi, meglio! Ogni cosa vien meglio se fatta da nudi, mi ritorna la massima che mi sono coniato con l’esperienza, prima che fossi nudista professo.

Ed ora, la vicina a sinistra ha lasciato fuori lo stendi a finir d’asciugare, che è ferragosto! La vicina di destra ha acceso l’applique del balcone, come dovesse d’un tratto tornare: l’eterna sigaretta da godersi con calma… E io che mi bagno il mio minuscolo orto: quattro piante di pomodori, rosmarino, basilico, timo, origano, menta, zenzero, salvia e l’esotica stevia, col gradito sapor che ha nelle foglie, che a lungo rimane a dolciarmi gola, gengive e saliva.

Bagnando il mio orticello col buio

Bagnando il mio orticello col buio

No, nessuno mi vede. Ma tutto è perfetto egualmente. La rosa dell’acqua che piove sul nero groviglio di piante, nemmeno il rosso dei pomodorini pugliesi distinguo, e le foglie che al buio son tutte nere, come Hegel insegna. E io che nemmeno avverto che sono in azzardo e mi godo al contrario di occupare tutto lo spazio/tempo che l’esposizione col chiaro mi avrebbe negato. Catacombali, carbonari… s’inizia sempre da zero, dalla clandestinità, in posti deserti, lontani dalla società, dalla “città”, la cui aria ormai non rende più liberi, come nel Medioevo (ed è tutto dire!).

Mangiando una fetta d’anguria una notte d’estate

Mangiando una fetta d’anguria una notte d’estate

Non rubo gli spazi che occupo: l’anguria sul tardi al chiaro del giallo lampione; la puntata audace a recuperare il coltello confitto in una fetta d’anguria a forma di barca vichinga… mangiata dianzi; la doccia furtiva con la canna dell’acqua, guardingo a chi passa davanti al cancello (nel caso: pakistani abbottonati sino ai polsini che lasciano i lor volantini. Rispetto? Fin dove? Rispetto è diritto maggiore degli altri e dovuto? Il loro che prevale sul mio? – e il mio è così fragile e debole se così facilmente soccombe? O siamo noi che troppo facilmente abdichiamo? Mi dovrei consolare col dirmi che son bravo ammodino, che son tollerante, politicamente corretto – un’altra morale che rientra dalla finestra? –  non sopporto più che io stesso permetta che mi si rosicchi così la carne nel vivo). Attento al vicino di fronte, a sinistra, il più arretrato di tutti, che griderebbe allo scandalo additandomi a dito, mi fulminerebbe addosso improperi e anatemi, gridando come un ossesso per l’intera contrada.

Eppure al mattino – il sole sorgerà fra pochi minuti – le mani incrociate dietro la nuca, mi respiro un’aria che sa del fresco che è anche oggi il mondo reale. La solita vista: la siepe d’alloro, la strada, le ante ancor chiuse dell’altro vicino di fronte (quello di destra), che forse proprio adesso aprirà, e così mi vedrà – ma da tempo lo sa –, e vorrebbe, lo sento, stare anche lui sul balcone, spoglio di tutto, a veder come gira altrimenti, a impor che si è: liberi e nudi. Alza la mano ed accenna un saluto; glielo ricambio, che siamo ormai complici, se ben nessun motto sul fatto ci siamo mai detti. Siam solo contenti di vederci e sentirci ciascuno più liberi, prima che suoni l’Ave Maria (il carillon che distilla È l’ora che pia…)

Vestito di sole al tramonto

Vestito di sole al tramonto

Un tempo nostro, che non ci siamo venduto, né noi ci sentiamo venduti. Prima dell’alba, prima che il giorno cominci e ci triti nelle convenzioni che ci imbudellan come salami. Respiriamo aria fine, che sa di libertà, di assertività, che ci nutre di altri pensieri, che ci dà tempra al corpo e alla mente. A pieni polmoni. Ben sappiam d’esser nudi. E ne siamo, per un attimo che dura anche ora, persino contenti e orgogliosi.

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