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Parlare o tacere? La scuola del monte!


È una bella giornata di prima estate, l’umidità della sera inizia a rubare il posto al calore degli ultimi raggi di sole, una luce rossastra dipinge le cime degli alberi e le distese dei pascoli, gruppi di mandrie al pascolo ancora rompono il silenzio con il sordo rumore dei loro campanacci. Ai bordi del sentiero si chiudono le colorate corolle dei fiori lasciando al viandante solo il sapore del loro tenue profumo, piccole gemme di rugiada appaiono sui petali e sulle foglie, ombre sfuggenti attraversano la traccia per nascondersi sotto i sassi o tra gli alti fili d’erba. Già da un paio d’ore sto camminando in direzione della prima vetta di un lungo anello alpino, il mio nudo corpo offerto alla nuda montagna ne riceve sollievo e fragranza, le luci della valle si sono accese e posso notare il frenetico movimento dell’urbe, al contrario il mio incedere ancorché veloce è assai più tranquillo, solo il ritmo della natura compone lo spartito musicale che mi guida e mi comanda.

Metri e chilometri sono ormai sfilati sotto i miei piedi, minuti e ore sono ormai girati sul quadrante del tempo, il mio cervello impavido divaga tra le immagini che penetrano gli occhi e i pensieri che inondano la mente, sono nel contempo impegnato e distratto, impegnato a seguire le tortuose giravolte del pensiero, distratto dal porre attenzione alle umane turbe. All’improvviso, dall’ennesima curva nascosta dal bosco, appaiono due persone, un uomo e una donna lentamente mi si avvicinano, mi guardano stupiti, non si fermano, non deviano, non si girano, semplicemente avanzano. Ci incrociamo, lo stretto sentiero m’induce a cedere loro il passo, mi sfiorano, l’uomo mi guarda in viso, la donna mi esamina dall’alto al basso soffermandosi al centro prima di tornare sul viso, cordialmente ci salutiamo e, senza altro proferire, ognuno prosegue per la sua strada, loro verso valle, io verso il monte.

Avanza la notte, il conico fascio di luce emesso dalla frontale cattura il mio sguardo e la mia attenzione, tenui colori contornati di nero fra i quali spiccano piccole macchie colorate, spruzzi di vernice lasciati da un eretico pittore. In alto l’ombra della vetta si staglia contro il pallido chiarore del cielo stellato, sembra volermi impressionare, sembra volersi dichiarare irraggiungibile, dolcemente la guardo chiedendole permesso, la mia mente e la sua si mettono in risonanza, sento la sua forza scivolare nella mia debolezza, cambiarla, mutarla in calda intraprendenza, scioglierla in vigorosa sicurezza: mi sono umilmente e totalmente esposto alla montagna e la montagna mi ha accettato, la montagna mi ha aperto le porte che portano nel suo magico regno, la montagna mi ha cantato il suo invito indicandomi la strada da percorrere. Montagna nella montagna, nuda entità nella nuda natura, semplice essenza nella splendida solitudine del monte, fusione di menti e di corpi, compenetrazione di energie, sommarsi di sensazioni ed emozioni che mi accompagnano fino alla vetta e ancora oltre, nella ripida e complessa discesa e nella successiva risalita.

Altro monte, altra vetta, il crepuscolo del mattino ha rotto gli induci e il sole allunga il suo rosso e caldo abbraccio. Disteso sulla piccola solitaria cima lascio che la luce e il fuoco invadano la mia pelle, tutta, indistintamente tutta, qui non esistono timori, la montagna non conosce perversioni, la natura non impone limiti, ci sono solo libertà e reciprocità, il reciproco rispetto, la reciproca conoscenza, la libertà d’essere sé stessi, la libertà dai fastidi e dai peccati, la libertà dall’ipocrisia, dal concetto di pudore creato dall’uomo per l’uomo ma ignoto alla natura. Senza vergogna il monte mi osserva, una marmotta fa capolino dalla sua tana, un camoscio si avvicina, un ignoto rapace mi saluta col suo stridulo grido, i fiori mi mostrano il loro cuore dorato, piccoli insetti appaiono dall’erba che mi circonda, una formica mi solletica le natiche, una cavalletta salta sul mio pube, una farfalla gioca con le dita dei miei piedi, una mosca impenitente atterra sul prepuzio del mio pene.

Vola il pensiero, purtroppo torna a incontri diversi, all’incontro con la vergogna, con le preoccupazioni e i pregiudizi, con i subdoli condizionamenti e gli opportunismi mascherati da scientifico dovere, con un concetto unilaterale di rispetto e di diritto: “il nudo è male“, “il nudo è solo esibizionismo”, “non ho niente contro il nudismo ma non è pratica socialmente accettabile”, “bisogna rispettare chi prova fastidio per il nudo e praticarlo solo in casa o in posti accuratamente mascherati”, “mi sembra se ne parli troppo”, “è (solo) un modo di passare il tempo come un altro”, “parlarne lo rende innaturale”, “non cerco di convincere altri perché non tutti lo capiscono e in ogni caso lo si capisce solo dopo averlo provato, le discussioni sono inutili”, “parlerei dello stile nudista solo con chi intende accostarsi, senza sbandierarlo ai quattro venti perché non a tutti interessa”, “perché una persona dovrebbe forzatamente aprirsi e desensibilizzarsi al nudo”, “parlare di nudismo è una forzatura”, “va rispettato anche chi non vuol essere desensibilizzato”, “non possiamo che accettare il fatto di non poter stare nudi quanto vorremmo, in ogni luogo e in ogni momento”, “è proprio l’impossibilità a goderne a moltiplicare il piacere di spogliarsi quando questo è possibile”, “la felicità e il piacere sono fatti di brevi momenti non di lunghi periodi”. Perché non s’impara dal monte e dalla natura? Perché non è possibile accettare che ognuno sia semplicemente libero di fare quello che gli pare, di stare come meglio preferisce, nudo, vestito o in una qualsiasi via di mezzo? Dove sta il problema? Fastidio? Avete provato a capire da dove nasce questo fastidio? Ci si rede conto che l’origine è relativamente recente? Ci si chiede perché ci si debba necessariamente conformare a quello che, alcuni secoli or sono, qualcuno ha deciso dovesse essere? Ci si chiede se sia lecito elevare a stato sociale di norma una palese fobia (qualsiasi fastidio diviene fobia nel momento in cui non è controllabile e ci si deve necessariamente proteggere)? Ci si chiede come possa essere ritenuto precetto naturale un qualcosa che invero non è una costante di tutte le culture e di tutte le genti? Perché mai dovrei essere io a chiedermi perché gli altri non si conformano al mio stile di vita e non devono al contrario essere gli altri a chiedersi perché io preferisca stare nudo? Perché la società deve domandarsi (e domandarmi) quale senso può avere stare nudi? Non sarebbe forse meglio che si chiedesse se ha veramente senso stare sempre vestiti? Sicuri che sia solo un passatempo? Dove sta scritto che il piacere e la felicità siano fatti di soli brevi momenti? Chi l’ha detto che lo stare nudi sia solo un piacere e/o una felicità? Non potrebbe (dovrebbe, è) essere un’esigenza intrinseca, l’espressione massima della nostra naturale normalità? Perché mai chiedere la condivisone degli spazi dovrebbe essere una forzatura verso chi ne prova fastidio? Perché mai parlarne dovrebbe essere una mancanza di rispetto verso chi non sopporta il nudo? Non sono invece delle opportunità? Non è forse vero che la comunicazione è il fondamento essenziale della socializzazione? Non è forse vero che la negazione dei diritti coincide con le limitazioni e non con le aperture? Non è forse vero che poter fare qualcosa è ben diverso dal doverlo fare? Che il poter fare non obbliga a fare? Che nella possibilità di fare chiunque può trovare il proprio spazio e sentirsi rispettato? Perchè devo solo accettare? Perchè dovrei per il nudo applicare una logica completamente diversa da quella applicata in altre situazioni più o meno recenti?  Lo si nota che secondo questa logica le donne avrebbero dovuto accettare il non aver diritto di voto, l’essere schiave dell’uomo, l’essere prede sessuali? Che secondo questa logica gli omosessuali avrebbero dovuto accettare d’essere considerati anomali e anormali, malati, dementi, immorali, contro natura? È proprio così difficile comprendere che la rinormalizzazione del nudo porterebbe con sé tanti di quei cambiamenti personali e sociali da poter risolvere molti dei problemi sociali che attualmente vengono quotidianamente denunciati? Che il nudo incrementa all’ennesima potenza il rispetto verso l’altro? Che migliora la crescita psicologica dei bambini? Che nel tempo andrebbe ad eliminare la violenza sessuale e la pedofilia? Che eliminerebbe alla radice i ricatti sessuali? L’utilizzo delle foto di nudo come ripicca e offesa? Che…

Un fischio mi strappa dai miei pensieri, un nutrito gruppo di persone sta arrivando alla vetta, uno di loro mi ha già notato e mi saluta con un cenno della mano: “tranquillo, resta pure nudo, anzi, guarda, lasciami arrivare e mi ci metto anch’io”. Del gruppo, composto da uomini e donne, solo una ragazza e due bambini seguono l’esempio del loro compagno e si tolgono le vesti, allo stesso tempo nessuno avanza perplessità, anzi tranquillamente si siedono vicino a me e, dal momento che uno di loro, avendo letto alcuni dei mie post, mi ha riconosciuto, chiedono curiosi del mio percorso odierno e del mio viaggio futuro.

Il sole mi punge le spalle, rumori di vita arrivano alla vetta dal sottostante piazzale dove un albergo e due ristoranti stanno aprendo le porte, è giunta l’ora di rimettersi in cammino, saluto i nuovi amici e m’avvio verso la restante strada, ancora venticinque chilometri e duemila metri mi separano dall’automobile, non c’è altro tempo per tergiversare. “Grazie a tutti, grazie per la diponibilità, grazie per l’indifferenza, grazie per l’accoglienza”, “grazie a te Emanuele, ci hai aperto nuovi orizzonti, li terremo presenti!”

Parlare o tacere? Esporsi o nascondersi? Osare o coprirsi? Beh, la risposta è chiara: imparare dal monte!

Semplicità


 

I bambini non provano fastidio nei confronti della nudità, gioiscono della propria e sono semplicemente indifferenti a quella altrui, serviranno la violenza fisica (l’imposizione materiale delle vesti), la violenza psicologica (la reiterazione dei richiami che negano la svestizione e impongono la vestizione) e l’inganno (cultura del peccato, nudofobia, concetto di pudore, eccetera) per condizionarli e far mutare loro atteggiamento. Tutto questo vorrà ben dire qualcosa! La semplicità del bambino dovrà pur insegnarci qualcosa!

#nudiènormale #nudièmeglio

La nuda verità!


Nell’arte ecclesiastica il nudo rappresenta la purezza. Nell’arte generica il nudo rappresenta l’eleganza o la semplicità. Nella danza il nudo viene utilizzato per visualizzare l’armonia o la forza. Nel teatro il nudo viene utilizzato per evidenziare la naturalezza o l’assenza di barriere. Nella comunicazione il nudo viene utilizzato per identificare la correttezza o la verità. Insomma, la stragrande maggioranza dei riferimenti al nudo vengono utilizzati in chiave assolutamente positiva.

C’è da meditare!

 

“Me Too” ovvero Società & Cultura


Me Too e gli altri movimenti contro la violenza sessuale sono iniziative lodevoli e assolutamente da sostenere, hanno sicuramente la forza per generare l’indispensabile cambiamento sociale a livello giuridico e legislativo, devo però andare oltre se vogliono ottenere quel cambiamento culturale indispensabile alla rimozione del problema, se vogliono prevenire piuttosto che limitarsi a curare hanno una sola opzione possibile: allearsi alla comunità nudista e aiutarla nel ripristino della normalità del nudo!

#nudièrispetto #nudièsolidarietà #nudièparità quindi…

#nudiènormale #nudièmeglio

Estate… senza costume!


Parafrasando l’errato titolo di una nota trasmissione di RAI2

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Magia


Al teatro,

leggiadri ballerini sii muovono sul palco,

svolazzi di tulle distraggono l’occhio,

tremule girandole in tondo,

forme contorte sul fondo.

Nel prato,

ragazze, ragazzi, al sole distesi,

accesi colori si mescolano nell’erba,

tremule girandole in tondo,

forme contorte sul fondo.

Nel bosco,

persone camminano con fare spedito,

le tute sgargianti risplendono nell’ombra,

tremule girandole in tondo,

forme contorte sul fondo.

Nella città,

concitata folla si muove attorno,

abiti variegati separano le menti,

tremule girandolo in tondo,

forme contorte sul fondo.

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Al teatro, nel prato, nel bosco, nella città,

d’impulso le genti al vento le vesti.

Leggiadri ballerini nudi si muovono sul palco,

ragazze, ragazzi, nudi al sole distesi,

nude persone camminano con fare spedito

concitata nuda folla si muove attorno,

ferme movenze, definite essenze,

colore di pelle, profumo di stelle,

assenza di tute, respiro di cute,

abito sottile, mente gentile.

La veste comprime,

il nudo è sublime,

la veste smorza,

il nudo rinforza,

la veste tradisce,

il nudo unisce,

la veste è triste,

il nudo gioisce.

Dal nulla emerge

Il fascino profondo

dell’uomo e del mondo.

Dal nulla si sveglia

la forza immane,

delle forme umane.

Dal nulla si genera

Il rispetto totale

di ogni commensale.

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Magia,

di un piccolo gesto,

di una semplice azione,

al vento le vesti

gettiamo lesti,

e nudi viviamo

così come siamo.

Magia!

Emanuele Cinelli – 9 gennaio 2018

 

 

 

#BuoniPropositi2018


1)      Leggere Mondo Nudo

2)      Partecipare alle escursioni di VivAlpe 2018

3)      Superare il fastidio del nudo

4)      Apprezzare il proprio corpo

5)      Spogliarsi

6)      Camminare nudi nella montagna

7)      Imparare a vivere nudi

8)      Diffondere la normalità del nudo

9)      Difendere i diritti del corpo nudo

10)   Promuovere una società dove i vestiti siano sempre, comunque e ovunque facoltativi

#nudiènormale

#nudièmeglio

I tempi che cambiano, invito a Sindaci e Assessori


I sempre più numerosi calendari con atleti, vigili del fuoco, studenti, eccetera che posano in nudità.

Le copertine delle riviste sportive con atleti nudi.

Lo spot della Nike con gli atleti nudi: Nike Naked Running Camp.

La pubblicità del Festival di Sanremo 2017 con la famiglia di alieni nudi.

La pubblicità dell’Ikea con i due anziani che vivono nudi.

Una sigla di Costume e Società (trasmissione di RAI2) con una bagnante nuda.

Lo sfondo della pagina iniziale del gioco Higher Lower con la persona nuda che gioca al computer.

IMG_6346Le mostre d’arte con persone nude in carne ed ossa, come opere ma anche come spettatori.

Il crescendo di spettacoli, in particolare danza ma anche opera lirica e teatro, dove il nudo è parte dominante o unica, talvolta anche con il coinvolgimento del pubblico.

Il successo delle manifestazioni sociali che usano il nudo per rafforzare il loro messaggio.

La nascita di palestre, scuole di yoga, ristoranti, bar dove il nudo è normalità.

Gli esperimenti di nudità al lavoro e le aziende che hanno adottato la regola dei vestiti facoltativi.

Famiglia nudistaLe sempre più numerose ricerche sociologiche e pedagogiche che indicano la positività dell’educazione al nudo e con il nudo o addirittura la necessità di educare i bambini al nudo.

Le sentenze della Cassazione che, prendendo atto del cambiamento nella visione sociale del nudo, lo dichiarano lecito quando praticato in luoghi all’uopo deputati o in tal senso da tempo utilizzati.

Le sentenze di giudici di ogni ordine e grado che si affiancano a quelle della Cassazione sopra menzionate allargandole ai luoghi selvaggi o poco frequentati.

I tanti “non luogo a procedere” per le denunce nei confronti di persone nude (in qualche caso anche in zone non propriamente selvagge o poco frequentate).

Eccoli (e non sono tutti) i segni palesi di una società che sta guarendo da una delle sue più inutili e insulse malattie: la paura o la vergogna del nudo! Gli unici riluttanti a prenderne atto, oltre a poche menti più o meno consciamente refrattarie al decondizionamento e ad alcuni oscurantisti a tutto tondo molto bravi ad imbrattare il web con i loro volgari sproloqui, sembrano essere gli amministratori comunali e i politici, non tutti veh, ma pur sempre troppi!

Egregi Sindaci, spettabili Assessori, Mondo Nudo è qui e vi può aiutare nella transizione alla società dei vestiti facoltativi, contattateci.

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Nudi siamo stati creati e…


Quando passando davanti a certe chiese o certi santuari mi capita di leggere cartelli che invocano all’uso di un abbigliamento decente, dove per decente è sempre palese che si faccia riferimento ad una copertura sostanzialmente estesa della pelle, mi sorge spontanea una considerazione assai semplice ma stranamente sfuggevole: secondo gli stessi libri sacri Dio ci ha creati nudi e di certo l’ha fatto con il presupposto che nudi saremmo dovuti restare, allora da dove nasce questa repulsione per il nudo? Perché nel corso della storia ad un certo punto il nudo è diventato immondo? Perché ora, nonostante tanti siano i precetti abbandonati o riveduti e primo fra tutti quello sul sesso senza matrimonio, è così difficile cambiare l’atteggiamento verso il nudo? Perché ci sono religiosi che apprezzano il nudo sociale e laici che lo schifano e lo condannano?

Nudi siamo stati creati e, nel rispetto del Creatore (chiunque o qualunque cosa, anche il nulla, esso sia) nudi dovremmo continuare a vivere!

 

Dieci cose assolutamente da fare nel 2018


1)      Mettersi a nudo

2)      Mettersi a nudo

3)      Mettersi a nudo

4)      Mettersi a nudo

5)      Mettersi a nudo

6)      Mettersi a nudo

7)      Mettersi a nudo

8)      Mettersi a nudo

9)      Mettersi a nudo

10)   Mettersi a nudo

#nudiènormale

#nudièmeglio

Auguri


Per un 2018 fruttuoso e… nudissimo!

Buon Cammino 2018 600

Sentieri chiusi alle moto: danno da 137 milioni di euro!

Divulgare il nudismo: aspettare o andare?


Foto di archivio


Ricordate il mio articolo “Sono stato a una festa”? Bene, dopo quella bellissima esperienza, dopo che lo scorso anno all’ultimo avevo dovuto rinunciare, quest’anno volevo fortemente ritornarci per rivivere quel sentimento di amicizia, quell’apertura che, per ora, solo poche comunità hanno materialmente mostrato nei confronti del mio modo di vivere che si estende al camminare in montagna. Qui, nel comune di Braone, ormai, se non proprio tutti, molti mi conoscono quantomeno di nome, sanno che i vestiti li indosso solo quando proprio non ne posso fare a meno, alcuni mi hanno anche incontrato durante le mie uscite sui monti della zona, e sanno che annualmente ci porto un gruppo di amici, a parte i gruppi dell’oratorio e di Campo Tres, uno dei pochissimi gruppi che qui salgono a fruire dei servizi dell’ottimo rifugio, hanno ben presente anche questo e lo considerano un bel punto di forza. Così desideravo anche che queste magnifiche persone potessero conoscere alcuni dei miei amici ed ho di conseguenza inserito questa uscita nel programma 2017 di VivAlpe, il programma nato e cresciuto per far conoscere, e magari provare, la normalità del camminare nudi.

Sebbene dovessero salire per conto loro essendo io impegnato in una perlustrazione alquanto impegnativa e lunga, tre amici hanno aderito e mi hanno raggiunto al Prandini. L’accoglienza è stata quella che mi aspettavo, la stessa che avevo ricevuto io due anni addietro, un’accoglienza sincera, assolutamente priva di finzioni, ma, come speravo (e pensavo), le cose sono andate anche oltre, quest’anno si è manifestato un certo interesse, mi, fintanto che ero l’unico arrivato, e ci, dopo che sono arrivati anche gli altri amici di Mondo Nudo, sono state formulate alcune domande, circostanziate, mirate, ma pur sempre importanti e rivelatrici. Il tutto è partito dall’affermazione pubblica di una signora “loro sono quelli che girano nudi qui sui nostri monti”, al che subito uno ha risposto “nudi, ma va, no, se incontrano i guardaparco?”, riprende il pallino la signora e: “che differenza c’è tra nudisti e naturalisti?” (beh si proprio così, come ho avuto modo di scrivere molti confondo naturisti e naturalisti, ancora prima che potessi farlo io qualcuno più informato ha corretto la domanda e spiegato la differenza tra naturisti e naturalisti), “ho sempre pensato che i naturisti fossero coloro che amano la natura!” (eh, eh, la signora ha perfettamente ragione e lo dico ormai da anni: questo è il vero senso etimologico della parola e, volenti o nolenti, non possiamo alterarlo a nostro discernimento, per altro il suffisso ista va applicato al carattere prettamente distintivo di un’attività, ti piace andare in moto sei motociclista, ti piace costruire modellini sei modellista, ti piace scalare le Alpi sei un alpinista, ami la natura sei un naturista, ti piace stare nudo sei un nudista, non ci si scappa).

Altre faccende spostano l’attenzione e il discorso cade, riprende un’ora dopo quando l’arrivo degli altri tre riattiva l’interesse: “scusate qui si chiedono alcune cose ed essendo io quella che fa le figure mi faccio avanti, perché camminate nudi?”, “c’è dietro una particolare filosofia?”, “che cosa avete voi di differente da noi?”. Qui, a parte la logica e perfetta, anche se un poco destabilizzante (per l’interlocutore), risposta di Cristina “niente”, si stava per avviare un discorso che poteva darci l’appiglio giusto per arrivare alla formulazione dell’invito: “venite, partecipate, osservate, percepite e, quando vorrete, provate”. Purtroppo le prime avvisaglie del temporale e lo spostamento dell’attenzione dell’interlocutrice verso altre questioni ci hanno interrotti, ma il seme è gettato, la prima ancora psicologica è stata generata, sarà poi facile riattivarla, sarà addirittura facile che si possa riattivare da sola.

Il resto della mattinata passa all’interno del rifugio ascoltando il rumore degli scrosci d’acqua, alternando chiacchiere di diverso genere e mangiando. Sul finire del pranzo una persona conosciuta in mattinata e con la quale già avevo parlato ma solo di montagna e trail, viene catturata da Riccardo che gli parla del mio lungo viaggio di TappaUnica3V, da qui nasce una richiesta di maggiori dettagli alla quale faccio seguire l’ovvio invito di venirmi a leggere sul mio blog. Nel frattempo il temporale si esaurisce e lascia il passo ad un debole sprazzo di luce e di sole, di comune accordo si decide di approfittarne per rientrare a valle prima che possa arrivare nuova pioggia. Io devo muovermi in direzione opposta a quella di tutti gli altri per cui ci salutiamo con il sottinteso augurio di vederci nuovamente, magari riprendendo il discorso rimasto in sospeso e portarlo all’invito anzidetto, per ora la certezza che qui possiamo continuare a venirci, che qui possiamo muoverci in libertà con ancor meno attenzioni e preoccupazioni di quelle che, purtroppo, ad oggi dobbiamo comunque sempre avere.

Qualcuno potrà osservare che siamo dovuti rimanere vestiti e che così abbiamo ceduto alla forza dei tessili, niente di più sbagliato: noi non abbiamo ceduto nulla a nessuno, abbiamo, così come tutti spesso fanno, solo volontariamente deciso di partecipare ad una festa in un contesto non nudista, a differenza di quanto molti fanno noi, però, ci siamo andati senza nasconderci dietro le nostre vesti, ci siamo andati con il preciso intento di farci individuare per “quelli che vengono nudi”, di poter parlare del nostro andare nudi, d’essere vestiti nel corpo ma nudi nell’animo e nelle parole. Così è stato e i risultati sono incontestabili, sono quei risultati che da almeno due anni ho capito essere raggiungibili solo smettendola di vivere nel terrore d’essere identificati come “quelli che stanno nudi”, smettendola di nascondersi, smettendola di predicare l’autodifesa del territorio attraverso l’obbligo assoluto della nudità, smettendola di aspettare che gli altri comprendano e abbraccino la scelta nudista, bisogna manifestarsi, accettare e promuovere la promiscuità (brutta parola che spesso viene utilizzata in modo negativo ma che qui devo necessariamente utilizzare nella sua positiva valenza), capire che solo la condivisione degli spazi può darci spazio, capire che se io obbligo gli altri avranno paura di perdere spazio, capire che non c’è la paura di vedere persone nude ma quella di doversi per forza mettere a nudo, comprendere che se io attivo un forte meccanismo di difesa gli altri a loro volta faranno lo stesso e saranno solo i grossi numeri, quelli che noi per ora non abbiamo, a fare la differenza e decretare il vincitore.

Dobbiamo muoverci, spostarci, alzare il nudo culo dalla salvietta, e portarlo, vestito ma nudo, tra quegli altri che, così come pretendiamo facciano loro, dovremmo smettere di chiamare “altri”. Sono persone, solo persone, persone che ancora devono scoprire quello che noi abbiamo già scoperto, così come noi potremmo dover scoprire cose che loro hanno già scoperto: tutti abbiamo sempre qualcosa da imparare da tutti, tutti abbiamo sempre limiti e paure, tutti abbiamo da comprendere e capire, tutti!

“Ne abbiamo piene le… sentenze”


Come tutti ormai dovrebbero ben sapere, in merito al nudo pubblico (perché in privato, almeno in Italia, ognuno può fare quello che vuole) la legislazione italiana si mantiene assai vaga lasciando a chi gestisce l’ordine pubblico e ai giudici l’onere di decidere caso per caso. Una situazione per certi versi ideale potendosi così adattare all’evoluzione dei tempi, per altri invece negativa visto che in Italia le sentenze non fanno legge, che i giudici non sono tenuti a conformarsi alle scelte di un loro collega e nemmeno della Cassazione, che è ben evidente quanto anche in giurisprudenza spesso le convinzioni personali prendano il sopravvento sulla realtà dei fatti, che mancando un principio preciso su cui fondare la discussione il tutto diviene un azzardo, che in italia le istituzioni sono assai lente ad adeguarsi al cambiamento sociale, che gli amministratori comunali (Sindaci in primis) sono assai più attenti alle voci degli “amici di partito” che a quelle della gente nel suo insieme, eccetera, eccetera. Nonostante tutto, però, a partire da una prima sentenza favorevole ai nudisti (anno duemila) ne sono seguite diverse altre similari di giudici di ogni ordine e grado, si è così inquadrata una nuova convenzione giuridica che, osservando e facendo proprio l’evidente cambiamento dell’opinione comune nei confronti del nudo, lo ritiene accettabile in una larga tipologia di situazioni, di sicuro in tutti quei luoghi dove da tempo è consuetudine stare nudi, in diversi casi anche in contesti dove il nudo non è tipico, ad esempio zone isolate e difficili da raggiungere come le calette delle scogliere di mare e certi reconditi pascoli alpini, ma anche zone meno isolate e più frequentate qualora comunque periferiche ai grandi centri e al momento desertiche, vedasi certi sentieri di montagna. Materialmente possiamo dire che, entro certi limiti, il nudo pubblico è oggi giuridicamente legittimo.

Ehm, oggi? Purtroppo il “recente” decreto legge sulla depenalizzazione dei reati minori ha un poco rimescolato le carte in tavola e… sebbene siffatto decreto legge non dovrebbe invero avere influenza sulla predetta convenzione giuridica favorevole al nudismo, succede che, visto l’importo a tre e persino quattro zeri (si osservi che, per fare un solo esempio, chi guidando un natante in modo irresponsabile travolge e uccide un subacqueo rischia al massimo un’ammenda a due zeri) delle sanzioni corrispondenti e con la complicità di altra, più vecchia, variazione legislativa che rende assai complesso e gravoso opporsi alle sanzioni, le amministrazioni comunali, non dovendo più fare necessariamente ricorso ai giudici (che, come detto, andrebbero ad annullare le denunce), magari nemmeno ai Prefetti (che, assimilando le decisioni dei giudici, pure avevano iniziato a stralciare le denunce), ed essendo sempre alla caccia di introiti economici, ne hanno approfittato per ridare vigore alla caccia al nudista e sono così fioccate a destra e a manca le contravvenzioni. Vero che qualcuno, l’onorevole Luigi Lacquaniti, si è mosso per chiedere una rivalutazione legislativa dell’importo di tali sanzioni, ma vero anche che la risposta del diretto responsabile è stata molto più che evasiva come si evince da un pdf ufficiale della Camera: la risposta del ministro non prende affatto posizione sul punto del nudismo, ma si limita a un lungo sproloquio sulla depenalizzazione e ricorda che entro 18 mesi sono possibili interventi correttivi, ma dice anche che “non sono allo studio da parte di questo ufficio iniziative normative nella materia oggetto di doglianza” e che anzi “nessuna osservazione, in punto di adeguatezza [delle sanzioni], è stata comunque sollevata dalle altre amministrazioni interessate alla delega”, insomma una chiara e forte, sebbene subdolamente celata con le solite formule tanto care ai politici, affermazione di diniego. Per altro, per quanto riguarda il nudo l’intervento più corretto sarebbe ben diverso dalla semplice riduzione delle sanzioni (che equivale a ribadire quell’illiceità del nudo che ormai la convenzione giuridica aveva invece annullato): un’esplicita dichiarazione di esclusione del nudo dal contesto degli atti contrari alla pubblica decenza (e anche da quello, invero assolutamente inapplicabile ma che spesso veniva e viene utilizzato dalle forze dell’ordine, degli atti osceni in luogo pubblico), stop! Poche parole chiare, semplici e inequivocabili.

Purtroppo siamo ben lontani dal poterci aspettare questa semplice e chiara azione e le sanzioni fioccheranno ancora a lungo, così… così qualcuno, l’Associazione Naturista Italiana (ANITA), si è mosso e al grido di “ne abbiamo piene le sentenze” ha dato i natali ad un Fondo di Solidarietà Naturista grazie al quale intanto poter dare assistenza legale a tutti coloro (associati e, cosa assai rilevante, praticamente una gradita rivoluzione rispetto alle consuetudini associative, non associati) che incapperanno in dette opportunistiche e ufficiosamente illecite sanzioni amministrative, e poi (che è forse il punto di maggior forza dell’iniziativa) poter intraprendere azioni giuridiche verso quelle amministrazioni pubbliche che, andando in controcorrente rispetto alla convenzione giuridica e all’opinione comune, continuino a molestare chi se ne sta semplicemente e pacificamente nudo. A tal ragione l’ANITA ha avviato una raccolta fondi aperta ovviamente a tutti, nudisti e non nudisti, soci e non soci, italiani e stranieri. Insomma, chiunque abbia a cuore il concetto di libertà, chiunque pensi che le persone quando non provocano ad altri reali danni materiali debbano essere libere d’agire secondo propria coscienza, chiunque ritenga doveroso il reciproco rispetto dove reciproco sta a indicare la bilateralità dell’azione e rispetto sta a indicare la considerazione dell’effettiva limitazione in carico alle due parti (raramente simmetrica), chiunque abbia a cuore l’oggettività delle azioni istituzionali, chiunque ritenga che il politico non debba governare solo in ragione di chi lo ha eletto ma anche in ragione di tutti gli altri, del bene comune all’interno della comunità che amministra, ecco chiunque sia per la democraticità delle cose e delle istituzioni è invitato a partecipare, qui (pagina News sul sito di ANITA) trovate tutte le informazioni necessarie all’effettuazione del versamento e qui (pagina Verbali e Bilanci di ANITA), ai fini della massima trasparenza, trovate l’evidenza materiale dei versamenti fatti.

Finalmente una bella vera iniziativa pro nudismo e pro democrazia, sosteniamola, visto quante sono le istituzioni che si approfittano della situazione per rimpinguare le proprie casse è assai importante la partecipazione del maggior numero possibile di “amici della democrazia e della libertà”.

Grazie ANITA, grazie!

Nudità virtuale


Nelle strutture ricettive in cui è concessa (!) “la pratica del naturismo”, la nudità esiste, ma il fatto stesso che sia praticata sotto condizione, dimostra che di fatto è come se fosse soltanto tollerata. Tollerata dall’alto, in forza di leggi e delibere. E si sente. E pesa. Invece di sentirsi totalmente, apertamente, leggermente liberi, la siepe di cinta è costantemente presente a ricordare l’eccezione, l’u-topia (il non-luogo), a giustificare il prezzo pagato per il permesso, elargito per magnanimità e “progressismo” di chi detiene questo potere (delegato da noi). Per converso, proprio questo aspetto sempre più mi convince che il diritto di esser nudi è un diritto personale, che nessuna autorità, potere, stato, sistema, tirannide può arrogarsi, né scipparci. Pensandoci bene, in quei luoghi, dopo un po’, anche l’esser nudi diventa obsoleto, quasi un obbligo; non si avverte più la liberazione vera e completa dal senso di pudore o vergogna.

Perché nei centri naturisti il “pubblico” occhieggiante non c’è, sono una specie si stanza da bagno allargata e le siepi sono come mutande di edera verso il resto della società. Per l’esperienza che vado quotidianamente facendo, mi convinco che è con il confronto aperto e diretto col “pubblico”, con il contatto, con il dialogo, che la nudità si emancipa, che può uscir di tutela, che diventa maggiorenne, nel pieno godimento dei propri diritti e responsabilità. Non sto parlando del piacere di sentirci scorrere l’adrenalina del rischio sfiorato, ma calcolato: non sono “sportivo” a tal punto. Nei centri la nudità è come fra marito e moglie, fra medico e paziente, fra gli amici di squadra sotto le docce a fine partita. In queste condizioni, pudore e vergogna continueranno a farsi valere, a limitarci, a tormentarci, a farci sentire a disagio, a tenerci stretti e coperti nel nostro imbarazzo; richiederanno guardinghe attenzioni, salviettoni e joupettes. E il “divieto” riceverà una conferma. E per di più rincarerà la sua dose, se proprio coloro cui piace starsene nudi, accettano il perimetro in cui viene relegata la nudità (non entro nelle motivazioni personali, che son sempre più variegate); la segregazione stessa conferma i motivi della sua istituzione e persistenza. Pudore e vergogna servono ai centri: finché pudore e vergogna esistono, i centri avranno clienti. A queste condizioni, non è vera nudità, è una nudità esteriore, quasi un costume da carnevale. È una nudità virtuale.

Nudità virtuale

 

Ironia della sorte: il richiamo alla “natura” contenuto nella parola naturismo sembra si fermi ad una soglia morale, alla solita soglia della visibilità pubblica, oltre la quale la visibilità diventa scandalosa, immodesta, irrispettosa, volgare. Ne ricavo la concezione che in generale “la natura va bene, ma fino a un certo punto”: da lì in poi c’è l’umanità, la moralità, la tradizione, la civiltà, le buone maniere; bisogna fare i conti con la società. Dando per scontato che le virtù umane e soprattutto civili che ci siamo costruiti siano superiori a quelle naturali. Che l’intelligenza umana (ma intesa più come “traguardi raggiunti” della società nel suo complesso, accumulata lungo la storia, che la facoltà del singolo) ci abbia riscattato dalle brutture bestiali della giungla, dalle tragedie dei poveri gnu assaliti da un crudele leone, dei poveri moscerini presi al volo dalle rondini… Mentre per parte nostra non vogliamo vedere cosa succede nei mattatoi, sui pescherecci, nei setifici, nei pollai. Allo stesso tempo stiamo incollati alle vetrine di via Montenapoleone ammirando le borse di pelle di piccoli struzzi di un anno…

Incontri

Quasi ogni mattina esco a caccia: questa mattina due signori mi han visto. Arrivato sulla strada principale vedo un signore in maglietta verde fosforescente con un cane che procede a passo spedito… Io proseguo attraverso i campi come son solito. Il signore fa un largo giro attorno alle case lungo la strada asfaltata, mentre io taglio per la campagna, e all’incrocio con la ciclabile me lo vedo arrivare. È ancora lontano, non ancora a distanza di saluto. Io son già nudo, mi ero spogliato all’inizio dei campi: ha tutto il tempo di vedermi e considerare la cosa. Al ritorno del giretto al vigneto, allo stesso incrocio vedo arrivare un altro signore, in sella a un cavallo, un po’ più vicino. Ci salutiamo.

Prima di arrivare alle case mi rivesto.

E l’altro giorno, sempre in quel punto un signore un po’ anziano arriva da destra. Tiene la testa bassa, non so se non mi ha visto o non ha voluto vedermi. Ricordando l’episodio ho trovato un probabile perché: per commiserazione di un povero ignudo (come insegna il Vangelo).

 

Nudità su strada

Dopo il periodo di rodaggio nei centri nudisti è tempo di provare l’esperienza su strada… altrimenti non ci daremo mai la patente. Eh, sì, perché la nudità nei centri è un po’ come quella privata nella stanza da bagno, nelle spa. Entro le mura di casa si è al sicuro. Nelle spa altoatesine si fa finta di non vedere e l’imbarazzo elettrizza e paralizza.

Finché guidiamo su un simulatore non succedono guai. Finché c’è un istruttore di guida, non si corrono grossi pericoli. Eppure prima o poi bisogna svitare le rotelline laterali al triciclo.

Finché vivo la mia nudità nei raduni, nelle feste comandate, sicuramente non succede nulla. Nulla cambia. La nudità sarà un fenomeno “naturista”, non naturale. Le leggi non cambieranno mai, se non in peggio.  Avremo fatto solo un’esercitazione, una sessione sul simulatore. Il sentirsi sempre impreparati, il “non sentirsela” di fare il gran passo è lo stesso che dar ragione al pudore, alla vergogna, alle braghette, alla minaccia di chissà quali castighi divini (o multe salate). È rassicurante sentirsi dalla parte dei più: ciascuno ha la propria soglia. Altri preferiscono fare da sé, e non guardano gli altri, non hanno bisogno di sentirsi protetti dal numero, non accettano di essere pecore neppure travestite per carnevale.

Impennare la bicicletta, pedalare senza mani sul manubrio non sono certo comportamenti raccomandabili. Eppure è una conquista privata, un trionfo tutto per sé che riempie di orgoglio, di autostima, di sicurezza ogni bambino. Ha provato mille volte da solo, finché c’è riuscito. E riscuote la soddisfazione di una vittoria tutta personale, che lo fa grande.

Forse sono rimasto bambino, o con gli anni lo sto ridiventando, cercando di recuperare tutto quello che non ho mai osato fare. Avevo paura dei lupi, dei pastori, dei cani, del filo elettrico… «La paura fa novanta, tombola completa!»

A dirla fino in fondo, guardandomi indietro, direi che ho vissuto virtualmente… virtuosamente. Ma non è così che si vive: si vive nel pratico e senza schemi. Spogliarmi e camminare lungo la strada (in campagna alle sei del mattino…) mi ha distolto dal videogioco, dalla realtà virtuale in cui rivestivo il mio ruolo, che era solo una parte di me, finalizzata a un obiettivo particolare.

Può essere razionale suddivider la vita a secondo degli obiettivi e delle risorse, ma non è naturale, non si vive al 20/40/60%. La natura non ha priorità, ha un suo ciclo, un suo ritmo, un suo sviluppo ed è sempre tutta e totale. E reale. Non ha prove evoluzionistiche, non premia chi sopravvive. È severa, forse anche indifferente. Ma è sempre tutta e totale. E reale.

Non riesco più a vedermi naturista beato godermi sole e far bisboccia a La Sablière o in Croazia. Dopo il primo giorno già mi annoio. Non è una situazione reale. Va bene per le vacanze, per chi considera la nudità un’eccezione, e poi tutto rientra.

Simulazione

Il signore col cane poteva aizzarmelo contro; l’uomo a cavallo poteva essere uno sceriffo o Tex Willer che mi dava la caccia col winchester imbracciato, il nonnetto una spia. È solo un film, ma anche se fosse reale, lo preferirei alla sdraio in una spiaggia privata. Tanto per non vivere dentro un gioco, in una casa di bambola, in un mondo di fantasia, in un simulatore. Per vivere non abbiam bisogno di prove: siamo grandi abbastanza, prudenti quanto basta (e forse un tantino di meno), per camminare senza paura di nulla, senza sempre sperare che le cose vadano a buon fine da sole. Nella realtà virtuale tutto è già stato previsto. Nella realtà quotidiana, ogni istante è nuovo di zecca. E forse lo siamo anche noi.

Il pudore è un padrone


Da nudo vien fuori un’altra mia personalità: più forte, determinata, temeraria, anche più sincera. Una personalità senza compromessi con la società. Una personalità allo stato nascente: una meraviglia di bebè, che muove i primi passi senza pannolini. Una personalità da provare su strada, da percepire quanto mi cambia nell’aver a che fare con gli altri, verso i quali mi sento peraltro così indifferente. Sarà perché ho deciso che i condizionamenti non mi possono arrivare. E ho voglia di mostrare quanto son nuovo. Non per dire «Guardatemi quanto so’ ganzo!» Sì, può anche essere orgoglio, può anche essere esibizione. Può anche essere sesso. Nel senso che è con questo nuovo volto che eventualmente mi piacerebbe creare interesse. Non butto del tutto quel che ero prima: è ben collaudato da anni di pratica e formazione. Ma questo mio nuovo volto, abbronzato dall’esposizione continua alla luce del sole, comunica la carica che mi gonfia il petto quando “oso”, quando giorno per giorno corrodo le mie stesse remore, sostituendole con nuove abitudini. Micrometricamente mi vado mutando. Il corpo, i fatti che compio mi cambian la psiche. Il corpo mi dà sempre ragione: è rimasto bambino, recupera memorie lontane, di quando “non sapeva”, ricorda ancor oggi il salviettone in cui la mamma mi avvolgeva le spalle seduto sul tavolino del bagno, del liscio-fresco della pelle man mano asciugava, del tenero timbro delle parole che ancora mi par di riudire. La mente continua a bombardarmi di nuovi pensieri, mi cambia le scaglie giorno per giorno, via via più lucenti, dorate, iridescenti come pesci d’acquario. Sento la festa, quando son nudo, sento il sacro divenuto tempo/tempio comune, mi sento “santo”, in stato di grazia: il raggio che mi arriva dal sole non è solo luce e calore, è un’ebbrezza leggera, l’inizio d’un’estasi misurata e tranquilla. Da nudo mi sembra d’aver altri sensori, onde di varia lunghezza mi attraversano, frequenze musicali si trasmettono nell’acqua delle cellule, bassi bordoni mi armonizzano, mi fanno vibrare, mi assestano.

Gian Lorenzo Bernini, Transverberazione di santa Teresa d’Ávila (Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria)

L’inconscio deve aver sempre saputo di questa risorsa. Un po’ alla volta me l’ha fatta riemergere, pungolando il corpo con il desiderio di mettersi libero, di aprirsi, di far arrivare tutto questo irraggiamento divino. Mi verrebbe da ringraziare il cielo, la natura, “Dio” per questo benessere. Lo assaporo tranquillo mentre mi serpeggia nei muscoli, mi risveglia le cellule, mi tempra di una forte e delicata tensione, mi compatta il tutto e quell’uno che sono.

Mi arrivan ricordo di quand’ero decenne, parole nuove per nuovi saperi. Curiosità ominose e terribili trafugate dai discorsi dei grandi. Il segreto dei segreti: come nascono i bambini. Enciclopedie divorate con gli occhi, fotografie ricordate alla tal pagina, da rivedere quando più pungeva il mistero. E la sensazione di essere ormai grande abbastanza, che bisognava sapere. Bastava un seno, nemmeno del tutto scoperto, i primi bikini, e l’incredula domanda: «ma non hanno vergogna»? sapendo bene quali vergogne ci avrebbero arrossato il viso e annientato di fronte agli altri. E quella volta della visita medica a scuola, quando tutti eravamo in mutande? Che brividi ancor oggi…

E adesso mi chiedo, come mai ci è venuta questa vergogna, questa “siepe” leopardiana che m’inchioda sul colle a consumarmi gli occhi, invece che alzarmi e andare, e giungere al mare?

Ma ora vado, esco, mi faccio bello per i raggi del sole che si sta levando a dar inizio a un buon giorno. E lui mi bacia, mi scandaglia, mi trova vitale e perfetto, intenso di forza come l’erba, i fiori, gli insetti, i mille colori del verde, il color della pelle mi dice che mi son fatto di bronzo, tintinno, taglio, trafiggo. Tengo questa spada a due mani, il bagliore mi difende, intimorisce: paradossalmente, proprio l’essere nudo mi difende più dei vestiti. Sarà che adesso si vede che non ho più paura, né vergogna d’esser veduto. Nulla più di nascosto. Non sono eremita della stanza da bagno, entro le mura di casa con le tende tirate. È fuori, all’aria aperta, aperto alla vista degli altri, senza sfide, senza onori, senza vittorie. Ma semplicemente perché così mi va, perché ora, poco per volta, mi sono allenato, mi sono costruito la forza di essere un altro. E in questa nuova pelle ci sto bene, bene come mai sono stato.

La nudità interiore diffonde all’esterno un bagliore che lascia basito chi guarda: «perché non anch’io?» Non è un privilegio. Le leve sono tutte a portata di mano. La nudità contagia, smuove desideri, crea sinapsi, produce ormoni, cambia gli umori. Apre gli occhi. Non che il vedere il pisello di un pirla che passa sia “il massimo della libidine”: è che ti fai domande su te. Domande serie, severe: a te stesso non puoi tanto mentirti, sai come stai. L’angolo del tappeto sotto cui scopi le cose che non sai come prendere nasconde già troppe cose, è ora di fare un bel repulisti. «Lui ce l’ha fatta…» e ti mordi il labbro scoprendo d’improvviso che sei in ritardo, che sei stato menato pel naso, correndo dietro a cose costruite da altri, ai boxer firmati! Non si può! D’ora in poi non si può! È questo il tuo goal, dopo l’ultimo calcio ben assestato: abbandoni la partita, non è più la tua partita, non è più la tua squadra. Vai negli spogliatoi, appendi al chiodo le scarpette chiodate.

***

In queste mattinate estive è un piacere uscire di casa e vedere il sole spuntare da dietro Cima Crapello, e son già in campagna per il mio solito giro.

So per esperienza che “accade l’inatteso”. Inutile che faccia calcoli probabilistici, che attenda o m’affretti. Va bene tutto, perché alla fine è solo uno il fatto che accade, intrecciato nella rete dei mille fatti anche degli altri. I sincronismi poi càpitano, conquaglian perfetti, sempre in anticipo su quel che pensavo… da stupire per quanto insieme commessi, fine intarsio d’ebanista.

Mi ero anche psicologicamente preparato con dei piccoli fioretti, rinunciando a piccole tentazioni della gola, a piccoli innocui piaceri. Non c’è una relazione fra le cose: ma una sensazione dice che c’è il suo perché; e di solito mi va di seguirla. Come se quelle piccole rinunce fossero il “prezzo” delle cose che vanno a buon fine, corrompessi a mio vantaggio il destino. Il desiderio era proteso a questa mattina; ritornava ad ogni momento di pausa. Mi vedevo in anticipo quel che mi sarebbe piaciuto che capitasse: creare una “zona di contatto”, incontri ravvicinati, domande e risposte. Al solo pensiero provavo un tremore adrenalinico e un’ebbrezza leggera che m’induceva a gustarla, indulgevo nell’ascolto di quest’altri piccoli innocui piaceri.

Dico subito che poi nulla è accaduto di quel che m’ero immaginato e al quale mi sentivo così ben preparato. Probabilmente sono uscito quei cinque minuti in anticipo che mi ha sfasato la tabella di marcia. Do la colpa alla mia impazienza.

Però già fin dai primi passi, nell’atto stesso di togliermi i pantaloncini due parole si sono formate e fuse nello stagno della linotype che ho nella mente: «il pudore è un padrone». Una cascata di pensieri, un dietro l’altro, si rincorrevano, senza lasciarmi il tempo di osservarli, di farvi attenzione, di segnarmeli. Mille situazioni si riproponevano: in tutte mi vedevo costretto a fare qualcosa, con una presenza invisibile sopra di me che mi controllava, severissima ed esigente, muta e impassibile, che se sgarravo avrei visto da me il castigo che m’ero attirato. Dall’altra opponevo la mia presenza nuda; con tutti i pensieri possibili e immaginabili, ma il corpo era libero, e il pensiero, millimetro dopo millimetro, vagliava, scartava, accertava. Sentivo l’aria entrarmi dai pori, l’aria stessa mi confermava il mio stato di nudità senza ceppi; quest’aria stessa mi aveva gonfiato polsi e caviglie e i bracciali di ferro eran saltati. «E ora chi mi prende più?» Ad ogni respiro mi sentivo di ingoiare questa certezza, questo punto fermo, questa forza d’animo… Sì, ho pensato proprio allo spirito: fra tutti i significati che può avere questa parola, preferisco quello che lo definisce come forza d’animo personale, fermezza di carattere, lucidità di pensiero, sicurezza nelle proprie convinzioni, apertura e coraggio di fronte al presente e al nuovo, pacatezza e misura nel giudicare e nelle aspettative, tranquillità di fronte al futuro, indipendenza di fronte alla gente… Nulla di trascendentale!

Probabilmente dovevo attraversare questa esperienza per meglio prepararmi all’incontro e allo scambio di vedute con i due signori incontrati…

Qualche giorno fa, di ritorno dal mio solito giro al vigneto (mi aspettavo un incontro, ma doveva accadere da sé), sto giusto per svoltare a sinistra sul viottolo tra i due campi, che sento dei passi dietro di me e subito dopo il rumore di un ciottolo calciato col piede, come un inciampo (la so questa storia dell’inciampo! quando l’imbarazzo di sentirsi guardato fra strisciare la scarpa, fa impuntare il piede in una commessura dei bolognini del marciapiede). Mi volgo e son due signori di mezza età, che già avevo visto altre volte, anch’essi in giro per la campagna di mattino presto. Imbocco il viottolo e mi giro a salutarli con un buongiorno, come fosse una cosa normale incontrare qualcuno nudo alle 6,15. Dovevano avermi visto già da una curva più indietro ed avermi seguito con lo sguardo per un minuto o due, fino alla distanza cruciale dell’inciampo.

Eran questi due signori che avrei voluto incontrare di nuovo.

Lo smalto di un fatto


Commetto dei fatti. Irreversibili.

Commettere: (1) “mettere insieme, far combaciare”, (2) “ordinare, imporre”, (3) “affidare, consegnare”.

E poi il fatto è compiuto: irrimediabile, irrevedibile, irrevocabile… unico, irripetibile.

Da accettare coerentemente, conseguentemente, responsabilmente – senza bene né male, quatto-quatto, in quanto tale, come accade al momento. Senza pesarlo, senza giudicarlo.

Ma vero. Forse più tardi, nei giorni a seguire mi vorrà suggerire una qualche verità, lo spunto di una riflessione, il sugo di quell’esperienza. L’ho voluto, l’ho desiderato: è accaduto come me lo aspettavo; appena in tempo! nel momento più topico e paradossale, all’ultimo minuto, in zona Cesarini. Questo camminare sul ciglio ci apre gli occhi dell’attenzione, della considerazione, della riscrittura anche di una concezione del tempo, che sembra piegarsi a far combaciare le cose come fossimo noi a volere, a farle proprio accadere, meglio di come avremmo potuto sperare. Per questo adesso non posso esser pentito. Ascolterò il prossimo momento opportuno e ancor lo farò. Senza aspettative, devo solo srotolare con passi reali il tappeto rosso della passerella – venga o non venga qualcuno. Senza timore varcherò la soglia che mi lascia alle spalle questo mondo fisico troppo materiale, troppo descritto, troppo prevedibile da leggi e da formule. Non è camminare alla cieca? Ha ragione il detto popolare: «Ne combino di orbe».

Ieri sera, prima di addormentarmi, con un termometro interno mi misuravo la voglia di andare questa mattina al vigneto. La premonizione positiva non era al massimo. Decido per il no e mi addormento tranquillo.

Poi invece alle 5,30 son sveglio, in tempo giusto per la mia “sortita azzardata”, cioè camminare nudo dall’inizio dei campi fino al vigneto e non solo lungo il perimetro dei filari.

Esco. Appena fuori dell’abitato mi spoglio. Qualche metro più in là mi distrae il bagliore del sole alla mia destra: sta sorgendo dalla Forcella di Sale, fra il Monte Guglielmo e le Almane; forse il punto più estremo del suo sorgere. Il cielo è coperto, ma da minuscoli strappi fra le nuvole, l’arancio luminoso del sole sembra salutarmi e assicurarmi anche oggi della sua e della mia esistenza, tanto è pieno quest’istante che passa, il tutto dattorno che esiste senza peso, che vedo in me convergente, e pur so che è neutro, indifferente…

Faccio pensieri leggeri che mi svolazzano intorno come farfalle, e il retino delle parole non riesce a catturarli. Mi aspetto da un momento all’altro che compaia qualcuno da dietro una curva: ora le piantine di mais sono “più alte di un puledro” (un proverbio dialettale mette in rima puledro con san Pietro che cade alla fine del mese).

Nessuno, nessuno, nessuno. Interrogo in me questa trepida attesa, questo modo d’ambire vivo e irrequieto. Sguinzaglio segugi a cercar la risposta. Mai quest’assenza è stata tanto presente.

Fatto il giro, son già per tornare, son le 6,30 all’incirca, conto le ore che rintoccan dai campanili lontani: ogni minuto che passa aumenta il “pericolo” di incontrare qualcuno: mi attanaglia i nervi questa possibile, incombente flagranza, come prima di un esame: davvero son preparato? Mi accorgo che per la forte emozione non ho più saliva in bocca. Risalgo l’erbosa stradicciola che divide due campi. A man dritta, oltre il campo, un agriturismo: auto che partono, arrivano… All’andata i netturbini caricavano i sacchi neri: è già la seconda volta che mi vedono.

Nessuno. Comincio a metter da parte l’idea; mollo gli ormeggi del calcolo e della speranza. È proprio questo distacco che fa scattare l’evento? Questa commistione fra ego e destino tale da non distinguerli più? La fusione fra l’attimo e il sempre? È qui che affiora un quantum di anima, la scintilla della sua esistenza? È questa espansione, compenetrazione, compartecipazione spontanea di realtà e coscienza la magia che fa accadere le cose come grosso modo mi si erano prefigurate nella mente? Chi ha sfregato il cerino?

A dieci metri, lungo la pista ciclabile, finora nascosta da un campo di un poco elevato, arriva correndo una giovane donna, vestita di maglie attillate. Certo che mi vede! Non mi ero ancora rivestito, proprio per dare una mano al destino. Va veloce, non c’è tempo per un buongiorno. Mi sento normale e pacato, ancorato e leggero. Senza il pensiero d’aver commesso un peccato o d’esser anche solo un pelino indecente. È un fatto, e lo lascio tranquillo per fatto, senza il proposito di alcun pentimento. Voglio che sia e che rimanga: neanche Zeus lo potrà cancellare. Voglio che rimanga per me, che rimanga per sé.

A frotte arrivano pensieri diversi: che ho per alleato il destino, che le cose accadono quando l’aria vibra di una ignota energia e si fa liquida come sull’asfalto d’estate, come mercurio lucente, e si varca la soglia di un mondo parallelo, incantato, nitido specchio della nostra mente. L’incontro è ormai solo un ricordo, ma ha lo smalto vetrinato dei vasi, i colori delle maioliche antiche, degli arcani alberelli di sapienti speziali.

Prima di sera lo saprà mezzo mondo. Stravaganza oggi, stravaganza domani vedi mo’ che il fatto non farà più notizia! E potrò uscire nudo fin dal mio cancellino per un giretto al mattino. Ma anche a mezzogiorno, o la sera, se la cosa mi garba.

E in ultimo arrivano anche i segugi, riportano gli spunti trovati: da ognun che mi vede riprendo la libertà d’esser nudo. Dovrei badare – dice la legge – che il “pubblico” non possa vedermi, per rispetto a costumi e convenzioni. Dunque proprio di fronte a questo “pubblico” devo rivendicare la mia presenza, come persona, schietta, integra e naturale: la mia nudità finalmente visibile diventa un dato di fatto irreversibile; la mia nudità è finalmente spogliata da simboli imposti da fuori, non ha più quel senso, quei fitti discorsi, moralistici o meno, che si possono fare in proposito, quelle derive cui ci può portare un pensiero senza sestante.

Constato che il fatto non dovrebbe proprio più aver alcun senso. Desideravo che qualcuno, che almeno uno mi vedesse. Uno strampalato Don Chisciotte mi martella la frase aquí encaja la ejecución de mi oficio (Don Chisciotte, parte prima, cap. 22)

E ora capisco che voglio riprendermi da ciascuno che incontro quel tanto di libertà che in quanto componente e rappresentante di una società, anche inconsapevolmente, mi aveva rubato (e se l’era rubata anche a se stesso… Libertà che in ossequio ai costumi anch’io avevo contribuito a rubare a me stesso). Non ce l’ho con il singolo ladro, o con la società nel suo insieme: è acqua passata. Mi sono ripreso quel che era mio, personalmente mio. Riprendo la mia pelle. I vestiti nascondevano la scorticatura?

Non potevo sapere dei giochi che stavano dietro, della parte che avevo nella recita, della maschera che dovevo portare. Non amo occuparmi di cose più grandi di me. Ma queste che riguardan da vicino il mio vivere ed essere, sono cose alla mia portata, riguardano me, il mio corpo, il mio posto nel mondo e nella società. Non c’è stato bisogno di un messia caduto dal cielo: di queste cose mi sono accorto da me. Parafrasando Dante potrei dire: «se non t’accorgi di questo, di che altro accorgerti suoli?»

Proverbiamo


Molti utilizzano i proverbi come fossero prezzemolo, ce li cacciano ovunque, talvolta a sproposito, spesso, per non dire sempre, senza averli profondamente ragionati.

Si dice che ogni proverbio contiene un fondo di verità, è giusto?

Beh, si, molti proverbi contengono un fondo di verità, a volte anche più di un solo fondo, sono quei proverbi nati dalle lunghe osservazioni fatte da remoti contadini, pastori, boscaioli, cacciatori, pescatori, ossia da quelle persone che vivevano in natura e di natura, dovendola pertanto ben conoscere e prevedere: “rosso di sera bel tempo si spera”; “quan chel fioca so la foia de fa l’inveren ghe na mia oia” (“quando nevica sulla foglia di fare l’inverno non ne ha voglia”);  “luna in pie marinà a butà, luna a butà marinà in pie” (“luna in piedi marinaio a dormire, luna sdraiata marinaio in piedi”); eccetera.

Altri, però, sono di altra natura, risultano scollegati ad ogni evento atmosferico, trattano piuttosto dei comportamenti sociali: “il denaro non fa la felicità”; “chi troppo vuole nulla stringe”; “sposa bagnata, sposa fortunata”; “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; “fai buon viso a cattiva sorte”; eccetera. Tutti questi sono di origine incerta e si possono addebitare a due possibili motivazioni: la necessità dei poteri di mantenere il controllo sulle genti; la necessità delle genti di consolarsi a fronte della loro condizione di sudditanza, ma più recentemente anche la necessità di giustificarsi della propria immobilità. Personalmente credo che la prima motivazione sia più credibile, la seconda è subentrata in seguito alla promulgazione dei detti proverbi, ma alla fine poco importa quale sia la vera origine, quello che conta è l’analisi: quello che dicono è corretto? No, non lo è, e invero non è nemmeno tanto consolatorio, anzi.

Il denaro non fa la felicità

Vero che anche i ricchi conoscono il dolore, la malattia e la morte, quindi la tristezza e l’infelicità, altrettanto vero che grazie ai loro averi possono permettersi di ricorrere ai più qualificati medici, possono procurarsi le migliori cure, possono abbandonarsi al sonno eterno senza il patema di mettere nei guai economici i propri eredi. Insomma, se è ben vero che i soldi non fanno la felicità e indiscutibile che danno un grande contributo per raggiungerla, d’altronde quanti sono i ricchi che, al grido “voglio essere felice”, regalano tutti i loro averi? Perché vi sono così legati? Evidentemente tanto infelici non sono! Ma se fanno credere di esserlo gli altri non saranno presi dalla voglia di arricchirsi, magari a spese proprio di chi già ricco lo è. Insomma un proverbio molto comodo per mantenere le mani della plebe (oggi delle genti) lontano dai soldi della nobiltà (oggi dei poteri economici e di chi li detiene).

Chi troppo vuole nulla stringe

Può certo capitare che impegnandosi su troppi fronti si faccia fatica a raggiungere anche uno solo degli obiettivi prefissati. Altresì e assolutamente provato che ponendosi obiettivi molto bassi alla fine si resta assai limitati, si è impossibilitati a raggiungere mete importanti. Nelle contrattazioni di ogni genere, poi, è noto che, specie se ci si presenta deboli e remissivi (e debole risulta palesemente colui che parte con bassissime richieste), si ottiene sempre meno di quello che si chiede e se si chiede poco si ottiene zero, indispensabile puntare sempre al massimo di quello che si vorrebbe (ovviamente con un occhio realistico), c’è sempre poi tempo per le trattative. Aver condizionato le genti ad essere sempre poco pretenziose ha permesso e tutt’ora permette a chi detiene i poteri (economici, sociali o politici che siano) di mantenere il pieno controllo sugli altri, di agire a suo unico vantaggio, di promulgare come lecite pratiche invero fraudolente.

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti

C’è da distinguere tra riso e riso, quello sguaiato e ingiustificato siamo assolutamente d’accordo, ma quello contenuto e giustificato no, questo non solo è sano, ma addirittura necessario: gratificarsi è importante e poi vivere con il sorriso aiuta ad essere realistici o addirittura positivi. Ovvio che, se no ricadremmo nell’atteggiamento che sto analizzando e disincantando, non possiamo sempre ridere e non dobbiamo necessariamente ridere di fronte a tutto e a tutti, ma possiamo e dobbiamo farlo quando le circostanze lo meritano. Faccio notare poi che il riso non è solo quello della bocca, comunque importante nella comunicazione verso gli altri, ma anche quello interiore, quello della nostra psiche, del nostro animo, importantissimi per noi stessi. UN popolo felice è un popolo difficilmente dominabile, un popolo triste è un popolo che si preoccuperà della sua sopravvivenza essenziale e, pertanto, disattento a quanto succede a livelli sociali più alti.

Lasci a voi ragionare sugli altri proverbi di questo genere, alla fine le considerazioni sono sempre le stesse e la logica finale identica: ci vogliono fregare!

 

Il problema del #nudo


Molti nudisti lo chiamano naturismo e si definiscono naturisti.

Molti nudisti approvano la censura del nudo.

Molti nudisti praticano l’autocensura.

Molti nudisti approvano la pixellatura delle immagini di nudo.

Molti nudisti disapprovano chi si mostra nudo in modo aperto e sincero anche fuori dagli specifici contesti.

Molti nudisti confondono i ghetti nudisti con l’opportunità.

Molti nudisti considerano giuste le limitazioni a cui sono assoggettati.

Molti nudisti si accontentano del poco spazio che hanno.

Molti nudisti si mettono a nudo solo all’estero.

Molti nudisti lo tengono gelosamente segreto.

Molti nudisti si lamentano e basta.

Molti nudisti si esimono dal partecipare alle azioni di informazione, divulgazione e manifestazione.

Molti nudisti appellano in malo modo chi si oppone al nudo.

Molti nudisti si rifiutano di comprendere che dietro ad ogni opposizione al nudo esiste pur sempre una motivazione, seppure poco o nulla condivisibile.

Molti nudisti non sanno (non vogliono!) dialogare con chi si oppone al nudo.

Molti nudisti danno agli altri (persone, media, società, istituzioni, politici, operatori, guardoni, esibizionisti) la colpa dell’opposizione al nudo e delle pressoché nulle opportunità per stare nudi.

Molti nudisti rigettano le immagini di nudo usate da pubblicità e riviste.

Molti nudisti contestano le trasmissioni televisive che mostrano il nudo, pixellato o meno.

Molti nudisti ritengono sempre e comunque doveroso rivestirsi quando si avvicina qualcuno vestito.

Molti nudisti ritengono logico che le persone possano entrare vestite in una spiaggia nudista mentre da questa non si possa uscirne nudi.

Molti nudisti promuovono l’anormalità del nudo.

Molti nudisti ritengono il nudo praticabile solo in limitati contesti.

Molti nudisti rigettano l’idea del nudo lecito sempre, comunque  e ovunque.

Molti nudisti trasmetto vergogna verso il nudo.

Molti nudisti…

Uhm, vuoi vedere che il problema del nudo sono i… nudisti!

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

Crescere


Crescere

 L’anima (o qualunque altra cosa sia ciò che ci fa sentir vivi) non dorme mai, migliora di continuo la nostra vita individuale, proponendoci desideri che si creano come dal nulla, come sentiamo la fame o la sete. Desideri che ci inventan diversi, proiettandoci verso un futuro prossimo possibile, fattibile, adatto a noi: alcuni aspetti sono completamente nuovi, da provare come ci stanno: cibo per la nostra coscienza, una coscienza che cresce, che ci dà forza e robustezza, pur rimanendo sostanzialmente sempre noi stessi. Questi passi in avanti ci costruiscono anche le occasioni, ci forniscono persino i mezzi per realizzarli… poi, alla fine, l’ultima parola, la decisione per la costruzione dei fatti toccano sempre a noi…

La spirale logaritmica della conchiglia di un Nautilus (da Wikipedia)

La mente ci guida attraverso la realtà come un raggio di luce, in linea retta, lungo il percorso più veloce e più breve. Ma concresciamo sopra noi stessi a spirale, ed abitiamo sempre l’ultima camera, quella con l’apertura sul mondo (perché è dal mondo che mangiamo), quella sempre in costruzione. Dall’ultimo setto, da dove cioè inizia il presente, cominciamo a cambiare, a crescere.

Il desiderio di stare un po’ nudi può apparirci eccentrico e strano, ma rimaniamo ancor noi. Il percorso può apparirci spezzato come una matita in un bicchier d’acqua, ma la matita in realtà non si spezza. Vediamo da soli ciò che fa star bene e “lavoriamo” per realizzarlo, quasi non c’è nemmeno bisogno di recuperare “coraggio”, che tutto vien meglio da sé. Ci accorgiamo d’improvviso che qualcosa ci manca, e cerchiamo di colmare quel vuoto: ci guida un’idea lanciata come un amo da pesca, scegliamo secondo quel che il desiderio di conoscenza o di benessere ci suggerisce. Cresciamo mantenendoci uguali e armoniosi con quel che eravamo.

Entrando o uscendo dall’acqua, la luce è piegata dalla rifrazione. Nell’acqua la luce viaggia più lentamente che nel vuoto (circa al 75%). È solo una metafora visuale per fissare un concetto: la conoscenza sa distinguere la sostanza dall’apparenza. È dalla loro intrinseca unità che conosciamo meglio i contenuti e le circostanze. Se per un attimo ci immaginassimo matita?…

 

Come cambia la vita.
Come ci cambia la vita.
Come ci cambiamo la vita

Il concetto stesso di vita cambia a seconda delle esperienze che facciamo. Dell’esperienza che ne facciamo.

Uno dei giorni scorsi avevo preparato il tavolino sul balcone per pranzare all’aperto.

Una ciotola d’insalata in una mano e il salino nell’altra, sto varcando la soglia per sedermi e mangiare. Nell’incastro perfetto di una coincidenza inattesa, il vicino del balcone contiguo stava abbassando la tenda da sole. Mi vede così come sono, tardiva ogni reazione da una parte e dall’altra. Come altre volte vince la ritualità delle cose assodate dall’uso, oggi vince la buona educazione, la “civiltà” nei rapporti reciproci. E mentre lui mi augura “Buon appetito”, gli chiedo: “Anche tu mangi nudo?” e già gli vedo sulle labbra un sorrisino che non so se di compatimento per la mia stravaganza, o di malizia, o semplicemente perché si ride delle cose strambe e originali, ma in fondo innocue e innocentemente infantili, che spesso mi vede fare. Ognuno ha la propria pazzia, dice il proverbio. Non è la prima volta che mi vede il bananotto: una volta deve avermi spiato quando prendevo il sole sul balcone al piano di sopra… Ma mai mi ero esposto così apertamente. Lui sa, sospetta, suppone. Ed ora è più che sicuro. E anch’io: visto che mi ha “digerito” non starò più tanto guardingo. Sarà sempre più normale per me non troppo temere che possa vedermi, perché in parallelo sarà sempre più normale anche per lui, lo darà per scontato, non sarò più né scandalo né novità.

Un pensiero malefico nel frattempo ha fatto i suoi conti, ha tirato le somme del pro e del contro, gira la manovella della cassa, trilla il campanello. Sul visore mi chiede: “Chi ha vinto?” Lo mando al diavolo, da quel rompiballe molesto che è.

Riesco a immaginarmi le domande che il mio vicino ha potuto farsi. Perché sono le stesse che mi sarei fatto anch’io fino a qualche anno fa: «Ma non hai vergogna?». Così, proprio per chiedere, per curiosità, senza la solita sfumatura di moralistico rimprovero. Piuttosto con sorpresa.

La stessa domanda, lo stesso brivido lungo la schiena quando vedevamo alla tele i primi streakers attraversare come una meteora inarrestabile i campi da calcio inglesi.

In ascolto di noi

La nudità non lascia mai indifferenti, anche solo se vista in televisione. Basta che siano fatti reali e non “creazioni”. Porta a farci domande. Ci porta dentro la realtà, ce la rende possibile, ci fa immedesimare, già abbiamo il fiato grosso al solo pensiero – quasi fosse un impulso inconscio da esplorare, un archetipo da indagare. Ci porta a immaginare di scambiarci nei ruoli. Basta metterci nudi e cominciamo a esplorare noi stessi, stiamo in ascolto di quel che ci succede. Il corpo ci parla, come non ci ha mai parlato, col linguaggio delle linfe che dentro ci scorrono, dei tuffi al cuore, delle lievi agitazioni, dei vuoti d’aria, delle apnee, delle tensioni nei nervi, delle pose. Ha un linguaggio fatto di sensazioni, di organi e parti che si fanno notare, di zone della pelle che sentono un soffio d’aria più fresca, di madori che evaporano, di muscoli che si allentano o si contraggono, di torpori e risvegli che si rincorrono lungo le vene, di inspiri improvvisi che poi fai durare per sentire come il petto si riempie, si tende, si gonfia. D’improvviso scopri che ti si è seccata anche la lingua e non riusciresti a parlare.

Col tempo il mio vicino mi farà direttamente le domande che oggi s’è fatto tra sé. Oggi ha dovuto minimizzare, fingere di ignorare l’episodio: capitato così all’improvviso, non ha avuto tempo per inquadrarlo, per “addomesticarlo”.

 

La nudità ci spiazza

Lo spettacolo della natura – quando lo noti – è sempre spiazzante, mozzafiato, commovente; ci lascia senza parole per la meraviglia. Ci dirotta pensiero e attenzione lontano da noi, verso la realtà esterna: e lì poi inizia un dialogo, la ricarica, la ricchezza dei vari pensieri, la solidità del nostro esserci, la vivacità del nostro sentirci.

Non credo di esser gran che come meraviglia della natura: per il mio vicino penso di essere stato come uno spettacolo naturale notevole (un picco, un burrone, una grotta, un poggio, una cascata…). Con più ragioni d’esistere di quante ne abbia trovate al momento la ragione per ignorarlo. Non è stato importante capire. C’era, così com’è. C’ero, così com’ero. Nulla di più. Non altri pensieri.

 

C’è anche dell’altro

Un pensiero, poi, mentre mangiavo è arrivato comunque:

– Son cose che capitano… – ma subito aggiungo:

– Non credo, del tutto per caso.

Un percorso parallelo ci ha condotti unanimi e sincroni ad uno stesso irripetibile istante. “Icastico” mi sento suggerir da una voce. Una scena che per quanto è carica di novità, di emozioni, di eccezioni, senti che rimarrà nella memoria come scena esemplare. A furia di aggiungere significati e suggestioni diventerà anche simbolica: molti altri fatti le somiglieranno, la richiameranno. Rimarrà non solo nella memoria, ma scaverà nel carattere, mi cambierà il modo di fare, di capire, di dialogare.

Non ho il dono della telepatia, ma una seconda domanda mi viene spontanea:

– Perché non difendi i tuoi gioielli dalla vista degli altri? Son cose private e preziose!

– Non penso che gli altri siano dei ladri, o che ci sia qualcosa da rubare. O che io stesso mi stia impoverendo.

In tal caso, è chiaro che la morale comune nemmeno mi sfiora, che non basta la morale comune a togliermi onore, dignità, rispettabilità, sociabilità. Non sono “averi”. Quel che sono non me lo posson rubare. Non è come lasciare la macchina aperta e poi sentirsi fessi perché ce l’hanno rubata. Quel che “sono” è patrimonio inalienabile, indisponibile.

Mi s’insinuava però anche un altro pensiero, politicamente scorretto: dobbiamo ammettere che la società ci pesa: 1) a volte ci opprime; 2) sempre ci valuta. Perciò – ipocritamente – dobbiamo difendere il nostro “pezzo forte” (mein bester Stück direbbero i Tedeschi); il nostro “asso nella manica” potrebbe avere qualche difetto, essere inadeguato, esser quel tantino diverso da provocare un rifiuto o far credere che potrebbe fare cilecca proprio sul più bello.

Se mi preoccupassi di questo, non uscirei più di casa, chiamerei l’estetista per correggermi il naso, il dietologo per farmi calar la pancetta, lo stilista per farmi consigliare su che cosa mettermi prima di uscire. Tutte esteriorità. Tutte varie apparenze della matita in acque diverse.

Come se la vita fosse un film, una scena sempre in prova finché non venga bene (come dio comanda – mi verrebbe da dire), sempre su un palco, di fronte alla giuria dei “talenti”, al gusto/giudizio preventivo del pubblico.

L’immagine pubblica

Apperò! Quest’immagine “pubblica” è come un altro vestito. Basta che vada bene esteriormente… forse perché del resto dell’iceberg non importa nulla a nessuno.

Può essere vero che sono un tantino esibizionista, se oso ogni giorno un tantino di più. Quel che voglio mostrare non è tanto la meraviglia della mia “dotazione”, del mio “pezzo da novanta”, quanto testare la mia consapevolezza, la coerenza fra quello che penso e quello che faccio, il mio Io, il mio carattere e l’immagine esterna che ne emana: non c’è bisogno di un simbolo identitario da mostrar minaccioso e mi faccia da stemma e da scudo.

Lo stemma del Comune di Strangolagalli (FR). Lo stemma è carta d’identità, messaggio, minaccia, manifesto

Se è un peccato l’orgoglio, la vanteria, la sovrastima di sé, il credersi di più di quel che si è, lo ammetto solo quando è fuor di misura, perché allora fa danno. Quando questo orgoglio vuole imporsi agli altri come prepotenza, prevaricazione, modello, vanagloria, arroganza, protervia… hybris in poche parole.

Non m’importa di capovolgere l’iceberg. Nel mostrare ciò che sono in realtà, mi muovo molto più a mio agio nel mio transtparent self: un 5% di copertura farebbe insinuare il sospetto che voglia nascondere qualche difetto, che sia presuntuoso al punto da ritenermi perfetto. Non la penso né così né cosà.

COpertina del libro di Sidney M. Jourard, La trasparenza del sé

È il pensiero stesso dell’abito che non mi va: è una specie di “velo” per tutti, un tanga ridotto al minimo, tanto per salvare le apparenze. Appunto! Il culto dell’apparenza sparisce da solo nel momento in cui non sento più il bisogno, il dovere, l’abitudine, il rito, l’imposizione di coprirmi.

Le mie valutazioni sul mio corpo sono opinioni e in quanto tali legittime e sovrane. Rispettabili e esprimibili. Non sono dogmi, non lo vogliono essere. Mi sento libero di modificarle o abbandonarle all’occorrenza, quando ne troverò di migliori. Non m’importa se qualcuno pensa che la terra sia piatta, finché non me l’impone sulla punta di una baionetta. Mi ripugna vedere le donne col burqa. Perché qualcuno gliel’ha imposto: non vorrei essere io a imporre, al contrario, per forza di legge, la sua abolizione.

 

Che bella #società


Cogito ergo dubitoMi guardo in giro, osservo, considero, analizzo, penso e…

Cantieri stradali pressoché permanenti.

Buche in perenne (ri)formazione.

Si costruiscono sempre più strade senza minimamente incidere sul tracollo del traffico.

Strade ad alto scorrimento con un limite di velocità di 90 o addirittura 70 chilometri all’ora.

Strade a 90, 11o o più chilometri all’ora dove, però, la massiccia presenza di camion comporta una velocità massima di 70 chilometri all’ora.

Case nuove bruciano il verde e abbandonate case vecchie vanno in rovina.

Persone che abitano in zona A e vanno a lavorare in zona B, persone che abitano in zona B e vanno in zona A a fare gli stessi lavori delle precedenti.

Soldi che mancano, prezzi che crescono.

Lo stato pubblicizza la mortalità delle sigarette e poi continua a produrle.

Lo stato impone l’obbligo di vaccinazione ai bambini con la motivazione che serve a proteggere la società dalle malattie e poi alimenta abitudini (ad esempio fumare), produzioni (sigarette in primis) e sistemi (cure chemioterapiche, termovalorizzatori, congestione del traffico, eccetera) che ammalano la società anche più delle malattie gestite dai suddetti vaccini.

Gazze che danno del ladro alle volpi, volpi che danno del furbo alle gazze.

Comici che fanno i politici, politici che fanno i comici.

Sulla strada molti si comportano come se le regole fossero state scritte solo per gli altri.

Soste in seconda, terza, quarta fila.

Sorpassi delle code.

Improvvisi stop e lunghe fermate in piena corsia di marcia.

Vetture lente che non badano alla coda che si forma dietro a loro.

Chi, per non fare la coda, finge di non conoscere la corsie che vanno a morire o approfitta degli svincoli per uscire qui e rientrare poco più avanti.

Motocrossisti e ciclisti danneggiano senza remore i sentieri che sono costati soldi e sudore agli escursionisti.

Esaltazione della furbizia, denigrazione dell’onestà.

Cure vendute come prevenzione, prevenzione venduta come imbroglio.

Invito alla diagnosi precoce, distruzione del processo di mantenimento in salubrità.

Invito (all’eccesso) igienico, uso indiscriminato di medicinali indebolenti e leganti.

Si ragiona per stereotipi e poi ci si offende per le generalizzazioni.

Ci si lamenta di tante cose ma se qualcuno propone delle possibili soluzioni se ne contestano le virgole e se proprio non si trova nulla da ridire si passa al “tanto non verranno mai approvate / adottate” oppure al “ci sono cose più importanti a cui pensare”.

Si contestano i discorsi di parte attraverso discorsi altrettanto di parte.

Si giudica le altrui idee non per i loro contenuti ma per la fede politica di chi le manifesta: se è la stessa sono sempre giuste, se è diversa sono sempre sbagliate.

Si contestano i cementifici ma non si rinuncia alla casa in cemento.

Si contestano le cave di marmo ma non si rinuncia ai marmi in casa.

Si vorrebbero spogliare le donne mussulmane dei loro veli ma ci si rifiuta di spogliarsi dei propri costumi da bagno.

Si ritiene pericoloso chi nudo mostra evidenza dell’essere disarmato, si pretende che miliardi di persone girino vestite potendo così nascondere armi proprie e improprie.

Si offende chi sceglie di vivere nella normalità del nudo, si osanna chi veste in modo provocante.

Si censura chi nel nudo risulta pienamente rispettoso della dignità degli altri, si pubblicano e si apprezzano foto e commenti irrispettosi verso il genere femminile o verso gli altri in genere.

Le istituzioni continuano a parlare di ecologia e natura poi manifestano dissenso verso il nudo sociale.

Eh sì, viviamo proprio in una bella società!

P.S.

Per chiudere con una giusta nota di positività, cambiare, quantomeno avviare il processo di cambiamento, è facile, molte soluzioni sono già esistenti (telelavoro, telescuola, nudo sociale, chilometro zero, eccetera), basta volerlo, volerlo tutti insieme: persone, società, istituzioni!

L’alba nel corpo


Giungere a toglierci ogni sorta di mutande mentali. Una nudità libera, una nudità interiore, che si irraggia all’esterno, che si comunica attraverso lo sguardo aperto, diritto, franco, che non batte ciglio. Una nudità che fa la spola fra corpo e spirito/mente/coscienza e ad ogni passaggio avviene un arricchimento reciproco. Sensazioni fisiche, contesti reali, situazioni vissute, fatti accaduti vengono letti come spunti, come messaggi. Nuove idee, intuizioni nate come dal nulla vengono irraggiate dai pori della pelle; una potente energia innerva i muscoli, compatta il corpo in una sua “prosciugata” essenzialità.

Un atto di volontà ha recuperato una parte di me che per abitudine ed educazione ero portato a ignorare, per definizione non doveva costituire problema; muta e rassegnata doveva seguire i sacri precetti. Doveva esser gestita con compunta modestia, severo rigore, mostrarsi ad esempio…

Un cilicio di sofferenza e penitenza mi stringeva le reni. Un’infezione diffusa, non so se più narcosi o necrosi, aveva tolto sensibilità e vitalità a una parte del mio corpo. L’apparato riproduttivo sotto controllo di camici bianchi, toghe e tonache nere funzionava roboticamente a controllo remoto. Coperto da mille coltri simboliche lo asfissiavano, gli mancava l’ossigeno. Una morbosa castità teneva in ceppi “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”; sacre bende, candidi lini drappeggiavano leggiadramente le parti/funzioni negate, quasi a prefigurare il merito per un tal sacrificio: l’agnello innocente portato al macello.

Un barocchismo di pampini e pose richiamano più di quanto nascondano, e siam quasi riconoscenti del drappo… che farà poi più profano lo sbrego.

Nell’originale la foto era tutta nera perché in controluce col sole che stava sorgendo. Estremizzando i comandi di luminosità e contrasto ho ottenuto questo risultato

Che ha fatto il sesso di male, che colpa il poter generare, qual è l’abominio commesso dagli organi, da non poterne sopportare la pubblica vista, se non sublimata dall’arte, simbolizzata dal mito? Basta! Non mi farò più domande. Non ho tempo per seguire le argomentazioni della teologia e della morale, le loro utopie, le loro “città”. Di questa cappa di pensieri mi devo spogliare, cilicio e straccetto li devo buttare. Non me ne frega più niente!… Se posso scegliere! Perché non mi vedo come una pecora nera, non voglio entrar nel paragone: non voglio avere un ovile, non sono una pecora, di nessun colore.

Sono semplicemente una persona, null’altro che questo.

È facile spogliare il corpo. Un po’ più difficile togliere uno per uno tutti gli strati di pensiero che mi impediscono (o condizionano) di vedermi e pensare come persona liberamente nuda.

Ci sono ricatti sociali, affiliazioni obbligatorie, tesseramenti, immatricolazioni, iscrizioni, domande, pronunciamenti, voti solenni, promesse di lupetto, pubbliche reticenze e contraddizioni private con cui bisogna convivere.

Fino a quando una goccia da nulla farà traboccare il vaso. Allora si scoppia, scoppiano indosso i vestiti, saltano i bottoni della camicia, le cuciture dei pantaloni, come fossimo altri in incognito: dei Superman, dei lupi mannari.

Esplode la nostra nuda persona: la persona semplice, uguale, sincera, normale che sappiamo di essere. La nudità esterna del corpo ci aiuta a recuperare la nudità interiore della persona… e ci scopriamo con una personalità un tantino diversa da prima. Paura di che, se siam fatti così?

Non so se è il corpo o l’anima o la mente o lo spirito, ma so che dentro son fatto di mille colori: non dev’essere difficile vederli, se anche una macchina riesce a mostrarli.

«Talmente sicuro di me, che non importa se gli altri mi vedono»

Dopo aver scritto le righe qui sopra sono uscito per il solito giretto al vigneto. Col proposito però questa volta di osare un poco di più, di percorrere ciòe anche un tratto di strada sterrata. Sono passate da poco le sei. Appena giungo in campagna sorge il sole tra il profilo del monte e un grigio cirrostrato. E sembra che mi stia dando il buongiorno. Proprio a me! Lo ringrazio. È il momento giusto, mi tolgo i pantaloncini: si addice, mi sembra. Fra me e il sole esiste da anni un dialogo senza parole, è intesa immediata e perfetta, una complicità, una confidenza.

Attraverso i prati giungo alla strada sterrata. Nessuno in giro. Nella testa un mantra automatico mi ripete la frase: «Talmente sicuro di me, che non m’importa se gli altri mi vedono».

Sto finendo il giretto, quasi deluso di non aver incontrato nessuno, questa mattina che mi sentivo su di giri, preparato all’incontro. Ritorno sulla strada sterrata. Nessuno. Di solito c’è sempre qualcuno che corre. Ad un tratto però vedo che sta arrivando un ragazzo (25/30 anni). Riprendo il sentiero fra i campi, sono su una breve scarpata, lungo la strada sta arrivando il ragazzo. È vestito di tutto punto, pantaloni e maglia a maniche lunghe e io invece sono nudo-nudento. Incrociati gli sguardi ci scambiamo un Buongiorno! sincronizzato che quasi non lo sentiamo. Prima del saluto aveva un poco abbassato lo sguardo, quasi a farmi capire che lui non avrebbe voluto vedere, ma per forza di cose non l’ha potuto evitare. Voleva evitare che potessi averne vergogna. Che gentile! Eppure l’immagine di uno che incontri al mattino, col sole che è sorto da poco, s’imprime nella memoria. Come fatto, più che come immagine. E come fatto ha la sua portata: è un’esperienza. E le esperienze ci cambiano. E non tutte sono involontarie, casuali, un tiro di dadi del destino. Ma questa mattina m’è parso che ad entrambi sian venuti due sei.

 

Il giretto al vigneto

Cosa non faccio per un buon giorno!

Appena varco il cancellino di casa, mi sfilo i pantaloncini (“sono a casa mia”); prendo il salviettone e ritorno in giardino, mi lavo il sudore con la canna dell’acqua. Sento imposte che si aprono. La siepe col vicino è alta abbastanza, non mi posson vedere. E se anche?

Progetto fotografico “Con e senza” della fotografa Sophia Vogel


Foto di Emanuele Cinelli

Si moltiplicano i progetti basati sul nudo, dalle manifestazioni di protesta agli spettacoli teatrali, ecco quello della fotografa Sophia Vogel: una serie di doppi scatti fotografici di persone nell’atto di compiere azioni del loro quotidiano, il primo scatto da vestiti, il secondo da nudi.

“With and without” (“Con e senza”).

Mondo Nudo ha ormai imparato che quella della normalità del nudo è la strada da percorrere al fine di superare gli ultimi baluardi d’opposizione ad un nudo sano e libero; queste foto esemplificano molto bene tale concetto.

Vestiti è bello, nudi anche, anzi… #nudièmeglio!

#FemicidioEsGenocidio (Fuerza Artística de Choque Comunicativo) – YouTube


Messaggio chiaro e potentissimo, non serve aggiungere altro!

#FemicidioEsGenocidio (Fuerza Artística de Choque Comunicativo)

Con tutti i problemi che abbiamo…


“Con tutti i problemi che abbiamo ci mancherebbe anche di dover vedere persone nude in giro!”

“Con tutti i problemi che abbiamo ci mancherebbe anche di perdere tempo a discutere di leggi sul nudismo!”

“Ma che volete voi nudisti, che si perda tempo per voi?”

“Ci sono cose ben più importanti del nudismo di cui parlare.”

Eccovi qualcosa che vi può semplificare la vita. NO GRAZIE, SIAMO TROPPO OCCUPATI!

Quello che passa quando si è nudi


Differenza di potenziale

È probabile che sia proprio il collo di bottiglia delle riserve sul nudo in pubblico il colpo di frizione, quell’ostacolo che richiama in noi le forze necessarie a forzarlo e superarlo – e perciò il desiderio che sentiamo di stare nudi il più possibile, sia in casa che fuori, si trasforma, del tutto involontariamente, anche in un programma personale di riforma di usi e costumi. Dei miei prima di tutto.

Ma è su un altro fronte che pongo il mio essere nudo… nel battere alla tastiera avevo omesso la “r” di fronte: ottimo errore, lapsus inconscio che sa trovare vie inesplorate di espressione del pensiero. Lo stare nudi è fonte di mille pensieri, riflessioni, collegamenti. Li abbiamo già tutti in noi, dobbiamo solo aprire la scatola (di nuovo: aprile la scatola! e poi oslo invece di solo. Recentemente ho guardato infatti una serie di fotografie dal Vigeland Park http://www.vigeland.museum.no e il richiamo è stato immediato, mancava solo l’occasione per piovermi in discorso).

Statue di granito al Vigeland park di Oslo

Se fosse tranquillo e pacifico un giretto al vigneto, non avrei ogni volta quella fioritura di pensieri che spontaneamente mi si produce nella mente. È sempre presente la possibilità di un incontro improvviso, che ci sia qualche Rumeno che cura le viti, il cacciatore che viene al suo capanno di caccia con l’Ape.

La “differenza di potenziale” fra me e la società produce una “tensione”, una specie di corrente che sento fisicamente come blanda contrazione dei nervi, accelerazione dei battiti, vibrazione sottopelle, leggera sudorazione alle palme, ecc. La percezione di tutto questo e di molto altro che viene a galla volta per volta è una sorta di esplorazione, di “film” che mi scorre nella mente e nel suo scorrere aggancia collegamenti con le cose più impensate, fa emergere idee, stati d’animo nuovi, ricordi… Cose “elettrizzanti”, scintille piezoelettriche scaturite dalla pressione emotiva, dalla martellata “trasgressiva”, che mi sono data in testa osando spogliarmi, tutto nonostante, infrangendo un costume che è norma. È stata questa disobbedienza che mi ha messo fuor d’asse, il colpo di frizione che mi ha fatto ingranare un’altra marcia, che mi ha cambiato il film della strada che percorro. Il “film” è limitato a ciò che mi rimane impresso nel ricordo, al concetto che rivesto di parola, ma il rettifilo è ben concreto, è il mio vissuto concreto: ogni volta che entro nel fiume l’acqua non è mai la stessa. Ma neanch’io. Eppure siamo entrambi concreti.

Per questi motivi il giretto al vigneto mi attira e ci ritorno quasi ogni giorno: ogni volta una novità, dieci, venti nuovi pensieri mai prima pensati, cose nuove mai sapute, cose preziose.

Premonizioni

Ieri ad esempio avvertivo una lieve premonizione che mi suggeriva di non spogliarmi, non ne sentivo la sufficiente esigenza, quello sprone che ben conosco e che mi dà sicurezza – qualunque cosa accada. Ed ecco che a metà del giretto, all’improvviso m’imbatto in un signore sulla settantina, che abita nella mia stessa frazione, in giro col cane. Anche lui in pantaloni corti e a torso nudo. Non sarebbe stato poi una troppo grande sorpresa se m’avesse visto nudo. Ma forse va preparata: ieri la condivisione dell’esser seminudi, un passettino. La prossima volta, se sentirò l’ispirazione, mi vedrà nudo e tranquillo, e non mi sentirò così fragile, così vulnerabile, così “a rischio”. Ieri, infatti, ripensando all’incontro, così mi sentivo.

Arco voltaico

Per ora l’essere nudi ci pone in questa “differenza di potenziale” fra il nostro polo e quello degli altri. Se non ci fosse questa differenza “trasgressiva” anche l’esser nudi potrebbe essere piatto, perché non ci comunica più nulla, se non il benessere fisico. Eppure ho idea che anche il benessere fisico ci comunichi qualcosa. E far prendere aria al corpo fa nascere ugualmente buoni pensieri. Da bambino, il primo giorno che uscivo in canottiera, in campagna col primo fieno, significava che l’estate e le vacanze erano vicine. “Notavo” il fresco sotto l’ascella, lo strofinarsi della pelle del braccio contro il fianco – e ancora me lo ricordo. E anche adesso quando capita, rivado col ricordo a quelle stesse sensazioni: il corpo mi ricorda chi ero, ricorda le tappe, mi riporta indietro ad allora, e mi par di pensare in due modi.

 Stare nudi è cosa ancora molto insolita, per questo produce quegli effetti. Il vedersi nudi all’aria aperta rimesta i pensieri, il corpo lo percepisci nella sua interezza, nella sua totalità, l’attenzione mi esplora, la cosa si fa interessante – mi interessa, cioè ci son dentro. Non ci son le braghette di un costume sociale, le palme che fanno da foglia di fico a coprire alla meglio quel che non si dovrebbe vedere. Perché corpo e mente sono collegati, lavorano in coppia – o sbaglio? –, perché la breve distanza forzata fa scattare una scintilla, crea un piccolo corto circuito fra le diverse energie della mente e del corpo: si produce un arco voltaico, brillantissimo.

 

Mani usate come foglia di fico

Ma questo può essere solo uno schema di pensiero, una similitudine che mi aiuta a capire. Vediamo tramonti praticamente ogni giorno, e se avessimo tempo ci soffermeremmo di più a guardarli. Vuoi vedere, che non siamo fatti diversi? E che non c’è pericolo che il benessere fisico diventi abitudine, perché aria e sole “comunicano” col corpo (più di quanto la scienza non sappia), lo “caricano” di mille cose. E via via che ci mettiamo in ascolto, ci accorgiamo di qualcosina di nuovo e impariamo a meglio ascoltare.

Se a livello sociale e di pensiero, il simbolo “nudità” cessasse di essere attivo, produttivo, rimarrebbe sempre il lato fisico del corpo individuale a parlarci a tenerci in comunicazione con l’ambiente naturale.

Qualcosa di analogo avviene anche quando siamo con altri che la pensan come noi e di fronte ai quali cessano remore e pudori, non valgono più le abitudini che vigono negli ambiti quotidiani. Socializzare la nudità, proprio perché fa ancora eccezione, crea una differenza di potenziale fra il nostro piccolo gruppo e la grande società; crea una scintilla fra noi: sappiamo da una parte come siamo nella nostra vita normale e dall’altra che stiamo vivendo una piccola eccezionale esperienza. Inconsapevolmente ci carichiamo di pensieri e stati d’animo, valutiamo il benessere fisico da un lato e dall’altro, e scegliamo il campo che sentiamo più armonico, quello più ovvio e quotidiano come la bellezza di un tramonto.

Perché dovremmo privarcene? Perché rinunciare a una ricchezza naturale che ci si offre gratuita, semplice, vivida… bella ogni volta? E direi anche esperienza umana, perché arricchisce il nostro concetto di Uomo di aspetti altrimenti invisibili, di percezioni di sé altrimenti inaccessibili, di emozioni che ci tengono insieme in un tutto pieno di sicurezza e vigore: qui possiamo anche essere senza difese, senz’armi (“nudi” come dicevano i Greci); avvertiamo come di essere un blocco di granito squadrato, sicuri che la natura ne sa più di scienza, religione e cultura; sicuri di preferirci sinceri, senza bisogno di maschere che ci dan la patente di essere decenti e accettabili, ossequienti alle regole; sicuri di avere ragione perché siamo secondo natura.

Non siamo liberi di appartenere o meno a una società: eslege ed apolidi nessuno li vuole, rimangono ai margini, barboni reietti.

Eppure lungo i sentieri, baciati nudi nel sole, noi brilliamo, sfolgoranti della luce che sentiamo di avere negli occhi, che ci si riflette sui corpi nella loro interezza, nella loro dignità, di quella fierezza che ammiriamo nelle statue antiche, in quelle dello stadio olimpico di Roma, al Vigeland Park di Oslo. Noi siamo sani, noi siamo ricchi, noi siamo uomini. Siamo quello che siamo.

È questo che passa. È questo che c’è nel nudo e in noi quando siam nudi. Che vogliam dare a vedere di noi. Che gli altri posson vedere in noi, che posson vedere di noi.

Che passa sopra a ogni cosa, allo scandalo, al costume, alla decenza…

E stupisce, fa meraviglia come la scoperta dell’ovvio, il vedere con occhi diversi qualcosa che per abitudine era sempre stata considerata diversa, che per quieto vivere doveva suscitare certe reazioni e non altre. Perché si scopre che con la nostra acquiescenza confermiamo qualcosa che qualcuno ha scelto per noi, persino come dobbiamo pensare e sentire. Persino contro natura. Solo perché un’autorità ci ha imboccato, ci ha messo una maschera, ci ha imposto una divisa, estorto una promessa di fedeltà, di appartenenza.

Astronauta sperduto

Allora quando per caso si incontra sui sentieri qualcuno che è nudo, e c’è tutto il tempo e la tranquillità per fare due chiacchiere perché lo vedi tranquillo e contento, con l’emozione che mozza il respiro perché l’imbarazzo ci fa incespicar le parole “come tremule foglie dei pioppi”, allora sì che si riconosce un pezzo perduto di noi, che vaga naufrago lontano. Quasi avessimo incontrato un bianco astronauta a perdere nello spazio infinito e una volta vicino guardando dentro il vetro del casco riconoscessimo un volto familiare, molto familiare, e avvicinandoci, già intuiamo che non vedremo altro che il nostro stesso volto.

Allora, quell’uno di fronte che nudo e tranquillo ci parla capiamo che già si è “riunito”,  capiamo che qualcosa ci è stato strappato e che va ricongiunto, perché è un frammento autentico di noi (mente, corpo, anima, spirito, Io, Sé e quant’altro) una tessera per completare il nostro mosaico. Non c’è tempo né interesse per chiedersi perché quel frammento ci sia stato strappato, quasi punito, esiliato lontano da noi, come non dovesse più appartenerci perché in qualche modo imperfetto, maligno, malato. Come non corrispondesse più a un concetto ideale. Lo riconosciamo ben più di un figliol prodigo, contenti di averlo ritrovato, che il messaggero sia finalmente arrivato. Poi ci faremo domande del come e perché, se proprio vorremo. Ritrovata la parte nuda di noi, ostracizzata e infamata, sentiamo lo scatto d’una molla di baionetta che perfetta s’inasta. E il tremito del respiro s’è trasformato in commozione, lì-lì per scoppiare. E riguardando il corpo dell’altro così stranamente aperto, manifesto, rivelato, “apocalittico”, ci può venir da pensare che è un corpo “salvato” perché nuovamente nella sua integrità. E quella pelle è così bella perché intera, non interrotta da tele, da messaggi di altri. Che quel corpo è così spontaneo e naturale persino in quel che riguarda la vista del sesso (cengia da brivido sopra l’abisso), perché s’è capito che questa è la giusta misura dell’essere uomini. E la parola nudo allora persino scompare perché più non ha senso, perché non c’è più nulla da nominare e distinguere con preciso concetto, come non c’è differenza se porto un cappello o un berretto, o preferissi la birra invece del vino.

Il coraggio di chi combatte contro #cyberbullismo e #revengeporn


Tempo addietro avevo messo giù un mezzo articolo sulla questione, poi non ho più avuto tempo per chiuderlo, nell’attesa di poterlo chiudere approfitto di questo reblog per divulgare la problematica e manifestare il mio pieno supporto a questa campagna.

Al di là del Buco

Banner della nostra campagna contro il revenge porn

Ci risiamo. Basta che una donna alzi la testa e mostri orgoglio per se stessa, ci mette il corpo e la faccia, ci mette la forza e un coraggio che voi, si voi, quelli e quelle che si divertono a insultare o a dispensare lezioni moraliste sulla decenza o sul “te la sei cercata”, non avrete mai. Basta questo e tante “amabili” persone fanno di tutto per fargliela abbassare, la testa. Perché deve stare con gli occhi puntati in basso, con la vergogna e il senso di colpa a nascondersi, così dicono le regole di chi alla fine ti vuole proprio morta. Ci vuole coraggio per raccontare di chi ti molesta e ti perseguita in rete.

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Nudità: una proposta indecente


L’idea è carina resta comunque limitativo e castigante parlare solo di turismo (come se nudisti fossero solo i turisti, ricordiamoci in primo luogo dei residenti), inoltre si evidenzia il forte dubbio che oculate scelte abbinate al discorso “avete la giornata riservata nelle altre siete fuori luogo” possano annullare di fatto l’opportunità: la maggior parte degli stanziali ha libera solo la domenica giornata che, presumibilmente, mai verrebbe scelta come vestiti facoltativi; le escursioni di Mondo Nudo sono necessariamente fatte la domenica e.. idem con patate. Sarebbe opportuno non guardare alla singola giornata ma a un periodo settimanale comprendente anche la domenica. Detto questo da qualche parte bisogna pur iniziare e questa, come detto, potrebbe certo essere una valida azione (anche perché educativamente in logica Zona di Contatto), specie se abbinata ad altre quali ristoranti, musei, teatri, piscine, palestre e via dicendo con momenti vestiti facoltativi, l’incentivazione (da parte di parchi, accompagnatori di media montagna, guide alpine, eccetera) di escursioni pure con abbigliamento facoltativo; l’effettuazione di spettacoli con attori nudi e pubblico come vuole; giornate aziendali abbigliamento facoltativo, eccetera.

Essere Nudo

Proposta indecente

Notizia di poco tempo fa. Una turista svedese ha creato un terribile “scandalo” mettendosi completamente nuda sulla spiaggia di Minori, sulla costiera amalfitana. Nessun atteggiamento provocante, ambiguo o malizioso da parte della scandinava, che si è semplicemente sistemata a leggere un libro sul suo telo, senza alcun costume addosso, convinta di poter fare ciò che nel suo Paese è quanto di più naturale ci possa essere. La forza pubblica è prontamente intervenuta per reprimere un crimine tanto abietto: la barbara nordica ha così ottenuto una bella lezione di italica civiltà!

Una nota positiva, peraltro, è stata la reazione del sindaco di Minori, Andrea Reale, il quale ha giustamente riconosciuto che ognuno ha il diritto di «vivere la natura a modo proprio», senza che vi sia il bisogno di scandalizzarsi per questo. Tuttavia, «questo segmento di turismo», ha aggiunto, «non trova sfogo dalle nostre parti, perché da Vietri a Positano si…

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#TappaUnica3V #nudièmeglio


La primavera è arrivata e stiamo marciando a larghi passi verso l’estate, ormai le temperature sono costantemente sopra i dieci gradi, durante il giorno il sole fa sentire la sua presenza inondando l’aere di un intenso calore. Le corolle si sono aperte, mille colori spezzano la monotonia dei prati e dei boschi, movimenti appena percettibili, lievi fruscii, svelano il rianimarsi della vita animale. Risveglio della natura e risveglio dei corpi, nudi corpi che godono del nuovo giorno, nudi corpi che mostrano la loro piena forma, nudi corpi che riprendono possesso dell’aerale montano muovendosi senza pudore alcuno. Lepri, cinghiali, lucertole, volpi, fagiani, coturnici, scoiattoli, ramarri, salamandre, insetti d’ogni genere e forma, nudi corpi incrociano sempre più spesso il mio cammino suggerendomi di rispettare a mia volta l’insegnamento della natura e così il mio corpo, non più frenato dalle basse temperature, si ribella al cilicio delle vesti e ardentemente anela al respiro totale. Diamogli soddisfazione, finalmente nello sforzo del duro cammino le vesti posso levare, finalmente senza barriere con il monte posso dialogare, finalmente il più piccolo raggio di sole posso sentire, il più fievole alito di vento mi può refrigerare, il minimo calore percepire. Sensazioni indescrivibili, sensazioni inimmaginabili, sensazioni che qualcuno ha voluto negarci e che ancora incomprensibilmente restano imprigionate nell’innaturale pudore, nella malata vergogna verso pochi centimetri del nostro copro, pochi centimetri che si vogliono immondi, pochi centimetri che tutti conoscono, tutti possono ben facilmente immaginare, pochi centimetri che sono il centro del corpo, che sono la vita del corpo, che più di tutti gli altri necessitano di aria e respiro. Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio!


1 e 2 aprile – VivAlpe emula TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri

Doveva essere un’escursione con gli Amici di Mondo Nudo ma alla fine mi trovo da solo, ovviamente non rinuncio e ne approfitto per fare un buon allenamento. Il ginocchio sinistro ha dato ancora problemi: prenotate radiografia e visita specialistica.

54 chilometri, 3200 metri di dislivello, 20 ore di cui 16 di cammino.

7 aprile – Ritirata radiografia ginocchio sisnitro

A leggere il referto c’è da spaventarsi, vedremo cosa dice l’ortopedico.

9 aprile – Monte Dragoncello da Nave

Insieme a Maria esploro il sentiero che dalla Mitria di Nave porta alla sella delle Casine Eciè  in zona Cariadeghe. Bel sentiero con salita pressoché costante e ripida nella prima parte, poi, attraversato il Senter Bandit, alla salita si alternano tratti di mezzacosta che concedono un poco di respiro. Arrivati alla sella dopo una breve sosta risaliamo alla vetta del Dragoncello per poi scendere sul versante opposto passando dalla Campana. Sella di San Vito, sentiero 3V per la Valle Salena e siamo all’auto. Lungo la discesa il ginocchio sinistro ha dato qualche accenno di dolore e di blocco, comunque niente a che vedere con i problemi avuti in precedenza: la speranza di una totale ripresa si fa viva.

11 chilometri, 856 metri di dislivello, 5 di cammino effettivo (6 totali).

13 aprile – Anello del Budellone

Breve ma intenso allenamento sul monte di casa per esaminare meglio il dolore del ginocchio sinistro e presentarsi alla visita specialistica con dettagli precisi e un ginocchio non in stato di totale riposo.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, un’ora e trentatré minuti.

14 aprile – Visita ortopedica

Pare essere tutto a posto, il dolore non è evocabile, il ginocchio è asciutto e non presenta segni di sofferenze o lesioni, si prosegue con breve cura antinfiammatoria e risonanza magnetica.

17 aprile – Monti di Gavardo

Con Maria ci facciamo un giro sui monti di Gavardo, lei ha un problema al piede sinistro e non abbiamo un programma preciso: andremo avanti fin tanto che il suo piede non duole. Partiamo da località San Rocco seguendo un sentiero segnato che, quando segue una tortuosa strada cementata, abbandoniamo per seguire delle tracce nel bosco che tagliano i tornanti. Salendo a casaccio seguiamo di volta in volta stradine e sentieri. Poco sotto la zona attrezzata di Tesio Maria impone l’alt, ci fermiamo a far calmare i dolori al suo piede e poi ritorniamo alla base.

10 chilometri, 400 metri di dislivello, 3 ore

23 aprile – Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente

Escursione con gli Amici di Mondo Nudo, partendo da Gardone Val Trompia effettuiamo un bell’anello che ho individuato durante i miei allenamenti. Alla partenza rilevo molte fitte al ginocchio… destro, mannaggia, ora ci si mette anche questo; il sinistro invece viaggia bene solo verso la fine manifesta la solita sensazione di stiramento, ma leggerissima e senza l’impressione di blocco.

13 chilometri e mezzo, 822 metri di dislivello totale, 7 ore e mezza (6 e mezza di cammino effettivo).

30 aprile – Sant’Onofrio da Piezze di Nave

Gitarella in compagnia della moglie, risaliamo per intero la Val Listrea, giunti alla Cocca una fievole ma fredda brezza ci accompagna lungo la strada che porta all’inizio del sentiero. Lungo mezzacosta nel bosco, breve salita ed eccoci sul crinale che porta alla piccola chiesetta di Sant’Onofrio, qui ritroviamo la brezza e dobbiamo procedere per trovare un posto riparato dove fermarsi a mangiare. Ripida e lunga discesa fra tantissimi Gigli Martagone (e altri fiori) e siamo di rientro all’auto.

10 chilometri, 695 metri di dislivello, 5 ore con una mezz’ora abbondante di sosta pranzo.

1 maggio – Anello di Facqua

Dopo una lunga sosta a causa dei problemi alle ginocchia rieccomi sulla via del monte, oggi voglio perlustrare due varianti che ho individuato nel tratto che dal Passo Del Cavallo porta alla Brocca. Parto con un programma incerto, valuterò il da farsi in base alle sensazioni che mi daranno le ginocchia. Velocemente salgo senza problemi la prima parte su asfalto e sterrato e in poco arrivo al bivio con la prima variante, subito individuo un bel sentiero che però poco dopo devia parecchio rispetto alla mia linea ideale quindi lo abbandono per proseguire su terreno libero. Ripida la salita e le ginocchia rispondono bene, breve discesa e sono nuovamente sul tracciato originale, ma per poco, subito si diparte la seconda variante. Ancora ripida salita, altro costone panoramico, lo sguardo si allarga ad abbracciare il Brenta, il Lago di Garda, la Pianura Padana e, dietro a questa, l’irregolare linea delle Alpi Liguri. Vetta della Punta Camoghera, discesa per un crinale a picco sull’abitato di Lumezzane ed eccomi alla sella de La Brocca, le ginocchia vanno alla grande, decido di proseguire, ovviamente per la variante alta del sentiero 3V. Gelandomi le mani supero il caratteristico camino de La Streta, poi resto basito dalla velocità con cui risalgo un tratto erboso pressoché verticale, un tratto che mi ha sempre fatto ansimare, oggi, invece, tre, proprio tre di numero, balzi e ci sono sopra, eccomi alla cima del Dossone di Facqua, velocemente mi butto sulla discesa e vado a riprendere la variante bassa del 3V con la quale chiudo l’anello e, dopo l’incontro magico con una grossa lepre, rientro all’auto.

13 chilometri, 746 metri di dislivello, un’ora e ventitré la salita al Dossone di Facqua, due ore e cinquantasei il giro totale.

6 maggio – Anello medio del Monte Tre Cornelli

Con partenza da Vallio Terme c’è un interessante sentiero che sale al Tre Cornelli ma se si segue la segnaletica si è costretti a fare un su è giù lungo lo stesso percorso mentre io mi sono ormai abituato a compiere anelli e voglio quindi trovarne uno anche per questa salita. Individuato sulla carta lo sperimento in pratica: bello! Ci do dentro e le ginocchia rispondono molto bene.

Salita 4,5 chilometri fatta in un’ora e tredici minuti, ovvero 3,7km/h.

Discesa 6,5 chilometri fatta in un’ora e cinque minuiti, ovvero 6km/h.

Totale 11,11 chilometri, due ore e diciotto minuti, ovvero 4,83km/h

7 maggio – Monte di Paitone

Breve escursione sopra Paitone seguendo prima la strada asfaltata che sale al Santuario della Beata Vergine, da qui per sentiero e poi asfalto a Marguzzo e chiesa di San Martino, indi stradine e sentieri che portano verso Tesio di Serle. Ritorno identico fino al santuario da qui mulattiera a San Rocco e strada all’auto. Ginocchia tutto ok.

8 chilometri, 430 metri di dislivello, 2 ore

9 maggio – Anello del Budellone

Nuovamente sul monte di casa per un test delle ginocchia: parto da casa di corsa e senza sosta copro i due chilometri di asfalto che portano all’inizio del sentiero, sempre di corsa mi lancio per questo che parte subito ripido, riesco a tenere il passo per un breve tratto ma pur sempre più lungo del solito. Al cammino forzo a più non posso fino alla vetta, immediatamente, nonostante i quadricipiti bruciati, mi butto nella discesa riprendendo la corsa che interrompo a tatti solo nel lungo diagonale che dal Bus porta alla Casa degli Alpini di Prevalle. Poco prima di arrivare a quest’ultima, sbucando in no spiazzo piano una grossa ombra in fuga mi passa davanti, un grugnito la identifica senza dubbio, più piccole schiene pelose brune striate di bianco sono ferme davanti a me e si allontanano con calma, avendo compreso la situazione mi blocco, alla mia destra distanziata di circa dieci metri, la grossa cinghiala mi fissa dritto negli occhi, guarda verso i suoi piccoli e poi, tranquillizzata dalla mia immobilità e dall’allontanarsi dei suoi cinghialotti, di scatto si gira e si tuffa nel fitto del bosco. Inebriato dal bellissimo incontro (li avevo sempre sentiti e mai visti), riprendo il cammino (per sicurezza evito la corsa) e rientro senza problemi a casa: ginocchia alla grande.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, 20 minuti alla base del sentiero (2,8km di piano asfalto), 32 (20+12) minuti alla vetta, un’ora e ventotto l’intero giro.

12 maggio – Ritirata risonanza magnetica

Dal referto per quanto ne possa capire si direbbe che non ci sono grossi problemi, un modesto versamento sinoviale potrebbe ricondursi, a mio parere, ad un vecchio incidente con distorsione e conseguente siringata per levare il liquido formatosi, e/o ai vari traumi che l’intensa attività alpinistica mi ha provocato. Purtroppo per un solo giorno (avevo all’11 la prenotazione con l’ortopedico) ho dovuto spostare la visita specialistica e dovrò attendere fino all’8 giugno per avere un riscontro preciso. Speriamo bene!

13 maggio – La notte di #VivAlpe 2017

Altra escursione con gli Amici di Mondo Nudo, un suggerimento per sperimentare la marcia notturna a quei tanti che non l’hanno mai fatto. Si risveglia qualche dolore alle ginocchia, in particolare destra e in salita.

7,5 chilometri, 678 metri di dislivello, 4 ore e mezza con un’ora e venti di sosta

20 maggio – Anello stretto del Monte Tre Cornelli

Altro serio test per le ginocchia, salita per il più diretto sentiero segnalato che da Vallio Terme raggiunge la vetta del Tre Cornelli, discesa per il sentiero precedentemente percorso in salita per l’esplorazione dell’anello medio. Sperimento un’app di tracciatura e rilevazione (Sportractive) che ho installato sull’ormai non più nuovissimo cellulare: interessante, utile, comoda, in particolare la segnalazione vocale della velocità, comunque ancora non risolve tutti i problemi (evidenzia una forte differenza, in più e a mio parere in meglio, nel calcolo dislivello con GPSies). Ginocchia ok, destro senza dolori, sinistro lieve dolore in sede laterale più bassa degli episodi inziali senza sensazioni di blocco al movimento, apparso nell’ultimo chilometro di discesa.

7,6 chilometri, 707 metri di dislivello, un’ora e trentadue minuti per un ritmo medio corrispondente a 12:08 minuti al chilometro (4,94km/h), ritmo massimo 05:30 minuti al chilometro (10,66km/h).

21 maggio – Anello largo dell’Eremo di San Giorgio a Caino

Ancora un’escursione con la moglie inanellando tre sentieri già fatti separatamente: ne esce un anello molto interessante. Nessun particolare dolore alle ginocchia.

11 chilometri, 790 metri di dislivello, tre ore e cinquantatré minuti.

27 maggio – Allenamento annullato

Volevo uscire per un altro allenamento / esplorazione più in quota, mi sono alzato molto presto con dolore al collo, mentre mi preparo la colazione sono titubante: le ginocchia stanno bene ma è tutta settimana che permane una lieve sensazione dolorosa al lato esterno del ginocchio sinistro (poco sotto la sede dei primi dolori), vi si aggiungono la giornata non bellissima e varie questioni che mi frullano nella testa rendendomi incerto sul da farsi, alla fine accendo il computer e mi metto a scrivere questa relazione. Passano le ore e, stando seduto a lungo, compare nuovamente la distribuita sensazione dolorosa laterale: forse ho fatto bene a starmene a riposo, anche perché domani c’è un’altra uscita con gli Amici di Mondo Nudo.

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