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Il giorno di #Carla


Accompagnare gli altri alla scoperta di luoghi e sentieri è un’emozione che da sempre mi ha dato enorme soddisfazione e, senza risalire alla mia prima gioventù, sono state pochissime le occasioni in cui siano stati altri a portare me da qualche parte. Ieri è successo questo, mi son fatto portare alla scoperta di un fantastico luogo a me sconosciuto, sebbene vicinissimo a località e sentieri che ho più volte frequentato, ed ho assaporato l’emozione di vedere mia sorella gioire per essere riuscita in una tale missione.

Grazie Carla per una giornata speciale e profondamente diversa da tantissime altre, grazie per avermi fatto conoscere questo luogo incredibile e affascinante. Grazie!

P.S. Grotta della Tampa, Rezzato (BS)

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

Escursione nella Tuscia (da Paolo D.A.)


Ricevo e volentieri pubblico questo racconto / relazione a cura di Paolo De Andreis.

Approfitto dell’occasione per ricordarvi che se desiderate pubblicare su questo blog dei vostri scritti (ovviamente conformi alla nostra linea editoriale) dovete solo inviarmeli per e-mail (attivate il contatto attraverso l’apposito modulo e riceverete in risposta l’indirizzo di posta elettronica del blog) allegando eventualmente due o tre fotografie in originale o ridimensionate ad una larghezza di 600 pixel. Ci riserviamo il diritto di apportare minime modifiche al testo, vuoi per uniformarlo alla linea editoriale, in tal caso prima della pubblicazione vi rimanderemo il testo corretto per la vostra autorizzazione a procedere, vuoi per eliminare errori sintattici e ortografici.


1A soli 90 km da Roma ci siamo sentiti due veri esploratori, Giovanni ed io, immersi in una selva preistorica che sta ridisegnando un territorio che trasuda memorie di vite lontane.

Non avevo mai visto Giovanni fino a ieri, avevamo solo chiacchierato sul forum de inudisti.it, ma sono bastate due chiacchiere per scoprirci abitanti della stessa dimensione, con addosso la voglia di scoprire questo itinerario nel cuore dell’Etruria. Un percorso segnato dai fiumi Vesca e Mignone, che uniscono idealmente due insediamenti del neolitico successivamente abitati dagli Etruschi: Luni e San Giovenale. Una zona non lontana da Blera eppure selvaggia, un’area di alte rupi, muschio e tufo scolpito dagli antichi, di sole impietoso e di ombre di rovi, olivi, platani, querce e arbusti, di edere prosperose e crudeli, di vasche d’acqua limpida, distillata goccia a goccia dalla roccia, un’area in cui re Gustavo di Svezia molti decenni or sono finanziò una celebre e unica spedizione archeologica: a lui si deve l’emersione e la sopravvivenza fino ad oggi delle tracce di un’umanità che poi abbiamo nuovamente dimenticato.

3Lasciate le macchine alla fine dell’asfalto, nei pressi di Civitella Cesi, nudi come la nuda selva in cui ci siamo introdotti, siamo ascesi al sito di San Giovenale, il primo insediamento su cui la vegetazione sta tornando ad avere la meglio; da qui, dopo una rapida chiacchiera con un inossidabile contadino della zona, che conserva e incarna la memoria di un luogo inabitato, abbiamo incontrato qualche tomba abbandonata ai secoli e poi, scendendo al Vesca, s’è iniziato a ciottolare, guadare, e inseguire Giovanni, che con abilità scoutesca superava enormi rocce di tufo, vicoletti tracciati da rovi e more, inaspettate radure di erba bruciata, siepi selvatiche con aperture su incalpestati e misteriosi trivi. La nostra minuscola mascotte canina ci seguiva con coraggio affidandosi solo di quando in quando alle braccia del suo babbo.

A lungo abbiamo seguito le rive del Vesca con la rupe sulla sinistra e la vegetazione da ogni altra parte, scendendo il fiume che ci avrebbe portati al Mignone e da lì a Luni. Ad ogni passo negli stretti passaggi tra i grandi massi muschiati, l’esperienza di un’armonia attiva con il bosco, una sensazione vitale di inesplicabile contatto con un’origine perduta. “Bellissimo” era la parola chiave della gazzella apripista che mi precedeva.

2Ma quei sentieri sono ormai rarefatti, quasi cancellati dal tempo, e dopo qualche chilometro, un rapido ristoro e qualche chiacchiera sulle rocce bianche del fiume, abbiamo iniziato a recuperare la strada del ritorno. Addosso avevamo entrambi la sensazione che il fascino ineffabile del luogo sia legato a doppio filo con la sostanziale assenza della solita umanità caciarona. Tanto che, superato il torrente, risaliti verso San Giovenale, quando pochi minuti mancavano alle automobili, certo non ci aspettavamo di incontrare qualcuno. Ma… ecco una coppia di ragazzi che scende lungo l’unico fangoso passaggio, un incontro concluso con uno scambio cortese di saluti e che, speriamo, possa averli ispirati per il loro futuro.

Tutto bene dunque in questa prima escursione nella Tuscia più selvaggia, tutto bello, sì. Giovanni ed io ci lasciamo con una stretta di mano e la promessa (desiderio) di tornare da queste parti non appena possibile, magari tentando il percorso dall’altro lato, tra di noi o con nuovi amici.

Abiti in zona e vuoi, da nudo o da vestito, contribuire alla realizzazioni di ulteriori escursioni? Scrivimi (NdR: al vero autore dell’articolo ovviamente, Paolo De Andreis) e organizziamo!

 

 

Prandini 2015, un altro splendido soggiorno


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Se il viaggio di una sola giornata può essere comunque gratificante, lascia pur sempre l’amarezza del frugale assaggio, il desiderio di esplorare ogni più recondito millimetro del monte. Certo è possibile ritornare con perseveranza a più riprese nello stesso luogo, ma soggiornarci a lungo dona qualcosa che la visita frettolosa mai potrà dare, quantomeno non con la stessa intensità. Il lungo soggiorno, infatti, crea il più profondo incontro tra noi e l’ambiente e ci regala il tempo di vivere al ritmo della natura: alzarsi quando il sonno lascia spazio alla veglia, mettersi in marcia quando il corpo si sente pronto, camminare senza l’assillo dell’orario che incombe, fermarsi ogni qualvolta se ne senta il desiderio, mangiare quando la fame lo comanda, osservare per tutto il tempo necessario ad assorbire la visione dell’intorno, ascoltare a lungo il rumoroso silenzio che ci circonda, abbandonarsi natura alla natura.

Foto Emanuele Cinelli

Così, sebbene di soggiorni in montagna ne abbia fatti tanti, ecco perchè ancora li desidero, li cerco, li invento, li propongo, li condivido con amici e familiari. Già, li condivido, pur essendo un convinto sostenitore del viaggio solitario, nel contempo apprezzo il diverso piacere di viaggiare in compagnia. Si diverso, perché il gruppo non aggiunge ne toglie nulla al viaggio, non lo fa più bello o più brutto, semplicemente lo rende diverso, aggiungendo esperienze ad esperienze, unendo al vivere soli il vivere insieme. Stare insieme più giorni magari chiusi nell’angusto spazio di una tenda, di un bivacco, o anche in quello più o meno ampio di un piccolo rifugio alpino incustodito, con l’onere di adempiere a tutte le esigenze di vita individuale e sociale, mette in evidenza i diversi caratteri, esalta comunioni e anche disgiunzioni, identifica personaggi e atteggiamenti, aspetti che, da scrittore, mi piace osservare e analizzare.

Nel tempo ho imparato a identificare e, al di là delle apparenze, apprezzare ogni tipologia caratteriale: il generale, che ordina anziché chiedere, che impone anziché suggerire, che pone se stesso sempre avanti gli altri; il caporale, che supinamente ubbidisce ai comandi del generale, che mai propone e si propone, che indirettamente accentua il ruolo del generale; il soldatino, che, più o meno silenziosamente, ubbidisce ai comandi per dovere o per amore di gruppo; l’indifferente, che tacitamente si adegua a qualsiasi decisione; il determinato, che sempre oppone il proprio parere a quello degli altri e male sopporta la presenza di un generale; il taciturno, che si tiene in disparte vivendo in se stesso le emozioni del soggiorno; il catalizzatore, che senza mai imporsi lega attorno a se stesso il gruppo; il chiacchierone, mai in silenzio anche a costo di spararle grosse o di parlare scontatamente; il monopolizzatore, che indirizza ogni discorso su se stesso e/o parla a ritmo talmente serrato da non lasciare spazio ad altri; il burlone che volge in scherzo qualsiasi discorso dal più banale al più serio; il commediante il cui parlare è sempre accompagnato da segnali non verbali e verbali talmente enfatizzati e sostenuti dal chiedersi se parla per convinzione o per ruolo, per recitazione; l’interiorizzante, che si limita ad ascoltare producendo pochissimi, seppur interessanti, interventi; il condizionato, la cui comunicativa è più che altro basata su slogan, stereotipi, preconcetti, siano essi politici, religiosi o di qualsiasi altra natura. Qualsiasi sia il proprio carattere, mediarsi con gli altri è parte del gioco, è parte dell’esperienza del soggiorno, è vita del quotidiano trasposta nella vita del momento, è insegnamento e, almeno per taluni, apprendimento, è, per me, fonte ispiratrice per considerazioni, ragionamenti e scritti.

Foto Emanuele Cinelli

Foto Emanuele Cinelli

Tutto questo è parte della mia lunghissima esperienza di montagna ed anche del soggiorno di “Orgogliosamente Nudi 2015”, un soggiorno finalmente condito da condizioni ambientali ottimali e da un discreto stato meteorologico. Dopo una prima visita di fine settimana fatta nel 2013 con neve a metà valle e parzialmente bagnati dalla pioggia, dopo la seconda salita con un soggiorno che doveva essere di una settimana poi ridottosi a cinque giorni per la pressoché continua e quotidiana pioggia battente, quest’anno, finalmente, un soggiorno senza ostacoli: cinque giorni che cinque restano; una giornata di pioggia che apporta solo un dovuto momento di riposo; tre escursioni previste che vengono tutte compiute; quattro tranquille serate; quattro notti almeno in parte stellate; chiacchiere e allegria; lavori e divertimento; fatica e avventura; colori, odori, sensazioni legati a questa meravigliosa valle di Braone e alla gemma preziosa in essa immersa che è il rifugio Prandini. Ma ripartiamo dall’inizio.

Memore della grande fatica fatta lo scorso anno, stavolta ho voluto fare le cose per bene: innanzitutto sono andato a visionare l’accesso dalla Bazena per accertarmi che fosse realmente semplice e poco faticoso come mi era stato riferito; poi ho effettuato io stesso l’acquisto della maggior parte dei viveri comuni necessari; infine, in due distinti viaggi, ho portato al rifugio quasi tutti i viveri acquistati. Lo scopo quello di consentire ai partecipanti un cammino semplice e leggero ponendo nello zaino solo il poco che restava: qualche indumento, il sacco lenzuolo, i semplici e limitati viveri per la colazione e il pranzo. Buona intenzione ma…

IMG_7702Siamo al giorno di partenza e ci ritroviamo tutti al parcheggio della Bazena, nonostante i miei acquisti e le mie raccomandazioni qualcuno ha comunque esagerato con il carico e mi trovo davanti zaini improponibili. Vada per l’amico fotografo che si è caricato a spalle l’attrezzatura necessaria alle sue specifiche esigenze, incomprensibile, invece, chi si è portato appresso un esagerato quantitativo di viveri supplementari personali (io ci sarei campato per un mese intero). Per fortuna il sentiero è decisamente poco faticoso: alla ripida salita inziale, che, però, addolciamo con una comoda variante, segue un lunghissimo tratto quasi pianeggiante che permette di recuperare le forze prima di affrontare la salita al passo del Frerone, anch’essa resa comunque comoda da un sentiero che alterna brevi strappi a tratti pianeggianti, permettendo un soddisfacente guadagno di quota e contemporaneamente il contenimento della fatica; da qui al rifugio è comoda discesa, pochi tratti ripidi e rovinati e molto cammino in piano.

Come previsto saliamo regolari e arriviamo alla malga Val Fredda dove la strada sterrata e la salita finiscono, le energie sono praticamente inalterate e senza sosta imbocchiamo il sentiero che con lungo pianeggiante percorso aggira sulla destra tutta la verde conca della Val Fredda. IMG_7706Inizia a far caldo e il sudore imperla il nostro viso, molto avanti a noi una sola persona sta anch’essa salendo: possiamo liberarci dall’inutile fardello delle vesti e donare al corpo la sua naturale respirazione. Dopo la breve pausa, sfruttata anche per reidratarsi, riprendiamo il cammino: in breve siamo alla base del monte Mattoni, una discesa conduce al Passo di Cadino, poi il traverso sotto la Cima Cadino, qui improvvisamente ci si para davanti la persona che avevamo visto salire, siamo nudi ma a questo punto meglio restare come siamo, normalmente camminare per la nostra strada e salutare. Veniamo cordialmente e tranquillamente ricambiati, senza nemmeno la più piccola espressione di sorpresa o di disagio, un sorriso e un saluto che ci riconfermano quanto ormai abbiamo compreso e che diventa quasi obsoleto ripetere: la normalità è la chiave di volta, una nudità portata con semplicità e tranquillità diviene nuda normalità.

Ancora una decina di minuti ed eccoci, con ripido breve strappo, al Passo di Val Fredda, stretta forcella che ci immette nell’ancor più verde e ampia conca dell’alta valle di Cadino. Gli zaini iniziano a far sentire il loro effetto, alcuni di noi lamentano dolori alle spalle e sui visi appaiono i primi segni della fatica, serve una pausa più sostenuta e leggera: “zaini a terra, sedetevi, bevete e mangiate qualcosa, ci si ferma una decina di minuti”. Stiamo per passare dal versante in ombra a quello al sole e, vista la tersa giornata, meglio approfittare della pausa per spalmarsi il corpo con un velo di crema protettiva ad alto fattore, poi possiamo ripartire. Breve ripida discesa e si riprende a camminare in piano tagliando il versante sud orientale del Monte Frerone. Qui il terreno è molto ondulato e alterna piccole vallette a dolci crinali, si procede con un continuo susseguirsi di curve. IMG_7708Da una valletta cosparsa di massi una piccola marmotta ci guarda incuriosita, ci fermiamo ad osservarla e fotografarla, stranamente se ne resta ferma immobile, riconosce in noi degli amici: sarà forse per la nostra naturale nudità? Beh, certo che no, in altre occasioni le abbiamo viste scappare, eppure… eppure è bello pensarlo, è piacevole immaginarsi che attraverso la nudità si possa noi meglio avvicinare gli altrettanto nudi animali del monte, e forse un poco è vero: nel confronto con i tanti anni di montagna vestito, ora posso contare un minor numero di fughe, mai m’era capitato di trovarmi attorniato dalle marmotte che invece di scappare seguivano parallelamente il mio cammino e a distanza ravvicinata. Con questi pensiero nella mente riprendo e faccio riprendere il cammino, il rifugio è ancora lontano e dobbiamo ancora superare un discreto dislivello.

Ecco il bivio, una freccia segnaletica lo identifica in modo inequivocabile, senza indugi imbocchiamo la nuova traccia, abbandoniamo il comodo piano e, decisi, ci buttiamo sulla salita. S’inizia di botto prendendo il ripido pendio proprio lungo la linea di massima pendenza, poco dopo, però, la traccia piega a destra e prosegue lungamente a mezza costa, zigzagando tra lisce placche rocciose. Lontano avanti a noi la Cima di Terre Fredde domina l’orizzonte, mentre sulla destra, dietro il Passo della Vacca, ecco apparire sempre più imponente il Cornone del Blumone. Un ultimo breve ripido strappo e ci accoglie una larga sella erbosa, lo sguardo cade sulla Valle di Braone, nette si distinguono le verdi praterie delle Foppe di Braone, sopra di esse gli altrettanto verdi declivi delle Somale di Braone e, dietro a questi, la grigia pala rocciosa del Pizzo Badile svetta solitaria ornata da un bellissimo cielo azzurro. Folate d’aria fredda attraversano il valico, meglio procedere oltre e fermarsi a mangiare poco più sotto.

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Ritemprati nello stomaco e nelle gambe, ricarichiamo a spalle gli zaini e riprendiamo il cammino. Man mano che scendiamo la meraviglia appare negli occhi e nelle parole dei miei compagni che ancora non avevano visto questi posti. Velocemente arriviamo ai piedi della discesa, alla nostra destra la grigia distesa sabbiosa una volta forse occupata da un lago, poi verde distese pianeggianti solcate dalle sinuose curve del torrente s’intonano contrastanti coi mille puntini colorati dei fiori. Breve discesa ed eccoci al “Zöck dè la Bala”, altro verde pianoro costellato di fiori. Seguendo il fondo della valle, arriviamo nella vasta piana centrale dove le erbe e i fiori si mescolano alle placche di roccia in un ancor più affascinante contrasto di colori. All’improvviso ci appare vicinissimo il Gheza, vecchie case di caccia ora adibite a rifugio. Sono presidiate solo nel fine settimana per cui passiamo senza rivestirci: nuda normalità va bene, per ora, però, meglio rivestirsi quando si passa vicino a strutture abitate, qualsiasi esse siano. Siamo ormai prossimi alla nostra meta, dieci minuti di discesa per placche rocciose e canalini erbosi ed ecco sotto di noi i tetti rossi del rifugio che, con grande soddisfazione di chi si era preoccupato più della pancia che del peso dello zaino, raggiungiamo velocemente.

Sono passate quattro ore da quando abbiamo lasciato il parcheggio delle auto, è metà pomeriggio e avremmo tutto il tempo per sistemarci senza fretta, godendoci l’ultima parte della giornata e rilassando la muscolatura in vista dei prossimi impegni. Invece no, qualcuno, che ancora non riesce a liberarsi dal terribile virus dell’odierna frenesia del quotidiano, quasi subito inizia a dare ordini: “ragazzi bisogna accendere la stufa”, “l’acqua del bagno è troppo fredda mi serve dell’acqua calda per lavarmi”, “non c’è l’accendino, cercate l’accendino”. Cavolo, siamo in montagna e la montagna va presa con spirito di adattamento e sopportazione, siamo in un rifugio di montagna e il rifugio di montagna va vissuto per quello che è, non trasformato nella propria abitazione di fondo valle; in montagna si devono dimenticate le idiosincrasie, le paure, la fretta dell’odierna vita quotidiana, la montagna dev’essere uno scarico mentale e fisico, un momento di pace e di calma. Fortunatamente la disponibilità dei partecipanti sminuisce l’impatto della questione e l’ora della nanna arriva senza ulteriori fattori stressanti, il sonno provvede a riportare la pace e il silenzio, a ritemprare il fisico, l’animo e lo spirito.

Siamo a giovedì mattina, sono il primo ad alzarmi e, come mio solito, mi alzo anche molto presto, con calma faccio colazione e poi, in attesa che venga l’orario di partenza per l’escursione giornaliera, vado ad esplorare il percorso che dovremo fare domani: nell’intero tratto di salita è su terreno vergine, privo di sentiero e di ogni traccia di passaggio, ne conosco solo un piccolo pezzo, quello inziale, quando porto altre persone se possibile preferisco conoscere la strada che farà loro fare. Salgo veloce rendendomi conto che il mio allenamento sta rapidamente crescendo, le nuove scarpe si dimostrano all’altezza delle vecchie, anzi vanno anche meglio, d’altra parte sono una loro evoluzione. Senza particolari problemi trovo subito un percorso ideale che svicola tra le placche rocciose evitando qualsiasi passaggio complicato: “ottimo, domani potremo fare un’escursione in tutta tranquillità e sicurezza”. Scendo per lo stesso percorse, ehm, stesso, si fa per dire: in mezzo a questo mare di rocce ed erbe è difficile ritrovare i riferimenti visivi che avevo preso in salita. Rientrato al rifugio trovo gli amici ancora intenti alla colazione, il sole è già alto e, come previsto fin dal momento dell’organizzazione, l’aria frizzante del primo mattino sta lasciando il posto a temperature più morbide.

IMG_7727Ore dieci, anzi dieci e qualcosa perché c’è chi il ritardo ce l’ha nel sangue, non importa, oggi non importa: abbiamo tempo e chi ha tempo prenda tempo. Ore dieci e qualcosa, dicevo, si parte. S’inzia scendendo, la meta prevista è il Corno della Vacca e la mulattiera di accesso parte molto più in basso, sotto la piana della Malga della Foppe di Sotto. Due gocce d’acqua cadono dal cielo: mannaggia questa piana è per noi malefica, ogni volta che passiamo di qui il cielo s’intristisce e ci lacrima addosso. Imbocchiamo la mulattiera, un vecchio ricordo del quindici diciotto, la prima parte sale nel bosco, risulta evidente anche se a tratti inerbata o addirittura invasa da qualche cespuglio. L’incontro con una bella vipera movimenta il cammino: me la trovo tra i piedi, mi blocco, lei resta immobile avvolta su se stessa a formare una stretta esse, non posso parlare la farei scappare e io la voglio fotografare; mentre con una mano lentamente estraggo la macchina fotografica, con l’altra mano segnalo a chi mi segue di fermarsi e invece… invece viene avanti, mi chiede che c’è, non posso rispondere e mi limito a riagitare la mano nel segno dell’alt, vattelapesca, viene ancora avanti, mi affianca, guarda e parte un urlo pazzesco, mannaggia la vipera, con un soffio d’irritazione, si mette in fuga e riesco a riprenderne solo la coda che svanisce nell’erba. “Aargh, ma che cavolo, se segnalo di fermarsi, fermatevi! Sono anni che cerco di fotografare un vipera”. Va beh, appuntamento rimandato, riprendo il cammino. Chi mi segue riparte a fatica preoccupato che la vipera possa vendicarsi del sonno così bruscamente interrotto, balzare fuori e morderlo. Ci avviciniamo alla vetta del corno ma purtroppo la mulattiera diviene sempre più rovinata e ad un certo punto svanisce quasi completamente, fatta una perlustrazione verso l’alto mi rendo conto che procedere potrebbe risultare a qualcuno assai complicato e pericoloso per cui decido che la nostra salita termina qui. Ci giriamo e torniamo verso il basso a cercare un posto dove pranzare. La giornata prosegue e termina senza altre avventurose sorprese, al loro posto il piacere d’avere con noi nel dopocena i due pastori che stanno dimorando nelle stanze poste sotto il rifugio. Non parliamo di nudismo ma, uno di loro ci ha visti, ci ha incontrati, almeno lui è certo conosca il nostro stile di vita e di escursione, conosca e accetti senza discuterlo ne valutarlo. D’altronde professiamo il nudo come normalità e perché mai dovrebbe essere necessario parlare sempre e con chiunque di un qualcosa che è normale? Col senno di poi ritengo che abbiamo comunque sbagliato a non parlarne: forse, così facendo, non abbiamo comunque prodotto un segnale di vergogna, di sicuro, però, abbiamo perso una buona occasione per capire il loro reale pensiero e per tranquillizzarci in vista del futuro inevitabile contatto con loro.

Venerdì mattina, alle sei sono in piedi, la pioggia forte ha caratterizzato la notte, mi preoccupa l’erba bagnata, anche perché il cielo è coperto da alcune nuvole e il sole fatica a riscaldare il suolo. Alle dieci partiamo, siamo in tre perché gli altri hanno deciso di prendersi una giornata di respiro e defaticamento. L’erba non è del tutto asciutta ma nemmeno troppo bagnata, si riesce a camminare senza grossi problemi, solo un breve ripido tratto sul fango si rivela oggi ostico, provvidenziali alberelli ci aiutano nel suo superamento. DSC04935Pur non seguendo esattamente lo stesso percorso, uno a uno ritrovo tutti i riferimenti presi ieri e senza intoppi siamo alla Porta di Stabio, purtroppo le nuvole coprono il vasto panorama che da qui si potrebbe osservare. Scendo sul versante Stabio per verificare, in vista di un futuro passaggio, il canalone attrezzato con catene: risulta breve e banale, ottimo. Le solite foto di rito e poi scendiamo per il sentiero segnalato a cercare un posto riparato dall’aria dove fermarci per mangiare. Nell’alternanza di grigie nuvole e sprazzi d’azzurro che mi danno la certezza d’evitare la grandinata qua presa lo scorso anno, con calma mangiamo e riprendiamo il cammino rientrando al rifugio. Stasera avrebbero dovuto raggiungerci altri quattro amici, purtroppo nessuno di loro salirà, due forse arrivano domani mattina, una mattina che la notte stellata promette buona.

Sabato mattina ore sette, cielo plumbeo, minaccioso, a lungo l’osservo, alle otto me ne torno a letto: “oggi è meglio dormire”. Verso le dieci mi risveglio, dalla finestra entra la luce del sole, esco e la giornata sembra volgere al bello, ancora nuvole nere all’orizzonte mi preoccupano ma forse ci lasceranno stare. Vado nell’unico luogo dove il cellulare prende il segnale ed ecco il messaggio di Attilio: “stiamo arrivando, partiti ore 10 dalla Bazena”. Bello, splendidi, stanno arrivando. Rapidamente decido: il gruppo salirà lungo il percorso previsto per oggi, la mulattiera di Cima Galliner, io andrò incontro ad Attilio e Paola per aiutarli nel trasporto dei viveri di rinforzo ed eventualmente, se se la sentiranno, per guidarli verso il gruppo. Velocissimo salgo verso il Passo del Frerone dove conto di incontrarli, a un terzo di strada inizia a piovigginare, osservo il cielo alle mie spalle, le nuvole nere sono salite veloci e hanno ricoperto l’intera vallata, verso il passo altre nuvole ancora più scure promettono assai male. Pochi minuti e pochi metri dopo, infatti, la pioggia si fa forte, metto il coprizaino e indosso, sulla sola maglietta, la giacca impermeabile. Incrocio una signora che, imbacuccata in un’ampia mantella arancione, sta scendendo verso il Gheza. IMG_7744Giungo al passo con ben mezz’ora d’anticipo sul previsto, non c’è nessuno, solo un’aria fredda e nebbia, mi affaccio sull’altro versante, il sentiero che scende verso il Cadino è vuoto. Qui non posso stare, devo scendere. Mi porto sul piano sottostante e mi affaccio sull’altra metà del sentiero, due puntini colorati spiccano tra il verde dell’erba, non possono che essere loro, sono ancora bassi per cui scendo ancora. Non mi riconoscono se non quando siamo a pochi metri, sono infreddoliti ma decisi, d’altra parte a questo punto tra l’andare avanti e il tornare c’è ben poca differenza. Mi carico nello zaino il pane, altro non mi vogliono dare: troppo ben stipato nei loro zaini, troppo freddo e troppo bagnato per fermarsi qui a fare il trasbordo. Rincuorati dalla mia presenza gli amici riprendono il cammino con nuova energia e in breve scavalliamo nella valle di Braone, la pioggia ci dona un poco di respiro, il vento si calma e i corpi si riscaldano leggermente. Gli amici possono così ammirare la bellezza di questo luogo e gustarsi la discesa verso il rifugio, dove, come da tempo m’immaginavo, troviamo il gruppo rientrato velocemente alle prime avvisaglie di pioggia. Il pomeriggio passa tra giochi di carte, chiacchiere e l’arrivo della signora che avevo incontrato nella mattina, è una donna francese che, da sola, si è fatta un lungo giro attorno all’Adamello, ora sta scendendo a valle per prendere il treno e tornare a casa. Mentre parliamo con la signora francese sentiamo aprirsi la porta d’ingresso: sono arrivati tre giovani, due ragazzi e una ragazza, che stanno salendo al Gheza per un breve soggiorno. A tutti offriamo delle bevande calde, un asciutto riposo e un momento di convivialità: ne approfittiamo per parlare, con tutta naturalezza e spontaneità, del nostro stile di vita e d’escursione. La risposta, come ormai abbiamo più volte sperimentato, è assolutamente positiva, anzi, ne scaturiscono anche domande interessate. In serata lauto pasto, un’ultima cena che, grazie agli amici saliti pur nelle avverse condizioni, fruisce di nuova linfa vitale e ci permette di banchettare più lautamente che nei giorni precedenti, giusta preparazione alla fatica di domani: se il tempo sarà bello invece di scendere direttamente al Bazena, lo faremo per il sentiero che oggi non abbiamo potuto fare.

IMG_7755Domenica mattina, cielo limpido, nessuna nuvola visibile sui quattro lati dell’orizzonte, alle sette il mio zaino è pronto per il ritorno a valle. Attendo il risveglio degli altri. Puliamo il rifugio, controlliamo che tutto sia a posto, bombola del gas chiusa, interruttore della luce abbassato. Lasciamo al pastore il cibo deperibile avanzato, quello non deperibile lo poniamo nella cambusa del rifugio, qualcuno preferisce rimetterselo nello zaino, poi in marcia. Accompagnati dal tepore di una bella giornata, ritemprati dalla vivida luce del sole, velocemente saliamo alla Forcella di Mare. Imbocchiamo la mulattiera di guerra che, immane lavoro dei nostri alpini, con tanti tornanti dolcemente sale verso la base di Cima Terre Fredde, qui giunta volge a sinistra e risale alla vetta della limitrofa Cima Galliner, dove, preziosi documenti storici di vivida pietra, ancora sono visibili alcune postazioni di sentinella e relative opere di trincea. Splendida qua sopra la vista sul sottostante frequentatissimo Lago della Vacca, la vastità dell’areale nasconde i rumori che attorniano il frequentatissimo rifugio Tita Secchi. Purtroppo nuvole grigie arrivano a coprire il cielo e si alza una lieve brezza fredda, meglio ripartire.

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IMG_7776Convinto che ora si scenda pressoché direttamente indi velocemente al rifugio mi infilo i pantaloncini e suggerisco ai miei compagni di fare altrettanto. Invece il sentiero segnato compie un largo giro, prima lungo il crinale che porta al Passo di Laione e da qui all’omonima cima, poi traversando verso il Passo del Blumone. Amici ci aspettano in Bazena, non abbiamo tempo per dilungarci lungo questo percorso, così ad un certo punto individuo e percorro una linea che, il più possibile per erba, ci possa portare direttamente verso il rifugio. Purtroppo verso la fine un alto salto roccioso ci sbarra la discesa verso il lago e siamo costretti a risalire una breve ma ripidissima ganda per raggiungere la mulattiera del Blumone. Giunti al rifugio qualcuno vorrebbe prendersi un caffè ma siamo in forte ritardo sulla tabella di marcia, il rifugio è affollatissimo, dobbiamo continuare il cammino. Salita al Passo della Vacca, lungo traversone sotto il versante meridionale del Frerone, lo strappo del Passo di Val Fredda, il traverso sotto le pareti del Monte Cadino e del Monte Mattoni, malga Val Fredda, la strada che ripidamente scende al Bazena e… ma che cavolo succede laggiù? Si sentono canti alternati a slogan di cui ancora non percepiamo il senso, poi vediamo una marea di persone attorno al parcheggio, tra queste divise di ogni genere: polizia provinciale, forestale, carabinieri. Che succede? Qualcosa avevo percepito dalle parole di una signora incontrata al Passo di Val Fredda, la conferma dalla voce dell’amica Mara che incontro poco prima del parcheggio: lo scorso anno un pastore aveva malauguratamente ucciso a bastonate un cane, ora gli animalisti si sono radunati qui per protestare e chiedere l’analogo trattamento per il pastore (forse non si rendono conto che così facendo si rendono perfettamente uguali al pastore). Dall’altra parte del parcheggio, nell’area pic nic, un ben più nutrito gruppo di pastori si frappone ai manifestanti, in mezzo le forze dell’ordine ad evitare una rissa che, viste le forze in campo e la loro composizione, certamente risulterebbe ben più favorevole ai pastori che agli animalisti. Brutta scena, esemplificativa di come certe esasperazioni siano solo dannose per la causa che vorrebbero sostenere: se dalla parte dei pastori si alzano solo ironici canti della tradizione popolare, dalla parte degli animalisti sono continue parolacce, offese gratuite, considerazioni di una consapevolezza che risulta essere più presunta che effettiva, più deficitaria che completa. Su suggerimento dell’amico Vittorio, vegano e vero animalista, abbandoniamo velocemente la zona per portarci al vicino rifugio del Passo di Crocedomini dove festeggiamo il suo imminente compleanno e ci salutiamo in attesa del prossimo incontro.


29, 30, 31 luglio, 1 e 2 agosto 2015 – Rifugio Prandini in Val di Braone, Braone (BS)

Emanuele, Pierangelo, Alessandro, Andrea, Marco e Francesca per i cinque giorni. Attilio e Paola per gli ultimi due. Mara e Vittorio che domenica sono venuti ad aspettarci in Bazena.

Grazie agli amici che mi hanno accompagnato in questa nuovo momento di montagna vissuta, grazie alla disponibilità che nuovamente ci è stata concessa dall’amico Piero che si occupa del rifugio Prandini, grazie a tutta la Commissione Rifugi, grazie ai pastori che hanno condiviso con noi alcuni momenti di questi cinque giorni, grazie a chi sabato si è soffermato da noi e, con le sue parole, ha consolidato in noi la consapevolezza del nudo normale e la speranza di un futuro dove i vestiti possano essere ovunque e comunque facoltativi. Grazie a questa splendida valle, grazie al Sindaco e agli abitanti di Braone, grazie alla montagna. Grazie!

Vedi l’album fotografico

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Il parco della Rocca di #Manerba


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Ci sono posti belli e altri meno, ci sono luoghi che ricordi piacevolmente e altri che preferisci dimenticare, ci sono località in cui torni volentieri e altre in cui non torni più, poi ci sono quei posti che ti restano impressi non solo negli occhi ma anche nel cuore, posti che ti ammaliano e dei quali non sapresti più farne a meno. Certo è una questione molto soggettiva, ma poco importa, per me il Parco Naturale della Rocca e del Sasso, sito in quel di Manerba del (lago di) Garda, in provincia di Brescia, è uno di questi ultimi.

Lago da Rocca 043Verde, tanto verde, mille tonalità di verde che, intersecandosi ai margini, si alternano fra loro creando un armonico e rilassante patchwork naturale. Prati frammisti a tratti di bosco, nel mezzo qualche piccola casetta. Una collina delinea per intero il margine nord occidentale e su di essa, nel punto di massima elevazione, le rovine di un antico maniero: la Rocca di Manerba. Da qui la collina crolla quasi verticalmente sul bosco sottostante per poi risalire dolcemente al vicino Sasso, punto di massima elevazione della lunga e alta falesia di rocce sedimentarie che contorna a nord e a ovest il parco. Sotto di essa le azzurre acque del lago, un lago grande, che si vede estendersi lungamente in ogni direzione.

IMG_0350Diverse più o meno nascoste linee di chiaro marrone identificano le comode stradine e i bei sentieri che s’insinuano all’interno di questo bucolico paesaggio, tracciati che permettendo al turista pedestre o ciclista splendide passeggiate buone per ogni stagione.

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Tre comodi parcheggi, quelli gratuiti di Montinelle e di Pisenze e quello a pagamento detto della Rocca, con annesso bar, sono la base di partenza per le passeggiate o le spiagge. Volendo si può parcheggiare, a pagamento, anche a Porto Dusano da dove un bel sentiero, a tratti magari un po’ troppo abbandonato alla vegetazione, in un quarto d’ora permette di risalire alla zona del parco.

Lago da Rocca 032Dalla vetta della Rocca lo sguardo oltre che, come già detto, navigare libero sulle acque del lago, si libra a trecentosessanta gradi mostrandoci il Monte Baldo, la valle del Sarca, i monti di Tignale, il Castello di Gaino, Il Pizzoccolo, il monte Spino, i monti di Salò e di Villanuova, le colline moreniche che cingono a sud il lago e sulle quali pregiati vigneti ci donano vini conosciuti in tutto il mondo. Abbassando lo sguardo subito sotto di noi la splendida baia di Pisenze con la Lago da Rocca 018sua affollatissima spiaggia, appena dietro a questa la punta Belvedere e la limitrofa isola di San Biagio (anche conosciuta come isola dei Conigli), segue l’ampia baia di San Felice con il Porto Torchio, la Romantica e la Punta di San Fermo con l’ampia isola del Garda, dietro si può intuire la piccola e simpatica Baia del Vento, seguita dalla ben più ampia Baia di Salò. Salendo verso nord ecco gli abitati di Gardone Riviera, Maderno, Toscolano, Gargnano, poi una punta Lago da Rocca 020rocciosa copre la vista della restante costa settentrionale bresciana. Sulla sponda opposta da nord s’individuano i paesi di Malcesine, Brenzone, Torri del Benaco, Garda con la sua inconfondibile baia racchiusa tra la Punta di San Vigilio e la Rocca di Garda, Bardolino, Lazise, Pacengo. A sud s’intravvede Peschiera, a seguire man mano più visibili Lugana, Sirmione con la sua tipica penisola e le Grotte di Catullo, Rivoltella, Desenzano, la baia di Lonato e Padenghe, indi Moniga.

IMG_0427Alla vetta della Rocca ci si può arrivare a piedi per un ripido sentiero che sale, aggirando per cengia il salto roccioso che lo caratterizza, lungo il versante settentrionale. Ad esso possiamo arrivare con uno qualsiasi dei sentieri del parco, sia partendo dal paese di Manerba, che dalla baia di Pisenze. Al maniero possiamo arrivarci anche in auto, seguendo le indicazioni reperibili nei pressi di Montinelle: dall’ampio parcheggio ci vogliono solo cinque minuti di cammino lungo ripidissima strada asfaltata chiusa al traffico. Nei pressi del parcheggio è sita la Casa del Visitatore dove un’area picnic e un bar consentono un opportuno punto di fermata e ristoro. All’interno della Casa troviamo il museo, assolutamente meritevole di una poco frettolosa visita: al primo piano il percorso archeologico, al secondo il percorso naturalistico. Al servizio del visitatore anche delle guide professioniste per una visita accompagnata alle bellezze del parco, che oltre ai già decantati paesaggi ci offre una ricca varietà di piante, variopinti fiori, un piccolo laghetto dal quale parte un’antica galleria artificiale costruita per evitare l’inondazione della campagna circostante scaricando a lago l’eventuale eccesso di acqua.

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Per quanto riguarda le attività balneari tre sono le spiagge direttamente annesse al parco: Pisenze, Rocca e Dusano.

Spiaggia di Dusano

Piccola e spesso molto affollata per la sua vicinanza al parcheggio e a diversi ristoranti. È formata da grossi ciottoli che degradano velocemente in acqua: ad una ventina di metri da riva la profondità già si aggira intorno ai tre metri per poi degradare più dolcemente. Il fondale inizialmente a ciottoli diviene quasi subito fangoso con zone ricoperte da campi di alte piante subacquee fra le quali girano persici reali, persici sole e tinche.

Spiaggia di Pisenze

Lago da Rocca 023Molto più lunga, seppur sempre di limitata larghezza e sempre a ciottoli, altrettanto affollata e pure servita da un comodo parcheggio. Come bar e per mangiare ci si può appoggiare al buon omonimo ristorante che si trova alla fine del parcheggio, proprio a fianco della stradina che porta in spiaggia. In acqua la profondità aumenta un poco più dolcemente e il fondale è, così come la spiaggia, nettamente distinto in due zone: sul lato occidentale dopo una prima fascia di ciottoli diventa sabbioso e lo resta fino alle boe (300 metri da riva) che delimitano la zona balneare e tengono le barche lontane da chi nuota; sull’altro lato una vasta zona di scogli si prolunga anche in acqua determinando un fondale roccioso che resta tale fin oltre le dette boe e, pur senza potersi aspettare la varietà e quantità di pesce osservabile al mare, permette di praticare lo snorkeling con discreta soddisfazione.

Spiaggia della Rocca

IMG_0365Arriviamo alla mitica e splendida spiaggia della Rocca: molto meno frequentata delle altre due, ci si arriva dal lato sud orientale del parco seguendo, a partire dall’omonimo parcheggio (bar), prima una stradina sterrata e poi un evidente sentierino. Oltrepassato un boschetto si supera, per apposito varco, un vecchio muro di cinta e con un aereo passaggio lungo una cengia si rientra nel bosco dove il sentiero si biforca: a destra si scende ripidamente alla parte meridionale della spiaggia, a sinistra si prosegue più dolcemente portandosi sul lato settentrionale della spiaggia. Improvvisamente il bosco lascia lo spazio ad alcune piccole e strette spiagge di ciottoli alternate a tratti di lisci scogli. A pochi metri (20) da riva già troviamo acqua molto alta (5 e più metri), ci sono comunque, specie se il livello del lago è attorno al suo zero idrometrico, ampi tratti che consentono una tranquilla nuotata anche a bambini e neofiti del nuoto. Nuotare qui è un poco come farlo lungo le scogliere della Sardegna, non avremo la stessa limpidezza delle acque, anzi, ma il fondale roccioso e i tanti grossi massi ricreano la stessa conformazione e danno le stesse emozioni, se siete fortunati potreste osservare grossi cavedani o essere avvolti da nuvole di piccoli persici reali. In zona anche alcuni spot d’immersione spesso frequentati dai diving del lago.

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IMG_0703Ho definito per me incantevole questo luogo anche se gli manca qualcosa che lo renderebbe addirittura magico e che mi ci farebbe ritornare con maggiore frequenza e assiduità, un qualcosa che farebbe qui arrivare sicuramente molti altri che come me preferiscono immergersi nella natura così come natura chiama: nudi.

Camminare e nuotare vestiti è bello, farlo nudi è molto meglio! Anche solo un paio di leggerissimi pantaloncini o un micro costume da bagno sono di troppo e fanno emotivamente, sensitivamente, fisiologicamente mancare qualcosa (e c’è spiegazione scientifica). Purtroppo è difficile comprenderlo senza provarlo, posso solo invitarvi caldamente a provarci, invito Sindaco e Assessori di Manerba ad accompagnarmi in una escursione e in una nuotata senza vestiti, alla fine ne sarete assolutamente convinti, così come lo sono io e tanti altri, tutti coloro che ci hanno provato.

IMG_0701Comprendo che per un sindaco, un assessore, un partito possa sussistere la paura che la gente del posto abbia da recriminare. Tutti? No, no di certo: fino ai primi anni del duemila la zona della spiaggia era da tempo (almeno 20 anni) luogo abitualmente frequentato da nudisti e nessuno se ne lamentava, anzi, ho potuto personalmente osservare che le persone vestite condividevano tranquillamente il posto con quelle nude, tranquillamente!

Qualcuno comunque ci sarà, verissimo, ma ci furono anche coloro che si ribellarono all’istituzione del parco, eppure è stato fatto, allora perché non questo? La gente si abitua alle cose e così come si è abituata al bikini, alle minigonne, ai tatuaggi, al piercing, ecco che inevitabilmente, se messa a contatto continuo con la nudità, si abituerebbe anche a questo. Ineluttabile, inevitabile, sicurissimo. Se poi consideriamo che la zona è per la maggior parte frequentata da turisti tedeschi per i quali il nudo è stato naturale e normale, possiamo facilmente presupporre che la scelta incontrerebbe il bene placito e l’adesione di tantissimi turisti già in loco, ai quali nel breve termine si unirebbero altri.

IMG_0356Paura di chi possa vedere la nudità come occasione per atteggiamenti inopportuni o fastidiosi? Beh, intanto costoro ci sono proprio per effetto dei tabù del nudo per cui eliminandoli è quantomeno palese che nel tempo costoro sparirebbero, poi appare altrettanto chiaro che opponendovi un’ampia frequentazione nudista con l’aggiunta di quei tantissimi tessili che amerebbero l’opportunità di potersi ogni tanto totalmente liberare dalle vesti, possiamo essere certi che tali personaggi svanirebbero: in parte perché, come detto, guarirebbero del male che li attanaglia, per altra parte perché se in mezzo a una decina di persone nude qualcuno può anche permettersi di fare il gradasso, lo stesso di sicuro non avvererebbe in mezzo a centinaia di persone (nude e vestite).

Rendere vestiti opzionali un’area del genere, con una tale estensione, sarebbe un episodio ad oggi unico in Italia, il primo del genere e certo porterebbe economia alla zona e prestigio all’amministrazione comunale che decidesse in tal senso.

Si, si, sarebbe sicuramente una grandiosa, magnifica, strepitosa idea quella di rendere vestiti facoltativi l’intero areale del Parco della Rocca di Manerba. Idea vincente!

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Link utili

Parco archeologico naturalistico Rocca di Manerba del Garda

Comune di Manerba

Ma quale Alto Adige!?!


Si sente spesso decantare l’apertura mentale dell’Alto Adige, la regione dove tutte le saune, pubbliche o private che siano, vietano l’uso del costume, eppure, parlando con amici alto atesini, mi veniva raccontato qualcosa di diverso. Il sospetto: un conto il nudo in sauna, un altro il nudo all’aperto, insomma un’apertura mentale che nulla ha a che vedere con il nudismo, una visione della nudità molto limitata e condizionata.

inizioCosì, avendo tale contradditoria percezione dell’Alto Adige, sfruttando l’occasione della preparazione del programma “Orgogliosamente Nudi” 2015, ho contattato un ente turistico locale chiedendo informazioni in merito alla possibilità di reperire almeno un sentiero poco o nulla frequentato. Risultato? Alcuni se non molti alto atesini si riterranno anche più austriaci che italiani, ma con la mentalità austriaca, dove l’escursionismo nudista si può praticare finanche nei dintorni dei villaggi, nulla hanno a che vedere, si conferma quanto mi riferivano gli amici locali e si sconfessa quanto, invece, taluni scrivono sui forum in funziona della sola frequentazione delle saune: una risposta che m’ha lasciato quasi allibito, non tanto per il prevedibile mancato supporto ufficiale all’iniziativa, per altro non richiesto, nemmeno per la mancata indicazione in merito alla specifica informazione richiesta (perdendosi invece a prendere in considerazione solo i tre percorsi più noti e ben pubblicizzati sul loro sito, di cui già avevo a priori nella mia missiva escluso io stesso la possibilità di nostra frequentazione), ma piuttosto per il tentativo di giustificare il netto rifiuto adducendo le solite prevenute, condizionate, false affermazioni sulla presenza di famiglie e bambini.

Ho provato a intavolare un dialogo, ho cercato di ribadire le nostre sane intenzioni, ho tentato di spiegare la positività di tutti gli incontri con altri escursionisti avvenuti in tre anni di escursioni in nudità, ma niente da fare: chiusura totale, minaccioso sollecito a non farci vedere nella loro zona, reiterazione delle “cavolate” di cui sopra e… esplicito invito a comprendere il loro netto rifiuto. Bella questa: mi danno comprensione zero e, nel contempo, mi si chiede di comprendere? Avrei sicuramente compreso una risposta negativa sul tipo di quella ottenuta dal Liechtenstein (“per la nostra legge la nudità in pubblico è reato penale”), visto che questa non la potevano dare avrei compreso anche un parco rifiuto senza tentativi di addurre scuse (“siamo dispiaciuti ma riteniamo al momento difficile la pratica del nudismo lungo i nostri sentieri”), avrei anche al limite compreso delle scuse elusive (“la nostra rete di sentieri è tutta molto frequentata”), non posso invece comprendere il netto rifiuto al dialogo e l’accampare motivazioni notoriamente errate e facilmente dimostrabili come tali. Ma che vuoi fare di fronte di un simile atteggiamento? Non mi resta che tirare una riga sulla zona in questione, dirmi che tutto sommato non rappresenta l’intero Alto Adige e chiudere con ironia:

“Capito.

Grazie per l’attenzione e la disponibilità al dialogo…. Magari in un prossimo futuro.

Saluti”

Nel frattempo la persona in questione ha pensato bene di girare il nostro scambio di mail ad altre dieci persone della zona: ottima pubblicità per noi, ora questi dieci operatori turistici e personaggi della politica locale sanno che esiste anche l’escursionismo nudista e sanno che esiste almeno un gruppo, quello di Mondo Nudo, attivo in tal senso e propenso a visitare i loro monti, sanno che abbiamo base a Brescia e, quindi, se potessimo andare da loro dovremmo necessariamente soggiornare in una dei loro rifugi o alberghi. Già questo è comunque un risultato positivo.

Chi semina magari non ottiene subito, ma prima o poi ottiene di sicuro, basta non demordere!

 

 

Orgogliosamente Nudi 2014: relazione del soggiorno al Rifugio Prandini


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Foto di Emanuele Cinelli

Pendulo, cotonoso, bianco, il piccolo batuffolo si confonde con gli altri mille suoi simili formando una sfilacciosa, informe, discontinua massa bianca che si staglia nel verde intenso dell’acquitrinoso prato da torbiera. Grigie e dure placche rocciose dolcemente o imperiosamente dal prato s’innalzano perdendosi nell’azzurro intenso del cielo terso. Lontano, sopra balconate rocciose solcate da bianche lingue di candita neve, svetta solitaria una nera rocciosa cuspide triangolare.

Sulla sinistra brillano con il loro verde intenso ripidi pendii erbosi, contornati alla loro base da contorti cespugli d’ontano tra i quali qua è la s’intravvedono isolati e timidi larici. Anche qui rupi rocciose s’incuneano tra la vegetazione, alcune grigie e compatte, altre rosse e franose cadono nel profondo e cupo valloncello scavato dal millenario scorrere del torrente.

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Foto di Emanuele Cinelli

Al di qua, ancora verdi prati cosparsi dalle mille gocce di gialli fiori. Rossi rododendri aumentano il contrasto di colori e ad essi s’aggiunge il marrone intenso di tronchi mirabilmente tagliati e, altrettanto mirabilmente, assemblati fra loro a formare quattro pareti che s’ergono da muri di grigia pietra. Marrone pure il tetto di lamiera sul quale sventolano una bandiera italiana, i cui colori ripercorrono quelli naturali visti tutt’attorno, e una rossa manica a vento. Piccoli quadri intagli interrompono la continuità del muro sul lato torrente: finestre deliziosamente contornate da tendine a quadrettini rossi e bianchi, un insieme armonico che crea un senso di dolce accoglienza e familiarità.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Sul lato montagna una porta, varcata la quale ci si trova in una prima ampia stanza arredata con tre armadi, tre panche e un bel tavolo di legno massiccio. Da questa un’altra porta adduce alla seconda stanza: la cucina. Per riscaldare l’ambiente una stufa a legna, di quelle stufe in ghisa che evocano antichi ricordi, un fornello a gas per cucinare, il lavello, tre capienti armadi, un lungo tavolo di legno massiccio contornato da due panche e due sgabelli sempre in legno. Ancora una porta e dietro a questa la terza stanza dove trovano collocazione cinque letti a castello per un totale di dieci posti a dormire: rigide e intatte le reti, buoni i materassi, ottime le tante coperte ripiegate e raccolte in un armadio. Altri venti posti letto sono collocati in un edificio separato, ma limitrofo al primo, ristrutturato in data più recente rispetto a quello principale. Il piano terreno dell’edifico principale è utilizzato ancora dal pastore, ma potrebbe, in futuro, diventare un comodo e importante ricovero d’emergenza, con cucina e quattro posti letto.

Un piccolo servizio igienico è situato vicino all’ingresso dell’edificio principale. Di fronte, all’aperto, contornato dal verde dei prati, dal giallo dei fiori e dal marrone delle panche, un tavolo in granito con scolpito un grande cappello d’alpino a ricordare, insieme all’altro cappello, stavolta scultoreo, posto sulla rupe che sovrasta questa zona, chi ha voluto questo rifugio e lo gestisce con cura e amore: gli Alpini di Braone!

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Siamo alla Malga Foppe di Sopra, ora Rifugio Prandini (non custodito, bisogna chiedere le chiavi), collocata nella media Valle di Braone, in posizione strategica e panoramica: a ovest il lariceto che, frammisto alle rupi, cade sulla verdissima e bellissima piana della Malga Foppe di Sotto; a est le già decantate dolci placche rocciose, frammiste a dossi erbosi e a un mare di incantevoli cuscini verdi e rossi di Rododendro, che conducono alla piana delle Foppe di Braone e, con essa, alla parte alta della Valle di Braone, sopra la quale svettano la Cima Galliner e la Cima Terre Fredde; alla sinistra orografica una fascia di ontani e poi ancora placconate rocciose cosparse di rododendri che nascono da un fondo di torbiera alpina e salgono alla base di una cima senza nome per poi condurre alla base della Cima di Stabio, all’omonima Porta e al limitrofo Corno Frerone; alla destra orografica le verdi Somale di Braone sulle quali si notano le tracce di diverse mulattiere della Grane Guerra.

In questo incantevole luogo arriviamo, noi di “Orgogliosamente Nudi” 2014, nel tardo pomeriggio di sabato 5 luglio con l’intenzione di restarci, almeno alcuni di noi, fino al successivo sabato 12 luglio. L’idea originaria era quella di salire dal rifugio Tassara in Bazena attraverso il Passo del Frerone, ma la tanta neve ancora presente in quota ci ha suggerito prudenzialmente di cambiare percorso e salire, come lo scorso anno, dall’abitato di Braone. La variazione ci comporta due ore in più di cammino e, soprattutto, mille metri di dislivello aggiuntivi, cosa che, visti i corposi e pesanti zaini, non si presenta certamente facile. Fortunatamente il custode del rifugio, il gentilissimo e sincero Piero, si mette a disposizione per portarci gli zaini fino all’inizio della mulattiera vera e propria.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Leggeri percorriamo il tratto di strada e in un’ora e mezza siamo alle Case di Scalassone, il punto d’incontro con Piero e Francesca, una di noi che è salita in macchina insieme agli zaini. Ci carichiamo dei pesanti fardelli e, salutato Piero, ci incamminiamo verso la nostra lontana meta.

La mulattiera inizia dolcemente e sale, nel fitto bosco, con frequenti tornanti. Dopo un’ora, aggravato da uno zaino che ammonta a venti chili, inizio ad accusare la fatica e necessito di frequenti brevi soste per alleviare i muscoli delle gambe contratti dai primi sintomi di acidosi. Dopo due ore, comunque, in perfetta tabella di marcia perveniamo alla piana di Malga Foppe di Sotto e qui ci fermiamo per mangiare qualcosa e riposare spalle e gambe.

Ripartiti, velocemente si percorre la piana per poi affrontare l’ultima balza, meno erta della prima e più corta, eppure più faticosa, vuoi per il sentiero che l’affronta a tratti più direttamente, vuoi per l’irregolarità del fondo su cui si cammina: entro in crisi profonda e medito di lasciare qui metà del carico per ritornare a prenderlo più tardi, dopo essermi ben riposato. Scatta così quel meccanismo di solidarietà che ben conoscono tutti coloro che praticano seriamente l’alpinismo: Francesca avendo lo zaino più leggero di tutti mi offre a più riprese lo scambio di zaini, finché mi decido ad accettarlo. Il cammino può procedere più spedito e in breve perveniamo al rifugio, dove, ancor prima di sistemarci, recuperiamo le forze con pane e salame e una bella birra fresca.

Apriamo il rifugio, depositiamo i viveri sistemando quelli non deperibili in cucina e quelli deperibili nella prima stanza dove l’assenza di riscaldamento ovvierà all’assenza di un frigorifero, prendiamo possesso delle brande e ci prepariamo per la cena: chi apparecchia il tavolo, chi si occupa di cucinare, chi si riserva di sparecchiare e lavare i piatti dopo mangiato, una equa e spontanea suddivisone dei ruoli dove tutti fanno qualcosa e nessuno resta inerme ad osservare gli altri che lavorano anche per lui.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Dopo cena, mentre il fuoco scoppietta nella stufa e riscalda il locale, le solite chiacchiere da rifugio, nel nostro caso condite da qualche argomento in più: il nudismo e il piacere di vivere nudi, di assaporare la montagna senza barriere, avvicinandosi ad essa in tutta naturalità, per percepirne il suo minimo alito vitale, il suo più sottile respiro, la sua anima ribelle, per assorbirne con ogni millimetro della nostra pelle le sue tante essenze profumate e corroboranti. Presto, però, la stanchezza prende il sopravvento ed entro le ventidue siamo tutti stesi in branda e scendiamo più o meno velocemente nel mondo di Morfeo.

Domenica mattina, ore 6, sono già in piedi, gli altri ancora dormono alla grande, dopo una lunga attesa, visto che ancora nessuno si alza, decido di farmi un giro attorno, visitando la torbiera antistante il rifugio e il dosso che lo sovrasta. Rientrato al rifugio scopro che qualcuno, alzatosi per andare in bagno (poi si scoprirà essere Stefano), m’ha chiuso fuori, che fare? La temperatura non è rigida ma fa comunque abbastanza fresco e anche se vestito dopo un poco sento il bisogno di riscaldarmi: il versante di fronte già sta prendendo il sole, bisogna solo salire all’incirca duecento metri di dislivello, così riparto e mi porto velocemente verso il sole e il caldo.

Ridiscendo dopo circa un’ora, finalmente qualcuno si è alzato e posso rientrare nel rifugio a prepararmi la colazione insieme a Marco, marito di Francesca. Nel frattempo uno ad uno si alzano anche tutti gli altri: prima l’altro Marco (che scenderà immediatamente a valle: il suo soggiorno poteva durare solo questi due giorni), poi Stefano e infine Francesca. Per le nove e mezza siamo pronti a partire per effettuare la prima delle escursioni previste: si punta al Forcellino di Mare e poi vedremo cosa fare.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

A causa della temperatura non confortevole per via di densi nuvoloni che si sono alzati a coprire il sole, il primo tratto di salita lo facciamo da vestiti. Breve sosta al Rifugio Gheza dove scambiamo due parole con i volontari del CAI di Darfo, saliti a preparare il rifugio per la festa che si terrà nel prossimo fine settimana, poi ripartiamo alla ricerca del sole che si vede illuminare i prati delle Somale di Braone. Poco dopo possiamo finalmente spogliarci e fruire della libertà data dalla nudità: nel giro di pochi minuti le nostre membra si rilassano assorbendo intimamente il dolce calore del sole, il sudore non più trattenuto dalle vesti si volatizza velocemente nell’aeree concedendo respiro e freschezza alla pelle, il sistema di termoregolazione non più condizionato e ingannato dall’ingabbiamento dei genitali riprende a funzionare al meglio, camminiamo velocemente e senza soste lungo il ripido pendio.

In venti minuti scarsi siamo al forcellino dal quale il nostro sguardo può spaziare a trecentosessanta gradi: prima di tutto notiamo il sottostante occhio azzurro del Laghetto di Mare, piccolo bacino d’acqua a picco sulla Valle Listino, poi la vista si allunga verso i costoni e le cime più lontane che, da profondo conoscitore dell’Adamello, provvedo a identificare e illustrare ai miei compagni.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Finito di osservare la meraviglia del luogo e del paesaggio ci rimettiamo in camino per salire il primo dosso delle Somale di Braone. Da qui, per cresta, si continua con mirabile visione a picco sulla Val Paghera e le Case di Paghera: molte le essenze floreali che incontriamo, poi una postazione di guerra collocata proprio sul filo di cresta e la relativa trincea di avvicinamento scavata sul versante meridionale della montagna. Procedendo sempre per cresta miriamo alla Cima del Vallone, ma il percorso si fa impervio e la traccia di sentiero svanisce completamente in mezzo a cespugli e rocce, per cui decido di abbassarmi ad una traccia più evidente e per questa ritornare al Forcellino di Mare.

Pervenuti al detto forcellino, visto che la metà giornata ancora non è giunta, su sollecitazione di Francesca decidiamo di salire un poco verso la cima Galliner. Seguendo la vecchia e qui molto visibile mulattiera di guerra saliamo per circa mezz’ora e poi ci fermiamo a mangiare. Marco ne approfitta per controllare le previsioni del tempo: domani sarà ancora bello, ma martedì pioggia tutto il giorno, qualcuno comincia a premeditare un’interruzione anticipata del suo soggiorno.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

In discesa ancora una, stavolta più lunga, sosta al Rifugio Gheza dove quelli del CAI di Darfo ci raccontano la storia di questo rifugio, poi giù al nostro campo base, dove pensiamo sia ad attenderci Antoine, l’amico che deve arrivare oggi, venuto fin quassù dall’Olanda. Invece non è ancora arrivato, rifacciamo i conti e in effetti è presto: arriverà non prima delle cinque. Alle cinque di Antoine non c’è segno, mi abbarbico su di una rupe teso a scrutare la valle nella speranza di vederne la figura che risale il sentiero. Quando ormai le preoccupazioni iniziano a farsi serie ecco che, dal bosco sottostante, sbuca una nuda figura: “Antoine! Antoine!” sollevato mi lancio giù per il sentiero correndogli incontro per aiutarlo a portare lo zaino negli ultimi terribili metri di cammino. Ora ci siamo tutti, facciamo le debite presentazioni visto che Antoine lo conoscevo solo io, poi prepariamo la cena che sarà accompagnata e seguita da tante chiacchiere per informarci sul nudismo in Olanda e confrontarne la situazione con quello italiano. Alle ventitré tutti a nanna.

La mattina di lunedì si presenta solare, sebbene le solite nubi girino attorno alle creste che ci sovrastano coprendo fastidiosamente il sole. Francesca, intimidita dalle previsione del martedì e non volendo scendere a valle sotto la pioggia, convince il marito a scendere in giornata, Stefano, che è in auto con loro, non può fare altro che adeguarsi: preparano i loro zaini mentre io sviluppo i piani per la giornata. Come fare per allungare la condivisione della stessa anche con i tre amici che hanno deciso di scendere? Come far fare loro ancora una piacevole escursione in zona? Presto fatto: percorreremo tutti assieme la vecchia mulattiera di guerra lungo le pendici delle Somale di Braone e della Cime del Vallone!

Partenza! Velocemente risaliamo al rifugio Gheza, stavolta spogliandoci quasi subito visto la giornata maggiormente assolata. Il rifugio oggi è vuoto e possiamo tranquillamente passare senza coprirci. Saliamo ancora un poco fino alla freccia che indica l’inizio della mulattiera: sarà l’unica indicazione di questo percorso. La prima parte è ben visibile e tranquilla, ma ben presto le cose mutano: la traccia si fa più stretta, l’esposizione aumenta vertiginosamente e l’erba invade gran parte del sentiero. Entriamo in un canalone scavato dall’acqua, qui il passaggio, anche se breve, si fa particolarmente delicato per la presenza di una frana. Poco oltre, con mio sollievo (io non ho problemi e apparentemente non ne hanno nemmeno i miei compagni, ma, da ideatore e conduttore dell’evento, nonché da ex Istruttore Nazionale di Alpinismo, sento pur sempre il peso della responsabilità), l’esposizione si ridimensiona. Dopo un lungo traverso nei prati, ci avviciniamo a delle rupi rocciose ed è evidente che la mulattiera non può passare attraverso queste, guardando verso il basso individuo i debolissimi segni della mulattiera che qui scende con alcuni stretti tornanti. Segue un nuovo diagonale, poi ancora tornanti a scendere portano in una radura con le classiche alte erbe di malga, apparentemente sembra non esserci modo di passare oltre ma senza esitazione mi lancio attraverso le alte erbe: ho percepito, al di là delle stesse, uno spianamento del terreno, non può essere altro che il residuo dei lavori militari. Infatti la mulattiera si evidenzia poco sotto.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Il tracciato continua in lievissima discesa, a tratti è pressoché totalmente nascosto dalla vegetazione, anche se inequivocabili lastre di granito ne segnano il lato a valle, a tratti è più evidente. Dopo un lungo traverso siamo vicinissimi alla Cima del Vallone e sulle sue pendici, netto, il segno di una larga mulattiera. Ci separa una tutto sommato tranquilla cengia terrosa che taglia un ripidissimo canalone erboso. Tranquilla? Eh no, all’improvviso un pastore che ci osserva dall’altro lato della cengia si mette a urlare: “Sassooooo, sbrigatevi, non fermatevi!” Io, già arrivato da lui, mi giro e vedo immediatamente che in alto nel canalone ci sono numerose pecore al pascolo le quali, incuranti di chi sta sotto, non si fanno la premura di non far cadere sassi: già poco prima, ci riferisce il pastore, una pecora è stata uccisa, colpita in testa da uno di questi massi. “Va beh, è andata, il sasso è scivolato a valle lentamente passando per un canalino secondario senza colpire nessuno di noi, però” penso “poteva anche avvisarci prima che passassimo sotto il canalone, quando eravamo ancora in punto sicuro, invece di aspettare che ci fossimo in mezzo e in pericolo!”

Ancora due chiacchiere con il pastore e poi riprendiamo la discesa ora più tranquilla e semplice. In breve siamo sulla mulattiera principale, risaliamo alla piana della Malga Foppe di Sotto dove pranziamo tutti insieme, poi la sofferta separazione: Marco, Francesca e Stefano scendono a valle, io e Antoine risaliamo al Prandini con l’intenzione di rimanerci fino a sabato.

La sera inizia a piovere e continua ininterrottamente per ventiquattr’ore costringendoci a restarcene nel rifugio per tutta la giornata di martedì. Antoine la passa prevalentemente a letto o studiando per un libro che sta scrivendo, io in parte mi occupo della stufa, in parte del taglio della legna, in parte delle pulizie, in parte di scrivere le bozze per le relazioni del soggiorno e dei percorsi fatti.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Nella notte il cielo si rasserena e mercoledì mattina la giornata si presenta calda e soleggiata. In attesa del risveglio di Antoine, che se la dorme alla grande fino alle nove, riparto a perlustrare il territorio antistante il rifugio e che adduce alla Porta di Stabio: ci si può sicuramente tracciare un percorso alternativo (poi la cosa mi viene confermata da Piero che già più volte ha seguito questa via di salita) e creare un interessante anello, ma, non conoscendo bene Antoine, per maggiore sicurezza decido di salire per il sentiero segnato.

Alle nove e mezza ci mettiamo in cammino e, nudi, velocemente risaliamo la parte mediana della Val di Braone pervenendo al bivio per la Porta di Stabio. Qui il sentiero sale direttamente per l’erto pendio, la segnaletica a volte è ben visibile, altre volte stinta e difficile da individuare, ma il percorso è evidente e senza esitazioni porto il compagno alla meta, seguendo, verso la fine, un percorso che ci permette di evitare quasi tutta la neve. Magica la sensazione di solitudine che si prova: intorno a noi chilometri di montagna senza altre presenze, nemmeno quelle dei camosci che, viste le tante loro cacche qui presenti, speravo di vedere. Assordante l’immenso silenzio che pervade questi luoghi. Stupendo il panorama: a nord la vista spazia sui monti dell’Aprica e su quelli del settore meridionale dell’Adamello; a sud si vedono nettamente i radar del Dasdana e la lunga cresta che da questi porta a Monte Campione, dietro il quale evidente l’inconfondibile sagoma del Guglielmo, più a destra i monti della bergamasca, poi il più vicino Monte Altissimo di Borno e dietro altri monti non ben definibili, in lontananza la sagoma bluastra delle Alpi Liguri e degli appennini bolognesi; sotto di noi l’iride blu di uno splendido laghetto alpino e, a seguire, tutta la Val di Stabio, dolce e verde, molto invitante.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Vorrei scendere al laghetto sottostante ma il percorso complicato (ripido terreno franoso con un bel tratto di catene di sicurezza) e le nuvole nere che sempre più minacciose arrivano dal Cornone del Blumone, noto catalizzatore di maltempo, mi convincono a rinunciare e a sollecitare il ritorno a valle. Giusto il tempo di oltrepassare la conca innevata sottostante il valico che inizia a grandinare! Prima sono piccoli chicchi simili a palline di polistirolo, poi pian piano la dimensione degli stessi cresce diventando dolorosa per mani e testa, infine cresce anche l’intensità della grandine e nel giro di pochi minuti il paesaggio da verde diventa bianco. Fortunatamente, nonostante alcuni tuoni, non c’è né vento né pioggia e la temperatura rimane confortevole: il nostro cammino procede tranquillo e regolare, senza problemi rientriamo al rifugio dove abbiamo la base.

La sera, sfruttando un momento di calma tra le piogge che hanno ripreso con intensità, riesco a collegarmi telefonicamente con mia moglie e vengo a sapere che le previsioni per i giorni successivi non sono buone (mattina bella ma pomeriggio temporali) e che lei non sta tanto bene: suggerisco ad Antoine di ridiscendere a valle venerdì, lui rilancia proponendo di scendere ancora giovedì stesso e questo decidiamo di fare. In attesa della cena preparo lo zaino ed effettuo le pulizie del rifugio, la mattina successiva, visto il bel tempo, di buon ora sveglio il mio compagno, rapida colazione, ultime pulizia e poi giù senza sosta fino a Braone: Antoine fatica alquanto a camminare sul terreno sconnesso e la sua discesa è piuttosto lenta, ci mettiamo ben quattro ore e mezza per arrivare alla macchina.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Ultimi sguardi verso l’alto, un saluto malinconico a questa valle meravigliosa, una valle che mi ha stregato già nel lontano 1988 quando l’ho risalita in pieno inverno, una valle che mi rivedrà sicuramente: anche se questo potrebbe per me comportare il perdere un luogo selvaggio e solitario dove poter vivere esperienze di montagna piene e appassionanti, ho deciso di scrivere non solo le relazioni dettagliate sui percorsi effettuati e sugli altri possibili, non solo di redigere articoli da inviare alle principali riviste di montagna, ma anche di realizzare un opuscolo su di essa dato che merita d’essere meglio conosciuta e frequentata, lo merita davvero.

La riconsegna delle chiavi, il pagamento di quanto dovuto per il soggiorno e i saluti a Piero concludono questo magico, per quanto sofferto, soggiorno. A Piero formulo la mia disponibilità a collaborare per la rimessa in funzione della mulattiera di guerra percorsa tre giorni prima, ma anche per altri lavori che possano essere necessari, quali il ripristino della segnalazione sul percorso della Porta di Stabio o la manutenzione del rifugio Prandini: se vuoi partecipare agli eventuali lavori segnalami nominativo, indirizzo e-mail e numero di telefono (modulo di contatto), grazie.

Per concludere devo e voglio ringraziare innanzitutto Piero, il custode del rifugio, per la sua estrema gentilezza e l’enorme diponibilità, poi gli Alpini di Braone per la costruzione e l’ottima gestione del rifugio Prandini, indi il Sindaco, gli Assessori e gli abitanti di Braone che ben ci hanno accolti nella loro valle, infine i miei compagni di soggiorno: Antoine l’olandese, Francesca dall’Alto Adige, Marco pure dall’Alto Adige, l’altro Marco da Milano, Stefano da Chioggia. Grazie, grazie mille a tutti!

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Riflessioni su un settembre naturista in Abruzzo


Dalla e-Zine de iNudisti…. A conclusione di un positiva stagione naturista abruzzese, eccovi il riepilogo degli eventi più significativi a cura del segretario dell’ANAB: Andrea Mirabilio

Riflessioni su un settembre naturista in Abruzzo

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Malga Torrione (Bagolino – BS)


Malga Torrione

Malga Torrione (F. Corradini)

Breve ma piacevole escursione di media montagna che porta a un luogo isolato e solitario, vicino eppur lontano dalle mete dell’escursionismo di massa. Il sentiero di salita comodo, privo di tratti particolarmente ripidi, scabrosi o esposti, rendono questo itinerario adatto anche a coloro che non sono escursionisti abitudinari, anche alle famiglie con i loro bambini. La pressoché totale copertura boschiva, inoltre, lo rende praticabile anche nei mesi più caldi e nelle giornate particolarmente soleggiate.

La mulattiera iniziale

La mulattiera iniziale (F. Corradini)

La prima metà si svolge su mulattiera segnalata, anche se non frequentatissima, la seconda per un sentiero privo di segnalazioni, a parte una freccia in legno che indica il suo inizio, ma pur sempre evidentissimo. Passata la piccola e simpatica malga Torrione, il sentiero si perde nel torrente Bruffione, poco sopra l’ultimo salto delle omonime cascate. Qui un’ampia radura erbosa fornisce comodissima sistemazione per il pranzo e alcune ore di riposo, godendo del sole stesi su di una placconata rocciosa che sembra essere un naturale solarium.

L’itinerario

Villa Roma

Villa Roma (F. Corradini)

Si parte da Villa Roma (1350 metri sul livello del mare), piccola palazzina a due piani sita al termine dell’Alpe Grisa, un paio di chilometri dopo l’abitato di Val Dorizzo (Val del Caffaro – Bagolino – Brescia). Proprio davanti alla palazzina parte una strada sterrata con le indicazioni per i sentieri che salgono verso il Bruffione.

Seguiamo tale strada che dopo un duecento metri termina contro il torrente Caffaro. Un ponte in legno ci permette di passare sull’altra sponda, con visione su di una stretta forra. Qui, seguendo la segnaletica bianco e rossa con il numero 414, senza possibilità d’errore prendiamo l’evidente mulattiera che dolcemente sale nel bosco. Dopo alcune svolte, il sentiero attraversa una breve radura erbosa passando nelle immediate vicinanze d’un vecchio fienile ristrutturato, per poi riprendere a salire con maggiore pendenza, ma comunque mai in modo deciso.

Il ponte sul Caffaro

Il ponte sul Caffaro (F. Corradini)

L'ultimo salto delle Cascate del Bruffione

L’ultimo salto delle Cascate del Bruffione (E. Cinelli)

Dopo una mezz’ora di tranquillo cammino, quando, sotto le brulle pareti del Vendolaro, il sentiero esce dal bosco per iniziare a risalire un vecchio pendio di frana ormai ricolonizzato dalle erbe. Poche curve e si perviene al bivio per malga Torrione, indicato da una piccola freccia in legno. Il sentiero, inizialmente poco evidente, si alza nel prato alla destra della mulattiera principale, per poi attraversare deciso a destra a rientrare nel bosco. Qui il tracciato torna a essere evidentissimo e, sempre in modo agevole e mai faticoso, sale con vari tornanti alla piccola malga (circa 1550 metri sul livello del mare).
Panoramicissimo il poggio dove sorge la malga, a sud lo sguardo percorre la parte mediana della Val del Caffaro, a ovest il Monte Misa, a nord ovest la Corna Bianca e le creste dei Dossi di Cadino. Scendendo per i prati che fronteggiano la malga, passati alcuni muretti a secco, un ripido canalino erboso solcato da uno stretto e scivoloso sentierino porta in pochi minuti alla base dell’ultimo imponente salto delle cascate del Bruffione.

Ritornati alla malga riprendiamo il cammino lungo il sentierino che dalla stessa continua a salire per portarsi al di sopra della cascata. Sono pochi minuti e poi ci si trova in questa ampia e piana radura dove l’escursione ha termine e dove una lunga pausa è d’obbligo, sia per tentare un bagno di ghiaccio nel torrente, che per accumulare l’energia del sole stendendosi sulla placconata che domina la radura.

La radura alla fine del sentiero

La radura alla fine del sentiero (E. Cinelli)

Chi non sopportasse starsene al sole potrà trovare fresco refrigerio in un ampio prato alle spalle della placconata, facendo attenzione che lo stesso finisce a sbalzo, senza vera protezione, sulla cascata.
Il ritorno a valle si effettua dallo stesso identico percorso di salita.

Come si arriva a Villa Roma

Il Lago d'Idro

Il Lago d’Idro (E. Cinelli)

Dal casello autostradale di Brescia Est, seguendo le indicazioni per Brescia, superare una grossa rotonda e uscire a destra in direzione Brescia, Verona, Lago di Garda, immettendosi così sulla tangenziale est di Brescia. Per questa proseguire seguendo le indicazioni per Salò (SS45bis) e, passati gli svincoli di Mazzano, Virle, Nuvolera, Prevalle (subito dopo una prima breve galleria) e Gavardo, si giunge, dopo altre tre gallerie, all’abitato di Villanuova sul Clisi. Qui, seguendo le indicazioni per Val Sabbia, Lago d’Idro, Trento, Madonna di Campiglio, subito dopo una quarta galleria, uscire a destra e immettersi sulla superstrada della Val Sabbia (SS237) che si segue fino al suo termine (allo stato attuale, maggio 2012, dell’opera). Si passano Nozza, Vestone e Lavenone, arrivando a Idro. Si procede costeggiando, con varie curve, il Lago d’Idro; si passa l’abitato di Anfo e dopo circa cinque chilometri si perviene ad un’ampia rotonda, qui evidenti segnalazioni indicano a sinistra la strada per Bagolino. La prendiamo e si sale con ampio panorama sul lago appena costeggiato; dopo una ripida e tortuosa discesa, attraversato il ponte sul Caffaro, quando la strada ha ripreso a salire, sulla sinistra si prende la strada che aggira il paese di Bagolino. Seguendola fedelmente si arriva in cinque chilometri al piccolo centro turistico della Val Dorizzo (alberghi e bar), lo si oltrepassa e dopo altri due tornanti si accede alla piana dell’Alpe Grisa. Quasi alla fine di questa, quando la strada riprende a salire, sulla destra Villa Roma e a sinistra un piccolo spiazzo per parcheggiare (massimo sei macchine, altri spiazzi ci sono prima di questo, uno molto comodo è reperibile 500 metri prima).

Indicazione al bivio per la malga Torrione

Indicazione al bivio per la malga Torrione (E. Cinelli)

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