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Invito a pranzo


Sfrigola l’olio nel grande tegame, sulla sinistra un tavolo di legno grezzo, duro e scuro, è ricoperto di piatti e piattini, rossi e succosi pomodorini tagliati a piccoli pezzi, rosati gamberetti, ciuffi di fresco prezzemolo, odorosi limoni, gli spaghetti attendono d’essere versati nell’acqua bollente. A destra un altro più piccolo tavolino, anch’esso di duro e scuro legno grezzo, accoglie gli arnesi da cucina.

Blop, blop, l’acqua bolle, prendo gli spaghetti e ve li deposito dentro, un paio di colpi col mescolo di legno per ben separarli. Voci gaudenti giungono dalla stanza accanto, prendo il vassoio degli aperitivi e raggiungo gli amici. “Anche noi, anche noi!” due bimbi e due bimbe arrivano correndo e mi si stringono attorno pizzicandomi le gambe, “si, si, ci sono anche i vostri succhi, eccoli”. Deposito i quattro bicchieri su di un basso tavolino contornato da morbidi cuscini e, accompagnato dal sorriso dei bimbi, raggiungo il tavolo da pranzo.

Veloce scorre il tempo quando si è in piacevole compagnia, il pranzo è finito, i bimbi hanno ripreso ormai da tempo i loro festosi giochi, mentre noi adulti chiacchieriamo delle mille cose che, inseguendosi l’un l’altra, ci scorrono nella mente: il lavoro, lo sport, la camminata che faremo domani, la camminata che abbiamo fatto domenica scorsa, i social network.

“Ehi, fuori è uscito il sole, che ne dite se ne approfittiamo?” “Siiiiii!” I primi a rispondere sono i bambini, che già stanno correndo giù dalle scale che danno nel giardino. Piccole pozzanghere risplendono nel verde dell’erba, senza timore per i vestiti che non indossano ci saltano dentro spruzzandosi a vicenda. Con più calma anche noi raggiungiamo l’esterno per distenderci sul prato. I caldi raggi di questo sole d’inizio estate inondano la nostra pelle, osservo le gocce d’acqua abbarbicate sulle foglie degli alberi, un lieve tremore le percorre mentre lentamente si trasformano in vapore.

IMG_8226Si approssima la sera, il sole cala dietro i tetti delle case, una fresca brezza c’invita a rientrare, per gli amici è giunta l’ora di ripartire, chiamiamo i loro figli, risaliamo le scale e raggiungiamo la sala. Su un divano d’angolo, ordinatamente distesi, ci sono le vesti dei nostri amici e dei loro bimbi, una ad una le raccolgono e le indossano. Mutande, calzini, magliette, pantaloni cambiano di posto, lentamente, molto lentamente, oserei dire penosamente. Riluttanza dei bimbi, ma anche degli adulti, i loro sguardi svelano il fastidio che stanno provando. “Ehi, che vi succede? Non volete più rivestirvi?” “Nooooo” urlano i bambini in coro, “già” aggiunge la madre “stamattina ero perplessa già solo all’idea di venire a casa vostra sapendo che sareste stati nudi, ora vorrei poter prolungare in eterno questa nuda giornata, ho visto quant’erano felici i miei figli, ho potuto lasciarli giocare e mangiare senza preoccuparmi che sporcassero le vesti” “si, si” interviene il marito “è stato fantastico, ci abbiamo ragionato sopra un intera settimana al vostro invito, temevamo soprattutto per i bimbi, che potessero restarne traumatizzati, ma anche per noi, non ci siamo mai spogliati davanti ai figli, non ci siamo mai spogliati davanti ad altre persone, non ne capivamo la motivazione e ora…” “ora” riprende la nostra amica “ora abbiamo compreso, ora vi dobbiamo ringraziare, ci avete fatto sperimentare qualcosa di speciale, qualcosa che ci ha profondamente arricchito, come individui, come genitori, come famiglia, grazie!”

La vestizione è finita, accompagniamo i nostri amici al cancello e li salutiamo. “Grazie, amici, grazie ancora, beati voi che siete ancora nudi.” “Non vedo l’ora di arrivare a casa per spogliarmi nuovamente, da oggi a casa nostra si vivrà nudi, vero bimbi?” “Si, si, siiiiiiiiiii, andiamo, andiamo, già la pelle ci pizzica, vogliamo toglierci questi brutti vestiti!”

La macchina si allontana, dalla finestra posteriore i bimbi ci salutano calorosamente facendoci ciao con le manine, toh, guarda, si sono già tolti i pantaloni e le mutande, eheheh!

Famiglia nudista

Prima esperienza con quelli di Mondo Nudo


Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questo breve racconto scritto dal nostro nuovo amico Luigi e relativo alla sua prima esperienza con noi e le nostre escursioni.

Grazie Luigi!


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Sveglia alle 6 ed in strada alle 7 arriva Emanuele e così ha inizio la domenica in montagna, mia antica passione, coltivata con gli amici della UOEI e dell’Ugolini, poi accantonata. Da poco è rinata con l’occasione di coniugarla al nuovo interesse per il nudismo, perciò ho iniziato a seguire il blog Mondo Nudo fino a quando non mi si è presentata la possibilità di partecipare ad una passeggiata.

img_0114Domenica 16 ottobre, la data dell’uscita sul Maniva alla guida di Emanuele, dopo una serie di soste previste per incontrare gli altri partecipanti all’escursione ci dirigiamo in Valtrompia. Albeggia, il bel tempo incoraggia e dopo un caffè già “in quota” iniziamo la camminata che pare più impegnativa del previsto. Dopo il primo tratto riconosco la piacevolezza dell’escursione unita alla bellezza del panorama ed ai numerosi luoghi storici che ancora ci parlano della prima guerra mondiale. Emanuele sosta spesso, sia per ricomporre il gruppo che per farci partecipi della sua grande conoscenza delle montagne e per attrarre l’attenzione su quei ruderi frutto dell’antica fatica degli alpini.

Possiamo vedere il lago di Garda ed alcuni paesi nella valle sottostante, la natura circostante fa sentire la stagione ormai inoltrata ed un’aria fresca soffia nella giornata di sole. Con spontaneità alcuni componenti si spogliano godendo maggiormente del libero contatto con gli elementi esterni della natura e si prosegue fino ad una piacevole sosta per il pranzo al sacco. Dopo una chiacchierata si riprende a camminare in una piacevolissima discesa fino ad una larga sterrata che ci guida per l’ultimo tratto regalandoci ancora alcuni luoghi storici, tra cui gli affascinanti resti di una caserma militare.

Riprese le auto facciamo un’altra sosta al bar e anche in questa occasione mi trovo a mio agio con gli altri compagni, persone interessanti con le quali dialogare. Dopo i saluti inizia il rientro e la giornata si conclude a casa condividendo con la mia famiglia la bellezza della domenica trascorsa!

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La sfida. Raccontino d’agosto


Sono in giro per viottoli di campagna, di quelli un po’ fuori mano, per capezzagne erbose attorno ai vigneti. È qui che ogni tanto vengo per i miei giretti. Qui posso spogliarmi, e per dieci/venti minuti mi godo il sole, l’arietta, il verde, il piacere di starmene scalzo e nudo senza troppe preoccupazioni. Sto per finire il mio solito giro e ritornare sulla stradina sterrata. Mi rimetto zoccoli e pantaloncini. Appena in tempo. Da lontano vedo che sta arrivando una persona con un cane. Man mano si avvicina, vedo che è un signore di una certa età, oltre i settanta, cammina con un bastone, ma la schiena è ancora eretta, il passo è lento, ma sicuro. Giunti vicini, vedo che ha il volto di un contadino, di quelli un po’ all’antica, gran lavoratori, di quelli che si sentono strani farsi vedere a passeggio con un cane al guinzaglio. Non lo conosco, non so perché m’è venuto di pensare che fosse un contadino rude e di antico stampo. Solo per la fisionomia!

Osservo il cane, e come per fare un complimento, do la buona sera al padrone con un accenno di sorriso.

Il signore mi squadra con indifferenza, quasi fossi un intruso e poi, di scatto mi chiede:

– G’à-l nigót de metìs-sö, òsti? – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano.

– Se l’è fös per mé, me caarés-fò a’ i braghì.

– Adès, po’.  Al pröes, se l’è bu. Ah! ’L me piasarés dibù vidìl biót-biotènt! – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

– Non ha nulla da mettersi? accidenti! – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano

–  Se fosse per me, mi toglierei anche i calzoncini.

–  Non esageriamo! Provi, se ne è capace! Mi piacerebbe davvero vederla nudo-nato – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

 

Non gli lascio nemmeno il tempo della sorpresa. Con un gesto rapido mi sfilo i pantaloncini:

– Ecco fatto.

– Té te sé mìa töt a pòst! Cóme che s’ dis: ciòc indàt e töt nüt!

– Gh’è-l vergót che ’a mìa, a le ’ólte?

– An pó de chèl che ghe ’öl! ’Ndóma, sacramento! che i cavèi i è bianc anche i sò.

– Ma a mé, ’l me n’ fa pròpe negóta, biót o ’istìt.

– Ma se i la ’edés vargǘ?

– L’è bé apunto chèl che dighe: che ’l me ’n fa pròpe negót. Lü ’l ma ’èt, o no?

– Che mónt de bàle! Naróm a finì ’n dóe de chèl pas ché?

–   Ecco fatto.

–  Non sei tutto a posto! Come si dice: ubriaco fradicio e completamente nudo.

–  C’è qualcosa che non va?

–  Un po’ di quel che ci vuole. Andiano! Che i capelli li ha bianchi anche lei!

– A me non fa proprio nulla esser nudo o vestito.

–  Ma se la vedesse qualcuno?

– È proprio quel che sto dicendo. Non me ne fa propri nulla. Lei mi sta vedendo, no?

–       Che mondo alla rovescia! Dove andremo a finire di questo passo?

 

Scuote la testa sconsolato e anche un po’ risentito. Calcia un sasso, che per caso colpisce il suo cane: – Cài! – che si volge interrogativo a vedere che cosa succede.

Proseguo la mia strada e prima di una curva mi rimetto i pantaloncini.

Mi giro come d’istinto e con mia sorpresa vedo il signore che col bastone alzato mi fa segno di fermarmi. Lo aspetto.

Quando arriva, mi chiede, incuriosito, con la voce che un poco gli trema:

– Al me scùlte ’n pó. El chi chèl spertù che ’l te ’nsìgna chi laur ché?

– Nigǘ. I ó capìcc de per mé.

– Bèi laùr afàt afàt…

– Al gh’è negóta de mal!

– Cóme ’l gh’è negóta de mal? E töt chèl che i t’à ’nsegnàt ’nfìna adès? Só mìa, i tò genitùr, la dutrìna…

Fin che pöde, fo chèl che me par. Se fó del mal a nigǘ.

– No, no, per chèl, al ghe fa pròpe del mal a nigǘ. Ma gà-l mìa respèt. Só mia mé…

– E de chè? ’L gh’è negót de malìscia.

– A no! ’L vède a’ mé. Issé, a prim impianto, ’l me parìa de sé. E ghe dìghe la sincéra ’erità, gó ’üt anche ’n pó póra.

– ’Nvéce só apéna giü che pàssa.

– E ’l me dìghe ’n pó: che fa-l pròpe nigót-nigót?

– No, nigót afàt-afàt!

– Mé sarés mìa bu de fal. ’N cönt l’è èser ’n del bagn, ön cönt èser nüt defò, ’n campagna, ’n dó’ che ’i óter i pödarès vidìt.

– Al pöl apéna che pröà!

– Te saré mìa màt!? Ó mai pröàt. Sarés mìa che dì. Me la sentirés mìa. E lü, cóma gà-l fat la prima ’ólta?

– Al me tremàa l’oradèl de la camìsa…

–  Mi dica un po’. Chi è quel sapientone che le ha insegnato queste cose?

– Nessuno. Le ho capite da me.

– Proprio gran belle cose!

– Non c’è nulla di male.

– Come Non c’è nulla di male? E tutto quello che ti hanno insegnato fino adesso i tuoi genitori, il catechismo?…

– Fin che posso, faccio quel che mi pare. Se non faccio del male a nessuno.

– No, no. In quanto a questo non fa  male a nessuno. Ma, non ha vergogna? Non lo so…

– E di che? Lo faccio senza malizia.

– A no! Lo vedo anch’io. Così, d’acchito, mi sembrava di sì. E le dico la sincera verità, ho avuto anche un po’ timore.

– Invece sono soltanto uno che passa.

– Mi dica un po’: non le fa davvero nulla di nulla?

– Proprio nulla di nulla.

– Io non sarei capace di farlo. Un conto è essere in bagno, un conto all’aperto, in campagna, dove altri potrebbero vederti.

– Può sol che provare!

– Sei matto per caso? Non ho mai prova­to. Non saprei che dire. Non me la sen­tirei. E lei, come ha fatto la prima volta?

– Mi tremava la cocca della camicia.

 

E non posso trattenere un risolino. Anche l’anziano signore si mette a ridere per l’imbroglio delle parole.

– Bè, al me scǘse, neh, se gó fat an pó trop tante domande.

– De negóta. Al pröes öna ’ólta.

– L’è mìa tat belfà.

– Quan che l’è de per sé, ’na ’ólta che l’è ’n del ciós, dré a le ’icc, che negǘ i la ’èt.

– ’N del vidì lü, adès al me par ac a mé de pudì fal. ’N vederà. Arés mai piö cridit de rüà a setant’agn passàcc e ’mbociàm ’n de ’n laùr compàgn. Pröeró… Lü, vègne-l sèmper ché?

Sé, ma sèmper prèst la matìna, issé ’ncontre nigǘ.

– ’Ède-l, mò, che ’l gà póra anche lü! ’N pó de ’ergògna… Ghe par?

– Örés mai che la buna zét, te sé-t neh … ’n s’è bèl e capicc.

– L’è pròpe issé. La buna zét. L’è töt lé ’l busìllis.

– Perché ’l me domanda quan che ’ègne ché?

– Issè. Magàre öna quac vólta che ’n se ’ncóntra, pröe anche mé.

Se ’nna ’ólta ’n se ’ncóntra, ’n pöl fal.

– Va bé. Te salüde-sö. ’L me parìa… ’ndiferènt… ’Nvéce, s’ pöderés ac a pröà öna ’ólta.

Almeno una volta nella vita, come che i dis.

– L’è pròpe issé. Ariidìs.

– Ariidìs. E bùna istàt.

– Be’, mi scusi, se le ho fatto un po’ troppe domande.

– Di nulla. Provi una volta.

– Non è facile.

– Quando è da solo, nel campo, quando sta curando la vite e nessuno la vede.

– Vedendo lei, pare anche a me che potrei farlo. Vedremo. Non avrei mai creduto di arrivare a settant’anni passati e imbattermi in una situazione come questa. Proverò… Lei viene sempre qui?

– Sì, ma sempre di mattino presto, così non incontro nessuno.

– Vede dunque che ha paura anche lei? Un po’ di vergogna… Non le sembra?

– Non vorrei mai che brava gente, sai… Ci siamo capiti.

– È propri così. La brava gente. È tutta lì la questione.

– Perché mi chiede quando vengo qui?

– Così. Magari una volta che ci incontriamo, provo anch’io.

– Se una volta ci incontriamo, possiamo farlo.

– Va bene. La saluto. Mi sembrava una cosa del tutto diversa… Invece, si potrebbe anche provare una volta.

Almeno una volta nella vita, come si dice.

– È proprio così. Arrivederci.

– Arrivederci. E buona estate.

#TappaUnica3V: freddo e… bronchite, sic!


Avevo programmato per l’inizio di maggio di mettermi alla prova con i primi tapponi, uscite che andassero oltre i cinquanta chilometri e le dodici ore di cammino standard, invece… il brusco abbassamento della temperatura con sbalzi notevoli tra ombra e sole, ma soprattutto il freddo glaciale presente all’interno degli ambienti in cui lavoro, m’hanno provocato una bella bronchite quindi su intenso sollecito di mia moglie ho rimandato i tapponi.

Ovviamente non sono stato del tutto fermo e alla ginnastica da casa ho abbinato due uscite, la prima brevissima ma compiuta ad un ritmo elevatissimo, la seconda più sostenuta fatta in compagnia di Alessandro ad un ritmo meno sostenuto.

N.B.

Dal momento che alcuni me l’hanno richiesto sottolineo nuovamente che questi articoli sono solo racconti di viaggio, le relazioni tecniche dei vari itinerari percorsi le realizzerò e le pubblicherò appena mi sarà possibile dedicarci il tempo necessario, che, per mia abitudine, comprende in molti casi anche la verifica sul terreno della relazione stessa.

Sabato 30 aprile

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Viste le mie condizioni di salute attendo l’alzata del sole prima di mettermi in movimento e arrivo al parcheggio del santuario della Madonna del Mangher (Vallio Terme) che sono le nove passate. Qui trovo le vetture della protezione civile, ambulanze e soccorso alpino: c’è in corso un’esercitazione e devo ritornare verso valle per trovare un parcheggio libero. Poco male, allungo il giro di circa un chilometro.

Meta dell’escursione odierna è la Rocca di Bernacco, obiettivo quello di testare le gambe e il fiato dopo la lunga semi pausa, ma anche quello di capire dove e perché l’altra volta avevo sbagliato il percorso di discesa.

Parto immediatamente a tutta e senza risparmiarmi risalgo la ripidissima strada asfaltata; le gambe girano alla grande, leggermente meno il fiato ostacolato dalla tosse e dal catarro che ostinatamente non vuole staccarsi dai bronchi. In ogni caso in un tempo per me record sono alla grossa cascina al termine della strada. Da qui invece di seguire il solito sentiero procedo direttamente per il filo della cresta che porta alla base del versante meridionale della rocca, un ripido prato con alcuni tratti di franose roccette e qualche albero. Senza sosta e senza esitazione mi slancio direttamente sulla linea di massima pendenza, a tratti quasi verticale, e in una decina di minuti sono in vetta.

IMG_9093Breve contemplazione del paesaggio, qualche foto a quello che resta dell’antico castello e poi via per scendere. Senza correre per non sovraccaricare le ginocchia che nelle ultime uscite avevano dato segni di stanchezza, velocemente scendo il ripido sentiero e arrivo al bivio che la volta scorsa avevo scavalcato: piccolo e appena percettibile sentiero che, a destra, taglia a mezza costa il prato parallelo al sentiero di discesa appena percorso; ok, gli occhiali bagnati dalla pioggia e l’evidente traccia di passaggio che procede lungo il crinale di discesa mi avevano ingannato, tutto chiaro. Questa volta non sbaglio e in breve sono alla larga traccia che porta verso la strada del Monte Ere.

IMG_9101Dalla strada rientro a Vallio per il sentiero della valle di Oriolo per poi risalire al santuario con un tratto del giro delle contrade. Arrivo all’auto che ancora non è mezzogiorno: sette chilometri, cinquecento metri di dislivello fatti in quaranta minuti, 2 ore di tempo totale (comprese alcune divagazioni esplorative), le gambe ancora belle pimpanti e il fiato abbondate… ottimo.

Sabato 7 maggio

Quarto e ultimo allenamento condiviso attraverso il blog di Mondo Nudo, anche stavolta un solo amico ne approfitta: il solito Alessandro di Padova (che ringrazio nuovamente di cuore). Obiettivo farsi 25 chilometri con 1654 metri di dislivello, di cui 1115 in unica tratta nella prima parte del percorso. Partenza dallo stadio di Ponte Zananao, spostamento urbano fino alla località Piazzetto di Gardone Val Trompia, da qui salita alla Punt aAlmana, cresta del Dosso Pelato e via fino a Santa Maria del Giogo per seguire il 3V fino a poco oltre Vesalla da dove abbandonare il 3V e scendere a Ponte Zanano.

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La giornata si presenta magnifica, il cielo è sereno e la temperatura, sebbene ancora freschina, già confortevole. Attraversiamo l’abitato e di getto ci slanciamo sulla ripida salita di via Guarda, al suo termine le pendenze calano anche se al paino si alternano comunque ancora diversi strappi piuttosto ripidi. Procediamo con passo abbastanza sostenuto, sebbene non come quello che tengo quando sono solo. Dopo una mezz’ora noto un cedimento nel mio compagno e allora rallento sensibilmente, così, nonostante le pendenze poco cedano al piano, arriviamo in vista della vetta dell’Almana. Un lungo traverso permette di recuperare gambe e fiato, poi l’ultimo strappo che porta alla vetta dalla quale ci godiamo il fantastico panorama, a picco sotto i nostri piedi il Lago d’Iseo.

IMG_9132Concedo al mio compagno una quindicina di minuti di scarico poi si riparte. Discesona delicata per il terreno franoso e siamo alla Croce di Pezzolo, chiedo ad Alessandro, ormai visibilmente provato, se vuole approfittare della possibilità di rientrare a valle, decide di proseguire e allora via, senza esitazione avanti. Si alternano tratti pianeggianti ad altri di discesa ma anche a intense seppure brevi salite, anche le mie gambe iniziano a dare qualche lieve segno di stanchezza, m’immagino quelle di Alessandro che, infatti, è in preda a forti crampi. Dosando il passo saliamo alla vetta del Rodondone da dove è praticamente è solo discesa, purtroppo una discesa che non concede tregua alle gambe: spuntoni rocciosi o sassi mobili richiedono costante attenzione. Arriviamo al parcheggio di Santa Maria del Giogo e, trovato un angolino erboso soleggiato, ci fermiamo per il pranzo.

IMG_9138Dopo una mezz’ora abbondante siamo pronti a ripartire, di comune accordo si decide di non procedere lungo il percorso programmato ma di prendere qui la via di discesa diretta per Ponte Zanano a cui arriviamo con un’altra ora e mezza di cammino per un totale di 6 ore e sedici minuti soste comprese (5 ore e mezza effettive).

La prova di oggi, sebbene incompiuta, mi ha dimostrato che sono pronto per i tapponi, il primo lo riprogrammo per il prossimo fine settimana: sabato o domenica sveglia all’una e mezza, spostamento in auto a Brescia da dove imboccherò il 3V per salire alla Maddalena, proseguire per San Vito, Nave, Conche poco prima del quale abbandonare il 3V per scendere alla Cocca, risalire al Note Predosa e da qui scendere a Villa Carcina per risalire nuovamente e portarmi al sentiero 3V sull’altro lato della Val Trompia (Cascina Pernice) per il quale rientrare a Brescia. Tremila metri di dislivello, quarantatré chilometri di lunghezza misurati come sempre in modo molto approssimativo (e difettivo) sulle mappe on-line, 13 ore e sedici minuti di marcia, che da qui in avanti sarà tendenzialmente di regolarità per abituarmi al ritmo più blando del giro finale.

#QuindiciDiciotto, visita al museo della Guerra Bianca di Temù


Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Dopo una lunga attesa è arrivata la prima uscita del programma QuindiciDiciotto: la visita al Museo della Guerra Bianca di Temù. Nonostante una intensa e lunga campagna pubblicitaria a Temù ci troviamo solo in dodici, undici adulti e una bambina, comunque un bel gruppo con persone che arrivano da diverse località del nord-est italiano: due dal lago Maggiore, quattro dal bresciano, tre da Bolzano, uno da Padova e uno, nuovo amico degli eventi di Mondo Nudo, da Trieste, si, si, dalla lontana Trieste.

Alle dieci in punto siamo all’ingresso del museo e ci riceve, con ampio sorriso, una simpatica signora: “benvenuti, stavamo giusto guardando il vostro sito, non eravamo riusciti a farlo prima, che sorpresa, curiosa cosa, ci siamo fatti anche delle risate!” Ci presentiamo, si unisce al gruppo anche la persona che era seduta al computer e che sarà la nostra guida nella visita, la signora ci sommerge di domande, il suo lieve turbamento iniziale lascia immediatamente posto a una interessata curiosità, parliamo affabilmente del nostro camminare nudi, dello stile “vestiti facoltativi” che, nel limite del possibile, è regola di ogni evento di Mondo Nudo, della nostra conseguente richiesta, avanzata già da tempo, al primo contatto per posta elettronica, di poter stare nudi anche durante la visita al museo e che, sostanzialmente, pareva e parrebbe essere accolta e fattibile.

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Foto di Mara Fracella

Arriva il Direttore del Museo e la simpatica signora gli spiega (uhm, mi sembrava d’essere stato già chiaro nelle mail) la questione del nudo, non ha ancora finito di parlare che l’altro immediatamente esordisce con un “no, assolutamente no, qui nudi non ci entrate, non mi pare atteggiamento consono al contesto del museo, al suo intento culturale”. Senza voler contestare il suo diritto a negarci il nudo, a fronte di una negazione assoluta e non motivata (“il perché decidetelo voi”), cerchiamo comunque d’impostare un dialogo se non altro per motivare i nostri perché, purtroppo è stata eretta una barriera insormontabile, l’unico avvicinamento rilevabile sta nel concederci il diritto di andarcene senza dover pagare nulla visto che sono stati loro a comprendere male le mie richieste (“pensavamo a dei costumi”). “Siamo qui per visitare il museo e non per poter stare nudi”, purtroppo mi lascio scappare l’occasione per evidenziare che noi nudi ci viviamo (concetto fondamentale per far comprendere perché si cerca di poterlo fare ogni qual volta se ne presenti la pur minima possibilità, ad esempio in tutte quelle occasioni in cui, come oggi, una struttura viene aperta apposta per noi, specie se, come in questa occasione, a pagamento), “di certo restiamo”.

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Foto di Mara Fracella

Inizia la visita, si parte con un lungo, forse troppo lungo visto che siamo in piedi e desiderosi di vedere i vari reperti, seppur interessante preambolo della guida. Finalmente s’inizia la visita vera e propria e la guida inizia ad illustrarci il forno campale per il pane. Segue l’illustrazione della baracca, superbo esempio di geniale architettura militare, al cui interno fanno bella mostra di sé vari oggetti tra i quali due brandine da ufficiale e due stufe, una grande in muratura e un’altra più piccola in metallo. Passiamo alle armi, un cannone, un mortaio e diversi proietti, dai più piccoli ai più grandi, da quelli più semplici ai più complessi e micidiali shrapnel. Al piano superiore si possono ammirare gli abiti delle sentinelle, sia austriache che italiane, le slitte, i ricoveri dei cani, le foto delle mute di cani all’opera sul ghiacciaio, varie suppellettili e oggetti di vita quotidiana, una stazione di funicolare, i reticolati e le postazioni dei fucilieri. A chiudere il percorso una nera stanza con una tomba, alcune foto e dei versi che parlano della miseria della guerra, che ne rievocano l’assurdità, che invitano a meditare e scorrono nel cuore come fredde lame di coltello, nella mente come assordanti reiterativi suoni, sulla pelle come gelida aria del monte.

Trenta minuti di filmato sui luoghi della guerra in Adamello e la visita vede il suo epilogo; tremanti, vuoi per le immagini viste, vuoi per il freddo glaciale delle stanze museali (“l’abbiano fatto apposta per farci rimanere in ogni caso vestiti?”) salutiamo la guida e la signora (il direttore se n’è andato da tempo, senza salutarci) e lesti usciamo verso il sole che risplende. Restiamo sulla piazza il tempo necessario a riportare le nostre membra a temperatura vivibile, poi ci appressiamo ala pizzeria che si trova d’innanzi al museo. Restiamo a tavola a lungo, chiacchieriamo di varie cose, soprattutto di nudo e della speranza di vederlo finalmente riconosciuto per quello che è: uno status di normalità!

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Foto di Mara Fracella

Si sono fatte le quattro del pomeriggio, è ora di mettersi in marcia per il lungo rientro a casa, negli occhi persistono le immagini dei reperti e delle foto della Grande Guerra sul fronte Adamellino, nella mente i pensieri evocati da tali immagini e dalle parole di coloro che tale guerra l’hanno vissuta in prima linea, nel cuore l’intenzione di adoperarsi affinché il mondo possa vivere in pace, obiettivo per il quale lo stile di vita nudista, l’accettazione del nudo, il rispetto dell’altrui desiderio di nudità che nessun danno apporta a chi la vede e la subisce, sono senza dubbio passaggi fondamentali. Come ha ben dimostrato la giornata odierna ancora lunga è la strada da fare, ancora molti gli scogli da superare, ma non demordiamo, continueremo a lavorare e… ci arriveremo, all’una, la normale nudità, come all’altra cosa, la pace mondiale… ci ar…ri…ve…re…mo!

Fate anche voi la vostra parte, partecipate alle nostre uscite, nudi o vestiti non importa, ben volentieri accogliamo tra le nostre fila anche i titubanti e perfino i reticenti. Venite!

La prossima uscita: Giro delle Colombine.

Il programma completo.

Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Stimolare la #creatività


Un momento di sconforto si capovolge e diviene l’ispirazione per una tecnica risolutiva.

PEARL Galaxy

IMG_0003Muri bianchi quasi completamente occupati da mensole in legno, libri, tanti libri, libri d’orni genere, quelli d’informatica, quelli di scienze, quelli di montagna, altri di grafica, altri ancora di subacquea, poi quelli vecchi dell’ITIS, i trofei delle giovanili gare di sci, la stampante 3D in costruzione, piccoli oggetti vari sparsi un poco ovunque a riempire gli spazi vuoti. Al di sotto, appese ai muri, alcune fotografie rievocano momenti di vita.

Nel mezzo della stanza due tavoli formano un’isola, su di essi un computer e due stampanti, qui, seduto su di una grande e comoda poltroncina nera, gli occhi fissi allo schermo, le mani staticamente e delicatamente appoggiate alla tastiera, sto lavorando ad uno dei miei articoli. Da diversi giorni metodicamente dopo la colazione mi sforza di trovare il verso giusto della storia, scrivo qualcosa, ci penso, lo rileggo, penso ancora e… insoddisfatto cancello per poi restare attonito a guardare il…

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Risveglio


Nero, nero profondo, nero che copre il tutto, nessuna ombra, nessun indizio sul luogo, solo il buio totale. Rintocchi di campane, uno, due, tre, quattro… cinque, il nero man mano s’attenua concedendo spazio alle sfumature di grigio. Primi deboli segni appaiono, ancora troppo vacui per essere decifrati, già sufficienti per spezzare la cupa oppressione del nero. Una finestra aperta lascia passare la frescura della notte, persiane semi accostate filtrano la luce del mattino.

Cinguettio d’uccelli, un sottilissimo filo di luce perfora l’oscurità, percorre la stanza mettendo in evidenza piccoli argentei elementi sospesi nell’aria. Tutt’intorno, nel fosco dell’ombra, mobili antichi danno flebile evidenza della loro presenza. Nell’angolo lambito dalla lama di luce un trespolo di ferro sostiene un bianco catino, vicino ad esso una cassapanca sorregge la candida brocca dell’acqua.

Il tubare di una colomba, la luce s’allarga e appare un piccolo letto alla francese, lenzuola stropicciate coprono appena il corpo di una persona. Capelli neri e lunghi nascondono il cuscino, una spalla fa capolino, una schiena dorata appare e scompare, un tondo gluteo, pezzi di gamba, le dita di un piede.

Un gallo che canta il suo inno mattutino, il ticchettio di un ramo che impertinentemente picchia sulla persiana. Ancora rintocchi di campane, ancora cinguettio d’uccelli, ancora l’insistente tubare della colomba. La luce del sole invade quasi per intero la stanza, i toni di grigio si sono mutati in mille colori. Il corpo si scuote, un lieve tremore lo percorre, le gambe si distendono facendo cadere a terra il lenzuolo, corpo nudo di donna si riflette nello specchio adiacente.

Voci di bimbi che scendono le scale, la luce colpisce il viso della donna, qualche sbadiglio, una stiracchiata di braccia, è ora di alzarsi. Luisa lentamente si gira, le gambe fuori dal letto, le piega lentamente quasi a voler ritardare al massimo il momento in cui i piedi arrivino a toccare il pavimento, inesorabile segno di un inevitabile risveglio.

Tac, i piedi toccano terra, una dolce spinta di braccia e il busto si solleva dal giaciglio, altra spinta e anche i glutei abbandonano definitivamente il morbido abbraccio del materasso. Luisa osserva il suo corpo riflesso nello specchio: muscolatura regolare, un viso gentile, due occhi marroni né grandi né piccoli, gambe robuste sebbene eleganti, equilibrata proporzione col busto, mammelle sode di media dimensione, capezzoli turgidi ed evidenti, il pube completamente rasato, una pelle dorata senz’ombre di bianco.

È pronta, l’esame visivo ha rimesso in moto ogni parte di lei, ridato energia ai muscoli intorpiditi dal lungo sonno. S’incammina per la stanza, raggiunge il lato opposto dove, appoggiato su una vecchia cassapanca, riposa un ampio salviettone azzurro. Lo prende, lo spiega con un colpo secco, lo appoggia sulla spalla sinistra, si gira, infila la porta che la immette nel corridoio.

Scese le scale arriva in una grande stanza ben arredata, Luca, il proprietario della casa, sta sfornando una profumata torta, Ginevra, sua moglie, è intenta ad apparecchiare la tavola, due bimbi attendono impazienti seduti su di una panca. Luisa saluta tutti prontamente ricambiata. I bimbi nel vederla dimenticano per un attimo la golosa torta che stavano attendendo e le corrono incontro. Marco le salta in braccio, proditoriamente catturato dalle braccia di Luisa, Marina le si avvinghia alle gambe guardandola in viso e sorridendole.

“Bambini, bambini” grida con voce leggera la madre, “lasciate che Luisa vada a fare la doccia”. Prontamente i due bimbi rispondono al richiamo della madre. Un bacino a ciascuno e, mentre loro tornano a sedersi sulla panca e osservano la torta rossa e profumata ormai posata sul tavolo, Luisa s’incammina verso la porta d’ingresso.

Alcune galline razzolano sull’aia, Marco lo stalliere è già al lavoro nei pressi della stalla, un nutrito gruppo di ragazzi stanno giocando nel prato ancora umido di rugiada, sulla riva di un piccolo laghetto, senza tema di sporcare vesti che non hanno, maschi e femmine tutti insieme, gioiosamente corrono sull’erba e saltano nell’acqua provocando ampi spruzzi che inondano tutt’intorno bagnando i compagni. Luisa, salutati i ragazzi, si dirige verso una rustica doccia: un verde tubo dell’acqua, un pallet di legno, un largo soffione, una manopola rossa. L’acqua scivola dolcemente sul suo corpo ricoprendola gradatamente in ogni sua parte. Strofinandosi con una ruvida spugna naturale, lentamente gusta il sapore del mattino.

I ragazzi continuano a giocare, dalla doccia li osserva correre felici. Sulla strada che costeggia il cortile il passaggio di gente si fan man mano più intenso. Giorgio e Michela, avvolti nelle loro bronzee tutine di pelle abbronzata dal sole, come ogni mattina sfilano di corsa per il loro quotidiano allenamento, Marilisa la paffutella fornaia passa con il suo carrettino ricolmo di sacchetti del pane, Stefano il vigile urbano fischiettando di bianco vestito va al lavoro. Luisa, continuando a farsi la doccia, salutando regala il proprio sorriso a tutti e tutti le rispondono altrettanto cordialmente.

L’acqua si ferma, senza asciugarsi Luisa recupera l’azzurro salviettone che aveva posato su un vicino tavolino e si sposta sul prato dove giocano i ragazzi. Stende l’asciugamano a terra nelle vicinanze del laghetto e vi si distende sopra. È piacevole farsi asciugare dai raggi del sole, lasciare che il suo calore faccia evaporare ogni più piccolo segno d’umidità da ogni più recondita parte del corpo: il sole del mattino è delicato, t’asciuga velocemente e perfettamente senza rosolarti la pelle, che resta morbida e vellutata.

Distesa nel prato, coccolata dal sole, cullata dalle voci dei ragazzi, lascia vagare i pensieri e ricorda. Recupera sensazioni che un tempo la condizionata mente spesso rigettava rendendole impercettibili: il fastidio delle mutande, la gogna del reggiseno, l’indecisione dell’abito da mettersi, la preoccupazione per come sedersi, muoversi, atteggiarsi, l’insoddisfazione dei giochi proibiti per non sporcare le vesti, “attenta che ti vedono le mutandine”, “non fare così che ti prendono per una donna di facili costumi”, “guai a te se ti sporchi il vestito”, “quell’abito è troppo scollato… la gonna è troppo corta… i pantaloni modellano il tuo sedere, vuoi che qualcuno ti violenti?”. Quant’è facile e bello… ora!

Impronte


Un direttore, nove musicisti, dodici melodie… una sinfonia.

Ci sono momenti di alta, altri di bassa, altri ancora che oscillano tra vari livelli sonori. Ci sono tratti filanti e altri meno, parti melodiche e altre romantiche, c’è un’alternanza di suoni che evoca e produce l’alternarsi di emozioni.

In alcuni punti rivedi tè stesso, in altri riconosci familiari o amici, altrove si compongono figure più o meno distinte, immagini ignote, fantastiche o mitologiche.

Amore e dolore, vita e morte, sogno e realtà, velocità e lentezza, emozioni che, una dopo l’altra, si alzano e si abbassano, si creano e si dissolvono, si mescolano e si separano. Tracce subliminali che s’imprimono nella mente. Tracce evidenti che segnano il cammino.

Impronte, impronte di scrittura, impronte di lettura, impronte emozionali, impronte sensitive, impronte.

Impronte… un conduttore, nove appassionati scrittori, dodici mesi, dodici semplici parole espressione di dodici complessi argomenti.

Impronte che man mano vanno a fissarsi nelle pagine di un sito, impronte infine dipinte, eternamente impresse nelle pagine di un libro.

Impronte, quelle che resteranno segnate nel vostro cuore alla fine di questa lettura.

Impronte!


“Impronte” racconti del Circolo Scrittori Instabili, libricino edito per mano e mente di Luca Bonini, Elda Cortinovis, Barbara Favaro, Mara Fracella, Laura Giardina, Giorgio Matteotti, Rossana Mazza, Franco Pelizzari, Giovanni Zambiasi, coordinamento di Barbara Favaro, illustrazioni di Silva Cavalli Felci – Lubrina Editore.

Il libro è acquistabile su IBS, clicca qui per reperirlo direttamente.

Resoconto della serata di presentazione sul sito del Circolo Scrittori Instabili.

Impronte

Recensione di “e poi c’è CAP D’AGDE – I racconti di un pollo”


libsiman

Tutto è un flusso, la vita e le cose della vita sono un flusso, un continuum di eventi fra loro più o meno interdipendenti ma che inevitabilmente vanno a costruire la nostra storia, le nostre esperienze, il nostro modo di vedere e vivere le cose. Così è per l’insieme di noi come per le piccole specificità che compongono il nostro insieme.

Anche i libri sono un flusso, una sequenza di parole che nella logicità sintattica della loro composizione formulano una sequela di discorsi, di opinioni, di racconti, di affermazioni che vanno a costruire il contesto del libro. Così è anche per “e alla fine c’è CAP D’AGDE” dove si racconta il flusso nudista dell’autore da quando si è trovato coinvolto in una visita ad un luogo nudista. Ehm, dell’autore? No, no, c’è il trucco, anche se lo sembra invero non è un racconto autobiografico, piuttosto un puzzle di eventi raccolti qua e là all’interno di alcuni anni di discorsi da forum, e in alcuni casi elaborati dalla fervida fantasia.

Un tassello qua, un altro la, uno sopra, un altro sotto, questo a destra, quello a sinistra, ecco che, uno dopo l’altro, gli eventi vanno mirabilmente a fondersi, intersecarsi, sovrapporsi, allinearsi in un unico avvincente continuum che, più di qualsiasi altra formulazione, illustra minuziosamente il nudismo nei suoi molteplici aspetti: come ci si arriva, cosa vi si cerca, i dubbi, le perplessità, gli apprendimenti, le curiosità, i chiodi fissi, le speranze, le disillusioni, le persone e… Cap D’Agde.

Perché proprio Cap D’Agde? Perché non un’altra delle tante località nudiste? Perché proprio questa che è universalmente conosciuta e riconosciuta più come città della perdizione sessuale che come luogo di sano nudismo? Semplice, Cap D’Agde è forse l’unico luogo nudista estesamente noto anche fuori dallo specifico contesto del nudismo e non esiste nudista che prima o poi non venga in contatto, fisicamente o meno, con tale città, vuoi per i racconti di altri, vuoi per gli articoli dei media, vuoi per le discussioni sui forum. Il flusso nudista, che lo si voglia o meno, porta e/o passa inevitabilmente per Cap D’Agde, innegabile, incontestabile, ineluttabile.

“e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze – i racconti di un pollo – “ è un libricino che si legge volentieri, una lettura per tutti, assolutamente tutti, ivi compresi i giovani, i ragazzi e alla fine anche i bambini. Tutti possono trovarci qualcosa di interessante, tutti possono trovarci qualcosa di istruttivo. Tutti, assolutamente tutti possono venirne coinvolti.

Con poco più di cento pagine scritte con caratteri di generose dimensioni, ben leggibili anche da chi non ha undici decimi di vista, si legge facilmente e gradevolmente, si legge in un piccolo lasso di tempo, si può leggere in una qualsiasi pausa del giorno, a casa come sul lavoro, durante l’ora delle merenda, oppure la sera prima di coricarsi, o anche, sulle orme del Don Abbondio di manzoniana memoria, mentre si passeggia.

Un libro che senza volerlo fare finirà per convincervi, una creazione assolutamente realistica, una fantasia del vero che diventa realtà, il racconto di un pollo che racconta tanto, tantissimo anche di se stesso.

“e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze – i racconti di un pollo – “ assolutamente da leggere.

Potete acquistarlo su Lulu, sito di supporto per gli autori editoriali indipendenti, i proventi andranno integralmente a supporto delle spese di gestione del sito iNudisti al quale è dedicato e dal quale ha preso spunto.

Potrete presto leggerlo anche attraverso la Rete Bibliotecaria Bresciana e Cremonese.

libsiman

Un nuovo libro: “e poi c’è CAP D’AGDE”


Fresco, freschissimo, è infatti di ieri l’avviso della disponibilità di questa nuova fatica editoriale di un infaticabile amico che da tempo bazzica quell’inimitabile comunità de iNudisti alla quale il libro è dedicato.

Centodieci pagine condite di episodi vissuti in prima persona dall’autore, intrise di umorismo e anche di seria considerazione. Una lunga galoppata all’interno di un mondo misconosciuto eppure tanto presente nella società italiana e anche mondiale, il piacere (o il fastidio 🙂 ) di leggersi o di leggere di altri a noi più o meno conosciuti.

Non nasce come guida per chi voglia avvicinarsi alla nudità estesa oltre i soliti pochissimi intimi momenti, eppure può anche esserlo. Non è un manifesto propagandistico a sostegno di uno stile di vita, eppure può anche diventarlo. Non è un romanzo nudista, eppure romanza comunque un mondo. E’ di certo una lettura per tutti!

Ad un costo veramente irrisorio, è acquistabile on-line sia in versione cartacea che come e-book

libsiman

PERSEVERANZA (5)_Mara Fracella


Bel racconto che evoca quello che, per moda e conformismo, oggi molti non riescono più a percepire: la faticosa formazione e la profonda cultura naturalistica insita dietro all’azione predatoria, sia essa quella della caccia che della pesca. Brava Mara 🙂

Circolo Scrittori Instabili

1937
Aldo, dodici anni, siede in cucina e ascolta i passi del padre scendere le scale. Un rapido scambio di sguardi e insieme varcano l’uscio di casa, direzione roccolo. È l’alba. Ne aveva condivise molte con lui negli ultimi due anni, da fine agosto a gennaio, durante il periodo di caccia. Il silenzio e il buio che si trasforma in infinite striature giallo-oro-arancio, amplificano la loro complicità. Aldo assiste il padre nella potatura degli alberi, toglie le foglie dalle reti, scrolla il tessuto e ne controlla l’interezza, si occupa della pastura per gli uccelli, osserva come il padre li prende dalla grande gabbia comune per inserirli delicatamente nelle singole, da esporre appese ai faggi. Riconosce ogni specie: le cesene, i merli, le allodole, le tordelle, i fringuelli, i corvi, le peppole, distingue il tordo sassello dal bottaccio, i maschi dalle femmine. È orgoglioso di averne ereditata la passione. Il loro…

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Non mi interessa


Sul retro delle nostre case (delle villette a schiera), ci sono gli scivoli dei garages, un piccolo orto, il vialetto d’accesso. In questi giorni ho trapiantato le piantine di pomodoro cigliegino, ho comperato una pistola nuova per annaffiarli. Tutto funziona a dovere.

Torno da una passeggiata col cane nel pomeriggio di ieri. Di solito mi rinfresco con una doccia. Decido all’istante di farlo all’aperto. Esco sul retro, dalla claire del garage, guardingo, perché già sono nudo, ad onta che un vicino mi possa vedere. Nessuno.

Dolce è lo spruzzo di doccia che mi lava il sudore, mi rinfresco la pelle. Dal capo l’acqua mi scivola su tutta la pelle. Chiudo gli occchi, faccio brrr con le labbra. Con la sinistra mi sfrego ognidove, con la destra mi guido l’innaffio. Pace beata, un istante di benessere puro.

Ma arriva improvvisa una macchina, sono i vicini. Mi vedono, salutano. Concitato, non so se nascondermi, ormai non c’è più tempo, m’han visto. Continuo la doccia come fosse normale. Vedo la bimba che scende dall’auto. Mi chiudo dietro la claire, non credo abbia visto.

Vedo la vicina il mattino seguente, cioè poco fa, mentre porta a passeggio il suo cane. Mi scuso. «Non è niente, è tutto normale!» risponde. «È capitato all’improvviso, ero tornato dal giro col cane…» – «Non mi interessa.»

Ma allora chi ci fa credere che l’esser nudi talmente interessi, che smuova maliziose febbricine, che faccia sempre ad altro pensare?

Nudo: il grado zero della significazione: «Non mi interessa.»

Controcorrente


0461Tic. Tac. Tic, tac. Cosa succede? Piove! Miseriaccia cane, un’altra giornata di maltempo.

È da tre giorni che siamo bloccati qui, nella nostra piccola tenda, alla base della montagna di cui vogliamo scalare il famigerato spigolo. Siamo scocciati e il nervosismo che s’accumula in noi ci sta stressando oltre misura, avanti di questo passo perderemo la capacità di concentrazione e autocontrollo necessaria alla progettata ascensione. Dobbiamo muoverci, distrarci, sfogare le tensioni interne, ma cosa possiamo fare con questo tempaccio? Arrampicare? No di certo, in questa zona non vi sono vie facili e il lichene bagnato non è certo l’ideale. E allora?

Idea! Perché non andiamo a fare una passeggiata verso quella valle là in fondo? Potremmo trovare dei funghi per la cena o incontrare qualche animale selvatico, magari un orso, e scattare delle belle fotografie.

L’amico mi guarda un poco perplesso, io mi vesto, prendo la macchina fotografica (tanto è subacquea), un paio di rullini e m’avvio. Non faccio dieci passi che l’amico mi raggiunge, non è del tutto convinto ma: “Non mi va di restare solo tutto il giorno, vengo con te”.

Lentamente scendiamo lungo i ripidi prati, uno scivolone e… mi ritrovo, cinquanta metri più in basso, a cavallo di un cespuglio. “Tutto bene?” domanda l’amico. “Si tutto bene” rispondo, “è stato un attimo ma mi sono quasi divertito, voglio riprovare”. Scelgo un cespuglio, prendo la mira e via, velocissimo scivolo sull’erba bagnata andando a fermarmi dolcemente, o quasi, nel cespuglio. “È bellissimo, prova anche tu”. L’amico esita per un attimo ma poi si esibisce in un lungo scivolone.

Così procedendo in breve raggiungiamo il fondo della valle. Siamo bagnati fradici ma non ci facciamo caso, ci stiamo divertendo e ciò basta e avanza. A rotoloni, ridendo a crepapelle, attraversiamo la rada pineta.

A questo punto un largo e profondo torrente ci sbarra la strada, seguire la riva su cui ci troviamo è impossibile, dobbiamo passare dall’altra parte, ma come? Non ci sono ponti, non ci sono guadi, come passiamo? “Ma è semplice! Un salto e… a mollo, tanto più bagnati di quello che siamo”.

Presto detto e presto fatto, ma una volta in acqua la corrente ci trascina a valle e, dopo un primo tentativo di resistenza, ci lasciamo andare scoprendo il piacere di lasciarsi portare dalle acque.

Scivolando di rapida in rapida, giochiamo a scontrarci o a evitarci, gareggiamo in velocità, ci sfidiamo a star fermi nel bel mezzo della corrente, a raggiungere un preciso punto della riva, a tuffarci dalle cascatelle, a …, a…, a… È l’esaltazione della fantasia più sfrenata e pazza, quella fantasia che, in condizioni normali, deve restarsene rintanata in noi, schiava delle regole del vivere secondo ragione.

Un gioco dopo l’altro, approdiamo sulla riva di un piccolo laghetto. Un posto incantevolmente meraviglioso, dove varrebbe la pena soffermarsi a lungo. Ma la giornata volge al termine, dobbiamo affrettarci a tornare alla tenda prima che faccia buio.

Tic, tac, tic, tac. Piove ancora. La nostra vacanza è finita senza poter fare la programmata scalata, ma non c’importa: non solo ci siamo divertiti ugualmente, ma in più abbiamo scoperto un altro modo di vivere la montagna, abbiamo capito che, in montagna come ovunque, non esistono soltanto bel tempo e difficili ascensioni, ma anche mille altre cose che, seppur banali, possono riempire di gioia e soddisfazione la nostra giornata.

Grazie pioggia e… arrivederci a presto.

Alpinismo, vivere in


Un altro mio vecchio articolo di alpinismo e montagna.


Certamente l’alpinismo è ideologia, attività sportiva, gesto tecnico, gioco, gioia e… dolore, ma, soprattutto, è e deve essere dialogo con la montagna.

L’uomo e la montagna

IMG18 - Roccette finali (Copia) Molto tempo è passato da quando si vedeva nella montagna un possente dio, tre secoli sono trascorsi da quando si riteneva che l’alpe fosse popolata da draghi e demoni, eppure ancora oggi il rapporto tra l’uomo e la montagna è fortemente condizionato da quello stesso sentimento di paura che, per migliaia e migliaia d’anni, ha impedito l’esplorazione e la colonizzazione delle Alpi e dei monti di tutto il nostro pianeta. Anche fra gli stessi alpinisti è tutt’altro che infrequente sentir affermare che la montagna è pericolosa.

Ma è veramente pericolosa questa montagna?

Dobbiamo innanzitutto distinguere tra pericolo e rischio, due termini spesso usati come sinonimi ma in realtà differenti tra loro: il primo è caratteristica propria di un oggetto, il secondo è determinato dall’azione umana.

Allora, si la montagna è pericolosa, così come lo è una strada, il mare, un fiume, ma anche una pianta, una casa o un palo che possono, per loro stessa natura, crollare improvvisamente a terra e casualmente ferire o uccidere qualche passante. D’altra parte la montagna è anche un oggetto nelle mani dell’uomo ed è l’azione dell’uomo che può determinare o meno la presenza del rischio, è l’errore umano che causa l’incidente. È, quindi, l’uomo e non la montagna ad essere l’artefice del pericolo.

Un esempio: il crepaccio esiste in quanto logica conseguenza del movimento verso valle del ghiacciaio, l’alpinista che vi cade dentro non può certamente incolpare la montagna del suo incidente, ma deve prendersela con sé stesso, con la propria imperizia, imprudenza o negligenza. Non è stato un agguato del monte all’uomo, ma solo e semplicemente un attentato dell’uomo nei suoi stessi confronti.

L’autocontrollo e l’autocritica sono qualità indispensabili e l’alpinista deve serenamente svilupparle a completamento della preparazione tecnica. È inutile, oltre che ingiusto, imputare alla montagna delle colpe, darle un’etichetta che assolutamente non le si addice, è, questo, un comportamento che consente di rimediare artificiosamente una comoda scusa per evitare il confronto con sé stessi, con il nostro “io” misterioso diverso da quello che pretendiamo di conoscere. Per l’alpinista è necessario abbattere le barriere psicologiche che l’evoluzione tecnica non ha potuto e mai potrà eliminare.

Alpinismo solitario

1760 (Copia)Vago solingo fra i boschi più neri,
nei vasti pianori,
sui fianchi del monte,
fra i bianchi ghiacciai.

Vago solingo e osservo:
negli occhi mille colori,
mille forme si dipingon.

Vago solingo e odoro:
mille profumi m’invadon le nari.

Vago solingo e ascolto:
cantano gli augelletti,
sibila il vento,
recita l’acqua del torrente,
scricchiola il ghiaccio che rompe.

Nulla disturba l’intimo contatto:
non schiamazzi di gente,
non amici che distolgon la mente,
nulla.

Vago solingo, ma solo non sono:
la Montagna mi accompagna,
mi parla, mi ascolta, mi aiuta.

.

L’alpinismo solitario è un’esperienza indimenticabile, un’esperienza che tutti dovrebbero provare, una lezione di umiltà e di amore.

Molti negano ciò sostenendo, al contrario, che l’alpinista solitario è essenzialmente un incosciente, nulla di più sbagliato. L’incoscienza non c’entra proprio per niente, contano, invece, la voglia d’imparare, il desiderio di conoscere, la ricerca spirituale e l’amore. Per praticare l’alpinismo solitario non occorre coraggio, ma è sufficiente abbandonare la posizione di padroni dell’universo per avvicinarsi alla montagna con il solo intento di viverla, non per dominarla e conquistarla.

Preso possesso di questi semplici sentimenti, provate a inoltrarvi nel luogo più sperduto e silenzioso che conoscete, andateci da soli, in punta di piedi e senza violenza, sedetevi e liberate i sensi, lasciate scorrere i pensieri. All’improvviso sentirete i mille rumori che sono la voce del monte e vi accorgerete che il silenzio è solo un’apparenza, che il silenzio non esiste, ma eravate voi incapaci di sentire. Avete, così, imparato ad ascoltare e la montagna vi parla.

Certamente la più grande paura che frena l’uomo di fronte all’esperienza dell’alpinismo solitario è la totale impotenza dell’uomo solo, ma tale sentimento è anche il più valido aiuto di cui disponiamo per capire i messaggi del monte. Infatti la nostra impotenza ci serve per meditare sulle presunzioni umane e per imparare a controllare ogni nostra azione, anche la più piccola e semplice.

Alzatevi, ora, e camminate nella solitudine. Quando il sudore vi bagna la fronte, quando il fiato diventa pesante, quando la fatica appesantisce le membra, quando vi sentite indifesi o disorientati, ascoltate le voci del monte, vi accorgerete che la montagna è con voi per assistervi e proteggervi. All’improvviso le forze ritorneranno in voi e la fiducia s’impadronirà della vostra mente, scacciandone il terrore. Avete così imparato a comprendere le voci del monte e la montagna vi accoglie.

Imparando ad ascoltare e a comprendere si capisce che la montagna non è un nemico, ma un’essenza viva, un’essenza che può e deve diventare la nostra stessa essenza vitale.

Perché arrampichi?

IMG10 - Tiro 8 (Copia)

Gita di gruppo, seduto davanti al rifugio osservo le cordate impegnate sulla sovrastante parete e penso alle mie prossime ascensioni.

Perché arrampichi?

La domanda mi giunge a bruciapelo esplodendomi nel cervello e togliendomi bruscamente dalle meditazioni. Sulle prime resto incapace di ogni pensiero, ma passato il frastuono dell’esplosione, le idee cominciano a ronzare come api impazzite, mi è impossibile ordinarle secondo logica.

Già, perché arrampico? Quante volte me lo sono chiesto, quante volte me l’hanno chiesto, e mai mi è riuscito di dare una risposta esauriente. Perché mi piace, perché mi diverte, per l’ebbrezza del vuoto, per il confronto con la paura, perché di si, perché, perché, perché. Mille risposte, tutte valide ma tutte incomplete in quanto dietro quella la semplice domanda si nasconde un quesito molto più profondo e complesso: l’arrampicata è scelta di vita o inutile rischio di morte?

Stavolta voglio provare ad esaurire l’interrogativo e comincio un viaggio mentale nel mio passato, ripercorrendo le tappe della mia storia alpinistica.

È la curiosità a spingermi a provare l’arrampicata. I primi approcci sono senza convinzione e la paura è tanta, ma con l’acquisizione delle giuste conoscenze mi rendo conto che il pericolo non è implacabile e che, con un adeguato controllo delle mie azioni, posso ridimensionare i rischi, mantenendoli entro dei limiti tollerabili.

Con la successiva esperienza pratica giungo a verificare che quando il mio corpo e la mia mente diventano parte stessa dell’ambiente, il rischio svanisce completamente.

L’acquisizione dello stato di simbiosi e l’eliminazione dei timori ancestrali mi consentono di cominciare a percepire la parete, il mio movimento e le forze che la natura mi oppone. Conseguentemente posso adeguare le mie gestualità a finissime esigenze meccaniche e morfologiche e la mia progressione diviene dinamica espressione dei miei sentimenti e delle mie sensazioni: arrampicare è armonia, sentimento, esaltazione dell’essere e del vivere, gioia profonda; il rocciatore è la roccia, il cielo e l’aria..

Perché arrampico? Perché amo la vita e arrampicare è arte di vivere. Non cerco emozioni speciali o conquiste sensazionali, ma semplicemente mi sento albero e come l’albero continuo a salire sempre più in alto alla ricerca del sole, del sole che è fonte di vita. Anche se mai potrò raggiungerlo, sempre guarderò e camminerò verso di lui, imparando dalle albe e dai tramonti, meditando sul passato, sul presente e sul futuro, crescendo insieme all’energia ch’esso m’infonde. E così insegnerò, come l’albero insegna ai rami a fare nuovi rami e a questi a fare i frutti, frutti che produrranno il seme generatore di nuova vita.

Una bella giornata in montagna


Foto di Emanuele Cinelli, ultima di Vittorio Volpi

gm1

Da una decina di anni, a causa di strane vertigini che occasionalmente sconvolgono il mio equilibrio, ho smesso di arrampicare; quasi contemporaneamente le mie ginocchia malandate m’avevano indotto a interrompere anche l’attività escursionistica per riprendere la mia vecchia passione per l’immersione in apnea. La lunga pausa, in effetti, ha risolto in parte il problema delle ginocchia, quindi ho pian piano ripreso a frequentare la montagna, seppur solo a livello escursionistico: la passione per i monti e il piacere del cammino non sono cose che si possano facilmente dimenticare, ti entrano nel cuore e nella mente, potrai abbandonarle per un po’ di tempo, ma mai del tutto. Quest’anno, a seguito di un forzato fermo dell’attività apneistica, il ritorno all’alpe è stato intenso, permettendomi un pieno recupero di quelle qualità, necessarie al buon camminatore, che la mancata pratica specifica aveva fortemente abbassato o annullato del tutto: equilibrio, agilità, forza massima negli specifici distretti muscolari. Così eccomi qua, in questa prima domenica di settembre, fermo nel piazzale dello stadio d’Iseo, aspettando l’arrivo del mio compagno di escursione.

È tanto che non torno nella valle in cui andremo, una valle che mi ha visto assiduo frequentatore e nella quale ho fatto molte escursioni e diverse arrampicate, aprendoci anche alcuni nuovi itinerari di roccia, compresa una prima invernale. Impazientemente ho atteso questa giornata, rivangando il passato mediante la lettura di relazioni e l’osservazione delle vecchie foto, vogliosamente mi sono a lungo studiato la cartina topografica della zona, golosamente ho evocato immagini, suoni e sensazioni che anticipassero questa gita, ora ci siamo, mancano poche ore e saremo là, su quei monti, in quei boschi, su quei prati e fra quelle rocce. Non vedo l’ora!

gm2È certo mia abitudine farlo, ma stamattina ci si è aggiunta anche l’impazienza. Sono così arrivato all’appuntamento con un discreto anticipo. I minuti scorrono lenti quando si aspetta, ma inesorabilmente scorrono ed eccolo che arriva: il viso abbronzato, nel quale spiccano due occhi grandi ed espressivi, un fisico forte e regolare, una voce chiara, la stretta di mano che indica sicurezza ma allo stesso tempo non ti sovrasta, è Vittorio, un pozzo di conoscenza e un amico importante. Dopo i saluti di rito, messi gli zaini in un’unica vettura, ci mettiamo in viaggio per la nostra destinazione.

Velocemente, alla nostra sinistra, lindo e azzurro sfila via il lago d’Iseo. Altrettando velocemente, pur nel rispetto dei limiti di velocità, sfilano i paesi della bassa Val Camonica. Chiacchierando non m’avvedo che in alto a destra già si vede l’abitato di Saviore dell’Adamello, così l’uscita dalla superstrada mi sfugge e, non essendocene altre nel mezzo, dobbiamo fare qualche chilometro in più e ritornare indietro. La digressione non ci disturba più di tanto e ci permette di ammirare la caratteristica pala del Pizzo Badile, quel Pizzo Badile che spesso lo si aggettiva con Camuno per distinguerlo dal ben più noto Pizzo Badile di Val Bondasca, al confine tra Italia e Svizzera, ossia qualche centinaio di chilometri più a nordovest di dove siamo noi ora.

Recuperata la giusta via con qualche tornante risaliamo il versante sinistro orografico della Val Camonica, alla nostra destra le impressionanti grigie pareti della Concarena, il cui nome la dice lunga sulla sua conformazione geologica, una visuale che ci accompagnerà per l’intera mattinata e che ritroveremo poi sul finire dell’escursione. Scavalchiamo Cevo giungendo a Saviore dove s’imbocca la strada che porta in quel di Fabrezza, nel mezzo della verde e stretta Val di Brate: la ricordo quand’era sterrata e ci faceva un poco penare ad ogni nostro passaggio, oggi l’asfalto, fatto salvo l’attraversamento di un torrente dove il fondo è ancora lastricato e forma una pronunciata gobba, non oppone difficoltà alla sua percorrenza, così in pochi minuti e senza patemi eccoci al parcheggio di Fabrezza.

gm3L’albergo Stella Alpina è ancora quello, anche la fontana offre ancora la sua fresca acqua al viandante che si appresta a incamminarsi per la strada che porta ai Laghi di Salarno e Dosazzo, dai quali una comoda mulattiera porta poi al Rifugio Prudenzini. Ancora il verde intenso delle conifere t’invade le pupille e ti mette immediatamente in stato di profonda pace interiore, alla quale fa eco il rumore delle acque del torrente Poia di Salarno che impetuoso scorre a un centinaio di metri di distanza. Che dire dell’anello azzurro del cielo terso che si distende sopra le nostre teste, mettendosi in netto contrasto al verde degli alberi e al marrone delle rocce, rocce da qui nascoste ma che già in parte si percepiscono nel loro ergersi imperiose dentro o al di sopra della fascia boschiva, rocce che danno forza e sostegno alle cime che circondano la Val di Brate.

Quanti ricordi mi vengono evocati da questo luogo, bei ricordi, ricordi di tante amicizie, ricordi di fatiche ma anche di belle e ritempranti giornate di montagna, giornate come, ne sono ormai certo, sarà anche quella di oggi, seppur meno faticosa e di semplice escursione. Beh, semplice! Si fa per dire: il percorso che abbiamo scelto è ormai da tempo abbandonato, pochissimi sono coloro che osano passarci e già nel 1987, prima e ultima mia percorrenza, presentava molti segni di decadimento. Non è solo nell’arrampicata che possiamo cercare l’impegno mentale e il piacere della ricerca del percorso, anche l’escursionismo può offrirci altrettante sensazioni.

Calzate le scarpe da montagna e caricati a spalla gli zaini, lesti ci mettiamo in cammino. Il sentiero che a lungo sarà pianeggiante, l’orario, l’ombroso bosco, le temperatura non bassissima ma nemmeno poi tanto confortevole impongono un abbigliamento mediamente pesante: si portano benissimo i pantaloncini corti, ma la giacca della tuta sopra la maglietta ci sta più che bene, almeno per me, l’amico Vittorio intrepidamente parte subito con la sola maglietta.

gm4Un breve pezzo di asfalto e si procede su un altrettanto duro fondo di terra battuta. Qualche minuto di cammino ed eccoci alla nostra deviazione, l’inizio del sentiero 87: un enorme cartello ne segnala lo stato di abbandono e ne disincentiva la percorrenza. In una società in cui il significato di responsabilità e libero arbitrio si sono talmente corrotti da diventare sinonimi di deresponsabilizzazione e copertura assicurativa, trattasi di una delle odierne consuete forme di scarico delle responsabilità: io, Comune o associazione, ti avviso, se poi tu vuoi passare lo stesso liberissimo di farlo ma in caso di incidente dovuto al malo stato del sentiero non venirti poi a lamentare da me e non chiedermi alcun rimborso per i danni subiti. Noi siamo pienamente coscienti di quello che stiamo per fare e che vogliamo affrontare, siamo alpinisti di vecchio stampo, quegli alpinisti che pensavano all’alpinismo come libera scelta, pertanto come accettazione piena e incondizionata delle conseguenze che ne possono derivare, senza nessun pensiero di scaricarle su altri. Evidentemente siamo anche abituati alla percorrenza di siffatti sentieri, di più, è per noi prassi del tutto comune quella di camminare anche fuori dai sentieri, affrontando quello che viene comunemente definito “terreno vergine”, laonde per cui, lungi dall’essere intimoriti da detto cartello, senza esitazione lo superiamo e imbocchiamo il sentiero 87.

Il nostro passo, nonostante i propositi di partire lentamente, si fa subito abbastanza sostenuto: c’è poco da fare, la forza dell’abitudine comanda sulla ragione della mente. Rapidamente l’organismo si adegua alla situazione di sforzo, il cuore inizia a pompare sangue con maggiore energia e la temperatura corporea tende a salire, scatta, quindi, il meccanismo di termoregolazione facendo affiorare sulla pelle le prime goccioline di sudore, che poi diventano grosse gocce colanti o rivoli più o meno continui e iniziano a dare veramente fastidio. La prima mezz’ora di cammino è bene non fermarsi, quindi sopporto la situazione e continuo a camminare abbigliato così come sono. Passata la mezz’ora, però, visto anche che ora il sentiero da pianeggiante s’è fatto in salita, approfitto di uno spiazzo per fermarmi e togliere quanto superfluo, immediatamente imitato dal mio compagno d’escursione.

gm5Più liberi e leggeri riprendiamo il cammino. Il contatto diretto tra l’aria e la nostra nuda pelle velocemente la rinfresca, rallentando e poi rendendo pressoché impercettibile il meccanismo della sudorazione: il nostro organismo sta nuovamente lavorando al meglio, autoregolandosi perfettamente. Saliamo camminando lungo un sentiero che ora mostra quasi costantemente i segni dell’abbandono, usciti dal bosco di conifere, ci troviamo immersi in un mare di cespugli che protendono le loro mille braccia in tutte le direzioni, ivi compresa quella che si sovrappone al nostro incedere. La rugiada ancora bagna le foglie e le sue goccioline si trasferiscono senza ritegno sui nostri corpi, da una parte rinfrescandoci, dall’altra colando lungo le gambe e infilandosi impertinenti nelle scarpe, ma tra l’essere interamente bagnati e l’avere solo i piedi bagnati preferiamo la seconda opzione ed evitiamo di rivestirci: la rugiada sulla pelle ci dà sollievo, mentre abiti bagnati di fuori e sudati di dentro ci darebbero solo che fastidio e risulterebbero poi inadeguati ad affrontare un calo di temperatura o l’arrivo di un temporale.

Passano i minuti e scorrono i metri, usciamo anche dalla zona dei cespugli e iniziamo a procedere attraverso ripidi pendii erbosi. Qui il sentiero si rifà pressoché pianeggiante e con lunghi diagonali pian piano ci porterà verso il punto più alto dell’escursione che ancora non si vede. Il mio amico inizia a mostrare i primi segni di affaticamento, fermandomi e voltandomi spesso lo tengo sott’occhio, vedo che il suo passo s’è fatto più incerto, si ferma di frequente, nei passaggi d’equilibrio un poco barcolla e un paio di volte scivola e finisce a terra, lamenta dolore ai polpacci. Condivido mentalmente e moralmente la sua fatica ma, essendo nel tardo pomeriggio previsto un temporale, pur avendo un bel margine non possiamo rallentare troppo la progressione: tenendomi sempre un poco più avanti genero una lieve pressione psicologica per indurlo a tenere duro, manca comunque poco più di una mezz’ora al punto di massima, poi sarà tutta discesa e ci muoveremo su un terreno più semplice dove anche un eventuale acquazzone non potrà darci preoccupazioni.

gm6Passato, a più riprese, un piccolo ghiaione il sentiero diventa mulattiera, la vecchia mulattiera militare costruita dagli alpini per la guerra del 15-18, ora è in buona parte invasa dalle erbe, ma a tratti è ancora ben visibile nei suoi caratteri distintivi: le piastre del bordo a valle, le pietre di riempimento, l’ampiezza del tracciato, il suo essere pressoché pianeggiante con lunghi tratti di diagonale e stretti tornanti. Osservandola mi ritornano in mente le fotografie di guerra, le lunghe colonne di alpini, i racconti delle battaglie e i canti, i sudori e le lacrime, le sofferenze, il coraggio e la forza che non furono solo dei pochi eroi passati alla storia, bensì di tutti coloro che tra questi monti si ritrovarono buttati a combattere una guerra che magari non capivano o non avevano voluto. Eroi comuni, eroi sconosciuti, eroi veri.

Piacevolmente immersi in queste evocative immagini, passo dopo passo, curva dopo curva, facilitati dalla mulattiera che rende il passo decisamente più agevole, in breve arriviamo al punto vertice della gita: il Passo di Blisie. Trattasi di una larga sella in parte erbosa ma la segnaletica porta lievemente più in alto e a sinistra di questa, su delle rocce che formano un’affilata crestina affacciandosi dalla quale per prima cosa si vede, in fondo alla larga conca di erbe e lisce placche rocciose, l’azzurra chiazza del lago di Bos. Visto da qui ricorda le nuvolette che si usavano nei fumetti per associare le frasi ai personaggi e mi fa tornare ai tempi in cui leggevo Topolino, il Corriere dei Piccoli, Tex Willer o Zagor. Scuotendomi da questi ricordi e abbassando lievemente lo sguardo ecco che inquadro la continuazione del sentiero: un’evidente e tranquillizzante traccia di nera terra che spicca tra il verde delle erbe, contornata da alcuni segni biancorossi che risaltano sul grigio marrone delle rocce.

Visto l’affaticamento del mio compagno sarebbe d’uopo una bella sosta, ma una nuvola nera s’è piazzata davanti al sole e spira un venticello freddo, dolentemente devo chiedergli di resistere ancora un poco per scendere di un centinaio di metri e trovare un punto quantomeno riparato all’aria. Ci fermiamo giusto il tempo di scattare la classica foto ricordo e poi via, scavalchiamo la crestina e ci abbassiamo sul versante opposto, dove, adagiato fra le rocce, incontriamo un palloncino giallo, uno di qui palloncini che si vendono alle fiere, probabilmente sfuggito alle mani di qualche bambino e arrivato fin quassù prima di decidere di adagiarsi al suolo. Non ha senso lasciarlo qua ad inquinare ma non possiamo nemmeno portarlo a valle così come è, siamo costretti a farlo esplodere: “voglio farlo io, voglio farlo io” dice Vittorio, tornando per un attimo bambino. Detto fatto. Riprendiamo il cammino ma solo per pochissimo in quanto presto troviamo una radura erbosa dove non spira aria e che ben si presta ad una sosta rifocillante. Pur essendo ormai mezzogiorno passato non ci fermeremo comunque qui a mangiare, vuoi perché la temperatura non rende confortevole una lunga sosta, vuoi perché a poche decine di minuti da noi c’è un comodo bivacco in muratura.

Sgranocchiato qualcosa, l’amico riprende le forze ed è pronto a rimettersi in marcia, ricarichiamo a spalla gli zaini e giù per i comodi prati dove il soffice manto erboso rende piacevole il cammino. Dobbiamo solo aggirare alcune zone acquitrinose e zigzagare tra le molte candide e calde rocce. Bastano pochi minuti per ridare calore alle membra rattrappite dalla sosta e il nostro incedere torna a farsi veloce e sicuro.

gn7Eccoci al bivacco, l’interno è simpatico ma freddo e buio, ci sono le lampade ma non avrebbe senso sprecare le batterie che le alimentano, potremmo aprire le due finestrelle che si trovano ai lati della zona soggiorno, ma alla fine la temperatura interna è perfino inferiore a quella esterna, per cui sfruttiamo il bel tavolo in legno con due panche che si trova all’esterno e ci godiamo l’aria, la luce e la visione del lago e dei monti. Stando fermi a mangiare, avendo la nuvola nera deciso di non volersi spostare dal sole, dobbiamo rivestirci un poco, Vittorio mette addirittura i pantaloni della tuta, io mi limito alla giacca pesante, mentre tolgo le scarpe e i calzini leggeri, non tanto per farli asciugare, quanto per asciugare i piedi e riscaldarli nelle calze pesanti.

Chiacchierando di tante cose, del sentiero percorso, dei paesaggi che ci circondano, dei possibili progetti futuri, con tutta calma e tranquillità ci mangiamo il nostro meritato pranzo, a cui, come dolce, accompagniamo un poco di frutta esotica essiccata. Terminato il pasto ci concediamo ancora qualche decina di minuti di riposo, durante i quali arrivano in zona altri due escursionisti: marito e moglie che stanno alloggiando a Saviore dell’Adamello e che qui sono saliti dal sentiero che noi useremo per scendere. Lui è molto loquace e ci racconta alcuni momenti della loro storia di escursionisti. Sarebbe piacevole continuare la chiacchierata e approfondire la conoscenza, ma per noi, desiderosi di raggiungere la parte soleggiata che si vede poco più in basso, è giunta l’ora di rimettersi in cammino. Salutiamo, carichiamo gli zaini e via, verso il basso.

gm8Il sentiero comodo e ben segnato ci porta ben presto verso il sole, finalmente possiamo liberarci nuovamente delle giacche e dei pantaloni, ridando piena libertà alla nostra pelle che, gioiosa, gode del calore solare ritornando velocemente al suo rosato colore di normalità e respira a pieni pori l’aria profumata di erba e di pino. Ora il sentiero rientra nel bosco misto e ripidamente ma confortevolmente scende verso il fondo della Val di Brate. Camminiamo lentamente, vogliamo goderci questi ultimi momenti dell’escursione, ritardarne il più possibile la fine: il sole ora ci si concede in tutta la sua forza e il calore inonda profondamente le nostre membra, incrementando la nostra gioia e la nostra serenità. All’improvviso da una curva del sentiero sbuca un giovane che sale di buon passo, gli cediamo il passo sullo stretto sentiero e ci salutiamo cordialmente come è prassi nel mondo dell’alpinismo, una prassi che oggi troppo spesso si vede ignorata, e non solo dai giovani. Una stretta serie di tornanti ed eccoci di nuovo sulla strada sterrata del Rifugio Prudenzini per la quale in poco tempo rientriamo a Fabrezza e alla macchina.

Ci cambiamo le scarpe, altro non abbiamo bisogno di cambiare visto che l’uso limitatissimo ha fatto sì che il nostro abbigliamento sia ancora asciutto e intonso, e, prima di ripartire per casa, usufruiamo della presenza del bar per concederci una meritata birretta e rivivere mentalmente questa intensa e piacevolissima ennesima escursione.

Rivediamo i colori e i paesaggi, rivediamo i tratti più difficili del percorso, rivediamo l’impavida nuvola nera e il cordialissimo sole ritrovato nella discesa, rivediamo le nostre figure che camminano tra i monti, nude indifese figure nella nuda madre natura. Eh sì, nude figure perché gran parte dell’escursione (per la cronaca dalla prima mezz’ora di cammino fino al rientro alla strada della Val di Brate) l’abbiamo effettuata, come da nostra abitudine, in nudità totale. Perché? Beh, perché no!

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Leggi qui la relazione tecnica dell’escursione con tutti i dettagli specifici.

Valle di Braone (Orgogliosamente Nudi 2013): il fotoracconto


Per un evento speciale dai risultati altrettanto speciali oltre alla dettagliata relazione scritta non poteva mancare un bellissimo fotoracconto: guardalo!

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Il netturbino


Al mattino passa il piccolo automezzo della raccolta rifiuti. I cani della via abbaiano tutti.
Al mattino, sempre al medesimo orario, son solito bere il caffè e mangiare un frutto sulla soglia di casa, mentre dal vicino campanile il carillon suona l’Ave Maria di Lourdes “È l’ora che pia…”: sono le sei e tre quarti. Non c’è un’anima in giro. Riconosco le auto che passano, di chi va al lavoro a quest’ora. Da quasi due anni ho preso quest’abitudine. Nulla di male: di particolare c’è che son nudo, estate e inverno, con ogni tempo e temperatura; da due anni non ho un raffreddore. Mi godo questi attimi rubati davanti al giardino di casa, prima che il giorno, i pensieri e il lavoro mi attirino nel loro ingranaggio.

A seconda dei giorni porto fuori l’ingresso, sul marciapiede, i sacchetti della differenziata. Qualcuno dei vicini può anche avermi visto, ma finora nessuno mi ha detto alcunché.

Questa mattina, un poco in anticipo, passa il camioncino delle ramaglie e dell’erba. Lo sento arrivar da lontano, l’autista lascia acceso il motore durante le soste, carica i sacchi e prosegue per la prossima casa. Decido di non ritirarmi e continuo a bermi il caffè, guardando il cancellino con una certa apprensione. Il netturbino scende, mi vede, lo saluto con un cordiale buongiorno e un grazie, fa finta di niente, prende i suoi sacchi e li carica sul mezzo. Salendo in cabina mi rivolge uno sguardo un po’ sorpreso, un po’ complice, è sorridente. Ricambio di buon grado il saluto con un cenno del braccio.

Mi sento emozionato, come quando da piccolo rubavo la marmellata, ma so di aver fatto bene. Di aver fatto una stravaganza che fa un po’ pensare, un po’ dissacrante ma pur divertente. E assolutamente nulla di male, che possa in qualche modo offendere gli altri.

Son bagatelle tanti nostri costumi e pudori: lo capisce ad un tratto anche un semplice netturbino…

Vacanze sul Garda


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PisenzeFinalmente sono giunte le agognate ferie estive, purtroppo anche quest’anno non potremo andare al mare. Per nostra fortuna l’abitare vicino al lago ci concede una valida e semplice alternativa rendendoci il tutto meno pesante, l’unico svantaggio è che dovremo forzatamente adeguarci alla spiaggia e ai bagni in costume: sul Garda il nudismo non è più tollerato, anzi in molti comuni si rischia anche la denuncia.

È così che, per tutto il periodo delle ferie, quasi ogni giorno scendiamo a lago. Una volta in quel di Padenghe, l’altra in quel di Manerba, un’altra a Moniga, poi a Desenzano, Gargnano, Toscolano, Malcesine, Garda, Torri, Lazise, Pacengo e via dicendo, insomma: mai lo stesso luogo, mai la stessa spiaggia, mai la stessa gente, eppure… eppure sempre le stesse imbarazzanti scene.

Seduto sulla rena, con la schiena appoggiata al muretto di cinta di una villetta, guardo incantato una famigliola di anatre. La madre sta insegnando ai piccoli a nuotare, uno a uno li ha fatti scendere in acqua e ora li sta guidando verso il largo, badando a che nessuno di loro resti indietro o perda la giusta direzione. Vicino a me un gruppo di ragazzi sta ascoltando la musica emessa da un lettore MP3: il suono è altissimo e si spande lontano lungo la spiaggia, in molti, me compreso, abbiamo chiesto ai ragazzi di abbassare il volume, ma ogni volta la stessa identica risposta: “ma che vuoi, se non ti garba allontanati”.

La giornata non è delle migliori: il temporale notturno ha reso turbolente le acque del lago, ma la temperatura ancora invita a mettersi in costume. Un gruppo di giovani ragazze si è accomodato in un praticello, stanno chiacchierando del più e del meno quando due signore passano loro davanti. Sono due signore di mezza età, i segni del tempo segnano i loro corpi, una è palesemente sovrappeso e una pancia prominente deborda dalle mutandine del costume da bagno. Due belle signore che, sicure di se stesse, camminano serene. “Ma dai! Come si fa? Che schifo!” Il commento si alza impertinente dal gruppo delle ragazze. “Ma non si vergogna a girare in costume? Dovrebbero vietare lo stare in costume a certe persone” “Ma perché non si ricopre quella ciccia informe!”

Versi di gabbiani che si rincorrono tra cielo e acqua, fruscio delle foglie smosse dal vento, sciabordio delle onde che si riversano ritmicamente sul bagnasciuga, grida gioiose di bimbi che giocano sulla spiaggia, leggerissimo il rumore di un foglio girato da una signora che sta leggendo un libro, lo stridio di una vecchia sdraio semi arrugginita che viene aperta. Sono ore che me ne sto qui, all’ombra di un bellissimo albero, osservando e ascoltando i mille rumori che riempiono l’aere mescolandosi in un’armoniosa melodia, in molti sono oggi presenti in spiaggia, intorno a me diverse persone, coppie, famiglie, gruppi di amici. Una famiglia con due bambini che giocano tranquilli è seduta a pochi metri dalla mia posizione, davanti a noi, a pochissima distanza, due giovani amanti, sdraiati l’uno sull’altro , si baciano e si accarezzano, talvolta con enfasi, talvolta con qualche gesto sfrontato, talvolta arrivando a toccarsi dove in pubblico sarebbe meglio non fare, ma alla fine sono due giovani ragazzi che si vogliono bene e, nonostante alcuni sguardi di disapprovazione, nessuno li richiama, nessuno li invita a contenersi, nemmeno i genitori dei due bimbi che giocano a pochi metri. Arriva una signora, dai lineamenti direi una tedesca, trova un posticino dove potersi fermare, deposita le proprie cose, distende l’asciugamano, si toglie i pantaloncini, poi la maglietta restando in costume, si siede e, con mossa rapida si leva il reggiseno, mai l’avesse fatto, la madre dei due bimbi, quella madre che non si risentiva dei giochi amorosi di due ragazzi, urlando come un’ossessa s’alza e minacciosa si incammina verso questa signora: “ma siamo pazzi, ma dove crede di essere, non vede che ci sono dei bimbi, si rimetta subito il reggiseno, sporcacciona”.

RomanticaAltra giornata, altra spiaggia, ancora cielo sereno, lago piatto e azzurro, un caldo smorzato da una leggera brezza. Oggi sono sceso molto presto, volevo godermi le prime ora del mattino, quando la spiaggia è ancora deserta.  Iniziano ad arrivare altre persone, un gruppo di giovani si piazza alla mia destra poco più avanti. Arriva una bella ragazza, alta, slanciata, capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle, pantaloncini e maglietta attillatissimi, sotto il rilievo netto del costume, si capisce che indossa un costume dalle dimensioni particolarmente ridotte. “Mazza che f…” si sente arrivare dal gruppo di ragazzi alla mia destra, mi giro verso di loro e noto che sono tutti quanti attoniti, lo sguardo fisso sulla ragazza, gli occhi dilatati riflettono chiaramente i loro pensieri: la stanno spogliando con gli occhi. “Dai bella, togliti quei vestiti e facci vedere come sei” “Si si, fatti vedere” “Ehi, se vuoi qui c’è qualcosa di duro”.

Cala il sole dietro le spalle, sulla spiaggia si allungano le ombre della sera, la temperatura improvvisamente si fa meno confortevole e le tante persone presenti iniziano a prepararsi per andarsene via. Tra queste una ragazza, che era da poco uscita dall’acqua, prima di rivestirsi deve cambiarsi il costume. Non ci sono camerini e non c’è modo di trovare un posto riparato, allora si ricorre al buon sistema dell’asciugamano: prepara le mutandine vicino a se, si arrotola l’asciugamano intono alla vita, lo fissa infilandone i bordi nella piega superiore, con movimenti lenti ed equilibrio precario inizia a sfilarsi le mutandine. Rispettoso per la privacy della ragazza mi giro per non vederla e… tutto intorno s’è fatto il silenzio, decine di visi si sono girati, decine di occhi osservano la scena, occhi sgranati di persone che maliziosamente sperano che l’asciugamano si sfili lasciando la ragazza nuda alla loro pubblica visione.

Capita, capita spesso sulle spiagge tessili che le persone notino, guardino, commentino, anche con malizia, maleducazione e perfino malvagità, il fisico degli altri piuttosto che la bellezza della natura. Da vestiti quello che risalta non è la personalità, ma il suo contenitore: il corpo!

Peccato!

P.S. Il Garda è preso solo come spunto per il discorso, invero le stesse scene si notano anche in ogni altra località turistica italiana, ad eccezione di quelle poche spiagge nudiste oggi esistenti in Italia.

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Una giornata in spiaggia


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Una giornata in spiaggiaEra una bellissima ragazza, i lineamenti mediterranei, due occhi luminosi, un viso espressivo. Seduti in riva al lago abbiamo chiacchierato a lungo, anzi, per meglio dire, lei ha chiacchierato perché io ho pronunciato solo poche frasi. Ero incantato dal suo parlare forbito, dal suo modo di sottolineare le parole con l’espressione del viso e dello sguardo.

Mi parlava del suo paese d’origine, un piccolo paesello fatto di vecchie case che davano a pico sul mare, case dai tanti vivaci colori, colori che sapevano rendere allegre anche le giornate uggiose.

Il giallo dei limoni, il blu del mare profondo, l’azzurro del cielo sereno, il verde dei boschi, il rosso dei vini, il marrone dei visi bruciati dal sole e dall’aria del mare, il rosa delicato dei bimbi che nudi giocavano sulla spiaggia.

Che bello che era giocare in totale libertà: l’aria non trovava ostacoli, il corpo non aveva impedimenti, tuffarsi nel mare senza un costume che impudentemente scivolava via, asciugarsi sulla rena senza il fastidio di un tessuto bagnato sulla pelle, il calore del minimo raggio di sole bastava a riscaldarsi dall’acqua fredda del bagno marino. La gioia di quei ricordi le si leggeva chiara sul viso, le labbra socchiuse in un lieve sorriso che, stirando le guance, dava origine a due simpatiche fossette; gli occhi spalancati con il nero intenso delle pupille che risplendeva nell’azzurro dell’iride; i lunghi capelli neri che, come una magica cornice, contornavano il profilo del viso, sui di essi il riflesso del sole che da dietro rimbalzava sulle chiare acque del lago.

Difficile è stato terminare quella bella chiacchierata, difficile è stato finire quell’indimenticabile giornata, difficile è stato lasciare quella ragazza per tornare alla mia casa, difficile, soprattutto, è stato rimettersi i distintivi del conformismo sociale: i nostri vestiti. Già, tutto il tempo di quella giornata, di quella stupenda chiacchierata l’abbiamo passato nudi, eppure di lei ricordo solo il magnifico viso, lo sguardo incantevole, le forti espressioni; ricordo il suo meraviglioso racconto fatto dei ricordi d’infanzia. Non ricordo, invece, le altre parti del corpo, non ricordo, nello specifico, come fossero i suoi seni, il suo pube, i suoi glutei, non le ricordo queste parti perché non ci ho badato, non mi interessavano.

Capita, capita spesso nel mondo nudista di non notare, di non vedere, di non ricordare il corpo degli altri: da nudi quello che conta non è il corpo ma quello che nello stesso c’è dentro: la personalità!

Sono passati alcuni anni dal quel giorno e oggi, sul Garda, nonostante sia principalmente frequentato da un turismo che viene da paesi dove la nudità non solo è possibile ma fa parte della quotidianità del popolo intero, ecco nonostante questo oggi sul Garda non è più possibile vivere esperienze così profondamente coinvolgenti, non è più possibile soffermarsi a godere liberamente del sole, dell’aria e dell’acqua, non è più possibile starsene nudi a chiacchierare, nuotare, correre, prendere il sole, vivere la giornata a contatto completo con la natura, la natura dell’uomo e la natura dell’ambiente che lo circonda.

Peccato!

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Lo svincolo


Svincoli, corsie d’ingresso, corsie d’uscita, questi i termini ricorrenti usati per indicare quelle strutture stradali che servono a inserirsi o a uscire da un’autostrada o da una tangenziale. Tale terminologia si rispecchia in una errata interpretazione e in un errato utilizzo di tali strutture, delle quali la stragrande maggioranza degli automobilisti al lato pratico dimostra di ignorarne totalmente le vera funzione.

Il loro vero nome, infatti, un nome che meglio ne chiarisce la funzione e la dinamica d’uso, è corsia d’accelerazione e corsia di rallentamento.

La prima serve, a chi si deve inserire nella colonna di traffico, per permettergli di aumentare la propria velocità di marcia approssimandola a quella della colonna, potendosi così inserire senza costringere detta colonna a rallentare: ci si immette nella corsia portandosi il prima possibile al limite sinistro della stessa, contemporanemante ci si allina alla corsia di marcia principale in modo da poter vedere nello specchietto retrovisore esterno sinistro se o quando c’è lo spazio adatto al nostro inserimento in corsia e, se necessario, ci si ferma all’inizio della corsia di accelerazione.

La seconda serve per permettere a chi esce dalla linea di traffico principale di spostarsi dallo stesso prima di rallentare evitando così, ancora una volta, di provocare il rallentamento della colonna che segue.

Invece cosa si vede quotidianamente?

La stragrande maggioranza degli automobilisti procede lentamente sulla corsia d’ingresso e finisce spesso col doversi fermare alla fine della stessa, azzerandosi lo spazio di accelerazione. Questo comporta che il loro ingresso nella corsia di traffico principale avviene a bassa o nulla velocità, provocando inevitabilmente il rallentamento, se non la brusca frenata, della colonna, a volte anche con la conseguenza di provocare tamponamenti.

Analogamente, moltissimi automobilisti invece di spostarsi sulla corsia di rallentamento non appena questa inizia, procedono la loro marcia sulla corsia di traffico principale, su questa rallentano e ne escono solo in prossimità dello svincolo vero e proprio, ovvero quasi ala fine della corsia di rallentamento. Le conseguenze sono pari a quelle dell’errato utilizzo della corsia di accelerazione: rallentamenti inutili della colonna di traffico principale, frenate brusche, tamponamenti.

Ma che ci vuole a capire queste semplici cose? Una volta le spiegavano alle scuole di guida, oggi non le spiegano più? O, peggio, spiegano proprio a fare come viene fatto?

Il Ruspante


Sono in un periodo che, per varie ragioni, mi vede con scarsa propensione e ispirazione allo scrivere. Molte sono le idee che mi frullano per il cervello, ma mi riesce solo di aggiungere appunti su appunti al mio file degli spunti, senza arrivare a concludere nulla che abbia la parvenza di un articolo.

Per mantenere comunque movimentato questo mio blog ho deciso di pubblicarvi anche miei vecchi articoli sull’alpinismo e,  dopo “W la montagna”, ecco ora questo racconto relazione di una delle mie più belle ascensioni, effettuata nel lontano agosto 1989.

Una grande parete, a torto poco considerata fuori dalla stretta cerchia dell’alpinismo bresciano e bergamasco: la Nord dell’Adamello. Una splendida e difficile via che ancor oggi ricordo nitidamente in ogni suo singolo passaggio: lo Spigolo dei Bergamaschi.


<<Forse non è mai stato tanto diffuso l’alpinismo come in questi ultimi anni, ma purtroppo, ci troviamo sempre più spesso di fronte all’assurda situazione di tanti alpinisti che alla domenica “fanno la coda” davanti alle più famose vie delle Grigne, delle Dolomiti o, come è capitato a noi, del Cervino (circa 80 persone sulla stessa via). Non c’è più gioia nel salire in roccia una montagna con l’assillo della fretta e la paura di far cadere sassi sulla testa di chi ci segue e contemporaneamente di riceverne sulla nostra da chi ci precede. Meglio quindi riscoprire le vecchie e bellissime vie delle nostre Prealpi, disposti anche ad ore ed ore di marcia d’avvicinamento, senza prospettiva di confortevoli rifugi nelle vicinanze>> (Brano tratto da “Pizzo Badile Camuno – Via dei Camini” di E. Guerrini, E. Zugni e G. Bassotto – Rivista “Adamello”, semestrale del CAI di Brescia, n. 32).

Ne è passata di acqua sotto i ponti e chissà quanti altri, in quante altre circostanze, hanno fatto analoghe considerazioni, eppure si continua imperturbabilmente e ineluttabilmente a “fare la coda”. Testardaggine, ignoranza o che altro? Non è mia intenzione soffermarmi su tale quesito, voglio invece illustrarvi una di quelle vie su cui si è assolutamente certi di non fare la coda e raccontarvi d’una splendida giornata.

Sarà capitato anche a voi di cercare un qualcosa e di guardare ovunque tranne che dove lo si può trovare, così, quella settimana, cercavo un compagno d’arrampicata fra coloro che erano in ferie o altrimenti impegnati. Talvolta, però, la fortuna c’è amica: venerdì ore 12, squilla il telefono <<Emanuele? Sono Mario, si va alla Nord, telefona a Fausto>>. L’invito inatteso ma alquanto opportuno viene immediatamente recepito, accettato e sviluppato: domani si parte.

La Nord dell'AdamelloUn viaggio tranquillo, due ore di cammino ed eccoci al rifugio. La parete è in ottime condizioni, già pregustiamo l’ascensione. <<Un momento! Per quale via saliremo?>> La decisione, finora rinviata, dev’essere presa. Fra le tante, due vie sono nelle nostre mire, l’una è già stata salita sia da Fausto che da Mario, l’altra è a noi sconosciuta e quindi più appetita ma assai più impegnativa. Breve consiglio, consultazione della guida e… <<Si, si può fare!>> La decisione è presa, si va per la seconda.

Domenica ore 4, sveglia e in cammino. Il cielo è terso e punteggiato di stelle, la luna risplende del suo fulgido bagliore, le pile non servono e si procede con passo spedito: dobbiamo attendere prima di poter attaccare.

Ore 6,30, ci portiamo alla base della parete nel punto indicatoci dal rifugista, superiamo il largo marginale, ci leghiamo e, calzate le scarpette d’arrampicata, iniziamo la salita.

Velocemente superiamo l’estesa placconata basale, raggiungendo il filo dello spigolo, direttiva dell’intero tracciato. Qualche dubbio, presto risolto, ed eccoci all’inizio delle difficoltà. Sopra di noi, meravigliose ma compattissime e verticali placche si alternano a superbi diedri e pronunciati strapiombi.

Dove salire? Una sosta attrezzata indica la giusta via: una non facile lama orizzontale che sembra portare a nulla e un diedro inclinato costellato di chiodi, il primo vero assaggio di quello che ci aspetta.

Il tiro successivo è duro, anche per il vetrato che ingombra alcuni tratti, ma assai vario ed entusiasmante: fessura ad incastro, muretto verticale, breve diedrino, uscita in aderenza su esposta placca, traversata orizzontale e, per finire, un lungo diedro parcamente chiodato la cui risalita richiede una progressione parte in opposizione e parte in Dûlfer. Stando alla relazione, invero piuttosto sommaria, dovremmo ora procedere più facilmente e, quindi, velocemente.

Ingenue speranze, certo le difficoltà decrescono, ma alcune (s)piacevoli sorprese ci attendono. Inoltre la quota, siamo sopra i 3000 metri, si sente; lo zaino, in cui trovano posto scarponi, ramponi e piccozza, comincia a pesare; infine la sete, il sole picchia implacabile e non una nuvola si vede in cielo, inizia il suo tormento.

In mezzo a lisce placconate trovo il traverso che, con mirabile progressione, ne permette l’uscita. Più avanti è Mario che indovina il passaggio fra tre magnifici diedri dall’apparenza terrificante.

<<La croce! Siamo in vetta>>. Come non detto, quest’ultimo tratto ci impegna ancora per un’ora. Stupenda l’ultima placca, 100 metri sotto la vetta, che richiede delicati movimenti di equilibrio e incastri di dita.

Ore 15, la vetta è raggiunta. Sdraiato sui caldi macigni ripenso alla salita, ai suoi passaggi, all’ottima roccia, alle difficoltà incontrate, all’ambiente, al silenzio, al tempo passato in parete e mi trovo ad esclamare, anzi gridare <<Bellissima! Stupenda! Meravigliosa! Eclatante! La più bella ascensione che abbia fino ad oggi effettuato>>.

Spigolo dei Bergamaschi

W la Montagna: whisky, pardon, escursioni a go-go


EscursioniL’alpinismo può essere suddiviso in tre distinti settori: l’escursionismo, lo sci e l’arrampicata. Ognuno di essi identifica non solo un modo di frequentare la montagna, ma anche e soprattutto un’interpretazione concettuale dell’alpinismo, ovvero una filosofia.

Più l’alpinista incrementa le proprie capacità e, quindi, si spinge su difficoltà maggiori, più il concetto deve necessariamente evolversi e completarsi. Ecco che per l’arrampicatore sarà senz’altro più facile pervenire ad un rapporto paritario con l’ambiente, averne, cioè, minor soggezione, mentre l’escursionista rimarrà sempre condizionato da un più o meno intenso sentimento di timorosa riverenza.

D’altro canto, però, l’arrampicatore ha molto meno tempo per curarsi dell’ambiente che lo circonda e gli sarà più difficile vivere la montagna. L’escursionista, invece, può dedicare moltissimo tempo alla contemplazione della natura: può soffermarsi ad osservare i fiori, può godersi l’incanto delle forme e dei colori, può appostarsi in attesa di veder passare qualche esemplare della fauna. In sintesi, per l’escursionista è molto, ma molto più facile arrivare a capire e rispettare la montagna, ad entrare, cioè, in quel particolare atteggiamento che caratterizza il vero, l’unico Alpinismo: l’amore per i monti.

Ecco perché è alquanto importante non fossilizzare la propria attività in funzione di alcuni e solo alcuni aspetti della montagna, ma mantenere sempre vivo i sé il piacere della montagna per la montagna. L’Alpinista sa apprezzare qualsiasi momento, sa sfruttare al meglio ogni occasione, sa divertirsi col bello come col cattivo tempo, in compagnia come da solo, d’estate come d’inverno, in primavera come d’autunno.

“Viva la montagna”, fate vostro questo semplice motto e, liberandovi da ogni condizionamento pratico-mentale (esigenza di una meta, paura della montagna, timore di bagnarsi, competitività, eccetera), concedetevi la massima libertà d’azione: uscite dai binari della consuetudine per tuffarvi nell’immenso mare della fantasia.

Alcuni consigli

È nell’inventiva personale che potete trovare il massimo delle soddisfazioni, comunque, per coloro che… credono di avere poca fantasia, eccovi alcuni rapidi consigli.

  • Qualsiasi bosco che non sia troppo spesso si presta al libero girovagare senza meta né direzione.
  • I torrenti danno modo d’inventare un’infinità di piacevoli giochi e, in alternativa ai sentieri, possono rappresentare un valido e interessante percorso, sia in salita che in discesa.
  • Il fondo delle vallate di origine glaciale, sempre molto ampio, permette di abbandonare i sentieri.
  • Nei giorni di pioggia, boschi e pascoli consentono ugualmente l’effettuazione di piacevoli escursioni.
  • Dopo o durante una nevicata il bosco assume un aspetto decisamente fantastico: avrete l’impressione di vivere nel magico mondo delle favole, e… occhio ai folletti, si divertono a fare scherzi di ogni genere.

Alcune raccomandazioni

  • Non fate mai, e ripeto mai, più di quanto le vostre capacità tecniche vi possono obiettivamente consentire.
  • In pratica, pur nel massimo trasporto, mantenete sempre un alto livello di autocoscienza e autovigilanza.
  • Tale condizione è ottenibile operando ben al di sotto dei propri limiti tecnici e psicologici.
  • Nei parchi, ma talvolta anche fuori da essi, è di solito vietato uscire dai percorsi segnalati.
  • Evitate di uscire dal sentiero nelle zone geologicamente instabili, potreste arrecare danni irrimediabili.
  • Uscendo dai sentieri, muovetevi sempre in piccoli gruppi, meglio ancora in coppia o, se ve la sentite, da soli.
  • Mantenete il silenzio e se dovete parlare tra di voi fatelo senza gridare.
  • Non infastidite la fauna, limitatevi ad osservarla.
  • Non raccogliete esemplari della flora.
  • Non danneggiate il bosco, se è troppo spesso evitatelo, se ci sono rami che ostacolano il passaggio non tagliateli ma se possibile cambiate percorso altrimenti spostateli con estrema delicatezza.
  • Riportate a casa i rifiuti, siano essi inorganici che organici, non biodegradabili che biodegradabili.

L’erba del vicino è sempre più verde


Si dice che gli italiani siano un popolo propenso a vedere sempre e solo che gli altri stanno meglio, avendo viaggiato pochissimo non posso dire se ciò corrisponda al vero o se anche gli altri popoli soffrano della stessa pecca, del “l’erba del vicino è sempre più verde”, quello che posso dire è che di certo ne soffrono moltissimi italiani.

Dopo aver sentito e letto per anni la Francia qui, la Francia la, i francesi si che hanno la cultura del nudismo, dopo anni di ferie italiane dove l’esperienza nudista era limitata alla sola spiaggia, volendo un’esperienza nudista totalizzante, volendo dimenticarmi dei vestiti, ho deciso di espatriare e farmi una bella vacanza francese. Essendo io, come del resto mia moglie, amante del mare, abbiamo deciso, anche sulla base dei tantissimi pareri positivi, per la Corsica e, per la precisione, abbiamo prenotato quindici giorni al villaggio Bagheera che, stando a quanto si è potuto evincere dai vari siti Internet consultati, fra tutti i villaggi corsi, era quello che unico ci avrebbe permesso veramente di restare nudi ventiquattr’ore su ventiquattro.

Dopo una lunga e ansiosa attesa, arriva finalmente il giorno della partenza, caricati i bagagli in macchina ci immettiamo, io e mia moglie, sulla via per l’imbarco. Nel tardo pomeriggio finalmente siamo a destinazione, alla reception troviamo un caloroso benvenuto e, nonostante qualche difficoltà di linguaggio, in pochi minuti siamo registrati e ci viene assegnata la nostra piazzole: inizia, secondo le nostre aspettative, l’avventura nella full immersion nudista francese. Purtroppo bastano un paio d’ore, giusto il tempo di montare la tenda e andare a cena al ristorante del villaggio, a farci capire che le nostre aspettative non saranno totalmente esaudite: il personale della reception è completamente vestito; uscendo dalla reception notiamo un cartello che indica l’obbligo di vestirsi per entrare al ristorante, e si dice proprio “vestirsi” non semplicemente “coprirsi”; mentre, nudi, montiamo la tenda, nelle piazzole circostanti la gente è in buona parte vestita; camminando, io nudo, per le stradine che portano al ristorante, le persone che incontriamo sono vestite e alcune mi guardano di traverso, la sensazione è che non approvino il mio girare nudo; cinquanta metri prima della reception un cartello appeso ad un alberello segnala che nei pressi della reception e al ristorante bisogna stare vestiti (si ripete la parola “vestirsi”); a cena tutti sono vestiti di tutto punto, alcuni addirittura in abito da sera. Mi guardo in giro un poco attonito: “ma dov’è questo essere veramente nudisti dei francesi? Beh, è domenica sera, concediamolo, prima di dare un giudizio aspettiamo alcuni giorni”.

La mattina successiva mi sveglio di buon ora per andare a vedere la spiaggia, in giro non si vede ancora nessuno, ma pian piano il villaggio si anima e le persone, finalmente, sono nude, ehm, quasi tutte nude, qualcuno, in particolare donne, che gira coperto c’è, ma suvvia la temperatura non è confortevolissima e ammettiamo che qualcuno, più freddoloso, possa a ragione coprirsi, sebbene in alcuni casi risulti comunque strano che ci si coprano i genitali, che meno soffrono il freddo, e non il torace, che è invece molto più sensibile al freddo. Va beh, forse non sono francesi, forse accompagnano familiari o amici nudisti ma ancora non si sentono pronti a denudarsi, accettiamo!

I giorni passano e mi godo totalmente la mia vacanza, personalmente me ne sto nudo continuamente, uso il pareo solo per andare al market interno (eh, si, sul sito si vedevano foto di persone nude nel market, ma qui, dal vero, non se ne vedono; comunque dopo tre giorni le vedo, notando che nessuno, ma proprio nessuno, ci fa caso, nemmeno i gestori, e da allora anch’io al market me ne resto nudo) e alla piazzola dei bidoni della spazzatura (sebbene di poco è esterna al recinto del villaggio, anche qui scoprirò, verso la fine del soggiorno, che c’è chi ci va nudo, sebbene siano pochissimi). La mia continua nudità, però, è infastidita dal notare che pochi sono coloro che fanno altrettanto: solo una parte di quelli che la sera non si muovono dalla loro piazzola, gli altri, pur non essendoci condizioni termiche sfavorevoli (se riesce a stare nuda mia moglie, piuttosto freddolosa!), sono vestiti di tutto punto e che vestiti, abitini da parata in alcuni casi. Ho anche notato che i francesi, in particolare le donne, si vestono, almeno parzialmente, per mettersi a tavola e questo non solo la sera, ma anche a mezzogiorno, quando la temperatura è decisamente consona alla nudità, per altro torna l’azione, chiara ed inequivocabile, di coprirsi i genitali e lasciare scoperto il torace. Poi che dire di chi, non pochi, si veste o si copre per percorrere il tragitto dalla piazzola alla spiaggia, che senso può avere? Forse per essere più comodi a trasportare pareo e asciugamano? Beh, ma non è più semplice usare una borsa? Non si possono trasportare facilmente tenendoli piegati sottobraccio? Del pareo non ne puoi fare a meno? Dove sta tutta questa dedizione al nudismo che, stando a quanto avevo letto, i francesi hanno? Qui sono soprattutto i francesi a non rispettare la nudità totale, a vestirsi ogni tanto. Ma la cosa non finisce qui, altri sono i segni che testimoniano un difetto nelle affermazioni lette.

Innanzitutto parliamo della sera in spiaggia. Si va beh, concediamolo che al ristorante le persone ci vadano vestite (alcuni ristoranti alla sera fanno servizio anche per i tessili, sebbene… se un tessile decide di andare ad un ristorante in zona nudista, perché mai non dovrebbe accettare di vedere persone nude? Dov’è l’esigenza d’imporre l’obbligo al vestiario?), ma perché mai sulla spiaggia girano tutti vestiti, nemmeno in costume, ma proprio vestiti? Perché mai, io che giro nudo in un’area che è per quattro chilometri dedita al nudismo, mi debba sentire osservato, perché mai devo sentire su di me sguardi di disapprovazione? Perché mai devo essere io a sentirmi a disagio e non coloro che non rispettano quello che in un’area nudista dovrebbe essere la regola: nudi, sempre nudi? Poi il segno più evidente di un disagio, francese, verso la nudità: gli adolescenti francesi sono tutti costantemente vestiti, e parlo di vestiti, non di costume, questo lo usano solo in spiaggia, in mare e… sotto la doccia, si, si, nemmeno per fare la doccia si mettono nudi. Comprendo sicuramente le problematiche dell’adolescenza, ma siamo in un villaggio nudista, non un villaggio misto, un villaggio dove ci convivono nudisti tessili, no, questo è un villaggio per soli nudisti, dove può essere il problema a mettersi nudi, quantomeno sotto la doccia, in spiaggia, nuotando in mare? Tanto più che gli adolescenti di altra nazionalità sono nudi, sempre nudi, anche quando giocano assieme agli adolescenti francesi vestiti. Ok, ok, piena libertà di comportamento, specie per i ragazzi, ma è chiaro che questo denota uno stato di malessere degli adolescenti francesi, stato di malessere che non è invece presente negli adolescenti di altra nazionalità presenti nel villaggio (invero devo dire che non ce n’erano di italiani, sarebbe stato interessante vedere il loro comportamento a fronte di tale situazione). La cosa che rende il tutto ancor più emblematico e significativo è che, nelle stesse famiglie, si vedono i ragazzini in età preadolescenziale che sono nudi e i loro fratelli o sorelle appena più grandicelli che sono vestiti, per poi tornare a veder il nudo nei pochi ragazzi in età sensibilmente maggiore e nei genitori. E’ una contraddizione rispetto a quanto si dice in giro, è un segnale di una nudità che non è poi così innata e insita nel tessuto sociale francese, un’indicazione forte e precisa di come l’erba del vicino è più verde solo perché così la si vuole vedere, perché si preferisce guardare solo a ciò che fa più comodo e si tralascia di vedere la realtà nel suo insieme.

Ora qualcuno dirà “guarda, vai, andate nel villaggio tal dei tali, li il personale è nudo e nessuno si veste” o altre cose similari, ebbene, si certo, sono sicuro che esistono villaggi dove l’esperienza nudista possa essere realmente totalizzante, ma:

1)      l’eventuale presenza di alcuni villaggi dove il nudismo è presente sempre e ovunque non toglie niente al mio discorso, casomai lo rafforza;

2)      il discorso non è una critica al villaggio e nemmeno ai francesi, vuole solo essere l’esposto di alcune osservazioni fatte e della relativa considerazione in merito alle affermazioni che fanno molti nudisti italiani in merito alla presunta superiorità del nudismo francese;

3)      cercando il posto per la vacanza ho esaminato centinaia di siti Internet, decine e decine di villaggi diversi e molti si facevano pubblicità solo con immagini di persone vestite, molti indicavano obblighi di vestirsi in alcune parti del villaggio, tutti riportavano filmati o fotografie delle feste e delle serate nei quali le persone, tutte, erano rigorosamente vestite; per inciso, solo il Bagheera ha foto di un market con persone nude.

Io, noi, torneremo in Corsica, torneremo in questo villaggio, che alla fine è uno splendido villaggio, alla fine permette, seppur con alcuni piccoli fastidi, di vivere una vacanza nudista a pieno titolo, cioè una vacanza in cui ci si possa dimenticare totalmente di qualsiasi forma di vestiario, anche la più piccola. Speriamo solo che, i piccoli segnali tessili notati non facciano perdere, come già successo altrove, l’identità nudista a questo magnifico villaggio. Invitiamo solo le persone ad essere più aperte verso quanto hanno in casa loro e meno propense a fuggirsene all’estero, che i problemi di casa nostra esistono tali e quali anche a casa d’altri; forse è meglio aiutare a risolvere i nostri problemi che quegli degli altri.

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo qualche veloce sguardo di compassione. Alla fine, sconfortata, la mucca decide di chiedere al capo del villaggio: “Carissimo, ma perché mai nessuno mi ha voluto comprare come mucca da corsa?” Il Capo Villaggio senza esitazione risponde: “Ma mia cara bestiola, esistono le mucche da latte e quelle da macello, ma non si è mai sentito parlare di mucche da corsa! Per le corse si usano i cavalli e una mucca non potrà mai stare al passo con un cavallo.” Così la nostra mucca, mogia, mogia, con la coda fra le gambe si avvia sulla strada del ritorno.

Rientrata alla stalla, le sue compagne presero a deriderla: “Eccola li quella che si credeva di poter cambiare il suo essere! Sei una mucca da latte e tale devi restare eheheh!”.
La derisione delle compagne rese ancor più furibonda la nostra mucca, che per dimenticare la brutta esperienza se ne andò nel suo cantuccio e si addormentò.
Durante la notte, la mucca si sognò di se stessa mentre correva felice insieme ai cavalli, mantenendone il passo e vincendoli pure. Al risveglio si disse: “Bene mia cara, se le mucche da corsa non esistono, allora devi diventare cavallo!” Detto, fatto, durante i giorni successivi si allenò a lungo per camminare come un cavallo, si liscio per bene il pelo e provò a fare delle lunghe corse per prendere fiato e velocità.

Ritornato il giorno della fiera degli animali, la nostra amica vi si reca con un bellissimo cappellino bianco con su scritto “Cavallo da corsa”. Trova una posizione bene in evidenza e vi si piazza gridando per richiamare l’attenzione: “Signori, signoriiiiii, venite a vedere questo bellissimo cavallo, un cavallo velocissimo, un cavallo robusto, un cavallo che vi farà vincere tanti trofei. Compratelo, signori, cooomprraaaateloooooo!”.
Passano le ore e la nostra mucca non raccoglie altro che sguardi attoniti, nessuno si ferma a guardarla, nessuno mostra il benché minimo interesse per lei. La mucca, arrabbiata, continua a ripetersi quanto siano cattive quelle persone, ma che avranno gli altri cavalli di diverso da me? Perché non mi danno ascolto? Perché non mi guardano? Alla fine, stanca e furibonda, chiede nuovamente spiegazioni al capo del villaggio e questi: “ma mia cara bestiola, non basta cambiarsi l’etichetta per cambiare il proprio essere, sei una mucca e mucca devi restare!”.

La mucca se ne ritorna alla stalla assai furibonda: “ma che è questa storia delle etichette? Io non voglio essere etichettata, non è giusto, devo essere libera di essere quello che voglio e io voglio essere… Uhm, già, anche cavallo è un’etichetta, esattamente come mucca, io non voglio etichette e allora? Come posso vendermi, allora?”.

Per tutta la settimana la mucca rimugina sulla questione, finché si arriva nuovamente al giorno della fiera. “Oggi” di dice la nostra mucca, “oggi sono sicura che riesco a farmi comprare, mi tolgo di mezzo ogni etichetta e vedrai che mi compreranno”. E’ così che la nostra raggiunge nuovamente il villaggio e si piazza al centro della piazza dove si svolge la fiera. Piazza dei bellissimi cartelloni colorati tutt’attorno a se stessa sui quali campeggiano incitazioni all’acquisto. Passa le ore e ancora niente, la mucca inizia a diventare nuovamente furiosa quando un fattore si avvicina alla mucca e, mormoreggiando, la osserva per bene. La mucca lo guarda a sua volta e pensa: “ecco, visto, ora mi compra!”
Passano una decina di minuti durante i quali il fattore, sempre mormorando frasi incomprensibili, continua ad osservare la mucca; questa sta per spazientirsi quando il fattore: “Si, si, non male. Un bellissimo animale, una stupenda mucca da latte”. A sentir questo la mucca alza violentemente il capo, osserva il fattore e… “mio caro signore io non sono una mucca da latte!” “Ah no” risponde il fattore, “se non sei una mucca da latte, allora cosa sei?” E la mucca “vede signor fattore io sono…, ehm io sono… beh ecco io sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, delle gambe robuste, una coda snella e filante; sono un animale senza etichetta, perché non è giusto etichettare le cose, ogni animale deve sentirsi libero di essere quello che vuol essere e io voglio essere… ehm… essere…. uhm, a si sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, che corre veloce nei prati, che …” “Mia cara mucca” la interrompe il fattore “tu sei libera di voler essere quello che vuoi, di voler fare quello che vuoi, però a me serve una mucca da latte, tu per me sei una mucca da latte e anche una bellissima mucca da latte, ti avrei dato tanti soldi, ti avrei messo in una stalla bellissima, ti avrei dato da mangiare cose sane e prelibate, ma… ma visto che tu non vuoi essere una mucca da latte, visto che non vuoi etichettarti, beh, allora ti saluto e vado a cercarmi una mucca che abbia il coraggio di essere quello che è, di fare quello che deve fare, di chiamarsi come deve chiamarsi. Addio!”

Sconsolatissima e rassegnata la mucca si riavvia sula strada del ritorno, ma prima d’arrivare a destinazione incontra casualmente in capo villaggio. Questi vedendola così abbattuta si fa raccontare la giornata e, alla fine, con un sorriso sulle labbra le dice: “Vedi carissima, tu hai provato a venderti in modi diversi da quello che sei, hai provato addirittura a proporti per un qualcosa di non meglio definito e alla fine hai ottenuto solo delusioni, perché? Non possiamo fuggire da quello che siamo, non possiamo cambiare il nostro essere solo cambiandoci l’etichetta o rifiutandola totalmente, non possiamo proporci in un modo che gli altri non possono comprendere o, peggio ancora, in un modo che non corrisponde a quello che di  noi si vede, di quello che gli altri possono vedere di noi. Se vogliamo che gli altri a noi si interessino, allora dobbiamo necessariamente dare loro l’idea esatta di quello che siamo, dare loro il modo di vederci per quello che siamo, dare loro la possibilità d’apprezzare quello che facciamo, dare loro un modo per identificarci con semplicità e precisione. Insomma, se vuoi cambiare la tua vita, non puoi farlo cambiando l’etichetta che ti identifica, ma devi farlo cambiando il tuo modo di vederti e di porti, facendoti vedere orgogliosa di quello che sei e di quello che fai”.

A questo punto la mucca improvvisamente comprende i suoi errori e felicissima s’incammina verso la sua stalla, l’espressione sorniona maschera bene quello che le sta passando per la testa, ma dentro, nel suo animo, è ormai certa che alla prossima fiera riuscirà nel suo intento.

La settimana passa tranquilla, arriva nuovamente il giorno della fiera e la nostra mucca si avvia, senza particolari preparativi, al paese. Ivi giunta si mette in una posizione evidente, ma non troppo centrale, prepara uno sgabellino e un secchio di latta e fissa alla palizzata uno striscione su cui ha scritto “Sono una mucca da latte, il mio latte è ottimo, ma non voglio che mi crediate sulla parola, qui trovate uno sgabellino e un secchio, prendeteli, mungetemi e assaggiate il mio latte, poi decidete”. Fatto ciò si mette al centro della sua piazzola e si mette a canticchiare dolcemente una canzoncina che le ricorda i prati e i fiori della sua infanzia, mostrandosi felice e orgogliosa d’essere una mucca da latte. Nel giro di mezz’ora, davanti alla piazzola della nostra mucca s’è creato un grosso assembramento di persone, tutti, attratti da tanta felicità e sicurezza, vogliono assaggiare il suo latte e, a turno, la mungono. I mugolii di soddisfazione si ripetono uno dietro l’altro: “buono questo latte”, “eh, si, è proprio buono”, “anzi è ottimo, questa mucca la voglio io”, “no, no, dev’essere mia”, “ehi voi, non pensateci nemmeno, me la porto via io”.

E’ una lotta di persone che vogliono portarsi a casa la mucca e nessuno riesce a prendere il sopravvento sugli altri. Allora interviene la mucca: “cari signori, apprezzo il vostro interessamento e ne solo decisamente lusingata, ma, vi chiedo, dove mi portereste?” “In una bellissima stalla” grida un distinto signore. “In una stalla moderna” urla un altro. “In un grande prato” afferma un terzo. “Guarda carissima, io ho una piccola stalla di montagna, ne bella ne moderna, ma la tengo curata e mungo le mie vacche due volte al giorno, in più esse sono libere di circolare a piacimento tra i prati e i boschi, mangiando l’erba fresca e respirando la brezza dell’alpe”. “Signori, ho deciso” interviene la mucca” vado con quest’ultimo signore. Fu così che la nostra mucca riuscì a cambiare la propria vita ed ora scorrazza libera e felice, non più timorosa di quello che è, non più infastidita dal sentirsi chiamare per quello che è, anzi orgogliosa di tutto ciò e orgogliosa d’aver compreso che “gli altri ci vedono in ragione di quello che noi facciamo, non per la maschera che noi vogliamo indossare!”

Viaggi intersiderali


Ci sono atteggiamenti tanto comuni da potersi considerare degli sport popolari, tra questi quello di zappare. Bella cosa il giardinaggio, ma bisogna anche saperlo fare e, soprattutto, la zappa va usata sul terreno non sui propri piedi.

Viaggi intersiderali

Pxintode è un esploratore siderale giovane ma comunque molto noto per i suoi ormai tanti e fruttuosi viaggi interstellari. Quando non è in viaggio è facile incontrarlo al bar dell’interporto, dove ama passare il suo tempo libero raccontando agli amici dei suoi viaggi e dei tanti incontri fatti. Molti sono i mondi che ha visitato e tanti i popoli conosciuti: gli invincibili, popolo fiero e battagliero che si propone come assoluta fonte di saggezza e verità; gli assolutisti, che non conoscono mediazione e transizione, per loro esistono solo i due estremi opposti, il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato; i furbastri, popolo dedito all’esaltazione del se, ignorando assolutamente ogni forma di rispetto dell’altro, le regole vanno rigorosamente violate e fessi sono coloro che le rispettano; i miti, i musoni, i creduloni, i pecoroni, i sapienti, gli spiritosi, gli animosi e così via. Ma fra tutti c’è un popolo che più ha colpito l’attenzione di Pxintode: gli Zappapiedi.

Questo popolo ha una particolarità più unica che rara: anche se indirettamente, si auto violenta! Alcuni popoli fanno violenza sugli altri, altri popoli si lasciano dagli altri violentare, gli Zappapiedi, invece, trovano piacere e soddisfazione nel sviluppare pensieri e atteggiamenti il cui unico effetto è quello di arrecare danno a chi li sviluppa. Vivono in modo semplice e naturale, non conoscono la vergogna del corpo e potrebbero benissimo insegnare tante cose agli altri popoli, però…

Sul loro pianeta la confusione regna sovrana in quanto sono incapaci di comunicare in modo semplice e opportuno: per dire rosso dicono mela, incuranti del fatto che non tutte le mele sono rosse; per dire pianta dicono bosco, tralasciando il fatto che nel bosco non ci sono solo le piante; per dire casa dicono città e via dicendo. Inoltre sono estremamente remissivi e questo loro atteggiamento li porta ad annullarsi nel confronto con gli altri: piuttosto che rischiare d’arrecare un minimo fastidio preferiscono rinunciare al loro bel sistema di vita per adeguarsi a quello altrui, per quanto questo possa essere complesso, artificiale, illogico.
Quando altri popoli, più intraprendenti, arrivarono sul pianeta degli Zappapiedi per loro fu inevitabilmente la fine: nel giro di pochi mesi vennero sottomessi al governo degli altri, si trovarono assoggettati a regole e divieti in netto contrasto con quelli che erano i loro precetti, impararono la vergogna del corpo e iniziarono a fare propria una distorta visione dello stesso, arrivando essi stessi a giustificare e propagandare tali limitazioni, tali inibizioni.

Ogni tanto dalla massa degli Zappapiedi emerge qualche elemento che vorrebbe cambiare le cose, qualche spirito ribelle, qualcuno che tenta di risvegliare l’orgoglio degli Zappapiedi e indurli a sganciarsi dalla loro sudditanza mediante l’affermazione del sé, qualcuno che tenta di modificare rumorosamente l’ideale originario e sviluppare pensieri e atteggiamenti costruttivi, qualcuno che cerca di propagandare i migliori ideali. Questi qualcuno, però, si trovano a essere ostacolati dal loro stesso popolo molto più di quanto non vengano ostacolati dagli altri popoli, dai popoli che hanno preso il governo del pianeta degli Zappapiedi. Tra gli altri, infatti, qualche breccia si apre, qualcuno abbraccia gli ideali propagandati, ma tra gli Zappapiedi no, gli Zappapiedi chiamano costoro eversivi, li accusano di libertinaggio, ne prendono le distanze o, addirittura, li esiliano.

Pxintode ha conosciuto diversi di questi Zappapiedi eversivi e ne parla con rispetto, da loro ha imparato molte cose, con loro ha lottato, di loro ha portato e porta in giro per l’universo l’esempio e la conoscenza; un velo di commozione si alza sul suo sguardo ogni volta che ne parla, si rende conto di quanto buona ma difficile sia la loro missione: propagandano degli ideali bellissimi e che riescono con una certa facilità a fare breccia negli altri popoli, ma il loro popolo non vuole prendere in considerazione una qualsivoglia azione che, pur portando loro incontestabili benefici, possa arrecare anche un solo minimo fastidio agli altri. D’altronde, per seguire gli eversivi, dovrebbero cambiare la loro natura: sono gli Zappapiedi e la zappa la sanno usare solo per darsela sui piedi!

L’insostenibile leggerezza del…


È una giornata cupa, il cielo coperto da fitte nuvole grigie non permette di vedere il sole, fortunatamente non piove e non sembra voglia farlo, anche la temperatura dell’aria non è del tutto sgradevole e permette di starsene all’aperto anche senza coprirsi molto, basta una maglietta per proteggersi dalla lieve brezza.
Il mare è agitato, impensabile entrare in acqua, quindi mi siedo sulla spiaggia a osservare l’orizzonte e assaporare il lento scorrere del tempo. È mattina presto, gli altri ospiti del campeggio ancora dormono, sono solo, anzi no, quasi solo: poco distante da me, seduti su alcuni scogli, ci sono dei ragazzi, li ho conosciuti ieri sera, sono arrivati sul tardi e hanno piazzato le loro tende vicino alla mia; sono tre coppie di giovani che hanno programmato la loro estate insieme e stanno girando l’Italia alla ricerca dei paesaggi e dei sapori più antichi e naturali.
Che bello, mi fanno tornare in mente le mie avventure di ragazzo quando, a otto anni, al campeggio montano con l’oratorio, ero l’unico ragazzino che fosse accettato alle gite più impegnative; quando, a dieci anni, giravo per i boschi in piena notte senza torcia; quando, a quattordici anni, insieme con un amico partimmo e ci facemmo una settimana in giro da soli e in autostop; quando a diciassette anni mi feci il corso sub e alla gita finale, nonostante fossero i primi di maggio, mi gettai in acqua senza muta; quando … quando … quando.
Mentre rivivo mentalmente le mie avventure giovanili, i ragazzi vicino a me iniziano a parlare tra di loro. La voce non propriamente bassa e la complicità del vento mi permettono di udire bene quello che dicono: parlano di sesso e lo fanno senza pudore. Non voglio ascoltare, ma non voglio nemmeno spostarmi, così mi concentro sui miei pensieri e sull’osservazione delle onde per non percepire e rubare i loro discorsi.

Per un poco il gioco mi riesce ma quando una delle ragazze pronuncia la parola “nudismo”, beh, a quel punto faccio fatica a mantenermi distaccato e, incuriosito, ascolto il proseguio dei loro discorsi.
Lei, Luisa, è una ragazza mora, non molto alta, abbronzata e con due occhi neri che colpiscono subito per l’espressività e l’intensità dello sguardo. Fino ad ora era stata in disparte, silenziosa, sembrava che l’argomento in discussione la mettesse in imbarazzo, che non fosse molto contenta di parlarne. Ora è proprio lei che sta proponendo ai compagni, giacché non molto lontano c’è una spiaggia frequentata da nudisti, di andare a vedere e, magari, fermarcisi per passare una giornata in piena libertà.
La prima reazione dei compagni è di stupore, “Ma sei matta!” esclama Raffaella, “Io nudaaaa, mai!” Gli fanno coro Luigi e Michela “No, no, ma che proposte fai! Non siamo dei pervertiti, noi non facciamo queste cose”. Vedo che a Francesco, il ragazzo di Luisa, compare un sorrisino beffardo sulla bocca, mentre Sergio, il compagno di Raffaella, sembra non mostrare reazione.
“Ma ragazzi” riprende Luisa “mettersi nudi sulla spiaggia non vuol necessariamente dire fare cose strane e particolari, non vuol dire esibirsi o cercare incontri di natura sessuale. Mettersi nudi è la cosa più naturale al mondo, mettersi nudi è una cultura, la più antica cultura al mondo!” Vedo che il sorrisino sulla bocca di Francesco si rinforza, comincio a pensare che questa Luisa sia un bel peperino e non sarà facile per i suoi amici resistere alla sua proposta. La cosa, per me che del nudismo ne ho fatto una ragione di vita, a questo punto si fa alquanto interessante. Potrei unirmi al gruppo, ma non voglio influire e preferisco stare a vedere come le cose evolvono, quali saranno le obiezioni e quali le risposte.

La prima a prendere la parola è Raffaella: “Sarà anche la cosa più naturale al mondo, ma a me non interessa vedere altre persone nude, mi fanno sorridere tutti quei cosi che ciondolano a destra e a manca”. “E poi” aggiunge Luigi “io la mia ragazza nuda proprio non la faccio vedere a nessun altro”. “Già” commenta Michela “anch’io non voglio che altri vedano il mio Luigi che se ne gira tutto nudo per la spiaggia, e se poi qualcuna gli fa delle proposte? Né Luigi, poi mica che ti tiri indietro? No, no, mostrarsi nudi è un po’ tradire, io non voglio tradire e non voglio essere tradita!”.
“Scusa Raffaella, ma quei cosi che ciondolano invece ti piacciono e assai quando sono bei ritti, o no?”, interviene Sergio, il ragazzo di Raffaella, con un sorrisone soddisfatto. Raffaella per nulla imbarazzata ribatte “Zitto tu, con quella pancia di certo non potresti metterti nudo!” “Ehm, invero l’ho già fatto in alcune occasioni” “Come l’hai già fatto? Sporcaccione, non mi hai mai detto nulla!” “Guarda, è successo alcuni anni addietro, ancora non ci conoscevamo; non te l’ho mai detto perché non ce n’è mai stata l’occasione” “Ma a me, che sono la tua compagna, non dovevi tenerlo nascosto!” “Ma mica te l’ho nascosto, ripeto, non c’è mai stato motivo di parlarne e non ritenevo opportuno farlo a priori; le cose si dicono quando ne capita l’occasione, quando ne sorge una motivazione, non è un obbligo né una cosa scontata” “Si va beh, hai ragione.”

“Ecco vedete” Luisa riprende il controllo della situazione “Non so se ci avete badato, ma quando voi parlavate a ruota libera di sesso, raccontandovi quello che fate, quello che desiderate, quello che avete fatto ieri sera, beh, io me ne stavo in silenzio, mi tenevo in disparte. Non è che abbia paura a parlare di sesso, tutt’altro, solo che per me il sesso, quello che faccio con il mio uomo, quello che desidero, son cose riservate, cose che preferisco tenere per me, al massimo parlarne con il mio uomo, non sento l’esigenza di pubblicizzarle. Voi, invece, parlate di sesso a ruota libera, senza pudore, senza malignità. Giusto, non dico di no, ma come vi si parla di nudismo vi mettete subito sulle difensive, andate subito a pensare al sesso maligno, all’esibizione, allo scambismo, eccetera; subito immaginate che il nudista sia un sessuomane alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze. No, non è così, anzi spesso è proprio il contrario. Perché voi pensate quello che avete pesato?” “Beh, ma perché i genitali servono per fare sesso, no!” afferma Michela. “Si certo, ma il sesso si fa solo con i genitali?” domanda Luisa. “Ehm, no, in effetti: mani, bocca, occhi e anche l’olfatto fa la sua parte” risponde Luigi. “Si, si, si fa con tutto il corpo” rincalza Raffaella. “Ecco, e allora perché non coprite anche le mani, la bocca, gli occhi, il naso? Lo sapete che in certe culture i genitali non creano imbarazzo all’esposizione ma sussiste l’obbligo, quantomeno per le donne, di non esporre il viso? Perché?” “Ma, non saprei e in effetti mi sembra molto strano!” “Ragazze, provate a pensare, cosa fate quando volete sedurre un uomo? Cosa fate per rendervi interessanti? Per colpire l’attenzione?” “Mi vesto in modo attillato ed evidenzio gli occhi con un trucco adeguato” “Si, si, anch’io, e se questo non basta mi avvicino a lui e lo guardo in modo provocante, magari lascio scivolare una spallina o mi allargo un poco la scollatura” “Ecco, vedete, agite sul coprire, più che sullo scoprire, utilizzate lo scoprire parziale e malizioso, e poi condite il tutto con lo sguardo, perché senza di quello non esiste corpo che regga; il corpo potrà stimolare, ma se non date un segnale difficilmente poi andate a segno. E il segnale non è nello spogliarsi, ma nel guardare”.

“Si, hai ragione, mi hai quasi convinta. Ma… se poi qualcuno mi guarda?” “Scusa, ma non ti capita mai, nella vita quotidiana, d’essere guardata, e non intendo dire vista, ma proprio guardata, scrutata, osservata?” “Si certo che mi capita, mi capita spesso, sono una bella ragazza!” “E cosa pensi? Cosa provi?” “Beh dipende, a volte m’infastidisce, ma in genere mi sento lusingata” “E cosa credi che passi per la testa del tizio che ti sta guardando? “Beh di sicuro starà apprezzando il mio seno, il mio sedere e magari starà immaginandosi anche come sono sotto i vestiti” “Ecco e allora perché mai se ti guardano vestita facendosi illazioni su come sei nuda la cosa ti lusinga e se ti dovessero guardare nuda la cosa ti da fastidio? Non è forse la stessa identica cosa? Anzi, non è forse peggio che chi ti guarda faccia lavorare l’immaginazione?” “Ma forse c’è la paura di eccitarsi e dare involontariamente dei messaggi di disponibilità, anche quando non è vero” “Ecco, vedi che allora il problema non è negli altri ma in te stessa!”
“Eh già, il problema è in me” interviene Luigi “a vedere tutte quelle donne nude come faccio a non eccitarmi? Ciò gli ormoni io!” “Scusa Luigi, ma quando vedi Michela nuda ti ecciti subito?” “Beh, no, non sempre” “Ragioniamo su quel non sempre, quando ti ecciti e quando no?” “Mi eccito se stiamo per fare sesso, oppure se stavo pensando a fare sesso. Non mi eccito se lei sta facendo la doccia, se stiamo guardando la televisione, se sto pensando ad altro” “Ecco, vedi, quindi secondo te cos’è che ti eccita, la visione di lei nuda o il pensiero di fare sesso, la circostanza?” “Beh, si certo, non è tanto il vedere lei nuda, ma quanto e soprattutto la situazione e il pensare all’azione sessuale, è questo che mi eccita.” “Ecco, quindi abbiamo stabilito che il nudo di per se stesso non provoca eccitazione, se tu guardi al nudo in modo distaccato, senza pensare subito al sesso, non ti ecciti. Se è così con la tua ragazza, perché dovrebbe essere diverso vedendo altre donne nude?” “Beh, un conto la mia ragazza sola, un altro con decine di donne che se ne girano attorno a me in compelta nudità. Come faccio a non osservarle? Come faccio a non vedere e iniziare a pensare?” “Semplice, pensa che gli altri sono persone e non oggetti del desiderio; convinciti che quelle persone nude non lo sono perché vogliono esibire della mercanzia, ma lo sono perché hanno compreso l’assurdità e l’inutilità di certi precetti, perché si sono rese conto di quanto sia ipocrita l’accettare la liberazione sessuale, con tutti i suoi contorni più o meno edificanti, rifiutando al nudo la sua condizione di naturalità ed essenzialità; pensa al non senso, all’ipocrisia dell’accettare la vera provocazione sessuale e rifiutare ciò che di suo non è per nulla provocante!”

“Ragazzi” prende la parola Francesco, che fino ad ora era stato in disparte “vi assicuro che Luisa ha perfettamente ragione. Anch’io all’inizio avevo gli stessi vostri dubbi e perplessità, ma poi mi sono lasciato convincere a provare e devo dire che mi sono bastati pochi minuti per comprendere quanto fossero giuste le parole di Luisa. E’ straordinariamente bello potersene stare nudi senza problemi, una vera liberazione: la liberazione dai timori d’essere visti mentre ci si cambia il costume; la liberazione dalle lotte con l’asciugamano per cambiarsi senza farsi vedere; la liberazione dall’ossessione del corpo perfetto; la liberazione dalla paura dei commenti altrui; la liberazione dalla costrizione del corpo in qualcosa che, per quanto traspirante e leggero possa essere, è pur sempre e comunque una barriera, è sempre e comunque un qualcosa che impedisce la normale traspirazione del corpo, è sempre un qualcosa che altera le naturali funzioni del corpo. Io mi associo a Luisa e domani voglio proprio andare in quella spiaggia per ritrovare la mia naturalezza e la mia spontaneità, per risentirmi libero e tranquillo”. “Anch’io mi associo” ribatte Sergio “come già detto ho provato una volta e mi era piaciuto, voglio riprovare!” “Beh, si, voglio proprio provare anch’io, ok ci sto” appoggia Raffaella.
Mancano solo Luigi e Michela, i più titubanti. Li osservo guardarsi a lungo negli occhi, il loro viso esprime un senso di timore ma nel contempo anche di curiosità, vedo gli occhi di Michela muoversi continuamente, segno palese del mulinare dei suoi pensieri, improvvisamente si fermano, osservano quelli del suo ragazzo, ha deciso: “Si, si, ragazzi, andiamo, vero Luigi che andiamo anche noi?” Luigi resta un attimo in silenzio, non è ancora del tutto convinto, vedo che guarda la sua ragazza, poi scruta il mare per alcuni secondi, infine abbassa gli occhi e … “Si, ok, allora domani tutti alla spiaggia nudista!”. “Bene” dice Luisa “vedrete che le vostre preoccupazioni domani svaniranno in un battibaleno. Quella spiaggia è un posto bellissimo, c’è un mare d’incanto e una freschissima pineta, Vi assicuro, domani vedrete solo la bellezza della natura e imparerete cosa voglia dire vivere veramente in natura e alla fine anche voi riconoscerete l’insostenibile leggerezza del… tessilismo”.

Si è fatta l’ora di andare a colazione, i ragazzi si alzano e si avviano verso il campeggio, io mi soffermo ancora un poco a guardare il mare che pare allentare la sua furia. Forte questa Luisa, ha saputo condurre il dialogo in modo esemplare, non ha mai ribattuto alle obiezioni ma ha principalmente fatto domande, inducendo gli amici a rispondere di per se stessi alle loro obiezioni. Il risultato non poteva che essere quello che è stato. Sono assolutamente convinto che domani i suoi amici diventeranno a loro volta nudisti.
Mi alzo anch’io e m’incammino lungo la spiaggia, vedo il gruppo di raggazzi quasi all’ingresso del campeggio, li vedo allegri, si fermano un attimo e si girano, Luisa alza il braccio e indica un punto alle mie spalle, mi giro a osservare, si sta indicando la posizione della spiaggia nudista, a quanto pare ogni esitazione, ogni titubanza sono svaniti e al loro posto solo il desiderio che venga domani.

Già, forse è proprio così, forse è l’insostenibile leggerezza del tessilismo!

Il gioco


Sto andando al lavoro e, come mio solito, ascolto l’autoradio; è accesa sul mio canale preferito e stanno parlando di un argomento serio, che nulla ha a che fare con il sesso, ma proprio nulla, eppure ad un certo punto scatta la battutina, lo scambio ironico (ma sarà poi proprio così ironico?) tra i due presentatori, un uomo e una donna, e non è che sia stato l’uomo ad iniziare, no, proprio no, è stata lei, la donna.
Mi fermo all’edicola per acquistare una rivista di finanza, come spesso accade oggi, insieme alla rivista c’è un gadget per forzare un aumento delle vendite e che gadget: un bellissimo calendario con … no, no, non con i top della finanza mondiale, bensì con le top della malizia e dell’ammiccamento, ovviamente seminude (se va beh, seminude, non è che venga lasciato molto alla fantasia, giusto giusto la vulva) e in atteggiamenti provocatori.
Arrivo a scuola e davanti alla stessa un bel cartellone pubblicitario per una festa nel paese vicino, di contorno, anzi no, altro che contorno, sulla metà del cartellone campeggiano due belle veline con minicostume e sguardo malizioso.

Nel pomeriggio devo fare un giro per la città, davanti a me cammina una ragazza, ad un certo punto le cade il cellulare in terra, si piega per raccoglierlo e … la, tutto il sedere in bella mostra; eh, si, questi pantaloni a vita bassa sono proprio una favola. Poco oltre un ragazzo seduto sulla panchina mostra indifferente ai passanti, altrettanto indifferenti, metà dei suoi glutei. Ferma all’incrocio, una signora di mezza età aspetta di attraversare la strada, mi da il fianco ma posso vederla piuttosto bene, veste in modo elegante, si vede che è una donna in carriera e probabilmente, vista la ventiquattrore in mano e il palmare, sta andando a qualche appuntamento di lavoro; una gonna nera a mezza coscia, scarpe pure nere con tacco medio e sottile, camicetta bianca con decorazioni in oro appena visibili, al di sotto si nota senza problemi un reggiseno bianco con imbottitura. Tac, tac, tac, il segnalatore per non vedenti anticipa lo scatto del verde per il passaggio pedonale, la donna si gira mostrandosi di fronte e … zacchete, la camicetta è sbottonata per metà e lascia bene in mostra l’ampio decolleté contornato da un reggiseno che copre solo la metà inferiore delle mammelle (già perché così si chiamano, il seno è l’incavo tra di loro) e, giusti, giusti, i capezzoli.

Arriva la sera, mi stendo sul divano per osservarmi il telegiornale; apertura con un gossip e, ovviamente, bel primo piano dei due che si limonano, seguito da un campo lievemente più lungo dei due che scopano sul lettino della psicina. Secondo servizio, intervista ad una donna di successo, oviamente l’intervistatrice non può esimersi dal chiedere “secondo lei cosa manca alle donne di oggi?” La risposta, scontata, “La sensualità! Le donne oggi sono molto libere e intraprendenti ma hanno perso il concetto di sensualità, la capacità d’essere sensuali”.
Va beh, andiamo su Facebook a vedere se ci sono novità interessanti. Si carica la bacheca e … “Adotta anche tu una ragazza in mutandine”, “Quelli che la mattina ce l’hanno duro”, “W le tettone”, “Se non la lecchi, godi a metà”, e via dicendo sullo stesso tono e anche peggio.
Cambiamo strada, andiamo sui forum, forum che nulla hanno a che vedere con il nudismo, il sesso, la pornografia. Apro una discussione e … rizacchete, un bellissimo avatar con l’immagine di una bella ragazza, alta, slanciata, rigorosamente con le sole mutandine e in posa maliziosa. Controllo i nuovi arrivi, c’è un post di presentazione di una ragazza, una delle poche che capitano qui, sono poco più di 50 minuti che l’ha scritto e già ci sono diverse decine di risposte (chissà mai perché alle presentazioni dei maschietti dopo giorni le risposte si contano sulle dita di una mano): “ben arrivata, se vuoi ti ci accompagno io a…”; “ehi ma sei carina?”; “si, si, contala giusta, lo so io qual è la banana che cerchi”; e via dicendo.

Lungi da me voler fare il puritano, tutte le cose elencate sopra mi stanno anche bene, ritengo che sulle questioni morali nessuno, e ripeto nessuno, abbia il diritto d’interferire con l’opinione degli altri, che ognuno abbia il diritto di farsi la propria morale e di agire secondo la stessa, l’importante è che nessuno imponga agli altri di agire secondo la sua morale (beh, si il discorso è decisamente più complesso, ma non è questa la sede per affrontarlo e ai fini del presente articolo basta quanto detto). Se una cosa mi da fastidio posso girarmi e non guardare, ma se guardo poi non ho nessun diritto di lamentarmi di quello che ho visto, soprattutto non ho diritto di criticare coloro che ho osservato, magari anche di gusto.
Ecco, premesso che non è un articolo sulla morale, veniamo al nocciolo della questione: perché nonostante tutto quello che avviene nella società odierna (che ho brevemente riepilogato con gli esempi), nonostante l’apertura mentale e morale della società odierna, nonostante si parli liberamente di sesso, nonostante si mostri il corpo nella sua quasi interezza, ecco nonostante tutto questo, come mai se si parla di nudismo, di spiagge nudiste, di strutture nudiste, scatta subito una reazione di ostilità e chiusura? Ma dov’è il nesso? C’è qualcosa che non mi quadra in questo. Quale sarà la differenza tra l’immaginare senza neanche troppa difficoltà e il vedere schietto? Perché l’ipocrisia di chi non si lesina in turpiloquio, in frasi evidentemente provocatorie sul piano sessuale, in ironie che male nascondono il desiderio di un incontro sessuale con l’altra/o, in distribuzione senza sosta d’immagini sessualmente provocatorie, ma nel contempo rifiuta a priori il nudismo? Perché?
Qui mi sorge prepotente e invadente un dubbio: non è che chi è contrario al nudismo lo sia solo per esorcizzare inconsciamente la paura di non potersi più divertire con tali cose, la paura di dover rinunciare alla malizia, la paura di doverla smettere col gioco sessuale fuori dal contesto sessuale?

Beh, se fosse così voglio rassicurarvi: nonostante ci sia una corrente di pensiero che vorrebbe, irrazionalmente e ingiustamente (in quanto fuori da ogni contatto con la realtà sociale odierna), presentare e imporre il nudismo come una cosa totalmente ascetica e asessuata, in realtà il nudismo non è un distacco totale dalla sfera sessuale, non è una rinuncia alla libido e i nudisti fanno sesso come tutte le persone normali del mondo, i nudisti SONO persone normali.
Si, certo, praticando il nudismo si superano i condizionamenti e gli stereotipi sociali, gli altri smettono d’essere oggetti da giudicare e criticare od oggetti per il piacere sessuale e diventano persone, si guarda all’essenza delle persone e non alla loro apparenza, l’aspetto fisico perde la posizione predominante (perché il nudista non è trasandato e sporco, anzi, solo non condiziona atteggiamento e idea sulla base del bello o del brutto, del giovane o del vecchio, del magro o del grasso), però non si perde e non si rinuncia al gioco, all’ironia, allo scherzo anche su base sessuale, sono solo meno invadenti, meno penetranti, più rispettosi dell’altro, alla fine più divertenti, anche per chi ne è provvisoriamente il bersaglio.
Altrettanto non è da pensare che la visione continua e prolungata di altre persone nude possa, come sostenuto nel recente passato, e con un buon seguito, da un eminente psicologo, far svanire la libido; non è vero, era solo un’interpretazione fortemente condizionata e, forse, malignamente elaborata al fine di contrastare la naturale e inarrestabile tendenza a spogliarsi.
Anche le tesi Freudiane (tutto è legato al sesso e tutto dipende da esso) sono state nel tempo in buona parte messe in discussione: l’amicizia tra uomo e donna esiste, uomo e donna possono convivere senza necessariamente praticare il sesso (magari ci pensano, ma tra dire e fare c’è di mezzo il mare), possono condividere un luogo in totale nudità senza per questo essere intenzionati a fare sesso; nel contempo, però, possono poi saper interagire sessualmente in modo completo e normale quando le circostanze cambiano, quando sussiste una situazione di intimità, quando ambedue sono interessati alla cosa, esattamente come avviene nella società tessile e, forse, lo fanno in modo ancora più intenso e coinvolgente dato che la pratica del nudismo comporta un ottimo rapporto con il proprio corpo, quindi la capacità di usufruirne al meglio e di sapersi donare intensamente e profondamente all’altro/a.
Se, però, così non fosse, se il vostro vero perché dell’eventuale ostracismo al nudismo fosse un altro, beh, allora probabilmente non avrete trovato qui le risposte giuste, ma … continuate a leggermi, sono certo che prima o poi nei miei articoli troverete il motivo per affermare “Sto sbagliando!”

Come e perchè sono diventato nudista


Si nasce nudi, ma in un mondo che, per un’infiità di motivazioni più o meno comprensibili, di massima accetta il nudo solo nei bambini molto piccoli. Però, ormai da diversi anni, nella società, per così dire, tessile si sono formati dei piccoli buchi, dei gruppi di persone che, al contrario, accettano e praticano la nudità come via di condivisione naturale dell’essere e come mezzo per abolire ogni tipo di barriera fisica e psicologica nella vita in comune. Costoro, che andiamo a definire nudisti, come sono arrivati a tale pratica? Come si sono formati nel loro pensiero che diviene quasi un credo? Difficile, molto difficile rispondere, esiste una risposta per ogni persona. Di certo il più delle volte, come documentato in questo mio autoscatto, le cose non hanno un perchè e un per come, avvengono spontaneamanete, per una somma di fattori che pian piano ci riportano alla nostra infanzia e ci fanno ricordare il piacere e la libertà della nudità, quasi ad arrivare ad affermare che … “del resto, formalmente, tutti si nasce nudisti”!

Ma ripartiamo dall’inizio e vediamo con calma, passo passo, quella che è stata, per l’appunto, la mia storia, l’evoluzione delle cose e del pensiero che mi ha portato ad abbracciare questo stile di vita, che poi, sotto sotto, è anche una filosofia!

Ormai, a cinquant’anni passati, le cose, i ricordi della mia vita sono in parte sfumati se non addirittura svaniti. Certo è che, come tutti, sono nato nudo, indi tecnicamente nudista, che ho passato, come tantissimi bebè, i primissimi anni della mia vita stando spesso nudo, che venivo senza pudore esibito nudo dai miei genitori nelle fotografie di rito e talvolta anche dal vero, che in spiaggia potevo starmene pacificamente nudo a giocare con gli altri bambini e bambine, pure loro nudi, senza problemi.
Contemporaneamente, però, data la visione sociale dei tempi (beh, invero ancora oggi molto non è cambiato) venivo cresciuto nella cultura dell’abbigliarsi, venivo educato all’abbigliarsi, così quando mi toccò l’inevitabile incollamento del costumino forse quasi manco ci badai, magari qualche pianto iniziale (già, perché mai mettersi quel coso che schiaccia pisellino e contorno e li fa sudare inutilmente), ma poi mi sono evidentemente piegato al volere dei genitori ed è iniziata la mia lunga carriera di tessile più o meno convinto.

Per almeno una decina d’anni non ritornai più col pensiero al piacere a alla naturalezza del nudo infantile, ma quando iniziai a praticare la pesca subacquea e spesso mi ritrovavo solo in riva al lago, ecco che qualcosa si fece eco in me e cominciai a cambiarmi il costume bagnato così dove mi trovavo, tanto nessuno poteva vedermi; ci furono occasioni in cui provai anche a stare nudo per prendere il sole e riposarmi dopo la pescata. Erano sempre e comunque occasioni fugaci e determinate dall’assoluta solitudine, ma comunque occasioni che iniziavano a inseminare nella mia mente, senza che me ne rendessi conto, dei dubbi sulla correttezza dell’educazione tessile o, per meglio dire, del considerare il nudo come qualcosa di sporco e da evitare assolutamente se non in limitatissimi contesti, quale la doccia nel propio bagno di casa.
Il colpo quasi di grazia arrivò quando mi iscrissi al corso di sommozzatore: primo giorno di lezione, arrivo in piscina, entro nello spogliatoio, piglio il costume dalla borsa e faccio per avviarmi ai camerini quando girandomi mi trovo davanti due uomini completamente nudi, a metà tra lo sgomento (ai tempi mai mi sarei aspettato un tale libero atteggiamento) e l’indecisione mi guardo un attimo attorno e noto che anche quasi tutti gli altri presenti si cambiano tranquillamente in pubblico. Indecisione risolta e con mia piena impensata soddisfazione posso cambiarmi senza ricorrere ai camerini o a pericolosi equilibrismi nell’asciugamano. Non parliamo poi di quando all’uscita finale a mare ci fanno cambiare nella cabina di pilotaggio, in presenza dei due piloti e a gruppi di tre (alcuni, se non ricordo male, perfino misti: donne e uomini assieme).
Ormai era fatta, m’ero abituato alla nudità pubblica, sebbene limitata alla presenza di persone del mio stesso sesso. Da questo momento iniziò la sofferenza del cambiarsi cercando di nascondersi, cominciai a notare come chi lo faceva nascosto nell’asciugamano in realtà non faceva altro che attirare l’attenzione (specie se si trattava di una donna) di molte persone, le quali stavano li a guardare nella speranza che l’asciugamano si aprisse o cadesse a terra. Ma che cavolo ci sarà poi da guardare? Non siamo fatti tutti allo stesso modo? Beh, si le donne sono diverse, ma che male c’è se ci si cambia senza patemi, sono poi pochi secondi di nudità? Queste e altre domande cominciarono a passarmi per la testa quando mi toccava di cambiarmi o quando vedevo altri che si cambiavano nascondendosi alla meglio o percorrendo centinai di metri sulla sabbia bollente per raggiungere i camerini (che poi al lago raramente, specie dove andavo io, c’erano). Solo nei mesi non estivi, grazie il non frequentare più le spiagge, il mio patire spariva: pensavo a sciare e a tante altre cose che mi tenevano distolta la mente.

Vennero gli anni dell’alpinismo e mollai la pesca, con essa sparirono anche le spiagge e i relativi pensieri “filosofici” sul cambiarsi e sull’esposizione del corpo nudo. Un giorno, però, televisioni e giornali iniziarono a parlare dei nudisti, di queste persone che predicavano il culto della nudità pubblica come rispetto di se stessi e degli altri, come superamento delle barriere psicologiche dell’abbigliamento, come ritorno alla naturalità e all’inte(g)razione con la natura. Iniziarono i discorsi tra amici, la maggior parte di questi erano di diffidenza (“ma sono degli esaltati”), di vergogna (“beh, io non lo farò mai”) o di morbosità (“che bello domenica vado in quel posto e mi lustro gli occhi”), rarissimamente, comunque, (almeno tra i mie amici) di repulsione o denuncia. Io, timido e riservato, non mi esponevo verbalmente, ma tra me e me pensavo e mi chiedevo cosa mai ci fosse di strano nel nudismo e nei nudisti, cosa ci fosse da temere o da guardare.
Passarono così un poco di anni e l’eco delle prime masse nudiste scomparve, vuoi perché il costume generale s’era un poco evoluto (nessuno più si scandalizzava per il bikini e le minigonne, sulle riviste e in televisione apparivano sempre più spesso donne quasi nude se non nude del tutto, in diverse spiagge le donne ormai potevano mettersi a seno nudo), vuoi perché si comprese che i nudisti non erano un pericolo per la società, si appartavano nelle loro spiagge piccole e isolate e non obbligavano nessuno a spogliarsi (mitico un episodio riportato dai giornali dell’epoca e che ricordo ancora nitidamente: due signore anziane che passavano nei pressi di una spiaggia, vedendo alcune donne a seno nudo chiamarono i vigili e questi risposero loro “signore mie se vi da fastidio guardate da un’altra parte”), vuoi perché i nudisti, quantomeno in Italia, si chiusero a riccio e smisero di fare proselitismo.

Con la sparizione dell’interesse mediatico sulle presenze nudiste, scomparvero le discussioni sulla questione e scomparvero nuovamente anche i miei pensieri, fatta salva l’abitudine ormai consolidata di non farsi problemi a cambiarsi senza nascondersi ed era cosa che, facendo alpinismo, capitava di frequente: nei rifugi lo spazio è quello che è e quando si è fradici per la pioggia non si può certo rimandare il cambiarsi; quando rientrati alle macchine sotto la pioggia torrenziale ci si deve cambiare completamente magari sotto un albero , una piccola tettoia o nella macchina stessa, gli altri mica si possono lasciare all’’aperto a prendere ancora freddo e acqua; e via dicendo.

Arriviamo così agli anni 2000, causa problemi fisici che già m’avevano portato a ridurre notevolmente l’attività alpinistica, devo pressoché rinunciare ad andare in montagna, ma non posso rinunciare allo sport e allora? Allora ritorno alla mia vecchia passione: l’apnea.
Con il ritorno all’acqua, si ripresenta forte e costante la questione del cambiarsi, in piscina scopro che nei corsi è ormai cosa normalissima non usare più i camerini e succede anche fuori dai corsi, addirittura mi capita di trovarmi nudo mentre entrano in spogliatoio mamme con i figli e queste manco mi notano, comprendo che ci sono abituate e qui sorgono alcune domande: ma perché le mamme seguono i figli maschi mentre i papà devono stare nello spogliatoio maschile anche se entrano con le figlie? ma alla fine perché ancora ci sono spogliatoi separati? Non sarebbe, visto che spesso ci si trova ad avere un’area vitale molto limitata, un’utile ottimizzazione degli spazi fare spogliatoi comuni?
Poco dopo riprendo a pescare e così torno a frequentare il mio vecchio amato posto di pesca (la Rocca di Manerba) e scopro che è diventato una consolidata e frequentatissima zona nudista. Ci torno più volte e ogni volta il fastidio del costume diventa sempre più forte; quando sono solo (ovvero senza amici o parenti) inizio anche a togliermelo, più che altro per cambiarmi, ma facendolo sempre più lentamente e godendomi sempre più il momento di libertà, la sensazione di non essere un oggetto ma una persona, di essere quello che sono e non quello che gli stereotipi sociali vorrebbero che io appaia. Nessuno mi guarda, nessuno bada alla mia nudità, come io non bado a quella degli altri, non faccio confronti, non faccio osservazioni.

A quel punto mancava solo l’ultimo definitivo passo: l’inserimento in una comunità nudista. Detto fatto, poche ricerche su Internet e trovo decine di siti che parlano di nudismo, alcuni riguardano le Associazioni Naturiste, uno mi colpisce in particolare per la completezza dell’esposizione e la disponibilità di un forum a lettura libera. Per qualche giorno mi limito, come netiquette comanda, a leggere i vari messaggi, poi mi registro e infine inizio a scrivere. In seguito diventerò moderatore e poi coamministratore di questo sito, conoscerò tante splendide persone, parteciperò a incontri e raduni decretando il mio definitivo e totale ingresso nel mondo del nudismo e come accade per tutti coloro che diventano nudisti, non potrò più fare a meno di stare nudo il più possibile, attaccando a questo, per mia tipica natura, l’impegno in prima persona per la diffusione dell’ideale nudista. Eccomi quindi qui a scrivere questi articoli, ad emozionarmi per le sensazioni che descrivo, ad innervosirmi per l’incomprensione verso questo meraviglio mondo che è il nudismo, ad arrabbiarmi per l’ipocrisia che invade la società odierna.
Ma questa è storia contemporanea, non ho bisogno di scriverla, partecipo a farla.

Il… Senso unico


Mannaggia, ma come faccio ad arrivarci? Sono due ore che giro per le strade della città, due ore che seguo i cartelli direzionali, che litigo con i sensi unici; due ore, però, che giro in tondo ritrovandomi immancabilmente alle stesso punto di partenza. Le ho provate tutte, ma non c’è verso d’andarcene fuori, i sensi unici mi riportano sempre al punto di partenza.
Sono stufo di girare a vuoto e perdere tempo inutilmente, ho deciso, parcheggio e ci vado a piedi. Si ma dove parcheggio? Quelli che ho visto nel mio girotondo intorno al … no, non al mondo, ma al centro, erano tutti pieni. Boh, forse spostandomi sull’esterno troverò qualcosa. Ecco la l’indicazione per un centro commerciale, di sicuro vicino ci saranno dei parcheggi.
Prendo la direzione indicata dal cartello segnaletico e, stanco ma fiducioso, già mi vedo parcheggiare. Ah, quale sogno fu mai meno previdente! Rotonda, quattro direzioni possibili, nessun cartello segnaletico, manco i nomi delle vie ci sono. Va beh, quelle due strade sembrano portare verso la periferia, quale prendo? Bim, bum, bam, ecco prendo questa! Procedo per la strada, dritta e circondata di case, ma senza parcheggi, in fondo si vede un poco di cielo, si, si sono proprio sulla strada giusta.

Cento metri, duecento, trecento, quattrocento e … bang, divieto d’accesso! Oh cavolo, non si può procedere. A destra e a sinistra non ci sono deviazioni, devo invertire la marcia e tornare indietro. Detto fatto, troverò ora una strada laterale? Si, si, eccone una e va proprio nella direzione dell’altra strada che partiva dalla rotonda. Deciso imbocco la stradina, dopo una cinquantina di metri questa svolta a destra e poco dopo c’è un incrocio. Sorpresa, posso andare solo a destra, ma così ritorno dov’ero prima. Va beh, non posso fare altro.
Via, si riparte all’assalto, svolto a destra e seguo la nuova strada fino al suo termine dicendomi, la svolterò a sinistra e raggiungerò la periferia. Arrivo al termine della strada e, nooooooooo, ancora obbligo di svolta a destra. Cavoli, ma in questa città hanno proprio la mania dei sensi unici!
La nuova direzione obbligata mi riporta alla rotonda, dove prendo la direzione che avevo tralasciato e, dopo un paio di chilometri, finalmente arrivo ad un parcheggio in gran parte vuoto. Mi fermo, parcheggio l’auto e guardando l’orologio m’accorgo che ormai l’ora dell’appuntamento è passata da un pezzo. Si, ci voleva anche questa. Avviso il cliente che sono in forte ritardo, gli spiego dove sono e lui, gentilissimo, mi dice di aspettarlo li che mi raggiunge nel giro di una mezz’ora.
Bene, tutto e bene ciò che finisce bene, mi sistemo con l’auto in un posto ombreggiato, apro la portiera, mi distendo sul sedile per rilassare un attimo le gambe e la schiena e, come spesso mi capita, inizio a pensare ai nuovi articoli.

Ho un’idea in mente da qualche giorno, ma non mi riesce di fissarla, è un’idea intrigante, ma anche un argomento difficile, dovrò documentarmi bene e non sarà facile trovare documentazione affidabile. Pensa che ti ripensa, improvvisamente una luce, un bagliore, una nuova idea che spunta forte e presuntuosa nella mia mente. E’ bella, molto bella, mi piace, non devo farmi scappare il momento creativo, dove è il blocco, ah eccolo, e la penna, ecco anche quella, fortuna che li tengo sempre in macchina.
Inizio a scrivere, le parole compaiono sulla carta velocemente, senza esitazioni, sono al massimo della creatività, scrivo senza pensare, il mio cervello e la mia mano sembrano collegati tra loro in modo diretto.
Il senso unico! Come nelle città il senso unico sembra essere diventata una moda, un pensiero fisso, l’imperativo massimo del moderno stile di vita, della nuova comunicazione sociale di base.
Capita che parlando con qualcuno, dopo diverse parole, dopo diverso tempo in cui nessuno dei due cede un millimetro dalle proprie posizioni, ecco che ti senti dire “Ma lo sai che sei proprio testardo!” Già, perché lui ha ceduto qualcosa a me, perché lui è stato più flessibile, lui ha cambiato un poco idea. No, lui ha fatto lo stesso che ho fatto io: è rimasto fermo sulle sue posizioni. Il senso unico!

Altre volte parlando di certi argomenti un poco particolari, ad esempio (toh guarda che combinazione) il nudismo, ecco, capita che ti venga detto “Si ok, però … però le tua libertà finisce dove inizia la mia.” Embhè? Allora? Che vuol dire? E’ mai possibile che sia sempre la mia libertà ad avere una fine, una barriera, e mai quella dell’altro? Eppure mi sembra quantomeno logico che la frase abbia la stessa identica valenza anche invertendo i soggetti, eppure no, sei sempre tu che devi fermarti. Il senso unico!
Ancora, capita che scrivi qualcosa e ti vengono fatte delle osservazioni che tu consideri, magari solo in parte, errate, quindi ribatti esponendo i tuoi perché. Mai l’avessi fatto: “Stai limitando la mia libertà di espressione”. Ma guarda te, limito la libertà di qualcuno perché mi permetto di ribattere alle sue obiezioni? Non è che per caso a questo punto sia l’altro che sta limitando la mia libertà di espressione? E’ diritto basilare della comunicazione (talvolta è addirittura un obbligo) che l’estensore di un idea, di un progetto, di uno scritto, possa rispondere alle osservazioni ricevute, anche rifiutandole; invece no, gli dicono di star zitto, ma se sta zitto poi si sente rinfacciare quasi le stesse cose e, magari, dalle stesse persone. Il senso unico!
Di nuovo, rispondi a delle contestazioni e… “Non accetti le critiche”, “Bisogna saper accettare tutto” e via dicendo. Ma guarda te non accetto le critiche? Non è che per caso è l’altro che non sta accettando le mie controcritiche? Ma guarda te io devo, e sottolineo devo, accettare tutto, l’altro, invece, può non accettare quello che ho detto io. Il senso unico!

Il senso unico, ma va, che bella invenzione, permette di evitare il confronto quando questo diventa difficile, permette di mettere sempre se stessi un poco avanti gli altri, permette di non porsi domande, permette di non crearsi dubbi, permette di restare sempre e comunque della propria opinione, permette di dormire la notte invece che pensare alle discussioni, ai confronti, alle cose dette e sentite, permette di non ragionarci, risolve la paura di poter prima o poi cambiare idea. Il senso unico.

“Salve” , l’esclamazione mi toglie dal mio stato di creatività, il cliente è arrivato, devo tornare al lavoro, ma l’articolo mi sembra completo, finito, dovrò solo dare un’occhiata all’ortografia e alla sintassi, poi potrò pubblicarlo, a … doppio senso!

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