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Campeggio 2017 (racconto) – 4


4

Tornando alla roulotte una valanga di pensieri lo costrinsero a rallentare il passo. Guardò davanti a sé, mentre finiva di asciugarsi i capelli. “Mi hanno visto nudo”, continuava a ripetersi. E non riusciva a capacitarsi né del fatto in sé, né delle conseguenze. Sapeva solo che era qualcosa da evitare col massimo scrupolo. Ma perché allora gli era venuta l’idea di farsi una doccia senza costume, se era proibito. Qual era la spinta. O era malato? Perverso? Un brivido gli corse lungo la schiena a questa parola, una tremarella alle ginocchia lo costrinse a rallentare ancor di più il passo. “Mi dovrò confessare? Chi sa se è peccato? Uffi, è tutto così complicato”.

Ma tra sé un altro pensiero gli rispondeva: “Tu lo hai voluto! Tu hai voluto fare questa esperienza. Per curiosità, per provare l’emozione, per tutto quello che vuoi, ma finalmente volevi vedere cosa si provava ad essere nudi, sapendo che gli altri ti potevan vedere. E ora questa esperienza l’hai fatta. Sai che cos’è, che cosa si prova. Non parli a vanvera”.

Si ricordava della morsa che aveva sentito alla nuca quando aveva voluto dare la “sbirciatina” a papà e una volta visto tutto, quella curiosità si era poi trasformata in curiosità per se stesso, come avrebbe reagito lui di fronte agli altri da nudo. Visto che il collegamento l’aveva pensato, tanto o poco doveva essere vero. E questo pensiero lo rassicurava, papà in qualche modo gli era vicino. Ed era anche contento di aver fatto tutto da sé. Pur rischiando, era stato lui a decidere. Non gli importava sapere se era segno dell’età, o per qualche altro motivo: ora era una sua esperienza. Un’esperienza fatta. E non servivano tante parole. Si immaginava il classico tema alla ripresa della scuola: «Descrivete l’esperienza più esaltante delle vostre vacanze». “Eh, boh, non saprei da che parte cominciare, mi ci vorrebbe un giorno a trovar le parole”.

Sentiva che era una mattinata magica e non si sarebbe stupito di incontrare tutte le persone nude, perché quel giorno era la festa del nudismo, e tutti si erano alzati con quest’idea in testa: prima il papà, poi lui, poi l’altro ragazzo… Forse dipendeva da una congiunzione astrale particolare, dal passaggio di una cometa, da un’astronave di alieni dietro la luna. Eppure, anche così frastornato, così confuso, così “tremarelloso”, si sentiva di essere ancora Fabio, il Fabio di sempre: e oggi era un gran giorno, era successo qualcosa di straordinario. “E papà? È diventato matto anche lui? E io, allora? Più matto di così! Però è anche bello; non mi sono mai sentito così bene, così su di giri. Accidenti che scherzi che fa l’uccellino in gabbia! Aveva proprio voglia di un giretto! Non avrei mai pensato che avesse questa potenza. E i peli? Chissà come sarà quando anch’io li avrò. Allora sarò un ragazzo grande.”

Si strofinò le braccia contro il busto a calmarsi il “friccicorino” che gli era ritornato dopo gli ultimi pensieri. Aveva ancora ben presente come stava bene sotto la doccia, pur col pericolo che arrivasse qualcuno, e il diesel nel petto che pompava energia, che lo avvolgeva in una cappa magnetica. “Come Superman! No, non può essere vero! Tutti siamo dei Superman. Una bella invenzione l’averci fatti così. Grazie Dio. E Adamo?…” ma i ricordi sfumavano, a catechismo raramente si stava attenti. “No! Lì no! Lì non andrei proprio bene, con queste idee. Nudi, neanche morti. Una bella differenza. A settembre deciderò se andare ancora all’oratorio. Da stamattina sono diverso, non sono più un pupazzo di pezza, il “Puffo schifezza” che strattonavo nel cortile e facevo ballare appeso a una corda”.

Si passò la salvietta sul petto, alzò lo sguardo lungo la strada, salutò una signora che andava verso i bagni. Gli arrivò spontaneo un profondo sospiro – ormai cominciava a notarli -. D’un tratto tutti i pensieri eran cessati. Si sentì un sorriso soddisfatto sulle labbra, si sentiva diverso, un poco più grande di quand’era uscito, solo mezz’ora prima.

Arrivò alla roulotte. Mamma e papà stavano chiacchierando alla fine della colazione. Fabio andò dietro la sedia del papà e gli abbracciò le spalle, gli diede un bacio sulla guancia sussurrando:

– Grazie, papi.

Ma senza volerlo l’occhio gli cadde sulla sua nudità. Alzò la testa e chiese:

– Posso stare nudo anch’io?

– No!

– Sì! – risposero all’unisono mamma e papà.

Fu la mamma la prima a riprendersi:

– Ma insomma che cosa vi succede a voi maschi questa mattina?

– Niente.

– Niente – risposero insieme Fabio e Antonio.

– Solo che almeno qui nella roulotte si potrebbe stare nudi – spiegò Fabio.

– Ah, no! Questo poi no! Con la gente che passa. Ma non vi vergognate? Così, dall’oggi al domani, vi alzate e, trac!, vi viene questa novità di star nudi. Ma da quando?

– Da oggi. Non è mai troppo tardi – si affrettò a dire Fabio. – Allora è sì?

– Fate come volete. Però mi meraviglio di te Fabio, che da anni non mi vuoi nel bagno e adesso tutto ad un tratto te ne vuoi girare nudo per casa. Oh, ma almeno a tavola, vi metterete qualcosa, eh?, anche solo per l’igiene.

Fabio si affrettò a togliersi il costume. E ricordandosi della doccia, lo mostrò trionfante:

– Asciutto! Ho fatto la doccia fuori, non sono entrato nelle cabine… Senza costume, naturalmente! Brrr. È stato fichissimo! Tutti che mi guardavano, ma non dicevano niente. Anche un altro ragazzo ha fatto come me. Siamo diventati subito amici.

– Ah, oggi si diventa amici quando ci si vede il pisello? Bei progressi!

– Così non ho bagnato nemmeno il costume, senti!

– Ma è vietato fare la doccia nudi, non hai letto il cartello? Ma cosa sta succedendo oggi? Il mondo si è capovolto?

– Wow! Va bene anche così! – concluse Fabio, e uscì fuori dalla veranda a fare una capriola. Rientrò che era raggiante.

– Ci vuol poco per entusiasmare un ragazzo – commentò Antonio.

– Chiamalo poco! Prima di sera ci rinchiudono tutti alla neuro.

Antonio rimase per un attimo sovrappensiero, scosso da troppe cose tutte insieme. Stava constatando che Fabio non era più il pupattolo che conosceva da 11 anni, ma d’un tratto era divenuto come un estraneo. E la cosa sembrava anche reciproca. E anche lui, Antonio, non era più semplicemente il “papà” che era prima. Sentiva che il rapporto era cambiato, stava cambiando: e proprio questi attimi gli sembravano tremendamente decisivi.

Non sapeva come. Sentiva che doveva stare molto più attento al suo piccolo, badargli di più, ascoltarlo di più. Non era più semplicemente l’amico più grande, il super-eroe, lo spaccamonti. Si mise a fissare Fabio per un momento che sembrò lunghissimo: si premette le labbra, fiero di avere un figlio in pieno rigoglio: un gran regalo! “Chi sono per Fabio?” Una bella domanda, una bella scommessa.

– Sei forte papà! – gli disse Fabio, spalancando gli occhi e premendosi anch’egli le labbra.

– Dai, mangia –, lo invitò la mamma… – E mettetevi qualcosa, che mi fate sentir strana… Se va avanti così chissà che cosa mi inventate prima della fine delle vacanze… Prima di sera! Con che luna vi siete alzati questa mattina, tutti e due? Non vi conosco più.

Ma si capiva che in fondo era contenta della nuova confidenza tra Fabio e Antonio, soprattutto dell’entusiasmo di Fabio. Che fosse l’inizio dello sviluppo? Allora gli faceva bene sapere proprio tutto, vedere tutto… Ma di fronte al prossimo pensiero si morse la lingua, per impedire anche solo di formularlo a parole: fare tutto. All’improvviso la testa le si era riempita di pensieri che passavano in fretta, troppo veloci per poterli fermare. Da qualche parte sarebbero andati a finire e una volta o l’altra li avrebbe poi ripescati. “Ho tutte le vacanze”, pensò fra sé.

– Dobbiamo fare un discorsetto noi due, uno di questi giorni, – disse Antonio rivolto a Fabio.

– Anche oggi! – aggiunse decisa e severa Donata.

Fabio si sedette per la colazione, cercando di non badare ai pensieri che gli premevano in testa, pensieri che gli venivan da fuori, non suoi;e sopra tutto lo sguardo della mamma, che gli pareva fin troppo severo, gli stava cancellando tutta l’euforia della mattinata.

Poco dopo si alzò di scatto, corse dentro la roulotte e ne uscì coi lunghi bermudoni da bagno. Non disse nulla. Si sedette e ricominciò a mangiare. Per qualche minuto nessuno parlò. Mangiava rumorosamente, ogni suono sembrava amplificato. Si avvertiva una tensione nell’aria, da poterla tagliare. Ma d’improvviso lasciò la colazione a metà e uscì senza salutare; corse verso la spiaggia. Arrivato in cima alla duna, lo vedevano che dava calci alla sabbia.

“Perché deve essere tutto così maledettamente complicato?” pensò Antonio, e senza volerlo batté un pugno leggero sulla tavola. “Eh, ma siamo noi a complicarcele però le cose, Dio santo!”

– Ma che cosa vi è saltato in mente a voi due questa mattina? – chiese Donata con lo stesso tono severo.

– Nulla. Hai visto anche tu.

– Ah, per te stare nudo davanti a tuo figlio non è nulla.

Antonio non replicò. Entrò nella roulotte e indossò i suoi bermuda.

– Beh, io vado in spiaggia un momento.

– E vedi anche che cosa fa tuo figlio.

Antonio non capiva questo tono così perentorio tutto all’improvviso, quasi di rimprovero. E scrollò la testa. Donata lo notò:

– Ma dobbiamo parlarne… – e la frase quasi le si bloccò nella gola.

Disordinatamente raccolse le tazze e le posate della colazione e le portò al lavello. Chiuse con forza esagerata il sacchetto dei biscotti e lo gettò con malgarbo nell’armadietto. Inumidì una spugna e la passò con forza sulla tela cerata, malcelando l’agitazione che la travolgeva; prese lo strofinaccio e l’asciugò e poi si lasciò cadere sulla sedia, sfinita. Appoggiò i polsi della mano contro gli occhi e per qualche minuto rimase immobile.

Antonio trovò subito Fabio, senza nemmeno doverlo cercare. Aveva trovato un posto in alto contro la duna, ombreggiata dagli oleandri e altri arbusti. Giocava con la sabbia, prendendone spizzichi e gettandoli davanti a sé, come ciottoli da gettare nel fiume.

Appena vide il papà si spostò un poco per fargli posto accanto a sé. Sapeva che Antonio non avrebbe mai osato disturbarlo nella sua privacy, così come non era mai entrato nella sua camera se non invitato.

Antonio si sedette accanto a lui. Senza parlare. Del resto nemmeno Fabio sapeva da che parte cominciare.

Dopo un po’ di tempo trascorso in silenzio, Fabio strinse a due mani il braccio del papà e gli appoggiò la tempia contro la spalla. Antonio si strinse un poco e gli abbracciò la schiena.

– Ho cambiato idea a proposito del discorsetto.

– Ho capito: me ne farai due! – scherzò Fabio.

– Non lo farò né oggi, né mai. Invece ti prometto che risponderò a tutte le tue domande, ma proprio tutte, dicendoti solo la verità. Almeno quella che so io. Cercherò di essere chiaro il più possibile. Senza peli sulla lingua…

Fabio si lasciò sfuggire un sorrisino allusivo che Antonio non colse.

Rimasero a lungo in silenzio a guardare il mare e la spiaggia che cominciava ad animarsi. Stare insieme in silenzio non pesava loro, anzi, sembrava fosse proprio quel che cercavano.

Fabio percepiva un susseguirsi di domande che non giungevano a diventare parole chiare e precise. La presenza di Antonio bastava a farle svanire come bolle di sapone che anneriscono.

Dopo un po’, Fabio si stufò della posizione e si sedette normalmente. Prese la mano di Antonio e cominciò a giocherellare con quella. Dopo un po’ che giocava, non gli pareva nemmeno più che fosse quella di qualcuno, attaccata a papà. Se la distese sulla coscia, allargò le dita e si divertiva a saltarellare con le proprie dita fra le dita della mano di Antonio come fanno i boy-scout col pugnale. Il gioco cominciò a divertirlo. Poi smise e guardava lontano verso il mare. Antonio lo guardò per riuscire a capire qualcosa, ma non ritrasse la mano. Fabio avvertiva la presenza di quella mano: ora piano piano gli si ricomponeva anche la figura del papà seguendo il percorso del braccio. Appoggiò la propria su quella del papà.

– Dopo questa mattina… – diceva Fabio, – dopo che ci siam… visti… ehm… il pisello… non ci son più segreti fra me e te. È anche una cosa strana, però nel complesso mi sento contento. Sono contento che ci sei, che volendo posso chiedere, mi puoi aiutare a capire.

Antonio inghiottì, impacciato come non mai. Non aveva mai sentito tanto affetto per il suo Fabio, tanta tenerezza, tanto desiderio di proteggerlo, stupito di quanto gli fosse caro al mondo, in questo modo, con questa intimità, con questa profondità. Torse il busto per vederlo in volto. Mai gli era parso così bello, così perfetto, così “di burro”. Ma l’espressione di Fabio era seria, non l’aveva mai visto così serio. Era tesissimo, tremava, quasi, sull’orlo del pianto. Avesse sbagliato qualcosa nella risposta, nel tono, lo avrebbe deluso. Irreparabilmente. Lo avrebbe perso per sempre. “Non adesso!” si disse.

Fabio lo guardò fisso negli occhi:

– Che cos’è fare l’amore, papà? Come si fa? È questo alla fine che voglio sapere. I miei compagni o non lo sanno di preciso o si vogliono tenere il segreto per sentirsi importanti.

E davvero stava quasi per piangere, come se le mancate risposte alle sue domande fossero state personali sconfitte, domande che ormai non poteva più fare, risposte che ancora non si meritasse. Lo facevano sentire in ritardo sugli anni che aveva. Gli altri sapevano già tutto, e lui no.

– E poi, perché non si può stare nudi?

– Non sta bene…

– Perché non sta bene?

– È una specie di abitudine. Non lo so perché. Non lo so di preciso. Per questo stamattina anch’io mi sono un po’ ribellato. Anch’io voglio sapere di più, voglio provare.

– E invece io lo faccio, anche adesso. Non m’importa di nessuno! – si adagiò sulla schiena e si sfilò i bermuda. – Non m’importa della vergogna. Non la voglio più sentire. Mi soffoca.

– Qui siamo abbastanza lontani dalla gente, nessuno ti vede. Fai come vuoi, come ti senti.

Ma, inaspettatamente, Fabio coi bermuda stretti in una mano si alzò in piedi con le braccia in alto:

– Mi piacerebbe gridare: “Ehi, sono qui, sono nudo, sono io! Bello come il sole!” – e si mise a sghignazzare.

– Siediti, matto! Ti compatirebbero perché sei ancora un ragazzino.

Antonio rifletté un poco, colto da un pensiero che gli stava attraversando la mente:

– Però un giorno lo facciamo, promesso. Non qui, ma in montagna, di fronte a un gran panorama. Lo griderò anch’io… Lassù non m’importa tanto se la gente mi vede. Lassù non ho vergogna.

Fabio si stupì che anche il papà provasse vergogna di qualcosa. Ma un’altra domanda premeva di più:

– Quando?

– Una domenica dopo le vacanze.

– Sicuro che vengo… ma lasciamo a casa le donne.

– Vedremo. Magari, basta che ci allontaniamo un po’ da loro.

– Ma non penseranno che siamo frocetti?

– No! Che domande fai? Che cosa te lo fa pensare?

– La faccia della mamma questa mattina. Ce l’aveva proprio stampato. Ma non so bene che cosa vuol dire esser frocetti. Non so che cosa fanno.

– Sarà meglio che te lo spieghi un giorno o l’altro.

– No, subito, visto che è capitato oggi e riguarda noi due.

 

Fabio e Antonio rientrarono circa un’ora dopo e senza aver fatto nemmeno un bagno

Fabio non aveva voluto rimettersi i bermuda e li teneva in mano.

Le persone che li incontravano lo salutavano lo stesso. Accompagnato da papà era un’altra cosa.

– Mi devo rimettere i bermuda? – aveva chiesto Fabio prima di partire.

– Fai come ti senti. Nessuno ti dirà nulla.

– Allora non me li metto, – stupendosi che quel che aveva desiderato anche solo vagamente si stesse materializzando in un fatto. Che fosse bastato volerlo, immaginarsi di tornare nudo alla roulotte per sentirsi di poterlo fare: era un po’ come avere dei super-poteri. Non era tanto il senso di sfida, quanto la magia particolare di quel momento. La brezza che spirava sulla duna lo avvolgeva, si percepiva in ogni centimetro di pelle, e proprio da questa totalità, così rara, gli veniva quel senso di magia, di eccezionalità, di cosa in tutto buona e perfetta. Si sentiva al centro di tutto, intercettato dal puntatore del laser quando mirava ai mostri da uccidere nel videogioco.

Campeggio 2017 (racconto) – 3


3.

Alzando il piede sul primo gradino della roulotte, Fabio si era come paralizzato, si grattava la testa per un pensiero balengo che gli era caduto dal cielo come una meteora: gli aveva punto vaghezza di fare la doccia non in cabina, ma fuori, dove c’erano le docce aperte, dove ci si risciacquava tornando dalla spiaggia. “Per paura che possa farti una vipera, è sempre meglio vederla una volta che morir di terrore ogni volta che ne senti anche sol la parola”.

L’aver visto il papà nudo lo incoraggiava, e forse era stato proprio questo fatto a far girare le rotelle a velocità supersonica. Era come un contagio, si sentiva dentro una specie di febbre, di fuoco che lo divorava, ma nello stesso tempo gli dava anche forza e entusiasmo; ma se anche papà lo faceva, in lui avrebbe avuto un alleato sicuro. Era bastata l’idea, il proposito, e poi “il coraggio e l’ardimento” erano arrivati da sé. E se li sentiva dentro i muscoli, mentre si toglieva il pigiama. Ed era impossibile resistere – e forse nemmeno voleva resistere. E nello stesso tempo si sentiva appoggiato, incoraggiato, al sicuro, come dentro una magia che gli era per caso riuscita. Era una cosa da fare. Toccava a lui. Ed era pronto. L’avrebbe fatto, anche se si sentiva come un automa, il cervello già programmato, irreversibilmente, capitasse quel che doveva capitare. Aveva deciso, era sicuro che l’avrebbe fatto, o almeno provato, bisognava vedere quanta gente ci fosse alle docce… ma l’avrebbe fatto egualmente. Giurato. Sentì caldo alle ginocchia, potevano cedere dall’emozione da un momento all’altro. Stare nudo non era una cosa da poco. Praticamente non l’aveva mai fatto.

Preparò la salvietta su uno sgabello vicino, prese dalla borsa il bagno-schiuma e lo mise sulla piccola mensola della doccia. Ritornò allo sgabello: adesso era il momento! Tossicchiò, aveva la bocca secca. Una vampata di caldo gli salì fino alla faccia.

Il fatto che non ci fosse nessuno era incoraggiante. Infilò entrambe le mani sotto l’elastico e le allargò verso i fianchi: così gli sembrava un gesto più facile e allo stesso tempo preciso e veloce. Si abbassò il costume: eccolo il lumachino; il cuore si mise a palpitare più forte, nella mente gli ronzarono in loop disordinato frammenti di una canzone: “e tutti quelli che passeranno – io mi sento di morir – diranno che bel fior!” All’altezza delle ginocchia fu bloccato da un ultimo ripensamento: arrivò dalla mente la frustata del proposito e allora continuò; prima uno e poi l’altro, sfilò i piedi dal costume.  Lo appoggiò sullo sgabello.

Da nudo era come se le pareti avessero mille occhi. Si guardò dal petto fino ai piedi: era nudo, senza ombra di dubbio, la pelle palliduccia bisognosa di sole ed aria aperta, la bestiolina un bianco vermicello. Il tremore aumentò, si sentì pervadere da una specie di scossa, vrrrr, che lo teneva compatto. Si strinse il busto nelle braccia, ma non diminuiva. Sentiva che avrebbe potuto perdere i pezzi da un momento all’altro, come in un ascensore in discesa. Prima non aveva fatto caso all’aria, adesso se la sentiva quasi premere contro la pelle, lo toccava “dappertutto”, come un soffio, una carezza, “l’aria mi ha trovato; se mi accarezza vuol dire che a suo modo mi vuole bene” pensava. “Prendi un po’ d’aria anche tu, cucciolotto” pensava fra sé rivolto al suo lupacchiotto. “Oggi ti faccio il battesimo dell’aria, paracadutista… Salvami tu!…”

Non voleva badarci più di tanto, ma si sentiva tutto concentrato sul suo cosettino, come se attorno ad esso vorticasse il cono di un ciclone. Oggetto di tali e tante attenzioni, il bortolino non stava più in sé dalla contentezza, prese lui l’iniziativa e, incurante di Fabio che cominciava ad arrossire, s’impennò. Fabio lo schiaffeggiò come per rimproverarlo, ma era troppo buffo vedere come ritornava ancor più sbandierato ad ogni colpetto, come una molla, come un cagnolino rampante al ginocchio che volesse solo giocare.

Temette di scivolare sul pavimento bagnato mentre andava sotto il getto.

Aprì il rubinetto; era il primo della giornata e dovette attendere che l’acqua si scaldasse.

Le ginocchia altroché se si erano indebolite. Aveva il fiatone come avesse fatto una salita e il cuore batteva – anche lui di sua iniziativa – e non riusciva a fermarlo. “È tutto normale” si ripeteva automaticamente per calmarsi. “Macché, tutto normale. Sto scoppiando per l’emozione, ma non ci rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Io sono il mondo!”

Da dove gli fosse venuta quest’ultima frase proprio non lo sapeva. Non ricordava di averlo letto in quei libri noiosissimi che doveva leggere per scuola, uno al mese; o forse era di una canzone che aveva sentito cantar dalla mamma.

Gli pareva di avere gli occhi anche dietro e controllava se sentiva il rumore di passi. Decise in quel momento che sarebbe rimasto lì, inchiodato, come aveva deciso – come voleva!, – che non sarebbe fuggito a rimettersi il costume, a costo di fingersi Tedesco. Poco dopo arrivò l’acqua calda, lo aiutava a calmarsi, respirava; ma il fremito non accennava a diminuire. Il corpo era un alveare, ne sentiva il continuo ronzio. Eppure gli pareva anche di essere colmo di una forza sconosciuta, il serbatoio strapieno di un’energia sul punto di scoppiare. Si sarebbe ricordato di questo momento!

Capì anche che era una cosa tutta sua, una sua decisione: nessuno lo aveva obbligato e non voleva imitare nessuno: chi, caso mai? Non era importante capire subito a che cosa servisse: lo stava facendo e basta, lo stava facendo adesso. Ne stava combinando una grossa, questo sì, ma per nulla vi avrebbe rinunciato, come rubar le ciliegie nel campo vicino alla ferrovia.

L’acqua gli stava calmando i pensieri. Senza il costume, sembrava aderisse meglio al corpo. “Anche a casa faccio la doccia, ma non è come adesso. Anche a casa sono nudo nel bagno, ma non è come qui” e senza volerlo si chiedeva quale fosse la differenza. Se fosse entrato qualcuno si sarebbe sentito schiattare. Ma voleva anche sapere come avrebbe reagito. Voleva fare anche questa esperienza. Più ci pensava, più gli arrivava questo misto di forza e paura. Mentre lo riponeva sul ripiano, vide il flaccone del bagno-schiuma che gli tremava vistosamente nella mano: “è l’alzheimer” si disse per prendersi in giro, “le esperienze fanno invecchiare prima del tempo”. Il pensiero l’aveva divertito e lo distrassero un po’, il giorgino ridiventava normale.

Proprio in quel momento sentì ciabattare dietro di lui. Non si voltò: una statua di sale. Chiuse il rubinetto e attese che l’acqua sgocciolasse. Si aiutò con le mani. E intanto pensava a come venir via dalla doccia, da quale parte voltarsi. Doveva coprirsi l’ambrogino?

In quell’istante un ragazzo di qualche anno più grande di lui aprì il rubinetto della doccia vicina. Con la coda dell’occhio vide che anche lui era nudo; aveva i peli, e il suo era più grosso. Chiuse gli occhi e abbassò la testa, ma l’immagine gli era rimasta impressa negli occhi. Per mandarla via si scrollò la testa. “Forse è Tedesco”. Lo guardò in volto e vide che gli stava sorridendo. Anche Fabio sorrise, ma un po’ impacciato.

– Fai pure! – gli disse il ragazzo grande. – Non badare a me. Sono abituato.

Fabio rimase incollato a guardare la sua bocca, ad ascoltare le sue parole. Non credeva fosse Italiano. Si sentì un po’ più calmo, un po’ più sicuro. L’imbarazzo era quasi sparito. Sentì che poteva essere suo amico.

“Abituato” continuava a ripetersi Fabio. “Nudo e abituato. Ma come fa?” La cosa gli sembrava inverosimile e straordinaria. Riaprì la doccia e si dette un’altra insaponata.

– Ma non avevi finito?

– Ho sentito che arrivavi…

– E hai avuto paura.

– Anche un po’ di vergogna. È la prima volta.

– La prima volta che fai la doccia in mezzo a tutti?

– Per fortuna non è arrivato nessuno.

– Ma poi hai avuto vergogna di me! È così?

– Sì, è così.

– Ma va’ là, sciocchino. Ricordati questo: sarà anche la prima volta che ti fai vedere nudo, ma anche l’ultima che sentirai vergogna degli altri!

Fabio stette in silenzio a ripetersi le due frasi: sentì la voce di un altoparlante in uno stadio olimpionico: “Ed ora Fabio Sciocchino, numero 11, Italia, al salto con l’asta”, mentre una panoramica gli mostrava gli spalti gremiti e vocianti; poi un atleta (sapeva che era lui): dopo una breve rincorsa si staccava da terra (“la prima volta”), saliva su, su, per più di cinque metri, superava l’asta (“non sentirai più vergogna”) e poi si lasciava cadere giù di peso sui materassoni di gommapiuma.

– Non c’è niente di cui aver vergogna. E se ce l’hai, fattela passare.

Gli si avvicinò e gli strinse un braccio:

– Ehi, sei tu che comandi! – dandogli poi a mo’ di conferma una leggera pacca sulla nuca.

Le parole del ragazzo lo stavano confondendo ancor di più. Si risciacquò deciso ad andarsene.

– E adesso te ne vai? Rimani ancora un po’. Goditi questo momento.

– Ma se arriva altra gente?

– Fregatene! Mica sanno che tu sei qui a mostrare il tuo stra-mega pisellino e fai pagare l’entrata!

Fabio ridacchiò. Il ragazzo grande vedeva la situazione da un altro punto di vista. Fabio si sentiva sollevato, più leggero, persino contento. Cominciò a dimenarsi come un cantante rock: rideva, scalciava, gridava, si sbracciava.

– Sei tutto matto! – commentò il ragazzo.

– Sei qui al campeggio anche tu? – chiese Fabio.

Il ragazzo colse al volo lo spunto:

– No, sono solo di passaggio. In realtà vengo da Marte, e sono in incognito, sono un extraterrestre e sono qui solo per te. A te lo posso dire, perché sei simpatico. Stiamo studiando i Terrestri perché sono troppo strani, troppo divertenti. Guàrdati te come sei matto! – disse il ragazzo, divertito lui per primo della storia che si era inventato lì per lì.

– È bellissimo – disse Fabio, come facendo il punto della situazione.

Gli venne di tirare un sospirone, come quando ci si stiracchia.

– Adesso devo andare… ma domani ritorno… se non sarai già ripartito… Ma non sei un marziano vero? Vero? – e si mise a ridere sentendo i due vero così diversi uno dall’altro.

Il ragazzo gli passò una mano sui capelli:

– Da nudi ci sentiamo tutti un po’ marziani, ma siamo sempre noi. Prima non riuscivamo a vederci. Forse vediamo una parte di noi che non abbiamo mai visto…

– Eh, certo! – ridacchiò Fabio, interrompendolo. Aveva capito al volo di quale parte si trattava. Ne approfittò per premersi fra le dita la punta del suo gnagnerottolo perché vi avvertiva un certo pizzicorino… altre volte sarebbe collassato di colpo, uno strafulmine lo avrebbe incenerito, come nei cartoni animati. – Scusami tanto, coi vestiti mica si vede…

– No, cos’hai capito? Dicevo che stranamente, quando siamo nudi, non ci vediamo solo di ossa e di carne, ma come trasparenti, quasi di gelatina e riusciamo a vedere quella specie di aria solida che ci sostiene.

– Sei proprio un Marziano! Ma spiritoso!

– Può essere. Ciao, a domani.

Senza che se ne fosse accorto, nel frattempo altri campeggiatori erano entrati alle docce. Mentre ritornava allo sgabello dove aveva la sua roba, Fabio li guardava, ma con meraviglia vedeva che non facevano caso a lui, come se l’essere nudi fosse una cosa normale. “Infatti sotto i vestiti siamo sempre nudi” pensò. “Mah, forse non ci fanno caso perché sono ancora piccolo… Argggh (stridore di freni, rumore di pneumatici: non era più un bambino! Sia chiaro!) Ma non guardano neanche l’altro ragazzo!…”

Fabio si incappucciò con la salvietta per asciugarsi i capelli e, quasi si trattasse di una specie di gioco a nascondino, stava pensando che gli stavano vedendo il bianco cavolino, pisellino, fagiolino, cipollino, scalognino, verdurino… ma con la faccia coperta era come non fosse più il suo, che non fosse più lui quello nudo. Si attardò a considerare questo pensiero, che gli pareva strano, ma anche decisivo. “L’essere nudi riguarda anche la faccia”: si annotò la frase nella memoria.

Quando ebbe finito si rimise il costume; prese salvietta e borsina, pronto per uscire. Si volse verso il ragazzo ancora sotto la doccia per salutarlo… e ridare un’occhiata al suo “pisellone peloso” (le parole, messe insieme così, lo facevano ridere – con quello di papà eran già due piselloni pelosi. Tutta una vita senza vederne uno, se non al computer e poi due vivi nel giro di un quarto d’ora! Ma che cosa stava succedendo?)

Vide che il ragazzo stava scuotendo la testa:

– Sei dei nostri oramai. Hai fatto il gran passo. Batti un cinque! – e tutto gocciolante uscì da sotto la doccia per battere un cinque con Fabio che gli stava andando incontro.

– Buttalo il costume, che ormai non ti serve più.

– Ed è meglio! – gli scappò detto a Fabio.

– Giusto! È meglio!

Fabio non riusciva a capire tutto. Sorrise al ragazzo, ma si sentiva di avere un sorriso da ebete.

– Va’ là, che imparerai presto! Sei bravo!

“Addirittura bravo?” pensò Fabio.

Sorrise di nuovo al ragazzo, e il sorriso era proprio cambiato.

Campeggio 2017 (racconto) – 2


2.

Sentì Donata che si stava alzando. La udì che scendeva i gradini.

– Hai già bevuto il caffè?

– Sì, lo sto finendo.

– E a me non hai pensato?

– Faccio subito, scusa. Pensavo volessi dormire ancora un po’. – E rientrò.

– Ma tu sei tutto nudo. Fuori dalla veranda? Ma sei matto?

– Dai, non è passato nessuno.

– Non si sa mai. Vai a metterti almeno il costume.

– No. Fin quando non si alzano i ragazzi. Vai a farti la doccia che intanto ti preparo il caffè.

– Però mettiti qualcosa che non è igienico. Mi fa senso pensare che il caffè l’hai fatto che eri nudo.

Antonio ridacchiò mentre andava a prendere la macchinetta e la lavava sotto la gomma del lavello.

– Guarda che sta passando qualcuno. Non farci fare brutte figure.

Antonio continuò a lavare la moka. Guardò fuori dai finestroni di cellophane, indifferente. Il signore che stava passando in accappatoio fece un accenno di saluto e proseguì.

– Non fare stupidaggini, intanto che vado a lavarmi.

– Sta’ tranquilla.

Prese dalla piccola dispensa il pane, il succo, la marmellata, il burro, i tovaglioli e imbandì la tavola come stesse aspettando la regina d’Inghilterra.

Quando Donata tornò, si meravigliò della ricca colazione.

– Dai, rivestiti che si svegliano ragazzi.

– Mbèh, dopotutto siamo una famiglia…

– Non vuol dire.

– Mi piacerebbe cominciare…

– Ma tu sei matto! Che cosa hai sognato, stanotte? A proposito, dov’eri andato?

– In spiaggia!

– Ah! A veder le ragazze che fanno il bagno di mezzanotte, eh?, sporcaccione! Ti ricordo che sei un uomo sposato e con prole. Certe cose lasciale fare a chi ne ha l’età.

– Invece no! Anch’io ho fatto il bagno nudo e mi è piaciuto moltissimo!

– Ah, è ritornata la moda. L’hai letto su internet?

Antonio si sentiva invulnerabile alle critiche e alle riserve di Donata. L’esperienza fatta a mezzanotte e il sonno ristoratore che ne era seguito gli davano la sicurezza di esser nel giusto. Oltre ogni argomentazione. Non voleva far polemica con Donata. E d’altro canto si sentiva di non esser completamente nel torto: si sorprendeva che questa sensazione di sicurezza gli provenisse non tanto da un ragionamento razionale, ma dal benessere che si sentiva nel corpo, dall’aria che gli scivolava sulla pelle e lo avvolgeva, dal fresco del mattino che lo corroborava. Eran “ragioni” talmente evidenti, talmente reali che non stava a pesarle col bilancino dei sillogismi.

Versò il caffè a Donata.

– E non venirmi troppo vicino… che non va bene a tavola.

– A me sembra di essere più pulito adesso che con un costume fradicio d’acqua e di sabbia.

– Ma almeno sei coperto!

Antonio si sedette su una sedia. Sorrise sotto i baffi perché con la tovaglia che lo nascondeva aveva accontentato Donata e non si era dovuto rivestire. Cominciò a spalmarsi la marmellata su una fetta di pane. Nessuno parlò per qualche minuto. Poi tutto ad un tratto, sincronizzati al millesimo, entrambi dissero qualcosa ma non riuscirono ad ascoltarsi e si misero a ridere. La risata, aveva almeno sciolto un po’ la tensione.

– Dai vestiti. Ho sentito Fabio che si sta alzando.

Ancor prima che finisse di dirlo, Fabio era comparso sulla porta della roulotte. Con la manica del pigiama si stava sfregando gli occhi e intanto sbadigliava:

– Che cosa c’è per colazione?

– Novità! – rispose Donata. – Guarda un po’ tuo papà!

Fabio non aveva ancora notato che il papà era nudo. Per un attimo non seppe se ridere o che altro fare, tanto era grande la sorpresa.

– Non ti ho mai visto nudo!

– C’è sempre una prima volta. Sono ancora quello di prima. Non c’è nulla di strano.

Fabio ridacchiò ripensando alle parole “non c’è nulla di strano”.

– Non c’è nessuno che va in giro nudo e mi vieni a dire che non c’è nulla di strano?

Si puntò l’indice contro una tempia e lo girò alcune volte.

Ma intanto moriva dalla curiosità di “dare una sbirciatina”, e allo stesso tempo non voleva mostrarsi troppo curioso. Sentiva anche un certo “rispetto” per papà che lo tratteneva, un misto di rispetto vero e prorpio e una certa vergogna per lui, una specie di pietà, di commiserazione: fosse stato un estraneo, avrebbe “guardato” fino a saziarsi, fino alla noia, per poi ricominiciare: la presenza faceva la differenza con quel che poteva trovare su internet, la presenza dal vivo moltiplicava le senzazioni, la confusione, l’ebbrezza che lo straniva; avvertiva un richiamo forte per queste scene. Capiva bene la differenza fra fantasie, immagini e la realtà… la vita! Le prime due, così fuori dal tempo, dallo spazio, dalla presenza gli parevan senz’anima. Suo papà invece era lì, presente, nudo, eccezionale, adesso, ci poteva parlare, era vero; sarebbe cambiato anche il suo modo di vederlo, di considerarlo papà: una rivoluzione, ma si sentiva pronto a tutto perché di questa concretezza, di questa vita e verità, di questo percorso, di questa esperienza sentiva di avere grandissimo bisogno, la cosa più importante: sapeva che l’avrebbe cambiato, ma bambino non poteva più restare: oggi doveva succedere, da oggi non lo sarebbe più stato. Pensieri che gli riempivano il petto fino a scoppiare: ma ora con papà sarebbe stato diverso, d’ora in poi sarebbe stato tutto diverso, sembrava più che in invito: era già lì, già fatto il gran passo, già deciso. Adesso stava accadendo, adesso il momento culminante, d’ora in poi, guai a chi lo avesse chiamato ancora bambino. Papà aveva avuto il coraggio di essere nudo di fronte a lui, si rese conto che l’aveva fatto anche per lui. Non l’aveva fatto fregandosene di lui, ma insieme a lui, e questo l’aveva fatto sbocciare, aveva fatto sbocciare ambedue, e lui, ora, doveva trovare il coraggio di esser ragazzo. Papà lo avrebbe potuto aiutare, ma solo lui poteva decidere di lasciarsi l’infanzia alle spalle. Anche lui doveva provare cosa significa essere nudo, guardarsi dentro e mettersi di fronte agli altri per quello che era: nulla di più, nulla di meno. E vedeva che adesso era il momento, adesso stava cominciando il cambiamento. Papà lo aveva provocato, sfregato come fosse un fiammifero, si era trasformato in luce, calore e energia. Ne aveva voglia di inghiottire, i pensieri lo tartassavano, una caterva di sensazioni lo strattonavano di qua e di là: un’alluvione. E se non avesse bevuto, tutta quell’acqua l’avrebbe travolto.

La voce della mamma lo distrasse dai suoi fitti pensieri:

– Oggi va così, mio caro! – disse Donata, con un tono di voce più alto, come parlasse da lontano.

– Non penserai di andare in spiaggia così, vero? – chiese Fabio. – Mica è un campeggio di nudisti.

– Già fatto!

Fabio rimase paralizzato con la fetta di pane imburrato fra i denti.

– Quando? Questa mattina?

– No, questa notte a mezzanotte.

– Come una volta?

– Sì, come una volta. Ma è bello anche oggi.

– Questa notte provo anch’io. Ma tu non venire, – ma nel dirlo aveva già cambiato opinione: s’era accorto d’aver detto una frase a memoria, d’aver parlato per vecchia abitudine.

– Ok. Quando rientri tu, andrò io.

– Voi due siete proprio matti da legare! A me non chiedete niente?

– Vieni anche tu! – propose Fabio candidamente. – Più si è, meglio è. E anche Clara… ma di sicuro non le piacerà, è il solito Bastian contrario.

– Non sta bene farsi vedere nudi dai propri figli, – sentenziò Donata.

Nessuno replicò. Tabula rasa sull’argomento.

– Ma ci starai ancora per molto tempo, nudo, papà?

– Almeno qui nella nostra roulotte…

– Sì, ma quando si sveglia Clara, voglio vederti, – sghignazzò Fabio.

– Finisci la colazione e vai a lavarti. Voglio che fai qualche compito prima di andare in spiaggia.

Fabio rientrò nella roulotte e ne uscì poco dopo in costume, salvietta e la borsa da toilette.

Campeggio 2017 (racconto)


Mentre Emanuele compie la sua impresa, vi offro alcune puntate di un racconto, per ingannare il tempo fra una tappa e l’altra del tracciatore GPS.

1.

Il signor Antonio Gasparri frequentava il campeggio La Pineta almeno da più di dieci anni: Fabio aveva solo un anno quando erano andati la prima volta e Clara cinque. Aveva comperato una roulotte di seconda mano. Il primo anno si era fatto aiutare dal fratello, soprattutto per montare il parasole davanti alla veranda. Poi aveva imparato a fare da sé, aiutato validamente dalla moglie Donata.

Di solito ci andava in agosto, quando tutti facevano le ferie e il campeggio era sempre affollato. Le famiglie vicine avevano stretto amicizia e si telefonavano anche durante l’anno, per Natale o qualche compleanno.

Quest’anno, invece aveva preferito le prime due settimane di luglio: “le giornate sono più lunghe. Ad agosto si sente che le vacanze stanno per finire. A luglio invece le abbiamo ancora tutte davanti.”

Fin dalla prima sera il signor Antonio non riusciva a dormire. Non per il caldo, ma forse semplicemente il cambio d’ambiente. Si rivoltava nel letto, prendendosi ogni tanto dei pugni leggeri dalla moglie:

– E sta’ un po’ fermo, che non mi lasci dormire.

Poco prima di mezzanotte udì dei passi provenir dal vialetto e voci sommesse e sorrisini. Era un gruppo di ragazzotti e qualche ragazza che si stava dirigendo verso la spiaggia. Prima di arrivare alla duna alcuni si erano già spogliati: “Ah, già! Il bagno di mezzanotte”. Una cosa normale che si fa da ragazzi…

Si girò su un fianco e gli sembrava che la novità lo avesse calmato e potesse prender sonno. Ora la mente era occupata dal pensiero di quei ragazzi e ragazze che facevano il bagno nudi e si godevano il fresco della notte, lasciandosi asciugare l’acqua alla brezza del mare.

Quasi automaticamente si sfilò le mutande. Sentiva un principio d’erezione, ma senza pensieri, “in bianco”, si premette il bacino contro il materasso e avvertì il turgore crescente. Sapeva cos’era: non era il sesso, ma le semplici parola nudo e nudi. Avvertì un sentimento d’invidia per i ragazzi che immaginava divertirsi liberi sulla spiaggia. Dopo un po’ si mise a sedere sul letto, indeciso su cosa fare.

– Vai a fare un giro! – gli suggerì Donata, – vedrai che poi dormi.

Indossò un costume da bagno, prese un salviettone e uscì verso la spiaggia. Non voleva spiare i ragazzi. Eppure c’era qualcosa che lo attirava. Qualcosa di suo.

Giunto sulla spiaggia, vide che i ragazzi non l’avevano neppure notato. Stette un po’ sovrappensiero, gironzolando attorno al salviettone e poi d’improvviso, quasi furtivo, si tolse il costume e corse verso il mare. Sentì tutto il corpo rianimarsi, come percorso da mille formichine che lo stavano pizzicando, ma era bellissimo. Soprattutto sentiva il fresco dell’acqua alle pelvi: l’attenzione puntò lì. Nessun pensiero in particolare, solo si mise ad ascoltare la sensazione che provava. Nuotava per qualche bracciata, sentiva l’acqua scorrergli attorno al sesso: lo sentiva presente, vivo, parte di sé. Era bello sentirsi uniti, compatti, della stessa carne e non solo uno “strumento”, come veniva spesso chiamato. Lo sentì vivo e autonomo. E gli parve la cosa più saggia: il corpo umano era perfetto, ma sapere che il cuore, il fegato, i polmoni i reni funzionavano da soli era molto confortante, con tutta la nostra “scienza” non avremmo saputo fare di meglio. Ed ora anche il bracchetto aveva mosso le orecchie, come avesse sentito un gallo cedrone sfrascare tra i rododendri.

I ragazzi se ne stavano andando. Anche Antonio pensò che per il momento fosse abbastanza. Uscì dall’acqua per andare ad asciugarsi. Si sentiva una mezza erezione e non ne ebbe vergogna. Proprio in quell’attimo l’ultimo dei ragazzi guardò verso di lui; alzò il pollice in segno di Ok. Antonio si sentì frastornato; ricambiò il saluto in modo automatico; faticava ad inghiottire persino il fiato: troppe emozioni. Scosse la sabbia dalla salvietta e si asciugò. Decise di non rimettersi il costume, tanto era buio. Ritornò alla roulotte. Si mise a letto e dormì come non aveva mai dormito.

Al mattino dopo fu il primo a destarsi, un raggio di sole filtrava da una fessura. Una luce rosseggiante e piena di forza. Si alzò. Si vide nudo e decise di stare nudo finché si fossero alzati anche gli altri. Gli sembrava una sensazione strana, unica, troppo bello, come fosse la prima volta: a suo modo era una prima volta. Preparò una moka di caffè la mise sul gas; prese tazza-zucchero-cucchiaino e li dispose sulla tavola. Nell’attesa uscì davanti alla veranda. Spontaneamente gli venne di fare un profondo respiro e incrociò le mani dietro la nuca. Guardava a sinistra e a destra nel caso arrivasse qualcuno. L’aria cominciava a scaldarsi, il primo sole gli indorava la pelle. Si sentiva forte e perfetto. Non osava guardarsi davanti: sapeva di essere nudo. “Mi vergogno di me?” pensò fra sé e sé. “Che assurdità!” Chiuse persino gli occhi. Dopo qualche secondo udì poco lontano delle ciabatte trascinarsi sulla ghiaia. Decise di rientrare, gli sembrava di aver osato anche troppo. Si sedette dietro il tavolo attendendo il caffè. Quando sentì il caffè gorgogliare si alzò: proprio in quel momento passava una giovane donna che andava alle docce: si videro; un attimo come sospeso nel nulla, una sorpresa reciproca. E poi ognuno continuò quel che stava facendo.

Colto così all’improvviso, Antonio sapeva che non era nemmeno diventato rosso, non ne aveva avuto il tempo. Non riusciva a farsi la domanda precisa: la reazione spontanea segnava una linea piatta; se avesse avuto tempo per pensarci sarebbe arrossito. Ma allora…

Si versò il caffè, lo zuccherò. Tolse dal mobiletto anche la bottiglia di cognac e lo corresse: “Questa mattina ci vuole!”

Usci sulla veranda e lo sorseggiò con tutta calma. Ma dentro non era calmo, si sentiva un formicolio, una tremarella che non aveva mai provato. Eppure rimaneva lì fuori, chiunque passando avrebbe potuto vederlo. “E allora?” Una volta, portandosi la tazzina alla bocca, quasi si stava versando addosso il caffè, tanto gli tremava la mano. “Ma sono un adulto, accidenti! E tremo ancora come un ragazzino. Che cos’è lo star nudi?”

Raduno Nazionale 2017 de iNudisti


Dopo due anni di giustificata assenza, io e mia moglie siamo tornati a questo importante raduno ritrovandovi una piccola parte di conoscenze e tante persone nuove, in particolare si nota una sensibile diminuzione dell’età media, con la presenza di almeno quattro bambini (dai pochi mesi ai sei anni), e un bell’incremento delle presenze femminili, due inequivocabili segni di quanto il nudismo stia educativamente (ri)allargandosi nel tessuto sociale italiano.

Partiti da casa nel primissimo pomeriggio del venerdì, seppure infastiditi dal forte calore di una giornata afosa, il viaggio andava svolgendosi nel migliore dei modi finché, approssimandosi a Carpi, compaiono le segnalazioni di coda: la solita coda che qui si forma a causa (mannaggia a chi s’inventa certe cose) di una strozzatura da due corsie di marcia ad una sola, oggi per giunta complicata dalla presenza di un cantiere (ma perché in Italia non si riesce mai e ripeto mai, a fare un viaggio superiore ai cento chilometri senza trovare cantieri?). Finalmente eccoci in A1, qui le quattro corsie permettono di viaggiare agevolmente nonostante un traffico abbastanza sostenuto e la presenza dei soliti intelligentoni che viaggiano a bassa velocità mantenendosi, nonostante le corsie più a destra perfettamente libere, costantemente in terza o quarta corsia (ma lo conoscono il Codice della Strada?). A fronte di tutto siamo comunque quasi a Bologna e, vedendoci ormai a destinazione, felicemente imbocchiamo l’Adriatica. A destinazione? Giammai! Eccoci incolonnati in otto chilometri di coda causati da un incidente (scopriremo poi che si tratta di un camion rimasto in panne nel bel mezzo della prima corsia di marcia), alla fine il superamento del tratto che aggira la città di Bologna ci porta via quasi quanto il ben più lungo tratto da Desenzano a Carpi. Passata anche questa, velocemente perveniamo all’uscita di Castel San Pietro Terme (che bello avere il Telepass, fuori in pochi secondi), mancano solo una trentina di chilometri all’arrivo, possiamo dirci arrivati. Nuovamente la realtà è ben diversa dall’immaginato: quasi subito mi trovo davanti uno scuola bus che viaggia a passo d’uomo, impossibile il sorpasso, poco dopo un altro scuola bus esce da un piazzale e s’infila davanti: devo restare dietro per una decina di chilometri. Quando i due scuola bus finalmente cambiano strada, pochi metri e un trattore mi si piazza davanti: cavolo, mica poteva aspettare che passassi? Un paio di chilometri e finalmente ho strada libera. Faccio sfogare il motore affrontando il bel tratto di collina in modo sportivo e velocemente mi avvicino sempre più alla meta odierna: l’agriturismo Cà del Becco, collocato sulla sommità di una rotondeggiante collina dalla quale lo sguardo naviga su e giù per le altre colline tagliate da varie variazioni di colori e cosparse di isolati cascinali. Piantiamo la tendina e attendiamo l’orario di cena. Nel frattempo arrivano altri radunanti e l’attesa diviene più movimentata, saluti e chiacchiere si sommano uno all’altro. Vengono aperte le danze: un saporitissimo antipasto a base di salumi, tra i quali un inusuale e buonissimo salame di capriolo, e formaggio di capra insaporito con erbette, il tutto accompagnato dal gustoso e morbido gnocco fritto; un doppio primo altrettanto gustoso; un più classico roast-beef all’inglese ci conduce con leggerezza alla dolcezza finale. Si paga e tutti a dormire.

Sabato mattina ore sei, dopo una notte tranquilla, anche se per me in parte insonne e dolorosa (nonostante la tenda piccola ho scelto di usare i materassini gonfiabili alti e ho dovuto dormire rannicchiato), in attesa della colazione io e mia moglie percorriamo il sentiero che, discendendo la collina e passando tra diversi biotipi, porta al Santuario della Madonna del Rio: sono, tra andata e ritorno, tre chilometri di strada con un duecento metri di dislivello (andata in discesa, ritorno in salita), abituati a camminare li percorriamo in meno di un’ora, compreso il tempo per leggere i vari cartelloni descrittivi, quello perso per individuare la strada corretta ad un primo bivio dove un cancello appariva non apribile, altra breve digressione per attendere l’allontanamento di un toro e la brevissima sosta in fondo al percorso. Rientrati all’agriturismo facciamo la colazione condita da ottimi pasticcini fatti in casa e da una saporitissima frutta (invero c’erano anche latte di capra fresco e caldo e diversi tipi di yogurt, in ottemperanza al nome della struttura sempre di capra, che noi, però, non abbiamo assaggiato). Si parte per il luogo del raduno che raggiungiamo senza problemi in meno di mezz’ora, siamo tra i primi e possiamo parcheggiare sul lato del piazzale che resterà all’ombra per tutto il giorno. Tolti tutti i vestiti e preso quanto ci serve, ci incamminiamo per il breve sentierino che adduce all’Oasi di Zello, piccolo cascinale circondato da prati e boschi quasi incontaminati destinato dai suoi proprietari, quelli del Villaggio della Salute Più, alla nuda frequentazione. Maria, mia moglie, individua subito due sdraio piazzate in posizione strategica sotto le ampie e ombrose fronde di un grosso castagno, mentre io pago l’ingresso lei le raggiunge e le occupa: qui, salvo brevi allontanamenti per salutare gli amici che man mano arrivano, passeremo comodamente sdraiati l’intera mattinata, prima soli poi in compagnia di alcuni compagni di escursione: quest’anno ho ufficialmente coinvolto anche gli Amici di Mondo Nudo e nella mattinata qui ci ragigungono Angelo, Daniela, Pier e infine Vittorio. Nel pomeriggio prepariamo la zona per la prima parte del momento dedicato a Mondo Nudo, purtroppo l’unico punto dove poter appendere i pannelli fotografici creati da Vittorio è in pendenza e quando chiamiamo a raccolta le persone ci viene richiesto di spostarci finendo, con disappunto di Vittorio, il nostro magnifico lettore, col fare la presentazione e la lettura lontani dallo scenario faticosamente allestito. Mi aspettavo una bella partecipazione a questo momento, invece solo una dozzina di persone seguono la mirabolante “esibizione” di Vittorio che, con fare altamente professionale, esegue le letture e, nonostante non abbia potuto usufruire di microfono e casse, sebbene un paio di persone presenti nei dintorni non si facciano riguardo e continuino rumorosamente a chiacchierare tra di loro, ci dona un piacevolissimo susseguirsi di sensazioni.

Risuonano nel prato i meritati applausi, pian piano usciamo dal limbo emotivo in cui Vittorio ci aveva condotti: è ora di passare al momento dedicato all’escursionismo! Prendo le fila del discorso, anticipo quello che andremo a fare e invito le persone interessate a indossare calzature più adeguate delle ciabatte. Alcuni di coloro che hanno seguito la lettura si allontanano, sostituiti da pochi altri: deludente il limitato numero di persone che mi seguono per il prato in direzione del sentiero che sale la collina, soprattutto considerando che ci troviamo in un’oasi definita naturista, che la maggioranza dei presenti amano definirsi naturisti piuttosto che nudisti, uhm evidentemente il naturismo non è amare e praticare la natura ma piuttosto osservarla da lontano restandosene immobili sulle sdraio! Approfitto d’una zona ombreggiata per fare il primo punto didattico: quali scarpe usare? come allacciarle? Ripartiamo e ci portiamo alla base di una salita più sostenuta, secondo punto didattico: come si mettono i piedi? come ci si muove? come si affronta una salita? Nasce qualche domanda, in particolare attorno al camminare a piedi nudi. Percorriamo la salita, ci prolunghiamo oltre i limiti dell’oasi per allungare un poco il breve anello disponibile e per disporre di una prima discesa non particolarmente accentuata. Come si affronta una discesa? Spiegazione e sperimentazione, inizia la parte più delicata del momento didattico: se in salita più o meno tutti assumono un atteggiamento sostanzialmente corretto, in discesa avviene l’esatto opposto, i più assumono un atteggiamento scorretto. Nel traverso che porta alla seconda e ben più ripida discesa spiego l’atteggiamento da usare camminando sui diagonali, purtroppo alcuni si stanno perdendo in chiacchiere diverse: già, le cose che sto dicendo appaiono scontate e molti, spesso proprio quelli che più ne avrebbero bisogno, le considerano banali e inutili. Eccoci al lungo discesone finale ed eccoci alla cosa più difficile da farsi eppure la più utile e necessaria: alcuni ci provano e alcuni ci riescono, tutti dovranno comunque lavorarci sopra, qui l’obiettivo non è quello d’insegnare ma solo di far capire che esistono delle tecniche di cammino e che non sono scontate. Al secondo più breve giro una buona parte si dilegua: fa troppo caldo è vero, ma… l’escursionista si vede in questi frangenti! Comunque mi sembra che il segnale sia arrivato a destinazione, verificheremo nelle prossime uscite di VivAlpe e, per i discoli, saranno bastonate eheheh. Ancora un’oretta, Vittorio deve ripartire per casa, lo aiutiamo a caricare i bagagli, lo salutiamo e poi ci appropinquiamo alla semplice cena (piadina e salsiccia) organizzata dallo staff de iNudisti con l’aiuto dello staff dell’oasi. Arriva Cristina, reduce da un matrimonio gli mancano molte cose, innanzitutto i viveri, poi materassino e sacco a pelo, rimediamo alla meglio. Inizia il momento serale, parte la musica e iniziano le danze: chissà mai perché, seppure la temperatura sia decisamente confortevole, a questo punto saltano fuori, in particolare per le donne, ma anche per diversi uomini, parei o addirittura vestiti interi, è un condizionato atteggiamento che, insieme a quello analogo che si osserva ai pasti, sconfessa alcune delle affermazioni tipicamente fatte a sostegno della nudità e rende assai più difficile sostenere il confronto con quei pochi che si oppongono strenuamente alla diffusione del nudo sociale!

Domenica mattina, come mio solito mi sveglio prima delle sei, poco dopo si sveglia anche Maria seguita a breve da Pier e Cristina. La sera prima Pier era uscito per un giretto e aveva incontrato diversi caprioli, quindi si arma di tutto punto e parte per una caccia fotografica, noi la prendiamo un poco più comoda e ci avviamo poco più tardi su per la collina. Incrociamo Pier che ridiscende dopo aver incontrato e filmato tre caprioli che pascolavano in un prato più in alto, proviamo ad andarci anche noi ma dei caprioli non c’è più segno, peccato. Ridiscendiamo e a un certo punto incappiamo nell’istruttivo segnale della natura: a lato del sentiero, troviamo un piccolo di capriolo, il ventre aperto mostra le costole e l’assenza d’interiora, ancora il sangue è rosso e poco rappreso, il fatto è successo da poche ore, alcuni piccoli fori sulla gola, certamente è stato ucciso da una volpe. Giunti a valle Pier ci mostra le riprese di un piccolo di capriolo che gli ha attraversato la strada poco dopo il nostro incontro.

Facciamo colazione e smontiamo la tenda, riprendiamo la nostra postazione strategica e, alternando dormitine a chiacchiere, facciamo passare la giornata. Nel pomeriggio, su sollecito di Francesca (già partita a metà mattinata insieme al marito e alla figlia), avrei dovuto ripetere il momento didattico escursionistico per altri tre radunanti, più volte mi porto alla loro collocazione ma non li trovo o non li riconosco, ma nemmeno loro mi contattano: forse non ne sono veramente interessati? Mi faccio il giro in solitaria provando la corsa che, salvo due brevi pause all’inizio e alla fine del tratto di più ripida salita, riesco a portare per l’intero anello. Si approssimano le sei della sera, è ora di prepararsi alla partenza, una bella doccia, si recuperano tutte le cose, si salutano gli amici, si carica l’auto e… partenza per un viaggio di ritorno assai più sereno di quello dell’andata: temperatura più confortevole, traffico meno intenso e nessuna coda. Siamo a casa, restano solo i ricordi di questo ennesimo bel raduno, meno intenso dei precedenti (quando ero parte dell’organizzazione) ma proprio per questo più rilassante e goduto.

Raduno Nazionale de iNudisti, un’esperienza da fare, un’esperienza da ripetere, un’ottima occasione per chi, anche temendo di non essere subito in grado di spogliarsi, volesse avvicinarsi al nudo sociale, una splendida opportunità per chi non comprende il motivo del mettersi a nudo. Raduno Nazionale de iNudisti, non una legenda bensì una realtà, una grande, magnifica realtà!

Il professore


Sono stato testimone della segreta curiosità di alcuni ragazzi dai 15 ai 17 anni verso il nudismo.

Si parlava di un personaggio locale, un professore, morto alcuni anni fa, della sua vita spensierata e avventurosa, dei suoi viaggi, dei suoi racconti, delle sue battute, dei suoi aforismi. Sempre innamorato di sua moglie (encantadora, diceva con quel gesto che si fa per dire di un piatto prelibato), senza figli. Li si vedeva spesso al ristorante, al cinema (prima che ne facessero negozi e appartamenti), sul lungolago – molto spesso a braccetto -; ma anche sul monte, sul Guglielmo, lui che grondava sudore, vista la stazza, lei che lo seguiva pazientemente dovunque andasse.

Ha lasciato un archivio fotografico considerevole, album con 4/5 mila fotografie selezionate. Uno dei pochi ad essere stato in Cina sotto Mao e in Albania sotto Enver Hoxha – non che fosse comunista, ma solo perché in tutto seguiva il suo estro.

Si chiedevano i ragazzi se, fra le sue molte esperienze, non fosse mai stato anche in un campo nudisti. E lo chiedevano a me, perché l’avevo conosciuto.

Preso così in contropiede, per un attimo mi si bloccò la parola in bocca. Il flash di un ricordo, come un lupus in fabula, mi riportò ai miei 15/17 anni. Mi ritornò come fosse presente il turbine violento che mi possedeva in quegli anni, che mi portava dove voleva; emozioni a fior di pelle, tuffi al cuore ad ogni novità, gli occhi pieni di un mondo che mi si apriva reale e una voglia di fare, di vivere… fino a scoppiare…

«Sì certamente!» riuscii a dire alla fine. Ma sentii, di ritorno agli orecchi, una leggera alterazione nella voce, non aspettandomi una domanda così schietta e diretta da parte dei ragazzi, una domanda che mi era entrata nel fondo dei miei più gelosi e privati ricordi. Ma coi ragazzi non si può esser sempre abbottonati, ad una certa età le cose si devon sapere. Ed è meglio che le sappiano da chi le conosce per averle vissute.

«Devo confessarvi che anch’io sono nudista. Me lo sono chiesto anch’io molte volte. È molto probabile che anche lui fosse nudista» cominciai.

A mia volta notai che l’espressione delle facce erano cambiate: piccoli gesti di assestamento, sguardi che cercavano dove posarsi sicuri. L’attenzione aveva cambiato direzione: dal professore a me, che ero lì in carne ed ossa e potevano farmi tutte le domande che volevano. Notai diversi movimenti rotatori della spalla come a sottolineare una situazione di cambiamento, di miglior agio. Uno aprì la bocca per una domanda, ma la cancellò con un gesto della mano. Gli occhi erano sgranati e non battevano ciglio. Un altro, con entrambe le mani nei bermuda, trafficò per un attimo. Un altro si soffiò il naso. Di uno colsi lo sguardo puntato a scandagliarmi ai raggi X. La conversazione aveva preso una piega diversa: li riguardava, si era fatta sincera, personale, importante. E non dovevano più nascondersi dietro il pretesto della tesina o fantasticare sui sentito-dire.

Sciolto il ghiaccio, le domande piovevano a raffica; le risposte brevi e precise per poter rispondere a tutte, incalzanti com’erano. Il grado di eccitazione visibilmente aumentava: uno si mordeva il labbro inferiore, un altro si strofinava il braccio per uno strano formicolio, un terzo chinava lo sguardo, timoroso di ascoltare anche troppo. Le domande via via sfondavano l’apparente disagio, i nervi tesi li stringevano forte nel più grande imbarazzo, ma gli occhi luccicavano, avvinti nella rete della più grande curiosità e attenzione. Serpeggiava un’energia che pareva si diffondesse in cerchio e ci racchiudesse, ci facesse mano a mano più sicuri e rilassati. Uno si tolse la maglietta e si accarezzava il busto.

«Un giorno andiamo dalla vedova e chiediamo di mostrarci gli album», conclusi.

«Ma qui da noi, dov’è che potremmo farlo, un po’ di nudismo?» fu la risposta.

Invito a pranzo


Sfrigola l’olio nel grande tegame, sulla sinistra un tavolo di legno grezzo, duro e scuro, è ricoperto di piatti e piattini, rossi e succosi pomodorini tagliati a piccoli pezzi, rosati gamberetti, ciuffi di fresco prezzemolo, odorosi limoni, gli spaghetti attendono d’essere versati nell’acqua bollente. A destra un altro più piccolo tavolino, anch’esso di duro e scuro legno grezzo, accoglie gli arnesi da cucina.

Blop, blop, l’acqua bolle, prendo gli spaghetti e ve li deposito dentro, un paio di colpi col mescolo di legno per ben separarli. Voci gaudenti giungono dalla stanza accanto, prendo il vassoio degli aperitivi e raggiungo gli amici. “Anche noi, anche noi!” due bimbi e due bimbe arrivano correndo e mi si stringono attorno pizzicandomi le gambe, “si, si, ci sono anche i vostri succhi, eccoli”. Deposito i quattro bicchieri su di un basso tavolino contornato da morbidi cuscini e, accompagnato dal sorriso dei bimbi, raggiungo il tavolo da pranzo.

Veloce scorre il tempo quando si è in piacevole compagnia, il pranzo è finito, i bimbi hanno ripreso ormai da tempo i loro festosi giochi, mentre noi adulti chiacchieriamo delle mille cose che, inseguendosi l’un l’altra, ci scorrono nella mente: il lavoro, lo sport, la camminata che faremo domani, la camminata che abbiamo fatto domenica scorsa, i social network.

“Ehi, fuori è uscito il sole, che ne dite se ne approfittiamo?” “Siiiiii!” I primi a rispondere sono i bambini, che già stanno correndo giù dalle scale che danno nel giardino. Piccole pozzanghere risplendono nel verde dell’erba, senza timore per i vestiti che non indossano ci saltano dentro spruzzandosi a vicenda. Con più calma anche noi raggiungiamo l’esterno per distenderci sul prato. I caldi raggi di questo sole d’inizio estate inondano la nostra pelle, osservo le gocce d’acqua abbarbicate sulle foglie degli alberi, un lieve tremore le percorre mentre lentamente si trasformano in vapore.

IMG_8226Si approssima la sera, il sole cala dietro i tetti delle case, una fresca brezza c’invita a rientrare, per gli amici è giunta l’ora di ripartire, chiamiamo i loro figli, risaliamo le scale e raggiungiamo la sala. Su un divano d’angolo, ordinatamente distesi, ci sono le vesti dei nostri amici e dei loro bimbi, una ad una le raccolgono e le indossano. Mutande, calzini, magliette, pantaloni cambiano di posto, lentamente, molto lentamente, oserei dire penosamente. Riluttanza dei bimbi, ma anche degli adulti, i loro sguardi svelano il fastidio che stanno provando. “Ehi, che vi succede? Non volete più rivestirvi?” “Nooooo” urlano i bambini in coro, “già” aggiunge la madre “stamattina ero perplessa già solo all’idea di venire a casa vostra sapendo che sareste stati nudi, ora vorrei poter prolungare in eterno questa nuda giornata, ho visto quant’erano felici i miei figli, ho potuto lasciarli giocare e mangiare senza preoccuparmi che sporcassero le vesti” “si, si” interviene il marito “è stato fantastico, ci abbiamo ragionato sopra un intera settimana al vostro invito, temevamo soprattutto per i bimbi, che potessero restarne traumatizzati, ma anche per noi, non ci siamo mai spogliati davanti ai figli, non ci siamo mai spogliati davanti ad altre persone, non ne capivamo la motivazione e ora…” “ora” riprende la nostra amica “ora abbiamo compreso, ora vi dobbiamo ringraziare, ci avete fatto sperimentare qualcosa di speciale, qualcosa che ci ha profondamente arricchito, come individui, come genitori, come famiglia, grazie!”

La vestizione è finita, accompagniamo i nostri amici al cancello e li salutiamo. “Grazie, amici, grazie ancora, beati voi che siete ancora nudi.” “Non vedo l’ora di arrivare a casa per spogliarmi nuovamente, da oggi a casa nostra si vivrà nudi, vero bimbi?” “Si, si, siiiiiiiiiii, andiamo, andiamo, già la pelle ci pizzica, vogliamo toglierci questi brutti vestiti!”

La macchina si allontana, dalla finestra posteriore i bimbi ci salutano calorosamente facendoci ciao con le manine, toh, guarda, si sono già tolti i pantaloni e le mutande, eheheh!

Famiglia nudista

Prima esperienza con quelli di Mondo Nudo


Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questo breve racconto scritto dal nostro nuovo amico Luigi e relativo alla sua prima esperienza con noi e le nostre escursioni.

Grazie Luigi!


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Sveglia alle 6 ed in strada alle 7 arriva Emanuele e così ha inizio la domenica in montagna, mia antica passione, coltivata con gli amici della UOEI e dell’Ugolini, poi accantonata. Da poco è rinata con l’occasione di coniugarla al nuovo interesse per il nudismo, perciò ho iniziato a seguire il blog Mondo Nudo fino a quando non mi si è presentata la possibilità di partecipare ad una passeggiata.

img_0114Domenica 16 ottobre, la data dell’uscita sul Maniva alla guida di Emanuele, dopo una serie di soste previste per incontrare gli altri partecipanti all’escursione ci dirigiamo in Valtrompia. Albeggia, il bel tempo incoraggia e dopo un caffè già “in quota” iniziamo la camminata che pare più impegnativa del previsto. Dopo il primo tratto riconosco la piacevolezza dell’escursione unita alla bellezza del panorama ed ai numerosi luoghi storici che ancora ci parlano della prima guerra mondiale. Emanuele sosta spesso, sia per ricomporre il gruppo che per farci partecipi della sua grande conoscenza delle montagne e per attrarre l’attenzione su quei ruderi frutto dell’antica fatica degli alpini.

Possiamo vedere il lago di Garda ed alcuni paesi nella valle sottostante, la natura circostante fa sentire la stagione ormai inoltrata ed un’aria fresca soffia nella giornata di sole. Con spontaneità alcuni componenti si spogliano godendo maggiormente del libero contatto con gli elementi esterni della natura e si prosegue fino ad una piacevole sosta per il pranzo al sacco. Dopo una chiacchierata si riprende a camminare in una piacevolissima discesa fino ad una larga sterrata che ci guida per l’ultimo tratto regalandoci ancora alcuni luoghi storici, tra cui gli affascinanti resti di una caserma militare.

Riprese le auto facciamo un’altra sosta al bar e anche in questa occasione mi trovo a mio agio con gli altri compagni, persone interessanti con le quali dialogare. Dopo i saluti inizia il rientro e la giornata si conclude a casa condividendo con la mia famiglia la bellezza della domenica trascorsa!

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La sfida. Raccontino d’agosto


Sono in giro per viottoli di campagna, di quelli un po’ fuori mano, per capezzagne erbose attorno ai vigneti. È qui che ogni tanto vengo per i miei giretti. Qui posso spogliarmi, e per dieci/venti minuti mi godo il sole, l’arietta, il verde, il piacere di starmene scalzo e nudo senza troppe preoccupazioni. Sto per finire il mio solito giro e ritornare sulla stradina sterrata. Mi rimetto zoccoli e pantaloncini. Appena in tempo. Da lontano vedo che sta arrivando una persona con un cane. Man mano si avvicina, vedo che è un signore di una certa età, oltre i settanta, cammina con un bastone, ma la schiena è ancora eretta, il passo è lento, ma sicuro. Giunti vicini, vedo che ha il volto di un contadino, di quelli un po’ all’antica, gran lavoratori, di quelli che si sentono strani farsi vedere a passeggio con un cane al guinzaglio. Non lo conosco, non so perché m’è venuto di pensare che fosse un contadino rude e di antico stampo. Solo per la fisionomia!

Osservo il cane, e come per fare un complimento, do la buona sera al padrone con un accenno di sorriso.

Il signore mi squadra con indifferenza, quasi fossi un intruso e poi, di scatto mi chiede:

– G’à-l nigót de metìs-sö, òsti? – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano.

– Se l’è fös per mé, me caarés-fò a’ i braghì.

– Adès, po’.  Al pröes, se l’è bu. Ah! ’L me piasarés dibù vidìl biót-biotènt! – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

– Non ha nulla da mettersi? accidenti! – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano

–  Se fosse per me, mi toglierei anche i calzoncini.

–  Non esageriamo! Provi, se ne è capace! Mi piacerebbe davvero vederla nudo-nato – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

 

Non gli lascio nemmeno il tempo della sorpresa. Con un gesto rapido mi sfilo i pantaloncini:

– Ecco fatto.

– Té te sé mìa töt a pòst! Cóme che s’ dis: ciòc indàt e töt nüt!

– Gh’è-l vergót che ’a mìa, a le ’ólte?

– An pó de chèl che ghe ’öl! ’Ndóma, sacramento! che i cavèi i è bianc anche i sò.

– Ma a mé, ’l me n’ fa pròpe negóta, biót o ’istìt.

– Ma se i la ’edés vargǘ?

– L’è bé apunto chèl che dighe: che ’l me ’n fa pròpe negót. Lü ’l ma ’èt, o no?

– Che mónt de bàle! Naróm a finì ’n dóe de chèl pas ché?

–   Ecco fatto.

–  Non sei tutto a posto! Come si dice: ubriaco fradicio e completamente nudo.

–  C’è qualcosa che non va?

–  Un po’ di quel che ci vuole. Andiano! Che i capelli li ha bianchi anche lei!

– A me non fa proprio nulla esser nudo o vestito.

–  Ma se la vedesse qualcuno?

– È proprio quel che sto dicendo. Non me ne fa propri nulla. Lei mi sta vedendo, no?

–       Che mondo alla rovescia! Dove andremo a finire di questo passo?

 

Scuote la testa sconsolato e anche un po’ risentito. Calcia un sasso, che per caso colpisce il suo cane: – Cài! – che si volge interrogativo a vedere che cosa succede.

Proseguo la mia strada e prima di una curva mi rimetto i pantaloncini.

Mi giro come d’istinto e con mia sorpresa vedo il signore che col bastone alzato mi fa segno di fermarmi. Lo aspetto.

Quando arriva, mi chiede, incuriosito, con la voce che un poco gli trema:

– Al me scùlte ’n pó. El chi chèl spertù che ’l te ’nsìgna chi laur ché?

– Nigǘ. I ó capìcc de per mé.

– Bèi laùr afàt afàt…

– Al gh’è negóta de mal!

– Cóme ’l gh’è negóta de mal? E töt chèl che i t’à ’nsegnàt ’nfìna adès? Só mìa, i tò genitùr, la dutrìna…

Fin che pöde, fo chèl che me par. Se fó del mal a nigǘ.

– No, no, per chèl, al ghe fa pròpe del mal a nigǘ. Ma gà-l mìa respèt. Só mia mé…

– E de chè? ’L gh’è negót de malìscia.

– A no! ’L vède a’ mé. Issé, a prim impianto, ’l me parìa de sé. E ghe dìghe la sincéra ’erità, gó ’üt anche ’n pó póra.

– ’Nvéce só apéna giü che pàssa.

– E ’l me dìghe ’n pó: che fa-l pròpe nigót-nigót?

– No, nigót afàt-afàt!

– Mé sarés mìa bu de fal. ’N cönt l’è èser ’n del bagn, ön cönt èser nüt defò, ’n campagna, ’n dó’ che ’i óter i pödarès vidìt.

– Al pöl apéna che pröà!

– Te saré mìa màt!? Ó mai pröàt. Sarés mìa che dì. Me la sentirés mìa. E lü, cóma gà-l fat la prima ’ólta?

– Al me tremàa l’oradèl de la camìsa…

–  Mi dica un po’. Chi è quel sapientone che le ha insegnato queste cose?

– Nessuno. Le ho capite da me.

– Proprio gran belle cose!

– Non c’è nulla di male.

– Come Non c’è nulla di male? E tutto quello che ti hanno insegnato fino adesso i tuoi genitori, il catechismo?…

– Fin che posso, faccio quel che mi pare. Se non faccio del male a nessuno.

– No, no. In quanto a questo non fa  male a nessuno. Ma, non ha vergogna? Non lo so…

– E di che? Lo faccio senza malizia.

– A no! Lo vedo anch’io. Così, d’acchito, mi sembrava di sì. E le dico la sincera verità, ho avuto anche un po’ timore.

– Invece sono soltanto uno che passa.

– Mi dica un po’: non le fa davvero nulla di nulla?

– Proprio nulla di nulla.

– Io non sarei capace di farlo. Un conto è essere in bagno, un conto all’aperto, in campagna, dove altri potrebbero vederti.

– Può sol che provare!

– Sei matto per caso? Non ho mai prova­to. Non saprei che dire. Non me la sen­tirei. E lei, come ha fatto la prima volta?

– Mi tremava la cocca della camicia.

 

E non posso trattenere un risolino. Anche l’anziano signore si mette a ridere per l’imbroglio delle parole.

– Bè, al me scǘse, neh, se gó fat an pó trop tante domande.

– De negóta. Al pröes öna ’ólta.

– L’è mìa tat belfà.

– Quan che l’è de per sé, ’na ’ólta che l’è ’n del ciós, dré a le ’icc, che negǘ i la ’èt.

– ’N del vidì lü, adès al me par ac a mé de pudì fal. ’N vederà. Arés mai piö cridit de rüà a setant’agn passàcc e ’mbociàm ’n de ’n laùr compàgn. Pröeró… Lü, vègne-l sèmper ché?

Sé, ma sèmper prèst la matìna, issé ’ncontre nigǘ.

– ’Ède-l, mò, che ’l gà póra anche lü! ’N pó de ’ergògna… Ghe par?

– Örés mai che la buna zét, te sé-t neh … ’n s’è bèl e capicc.

– L’è pròpe issé. La buna zét. L’è töt lé ’l busìllis.

– Perché ’l me domanda quan che ’ègne ché?

– Issè. Magàre öna quac vólta che ’n se ’ncóntra, pröe anche mé.

Se ’nna ’ólta ’n se ’ncóntra, ’n pöl fal.

– Va bé. Te salüde-sö. ’L me parìa… ’ndiferènt… ’Nvéce, s’ pöderés ac a pröà öna ’ólta.

Almeno una volta nella vita, come che i dis.

– L’è pròpe issé. Ariidìs.

– Ariidìs. E bùna istàt.

– Be’, mi scusi, se le ho fatto un po’ troppe domande.

– Di nulla. Provi una volta.

– Non è facile.

– Quando è da solo, nel campo, quando sta curando la vite e nessuno la vede.

– Vedendo lei, pare anche a me che potrei farlo. Vedremo. Non avrei mai creduto di arrivare a settant’anni passati e imbattermi in una situazione come questa. Proverò… Lei viene sempre qui?

– Sì, ma sempre di mattino presto, così non incontro nessuno.

– Vede dunque che ha paura anche lei? Un po’ di vergogna… Non le sembra?

– Non vorrei mai che brava gente, sai… Ci siamo capiti.

– È propri così. La brava gente. È tutta lì la questione.

– Perché mi chiede quando vengo qui?

– Così. Magari una volta che ci incontriamo, provo anch’io.

– Se una volta ci incontriamo, possiamo farlo.

– Va bene. La saluto. Mi sembrava una cosa del tutto diversa… Invece, si potrebbe anche provare una volta.

Almeno una volta nella vita, come si dice.

– È proprio così. Arrivederci.

– Arrivederci. E buona estate.

#TappaUnica3V: freddo e… bronchite, sic!


Avevo programmato per l’inizio di maggio di mettermi alla prova con i primi tapponi, uscite che andassero oltre i cinquanta chilometri e le dodici ore di cammino standard, invece… il brusco abbassamento della temperatura con sbalzi notevoli tra ombra e sole, ma soprattutto il freddo glaciale presente all’interno degli ambienti in cui lavoro, m’hanno provocato una bella bronchite quindi su intenso sollecito di mia moglie ho rimandato i tapponi.

Ovviamente non sono stato del tutto fermo e alla ginnastica da casa ho abbinato due uscite, la prima brevissima ma compiuta ad un ritmo elevatissimo, la seconda più sostenuta fatta in compagnia di Alessandro ad un ritmo meno sostenuto.

N.B.

Dal momento che alcuni me l’hanno richiesto sottolineo nuovamente che questi articoli sono solo racconti di viaggio, le relazioni tecniche dei vari itinerari percorsi le realizzerò e le pubblicherò appena mi sarà possibile dedicarci il tempo necessario, che, per mia abitudine, comprende in molti casi anche la verifica sul terreno della relazione stessa.

Sabato 30 aprile

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Viste le mie condizioni di salute attendo l’alzata del sole prima di mettermi in movimento e arrivo al parcheggio del santuario della Madonna del Mangher (Vallio Terme) che sono le nove passate. Qui trovo le vetture della protezione civile, ambulanze e soccorso alpino: c’è in corso un’esercitazione e devo ritornare verso valle per trovare un parcheggio libero. Poco male, allungo il giro di circa un chilometro.

Meta dell’escursione odierna è la Rocca di Bernacco, obiettivo quello di testare le gambe e il fiato dopo la lunga semi pausa, ma anche quello di capire dove e perché l’altra volta avevo sbagliato il percorso di discesa.

Parto immediatamente a tutta e senza risparmiarmi risalgo la ripidissima strada asfaltata; le gambe girano alla grande, leggermente meno il fiato ostacolato dalla tosse e dal catarro che ostinatamente non vuole staccarsi dai bronchi. In ogni caso in un tempo per me record sono alla grossa cascina al termine della strada. Da qui invece di seguire il solito sentiero procedo direttamente per il filo della cresta che porta alla base del versante meridionale della rocca, un ripido prato con alcuni tratti di franose roccette e qualche albero. Senza sosta e senza esitazione mi slancio direttamente sulla linea di massima pendenza, a tratti quasi verticale, e in una decina di minuti sono in vetta.

IMG_9093Breve contemplazione del paesaggio, qualche foto a quello che resta dell’antico castello e poi via per scendere. Senza correre per non sovraccaricare le ginocchia che nelle ultime uscite avevano dato segni di stanchezza, velocemente scendo il ripido sentiero e arrivo al bivio che la volta scorsa avevo scavalcato: piccolo e appena percettibile sentiero che, a destra, taglia a mezza costa il prato parallelo al sentiero di discesa appena percorso; ok, gli occhiali bagnati dalla pioggia e l’evidente traccia di passaggio che procede lungo il crinale di discesa mi avevano ingannato, tutto chiaro. Questa volta non sbaglio e in breve sono alla larga traccia che porta verso la strada del Monte Ere.

IMG_9101Dalla strada rientro a Vallio per il sentiero della valle di Oriolo per poi risalire al santuario con un tratto del giro delle contrade. Arrivo all’auto che ancora non è mezzogiorno: sette chilometri, cinquecento metri di dislivello fatti in quaranta minuti, 2 ore di tempo totale (comprese alcune divagazioni esplorative), le gambe ancora belle pimpanti e il fiato abbondate… ottimo.

Sabato 7 maggio

Quarto e ultimo allenamento condiviso attraverso il blog di Mondo Nudo, anche stavolta un solo amico ne approfitta: il solito Alessandro di Padova (che ringrazio nuovamente di cuore). Obiettivo farsi 25 chilometri con 1654 metri di dislivello, di cui 1115 in unica tratta nella prima parte del percorso. Partenza dallo stadio di Ponte Zananao, spostamento urbano fino alla località Piazzetto di Gardone Val Trompia, da qui salita alla Punt aAlmana, cresta del Dosso Pelato e via fino a Santa Maria del Giogo per seguire il 3V fino a poco oltre Vesalla da dove abbandonare il 3V e scendere a Ponte Zanano.

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La giornata si presenta magnifica, il cielo è sereno e la temperatura, sebbene ancora freschina, già confortevole. Attraversiamo l’abitato e di getto ci slanciamo sulla ripida salita di via Guarda, al suo termine le pendenze calano anche se al paino si alternano comunque ancora diversi strappi piuttosto ripidi. Procediamo con passo abbastanza sostenuto, sebbene non come quello che tengo quando sono solo. Dopo una mezz’ora noto un cedimento nel mio compagno e allora rallento sensibilmente, così, nonostante le pendenze poco cedano al piano, arriviamo in vista della vetta dell’Almana. Un lungo traverso permette di recuperare gambe e fiato, poi l’ultimo strappo che porta alla vetta dalla quale ci godiamo il fantastico panorama, a picco sotto i nostri piedi il Lago d’Iseo.

IMG_9132Concedo al mio compagno una quindicina di minuti di scarico poi si riparte. Discesona delicata per il terreno franoso e siamo alla Croce di Pezzolo, chiedo ad Alessandro, ormai visibilmente provato, se vuole approfittare della possibilità di rientrare a valle, decide di proseguire e allora via, senza esitazione avanti. Si alternano tratti pianeggianti ad altri di discesa ma anche a intense seppure brevi salite, anche le mie gambe iniziano a dare qualche lieve segno di stanchezza, m’immagino quelle di Alessandro che, infatti, è in preda a forti crampi. Dosando il passo saliamo alla vetta del Rodondone da dove è praticamente è solo discesa, purtroppo una discesa che non concede tregua alle gambe: spuntoni rocciosi o sassi mobili richiedono costante attenzione. Arriviamo al parcheggio di Santa Maria del Giogo e, trovato un angolino erboso soleggiato, ci fermiamo per il pranzo.

IMG_9138Dopo una mezz’ora abbondante siamo pronti a ripartire, di comune accordo si decide di non procedere lungo il percorso programmato ma di prendere qui la via di discesa diretta per Ponte Zanano a cui arriviamo con un’altra ora e mezza di cammino per un totale di 6 ore e sedici minuti soste comprese (5 ore e mezza effettive).

La prova di oggi, sebbene incompiuta, mi ha dimostrato che sono pronto per i tapponi, il primo lo riprogrammo per il prossimo fine settimana: sabato o domenica sveglia all’una e mezza, spostamento in auto a Brescia da dove imboccherò il 3V per salire alla Maddalena, proseguire per San Vito, Nave, Conche poco prima del quale abbandonare il 3V per scendere alla Cocca, risalire al Note Predosa e da qui scendere a Villa Carcina per risalire nuovamente e portarmi al sentiero 3V sull’altro lato della Val Trompia (Cascina Pernice) per il quale rientrare a Brescia. Tremila metri di dislivello, quarantatré chilometri di lunghezza misurati come sempre in modo molto approssimativo (e difettivo) sulle mappe on-line, 13 ore e sedici minuti di marcia, che da qui in avanti sarà tendenzialmente di regolarità per abituarmi al ritmo più blando del giro finale.

#QuindiciDiciotto, visita al museo della Guerra Bianca di Temù


Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Dopo una lunga attesa è arrivata la prima uscita del programma QuindiciDiciotto: la visita al Museo della Guerra Bianca di Temù. Nonostante una intensa e lunga campagna pubblicitaria a Temù ci troviamo solo in dodici, undici adulti e una bambina, comunque un bel gruppo con persone che arrivano da diverse località del nord-est italiano: due dal lago Maggiore, quattro dal bresciano, tre da Bolzano, uno da Padova e uno, nuovo amico degli eventi di Mondo Nudo, da Trieste, si, si, dalla lontana Trieste.

Alle dieci in punto siamo all’ingresso del museo e ci riceve, con ampio sorriso, una simpatica signora: “benvenuti, stavamo giusto guardando il vostro sito, non eravamo riusciti a farlo prima, che sorpresa, curiosa cosa, ci siamo fatti anche delle risate!” Ci presentiamo, si unisce al gruppo anche la persona che era seduta al computer e che sarà la nostra guida nella visita, la signora ci sommerge di domande, il suo lieve turbamento iniziale lascia immediatamente posto a una interessata curiosità, parliamo affabilmente del nostro camminare nudi, dello stile “vestiti facoltativi” che, nel limite del possibile, è regola di ogni evento di Mondo Nudo, della nostra conseguente richiesta, avanzata già da tempo, al primo contatto per posta elettronica, di poter stare nudi anche durante la visita al museo e che, sostanzialmente, pareva e parrebbe essere accolta e fattibile.

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Foto di Mara Fracella

Arriva il Direttore del Museo e la simpatica signora gli spiega (uhm, mi sembrava d’essere stato già chiaro nelle mail) la questione del nudo, non ha ancora finito di parlare che l’altro immediatamente esordisce con un “no, assolutamente no, qui nudi non ci entrate, non mi pare atteggiamento consono al contesto del museo, al suo intento culturale”. Senza voler contestare il suo diritto a negarci il nudo, a fronte di una negazione assoluta e non motivata (“il perché decidetelo voi”), cerchiamo comunque d’impostare un dialogo se non altro per motivare i nostri perché, purtroppo è stata eretta una barriera insormontabile, l’unico avvicinamento rilevabile sta nel concederci il diritto di andarcene senza dover pagare nulla visto che sono stati loro a comprendere male le mie richieste (“pensavamo a dei costumi”). “Siamo qui per visitare il museo e non per poter stare nudi”, purtroppo mi lascio scappare l’occasione per evidenziare che noi nudi ci viviamo (concetto fondamentale per far comprendere perché si cerca di poterlo fare ogni qual volta se ne presenti la pur minima possibilità, ad esempio in tutte quelle occasioni in cui, come oggi, una struttura viene aperta apposta per noi, specie se, come in questa occasione, a pagamento), “di certo restiamo”.

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Foto di Mara Fracella

Inizia la visita, si parte con un lungo, forse troppo lungo visto che siamo in piedi e desiderosi di vedere i vari reperti, seppur interessante preambolo della guida. Finalmente s’inizia la visita vera e propria e la guida inizia ad illustrarci il forno campale per il pane. Segue l’illustrazione della baracca, superbo esempio di geniale architettura militare, al cui interno fanno bella mostra di sé vari oggetti tra i quali due brandine da ufficiale e due stufe, una grande in muratura e un’altra più piccola in metallo. Passiamo alle armi, un cannone, un mortaio e diversi proietti, dai più piccoli ai più grandi, da quelli più semplici ai più complessi e micidiali shrapnel. Al piano superiore si possono ammirare gli abiti delle sentinelle, sia austriache che italiane, le slitte, i ricoveri dei cani, le foto delle mute di cani all’opera sul ghiacciaio, varie suppellettili e oggetti di vita quotidiana, una stazione di funicolare, i reticolati e le postazioni dei fucilieri. A chiudere il percorso una nera stanza con una tomba, alcune foto e dei versi che parlano della miseria della guerra, che ne rievocano l’assurdità, che invitano a meditare e scorrono nel cuore come fredde lame di coltello, nella mente come assordanti reiterativi suoni, sulla pelle come gelida aria del monte.

Trenta minuti di filmato sui luoghi della guerra in Adamello e la visita vede il suo epilogo; tremanti, vuoi per le immagini viste, vuoi per il freddo glaciale delle stanze museali (“l’abbiano fatto apposta per farci rimanere in ogni caso vestiti?”) salutiamo la guida e la signora (il direttore se n’è andato da tempo, senza salutarci) e lesti usciamo verso il sole che risplende. Restiamo sulla piazza il tempo necessario a riportare le nostre membra a temperatura vivibile, poi ci appressiamo ala pizzeria che si trova d’innanzi al museo. Restiamo a tavola a lungo, chiacchieriamo di varie cose, soprattutto di nudo e della speranza di vederlo finalmente riconosciuto per quello che è: uno status di normalità!

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Foto di Mara Fracella

Si sono fatte le quattro del pomeriggio, è ora di mettersi in marcia per il lungo rientro a casa, negli occhi persistono le immagini dei reperti e delle foto della Grande Guerra sul fronte Adamellino, nella mente i pensieri evocati da tali immagini e dalle parole di coloro che tale guerra l’hanno vissuta in prima linea, nel cuore l’intenzione di adoperarsi affinché il mondo possa vivere in pace, obiettivo per il quale lo stile di vita nudista, l’accettazione del nudo, il rispetto dell’altrui desiderio di nudità che nessun danno apporta a chi la vede e la subisce, sono senza dubbio passaggi fondamentali. Come ha ben dimostrato la giornata odierna ancora lunga è la strada da fare, ancora molti gli scogli da superare, ma non demordiamo, continueremo a lavorare e… ci arriveremo, all’una, la normale nudità, come all’altra cosa, la pace mondiale… ci ar…ri…ve…re…mo!

Fate anche voi la vostra parte, partecipate alle nostre uscite, nudi o vestiti non importa, ben volentieri accogliamo tra le nostre fila anche i titubanti e perfino i reticenti. Venite!

La prossima uscita: Giro delle Colombine.

Il programma completo.

Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Stimolare la #creatività


Un momento di sconforto si capovolge e diviene l’ispirazione per una tecnica risolutiva.

PEARL Galaxy

IMG_0003Muri bianchi quasi completamente occupati da mensole in legno, libri, tanti libri, libri d’orni genere, quelli d’informatica, quelli di scienze, quelli di montagna, altri di grafica, altri ancora di subacquea, poi quelli vecchi dell’ITIS, i trofei delle giovanili gare di sci, la stampante 3D in costruzione, piccoli oggetti vari sparsi un poco ovunque a riempire gli spazi vuoti. Al di sotto, appese ai muri, alcune fotografie rievocano momenti di vita.

Nel mezzo della stanza due tavoli formano un’isola, su di essi un computer e due stampanti, qui, seduto su di una grande e comoda poltroncina nera, gli occhi fissi allo schermo, le mani staticamente e delicatamente appoggiate alla tastiera, sto lavorando ad uno dei miei articoli. Da diversi giorni metodicamente dopo la colazione mi sforza di trovare il verso giusto della storia, scrivo qualcosa, ci penso, lo rileggo, penso ancora e… insoddisfatto cancello per poi restare attonito a guardare il…

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Risveglio


15/04/2017 – Articolo ammesso al concorso “Racconti nella Rete 2017”

Nero, nero profondo, nero che copre il tutto, nessuna ombra, nessun indizio sul luogo, solo il buio totale. Rintocchi di campane, uno, due, tre, quattro… cinque, il nero man mano s’attenua concedendo spazio alle sfumature di grigio. Primi deboli segni appaiono, ancora troppo vacui per essere decifrati, già sufficienti per spezzare la cupa oppressione del nero. Una finestra aperta lascia passare la frescura della notte, persiane semi accostate filtrano la luce del mattino.

Cinguettio d’uccelli, un sottilissimo filo di luce perfora l’oscurità, percorre la stanza mettendo in evidenza piccoli argentei elementi sospesi nell’aria. Tutt’intorno, nel fosco dell’ombra, mobili antichi danno flebile evidenza della loro presenza. Nell’angolo lambito dalla lama di luce un trespolo di ferro sostiene un bianco catino, vicino ad esso una cassapanca sorregge la candida brocca dell’acqua.

Il tubare di una colomba, la luce s’allarga e appare un piccolo letto alla francese, lenzuola stropicciate coprono appena il corpo di una persona. Capelli neri e lunghi nascondono il cuscino, una spalla fa capolino, una schiena dorata appare e scompare, un tondo gluteo, pezzi di gamba, le dita di un piede.

Un gallo che canta il suo inno mattutino, il ticchettio di un ramo che impertinentemente picchia sulla persiana. Ancora rintocchi di campane, ancora cinguettio d’uccelli, ancora l’insistente tubare della colomba. La luce del sole invade quasi per intero la stanza, i toni di grigio si sono mutati in mille colori. Il corpo si scuote, un lieve tremore lo percorre, le gambe si distendono facendo cadere a terra il lenzuolo, corpo nudo di donna si riflette nello specchio adiacente.

Voci di bimbi che scendono le scale, la luce colpisce il viso della donna, qualche sbadiglio, una stiracchiata di braccia, è ora di alzarsi. Luisa lentamente si gira, le gambe fuori dal letto, le piega lentamente quasi a voler ritardare al massimo il momento in cui i piedi arrivino a toccare il pavimento, inesorabile segno di un inevitabile risveglio.

Tac, i piedi toccano terra, una dolce spinta di braccia e il busto si solleva dal giaciglio, altra spinta e anche i glutei abbandonano definitivamente il morbido abbraccio del materasso. Luisa osserva il suo corpo riflesso nello specchio: muscolatura regolare, un viso gentile, due occhi marroni né grandi né piccoli, gambe robuste sebbene eleganti, equilibrata proporzione col busto, mammelle sode di media dimensione, capezzoli turgidi ed evidenti, il pube completamente rasato, una pelle dorata senz’ombre di bianco.

È pronta, l’esame visivo ha rimesso in moto ogni parte di lei, ridato energia ai muscoli intorpiditi dal lungo sonno. S’incammina per la stanza, raggiunge il lato opposto dove, appoggiato su una vecchia cassapanca, riposa un ampio salviettone azzurro. Lo prende, lo spiega con un colpo secco, lo appoggia sulla spalla sinistra, si gira, infila la porta che la immette nel corridoio.

Scese le scale arriva in una grande stanza ben arredata, Luca, il proprietario della casa, sta sfornando una profumata torta, Ginevra, sua moglie, è intenta ad apparecchiare la tavola, due bimbi attendono impazienti seduti su di una panca. Luisa saluta tutti prontamente ricambiata. I bimbi nel vederla dimenticano per un attimo la golosa torta che stavano attendendo e le corrono incontro. Marco le salta in braccio, proditoriamente catturato dalle braccia di Luisa, Marina le si avvinghia alle gambe guardandola in viso e sorridendole.

“Bambini, bambini” grida con voce leggera la madre, “lasciate che Luisa vada a fare la doccia”. Prontamente i due bimbi rispondono al richiamo della madre. Un bacino a ciascuno e, mentre loro tornano a sedersi sulla panca e osservano la torta rossa e profumata ormai posata sul tavolo, Luisa s’incammina verso la porta d’ingresso.

Alcune galline razzolano sull’aia, Marco lo stalliere è già al lavoro nei pressi della stalla, un nutrito gruppo di ragazzi stanno giocando nel prato ancora umido di rugiada, sulla riva di un piccolo laghetto, senza tema di sporcare vesti che non hanno, maschi e femmine tutti insieme, gioiosamente corrono sull’erba e saltano nell’acqua provocando ampi spruzzi che inondano tutt’intorno bagnando i compagni. Luisa, salutati i ragazzi, si dirige verso una rustica doccia: un verde tubo dell’acqua, un pallet di legno, un largo soffione, una manopola rossa. L’acqua scivola dolcemente sul suo corpo ricoprendola gradatamente in ogni sua parte. Strofinandosi con una ruvida spugna naturale, lentamente gusta il sapore del mattino.

I ragazzi continuano a giocare, dalla doccia li osserva correre felici. Sulla strada che costeggia il cortile il passaggio di gente si fan man mano più intenso. Giorgio e Michela, avvolti nelle loro bronzee tutine di pelle abbronzata dal sole, come ogni mattina sfilano di corsa per il loro quotidiano allenamento, Marilisa la paffutella fornaia passa con il suo carrettino ricolmo di sacchetti del pane, Stefano il vigile urbano fischiettando di bianco vestito va al lavoro. Luisa, continuando a farsi la doccia, salutando regala il proprio sorriso a tutti e tutti le rispondono altrettanto cordialmente.

L’acqua si ferma, senza asciugarsi Luisa recupera l’azzurro salviettone che aveva posato su un vicino tavolino e si sposta sul prato dove giocano i ragazzi. Stende l’asciugamano a terra nelle vicinanze del laghetto e vi si distende sopra. È piacevole farsi asciugare dai raggi del sole, lasciare che il suo calore faccia evaporare ogni più piccolo segno d’umidità da ogni più recondita parte del corpo: il sole del mattino è delicato, t’asciuga velocemente e perfettamente senza rosolarti la pelle, che resta morbida e vellutata.

Distesa nel prato, coccolata dal sole, cullata dalle voci dei ragazzi, lascia vagare i pensieri e ricorda. Recupera sensazioni che un tempo la condizionata mente spesso rigettava rendendole impercettibili: il fastidio delle mutande, la gogna del reggiseno, l’indecisione dell’abito da mettersi, la preoccupazione per come sedersi, muoversi, atteggiarsi, l’insoddisfazione dei giochi proibiti per non sporcare le vesti, “attenta che ti vedono le mutandine”, “non fare così che ti prendono per una donna di facili costumi”, “guai a te se ti sporchi il vestito”, “quell’abito è troppo scollato… la gonna è troppo corta… i pantaloni modellano il tuo sedere, vuoi che qualcuno ti violenti?”. Quant’è facile e bello… ora!

Impronte


Un direttore, nove musicisti, dodici melodie… una sinfonia.

Ci sono momenti di alta, altri di bassa, altri ancora che oscillano tra vari livelli sonori. Ci sono tratti filanti e altri meno, parti melodiche e altre romantiche, c’è un’alternanza di suoni che evoca e produce l’alternarsi di emozioni.

In alcuni punti rivedi tè stesso, in altri riconosci familiari o amici, altrove si compongono figure più o meno distinte, immagini ignote, fantastiche o mitologiche.

Amore e dolore, vita e morte, sogno e realtà, velocità e lentezza, emozioni che, una dopo l’altra, si alzano e si abbassano, si creano e si dissolvono, si mescolano e si separano. Tracce subliminali che s’imprimono nella mente. Tracce evidenti che segnano il cammino.

Impronte, impronte di scrittura, impronte di lettura, impronte emozionali, impronte sensitive, impronte.

Impronte… un conduttore, nove appassionati scrittori, dodici mesi, dodici semplici parole espressione di dodici complessi argomenti.

Impronte che man mano vanno a fissarsi nelle pagine di un sito, impronte infine dipinte, eternamente impresse nelle pagine di un libro.

Impronte, quelle che resteranno segnate nel vostro cuore alla fine di questa lettura.

Impronte!


“Impronte” racconti del Circolo Scrittori Instabili, libricino edito per mano e mente di Luca Bonini, Elda Cortinovis, Barbara Favaro, Mara Fracella, Laura Giardina, Giorgio Matteotti, Rossana Mazza, Franco Pelizzari, Giovanni Zambiasi, coordinamento di Barbara Favaro, illustrazioni di Silva Cavalli Felci – Lubrina Editore.

Il libro è acquistabile su IBS, clicca qui per reperirlo direttamente.

Resoconto della serata di presentazione sul sito del Circolo Scrittori Instabili.

Impronte

Recensione di “e poi c’è CAP D’AGDE – I racconti di un pollo”


libsiman

Tutto è un flusso, la vita e le cose della vita sono un flusso, un continuum di eventi fra loro più o meno interdipendenti ma che inevitabilmente vanno a costruire la nostra storia, le nostre esperienze, il nostro modo di vedere e vivere le cose. Così è per l’insieme di noi come per le piccole specificità che compongono il nostro insieme.

Anche i libri sono un flusso, una sequenza di parole che nella logicità sintattica della loro composizione formulano una sequela di discorsi, di opinioni, di racconti, di affermazioni che vanno a costruire il contesto del libro. Così è anche per “e alla fine c’è CAP D’AGDE” dove si racconta il flusso nudista dell’autore da quando si è trovato coinvolto in una visita ad un luogo nudista. Ehm, dell’autore? No, no, c’è il trucco, anche se lo sembra invero non è un racconto autobiografico, piuttosto un puzzle di eventi raccolti qua e là all’interno di alcuni anni di discorsi da forum, e in alcuni casi elaborati dalla fervida fantasia.

Un tassello qua, un altro la, uno sopra, un altro sotto, questo a destra, quello a sinistra, ecco che, uno dopo l’altro, gli eventi vanno mirabilmente a fondersi, intersecarsi, sovrapporsi, allinearsi in un unico avvincente continuum che, più di qualsiasi altra formulazione, illustra minuziosamente il nudismo nei suoi molteplici aspetti: come ci si arriva, cosa vi si cerca, i dubbi, le perplessità, gli apprendimenti, le curiosità, i chiodi fissi, le speranze, le disillusioni, le persone e… Cap D’Agde.

Perché proprio Cap D’Agde? Perché non un’altra delle tante località nudiste? Perché proprio questa che è universalmente conosciuta e riconosciuta più come città della perdizione sessuale che come luogo di sano nudismo? Semplice, Cap D’Agde è forse l’unico luogo nudista estesamente noto anche fuori dallo specifico contesto del nudismo e non esiste nudista che prima o poi non venga in contatto, fisicamente o meno, con tale città, vuoi per i racconti di altri, vuoi per gli articoli dei media, vuoi per le discussioni sui forum. Il flusso nudista, che lo si voglia o meno, porta e/o passa inevitabilmente per Cap D’Agde, innegabile, incontestabile, ineluttabile.

“e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze – i racconti di un pollo – “ è un libricino che si legge volentieri, una lettura per tutti, assolutamente tutti, ivi compresi i giovani, i ragazzi e alla fine anche i bambini. Tutti possono trovarci qualcosa di interessante, tutti possono trovarci qualcosa di istruttivo. Tutti, assolutamente tutti possono venirne coinvolti.

Con poco più di cento pagine scritte con caratteri di generose dimensioni, ben leggibili anche da chi non ha undici decimi di vista, si legge facilmente e gradevolmente, si legge in un piccolo lasso di tempo, si può leggere in una qualsiasi pausa del giorno, a casa come sul lavoro, durante l’ora delle merenda, oppure la sera prima di coricarsi, o anche, sulle orme del Don Abbondio di manzoniana memoria, mentre si passeggia.

Un libro che senza volerlo fare finirà per convincervi, una creazione assolutamente realistica, una fantasia del vero che diventa realtà, il racconto di un pollo che racconta tanto, tantissimo anche di se stesso.

“e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze – i racconti di un pollo – “ assolutamente da leggere.

Potete acquistarlo su Lulu, sito di supporto per gli autori editoriali indipendenti, i proventi andranno integralmente a supporto delle spese di gestione del sito iNudisti al quale è dedicato e dal quale ha preso spunto.

Potrete presto leggerlo anche attraverso la Rete Bibliotecaria Bresciana e Cremonese.

libsiman

Un nuovo libro: “e poi c’è CAP D’AGDE”


Fresco, freschissimo, è infatti di ieri l’avviso della disponibilità di questa nuova fatica editoriale di un infaticabile amico che da tempo bazzica quell’inimitabile comunità de iNudisti alla quale il libro è dedicato.

Centodieci pagine condite di episodi vissuti in prima persona dall’autore, intrise di umorismo e anche di seria considerazione. Una lunga galoppata all’interno di un mondo misconosciuto eppure tanto presente nella società italiana e anche mondiale, il piacere (o il fastidio 🙂 ) di leggersi o di leggere di altri a noi più o meno conosciuti.

Non nasce come guida per chi voglia avvicinarsi alla nudità estesa oltre i soliti pochissimi intimi momenti, eppure può anche esserlo. Non è un manifesto propagandistico a sostegno di uno stile di vita, eppure può anche diventarlo. Non è un romanzo nudista, eppure romanza comunque un mondo. E’ di certo una lettura per tutti!

Ad un costo veramente irrisorio, è acquistabile on-line sia in versione cartacea che come e-book

libsiman

PERSEVERANZA (5)_Mara Fracella


Bel racconto che evoca quello che, per moda e conformismo, oggi molti non riescono più a percepire: la faticosa formazione e la profonda cultura naturalistica insita dietro all’azione predatoria, sia essa quella della caccia che della pesca. Brava Mara 🙂

Circolo Scrittori Instabili

1937
Aldo, dodici anni, siede in cucina e ascolta i passi del padre scendere le scale. Un rapido scambio di sguardi e insieme varcano l’uscio di casa, direzione roccolo. È l’alba. Ne aveva condivise molte con lui negli ultimi due anni, da fine agosto a gennaio, durante il periodo di caccia. Il silenzio e il buio che si trasforma in infinite striature giallo-oro-arancio, amplificano la loro complicità. Aldo assiste il padre nella potatura degli alberi, toglie le foglie dalle reti, scrolla il tessuto e ne controlla l’interezza, si occupa della pastura per gli uccelli, osserva come il padre li prende dalla grande gabbia comune per inserirli delicatamente nelle singole, da esporre appese ai faggi. Riconosce ogni specie: le cesene, i merli, le allodole, le tordelle, i fringuelli, i corvi, le peppole, distingue il tordo sassello dal bottaccio, i maschi dalle femmine. È orgoglioso di averne ereditata la passione. Il loro…

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Non mi interessa


Sul retro delle nostre case (delle villette a schiera), ci sono gli scivoli dei garages, un piccolo orto, il vialetto d’accesso. In questi giorni ho trapiantato le piantine di pomodoro cigliegino, ho comperato una pistola nuova per annaffiarli. Tutto funziona a dovere.

Torno da una passeggiata col cane nel pomeriggio di ieri. Di solito mi rinfresco con una doccia. Decido all’istante di farlo all’aperto. Esco sul retro, dalla claire del garage, guardingo, perché già sono nudo, ad onta che un vicino mi possa vedere. Nessuno.

Dolce è lo spruzzo di doccia che mi lava il sudore, mi rinfresco la pelle. Dal capo l’acqua mi scivola su tutta la pelle. Chiudo gli occchi, faccio brrr con le labbra. Con la sinistra mi sfrego ognidove, con la destra mi guido l’innaffio. Pace beata, un istante di benessere puro.

Ma arriva improvvisa una macchina, sono i vicini. Mi vedono, salutano. Concitato, non so se nascondermi, ormai non c’è più tempo, m’han visto. Continuo la doccia come fosse normale. Vedo la bimba che scende dall’auto. Mi chiudo dietro la claire, non credo abbia visto.

Vedo la vicina il mattino seguente, cioè poco fa, mentre porta a passeggio il suo cane. Mi scuso. «Non è niente, è tutto normale!» risponde. «È capitato all’improvviso, ero tornato dal giro col cane…» – «Non mi interessa.»

Ma allora chi ci fa credere che l’esser nudi talmente interessi, che smuova maliziose febbricine, che faccia sempre ad altro pensare?

Nudo: il grado zero della significazione: «Non mi interessa.»

Controcorrente


0461Tic. Tac. Tic, tac. Cosa succede? Piove! Miseriaccia cane, un’altra giornata di maltempo.

È da tre giorni che siamo bloccati qui, nella nostra piccola tenda, alla base della montagna di cui vogliamo scalare il famigerato spigolo. Siamo scocciati e il nervosismo che s’accumula in noi ci sta stressando oltre misura, avanti di questo passo perderemo la capacità di concentrazione e autocontrollo necessaria alla progettata ascensione. Dobbiamo muoverci, distrarci, sfogare le tensioni interne, ma cosa possiamo fare con questo tempaccio? Arrampicare? No di certo, in questa zona non vi sono vie facili e il lichene bagnato non è certo l’ideale. E allora?

Idea! Perché non andiamo a fare una passeggiata verso quella valle là in fondo? Potremmo trovare dei funghi per la cena o incontrare qualche animale selvatico, magari un orso, e scattare delle belle fotografie.

L’amico mi guarda un poco perplesso, io mi vesto, prendo la macchina fotografica (tanto è subacquea), un paio di rullini e m’avvio. Non faccio dieci passi che l’amico mi raggiunge, non è del tutto convinto ma: “Non mi va di restare solo tutto il giorno, vengo con te”.

Lentamente scendiamo lungo i ripidi prati, uno scivolone e… mi ritrovo, cinquanta metri più in basso, a cavallo di un cespuglio. “Tutto bene?” domanda l’amico. “Si tutto bene” rispondo, “è stato un attimo ma mi sono quasi divertito, voglio riprovare”. Scelgo un cespuglio, prendo la mira e via, velocissimo scivolo sull’erba bagnata andando a fermarmi dolcemente, o quasi, nel cespuglio. “È bellissimo, prova anche tu”. L’amico esita per un attimo ma poi si esibisce in un lungo scivolone.

Così procedendo in breve raggiungiamo il fondo della valle. Siamo bagnati fradici ma non ci facciamo caso, ci stiamo divertendo e ciò basta e avanza. A rotoloni, ridendo a crepapelle, attraversiamo la rada pineta.

A questo punto un largo e profondo torrente ci sbarra la strada, seguire la riva su cui ci troviamo è impossibile, dobbiamo passare dall’altra parte, ma come? Non ci sono ponti, non ci sono guadi, come passiamo? “Ma è semplice! Un salto e… a mollo, tanto più bagnati di quello che siamo”.

Presto detto e presto fatto, ma una volta in acqua la corrente ci trascina a valle e, dopo un primo tentativo di resistenza, ci lasciamo andare scoprendo il piacere di lasciarsi portare dalle acque.

Scivolando di rapida in rapida, giochiamo a scontrarci o a evitarci, gareggiamo in velocità, ci sfidiamo a star fermi nel bel mezzo della corrente, a raggiungere un preciso punto della riva, a tuffarci dalle cascatelle, a …, a…, a… È l’esaltazione della fantasia più sfrenata e pazza, quella fantasia che, in condizioni normali, deve restarsene rintanata in noi, schiava delle regole del vivere secondo ragione.

Un gioco dopo l’altro, approdiamo sulla riva di un piccolo laghetto. Un posto incantevolmente meraviglioso, dove varrebbe la pena soffermarsi a lungo. Ma la giornata volge al termine, dobbiamo affrettarci a tornare alla tenda prima che faccia buio.

Tic, tac, tic, tac. Piove ancora. La nostra vacanza è finita senza poter fare la programmata scalata, ma non c’importa: non solo ci siamo divertiti ugualmente, ma in più abbiamo scoperto un altro modo di vivere la montagna, abbiamo capito che, in montagna come ovunque, non esistono soltanto bel tempo e difficili ascensioni, ma anche mille altre cose che, seppur banali, possono riempire di gioia e soddisfazione la nostra giornata.

Grazie pioggia e… arrivederci a presto.

Alpinismo, vivere in


Un altro mio vecchio articolo di alpinismo e montagna.


Certamente l’alpinismo è ideologia, attività sportiva, gesto tecnico, gioco, gioia e… dolore, ma, soprattutto, è e deve essere dialogo con la montagna.

L’uomo e la montagna

IMG18 - Roccette finali (Copia) Molto tempo è passato da quando si vedeva nella montagna un possente dio, tre secoli sono trascorsi da quando si riteneva che l’alpe fosse popolata da draghi e demoni, eppure ancora oggi il rapporto tra l’uomo e la montagna è fortemente condizionato da quello stesso sentimento di paura che, per migliaia e migliaia d’anni, ha impedito l’esplorazione e la colonizzazione delle Alpi e dei monti di tutto il nostro pianeta. Anche fra gli stessi alpinisti è tutt’altro che infrequente sentir affermare che la montagna è pericolosa.

Ma è veramente pericolosa questa montagna?

Dobbiamo innanzitutto distinguere tra pericolo e rischio, due termini spesso usati come sinonimi ma in realtà differenti tra loro: il primo è caratteristica propria di un oggetto, il secondo è determinato dall’azione umana.

Allora, si la montagna è pericolosa, così come lo è una strada, il mare, un fiume, ma anche una pianta, una casa o un palo che possono, per loro stessa natura, crollare improvvisamente a terra e casualmente ferire o uccidere qualche passante. D’altra parte la montagna è anche un oggetto nelle mani dell’uomo ed è l’azione dell’uomo che può determinare o meno la presenza del rischio, è l’errore umano che causa l’incidente. È, quindi, l’uomo e non la montagna ad essere l’artefice del pericolo.

Un esempio: il crepaccio esiste in quanto logica conseguenza del movimento verso valle del ghiacciaio, l’alpinista che vi cade dentro non può certamente incolpare la montagna del suo incidente, ma deve prendersela con sé stesso, con la propria imperizia, imprudenza o negligenza. Non è stato un agguato del monte all’uomo, ma solo e semplicemente un attentato dell’uomo nei suoi stessi confronti.

L’autocontrollo e l’autocritica sono qualità indispensabili e l’alpinista deve serenamente svilupparle a completamento della preparazione tecnica. È inutile, oltre che ingiusto, imputare alla montagna delle colpe, darle un’etichetta che assolutamente non le si addice, è, questo, un comportamento che consente di rimediare artificiosamente una comoda scusa per evitare il confronto con sé stessi, con il nostro “io” misterioso diverso da quello che pretendiamo di conoscere. Per l’alpinista è necessario abbattere le barriere psicologiche che l’evoluzione tecnica non ha potuto e mai potrà eliminare.

Alpinismo solitario

1760 (Copia)Vago solingo fra i boschi più neri,
nei vasti pianori,
sui fianchi del monte,
fra i bianchi ghiacciai.

Vago solingo e osservo:
negli occhi mille colori,
mille forme si dipingon.

Vago solingo e odoro:
mille profumi m’invadon le nari.

Vago solingo e ascolto:
cantano gli augelletti,
sibila il vento,
recita l’acqua del torrente,
scricchiola il ghiaccio che rompe.

Nulla disturba l’intimo contatto:
non schiamazzi di gente,
non amici che distolgon la mente,
nulla.

Vago solingo, ma solo non sono:
la Montagna mi accompagna,
mi parla, mi ascolta, mi aiuta.

.

L’alpinismo solitario è un’esperienza indimenticabile, un’esperienza che tutti dovrebbero provare, una lezione di umiltà e di amore.

Molti negano ciò sostenendo, al contrario, che l’alpinista solitario è essenzialmente un incosciente, nulla di più sbagliato. L’incoscienza non c’entra proprio per niente, contano, invece, la voglia d’imparare, il desiderio di conoscere, la ricerca spirituale e l’amore. Per praticare l’alpinismo solitario non occorre coraggio, ma è sufficiente abbandonare la posizione di padroni dell’universo per avvicinarsi alla montagna con il solo intento di viverla, non per dominarla e conquistarla.

Preso possesso di questi semplici sentimenti, provate a inoltrarvi nel luogo più sperduto e silenzioso che conoscete, andateci da soli, in punta di piedi e senza violenza, sedetevi e liberate i sensi, lasciate scorrere i pensieri. All’improvviso sentirete i mille rumori che sono la voce del monte e vi accorgerete che il silenzio è solo un’apparenza, che il silenzio non esiste, ma eravate voi incapaci di sentire. Avete, così, imparato ad ascoltare e la montagna vi parla.

Certamente la più grande paura che frena l’uomo di fronte all’esperienza dell’alpinismo solitario è la totale impotenza dell’uomo solo, ma tale sentimento è anche il più valido aiuto di cui disponiamo per capire i messaggi del monte. Infatti la nostra impotenza ci serve per meditare sulle presunzioni umane e per imparare a controllare ogni nostra azione, anche la più piccola e semplice.

Alzatevi, ora, e camminate nella solitudine. Quando il sudore vi bagna la fronte, quando il fiato diventa pesante, quando la fatica appesantisce le membra, quando vi sentite indifesi o disorientati, ascoltate le voci del monte, vi accorgerete che la montagna è con voi per assistervi e proteggervi. All’improvviso le forze ritorneranno in voi e la fiducia s’impadronirà della vostra mente, scacciandone il terrore. Avete così imparato a comprendere le voci del monte e la montagna vi accoglie.

Imparando ad ascoltare e a comprendere si capisce che la montagna non è un nemico, ma un’essenza viva, un’essenza che può e deve diventare la nostra stessa essenza vitale.

Perché arrampichi?

IMG10 - Tiro 8 (Copia)

Gita di gruppo, seduto davanti al rifugio osservo le cordate impegnate sulla sovrastante parete e penso alle mie prossime ascensioni.

Perché arrampichi?

La domanda mi giunge a bruciapelo esplodendomi nel cervello e togliendomi bruscamente dalle meditazioni. Sulle prime resto incapace di ogni pensiero, ma passato il frastuono dell’esplosione, le idee cominciano a ronzare come api impazzite, mi è impossibile ordinarle secondo logica.

Già, perché arrampico? Quante volte me lo sono chiesto, quante volte me l’hanno chiesto, e mai mi è riuscito di dare una risposta esauriente. Perché mi piace, perché mi diverte, per l’ebbrezza del vuoto, per il confronto con la paura, perché di si, perché, perché, perché. Mille risposte, tutte valide ma tutte incomplete in quanto dietro quella la semplice domanda si nasconde un quesito molto più profondo e complesso: l’arrampicata è scelta di vita o inutile rischio di morte?

Stavolta voglio provare ad esaurire l’interrogativo e comincio un viaggio mentale nel mio passato, ripercorrendo le tappe della mia storia alpinistica.

È la curiosità a spingermi a provare l’arrampicata. I primi approcci sono senza convinzione e la paura è tanta, ma con l’acquisizione delle giuste conoscenze mi rendo conto che il pericolo non è implacabile e che, con un adeguato controllo delle mie azioni, posso ridimensionare i rischi, mantenendoli entro dei limiti tollerabili.

Con la successiva esperienza pratica giungo a verificare che quando il mio corpo e la mia mente diventano parte stessa dell’ambiente, il rischio svanisce completamente.

L’acquisizione dello stato di simbiosi e l’eliminazione dei timori ancestrali mi consentono di cominciare a percepire la parete, il mio movimento e le forze che la natura mi oppone. Conseguentemente posso adeguare le mie gestualità a finissime esigenze meccaniche e morfologiche e la mia progressione diviene dinamica espressione dei miei sentimenti e delle mie sensazioni: arrampicare è armonia, sentimento, esaltazione dell’essere e del vivere, gioia profonda; il rocciatore è la roccia, il cielo e l’aria..

Perché arrampico? Perché amo la vita e arrampicare è arte di vivere. Non cerco emozioni speciali o conquiste sensazionali, ma semplicemente mi sento albero e come l’albero continuo a salire sempre più in alto alla ricerca del sole, del sole che è fonte di vita. Anche se mai potrò raggiungerlo, sempre guarderò e camminerò verso di lui, imparando dalle albe e dai tramonti, meditando sul passato, sul presente e sul futuro, crescendo insieme all’energia ch’esso m’infonde. E così insegnerò, come l’albero insegna ai rami a fare nuovi rami e a questi a fare i frutti, frutti che produrranno il seme generatore di nuova vita.

Una bella giornata in montagna


Foto di Emanuele Cinelli, ultima di Vittorio Volpi

gm1

Da una decina di anni, a causa di strane vertigini che occasionalmente sconvolgono il mio equilibrio, ho smesso di arrampicare; quasi contemporaneamente le mie ginocchia malandate m’avevano indotto a interrompere anche l’attività escursionistica per riprendere la mia vecchia passione per l’immersione in apnea. La lunga pausa, in effetti, ha risolto in parte il problema delle ginocchia, quindi ho pian piano ripreso a frequentare la montagna, seppur solo a livello escursionistico: la passione per i monti e il piacere del cammino non sono cose che si possano facilmente dimenticare, ti entrano nel cuore e nella mente, potrai abbandonarle per un po’ di tempo, ma mai del tutto. Quest’anno, a seguito di un forzato fermo dell’attività apneistica, il ritorno all’alpe è stato intenso, permettendomi un pieno recupero di quelle qualità, necessarie al buon camminatore, che la mancata pratica specifica aveva fortemente abbassato o annullato del tutto: equilibrio, agilità, forza massima negli specifici distretti muscolari. Così eccomi qua, in questa prima domenica di settembre, fermo nel piazzale dello stadio d’Iseo, aspettando l’arrivo del mio compagno di escursione.

È tanto che non torno nella valle in cui andremo, una valle che mi ha visto assiduo frequentatore e nella quale ho fatto molte escursioni e diverse arrampicate, aprendoci anche alcuni nuovi itinerari di roccia, compresa una prima invernale. Impazientemente ho atteso questa giornata, rivangando il passato mediante la lettura di relazioni e l’osservazione delle vecchie foto, vogliosamente mi sono a lungo studiato la cartina topografica della zona, golosamente ho evocato immagini, suoni e sensazioni che anticipassero questa gita, ora ci siamo, mancano poche ore e saremo là, su quei monti, in quei boschi, su quei prati e fra quelle rocce. Non vedo l’ora!

gm2È certo mia abitudine farlo, ma stamattina ci si è aggiunta anche l’impazienza. Sono così arrivato all’appuntamento con un discreto anticipo. I minuti scorrono lenti quando si aspetta, ma inesorabilmente scorrono ed eccolo che arriva: il viso abbronzato, nel quale spiccano due occhi grandi ed espressivi, un fisico forte e regolare, una voce chiara, la stretta di mano che indica sicurezza ma allo stesso tempo non ti sovrasta, è Vittorio, un pozzo di conoscenza e un amico importante. Dopo i saluti di rito, messi gli zaini in un’unica vettura, ci mettiamo in viaggio per la nostra destinazione.

Velocemente, alla nostra sinistra, lindo e azzurro sfila via il lago d’Iseo. Altrettando velocemente, pur nel rispetto dei limiti di velocità, sfilano i paesi della bassa Val Camonica. Chiacchierando non m’avvedo che in alto a destra già si vede l’abitato di Saviore dell’Adamello, così l’uscita dalla superstrada mi sfugge e, non essendocene altre nel mezzo, dobbiamo fare qualche chilometro in più e ritornare indietro. La digressione non ci disturba più di tanto e ci permette di ammirare la caratteristica pala del Pizzo Badile, quel Pizzo Badile che spesso lo si aggettiva con Camuno per distinguerlo dal ben più noto Pizzo Badile di Val Bondasca, al confine tra Italia e Svizzera, ossia qualche centinaio di chilometri più a nordovest di dove siamo noi ora.

Recuperata la giusta via con qualche tornante risaliamo il versante sinistro orografico della Val Camonica, alla nostra destra le impressionanti grigie pareti della Concarena, il cui nome la dice lunga sulla sua conformazione geologica, una visuale che ci accompagnerà per l’intera mattinata e che ritroveremo poi sul finire dell’escursione. Scavalchiamo Cevo giungendo a Saviore dove s’imbocca la strada che porta in quel di Fabrezza, nel mezzo della verde e stretta Val di Brate: la ricordo quand’era sterrata e ci faceva un poco penare ad ogni nostro passaggio, oggi l’asfalto, fatto salvo l’attraversamento di un torrente dove il fondo è ancora lastricato e forma una pronunciata gobba, non oppone difficoltà alla sua percorrenza, così in pochi minuti e senza patemi eccoci al parcheggio di Fabrezza.

gm3L’albergo Stella Alpina è ancora quello, anche la fontana offre ancora la sua fresca acqua al viandante che si appresta a incamminarsi per la strada che porta ai Laghi di Salarno e Dosazzo, dai quali una comoda mulattiera porta poi al Rifugio Prudenzini. Ancora il verde intenso delle conifere t’invade le pupille e ti mette immediatamente in stato di profonda pace interiore, alla quale fa eco il rumore delle acque del torrente Poia di Salarno che impetuoso scorre a un centinaio di metri di distanza. Che dire dell’anello azzurro del cielo terso che si distende sopra le nostre teste, mettendosi in netto contrasto al verde degli alberi e al marrone delle rocce, rocce da qui nascoste ma che già in parte si percepiscono nel loro ergersi imperiose dentro o al di sopra della fascia boschiva, rocce che danno forza e sostegno alle cime che circondano la Val di Brate.

Quanti ricordi mi vengono evocati da questo luogo, bei ricordi, ricordi di tante amicizie, ricordi di fatiche ma anche di belle e ritempranti giornate di montagna, giornate come, ne sono ormai certo, sarà anche quella di oggi, seppur meno faticosa e di semplice escursione. Beh, semplice! Si fa per dire: il percorso che abbiamo scelto è ormai da tempo abbandonato, pochissimi sono coloro che osano passarci e già nel 1987, prima e ultima mia percorrenza, presentava molti segni di decadimento. Non è solo nell’arrampicata che possiamo cercare l’impegno mentale e il piacere della ricerca del percorso, anche l’escursionismo può offrirci altrettante sensazioni.

Calzate le scarpe da montagna e caricati a spalla gli zaini, lesti ci mettiamo in cammino. Il sentiero che a lungo sarà pianeggiante, l’orario, l’ombroso bosco, le temperatura non bassissima ma nemmeno poi tanto confortevole impongono un abbigliamento mediamente pesante: si portano benissimo i pantaloncini corti, ma la giacca della tuta sopra la maglietta ci sta più che bene, almeno per me, l’amico Vittorio intrepidamente parte subito con la sola maglietta.

gm4Un breve pezzo di asfalto e si procede su un altrettanto duro fondo di terra battuta. Qualche minuto di cammino ed eccoci alla nostra deviazione, l’inizio del sentiero 87: un enorme cartello ne segnala lo stato di abbandono e ne disincentiva la percorrenza. In una società in cui il significato di responsabilità e libero arbitrio si sono talmente corrotti da diventare sinonimi di deresponsabilizzazione e copertura assicurativa, trattasi di una delle odierne consuete forme di scarico delle responsabilità: io, Comune o associazione, ti avviso, se poi tu vuoi passare lo stesso liberissimo di farlo ma in caso di incidente dovuto al malo stato del sentiero non venirti poi a lamentare da me e non chiedermi alcun rimborso per i danni subiti. Noi siamo pienamente coscienti di quello che stiamo per fare e che vogliamo affrontare, siamo alpinisti di vecchio stampo, quegli alpinisti che pensavano all’alpinismo come libera scelta, pertanto come accettazione piena e incondizionata delle conseguenze che ne possono derivare, senza nessun pensiero di scaricarle su altri. Evidentemente siamo anche abituati alla percorrenza di siffatti sentieri, di più, è per noi prassi del tutto comune quella di camminare anche fuori dai sentieri, affrontando quello che viene comunemente definito “terreno vergine”, laonde per cui, lungi dall’essere intimoriti da detto cartello, senza esitazione lo superiamo e imbocchiamo il sentiero 87.

Il nostro passo, nonostante i propositi di partire lentamente, si fa subito abbastanza sostenuto: c’è poco da fare, la forza dell’abitudine comanda sulla ragione della mente. Rapidamente l’organismo si adegua alla situazione di sforzo, il cuore inizia a pompare sangue con maggiore energia e la temperatura corporea tende a salire, scatta, quindi, il meccanismo di termoregolazione facendo affiorare sulla pelle le prime goccioline di sudore, che poi diventano grosse gocce colanti o rivoli più o meno continui e iniziano a dare veramente fastidio. La prima mezz’ora di cammino è bene non fermarsi, quindi sopporto la situazione e continuo a camminare abbigliato così come sono. Passata la mezz’ora, però, visto anche che ora il sentiero da pianeggiante s’è fatto in salita, approfitto di uno spiazzo per fermarmi e togliere quanto superfluo, immediatamente imitato dal mio compagno d’escursione.

gm5Più liberi e leggeri riprendiamo il cammino. Il contatto diretto tra l’aria e la nostra nuda pelle velocemente la rinfresca, rallentando e poi rendendo pressoché impercettibile il meccanismo della sudorazione: il nostro organismo sta nuovamente lavorando al meglio, autoregolandosi perfettamente. Saliamo camminando lungo un sentiero che ora mostra quasi costantemente i segni dell’abbandono, usciti dal bosco di conifere, ci troviamo immersi in un mare di cespugli che protendono le loro mille braccia in tutte le direzioni, ivi compresa quella che si sovrappone al nostro incedere. La rugiada ancora bagna le foglie e le sue goccioline si trasferiscono senza ritegno sui nostri corpi, da una parte rinfrescandoci, dall’altra colando lungo le gambe e infilandosi impertinenti nelle scarpe, ma tra l’essere interamente bagnati e l’avere solo i piedi bagnati preferiamo la seconda opzione ed evitiamo di rivestirci: la rugiada sulla pelle ci dà sollievo, mentre abiti bagnati di fuori e sudati di dentro ci darebbero solo che fastidio e risulterebbero poi inadeguati ad affrontare un calo di temperatura o l’arrivo di un temporale.

Passano i minuti e scorrono i metri, usciamo anche dalla zona dei cespugli e iniziamo a procedere attraverso ripidi pendii erbosi. Qui il sentiero si rifà pressoché pianeggiante e con lunghi diagonali pian piano ci porterà verso il punto più alto dell’escursione che ancora non si vede. Il mio amico inizia a mostrare i primi segni di affaticamento, fermandomi e voltandomi spesso lo tengo sott’occhio, vedo che il suo passo s’è fatto più incerto, si ferma di frequente, nei passaggi d’equilibrio un poco barcolla e un paio di volte scivola e finisce a terra, lamenta dolore ai polpacci. Condivido mentalmente e moralmente la sua fatica ma, essendo nel tardo pomeriggio previsto un temporale, pur avendo un bel margine non possiamo rallentare troppo la progressione: tenendomi sempre un poco più avanti genero una lieve pressione psicologica per indurlo a tenere duro, manca comunque poco più di una mezz’ora al punto di massima, poi sarà tutta discesa e ci muoveremo su un terreno più semplice dove anche un eventuale acquazzone non potrà darci preoccupazioni.

gm6Passato, a più riprese, un piccolo ghiaione il sentiero diventa mulattiera, la vecchia mulattiera militare costruita dagli alpini per la guerra del 15-18, ora è in buona parte invasa dalle erbe, ma a tratti è ancora ben visibile nei suoi caratteri distintivi: le piastre del bordo a valle, le pietre di riempimento, l’ampiezza del tracciato, il suo essere pressoché pianeggiante con lunghi tratti di diagonale e stretti tornanti. Osservandola mi ritornano in mente le fotografie di guerra, le lunghe colonne di alpini, i racconti delle battaglie e i canti, i sudori e le lacrime, le sofferenze, il coraggio e la forza che non furono solo dei pochi eroi passati alla storia, bensì di tutti coloro che tra questi monti si ritrovarono buttati a combattere una guerra che magari non capivano o non avevano voluto. Eroi comuni, eroi sconosciuti, eroi veri.

Piacevolmente immersi in queste evocative immagini, passo dopo passo, curva dopo curva, facilitati dalla mulattiera che rende il passo decisamente più agevole, in breve arriviamo al punto vertice della gita: il Passo di Blisie. Trattasi di una larga sella in parte erbosa ma la segnaletica porta lievemente più in alto e a sinistra di questa, su delle rocce che formano un’affilata crestina affacciandosi dalla quale per prima cosa si vede, in fondo alla larga conca di erbe e lisce placche rocciose, l’azzurra chiazza del lago di Bos. Visto da qui ricorda le nuvolette che si usavano nei fumetti per associare le frasi ai personaggi e mi fa tornare ai tempi in cui leggevo Topolino, il Corriere dei Piccoli, Tex Willer o Zagor. Scuotendomi da questi ricordi e abbassando lievemente lo sguardo ecco che inquadro la continuazione del sentiero: un’evidente e tranquillizzante traccia di nera terra che spicca tra il verde delle erbe, contornata da alcuni segni biancorossi che risaltano sul grigio marrone delle rocce.

Visto l’affaticamento del mio compagno sarebbe d’uopo una bella sosta, ma una nuvola nera s’è piazzata davanti al sole e spira un venticello freddo, dolentemente devo chiedergli di resistere ancora un poco per scendere di un centinaio di metri e trovare un punto quantomeno riparato all’aria. Ci fermiamo giusto il tempo di scattare la classica foto ricordo e poi via, scavalchiamo la crestina e ci abbassiamo sul versante opposto, dove, adagiato fra le rocce, incontriamo un palloncino giallo, uno di qui palloncini che si vendono alle fiere, probabilmente sfuggito alle mani di qualche bambino e arrivato fin quassù prima di decidere di adagiarsi al suolo. Non ha senso lasciarlo qua ad inquinare ma non possiamo nemmeno portarlo a valle così come è, siamo costretti a farlo esplodere: “voglio farlo io, voglio farlo io” dice Vittorio, tornando per un attimo bambino. Detto fatto. Riprendiamo il cammino ma solo per pochissimo in quanto presto troviamo una radura erbosa dove non spira aria e che ben si presta ad una sosta rifocillante. Pur essendo ormai mezzogiorno passato non ci fermeremo comunque qui a mangiare, vuoi perché la temperatura non rende confortevole una lunga sosta, vuoi perché a poche decine di minuti da noi c’è un comodo bivacco in muratura.

Sgranocchiato qualcosa, l’amico riprende le forze ed è pronto a rimettersi in marcia, ricarichiamo a spalla gli zaini e giù per i comodi prati dove il soffice manto erboso rende piacevole il cammino. Dobbiamo solo aggirare alcune zone acquitrinose e zigzagare tra le molte candide e calde rocce. Bastano pochi minuti per ridare calore alle membra rattrappite dalla sosta e il nostro incedere torna a farsi veloce e sicuro.

gn7Eccoci al bivacco, l’interno è simpatico ma freddo e buio, ci sono le lampade ma non avrebbe senso sprecare le batterie che le alimentano, potremmo aprire le due finestrelle che si trovano ai lati della zona soggiorno, ma alla fine la temperatura interna è perfino inferiore a quella esterna, per cui sfruttiamo il bel tavolo in legno con due panche che si trova all’esterno e ci godiamo l’aria, la luce e la visione del lago e dei monti. Stando fermi a mangiare, avendo la nuvola nera deciso di non volersi spostare dal sole, dobbiamo rivestirci un poco, Vittorio mette addirittura i pantaloni della tuta, io mi limito alla giacca pesante, mentre tolgo le scarpe e i calzini leggeri, non tanto per farli asciugare, quanto per asciugare i piedi e riscaldarli nelle calze pesanti.

Chiacchierando di tante cose, del sentiero percorso, dei paesaggi che ci circondano, dei possibili progetti futuri, con tutta calma e tranquillità ci mangiamo il nostro meritato pranzo, a cui, come dolce, accompagniamo un poco di frutta esotica essiccata. Terminato il pasto ci concediamo ancora qualche decina di minuti di riposo, durante i quali arrivano in zona altri due escursionisti: marito e moglie che stanno alloggiando a Saviore dell’Adamello e che qui sono saliti dal sentiero che noi useremo per scendere. Lui è molto loquace e ci racconta alcuni momenti della loro storia di escursionisti. Sarebbe piacevole continuare la chiacchierata e approfondire la conoscenza, ma per noi, desiderosi di raggiungere la parte soleggiata che si vede poco più in basso, è giunta l’ora di rimettersi in cammino. Salutiamo, carichiamo gli zaini e via, verso il basso.

gm8Il sentiero comodo e ben segnato ci porta ben presto verso il sole, finalmente possiamo liberarci nuovamente delle giacche e dei pantaloni, ridando piena libertà alla nostra pelle che, gioiosa, gode del calore solare ritornando velocemente al suo rosato colore di normalità e respira a pieni pori l’aria profumata di erba e di pino. Ora il sentiero rientra nel bosco misto e ripidamente ma confortevolmente scende verso il fondo della Val di Brate. Camminiamo lentamente, vogliamo goderci questi ultimi momenti dell’escursione, ritardarne il più possibile la fine: il sole ora ci si concede in tutta la sua forza e il calore inonda profondamente le nostre membra, incrementando la nostra gioia e la nostra serenità. All’improvviso da una curva del sentiero sbuca un giovane che sale di buon passo, gli cediamo il passo sullo stretto sentiero e ci salutiamo cordialmente come è prassi nel mondo dell’alpinismo, una prassi che oggi troppo spesso si vede ignorata, e non solo dai giovani. Una stretta serie di tornanti ed eccoci di nuovo sulla strada sterrata del Rifugio Prudenzini per la quale in poco tempo rientriamo a Fabrezza e alla macchina.

Ci cambiamo le scarpe, altro non abbiamo bisogno di cambiare visto che l’uso limitatissimo ha fatto sì che il nostro abbigliamento sia ancora asciutto e intonso, e, prima di ripartire per casa, usufruiamo della presenza del bar per concederci una meritata birretta e rivivere mentalmente questa intensa e piacevolissima ennesima escursione.

Rivediamo i colori e i paesaggi, rivediamo i tratti più difficili del percorso, rivediamo l’impavida nuvola nera e il cordialissimo sole ritrovato nella discesa, rivediamo le nostre figure che camminano tra i monti, nude indifese figure nella nuda madre natura. Eh sì, nude figure perché gran parte dell’escursione (per la cronaca dalla prima mezz’ora di cammino fino al rientro alla strada della Val di Brate) l’abbiamo effettuata, come da nostra abitudine, in nudità totale. Perché? Beh, perché no!

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Leggi qui la relazione tecnica dell’escursione con tutti i dettagli specifici.

Valle di Braone (Orgogliosamente Nudi 2013): il fotoracconto


Per un evento speciale dai risultati altrettanto speciali oltre alla dettagliata relazione scritta non poteva mancare un bellissimo fotoracconto: guardalo!

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Il netturbino


Al mattino passa il piccolo automezzo della raccolta rifiuti. I cani della via abbaiano tutti.
Al mattino, sempre al medesimo orario, son solito bere il caffè e mangiare un frutto sulla soglia di casa, mentre dal vicino campanile il carillon suona l’Ave Maria di Lourdes “È l’ora che pia…”: sono le sei e tre quarti. Non c’è un’anima in giro. Riconosco le auto che passano, di chi va al lavoro a quest’ora. Da quasi due anni ho preso quest’abitudine. Nulla di male: di particolare c’è che son nudo, estate e inverno, con ogni tempo e temperatura; da due anni non ho un raffreddore. Mi godo questi attimi rubati davanti al giardino di casa, prima che il giorno, i pensieri e il lavoro mi attirino nel loro ingranaggio.

A seconda dei giorni porto fuori l’ingresso, sul marciapiede, i sacchetti della differenziata. Qualcuno dei vicini può anche avermi visto, ma finora nessuno mi ha detto alcunché.

Questa mattina, un poco in anticipo, passa il camioncino delle ramaglie e dell’erba. Lo sento arrivar da lontano, l’autista lascia acceso il motore durante le soste, carica i sacchi e prosegue per la prossima casa. Decido di non ritirarmi e continuo a bermi il caffè, guardando il cancellino con una certa apprensione. Il netturbino scende, mi vede, lo saluto con un cordiale buongiorno e un grazie, fa finta di niente, prende i suoi sacchi e li carica sul mezzo. Salendo in cabina mi rivolge uno sguardo un po’ sorpreso, un po’ complice, è sorridente. Ricambio di buon grado il saluto con un cenno del braccio.

Mi sento emozionato, come quando da piccolo rubavo la marmellata, ma so di aver fatto bene. Di aver fatto una stravaganza che fa un po’ pensare, un po’ dissacrante ma pur divertente. E assolutamente nulla di male, che possa in qualche modo offendere gli altri.

Son bagatelle tanti nostri costumi e pudori: lo capisce ad un tratto anche un semplice netturbino…

Vacanze sul Garda


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PisenzeFinalmente sono giunte le agognate ferie estive, purtroppo anche quest’anno non potremo andare al mare. Per nostra fortuna l’abitare vicino al lago ci concede una valida e semplice alternativa rendendoci il tutto meno pesante, l’unico svantaggio è che dovremo forzatamente adeguarci alla spiaggia e ai bagni in costume: sul Garda il nudismo non è più tollerato, anzi in molti comuni si rischia anche la denuncia.

È così che, per tutto il periodo delle ferie, quasi ogni giorno scendiamo a lago. Una volta in quel di Padenghe, l’altra in quel di Manerba, un’altra a Moniga, poi a Desenzano, Gargnano, Toscolano, Malcesine, Garda, Torri, Lazise, Pacengo e via dicendo, insomma: mai lo stesso luogo, mai la stessa spiaggia, mai la stessa gente, eppure… eppure sempre le stesse imbarazzanti scene.

Seduto sulla rena, con la schiena appoggiata al muretto di cinta di una villetta, guardo incantato una famigliola di anatre. La madre sta insegnando ai piccoli a nuotare, uno a uno li ha fatti scendere in acqua e ora li sta guidando verso il largo, badando a che nessuno di loro resti indietro o perda la giusta direzione. Vicino a me un gruppo di ragazzi sta ascoltando la musica emessa da un lettore MP3: il suono è altissimo e si spande lontano lungo la spiaggia, in molti, me compreso, abbiamo chiesto ai ragazzi di abbassare il volume, ma ogni volta la stessa identica risposta: “ma che vuoi, se non ti garba allontanati”.

La giornata non è delle migliori: il temporale notturno ha reso turbolente le acque del lago, ma la temperatura ancora invita a mettersi in costume. Un gruppo di giovani ragazze si è accomodato in un praticello, stanno chiacchierando del più e del meno quando due signore passano loro davanti. Sono due signore di mezza età, i segni del tempo segnano i loro corpi, una è palesemente sovrappeso e una pancia prominente deborda dalle mutandine del costume da bagno. Due belle signore che, sicure di se stesse, camminano serene. “Ma dai! Come si fa? Che schifo!” Il commento si alza impertinente dal gruppo delle ragazze. “Ma non si vergogna a girare in costume? Dovrebbero vietare lo stare in costume a certe persone” “Ma perché non si ricopre quella ciccia informe!”

Versi di gabbiani che si rincorrono tra cielo e acqua, fruscio delle foglie smosse dal vento, sciabordio delle onde che si riversano ritmicamente sul bagnasciuga, grida gioiose di bimbi che giocano sulla spiaggia, leggerissimo il rumore di un foglio girato da una signora che sta leggendo un libro, lo stridio di una vecchia sdraio semi arrugginita che viene aperta. Sono ore che me ne sto qui, all’ombra di un bellissimo albero, osservando e ascoltando i mille rumori che riempiono l’aere mescolandosi in un’armoniosa melodia, in molti sono oggi presenti in spiaggia, intorno a me diverse persone, coppie, famiglie, gruppi di amici. Una famiglia con due bambini che giocano tranquilli è seduta a pochi metri dalla mia posizione, davanti a noi, a pochissima distanza, due giovani amanti, sdraiati l’uno sull’altro , si baciano e si accarezzano, talvolta con enfasi, talvolta con qualche gesto sfrontato, talvolta arrivando a toccarsi dove in pubblico sarebbe meglio non fare, ma alla fine sono due giovani ragazzi che si vogliono bene e, nonostante alcuni sguardi di disapprovazione, nessuno li richiama, nessuno li invita a contenersi, nemmeno i genitori dei due bimbi che giocano a pochi metri. Arriva una signora, dai lineamenti direi una tedesca, trova un posticino dove potersi fermare, deposita le proprie cose, distende l’asciugamano, si toglie i pantaloncini, poi la maglietta restando in costume, si siede e, con mossa rapida si leva il reggiseno, mai l’avesse fatto, la madre dei due bimbi, quella madre che non si risentiva dei giochi amorosi di due ragazzi, urlando come un’ossessa s’alza e minacciosa si incammina verso questa signora: “ma siamo pazzi, ma dove crede di essere, non vede che ci sono dei bimbi, si rimetta subito il reggiseno, sporcacciona”.

RomanticaAltra giornata, altra spiaggia, ancora cielo sereno, lago piatto e azzurro, un caldo smorzato da una leggera brezza. Oggi sono sceso molto presto, volevo godermi le prime ora del mattino, quando la spiaggia è ancora deserta.  Iniziano ad arrivare altre persone, un gruppo di giovani si piazza alla mia destra poco più avanti. Arriva una bella ragazza, alta, slanciata, capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle, pantaloncini e maglietta attillatissimi, sotto il rilievo netto del costume, si capisce che indossa un costume dalle dimensioni particolarmente ridotte. “Mazza che f…” si sente arrivare dal gruppo di ragazzi alla mia destra, mi giro verso di loro e noto che sono tutti quanti attoniti, lo sguardo fisso sulla ragazza, gli occhi dilatati riflettono chiaramente i loro pensieri: la stanno spogliando con gli occhi. “Dai bella, togliti quei vestiti e facci vedere come sei” “Si si, fatti vedere” “Ehi, se vuoi qui c’è qualcosa di duro”.

Cala il sole dietro le spalle, sulla spiaggia si allungano le ombre della sera, la temperatura improvvisamente si fa meno confortevole e le tante persone presenti iniziano a prepararsi per andarsene via. Tra queste una ragazza, che era da poco uscita dall’acqua, prima di rivestirsi deve cambiarsi il costume. Non ci sono camerini e non c’è modo di trovare un posto riparato, allora si ricorre al buon sistema dell’asciugamano: prepara le mutandine vicino a se, si arrotola l’asciugamano intono alla vita, lo fissa infilandone i bordi nella piega superiore, con movimenti lenti ed equilibrio precario inizia a sfilarsi le mutandine. Rispettoso per la privacy della ragazza mi giro per non vederla e… tutto intorno s’è fatto il silenzio, decine di visi si sono girati, decine di occhi osservano la scena, occhi sgranati di persone che maliziosamente sperano che l’asciugamano si sfili lasciando la ragazza nuda alla loro pubblica visione.

Capita, capita spesso sulle spiagge tessili che le persone notino, guardino, commentino, anche con malizia, maleducazione e perfino malvagità, il fisico degli altri piuttosto che la bellezza della natura. Da vestiti quello che risalta non è la personalità, ma il suo contenitore: il corpo!

Peccato!

P.S. Il Garda è preso solo come spunto per il discorso, invero le stesse scene si notano anche in ogni altra località turistica italiana, ad eccezione di quelle poche spiagge nudiste oggi esistenti in Italia.

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Una giornata in spiaggia


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Una giornata in spiaggiaEra una bellissima ragazza, i lineamenti mediterranei, due occhi luminosi, un viso espressivo. Seduti in riva al lago abbiamo chiacchierato a lungo, anzi, per meglio dire, lei ha chiacchierato perché io ho pronunciato solo poche frasi. Ero incantato dal suo parlare forbito, dal suo modo di sottolineare le parole con l’espressione del viso e dello sguardo.

Mi parlava del suo paese d’origine, un piccolo paesello fatto di vecchie case che davano a pico sul mare, case dai tanti vivaci colori, colori che sapevano rendere allegre anche le giornate uggiose.

Il giallo dei limoni, il blu del mare profondo, l’azzurro del cielo sereno, il verde dei boschi, il rosso dei vini, il marrone dei visi bruciati dal sole e dall’aria del mare, il rosa delicato dei bimbi che nudi giocavano sulla spiaggia.

Che bello che era giocare in totale libertà: l’aria non trovava ostacoli, il corpo non aveva impedimenti, tuffarsi nel mare senza un costume che impudentemente scivolava via, asciugarsi sulla rena senza il fastidio di un tessuto bagnato sulla pelle, il calore del minimo raggio di sole bastava a riscaldarsi dall’acqua fredda del bagno marino. La gioia di quei ricordi le si leggeva chiara sul viso, le labbra socchiuse in un lieve sorriso che, stirando le guance, dava origine a due simpatiche fossette; gli occhi spalancati con il nero intenso delle pupille che risplendeva nell’azzurro dell’iride; i lunghi capelli neri che, come una magica cornice, contornavano il profilo del viso, sui di essi il riflesso del sole che da dietro rimbalzava sulle chiare acque del lago.

Difficile è stato terminare quella bella chiacchierata, difficile è stato finire quell’indimenticabile giornata, difficile è stato lasciare quella ragazza per tornare alla mia casa, difficile, soprattutto, è stato rimettersi i distintivi del conformismo sociale: i nostri vestiti. Già, tutto il tempo di quella giornata, di quella stupenda chiacchierata l’abbiamo passato nudi, eppure di lei ricordo solo il magnifico viso, lo sguardo incantevole, le forti espressioni; ricordo il suo meraviglioso racconto fatto dei ricordi d’infanzia. Non ricordo, invece, le altre parti del corpo, non ricordo, nello specifico, come fossero i suoi seni, il suo pube, i suoi glutei, non le ricordo queste parti perché non ci ho badato, non mi interessavano.

Capita, capita spesso nel mondo nudista di non notare, di non vedere, di non ricordare il corpo degli altri: da nudi quello che conta non è il corpo ma quello che nello stesso c’è dentro: la personalità!

Sono passati alcuni anni dal quel giorno e oggi, sul Garda, nonostante sia principalmente frequentato da un turismo che viene da paesi dove la nudità non solo è possibile ma fa parte della quotidianità del popolo intero, ecco nonostante questo oggi sul Garda non è più possibile vivere esperienze così profondamente coinvolgenti, non è più possibile soffermarsi a godere liberamente del sole, dell’aria e dell’acqua, non è più possibile starsene nudi a chiacchierare, nuotare, correre, prendere il sole, vivere la giornata a contatto completo con la natura, la natura dell’uomo e la natura dell’ambiente che lo circonda.

Peccato!

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Lo svincolo


Svincoli, corsie d’ingresso, corsie d’uscita, questi i termini ricorrenti usati per indicare quelle strutture stradali che servono a inserirsi o a uscire da un’autostrada o da una tangenziale. Tale terminologia si rispecchia in una errata interpretazione e in un errato utilizzo di tali strutture, delle quali la stragrande maggioranza degli automobilisti al lato pratico dimostra di ignorarne totalmente le vera funzione.

Il loro vero nome, infatti, un nome che meglio ne chiarisce la funzione e la dinamica d’uso, è corsia d’accelerazione e corsia di rallentamento.

La prima serve, a chi si deve inserire nella colonna di traffico, per permettergli di aumentare la propria velocità di marcia approssimandola a quella della colonna, potendosi così inserire senza costringere detta colonna a rallentare: ci si immette nella corsia portandosi il prima possibile al limite sinistro della stessa, contemporanemante ci si allina alla corsia di marcia principale in modo da poter vedere nello specchietto retrovisore esterno sinistro se o quando c’è lo spazio adatto al nostro inserimento in corsia e, se necessario, ci si ferma all’inizio della corsia di accelerazione.

La seconda serve per permettere a chi esce dalla linea di traffico principale di spostarsi dallo stesso prima di rallentare evitando così, ancora una volta, di provocare il rallentamento della colonna che segue.

Invece cosa si vede quotidianamente?

La stragrande maggioranza degli automobilisti procede lentamente sulla corsia d’ingresso e finisce spesso col doversi fermare alla fine della stessa, azzerandosi lo spazio di accelerazione. Questo comporta che il loro ingresso nella corsia di traffico principale avviene a bassa o nulla velocità, provocando inevitabilmente il rallentamento, se non la brusca frenata, della colonna, a volte anche con la conseguenza di provocare tamponamenti.

Analogamente, moltissimi automobilisti invece di spostarsi sulla corsia di rallentamento non appena questa inizia, procedono la loro marcia sulla corsia di traffico principale, su questa rallentano e ne escono solo in prossimità dello svincolo vero e proprio, ovvero quasi ala fine della corsia di rallentamento. Le conseguenze sono pari a quelle dell’errato utilizzo della corsia di accelerazione: rallentamenti inutili della colonna di traffico principale, frenate brusche, tamponamenti.

Ma che ci vuole a capire queste semplici cose? Una volta le spiegavano alle scuole di guida, oggi non le spiegano più? O, peggio, spiegano proprio a fare come viene fatto?

Il Ruspante


Sono in un periodo che, per varie ragioni, mi vede con scarsa propensione e ispirazione allo scrivere. Molte sono le idee che mi frullano per il cervello, ma mi riesce solo di aggiungere appunti su appunti al mio file degli spunti, senza arrivare a concludere nulla che abbia la parvenza di un articolo.

Per mantenere comunque movimentato questo mio blog ho deciso di pubblicarvi anche miei vecchi articoli sull’alpinismo e,  dopo “W la montagna”, ecco ora questo racconto relazione di una delle mie più belle ascensioni, effettuata nel lontano agosto 1989.

Una grande parete, a torto poco considerata fuori dalla stretta cerchia dell’alpinismo bresciano e bergamasco: la Nord dell’Adamello. Una splendida e difficile via che ancor oggi ricordo nitidamente in ogni suo singolo passaggio: lo Spigolo dei Bergamaschi.


<<Forse non è mai stato tanto diffuso l’alpinismo come in questi ultimi anni, ma purtroppo, ci troviamo sempre più spesso di fronte all’assurda situazione di tanti alpinisti che alla domenica “fanno la coda” davanti alle più famose vie delle Grigne, delle Dolomiti o, come è capitato a noi, del Cervino (circa 80 persone sulla stessa via). Non c’è più gioia nel salire in roccia una montagna con l’assillo della fretta e la paura di far cadere sassi sulla testa di chi ci segue e contemporaneamente di riceverne sulla nostra da chi ci precede. Meglio quindi riscoprire le vecchie e bellissime vie delle nostre Prealpi, disposti anche ad ore ed ore di marcia d’avvicinamento, senza prospettiva di confortevoli rifugi nelle vicinanze>> (Brano tratto da “Pizzo Badile Camuno – Via dei Camini” di E. Guerrini, E. Zugni e G. Bassotto – Rivista “Adamello”, semestrale del CAI di Brescia, n. 32).

Ne è passata di acqua sotto i ponti e chissà quanti altri, in quante altre circostanze, hanno fatto analoghe considerazioni, eppure si continua imperturbabilmente e ineluttabilmente a “fare la coda”. Testardaggine, ignoranza o che altro? Non è mia intenzione soffermarmi su tale quesito, voglio invece illustrarvi una di quelle vie su cui si è assolutamente certi di non fare la coda e raccontarvi d’una splendida giornata.

Sarà capitato anche a voi di cercare un qualcosa e di guardare ovunque tranne che dove lo si può trovare, così, quella settimana, cercavo un compagno d’arrampicata fra coloro che erano in ferie o altrimenti impegnati. Talvolta, però, la fortuna c’è amica: venerdì ore 12, squilla il telefono <<Emanuele? Sono Mario, si va alla Nord, telefona a Fausto>>. L’invito inatteso ma alquanto opportuno viene immediatamente recepito, accettato e sviluppato: domani si parte.

La Nord dell'AdamelloUn viaggio tranquillo, due ore di cammino ed eccoci al rifugio. La parete è in ottime condizioni, già pregustiamo l’ascensione. <<Un momento! Per quale via saliremo?>> La decisione, finora rinviata, dev’essere presa. Fra le tante, due vie sono nelle nostre mire, l’una è già stata salita sia da Fausto che da Mario, l’altra è a noi sconosciuta e quindi più appetita ma assai più impegnativa. Breve consiglio, consultazione della guida e… <<Si, si può fare!>> La decisione è presa, si va per la seconda.

Domenica ore 4, sveglia e in cammino. Il cielo è terso e punteggiato di stelle, la luna risplende del suo fulgido bagliore, le pile non servono e si procede con passo spedito: dobbiamo attendere prima di poter attaccare.

Ore 6,30, ci portiamo alla base della parete nel punto indicatoci dal rifugista, superiamo il largo marginale, ci leghiamo e, calzate le scarpette d’arrampicata, iniziamo la salita.

Velocemente superiamo l’estesa placconata basale, raggiungendo il filo dello spigolo, direttiva dell’intero tracciato. Qualche dubbio, presto risolto, ed eccoci all’inizio delle difficoltà. Sopra di noi, meravigliose ma compattissime e verticali placche si alternano a superbi diedri e pronunciati strapiombi.

Dove salire? Una sosta attrezzata indica la giusta via: una non facile lama orizzontale che sembra portare a nulla e un diedro inclinato costellato di chiodi, il primo vero assaggio di quello che ci aspetta.

Il tiro successivo è duro, anche per il vetrato che ingombra alcuni tratti, ma assai vario ed entusiasmante: fessura ad incastro, muretto verticale, breve diedrino, uscita in aderenza su esposta placca, traversata orizzontale e, per finire, un lungo diedro parcamente chiodato la cui risalita richiede una progressione parte in opposizione e parte in Dûlfer. Stando alla relazione, invero piuttosto sommaria, dovremmo ora procedere più facilmente e, quindi, velocemente.

Ingenue speranze, certo le difficoltà decrescono, ma alcune (s)piacevoli sorprese ci attendono. Inoltre la quota, siamo sopra i 3000 metri, si sente; lo zaino, in cui trovano posto scarponi, ramponi e piccozza, comincia a pesare; infine la sete, il sole picchia implacabile e non una nuvola si vede in cielo, inizia il suo tormento.

In mezzo a lisce placconate trovo il traverso che, con mirabile progressione, ne permette l’uscita. Più avanti è Mario che indovina il passaggio fra tre magnifici diedri dall’apparenza terrificante.

<<La croce! Siamo in vetta>>. Come non detto, quest’ultimo tratto ci impegna ancora per un’ora. Stupenda l’ultima placca, 100 metri sotto la vetta, che richiede delicati movimenti di equilibrio e incastri di dita.

Ore 15, la vetta è raggiunta. Sdraiato sui caldi macigni ripenso alla salita, ai suoi passaggi, all’ottima roccia, alle difficoltà incontrate, all’ambiente, al silenzio, al tempo passato in parete e mi trovo ad esclamare, anzi gridare <<Bellissima! Stupenda! Meravigliosa! Eclatante! La più bella ascensione che abbia fino ad oggi effettuato>>.

Spigolo dei Bergamaschi

W la Montagna: whisky, pardon, escursioni a go-go


EscursioniL’alpinismo può essere suddiviso in tre distinti settori: l’escursionismo, lo sci e l’arrampicata. Ognuno di essi identifica non solo un modo di frequentare la montagna, ma anche e soprattutto un’interpretazione concettuale dell’alpinismo, ovvero una filosofia.

Più l’alpinista incrementa le proprie capacità e, quindi, si spinge su difficoltà maggiori, più il concetto deve necessariamente evolversi e completarsi. Ecco che per l’arrampicatore sarà senz’altro più facile pervenire ad un rapporto paritario con l’ambiente, averne, cioè, minor soggezione, mentre l’escursionista rimarrà sempre condizionato da un più o meno intenso sentimento di timorosa riverenza.

D’altro canto, però, l’arrampicatore ha molto meno tempo per curarsi dell’ambiente che lo circonda e gli sarà più difficile vivere la montagna. L’escursionista, invece, può dedicare moltissimo tempo alla contemplazione della natura: può soffermarsi ad osservare i fiori, può godersi l’incanto delle forme e dei colori, può appostarsi in attesa di veder passare qualche esemplare della fauna. In sintesi, per l’escursionista è molto, ma molto più facile arrivare a capire e rispettare la montagna, ad entrare, cioè, in quel particolare atteggiamento che caratterizza il vero, l’unico Alpinismo: l’amore per i monti.

Ecco perché è alquanto importante non fossilizzare la propria attività in funzione di alcuni e solo alcuni aspetti della montagna, ma mantenere sempre vivo i sé il piacere della montagna per la montagna. L’Alpinista sa apprezzare qualsiasi momento, sa sfruttare al meglio ogni occasione, sa divertirsi col bello come col cattivo tempo, in compagnia come da solo, d’estate come d’inverno, in primavera come d’autunno.

“Viva la montagna”, fate vostro questo semplice motto e, liberandovi da ogni condizionamento pratico-mentale (esigenza di una meta, paura della montagna, timore di bagnarsi, competitività, eccetera), concedetevi la massima libertà d’azione: uscite dai binari della consuetudine per tuffarvi nell’immenso mare della fantasia.

Alcuni consigli

È nell’inventiva personale che potete trovare il massimo delle soddisfazioni, comunque, per coloro che… credono di avere poca fantasia, eccovi alcuni rapidi consigli.

  • Qualsiasi bosco che non sia troppo spesso si presta al libero girovagare senza meta né direzione.
  • I torrenti danno modo d’inventare un’infinità di piacevoli giochi e, in alternativa ai sentieri, possono rappresentare un valido e interessante percorso, sia in salita che in discesa.
  • Il fondo delle vallate di origine glaciale, sempre molto ampio, permette di abbandonare i sentieri.
  • Nei giorni di pioggia, boschi e pascoli consentono ugualmente l’effettuazione di piacevoli escursioni.
  • Dopo o durante una nevicata il bosco assume un aspetto decisamente fantastico: avrete l’impressione di vivere nel magico mondo delle favole, e… occhio ai folletti, si divertono a fare scherzi di ogni genere.

Alcune raccomandazioni

  • Non fate mai, e ripeto mai, più di quanto le vostre capacità tecniche vi possono obiettivamente consentire.
  • In pratica, pur nel massimo trasporto, mantenete sempre un alto livello di autocoscienza e autovigilanza.
  • Tale condizione è ottenibile operando ben al di sotto dei propri limiti tecnici e psicologici.
  • Nei parchi, ma talvolta anche fuori da essi, è di solito vietato uscire dai percorsi segnalati.
  • Evitate di uscire dal sentiero nelle zone geologicamente instabili, potreste arrecare danni irrimediabili.
  • Uscendo dai sentieri, muovetevi sempre in piccoli gruppi, meglio ancora in coppia o, se ve la sentite, da soli.
  • Mantenete il silenzio e se dovete parlare tra di voi fatelo senza gridare.
  • Non infastidite la fauna, limitatevi ad osservarla.
  • Non raccogliete esemplari della flora.
  • Non danneggiate il bosco, se è troppo spesso evitatelo, se ci sono rami che ostacolano il passaggio non tagliateli ma se possibile cambiate percorso altrimenti spostateli con estrema delicatezza.
  • Riportate a casa i rifiuti, siano essi inorganici che organici, non biodegradabili che biodegradabili.

L’erba del vicino è sempre più verde


Si dice che gli italiani siano un popolo propenso a vedere sempre e solo che gli altri stanno meglio, avendo viaggiato pochissimo non posso dire se ciò corrisponda al vero o se anche gli altri popoli soffrano della stessa pecca, del “l’erba del vicino è sempre più verde”, quello che posso dire è che di certo ne soffrono moltissimi italiani.

Dopo aver sentito e letto per anni la Francia qui, la Francia la, i francesi si che hanno la cultura del nudismo, dopo anni di ferie italiane dove l’esperienza nudista era limitata alla sola spiaggia, volendo un’esperienza nudista totalizzante, volendo dimenticarmi dei vestiti, ho deciso di espatriare e farmi una bella vacanza francese. Essendo io, come del resto mia moglie, amante del mare, abbiamo deciso, anche sulla base dei tantissimi pareri positivi, per la Corsica e, per la precisione, abbiamo prenotato quindici giorni al villaggio Bagheera che, stando a quanto si è potuto evincere dai vari siti Internet consultati, fra tutti i villaggi corsi, era quello che unico ci avrebbe permesso veramente di restare nudi ventiquattr’ore su ventiquattro.

Dopo una lunga e ansiosa attesa, arriva finalmente il giorno della partenza, caricati i bagagli in macchina ci immettiamo, io e mia moglie, sulla via per l’imbarco. Nel tardo pomeriggio finalmente siamo a destinazione, alla reception troviamo un caloroso benvenuto e, nonostante qualche difficoltà di linguaggio, in pochi minuti siamo registrati e ci viene assegnata la nostra piazzole: inizia, secondo le nostre aspettative, l’avventura nella full immersion nudista francese. Purtroppo bastano un paio d’ore, giusto il tempo di montare la tenda e andare a cena al ristorante del villaggio, a farci capire che le nostre aspettative non saranno totalmente esaudite: il personale della reception è completamente vestito; uscendo dalla reception notiamo un cartello che indica l’obbligo di vestirsi per entrare al ristorante, e si dice proprio “vestirsi” non semplicemente “coprirsi”; mentre, nudi, montiamo la tenda, nelle piazzole circostanti la gente è in buona parte vestita; camminando, io nudo, per le stradine che portano al ristorante, le persone che incontriamo sono vestite e alcune mi guardano di traverso, la sensazione è che non approvino il mio girare nudo; cinquanta metri prima della reception un cartello appeso ad un alberello segnala che nei pressi della reception e al ristorante bisogna stare vestiti (si ripete la parola “vestirsi”); a cena tutti sono vestiti di tutto punto, alcuni addirittura in abito da sera. Mi guardo in giro un poco attonito: “ma dov’è questo essere veramente nudisti dei francesi? Beh, è domenica sera, concediamolo, prima di dare un giudizio aspettiamo alcuni giorni”.

La mattina successiva mi sveglio di buon ora per andare a vedere la spiaggia, in giro non si vede ancora nessuno, ma pian piano il villaggio si anima e le persone, finalmente, sono nude, ehm, quasi tutte nude, qualcuno, in particolare donne, che gira coperto c’è, ma suvvia la temperatura non è confortevolissima e ammettiamo che qualcuno, più freddoloso, possa a ragione coprirsi, sebbene in alcuni casi risulti comunque strano che ci si coprano i genitali, che meno soffrono il freddo, e non il torace, che è invece molto più sensibile al freddo. Va beh, forse non sono francesi, forse accompagnano familiari o amici nudisti ma ancora non si sentono pronti a denudarsi, accettiamo!

I giorni passano e mi godo totalmente la mia vacanza, personalmente me ne sto nudo continuamente, uso il pareo solo per andare al market interno (eh, si, sul sito si vedevano foto di persone nude nel market, ma qui, dal vero, non se ne vedono; comunque dopo tre giorni le vedo, notando che nessuno, ma proprio nessuno, ci fa caso, nemmeno i gestori, e da allora anch’io al market me ne resto nudo) e alla piazzola dei bidoni della spazzatura (sebbene di poco è esterna al recinto del villaggio, anche qui scoprirò, verso la fine del soggiorno, che c’è chi ci va nudo, sebbene siano pochissimi). La mia continua nudità, però, è infastidita dal notare che pochi sono coloro che fanno altrettanto: solo una parte di quelli che la sera non si muovono dalla loro piazzola, gli altri, pur non essendoci condizioni termiche sfavorevoli (se riesce a stare nuda mia moglie, piuttosto freddolosa!), sono vestiti di tutto punto e che vestiti, abitini da parata in alcuni casi. Ho anche notato che i francesi, in particolare le donne, si vestono, almeno parzialmente, per mettersi a tavola e questo non solo la sera, ma anche a mezzogiorno, quando la temperatura è decisamente consona alla nudità, per altro torna l’azione, chiara ed inequivocabile, di coprirsi i genitali e lasciare scoperto il torace. Poi che dire di chi, non pochi, si veste o si copre per percorrere il tragitto dalla piazzola alla spiaggia, che senso può avere? Forse per essere più comodi a trasportare pareo e asciugamano? Beh, ma non è più semplice usare una borsa? Non si possono trasportare facilmente tenendoli piegati sottobraccio? Del pareo non ne puoi fare a meno? Dove sta tutta questa dedizione al nudismo che, stando a quanto avevo letto, i francesi hanno? Qui sono soprattutto i francesi a non rispettare la nudità totale, a vestirsi ogni tanto. Ma la cosa non finisce qui, altri sono i segni che testimoniano un difetto nelle affermazioni lette.

Innanzitutto parliamo della sera in spiaggia. Si va beh, concediamolo che al ristorante le persone ci vadano vestite (alcuni ristoranti alla sera fanno servizio anche per i tessili, sebbene… se un tessile decide di andare ad un ristorante in zona nudista, perché mai non dovrebbe accettare di vedere persone nude? Dov’è l’esigenza d’imporre l’obbligo al vestiario?), ma perché mai sulla spiaggia girano tutti vestiti, nemmeno in costume, ma proprio vestiti? Perché mai, io che giro nudo in un’area che è per quattro chilometri dedita al nudismo, mi debba sentire osservato, perché mai devo sentire su di me sguardi di disapprovazione? Perché mai devo essere io a sentirmi a disagio e non coloro che non rispettano quello che in un’area nudista dovrebbe essere la regola: nudi, sempre nudi? Poi il segno più evidente di un disagio, francese, verso la nudità: gli adolescenti francesi sono tutti costantemente vestiti, e parlo di vestiti, non di costume, questo lo usano solo in spiaggia, in mare e… sotto la doccia, si, si, nemmeno per fare la doccia si mettono nudi. Comprendo sicuramente le problematiche dell’adolescenza, ma siamo in un villaggio nudista, non un villaggio misto, un villaggio dove ci convivono nudisti tessili, no, questo è un villaggio per soli nudisti, dove può essere il problema a mettersi nudi, quantomeno sotto la doccia, in spiaggia, nuotando in mare? Tanto più che gli adolescenti di altra nazionalità sono nudi, sempre nudi, anche quando giocano assieme agli adolescenti francesi vestiti. Ok, ok, piena libertà di comportamento, specie per i ragazzi, ma è chiaro che questo denota uno stato di malessere degli adolescenti francesi, stato di malessere che non è invece presente negli adolescenti di altra nazionalità presenti nel villaggio (invero devo dire che non ce n’erano di italiani, sarebbe stato interessante vedere il loro comportamento a fronte di tale situazione). La cosa che rende il tutto ancor più emblematico e significativo è che, nelle stesse famiglie, si vedono i ragazzini in età preadolescenziale che sono nudi e i loro fratelli o sorelle appena più grandicelli che sono vestiti, per poi tornare a veder il nudo nei pochi ragazzi in età sensibilmente maggiore e nei genitori. E’ una contraddizione rispetto a quanto si dice in giro, è un segnale di una nudità che non è poi così innata e insita nel tessuto sociale francese, un’indicazione forte e precisa di come l’erba del vicino è più verde solo perché così la si vuole vedere, perché si preferisce guardare solo a ciò che fa più comodo e si tralascia di vedere la realtà nel suo insieme.

Ora qualcuno dirà “guarda, vai, andate nel villaggio tal dei tali, li il personale è nudo e nessuno si veste” o altre cose similari, ebbene, si certo, sono sicuro che esistono villaggi dove l’esperienza nudista possa essere realmente totalizzante, ma:

1)      l’eventuale presenza di alcuni villaggi dove il nudismo è presente sempre e ovunque non toglie niente al mio discorso, casomai lo rafforza;

2)      il discorso non è una critica al villaggio e nemmeno ai francesi, vuole solo essere l’esposto di alcune osservazioni fatte e della relativa considerazione in merito alle affermazioni che fanno molti nudisti italiani in merito alla presunta superiorità del nudismo francese;

3)      cercando il posto per la vacanza ho esaminato centinaia di siti Internet, decine e decine di villaggi diversi e molti si facevano pubblicità solo con immagini di persone vestite, molti indicavano obblighi di vestirsi in alcune parti del villaggio, tutti riportavano filmati o fotografie delle feste e delle serate nei quali le persone, tutte, erano rigorosamente vestite; per inciso, solo il Bagheera ha foto di un market con persone nude.

Io, noi, torneremo in Corsica, torneremo in questo villaggio, che alla fine è uno splendido villaggio, alla fine permette, seppur con alcuni piccoli fastidi, di vivere una vacanza nudista a pieno titolo, cioè una vacanza in cui ci si possa dimenticare totalmente di qualsiasi forma di vestiario, anche la più piccola. Speriamo solo che, i piccoli segnali tessili notati non facciano perdere, come già successo altrove, l’identità nudista a questo magnifico villaggio. Invitiamo solo le persone ad essere più aperte verso quanto hanno in casa loro e meno propense a fuggirsene all’estero, che i problemi di casa nostra esistono tali e quali anche a casa d’altri; forse è meglio aiutare a risolvere i nostri problemi che quegli degli altri.

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo qualche veloce sguardo di compassione. Alla fine, sconfortata, la mucca decide di chiedere al capo del villaggio: “Carissimo, ma perché mai nessuno mi ha voluto comprare come mucca da corsa?” Il Capo Villaggio senza esitazione risponde: “Ma mia cara bestiola, esistono le mucche da latte e quelle da macello, ma non si è mai sentito parlare di mucche da corsa! Per le corse si usano i cavalli e una mucca non potrà mai stare al passo con un cavallo.” Così la nostra mucca, mogia, mogia, con la coda fra le gambe si avvia sulla strada del ritorno.

Rientrata alla stalla, le sue compagne presero a deriderla: “Eccola li quella che si credeva di poter cambiare il suo essere! Sei una mucca da latte e tale devi restare eheheh!”.
La derisione delle compagne rese ancor più furibonda la nostra mucca, che per dimenticare la brutta esperienza se ne andò nel suo cantuccio e si addormentò.
Durante la notte, la mucca si sognò di se stessa mentre correva felice insieme ai cavalli, mantenendone il passo e vincendoli pure. Al risveglio si disse: “Bene mia cara, se le mucche da corsa non esistono, allora devi diventare cavallo!” Detto, fatto, durante i giorni successivi si allenò a lungo per camminare come un cavallo, si liscio per bene il pelo e provò a fare delle lunghe corse per prendere fiato e velocità.

Ritornato il giorno della fiera degli animali, la nostra amica vi si reca con un bellissimo cappellino bianco con su scritto “Cavallo da corsa”. Trova una posizione bene in evidenza e vi si piazza gridando per richiamare l’attenzione: “Signori, signoriiiiii, venite a vedere questo bellissimo cavallo, un cavallo velocissimo, un cavallo robusto, un cavallo che vi farà vincere tanti trofei. Compratelo, signori, cooomprraaaateloooooo!”.
Passano le ore e la nostra mucca non raccoglie altro che sguardi attoniti, nessuno si ferma a guardarla, nessuno mostra il benché minimo interesse per lei. La mucca, arrabbiata, continua a ripetersi quanto siano cattive quelle persone, ma che avranno gli altri cavalli di diverso da me? Perché non mi danno ascolto? Perché non mi guardano? Alla fine, stanca e furibonda, chiede nuovamente spiegazioni al capo del villaggio e questi: “ma mia cara bestiola, non basta cambiarsi l’etichetta per cambiare il proprio essere, sei una mucca e mucca devi restare!”.

La mucca se ne ritorna alla stalla assai furibonda: “ma che è questa storia delle etichette? Io non voglio essere etichettata, non è giusto, devo essere libera di essere quello che voglio e io voglio essere… Uhm, già, anche cavallo è un’etichetta, esattamente come mucca, io non voglio etichette e allora? Come posso vendermi, allora?”.

Per tutta la settimana la mucca rimugina sulla questione, finché si arriva nuovamente al giorno della fiera. “Oggi” di dice la nostra mucca, “oggi sono sicura che riesco a farmi comprare, mi tolgo di mezzo ogni etichetta e vedrai che mi compreranno”. E’ così che la nostra raggiunge nuovamente il villaggio e si piazza al centro della piazza dove si svolge la fiera. Piazza dei bellissimi cartelloni colorati tutt’attorno a se stessa sui quali campeggiano incitazioni all’acquisto. Passa le ore e ancora niente, la mucca inizia a diventare nuovamente furiosa quando un fattore si avvicina alla mucca e, mormoreggiando, la osserva per bene. La mucca lo guarda a sua volta e pensa: “ecco, visto, ora mi compra!”
Passano una decina di minuti durante i quali il fattore, sempre mormorando frasi incomprensibili, continua ad osservare la mucca; questa sta per spazientirsi quando il fattore: “Si, si, non male. Un bellissimo animale, una stupenda mucca da latte”. A sentir questo la mucca alza violentemente il capo, osserva il fattore e… “mio caro signore io non sono una mucca da latte!” “Ah no” risponde il fattore, “se non sei una mucca da latte, allora cosa sei?” E la mucca “vede signor fattore io sono…, ehm io sono… beh ecco io sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, delle gambe robuste, una coda snella e filante; sono un animale senza etichetta, perché non è giusto etichettare le cose, ogni animale deve sentirsi libero di essere quello che vuol essere e io voglio essere… ehm… essere…. uhm, a si sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, che corre veloce nei prati, che …” “Mia cara mucca” la interrompe il fattore “tu sei libera di voler essere quello che vuoi, di voler fare quello che vuoi, però a me serve una mucca da latte, tu per me sei una mucca da latte e anche una bellissima mucca da latte, ti avrei dato tanti soldi, ti avrei messo in una stalla bellissima, ti avrei dato da mangiare cose sane e prelibate, ma… ma visto che tu non vuoi essere una mucca da latte, visto che non vuoi etichettarti, beh, allora ti saluto e vado a cercarmi una mucca che abbia il coraggio di essere quello che è, di fare quello che deve fare, di chiamarsi come deve chiamarsi. Addio!”

Sconsolatissima e rassegnata la mucca si riavvia sula strada del ritorno, ma prima d’arrivare a destinazione incontra casualmente in capo villaggio. Questi vedendola così abbattuta si fa raccontare la giornata e, alla fine, con un sorriso sulle labbra le dice: “Vedi carissima, tu hai provato a venderti in modi diversi da quello che sei, hai provato addirittura a proporti per un qualcosa di non meglio definito e alla fine hai ottenuto solo delusioni, perché? Non possiamo fuggire da quello che siamo, non possiamo cambiare il nostro essere solo cambiandoci l’etichetta o rifiutandola totalmente, non possiamo proporci in un modo che gli altri non possono comprendere o, peggio ancora, in un modo che non corrisponde a quello che di  noi si vede, di quello che gli altri possono vedere di noi. Se vogliamo che gli altri a noi si interessino, allora dobbiamo necessariamente dare loro l’idea esatta di quello che siamo, dare loro il modo di vederci per quello che siamo, dare loro la possibilità d’apprezzare quello che facciamo, dare loro un modo per identificarci con semplicità e precisione. Insomma, se vuoi cambiare la tua vita, non puoi farlo cambiando l’etichetta che ti identifica, ma devi farlo cambiando il tuo modo di vederti e di porti, facendoti vedere orgogliosa di quello che sei e di quello che fai”.

A questo punto la mucca improvvisamente comprende i suoi errori e felicissima s’incammina verso la sua stalla, l’espressione sorniona maschera bene quello che le sta passando per la testa, ma dentro, nel suo animo, è ormai certa che alla prossima fiera riuscirà nel suo intento.

La settimana passa tranquilla, arriva nuovamente il giorno della fiera e la nostra mucca si avvia, senza particolari preparativi, al paese. Ivi giunta si mette in una posizione evidente, ma non troppo centrale, prepara uno sgabellino e un secchio di latta e fissa alla palizzata uno striscione su cui ha scritto “Sono una mucca da latte, il mio latte è ottimo, ma non voglio che mi crediate sulla parola, qui trovate uno sgabellino e un secchio, prendeteli, mungetemi e assaggiate il mio latte, poi decidete”. Fatto ciò si mette al centro della sua piazzola e si mette a canticchiare dolcemente una canzoncina che le ricorda i prati e i fiori della sua infanzia, mostrandosi felice e orgogliosa d’essere una mucca da latte. Nel giro di mezz’ora, davanti alla piazzola della nostra mucca s’è creato un grosso assembramento di persone, tutti, attratti da tanta felicità e sicurezza, vogliono assaggiare il suo latte e, a turno, la mungono. I mugolii di soddisfazione si ripetono uno dietro l’altro: “buono questo latte”, “eh, si, è proprio buono”, “anzi è ottimo, questa mucca la voglio io”, “no, no, dev’essere mia”, “ehi voi, non pensateci nemmeno, me la porto via io”.

E’ una lotta di persone che vogliono portarsi a casa la mucca e nessuno riesce a prendere il sopravvento sugli altri. Allora interviene la mucca: “cari signori, apprezzo il vostro interessamento e ne solo decisamente lusingata, ma, vi chiedo, dove mi portereste?” “In una bellissima stalla” grida un distinto signore. “In una stalla moderna” urla un altro. “In un grande prato” afferma un terzo. “Guarda carissima, io ho una piccola stalla di montagna, ne bella ne moderna, ma la tengo curata e mungo le mie vacche due volte al giorno, in più esse sono libere di circolare a piacimento tra i prati e i boschi, mangiando l’erba fresca e respirando la brezza dell’alpe”. “Signori, ho deciso” interviene la mucca” vado con quest’ultimo signore. Fu così che la nostra mucca riuscì a cambiare la propria vita ed ora scorrazza libera e felice, non più timorosa di quello che è, non più infastidita dal sentirsi chiamare per quello che è, anzi orgogliosa di tutto ciò e orgogliosa d’aver compreso che “gli altri ci vedono in ragione di quello che noi facciamo, non per la maschera che noi vogliamo indossare!”

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