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Camminare in montagna: la tecnica


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Ultimamente mi sono interessato al discorso dell’Accompagnatore di Media Montagna ed ho spulciato il programma di formazione del relativo corso trovandovi un argomento che, tanti anni fa, quando ero il direttore di un corso di Alpinismo del CAI, fu un mio importante momento di studio. Ai tempi tutti ritenevano inutile soffermarsi su tale argomento, camminare è azione quotidiana e tutti lo sanno fare dicevano, e la mia proposta d’inserirlo tra gli argomenti del corso generò un motto globale di ferma opposizione, potete quindi ben immaginare la mia soddisfazione nel vederlo oggi inserito addirittura in un corso per professionisti della montagna. Incentivato da tale scoperta ho recuperato alla mente il mio vecchio studio e redatto questo articolo, che potrebbe essere solo l’introduzione ad altri e più specifici articoli: è ben vero che, chi più chi meno, tutti camminiamo quotidianamente, eppure già su un terreno piano e regolare molti lo fanno in modo errato o, comunque, non ottimale, figuriamoci se il fondo calpestato diviene irregolare e inclinato, come, per l’appunto, un sentiero di montagna.

Prima di addentraci negli aspetti propriamente tecnici del camminare è opportuno soffermarci su una questione importantissima e che da subito cambierà le vostre percezioni e i vostri risultati. Permessa importante: faccio riferimento all’escursionista e alla pratica ludica dell’escursionismo, attività quali l’allenamento e l’agonismo possono in parte richiedere atteggiamenti sensibilmente differenti da quelli che andrò descrivendo.

La prima mezz’ora di cammino

Quando iniziamo a camminare il nostro organismo si trova in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione e volume di respirazione sono nelle loro condizione di quotidiana normalità. Per supportare lo sforzo del cammino il nostro organismo dovrà necessariamente assumere uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione e volume di respirazione si devono sensibilmente incrementare. Questa transizione non può mai essere immediata e, genericamente, richiede una mezz’ora a patto che, durante questi primi trenta minuti, il cammino sia privo di interruzioni.

Ecco un grafico che avevo ai tempi reperito e che ho riprodotto a memoria utilizzando una terminologia magari non esattissima dal punto di vista tecnico, ma di certo comprensibile:

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L’escursionista uno gestisce la sua prima mezz’ora di cammino in modo ottimale raggiungendo così la sua ideale condizione di lavoro potendo a quel punto sia effettuare delle brevi soste (che a quel punto inducono anche un minore calo organico) sia incrementare il ritmo. L’escursionista due, invece, ogni dieci minuti si ferma e, pur avendo non correttamente inserito cali organici costanti ad ogni interruzione dello sforzo, dopo mezz’ora di cammino non è ancora nella forma ottimale trovandosi costretto a procedere ad un ritmo decisamente più blando di quello che potrebbe invero impostare.

Stabilito che nella prima mezz’ora di cammino dobbiamo evitare di fermarci possiamo facilmente dedurre altre regole.

Prima della partenza

  • Prevenite ogni necessità fisiologica.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa. Meglio sentire un poco di freddo all’inizio che patire fatica in seguito.

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  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza.
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (tipicamente ci vogliono una decina di minuti) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza.
  • Se proprio non ce la fate a restare trenta minuti senza reidratarvi, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure le borracce da corsa, quelle con cannuccia e pipetta, da fissare sullo spallaccio dello zaino con apposite tasche.
  • Nella prima mezz’ora evitate di chiacchierare.

La mezz’ora di primo cammino è passata

Se avete rispettato quando sopra detto a questo punto noterete una normalizzazione dei vostri parametri fisici: la respirazione diviene più controllabile, i muscoli sono caldi e rilassati, eventuali piccoli dolorini muscolari o articolari scompaiono, riuscite a parlare senza dovervi fermare. Da questo momento siete in grado di camminare senza problemi e per lungo tempo (teoricamente all’infinito) mantenendo la velocità acquisita o addirittura incrementandola un poco.

Dopo aver compreso come comportarsi nella prima mezz’ora è il momento di inserire la giusta respirazione.

Come respirare

  • Respirate regolarmente e profondamente impegnando sia il diaframma che il torace
  • Fin che ci riuscite inspirate dal naso.
  • Quando l’inspirazione dal naso diventa insufficiente abbinate anche la bocca.
  • Evitate di piegarvi in avanti con il busto: comprimereste il diaframma riducendo notevolmente il volume ventilato.
  • Se la respirazione diventasse troppo rapida e poco profonda, spesso con la sensazione di fatica nell’inspirazione (apparente impossibilità di dilatare il torace), forzate con cauta violenza un’espirazione o due.

Bene, i fondamenti sono stati acquisiti ora possiamo passare ai dettagli più specifici.

Abbigliamento

montagna_nuda2Discorso, questo, abbastanza ampio e complesso, per ora mi limito a darvi alcune semplici regole di base.

  • Con temperatura percepita superiore ai venti gradi centigradi è fuori di dubbio che, lasciando perdere gli opportunistici e condizionati consigli dati dalle case che lo producono, la soluzione ideale è la nudità. Purtroppo ad oggi è praticabile con tranquillità solo sui percorsi nulla o poco frequentati, negli altri casi il migliore ripiego sono i capi tecnici da corsa, ovviamente nei loro modelli più leggeri e dimensionalmente ridotti: pantaloncini corti con mutanda integrata (ma anche senza), maglietta a canottiera, calze corte.
  • Con temperatura percepita compresa tra i sedici e i venti gradi la nudità può risultare poco confortevole, i capi tecnici prodotti per la corsa o il trail sono l’abbinamento ottimale.
  • Da tre a sedici gradi di temperatura percepita l’abbigliamento tecnico, da trail o da montagna, diventa la soluzione ottimale, optate per una conformazione a cipolla, ovvero tanti capi sottili e leggeri da sovrapporre gli uni agli altri.
  • Sotto i tre gradi l’abbigliamento da trail è valido solo se marciate a buon ritmo e senza mai fermarvi, altrimenti serve un abbigliamento più pesante specifico per la montagna.

Calzature

0389_ph-fabio-corradini_edAbbandonate l’opinione più comune che le scarpe alte siano l’unica soluzione adottabile, ci sarà un motivo se i trailer utilizzano, anche sui percorsi più scabrosi, scarpe basse!

È ben vero che se si mette male un piede tale rigidità della tomaia protegge (parzialmente!) da possibili lesioni, ma, salvo vere situazioni patologiche, le storte si prendono perché le scarpe alte raramente calzano perfettamente il piede e solitamente lasciano pericolose zone di vuoto attorno allo stesso, oppure perché si cammina male, perché si è distratti, o perché la caviglia, condizionata dalle scarpe alte, ha assunto un innaturale stato di lassità.

La scarpa bassa certamente richiede assenza di patologie alla caviglia e un periodo di adattamento, ma poi la sua leggerezza e l’assenza di pericolose zone vuote attorno al piede vi faranno dimenticare per sempre le scarpe alte. Uniche pecche della scarpa bassa sono il cammino nell’erba bagnata (dopo poco tempo vi trovate con i piedi a mollo) e sui ghiaioni (i sassi possono urtare sui malleoli graffiandoli o provocando più o meno lievi ematomi), ma per ambedue i casi esistono apposite ghette.

0145_ph-alberto-quaresmini_edPostura e appoggio del piede

Ho già detto della schiena che deve restare il più possibile eretta, aggiungo qui la verticalità del corpo: testa, spalle, anche e centro dei piedi devono essere il più possibile in linea tra di loro e tale linea deve approssimarsi a quella della verticale.

Piedi ben dritti tenuti alla larghezza delle anche. Cercate di mantenere l’intera pianta del piede a contatto con il terreno. L’appoggio (nella marcia) inizia dal lato esterno del tallone, passa per l’intera pianta del piede e finisce sull’interno della punta determinando quella che viene definita rullata normale (nella corsa l’appoggio inizia con la parte anteriore del piede a cui segue la stabilizzazione con l’appoggio anche della parte posteriore, da qui parte la rullata normale sopra descritta).

La discesa

La verticalità sulla base d’appoggio resta fondamentale anche se, con l’aumentare della pendenza, diviene sempre più difficile da mantenere. In ogni caso cercate di spostare il meno possibile il baricentro verso l’indietro cosa che comporta un notevole carico su quadricipiti e legamenti delle ginocchia. Un baricentro molto arretrato renderà anche più facile la scivolata a valle del piede e la conseguente possibile caduta. Anche qui, come per l’altezza delle scarpe, esiste una diffusissima e invero erronea opinione: “mai correre in discesa”. Talvolta è proprio meglio correre che camminare, soprattutto con le scarpe basse da trail e a patto di mantenere una velocità adeguata alla propria agilità e prontezza di riflessi: la dinamicità della corsa permette di mantenere una perfetta verticalità sulla base d’appoggio, di superare più agevolmente e con meno sollecitazioni i tratti ripidi e anche quelli più scabrosi, inoltre in caso di scivolata sarà molto più facile mantenere l’equilibrio.

Bastoncini si, bastoncini no

Personalmente non li utilizzo, sono però per il “dipende”.

Dipende dal tipo di terreno, dalla sua inclinazione, dallo stato del sentiero, dalle condizioni fisiche della persona, da, da, da. Insomma, su questo argomento che ognuno segua il suo pensiero, l’importante è usarli come si deve.

Alpinismo e tecnologia: l’escursionismo ieri, oggi, domani


Portamento dello zainoAl tempo in cui i sentieri segnati erano scarsi, i rifugi, veri e propri rifugi con il minimo per il sostentamento, si contavano sulle dita, e la montagna ancora poco frequentata, tempi quando era facile trovarsi pressoché soli tra i monti nell’impossibilità totale di comunicare con casa, si diceva: “in montagna serve la testa”. Al neofita alpinista veniva insegnato si l’uso della carta e strumenti ad essa abbinati ma anche e soprattutto come orientarsi a naso, a valutare di volta in volta quello che doveva mettere nello zaino, a vestirsi secondo esigenza del momento, a rapportarsi onestamente con la montagna, senza eccessive paure ma senza nemmeno prenderla sottogamba.

Poi è arrivato il boom dell’alpinismo, sono stati tracciati e segnalati centinaia di sentieri, sono stati costruiti nuovi e più accoglienti rifugi, che sarebbe meglio chiamare alberghi di montagna, tra i monti la solitudine è diventata difficile e in ogni caso il cellulare permette di mantenere, seppure con ampie limitazioni, i contatti con casa. Insieme a tutto questo è arrivato il momento del “in montagna sempre con” dove al con seguiva un qualcosa che variava (e ancora oggi varia) da persona a persona, per qualcuno era la giacca pesante, per qualcun altro gli scarponi, per altri ancora la carta topografica, il dissipatore (facendo riferimento alle ferrate), la corda con riferimento ai ghiacciai o addirittura ai semplici nevai e qualcuno arrivava perfino a dire tutto. Al di là di quello che seguisse quel “in montagna sempre con” quello che veniva in evidenza era la sparizione della testa, relegata ad un ruolo secondario, se non avevi quel con eri senza via di scampo un imprudente, un ignorante, un disgraziato suicida. Così (e non esagero, tutte cose viste di persona) ecco dieci persone legate tra loro con la corda a procedere di conserva a un metro l’una dall’altra rischiando ad ogni passo di finire tutti insieme in un crepaccio, ecco disorientate persone camminare con la carta in mano leggendo la valle sbagliata, ecco in media montagna persone vestite come se fossero al polo nord stese a terra per un colpo di calore, ecco persone con pesanti e rigidi scarponi percorrere comodi e facili sentieri sui monti periferici di centri urbani, ecco persone affrontare escursioni di poche ore con improponibili zaini più grandi di loro.

IMG_9662Ora sono arrivati lo smartphone e il GPS, con essi non si sono fatte attendere a lungo le affermazioni “in montagna sempre con il GPS”, con essi non si sono fatti attendere a lungo i suggerimenti per sostituire relazioni e carte topografiche (che richiedono studio e pratica, ovvero testa) con facili e intuitive applicazioni per smartphone che guidino passo passo l’escursionista lungo la strada giusta. Ecco il finale colpo di grazia alla testa, quel colpo di grazia che ha portato a considerare incoscienti quelli che ancora vanno in montagna secondo il vecchio crisma dell’usa la testa, calibrando di volta in volta il contenuto dello zaino, mettendosi anche a torso nudo o nudi del tutto (che pare ci si sia totalmente dimenticati delle creme solari, oggi tra l’altro assai più efficaci di quelle d’un tempo), lasciando a casa o comunque tenendo spento il cellulare, usando le calzature più adatte al tipo di terreno e di cammino, quelli che, con preparazione fisica e psicologica, in montagna amano andarci da soli e, magari, di notte. Quel colpo di grazia che ha permesso l’intromissione delle istituzioni in un qualcosa che dovrebbe essere assolutamente e insindacabilmente scelta personale (mi riferisco, ad esempio, ai sindaci o altre cariche istituzionali che emanano ordinanza di divieto alla frequenza della montagna d’inverno o di notte). “Eh no, lo sai che è pericoloso, non si può fare!” Si lo so e proprio perché lo so sono in grado di affrontarlo, attraverso la fatica della preparazione fisica e mentale, senza prendere sotto gamba le cose ma nemmeno farne un tabù, mantenendo la capacità di usare la testa invece di affidarmi a (falsi) rigidi schemi mentali che, lungi dall’incrementare la sicurezza, tolgono essenza all’alpinismo e ne fanno merce senza gusto e senza… testa!

Usa la testa, ragiona, valuta, preparati e in montagna vacci per godertela e non per subirla, vivi la montagna come elemento della natura e non come oggetto economico, rapportati a lei con naturalezza, avvicinala secondo sua regola, la regola della semplicità, semplicità che vuol dire non affidarsi totalmente alla tecnologia (usarla non è un male ma dipenderne si), semplicità che vuol dire anche rinunciare ai vestiti che, per quanto minuti e leggeri, sono pur sempre una barriera fra il nostro spirito e quello del monte.

La montagna è nuda, viviamola nudi!

Locandina TappaUnica3V_600

Orientamento naturale


2037È notte, le vie della città sono pressoché solitarie, un uomo è fermo all’angolo d’una piazza e si guarda attorno a ripetizione, il viso teso e gli occhi sbarrati denotano una forte tensione. Guarda a destra, avanza di qualche passo, si ferma. Secondi di pausa, la testa nervosamente si volge prima da un lato poi dall’altro, si alza e si abbassa, lo sguardo costantemente verso l’alto nel tentativo d’evocare immagini pregresse. Si gira, ritorna sui suoi passi, prende una strada dalla parte opposta, avanza leggermente e nuovamente si ferma. La scena si ripete, la testa che gira, lo sguardo fissatamene alto, movimenti nervosi, sospiri. La tensione cresce, l’espressione sta pian piano commutando verso la paura. Si siede a terra, stanco e sfiduciato, si siede con la testa tra le mani, decide d’attendere il passaggio di qualcun’altro: s’è perso, ricorda d’essere già passato da questa piazza eppure nessuna delle strade che da essa divergono gli danno la giusta sensazione, gli indicano la strada corretta. Disperato attende, sperando l’arrivo di qualcuno.

Passano i minuti, l’uomo sempre più depresso è ancora seduto a terra, ogni tanto alza la testa e si guarda attorno per vedere se c’è qualcuno, ma niente: nessuno passa da quella piazza! Altri interminabili minuti, un rumore di passi, l’uomo alza la testa, sul muro della casa di fronte un ombra si rende sempre più evidente. I passi diventano più distinti, l’ombra più grande e nitida, l’uomo si alza e si incammina ad intercettare la persona in arrivo. S’incontrano, l’uomo ferma quella persona, parlano, gli occhi dell’uomo s’illuminano, la tensione s’attenua, insieme s’incamminano per una strada laterale e svaniscono nel buio della notte.

Un chilometro di distanza dalla piazza, una fila di case, nel mezzo l’insegna di un piccolo albergo, la strada sbarrata da un lato sull’altro s’allunga verso le luci della città. Due ombre lontane si fanno man mano più vicine, l’uomo e il cordiale passante arrivano davanti all’albergo, si stringono la mano, l’uomo abbraccia a lungo il provvidenziale passante, questi gli sorride e gli pone in mano un bigliettino da visita, l’uomo la guarda, lo legge, un cenno affermativo fatto con la testa, si sorridono, ultimi saluti, l’uomo entra in albergo mentre l’altro riprende la strada della città.

La nebbia ricopre il desolato e selvaggio pianoro alpino, silenzio profondo, nessuna traccia di sentiero, solo erba e rocce si dividono l’areale, non ci sono pareti o pendii che possano dare una minima idea di direzione. Un’ombra si forma al limitare dello spazio visibile, avanza decisa e senza nessunissima esitazione si muove nell’erba zigzagando tra le rocce. L’ombra diviene più nitida, i lineamenti si fanno riconoscibili, è lui, è quell’uomo che pochi mesi prima disperato s’era accasciato a terra nella piazza cittadina. Sul berretto campeggia una scritta, il marchio d’una scuola, il nome d’un corso: PEARL, Orientamento Naturale, Istruttore.

È comune ritenere e affermare che ci siano qualità assunte con la nascita e in seguito impossibili da costruire. Certamente è vero che ci sono predisposizioni innate, d’altra parte è anche vero che tutte le qualità e le capacità si possono acquisire anche in seguito: se un fuoriclasse è arrivato ad esserlo in modo spontaneo e senza fatica proprio perché aveva in sé delle doti innate, chiunque può diventare un campione, deve solo volerlo e applicarsi a fondo.

Uno dei luoghi comuni più forti è quello che riguarda la capacità di orientamento a torto dai più ritenuta dote innata e non acquisibile. Al contrario, tutti, ribadisco tutti, possono fare come l’uomo del racconto introduttivo ed imparare ad orientarsi in modo naturale, ovvero acquisire la capacità di orientarsi anche senza l’ausilio degli strumenti all’uopo creati: cartine topografiche e bussola. È facile farlo e servono poche cose: crederci e provarci. Provaci anche tu, partecipa al corso di orientamento naturale, apprenderai tecniche e affinerai capacità che potranno tornarti utili in tanti altri contesti, ne uscirai rinforzato in te stesso.

Non è un classico corso di orientamento e topografia, non si useranno cartine topografiche e bussole, non sarà nemmeno necessario portarsi sui monti, andare in luoghi reconditi e misteriosi. D’altro canto è un corso ottimamente sinergico coi classici corsi di orientamento e topografia. Provaci!

PEARL Galaxy – Corso di “Orientamento naturale”

#TappaUnica3V, incremento di forza


Ci sono cose che, nella vita, hanno necessariamente la priorità ed è così che in questo ultimo periodo i miei allenamenti hanno subito un sensibile rallentamento, in questi giorni, poi, sono necessariamente limitato al mattino con rientro a casa per il mezzogiorno. Ho quindi deciso di spostare l’attenzione dalla resistenza alla forza, quella delle gambe ovviamente: uscite brevi con zaino leggero o addirittura senza zaino ma fatte a ritmo sostenutissimo e su percorsi con tratti particolarmente ripidi.

Nel contempo, in un fine settimana in cui avevo solo un paio di ore libere, ho fatto una prova importantissima: il test di lentezza eheheh

Andiamo con ordine.

Sabato 31 gennaio

Proprio a fianco di casa ho una strada perfettamente rettilinea per alcuni chilometri, perfetta per rilevare attraverso le mappe on-line la distanza dei due chilometri, ovvero quella lunghezza di percorso che, fatta avanti e indietro, corrisponde a quei quattro chilometri che durante il mio viaggio finale dovrò fare per ogni ora di cammino. L’obiettivo è quello di trovare e memorizzare il corrispondente ritmo del passo, un ritmo sensibilmente più basso del mio solito.

Che dire, non ce l’ho fatta, la prova è fallita: non sono riuscito ad andare così piano e i quattro chilometri li ho coperti in quaranta minuti, con una velocità risultante di sei chilometri all’ora.

Sabato 6 febbraio

IMG_8418Sentiero 502 che dalla località San Carlo in Gavardo sale a Tesio per poi ridiscendere compiendo un ampio giro, in totale la tabella del CAI indica nove chilometri e quattrocento metri (il cartellone all’inizio del sentiero invece riporta undici chilometri e cinquecento sessantacinque metri), con tre ore e quindici di percorrenza.

Parto subito fortissimo e, con la sola pausa dei diversi dubbi di percorso (la segnaletica risulta carente quasi ad ogni bivio), mantengo il ritmo fino al punto di massima quota: quattrocento ottantacinque metri di dislivello in cinquanta minuti, se tolgo il tempo perso per trovare la giusta strada (almeno una quindicina di minuti) devo proprio essere contento.

La discesa parte ripida per poi spianare con un lungo diagonale interrotto da qualche breve strappo in salita. Ancora ripida discesa, ripidissima salita su strada cementata, ancora un lungo diagonale e recupero il percorso di salita per il quale in breve sono nuovamente alla macchina: in totale ci ho messo due ore, ma almeno trenta minuti se ne sono andati per le varie indecisioni di percorso.

E i quadricipiti? Beh, sono rimasti completamente silenti, dovrei esserne contento ma visto quello che era lo scopo dell’uscita, farli scoppiare, posso solo dire… “obiettivo fallito!”

Domenica 7 febbraio

IMG_1578Sotto la pioggia battente mi faccio il giro della Rocca di Bernacco a Vallio Terme.

Partenza al buio senza torcia, ma la strada asfaltata, nonostante la ripida salita, permette comunque un passo agevole e veloce. Finisce l’asfalto e inizia il cemento, ancor più ripido. Poi sterrato e alle Case di Bernacco piano sentiero che si addentra in una valletta. Evidenti in un tratto franoso i segni del frequente passaggio di ciclisti, in alcuni punti il sentiero viene quasi a mancare.

Salita su un verde e ripidissimo costone erboso, la traccia più volte rovinata dal passaggio delle biciclette rende il cammino ancor più disagevole e faticoso, comunque mantengo un ritmo elevato: cento ottanta battiti al minuto, più o meno visto che non avendo cardio frequenzimetro li rilevo manualmente sulla carotide.

Dopo un breve tratto di piano respiro eccomi alla base della cuspide sommitale, nella prima metà il sentiero l’addolcisce con alcuni tornanti, peccato che la traccia sia profondamente scavata dal passaggio dei ciclisti: cavolo, hanno certo anche loro diritto a divertissi, d’altra parte devono pur rendersi conto che non possono distruggere tutti i percorsi escursionistici, percorsi il cui tracciamento è costato sudore e soldi, che si trovi una mediazione!

Trentatré minuti e sono in vetta, trecento sessantatré metri sopra il punto di partenza, ottimo.

Senza sosta di corsa mi lancio sulla ripidissima discesa dal versante opposto a quello di salita e qui ne combino una grossa: la corsa, le gocce di pioggia sugli occhiali e alcune evidenti tracce nell’erba mi fanno sbagliare percorso, non m’avvedo della secca deviazione a destra e procedo dritto. Quando mi trovo ai piedi di un piccolo ma secco rilievo inizio a sospettare l’errore: questo giro l’ho già fatto diverse volte e non ricordo questa risalita. Un paletto segnaletico sulla sommità del dosso! Boh, andiamo avanti.

Giù di corsa per un pendio erboso che supera i quarantacinque gradi d’inclinazione, l’erba alta rende difficile mantenersi in piedi. Poco dopo mi trovo nel bosco, un bosco fitto che non dovrebbe esserci, sono certo passati alcuni anni dal mio ultimo passaggio, ma comunque troppo pochi per la crescita di una siffatta boscaglia. Ormai non posso far altro che scendere, un capanno, anche se diroccato, mi fa presupporre d’essere vicino a un sentiero e infatti, dopo una fascia di spine, eccomi su una larga stradina sterrata che seguo nella direzione della presunta posizione di Vallio.

Bivio, io arrivo da destra quindi devo andare a destra. Una presa d’acqua e nei suoi pressi un sentiero s’infila a destra in una stretta valletta, senza esitazione lo imbocco, diventa quasi un torrente, poi si alza sul pendio, segni di biciclette, legna raccolta, capanno e… strada asfaltata, la strada del Monte Ere, una strada che ben conosco. Dietro di me un cartello segnaletico indica la Rocca di Bernacco, è il sentiero da cui dovevo arrivare. Bon errore rimediato, mi è costato un chilometro in più e dislivello aggiuntivo ma poco importa: ho messo a dura prova il mio senso d’orientamento e ancora una volta ho saputo trovare la giusta strada, senza contare che la strada in più è stata un allenamento.

Poco sotto lascio la strada asfaltata per lo sterrato che deve riportarmi al punto di partenza, giunto ad un grande dosso pieno di roccoli mi trovo davanti tre direzioni e nessuna segnalazione (in effetti da qui non passa nessun sentiero ufficiale, questo puntava a valle molto prima ma portando a distanza dalla macchina). Prendo la strada centrale che scende cementata, però, credendo d’essere molto più in alto, i conti non mi tornano: non vedo le cascine che dovrei vedere sotto di me, davanti ho una larga valle che dovrebbe invece essere molto stretta. Decido di ritornare sui miei passi, risalgo un bel pezzo per poter avere una migliore visione della zona. Inutile, non riesco a vedere quello che dovrei vedere però… però vedo la strada che da Vallio sale al Monte Ere, è certo sono nella valletta più a est per cui io devo andare a ovest per la strada già percorsa e poi risalita. Detto fatto e in pochi minuti arrivo ad una casa inequivocabilmente riconoscibile e alla strada asfaltata che mi riporta alla macchina.

In totale almeno sette chilometri e mezzo di strada per cinquecento trenta metri di dislivello, il tutto costantemente sotto una pioggia non battente ma abbondante e continua (ottimo test per la nuovissima giacca da pioggia), il tutto fatto in un’ora e quarantatré minuti. Anche oggi nessun dolore alle gambe, le brevi soste fatte sono state tutte necessarie per prendere fiato, beh, se non ho allenato la forza dei quadricipiti ho di sicuro allenato la forza organica.

Martedì 9 febbraio

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Ancora un percorso che non conosco (il 503 di Gavardo) e ancora problemi con la segnaletica, oggi decisamente sfuggevole: salvo pochissime eccezioni scompariva nell’avvicinarsi ai bivi e la si ritrovava solo dopo diverse centinaia di metri, in un caso ho fatto all’incirca un chilometro andando totalmente a naso. Peccato perché questo è un bel giro: quasi quattrodici chilometri con circa settecento metri di dislivello suddivisi in due tratte (519 e 182 metri) tra loro separate da una lunga e ripida discesa che riporta quasi alla quota di partenza; si attraversano località interessanti, in particolare mi hanno colpito un capanno contornato da un bellissimo castagneto e una cascina con oche starnazzanti (una mi correva dietro a collo allungato e becco puntato, fortuna c’era una rete a dividerci) e diverse caprette.

Il sentiero parte subito ripidissimo e dal fondo molto irregolare, molti i saltini di roccia che formano alti gradini, la pioggia dei giorni scorsi ha reso particolarmente scivoloso il terreno. Intenzionato a far saltare i quadricipiti ci do dentro a tutte e, infatti, dopo una ventina di minuti compaiono i primi dolori: vaiiiii!

Cento ottanta battiti a minuto, ovvero venti in più di quelli che, secondo la formula “duecento venti meno età), sarebbero il mio limite massimo, mi accompagnano costantemente per tutta la prima salita e in circa quaranta cinque minuti (tolti i dieci che mi sono costati per un ripidissimo e faticoso errore di percorso) sono al vertice. Qui incontro una cordiale persona con cui mi soffermo a chiacchierare per una decina di minuti, resta impressionato dal mio progetto TappaUnica3V e ancor più dalla mia età.

Con una corsa senza sosta (salvo un punto dove la segnaletica era poco visibile e stavo sbagliando strada) in venti minuti supero i quattrocento venti metri di dislivello della prima a tratti molto difficile discesa (sassi mobili nascosti da uno spesso strato di foglie, forti pendenze, fango, radici, salti rocciosi, umidità, non mi sono fatto mancare nulla).

Breve tratto di asfalto lungo la strada della valle di Vallio, lungo sentierino pianeggiante fortemente infangato e quindi, dopo il secondo importante errore di percorso, risalita, stradina asfaltata con pendenze notevoli, piano diagonale tra bellissimi prati, ancora un poco di salita e poi di nuovo in piano per una stradina sterrata che riporta sul sentiero di salita per il quale rientro alla macchina. Ancora di corsa sull’ultima tremenda (per l’irregolarità del fondo e la pericolosità delle tante viscide pietre) discesa.

In totale, compresi i vari pezzi in più fatti per errore e i tempi persi alla ricerca della segnaletica, due ore e quarantacinque contro le quattro indicate dalla tabella. Ah, i quadricipiti? Niente, superati i primi dolori sono tornati a dormire, ho fatto di tutto per portarli allo stremo ma niente, anche oggi non ci sono riuscito.

Consuntivo

Riaggiorniamo la tabella dei totali:

  • uscite effettuate: 26
  • chilometri percorsi (calcolo approssimato per difetto): 366
  • metri di dislivello superati (calcolo approssimato per difetto): 21320
  • ore di cammino fatte: 100 e 26 minuti (93,55 effettive, 6,31 di soste)
  • massimo chilometraggio fatto in unica uscita: 45
  • massimo dislivello superato in unica uscita: 2212 metri
  • tempo massimo di cammino in unica uscita: 8 ore e 25 minuti

#TappaUnica3V: equipaggiamento e alimentazione


IMG_1692Quale abbigliamento userai? Quale attrezzatura? Quali calzature? Come ti gestirai per l’alimentazione? E per la reidratazione? Domande lecite, domande che mi sono state fatte, domande che mi sono fatto. Qualche risposta me la sono già data, altre sono in elaborazione, nei prossimi mesi le potrete scoprire e leggere attraverso le schede tecniche che andrò facendo, qui riporto le linee di massima a cui mi atterrò e anticipo grossolanamente le scelte già fatte.

Innanzitutto è giusto e doveroso precisare che, per varie ragioni, ivi compresa quella di mantenere il peso dello zaino entro limiti ragionevoli, dovrò necessariamente organizzare tre o quattro rifornimenti: punti del percorso raggiungibili in auto nei quali familiari e/o amici mi porteranno il necessario cambio di abbigliamento, alimentazione e liquidi. Al fine di non inibire l’aspetto della solitaria i luoghi allo scopo identificati sono centri abitati o località molto frequentate, dove avrei comunque incontrato delle persone.

Veniamo allo specifico argomento di questo articolo e partiamo dalla reidratazione. È, questo, un aspetto importante, oserei dire fondamentale per una conclusione positiva del giro: potrei avere la migliore attrezzatura ed alimentazione ma senza un adeguato supporto idrico e una sua corretta somministrazione mai e poi mai potrei camminare per quaranta ininterrotte ore, delle quali la metà si svolgono al di sopra del limite boschivo dove nulla potrà attenuare l’insolazione, alle condizioni che presumibilmente troverò a fine luglio, specie se sarà come quello del 2015. Cosa userò e come mi regolerò? Il calcolo preciso è necessariamente rinviato ai primi di luglio, quando avrò effettuato tutti i test e potrò quantomeno intuire l’andamento climatico del mese, per ora ho previsto che mi serviranno all’incirca venti litri di acqua, mezzo litro per ogni ora di cammino. Dato che lungo il percorso quasi nulle sono le possibilità di reperirla dovrò portarmela tutta appresso, due litri nell’apposita sacca con cannuccia, gli altri in bottiglie di plastica, quelle da un litro e mezzo onde semplificare la ricarica della sacca e non trovarmi mai con delle bottiglie parzialmente piene. Sto ancora ragionando sull’opportunità di utilizzare degli integratori da disciogliere nell’acqua, di certo andranno comunque a rappresentare solo una parte, direi al massimo un terzo, della reidratazione, per il resto sarà solo pura e semplice acqua, quell’acqua che bevo quotidianamente da diversi anni: l’Acqua Maniva PH8 (presto ne pubblicherò la scheda tecnica). Tutta l’acqua mi verrà gentilmente fornita dalla Fonte Alpina Maniva di Bagolino, azienda molto sensibile alle esigenze degli sportivi e ben presente nelle manifestazioni di varie discipline sportive.

IMG_8266Passiamo all’alimentazione. Qui, sebbene abbia già una discreta idea sulla composizione di base (rapporto tra carboidrati, lipidi e proteine) e sulle caratteristiche pratiche (cibi leggeri, facilmente digeribili, da potersi assumere anche camminando, che restino integri anche dopo ore nello zaino, eccetera), è ancora tutto in alto mare: essendo diabetico, seppure con bassi e controllati valori di glicemia, devo innanzitutto parlarne con il diabetologo e, se necessario, con il dietologo che prestano servizio nell’unità diabetologica che mi segue. Dovrò valutare attentamente anche l’assunzione del medicinale che, in quanto diabetico, prendo ogni giorno, anche per questo sarà il diabetologo a darmi le necessarie e giuste indicazioni: la visita è prenotata a fine gennaio.

Idee chiare e precise, invece, le ho sulle calzature. Userò le stesse scarpe che, per le mie escursioni, utilizzo con estrema soddisfazione da tre anni: Ultra Raptor GTX de La Sportiva. Studiate per le più impegnative e lunghe gare di corsa in montagna, sono un modello con membrana in Goretex che i corridori più esigenti giudicheranno forse un poco pesante, ma proprio per questo lo ritengo il più adatto all’utilizzo escursionistico e a TappaUnica3V. Qualcuno storcerà il naso trattandosi di scarpe basse, da molti ritenute inadatte o addirittura pericolose per l’escursionismo in montagna, io la penso diversamente: uso scarpe basse da circa trentacinque anni, mi ci sono sempre trovato benissimo e non mi hanno mai creato problemi, nemmeno le tanto temute storte alla caviglia, invero provocate da scarpe che lasciano spazi vuoti nell’arcata interna del piede e dalla lassità di una caviglia abituata ad un costante più o meno rigido contenimento.

Anche per lo zaino la scelta è già stata fatta. Sarebbe andato benissimo quello che avevo, ma visto che ormai aveva completamente perso l’impermeabilità ne ho approfittato per rottamarlo. Ne volevo uno di capienza similare (verificata in tanti anni di utilizzo), altrettanto leggero e comodo, se per la questione peso il tutto si riduceva a leggerlo sulle etichette, per il resto le cose non erano altrettanto semplici: la comodità la puoi valutare efficientemente solo nell’utilizzo in montagna, meglio se a pieno carico; per la capienza sarebbe stato facile se avessi avuto conoscenza esatta della capacità di quello vecchio, purtroppo così non era e, per la sua struttura molto particolare (due separate zone verticali), non potevo fare una comparazione diretta con gli altri, par altro oggi molto più stretti e alti di quelli che si usavano una volta. Comunque alla fine, dopo un’ora di prove e considerazioni, l’ho trovato, è invero uno zaino da sci alpinismo ma non era disponibile il corrispondente modello da escursionismo per cui… comprato: Randonnèe 36 della Salewa. L’ho già positivamente testato in diverse uscite, ancora devo provarlo col caldo e sulla nuda pelle ma penso di poter già affermare che, seppure con alcuni difettucci, si tratta d’uno zaino eccezionale.

Niente bastoncini, preferisco camminare senza, mi trovo meglio, mi sento più libero e più agile, ho gambe adeguatamente robuste e allenate (anche grazie al non uso dei bastoncini), non devo preoccuparmi di dimenticarli da qualche parte.

Lampada frontale. Sebbene abbia opportunamente scelto il periodo di luna piena, sebbene la parte del percorso che farò di notte sia priva di copertura arborea permettendo alla luna d’illuminare per bene il terreno, non potrò certamente farne a meno. Scartata la frontale già in mio possesso, troppo debole, mi sono fatto consigliare dal negoziante e l’acquisto è stato qui molto semplice e veloce: la H7R.2 della Led Lenser, potentissima e di lunga autonomia, l’ideale per TappaUnica3V.

Molti dubbi in relazione all’acquisto di un orologio con sistema di rilevazione cardio. Costa parecchio e, tutto sommato, non dovrò fare una corsa bensì un cammino di regolarità, sarò sollecitato più sulla resistenza psicologica e articolare che su quella cardiaca. Caso mai potrebbe tornarmi più utile durante gli allenamenti, quando spingo al massimo per indurre un affaticamento precoce al fine d’incrementare il margine di resistenza fisica e la potenza muscolare, ma, come detto, spesa che non mi posso permettere e necessariamente surclassata da altre al contrario indispensabili.

Gialdini Sport, negozio presso il quale da moltissimi anni mi servo e al quale ho indirizzato familiari e tanti amici, mi ha promesso in prestito il localizzatore GPS Spot Gen 3. Grazie a questo dispositivo potrò allestire una pagina web dalla quale chiunque potrà seguirmi in tempo reale, avendo costante visione del mio incedere e della mia posizione.

IMG_DSC7514Resta l’abbigliamento. Abbigliamento? Quale abbigliamento, sarò nudo! Ehm, si certo, sarò nudo, ma intanto c’è un lungo tratto a quote prossime o superiori ai duemila metri, poi devo passare una notte intera e proprio alle massime quote, infine devo percorrere lunghe creste spesso tormentate dal vento: nudo sì ma con scienza. Nello zaino, pertanto, avrò il necessario per affrontare tutte le prevedibili situazioni, in rapporto alla stagione ovviamente: pantaloncini, canotta, pantaloni lunghi, maglia a maniche lunghe, giubba pesante, giacca antivento e antipioggia, berretto per il sole, forse anche una calda fascia per fronte e orecchie. Data la possibilità d’indossarlo e levarlo senza smettere di camminare, avrò dietro anche un piccolo pareo tagliato e cucito da mia moglie: sebbene la mia speranza sia quella che per l’occasione specifica, vista la sua particolarità e i messaggi sociali che vuole trasmettere, mi sia possibile ignorarle, ad oggi, purtroppo, ci sono molte, troppe, insulse e illogiche limitazioni che ancora vengono imposte a chi nudo vuole stare, volente o nolente devo e dovrò tenerne conto!

Ah, la crema solare… Indispensabile. In questi ultimi anni, da quando, cioè, ho unito la passione per la montagna alla scelta nudista, ne ho provate di diverse marche e di diversi tipi, niente, ancora non ne ho trovata una che mi soddisfi a pieno. Quale è il problema? In spiaggia vanno tutte bene, stai fermo e puoi farti la doccia subito dopo, nell’escursionismo vestito già qualche fastidio è rilevabile ma sopportabilmente limitato a viso e mani, dovendola applicare a tutto il corpo il fastidio si fa insistente: a parte l’effetto colla che lasciano dopo l’utilizzo, tutte le creme solari da me provate generano un effetto vestito, seppure leggero risulta percepibile da chi, ormai abituato alla nudità prolungata, ha recuperato la neonatale sensibilità epidermica, riduce sensibilmente il respiro del corpo e provoca (o aumenta) la sudorazione. Vedremo, per ora è impossibile fare test in merito, devo per forza attendere quantomeno la primavera, nel frattempo se avete suggerimenti sarò ben lieto di riceverli e, appena possibile, sperimentarli.

Scala delle difficoltà escursionistiche


Nell’arrampicata è da lungo tempo consuetudine dare ad ogni itinerario una valutazione delle difficoltà e nel tempo diverse sono le scale che si sono utilizzate, talvolta anche contemporaneamente e spesso con accese discussioni tra i sostenitori dell’una piuttosto che dell’altra. L’escursionismo per molti anni è rimasto immune a tale esigenza finché il numero di praticanti è aumentato considerevolmente e sempre più numerose sono diventati i prodotti editoriali che trattano di escursionismo, determinando la necessità di offrire ai lettori un’indicazione sulla difficoltà del percorso . Dopo le iniziative individuali dei vari relatori, al fine di uniformare i criteri è lo stesso Club Alpino Italiano (CAI) a definire e pubblicare una scala di valutazione delle difficoltà escursionistiche, scala alla quale dovrebbero far ricorso tutti i relatori.

Nelle mie prime relazioni escursionistiche avevo tralasciato la questione, poi, però, anche a seguito di alcune osservazioni e incomprensioni evidenziate dagli amici partecipanti alle escursioni di Mondo Nudo, ho deciso di dare sempre anche tale informazione. La prima occasione si è formulata con i lavori per la “Guida alla Val Braone e Rifugio Prandini”, ma nell’applicare la detta scala mi sono trovato di fronte a diverse perplessità: innanzitutto tra libri, riviste e siti web, perfino quelli delle sezioni CAI, non esiste identità nelle definizioni dei valori; poi si applicano troppi parametri ad un singolo valore cadendo in un’eccessiva generalizzazione; infine, e soprattutto, si mescolano tra loro parametri che, al contrario, sarebbe meglio tenere separati, in particolare dislivello e tipologia di sentiero (può il dislivello rendere più tecnicamente impegnativa un’escursione che si svolge solo su strada sterrata e può un sentiero stretto ed esposto diventare meno difficile perchè di limitato dislivello?). Da qui la decisione di studiare e utilizzare una scala mia personale che possa rendere più facile definire la valutazione di difficoltà di un itinerario escursionistico svincolandosi dalla soggettività sia di chi dà la valutazione sia di chi la interpreta e che risulti il più comprensibile possibile a chi la legge. Ecco, senza nessuna pretesa di ufficialità, il risultato.


In ogni escursione ci sono diversi fattori in gioco che possono incidere sulla percezione di difficoltà, mantenerli indistinti porta ad incomprensioni inficiando, di conseguenza, la valutazione. D’altra parte è anche piuttosto complicato, per non dire impossibile, dare ad ognuno di loro specifica evidenza, possiamo però notare che tali fattori sono sostanzialmente riconducibili a tre sole categorie: tecnica, ovvero la necessità di possedere abilità aggiuntive al solo naturale cammino, come, ad esempio, il saper arrampicare o il saper utilizzare un dissipatore; fisica, inerente la preparazione atletica necessaria ad affrontare un determinato percorso; psicologica, che non è afferente alla maggiore o minore motivazione del soggetto alla pratica del cammino, ma piuttosto a quelle condizioni materiali dell’itinerario che possono sollecitare reazioni di timore o addirittura paura, in sintesi l’esposizione al vuoto. Pertanto la valutazione che ho sviluppato consta di tre parti distinte: difficoltà puramente tecnica, difficoltà puramente fisica e difficoltà puramente psicologica.

Identificazione letteraria della difficoltà puramente tecnica dell’itinerario

Sebbene ci possano comunque essere degli aspetti soggettivi (“tutto è opinabile!”), questa è sicuramente la parte più semplice da oggettivare. Al fine di mantenere un parallelismo e facilitare la comprensione generale della mia valutazione, utilizza le stesse sigle della scala CAI, ma differenziandosi nelle definizioni di ogni livello (dalle quali sono stati tolti i riferimenti al dislivello e rivisti quelli alla tipologia del tracciato rendendoli meno confusi e più specifici).

Tutti i riferimenti vanno riferiti alle migliori condizioni ambientali estive, meteorologiche e di visibilità. Dato che la segnaletica può variare di molto nel corso del tempo la sua presenza e condizione non può essere considerata discriminante, dovendosi piuttosto fare riferimento all’evidenza fisica del percorso: l’escursionista deve preventivamente studiare lo stesso su cartina e relazione, magari portandosele anche appresso durante l’effettuazione dell’escursione.

  • T = turistico: si sviluppa interamente su strade, siano esse asfaltate, cementate o sterrate; può comprendere brevissimi (inizio e fine sono contemporaneamente visibili all’escursionista o quantomeno perfettamente intuibili) tratti di mulattiera o sentiero che collegano fra loro strade diverse o tagliano curve e tornanti; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • E = escursionistico: si sviluppa principalmente su mulattiere o/e sentieri; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • EE = per escursionisti esperti: ogni tipologia di percorso con difficoltà d’individuazione; in particolare si sviluppa su sentieri poco evidenti, tracce di passaggio o/e terreno vergine (ovvero privo di ogni traccia); può presentare anche limitati (non superiori al 10% del percorso), brevi (massimo 20 metri) e discontinui passaggi d’arrampicata (con difficoltà massima di secondo grado) o/e tratti su neve che non necessitano dell’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e/o di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza).
  • EA = per escursionisti esperti con attrezzatura: ogni tipologia di percorso che richieda l’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza); in particolare si sviluppa su sentieri attrezzati, vie ferrate, nevai o ghiacciai.

Identificazione numerica della difficoltà puramente fisica

Fonti

Training Consultant / Fulvio Massini – La fatica

Albanesi.it / Fatica e corsa

Mypersonaltrainer / Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La potenza aerobica

Albanesi.it – Muro del trentesimo chilometro

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Training Consultant / Fulvio Massini – La Scala di Borg: Percezione dello Sforzo

Sport&Medicina / Stelvio Beraldo – La resistenza organica

Difficoltà fisica, ovvero quanta fatica faccio? Qui le cose si complicano notevolmente: seppure si possa in merito trovare molta documentazione, quella di origine medica è finalizzata a determinare le motivazioni della fatica e le sue eventuali evoluzioni patologiche, quella di origine sportiva è finalizzata a valutare, in un dato istante, la fatica e la sua percezione nel singolo individuo con l’obiettivo di aumentarne la prestazione. Io, al contrario, devo determinare quale possa essere il livello d’impegno fisico che un dato percorso vada a generare in un qualsiasi soggetto. Combinando lo studio della predetta documentazione con le mie personali osservazioni e intuizioni, penso d’essere arrivato ad una soluzione accettabile, sebbene pur sempre imperfetta (“tutto è perfettibile!”).

Dobbiamo necessariamente partire dalla considerazione che la fatica non è una sola, ce ne sono diverse che, di volta in volta, di soggetto in soggetto, si sommano fra loro in modo anche molto differente: generale, legata allo stato di salute del soggetto; mentale, legata allo stato motivazionale del soggetto (più si è motivati meno fatica si sente); psicologica, determinata da eventuali fattori stressanti per il soggetto; traumatica, determinata dall’avvenimento di infortuni; meccanica, dovuta alla mancata abitudine allo sforzo effettuato; neuromuscolare, genericamente dovuta dall’inadeguata idratazione e conseguente carenza di potassio; da deplezione di glicoceno (il classico muro dei maratoneti), legata all’esaurimento delle scorte di glicogeno, presente, però, solo sulle lunghe distanze; fisica pura, che dividiamo in generale (organica) e locale (muscolare).

Come prima cosa togliamo di mezzo alcune di queste fatiche (generale, mentale, psicologica, traumatica e meccanica ) azzerandole mediante l’individuazione di un ben preciso soggetto di riferimento, ovvero l’escursionista ideale: soggetto che sia motivato al cammino che deve affrontare, che non sia dallo stesso intimorito o in altro modo psicologicamente stressato, che sia intorno al suo peso forma, che sia e durante l’escursione permanga in una condizione fisica ottimale, che abbia confidenza con la distanza e il dislivello da percorrere. Ogni situazione anche di poco sotto i parametri indicati come ideali alzerà la percezione di fatica: ogni escursionista deve ben sapere questo e deve sapersi giudicare con obiettività.

Eliminiamo anche la fatica neuromuscolare e quella da deplezione di glicogeno dando per scontato che in nostro soggetto di riferimento sabbia gestirsi correttamente, ovvero si idrati con dovizia e mantenga una velocità di cammino costantemente adeguata al suo allenamento. (determinabile in una frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima: empiricamente calcolabile con la formula “220 meno l’età del soggetto”).

Per l’idratazione è difficile dare un univoco parametro di riferimento (litri all’ora) dato che dipende dalla temperatura, dall’insolazione, dall’abbigliamento e dal vento; in linea di massima diciamo che dev’essere sempre presente una quantomeno leggera sudorazione e non dev’esserci sensazione di bocca secca.

La velocità di progressione è, al contrario, facilmente rilevabile attraverso tre modalità: chilometri all’ora, metri di dislivello al minuto e frequenza cardiaca. Noi, però, non dobbiamo definire la velocità di progressione in se stessa quanto la sua conformità all’allenamento e dobbiamo definirlo in modo indipendente da uno specifico soggetto. Le prime due modalità risultano scomode in quanto richiederebbero che ogni escursionista facesse periodicamente degli specifici test sulla sua massima velocità di progressione in date condizioni, troppo complesso. Possiamo, invece, sicuramente utilizzare la terza (oggi facilmente rilevabile attraverso gli apposti cardiofrequenzimetri o le app per i cellulari) che, essendo nel suo valore massimo una costante genetica influenzata solo dall’età, è facilmente definibile: dovrà costantemente risultare attorno al 65% di quella massima (ci sono varie formule per calcolarla empiricamente, una delle più usate è 220 meno l’età; su Internet si trovano anche specifici calcolatori; per un calcolo più attendibile è meglio rivolgersi a un personal trainer o a un istruttore di Fitness), chiaro che se camino molto piano e la frequenza cardiaca scende fino ad approssimarsi al valore a riposo la fatica diminuisce, mentre se cammino più velocemente e la frequenza sale oltre il 70% di quella massima la fatica cresce.

Rimane la fatica fisica. Questa è indotta dalla concentrazione di lattato nel sangue, la quale è proporzionale alla velocità di cammino, mentre il tempo di cammino agisce sulla produzione totale di lattato. L’area definita dai due parametri può essere vista come misura della fatica fatta. Avendo già normalizzato la velocità di cammino (frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima) l’unica variabile che appare rimanere in gioco è il tempo. Se questo è vero per il cammino su terreno uniforme (come, per l’appunto, le strade asfaltate su cui si corrono le maratone da cui derivano il maggior numero di studi letti), in assenza di studi specifici al riguardo (o almeno non sono stato in grado di reperibili) per esperienza personale mi sento di poter affermare che non lo è, invece, per il cammino su terreni accidentati, specie quando il terreno si approssima all’aspetto di una scalinata, e/o inclinati: alla fatica del cammino in sé stesso si assomma la fatica di dovere ad ogni passo sollevare il nostro corpo facendogli man mano guadagnare quota. Ecco che quando si procede su terreno ad alti gradini, sia in salita che in discesa, entra in gioco la forza massima dei quadricipiti, mentre nelle salite particolarmente ripide e con terreno liscio (prati, terra, neve), dove la lunghezza del passo si accorcia notevolmente e si lavora molto con la sola parte anteriore del piede, viene particolarmente sollecitata la forza massima dei polpacci. Purtroppo, come già detto, non sono stato in grado di trovare studi specifici per cui ho individuato io stesso dei parametri che ritengo attendibili e oggettivabili: la pendenza, la discontinuità dell’inclinazione e l’uniformità del terreno.

Certamente il calcolo della pendenza reale (che nessuna delle mappe on-line che ho ad oggi provato riporta in automatico, se non attraverso una visualizzazione del profilo sempre falsata dall’utilizzo di scale differenti per dislivello e lunghezza piana) non è semplicissimo visto che quasi sempre l’inclinazione del nostro percorso avrà delle continue variazioni; in ambito alpinistico ed escursionistico, si aggira la questione facendo riferimento al solo dislivello, ma questo apporta una eccessiva generalizzazione (a livello muscolare è ben diverso farsi 400 metri di dislivello a pendenza del 10% che al 70%) e per questo io preferisco far riferimento alla pendenza media (semplice calcolo trigonometrico avente come fattori la lunghezza in proiezione piana e il dislivello), tenendo conto che il suo valore risulterà sensibilmente differente (solitamente inferiore) a quello reale. Il dislivello è un parametro facilmente misurabile sia a tavolino, grazie alle carte topografiche stampate (potenzialmente precise ma complicate e tediose da utilizzare) e alle mappe on-line (semplici da utilizzare e veloci ma, per quanto abbia sperimentato, assai imprecise, specie su percorsi lunghi e con alternanza di salite e discese), che in pratica, mediante i GPS. Più complicato è rilevare l’esatta lunghezza in proiezione piana (raramente un itinerario segue una linea retta e non tutte le curve possono essere riportate sulle carte topografiche e sulle mappe on-line alla loro tipica scala di rappresentazione), ma alla fine possiamo pur sempre considerare valida la distanza approssimativa che riusciamo a calcolare, specie quella che ci viene automaticamente computata dalle mappe on-line appositamente realizzate (o adattate) per le esigenze di chi organizza o certifica le gare di corsa in montagna e i trail.

Oops, abbiamo detto che il tempo è la variabile principale per la determinazione della fatica: più si cammina più si fa fatica. A questo punto, visto che dobbiamo oggettivare la valutazione di fatica e, quindi, dobbiamo definire, per ogni percorso, un preciso tempo di percorrenza, a quale velocità lo calcoliamo? Certo, quella che corrisponde a una frequenza cardiaca pari al 65 percento della massima, ma una persona molto allenata a parità di frequenza va più veloce di una poco allenata e allora a chi dobbiamo fare riferimento? L’escursionista medio, come si usa dire, ma a che velocità viaggia l’escursionista medio? Per altro, la velocità è ovviamente variabile visto che parliamo di montagna (in relazione alla pendenza ma anche alla tipologia del terreno e alla difficoltà tecnica dei passaggi) e allora? Allora…

uhm, bel problema, ci devo ragionare sopra…

Dopo le dovute spiegazioni veniamo alla classificazione.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è incompleta, in particolare sto cercando di capire come gestire la variabilità dell’inclinazione, l’inserimento di discese e i percorsi principalmente o totalmente in discesa.

  • 1 = non faticoso: massimo 1 ora di cammino, pendenza anche costante con media fino al 10% (alias 6 gradi di inclinazione), terreno uniforme.
  • 2 = poco faticoso: massimo 3 ore di cammino, pendenza incostante con media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo non uniforme.
  • 3 = faticoso: massimo 6 ore di cammino, pendenza media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo con limitate/brevi scalinature.
  • 4 = molto faticoso: massimo 12 ore di cammino, pendenza media fino al 50% (alias 23 gradi di inclinazione).
  • 5 = particolarmente faticoso: massimo 20 ore di cammino, pendenza media fino al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).
  • 6 = eccezionalmente faticoso: oltre le 20 ore di cammino o pendenza media superiore al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).

Identificazione letterale della difficoltà puramente psicologica

Anche qui le cose, seppur più semplici che altrove, sono tutt’altro che immediate: l’abitudine all’esposizione le rende meno attiva mentre eventuali patologie, siano esse fisiche (ad esempio la vertigine parossistica posizionale) che psicologiche (ad esempio il terrore del vuoto), possono far diventare critico un passaggio che per altri è assolutamente banale. Si risolve oggettivando la valutazione, ovvero riferendola non alle proprie sensazioni personali ma alla condizione materiale del passaggio/percorso, pertanto parliamo di esposizione solo quando sussistono lungo il percorso uno o più tratti sovrastanti pareti rocciose verticali/strapiombanti o prati con fortissima inclinazione (valutazione soggettiva che andiamo ad oggettivare ponendola a 60 gradi *valore provvisorio in via di verifica*). Ovviamente si abbina solo ai percorsi di tipo escursionistico (E o EE): un itinerario turistico evidentemente mai potrà avere tratti esposti, mentre un itinerario attrezzato sempre presenterà esposizione ed è pertanto superfluo darne un’indicazione specifica.

  • P = protetto: totale assenza di esposizione o esposizione annullata da un sentiero molto largo o da parapetti robusti, stabili e alti (parapetti in cemento o ringhiere metalliche in ottimo stato di conservazione e saldamente fissati al terreno).
  • EP = esposto con protezione: esposizione attenuata da un sentiero largo e ben tracciato o da una fitta vegetazione di poco sottostante il sentiero o da leggeri ma comunque affidabili parapetti (corde o pali in buono stato di conservazione e saldamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • E = esposto: come sopra ma senza parapetti e senza la cordina passamano.
  • CP = critico ma con protezione: esposizione senza attenuazione o attenuata da parapetti per nulla affidabili (corde o pali vecchi e marci, parzialmente danneggiati o malamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • C = critico: come sopra ma senza la cordina passamano.

Dato che è certamente differente affrontare un singolo breve tratto esposto piuttosto che tanti tratti esposti o un singolo ma lungo tratto esposto, alle indicazioni E, EP, C e CP andiamo ad abbinare un’ulteriore indicazione che tenga conto di tale aspetto.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è provvisoria.

  • l = leggera esposizione: esiste un singolo e breve (massimo 2 metri) tratto esposto oppure i tratti esposti, pur sempre brevi e nella loro somma pari o inferiori al 10% della lunghezza del percorso, sono talmente distanziati tra loro da poterli definire singoli (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • m = media esposizione: i tratti esposti, pur sempre brevi (massimo 2 metri cadauno), sono superiori al 10% della lunghezza del percorso, ma comunque inferiori al 30%, e distanziati tra loro (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • f = forte esposizione: i tratti esposti nella loro somma superano il 30% della lunghezza del percorso oppure sono vicini tra loro (meno di 30 minuti tra l’uno e l’altro) oppure c’è un singolo tratto esposto ma lungo (oltre i 2 metri).

Escursionismo, nudismo e… zecche!


Cosa fa un escursionista quando si trova in una zona notoriamente invasa dalle zecche? Niente di particolare, si esamina frequentemente le gambe ed eventualmente anche il resto del corpo.

E se fosse nudo? Fa le stesse identiche cose solo che le può fare con maggiore semplicità e velocità.

Anche questo argomento, come già a suo tempo quello sulle vipere, merita un certo approfondimento.

Ricordo che, prima degli anni novanta, delle zecche ne avevo sentito parlare molto occasionalmente e mai avevo conosciuto qualcuno che, andando in montagna, si preoccupasse della questione, semplicemente il problema era inesistente.

Ad un certo punto sulle riviste di montagna sono apparsi i primi allarmi: articoli che parlavano di questi animaletti e di pericoli che ne derivavano. Cosa è successo? È successo che, vai a saperlo per quale motivo, a quel punto le zecche erano aumentate considerevolmente di numero infestando ampiamente vari e vasti areali di montagna, di più, in alcune zone risultavano portatrici di pericolose (per l’essere umano) malattie quali il Morbo di Lyme e la Tbe.

Da quel momento in avanti anche gli alpinisti hanno iniziato a preoccuparsi della questione e molti gli articoli che ancora oggi si ripetono su siti e blog ad ogni primavera. Alcuni di questi articoli sono superficiali ed eccessivamente allarmistici, altri sono fatti meglio, altri ancora sono ottimi e trattano ogni aspetto della questione; in tutti si riportano suggerimenti sul come proteggersi e, come al solito, tutti esaminano la tematica in modo condizionato, anche perché molti sono solo un bel copia e incolla di altri:

  1. Non camminare nell’erba alta
  2. Vestirsi con indumenti molto chiari
  3. Coprirsi completamente

Vogliamo andare un poco più oltre? Vogliamo esaminare a fondo questi suggerimenti e chiederci se siano realmente efficienti? C’è forse qualcosa di più e di meglio che possiamo fare?

Non camminare nell’erba alta

Simpatico consiglio, prego tutti i comuni di falciare regolarmente l’erba lungo i sentieri! I sentieri di montagna possono si essere delle larghe e frequentate autostrade pedonali sulle quali la presenza dell’erba è assodatamente pari a zero (ammesso che ci si cammini proprio nel mezzo, che hai lati l’erba c’è sempre e comunque), possono però anche essere delle più o meno flebili tracce nell’erba, anzi direi che il più delle volte sono così. Tra l’altro le zecche le troviamo anche sugli arbusti.

Vestirsi con indumenti molto chiari

Un abbigliamento chiaro permette di vedere subito la zecca (che ha un colore nero) che eventualmente vi si deposita sopra. Allora tutto semplice? Non direi: se vado in una zona prima devo informarmi sull’eventuale presenza di zecche (e per ragioni turistiche raramente tale informazione è facilmente reperibile) e in caso affermativo devo andarmi a comprare un apposito abbigliamento da montagna; piccolo grande problema, l’abbigliamento da montagna è solitamente di colore scuro e se devio su capi da corsa in montagna, dove è più facile trovare qualcosa di chiaro, vengo a mancare alla regola del coprirsi il più estesamente possibile. Vado da un sarto e mi faccio cucire abbigliamento su misura? Certo è fattibile, altrettanto certamente nessuno lo fa. Mi creo una leggerissima tuta bianca da infilare sopra i vestiti? Anche questo è fattibile, altrettanto certamente è scomodo. Insomma la vedo dura a meno che… cosa c’è di chiaro che tutti abbiamo a disposizione senza costi aggiuntivi? Semplice la nostra pelle! Beh, magari per alcuni non è propriamente chiara, ma si sa, per ogni cosa ci sono dei limiti e la loro presenza di certo non invalida la soluzione.

Coprirsi completamente

Beh, le zecche vi si attaccano addosso anche se siete vestiti e una copertura perfettamente sigillante potrebbe solo essere qualcosa di ermetico, tipo scafandro da palombaro, ossia un qualcosa che non esiste e non potrebbe nemmeno esistere. Diciamo allora coprirsi per bene al fine di ridurre il numero di zecche che eventualmente, camminando lungo i vestiti (eh, sì, perché fanno anche questo), possano arrivare alla nostra pelle. Cosa vuol dire coprirsi per bene? Significa indossare maglia a maniche lunghe, pantaloni lunghi, calze alte, ghette da ghiaccio per chiudere al meglio l’accesso alle scarpe e al sotto dei pantaloni. Uhm, la vedo dura camminare per ore, magari con un caldo torrido o comunque in una giornata, così agghindati. Ricordatevi poi che prima di togliere i vestiti li dovete esaminare e spazzolare per bene (da farsi ovviamente prima ancora di entrare in casa, rifugio, bivacco e via dicendo): se c’è qualche zecca questa potrebbe saltare sulla vostra pelle nel momento che li togliete, oppure vagarsene per casa alla ricerca di un animale (e l’uomo, benché alcuni l’abbiano dimentica o vogliano per più o meno oscure ragioni farlo dimenticare, appartiene al regno animale) a cui attaccarsi. Se poi malauguratamente la zecca ha trovato un pertugio (e al novanta percento lo trova) ed è arrivata alla vostra pelle ve ne accorgerete soltanto molte ore dopo, quando la zecca ormai avrà quasi sicuramente già infilato il suo rostro nella vostra epidermide, a quel punto la sua rimozione ne provocherà la morte, inoltre sarà complicata e insicura: se per errore lasciate il rostro nella pelle sono possibili infezioni; se per errore provocate il rigurgito della zecca questo potrebbe essere sangue ormai infetto che entra nel vostro corpo.

Visto quanto sopra, perché inventarsi soluzioni certamente efficaci eppure scomode o addirittura improponibili, poco o nulla efficienti? L’efficacia senza l’efficienza è inutile, eccovi qualcosa di efficace e anche efficiente: la nudità!

Abbiamo già detto che sulla nostra pelle, anche se piuttosto abbronzata, il nero di una zecca è immediatamente visibile, standocene beatamente nudi e controllandoci frequentemente la zecca la vediamo se non proprio nel momento stesso che ci salta addosso quantomeno ancor prima che infili il suo rostro nella nostra pelle, rimuoverla sarà molto facile e molto sicuro, in più lascerà salva la vita della zecca.

Concludo con altre utili informazioni sulla zecca, vi renderete conto che l’allarmismo è immotivato ed è anche facile ridurre di molto il rischio di incontrarle.

  • Le zecche non sono presenti nell’intero areale montano.
  • Le zecche infette sono presenti solo in limitate zone dell’Italia.
  • Le zecche in genere le si trovano in ambienti umidi e ombreggiati.
  • Le zecche le troviamo solo nella fascia altimetrica che va dal livello del mare ai 1500 metri.
  • La trasmigrazione dall’erba all’uomo in genere avviene solo in due precisi momenti dell’anno:
    • da inizio aprile a metà giugno quando le ninfe appena nate devono alimentarsi adeguatamente per avviare le loro maturazione;
    • da fine settembre a fine ottobre quando le zecche femmina ormai adulte devono pensare alla riproduzione.
  • Ci sono 24 ore di tempo, calcolate dal momento del morso e non della trasmigrazione, per rimuovere la zecca e restare sufficientemente tranquilli anche se la stessa fosse infetta.
  • Le zecche non sono esseri immondi, trovarsele addosso può essere fastidioso ma non deve dare luogo a reazioni inusitate.

Clicca qui per dettagli tecnici sulla zecca e sul come rimuoverla, è una pagina specifica sicuramente precisa, anche se pure lei condizionata a considerare solo il vestirsi come arma di prevenzione e abbiamo visto che non lo è, anzi, per quanto possa sembrare paradossale è più preventivo lo stare nudi che il vestirsi estesamente.

Ancora una volta possiamo sicuramente affermare che…

Vestiti è bello, nudi è meglio!

Nudismo e… vipere!


Questo è un argomento che mi è stato espressamente richiesto da una mia carissima amica: lei ha paura delle vipere e si chiede come io possa andare in giro nudo per i monti.

Cosa fa un nudista se incontra una vipera? Evidentemente le stesse cose che fa un qualsiasi altro escursionista, o, più in generale, una qualsiasi altra persona: si ferma, la osserva e attende che si allontani (lo fa sempre e se non lo fa basta battere, a un paio di metri di distanza, con media forza un piede a terra: le vibrazioni la destano dal suo torpore e la fanno allontanare).

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Approfondimento tecnico

L’argomento in questione richiede, per varie ragioni, un discorso un poco più largo e scientifico. Non sono un erpetologo, ma mi piacciono le vipere per cui ho maturato una certa dimestichezza con le stesse. Qui, senza la pretesa di essere esauriente in tutto e per tutto, andrò a riportare quelle che sono le mie conoscenze indirette (acquisite mediante lo studio) e dirette (acquisite nei tanti e talvolta lunghi contatti con questo rettile).

Abitudini

La vipera è un predatore notturno, il giorno lo passa a dormire al sole, vuoi per recuperare le fatiche spese nella caccia notturna, vuoi per digerire le eventuali prede catturate, vuoi per riscaldarsi dal freddo della notte. Prede della vipera sono piccoli roditori e altri piccoli animali, l’uomo non è una preda per la vipera che, anzi, si tiene alla larga da lui.

La vipera, a differenza dei serpenti italiani non velenosi, non è aggressiva e preferisce allontanarsi piuttosto che mordere.

Quando è ferma al sole la vipera cade in una specie di stato comatoso e può capitare di arrivarle molto vicino, quasi a calpestarla, senza che lei si sposti. Questo rende in un certo senso più pericolosa l’eventuale sua presenza sul sentiero che stiamo percorrendo, ma, d’altra parte, l’estrema lentezza della sua reazione ci consente l’adeguato tempo per reagire a nostra volta (ritraendo il piede e allontanandoci un poco) rendendo materialmente poco, per non dire per niente, pericolosa una tale evenienza.

Il morso

Le vipere non volano, non saltano, non si arrampicano sugli alberi (ma lo fanno sui muri a secco e sulle paretine rocciose molto fessurate), inoltre non mordono una persona inerme (seduta o sdraiata a terra) per cui, salvo comportamenti inusuali o quantomeno inconsulti dell’uomo (ad esempio infilare la testa in un buco del terreno o di un muro), è da ritenersi escluso che possano mordere le zone alte (testa e tronco) e medie (dal ginocchio ai fianchi, ivi compresi i genitali) del corpo. In linea di massima la parte più colpita è la zona più bassa della gamba (tra il malleolo e il polpaccio); una certa percentuale di morsi riguardano le dita, anche se questa situazione è legata più che altro agli arrampicatori (che per forza di cose si trovano a infilare le mani nei buchi della parete) o a comportamento inadeguato e imprudente (ad esempio tastare con le mani il suolo ricoperto d’erba alla ricerca dei funghi o infilare le dita in buchi del terreno, dei muri, o di paretine rocciose).

I denti della vipera sono lunghi pochi millimetri, nell’uomo, quindi, raggiungono al massimo i capillari, solo casualmente (e molto raramente) possono raggiungere una vena o un arteria.

Si è potuto stabilire che l’animale può regolare la quantità di veleno che va a inoculare durante un morso: durante la caccia usa l’intera quantità di veleno presente nelle sue ghiandole velenifere (anche se invero regola tale quantità in ragione della mole dell’animale predato), se morde per difesa di suo non inietterebbe veleno, purtroppo le ghiandole velenifere sono proprio dietro la bocca per cui vengono leggermente premute durante il morso e una piccolissima quantità di veleno viene comunque iniettata.

Nella saliva della vipera è presente un forte coagulante (si presume per evitare che l’animale predato disperda sangue richiamando l’attenzione di altri predatori).

Il veleno

C’è poco da dire se non che…

Per un adulto sano non è assolutamente mortale.

Rischi possono esserci per i bambini piccoli (sotto gli otto / dieci anni), per adulti con cardiopatie o altre particolari malattie, per gli anziani.

Avvelenamento

Si è detto che nella stragrande maggioranza dei casi il morso interesserà solo i capillari, questi hanno un diametro estremamente ridotto quindi la quantità di veleno che può entrare in circolo è praticamente poco più di zero. Nei capillari, inoltre, il sangue scorre molto lentamente quindi la velocità di spostamento del veleno sarà molto bassa: diverse ore per poter arrivare in punti nevralgici come il cuore o il cervello. Si è poi detto che nella saliva c’è un forte coagulante, questo bloccherà immediatamente la circolazione nei capillari interessati evitando la pur minima, per le ragioni viste sopra, trasmissione del veleno.

Nel caso venga colpita una vena, vale il discorso del coagulante, entrerà forse un poco più di veleno e si trasmetterà più velocemente, ma il coagulo è pressoché immediato comunque.

Nel malaugurato e rarissimo caso in cui il morso riesca a interessare un arteria di certo quello dell’avvelenamento è il fattore di rischio meno preponderante e preoccupante: visto che il coagulo qui non potrà arrivare a formarsi, sarà l’emorragia arteriosa la nostra prima e più grossa preoccupazione!

Cosa fare nella rara eventualità di un morso

Non molto…

  1. Mantenere la calma! Agitarsi vuol dire aumentare la velocità di circolazione del sangue e questo, specie se è coinvolta una vena, potrebbe mettere in movimento il coagulo con il conseguente rischio di una trombosi.
  2. Se possibile lavare con acqua pulita la zona del morso.
  3. Se possibile, ma non è indispensabile, applicare, meglio se con benda elastica, una leggerissima (nel senso che deve essere proprio poco più che appoggiata) fasciatura sull’intero arto colpito (blocca la circolazione dei capillari e non quella venosa).
  4. Se esiste campo chiamare il soccorso organizzato (118), se non esiste campo un compagno di escursione, dopo aver individuato con la massima precisione la zona in cui ci si trova (meglio se con l’aiuto di una carta topografica), si sposta cercandolo, se , invece, si è da soli incamminarsi lentamente verso valle finché si trova il segnale del telefono (se proprio necessario si ha tutto il tempo necessario ad arrivare con estrema calma e in autonomia al primo pronto soccorso medico).

Cosa, invece, non fare

Tutto quello che era una volta abitudine consigliare e che ancora oggi capita di sentire o leggere….

  1. Non incidere i due buchini del morso: si rischia solo di infettare la ferita.
  2. Non succhiare il veleno né con la bocca (pericolo per se stessi) né con le pompettine aspira veleno (valide solo per aspirare il pungiglione di insetti come le api e le vespe, le piccole spine e le piccole schegge): come detto il più delle volte il morso interessa i capillari e da questi non si tira fuori proprio un bel niente, ma se fosse interessata una vena si rischia solo di mettere in movimento il coagulo e, quindi, rischiare la trombosi.
  3. Non applicare il laccio emostatico a monte (e nemmeno a valle, il che sarebbe totalmente inutile) del morso: risulta inutile per le ragioni viste e si rischia solo di mandare in cancrena l’arto.
  4. Non fare il siero antivipera che per le sue specifiche produttive risulta decisamente più pericoloso del veleno della vipera: può provocare delle reazioni anafilattiche con improvviso e notevole crollo pressorio e relativo rischio di morte.

 

I fulmini: cosa sono, come si formano, come comportarsi


Era il tempo dei modem analogici, io frequentavo assiduamente il newsgroup ISM (it.sport.montagna) e nell’ambito di un acceso dibattito sui fulmini e sul come evitarli nacque un mio specifico articoletto. In seguito vennero confermate alcune cose che hai tempi erano solo delle ipotesi, ad esempio l’esistenza delle scariche guida e la loro relativa pericolosità, ma materialmente poco o nulla cambia in relazione al discorso fatto nell’articolo, che quindi riporto senza revisioni.

L’articolo si riferisce nello specifico alla montagna, ma è facile estrapolarne considerazioni valide per altri contesti.


Oggi piccola lezione sui fulmini, per spiegarne la corretta dinamica di formazione ed evoluzione. Preciso che vado a memoria, pertanto ingegneri, periti ed elettricisti vari troveranno alcune imprecisioni, ma appositamente non vado a riprendere i miei vecchi libri di scuola, voglio che il testo sia il più semplice possibile.

Il fulmine altro non è che la fase finale di un evento naturale: la scarica elettrica tra terra e cielo (i lampi sono invece la fase finale della scarica tra nuvola e nuvola).

Come nasce questa scarica? Bene il motivo preciso è irrilevante ai nostri fini, basti dire che per qualche evento la terra acquista elettroni assumendo un potenziale (carica elettrica) negativo e il cielo (diciamo così per semplicità) perde elettroni assumendo un potenziale positivo. Ad un certo punto la differenza di potenziale (differenza di tensione) tra terra e cielo diviene talmente alta da vincere la forza isolante della colonna d’aria frapposta fra i due punti che hanno assunto la carica elettrica, quindi gli elettroni possono fluire liberamente da terra verso il cielo per ristabilire l’equilibrio, cioè riportare a zero la differenza di potenziale. In realtà prima che l’equilibrio venga raggiunto, l’aria si ricostituisce, per effetto di un insieme di concause, e interrompe bruscamente il passaggio di corrente provocando l’arco voltaico da cielo a terra: il fulmine, per l’appunto.

Ora veniamo alla seconda parte della trattazione: in quali punti si genera la scarica?

Invece di utilizzare difficili discorsi tecnici (che tra l’altro non ricordo più bene), mi limito a riepilogare un esperimento che viene fatto fare a tutti gli studenti di elettrotecnica.

Prendete una piastra piana, una sfera e un cono dello stesso materiale e con la stessa area di superficie e ponetele di fronte ad un’altra piastra più grande come in figura:

Fulmini

Ora inducete carica positiva nella piastra grande e la stessa carica negativa nella piastra piccola, nella sfera e nel cono. Bene la prima scarica partirà dal cono, mentre la sfera e la piastra piccola saranno in grado di accumulare una carica ben maggiore.

Ora veniamo a noi, cosa si evince da tale esperimento?

Che le scariche (che da ora chiamerò per semplicità fulmini) tra cielo e terra avvengono principalmente dalle punte, quindi dalle vette delle montagne e dalle cime degli alberi isolati (un fitto bosco con alberi tutti o quasi della stessa altezza dev’essere assimilato alla piastra piccola o alla sfera).

Inoltre tutta la tensione di scarica viene riversata nello spostamento verso l’alto, lasciando inerti le pendici del cono, chi venga pertanto a trovarsi sulle pendici del monte interessato da una scarica non è direttamente colpito dalla stessa. In effetti può sentirne gli effetti preparatori, causa l’accumulo di carica, ma questi sono perfettamente innocui e non stanno a predire l’ineluttabilità della scarica su di noi o presso di noi.

In seguito vanno poi considerate le tensioni di terra che si generano durante la fase di strappo (interruzione) della scarica, pure queste sono solitamente innocue, salvo non trovarsi nelle immediate vicinanze della zona di scarica dove potremmo essere coinvolti anche dall’effetto termico o dallo spostamento d’aria. Le correnti di terra possono invece rilevarsi pericolose in prossimità di tetti, qui, infatti, potrebbero bucare l’aria tra il tetto e il terrazzo sottostante, invece che scorrere nel terreno attorno. In pratica viene a crearsi un mini-fulmine con conseguenze anche letali. Lo stesso dicasi per l’apertura di grotte.

Dunque, pericoli ci sono ma non sono così elevati come la fantasia popolare tende a dipingerli: mi sembra d’essere tornato ai tempi di Balmat e Paccard; queste sono cose dimostrate ancora dagli Illuministi nella seconda metà del ‘700. Bastano alcune piccole regole:

  • non fermarsi sulle vette, specie se molto piccole e acuminate;
  • non fermarsi sotto gli alberi isolati, non tanto per il pericolo d’essere colpiti dal fulmine (che caso mai partirà dall’albero), ma per il pericolo di rimanere ustionati o d’essere travolti dall’albero se, una volta colpito da un fulmine, dovesse cadere in toto o in parte;
  • ai prati, specie se molto ampi, scegliere il bosco fitto, nel piatto del prato siamo noi a diventare punta;
  • se un temporale ci sorprende su un esteso ghiacciaio, magari circondato da poche e poco rilevanti cime, sempre per il fatto che in tali situazioni noi stessi diventiamo delle punte, potremmo avvertire i segnali di scarica (i peli che si rizzano, i capelli che si rizzano, piccole scariche a fior di pelle o sulla piccozza, ecc.), in tal caso, anche se non è detto che possa trattarsi di un avvisaglia di fulmine, sedersi a terra per ridurre l’effetto di dissipazione della carica;
  • mai cercare riparo sotto piccoli tetti o in rientranze appena accennate;
  • mai soffermarsi sull’apertura di caverne e grotte, ma penetrare nelle stesse il più possibile e comunque almeno un paio di metri.

Per quanto riguarda la ferraglia addosso, beh questa potrà al più aumentare l’effetto delle scariche preliminari ma di certo non ci rende più idonei alla scarica rispetto alle tonnellate di rocce che ci stanno intorno, e comunque principe è il principio della dissipazione delle punte, ma delle vere punte, delle punte rilevanti, non delle puntine quali possiamo essere noi e i nostri materiali rispetto all’ambiente che ci circonda.

Detto questo, allontanare il materiale non costa nulla, quindi facciamolo pure se proprio dobbiamo restare fermi, ma se appena è possibile guadagnare un posto sicuro, o quantomeno più sicuro, uscire dalla parete o dalla ferrata, facciamolo senza patemi, e con la massima tranquillità, che non vuol dire in lentezza ma nemmeno di corsa.

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