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#TappaUnica3V tabella di marcia 2017


Ci eravamo lasciati con un doloroso allenamento: dieci chilometri con il ginocchio sinistro sempre più dolorante. Il giorno dopo il dolore era ancora presente e il successivo le cose erano ulteriormente peggiorate: in discesa dovevo fare le scale un gradino alla volta. Il martedì pomeriggio, all’improvviso, i dolori si attenuano notevolmente fin quasi a scomparire. Felice ma comunque previdente: acquisto lo stesso ginocchiere e fasce rotulee (già che ci sono, visto che anche il destro ogni tanto duole, ne prendo una coppia cadauna) che utilizzo tutta la settimana. Arriva il sabato e, per testare il ginocchio, programmo un breve giro esplorativo: quindici chilometri per mille metri di dislivello. Parto senza ausili ortopedici e, pur forzando parecchio, le cose vanno alla grande tanto che a metà della prima leggera discesa provo ad abbozzare la corsa: per un poco tutto bene poi si ripresentano i primi dolori, mi rimetto al passo e questo basta per farli svanire, bene ma per oggi niente corsa. Per un bel tratto non ho problemi poi con la seconda ripida discesa riecco i dolori, sono leggeri ma per evitarne l’aggravarsi indosso la ginocchiera che mantengo fino alla fine del giro alla quale arrivo senza particolari problemi, se non per il caldo soffocante del primo pomeriggio. Contento del risultato mi avvio sulla strada del ritorno, prima di tornare a casa mi fermo al supermercato per fare la spesa e ne esco con il ginocchio nuovamente dolorante a causa degli sforzi fatti per girare il carrello appesantito da quattro confezioni di acqua. Sebbene questo mi abbia permesso di localizzare esattamente la sede del dolore (punta anteriore sinistra della testa del Perone), inizio ad essere seriamente preoccupato: forse conviene prenotare un controllo specialistico, suggerimenti per un buon ortopedico, meglio se pratico di problematiche sportive, a Brescia o dintorni?

Nel frattempo ho concluso la revisione della tabella di marcia dello scorso anno integrandovi i nuovi tempi di sosta ai cinque rifornimenti che, stavolta, invece d’esservi integrati si aggiungono alle quaranta ore di cammino. I calcoli sono stati rivisti fruendo di uno strumento cartografico on-line (GPSies) che permette un più semplice e accurato (anche se l’impressione è che sia ben lontano dalla precisione) calcolo delle distanze e dei dislivelli, ho anche determinato le velocità più adatte per ogni tratta e sulla base di queste, con una lunga serie di aggiustamenti, definito i tempi di cammino.

Quest’anno effettuerò il giro due settimane prima nella speranza di trovare meno caldo inoltre, al fine di rendere più facile la partecipazione a chi desiderasse seguirmi dal vivo (partenza e arrivo sono stati abbinati a due eventi Mondo Nudo per un accompagnamento e numerosi sono i passaggi da punti raggiungibili in auto o con un breve cammino) e per permettermi un più semplice reperimento dello staff logistico (chi volesse darmi la sua disponibilità è pregato di farmelo sapere il più presto possibile e comunque entro la metà di maggio al fine di darmi tempo per una diversa organizzazione logistica nel caso nessuno o pochi si facessero avanti), ho scelto un fine settimana. Dal punto di vista del percorso rimane la decisione di seguire tutte le varianti alte (qui puoi vedere il percorso completo), mentre, ricalcando quanto fatto nell’inaugurazione del sentiero 3V, la partenza avverrà dalla piazza principale di Brescia (Piazza della Loggia) dove penso di allestire un punto di incontro che possa richiamare l’attenzione.

Detto questo ecco qui di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi: per diverse ragioni potrei, come successo lo scorso anno, subire dei ritardi oppure in alcuni tratti tentare delle accelerazioni. Anche i tempi di sosta ai rifornimenti sono indicativi: in caso di ritardo potrei ridurli per recuperare, in caso di anticipo potrei aumentarli.

7 luglio
· Partenza – Brescia, Piazza della Loggia ore 20.00
· Brescia, inizio via San Gaetanino ore 20.30
· Ex Rifugio Monte Maddalena ore 22.05
· Chiesa di San Roco a Nave ore 23.30
8 luglio
· Santuario di Conche ore 01.10
· Passo del Cavallo ore 02.40
· Passate Brutte ore 04.55
· Corna di Sonclino ore 05.30
· Punta di Reai ore 06.55
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (sponsor) ore 07.45
.     sosta e rifornimento 1: ripartenza ore 08.45
· Passo della Cavada ore 09.40
· Passo del Termine ore 10.40
· Piani di Vaghezza (parcheggio basso vicino al chiosco bibite) ore 11.25
· Monte Ario ore 12.55
· Passo di Prael ore 13.50
· Corna Blacca ore 14.50
· Passo delle Portole ore 15.25
· Cima del Dosso Alto ore 16.05
· Giogo del Maniva – Albergo Dosso Alto (sponsor) ore 17.20
·     sosta e rifornimento 2: ripartenza ore 19.20
· Monte Dasdana ore 20.35
· Goletto di Cludona ore 21.05
· Monte Crestoso ore 22.00
· Foppa del Mercato ore 22.55
9 luglio
· Monte Muffetto ore 00.20
· Colle di San Zeno – piazzale del Rif. Piardi ore 02.30
·     sosta e rifornimento 3: ripartenza ore 03.30
· Monte Guglielmo ore 05.05
· Croce di Marone ore 06.00
· Punta Almana ore 07.30
· Santa Maria del Giogo (trattoria) ore 09.05
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello ore 10.10
·     sosta e rifornimento 4: ripartenza ore 11.10
· Uccellanda della Colmetta ore 13.00
· Monte Magnoli ore 14.00
· Sella del Quarone di Sotto ore 14.30
· Monte Selva (Santuario della Stella) ore 15.15
· Monte Peso ore 15.55
· Monte Picastello ore 16.40
· Arrivo – Urago Mella, inizio via della Piazza da via Interna ore 17.00

Anello altissimo del 3V (Val Trompia – BS)


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La prima metà dell’anello: Collio VT in primo piano, a destra i boschi nei quali si sale alla Pezzeda, poi in sequenza il Monte Pezzolina, la Corna Blacca, Cima Caldoline, il Dosso Alto e il Giogo del Maniva

Da me definito e realizzato come allenamento a TappaUnica3V, è un itinerario ad anello che rappresenta un primo ideale avvicinamento al mondo delle grandi escursioni, quelle che superano le dodici ore di cammino e i duemila metri di dislivello, e dei trail. Ovviamente può anche essere spezzato in due comode tappe grazie alla presenza di strutture della ricettività turistica proprio a metà percorso e alla facilità con cui poter trovare collocazioni ideali per un bivacco con o senza tenda.

Altra prerogativa del percorso è quella di ricalcare per lungo tratto le tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli” nella sua parte più in quota superando molte delle principali cime della Val Trompia, è così possibile una sua interessante seppur parziale percorrenza come preparazione a quella completa. Combinandolo agli altri anelli parziali del 3V che ho definito (nove, compreso questo) e che andrò man mano a descrivere rappresenta la pratica soluzione per chi non disponga degli otto giorni necessari alla percorrenza dell’intero 3V.

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Dalla vetta del Dosso Alto verso il Lago di Garda

Trattandosi di un percorso che in gran parte segue il filo di cresta a quote superiori al limite dei boschi, ampi sono i panorami osservabili nei quali è quasi costantemente compreso tutto il percorso ancora da fare e tutto quello già fatto. Per lo stesso motivo non esiste possibilità di trovare rifornimento d’acqua, in caso di sole l’insolazione è costante e forte, in caso di pioggia impossibile trovare riparo. Nel tratto che va dalla Corna Blacca alle Sette Crocette anche in piena estate è possibile trovare forte e freddo vento nonché nuvole basse che impediscano quasi completamente la visione.

Contemplando la percorrenza di tutte le varianti per esperti presenti tra la Pezzeda e il Passo delle Sette Crocette è un percorso che richiede assenza di vertigini e preparazione tecnica, eventualmente è possibile seguire le varianti facili rendendo il tutto più semplice. Un’alternativa tecnicamente altrettanto facile ma che permette di raggiungere comunque quasi tutte le panoramiche vette di questa zona è quella che evita solo la Corna Blacca, mentre sale al Dosso Alto per poi ridiscendere per lo stesso sentiero di salita e raggiungere il Giogo del Maniva seguendo la variante facile; la cresta delle Colombine, estesa tra il Passo del Dasdana e il Goletto di Cludona, nonostante la definizione per esperti è assolutamente semplice e priva di tratti esposti.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia – Alta Val Trompia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Collio Val Trompia (BS), grande parcheggio a sud della Strada Provinciale delle Tre Valli, 150 metri dopo la strettoia della chiesa.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 834m
  • Quota di arrivo: 834m
  • Quota minima: 828m
  • Quota massima: 2217m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 2209m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 2209m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 31,56km
  • Tipologia del tracciato: in buona parte su stradine sterrate e sentieri, un tratto di asfalto.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE5Ef seguendo il percorso completo; EE5El evitando la discesa per la cresta del Dosso Alto; E5P seguendo le varianti facili.
  • Tempo di cammino: 15 ore e 40 minuti
  • Segnaletica: Tabelle e segni in vernice bianco-rossi nei tratti inziale (segnavia 349) e finale (segnavia 343, poi brevemente 337, infine, dopo un tratto non segnato, di nuovo 343), bianco-azzurri (segnavia 3V) nel più rilevante tratto centrale
  • Rifornimenti alimentari: negozi di Collio, ristoranti al Giogo del Maniva.
  • Rifornimenti idrici naturali: una presa (abbeveratoio) di dubbia potabilità al Passo di Pezzeda Mattina.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: Capanna Tita Secchi al Passo delle Portole (sempre aperta ma non presidiata); Albergo-ristorante Dosso Alto al Giogo del Maniva; Hotel Locanda Bonardi poco più in alto.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): scarse a valle, ampie e comode lungo il percorso.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): limitata di giorno, ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

Si parte con un primo importante, seppure discretamente tranquillo, balzo per poi riposarsi un attimo in un lungo trasferimento in falsopiano. Segue una breve discesa e un successivo lungo diagonale al termine del quale una ripida rampa porta ad un altro diagonale quasi pianeggiante con alcuni brevi sali scendi fino allo strappo che porta alla prima sommità del giro. Ad una ripida e tecnica discesa segue un bel tratto di falsopiano, interrotto quasi alla fine da un breve ma ripido strappo. Ripida salita con alcuni brevi tratti di respiro e poi discesa molto tecnica: ripidissima pala erbosa, cresta rocciosa con qualche passaggio in facile arrampicata (primo grado), breve risalita e infine un ripido prato. Lungo tratto pianeggiante e poi, con dolcezza, si risale un poco a riprendere salite più ripide.  Segue una lunga cresta con dolci salite e discese, al contrario, più ripide. Al termine della cresta, dopo il superamento di alcuni rotondeggianti panettoni, ecco la lunga e a tratti complessa discesa finale che, alternando tratti ripidi al altri pianeggianti, riporta al fondo valle.

GPSies – Anello altisismo del 3V

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio si prende la strada provinciale in direzione di Bovegno, fatti una cinquantina di metri si scende a destra per una strada in direzione del Fiume Mella, poco prima di questo la strada svolta a destra portandoci a un ponte che permette lo scavalcamento di detto fiume. Andiamo a destra in piano e dopo cinquanta metri prendiamo a sinistra una mulattiera che sale nel bosco.

Fatti due tornanti si procede in ripida salita con percorso all’incirca lineare in direzione sudovest, un tornante ci riporta in direzione est, ignoriamo la stradina che a sinistra entra nei prati della ben visibile cascina Moneda e saliamo alla sua destra con andamento di poco divergente. Raggiunta una sterrata la seguiamo verso destra alzandoci nel bosco con alcuni tornanti. Ad un primo bivio andiamo a destra, poco dopo ci troviamo ad un altro bivio e andiamo a sinistra prendendo direzione est e mantenendola fino alle case di Pantaghino. Oltrepassate le prime due case prendiamo a destra e proseguiamo a lungo in direzione sudsudest. Varcato un solco pluviale inizia un tratto con diversi stretti tornanti che ci porta al Roccolo Cero. Poco dopo usciamo dal bosco per risalire i prati di Pezzeda Mattina, ad un bivio andiamo a sinistra, ancora alcuni tornanti nuovamente nel bosco e siamo sulla stradina della Pezzeda in prossimità di una vasca abbeveratoio (qui iniziamo a seguire il sentiero 3V “Silvano Cinelli”), andiamo a sinistra e in pochi minuti siamo al Passo Pezzeda Mattina (1600m).

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Le due cime della Corna Blacca

Dal Passo prendiamo a sinistra il sentiero che taglia a mezza costa il versante meridionale del Monte Pezzolina (Strada dei Soldati) e, senza possibilità d’errore, lo seguiamo fino al Passo di Prael (1710m). Prendendo il filo del crinale sul lato orientale del passo per esile sentiero, contornato da mughi che talvolta infastidiscono il passaggio, ci alziamo alcuni metri aggirando a sinistra una piccola corna rocciosa. Ora il sentiero volge a destra per scendere ripidamente verso un vallone. Persi una ventina di metri di quota si riprende a camminare in direzione sudest e con lungo falsopiano nei prati ci avviciniamo al corpo principale della Corna Blacca. Oltrepassato l’alveo del vallone iniziamo a salire con strappi molto ripidi e raggiugiamo un poggio panoramico ricoperto di mughi. Alla nostra sinistra ben visibile la continuazione del sentiero che taglia a mezza costa un ripido pendio erboso per poi costeggiare la base di una parete rocciosa. Con una breve salita arriviamo sul filo della cresta est, da qui scendiamo un poco sul versante triumplino per poi traversare a mezza costa contornando la fascia rocciosa. Oltrepassato un tratto di facilissime placche rocciose una breve salita ci porta ad altro costone dove, facendo attenzione a non saltare il bivio poco visibile, prendiamo a destra per salire tra i mughi e i successivi facili salti rocciosi che ci portano sul filo della cresta sommitale. Seguiamo la cresta verso sinistra e in breve siamo alla vetta occidentale della Corna Blacca (2004m).

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La Corna Blacca dal Dosso Alto

Seguiamo in piano la cresta sommitale verso est, all’inizio breve tratto molto sottile, poi la traccia si discosta leggermente scendendo un poco a sinistra nei mughi. Quando si rifà piana a sinistra una poco evidente traccia taglia nei mughi e, scendendo dolcemente, traversa la pala erbosa della vetta orientale postandosi quasi al suo limite est. Con ripida discesa su sfasciumi ci si abbassa velocemente fino al margine di un largo canalone ghiaioso, ignorando le tracce che scendono in questo andiamo a sinistra, superiamo un breve e facile (primo grado) camino roccioso per poi ritornare sull’altro lato della pala puntando a uno sperone roccioso. Alcuni stretti tronanti tra i mughi ci portano alla Forcella del Larice (da sinistra arriva il sentiero che, dopo il lungo traverso sotto le rocce sommitali, avevamo abbandonato per salire in vetta alla Corna Blacca; eventuale scappatoia in caso di mal tempo). Dalla Forcella prendiamo la traccia in direzione nord, risaliamo brevemente tra i mughi per poi traversare nell’erba in direzione di un piccolo intaglio di cresta al quale perveniamo con pochi ripidissimi metri di salita. Ci abbassiamo leggermente sul versante opposto per aggirare la cima Ovest dei Monti di Paio e con lungo diagonale interrotto a metà da due tornanti ci portiamo sul sentiero seguito dalla variante facile del 3V (Strada dei Soldati). Andiamo a destra e in breve siamo alla larga sella erbosa del Passo di Paio (1685m). Scendiamo sul versante orientale della sella, superiamo uno stretto canale (caratteristica tettoia rocciosa) per poi risalire dolcemente sul versante opposto.

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Il passo delle Portole (foto Vittorio Volpi)

Con lungo traverso aggiriamo a destra il Corno Barzò per poi entrare in un canalone di cui, con ripido sentiero di ghiaia e sfasciumi, risaliamo la parte sommitale per arrivare al Passo delle Portole. In piano su largo sentiero aggiriamo a sinistra la conca di Malga Dosso Alto (ben visibile in basso davanti a noi) per poi, con breve salita, raggiungere la strada asfaltata del Baremone al Passo del Dosso Alto. Scendiamo leggermente a destra lungo detta strada per prendere a sinistra le tracce che salgono nell’erba di un vasto pascolo frammisto a sassi e mughi. Le tracce sono tantissime e alcune portano fuori strada, teniamo quelle più a sinistra che si alzano verso una fascia di mughi entrandoci e attraversandola in diagonale da sinistra a destra puntando ad una sella erbosa sul crinale occidentale del monte. Usciti dai mughi passiamo poco sotto la sella anzidetta per entrare in un breve canalino erboso che risaliamo per uscirne a destra e risalire un pendio erboso. Un diagonale a sinistra ci porta sul filo del largo crinale che seguiamo verso sinistra per subito discostarcene a destra con un traverso che, con tratti di forte salita, ci conduce ad un altro crinale. Dal filo di quest’ultimo crinale ci spostiamo leggermente a est e risaliamo un ripido pendio erboso. Giunti alla sua sommità seguiamo il largo crinale sul suo limite destro e in breve siamo alla vetta del Dosso Alto (2064m).

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Alba sul Dosso Alto un’emozionante esperienza dei lunghi percorsi e dei trail

Seguiamo la cresta sommitale nella direzione opposta a quella da cui siamo arrivati, scesi pochi metri in corrispondenza di una poco accennata insellatura, proprio dove riprende la salita, ci spostiamo a sinistra del filo prendendo le tracce che scendono dolcemente verso delle rocce (ignorare le tracce che scendono nel pendio erboso a sinistra, portano su un terreno apparentemente più sano ma in realtà assai più ripido e, soprattutto, molto più pericoloso, specie se bagnato). Superate queste prime banali roccette, il pendio si fa decisamente più ripido ma la discesa è comunque abbastanza agevole anche grazie a qualche residuo di gradinamento con sassi e pali in legno. Inizialmente conviene tenersi al centro del pendio per evitare un salto roccioso sulla sinistra, poi si punta alla base di tali rocce per entrare in un canalino che scende a sinistra del filo di cresta. Con facile arrampicata faccia a valle scendiamo il canalino pervenendo ad una cengetta (esposta sulla parte sommitale del grande canalone nordovest) che seguiamo a destra per riprendere il filo di cresta dove si fa piano. Con attenzione ma senza particolari difficoltà seguendo il filo ci affacciamo sulla parte più verticale della cresta. Tenendo a destra tra i mughi aggiriamo il primo salto verticale scendendo un breve pendio erboso contornato da fitti mughi che ne riducono assai l’esposizione e danno tranquillità (un scivolone ne verrebbe sicuramente fermato). Il secondo salto dobbiamo scenderlo direttamente per rocce con passaggi di primo grado, verso la fine conviene spostarsi a destra (evidenti tracce di passaggio guidano anche in questo punto sulla strada migliore). L’ultimo salto di rocce lo evitiamo scendendo a sinistra in un canale di terra ed erba al termine del quale scendiamo ancora un poco in direzione dello spuntone roccioso che domina il canalone nordovest per poi voltare decisamente a destra e risalire all’evidente forcella Battaini.

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Discesa dal Dosso Alto per la cresta NNO

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Percorrendo la cresta NNO del Dosso Alto

Dalla forcella proseguiamo verso nord risalendo un dosso, lo scendiamo sul versante opposto (breve e facile saltino roccioso), seguiamo il filo del crinale erboso e quando, passata una macchia di cespugli, riprende a salire lo abbandoniamo tagliando a mezza costa il pendio erboso sulla sua destra. Raggiunto il centro del pendio iniziamo a discenderlo direttamente (discesa molto ripida e insidiosa, specie con il bagnato e l’erba alta) puntando leggermente a destra dove il pendio si affossa in una specie di valloncello appena accennato che ci permette una discesa più agevole (le erbe qui possono essere molto alte e nascondere completamente la traccia, ci si deve tenere più o meno al centro della fascia di queste alte erbe). Giunti alla base delle alte erbe in breve si perviene alla mulattiera militare che, in piano e senza difficoltà, con ampi e bei scorci sui pascoli del Maniva, ci riporta alla strada del Baremone (seguita dalla variante facile del 3V), seguendola a destra in breve siamo al Giogo del Maniva (1664m).

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Giogo del Maniva sullo sfondo Dasdana e Colombine

Costeggiando a sinistra l’edificio dell’Albergo Ristorante Dosso Alto imbocchiamo una strada sterrata, dopo un tratto in salita si prosegue in piano aggirando a occidente il Dosso delle Liti. Arrivati all’asfalto della strada di Crocedomini scendiamo a sinistra per questo e in breve siamo all’Hotel Bonardi. Passiamo tra la costruzione dell’hotel e quella limitrofa, andiamo a sinistra fino alla fine del piazzalino sul retro dell’Hotel, a destra prendiamo alcuni scalini che ci portano ad una mulattiera sassosa e in ripida salita. La seguiamo finché termina in uno spiazzo erboso appresso alla strada del Crocedomini, attraversiamo questo spiazzo e a sinistra prendiamo la prosecuzione della mulattiera che seguiamo in piano finché sulla nostra destra vediamo una piccola costruzione in muratura, abbandoniamo la mulattiera per salire a destra con esile traccia nell’erba che ci riporta sul nastro asfaltato del Crocedomini. Seguiamo l’asfalto a sinistra fino ad una larga curva a sinistra a metà della quale sulla destra su stacca una strada sterrata. Tagliamo i tornanti di tale strada salendo direttamente nell’erba con tracce di passaggio, quando incrociamo la strada ormai decisamente diretta a destra puntando al ben visibile Cascinello di Zocchi la seguiamo brevemente a destra per poi abbandonarla e salire a sinistra puntando alla sommità del dosso (Dasdanino) dove termina la seggiovia alla nostra destra. Qui giungi andiamo a sinistra lungo la strada di servizio dell’impianto scendendo al Passo del Dasdana (2070m), con breve ripida salita ci riportiamo sulla strada del Crocedomini che attraversiamo direttamente per prendere il pendio erboso che sale dalla parte opposta verso una fascia di rocce montonate. Superate con facilità le rocce prendiamo il ripido filo erboso della cresta sudest che seguiamo fedelmente fino a quando spiana. Qui ci spostiamo leggermente a sinistra per scendere ad una piazzola di artiglieria per mezzi di medio calibro risalente alla Prima Guerra Mondiale. Oltrepassata la piazzola riprendiamo il filo di cresta che ci porta alla vetta del Dasdana (2191m).

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Monte Dasdana e prime due Colombine

Dalla vetta scendiamo a sinistra lungo il crinale ovest portandoci ad una sella erbosa (trincea di guerra). Proseguiamo lungo il crinale risalendo un poco per passare poco sotto e a destra della sommità erbosa della Prima Colombina. Scendiamo alla successiva sella per risalire alla Seconda Colombina (2183m). Passando accanto ad un alto traliccio dell’alta tensione, si scende un ripido pendio e si perviene ad altra ben più larga sella dove ci immettiamo su una larga mulattiera militare che seguiamo in leggera salita traversando il versante meridionale del Monte Colombine. Poco prima del crinale meridionale, la mulattiera svolta a destra con stretto tornante, per poi salire con un paio di curve la parte terminale del Monte Colombine (2217m), punto più alto del sentiero 3V e di questa escursione (larga piazzola d’artiglieria).

Ritornando brevemente sui nostri passi scendiamo lungo il crinale meridionale del monte puntando verso destra a una zona di rocce che si superano sulla sinistra senza particolari difficoltà. Si prosegue per piatte lastronate di roccia al termine delle quali si scende un breve caminetto roccioso a cui segue un ripido pendio erboso solcato da varie tracce di passaggio. Una piana dorsale ci porta ad alzarci brevemente su di un dosso erboso (Terza Colombina, 2201m), continuando lungo il crinale si oltrepassa, tenendosi a destra della sommità, anche la Quarta e ultima Colombina, scendendo infine verso ovest in direzione dell’ormai evidente sella del Goletto di Cludona (2031m) a cui perveniamo velocemente.

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Le Sette Crocette

Prendiamo la strada che si alza al centro lungo la larga dorsale erbosa e la seguiamo fedelmente fino al suo termine, proseguiamo per tracce nell’erba superando alcuni dossi erbosi con splendide visioni sulla bellissima conca alla nostra destra (Malga Cludona di Mezzo, Dos Ma e Malga Ma). Superato l’ennesimo dosso una discesa su sentiero più evidente e largo ci porta al Passo delle Sette Crocette facilmente identificabile per la presenza (oltre che della palina segnaletica), leggermente più in basso sul lato camuno, di un artificiale cumulo di pietre nel quale sono infisse sette piccole croci metalliche (un tempo erano di legno). Qui termina la nostra percorrenza sui segni del sentiero 3V “Silvano Cinelli”.

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La discesa verso le malghe Mesole e Mesorzio

Scavalliamo dal passo in direzione sudovest seguendo l’evidente sentiero che a mezza costa si dirige verso le rocce del Dosso della Croce, fatti pochi metri prendiamo a sinistra per altro sentiero (meno evidente) che si abbassa leggermente tenendosi, inizialmente, parallelo al primo. Un tornante a sinistra da inizio alla discesa verso la sottostante conca, prima con un lungo diagonale verso est fino a portarsi sul fondo della conca poi, con alcune svolte e una traccia poco visibile, ci porta a raggiungere, sul lato occidentale della conca, i ruderi di malga Mesole passati i quali riprende la discesa diretta che ci porta ad una strada sterrata, anche in questo tratto la traccia ogni tanto si perde, la strada è comunque ben visibile, basta puntare ad essa). Seguiamo la sterrata verso destra, sotto di noi a sinistra ben evidente la malga Mesorzo, dopo un lungo diagonale la strada svolta a sinistra puntando a est in lieve discesa. Percorse poche decine di metri (da qui in avanti invece di descrivere il percorso da me fatto ma che, pur essendo segnalato, risulta difficile da seguire e assai complicato con traccia spesso invasa dalla vegetazione e molto scavata, descrivo il percorso che avevo fatto tantissimi anni fa e che non è segnalato ma dovrebbe ancora essere molto più semplice da individuare e da percorrere, oltre che più diretto e interessante, quanto prima andrò a verificarlo e, se necessario, aggiornerò le informazioni che seguono) abbandoniamo la strada per prendere a destra una traccia nell’erba. Seguendo la traccia, ad un bivio teniamo a sinistra, ci portiamo sul filo di una larga dorsale che seguiamo fedelmente pervenendo alla sommità del Dosso Canali (1528m). Proseguiamo in discesa lungo il crinale passando poco sopra una pozza d’abbeverata nei pressi della quale passa una strada sterrata. Ignoriamo la sterrata e ci teniamo sempre sul filo del crinale oltrepassando, in basso alla nostra sinistra, malga Canali e ricollegandoci al sentiero segnato abbandonato prima di malga Mesorzo.

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Lungo la discesa dopo malga Canali

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L’ultimo tratto di mulattiera

In ripida discesa scendiamo un pendio erboso alla fine del quale entriamo nel bosco. Oltrepassiamo una radura con casotto di caccia e continuiamo la discesa nel bosco seguendo la linea di massima pendenza finché, poco prima di un altro capanno, alla nostra destra individuiamo una larga mulattiera che scende in diagonale verso nord. La seguiamo e dopo alcuni tornanti sbuchiamo su una strada cementata. La seguiamo a sinistra e con forte discesa perveniamo ad una strada asfaltata che seguiamo a sinistra oltrepassando le case di Casentiga e arrivando a quelle della località Santella. Giunti ad un incrocio (santella sulla destra) andiamo a sinistra per scendere a Memmo. Al primo e al secondo bivio (fontane in prossimità di ambedue) andiamo a sinistra portandoci in Piazza Tavelli, qui prendiamo a destra per via Memmo che seguiamo fedelmente (il lato destro della careggiata è tracciata una pedonabile) fino a Collio dove via Memmo diviene via Pietro Piastra per la quale raggiungiamo via Federico Bagozzi. A destra scendiamo alla piazza che attraversiamo completamente per imboccare sul lato opposto la strada che scende sulla provinciale dove a sinistra in breve al parcheggio di partenza.

Invero si dovrebbe poter levitare quest’ultimo lungo tratto su strada abbastanza frequentata e leggermente (mezzo chilometro) accorciarlo (verificherò anche questo quanto prima) prendendo, all’uscita da Memmo, una strada che ripidamente scende a destra raggiungendo località Castello all’ingresso della quale sulla sinistra un sentiero nel bosco scenderebbe al torrente Sedegola seguendo il quale si perviene a Collio in via Sandro Pertini. Andando a destra per detta via si scende sulla provinciale e seguendola a sinistra si rientra al parcheggio di partenza.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Collio parcheggio 0:00
Località Pantaghino 1:00
Roccolo Cero 1:00
Passo Pezzeda Mattina 0:30
Passo di Prael 0:30
Corna Blacca 1:45
Forcella del Larice 0:30
Bivio con variante facile 3V 0:30
Passo delle Portole 0:30
Passo del Dosso Alto 0:10
Dosso Alto 1:00
Giogo del Maniva – Albergo Ristorante Dosso Alto 1:30
Hotel Locanda Bonardi 0:20
Passo Dasdana 1:15
Monte Dasdana 0:20
Monte Colombine 0:40
Goletto di Cludona 0:30
Passo delle Sette Crocette 0:45
Malga Mesole 0:30
Dosso Canali 1:00
Piazza di Memmo 0:45
Collio parcheggio 0:40
TEMPO TOTALE 15:40
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Sulla cresta NNO del Dosso Alto


Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

Sentiero 3V “Silvano Cinelli” prima tappa da Brescia a Conche (BS)


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È la prima tappa per cui  abbiamo a disposizione il pieno delle nostre energie e forze, stiamo comunque attenti a non prenderla troppo alla leggera, data la sua conformazione altimetrica e la presenza, sia in salita che in discesa, di numerosi tratti assai ripidi è sicuramente una delle tappe più faticose, se non la più faticosa in assoluto. In alcuni punti, inoltre, si devono affrontare tratti resi infidi da scivolose rocce o da pericolosi, per caviglie e ginocchia, spuntoni. Un’ottimale gestione di questa prima tappa sarà di fondamentale importanza per il prosieguo del giro, specie considerando che anche la seconda tappa sarà analogamente impegnativa sia sul piano fisiologico (resistenza generale e fiato) che su quello atletico (equilibrio, agilità generale, flessibilità delle gambe e forza di quadricipiti e polpacci). Le basse quote se da un lato consentiranno la migliore ossigenazione muscolare, dall’altro, specie nei periodi più caldi e secchi, stresseranno il nostro organismo con una intensa sudorazione e insolazione, solo in minima parte compensate dall’estesa copertura boschiva e dalla presenza di diversi punti per il rifornimento idrico.

Molti i punti di interesse storico e/o culturale (vedi apposito paragrafo più avanti) e conviene approfittarne per inserire un discreto numero di soste intermedie che permetteranno al nostro organismo di adattarsi con migliore progressione allo sforzo del giro e di risparmiarsi in vista dei restanti sette/otto giorni di cammino. Analogamente sfrutteremo i punti panoramici, sono pochi e presenti solo nella prima metà del percorso ma sempre piuttosto ampi in particolare verso sud (Pianura Padana e, dietro a questa, gli Appennini), est (colline di Rezzato e Botticino, Monti di Serle, Pizzoccolo, Lago di Garda e Monte Baldo) e ovest (Guglielmo, Presolana, altri monti della bergamasca, l’isolata collina morenica del Mont’Orfano e, più in lontananza, il Monte Rosa).

Flora e fauna

IMG_8880A seconda della stagione si possono osservare diverse essenze floreali, alcune molto comuni e diffuse (dente di leone, dente di cane, stella di Natale, pervinca, primula, malva) altre a distribuzione meno ampia (peonia, giglio rosso, giglio martagone, alcune orchidacee). Per quanto riguarda i boschi della Maddalena sul lato che sovrasta la città, questi sono oggi (2016) ancora assai alterati (e provati) da diversi (presunti) interventi di riforestazione tesi ad eliminare o quantomeno contenere l’infestante presenza della robinia a favore di un riequilibrio delle essenze autoctone (invero comunque presenti e casomai distrutte proprio da tali interventi di riforestazione). Detto questo, nei miei recenti diversi passaggi in zona ho osservato la presenza più o meno naturale e distribuita di castagni, querce, sambuco, rovi e robinia, più vari altri alberi che non sono in grado di riconoscere.

Se un tempo (che risale ai miei ricordi d’infanzia e adolescenza quando con mio padre o da solo andavo a funghi proprio in Maddalena, o degli anni immediatamente successivi quando mi ero appassionato di micologia e la Maddalena, per la sua vicinanza al mio luogo di residenza, costituiva il mio principale terreno di ricerca e studio) proprio in alcuni dei punti attraversati o lambiti dal sentiero 3V erano alcune delle poste a ottima e pregiata produzione fungina (Boletus Edulis, Armillariella Mellea e Amanita Cesarea) ed era piuttosto diffusa la presenza dei vari tipi di russule (Virescens, Cyanoxantha, Amoidea, Emetica), di alcuni lattari, qualche cortinario e vari altri funghi tra i quali l’estetica Amanita Muscaria e la mortale Amanita Phalloides. Oggi la situazione è molto cambiata e, per l’escursionista che percorre il 3V, resta probabile l’incontro solo con alcune specie fungine non commestibili o a scarso valore alimentare.

Riguardo alla fauna oltre a diverse specie d’uccelli, in gran parte più facili da sentire che da vedere, potreste avere l’occasione d’incontrare l’inconfondibile salamandra pezzata, lo scoiattolo (il nero americano, purtroppo, che essendo in competizione ambientale e alimentare con il più riservato e tranquillo rosso europeo si è estesamente diffuso a discapito di quest’ultimo) e la lepre. Per esperienza personale posso anche affermare con assoluta certezza la presenza di cinghiali, incontrarli è però tutt’altro che facile, vederli ancora meno.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

IMG_8743Luogo di partenza è Brescia, la citta delle Dieci Giornate (1849), epica rivolta grazie alla quale la città si guadagnò il soprannome di Leonessa d’Italia. In quei giorni teatro di rilevanza fu il Castello, possente fortezza posto su un’altura allora al margine orientale del nucleo abitativo, il Colle Cidneo, e che domina la partenza e la prima ora di cammino del sentiero 3V.

I Medaglioni è un piccolo nucleo abitativo che si attraversa dopo circa quarantacinque minuti, ancora popolato vi si possono ammirare l’edifico che era la vecchia scuola e quello della chiesetta.

La Maddalena è la storica montagna di Brescia, oggi è servita da una comoda strada asfaltata che sale direttamente dal centro città, un tempo, prima che venisse realizzata la suddetta strada, vi si arrivava, oltre che a piedi, per mezzo di una funivia la cui stazione a valle era posta alla Bornata, proprio di fronte ai capannoni della Wührer, noto marchio di birra. Quando la diffusione di massa dell’auto e la costruzione di una rete viaria più ampia ed efficiente portarono i bresciani a dimenticarsi di questo loro risorsa, diversi furono i progetti per fare della Maddalena un polo attrattivo del tempo libero, ricordo, ad esempio, quello che proponeva di costruirci un grande laghetto/piscina, inesorabilmente (e, oserei dire, fortunatamente) nessuno ebbe un seguito e oggi la montagna offre al visitatore ancora il suo carattere quasi naturale, anche se disturbato dalle diverse le strutture che ospitano le molte, troppe antenne per telefonia, radio, televisione e radar.

IMG_9171Nave è un ampio insediamento abitativo e produttivo che occupa la parte terminale della Valle del Garza racchiusa tra due lunghe e alte coste montuose: a sud quella che collega fra loro Monte Dragone, Dragoncello, Monte Bonaga, Monte Salena, Costa di Monte Denno, Monte San Giuseppe e Monte Tre Piole; a nord quella formata da Monte Pesso, Monte Rinato, Monte Porno, Monte Rozzolo e Monte Montecca. Diverse le ferriere che vennero erette in questa zona, alcune oggi sono abbandonate e quasi completamente ridotte in rovina (una di queste viene lambita dal sentiero 3V), altre sono ancora più o meno parzialmente operative.

Punto d’arrivo della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e un edificio rurale (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani) la foresteria. Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Fonti:

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Brescia (BS), fine via Filippo Turati / inizio via San Gaetanino
  • Arrivo: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Quota di partenza: 167m
  • Quota di arrivo: 1092m
  • Quota minima: 167m
  • Quota massima: 1092m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1600m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 676m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 17,68km
  • Tipologia del tracciato: quasi equa distribuzione tra sentieri e strade (asfaltate, ciottolate e sterrate).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 6 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”.
  • Rifornimenti alimentari: bar, drogherie e fornerie in prossimità della partenza; bar/ristoranti in Maddalena; drogherie, fornerie, bar e ristoranti a Nave (metà percorso); bar/ristorante/rifugio al Santuario di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: diversi e ben distribuiti anche se non tutti di certa potabilità… fontanina nel grande piazzale a fianco del Cavrelle in Maddalena, sorgente di Val Salena, fontanina alla chiesetta di Sant’Antonio, fontana a Cà della Rovere.
  • Punti di appoggio per il pernotto: rifugio del Santuario di Conche con 100 posti letto.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): nell’ampio e piano prato nei pressi del Santuario di Conche (se il rifugio è aperto chiedere autorizzazione), poco più avanti si possono reperire piccoli e scomodi spiazzi nel bosco.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla di giorno; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

S’inizia con un primo bel salto di 700 metri su circa 5 chilometri piani, seguono 3 chilometri con leggerissimi sali e scendi, poi la lunga e impegnativa discesa che porta a Nave (650 metri per circa 5 chilometri), finendo con una risalita di 867 metri su circa 6 chilometri.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli – Tappa 1

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Relazione tecnica

IMG_8745Brescia, all’apice di via Filippo Turati, dove questa si divide tra via Pusterla e via San Rocchino, ad est della strada il lato meridionale di un piccolo piazzale definisce il punto di partenza del nostro sentiero. Sul muro che lo delimita fanno bella mostra di sé la targa del sentiero 3V e la sua prima freccia segnaletica, che indica d’imboccare la salita di via San Gaetanino. Alla prima curva svoltare decisamente a sinistra per passare tra le case e, dopo una curva a destra, risalire una breve e larga scalinata pervenendo al primo tornante dell’asfaltata via Panoramica, la principale strada d’accesso motorizzato alla montagna di Brescia, il Monte Maddalena.

IMG_8183Invece di seguire l’asfalto di via Panoramica, imboccare la ciottolosa continuazione di via San Gaetanino che ripidamente s’alza a sinistra, prima passando a fianco di alcune palazzine, poi costeggiando un antico muro. Oltrepassato un breve sottopasso si sfiora nuovamente la via Panoramica, ancora la si ignora per proseguire in ripidissima salita sui ciottoli di via San Gaetanino. Dopo una lunga curva a sinistra si giunge a un secondo breve sottopasso, poco dopo la strada curva a destra e perviene alle prime case dei Medaglioni. Si risale tra le case e, al sommo della salita, si svolta a sinistra. In pochi metri si perviene nuovamente su via Panoramica, che da qui assume il nome di Via San Gottardo. La si segue in salita e fatti pochi passi, appena oltrepassata l’ultima casa, una breve sosta è d’obbligo: sulla destra si apre una magnifica visuale sulla Bornata (parte sud orientale della città di Brescia dove un tempo sorgeva la fabbrica della Wührer) e sulla Pianura Padana.

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IMG_8736Dopo essersi goduti il panorama, si riprende il cammino e, con salita ora decisamente meno impegnativa, si segue fedelmente il nastro asfaltato fruendo, anche se disturbati da piante e cespugli, del marciapiede presente sul lato destro. Si oltrepassa la deviazione che, a sinistra, porta al ristorante Vedetta e, passando sotto il campo di calcio (e parcheggio matrimoni) annesso all’Oratorio della chiesa di San Gottardo si perviene al capolinea dei pulmini. Tenendosi, come ai pedoni prescrive il Codice della Strada in assenza di marciapiede, sul lato sinistro, si prosegue per la strada asfaltata lasciando sulla sinistra le ultime case. Si oltrepassa una deviazione che scende a destra (continuazione di via San Gottardo) e, sempre lungo la strada asfaltata che ha ora assunto il nome di Via Maddalena, dopo qualche leggera curva si arriva al primo tornante. Si attraversa la strada per portarsi in un piccolo piano piazzale sterrato sul lato destro del tornante, altro punto panoramico che si affaccia sul versante meridionale della Maddalena e sulla Pianura Padana.

IMG_9140Sul lato settentrionale del piazzale, al termine destro del muretto che lo delimita, imboccare un ripido e rovinato sentiero. Procedendo pressoché costantemente sulla linea di massima pendenza, con faticoso cammino, tra radi cespugli e ancor più radi alberi, si risale il pendio erboso ignorando, sia a destra che a sinistra, diverse pianeggianti diramazioni. Sottopassato un elettrodotto il sentiero volge deciso a sinistra per proseguire lungamente in pianeggiante mezza costa permettendo, così, un bel recupero di forze. Dopo un ripido ma breve strappo si arriva a un tornante che indirizza all’incirca verso ovest, portando, in pochi passi, ad un altro piccolo piazzale in terra battuta accosto alla strada asfaltata della Maddalena: al di là della strada, il Dosso della Brochella, in direzione opposta, quella da cui si è arrivati, il Dosso Torre Bornata. Tenendo la destra si prosegue lungo il sentiero che, meno ripidamente, sale tenendosi al limite del bosco nel quale poco più avanti entra con decisione con una secca curva a destra. Con linea diretta e limitata pendenza si risale nel bosco fino ad uscire nuovamente sulla strada asfaltata. La si attraversa per imboccare la prosecuzione del sentiero ben visibile sul lato opposto dell’asfalto. Risalendo sempre all’interno del bosco si taglia il lungo tornantone del Buren e, dopo aver costeggiato a sinistra la recinzione dei prati d’un nascosto cascinale, si esce nuovamente sull’asfalto che ancora si attraversa per riprendere immediatamente il sentiero che nel primissimo tratto procede quasi parallelamente alla strada. Giunti a una radura in terra, ignorando il largo sentiero che si diparte sulla destra, si prosegue dritti in leggera salita. Tenendo la traccia principale in direzione est ci si alza gradatamente nel fitto bosco finché un breve tratto molto ripido porta sull’asfalto che, ancora, si attraversa per imboccare sul lato opposto un sentiero con vecchi scalini in legno, ben visibile poco sopra una palazzina con diverse antenne: l’ex stazione a monte della funivia della Maddalena. Superate due rampe di scale si perviene ad un piazzale asfaltato, prendere a destra e, con lieve discesa asfaltata, in breve si arriva nuovamente sulla strada principale nei pressi del ristorante Cavrelle. Passando sulla sinistra del ristorante, si attraversa l’ampio piazzale sterrato mirando al suo lato orientale sinistro dove si prende la strada sterrata che sale alla chiesetta di Santa Maria Maddalena. Oltrepassata sulla sinistra una casa, effettuata una larga curva a destra, quando in alto a destra, seminascosta dalle piante, si intravvede la struttura della chiesetta, sulla sinistra s’individua un sentiero che ripidamente scende nel bosco, lo si segue e in breve si perviene al piazzale del ristorante Grillo.

IMG_8903A sinistra e a destra ci sono due strade sterrate, di fronte sulla destra del ristorante c’è la strada, tanto nota agli appassionati di ciclismo per le epiche imprese del Giro d’Italia, di Muratello di Nave, a destra di questa è posto un altare (eretto dal Gruppo Monte Maddalena), lo si oltrepassa sulla destra per prendere un’evidente sentiero che risale direttamente nel bosco a fianco di un vasto prato. Saliti un centinaio di metri si attraversa la strada asfaltata per proseguire nel bosco e, slalomando tra le diverse radici che sbucano dal terreno, si arriva a una scala rovinata dal tempo che adduce al piazzale dell’ex rifugio Monte Maddalena, oggi purtroppo abbandonato e in rovina. Andando a sinistra si attraversa per intero il piazzale sterrato del rifugio pervenendo alla strada asfaltata di accesso allo stesso, la si segue in salita a destra oltrepassando una sbarra solitamente aperta, poco dopo sulla sinistra la vista spazia sull’ultimo terzo del 3V, dal Monte Guglielmo a Urago Mella, allungandosi più oltre alla Presolana e, se l’aria è molto limpida, al Monte Rosa. Ignorando la deviazione che a sinistra sale alla base militare, si entra in un denso bosco e si prosegue a lungo su pianeggiante sterrato. Lasciata alla nostra destra una stazione radio militare la strada compie una larga curva a destra per aggirare, con tratto cementato a balcone sulle cave di Botticino, la sommità del Monte Denno, in lontananza è possibile ammirare il Lago di Garda e il Monte Baldo, a destra Rezzato e la Pianura Padana. Quando la strada volge a sinistra ridiventando sterrata, prendere a destra un sentiero che si mantiene accosto al filo del crinale della Costa di Monte Denno, prima in debole salita poi, superato un poggio panoramico (a cui si perviene con breve digressione attraversando il filare di alberi che delimita sulla destra il sentiero), in più ripida discesa. Si passa a destra di una solitaria casa e poco dopo si riprende la strada sterrata seguendola verso destra.

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Quando la strada sale a destra per terminare contro il cancello della ponte radio della Stazione di Monte Salena, prendere a sinistra un evidente sentiero che si abbassa nel bosco per costeggiare la recinzione di detta stazione radio per poi risalire brevemente. Si prosegue con tratto pianeggiante e quando un sentiero si alza a destra per portarsi a un capanno, imboccare il sentiero che scende dritto. Stando attendi a non farsi ingannare da alcune tracce che si dipartono sulla sinistra, scendere parallelamente a filo del crinale (un bivio risale brevemente a destra ma è invero indifferente andare dritti in discesa). Dopo aver perso un poco di quota arriviamo ad un tratto dove il bosco improvvisamente svanisce, fatti alcuni metri una secca curva a sinistra riporta nel fitto della vegetazione. Oltrepassato il breve un muro di arbusti, il sentiero si trasforma in stradina, immediatamente questa curva a destra, segue un tornante a sinistra (in alto a destra è visibile un capanno di caccia) e poi un’ampia curva a destra porta alla Pozza del Sansì, dove da sinistra arriva una strada sterrata. Andare a destra e, passando sulla sinistra della recinzione che protegge il buco del Capriolo, dirigersi verso una piccola casa che si costeggia sulla sinistra per poi riprendere a scendere sul filo del crinale. La discesa si fa ripida, segue un tratto dove diverse piccole rocce affiorano dal terreno rendendo il cammino incerto e difficoltoso, al suo termine si perviene ad un incrocio. Andare a destra per passare molto accosti alla Casina di Pino (Roccolo del Monte Salena), scendere alcuni gradini e il successivo scabroso saltello roccioso, poi il sentiero torna bello, volge a est e, in lieve discesa, dopo essere diventato larga stradina in terra battuta, porta alla cascina di San Vito.

IMG_8878Da destra arriva la strada di accesso che sale da San Gallo, la si ignora per andare a sinistra seguendo la sua sterrata continuazione, in breve si scende in direzione del Colle di San Vito e dell’omonima chiesetta. Qualche metro prima di raggiungerla si volta a sinistra per scendere un piccolo praticello con qualche albero di conifera e imboccare l’evidente sentiero della Val Salena. Scendendo direttamente nella valle si perde un poco di quota, poi il sentiero volge a destra spianandosi. Con pendenza assai minore si giunge ad un bivio, dritti si sale alla Casina del Lat (sorgente), andare a sinistra puntando sul fondo della Val Salena, poco dopo si attraversa il torrente portandosi in destra orografica del valloncello, dopo una cinquantina di metri si riattraversa il torrente riportandosi in sinistra orografica. Si sale leggermente di quota per poi riprendere la discesa, si ignora una deviazione a destra che con vari ripidi tornanti scende verso il torrente e si prosegue per un lungo tratto di discesa dove occorre prestare attenzione, specie se bagnato, alle diverse placche rocciose. Persa parecchia quota il sentiero volge a sinistra e, lambendo il lato meridionale della radura prativa sommitale del Monte Frattina, sale lievemente per poi riprendere a scendere. A un trivio andare a destra in discesa e in breve si esce dal bosco pervenendo a una bella e ampia radura erbosa con santellina nel mezzo. Un muro ne cinge il lato occidentale, lo si raggiunge per seguirlo verso destra pervenendo alle prime case di Nave. Andare a destra per via Faldenno, si attraversa via Civelle continuando su via Minera che si segue fino a dove termina contro il muro di cinta dell’ex ferriera Fenotti e Comini di cui al di là del muro si possono vedere i ruderi. Prendere a destra per via Carbonini fino al primo incrocio, volgere a sinistra per via Bologna e in breve si perviene alla chiesa di San Rocco (sulla destra): incrocio con la strada principale di Nave (via Trento).

IMG_9168Attraversata con molta attenzione la trafficata strada imboccare sul lato opposto via Monte Grappa che si segue fino al suo termine. Volgere a destra per via Dernago e, fatti pochi metri, andare a sinistra per via Montecchio. Quando la strada si restringe, svoltare seccamente a sinistra infilando un vicolo che porta a delle case a schiera, andare a destra per Traversa Seconda via Moia e procedere fino al suo termine dove a sinistra si imbocca una stradina cementata. Salire ripidamente tra due muri, presto la strada diviene sterrata, ignorare a destra un bivio e procedere in direzione nord-nord-ovest. Avanti a noi sulla sinistra si vede lo stretto solco della Val Listrea, alla cui origine, in basso, si scorgono le case della frazione Piezze alle quali ci si avvicina sensibilmente per poi lentamente tendere a destra e, tagliando il versante nord-ovest del Monte Montecca, inoltrarsi nella Valle del Rio Sant’Antonio in direzione del Monte Rozolo, mentre sulla sinistra, dietro il Monte Rinato, sempre più evidente appare la vetta del Monte Porno. Oltrepassata Cà Ecia (cascina e prati sopra a destra; capanno sotto a sinistra) prima in discesa e poi in piano, con larga curva a sinistra ci si porta verso il centro del valloncello giungendo alla strada che sale da Piezze. Andare a destra e all’imminente bivio prendere la strada di sinistra che sale con un ripido tratto cementato. Alternando sterrato e cemento si sale nel bosco oltrepassando alcuni prati con cascine riprendendo man mano direzione nord-nord-ovest. Un ripidissimo cementato tratto esce dal bosco e conduce alla chiesa di Sant’Antonio di Padova in Seradello dove i bei prati e alcuni tavoli invitano ad una pausa rigenerante; sul retro della chiesetta una fontanella permette anche il rifornimento idrico.

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IMG_8375Dopo essersi adeguatamente riposati prendere la strada che prosegue oltre la chiesa seguendola finché sulla destra appare un ampio dosso erboso con al centro una casa e sulla sinistra in alto s’intravvede Cà della Rovere. Poco più avanti la strada spiana e la si abbandona per imboccare a sinistra il sentiero che si accosta a Cà della Rovere. Oltrepassata la cascina e la relativa caratteristica fontana, il sentiero volge a sinistra e, con un tratto scavato e molto rovinato, inizia a risalire ripidamente il versante orientale del Monte Porno. Guadagnati cento metri di quota inizia un bel piano diagonale a destra, a metà del quale, badando alla testa, si sottopassa il traliccio di un elettrodotto. Ignorata una deviazione che sale a sinistra continuare ancora un poco in piano per poi svoltare a sinistra e riprendere a salire, prima nel bosco poi su terreno aperto dove, ignorando una franosa e faticosa traccia che sale a sinistra lungo la linea di massima pendenza, si segue il più comodo sentiero scavato che, con vari tornanti, risale altri centocinquanta metri per poi riprendere, pianeggiante, il diagonale a mezza costa verso nord-nord-ovest. In breve si arriva al grande roccolo del Pater che si aggira sulla sinistra. Superati alcuni quasi svaniti alti scalini, volgendo a sinistra, ci si allontana un poco dalla baracca del roccolo per prendere sulla destra un sentiero che si alza nel bosco. Fatti alcuni stretti tornanti si supera un breve canalino di terra e pietre per poi, con minore pendenza, svoltare gradatamente verso sinistra e innestarsi nel sentiero che sale dalla Cascina Cocca. Lo si segue in salita a destra e in breve si perviene ai prati di Conche, alla destra in alto il Santuario, davanti l’edificio della Foresteria al quale si arriva superando un breve ma ripido pendio erboso; a destra gli ultimi pochi passi portano al Santuario di Conche.

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Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
 Brescia – inizio via San Gaetanino 0:00
 1° tornante dopo San Gottardo 1:00
 Spiazzo sopra Dosso Torre 0:30
 Ristorante Grillo 0:30
Cascina Colle San Vito 1:00
Chiesa San Rocco a Nave 0:45
Chiesetta di S. Antonio 0:50
Ca della Rovere 0:15
Pater 0:50
Santuario della Madonna in Conche 0:20
TEMPO TOTALE 6:00

Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

#TappaUnica3V seguimi in tempo reale


Grazie alla preziosissima collaborazione degli amici di Gialdini Sport, noto negozio di articoli sportivi in Brescia, mi è stato possibile attivare un sistema di tracciatura automatica del mio cammino (SPOT GEN3) e allestire una pagina sulla quale potrete seguirmi in tempo quasi reale (aggiornamento ogni cinque minuti), eccola…

TappaUnica3V by SPOT

Invito_600

Sentiero 3V il documentario del giro inaugurale


Ieri vi ho raccontato, col mio stesso vissuto, come è nato questo straordinario percorso (se non l’hai ancora letto, leggilo: Il sentiero 3V “Silvano Cinelli”), oggi condivido questo straordinario emozionante documento storico: il filmato prodotto subito dopo il giro inaugurale, realizzato con le riprese fatte durante lo stesso.


Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

Il Sentiero 3V “Silvano Cinelli” (Val Trompia – BS)


IMG_8745Un giovane uomo, attratto dai percorsi di cresta, aveva iniziato a studiare un itinerario escursionistico che da Brescia portasse al Giogo del Maniva seguendo fedelmente tutto il filo dello spartiacque. Al momento aveva solo segnato sulla carta IGM una prima parte del tracciato, quella che da Sant’Eufemia, ai tempi piccolo borgo ben distaccato dalla città, giungeva alla Cascina Dragoncello passando per la Maddalena e il Colle di San Vito.

Un giorno il padre, ai tempi presidente di una società escursionistica bresciana e attivamente impegnato per dare uno spirito comune alle diverse associazioni locali che operavano distintamente e, talvolta, guardandosi in cagnesco l’una con l’altra, casualmente vide la carta e chiese al figlio cosa stesse facendo. Immediatamente vide nel progetto ciò che serviva per pervenire al suo obiettivo di comunione tra le associazioni, lo estese aggiungendogli mentalmente anche la via del ritorno a Brescia e si mise immediatamente al lavoro per riunire i vari responsabili invitandoli a collaborare per la creazione del percorso.

IMG_9412Il giovane uomo era presente alla prima riunione indetta dal padre, sua era l’idea e a lui spettava il compito di descriverla. Ricorda l’interesse di alcuni e l’indecisione di altri, ricorda un acceso dibattito: ai tempi quello che oggi viene impropriamente chiamato trekking non esisteva, anzi, forse manco esistevano percorsi a tappe di tale lunghezza e connotazione, l’idea precorreva i tempi, dava i natali a un nuovo concetto di cammino e se alcuni ne risultavano fortemente stimolati, altri n’erano al contrario intimoriti. Il giovane ormai vecchio uomo non ricorda come si chiuse quella riunione e non ricorda d’essere stato presente a successive riunioni, ricorda però che nessuno accennò ad una propria elaborazione di analoga idea escursionistica (cosa accampata da qualcuno anni dopo, quando si decise di dedicare il sentiero al padre del giovane uomo), ricorda i discorsi a volte sconsolati che in merito il padre faceva, ricorda le arrabbiature del padre, i contrasti e le difficoltà che dovette superare, ricorda della sua caparbietà che lo portò al fine a raggiungere il primo importante traguardo: la formazione del gruppo operativo e l’avvio dei lavori di pulizia e tracciatura del percorso.

Passarono i mesi, il progetto evolveva. Nell’estate del 1981 finalmente i segni bianco-azzurri avevano dipinto l’intero anello e venne programmato il giro inaugurale. Motivi di lavoro impedivano al giovane uomo di parteciparvi, sconsolato dovette limitarsi a pensare all’enorme gruppo di persone che, dopo i saluti del Sindaco, si avviavano attraverso la città per raggiungere il punto ch’era stato fissato come inizio del sentiero, sentiero cui era stato dato il nome di 3V da tre valli, le tre valli che andava idealmente a percorrere: la Val Trompia di cui effettuava l’intero periplo, la Val Sabbia che costeggiava nel tratto di andata da Brescia al Maniva e la Val Camonica della quale scorreva il crinale sinistro orografico tornando dal Maniva a Brescia.

IMG_8893Qualche giorno dopo, non ricorda come, non ricorda da chi, non ricorda a che ora, il giovane uomo ricevette una notizia: “(tuo) papà è morto!” Non ricorda la sua reazione, ricorda solo un rientro a casa, un parcheggio nervoso e approssimativo, la moglie sul terrazzo e un grido “mio papà è morto, mio papà è morto!” Qui i ricordi si spengono totalmente per riaccendersi solo alla camera ardente, alle tante persone raccolte attorno alla bara del padre, agli amici d’escursione scesi dalla Pezzeda (luogo dove erano giunti e dove il padre s’era addormentato la sera per non risvegliarsi la mattina e mai più) per assistere al funerale.

Per volere della moglie, mamma del giovane uomo, l’escursione deve continuare, il gruppo risale alla Pezzeda e, seppur con meno goliardia, riprende il cammino per portare a termine questo giro inaugurale tanto sognato, tanto desiderato, tanto voluto dal padre del giovane uomo, marito, padre, nonno meraviglioso, apprezzato fotografo, tenace e, per alcuni, scomoda figura dell’escursionismo bresciano. Il giovane orami vecchio uomo deve a lui, a suo padre, la sua grande passione per la montagna, non ereditata (fu il padre a prenderla dal figlio), ma lentamente assorbita tramite le uscite a funghi insieme al padre (che fin da giovane aveva maturato tale passione ed era uno dei pochi svaghi che da adulto si permetteva coinvolgendone l’intera famiglia), i campeggi dell’oratorio, l’adesione agli scout.

IMG_8138Poco dopo, seppure nel disaccordo e nell’aperto disappunto di alcuni, il sentiero viene opportunatamente e giustamente dedicato al padre del giovane uomo: lui aveva carpito l’idea del figlio, lui l’aveva estesa, lui l’aveva vista come strada per la solidarietà sociale bresciana, lui l’aveva proposta, lui aveva tenacemente lottato contro le infinite difficoltà tecniche e sociali, lui era stato il cuore pulsante del progetto, lui aveva reso materialmente possibile la sua gravidanza, lui ne ha glorificato i natali donando materialmente anima e corpo a questo neonato.

Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, così è stato per trentacinque anni, così deve restare per il futuro e per sempre: sentiero 3V “Silvano Cinelli”!

Non avevo mai fatto il giro completo, anzi, molti erano i tratti dell’anello a me totalmente sconosciuti, così per onorare il lavoro di mio padre ho deciso di percorrerlo in tappa unica, aggiungendovi la solitaria per rendere la cosa ancor più profonda e personale, il tutto condito dalla nudità vuoi perché il più possibile nudo ormai vivo e i vestiti male li sopporto, vuoi per mostrarmi al monte esattamente come il monte a me si mostra (spoglio), vuoi per esaltare un sentimento di prostrazione alla natura, anch’essa nuda, e al ricordo, che nudo dev’essere per farsi sincero e profondo.

Un impegno non di poco conto, specie considerando che mai nella mia vita ho camminato così a lungo e per così tanto tempo, devo prepararmici adeguatamente. Nel farlo mi rendo conto che il sentiero a tratti sembra letteralmente abbandonato e, sinceramente, la cosa mi ha fatto arrabbiare non poco visto che da molti anni esiste un coordinamento 3V il cui compito dovrebbe proprio essere in primis quello di mantenerlo in ottimo stato di percorribilità e invece… invece ci sono segni talmente sbiaditi da risultare invisibili, vegetazione che invade le tracce e nasconde la segnaletica, tratti franati o altrimenti impercorribili, bivi dove solo l’intuito può farti scegliere la strada giusta (ma a volte l’intuito non basta e devi aggiungerci le buone gambe per fare metri in più alla ricerca di un segno che t’indichi la giusta via), tabelle segnaletiche male orientate (cosa che nel caso della discesa del Dosso Alto mette anche in serio pericolo l’incolumità di chi si accinge a percorrere tale variante spedendolo su un pendio estremamente ripido e pericoloso quando a pochi metri di distanza ne esiste altro ben più semplice e molto meno pericoloso), tempistiche non uniformi e incoerenti (in alcuni casi fatte con maniche giustamente larghe, in altri fanno pensare alla percorrenza in moto piuttosto che a piedi, raramente calcolate pensando all’intero giro). Nel farlo mi accerto che la guida risulta obsoleta e la nuova cartina di certo da sola non può bastare, anche perché alcuni dati sono riportati in modo non uniforme (per quasi tutte le varianti vengono dati i tempi della singola variante, in altro caso dell’intero tratto). Da qui la decisione di creare sul mio blog una sezione dedicata al sentiero 3V che sento anche mio, di riscriverne la relazione, di operare in prima persona per pubblicizzarlo (se viene frequentato in buona parte la manutenzione diviene automatica) e mantenerlo (ho già girato a chi di dovere la mia personale disponibilità a sistemare la segnaletica dove necessario, disponibilità che posso già da ora affermare allargata ai membri del gruppo escursionistico nato attraverso le proposte di questo blog).

Questo è solo il primo di tanti articoli che riguarderanno il sentiero 3V “Silvano Cinelli”, sono già pronte le relazioni delle prime tre tappe e di alcuni sotto anelli che ho elaborato per i mei allenamenti, sottoscrivete il blog (vedi menù laterale) per mantenervi informati sulle novità e registratevi tra gli amici di Mondo Nudo per ricevere informazioni sulle attività pratiche che presto ci vedranno calcare proprio le tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli” (la nudità, così come l’abbigliamento, è sempre facoltativa).

A presto!

Dati statistici del sentiero 3V “Silvano Cinelli”

Tappe classiche Da 7 a 9
Consiglio personale Farlo con sacco a pelo e leggerissima tendina di emergenza dando più equilibrio alle tappe.

Percorso facile

Adatto a chiunque ma sinceramente anche il meno interessante visto che evita quasi tutte le cime.

Lunghezza (in proiezione piana) 134km
Dislivello totale (approssimativo) 6120m
Tempo di percorrenza 42 ore e 30 minuti

3V facileClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva

Percorso intermedio

È quello che più consiglio; simile a quello difficile ma evitandone i tratti più impegnativi.

Lunghezza (in proiezione piana) 137km
Dislivello totale (approssimativo) 7030m
Tempo di percorrenza 50 ore e 30 minuti

3V intermedioClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva

Percorso difficile

Presenta alcuni tratti di facile arrampicata o/e particolarmente esposti, richiede esperienza.

Lunghezza (in proiezione piana) 131km
Dislivello totale (approssimativo) 6980m
Tempo di percorrenza 49 ore e 30 minuti

3V difficileClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva


Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

#TappaUnica3V riepilogo di giugno


Tante le cose da fare in questi ultimi giorni di febbrile attesa del momento cruciale e così mi sono dimenticato di fare il solito riepilogo statistico di fine mese, molto succintamente eccolo…

Numero di uscite 11
Chilometri certi camminati 237
Dislivello minimo coperto 13589
Ore di mio effettivo cammino 65,38
Ore di tabella 89,05

Il che porta ai seguenti totali complessivi (da novembre 2015 a giugno 2016):

Numero di uscite 57
Chilometri certi camminati 976
Dislivello minimo coperto 53636
Ore di mio effettivo cammino 245,48
Ore di tabella 356,05

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#TappaUnica3V: tabella di marcia


Siamo agli sgoccioli, fra quindici giorni si parte per il finale (o anche no!) di questo che è diventato un bellissimo grande viaggio attorno a me e alla montagna. Sebbene l’ultimo allenamento fatto, quello che mi ha portato a percorrere una bella fetta del 3V, sia andato, dal punto di vista dei tempi di marcia, meno bene di quanto mi aspettavo (ventisette ore invece delle ventitré programmate) sono comunque rimasto pienamente soddisfatto del mio rendimento psicologico e fisico: nonostante le diverse ore funestate da vari dolori in varie zone del corpo (testa, schiena, stomaco, diaframma, polpacci, piedi e altro), il conseguente calo emotivo che mi ha fatto ragionare su come interrompere il giro o, quantomeno, ridurlo sensibilmente in dislivello, la notte passata girovagando nei fitti boschi soprastanti Bovegno alla ricerca di sentieri complicati e poco visibili, la ciliegina sulla torta di un bel cinghiale che mi sbarrava la strada e quella ancor più pesante di un lungo e faticoso costone erboso nel quale il sentiero era nottetempo praticamente invisibile, ecco dopo tutti questi inconvenienti il mio cammino è continuato imperterrito fino alla fine, risalendo ogni  rilievo previsto, ivi compresa l’impegnativa (escursionisticamente parlando) salita diretta all’Almana, con un recupero di energie secco e improvviso avvenuto a tre quarti di giro grazie ad una semplice colazione al rifugio Almici: panino con la coppa e calicino di vino. Certo la fatica fatta mi ha fatto meditare a lungo sull’opportunità di concedermi alcune ore in più, alla fine però, considerando che per quest’ultimo giro di allenamento ero partito in stato fisico non ottimale e che con un aumento dei punti di rifornimento potrò ridurre il peso dello zaino, mi sono deciso per mantenere le quaranta ore del progetto iniziale ed ho finalizzato la mia tabella di marcia nel rispetto di tale tempistica.

Come sempre accade, negli ultimi giorni che precedono una partenza si manifestano avvenimenti che la ostacolano o, comunque, la complicano, tra questi quello che, al primo momento, mi è calato sulle spalle come una mannaia: l’indisponibilità di chi s’era preso carico di farmi da supporto per i punti di rifornimento. Certo un poco me l’aspettavo visto che TappaUnica3V l’ho programmata in giorni feriali, ma a questo punto, dopo otto mesi dal suo annuncio, orami m’ero convinto di poterne disporre con certezza (il tempo per accorgersi del periodo era stato decisamente più che sufficiente). Potrei ancora spostare la data della partenza e per qualche ora ci ho anche pensato, ma non mi piace come idea, intanto perché dovrei rinunciare alla luna piena, poi perché ho sempre odiato questi cambiamenti di programma, infine perché la scelta era stata fatta in funzione anche di vari altri parametri (meno gente sul percorso pertanto una solitaria più solitaria, meno problemi per la mia nudità e minore possibilità d’incontrare chi possa rallentarmi o addirittura fermarmi, come già successo più volte durante gli allenamenti, con chiacchiere o richieste di informazioni: durante il giro dovrò rispettare precisi tempi di marcia e ogni distrazione comporterà la necessità di recuperi che potrebbero risultare deleteri ai fini della riuscita finale) che verrebbero tutti inficiati, indi confermata pure la data di partenza che rimane inderogabilmente, con qualsiasi condizione atmosferica, il 20 luglio. Se qualcuno si vuol occupare del supporto logistico (rifornimenti) è benvenuto, altrimenti mi arrangerò: tutti i punti rifornimento sono stati appositamente collocati in corrispondenza di strutture della ricezione turistica, posso sempre chiedere un loro piccolo appoggio, oppure andare a nascondere in loco il pacchetto del rifornimento.

A questo punto ecco di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi, anche perché in alcuni tratti, in funzione delle mie condizioni e di quelle della montagna (ambedue imprevedibili fino al momento stesso) potrei magari tentare delle accelerazioni per potermi concedere qualche minuto di riposo (così come è la tabella li prevede solo ai quattro punti di rifornimento: 30 minuti per quello del Bonardi, 15 minuiti per gli altri); nel caso di passaggi anticipati a volte potrei decidere di fermarmi a riposare, altre, in ragione del mio stato di forma, no; in caso di, spero inesistenti, passaggi ritardati evidentemente non ci sarà fermata. La prossima settimana dovrei poter aprire la pagina con la quale chi lo desidererà potrà seguire il mio cammino in tempo quasi reale (aggiornamento della posizione ogni 3/5 minuti).

· Partenza da Brescia, inizio via San Gaetanino giorno 20 ore 03.00
· Ristorante Grillo in Maddalena giorno 20 ore 04.30
· Colle di San Vito giorno 20 ore 05.20
· Chiesa di San Roco a Nave giorno 20 ore 06.00
· Santuario di Conche giorno 20 ore 08.00
· Passo del Cavallo giorno 20 ore 09.15
· Passate Brutte giorno 20 ore 11.15
· Chiesetta degli Alpini al Campo del Gallo giorno 20 ore 11.45
· Punta di Reai giorno 20 ore 13.10
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (rifornimento 1 – 15 minuti) giorno 20 ore 13.55
· Passo del Termine giorno 20 ore 15.45
· Piani di Vaghezza giorno 20 ore 16.20
· Monte Ario giorno 20 ore 17.40
· Passo di Prael giorno 20 ore 18.35
· Corna Blacca giorno 20 ore 19.35
· Passo delle Portole giorno 20 ore 20.05
· Cima del Dosso Alto giorno 20 ore 20.45
· Giogo del Maniva giorno 20 ore 21.45
· Hotel Locanda Bonardi al Maniva (rifornimento 2 – 30 minuti) giorno 20 ore 22.00
· Monte Dasdana giorno 20 ore 23.30
· Goletto di Cludona giorno 21 ore 00.10
· Monte Crestoso giorno 21 ore 01.10
· Monte Muffetto giorno 21 ore 03.40
· Colle di San Zeno – Rif. Piardi (rifornimento 3 – 15 minuti) giorno 21 ore 06.00
· Monte Guglielmo giorno 21 ore 07.45
· Croce di Marone giorno 21 ore 08.45
· Forcella di Sale giorno 21 ore 09.00
· Punta Almana giorno 21 ore 10.00
· Croce di Pezzolo giorno 21 ore 10.20
· Santa Maria del Giogo giorno 21 ore 11.45
· Caposs giorno 21 ore 12.45
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello (rifornimento 4 – 15 minuti) giorno 21 ore 13.05
· San Giovanni di Polaveno giorno 21 ore 14.00
· Uccellanda della Colmetta giorno 21 ore 15.05
· Monte Magnoli giorno 21 ore 16.05
· Quarone di sotto giorno 21 ore 16.30
· Passo della Forcella di Gussago giorno 21 ore 17.15
· Monte Peso giorno 21 ore 18.05
· Monte Picastello giorno 21 ore 18.40
· Urago Mella giorno 21 ore 19.00

 

Serata del Bione Trailers Team e ci siamo anche noi


Giovedì 30 giugno 2016 ore 20, la sala della sede provinciale bresciana dell’AVIS sta iniziando a riempirsi, le persone qui affluiscono per partecipare ad una serata organizzata dal Bione Trailers Team (BTT) nel corso della quale si parlerà del loro evento 3V, il Grand Raid 3V Remix, ma anche e soprattutto del sentiero 3V “Silvano Cinelli”.

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Alle venti e venti circa il tavolo relatori si anima e Michela Bertocchi, conduttrice della serata, saluta i presenti passando poi la parola ai due presidenti: Annamaria Giori per l’AVIS di Bione-Agnosine, Ivan Freddi per il Bione Trailers Team. Esauriti i convenevoli di rito Mariavittoria Carli, consigliere del BTT, presenta la società e ne elenca velocemente le varie iniziative che, dal quelle puramente sportive, si estendono a quelle sociali coinvolgendo i giovani e la scuola. A ruota seguono Antonio Berardi, socio fondatore e consigliere BTT, e Ivan Freddi, come già detto Presidente BTT, per presentare l’evento attorno al quale gira tutta la serata: il Grand Raid 3V Remix.

Si tratta di un misto tra competizione ed escursione (quasi) rilassata che si svolgerà dal 5 al 7 agosto lungo il sentiero 3V. Centocinquantatré i chilometri ufficialmente riconosciuti (purtroppo ci sono varie indicazioni sul chilometraggio e ho personalmente appurato che in effetti i software di mappaggio topografico lo riportano in modo anche molto diverso, l’ultimo reperito, Wandermap, mi dà addirittura solo 132 chilometri), ottomila e quattrocento i metri di dislivello positivo dichiarati (anche qui ci sono indicazioni differenziate), cinquantatré le ore disponibili per compiere l’intero anello. Il giro è stato suddiviso in sette tratte, ognuna con un tempo minimo e massimo di percorrenza e un orario unico di ripartenza, che sempre sarà fatta tuti assieme. L’ultima tratta, da Nave a Bione, sarà invece fatta secondo la più classica modalità delle corse in montagna e darà luogo alla classifica del giro. Possibile, per chi lo volesse, effettuare anche solo una parte dell’anello, ovviamente corrispondente ad una o più delle tratte programmate.

Mi piace molto questa formula: oltre che ai trailers permette la partecipazione a molti escursionisti visto che, alla fine, dato il tempo massimo concesso ben superiore alla somma delle tabelle del 3V (quarantotto ore e mezza) e la possibilità di farsi qualche riposino, per camminare così a lungo serve solo determinazione e spirito di sacrificio, due qualità che dovrebbero essere già ben presenti in ogni escursionista. Grazie a questa formula i partecipanti potranno certo mettersi alla prova, ma anche godersi quello che diventa un viaggio non solo attraverso la montagna ma anche attorno a sé stessi e scoprire il fascino del camminare così a lungo, tanto oltre i classici tempi dell’usuale escursionismo. La sicurezza è stata presa in seria considerazione (sebbene io esalti il fascino del cammino solitario e ne sia un acerrimo praticante, sebbene ritenga che la presenza di uno o più compagni non sia necessariamente sinonimo di sicurezza bensì a volte possa proprio tramutarsi in pericolo o in un incidente con un maggior numero di vittime, sono pur sempre cosciente dei rischi connessi alla solitaria ed è evidente che chi organizza manifestazioni sportive debba necessariamente escluderla): la suddivisione in sette tratte comporta automaticamente pure sette momenti di controllo delle presenze e sette possibilità di ottenere assistenza, inoltre sussisterà l’obbligo di procedere sempre quantomeno affiancati ad altra persona.

Torniamo alla serata che a questo punto vede il secondo momento clou: l’intervista della giornalista di Teletutto Clara Camplani. Inizia con la presentazione da parte della stesa giornalista di Silvano Cinelli, uno dei fautori, per non dire il principale fautore, della nascita del sentiero 3V e, da figlio di Silvano e involontario suggeritore dell’idea di un sentiero che girasse per creste attorno alla Val Trompia (mio padre vide i segni che avevo iniziato a tracciare sulle carte IGM e si rese subito conto che l’idea poteva diventare qualcosa di molto interessante, quello stimolo che permettesse alle varie società escursionistiche brescia di trovare un punto comune d’incontro e di lavoro) resto piacevolmente colpito dalle parole della Camplani, denotano immediatamente che si è adeguatamente documentata e questo gli fa molto onore (tra l’altro, manco mi ricordavo dov’era nato mio padre e lei me l’ha ricordato, grazie). La parola passa a noi, la famiglia di Silvano: mia madre Maria, io, le mie sorelle Carla e Valeria. Ben guidati e ottimamente strutturati dalla giornalista, parliamo di Silvano (marito, padre, nonno dalle innumerevoli qualità morali e professionali), del sentiero 3V, delle motivazioni che possano indurre a percorrerlo, delle sue criticità, dei suoi pregi. Mi viene anche chiesto di parlare della mia ormai molto prossima “impresa”: TappaUnica3V. Le circostanziate domande di Clara mi fanno spiegare i perché dell’idea (non ho mai fatto il 3V e, prima che sia troppo tardi, vito il trentacinquesimo della sua inaugurazione dovevo necessariamente farlo e ho deciso di farlo secondo una vecchia idea che era depositata nel cassetto: la tappa unica) e i percome (solo e, per quanto possibile, nudo). Nudo, ecco da qui si parte per una disanima su questa modalità di andare per monti. Mentre parlo noto che l’attenzione della sala si fa anche più forte del già alto livello fino ad ora manifestato e noto anche la totale assenza di espressioni disgustate o anche solo disturbate, anzi, quando ho riportato le parole che tempo addietro scrissi in un articolo di Mondo Nudo “purtroppo il nudo e comprensibile solo provandolo, anch’io un tempo ritenevo d’aver raggiunto il massimo livello d’integrazione con l’ambiente e scrissi sulla rivista del CAI che mi sentivo montagna nella montagna, poi, dopo aver provato a camminare nudo, mi sono reso conto che mi sbagliavo, che invero c’era qualcosa di troppo”, “Cosa?” subito ricalca la giornalista che pareva già sapesse dove stavo andando a parare, “i vestiti!” ecco che scatta un bellissimo e generalizzato applauso, che vado a sottolineare citando il mio mantra preferito: “vestiti è bello, nudi è meglio”. A questo punto la giornalista chiude l’intervista a noi della famiglia sottolineando l’invito a provare la nudità e cambia tema passando al Grand Raid 3V Remix. Prima chiede a me se mi piace la formula adottata (si mi piace moltissimo, come ho già scritto poco sopra) e perché ne consigli la partecipazione (anche questo l’ho già scritto più sopra) poi la parola passa nuovamente al Presidente del BTT che, con il contributo di Antonio Berardi, viene invitato a dare la sua motivazione alla partecipazione.

La chiusura dell’intervista crea il ponte di lancio per completare il discorso sul Grand Raid 3V Remix, il consigliere BTT Massimo Bonzanini illustra le modalità di iscrizione all’evento e le successive competizioni organizzate dal Bione Trailers Team. Segue il momento della parola al pubblico, mi aspettavo qualche intervento sulla questione del nudo invece niente (buono così?), si avanzano solo alcune domande su aspetti logistici del Grand Raid 3V Remix.

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30 giugno 2016, sede dell’AVIS Provinciale di Brescia, la bellissima sala inizia a svuotarsi, la serata è finita e le persone lentamente prendono la strada di casa. Gli amici del BTT, nuovi amici che si sono mostrati veramente gentili e disponibili, mi chiedono le mie impressioni, ovviamente positive (per la prima volta posso parlare apertamente di nudo all’interno di un evento che nulla aveva a che vedere con il nudismo, ad una platea che in buona parte manco sapeva che ci fosse chi in montagna preferisce andarci stando nudo), io rigiro la domanda a loro e si chiude: terremo certamente i contatti, io sarò alla partenza del loro Grand Raid 3V Remix e sarò anche lungo il percorso per condividere, come già fatto con quelli del Trail Running Brescia in occasione del Rando Trail 3V di giugno, la fatica dei partecipanti e una notte di cammino.

Grazie Ivan, grazie Antonio, grazie Michela, grazie a tutto il consiglio del Bione Trailers Team il vostro supporto è stato veramente importantissimo e, spero, proficuo per la causa della normalità: dl punto di vista della logica naturale, l’assenza di vestiti è certamente più normale della loro presenza!

Grazie anche a Clara Camplani per aver condotto in modo veramente splendido l’intervista a noi della famiglia Cinelli, ha saputo magistralmente far parlare mia madre anche di un qualcosa che, umanamente, avrebbe preferito tacere: la prematura morte di mio padre! Si morte, non scomparsa o altro morbido, ma subdolo, termine che mal si sarebbe combinato ad una serata in cui si è parlato anche di normalità del nudo: anche la morte è normalità, inutile nascondersi dietro i fili d’erba di parole alterate, la morte è l’unica cosa certa della nostra vita, dobbiamo saperci convivere, dobbiamo accettarla, dobbiamo attenderla, dobbiamo parlarne normalmente. Anche per questa piccola parola ringrazio Clara, è stata la ciliegina sulla torta. Grazie!

Grazie agli altri giornalisti presenti in aula e ai due blogger, Andrea e Francesco del Trail Addicted, giunti fino a qui da Como.

Grazie ad Annamaria Giori, Presidente dell’AVIS Bione-Agnosine, per aver presenziato i lavori.

Grazie ai responsabili dell’AVIS Provinciale di Brescia che hanno concesso l’utilizzo della loro sala convegni.

Ovviamente ringrazio anche la cinquantina di persone presenti in sala, senza di loro la serata sarebbe stata spenta.

Infine devo ringraziare i miei familiari per aver supportato pienamente questa mia iniziativa: mia mamma Maria, mia sorella Valeria, mia sorella Carla.

Grazie, grazie, grazie!

#TappaUnica3V: tanti segni negativi non mi hanno fermato!


Monte Campione dalla Colma di Marucolo

È arrivato il momento di tapponi, anzi, del tappone visto che, date le sensazioni e le deduzioni fatte in quest’ultimo allenamento, sarà il primo e l’unico che farò: devo ora pensare solo al recupero dalle ultime fatiche e alla preparazione per l’ormai molto vicino evento finale.

Fra i tre possibili tapponi ho scelto quello più impegnativo: un anello in media Val Trompia, da Gardone a Bovegno per il lato sinistro orografico e ritorno sulle creste di destra, a raccordare i due tratti del 3V inizialmente la salita da Gardone alla Forcella dei Quattro Cantoni passando per Sant’Emiliano, poi la discesa dal Goletto Campo di Nasso a Bovegno alla quale subito si collega la risalita da Bovegno a Monte Campione, infine la discesa dalla Croce di Pezzolo a Gardone. Stando ai miei calcoli manuali (rilevando le distanze dalle carte IGM) i chilometri sarebbero novantadue, stando invece ai calcoli automatici di Wandermap sono solo sessantasette; minore difformità per quanto riguarda il dislivello, i miei calcoli mi danno quattromila ottocento quarantaquattro metri, quelli di Wandermap ne danno quattromila quattrocento settanta.

Un test più che un allenamento, un test importantissimo, sia per la mia preparazione fisica che per i materiali, ma anche, indirettamente, per la logistica. Molte, infatti, le preziose informazioni che ho potuto ricavare da questo giro, dal peso dello zaino che dovrà al massimo raggiungere i cinque chili (gli otto attuali si sono rilevati eccessivi per giri così lunghi) al numero di rifornimenti (che da tre andrò portato a cinque o sei  sia per poter ridurre il peso dello zaino che per meglio supportare l’evenienza di un caldo estremo), dal cibo (ottime le varie barrette ma ad un certo punto lo stomaco pretende anche qualcosa di più corroborante) ai liquidi (ottima la scelta fatta ma bisogna aggiungere idratazione preliminare, sia a casa che ai punti di rifornimento), dalla crema solare (quella spray fa perdere tempo) alle scarpe (ottime seppur poco adatte ai terreni molto duri specie quando i piedi sono ormai macerati da tanti chilometri, potrebbe essere ideale prevedere un cambio scarpe nel tratto finale), dal tempo di percorrenza (fattibilissimo contando singolarmente le tratte, forse molto meno considerando che andranno fatte l’una dietro l’altra senza soste rilevanti) all’orario di partenza (per supportare l’eventuale aumento del tempo totale di percorrenza: quello di arrivo, nella speranza che ci sia un bel gruppo di persone ad attendermi, deve restare invariato ed  essere praticamente certo), dalla mia preparazione fisica (quadricipiti più che a puntino, qualche problema a livello di scarico dei polpacci e delle cosce) alla mia determinazione (decisamente alta). Insomma, devo correggere alcune cose, devo scaricare ciò che è risultato affaticato ma sono pronto. Nei prossimi dodici giorni (recupero) leggere camminate di scarico/mantenimento, ginnastica di potenziamento generale, amminoacidi ramificati (Enervit Enervitam Sport) per risolvere la fatica e trasformarla in crescita, nei successivi quattordici (preparazione) ancora leggere camminate e ginnastica, alle quali si abbineranno ora i flavonoli del cacao (Enervit Carboflow) per elasticizzare i vasi sanguinei e, così, migliorare l’ossigenazione muscolare.

Venerdì 14 giugno

Con tutta calma preparo il materiale che mi serve (e nonostante questo dimentico la macchina fotografica, le foto che illustrano l’articolo sono quindi di repertorio) e carico lo zaino, fa molto caldo ma devo comunque contenere il peso, così niente giaccone d’alta montagna, barrette energetiche contate con attenzione (per provarle ho aggiunto le leggerissime bustine di gel Enervit Enervitene Sport OneHand, quelle senza caffeina… test perfetto e decisamente approvate per l’equipaggiamento finale), una sola bottiglia d’acqua (1.5l) mentre riempio al massimo (2l) la borraccia floscia e aumento a due le borraccine (500ml cadauna) con l’integratore di sali (NamedSport HydraFit). Alla fine qualcosa più di otto chili, solo un chilo in meno delle volte precedenti, mannaggia.

Partenza, breve ma trafficato viaggio in auto che mi fa arrivare al parcheggio già un poco stressato. Il sole picchia nel cielo limpido, il termometro dell’auto segna ventotto gradi e sono solo le dieci del mattino, fortunatamente la prima parte del cammino è all’interno di un ombroso bosco e salgo velocissimo, troppo veloce, poi ne pagherò lo scotto: passato il santuario di Sant’Emiliano, uscito dal bosco, nella ripida salita che da forcella Vandeno porta alla Forcella dei Quattro Cantoni inizio a segnare il passo, le gambe girano sempre al meglio ma il fiato, reso difficile da un peso allo stomaco (probabilmente la busta di magnesio ,un mese addietro avevo smesso di prenderlo proprio perché mi restava sullo stomaco, ma stamattina mi sono svegliato con i crampi ad un piede e già ieri m’ero svegliato con i crampi a un polpaccio) non le regge, devo fare frequenti soste.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Ortosei

Velocemente, per quanto possibile su un sentiero che richiede costantemente attenzione (non è difficile solo stretto e scabroso), scendo alla Passata Vallazzo, risalgo alla Punta Ortosei, traverso a quella di Reai e scendo alla Cocca di Lodrino dove arrivo addirittura con sei minuti di anticipo sul programmato (pur essendo partito con due di ritardo). Senza sosta m’incammino sull’asfalto che mi porta alla trattoria Genzianella, parco degli Alpini e su per il sentiero del Passo della Cavada, stavolta prendo quello diretto. La temperatura è salita notevolmente e il sudore inizia a colare copiosamente, ma la cosa peggiore sono dei bruciori alla bocca dello stomaco e un mal di schiena che mi costringe a frequenti fermate dove devo piegarmi in avanti per alleviare la tensione (riducendo, nel contempo, il recupero respiratorio) arrivo al passo con venti minuti di ritardo, anzi, ventuno. Mi concedo quattro minuti di sosta per un recupero di sali, poi nuovamente in marcia sul lungo traverso che porta alla Cascina Morandi, quindi la bella discesa verso il passo del Termine. Qui seconda difficoltà della giornata: le scarpe nuove appaiono troppo larghe, nei traversi erbosi si girano attorno al piede rendendo il passo incerto e faticoso, provo a tirare i lacci e devo farlo più volte senza migliorare di molto le cose. Al Passo del Termine arrivo con ben trentadue minuti di ritardo e un bruciore all’attaccatura delle dita dei piedi.

Riparto subito direzione Vaghezza dove arrivo alle diciotto, in questo tratto, grazie alla temperatura ormi rientrata a valori accettabili, sono riuscito a mantenere una buona andatura. Del tempo totale di marcia ormai non mi preoccupo più: non ho nessuna intenzione di tentarne un recupero, anche perché si sono instillati i primi dubbi sul fatto di potercela fare, ho già pensato piani alternativi per interrompere il giro. Al barettino della Vaghezza, avendo già esaurito i due litri dalla camel bag, mi fermo per acquistare un poco di acqua, la simpatica ragazza che gestisce il bar s’interessa a quello che sto facendo e i minuti di sosta diventano rilevanti, ma non importa, anzi, meglio: recupero energia e svaniscono i pensieri di finirla prima. Riparto con un ritardo leggermente superiore all’ora che diventa un’ora e trentacinque quando, dopo un’altra bella sosta, riparto dalla vetta all’Ario, nella cui salita erano apparsi, tanto per non farsi mancare nulla, anche dolori alla base del fegato.

Al Goletto Campo di Nasso lascio il 3V e imbocco la via di discesa verso Bagolino. Supero Passo Croce e arrivo a Malga Confine dove mi arriva una telefonata, sono gli amici del gruppo escursionistico creatosi attorno al mio blog Mondo Nudo, sono riuniti a casa di Marco e Francesca, nudi davanti a una bella tavola imbandita, anzi ormai vuota dopo la libagione. Uno a uno passano al telefono per salutarmi e farmi i complimenti e così se ne invola un’altra mezz’ora abbondante, ma chi se ne frega, ormai ho deciso che me la voglio prendere comoda: questa è stata una bella lezione sul calcolo dei tempi, sempre fatto considerandoli seccamente, senza tenere in conto che su un percorso così lungo s’inseriranno inevitabilmente dei momenti di recupero, inizio a pensare di alzare le quaranta ore previste e portarle almeno a quarantatré se non quarantacinque. Ripartenza, con la sera che avanza arrivo alla Cascina Tigasso, la bella strada sterrata mi permette un passo sostenuto, forse recupero qualcosa. Forse… ad un certo punto devo imboccare un sentiero che, nel buio della notte, si mostra alquanto complicato: alcuni tratti sono sconvolti da miriadi di radici, altri invasi dalla vegetazione, nonostante la potenza della mia frontale lo perdo e mi trovo in un prato con erba altisisma, solo l’intuito mi rimette velocemente in strada. Finalmente sbocco su una stradina sterrata, ma… ma non c’è nei miei appunti di navigazione, dovrò andare a destra o a sinistra? Ancora l’intuito e ancora una volta imbrocco la via giusta: in pochi minuti sono alla strada asfaltata di Ludizzo accolto da una fresca fontana dove posso rinfrescarmi e integrare l’acqua della borraccia floscia. Arrivo a Bovegno che sono le ventidue e ventisei, un’ora e tre minuti di ritardo dall’orario programmato: nella lunga discesa, nonostante la lunga sosta al telefono, ho anche recuperato, ma al momento manco ci bado.

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Monte Ario

Avrei fortemente bisogno di un panino ma per trovare un bar dovrei spostarmi troppo dal mio percorso, indi altra barretta, stavolta del tipo spezza fame (e in effetti ha funzionato), e poi via a imboccare il sentiero che sale a Monte Campione. Le tabelle segnaletiche mi fanno sperare in un bel sentiero e così inizialmente appare, poi… poi s’inerba, s’inspina, i torrenti da due diventano cinque e… ciliegina sulla torta: un grande prato dove il sentiero si riduce a esilissima traccia tra le alte felci, un bivio di tracce, una piana che procede dritta, un’altra sale direttamente a destra il ripidissimo prato, boh! La frontale per quanto potente non riesce ad illuminare più lontano di tanto, provo a seguire la strada più logica ma dopo un centinaio di metri alberi crollati mi sbarrano la strada, impossibile passare e anche l’aggiramento appare impraticabile, devo tornare sui mei passi e prendere l’altro sentiero. Dopo una ripida salita nelle alte erbe del prato, ecco che la torciale illumina una cascina (a casa scopro trattasi del Bait de le Gume), senza badare alle ortiche la raggiungo per la via più diretta: dove c’è una cascina c’è quantomeno un sentiero. Infatti c’è, in poco sono di nuovo sul sentiero segnato, uhm, segnato, si fa per dire, un segno ogni tanto e fortuna vuole che ce ne sia uno proprio poco in prossimità di questo bivio (prima, ovviamente, non dopo, il che mi costa qualche metro in più di cammino). Un torrente mi sbarra la strada, non si vede prosecuzione sull’altro lato, scrutando per bene ecco qualcosa che sembra addirittura una larga strada, ma per arrivarci devo fare un guado da farsi a mollo (ma l’afa è tale che in pochi minuti scarpe e piedi tornano asciutti), non è una strada ma comunque un bel sentiero. A lungo cammino salendo assai poco, poi d’un tratto s’illuminano delle tabelle segnaletiche: sono al Pian delle Chiese e mancano pochi minuti a mezzanotte, metto a terra lo zaino per rilassare la schiena sempre più provata, mi siedo a terra e mi concedo una decina di minuti d’intervallo.

Sabato 25 giugno

Riprendo la marcia, il sentiero ora più evidente prende direzione opposta a quella di prima, poi inizia a salire nel bosco e le tracce, alla sola luce della frontale, man mano diventano più confuse, tratti da farsi a intuito fino ad incoccane nel successivo segno di vernice, poi un tubo in plastico per l’acqua sembra segnare la strada, si sale, ora si sale, finalmente si sale. Acqua sul sentiero, fango, impossibile evitare la melma, poi ancora su, ed ecco finalmente la tabella di Poracle, fra poco dovrei trovare una strada sterrata. Bivio, un segno alla sua altezza poi più nulla, provo a destra e mi trovo un guado con alcuni piantoni riversi a terra, non si passa. Ritorno e provo l’altro sentiero, poco dopo svanisce nel bosco, seguo esili tracce nell’alto tappeto di foglie: se la sopra, come da cartine a casa consultate, c’è una strada in un modo o nell’altro ci devo sbattere contro. Ma la strada non c’è, comunque trovo altre due tabelle segnaletiche relative a località che non sono nella mia tabella di marcia (Roccolo della Passata e Castel Vanil; a casa ricontrollo le carte e scopro che la strada giusta era quella sbarrata, io ho fatto un tratto su terreno libero andando a prendere l’altro ramo del sentiero 335, che avrei comunque dovuto riprendere più in alto ma seguendo una comoda strada sterrata al posto di complicati sentieri). Su, su, su, ora per lo meno si sale, una panca ad un capanno e mi concedo un’altra decina di minuti osservando la luna che splende in un cielo di stelle, poi ancora su, verso la vetta. Agogno la fine del bosco, il cammino sui prati del costone finale e finalmente arrivo ai pascoli di Malga Gandino Bassa e… forte, vicino, un bel grugnito, un cinghiale è proprio sulla mia strada, vicino, molto vicino, ne sento i passi sull’erba, sbatto le mani e lui si getta a capofitto nel bosco sgombrandomi la strada. Pensando al mai rilassarsi (avevo appena pensato “sono fuori dal bosco, ormai cinghiali non ne posso più incontrare”) riparto, oltrepasso la melmosa strada di malga, tabelle segnaletiche mi danno la direzione, ma poi i segni si fanno molto radi e nell’erba alta anche l’esile traccia diviene assai difficile da mantenere, più volte la perdo. In alto appare la vetta di Monte Campione, lontana, molto lontana, alta, troppo alta. Continuando la lotta con una traccia che si perde nell’erba che m’infradicia i piedi inesorabilmente procedo, ogni tanto la frontale illumina quello che sembra la fine di un dosso e poi si rileva solo l’inizio di altro dosso, bruciori di stomaco e mal di schiena mi fanno da compagnia impedendo una corretta ventilazione e costringendomi a fermarmi ogni pochi passi, nemmeno il fresco della notte mi è di sollievo. Finalmente arrivo su un terreno con erbe basse e rocce, il cammino si fa più agevole, non altrettanto l’indovinare la traccia, comunque salgo sempre dritto sulla linea di massima pendenza, ormai ho intuito che questa è la logica del sentiero, infatti immancabilmente ogni tanto un segno di vernice appare nel fascio di luce della frontale. La linea di cresta si è fatta vicina, ho bisogno di un’altra corroborante sosta, ma un freddo vento ha fatto la sua comparsa, trovo una pietra che possa concedermi un poco di riparo e, dopo essermi messo addosso quasi tutto l’abbigliamento a disposizione, mi ci siedo dietro e mi appisolo per qualche minuto osservando le luci della valle che fanno da contraltare alla pallida luna.

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Tratto di arrampicata nella salita al Guglielmo

Di nuovo in marcia, l’energia ancora mi sorregge e in breve sono alla vetta di Monte Campione dove riprendo l’evidente e sicura traccia del sentiero 3V. Bustina di Enervitene gel e poi via con passo bello sostenuto, breve discesa, risalita alla Colma di Marucolo (che mi appare molto più corta e molto meno faticosa di quanto m’era apparsa nel precedente passaggio) e poi giù per il crinale al Colle di San Zeno. Qui giunto, nella speranza che aprano il rifugio, mi concedo un’ora di sosta. Il rifugio non apre, niente colazione, la farò al rifugio Almici dopo aver scavalcato il Guglielmo. Mi tolgo giacca, giacca da pioggia, maglia invernale e pantaloni e, rinfrescato da una leggera pioggerella, salgo al Guglielmo esattamente nel tempo previsto dalle tabelle standard. Potrei farlo ma invece non rinuncio alla vetta e solo da questa discendo al vicino rifugio Almici dove mi faccio l’agognata corroborante colazione: prima un bel thè caldo con limone a sbloccare lo stomaco, poi panino alla coppa (che buona la coppa, slurp!) e un calicino di vino rosso (ottimo anche quello) a calmare la fame. Dicano quello che vogliono puristi e scienziati dello sport, bella cosa le barrette ma ad un certo punto ci vuole qualcosa di più corposo e lo dimostrano i fatti: dopo questa colazione i bruciori di stomaco scompaiono (sulla prima parte di discesa si sono abbassati dalla bocca dello stomaco alla sua base, poi svaniscono) e magistralmente svanisce anche il mal di schiena. Croce di Marone, rimpiazzo l’acqua (ormai calda e con un amaro sapore che non mi convince, infatti da Bovegno a qui ho bevuto solo quella delle bottigliette acquistate in Vaghezza) alla fontanella (scende a filo e ci vogliono una decina di minuti durante i quali chiacchiero amabilmente con un ciclista pure lui intento in duri allenamenti per un rilevante giro) poi via con rinnovato slancio verso la Forcella di Sale: ormai sono deciso, mi faccio anche l’ultima impegnativa salita. All’inizio di questa incontro due persone che scendono e mi fermo a chiacchierare con loro, anche loro mi si interessano di quello che sto facendo, poi riparto e supero pressoché di slancio la ripidissima e pericolosa (tratti molto esposti su vertiginosi prati, altri di facile arrampicata, alcuni con corda metallica di aiuto) salita diretta dell’Almana. Eccomi in vetta, pochi minuti di sosta per spalmarmi di crema solare (il sole è tornato a farsi vedere e picchia duro) poi via per la discesa alla Croce di Pezzolo e da qui giù sul fondo della Valle di Gardone. I piedi, ormai macerati, iniziano a bruciare nell’impatto sul duro terreno del cemento, prima, e dell’asfalto, poi, ma Gardone si fa man mano sempre più vicino e, ventisette ore e ventiquattro minuti dopo la partenza eccomi alla macchina. Fisicamente non sono per niente provato, solo il caldo della valle (trentatré gradi) mi ha reso pesante l’ultima mezz’ora e ora, dopo le tante ore di frescura, sta facendomi soffrire non poco. Apro l’auto, spalanco le portiere e il portellone, prelevo il cambio e il beverone agli aminoacidi mi siedo all’ombra e mi godo l’arrivo alla meta: molti i segnali negativi eppure tanti anche quelli positivi, il giro l’ho portato a termine a fronte di tutto e questo mi dà la carica migliore che potessi avere, devo solo modificare le strategie, e anche l’aver compreso questo è stato un risultato assai importante di questo pesante, pesantissimo test.

Giunto a casa (sarebbe stato meglio farmi venire a prendere da qualcuno, nel rientro più volte mi sono addormentato alla guida, pochi secondi, ma pur sempre abbastanza per rischiare) una bella doccia, caldina per pulirmi, poi fresca per corroborarmi, un massaggio ai polpacci con l’Arnica gel, una bella dormita, cena e bustina di aminoacidi ramificati, poi, dopo aver medicato l’abrasione al malleolo destro (scoperta solo dopo la doccia, forse una vescica che si è rotta nel lavarmi), a nanna.

Domenica 26 giugno

Mazza che dormita. Al risveglio i polpacci risultano tesi, la piccola ernia in guinale è leggermente più sporgente del solito, sussiste ancora una leggera tensione al colon, ma per il resto è tutto in stato ottimale: non ho segni di fatica, non ho dolori, sono sveglio e reattivo, fisicamente e mentalmente. Ottimo!

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La vetta del Guglielmo ormai vicina

#TappaUnica3V: una settimana intensa


Siamo agli sgoccioli, è il momento degli ultimi allenamenti poi mantenimento e scarico in attesa del 20 luglio, data in cui partirò per l’effettuazione del giro completo, da Brescia a Brescia cavalcando le vette e le creste che circondano la Val Trompia: centosessanta chilometri, novemila e cinquecento metri di dislivello, quarantanove ora e mezza di cammino che io ridurrò a quaranta.

Ultimi allenamenti, dicevo, quindi allenamenti importanti e necessariamente intensi, allenamenti che sono anche una verifica, anzi più verifica che allenamento: “sono pronto? Posso farcela? In che condizioni è il sentiero? Se dovesse piovere cosa fare?” queste e altre le vecchie o nuove domande a cui sto dando una precisa risposta.

Purtroppo per varie motivazioni non sono riuscito a fare i tapponi che avevo previsto che mi avrebbero aiutato tantissimo nel dare risposta alle prime due domande sopra elencate, vedremo se mi riesce di farne almeno uno nelle prossime due settimane, poi, come detto, si chiude questa fase del viaggio. In ogni caso le sensazioni dell’ultimo allenamento (vedi relazione più sotto) sono state decisamente positive e penso proprio di potermi ritenere pronto, sono assolutamente convinto di potercela fare, anzi… ce la farò!

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Il fascino del primo mattino: sorge il sole sulla vetta del Dosso Alto

Lunedì 13 giugno

Devo portare l’automobile in concessionaria per il tagliando e ne approfitto per un allenamento: Gavardina da Gavardo a Prevalle a piedi per due volte ad una velocità media di circa sette chilometri all’ora.

Martedì 14 giugno

Ancora Gavardina, oggi sul percorso solito (verso Nuvolera), sempre camminando. Dopo una decina di minuti di riscaldamento a passo medio, accelero progressivamente cercando poi di mantenere la massima velocità che mi è possibile: la media risulterà essere di 7,3 chilometri all’ora.

Mercoledì 15 giugno

Ripetute in salita sul sentiero diretto del Budellone: trenta seconda camminando a tutta e sessanta secondi camminando lentamente. Arrivo in vetta che fatico a respirare, ma ci arrivo eheheh

Discesa di corsa, ma le gambe non sono reattive come al solito e scendo circospetto, troppo circospetto, quando hai paura finisce che… cadi: il piede scivola e va a impuntarsi in una radice proprio mentre sto avvicinandomi a un passaggio tra le rocce, parto in tuffo puntando proprio a un bel roccione, acchiappo al volo il cespuglio alla mia destra riuscendo a frenare il volo e atterrare dolcemente senza particolari danni.

Giovedì 16 giugno

Oggi riposo in vista dell’impegno che mi aspetta per domani, faccio solo dello stretching e qualche esercizio di equilibrio.

Venerdì 17 giugno

In tarda serata parte il primo degli eventi sportivi ideati in ragione del trentacinquesimo del sentiero 3V: il Rando Trail 3V. Organizzato dall’ASD Trail Running Brescia, trattasi di un giro parziale del 3V (da Gardone VT a Gardone VT) strutturato con un’interessante formula poco convenzionale: pressoché totale autonomia dei partecipanti, nessun controllo lungo il percorso, documentazione dei passaggi mediante selfie o autoscatto nei punti chiave. Ho promesso loro che sarò presente alla partenza e così è: alle 21 sono a Gardone e, appena l’unica persona dell’organizzazione che conosco, ha un attimo di pausa, mi presento. Manca poco all’orario di partenza, i partecipanti (all’incirca una sessantina) vengono chiamati a raccolta per il briefing a chiusura del quale vengo a loro presentato e mi si chiede di dire due parole che, come mio solito, sono proprio due parole, solo un semplice augurio di buon giro. Viene fatto cenno anche al mio nudo solitario giro di TappaUnica3V e raccolgo un bellissimo emozionante applauso.

Ore 22, partenza! Seguo il grosso drappello degli atleti per portarmi all’auto e… no, non rientro a casa, mi cambio e mi accomodo sul sedile per far passare le due ore che mi separano dal trasferimento a Collio per la mia partenza, il mio “anello altissimo del 3V”: da Collio a Collio seguendo le varianti alte del 3V, trentuno chilometri certi e almeno duemila cinquecento metri di dislivello.

Sabato 18 giugno

Dopo aver sonnecchiato un poco, dopo un breve trasferimento automobilistico e un altro brevissimo sonnellino eccomi pronto per il mio allenamento. Avevo programmato la partenza per l’una ma non ce la faccio più ad aspettare per cui alle ore zero e cinquanta mi metto in cammino.

La prima parte della salita si svolge per una combinazione delle varie stradine sterrate che solcano le pendici settentrionali del Monte Pezzeda, il cielo è limpido e la luna piena illumina il paesaggio, purtroppo, essendo all’interno di un fitto bosco, non posso usufruire del suo bagliore e devo usare quello della frontale. Salgo veloce, rapidamente le luci del paese si fanno più lontane, il silenzio è totale, purtroppo fa troppo freddo per potersi liberare delle vesti e cammino con pantaloncini e maglia invernale.

Eccomi al Passo di Pezzeda Mattina, sono fuori dal bosco ma la luna è ormai scesa parecchio sull’orizzonte e la sua luce non è sufficiente ad una buona visione del sentiero, la frontale continua a svolgere il suo importante lavoro. Alla mia destra lontane luci punteggiano finemente il territorio. Passo di Prael, imbocco la prima variante alta: uno stretto sentierino che solca un’esile crestina erbosa ingombra di mughi che mi carezzano il viso. Breve ripida discesa sul versante sabbino, l’acqua scorre sul fondo del sentiero senza però rendere insicuro il passo. Nel profondo silenzio della notte fonda inizio il lungo tratto di altalenante traverso per poi affrontare la ripida salita verso le rocce sommitali della Corna Blacca, salgo di buon passo senza mai sentire l’esigenza di fare delle seppur brevi fermate.

Eccomi al sommo, un delicato e a tratti esposto traverso dove devo più volte aggrapparmi e spostare ai rami di mugo che ostacolano il passaggio e sono nuovamente in cresta. Ritorno sul versante triumplino, molto in basso le luci di Collio e San Colombano, più in alto quelle dell’Hotel Bonardi. Ultima salita, qualche passaggio su facili roccette, cresta sommitale ed ecco la vetta: ore tre e trentatré.

Dopo una breve sosta, tutto sommato voglio anche potermi guardare attorno e gustarmi le sensazioni della solitudine nel buio della notte profonda, mi rimetto in cammino. Esile cresta, la ripida discesa sulla pala settentrionale del monte, il caminetto roccioso, la forcella del Larice, la breve risalita alla cresta dei monti di Paio, uno ad uno oltrepasso tutti i punti di riferimento di questa discesa che riporta sul percorso più semplice del sentiero 3V.

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L’alba al Passo delle Portole

Al Passo delle Portole mi concedo un’altra sosta, sempre pochi minuti, quei pochi minuti necessari per mangiare qualcosa. All’orizzonte appare il crepuscolo del mattino, la temperatura inizia a scendere, approfitto della sosta per indossare, secondo la metodica della “cipolla”, sotto la maglia invernale anche quella estiva: una soluzione, questa, che rilevo ottimale e che, nel giro finale, mi permetterà di lasciare a casa il pesante (anche come chili) giaccone d’alta montagna. Di nuovo in marcia, Passo del Dosso Alto e su per il ripido pendio erboso che mi porta alla vetta del Dosso Alto dove mi accoglie la rossa sfera del sole che ha iniziato a rischiarare il paesaggio e il mio cammino. Date le tante piogge dell’ultimo mese e i vari scivoloni fatti a causa del fango incontrato negli allenamenti recenti, un poco temevo questo momento, invece, favorito anche dalla sensazione di un terreno asciutto, senza esitazione imbocco l’esposto e delicato sentiero che mi porta alla cresta rocciosa, supero anche questa, ed eccomi alla sommità del salto roccioso. Aggirando i vari risalti si riesce a scendere arrampicando molto poco, rispetto alla volta precedente il nuovo zaino leggermente più ingombrante (in parte di suo ma più che altro per il carico decisamente più corposo) mi costringe ad un maggior numero di tratti da fare faccia a monte (cinque contro uno). Sono alla base delle rocce, messaggio a casa per dare un segno tangibile d’averle superate indenne, “tratto difficile superato, ora solo pratone e sentiero al Maniva” vi scrivo, quanto mai, il pratone si mostra essere il tratto più ostico e pericoloso, il sentierino trovato la volta scorsa oggi non esiste, scendo sul ripido aggrappandomi all’erba che lunga e bagnata rende estremante scivoloso l’incedere: giunto sul sentiero alla sua base decido che se non trovo un modo più semplice per passare questo tratto durante il giro finale salgo comunque alla vetta del Dosso Alto, ma poi ridiscendo per la via normale e al Maniva ci vado per la strada del percorso base.

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Discesa dalla vetta del Dosso Alto

Nel superare un brevissimo ripido saltino infangato dove un pino sdraiato fa da corrimano, scivolo e mi ferisco il palmo di una mano, il sangue sgorga vistosamente, mi lavo la ferita con l’acqua della borraccia floscia (comodissima anche per questo utilizzo) e rimando la medicazione al Maniva dove giungo senza altri problemi nel giro di una decina di minuti. Medicata la ferita mi porto al Bonardi dove mi attende una bella colazione con thè caldo e due fantastiche sfogliatine farcite di crema, poi una lunga sosta per attendere gli atleti del Rando Trail e presenziare alla partenza di quelli che hanno preferisco limitarsi al solo tratto Maniva – Gardone VT. Il sole purtroppo viene man mano avvolto da una spessa coltre di nuvole nere, la temperatura che sera fatta gradevole torna a piombare verso il basso: via di cipolla, una maglia sopra l’altra a ripristinare uno stato di calda confortevolezza; anche i pantaloni lunghi prendono il posto di quelli corti.

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Segni di guerra sul Dasdana

Non riesco ad attendere fino alle 10, poco dopo le nove saluto e, dopo essermi tolto la metà delle maglie indossate, riprendo il cammino. Partenza rapidissima per ridare calore ai muscoli irrigiditi dalla lunga gelida sosta, presto i pantaloncini prendono il posto dei pantaloni, mentre risalgo verso il Dasdanino le nudi s’aprono un poco e il sole irradia l’ambiente: non sono però convinto del cambiamento e, anche se questo mi fa sudare, mantengo la maglia invernale. Saggia decisione, sbucando sulla vetta del Dasdana un freddo venticello mi accoglie mentre le nuvole sono tornate a ricoprire il sole. Via, via, solo brevi fermate per messaggiare a casa e prendere l’orario di passaggio, il fisico mi sorregge alla grande, veloce continuo il mio cammino, una dietro l’altra scavalco le varie Colombine, scendo al Goletto di Cludona, percorro il tratto a me sconosciuto che porta al passo delle Sette Crocette, punto terminale del mio sentiero 3V di oggi, ora discesa per tornare a Collio, una discesa che ho già fatto ma che non ricordo.

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Appeso per il naso

Primo tratto per pascoli poi strada sterrata, senza avvedermene scavalco la deviazione che, per prato, porta direttamente alla malga sottostante, così mi sorbisco un lungo giro. Dalla malga riprendo il sentiero giusto, la discesa si fa tortuosa e complessa, uno stretto sentierino molto scavato, erbe alte impediscono di vedere dove si mettono i piedi, pur cercando di mantenere una discreta velocità devo necessariamente procedere con attenzione. Davanti a me un’altra malga alla quale il sentiero punta, prima di questa incontro un lungo tratto invaso dall’acqua, per evitare di mettere a mollo i pur già fradici piedi sbatto la faccia contro un cespuglio e… vi rimango appeso per il naso, una spina profondamente conficcata nello stesso, mai successa una cosa del genere. Risolto il piccolo problema, tamponando il sangue che sgorga dl buco, arrivo alla malga e alla strada che da questa si diparte. Lunga ma appena accennata salita, poi bella discesa sul filo di un largo costone erboso, altra malga, traverso nelle ortiche (ahiaaa) a riprendere il filo del crinale per il quale scendo alla conifera sottostante dove una bella mulattiera mi porta alla strada di fondo valle, e poco dopo all’asfalto che mi conduce al Memmo e da qui a Collio dove arrivo alle tredici e trenta circa.

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L’interminabile discesa a Collio

Domenica 19 giugno

Escursione del programma “QuindiciDiciotto” del mio blog Mondo Nudo, siamo in sei, adeguatamente protetti dal freddo pungente, con un cielo minaccioso partiamo dal fondo della Piana del Gaver decisi a compiere il nostro giro. Poco dopo inizia a piovigginare, le mantelle fanno la loro comparsa. La pioggia si fa decisamente più intensa ma non ci fermiamo e veniamo premiati: entrando nella parte alta del vallone il cielo si schiarisce quel tanto che basta per far alzare la temperatura e convincere alcuni di noi a spogliarsi più o meno integralmente; io resto vestito, stranamente oggi sto bene vestito, non sento l’esigenza di liberarmi, presumibilmente per colpa del freddo patito ieri, di sicuro per l’andatura relativamente lenta che, anche in ragione del mio notevole allenamento, per nulla riscalda il mio corpo e poi non voglio rischiare di rovinare il mio viaggio prendendomi un raffreddore o una bronchite. Risaliamo lungo il bel sentiero militare del quindici diciotto, osservando la miriade di Soldanelle che costellano la zona, un occhio sempre rivolto al cielo nella speranza che la grigia coltre di nuvole che lo ricopre si apra e lasci apparire il sole e il caldo. Davanti a noi la cresta che unisce il Monte Bruffione al Monte Serosine si fa sempre più vicina, ecco apparire i ruderi delle casermette di guerra, siamo al Passo Serosine, culmine dell’escursione di oggi.

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Ruderi di guerra al Passo Serosine

Dopo aver visitato i ruderi di guerra riprendiamo il cammino imboccando la mulattiera che porta verso il Passo del Gelo. Anche questa di costruzione militare, s’aggira a lungo tra le placche rocciose alla base del Monte Serosine per portarsi verso il Monte Gelo, varie macchie di neve ancora costellano la zona e a tratti rendono difficile individuare il giusto percorso. Scrosci di pioggia gelata ci accompagnano, la temperatura si è riabbassata e un forte vento ci sferza raggelandoci, giunti ad un bivio appena percettibile decidiamo di abbassarci alla ricerca di protezione e di un luogo ove poterci fermare per il pranzo.

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Valle del Caffaro e Piana del Gaver

Risolta la crisi di fame che aveva colto soprattutto uno di noi, riprendiamo il cammino e in breve siamo al passo del Gelo, la temperatura si è rifatta confortevole e qualche indumento torna nello zaino. Rieccoci al Casinetto di Blumone, ora ristrutturato (stranamente, vista la definizione di bivacco, chiuso) e da qui rientriamo con tranquillità al punto base nella piana del Gaver. Meritata merenda presso l’ospitale Locanda Gaver e poi tutti a casa con negli occhi gli splendidi paesaggi osservati e nel cuore il ricordo di un’altra bellissima giornata in piacevole compagnia: mi piace tantissimo girare per i monti in totale solitudine, ma non per questo disdegno le escursioni in compagni d’altri, le due cose si completano fra loro e mi permettono di gustare ogni minimo aspetto della montagna e dell’escursionismo.

Siccome ieri nella discesa della Corna Blacca mi si è rotto un passante delle stringhe, oggi, complici gli ultimi positivi test dove il dolore che mi attanagliava il piede sinistro si è dimostrato quasi svanito, ho calzato le scarpe nuove: a parte qualche leggero dolore iniziale, sono andate alla grande… ottimo, anche questo particolare è definito e risolto.

#TappaUnica3V: quaranta chilometri nel fango


Pioggia, pioggia e ancora pioggia, anche questo mese di giugno sembra destinato ad essere molto bagnato e non si accontenta di normali acquazzoni ma si applica in violentissimi scrosci capaci di riversare a terra in pochi minuti quantità notevoli di acqua. In cotale situazione camminare sui sentieri di montagna diviene un esercizio assai pesante e talvolta anche pericoloso: dove i percorsi sono pianeggianti o in moderata pendenza il fango si è accumulato in quantità industriale risucchiando e trattenendo a terra le scarpe; dove la pendenza si fa un poco più rilevante lo scorrere dell’acqua ha accumulato spessi strati di foglie che nascondono i sassi o le radici; quando l’inclinazione aumenta ancora la violenza dei torrentelli di scolo (o/e il passaggio delle bici da downhill) ha scavato solchi stretti e profondi che, in discesa, costringono a insidiosi giochi d’equilibrio procedendo a balzi tra un lato e l’altro del canaletto, qui le scivolate sono pressoché inevitabili specie quando il terreno si fa argilloso, quindi duro e liscio, dove solo i ramponi permetterebbero una progressione stabile.

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In vetta all’Almana

Domenica 12 giugno

Ho rimesso in programma il giro che già avevo tentato con un amico interrompendolo a metà, a questo punto dell’allenamento, però, chilometri e dislivello devono essere di più di quelli del percorso precedente per cui aggiungo un altro anello sull’opposto versante della valle. Sulla carta ne esce un itinerario che, sebbene nella prima parte (sentieri 4 e 5 di Sarezzo)  non siano reperibili informazioni dettagliate sul percorso, appare interessante: partenza dallo stadio di Ponte Zanano per portarsi al centro di Zanano percorrendo prima la pedo ciclabile, poi la provinciale; da qui salita alle Case Paer dove prendere il sentiero 360 che scende a Gardone Val Trompia, attraversamento dell’abitato per andare ad imboccare il sentiero 313 con il quale risalire alla vetta dell’Almana e innestarsi sul 3V da seguire (passando per Santa Maria del Giogo, Zoadello, San Giovanni di Polaveno, Gremone e Vesalla) fino alla Case della Colmetta da dove scendere allo stadio di Zanano per i sentieri 307 di Gardone e 3 di Sarezzo. In totale ho, molto approssimativamente, calcolato poco più di trentasette chilometri con un dislivello di duemila e seicento metri per un tempo di marcia di dodici ore, ovviamente come sempre ridotto del venti per cento rispetto a quello dato dalle tabelle.

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Case Paer

Alle due e mezza, con abbondante anticipo sulla sveglia impostata, sono in piedi e decido di anticipare la partenza così alle quattro e sette inizio a camminare. È ancora buio e nonostante la vicinanza ai centri abitati devo subito accendere la frontale che spengo per la decina di minuti necessari ad attraversare Zanano. Imbocco la strada silvio-pastorale che da Zanano sale all’Eremo di Sant’Emiliano, la temperatura non è elevata ma la rilevante pendenza e il passo sostenutissimo mi fanno sudare: appena fuori dalle case del centro abitato maglia e pantaloncini vanno a riposare nello zaino. Le luci della valle rapidamente si fanno sempre più basse, quando inizia ad albeggiare ho già guadagnato parecchia quota e poco dopo arrivo alla Passata dove un evidente anche se poco leggibile tabellone mi indica con esattezza l’imbocco della mulattiera per le Case Paer. Qui giunto l’assenza di segnaletica m’induce a imboccare un evidente sentiero che procede oltre le cascine, dopo una quindicina di minuti percepisco che la direzione è quella sbagliata e, avendo prima notato la larga sella sovrastante le case, ad esse ritorno risalendone, per tracce di passaggio, il prato sovrastante. Perfetta decisione alla sella trovo la mulattiera giusta (a casa scoprirò che doveva esserci un suo tornante proprio tra le due cascine Paer, ma anche dalle foto tale tornante proprio non si vede) e poco sotto a questa la strada sterrata Zanano-Sant’Emiliano con le indicazioni del sentiero 360. Finalmente guidato da una buona segnaletica scendo velocemente nel fitto bosco già gustandomi la nota risalita dell’Almana che vedo d’innanzi a me dall’altra parte della valle. Il sentiero, però, non scende direttamente a Gardone facendo invece un ampio panoramico giro sulla testata del vallone sottostante, per poi riattraversarlo più in basso e portarsi in quello parallelo più a sud dove finalmente scende verso il paese, poco prima del quale devo purtroppo rimettermi i pantaloncini.

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La scalinata verso San Rocco

Attraversato Gardone Val Trompia mi porto all’attacco del sentiero 313 che stavolta imbocco dalla parte del Palazzo Comunale: al posto della ripidissima anonima stradina cementata che sale dal Piazzetto mi trovo a percorrere una faticosissima scalinata che sale strettissima tra le case per poi allargarsi in una vecchia tipica mulattiera, sempre a scale, che evoca ricordi di contadini con la gerla stracolma del fieno appena tagliato, decine di gatti più o meno randagi che gironzolano tra le antiche mura del paese di montagna, mandrie di mucche che salgono verso i pascoli più alti riempiendo la valle del sordo rintocco dei campanacci appesi al collo, dolci sapori e forti colori d’un tempo ormai andato. L’ho presa troppo allegramente, le gambe intozzate dalla lunga e laboriosa discesa abbisognavano di più tempo per riabituarsi alla salita, il fiato si è fatto corto mandandomi in debito di ossigeno, comunque è dietro di me e sono sulla mulattiera che, sebbene per poco, spiana, uno spiazzo piano mi permette un attimo di sosta e ne approfitto per bere e reintegrare i sali persi. Riparto affiancato da altro escursionista, scambiamo due parole, poi lui, favorito da uno zainetto piccolo e leggero (il mio, bello pieno, pesa quasi dieci chili), accelera lasciandomi facilmente indietro. Restato solo procedo al mio passo, sebbene il cielo, contrariamente a quanto indicavano le previsioni meteo, sia totalmente grigio, il caldo si è fatto opprimente e il sudore sgorga profusamente dalla mia pelle, i pantaloncini mi stanno facendo soffrire: il mio corpo mi chiede di dargli respiro! Quando decido di farlo sento un rumore poco sopra di me, qualcuno sta scendendo dal sentiero? No è una persona che sta rastrellando le foglie ammassate dallo scorrere delle acque dovuto alle recentissime torrenziali piogge. Niente, poco sopra inizia il passaggio tra stradine e cascine, devo rimandare il denudamento e continuare il cammino nella sofferenza del corpo.

In vista della vetta

In vista della vetta

Con molte seppur brevi fermate, integrando costantemente liquidi e sali, assumendo le prime barrette energetiche alla fine eccomi alla base della pala sommitale, da tempo nella pianura si sente tuonare ma la vetta è sgombra e il grigio cielo non minaccioso, procedo l’ascesa senza timori, purtroppo dovendo di volta in volta rimandare la levata dei maledetti pantaloncini. Ultimi metri, la vetta, in questo momento solitaria vetta, avvolto dal mare di nuvole che inibiscono totalmente l’ampia visione che da qui è possibile godere prendo un attimo di respiro, una foto con l’autoscatto e poi via, s’imbocca la lunga discesa verso Santa Maria del Giogo. Ehm, discesa, ma che dico, è un continuo sali e scendi con un interminabile sentiero costellato da un mare di sassi che spuntano dal terreno a creare spuntoni a punta o a lama che rendono instabile il cammino, oggi per giunta resi molto scivolosi dalla pioggia, richiedendo una continua attenzione e impedendo un passo saldo e riposante. Alla croce di Pezzolo recupero energie in vista delle successive varie risalite, latrati di cani spezzano il silenzio, ad essi rispondono le grida del cacciatore che li sta addestrando. Riparto, con passo misurato, litigando col fango, supero man mano le varie salite.

Lago d'Iseo e il ponte di Christò

Lago d’Iseo e il ponte di Christò

Casa Folcione, Casa Spiedo, Rodondone, il mare di nuvole è svanito e finalmente il lago d’Iseo appare a picco sotto i miei piedi, in evidenza il candido bianco ponte di Christò ormai allestito e in attesa dell’apertura. Eccomi alla trattoria di Santa Maria del Giogo. Brevissima pausa e poi via, di nuovo in cammino, un estenuante cammino tra la miriade di scivolosissimi sassi calcarei che minano la salute di caviglie e ginocchia e la pressante continuità del fango che rende pesante e instabile il passo. Subentra la noia, pericolo numero uno del camminatore sulle lunghe distanze, se puoi estraniarti, se il paesaggio ti avvolge e coinvolge, se i pensieri possono divagare i chilometri si susseguono senza misura, ma quando inizi a stufarti, quando l’unico pensiero diviene l’arrivare alla meta, quando imprechi ad ogni scivolone, quando maledici ogni sasso che incontri, beh, a questo punto tutto diviene pesante, faticoso, inesorabilmente faticoso. Cerco di distrarmi, di dare al pensiero qualcosa su cui meditare, osservo la natura che mi circonda, l’abitato di Polaveno che ormai appare lontano ma vicino, ascolto i rumori del silenzio e procedo. Caposs, la risalita verso Punta dell’Orto, discesa con qualche problema di orientamento (al solito i segni vengono a mancare proprio nei punti dove dovrebbero esserci, i bivi) e la conseguente strada in più per trovare quella giusta, Zoadello, Pianello, risalita sulle pendici del Monte Faeto, stradina, un signore che osanna alla famiglia le bistecche che sta cucinando sulla brace, avvolto dal loro favoloso profumo, penso di chiedere se c’è un posto anche per me ma poi, timido che sono, lascio perdere e continuo la mia marcia, San Giovanni di Polaveno, finalmente ci sono, davanti a me rimane l’ultima risalita e poi sarà solo discesa, una bella comoda discesa (pensiero che poi scoprirò essere completamente sbagliato).

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L’ultima salita sopra Vesalla

Per asfalto risalgo velocemente a Gremone e da qui un piccolo vegetato sentiero mi porta a Vesalla, in questo tratto le gambe hanno ripreso a mulinare alla grande supportate dal fiato non più a corto d’ossigeno, bello, bellissima scoperta: anche a fronte di un momento di depressione fisica e annoiamento mi è bastato poco per recuperare voglia ed energia, considerazione importantissima in vista del grande giro finale. Un poco d’asfalto all’ingresso del paese, poi una sterrata a cui segue una risalita in verde prato per arrivare alle Case della Colmetta.

Mi sono ormai rimesso sulla strada già fatta tanto tempo prima chiudendo così la conoscenza dell’intero giro, abbandono il 3V e vado alla ricerca del sentiero che mi deve portare a Ponte Zanano. Sbaglio subito percorso e perdo una mezz’ora facendomi anche un centinaio di metri di dislivello in più, risalito alle case individuo la segnaletica che indirizza verso la strada che ormai già avevo intuito essendo l’unica alternativa. Comodamente percorro la cementata e poco ripida discesa in direzione de La Croce, la segnaletica quasi subito svanisce, d’altronde non ci sono alternative. Scendo, scendo, scendo, arrivo a delle case, nulla che indichi il nome della località, avanzo ancora e arrivo a un bivio, nessun segno, basandomi sui ricordi della mappa visionata su Internet sono convinto di dover andare a destra per la piana stradina sterrata che procede in direzione di Gardone, sentendo delle voci in una casa vicina provo a chiedere conferma e… mi indirizzano per la cementata. Boh, dubbioso seguo il consiglio, facevo meglio a dare ascolto al mio istinto: altra mezz’ora persa e altri cento cinquanta metri di dislivello fatti per nulla. Infilo la stradina precedentemente individuata, impronte delle ruote di una moto mi tranquillizzano, poi segni azzurri sui sassi indicano che ci hanno fatto delle corse, infine, dopo una ventina di minuti, un segno bianco rosso, ottimo, non so se sia la strada programmata, ma di sicuro è una strada che mi porta a valle e nella direzione giusta. La stradina si fa sentiero, prima largo poi sempre più stretto, il fango qui è notevole, ormai manco più ci bado, pozzanghere complicate da superare senza immergerci i piedi, un bivio, controllo gli appunti, se sono sul sentiero giusto dovrei andare a destra per cui, destra sia. Pozza da infangata di cinghiali, fango e ancora fango, supero una valletta e… spine, solo spine, una traccia c’è ma coperta da un immenso roveto, un’altra traccia segue perfettamente la valletta, arriva dall’alto e prosegue verso il basso, ma sembra più un sentiero da cinghiali, preferisco tornare al bivio e imboccare l’altra direzione. Detto fatto, inizia la discesa, poi di nuovo falsopiano ed ecco un segno bianco rosso a darmi certezza.

Lottando col fango che vuole farmi scivolare ad ogni passo arrivo ad un altro bivio, segni a destra e a sinistra, che bello, allora sono alla biforcazione con il sentiero che scende verso via Seradello (invero ricontrollando a posteriori la cartina non esiste un bivio del genere), devo andare a destra. Poco dopo inizia una ripidissima discesa, il sentiero profondamente inciso da una canaletta di scolo (potrebbe anche essere il passaggio di biciclette e segni di copertoni in molti tratti lo fanno pensare, certo mi chiedo chi possa avere il coraggio di scendere su un siffatto percorso: pendenza mediamente notevole e a tratti impressionante, toboga strettissimo e molto inciso, curve a ripetizione e molto ravvicinate, vegetazione che a tratti invade il tracciato, boh) mi obbliga a manovre di alta acrobazia, il terreno argilloso rende sempre più complicato restare in piedi e infatti le scivolate iniziano a far parte del cammino, brutte pericolose scivolate, più volte sbatto violentemente il sedere a terra o finisco nelle spine che circondano il sentiero, un tratto pressoché verticale lo evito per altra traccia di poco meno ripida ma coperta dalle foglie che in apparenza la rendono più percorribile, sono quasi in fondo a questo tratto una curva secca a sinistra mi obbliga a una brusca frenata e parto per la tangente, sbatto violentemente il braccio destro su una pietra liscia, sento fortissimo il contraccolpo e finisco tra rovi e legna secca che mi fermano, il braccio è dolente, lo massaggio un poco e poi con attenzione mi rialzo. Arrivo ad una stradina sterrata, il sentiero continua sulla destra sempre ripidissimo, sempre profondamente scavato, sempre super scivoloso, segni di ruote escono verso la strada (ma allora è proprio un percorso di downhill, cavolo sono matti!), li seguo senza esitazione.

La strada ha una direzione diversa da quella che dovrei tenere ma chi se ne frega, una strada da qualche parte porta, scende comunque verso via Seradello e da lì posso rientrare a Gardone. Ad un certo punto trovo un bivio, ancora sentiero, pianeggiante e meno infangato, decido di seguirlo. Altro bivio, forse dovrei scendere a sinistra ma c’è ancora discesa ripida e molto fango, a destra è pianeggiante, vado a destra e trovo un segno verde rosso, ottimo. Cammina e cammina arrivo a delle cascine, una targa mi indica che sono Le Piazze, punto di passaggio a cui miravo ma al quale, come suggeriscono anche alcuni cartelli indicatori, dovevo arrivare da ben altro sentiero. MI posso orientare, ho due possibilità scendere verso Zanano o tornare indietro all’0ultimo bivio incontrato e scendere alla località Gelè nei pressi dello stadio di Ponte Zanano. Decido per la seconda opzione, ancora molto fango, ancora tratti ripidi sui quali è difficile restare stabili, procedo con la massima attenzione e sono a valle senza altri incidenti. Respirane di sollievo, è finita, questa maledetta discesa è finita. Sfrutto un ruscelletto con fontanella improvvisata per togliermi di dosso il fango che mi ricopre le gambe, già che ci sono pulisco anche le scarpe e chi se ne frega se mi bagno completamente i piedi, poche centinaia di metri in piano per la pedo ciclabile e sono alla macchina esattamente dodici ore dopo la partenza con un pensiero fisso nella mente: questi sono ben più di trentasette chilometri e anche il dislivello e nettamente superiore, occhio e croce direi almeno quarantacinque chilometri e tremila metri, ma probabilmente anche qualcosa di più.

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Marcheno, Magno, Corni Rossi e il Guglielmo dal sentiero 360

#TappaUnica3V: alla grande!


Con la fine di maggio l’impegno scolastico, sebbene non terminato del tutto, si  affievolito, per ora solo in modo lieve a causa degli esami comunque con entità sufficiente per permettermi di dedicare più tempo agli allenamenti, tra i quali, come avevo già scritto nell’ultima mia relazione su TappaUnica3V, ho così inserito anche delle sedute infrasettimanali di corsa in piano che, a differenza della ginnastica, hanno subito fatto vedere il loro positivo effetto: nell’ultima lunga escursione, e prima di giugno, non solo sono stato nei miei tempi, ovvero i tempi di tabella ridotti del venti per cento, ma li ho addirittura abbassati di un altro venti per cento e, cosa ancor più rilevante, l’ho fatto nella seconda parte del percorso quando nelle gambe avevo già un bel po’ di strada. La fiducia nella riuscita del giro finale, che s’era ultimamente un poco incrinata, prende il volo.

Giovedì 2 giugno

Altra seduta di corsa e stavolta, rifatti i calcoli, ho come obiettivo il punto corretto a cinque chilometri. Appena partito sento subito che le gambe girano benissimo e man mano che i chilometri passano la sensazione permane, tant’è che nell’ultimo chilometro accelero sensibilmente e incremento ancora negli ultimi cinquecento metri arrivando così ad una velocità di circa venti chilometri all’ora: cinquecento metri in un minuto e trentatré secondi. Al ritorno faccio il primo chilometro a passo normale e gli altri quattro alternando trenta secondi di corsa veloce ad un minuto di cammino veloce.

Domenica 5 giugno

Avevo messo in programma un tappone da oltre sessanta chilometri (Bovegno – Maniva – Bovegno, passando per Pezzeda, Corna Blacca, Dosso Alto, Caldoline, Crestoso e Muffetto) con partenza nella tarda sera di sabato, le previsioni del tempo unite ad un pomeriggio di lavoro (e amicizia, talvolta le due cose piacevolmente si sovrappongono) con luculliana cena mi hanno condotto a più miti obiettivi, così cambio il percorso con uno più corto (trentacinque chilometri) fattibile in giornata (tempo standard di undici ore) e rinvio la partenza alle cinque della domenica mattina.

Mi attardo un attimo con la colazione e arrivo al parcheggio della Cocca di Lodrino con un quarto d’ora di ritardo, lo stomaco ancora appesantito dalla luculliana cena e le precedenti esperienze mi sconsigliano un immediato recupero per cui parto con un passo tranquillo: la prima parte del percorso mi è totalmente sconosciuta, impossibile impostare quella tattica aggressiva che si può adottare quando ben si conoscono i dislivelli e la conformazione del terreno, potrò farlo nella seconda parte e, soprattutto, al ritorno che stavolta ricalca quasi esattamente il percorso di andata.

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Approssimandosi al Passo della Cavada

La strada asfaltata si alza tra le case di Lodrino mirando all’evidente cresta che unisce la Corna di Caspai al Monte Palo, nel mezzo lo stretto intaglio del Passo della Cavada, prima “vetta” di questo itinerario. Come da previsioni il cielo è coperto ma sono totalmente assenti segni di possibile pioggia e la temperatura è già gradevole: ben presto la canotta finisce nello zaino. Ah, lo zaino, oggi, memore dell’errore fatto in precedenza, ha un peso addirittura superiore a quello che avrà alla partenza del giro finale (e all’inizio di ogni tratta dopo i tre rifornimenti): ottimo test e prezioso allenamento. Passato il parco degli Alpini entro in un cupo bosco che da inizio al sentiero e, alternando ripidi strappi a tratti di respiro, mi avvicino sempre più alla prima meta dove arrivo con un piano panoramico traversone a picco sul paese.

Dalla sella imbocco il sentiero che si porta sul versante opposto dove lo sguardo già può intravvedere, lontani dall’altra parte della valle, i prati della Vaghezza. Fatti un centinaio di metri in lieve discesa si riprende a salire e i pantaloncini finiscono nello zaino per concedere al mio corpo quella massima libertà di respiro e movimento a cui ormai si è abituato e che ogni volta prepotentemente pretende: forti e sgradevoli le sensazioni che produce quando è coperto da una pur minima pezza di tessuto. Il diagonale prosegue molto più lungamente di quanto avevo ipotizzato e, soprattutto, a dispetto dei sessanta metri di dislivello computati, presenta nella seconda parte una salita tutt’altro che trascurabile: freno lo slancio preso nel precedente falsopiano e salgo con passo più accorto. Un ultimo ripido strappo ed esco dal bosco pervenendo a un bel prato con capanno, il roccolo Morandi, sulla sinistra diparte il lungo costone erboso che, seguito quasi fedelmente dal sentiero, scende verso il Passo del Termine. Lo percorro memorizzando attentamente la sua conformazione, per la maggior parte su piacevole e morbido fondo erboso, ma con tratti resi insidiosi da brevi diagonali franati o da appuntiti spuntoni rocciosi. L’erba, costantemente alta e bagnata dalle recenti piogge, m’infradicia scarpe, calze e piedi inducendomi a ragionare sulla questione in prospettiva di un giro finale più o meno bagnato. A distogliermi dai miei pensieri tattici presto arrivano i vari scorci panoramici sul Lago di Bongi, le Pertiche, la Vaghezza, le diverse frazioni di Marmentino e più lontano tutta la lunga cresta spartiacque che dal Crestoso arriva al Guglielmo: è fantastico questo 3V, in molti punti permette di vedere buona parte del percorso facendoti rimembrare i tratti già percorsi o anticipandoti le emozioni di quelli ancora da percorrere, d’altra parte per chi lo percorre in tappa unica è, questa, anche un’insidia psicologica (“mazza, quanta strada che devo ancora fare!”) dalla quale non farsi sopraffare.

Assorto nell’alternanza di pensieri tattici e di contemplazione del paesaggio, quasi senza rendermene conto arrivo alla Passata Termine e al successivo Passo del Termine dove passa la strada asfaltata che collega Marmentino a Pertica Alta. Anche grazie alla buona segnaletica individuo velocemente la prosecuzione del tracciato: una strada sterrata che, come tutte le sterrate di montagna, presenta strappi ripidissimi che mettono a dura prova gambe e fiato. Cadenzando il passo supero indenne anche questo tratto e, con un esile umido insidioso sentierino immerso in una fitta boscaglia, arrivo alla base dei prati di Vaghezza dove inizia una sequenza di stradine sterrate più o meno pianeggianti che portano verso la zona più turistica poco prima della quale perdo trenta minuti alla ricerca del sentiero a causa di un’apparente assenza di segnaletica. Dico apparente perché al ritorno scoprirò che invece è ben presente, addirittura ci sono ben tre visibilissimi segni di vernice di cui uno impresso su una pietra al centro della strada… boh, che cosa strana, sono passato da qui per ben quattro volte senza mai vederli, boh!

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Monte Campello e Monte Ario

Discesa e poi ancora salita, su per le mitiche scale dell’Ario dove mi sembra d’essere a corto d’energia per cui rallento sensibilmente l’andatura (il calcolo dei tempi poi mi dimostrerà che invero stavo marciando a passo particolarmente sostenuto). Eccomi ai pascoli del Pian del Bene, sopra la mia testa il verde e ripidissimo pendio del Monte Campello che risalgo con andatura cautelativa. Nel frattempo la montagna si è ricoperta di basse nuvole che però non mi danno preoccupazione. In vetta al Monte Ario mi concedo una sosta più remunerativa e chiacchiero con altro escursionista che mi ha preceduto di poco lungo il tratto dalla Vaghezza a qui. Ripartenza, la ripidissima discesa verso il Goletto Campo di Nasso è molto infangata e devo scendere con particolare attenzione per evitare di farmi del male sui vari sassi che costellano il sentiero. Passato indenne risalgo al Passo Falcone per poi scendere al Rifugio Blachì 2. Risalgo al Passo di Pezzeda Mattina e mi lancio sul sentiero per il Passo di Prael che decreto punto finale di questa uscita: avrei voluto arrivare fino in Corna Blacca ma iniziano a cadere gocce di pioggia e le nuvole si sono addensate facendosi minacciose.

Rieccomi al Blachì 2, inizio la breve risalita verso il Passo Falcone pensando di compensare il mancato dislivello della Corna Blacca ripassando per il Dosso Alto ma ecco alle mie spalle risuonare un tuono e subito dopo il crepitio della grandine in avvicinamento: in pochi secondi sono avvolto dalla pioggia, invero leggera, e colpito dai piccoli e soffici chicchi. Raggiungo il passo e velocemente discendo sul lato opposto per raggiungere un grande albero sotto il quale posso cambiarmi tranquillamente: restando comunque in pantaloncini, indosso la maglia tecnica invernale, sopra a questa la giacca anti pioggia, copro lo zaino con l’apposita mantella e riprendo il cammino. Sebbene con un certo periodo di ripensamento rinuncio alla risalita al Dosso Alto e procedo, come da programma originale, seguendo la variante bassa del sentiero 3V. La pioggia si fa più intensa ma, anche se devo ancora fare molta strada, la cosa mi lascia del tutto indifferente, unico problema il fondo a tratti particolarmente scivoloso. Sotto l’acqua battente, infradiciandomi nuovamente scarpe e piedi, oltrepasso le alte erbe dei pascoli del Pian del Bene e rieccomi alle scale dell’Ario che discendo con attenzione seppur velocemente. In prossimità della Vaghezza il sole fa capolino tra le nuvole: i capi da pioggia ritornano nello zaino e riprendo il cammino nuovamente in tenuta estiva, ovvero i soli pantaloncini, che, però, presto torneranno anche loro nello zaino per restarci a lungo, fatta salva la piccola riapparizione per l’attraversamento della strada provinciale al Passo del Termine. Mentre percorro questo tratto nere nuvole si addensano sul Monte Palo e il tuono si fa risentire proprio sulla parte di sentiero che fra poco dovrò percorrere, ancora una volta resto del tutto indifferente alla cosa: allenamento nell’allenamento, visto l’andamento meteo devo iniziare a mettere in conto l’evenienza di un giro finale bagnato.

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I prati della Vaghezza, versante settentrionale

Con passo cautelativo (che poi, al calcolo dei tempi, risulterà invero comunque sostenuto) risalgo i ripidissimi strappi della sterrata che dal Passo del Termine porta a prendere il sentiero per il Monte Palo. La risalita del lungo costolone erboso, pur fatta sul bagnato e sotto una leggera pioggerella (che con immenso piacere lascio scorrere sul mio nudo corpo) risulta molto meno faticosa di quanto avevo immaginato in mattinata ed eccomi alla sua sommità nei pressi dal roccolo Morandi. Non vedendo segni di presenza umana mi avvicino al capanno restando completamente nudo, quando sono a una cinquantina di metri dalla spartana casetta di supporto al capanno sento aprirsi la porta e compare un anziano signore (sui settant’anni): “ehi ti ammali andando in giro nudo”! Mi sono infilato i pantaloncini nel percepire la sua presenza, ma a quanto pare mi aveva già visto, beh, poco male, anzi meglio, tanto più che si mostra tutt’altro che scandalizzato: avrei forse fatto meglio a restare nudo? Boh, forse sì, forse no, così è andata inutile ragionare col senno del poi, speriamo che in un futuro assai prossimo sia possibile liberarsi da questo antipatico dubbio potendosi democraticamente e civilmente vestire (la nudità è comunque un modo di vestirsi) senza doversi conformare all’altrui volere, senza doversi assoggettare alle altrui fobie. Scambiamo due chiacchiere, mi chiede da dove arrivo e si meraviglia della lunga strada che ho fatto, alla fine mi saluta con “beh, sei giovane e in salute, buon cammino”!

Imbocco il lungo diagonale verso il Passo della Cavada, qui giunto imbocco la variante incomprensibilmente definita per esperti: trattasi poi del vecchio sentiero privo di qualsiasi difficoltà tecnica, solo molto ripido. Sopportando qualche piccolo dolore ai legamenti delle ginocchia pervengo alla base del ripido pendio riallacciandomi con il percorso base del 3V, supero il tratto di fitto bosco misto, oltrepasso il parco degli Alpini e il relativo monumento dove inizia l’asfalto che in breve mi conduce a Lodrino e poi, dopo sette ore e mezza dalla partenza, alla Cocca. Ripensando alla stupenda giornata, recupero dal bagagliaio dell’auto la borsa con il ricambio e mi preparo il beverone a base di aminoacidi ramificati per ottimizzare il recupero, nel frattempo riprende a piovere, con soddisfazione lascio scorrere sulla mia pelle le gocce di pioggia finché il calore dello sforzo svanisce e sento l’esigenza di mettermi una maglia.

Nel viaggio verso casa rivivo i momenti salienti dell’uscita e ne riprovo le profonde sensazioni, ovviamente quelli che più ritornano alla mente sono i lunghi tratti fatti in nudità: mi sono sempre sentito a mio agio in montagna ma oggi c’era qualcosa in più, c’era una tranquillità d’animo di un livello mai percepito, c’era un’integrazione con l’ambiente d’una profondità mai sentita, di sicuro le tante ore recentemente fatte vi hanno contribuito, ma la mia mente intuisce che il maggior merito è da attribuirsi alla lunga nuda permanenza tra i monti, una nudità che pur rendendoti indifeso a fronte delle possenti forze ella natura, contemporaneamente ti permette di assorbire parte di tale forza e sentirti sempre più protetto da quello stesso ambiente che parrebbe volerti sopraffare! Stupendo, meraviglioso, assolutamente da provare, vorrei tanto che ci provassero quelle persone che, ottusamente, si oppongono al nudo pubblico, quelle autorità che, immerse in un pensiero debole e povero, impediscono la nudità pubblica e/o si rifiutano di darle il suo onesto e giusto ruolo di normalità, quelle autorità (anche naturiste) che, ipocritamente, prima dicono di comprendere la sanità del nudismo per poi deliberare affinché lo stesso venga relegato all’interno di piccoli e recintati spazi: provate la nudità nell’immensità dello spazio montano, capirete perché io, come altri, non posso accettare tali limitazioni, venite con me e capirete, ca pi re te!

Lunedì 6 giugno

Per aiutare il recupero esco nuovamente in Gavardina per farmi cinque chilometri di cammino, la prima metà li faccio camminando velocemente poi, viste le buone sensazioni delle gambe, decido di passare alla corsa, così ritorno indietro alternando 1 minuto di corsa a media velocità a due minuti di cammino veloce. Sperimento le scarpe nuove, identiche, in modello e numero, alle vecchie ovvero La Sportiva Ultra Raptor GTX per me ormai una certezza, e, con mia grande sorpresa, durante la corsa inizio a sentire una leggera localizzata pressione sulla parte superiore del piede, pressione che man mano si trasforma in dolore: “mannaggia, eppure sono identica alle altre”. Rientro a casa e nel togliere le scarpe scatta una fitta dolorosissima come se avessi dato una pedata contro lo spigolo di un armadio, fitta che, innestando una mia profonda preoccupazione, si ripete ad ogni passo e viene stimolata anche dalle sole ciabatte: è un piccolo solo punto dolente dove alla digito pressione rilevo una piccola pallina dura che non percepisco sull’altro piede.  Vado a letto confidando nella cura del tempo. Al risveglio il dolore s’è attenuato sensibilmente ma si rinforza nel calzare le scarpe, le allaccio con pochissima tensione e, appena possibile, mi procuro un tubetto di Voltaren che applico metodicamente sulla zona mediante un lungo massaggio. Mercoledì mattina il dolore è quasi completamente svanito per cui provo ad andare al lavoro indossando le nuove Raptor, per sicurezza mi porto al seguito anche delle scarpe più morbide che, però, fortunatamente non devo usare: a sera il dolore è scomparso del tutto, con mia somma soddisfazione pare essere andato tutto a posto.

Giovedì 9 giugno

Ripetute (trenta secondi camminando a tutta e sessanta camminando lentamente ma non troppo) sul breve (meno di un chilometro) ma ripidissimo sentiero diretto del Monte Budellone. Stavolta riesco a eseguirle fino in cima, anche se vi arrivo piuttosto provato. Discesa per metà tranquilla poi di corsa per evitare le continue scivolate date dal terreno pesantemente bagnato. Provo ancora le scarpe nuove e va tutto per il meglio: pfui, avevo per un attimo temuto di dover rinunciare al giro!

#TappaUnica3V: riepilogo di maggio


20151024_0010_def3VAnche maggio è giunto al termine, già mi vedo sulla linea di partenza di TappaUnica3V, ho solo trenta giorni per completare la preparazione poi dovrò cercare di recuperare al meglio dalle fatiche degli ultimi allenamenti e potrò fare solo del mantenimento, man mano sempre più leggero.

Dopo aver recuperato dal bellissimo tappone notturno fatto a cavallo tra sabato 21 e domenica 22 maggio ho inserito nel mio allenamento altre due attività che possono darmi un più rapido incremento di forza e resistenza, sperando che lavoro e tempo atmosferico mi lascino operare in pace senza dovermi sobbarcare troppe notti.

Sabato 28 maggio

Sperimento delle ripetute in salita. La salita è quella del sentiero che da Prevalle sale direttamente alla vetta del Budellone, centosettanta due metri di dislivello in cinquecento metri di sviluppo lineare, la prima metà a pendenza pressoché costante (e forte) e la seconda che alterna strappi ripidi a tratti quasi pianeggianti.

Parto da casa di corsa e la mantengo per circa un chilometro, poi mi metto al passo, quando arrivo all’inizio del sentiero (e della salita) riprendo la corsa che mantengo per un minuto, segue un minuto di recupero camminando lentamente, poi passo ad alternare cammino molto sostenuto a cammino lento facendo però l’errore di mantenere tempi identici (trenta secondi, mentre il recupero andrebbe effettuato per un tempo doppio di quello dello sforzo), così a metà salita scoppio e devo camminare, anche se veloce, fino alla vetta.

Ridiscendo al passo e rientro a casa dopo un’ora e mezza avendo percorso in totale cinque chilometri e seicento metri.

Domenica 29 maggio

Si sale al Maniva per l’uscita di QuindiciDiciotto, ma piove a dirotto e, soprattutto, fa molto freddo, si decide di riportarsi verso valle e andare a farsi una bella colazione. Ritornato a casa vado a farmi una corsa in Gavardina (una piana pedo ciclabile dietro casa mia): quattro chilometri e seicento metri (volevo farne cinque ma un errore di calcolo m’ha fermato prima), beh, non male direi, considerando che sono almeno cinque anni che non vado a correre e sempre l’ho fatto per pochi giorni senza mai riuscire a fare più di due chilometri. Ritorno alternando tre tratti al passo con due più lunghi tratti di corsa. In totale un’ora di allenamento.

Lunedì 30 maggio

Sotto la pioggia sono nuovamente sulla Gavardina, come mi metto a correre saltano subito fuori forti dolori sulla parte frontale delle spalle, resisto e corro per la stessa distanza di ieri, oggi cronometrata in ventitré minuti ovvero dodici chilometri all’ora. Ritorno completamente al passo rientrando a casa in un’ora e otto minuti.

Martedì 31 maggio

Pensavo di andare a correre di nuovo ma i dolori alle spalle mi hanno attanagliato pe tutta la giornata quindi desisto.

Dati del mese

Uscite: 6

Chilometri: 128

Metri di dislivello: 6772

Ore: 33 e 19 minuti

Riepilogo totale (da novembre a maggio)

Uscite: 46

Chilometri: 744

Metri di dislivello: 40910

Ore di cammino: 180 e 10 minuti

#TappaUnica3V, la rivincita!


Dopo il fallimento della scorsa settimana avevo scritto che mi sarei presto preso la rivincita e l’ho fatto più che presto, subito. Il tappone che ho nominato “anello bassissimo del 3V” (Brescia, Maddalena, San Vito, Nave, Conche, Cocca, Dosso Vallero, Poffe, Monte Predosa, Scanfoia, Monte Palosso, Villa Carcina, Casa Pernice, Monte Magnoli, Quarone, Stella di Gussago, Monte Peso, Monte Picastello, Urago Mella; almeno cinquanta chilometri di lunghezza, almeno tremila metri di dislivello, più di sedici ore di cammino) è realizzato, non benissimo come speravo ma comunque bene, specie considerando che non ho avuto modo di fare allenamenti durante la settimana, che alcuni segnali indicavano un mio incompleto recupero dalla precedente fatica e che erano comparsi, proprio nelle ultime quarant’otto ore, dei fastidiosi bruciori di stomaco, ancora presenti al momento della partenza.

Certo la preparazione è stata comunque tanta e, visto il risultato, efficiente: alla luce dell’ultima importantissima esperienza ho rianalizzato gli aspetti che si sono evidenziati ancora imprecisi o inadeguati.

Piano di marcia

L’analisi altimetrica e le prove pratiche m’hanno dimostrato che il primo terzo dell’anello, corrispondente alla prima tappa del 3V, sia alquanto impegnativo e vada assolutamente affrontato con calma e intelligenza. Ho così rivisto il piano di marcia della scorsa settimana impostando, per la prima parte del percorso, tempi di cammino più comodi, sostanzialmente identici alle tabelle normali.

Preparazione energetico-alimentare

Un corretto regime alimentare è importante ma, a questi livelli d’impegno, da solo risulta insufficiente e occorre abbinargli, nei quindici giorni che precedono l’impegno, una fase preparatoria specifica con l’utilizzo di opportuni integratori.  Visto il costo di tali prodotti per ora mi sono limitato a sperimentare solo la gelatina da assumere nell’ora che precede la partenza: Enervit Pre Sport Arancia.

Integratore di minerali

Dopo aver positivamente sperimentato l’Enervit G Sport, su consiglio di due familiari sabato scorso l’avevo sostituito con l’Isostat Hydrate & Perform che s’era subito dimostrato sgradito al mio palato e, cosa assi importante, al mio stomaco. Casualmente sono incappato in alcuni articoli che consigliavano prodotti ipotonici al posto di quelli isotonici quindi, invece dell’Enervit (che avevo finito) ho comprato e testato l’HydraFit della NamedSport.

Al prodotto solubile è da tempo confermato l’abbinamento delle compresse Enervit GT Sport, pratiche, gradevoli, poco ingombranti.

Alimentazione

La questione dell’alimentazione durante il giro finale è aspetto assai delicato e importante, ci sto ragionando sopra fin dal primo momento in cui ho pensato a TappaUnica3V: vista la lunghezza dell’impegno dovrò necessariamente alimentarmi e l’alimentazione non potrà essere costituita solo da barrette energetiche ma dovrà prevedere anche qualcosa che possa alla bisogna spezzare la fame, d’altro canto non potrò appesantire troppo lo zaino e dovrò avere cibi facilmente digeribili. Sebbene i prodotti di questa tipologia li stia testando fin dalle prime uscite, visto che di certo non potrò arrivare a fare degli esperimenti proprio durante il giro finale, ho voluto studiarli più attentamente e sono andato a leggermi diversi articoli che trattano proprio di questo specifico argomento e dei relativi prodotti. Queste informazioni, insieme ad alcune bellissime infografiche presenti sul sito della Enervit, mi hanno aiutato se non ancora a fare delle precise scelte, quantomeno ad elaborare un loro piano d’utilizzo. Andando a fare rifornimento in una farmacia dove avevano messo in promozione questa tipologia di prodotti, ho trovato una marca che non conoscevo (Syform), alcune di queste barrette (Sybar Energy pasta di Mandorle Sesamo e Pistacchio e Energy Fruit Fragola) mi hanno ispirato fiducia: acquistate e provate insieme a quelle dell’Enervit (Power Sport Competiton Arancia e Power Crunchy Cookie)

Recupero

In tantissimi anni di montagna non ho mai sentito l’esigenza di curare in modo specifico il dopo uscita, nemmeno in occasione di uscite impegnative e di lunga durata. Qui però l’impegno si sta facendo decisamente superiore e, soprattutto, ripetitivo con ripetizioni a breve distanza (a giugno dovrò camminare ogni giorno), indispensabile dare al corpo tutto il supporto necessario per un recupero ottimale e rapido, quindi studiata per bene anche questa tipologia di prodotti e fatte le prime scelte da sperimentare: Enervit R2 Sport (il beverone con aminoacidi ramificati) e Enervit Power Sport Protein Bar gusto Ciok.

Calze

Lo sapevo che quelle in uso non erano le più adatte (facevano sudare troppo il piede ed essendo pelose raccoglievano strada facendo erba e terra che inevitabilmente finiva dentro la calza provocando irritazioni), ma andavo avanti ad usarle perché quelle sicuramente migliori che già avevo nel cassetto (e che usavo con le scarpe da corsa normali) alla prova pratica erano risultate troppo basse (tipo invisibile) per le scarpe da trail su percorsi molto lunghi (i malleoli scoperti venivano pizzicati e irritati dal pur morbido collarino della scarpa). Dopo la vescicona dell’ultima uscita, mi sono deciso a procurarmi due paia di calze dello stesso modello di queste ultime ma leggermente più alte: le asimmetriche Kalenji Kiprun Intensiv Light.

Per le premesse è tutto passiamo alla relazione.

Sabato 21 maggio ore 20.30, m’incammino da dove ho parcheggiato la macchina (abbastanza vicino al punto d’arrivo) e, attraversata la città, in circa quaranta minuti sono ala partenza del 3V. Una breve sosta per rilassare un attimo le gambe e partire all’orario impostato, un saluto alla città ormai immersa nel buio della notte e poi via.

Via San Gaetanino è ben illuminata posso procedere tranquillamente godendomi le luci e i suoni della città che man mano si fanno sempre più lontani e smorti. Fa caldo e presto i pantaloncini prendono il posto dei pantaloni e la pur leggera giacca finisce nello zaino facendomi restare con la sola maglia (senza maniche). Come da programma salgo con passo tranquillo idratandomi con dovizia, acqua semplice per ora (voglio sperimentare quello che fin dall’inizio avevo pensato come soluzione ottimale: alternare l’acqua pura, Acqua Maniva pH8, alla soluzione mineralizzata in una proporzione da definire, in questo giro sperimento quella di tre a uno). Arrivando ai medaglioni mi si para davanti uno scenario favoloso: la luna piena si staglia nel mezzo della stradina che ripidissima sale tra le case, obbligatorio godersi la scena e fare qualche scatto fotografico.

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Mantenendomi concentrato sul passo al fine di non allungarlo istintivamente, supero anche il molto meno ripido tratto di strada asfaltata e arrivo all’inizio del sentiero. Presto dovrò entrare nel bosco e la luce della luna verrà a mancare per cui prelevo dallo zaino la frontale, nel contempo ne approfitto per riporvi la maglia e i pantaloncini. Nudo riprendo il cammino, salgo con passo costante e cadenzato, superando agilmente la prima fascia al pulito, inizia il diagonale nel bosco, accendo la frontale e procedo. Ad un certo punto vedo una luce giallastra poco avanti a me, è a livello terreno, dietro ad essa due visi: sono un ragazzo e una ragazza che, incautamente vista la posizione immersa nel bosco, acceso un piccolo fuoco (non ha badato se fosse libero o meno) si stanno cuocendo qualcosa dinnanzi ad una tendina piantata proprio nel bel mezzo del sentiero, per passare oltre devo camminare nell’erba e… nelle spine, fortunatamente basse e rade.

Senz’altri incontri arrivo alla stazione a monte dell’ex funivia della Maddalena, fra poco dovrò passare accosto a due ristoranti per cui, malvolentieri tanto è spettacolare camminare nudi nella notte e nel monte, rimetto i pantaloncini che, proditoriamente, ritornano nello zaino una decina di minuti dopo. Sono al vertice della prima rilevante salita, da qui si procede a lungo con deboli sali e scendi alternati da tratti in piano, il giusto connubio per preparare il fisico e le gambe alla successiva importante discesa. Qui il sentiero lascia il posto a una strada bianca e, anche se in buona parte sono pur sempre nel bosco, posso spegnere la frontale godendomi il fascino estremo del camminare alla sola luce lunare. Inizia la discesa, il fitto bosco e il fango che ricopre il sentiero consigliano la riaccensione della frontale. Oltrepassata la Posa Sarisì all’improvviso nel fitto del bosco alla mia sinistra qualcosa di grosso si mette in movimento, per alcuni secondi è un gran fracasso di cespugli che vengono spostati o spezzati: cinghiale? Procedo oltre, senza problemi supero un tratto di complicata discesa e presto sono al Colle di San Vito, piccola pausa e poi giù per la Val Salena. È, questo, un tratto scuro anche in pieno giorno, la frontale (Led Lenser H7R.2), però, fa il suo lavoro alla grande: per garantirmi la copertura sull’intera notte la tengo al minimo di luminosità eppure il sentiero è illuminato perfettamente per una distanza e una larghezza di diversi metri.

Nave, eccomi a Nave, per attraversare l’abitato rimetto pantaloncini e maglietta, ritornano velocemente nello zaino non appena ne esco dalla parte opposta. Di nuovo sterrato, di nuovo procedo alla luce naturale della luna. Controllando attentamente l’andatura supero uno ad uno i vari ripidissimi strappi di salita, nella notte ormai fonda s’odono solo i canti di uccelli e l’abbaio di cani. Alla chiesetta di Sant’Antonio m’accoglie una luce accesa, è quella della cucina, non si vede nessuno però, solo un nutrito gruppo di scarponi fuori dall’uscio della camerata. Oltrepasso anche la Ca’ de la Ruer e inizio la faticosa salita del Monte Porno, qui sabato scorso sono iniziati i primi seri problemi muscolari, oggi, invece, va tutto al meglio: fatta eccezione per i lievi dolori di tensione ai muscoli posteriori della gamba, che già avevo prima di partire e che vanno man mano attenuandosi, tutto il resto gira al meglio. Man mano che mi alzo svaniscono le luci della valle e a un certo punto percepisco anche il silenzio totale. Che sensazione, un fascino indescrivibile, un’immersione totalizzante nella montagna di cui, grazie alla nudità, mi sento parte integrante: corpi identicamente (s)coperti, cuori che pulsano all’unisono, respiri che si fondono nell’unico grande respiro della Terra. Mi fermo e spengo la frontale per gustarmi a fondo questo momento, la luna, qui nascosta, illumina di fievole bluastro la superficie dei boschi e i crinali dei monti che mi circondano, meraviglioso e portentoso momento. Nella valle il verso di un allocco mi scuote dalla meditazione, riprendo il cammino.

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Sono le tre del mattino, mi trovo al bivio appena sotto il Santuario di Conche, l’aria inizia a farsi pungente e m’infilo la maglietta, poi di nuovo in discesa, la relativamente breve discesa verso la Cascina Cocca, alla quale segue la lunga e ripida salita che porta al Dosso Vallero. Poco prima di questa cima di nuovo il rumore di qualcosa che corre nella boscaglia, stavolta è vicinissimo e sembra venire verso di me, istintivamente mi scosto di qualche metro per poi immobilizzarmi dietro un alberello, il rumore si allontana e svanisce. Riprendo il cammino e in breve sono alla croce della vetta, da qui la vista si estende sulla bassa Val Trompia costellata di luci di ogni colore, seppure più tecnologica anche questa è una scena coinvolgente ed entusiasmante, la gusto per alcuni minuti scattando anche alcune fotografie. Riprendo il cammino godendomi questo lungo tratto di percorso che sabato scorso ho fatto mentalmente indisposto per il dolore e la fatica, la salita che m’era apparsa come interminabile e terribile ora m’appare relativamente breve e abbordabile, tant’è che, giunto alla Maison des Soins, decido di raggiungere la vetta del Monte Palosso (invero pochissimi metri di salita) per dare un’occhiata alle tre piazzole che facevano da basamento per i cannoni qui piazzate nella Grande Guerra. Inizia ad albeggiare e la temperatura si abbassa sensibilmente, complice la discreta pausa devo rimettermi non solo i pantaloni lunghi e la giacca leggera, ma anche la giacca più pesante.

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Inizio la discesa verso Villa Carcina, velocemente il giorno ha preso il posto della notte e la frontale è tornata a riposare nello zaino. Dopo una ventina di minuti mi sono adeguatamente riscaldato e posso togliere la giacca pesante. I picchi sono all’opera e mi accompagnano per lungo tratto, poi, avvicinandomi alle prime cascine, si rifanno presenti i rumori della valle: una moto che sale lungo le stradine, una motosega, il traffico della Val Trompia, le campane delle chiese, immersione nella cosiddetta civiltà. Arrivo al fondo valle, attraverso l’abitato di Villa Carcina e mi porto all’inizio del sentiero che sale a Villa Pernice dove riprenderò il tracciato del 3V. Salgo il primo pezzo, il sole ormai è uscito da dietro il crinale e i suoi effetti si fanno percepire, mi rispoglio completamente rimettendo, però, i pantaloncini che, purtroppo, da qui in avanti dovrò tenere indossati: altro indegno effetto della cosiddetta civiltà! Questo tratto non lo conosco e, stimolato dalle gambe ancora ottimamente rispondenti e dalla totale assenza di fatica, provo ad accelerare sensibilmente il passo. La salita è ripidissima e continua, eppure le mie gambe girano alla grande, stupen… no, altro che stupendo, scemo sono, ho esagerato e mi devo improvvisamente fermare con i quadricipiti doloranti. Forse è anche (o solo) colpa dell’aver assunto una barretta energetica proprio mentre affrontavo i primi metri di questa salita, ma tant’è ora devo rallentare e fare i conti con i dolori che mi obbligano a diverse frequenti fermate. Nel frattempo mi ha raggiunto una persona del posto, solitamente le escursioni le fa a cavallo, ma oggi ha deciso di salire a piedi per allenarsi un poco. Camminiamo fianco a fianco fino a Casa Pernice, mi racconta tante cose interessanti, tra queste anche la conferma che il rumore sentito sotto la vetta del Dosso Vallero era sicuramente un cinghiale in fuga, così, penso, cinghiale era anche quello che aveva provocato similari rumori mentre scendevo verso San Vito.

Casa Pernice è raggiunta ci troviamo sul filo del lungo crinale che chiude in destra orografica la bassa Val Trompia, ancora due parole e poi il mio occasionale compagno riprende la strada di ritorno verso Villa mentre io m’incammino sulla parte finale del sentiero 3V. In breve sono all’Uccellanda Magnoli, qui tempo addietro era stato chiuso il passaggio, ora solo un palo di traverso a mezzo metro da terra funge da ostacolo, potrei scavalcarlo facilmente ma, per sicurezza, decido di seguire la variante che mi è stata indicata da una persona del posto incontrata pochi minuti prima: una stradina sterrata che divalla a destra appena prima dell’uccellanda per andare a prendere una strada cementata che taglia a mezza costa questa parte della montagna. In breve sono di nuovo sul 3V e posso verificare l’ostruzione insuperabile del cancellino che adduce dal basso al roccolo dell’Uccellanda Magnoli: bene ho fatto a prendere la deviazione. Con attenzione affronto la ripida salita che porta alla vetta del Monte Magnoli riuscendo così ad evitare di aggravare l’intossicazione ai quadricipiti: ho ancora parecchi chilometri e tre salite che seppur brevi sono comunque ripide. Senza interruzione lascio alle mie spalle la Sella dell’Oca, la cascina Quarone di Sopra, quella di Quarone di Sotto, la lunga sterrata che scende verso Gussago (qui nel fitto di una cespugliosa boscaglia vicinissimo percepisco un grugnito: altro cinghiale?), l’interminabile e tediosa strada asfaltata dei Camandoli e sono alla sella della Forcella di Gussago. Prima di affrontare la salita per il Santuario della Stella mi concedo una bella pausa di riposo reintegrando abbondantemente i sali minerali e l’idratazione.

Anche la Stella è superata, poi tocca al Monte Peso e, ultima ciliegina, il Picastello, sulla cui salita le gambe girano ancora talmente bene che è il fiato a impormi un rallentamento. Ultima discesa e sono a Urago Mella, da qui ancora dieci minuti di piano cammino (i peggiori di tutto il giro: caldo soffocante, sole e traffico cittadino) e sono alla macchina. Cambio le scarpe, indosso la maglietta, preparo e bevo il preparato a base di aminoacidi, verifico se mia mamma è in casa (appositamente ho parcheggiato proprio sotto casa sua) e poi, vista la sua assenza, via verso casa per una bella doccia seguita da un massaggio gelato alle gambe, pastaciuttona e riposo. Ehm, riposo, dopo un paio d’ore scattano i crampi, sebbene limitati a piccole zone delle gambe, li uni richiamano gli altri e per un’oretta devo stare ben attento a come mi muovo. Mancano ancora tre ore all’ora di cena, vado a letto mi faccio una sonora dormita, le due ore di sonno più belle di tutta la mia vita eheheh

Considerazioni finali

L’allenamento è certamente buono e se si trattasse di fare il giro completo nei normali tempi di tabella potrei dire d’essere pronto, visto però che dovrò abbassare il tempo del diciassette per cento e appurato che a fronte di tratti tabellati con manica larga ce ne sono altri dove la manica è stata alquanto stretta, devo potenziarmi ancora un poco per acquisire sia velocità che resistenza: a giugno dovrò assolutamente camminare tutti i giorni, almeno dieci chilometri al giorno, alternandoli con tappe di venti/trenta chilometri e i tapponi oltre i cinquanta chilometri; dovrò anche lavorare con delle ripetute in salita, ce n’è giusto una vicinissimo a casa mia che ben si presta allo scopo.

Per il piano di marcia si conferma la necessità di tenere più larghi quelli iniziali e restringere più in alto, sfruttando soprattutto i piani e le discese più semplici per rientrare nelle quaranta ore totali.

Per l’aspetto della preparazione energetico alimentare pre impegno è difficile stabilire se l’apposita gelatina sia stata effettivamente utile (bisognerebbe poter tornare indietro nel tempo e ripetere il giro senza l’assunzione di tale integrazione), ma quello che conta è che posso con certezza affermare che male non ha fatto. Vista la lunghezza dello sforzo in cui sarò impegnato ci si potrebbe chiedere se tale integrazione possa essere effettivamente necessaria, come detto, però, la prima parte del percorso è quella più impegnativa e, quindi, quella più importante ai fini del successo complessivo, poterla superare con il minimo danno fisico diviene fondamentale per cui… gelatine pre sforzo confermate! Al limite potrei sperimentare quelle di altre marche.

Anche gli altri integratori provati vanno tutti molto bene e li confermo per il giro finale, devo solo verificare il loro dosaggio e la loro distribuzione durante lo sforzo.

Molto positivo è stato il test del solubile mineralizzante HydroFit della NamedSport ed è confermato il suo utilizzo, come pure estremamente efficiente e quindi confermato è il suo utilizzo in alternanza all’acqua pura (come detto Acqua Maniva pH8) nel rapporto uno a tre (un litro di soluzione mineralizzata e tre di acqua pura).

Calze, ottime le nuove, non raccolgono foglie e terra e anche dopo quasi sedici ore di cammino mi hanno lasciato i piedi perfettamente asciutti. Devo comunque verificare il dolore al malleolo sinistro che sul finire si è fatto ugualmente notare, eppure non ci sono irritazioni e premendo non avverto dolori, è proprio come se il bordo della scarpa riesca a pizzicare la pelle quando il piede deve lavorare inclinato.

Altro dolore da verificare è quello che talvolta appare (o si evidenzia) in sede sotto scapolare destra, si manifesta dopo alcune ore di camino per poi svanire nel giro di alcuni giorni. È apparso da quando ho iniziato a fare la ginnastica di supporto consigliatami da mia nipote, non è forte ma comunque fastidioso e, cosa assai importante, toglie concentrazione. Proprio oggi dopo pranzo ne ho forse individuato la causa: quando guardo la televisione seduto sulla sedia della sala lo schienale in legno preme proprio in quella zona ed essendo fortemente dimagrito (dieci chili da dicembre, quando ho iniziato gli allenamenti) probabilmente riesce a infiammarla.

 

#TappaUnica3V: freddo e… bronchite, sic!


Avevo programmato per l’inizio di maggio di mettermi alla prova con i primi tapponi, uscite che andassero oltre i cinquanta chilometri e le dodici ore di cammino standard, invece… il brusco abbassamento della temperatura con sbalzi notevoli tra ombra e sole, ma soprattutto il freddo glaciale presente all’interno degli ambienti in cui lavoro, m’hanno provocato una bella bronchite quindi su intenso sollecito di mia moglie ho rimandato i tapponi.

Ovviamente non sono stato del tutto fermo e alla ginnastica da casa ho abbinato due uscite, la prima brevissima ma compiuta ad un ritmo elevatissimo, la seconda più sostenuta fatta in compagnia di Alessandro ad un ritmo meno sostenuto.

N.B.

Dal momento che alcuni me l’hanno richiesto sottolineo nuovamente che questi articoli sono solo racconti di viaggio, le relazioni tecniche dei vari itinerari percorsi le realizzerò e le pubblicherò appena mi sarà possibile dedicarci il tempo necessario, che, per mia abitudine, comprende in molti casi anche la verifica sul terreno della relazione stessa.

Sabato 30 aprile

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Viste le mie condizioni di salute attendo l’alzata del sole prima di mettermi in movimento e arrivo al parcheggio del santuario della Madonna del Mangher (Vallio Terme) che sono le nove passate. Qui trovo le vetture della protezione civile, ambulanze e soccorso alpino: c’è in corso un’esercitazione e devo ritornare verso valle per trovare un parcheggio libero. Poco male, allungo il giro di circa un chilometro.

Meta dell’escursione odierna è la Rocca di Bernacco, obiettivo quello di testare le gambe e il fiato dopo la lunga semi pausa, ma anche quello di capire dove e perché l’altra volta avevo sbagliato il percorso di discesa.

Parto immediatamente a tutta e senza risparmiarmi risalgo la ripidissima strada asfaltata; le gambe girano alla grande, leggermente meno il fiato ostacolato dalla tosse e dal catarro che ostinatamente non vuole staccarsi dai bronchi. In ogni caso in un tempo per me record sono alla grossa cascina al termine della strada. Da qui invece di seguire il solito sentiero procedo direttamente per il filo della cresta che porta alla base del versante meridionale della rocca, un ripido prato con alcuni tratti di franose roccette e qualche albero. Senza sosta e senza esitazione mi slancio direttamente sulla linea di massima pendenza, a tratti quasi verticale, e in una decina di minuti sono in vetta.

IMG_9093Breve contemplazione del paesaggio, qualche foto a quello che resta dell’antico castello e poi via per scendere. Senza correre per non sovraccaricare le ginocchia che nelle ultime uscite avevano dato segni di stanchezza, velocemente scendo il ripido sentiero e arrivo al bivio che la volta scorsa avevo scavalcato: piccolo e appena percettibile sentiero che, a destra, taglia a mezza costa il prato parallelo al sentiero di discesa appena percorso; ok, gli occhiali bagnati dalla pioggia e l’evidente traccia di passaggio che procede lungo il crinale di discesa mi avevano ingannato, tutto chiaro. Questa volta non sbaglio e in breve sono alla larga traccia che porta verso la strada del Monte Ere.

IMG_9101Dalla strada rientro a Vallio per il sentiero della valle di Oriolo per poi risalire al santuario con un tratto del giro delle contrade. Arrivo all’auto che ancora non è mezzogiorno: sette chilometri, cinquecento metri di dislivello fatti in quaranta minuti, 2 ore di tempo totale (comprese alcune divagazioni esplorative), le gambe ancora belle pimpanti e il fiato abbondate… ottimo.

Sabato 7 maggio

Quarto e ultimo allenamento condiviso attraverso il blog di Mondo Nudo, anche stavolta un solo amico ne approfitta: il solito Alessandro di Padova (che ringrazio nuovamente di cuore). Obiettivo farsi 25 chilometri con 1654 metri di dislivello, di cui 1115 in unica tratta nella prima parte del percorso. Partenza dallo stadio di Ponte Zananao, spostamento urbano fino alla località Piazzetto di Gardone Val Trompia, da qui salita alla Punt aAlmana, cresta del Dosso Pelato e via fino a Santa Maria del Giogo per seguire il 3V fino a poco oltre Vesalla da dove abbandonare il 3V e scendere a Ponte Zanano.

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La giornata si presenta magnifica, il cielo è sereno e la temperatura, sebbene ancora freschina, già confortevole. Attraversiamo l’abitato e di getto ci slanciamo sulla ripida salita di via Guarda, al suo termine le pendenze calano anche se al paino si alternano comunque ancora diversi strappi piuttosto ripidi. Procediamo con passo abbastanza sostenuto, sebbene non come quello che tengo quando sono solo. Dopo una mezz’ora noto un cedimento nel mio compagno e allora rallento sensibilmente, così, nonostante le pendenze poco cedano al piano, arriviamo in vista della vetta dell’Almana. Un lungo traverso permette di recuperare gambe e fiato, poi l’ultimo strappo che porta alla vetta dalla quale ci godiamo il fantastico panorama, a picco sotto i nostri piedi il Lago d’Iseo.

IMG_9132Concedo al mio compagno una quindicina di minuti di scarico poi si riparte. Discesona delicata per il terreno franoso e siamo alla Croce di Pezzolo, chiedo ad Alessandro, ormai visibilmente provato, se vuole approfittare della possibilità di rientrare a valle, decide di proseguire e allora via, senza esitazione avanti. Si alternano tratti pianeggianti ad altri di discesa ma anche a intense seppure brevi salite, anche le mie gambe iniziano a dare qualche lieve segno di stanchezza, m’immagino quelle di Alessandro che, infatti, è in preda a forti crampi. Dosando il passo saliamo alla vetta del Rodondone da dove è praticamente è solo discesa, purtroppo una discesa che non concede tregua alle gambe: spuntoni rocciosi o sassi mobili richiedono costante attenzione. Arriviamo al parcheggio di Santa Maria del Giogo e, trovato un angolino erboso soleggiato, ci fermiamo per il pranzo.

IMG_9138Dopo una mezz’ora abbondante siamo pronti a ripartire, di comune accordo si decide di non procedere lungo il percorso programmato ma di prendere qui la via di discesa diretta per Ponte Zanano a cui arriviamo con un’altra ora e mezza di cammino per un totale di 6 ore e sedici minuti soste comprese (5 ore e mezza effettive).

La prova di oggi, sebbene incompiuta, mi ha dimostrato che sono pronto per i tapponi, il primo lo riprogrammo per il prossimo fine settimana: sabato o domenica sveglia all’una e mezza, spostamento in auto a Brescia da dove imboccherò il 3V per salire alla Maddalena, proseguire per San Vito, Nave, Conche poco prima del quale abbandonare il 3V per scendere alla Cocca, risalire al Note Predosa e da qui scendere a Villa Carcina per risalire nuovamente e portarmi al sentiero 3V sull’altro lato della Val Trompia (Cascina Pernice) per il quale rientrare a Brescia. Tremila metri di dislivello, quarantatré chilometri di lunghezza misurati come sempre in modo molto approssimativo (e difettivo) sulle mappe on-line, 13 ore e sedici minuti di marcia, che da qui in avanti sarà tendenzialmente di regolarità per abituarmi al ritmo più blando del giro finale.

#TappaUnica3V, breve intervallo


Dopo un breve periodo di stasi totale dedicato a rilanciarmi sul lavoro, con il morale sensibilmente risollevato dai primi lievissimi vagiti di ripresa, rieccomi in cammino sulle sempre più vivide tracce di TappaUnica3V. Per ora solo due uscite leggere, ma presto dovrò necessariamente passare alle prove di lunghezza e di regolarità le cui tabelle di marcia sono da tempo già posate sul mio tavolo.

Sabato 16 aprile

IMG_9067Allenamento condiviso con gli amici di Mondo Nudo che ricalca uno dei giri già fatti in solitaria: partenza da Caino, salita all’Eremo di San Giorgio per il sentiero 383, discesa al Passo del Cavallo seguendo il 3V, lieve risalita a Boatica e da qui rientro in discesa al punto di partenza.

Al venerdì sera registro una sola partecipazione, avendo (ovviamente) accettato un piccolo incarico di lavoro per il tardo pomeriggio mi accordo con Alessandro per anticipare l’orario di ritrovo ed accorciare l’escursione: invece di scendere al Passo del Cavallo andremo a prendere il sentiero 385 che ritorna direttamente a Caino percorrendo il crinale del Monte Tromet.

La mattina è fresca ma il cielo terso promette bene e infatti, anche con la complicità di un passo piuttosto sostenuto, dopo una mezz’ora di cammino possiamo liberarci dei vestiti. Velocemente risaliamo anche l’ultima ripida balza e perveniamo alla cresta spartiacque tra la valle di Nave e quella di Lumezzane, anch’essa incredibilmente deserta, per la quale in breve siamo all’eremo. Breve pausa per goderci l’ampio panorama che, grazie alla limpida giornata, spazia fino al Lago di Garda e al Monte Baldo, poi ci rimettiamo in cammino.

Salvo due brevi parziali rivestimenti, nudi camminiamo fin quasi al fondo valle, godendoci le piacevoli sensazioni dell’aria e del sole sull’intera pelle, mentre il corpo ci ringrazia per avergli finalmente ridonato il suo più ampio e naturale respiro, è un vero peccato doversi rivestire!

Domenica 17 aprile

IMG_9079Ogni promessa è debito e ora eccoci qua, io e mia moglie a seguire il bel giro dell’itinerario 503 di Gavardo. A differenza di ieri il cielo è grigiastro e a sprazzi compare anche la pioggia, poche grosse gocce che a fatica oltrepassano il mantello foglioso del bosco ma che comunque contribuiscono a mantenere bassa la temperatura.

I chilometri si sommano ai chilometri, salita poi discesa, di nuovo salita, ripidissima asfaltata salita che mette alla prova la resistenza delle gambe e dello spirito. Seduti al bordo di verdi prati, per tetto le fronde di alcuni alberi, ci fermiamo a mangiare qualcosa e poi via di nuovo in camino per l’ultimo tratto di salita a riprendere il sentiero percorso in mattinata. Discesa e, dopo aver percorso un totale di tredici chilometri, siamo di nuovo a Gavardo.

#TappaUnica3V, finalmente libero!


IMG_9056Fine settimana leggero, eppure importante: come ho già scritto in queste ultime settimane, a causa di problemi economici, sono piombato in uno stato di depressione e avevo iniziato a pensare di mollare tutto, ma mi sono accorto che gli allenamenti che sto facendo, oltre a darmi carica e grinta, mi concedono un attimo di stacco permettendomi di meglio ragionare sulle azioni da intraprendere per superare questo brutto momento, ecco che TappaUnica3V assume un ulteriore imprevisto significato: ancora di salvataggio!

P.S.

Avevo giurato a me stesso di non cedere più alla tentazione di fare polemica, ma vista la recente espulsione che un gruppo di Facebook ha comminato a mia sorella rea di aver condiviso alcuni mie articoli (dove le foto interne mostravano nudità ma non quella riportata nei post sul gruppo), a titolo educativo, mi sento in dovere di pubblicare questa breve precisazione, spero possa essere l’ultima.

Più sotto appaiono due foto in cui sono palesemente nudo, se qualcuno ha qualcosa da recriminare in merito… cresci e matura: Tesio di Serle, un luogo dove ogni domenica tante famiglie si ritrovano a fare il picnic, ecco il cartello sulla porta del bagno chimico in loco installato (presumibilmente lo stesso appeso alla porta di ogni bagno chimico installato da questa azienda in ogni luogo pubblico).

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Torniamo a noi…

Sabato 2 aprile

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Al risveglio, contrariamente al previsto, la mattina si presente coperta e freddina per cui ripongo nello zaino l’abbigliamento leggero (sperando di poterlo poi comunque utilizzare) e recupero dall’armadio quello più pesante che indosso direttamente. In serata ho un impegno e devo risparmiarmi pertanto il percorso programmato per oggi è, rispetto ai propositi, leggero: solo venti chilometri per millecinquecento metri di dislivello con un tempo di tabella totale tra le otto e le nove ore.

Alle sette parto da casa e dopo mezz’ora sono a San Michele di Gardone Val Trompia da dove inizia l’escursione. L’avvio è facilitato da una prima parte su strada con pendenze leggere e quando arrivo alla salita il mio fisico è pronto supportarla: sebbene ci siano tratti estremamente ripidi e nonostante un passo abbastanza sostenuto supero i primi duecento metri di dislivello senza la minima necessità di riprendere fiato. La temperatura s’è un poco alzata e, con la complicità dello sforzo, è da un po’ che soffro il caldo: maglia e pantaloni finiscono nello zaino e… finalmente libero!

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Riappropriatosi del suo naturale respiro il mio corpo quasi immediatamente smette di sudare e riprende il suo magico colloquio con l’ambiente che lo circonda, che piacevolezza poter nuovamente marciare senza nulla addosso se non quel minimo che, purtroppo, risulta indispensabile: scarpe e zaino. Cammino nel bosco e i miei peli vibrano all’unisono con gli steli dell’erba, la mia pelle cattura tutte le frequenze che mi circondano: gli inni delle foglie mosse dal flebile vento, l’ondulazione più o meno frenetica provocata dal canto di un’invisibile allodola, il calore del più esile raggio di sole che filtra tra le fronde degli alberi che mi sovrastano. Immerso in questa straordinaria valanga di sensazioni nudo procedo sulla stradina che ora ha preso il posto del sentiero, alla mia sinistra s’intravvede un lembo di cielo e un’ombra veloce lo percorre a lunghi balzi, riconosco la sagoma del capriolo, mi blocco, si blocca, ci osserviamo, lentamente estraggo la macchina fotografica dalla sua custodia, la boscaglia lo mimetizza, attendo nella speranza che scenda ad attraversare la stradina, così non avviene, dopo alcuni lunghi minuti lentamente si allontana restando nel fitto del bosco e solo l’immagine fissata nella mia mente può rievocare questo fantastico incontro.

Riprendo il cammino, la stradina si fa strada sterrata, costeggio una casa che appare isolata ma è solo la prima di un piccolo nucleo abitativo dolcemente immerso nel bosco. Non c’è anima viva, tutto tace e allora continuo il mio naturale cammino, calzo i pantaloncini solo quando percepisco la vicinanza alla chiesetta di Sant’Urbano posta su una strada che, seppur sterrata, è di traffico frequente. Per farlo malamente appoggio lo zaino ad un albero e questo scivola a valle iniziando a rotolare nell’erto pendio ricoperto di foglie secche, senza pensarci più di tanto mollo quanto ho in mano e mi lancio, nudo, all’inseguimento, dopo una ventina di metri riesco a raggiungerlo e nel piegarmi per fermarlo un piede s’incastra in qualcosa, salto mortale e ripiombo a terra proprio sullo zaino, le gambe infilate sotto un piccolo tronco caduto a terra che ostruisce il passaggio, mani e le ginocchia appoggiate allo stesso, lo zaino fermo appoggiato al mio fianco sinistro: manco a farlo apposta sarei riuscito a tanto e tanto bene!

Lestamente risalgo alla strada, solo qualche lieve escoriazione testimonia l’acrobatica impresa, metto i pantaloncini e riprendo il mio cammino verso l’ancora lontana meta. Un lungo tratto di strada che alterna tratti cementati ad altri sterrati, come avevo previsto qui incontro un gruppo di giovani imbacuccati a più non posso, palese sui loro visi la sofferenza di un corpo che non respira, di un caldo soffocante: “come cacchio fanno a camminare in quello stato?” Va beh, tante teste tante crape dice un famoso proverbio, fedele al mio credo “che ognuno sia libero di vestirsi come più gli garba” cordialmente saluto e procedo oltre. Arrivo alla fine della lunga discesa, abbandono la strada principale per imboccare quella che mi porterà verso la base della cresta sud-est del Monte Pizzoccolo, tre macchine parcheggiate m’inducono a restare con i pantaloncini. Avrei fatto meglio a toglierli: senza incontrare persona arrivo sudaticcio alla base della cresta. Velocissimamente ne supero un primo breve tratto e m’avvedo che nessuno la sta percorrendo indi decido di ridonare fiato al corpo: i pantaloncini tornano nello zaino.

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In poco più della metà del tempo di tabella sono all’ultima balza che precede la vetta, a malincuore rimetto i pantaloncini che ormai dovrò tenere indosso fino a casa: la via di discesa (Pizzoccolo, Passo Spino, Rifugio Spino, San Michele) è molto frequentata, un uomo solo nudo ad oggi, purtroppo, sarebbe qui malamente inteso… purtroppo e… per ora!

Domenica 3 aprile

IMG_9058Tanto per non stare fermo e per rintuzzare la brevità dell’uscita di ieri, oggi una breve piacevolissima escursione in compagnia di mia moglie sui monti di casa. Si va piano ma neanche troppo, restiamo perfettamente nelle tabelle, e in ogni caso anche questo è utile al mio allenamento: mi prepara psicologicamente al blando ritmo che dovrò tenere durante il giro finale.

Il mio corpo deve purtroppo subire nuovamente la gogna del vestiario, fortunatamente fin da subito solo i leggerissimi pantaloncini da corsa con sottilissima mutandina integrata che mi solleva quantomeno dall’uso della più classica e disastrosa mutanda. In cambio posso riassaporare il piacere d’una bella sosta pranzo al culmine della salita, per giunta in compagnia e mangiando cibi normali al posto delle insane barrette. Ci è mancata solo una bella birretta o, meglio ancora, un mezzino di buon vino rosso. Rimedieremo!

#TappaUnica3V: è primavera :)


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Slalomando tra gli alti bianchi macigni esco dal piazzale e m’incammino tra le mille sottili increspature del nero asfalto, attorno a me dall’alto m’osservano le gialle corolle delle simpatiche primule che, discretamente, s’informano sulle mie intenzioni. Piegando leggermente il capo mi mostrano visi sorridenti, mentre con vocina sottile e stridula formulano graditi consigli: “modula il passo, la strada che vuoi fare è lunga assai” mi dice la prima più accosta a me, gli fa eco la compagna appresso “mantieniti idratato e stai attento al fiato”, in coro le altre aggiungono “è una bella giornata, fa freddo ma il sole presto riscalderà l’aria, divertiti”.

Ringrazio le primule e, senza sosta, imbocco la ripida salita, verdi fili d’erba si piegano a proteggermi dal vento, secche bruciate foglie si discostano per rendermi più leggero l’incedere. Lassù in alto, quasi a toccare il cielo, maestosi alberi fanno fremere le loro fronde per salutarmi e incitarmi. Il pendio si fa ancor più ripido, pervengo ad un giardino dorato dove ben più numerose primule abbandonano il loro lavoro per osservarmi, incuneandomi sotto l’ombrello delle loro foglie ne percepisco l’abbraccio formale. Macchie bianche appaiono poco innanzi, violette esultanti stanno festeggiando il loro risveglio dopo il lungo letargo invernale, per un breve attimo mi unisco a loro e insieme brindiamo alzando i calici ricolmi di rugiada.

IMG_8839Mi piacerebbe potermi fermare più a lungo, sdraiarmi sotto gli steli di questi magnifici fiori, farmi cullare dall’ondeggiare delle amache erbose, chiacchierare con le operose formiche e giocare con l’ape dorata che inizia a ronzare alla ricerca del nettare prelibato. Sono tentato ma una lucertola sbarazzina mi distoglie dal sogno ricordandomi del mio obiettivo odierno e allora avanti, in marcia, riprendiamo il faticoso cammino.

Bianco rugoso cemento solcato da mille canaloni, difficile scegliere quale imboccare, difficile sapere quale è il meno tortuoso, quale mi possa portare dall’altra parte in modo più diretto e meno faticoso. “Ehi amico!”, vocina sottile si alza alle mie spalle, “seguimi, vieni con me, ti guido io dall’altra parte”. Formichina gentile, parliamo del più e del meno, il suo nome è Lizzi e abita poco distante, ai piedi di Trulli, un maestoso faggio che per tutti in zona è l’anziano maestro, rispettato e onorato. Chiacchierando nemmeno m’accorgo della strada che scorre, nemmeno percepisco che da tempo sto camminando su un morbido seppur rigido fondo marrone, la terra ha preso il posto del cemento. Lizzi deve tornare sui suoi passi, le compagne attendono le granaglie che lei ha promesso di raccogliere, ci salutiamo e ognuno va per la sua strada.

Violacee pervinche applaudono al mio passaggio, verdi praterie si alternano a intricate selve di foglie secche, qualche bucaneve mi solletica la testa presto imitato dai più aggressivi denti di cane. Bianche rocce sconvolgono un cupo bosco, accecanti riflessi m’illuminano la strada. Inizia la prima discesa, piccoli cristalli di ghiaccio la rendono insidiosa, necessita un attimo di prudenza, ma presto il suolo ritorna tenero e gradevole, riallungo il passo e lesto raggiungo la seconda salita, mille piccole voci si alzano dal bosco, freschi sorrisi e parole d’incitazione: una folla di bucaneve si è raccolta attorno al mio percorso, li ringrazio, stringo loro la mano, alcuni mi abbracciano e ricambio con affetto: “purtroppo non posso fermarmi, vi prometto di tornare a trovarvi in altra occasione e ci faremo un pranzetto coi fiocchi”.

IMG_8848Su, ancora su, irsuti pungitopo mi guardano con sguardo truce: “suvvia miei cari, unitevi al coro festoso, allargate le vostre labbra e sorridete al sole che fa capolino da dietro il monte”, “si, si, hai ragione” mi risponde quello che sembra il capo della compagine “forza ragazzi, allegria!”. Nel sole continua la mia marcia, un sole splendente che rende radioso l’incedere, lo sguardo volge lontano, mille monti nudi si mostrano al mondo intero, semplici e sinceri, antichissimi custodi del sapere infinito. Giù, su, ancora giù e di nuovo su, altalena di salite e discese, terreno vario, a tratti reso rude dalla rigida vegetazione delle zone secche, in altri addolcito dai coloratissimi fiori compagni di quelli già incontrati. Chilometri si sommano ai chilometri, metri ai metri, ore alle ore, sempre più vicina appare la meta, le gambe ormai dure, crampi che spezzano il ritmo: “dai, dai, non cedere, siamo con te”, milioni di fievoli voci, primule, violette, pervinche, denti di leone, denti di cane, pratoline, tutti m’attorniano e mi danno forza e coraggio, il passo torna ad allungarsi, svaniscono i dolori, la fatica è solo un ricordo e… eccolo, ecco il piazzale della partenza, sono arrivato. Grazie amici, grazie fiori, piante, monti, grazie animaletti del bosco, il vostro sostegno è stato essenziale, grazie.

Per la cronaca…

L’itinerario: Cariadeghe (parcheggio degli Alpini), Boca del Zuf, Ucia, Sella di Casina Ecia, Dragoncello, San Vito, Monte Salena, Costa di Monte Denno, Maddalena, Crinale del Monte Poffa, Forte di Sant’Eufemia, Caionvico, Sella della Poffa, Pareti di Santa Lucia, San Vito, Castello di Serle, Val Piana, Cariadeghe.

In totale circa quaranta chilometri per duemila metri di dislivello e otto ore di cammino.

Tanti, tanti fiori, tantissimi, quasi ovunque, una natura esaltante ed esplosiva che mi ha reso piccolo, molto piccolo. La primavera mi ha accompagnato per gran parte del tragitto e… sebbene non nudo come i monti, non nudo come i fiori, non nudo come tutti gli altri animali, non nudo come semplicità chiede, non nudo come il corpo vorrebbe, finalmente ho dato parziale respiro al corpo, a presto quello totale!

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#TappaUnica3V, un attimo di pausa!


Combinazione terribile: taglio ore, cambio contrattuale che ha ora prodotto la prevista batosta fiscale di marzo (speravo di poterla evitare ma niente da fare), ampia perdita economica. Il morale è sceso sotto i piedi e la preoccupazione per l’imminente futuro ha preso il sopravvento spingendomi a riprendere in mano un mio vecchio progetto professionale per rilanciarmi economicamente, questo mi ha ovviamente impegnato parecchio tempo limitando sensibilmente quello che potevo dedicare agli allenamenti per TappaUnica3V. Il lavoro per il lancio di PEARL, il mio servizio di formazione tecnica continua, è tutt’altro che finito, anzi oserei dire che sono nella fase più critica, quella del trovare clientela (fatemi pure pubblicità veh), però innegabile il benefico effetto psicologico di un progetto che già diverse persone hanno definito molto più che interessante.

Sabato 27 febbraio

L’allenamento di oggi è il primo che ho programmato appositamente per aiutare gli amici alla preparazione per le escursioni del programma QuindiciDiciotto. Allenamento leggero, pertanto: sentiero delle Pozze, un semplice giretto di due ore attorno il pianoro tipicamente considerato dai bresciani come “LA” Maddalena, anche se invero la vetta di questo monte è più in alto.

Nessuno si è registrato per l’evento, d’altra parte ho anche scritto che chi voleva poteva comunque venirci anche senza registrarsi, per cui, nonostante il cielo è scuro, le nubi minacciose, e la temperatura prossima allo zero, mi preparo e, con largo anticipo, mi metto in viaggio per il punto di ritrovo, ma…

Ma non salgo in auto fino al piazzale del Cavrelle, arrivo a Sant’Eufemia e mi fermo: partirò a piedi da qui per rendere l’allenamento più conforma alle mie specifiche esigenze. Salgo per il Triinal (Trinale), un evidente e largo costone erboso che con forte pendenza e andamento rettilineo dal piano porta alla parte alta della strada della Maddalena. Parto fortissimo e riesco a tenere il passo fino alla sommità della salita, qui invece di seguire il piano sentiero segnato, proseguo lungo il costone e con un ulteriore tratto di ripida salita mi porto sulla strada asfaltata per andare a prendere l’ultima parte del 3V, che supero quasi di corsa. In meno d’un’ora dalla partenza arrivo al piazzale del Cavrelle giusto all’orario di ritrovo.

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Foto d’archivio, tratto scabroso della discesa

Non c’è nessuno, attendo quindici minuti, accorgendomi della temperatura decisamente bassa, e nessuno arriva, per cui mi rimetto in cammino. Faccio per conto mio il previsto giro delle Pozze mettendoci un quarto del tempo previsto e poi di corsa giù per il sentiero numero 1, una discesa impegnativa non tanto per le pendenze raramente importanti, quanto per i diversi tratti cosparsi di massi e lisce lastre rocciose, anche qualche salto. Si è messo a piovigginare e le rocce risultano piuttosto scivolose devo fermare la corsa e procedere al passo con molta attenzione finché arrivo alla stradina che porta sul fondo valle e alle case di Sant’Eufemia. Ottimo test per la caviglia che nella precedente uscita avevo storto, superato alla grande, così come alla grande sono andate le gambe, buono anche il fiato anche se qui desidero lavorarci ancora un poco.

Venerdì 4 marzo

Fino ad ora mi sono allenato solo per il tramite delle escursioni, oggi mi nipote Francesca mi ha convocato in palestra per abbinarci qualcosa di diverso, qualcosa che faccia lavorare anche quei distretti muscolari e articolari che non vengono messi in movimento dal cammino, qualcosa che coinvolga anche l’equilibrio, la postura, e tutti quegli altri micro aspetti che solo se messi insieme formano un corpo tonico e adatto a supportare e sopportare con largo margine tutte le sollecitazioni ipotizzabili per un lungo ininterrotto cammino come quello di TappaUnica3V: la ginnastica.

Dopo l’opportuno riscaldamento all’eccentrica ci spostiamo nella sala degli esercizi a corpo libero e mia nipote mi spiega per bene i vari esercizi che pone nel mio piano di allenamento: un’ora di lavoro che intanto mette in evidenza i gravi problemi di equilibrio a me già noti e che da tempo mi dico di risolvere senza poi mettermici seriamente, poi suona l’allarme per una certa rigidezza generale che pensavo fosse assai meno diffusa e rilevante, infine lascia un’impronta indelebile: a sera dolori un poco dappertutto, dolori che ancora permangono dopo due giorni.

Che dire… grazie Fancesca, mi applicherò per bene anche in questi a me meno piacevoli allenamenti!

Domenica 6 marzo

Avevo programmato una venti chilometri montana attorno alla Maddalena ma per varie ragioni lascio perdere e mi limito a ripetere il test di lentezza, questa volta su otto (quattro + quattro) chilometri. Visto che la volta precedente nonostante l’impegno ero andato troppo veloce, concentrandomi al massimo cerco di tenere un passo ancora più lento. L’essere sorpassato da altre persone che camminano mi indica che sto proprio andando piano, si avvicinano i due chilometri, guardo il cronometro e… cavolo sono ancora troppo veloce. Rallento e procedo, arrivo ai quattro chilometri: quarantaquattro minuti, nooooooo, ancora troppo veloce, proprio non ci riesco ad andare a quattro chilometri l’ora, approssimativamente la velocità media che dovrò tenere durante il giro di TappaUnica3V.

Durante il ritorno calcolo a mente quanti passi devo fare per viaggiare a quattro chilometri l’ora, sono un’ottantina e allora cronometro alla mano provo più volte ma il meglio che mi riesce di fare è di novanta. Ok, può comunque andare, durante il giro finale avrò molti punti di rilevamento tempo, sarà facile gestire la velocità inserendo all’occorrenza anche delle pause.

Consuntivo

Come ad ogni fine mese, aggiorno la tabella dei totali:

  • uscite effettuate: 30
  • chilometri percorsi (calcolo approssimato per difetto): 440
  • metri di dislivello superati (calcolo approssimato per difetto): 24530
  • ore di cammino fatte: 114 e 29 minuti (107,02 effettive, 7,27 di soste)
  • massimo chilometraggio fatto in unica uscita: 45
  • massimo dislivello superato in unica uscita: 2212 metri
  • tempo massimo di cammino in unica uscita: 8 ore e 25 minuti

Ritorno a… “noi”


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Foto di Carla Cinelli

Avevo scritto che in TappaUnica3V la mia nudità sarebbe stata motivata solo dal fatto che io nudo ci vivo, che non avrebbe avuto un significato di protesta, tantomeno di esibizione. Fermo restando che questi saranno senz’altro valori assolutamente presenti, durante le mie solitarie escursioni di allenamento mi sono trovato a pensare sul mio stile escursionistico, ovvero sul mio modo di frappormi alla montagna (eliminazione d’ogni barriera fisica e psicologica, minima tecnologia, poche o nulle informazioni, preferibilmente ricerca personale dell’itinerario) ed ho compreso che la nudità di TappaUnica3V potrebbe essere e, a questo punto, sarà anche altro, ben di più di quanto avevo previsto: un forte messaggio per un ritorno a noi, all’essere umano come elemento della natura.

Criptico? Mi spiego meglio.

Sarebbe assolutamente insensato rinunciare ai vantaggi delle calzature da trail o alla sicurezza offerta da un dispositivo GPS o alla leggerezza di un capo d’abbigliamento tecnico, all’ergonomia di uno zaino costruito secondo le più recenti metodiche, al calore dei tessuti moderni. D’altro canto, se in alcuni casi non esistono controindicazioni, in altri è bene dare un occhio attento anche al rovescio della medaglia. Ad esempio poniamo il caso di una escursionista che, fidandosi ciecamente del suo dispositivo GPS, mai abbia imparato a leggere una cartina topografica, a interpretare correttamente una relazione scritta, a orientarsi autonomamente, cosa potrebbe succedergli se il GPS dovesse guastarsi o andare perso?

Insomma, se è lecito fruire della tecnologia, non è molto meno lecito, per non dire controproducente, affidarsi totalmente ad essa, ragionare solo in funzione della sua presenza, dimenticarsi delle nostre potenzialità e abilità?

Noi, esseri umani e, in quanto tali, animali, ossia elementi della natura, possediamo tante importanti abilità che ci permetterebbero di vivere in natura esattamente come fanno tutti gli altri animali. Purtroppo condizionamenti sociali e tecnologici stili di vita ci fanno perdere la loro cognizione, portandoci a credere fermamente di non poter più fare a meno della tecnologia, di non poterci rapportare alla natura, e nel caso specifico alla montagna, armati solo di noi stessi. Con la complicità dei tabù del nudo, poi, arriviamo persino a formulare regole solo in apparenza veritiere.

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Foto di Carla Cinelli

Ero andato in un’azienda di abbigliamento tecnico sportivo per acquistare una maglia da usare durante gli allenamenti invernali, parlando di TappaUnica3V si è parlato del nudo e la reazione è stata “ma così il sudore ti resta sulla pelle, con un capo tecnico invece la pelle ti resta asciutta”. Vero che gli studi fatti hanno dimostrato la superiorità del capo tecnico rispetto alla nuda pelle, altrettanto vero che tali studi sono sempre stati fatti a genitali coperti. Io ho, al contrario, effettuato test a genitali scoperti e posso affermare con assoluta certezza che, con ovvia esclusione delle basse temperature (dove il basse va inteso in modo molto soggettivo), in tal caso nulla è meglio della sola pelle.

Il sudore è una reazione del nostro corpo e serve per mantenere la sua temperatura entro certi limiti fisiologici, ecco che ogni qual volta i nostri recettori termici rilevano un aumento di temperatura viene indotta la sudorazione. Alcune parti del nostro corpo necessitano ancor più d’una temperatura precisa e livellata un aumento di temperatura in queste zone attiva immediatamente il sistema di difesa, ovvero una sudorazione inizialmente locale ma ben presto generalizzata. La più importante di queste zone e quella dei genitali, a difesa della fertilità la natura ha predisposto propri qui le nostre massime difese dall’aumento di temperatura, imbrigliare i genitali in abbigliamenti più o meno strette è quanto di peggio si possa fare, liberandoli otteniamo il nostro massimo equilibrio naturale.

Ci sarebbero molti altri esempi da poter portare e situazioni da dover analizzare, ma mi fermo qui: l’obiettivo di questo articolo non è quello di illustrare i vantaggi del nudo e i difetti dell’abbigliamento, bensì è quello di illustrare i perché TappaUnica3V si legherà alla nudità, condizione ad alcuni, forse tanti, poco comprensibile o per nulla tollerabile, che voglio pertanto motivare e spiegare nella speranza di convincerli non tanto a mettersi nudi ma a comprendere e rispettare l’altrui nudità.

Sarò nudo? Si sarò nudo, sarò nudo il più a lungo possibile, idealmente sempre, lo sarò per testimoniare l’esistenza d’uno stile di vita, la possibilità di portarlo anche nell’escursionismo, la semplicità e la salubrità del camminare nudi, ma lo sarò anche per richiamare l’attenzione sui pericoli del nostro sempre più estremo affidamento alla tecnologia, del nostro dimenticarci di quello che siamo, delle nostre abilità naturali.

Vestiti è bello, nudi è certamente meglio!

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Foto di Mara Fracella

#TappaUnica3V, io e la notte


20151024_0010_def3VC’è un aspetto di TappaUnica3V che ho volutamente inserito: la notte.

Avrei potuto comunque fare il giro in quaranta ore senza metterci la notte, avrei potuto camminare 20 ore al giorno lasciando le otto ore della notte al riposo, ma no, non l’ho fatto, perché?

Come istruttore di alpinismo e direttore di corsi e scuole, ho insegnato che la notte in montagna non è il diavolo che alcuni ipotizzano, ho fatto sperimentare il cammino notturno e anche il dormire sotto le stelle; come alpinista ho fatto diversi rientri in notturna e parecchie volte ho dormito all’aperto, ma sempre ero con altre persone.

La notte in montagna, da solo, è sempre stata per me una forte paura: potevo fare in solitaria anche delle impegnative scalate, potevo girare da solo per i monti anche più selvaggi e solitari, potevo affrontare anche le ore dell’aurora o del crepuscolo, potevo girovagare al buio nei pressi di un rifugio o a un campo, ma il pensiero di trovarmi assolutamente solo nella notte più fonda mi terrorizzava.

Una delle mie caratteristiche è sempre stata quella di voler combattere contro le mie paure, di voler rimuovere i miei condizionamenti, beh, la paura e il condizionamento della notte non li ho mai rimossi, non ho mai avuto occasione di farlo e allora… allora eccomi qui, ecco che ho deciso di farlo ora, di farlo con TappaUnica3V.

#TappaUnica3V: analisi del profilo altimetrico


Dopo aver visionato quasi l’intero percorso del sentiero 3V “Silvano Cinelli” posso iniziare ad affrontare i discorsi tecnici e parto dall’analisi del profilo altimetrico, precisando che lo stesso è incompleto e impreciso essendo stato rilevato dall’unica cartina completa a mia disposizione, l’ultima prodotta dal Coordinamento 3V, una cartina di certo inadatta a tale scopo essendo necessariamente in grande e (incomprensibilmente) stramba scala (1 a 83333).  Dal confronto diretto con quanto visto di persona sul terreno posso comunque dire che il profilo elaborato si avvicina molto bene a quello reale, sebbene la necessità di dover limitare i punti di rilevamento in alcuni casi appiattisca sensibilmente certe pendenze. Andrò a inserire nell’analisi anche quanto osservato sul terreno.
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Si parte subito con un bel salto: dai cento quarantanove metri di Brescia agli ottocento dieci del piazzale antistante quella che tanti anni addietro era la stazione a monte della funivia. Seicento sessantuno metri di dislivello che si proiettano su tre chilometri e mezzo di distanza lineare per una pendenza media non particolarmente impegnativa, c’è però da dire che vi sono comunque tratti di forte pendenza anche se alternati ad altri quasi pianeggianti. Da qui, fatta salva la breve depressione coincidente al Ristorante Grillo (ottantacinque metri di discesa e cento quattordici di salita, ambedue con rilevante pendenza), si procede per un bel pezzo pressoché piano dando tempo alle gambe di rilassarsi prima di affrontare la lunga e a tratti impegnativa (spuntoni rocciosi, lisce pietre e, sotto San Vito, fango) discesa che porta a Nave: seicento quattordici metri di dislivello che mi riporteranno quasi alla stessa quota di partenza.

Un poco di riposo attraversando l’abitato e poi, con pendenza prima moderata ma poi decisamente più impegnativa, si sale verso Conche. È, questo, il secondo rilevante salto: ottocento cinquantatré metri di dislivello che riportano in quota. Da Conche alla Corna di Sonclino si frappone, come forte depressione, solo il Passo del Cavallo: quattrocento cinquantotto metri di discesa che verranno subito recuperati quasi per intero con la ripida risalita alla Casa di Vallazzo. Da qui la progressione si fa più regolare, solo il tratto di cresta tra La Brocca e le Passate Brutte presenta un continuo ma limitato su e giù, a cui ci si deve invero aggiungere la difficoltà tecnica di un breve (dieci metri) tratto di arrampicata vera e propria: la “Streta”, uno stretto e verticale camino con difficoltà di secondo grado, anche se il problema principale è comunque dato dalla strettezza del passaggio che mi costringerà a togliere lo zaino e spingerlo davanti e sopra a me.

Profilo altimetrico tratta 2

Dalla Corna di Sonclino altra lunga e a tratti ripida discesa che porta all’abitato di Lodrino: settecento sessantadue metri di dislivello effettivo, ovvero comprensivo di alcuni su e giù (un centinaio di metri in tutto). Segue un breve (quattrocento otto metri di dislivello) ma ripido balzo poi la pendenza s’attenua notevolmente e si perviene alla non ripida discesa verso il Passo del Termine. Dolcemente recuperata quota si procede per un poco in rilassamento preparandosi al successivo balzo: il ripidissimo pendio erboso che adduce alla lunga e pianeggiante cresta che porta al Monte Campiello (qui il profilo inganna mostrando la pendenza media tra il Pian del Bene e la vetta). Cresta ancora pianeggiante fin poco sotto al Monte Ario alla cui vetta si perviene con un breve ma ripido strappo. Ripidissima, anche se breve, discesa su scivolosissima erba e poi lungo tratto dove poter recuperare fiato e gambe prima di affrontare la risalita alla Corna Blacca: trecento quarantacinque metri di dislivello con pendenze a tratti decisamente importanti.

Altro tuffo verso il basso: duecento cinquantacinque metri di dislivello che si proiettano su soli trecento metri lineari dando una pendenza prossima ai quaranta gradi. Discesa resa abbastanza delicata dal terreno franoso e da un breve caminetto roccioso da scendere faccia a valle con la tecnica dell’opposizione di braccia (comunque banale e che nella perlustrazione ho superato con tre balzi). Ora si può recuperare per bene ed affrontare al meglio la salita alla vetta del Dosso Alto, breve e nella media non ripidissima.

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Decisamente impegnativa la discesa della cresta del Dosso Alto: i primi cinquanta metri superano un ripidissimo ed esposto pendio instabile dove gli scalini un tempo piazzati si sono ormai quasi completamente distrutti, poi altri centoquattordici metri che alternano brevi muretti rocciosi, comunque superabili faccia a valle, a rocce montonate e ripidi pendii erbosi, infine, dopo un pericoloso e delicato traverso su erbe lunghe e senza una netta traccia su cui posare i piedi, duecentodieci metri di vertiginosa discesa su scivolosissima erba.

In piano, su larga mulattiera, fino al Giogo del Maniva: ora si può respirare, ci sono alcuni su e giù nel tratto delle Colombine ma nulla di rilevante e fino al Passo delle 7 Crocette potrò pensare solo al recupero delle energie.

La risalita del Monte Crestoso è invero ben più ripida di quanto appaia nel profilo, comunque corta e seguita da un bel tratto di cresta pianeggiante. Altrettanto ingannevole il profilo nel tratto delle due cime di Stabil Fiorito e in quello dei Corni del Diavolo: in poche centinaia di metri s’inseriscono strettissimi intagli con ripide e delicate (alcune anche esposte) discese e ripide e faticose risalite. Viste le ormai tante ore che avrò nelle gambe qui ci sarà da ponderare bene il passo.

Abbastanza tranquilla la risalita del Monte Muffetto, altrettanto dicasi per la discesa all’omonimo passo, poi di nuovo un’apparente lungo tratto di assoluto riposo, invero tra il Passo del Muffetto e la Colma di Marucolo si alternano brevi ma ripidissime salite e corrispondenti discese. Assolutamente riposante, invece, la discesa al Colle di San Zeno.

Profilo altimetrico tratta 4Profilo altimetrico tratta 5

Ancora un tratto tutto sommato rilassante poi, in vista di Malga Gale, dovrò tornare a misurare il passo: sebbene la salita sia spezzata da un lungo traversone pianeggiante, i due strappi sono decisamente ripidi, nel primo c’è anche da superare un lungo (quindici massimo venti metri) caminetto roccioso e una successiva paretina: le difficoltà sono banali (primo grado) ma il reiterato passaggio ha lucidato gli appoggi rendendoli scivolosi.

Dalla vetta del Guglielmo è una lunga e sostanzialmente riposante discesa, solo il tratto sovrastante la Malpensata risulta delicato per la presenza di spuntoni rocciosi. Da sfruttare per dare ulteriore respiro alle gambe il tratto che porta alla Forcella di Sale. Ora l’ultima vera fatica del giro: la ferrata dell’Almana. Invero chiamarla, come fanno tutte le relazioni, ferrata è un poco esagerato, ma la ripidità del pendio erboso da risalire è tale da avvicinarsi molto alla verticalità e richiede moltissima attenzione, specie considerando che ormai le mie gambe saranno ben intossicate dalle tante ore di cammino e dall’assenza di riposo. Alla sommità dei prati un traverso con cordina metallica non mi dà più di tanta preoccupazione, mentre un poco di pensiero me lo crea il successivo breve (una decina di metri) tratto di sprotetto traverso sopra il vertiginoso prato: la traccia di passaggio è debole, rotta e quasi completamente ricoperta di erba. Breve facilissima paretina che porta in cresta, un bel tratto pianeggiante sull’esposta cresta (ma con traccia regolare, uniforme e bella larga), infine gli ultimi strappi erbosi che adducono alla vetta.

Sono sulla dirittura d’arrivo, da qui in avanti è tutto un perdere quota e, sebbene s’inseriscano ancora alcune brevi ma ripide salite, si tratta solo di ben dosare l’energia ancora rimasta e tenere duro fino al traguardo che man mano si fa sempre più vicino.

Profilo altimetrico completo

Con l’ultima immagine, il profilo completo del giro, ecco, combinando l’analisi del profilo altimetrico con le osservazioni dirette fatte sul campo, la considerazione strategica complessiva.

Ho potuto verificare che in massima parte i tempi di tabella sono abbastanza larghi per cui la riduzione a quaranta ore mi permette comunque un passo medio abbastanza tranquillo. La particolare modalità di TappaUnica3V, però, richiede un’attenta differenziazione dell’andatura al fine di evitare, prima, un precoce affaticamento e, poi, il necessario supporto alla stanchezza muscolare e generale che si andrà man mano ad accumulare, inserendoci nel mezzo le variazioni adeguate al superamento di alcuni tratti dalle differenti e precise peculiarità tecniche, in particolare quelli che prevedono tratti di arrampicata e, comune, più o meno delicati passaggi esposti.

Partenza dolce per non distruggersi subito sugli strappi della Maddalena e di Conche (primo decimo del percorso), da qui a poco oltre la Pezzeda (Passo di Prael; quattro decimi del percorso) sensibile aumento dell’andatura sfruttando le migliori discese per ulteriori accelerazioni. Corna Blacca da prendersi con calma nella salita mentre veloce può essere la discesa (anche perché sul terreno franoso più si frena e più si rischi di finire a terra), al contrario sul Dosso Alto la salita può essere un poco più sostenuta mentre serviranno calma e molta attenzione sulla cresta di discesa. Dal Giogo del Maniva (quasi cinque decimi di giro) nuovamente passo sostenuto fino a Malga Gale (sette decimi di giro), tenendo comunque conto dei brevi ma ripidissimi strappi che numerosi si alternano fino alla Colma di Marucolo. Salita del Guglielmo controllata poi deciso fino alla Forcella di Sale, qui ancora passo calmo e molta attenzione fino alla vetta dell’Almana (quasi otto decimi di giro) dalla quale, visto che a questo punto la fatica accumulata si farà sentire con viva forza, via molto tranquillo e con passo assolutamente costante fino a Brescia dove potersi finalmente accasciare a terra e godersi il meritato riposo.

#TappaUnica3V, test di risalita


Una delle caratteristiche tecniche dominanti in tutte le escursioni che si svolgono su due o più tappe è la presenza di risalite, ovvero delle salite che seguono delle discese, e più aumentano le tappe più aumentano le risalite. Il sentiero 3V non è da meno anche se, essendo un percorso che segue quasi fedelmente una linea spartiacque, gli sbalzi più accentuati sono posti all’inizio mentre nel resto del percorso i cambi di dislivello risultano in media contenuti sotto i quattrocento metri. Questa caratteristica lo rende un percorso accessibile senza il bisogno di un estremo allenamento.

La questione cambia aspetto se si pensa ad una percorrenza in tappa unica, in questo caso anche i minimi sbalzi diventano man mano sempre più rilevanti e pesanti e un percorso di cresta di sbalzi ne presenta certamente in numero considerevole. Ecco allora l’esigenza di valutarmi e allenarmi sulle risalite. A questo aspetto mi ci dedico in questo periodo di vacanze.

Sabato 26 dicembre

Semplice e breve escursione in compagnia di mia moglie sulle montagne di casa: Monte Tre Cornelli da Gavardo per il sentiero 501. In tre ore e quindici minuti abbiamo percorso poco più di dieci chilometri coprendo un dislivello unico di seicento metri.

Domenica 27 dicembre

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Primo test di risalita con annessa bella camminata: 25 chilometri, dislivello totale di 1350 metri ripartito in due salite, la prima da 720 metri (687 metri tra quota minima e massima a cui si aggiungono due brevi perdite di quota e successive risalite) e la seconda da 604 metri, e alcuni lievi su e giù nel tratto di cresta sommitale.

IMG_8183Partenza alle otto in punto da via Pusterla in quel di Brescia città per salire al Monte Maddalena seguendo il percorso del sentiero 3V. In settantadue minuti di cammino ininterrotto (se non per fare qualche fotografia) sono ai ruderi del rifugio Maddalena, di poco più basso della quota massima del giro. Senza sosta infilo la strada sterrata di servizio alle varie postazioni di antenne civili e militari disposte lungo il crinale sommitale, finché inizia il lungo tuffo verso il Colle di San Vito prima e il centro abitato di Nave poi, dove arrivo in ottantadue minuti dal rifugio e due sculettate per il tanto fango presente e le viscide lisce rocce che ricoprono molti tratti della Val Salena.

Potrei portarmi subito al sentiero di risalita ma voglio visionare l’esatto percorso del 3V attraverso l’abitato fino alla chiesa di San Rocco per cui mi faccio questo avanti e indietro per un totale di un chilometro e mezzo e solo dopo mi porto a ovest lungo via Crocelle e, alle ore undici raggiungo l’inizio del sentiero 11. Subito la salita si fa ripidissima, il sentiero è profondamente scavato, presumo dall’utilizzo come percorso di discesa MTB, rendendo più difficile fare presa sul fondo di terra rossa fortemente bagnato. In ogni caso salgo molto veloce, risolvo qualche dubbio di itinerario in un paio di punti dove la segnaletica si fa carente e a mezzogiorno e dieci sono di nuovo ai ruderi del rifugio Maddalena. Negli ultimi metri di ripida salita, prima d’imboccare la stradina piana della parte superiore, gambe e fiato hanno dato qualche sintomo di affaticamento costringendomi a qualche brevissima sosta, pochi secondi ogni volta, comunque manco ci penso alla possibilità esistente di evitare gli ultimi centocinquanta metri di dislivello. Alla fine sono salito in un’ora e dieci minuti contro le due ore e mezza della tabella, non male direi considerando che anche il resto del percorso l’ho fatto tenendomi sempre molto sotto i tempi indicati dalle tabelle segnaletiche, mediamente dal 20 al 40% in meno.

IMG_8213Mi concedo una breve sosta per mangiare qualcosa e poi via, giù verso la città seguendo il sentiero numero 5 fino a San Gottardo da dove riprendo il 3V fino alla macchina alla quale giungo in altri cinquantaquattro minuti, dimezzando ampiamente il tempo di tabella.

E le gambe? Alla grande, solo qualche lievissimo segno di affaticamento che in serata è già quasi completamente scomparso… programmo la prossima uscita per martedì 29: nove chilometri in meno, dislivello totale similare ma due toste salite, due ripide e lunghe discese e, per il resto, continui su e giù.

Lunedì 28 dicembre

Sul tardo pomeriggio si evidenziano dolori ai polpacci e al fianco della gamba destra dove nel primo scivolone di ieri ho battuto contro un sasso, così decido di non preparare lo zaino e di rimandare la decisione alla mattina dopo.

Martedì 29 dicembre

Mi sveglio tardino, la botta alla gamba da almeno un’ora mi provoca forti dolori pulsanti, inoltre non mi sento a posto, è solo una cosa così, una sensazione ma nella mia lunga esperienza di montagna ho imparato a dare ascolto alle mie sensazioni: non sbagliano mai. Rimando l’uscita di un giorno.

Come volevasi dimostrare la sera mi sento molto meglio e sono psicologicamente carico, preparo senza esitazioni lo zaino, per sicurezza ci metto anche la frontale, sia mai che, visto il carico a cui mi sto sottoponendo, il mio organismo abbia un crollo e faccia buio prima che sia rientrato alla macchina.

Mercoledì 30 dicembre

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Brutta notte, non so perché ma l’ho passata contando le ore, alla fine quando mancano pochi minuti alle sei decido di alzarmi: guadagnerò una mezz’ora sul previsto, anzi anche qualcosa di più visto che troverò meno traffico, dandomi maggior margine rispetto al tramonto.

Mentre attendo che si scaldi l’acqua dell’infuso lavo i piatti e alle sei e mezza sono in partenza. Come previsto il viaggio è meno trafficato del solito così arrivo a destinazione, il Colle di San Zeno, in un’ora e quindici minuti. Dal parcheggio posso vedere l’intero percorso di salita alla vetta del Guglielmo (sentiero 3V): bene, come già avevo intuito attraverso la webcam dello Sci Club Pezzoro, la neve che avevo visto qualche settimana addietro è quasi completamente sparita, restano solo piccole chiazze sparse qua e là nella parte bassa, quella che meno prende il sole.

IMG_8226Fa freddo, molto freddo, direi almeno cinque gradi sotto zero, sono però equipaggiato a dovere e posso incamminarmi senza timori, per altro il sole già illumina la cresta sommitale, il cielo è completamente sereno, si prospetta una giornata radiosa. Parto con calma, oggi, almeno sulla prima parte del percorso, voglio individuare il ritmo che dovrò tenere durante il giro di TappaUnica3V, un ritmo abbastanza blando al quale devo adeguare le mie gambe e la mia mente abituate a girare molto più velocemente.

Seguo una stradina sterrata che mi avvicina velocemente alla base della montagna, alcuni su e giù, diverse soste per fotografare il paesaggio e alcun bellissimi scorci. Per ora gambe, fiato e corpo vanno alla grande. Finisce la strada e inizia il sentiero, prima in lieve salita poi la pendenza aumenta facendosi veramente importante e le gambe danno qualche segnale negativo, rallento lievemente il passo e faccio qualche brevissima pausa. Alla mia destra, in alto, appare una cascina, dovrebbe essere Malga Gale, anzi sono sicuro che è lei, un ultimo ripidissimo prato e sono alla sua quota, sulla strada che la collega alla Pontogna, qui ho il primo punto di rilevamento tempo: aho, nonostante tutto sono due minuti sotto la mia tabella, che, ricordiamolo, è ridotta del venti per cento rispetto alla tabella normale. Ottimo!

IMG_8234Sopra di me il ripidissimo costolone che, con erbe e rocce, superando un dislivello di quattrocento metri porta direttamente alla quota 1953 della cresta sommitale. Inizio la salita e in breve arrivo alle prime macchie di neve, neveeee? Si, sull’erba è neve gelata ma ancora morbida, sul sentiero, invece, ghiaccio puro. Non ho i ramponcini (ancora sono indeciso se valga la pena di acquistarli visto che uscite invernali in quota per ora non rientrano nei miei piani, oggi è un’eccezione) ma non è per me nemmeno una situazione inusuale, in passato mi è capitato più volte, vuoi per necessità che per esercitazione, di camminare sul ghiaccio vivo senza ramponi, inoltre il ghiaccio ricopre solo tratti del sentiero ed è certo che salendo la situazione migliori, per cui senza esitazione procedo oltre calibrando a dovere il passo e sfruttando ogni più piccola conchetta del terreno, ogni sassolino per garantire una tenuta migliore delle suole.

IMG_8237Arrivo al sole e, anche se la temperatura è ancora bassa, ne approfitto per levare la giacca pesante. La ripida salita e l’avanzare dei minuti di cammino hanno ormai messo in pieno movimento il mio organismo, le gambe ora girano perfettamente e i dolori sono pressoché svaniti, il fiato poi.. beh, quello ne ho da vendere. In pochi minuti sono alla base del salto roccioso per cui sono qui oggi: sapevo essere semplice, ma non avendolo mai fatto voglio vedere di persona. Quello che vedo è uno stretto canalino, chiamarlo camino è forse un poco esagerato, sul fondo del quale si trovano gradini di roccia molto lavorata, insomma si presenta decisamente tranquillo. Una foto e via, mi infilo nel solco e inizio l’arrampicata, si arrampicata perché si tratta pur sempre di salire in verticale ed è necessario usare anche le mani, tutte e due. La roccia a causa dei frequenti numerosi passaggi si è lisciata, nulla in confronto a quanto trovato sulle classiche vie d’arrampicata del Brenta o delle Dolomiti o, peggio ancora, delle varie falesie e palestre, comunque è opportuno darci la massima attenzione: sebbene sotto ci siano solo prati e neanche tanto ripidi, man mano che si procede ci sia alza parecchio da terra, in totale sono una quindicina di metri, forse venti. Alla fine del caminetto sorpresa, un ampio balconcino erboso permette un’agevole sosta e l’osservazione di un panorama fantastico: davanti tutta la parte alta del 3V e l’Adamello, a sinistra la Presolana e la Concarena, a destra i monti che sovrastano il Lago d’Idro.

Ancora un breve e altrettanto facile tratto di arrampicata poi un lungo traverso ancora qualche metro di ripida salita ed eccomi sulla cresta sommitale, lo spettacolo si fa esaltante, a quanto osservato poco sotto si aggiunge tutta quella parte dell’orizzonte prima nascosta dal Guglielmo: sotto di me tutto il Lago d’Iseo, più in fondo il Mont’Orfano e più lontano ancora le Alpi Marittime e/o Liguri, a sinistra il Monte Baldo. Con questo incredibile panorama negli occhi percorro la cresta sommitale e, in breve, sono alla vetta secondaria ma più frequentata: il Castel Bertino. Mi concedo un momento più lungo di pausa, è la prima volta che arrivo qua sopra senza nuvole, in diverse occasioni ho avuto il sole fino a poco sotto la vetta per poi trovarmi improvvisamente avvolto da nuvole e dal freddo, devo assolutamente godermi questo spettacolo. Circumnavigando il monumento al Redentore, faccio il giro completo della larga vetta, scatto qualche fotografia, trovo un punto con il segnale del cellulare e invio un messaggino a casa per segnalare che tutto va bene e tranquillizzare mia moglie: essendo in giro da solo comprendo benissimo la sua preoccupazione.

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Si riparte, scendo sul versante opposto: rifugio Almici, Malga Guglielmo di sopra, Malga Gugliemo di sotto, Malpensata, Croce di Marone. Per verificare lo stato delle gambe in alcuni tratti, quelli più ripidi e scabrosi, mi lascio andare alla corsa, non velocissima, a volte trattenuta ma pur sempre una corsa. L’agilità è ottima e le gambe rispondono benissimo, così, invece di un’ora e mezza, ci ho messo solo quaranta minuti. Soffermandomi solo il tempo necessario per segnare il tempo e per dare un’occhiata alla cartina, lascio il sentiero 3V e prendo la direzione di Caregno. Strada cementata indi alcuni tratti ripidissimi sui quali le gambe iniziano a dare i primi segni di vera stanchezza, devo inserire qualche breve sosta. Segue un tratto di non ripida discesa che mi consente un discreto recupero, poi ancora salita, subito ripidissima. Salgo in un bellissimo bosco, il fondo completamente ricoperto di foglie e tra queste.. sorpresa… dei bellissimi gruppi di bucaneve. Man mano che salgo il fiato inizia a farsi corto, rallento un poco, una Malga appare sopra di me e il passo tende a farsi nuovamente più veloce, ma non riesco più a reggerlo, negli ultimi ripidi metri sotto la malga sono costretto a fermarmi spesso, pochi secondi, giusto il tempo di due o tre respiri. Alla fine, dando tutto quello che posso dare, eccomi alla malga, davanti a me la strada sterrata che con moderata pendenza mi porterà agli Stalletti Alti. Verifico il tempo di questo tratto di salita e… cavolo, ecco perché sono scoppiato, l’ho fatto di gran carriera dimezzando nettamente il tempo di tabella.

IMG_8296Qualche foto e via, m’incammino lungo la strada, oltrepasso gli Stalletti Bassi e, con passo che è tornato a farsi sostenutissimo, risalgo a quelli Alti dove finalmente mi concedo una pausa cibo, peccato che il tè caldo a cui stavo agognando sia diventato freddo, lo bevo comunque piacevolmente. Ne approfitto per cambiare la maglia fradicia di sudore: devo tornare sul versante in ombra, meglio avere indosso roba asciutta. Di nuovo in marcia per questo secondo tuffo su ripidissimo pendio erboso che mi farà perdere in pochi minuti, diciotto per la precisione, trecento sei metri di dislivello. Ehm, erboso? Diciamo piuttosto ghiaccioso, la discesa è necessariamente prudente, specie perché i tratti ghiacciati sono assai lunghi ed anche dove il ghiaccio sembra non esserci in realtà è lì in agguato, sottile e talmente trasparente da risultare quasi invisibile. L’esperienza e l’allenamento danno i loro frutti, sono al prato della malga Pontogna senza nessun scivol… ooooneeee ormai con la tensione alleggerita dall’essere su pendio quasi pianeggiante ho dato troppa fiducia passando deciso su una larga placca di ghiaccio e mi sono dovuto esprimere in una bella pattinata, fortunatamente (o abilmente?) restando in piedi. Per strada sterrata dove il ghiaccio, ancora presente e in grande quantità, certo non mi crea più problemi velocemente sono di nuovo a Malga Gale e da questa lungo il 3V al Colle di San Zeno e alla macchina.

Mille duecento i metri di dislivello secco, se gli aggiungiamo i sali e scendi direi almeno mille quattrocento metri; sedici i chilometri lineari, indi quelli effettivi, considerando le pendenze in buona parte rilevanti, sono di certo più di venti, forse venticinque; non ho reperito le tabelle orarie di tutte le tratte ma penso di poter affermare che il giro si attesta attorno alle 8 ore e mezza, io avevo programmato di farlo in sei ore e venti, alla fine l’ho fatto in cinque ore e dieci. E ho anche trovato il tempo e la forza di scattare centoquindici foto 🙂 Che dire… Una giornata stupenda, un giro veramente incredibile e affascinate, dei panorami mozzafiato, gambe che solo negli ultimi dieci minuti hanno iniziato a farsi dure, fiato che va alla grande, che vuoi di più? “Beh si, qualcosa di più lo vorrei” il mio corpo subito risponde alla domanda, “voglio libertà, mi hai fatto lavorare tanto e a lungo ingabbiato nel cilicio delle vesti, ora voglio respirare, devi darmi almeno qualche ora di nudità!” “Qui fa troppo freddo, ne riparliamo a casa” e arrivato a casa è proprio la prima cosa che faccio, dare libertà e respiro al mio corpo!

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Tiriamo le somme

Visto che è l’ultimo allenamento di questo 2015 opportuno tirare le somme del lavoro fatto in un mese e dieci giorni, tenendo conto che non disponendo di un sistema gps i calcoli sui dislivelli sono fatti a occhio per quanto riguarda i vari su e giù non rilevabili dalle cartine, mentre quelli sui chilometri sono fatti a mano sulle cartine e, pertanto, si riferiscono ai chilometri in proiezione lineare (quelli effettivi sono molti di più):

  • Escursioni effettuate 17
  • Ore di cammino 70
  • Dislivello 14800m
  • Chilometri più di 250

Mica male, direi… TappaUnica3V arrivooooo 🙂

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#TappaUnica3V ancora parte alta


Vetta della Corna Blacca

Vetta della Corna Blacca

La direttissima alla Corna Blacca l’avevo fatta quando ancora non arrampicavo, ovvero tanti ma proprio tanti anni addietro, per cui i ricordi erano vaghi e visto che alcuni amici me ne parlavano timorosi e le relazioni lette davano dei facili ma esposti passaggi in roccia, qualche titubanza s’era insinuata nella mia mente e volevo risolverla al più presto. Così, approfittando delle bellissime previsioni meteorologiche e del sensibile rialzo della temperatura, decido di tornare sulla parte alta del sentiero 3V a visionare tale tratto.

Ne voglio approfittare anche per verificare lo stato di forma dopo il lieve affaticamento registrato domenica scorsa e per fare ulteriore allenamento: invece di salire in macchina fino al Maniva e limitarmi alla direttissima della Corna Blacca, programmo di partire da San Colombano, seguire il sentiero 350 della Valle dell’Inferno fino all’incrocio con la variante bassa del sentiero 3V, seguendola portarmi al Passo di Prael per salire alla vetta lungo la variante alta del 3V, discendere la direttissima per poi spostarmi fino poco oltre il Passo delle Portole in zona Caldoline da dove tornare a San Colombano per il sentiero Margheriti. Così facendo potrò anche verificare i tempi di percorrenza del tratto Passo di Prael, vetta, Passo delle Portole e fissarli definitivamente sulla tabella di marcia della TappaUnica3V.

Sabato 19 dicembre 2015, giunto a San Colombano poco oltre le otto perdo una mezz’ora buona per trovare parcheggio: i due grandi all’ingresso del paese sono occupati da cataste di legna e avvisi indicano di non parcheggiare in zona, gli altri più piccoli in paese sono tutti contrassegnati come privati; alla fine chiedo ad una persona che finalmente incontro trovando una incerta indicazione della possibilità di parcheggiare comunque tra le cataste di legna visto che è giorno non lavorativo. Con qualche incertezza lascio la vettura nel lungo indicatomi e mi incammino verso l’inizio del sentiero.

Dopo una blanda partenza la salita si fa subito assai ripida, per giunta con un fondo fortemente irregolare che rende il cammino ancor più faticoso. Le gambe girano bene e salgo velocemente senza sentire i temuti dolori ai quadricipiti: a quanto pare hanno reagito alle precedenti fatiche e si sono potenziati. Un breve tratto di respiro e poi è nuovamente salita durissima, vuoi per la pendenza decisamente importante, vuoi per lo strato di foglie che ricopre il terreno e rende instabile la presa delle suole. Al successivo spianamento del percorso giungo alla Casina Alta di Corna Blacca e in pochi minuti sono sul sentiero 3V. Breve sosta per liberarmi dalla giacca e poi via di nuovo a passo sostenuto. Al Passo di Prael passo definitivamente dall’ombra al sole e la temperatura, vista anche la totale assenza di persone, mi invita a liberarmi dei pantaloni per procedere in libertà, sebbene per precauzione, visto che sono da poco uscito da un brutto raffreddore, tengo la maglia.

Il migliorato respiro del corpo, ora per giunta ben controllato e regolato grazie alla liberazione dei principali recettori termici (posti proprio nei genitali), porta ad una sensibile accelerazione del passo tanto che, quando riprende la salita ripida, è stavolta il fiato a farsi pesante e impormi qualche secondo di sosta. Eccomi alle cenge che, scorrendo sotto le pareti sommitali, con qualche delicato tratto esposto sui ripidi prati mi portano al bivio per la vetta. Qui mi avvedo che dietro di me e più veloce di me sta arrivando un’altra persona, mi faccio da parte, educatamente saluto (non ricambiato, sic!) e lascio passare. Poco sotto la vetta, immaginandomi (correttamente) di trovarvi gente, mi rimetto i pantaloncini: visto che non faccio del male a nessuno (anzi, caso mai faccio del bene contribuendo alla cura di un illogico e innaturale malessere sociale: la fobia del nudo) e che materialmente sono conforme alla vigente legislazione e alle attuali convenzioni giuridiche, quando sono in montagna in luoghi poco o nulla frequentati o, comunque, in periodi di assoluta solitudine ritengo d’avere il pieno diritto di donare al mio corpo la piena libertà, d’altra parte comprendo che, per quanto limitate, ancora sussistano condizionate resistenze al nudo sociale, ingiusto ma purtroppo necessario, quindi, mediare le due cose nell’avvicinarsi a zone di possibile affollamento, d’altronde anticipo il rivestimento solo di pochi minuti visto che a breve dovrò tornare sul versante in ombra del monte dove la temperatura è sicuramente meno confortevole.

Discesa della direttissima, scendo quasi di corsa, con alcuni balzi supero due brevi tratti rocciosi e in pochi minuti sono alla base della pala: ehm, ma dove sono le difficoltà di cui mi hanno parlato e delle quali ho letto? Con la mente definitivamente liberata dal peso di questo pensiero velocemente arrivo al bivio per il sentiero Margheriti. Breve ripida discesa su terreno franoso e poi un lungo diagonale su neve gelata. Arrivo ad una radura dove i segni, già radi, svaniscono del tutto, perdo alcuni minuti per trovare la giusta direzione. La stessa cosa si ripete poco più sotto dove il bosco è stato recentemente tagliato facendo svanire le indicazioni e ricoprendo le tracce del sentiero.

Cascina Barzo, in un vasto prato i segni svaniscono nuovamente, scendo fiducioso verso i ruderi della struttura ed eccoli di nuovo sui suoi muri: indicano di scendere ma subito dopo svaniscono nuovamente e con essi svaniscono anche le tracce di sentiero, ricoperte dai tanti residui di un ampio taglio del bosco. Giro e rigiro per quindici minuti, scendendo e risalendo per il prato e il bosco sottostanti la cascina, nulla, nessuna traccia dei segni, allora decido di procedere a mia logica e in dieci minuti sono ad una radura dove trovo una strada sterrata. Per questa pervengo alle cascine di Paghera (dove sarei dovuto comunque arrivare con il sentiero giusto), la strada si fa cementata e in altri pochi minuti sono a Bocafol sul fondo valle (negli ultimi metri ritrovo la segnaletica del sentiero Margheriti), due chilometri e mezzo di strada asfaltata e sono alla macchina.

Come è andata fisicamente? Stanchezza zero, qualche dolore serale ai legamenti interni del ginocchio, il resto lo lascio descrivere ai tempi di marcia; il dislivello è di 1079 metri, ai quali se ne aggiungono almeno altri cento cinquanta relativi ai su e giù.

Tratto Tempi di tabella Tempo mio
San Colombano – Cascina Alta Corna Blacca 120 min 55 min
Cascina Alta Corna Blacca – Bivio Sentiero 3V 15 min 6 min
Bivio 3V – Passo di Prael 35 min 17 min
Passo di Prael – Vetta Corna Blacca 100 min 50 min
Vetta Corna Blacca – Bivio varianti 3V 60 min 20 min
Bivio var. 3V – Passo delle Portole 30 min 19 min
Passo delle Portole – Cascina Barzo ignoto 23 min (di cui almeno 5 di ricerca sentiero)
Cascina Barzo – Paghera ignoto 25 min (di cui almeno 15 di ricerca sentiero)
Paghera – Bocafol ignoto 10 min
Bocafol – San Colombano ignoto 15 min
Totale Di sicuro almeno 7 ore e 30 minuti 4 ore (di cui almeno 20 di ricerca sentiero)

Domani riposo facendo solo una leggera camminata nel bellissimo parco della Rocca di Manerba: che peccato sia impossibile starci nudi!

P.S.

Come tutte le precedenti, anche questa uscita è stata effettuata con lo zaino a spalle. Il suo contenuto è diverso (meno liquidi e alimenti, più abbigliamento) ma il peso è similare a quello che avrà durante la TappaUnica3V.

2016 anno dei cammini


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Da “Camminare – Tutto il mondo a piedi” apprendo che in questi giorni il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha annunciato che, al fine di ridare vigore alle iniziative per la segnalazione dei sentieri, il 2016 verrà dichiarato anno del cammino. Manco a farlo apposta viene a combinarsi perfettamente con la mia TappaUnica3V dando alla stessa un ulteriore e ancor più rilevante significato.

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L’annuncio si integra bene anche con il programma “QuindiciDiciotto“, serie di escursioni sui luoghi della Grande Guerra ricalcando le orme dei soldati e visitando i resti delle loro strade, trincee e altre opere.

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Via 2016 anno dei cammini – per stare bene, per turismo, per arte, per sport, per stare insieme, per vivere meglio.

#TappaUnica3V: chiusa la parte alta


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La vetta del Muffetto in un momento di sereno

Questo fine settimana ci si è messo di mezzo il lavoro e ho potuto dedicare al progetto TappaUnica3V solo la domenica, comunque una giornata fruttuosa che mi permette di completare l’esplorazione della parte alta occidentale del sentiero 3V, dal Maniva al Colle di San Zeno.

Sono partito da Le Baite di Monte Campione per raggiungere, attraverso la Stanga del Bassinale e il tratto di raccordo tra variante alta e variante bassa del 3V, la sella erbosa tra Corno di Mura e Monte Muffetto. Da qui salita al Monte Muffetto, discesa all’omonimo passo e poi, avvolto dalle nuvole e tormentato da un forte e freddo vento, su e giù per la lunga dorsale che, passando per il Monte Splaza, il Dosso Rotondo e Monte Campione, porta alla Colma di Marucolo. Da qui sono ritornato esattamente sui miei passi fino al Passo del Muffetto da dove in pochi minuti si rientra al parcheggio di Le Baite di Monte Campione. In totale circa tre ore di cammino, 630 metri di dislivello e dodici chilometri lineari.

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Si ritorna nelle nuvole e nel vento

Oggi visto che le gambe, specie nei tratti di salita ripida, un poco si ribellavano al tentativo di farle mulinare al massimo, ho cadenzato il passo sulla frequenza che ho ormai individuato come quella da tenere durante il giro finale e evo dire che ho pensato bene: con questo passo rientro ottimamente nei tempi calcolati (inferiori del venti per cento a quelli di tabella), anche se devo restare molto concentrato per evitare di aumentarlo essendo molto inferiore a quello mio tipico.

Alla fine, considerando quei tratti che avevo già fatto più volte anche in tempi recenti, con questa uscita posso dire di avere esplorato e testato quasi l’intera parte alta (mi mancano solo la discesa dalla Corna Blacca e la salita al Guglielmo dal Colle di San Zeno che comunque conosco) buona parte dell’intero percorso, le parti che mi mancano e che non conosco nella parte bassa (il tratto dalle Passate Brutte alla Passata del Vallazzo e, sull’opposto lato della val Trompia, il tratto da Polaveno alla Stella) potrò facilmente esplorarle anche nel periodo invernale.

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#TappaUnica3V: tre per tre


Tre giorni, tre escursioni, due tranquille in compagnia di mia moglie, una decisamente impegnativa e che ha messo a dura prova la mia resistenza, sia quella fisica che, e soprattutto, quella psichica.

Domenica 6 dicembre

In una giornata solare partiamo a mattina già avanzata per un’escursione alle porte di casa: l’anello di Sant’Eufemia, sentiero 1 più sentiero 2, sul versante meridionale del Monte Maddalena. In meno di tre ore abbiamo coperto 620 metri di dislivello e il lungo tratto a mezza costa che raccorda i due sentieri.

Le mie gambe rispondono alla grande: pur avendo superato direttamente tutti i tratti più ripidi ed avendo sfruttato le roccette per sforzare ancora di più sui quadricipiti non avverto dolori.

Lunedì 7 dicembre

Dalla vetta del Crestoso verso la Foppa del Mercato (a centro foto)

Dalla vetta del Crestoso verso la Foppa del Mercato (punto di massima depressione della cresta)

Approfittando dell’assenza di neve esploro un tratto alto del 3V che non conosco: dal Passo delle 7 Crocette alla Foppa del Mercato. Partenza dal Graticelle, una frazione di Bovegno, salita per il sentiero 341, traversata del Crestoso e delle Cime di Stabil Fiorito, discesa (ehm, invero è più che altro un lungo mezzacosta) alla Baita di Prada per il sentiero 339A (detto Sentiero dei Camosci, nome che la dice lunga sulla sua conformazione), da qui con il sentiero 339 discesa a Graticelle passando per la Baita di Prada, la Capanna Remedio e il Ponte di Rango (ed anche questo tratto presenta un lunghissimo interminabile traversone con alcune improvvise e ripide salite che hanno messo a dura prova la mia resistenza fisica e, non aspettandomele, soprattutto psichica). Stando alle tabelle il giro doveva durare nove ore, io, nonostante un forte raffreddore che mi fa respirare male e nonostante il freddo che mi costringe a stare vestito facendo brontolare il mio corpo ormai abituato alla piacevole libertà del nudo, l’ho fatto in sette, considerando anche il tempo perso a causa di diversi punti dove le indicazioni erano carenti o ambigue.

Test importantissimo la ripidissima salita del Dosso della Croce fatta in circa un terzo del tempo indicato dalla tabella: 30 minuti contro l’ora e venti. In questo tratto, dopo i primi dolori ai quadricipiti, sono apparsi dolori anche ai polpacci (la traccia sale costantemente sulla linea di massima pendenza). È comunque bastato il falasopiano che alla fine del dosso conduce al Passo per recuperare le energie necessaria ad affrontare l’ancor più ripida salita al Monte Crestoso e il successivo su e giù per le varie cime che si susseguono lungo la cresta che adduce alla Foppa del Mercato e che alza sensibilmente il già rilevante dislivello di 1503 metri: ad occhio e croce, comprese le salite del tratto di sentiero che dalla Capanna Remedio porta al Ponte di Rango, direi che in totale dovrebbe aggirarsi attorno ai 1700 metri.

Rientro alla macchina con le gambe ancora elastiche e agili nonostante siano diffusamente doloranti; nel togliere lo zaino rilevo un poco di stanchezza alla schiena ma niente di ché, passa in pochi minuti; i piedi, anche grazie alle straordinarie calzature che utilizzo, stanno alla grande; lo stato generale è ottimo, nessun dolore alle ginocchia e nemmeno alle caviglie, l’affaticamento è praticamente pari a zero, che dire: a fine precauzionale, onde darmi un buon margine fisico e psichico, sarà mia premura innalzare ancora la preparazione, ma l’impressione è che già così possa essere adeguata a TappaUnica3V. Se non nevica le vacanze di Natale potrebbero essere l’occasione buona per effettuare un primo test attorno o sopra le 15 ore di cammino.

Ah, dimenticavo, contrariamente a quanto ormai è abitudine dei più io non uso bastoncini, preferisco ancora camminare alla vecchia maniera.

Una curiosità: nell’ultima ora di cammino un forte aiuto psicologico me l’ha dato la speranza, poi risultata vana, di trovare all’arrivo un bar dove potermi concedere un bel paninozzo col salame accompagnato da un bicchierone di vino rosso nostrano. Credo proprio che per TappaUnica3V mi organizzerò per farmi trovare questo premio all’arrivo a Urago Mella.

Martedì 8 dicembre

Non c’è sosta per chi si allena ed allora eccomi qua al Colle di San Zeno per esplorare anche il tratto di crinale che da detto valico si porta alla Colma di Marucolo sopra Monte Campione. Il dislivello è limitato, 450 metri all’incirca, ma qui comanda la lunghezza del percorso: quasi 5 chilometri (in proiezione lineare) che percorriamo in due ore e mezza tra andata e ritorno. Alcuni tratti ripidi mi permettono di valutare lo stato delle gambe: ottimo, è bastata una notte di riposo per farle tornare a pieno regime.

Colma di Marucolo: vista sulla parte di salita fatta ieri

Colma di Marucolo: vista sulla parte di salita fatta ieri (a centro foto la lunga sagoma del Crestoso)

Punta Ortosei (Lodrino – BS)


  • Zona: Lodrino (Val Trompia – BS)
  • Punto di partenza e arrivo: Cocca di Lodrino (735m)
  • Quota massima: Punta Ortosei (1272m)
  • Dislivello totale (considerando anche i vari sali scendi): 600m
  • Tempo: 3 ore e mezza
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3Em
La cresta da Punta Orosei a Punta di Reai

La cresta da Punta Ortosei (a sinistra) a Punta di Reai (al centro)

Altra breve, divertente ed estremamente panoramica escursione di cresta, stavolta sull’altro lato della Val Trompia, quello che la separa dalla Val Sabbia.

In salita si segue il percorso originario, oggi definito variante alta, del sentiero 3V “Silvano Cinelli” mentre in discesa viene percorsa la più semplice ma molto meno interessante variante bassa. Nella parte alta si attraversano due grandi e ben tenuti roccoli, prestare attenzione durante il periodo di apertura della caccia in capanno; nella parte finale della discesa si attraversa un attivissimo campo per il tiro a volo che necessita di altrettanta attenzione: come indicato dai diversi e ben evidenti cartelli è importante mantenersi sulla strada tracciata. Sul tratto di cresta l’esposizione, seppure in assenza di pareti rocciose e per quanto sia discontinua, può pur sempre ad alcuni risultare fastidiosa, specie dopo delle piogge o in presenza di neve.

Comodo anche se non particolarmente grande il parcheggio (sterrato), situato proprio nel punto di scollinamento tra la Val Sabbia e la Val Trompia: la Cocca di Lodrino (735m). Altre possibilità di parcheggio si trovano nei pressi, specie sul lato triumplino dove a poche centinaia di metri c’è il centro di Lodrino.

Relazione

Prendere la strada asfaltata sulla destra (ovest) del parcheggio (via Santa Croce) e seguirla puntando ad un vicino gruppo di case, le Case Cucche. Ignorando una deviazione a sinistra tenersi a destra delle case e seguire una piana strada sterrata. Giunti alla località Acqua Fredda (fontanella sorgiva e cartello indicatore con il nome della zona) al bivio abbandonare la piana strada per prendere a sinistra una strada meno evidente e in ripida salita.

Risalendo il crinale dopo la Costa Nibbia

Risalendo il crinale sopra la Costa Nibbia

Dopo poco la strada si spiana e punta decisamente verso est diventando sentiero in parte invaso da una folta vegetazione. Quando sulla sinistra s’intravvede un campo con steccato in legno, ignorare le tracce che proseguono in piano a sinistra lungo lo steccato e prendere a destra un altro ripidissimo sentiero. Con percorso quasi costantemente sulla linea di massima pendenza, salire nel fitto bosco guadagnando rapidamente quota. Quando il bosco si dirada leggermente il sentiero volge lievemente a sinistra e la pendenza si riduce sensibilmente, giunti ad una radura il sentiero piega a destra costeggiando una valletta di scolo meteorico che più avanti si valica. Ad un bivio prendere il sentiero di destra che in poche decine di metri esce dal bosco e si porta in una radura erbosa. Attraversare il campo puntando, in diagonale verso destra, ad un sentiero sul lato opposto.

Procedendo sullo stretto sentiero che, con andamento a mezza costa, alternando lungi tratti pianeggianti ad altri di più o meno ripida salita, taglia lungamente i pendii erbosi della Costa Nibbia. Oltrepassato un crinale il sentiero gira nettamente a destra e, con forte pendenza, risale il versante destro orografico di detto crinale portandoci sul suo filo. In alto a sinistra, ben visibile, si erge la triangolare cuspide sommitale di Punta di Reai, sui suoi pendii erbosi si nota la traccia del sentiero che dovremo seguire.

Dopo un breve tratto pianeggiante si riprende a salire, poco dopo si abbandona il filo del crinale per traversare a mezza costa puntando ad una zona boschiva. La si oltrepassa passando nei pressi dei ruderi di un capanno, poi si risale il ripidissimo versante orientale della Punta di Reai e, tenendosi nei pressi del filo di cresta, se ne raggiunge la vetta (1247m; 1 ore e 30 minuti). Il panorama si estende a trecentosessanta gradi e, nonostante la visione risulti infastidita dalla chioma dei tanti alberi che attorniano la cima, è possibile riconoscere buona parte del tracciato del sentiero 3V.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Ortosei

Scendere sul lato opposto della vetta e, superato un breve tratto di bosco, si riprende l’esile linea della cresta che definisce lo spartiacque tra Val Sabbia e Val Trompia. Il sentiero si fa particolarmente stretto e, sebbene manchino pareti rocciose che possano creare una vera esposizione al vuoto, i ripidi prati sui due lati qualche trepidazione la possono procurare consigliano un passo calmo e attento. Dopo una breve discesa e un bel tratto pianeggiante si riprende a salire per pervenire alla vetta di Punta Ortosei (1272m; 20 minuti, 1:50 ore totale). Ancora un ampio panorama si offre ai nostri occhi.

Scendendo lungo il versante opposto a quello di arrivo si seguono le evidenti tracce di passaggio che solcano un ripido ma non esposto pendio erboso e in breve si perviene ad una sella. Si risale sull’altro lato per prendere, ancora sul filo di cresta, un sentiero ora più largo che poi si trasforma in strada sterrata, seguendola in breve perveniamo al grande e ordinatissimo capanno della Passata Vallazzo (1185m; 20 minuti, 2:10 ore totale). Poco oltre la strada scende a sinistra mentre a destra un esile sentiero s’inoltra a mezza costa su ripidi pendii di erba. Qui troviamo le paline del sentiero 3V che indicano il bivio tra la variante alta e la bassa.

Prendere la strada sterrata che scende nella valle sul lato sabbino e, con diversi tornanti e alcuni tratti ripidissimi, dopo un lungo cammino porta al fondo del Vallazzo. Un tratto quasi pianeggiante adduce al Campo di tiro a Volo “Valle Duppo” (1 ora, 3:00 totale). Si passa accanto al poligono e nuovamente in discesa, oltrepassando le varie strutture del campo, si perviene all’ampio parcheggio che attraversiamo interamente per imboccarne la strada asfaltata di accesso. Seguendo il nastro asfaltato si discende una bella costa erbosa (in basso a destra si nota una pista da motocross) giungendo ad una sbarra. Poco oltre si arriva ad un bivio, prendere la strada asfaltata di sinistra che, con andamento sinuoso, taglia la base della Costa Nibbia e perviene alla sorgente dell’Acqua Tignosa. Con un ultimo strappo di salita (41 metri di dislivello) ritorniamo al punto di partenza: la Cocca di Lodrino (735m; 20 minuti, 3:30 totale).

Panorama da poco sotto la Punta di Reai

Panorama da poco sotto la Punta di Reai, a centro foto Lodrino

Traversata dei Corni del Diavolo (Monte Campione – BS)


  • Zona: Monte Campione (Val Camonica – BS)
  • Punto di partenza e arrivo: Plan di Montecampione (1800m)
  • Quota massima: Corni del Diavolo (2031m)
  • Dislivello totale (considerando anche i vari sali scendi): 460m ca.
  • Tempo: 4 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3Cf
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Tratto finale della traversata

 Breve e divertente traversata lungo panoramiche creste erbose. La costante forte esposizione, la presenza di diversi tratti molto ripidi (erba e terra) e alcuni facili tratti rocciosi rendono questo itinerario accessibile solo a chi abbia dimestichezza con il vuoto, equilibrio e passo stabile. Da evitare o comunque percorrere con estrema cautela (eventualmente calzando dei ramponcini) se il terreno risulta bagnato da recenti piogge o anche solo inumidito dalla condensa del primo mattino.

L’itinerario così come proposto segue fedelmente il tracciato del sentiero 3V “Silvano Cinelli” alternando la variante bassa con una parte della variante alta e passando dall’una all’altra con due opportuni raccordi sempre segnalati in bianco azzurro.

Si parcheggia nella zona antistante il decadente complesso residenziale “Le Baite”, oppure, aggiungendo al dislivello da percorrere altri centoquaranta metri, nell’ampio parcheggio situato di fronte alla partenza della seggiovia “Larice” (1664m) dal quale si può salire all’inizio del sentiero seguendo la strada asfaltata o la parte inferiore della pista da sci.

Relazione

Dal parcheggio (1800m) costeggiare, su sterrato misto ad erba, il lato a monte del complesso residenziale. Raggiunto il punto più alto del dosso erboso prendere la stradina che si dirige a sinistra verso un’evidente malga oltre la quale si scende in una valletta. Ad un bivio prendere la stradina a destra (quella a sinistra porta al rifugio “Alpini Monte Cimosco”), che ci riporta sulla verticale del complesso residenziale. Proseguendo fedelmente lungo la strada sterrata ci si avvicina al versante settentrionale del Monte Muffetto, in prossimità del quale, con pendenza più accentuata e con alcuni tornanti, si sale alla sella della Stanga del Bassinale (1897m; 30 minuti).

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La parte iniziale della cresta

Proseguendo lungo la strada sterrata si scende un poco sul versante opposto a quello di salita (Valle dell’Orso), in corrispondenza della prima curva (lunga curva a sinistra) prendere a destra le evidenti tracce del raccordo tra la variante bassa e la variante alta del sentiero 3V. Prima direttamente sulla linea di massima pendenza, poi in diagonale verso sinistra si risale un ripido pendio erboso arrivando ad una sella sulla linea di cresta tra il Monte Muffetto, a sud-ovest, e la Cima Torricella, a nord-est (ca 1900m; 20 minuti, 0:50 ore totale). Proseguendo a sinistra (rispetto al senso di arrivo) lungo l’erboso e largo crinale in breve si perviene alla vetta di Cima Torricella (2009m; 20 minuti, 1:10 ore totale).

 Senza percorso obbligato si divalla dolcemente per larga cresta erbosa, con qualche liscia placca rocciosa, per poi risalire ripidamente al Monte Rosello (2025m; 20 minuti, 1:30 ore totale) il cui versante camuno, con alte pareti rocciose, precipita a picco sulla sottostante ammaliante conca di verdi ondulati pascoli. Si prosegue lungo il filo di cresta, ora molto esposto su ambedue i lati, per scendere con molta cautela l’erto pendio erboso che adduce ad una sella, dalla quale subitaneamente si affronta il ripido pendio del primo Corno del Diavolo; consigliabile seguire la flebile traccia che sale fino in vetta ignorando le più evidenti tracce che, con forte esposizione, tagliano a mezza costa il versante occidentale.

Dalla vetta del primo Corno del Diavolo si scende tenendosi sulla sinistra del filo di cresta superando senza particolari problemi un tratto costituito da lisce e piatte placche rocciose. Superato un breve tratto pianeggiante si risale, ancora per ripidissimo pendio, alla vetta del secondo corno dalla quale si scende sul versante opposto tenendosi sul lato occidentale dove, nel ripido pendio d’erba e terra, evidenti tracce di passaggio permettono di aggirare abbastanza agevolmente i verticali salti rocciosi della cresta. Ritornati sul filo del crinale si discende un facile e breve saltino roccioso (evitabile traversando sull’erboso versante orientale) per poi salire alla cima del terzo e ultimo corno (2031m la quota del più alto dei tre corni, gli altri due sono di poco più bassi; 30 minuti, 2:00 ore totale). Senza via obbligata, per ampio pendio erboso si discende alla larga sella della Foppa del Mercato (1924m; 10 minuti, 2:10 ore totale).

Scendere sul versante camuno puntando dapprima verso sud per poi svoltare seccamente a nord e continuare a scendere lungo un evidente e largo sentiero. Con altro tornante si riprende la direzione verso sud che si mantiene a lungo per arrivare al prato che sovrasta la Malga Rosello di Sopra (Centro di Formazione Faunistica della Provincia di Brescia). Continuando a traversare verso sud in lieve discesa oppure scendendo direttamente per il non ripido prato si perviene ad una strada sterrata (1705m; 30 minuti, 2:40 ore totale).

Seguendo verso sud (sinistra) la strada sterrata si risale un dosso erboso per poi entrare in una bella conifera al cui termine, superata una sbarra, sulla destra un grosso masso erratico, la Corna dei Soldi (una tabella ne spiega l’interessante storia), e sulla sinistra un’area di sosta attrezzata con tavoli, panche e braciere. Sempre lungo la strada sterrata, si continua in leggera salita entrando nell’ampia conca del Lago Rondeneto dove la pendenza aumenta e la salita si fa un poco più faticosa. Si passa a sinistra della Malga Rondeneto per poi puntare all’ormai evidente sella della Stanga del Bassinale, alla quale si perviene con un tratto di strada ancor più ripido (1 ora, 3:40 ore totale). Da qui, seguendo la pista di sci, si scende al parcheggio per una via più diretta di quella percorsa in salita (20 minuti, 4:00 ore totale).

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Panorama verso la Val Trompia e la Pianura Padana

 

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