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Nudo col maglione


IMG_9514Sto salendo verso la vetta di un’alta montagna, ad un certo punto il cielo inizia a farsi grigio e il vento gira di direzione preannunciando l’arrivo di una bufera. La temperatura cala sensibilmente, dobbiamo fermaci per indossare i caldi giubbotti.

In abito leggero cammino per la città in una calda sera d’estate, alla vita ho legato un maglioncino qualora le previste piogge arrivino prima del mio rientro a casa.

Oggi lavori di riassetto del giardino, pantaloncini e maglietta sono d’obbligo seppure la giornata sia freschina. Passano le ore e la sera incalza, nonostante i lavori continuino incessanti, inizio a sentire un poco di freddo, mi fermo un attimo e m’infilo la giacca della tuta che avevo lasciato appesa all’altalena.

Vacanza al mare, ennesima giornata in spiaggia, oggi però il tempo fa le bizze per cui ci siamo portati appresso dei maglioncini da poter infilare nel momento che dovessimo iniziare a sentir freddo.

Quattro situazioni differenti, quattro situazioni dove il freddo più o meno intenso domina la scena, quattro situazioni in cui i protagonisti sono costretti a indossare qualcosa per coprirsi e in tutti e quattro i casi viene aggiunta copertura alla sola parte alta del corpo. Ovvio, naturale, spontaneo, chiunque possiede nel suo bagaglio esperienziale siffatta informazione: se viene freddo innanzitutto aumenti la copertura del busto, dal collo alla vita, e solo in seguito potresti forse sentire il bisogno di coprire maggiormente anche la restante parte del corpo.

Cambiamo scenario.

IMG_2091Un uomo prende il sole sulla spiaggia, è nudo, ma nessuno pare dargli attenzione: qui la nudità è regola. Ecco che dal mare si alza una leggera brezza, tutti s’infilano una maglia, compreso l’uomo nudo e… Ribrezzo, orrore: “sei un esibizionista”, “che senso ha coprirsi sopra e non sotto?”, “fai schifo”, “ma copriti!”

Discussione su un forum nudista, si parla di una foto che qualcuno ha pubblicato da poco, una foto in cui si vede una persona che passeggia per la campagna, indossa la giacca di una tuta e il resto è nudo. I commenti? Per la maggiore sono commenti di disprezzo: “non ha senso”, “se hai freddo ti copri tutto, non solo la parte alta”, “esibizionista”, eccetera.

Due situazioni similari alle precedenti quattro, due situazioni in cui il fresco domina la scena, due situazioni in cui, però, secondo alcuni, comunque troppi specie in ambito nudista, non è più valido l’atteggiamento comune e naturale visto nei quattro esempi iniziali. Se sei vestito è lecito aumentare la sola copertura della parte superiore, se sei nudo no, se sei nudo devi illogicamente coprirti completamente. Perché? Perché mai da nudi ci si dovrebbe comportare in modo differente, meno naturale, meno spontaneo di quanto si farebbe da vestiti? Boh!

Maglia tecnica invernale TECSO PRN1006


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Affiancandosi strettamente all’altra recensione fatta (T1006) e offrendo l’opportunità di ampliare il campo di scelta a chi avesse bisogno di una maglia tecnica da usare durante le proprie escursioni invernali, pubblico subito anche questa scheda.

Altra maglia Tecso di ottima qualità e dalle caratteristiche tecniche eccezionali, purtroppo con un probabile errore di stampigliatura della taglia che, pur senza inficiare del tutto la prova, ne condiziona notevolmente l’utilizzo e una parte delle valutazioni. Ma andiamo con ordine.

Dopo l’acquisto dell’altro modello, quello già recensito, visto che, nonostante la soddisfazione delle prove fatte, presentava qualche leggera controindicazione all’uso che ne devo fare (escursionismo a ritmo sostenuto e/o su percorsi estremamente lunghi), attraverso Internet mi sono informato sugli altri prodotti della Tecso e ho appreso che la loro produzione prevede anche capi d’abbigliamento più specifici per la corsa, presumibilmente più adatti alle mie esigenze. Casualmente scopro che una delle mie sorelle conosce l’azienda e il suo titolare, combiniamo allora una visita pressoché immediata. L’intenzione è innanzitutto quella di acquistare una maglia tecnica invernale per i mei allenamenti di TappaUnica3V, poi visionare dal vero anche gli altri prodotti, infine, perché no, sondare la possibilità di ottenere un piccolo supporto al mio viaggio, magari la giacca antivento che da tempo cerco senza trovarne una che abbia tutte le caratteristiche che voglio.

Mia sorella, convinta che a me interessi più che altro la sponsorizzazione, parte col discorso di TappaUnica3V e mi vengono fatte vedere tre bellissime maglie estive. Mi soffermo a lungo ad osservarle, sono tutte bellissime, in particolare quella più leggera, però… però intanto l’estate è lontana, poi nelle escursioni estive preferisco stare nudo e per quei momenti in cui devo necessariamente vestirmi sono già sufficientemente e modernamente equipaggiato, quello che mi manca è l’inverno. Sposto quindi l’attenzione sulle maglie invernali.

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Aerazione della schiena

Ne escono due, una più leggera, l’altra più vicina al peso delle maglie già comprate al mercatino ma con una composizione dei tessuti decisamente diversa e più adatta al cammino sostenuto. Alla fine mi compro quest’ultima, purtroppo senza la possibilità di provarla sul posto e, arrivato a casa, risulta troppo piccola: nell’uscita del giorno successivo non posso provarla, peccato.

Cambiata la maglia pochi giorni dopo ne faccio il primo test su un percorso lungo. La temperatura è costantemente prossima allo zero, in certi momenti anche sotto, e in alcuni tratti del percorso c’è anche un forte e freddissimo vento: niente di meglio per testare un capo invernale.

Subito si dimostra decisamente un buon acquisto: da fermo la maglia non apporta calore ma appena ci si mette in movimento diviene bella calda tanto che per tutto il giorno non ho bisogno di aggiungervi altro né sotto né sopra; la protezione dall’aria ancora non è ottimale ma è decisamente migliore rispetto alla T1006. Estremamente elastica aderisce molto al corpo pur lasciando ampia libertà di movimento; il collo è un po’ troppo alto e sulle prime mi dà un poco di fastidio, comunque svanisce nel giro di poco tempo; anche dopo molte d’utilizzo ore non ho sensazioni di prurito ed è totale l’assenza di irritazioni.

La cosa più interessante e che più la differenzia dalla T1006 è che questa maglia si bagna pochissimo e solo dopo molte ore di cammino: inevitabilmente, specie per un corpo che è abituato  a stare nudo, incrementa anche lei la naturale sudorazione, ma proprio di poco e il sudore passa subito all’esterno da dove evapora velocemente e completamente anche nella parte di schiena a contatto con lo zaino.

Negli allenamenti successivi uso sempre questa maglia e le prime osservazioni si confermano, anche se, proprio nell’allenamento in stile corsaiolo di oggi 6 febbraio, sulla schiena sia la maglia che la pelle si sono decisamente bagnate: certo è da considerarsi che l’uso di uno zaino limita considerevolmente le caratteristiche di traspirazione della maglia, inoltre il fatto che il mio zaino abbia un appoggio a cuscinetto quasi pieno incide ulteriormente (ma l’appoggio con rete rende lo zaino poco stabile nella corsa, inoltre risulta fastidioso sulla pelle nuda: tutta l’attrezzatura che prendo deve necessariamente risultare adeguata all’utilizzo in nudità, aspetto che le case produttrici dovrebbero iniziare a prendere in considerazione vista la costante crescita di coloro che scelgono di vivere in nudità e, pertanto, nudi praticano anche gli sport), d’altra parte questo è l’utilizzo che devo farne e queste sono le mie esigenze, esigenze magari al limite ma che ritengo siano pur sempre abbastanza vicine a quelle di ogni escursionista allenato.

Arriviamo ai difetti, che, come già anticipato, a parte il primo, a mia opinione sono da attribuirsi ad un errore di stampigliatura della taglia (non oso pensare che si possa volutamente produrre una maglia siffatta):

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  • i polsini sono troppo larghi e lasciano scivolare la manica verso l’alto;
  • a cerniera completamente abbassata il colletto risulta fastidiosamente tirato all’indietro;
  • le maniche sono troppo corte e non arrivano ai polsi (anche i ricami dei gomiti sono spostati verso l’alto);
  • ma la cosa peggiore è che ad essere corto è anche il corpetto, troppo corto, arriva poco sotto l’ombelico; data la sua notevole elasticità, tirandolo si riesce a farlo entrare nei pantaloni ma camminando se ne esce nel giro di pochi minuti lasciando scoperte proprio le due parti del corpo più sensibili al freddo, reni e pancia; inaccettabile per una maglia invernale ed anche incomprensibile visto che l’altra maglia era perfetta; confrontandola, come dalle foto a fianco e sotto, con l’altra Tecso ben si nota la differenza; anche la larghezza è sensibilmente inferiore, avevo attribuito questo alla diversa destinazione d’uso delle due maglie, poi l’ho confrontata con altra maglia da corsa (di marca diversa e, per giunta, estiva) e il risultato non cambia, molto più corta e sensibilmente più stretta.
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L’evidente differenza di lunghezza con la T1006

Ultimo appunto, seppure indossandola non mi sono impigliato in niente, rivoltandola si notano anche in questa diversi fili sporgenti che formano asole libere, molti di più che nella T1006 e distribuiti su un maggior numero di zone, il timore è che alla lunga si possano strappare e provocare un cedimento strutturale della maglia.

Tecso Articolo PRN1006: maglia a manica lunga con collo a lupetto dotato di cerniera; 92% polipropilene Dryarn, 8% elastan.

Voto (ignorando il probabile errore di stampigliatura della taglia e rapportandolo ad una maglia dimensionata correttamente):

  • estetica 9
  • cura dei dettagli 9
  • finiture 10 quelle esterne, 5 quelle interne
  • vestibilità 10
  • comfort 10
  • calore 8 a freddo, 10 dopo essersi messi in movimento
  • protezione dall’aria 9
  • complessivo… 9 e mezzo (così come è, corta e stretta, la valuterei comunque con un 6)

Maglia tecnica invernale TECSO T1006


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Trovata da mia moglie sulla bancarella di un mercatino di paese, appena mi viene consegnata resto colpito dalla gradevolissima estetica anche se rimbrotto per non essere il capo d’abbigliamento tecnico che stavo cercando (maglia tecnica da corsa mentre questa è una maglia sotto tuta da sci). Ormai c’è e tanto vale provarla, nell’infilarla, però, due dita di una mano restano incastrate in alcuni fili sporgenti, rivoltata la manica individuo qualche altro sfilacciamento, cosa che mi indispone ulteriormente (questo per dire che quanto segue è sincero e non dovuto a smancerie).

IMG_8407La maglia calza bene, ben elastica aderisce ovunque senza stringere, il corpetto è lungo a sufficienza da coprire i reni, le maniche arrivano fino ai polsi senza andare fastidiosamente oltre, il colletto ben alto garantisce un’adeguata protezione del collo dall’aria, la cerniera scorre bene e il relativo tiretto è della giusta misura dando una presa ottimale senza, nel contempo, creare fastidio. Ottima, infine, la libertà di movimento, gradevole il contatto con la pelle e immediata la sensazione di calore, aspetti importanti visto l’uso che intendo farne.

Qualche giorno dopo posso provarla direttamente sul terreno pratico e, pur evidenziandosi non essere il suo specifico campo d’azione, ne resto veramente soddisfatto. Dopo il lavaggio l’asciugatura è velocissima, ciliegina sulla torta che mi fa decidere per l’acquisto di una seconda maglia dello stesso articolo (stavolta mi arriva una taglia in più che risulta altrettanto adeguata e confortevole, all’interno si notano ancora gli stessi sfilacciamenti).

IMG_8406Dopo varie uscite, effettuate tra novembre e gennaio, a quote comprese tra i 400 e i 2000 metri, camminando a passo sostenuto e per diverse ore, con un impegno fisico non indifferente, premettendo che faccio riferimento sempre e solo all’utilizzo come capo esterno calzato direttamente sulla nuda pelle, posso affermare che:

  • il capo dona di suo calore al corpo;
  • sotto sforzo fa magari sudare un po’ troppo;
  • il sudore viene immediatamente trasferito sul lato esterno della maglia;
  • la pelle resta perfettamente asciutta;
  • l’evaporazione del sudore è abbastanza veloce, solo la parte di schiena a contatto con lo zaino non riesce ad asciugarsi (da notare che il dorso dello zaino si presenta asciutto);
  • anche a maglia esternamente bagnata la protezione termica è pressoché inalterata;
  • si sente un po’ troppo l’effetto del vento e dell’ombra,
  • totale assenza di irritazioni o più o meno fastidiosi pruriti.

Insomma, un capo ottimo e, seppur con le piccole limitazioni riportate, adatto anche all’utilizzo come maglia per escursionismo, perfetta con temperature tra i 5 e i 10 gradi centigradi, comunque buona, in assenza di vento, anche sotto i 5. Aggiungendovi o una maglia tecnica leggera, da calzare sotto, o una giacca tecnica antivento, da calzare sopra, anche a temperature più rigide (credo d’essere arrivato sino a -10) ci si sente benissimo, anche da fermi.

Tecso Articolo T1006: maglia a manica lunga con collo a lupetto dotato di cerniera; 70% polyamide Skinlife, 25% polipropilene Dryarn, 5% elastan. Prodotto fuori produzione sostituito dal modello TN1006 che ha le stessa composizione dei tessuti ma, dalle immagini sul sito, appare un poco più ricercata nei dettagli tecnici della parte alta del torace e della schiena.

Voto:

  • estetica 9
  • cura dei dettagli 9
  • finiture 10 quelle esterne, 7 quelle interne
  • vestibilità 10
  • comfort 10
  • calore 10 in assenza di vento, 8 in presenza di vento
  • protezione dall’aria 7
  • complessivo 9

Ritorno a… “noi”


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Foto di Carla Cinelli

Avevo scritto che in TappaUnica3V la mia nudità sarebbe stata motivata solo dal fatto che io nudo ci vivo, che non avrebbe avuto un significato di protesta, tantomeno di esibizione. Fermo restando che questi saranno senz’altro valori assolutamente presenti, durante le mie solitarie escursioni di allenamento mi sono trovato a pensare sul mio stile escursionistico, ovvero sul mio modo di frappormi alla montagna (eliminazione d’ogni barriera fisica e psicologica, minima tecnologia, poche o nulle informazioni, preferibilmente ricerca personale dell’itinerario) ed ho compreso che la nudità di TappaUnica3V potrebbe essere e, a questo punto, sarà anche altro, ben di più di quanto avevo previsto: un forte messaggio per un ritorno a noi, all’essere umano come elemento della natura.

Criptico? Mi spiego meglio.

Sarebbe assolutamente insensato rinunciare ai vantaggi delle calzature da trail o alla sicurezza offerta da un dispositivo GPS o alla leggerezza di un capo d’abbigliamento tecnico, all’ergonomia di uno zaino costruito secondo le più recenti metodiche, al calore dei tessuti moderni. D’altro canto, se in alcuni casi non esistono controindicazioni, in altri è bene dare un occhio attento anche al rovescio della medaglia. Ad esempio poniamo il caso di una escursionista che, fidandosi ciecamente del suo dispositivo GPS, mai abbia imparato a leggere una cartina topografica, a interpretare correttamente una relazione scritta, a orientarsi autonomamente, cosa potrebbe succedergli se il GPS dovesse guastarsi o andare perso?

Insomma, se è lecito fruire della tecnologia, non è molto meno lecito, per non dire controproducente, affidarsi totalmente ad essa, ragionare solo in funzione della sua presenza, dimenticarsi delle nostre potenzialità e abilità?

Noi, esseri umani e, in quanto tali, animali, ossia elementi della natura, possediamo tante importanti abilità che ci permetterebbero di vivere in natura esattamente come fanno tutti gli altri animali. Purtroppo condizionamenti sociali e tecnologici stili di vita ci fanno perdere la loro cognizione, portandoci a credere fermamente di non poter più fare a meno della tecnologia, di non poterci rapportare alla natura, e nel caso specifico alla montagna, armati solo di noi stessi. Con la complicità dei tabù del nudo, poi, arriviamo persino a formulare regole solo in apparenza veritiere.

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Foto di Carla Cinelli

Ero andato in un’azienda di abbigliamento tecnico sportivo per acquistare una maglia da usare durante gli allenamenti invernali, parlando di TappaUnica3V si è parlato del nudo e la reazione è stata “ma così il sudore ti resta sulla pelle, con un capo tecnico invece la pelle ti resta asciutta”. Vero che gli studi fatti hanno dimostrato la superiorità del capo tecnico rispetto alla nuda pelle, altrettanto vero che tali studi sono sempre stati fatti a genitali coperti. Io ho, al contrario, effettuato test a genitali scoperti e posso affermare con assoluta certezza che, con ovvia esclusione delle basse temperature (dove il basse va inteso in modo molto soggettivo), in tal caso nulla è meglio della sola pelle.

Il sudore è una reazione del nostro corpo e serve per mantenere la sua temperatura entro certi limiti fisiologici, ecco che ogni qual volta i nostri recettori termici rilevano un aumento di temperatura viene indotta la sudorazione. Alcune parti del nostro corpo necessitano ancor più d’una temperatura precisa e livellata un aumento di temperatura in queste zone attiva immediatamente il sistema di difesa, ovvero una sudorazione inizialmente locale ma ben presto generalizzata. La più importante di queste zone e quella dei genitali, a difesa della fertilità la natura ha predisposto propri qui le nostre massime difese dall’aumento di temperatura, imbrigliare i genitali in abbigliamenti più o meno strette è quanto di peggio si possa fare, liberandoli otteniamo il nostro massimo equilibrio naturale.

Ci sarebbero molti altri esempi da poter portare e situazioni da dover analizzare, ma mi fermo qui: l’obiettivo di questo articolo non è quello di illustrare i vantaggi del nudo e i difetti dell’abbigliamento, bensì è quello di illustrare i perché TappaUnica3V si legherà alla nudità, condizione ad alcuni, forse tanti, poco comprensibile o per nulla tollerabile, che voglio pertanto motivare e spiegare nella speranza di convincerli non tanto a mettersi nudi ma a comprendere e rispettare l’altrui nudità.

Sarò nudo? Si sarò nudo, sarò nudo il più a lungo possibile, idealmente sempre, lo sarò per testimoniare l’esistenza d’uno stile di vita, la possibilità di portarlo anche nell’escursionismo, la semplicità e la salubrità del camminare nudi, ma lo sarò anche per richiamare l’attenzione sui pericoli del nostro sempre più estremo affidamento alla tecnologia, del nostro dimenticarci di quello che siamo, delle nostre abilità naturali.

Vestiti è bello, nudi è certamente meglio!

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Foto di Mara Fracella

Decente / indecente


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Durante la recente visita di un capo di stato a Roma, alcune statue nei corridoi del Campidoglio sono state protette alla vista con pannelli provvisori. Le stature raffiguravano corpi umani nudi o coperti parzialmente da un drappo, raffiguravano antiche divinità greche. Molto imbarazzo ha creato anche la statua equestre di Marco Aurelio (vestito). Ehmbè, per quale motivo? I genitali del cavallo erano troppo visibili!

Mi chiedo se questi atteggiamenti non possano far pensare a una ossessione, a una continua allusione e successiva negazione, a un lavorio della mente, a un tira-e-molla dei sentimenti che portano a stress, a eccessi, a tormenti compulsivi, senza utilità, né sbocchi, né speranza di soluzione. Se anche lo sono, non mi riguardano, non voglio mi riguardino. Da nudista, insieme ai vestiti, mi sono spogliato anche di questi paludamenti artificiosi, di forme-pensiero, di concettualizzazioni che sento come camicie di forza, che sento come indebita oppressione, ossequio sociale inopportuno, se mi costa lo straniamento da quel che mi sono e mi sento.

Il vino e la carne

Eppure sono atteggiamenti e comportamenti rispettabilissimi: ognuno è libero di vivere come più gli piace. Finché non li voglia imporre agli altri, facendoli passare dalla porta di servizio dell’etichetta, del cerimoniale, della piaggeria e persino della morale. Il fatto anche solo di accettare questa ufficialità di facciata è sintomatico di quanto come cultura siamo succubi di un potere che riteniamo più grande.

Se a un pranzo ufficiale non servo il vino, la carne (maiale o cavallo che sia), può essere un bel gesto verso un musulmano, un vegetariano, un ebreo, un rispetto delle loro usanze e leggi. Ma non rispetto usanze e leggi dell’altra metà degli invitati. Beva chi vuole, mangi chi vuole: questo mi sembra equilibrato rispetto. Ma neanche! Questo benedetto “rispetto” che ci farebbe vergognare se fosse violato! Il nostro punto lo dobbiamo tenere. E vergognarci di noi stessi semmai che cediamo. Con questo strampalato rispetto costruiamo attorno a noi stessi una gabbia, in cui ci richiudiamo da soli, come le statue del Campidoglio.

La semplice possibilità

La motivazione della copertura delle statue viene giustificata come atto di riguardo verso l’ospite che avrebbe potuto turbarsi alla loro vista. I giornali dicono “giusta forma di rispetto” (Corriere della sera del 26 gennaio).

Il fatto che i nudi abbiano anche solo potuto offendere o urtare la sensibilità, la moralità, il quadro dei valori di riferimento dell’ospite straniero è stato motivo sufficiente a far prendere provvedimenti. Questa possibilità è esattamente la stessa prevista dall’art 726: la Corte di Cassazione la interpreta come implicita nella lettera stessa dell’articolo. Un atto indecente è implicitamente offensivo, perturbante. In questo l’articolo è tautologico e rimanda ad una referenzialità quanto mai vaga e non-definita. Avendo usato il termine decenza, il codice rimanda al significato stesso della parola la sostanza, la configurazione del reato. Il quadro ideale di che cosa sia decenza è talmente autoimpositivo che non ammette eccezioni, defezioni e sono superflue le definizioni: è di riferimento universale, va nella direzione di un modello ideale

La decenza ab ovo

Decet Romanum Pontificem così inizia la bolla di scomunica di papa Leone X contro Martin Lutero (3 gennaio 1521). («È giusto / si addice / è esplicito dovere / rientra nell’ambito delle sue prerogative / nessuno si faccia meraviglia se il Romano Pontefice, […] insorga molto duramente contro tali persone ed i loro seguaci».)

Decet, in latino, la dice lunga (ciò che è adatto, opportuno, che si confà, conviene, è ammesso-riconosciuto-approvato-condiviso-gradito-atteso-richiesto, nulla osta, d’accordo, è come-si-deve), anzi corta (nebuloso e posticcio com’è il suo significato) su che cosa si debba intendere per decenza, infatti lascia al senso comune riempirlo di significati contingenti e congiunturali, circostanziali e occasionali, col variare dei luoghi e dei tempi, delle mode, delle situazioni, dei galatei, dei singoli e dei gruppi. E chi ha il potere può servirsi della propria discrezionalità per riempire la decenza di contenuti ad hoc, preconfezionati, ideologici, finalizzati a un certo scopo.

Sulla Treccani la voce “Decenza” mi rimanda a “Pubblica decenza”: come a dire che una decenza privata o personale è un concetto che non può aver senso.

Ma in Inghilterra…

La direttrice di una scuola inglese in una lettera dello scorso 20 gennaio [qui l’articolo dal DailyMail], invitava i genitori a non accompagnare i bambini a scuola in abito inappropriato e inaccettabile (pigiama e pantofole). Ed ecco le motivazioni:

«Sono certa che concorderete con me che è importante per tutti noi dare ai bambini un buon esempio di che cosa appropriato e accettabile in tutti gli aspetti della vita, non solo dal punto di vista della loro sicurezza e benessere generale, ma anche come preparazione alla loro vita di adulti. Grazie per la vostra collaborazione nel cercare di elevare le aspirazioni dei nostri bambini.»

Qualcuno può tirare in ballo che quella dell’insegnante è una professione a 360 gradi, quasi una missione, che la società in cui si vive può essere intesa come una società educante. Forse in Gran Bretagna i dirigenti scolastici hanno competenze maggiori che da noi, e possono superare i cancelli della scuola; e poi in fondo si tratta solo di un invito alla cooperazione in nome di una “sana e buona educazione” e non di un Diktat.

In un solo giorno l’articolo ha avuto più di 1500 commenti. Ciò vuol dire che la “decenza” ha una copertura semantica molto elastica. Oppure è un concetto che è in continuo movimento e non ha più un assestamento sicuro ed univoco (come nella società vittoriana o di Downton Abbey).

 

Decenza ed educazione

La lettera lascia immaginare un modello di società e di rapporti fra adulti e bambini: da una parte gli uni che danno il buon esempio affinché gli altri possano attingere ad aspirazioni più elevate. Mi pare sia un modello teorico e astratto – ma senza troppa meraviglia: ne grondano del resto i manuali di pedagogia -: una società ideale, una vita da serra, come in uno spot pubblicitario: tutto pulito, buoni sentimenti, sole californiano, prati verdi sul retro della casa e il bianco smagliante di lenzuola che profumano di bucato. Sono contento che i nostri bambini non debbano indossare una divisa per andare a scuola, che siano spontanei e scatenati e non inquadrati come balilla, pronti a obbedire come marinaretti. Vedranno da sé quali sono le personali aspirazioni, sceglieranno da sé gli esempi che più li convincono. Che tipo di persona vogliono diventare… o non piuttosto allontanarsi da ogni modello, essere uguale e diverso quanto a genio gli va? L’escursione fra l’eguale e il diverso sarà sempre il discrimine lungo cui camminare, l’equilibrio che li porterà ad essere individui in una società, il luogo in cui serve attenzione e energia, prudenza e abilità. Che reclameranno diritti cominciando ad agire in prima persona, che assumeranno doveri e responsabilità senza sentirsene in obbligo o portati dalla corrente.

L'uomo vitruviano di Leonardo

L’uomo vitruviano di Leonardo

I poli opposti

In linea generale l’abbigliamento è un aspetto superficiale della persona (o almeno per chi non vuole essere monaco per onor dell’abito), e per conseguenza la nudità – il grado zero del vestito – un fatto banale, anzi persino decente. Voglio dire: chi non attribuisce al vestito i significati che solitamente gli vengono associati (status sociale, professione, ostentazione, occultamento, maschera) riesce a gestire la propria nudità di fronte agli altri in modo neutro, indifferente, scevro da qualsiasi intenzione o contenuto. E si sente al proprio posto, quadrato nel cerchio e ben piantato come l’uomo vitruviano, una persona, appunto, come-si-deve.

#TappaUnica3V: equipaggiamento e alimentazione


IMG_1692Quale abbigliamento userai? Quale attrezzatura? Quali calzature? Come ti gestirai per l’alimentazione? E per la reidratazione? Domande lecite, domande che mi sono state fatte, domande che mi sono fatto. Qualche risposta me la sono già data, altre sono in elaborazione, nei prossimi mesi le potrete scoprire e leggere attraverso le schede tecniche che andrò facendo, qui riporto le linee di massima a cui mi atterrò e anticipo grossolanamente le scelte già fatte.

Innanzitutto è giusto e doveroso precisare che, per varie ragioni, ivi compresa quella di mantenere il peso dello zaino entro limiti ragionevoli, dovrò necessariamente organizzare tre o quattro rifornimenti: punti del percorso raggiungibili in auto nei quali familiari e/o amici mi porteranno il necessario cambio di abbigliamento, alimentazione e liquidi. Al fine di non inibire l’aspetto della solitaria i luoghi allo scopo identificati sono centri abitati o località molto frequentate, dove avrei comunque incontrato delle persone.

Veniamo allo specifico argomento di questo articolo e partiamo dalla reidratazione. È, questo, un aspetto importante, oserei dire fondamentale per una conclusione positiva del giro: potrei avere la migliore attrezzatura ed alimentazione ma senza un adeguato supporto idrico e una sua corretta somministrazione mai e poi mai potrei camminare per quaranta ininterrotte ore, delle quali la metà si svolgono al di sopra del limite boschivo dove nulla potrà attenuare l’insolazione, alle condizioni che presumibilmente troverò a fine luglio, specie se sarà come quello del 2015. Cosa userò e come mi regolerò? Il calcolo preciso è necessariamente rinviato ai primi di luglio, quando avrò effettuato tutti i test e potrò quantomeno intuire l’andamento climatico del mese, per ora ho previsto che mi serviranno all’incirca venti litri di acqua, mezzo litro per ogni ora di cammino. Dato che lungo il percorso quasi nulle sono le possibilità di reperirla dovrò portarmela tutta appresso, due litri nell’apposita sacca con cannuccia, gli altri in bottiglie di plastica, quelle da un litro e mezzo onde semplificare la ricarica della sacca e non trovarmi mai con delle bottiglie parzialmente piene. Sto ancora ragionando sull’opportunità di utilizzare degli integratori da disciogliere nell’acqua, di certo andranno comunque a rappresentare solo una parte, direi al massimo un terzo, della reidratazione, per il resto sarà solo pura e semplice acqua, quell’acqua che bevo quotidianamente da diversi anni: l’Acqua Maniva PH8 (presto ne pubblicherò la scheda tecnica). Tutta l’acqua mi verrà gentilmente fornita dalla Fonte Alpina Maniva di Bagolino, azienda molto sensibile alle esigenze degli sportivi e ben presente nelle manifestazioni di varie discipline sportive.

IMG_8266Passiamo all’alimentazione. Qui, sebbene abbia già una discreta idea sulla composizione di base (rapporto tra carboidrati, lipidi e proteine) e sulle caratteristiche pratiche (cibi leggeri, facilmente digeribili, da potersi assumere anche camminando, che restino integri anche dopo ore nello zaino, eccetera), è ancora tutto in alto mare: essendo diabetico, seppure con bassi e controllati valori di glicemia, devo innanzitutto parlarne con il diabetologo e, se necessario, con il dietologo che prestano servizio nell’unità diabetologica che mi segue. Dovrò valutare attentamente anche l’assunzione del medicinale che, in quanto diabetico, prendo ogni giorno, anche per questo sarà il diabetologo a darmi le necessarie e giuste indicazioni: la visita è prenotata a fine gennaio.

Idee chiare e precise, invece, le ho sulle calzature. Userò le stesse scarpe che, per le mie escursioni, utilizzo con estrema soddisfazione da tre anni: Ultra Raptor GTX de La Sportiva. Studiate per le più impegnative e lunghe gare di corsa in montagna, sono un modello con membrana in Goretex che i corridori più esigenti giudicheranno forse un poco pesante, ma proprio per questo lo ritengo il più adatto all’utilizzo escursionistico e a TappaUnica3V. Qualcuno storcerà il naso trattandosi di scarpe basse, da molti ritenute inadatte o addirittura pericolose per l’escursionismo in montagna, io la penso diversamente: uso scarpe basse da circa trentacinque anni, mi ci sono sempre trovato benissimo e non mi hanno mai creato problemi, nemmeno le tanto temute storte alla caviglia, invero provocate da scarpe che lasciano spazi vuoti nell’arcata interna del piede e dalla lassità di una caviglia abituata ad un costante più o meno rigido contenimento.

Anche per lo zaino la scelta è già stata fatta. Sarebbe andato benissimo quello che avevo, ma visto che ormai aveva completamente perso l’impermeabilità ne ho approfittato per rottamarlo. Ne volevo uno di capienza similare (verificata in tanti anni di utilizzo), altrettanto leggero e comodo, se per la questione peso il tutto si riduceva a leggerlo sulle etichette, per il resto le cose non erano altrettanto semplici: la comodità la puoi valutare efficientemente solo nell’utilizzo in montagna, meglio se a pieno carico; per la capienza sarebbe stato facile se avessi avuto conoscenza esatta della capacità di quello vecchio, purtroppo così non era e, per la sua struttura molto particolare (due separate zone verticali), non potevo fare una comparazione diretta con gli altri, par altro oggi molto più stretti e alti di quelli che si usavano una volta. Comunque alla fine, dopo un’ora di prove e considerazioni, l’ho trovato, è invero uno zaino da sci alpinismo ma non era disponibile il corrispondente modello da escursionismo per cui… comprato: Randonnèe 36 della Salewa. L’ho già positivamente testato in diverse uscite, ancora devo provarlo col caldo e sulla nuda pelle ma penso di poter già affermare che, seppure con alcuni difettucci, si tratta d’uno zaino eccezionale.

Niente bastoncini, preferisco camminare senza, mi trovo meglio, mi sento più libero e più agile, ho gambe adeguatamente robuste e allenate (anche grazie al non uso dei bastoncini), non devo preoccuparmi di dimenticarli da qualche parte.

Lampada frontale. Sebbene abbia opportunamente scelto il periodo di luna piena, sebbene la parte del percorso che farò di notte sia priva di copertura arborea permettendo alla luna d’illuminare per bene il terreno, non potrò certamente farne a meno. Scartata la frontale già in mio possesso, troppo debole, mi sono fatto consigliare dal negoziante e l’acquisto è stato qui molto semplice e veloce: la H7R.2 della Led Lenser, potentissima e di lunga autonomia, l’ideale per TappaUnica3V.

Molti dubbi in relazione all’acquisto di un orologio con sistema di rilevazione cardio. Costa parecchio e, tutto sommato, non dovrò fare una corsa bensì un cammino di regolarità, sarò sollecitato più sulla resistenza psicologica e articolare che su quella cardiaca. Caso mai potrebbe tornarmi più utile durante gli allenamenti, quando spingo al massimo per indurre un affaticamento precoce al fine d’incrementare il margine di resistenza fisica e la potenza muscolare, ma, come detto, spesa che non mi posso permettere e necessariamente surclassata da altre al contrario indispensabili.

Gialdini Sport, negozio presso il quale da moltissimi anni mi servo e al quale ho indirizzato familiari e tanti amici, mi ha promesso in prestito il localizzatore GPS Spot Gen 3. Grazie a questo dispositivo potrò allestire una pagina web dalla quale chiunque potrà seguirmi in tempo reale, avendo costante visione del mio incedere e della mia posizione.

IMG_DSC7514Resta l’abbigliamento. Abbigliamento? Quale abbigliamento, sarò nudo! Ehm, si certo, sarò nudo, ma intanto c’è un lungo tratto a quote prossime o superiori ai duemila metri, poi devo passare una notte intera e proprio alle massime quote, infine devo percorrere lunghe creste spesso tormentate dal vento: nudo sì ma con scienza. Nello zaino, pertanto, avrò il necessario per affrontare tutte le prevedibili situazioni, in rapporto alla stagione ovviamente: pantaloncini, canotta, pantaloni lunghi, maglia a maniche lunghe, giubba pesante, giacca antivento e antipioggia, berretto per il sole, forse anche una calda fascia per fronte e orecchie. Data la possibilità d’indossarlo e levarlo senza smettere di camminare, avrò dietro anche un piccolo pareo tagliato e cucito da mia moglie: sebbene la mia speranza sia quella che per l’occasione specifica, vista la sua particolarità e i messaggi sociali che vuole trasmettere, mi sia possibile ignorarle, ad oggi, purtroppo, ci sono molte, troppe, insulse e illogiche limitazioni che ancora vengono imposte a chi nudo vuole stare, volente o nolente devo e dovrò tenerne conto!

Ah, la crema solare… Indispensabile. In questi ultimi anni, da quando, cioè, ho unito la passione per la montagna alla scelta nudista, ne ho provate di diverse marche e di diversi tipi, niente, ancora non ne ho trovata una che mi soddisfi a pieno. Quale è il problema? In spiaggia vanno tutte bene, stai fermo e puoi farti la doccia subito dopo, nell’escursionismo vestito già qualche fastidio è rilevabile ma sopportabilmente limitato a viso e mani, dovendola applicare a tutto il corpo il fastidio si fa insistente: a parte l’effetto colla che lasciano dopo l’utilizzo, tutte le creme solari da me provate generano un effetto vestito, seppure leggero risulta percepibile da chi, ormai abituato alla nudità prolungata, ha recuperato la neonatale sensibilità epidermica, riduce sensibilmente il respiro del corpo e provoca (o aumenta) la sudorazione. Vedremo, per ora è impossibile fare test in merito, devo per forza attendere quantomeno la primavera, nel frattempo se avete suggerimenti sarò ben lieto di riceverli e, appena possibile, sperimentarli.

Difendersi dal caldo: evidenza oggettiva!


Moglie al lavoro, a casa da solo, che faccio? Passo il pomeriggio ancora al computer? Noooooo! MI addormento davanti al televisore? Noooo! Le foglie già raccolta stamattina, l’auto lavata ieri l’altro, i piani formativi di scuola sono pronti devo solo caricarli sul web e ora fa troppo caldo per farlo. Beh, perchè non farsi una camminatina qua attorno? Si ecco l’idea giusta, c’è un sentiero del Budellone, il monte sopra Prevalle, che non ho ancora fatto, andiamo.

Ovviamente, visto il caldo, mi vesto assai leggero (i soli pantaloncini da corsa, quelli del tipo più piccolo) e parto. Per arrivare all’inizio del sentiero ci sono venti minuti d’asfalto per le vie del paese, passano veloci e senza problemi, ho già impostato un buon passo. Arrivo al sentiero e inizia la salita: ripida e al sole. Mi aspettavo un poco più di ventilazione invece… niente, una calura infernale.

Dopo una mezz’ora di sentiero sono esausto, la temperatura del corpo è salita e non ho acqua con me per calmarla. Un minuto di pausa in uno dei pochi punti ombreggiati, il sollievo d’uno spiffero d’aria e riprendo il cammino, ma dopo cento metri sono al punto di prima. Che fare? Semplice, tolgo i pantaloncini e resto nudo, tempo trenta secondi e sono rimesso a nuovo, tant’è che se prima stavo meditando di rinunciare alla salita e imboccare la via del ritorno, ora riprendo la direzione della vetta.

C’è poco da fare, nudi è meglio!

Strane incongruenze


Ripensando agli eventi, alle situazioni, ai comportamenti osservati nel corso della mia ormai lunga vita e che l’hanno caratterizzata ho percepito un ché di strano, qualcosa che non quadra, un evoluzione non lineare del tutto, insomma… delle starne, stranissime incongruenze!

Ovviamente faccio esplicito riferimento alla realtà italiana e solo a quella.

Fase 1

altri_dicono_wpQuarantacinque anni addietro il sesso era il diavolo, guai a parlarne in pubblico ma anche in privato c’erano fortissime limitazioni; assolutamente fuori regola il sesso prematrimoniale, anche se i giovani del momento già iniziavano a violare il sistema pur dovendo affrontare mille peripezie per aggirare le limitazioni imposte dai genitori alle uscite serali e al restare soli; inconcepibile e severamente riguardati atteggiamenti quali il bacio sulla bocca in pubblico, il lasciar intravvedere le mutande o il reggiseno, le scollature, le gonne a mezza coscia e via dicendo. Eppure… eppure in spiaggia o in piscina si usava il costume da bagno di tipo sportivo, quello a mutandina per intenderci; molti giovani infilavano nel costume un bel pezzettone di garza o cotone al fine di far risaltare ancor di più il proprio pene; le ragazze rigettavano il costume intero o il bikini di larghe dimensioni per un minuto costume a due pezzi e qualche anno dopo spingevano con successo il topless; le donne proponevano la minigonna; anche fuori dalla spiaggia con il caldo molti uomini giravano a dorso nudo; dall’albergo alla spiaggia ci si andava già in costume; in montagna ci si metteva a dorso nudo (reggiseno per le donne) anche con temperatura più basse per contrastare il riscaldamento provocato dallo sforzo del camminare; i nudisti imponevano alla società la loro presenza senza tante remore e remissioni.

Fase 2

Lo zainoOggi il sesso è normalissima parte della vita sociale di ogni persona, lecito parlarne sia in privato che in pubblico, i media lo trattano spesso a qualsiasi orario del giorno; quasi tutti hanno fatto e fanno sesso prima del matrimonio, spesso con la consapevolezza se non addirittura il consenso e l’appoggio educativo dei genitori; più nessuno si scandalizza se vede un ragazzo e una ragazza che si baciano sulla bocca (esiste limitazione nei casi omosessuali, ma questo è altro discorso che esula dal contesto attuale); analogamente è diventato del tutto normale vedere spuntare dai pantaloni le mutande (o addirittura un bel pezzo dei glutei) e dalle camicette il reggiseno; i vestiti si sono fatti più minuti, leggeri, trasparenti e/o attillati. Eppure… eppure in spiaggia o in piscina i giovani (ma anche meno giovani) uomini usano scomodissimi e insensati bragoni al ginocchio (cinta rigorosamente a mezzo culo, però); molte donne, giovani comprese, tornano verso il bikini di larghe misure o il costume intero, le gonne non proprio mini; il topless, che stava prendendo piede negli anni 80/90, è pressoché svanito (all’estero si è attivata una notevole campagna per la liberazione del capezzolo, in Italia viene non solo ignorata ma addirittura contestata con commenti decisamente maschilisti e anche poco educati); fuori dalla spiaggia di uomini a dorso nudo se ne vedono pochissimi e in genere solo quelli della mia età, quelli che, per l’appunto, a ciò si erano abituati tanto tempo addietro; prolificano le ordinanze che vietano di girare in costume sui lungo mare, lungo lago o per le vie di un paese di mare o di lago; in montagna uomini a dorso nudo o donne in reggiseno sono diventate mosche bianche, tutti con indosso i loro bei capi tecnici che, per quanto leggeri siano, sono pur sempre meno confortevoli e traspiranti della nuda pelle (provato di persona); i nudisti, dopo aver cambiato il loro nome in naturisti per risultare meno evidenti, si autoimpongono limitazioni che vanno ben oltre le limitazioni imposte dalla legge italiana, hanno rinunciato a colonizzare nuove zone, si nascondono, quasi si vergognano di preferire la nudità allo stare vestiti.

Conclusione

Ovviamente non ho messe tutte le evidenze esistenti, credo che gli esempi fatti siano più che esaustivi: perché da un lato si è diventati più liberi, spontanei e naturali, mentre dall’altro ci si è richiusi a riccio annullando di fatto molte delle conquiste relative al corpo fatte dai giovani degli anni 60 e 70? Perché?

Innnncommprensibile!

Liberate il vostro corpo, libererete la vostra mente.

Vestiti è bello, nudi è meglio!

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Escursionismo, quale abbigliamento (2)?


Portamento dello zainoNiente paura, non ho intenzione di propinarvi argomentazioni ormai trite e ritrite, considerazioni e suggerimenti che tornano periodicamente in auge nel periodo estivo: una semplice ricerca su Internet vi metterà a disposizione decine di pagine. Io voglio andare un poco oltre i tipici suggerimenti che vengono elaborati da tutti coloro che, a vario titolo e con varie competenze, espongono pubblicamente le loro analisi e le loro opinioni in merito alla scelta dell’abbigliamento per le escursioni in montagna.

Visto l’elevato numero di articoli sul tema ci si potrebbe chiedere “quale spazio c’è per andare oltre?” Alla stragrande maggioranza delle persone apparirà inesistente tale spazio, eppure esiste, c’è una piccola nicchia che mai viene presa in considerazione, vuoi perché, per abitudine e condizionamento sociale, proprio la si ignora, vuoi perché, sempre per abitudine e condizionamento, la si ritiene per vari versi inaccettabile.

“Qual è, allora, questa nicchia?” chiederete voi. Il mio lettore fedele avrà certamente già capito a cosa mi riferisco, per gli altri una domanda forse rivelatrice: cosa fate quando, durante l’escursione, la temperatura man mano sale e rende l’abbigliamento indossato eccessivo?

Cogito ergo dubitoFacile, no, credo di poter affermare con assoluta certezza che tutti abbiate sostanzialmente risposto, “mi spoglio”. Certo, quando il nostro corpo inizia a surriscaldarsi e i suoi sensori termici trasmettono al cervello l’informazione relativa, questo, il cervello, reagisce inducendoci a togliere di dosso l’eccedenza del vestiario. Bene e qual è il limite estremo dell’azione di svestimento? Quanto possiamo spogliarci? Qui credo che le risposte inizino a differenziarsi un poco: da chi, probabilmente facendo riferimento alla cultura alpinistica di qualche decennio addietro, afferma essere pantaloni e camicia, a chi più modernamente parla di pantaloncini e maglietta; da chi arriva alla canottiera a chi si spinge fino al torso nudo per i maschi e il reggiseno per le donne; poi c’è chi ammette anche il costume da bagno sebbene risulti assai scomodo e fastidioso per il lungo cammino; pochissimi o nessuno, avranno risposto la nudità. Perché?

La nudità è certamente una forma di abbigliamento e può benissimo adottarsi anche in montagna, perché la si esclude a priori? La risposta potrebbe sembrare palese, eppure posso testimoniare sulla base di un’ormai estesa esperienza personale che le motivazioni sono assai varie e poche volte ricadono in quello che si potrebbe pensare: il nudo pubblico è illegale, illecito, sconveniente, peccato, ricerca sessuale.

IMG_1692Piuttosto che le suddette reazioni, quando parlo o propongo l’escursionismo in nudità provoco invece giuste e comprensibili (come per ogni cosa senza conoscenza e sperimentazione è ovvio che possano nascere dei dubbi) osservazioni e preoccupazioni: le scottature, le zecche, le vipere, le spine, le abrasioni varie, il pericolo in genere, talvolta l’imbarazzo, il fastidio (qui sono nello specifico gli uomini e si riferiscono al fastidio del pene ciondolante) e, più raramente, l’igiene.

Una parte di risposta risulta comune a molte di queste osservazioni: l’esistenza di situazioni limitanti non rende impossibile una data condizione, piuttosto determina solo la necessità di valutare tali situazioni e adattarsi alle stesse in modo opportuno. Avviene così per qualsiasi forma di abbigliamento e attrezzatura: nessuno si sogna di partire da casa calzando i ramponi perché da qualche parte nel monte ci sono i ghiacciai, nessuno si sogna di mantenere indosso abiti pesanti perché da qualche parte dell’alpe potrebbe esserci una violenta bufera. Tant’è vero che tutti gli articoli all’inizio citati ritengono inutile mettere e tenere nello zaino sempre tutto l’abbigliamento e tutta l’attrezzatura esistente, insistono piuttosto sull’opportunità e la necessità di selezionarli di volta in volta in ragione della località scelta, delle previsioni meteo, della stagione e via dicendo. Perché, quindi, escludere dal novero dell’equipaggiamento lo stadio della nudità? Tutti oggi esaltano la regola dell’abbigliamento a cipolla, orbene qual è lo stadio finale della cipolla? Il nudo cuore, la nudità!

Veniamo alla formulazione di risposte più specifiche in relazione alle singole preocucpazioni.

Scottature

Vero, il sole in montagna è meno filtrato e i raggi ultravioletti arrivano più forti, procurarsi delle scottature è pertanto assai più facile che in pianura o al mare ed è assai più facile che queste scottature possano essere anche piuttosto gravi. Mi risulta, però, che esistano le creme solari e che oggi queste abbiano raggiunto altissimi livelli di protezione, siamo a fattori di schermatura quasi totale. Qual è allora il problema? Semplicemente inesistente, dovrete solo usarne di più e stare più attenti a spalmarla per bene ovunque, ripetendo l’applicazione con una certa frequenza (anche se le attuali creme da sole sono resistenti al sudore col passare delle ore vengono assorbite dalla pelle e diminuisce il loro potere schermante). Diciamo anche che con l’aumento dell’abbronzatura, effetto certo dell’andare nudi in montagna usando adeguatamente la protezione delle creme solari, diminuisce anche il rischio delle scottature.

Ah, i genitali sono pressoché immuni alle scottature da sole, specie se ci si espone camminando.

Zecche

Serissimo problema questo, specie per quelle zone dove tali animaletti risultano infetti e, quindi, potenziali portatori di malattie anche gravi (Morbo di Lyme e Tbe in particolare). D’altra parte salvo scafandrarsi ermeticamente le zecche si attaccano ai nostri vestiti e risalendo lungo gli stessi prima o poi uno spiraglio per arrivare alla nostra pelle lo trovano, fosse anche quando i vestiti li dobbiamo (e prima o poi dovremo pur farlo) togliere per cambiarci o andare a letto. Tant’è che ho notizia di molti attaccati anche da un elevato numero di zecche pur essendo stati vestiti di tutto punto, io stesso mi sono trovato una zecca all’inguine ed ero vestito. Va anche detto che le zecche infette sono presenti solo in limitate zone dell’Italia, che le zecche in genere le si trovano solo in ambienti umidi e ombreggiati, che le troviamo solo nella fascia altimetrica che va dal livello del mare ai 1500 metri, che la trasmigrazione dall’erba all’uomo avviene solo da aprile a giugno (invero anche nel primo autunno ma con minore intensità). Inoltre ci sono 24 ore di tempo (dal morso e questo avviene anche qualche ora dopo la trasmigrazione su di noi) per rimuovere la zecca e restare tranquilli anche se la stessa fosse infetta. Infine… La zecca è nera, la nostra pelle è sostanzialmente molto più chiara, se mentre camminiamo ogni tanto ci fermiamo e ci diamo una controllatina la vediamo subito e la possiamo togliere ancor prima che ci abbia morsi, indi rimozione molto più semplice e sicura.

Vipere

Ho scritto già un esauriente articolo sulla questione (Nudismo e… vipere!) mi limito qui a dire che è un problema più teorico che reale.

Spine

Va beh, intanto posso dire che mi sono preso belle spinate anche quando ero vestito e poi nulla vieta all’occorrenza di coprirsi per il tempo strettamente necessario a superare l’ostacolo.

Abrasioni varie

Stesso identico discorso fatto per le spine, identico!

Pericolo in genere

Idem come sopra.

Imbarazzo

Quante volte avete fatto cose che inizialmente vi hanno messo in imbarazzo? Sono assolutamente certo che risponderete “molte”: colloqui di lavoro, visite mediche, al ristorante, dovendo parlare in pubblico, esami e via dicendo. Eppure… eppure avete affrontato comunque le situazioni e continuate a farlo, in alcuni, forse molti, casi il reiterarsi della situazione ha determinato la sparizione dell’imbarazzo, ovvero la vostra crescita emotiva e psicologica. Bene, stando nudi otterrete lo stesso effetto benefico e con un tempo di adattamento assai più rapido di quello di tutte le altre situazioni imbarazzanti. Perché negarsi una tale possibilità di crescita personale? Perché negarsi la soddisfazione di un cammino più agevole, libero e salutare solo per la paura di provare un poco di imbarazzo alla prima esperienza? Perché?

Pene ciondolante

Vi danno fastidio le braccia a ciondoloni? No, sicuro che no, ci siete abituati e non gli date più peso. Lo stesso avviene per il pene, si forse alla prima esperienza potreste inizialmente sentirvelo sbattere ritmicamente sulle cosce, ma nel giro di pochi minuti, la concentrazione sul cammino e l’abitudine alla sensazione, fanno svanire l’eventuale fastidio e per sempre.

Igiene

Partiamo da un assunto fondamentale: i genitali sono le parti più pulite di tutto il nostro corpo, eventuali contatti con tali zone sono assolutamente immuni da problemi sanitari. Certo se qualcuno ha delle malattie veneree il discorso cambia, è altresì evidente che costoro saranno sicuramente indotti ad una maggiore attenzione, attueranno un’igiene personale più minuziosa o addirittura rinunceranno alla nudità fino alla guarigione. Per altro chi sta nudo pone sempre un telo sopra le eventuali sedute. Contatto con gli agenti patogeni esterni, quali sabbia, erba, pietre, batteri vaganti nell’aere? Come tutti i medici ripetono in continuazione l’abitudine diffusa dalla pubblicità degli igienizzanti è invero più dannosa che utile: il nostro corpo è di sua natura ben capace di autodifendersi da tali agenti patogeni, perde tale proprietà quando lo abituiamo ad un ambiente quasi sterile; la nudità, al contrario, mantiene al massimo livello l’efficienza del nostro corpo nell’autodifendersi dagli agenti patogeni.

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In montagna vestiti è pur sempre bello, nessuno lo nega, posso in ogni caso affermare con assoluta certezza, e con me lo possono fare diversi altri, che nudi è certamente meglio. Purtroppo lo potete sperimentare e comprendere solo provandoci: le prime volte forse le sensazioni saranno pressoché simili a quelle provate da vestiti dato che il vostro corpo e la vostra mente sono fortemente condizionati allo stato di vestito, dategli il tempo necessario a recuperare lo stato innato e permettervi di percepire la differenza (variabile da persona a persona in relazione a quanto sta nuda e a quanto forte è il suo condizionamento mentale, la sua iniziale diffidenza verso la nudità, in ogni caso da qualche giorno a qualche settimana).

Vestiti è bello, nudi è meglio, poi ognuno faccia la sua scelta, l’importante è che chi sceglie di stare vestito rispetti la scelta di chi decide di stare nudo e gli permetta di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo, così come questi ultimi rispettano la scelta di chi preferisce stare vestito e gli permettono di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo. La convivenza e la condivisone di spazio e tempo sono assolutamente possibili e certamente meglio della netta separazione tra le parti.

Arriva l’estate e… arrivano i divieti


TranquillitàL’estate si avvicina e, ovviamente, le persone iniziano a vestirsi in modo più leggero così ecco che, specie nelle scuole, spuntano i divieti come evidenziava un articolo di ieri che riportava i vincoli emessi da una preside in merito all’abbigliamento dei ragazzi e le relative giustificazioni.

Storia che si ripete regolarmente e discorsi che si registrano continuamente, purtroppo però, sarebbe opportuno dire, e non un purtroppo relativo al reiterarsi del comportamento dei ragazzi, ma un purtroppo riferito al reiterarsi degli assurdi divieti: chi si arroga il diritto di stabilire ciò che è giusto e ciò che non lo è? Non è forse vero che ciò che è oggi considerato opportuno non lo era cinquant’anni fa? Non è forse vero che ciò che era considerato giusto allora non lo era cinquant’anni prima?

La società evolve e muta perennemente, inaccettabile restare arroccati sui propri più o meno stereotipati ideali, intollerabile pretendere di uniformare gli altri al nostro modo di vedere le cose.

Ci si preoccupa dell’abbigliamento dei ragazzi e si sorvola su questioni ben più rilevanti e veramente segno del decadimento sociale: carinissimi vecchietti che sgamano le code; automobilisti su auto di lusso che se ne fregano bellamente dei diritti (e dell’incolumità) degli altri viaggiando a velocità notevolmente superiore ai limiti, superando le code, usando gli svincoli per aggirare blocchi del traffico e via dicendo; personaggi in giacca e cravatta che quotidianamente compiono truffe; giovani ben vestiti che fanno i bulli; “bravi” ragazzi che violentano le compagne solo perché “avevano la minigonna” o perchè “sono stato colto da un raptus”; inappuntabili genitori che li giustificano perché “sono solo ragazzi” o “stavano solo scherzando”; “stimati” politici e amministratori istituzionali che si lasciano coinvolgere nella corruzione; eccetera.

L’abito non fa il monaco!

La scuola e la società dovrebbero mettere i ragazzi nella migliore condizione per manifestare il “se stessi” e l’abbigliamento è una manifestazione del se stessi, una manifestazione importante, una manifestazione che non può essere inibita. I divieti, ammesso e non concesso che riescano nel loro intento, servono solo a ottenere un risultato senza educare allo stesso, anzi, portano a conseguenze ben peggiori di quelle situazioni ipotizzate e che si volevano inibire: “no alla minigonna, andrà bene in discoteca ma a scuola distrae i ragazzi” con l’implicito messaggio che chi porta la minigonna è una puttana così i ragazzi imparano che le ragazze con la minigonna si possono violentare; “no ai pantaloni corti, vanno bene all’oratorio ma a scuola imbarazzano” con l’implicito messaggio che chi porta i pantaloncini è un bambinone così i ragazzi imparano a sbeffeggiare e maltrattare i compagni più deboli e/o insicuri; “no ai peli in bella vista, andranno bene in spiaggia ma non a scuola” con l’implicito messaggio che i peli sono antiestetici e così i ragazzi imparano ad odiare il proprio corpo.

La scuola e la società invece di creare automi che, ingessati in stereotipati arcaici ideali dell’abbigliamento, diligentemente agiscono secondo la programmazione ricevuta, dovrebbero creare persone che abbiamo stima di se stessi, siano mature, considerino l’altro per quello che è e non per quello che appare, sappiano controllarsi, non arrivino a giustificare la violenza sessuale propria o degli altri con affermazioni ridicole e deliranti.

Famiglia nudistaFacciamo un passo importante, facciamo maturare la società (e la scuola), creiamo l’evoluzione vera, l’unica evoluzione realmente necessaria e primaria a tutto il resto (in quanto da essa nasce il resto): tutti nudi.

Tutti nudi e più nessuno avrà da ridire, più nessuno sarà infastidito per un abbigliamento a suo dire poco consono alla situazione o all’ambiente, poco estetico, poco elegante. Tutti nudi e nessun problema: la nudità educa al rispetto dell’altro, forma all’accettazione di se stessi, rende tutti uguali, avvicina nello spirito e nella mente, libera dagli stereotipi e dai condizionamenti, dona equilibrio e salubrità mentale (oltre che fisica).

Tutti nudi e nessun problema.

Tutti nudi!

 

Nudismo e… abbigliamento!


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Come si rapporta un nudista con l’abbigliamento? Semplice, esattamente come si rapporta un non nudista, solo che cambia il punto di partenza, uno dei due limiti: mentre il tessile pensa allo stato di nudità come un qualcosa destinato a pochissime, specifiche situazioni, il nudista lo intende come base del suo modo di vivere; partendo da qui tutto il resto del discorso non cambia.

Facciamo un esempio attraverso il freddo, che è materialmente uno dei principali ostacoli al nudismo.

IMG_3781Quando un tessile sente freddo inizia col mettersi un maglioncino e lo stesso fa un nudista, partendo da una maglietta.

Se il tessile ancora sente freddo indossa anche una giacca e lo stesso fa il nudista.

Ancora non basta? Giacca più pesante per ambedue!

Il freddo cresce e invade la parte inferiore del corpo? Il tessile indossa un paio di pantaloni più pesanti, il nudista calza i pantaloni e se, necessario, in seguito li appesantisce così come fa il tessile se ancora risultano troppo leggeri.

Portamento dello zaino

Diverso punto di partenza, ma identico, assolutamente identico protocollo!

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Vestiti o nudi?


Il nudismo è totalizzanteSaro breve, anzi brevissimo…

Quante volte viene imposto un abbigliamento particolare?
Quante volte qualcuno viene allontanato da un luogo o da un evento per via del suo abbigliamento?

Quale è la differenza?
I vestiti realizzano diverse forme di abbigliamento.
La nudità è, a sua volta, una forma di abbigliamento.

I vestiti camuffano, ma non cambiano le persone: una persona, vestita o nuda che sia, è sempre e comunque una persona, la stessa persona; se la si è accettata vestita, la si deve accettare nuda!

Vedersi nudi


     I vestiti sono un’interfaccia culturale dall’individuo verso la società e viceversa. In varia percentuale il cursore si sposta talvolta di più verso le richieste esterne, talaltra verso quel che noi vogliamo comunicare di noi all’esterno, con un’escursione da un massimo di personalizzazione (casual, carnevale) a un massimo di formalismo (papillon, divise). In quanto strumento di comunicazione sociale, anche l’abbigliamento può esser considerato un mass-media. Conseguentemente è fuori dalla massa chi non vuole comunicare (cioè il nudista), perde dignità sociale, non risulta fra i firmatari del “contratto”. Naturalmente entrano in gioco mediazioni e compromessi a non finire, imposizioni e cedimenti quasi quotidiani, in precario equilibrio fra costrizioni esterne e affermazione di sé.

    Via via che ci spogliamo a carciofo, più si contrae l’area socializzabile. Fino al punto zero: la nudità, per nulla socializzabile, se non con il partner o in situazioni goliardiche.

    Via via che ci spogliamo cambia la percezione che abbiamo di noi. La “presentabilità” del nostro corpo influenza grandemente l’idea che abbiamo di noi e persino della nostra identità. Non parlo della presentabilità estetica, soggetta a canoni esterni, ma della tranquilla sicurezza con cui accettiamo di avere e di vivere il corpo che abbiamo. Basta che dormiamo nudi una notte per capire quanto la biancheria sia diventata parte di noi (col pretesto dell’igiene).

    Il nudismo è dirompente in quanto porta a interrogarci su usi e costumi inveterati, dati come indiscussi e immutabili. Basta un timido allenamento fra le mura di casa per cambiarci prospettive e percezioni. Giungendo a capire quanto l’abitudine al bianco cotone abbia frapposto una cortina fra noi e il nostro stesso corpo.

    Ricucire questa separazione è stata una tappa importante di riequilibrio, di “centratura”. Ed ora il vedermi in mutande e maglietta mi fa un effetto diverso, lo accetto coscientemente solo come convenzione, come scotto da pagare per vivre in società (chi lo abbia stabilito o imposto non si sa, e non si sa se sia modificabile e quanto, con chi si debba negoziare, se sia un semplice fatto di costume oppure risponda a precise necessità). Ricordando però di come sentivo quei capi incarnati su me, quasi fossero pelle, non posso non avvertire ora un che di disagio, un baricentro spostato.

    Accettarsi nudi e sinceri è una grande conquista, una ri-conquista di sé. Sarà pure una conquista del tutto privata, ma cominciamo da qui. Cominciamo col far pulizia da un retaggio che con l’abitudine ha perso ogni evidenza di senso, da un costume che sottrae a noi stessi una parte di noi per darla ingestione ad altre “agenzie”: la mano di altri, la longa manus di un potere che giunge ad imporsi fin nel nostro più intimo e la nostra intangibile identità in quanto corpi e persone.

    Ogni minuto, ogni ora che passiamo da nudi è un terreno riconquistato, l’affermazione della nostra presenza, senza sgomitare con altri, perché non è una gara, una competizione. Terreno che riconquistiamo anche dentro di noi: e conseguentemente cambia anche il nostro pórci verso gli altri. Giorno per giorno diveniamo più sicuri di noi: non abbiamo più parti del corpo misteriosamente segrete, in ossequio a un sedicente ordine superiore. E sappiamo di esser nel giusto, perché per natura siam nudi. Siam nudi sempre. E ce lo siamo dimenticati, abbagliati dal bianco più bianco.
E siamo contenti perché sollevati da un oscuro timore, da severe minacce, da una fosca paura mai affrontata, da sensi di colpa che ci portiamo sin da piccoli.

    Ora invece ci sentiamo in asse con la natura e con noi stessi. Ci siam liberati di una costrizione cui avevamo fatto talmente l’abitudine, da nemmeno saper più di portarcela in groppa, da non vederla nemmeno.

Il prossimo passo ci vedrà nudi con altri.

Il… “Respiro del Corpo”


In molte discipline orientali una parte importante, se non la più importante, del pensiero e delle attività riguarda il respiro. Anche nello sport occidentale, pur senza dargli una valenza più o meno spirituale, ci si preoccupa di come il corpo respira. Stranamente, però, in nessun caso viene preso in considerazione il discorso su quali siano le zone del corpo che più necessitano di respirare, che più soffrono nel non respirare, che più partecipano al… “respiro del corpo”.

Questa gravissima lacuna ha reso normali, anzi obbligatori alcuni atteggiamenti decisamente d’ostacolo al respiro del corpo, primo fra tutti quello del vestirsi. Infatti una qualsiasi attività sportiva, una qualsiasi attività di meditazione e ancor più una qualsiasi attività volta alla percezione e al miglioramento del respiro del corpo andrebbero assolutamente fatte in totale nudità, unico stato in cui qualsiasi essere vivente, uomo compreso, può permettere al proprio corpo di respirare al meglio.

Il nostro corpo è cosparso di recettori, piccoli sensori organici che rilevano informazioni sulla situazione esterna e sullo stato del corpo. Tali informazioni vengono, sotto forma di impulsi nervosi, trasmesse al cervello, il quale le elabora definendo come reagire e dove reagire. Questi recettori, però, non sono tutti uguali, ma si sono specializzati: ci sono, ad esempio, quelli del dolore, quelli del sapore, quelli dell’odore, quelli della luce, quelli dei colori, quelli del freddo e quelli del caldo. I vari tipi di recettori non è che siano presenti ovunque, bensì la loro specializzazione è avvenuta seguendo le necessità delle varie zone del corpo. Ad esempio i sensori del gusto sono sulla lingua e sul palato, i sensori dell’olfatto sono nel naso. Così è che i sensori del freddo si sono generati principalmente in quelle parti del corpo che più facilmente possono subire gravi danni per via del freddo, ovvero le estremità del corpo : mani, piedi, naso, orecchie.

Dove sono allora i principali sensori del caldo? Quali sono le parti del corpo a cui il caldo può più facilmente arrecare danni gravi? Molti lo ignorano, altri se lo sono dimenticato, purtroppo è argomento tralasciato nelle lezioni di scienze o di educazione fisica, ma sono… i genitali. Si, proprio loro e c’è un ben preciso motivo per questo: testicoli e ovaie per potersi mantenere in piena efficienza devono mantenersi ad una temperatura pressoché costante. Per questo motivo la natura ha preso suoi specifici provvedimenti di difesa, nella donna spostando le ovaie all’interno del corpo e ponendo attorno alla vulva delle masse carnose a pieghe (le grandi e le piccole labbra), nell’uomo avvolgendo i testicoli nello scroto, membrana di pelle spiegazzata, proprio per aumentare al massimo la superficie di scambio con l’esterno (così come si fa con i radiatori e i dissipatori di calore). Se però andiamo a coprire i genitali con le mutande o i costumi, poco importa quanto attillati ed piccoli siano, ecco che ostacoliamo l’azione naturale di scambio del calore a cui queste zone sono deputate, determinando un’alterazione notevole alla capacità di autodifesa dal caldo, mandiamo insomma in tilt in nostro sistema di termoregolazione.

Può sembrare paradossale, ma il nostro corpo reagisce meglio allo sforzo e all’input calorico quando stiamo con i soli genitali scoperti, piuttosto che quanto abbiamo scoperto tutto tranne che i genitali. Ovviamente la nudità totale aggiunge ancor più beneficio, dato che ogni singola parte del corpo respira al massimo delle sue possibilità.
Far respirare il corpo ed essere partecipi del “respiro del corpo” sono azioni altamente responsabili e che, senza con questo voler affermare siano miracolose, indubbiamente apportano molti benefici alla nostra salute fisica e psichica. Provare per credere!

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