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La scoperta di sé


Adamo & Eva d'oggigiorno

Adamo & Eva d’oggigiorno

Riprendo il discorso sul racconto mitologico retroattivo di Adamo ed Eva: non tutto mi quadra, a cominciare da come viene narrato. Se «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa» può ben darsi che non abbia le conoscenze sufficienti per comprenderlo secondo la cultura che l’ha prodotto; tuttavia questo testo è fondante nella cultura e mentalità moderna in materia di nudismo, e siccome vige tuttora, mi sento legittimato a commentarlo con i parametri miei e attuali.

Ad esempio in Genesi 2, 25 si dice: «Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna»:

1) la frase è evidentemente un’aggiunta posteriore: rimanda al successivo svolgimento della vicenda, anticipa ciò che accadrà dopo. Dirlo anticipatamente sembra abbia la finalità di richiamare l’attenzione sin dall’inizio sulla nudità e sulla vergogna come fossero gli argomenti centrali o almeno importanti dell’episodio. Anche se mi sembra sproporzionato azzardare che tutto il racconto su Adamo ed Eva sia stato elaborato solo per giustificare il pudore. Ritengo che più in generale esista un parallelismo fra pudore e peccato e che il racconto sia stato usato per illustrare che cosa accade peccando, prendendo come paragone la sensazione di vergogna e di forte imbarazzo (géna direbbero i Piemontesi) che si ha quando qualcuno ci vede nudi.

A controprova, i nudisti non provano né vergogna né imbarazzo nel farsi vedere nudi; e tantomeno vogliono intenzionalmente offendere gli altri o violare ostentatamente la legge. Semplicemente hanno una percezione di sé e del proprio corpo diversa rispetto alla generalità della popolazione: non hanno nulla da difendere dalla vista degli altri, nonostante la norma del codice che ritengono ingiustificata e superata. Non vogliono che i vestiti possano veicolare di per sé un modo di pensare, un distintivo di affiliazione, un quadro morale di appartenenza: la nudità è comunque fuori causa, li pone al di fuori di ogni categorizzazione (come quella stessa di “nudisti”): è qualcosa che attiene più alla biologia che alla sociologia, men che meno alla morale. Dovremmo coprire i fiori del nostro giardino solo perché sono gli organi sessuali delle piante? Non sono oscene certe mutandine per cani?

Mutandine per cani

Mutandine per cani

Se, come fa la legge, portare obbligatoriamente vestiti rientra nel comportamento abituale e tramandato, nei rapporti sociali reciproci, e a motivo della “turbativa” che potrebbe suscitare in chi guarda, se ne vieta la vista e l’esposizione al pubblico, allora vuol dire che la nudità è stata caricata di valori e significati che di per sé non ha. Mi suona male persino la formulazione stessa dell’articolo sugli atti indecenti in luogo pubblico. Invece che rendere prescrittivo l’abbigliamento, prendendo a modello i Comandamenti, vieta i comportamenti ritenuti inidonei, non ammissibili.

E si ritorna al “mito” di Adamo ed Eva, dove viene spiegato il sorgere della vergogna per la nudità. L’unico presente era Dio. Il mito potrebbe limitarsi alla vergogna verso Dio, ma qualcuno generalizza (tirando in ballo la carità) e pensa che ogni peccato contro Dio sia peccato anche contro gli altri. Una botte di ferro.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (Da http://www.naktiv.net/) Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (da http://www.naktiv.net/). Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

2) Adamo ed Eva sono talmente simbiotici che soltanto ad un’attenta lettura si rileva che si accorgono della propria nudità solo quando anche Adamo ha mangiato del frutto. Già nel Concilio di Trento Ambrogio Catarino aveva notato che «quantonque Eva mangiasse il pomo prima d’Adamo, però non si conobbe nuda, né incorsa nella pena, ma solo dopo che Adamo ebbe peccato» (Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino).

Il che mi conferma che essi abbiano compiuto insieme il peccato (ipotizzo: l’atto sessuale), spinti da un desiderio, da un’attrazione (forse non ancora da un sentimento, ma chi può dirlo?) assolutamente naturali e irreprensibili. Scoprire di sé questa “conoscenza” andava oltre il limite posto da Dio, scoprire in sé, da soli, un bonum assolutamente inatteso e irresistibile non era previsto dal piano pensato da Dio, o forse troppo in anticipo. Il malum che ne consegue è interpretabile come pena del contrappasso: fatica e dolori del parto. A questo punto mi ricredo e penso che l’“albero della conoscenza del bene e del male” non vada interpretato in senso morale, ma meno astrattamente come “conoscenza del piacere e del dolore”. Come se la situazione dei progenitori prima del peccato fosse priva di questi opposti, una situazione anestetizzata e apatica, un’ebetudine stagnante, che tutto accoglie e lascia fare, senza il brio di un’intelligenza sveglia ed attenta. La cacciata perciò sembra una punizione fin troppo severa, data l’inconsapevolezza, l’ingenuità, addirittura la fondamentale buona fede dei progenitori, al punto da far sorgere il sospetto che sia nient’altro che mito, un pretesto per giustificare a posteriori un costume vigente.

Con la “conoscenza del piacere e del dolore” Adamo & Eva si tolgono una patina, un velo che impediva loro di vedere gli esseri senzienti che erano, a cominciare dalla presa di coscienza del proprio corpo: è una realtà che scoprono da soli (Dio non li aveva informati delle possibilità che avevano), e di cui sono giustamente orgogliosi, una ricchezza che non sapevano d’avere. La “vergogna” che sarà associata alla nudità rimanderà al primitivo peccato, al “peccato di orgoglio” primigenio che sorpassa ed esclude Dio; che prorompe dalla consapevolezza corporea sganciata da un debito di gratitudine, da un rapporto di sudditanza col Creatore. Un’istanza di autonomia e di onore squisitamente umani (compos sui), che pesando piaceri e dolori, accetta gli uni e gli altri come irrinunciabili componenti della condizione umana, accettata con serena fidanza nelle proprie forze, con l’eroismo e il coraggio che ci inventeremo giorno per giorno e che ci renderanno sempre più consapevoli e contenti di noi.

 

(continua)

Che peccato essere uomini!


Coscienza e conoscenza

Il racconto del peccato originale non mi convince. Non metto in discussione i personalissimi motivi di fede o di appartenenza religiosa. Non mi convince da un punto di vista pratico, concettuale e formale.

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

1) Il salto evolutivo

 Nel cosiddetto Giardino di Eden crescono vari tipi di piante (tutte?) e vivono in pace molte specie animali (tutte?). Esistono anche due alberi che però sono tali solo per metafora – e qui qualcosa si spezza nello stile della narrazione -: l’albero della conoscenza del bene e del male (coscienza/responsabilità delle azioni) e l’albero della vita (conoscenza “scientifica” del mondo, utile alla sopravvivenza) sono astrazioni, definizioni di significato (design semantico), visualizzazioni mentali sulla base di analogie e tassonomie che oggi ci sfuggono.

Guarda caso, coscienza e conoscenza definiscono la differenza fra uomini e animali, sono i punti in cui ci distacchiamo dalla nostra natura strettamente biologica (esattamente come da albero, nel vero senso della parola, passiamo a “albero” in senso traslato, come similitudine, come metafora, come artificio lessicale per nominare qualcosa di astratto, che esiste solo come idea e non in natura – nel caso specifico penso che albero e frutto possano significare “nutrimento, alimento per crescere”: i frutti dei due alberi permettono ad Adamo ed Eva di “crescere” intellettualmente, razionalmente, criticamente  e di esserne consapevoli). Anche il linguaggio definisce la differenza fra uomini e animali: penso che nella narrazione sia stato mantenuto o per distrazione o per esigenze narrative, esattamente come troviamo animali parlanti in Esopo, Casti o Orwell.

Il paradosso è che Dio vorrebbe per ora tenere Adamo ed Eva ancora allo stato animale, lontani dall’uno e dall’altro dei due alberi, pur avendo loro ordinato di averne cura, vietando però di gustarne i frutti.

Probabilmente Dio li considerava ancora imperfetti, mentalmente e moralmente (forse anche emotivamente), ancora non pronti a far buon uso e della morale e dell’intelligenza a sostegno della vita. Il temporeggiamento di Dio ha dato modo al Maligno di insinuarsi, di anticipare i tempi. Proprio il divieto ha dato il destro alla tentazione, ha insinuato nella mente (o anche nel cuore) il desiderio, l’aspettativa (ciò di cui a livello animale Adamo ed Eva non presumevano neppur l’esistenza), ha trasformato i due “alberi” in curiosità, in appetibile trasgressione, rivelandosi le porte di un repentino, decisivo e irreversibile cambiamento della natura umana.

Fatto sta che un “antagonista” di Dio espone a Eva il salto evolutivo che compirebbe avendo coscienza o conoscenza, o entrambe. Non so quanto Eva potesse comprendere quel discorso, non so quanto la pressione del Maligno sia stata irresistibile, non so, infine, se questi stesso abbia fornito ad Eva la capacità, la facoltà di comprendere il discorso, tanto distante appare dall’ordine ovvio che vige in natura.

Non so, infine, quanto grande sia la responsabilità di Eva, perché debba portarne la colpa, se ancora non sapeva discernere tra il bene e il male, se non aveva ancora gustato del frutto dell’albero. Non so perché Dio abbia punito lei e Adamo, e non il Maligno. Non so perché non abbia impedito il fattaccio. Non so perché, come dicono altre mitologie, non abbia distrutto i primi esemplari di uomini e non ne abbia creati di nuovi. Viene anche da chiedersi se la narrazione voglia insinuare il dubbio che sia un peccato essere uomini, perché Dio non ci voleva così: da qui una serie di obblighi e impegni nella vita pratica per ricollegarci all’originario disegno (vedi per tutte le opere che trattano l’argomento, L’imitazione di Cristo).

Districarsi in questo groviglio di domande e di anacronismi, di conti che non tornano, può esser un buon esercizio intellettualistico. Senz’altro però ci insinua anche il sospetto che chiunque abbia scritto la Genesi, non ce la racconta giusta, o ce la racconta in modo da rinviare a una autorità indiscussa per giustificare lo status quo, e fondare un sistema per il controllo delle persone e l’ordinamento della società. Cose che constatiamo ancor oggi.

 

2) La soggezione

Nemmeno il rapporto fra Dio e i Progenitori è del tutto chiaro. Da una parte ci viene descritto un dio “teologicamente” maturo, con un suo “ordine” morale, i suoi comandamenti, i suoi divieti. Non certo il Dio che Adamo ed una Eva – ancora allo stato animale – potevano conoscere direttamente. Forse possiamo paragonarli a una coppia di cani nel parco di una villa (il Paradiso terrestre in latino è paradisus voluptatis “giardino di piacere”), senza preoccupazioni per le necessità materiali, forse solo vagamente coscienti e felici del proprio stato, più felici quando Dio si intratteneva con loro.

Il rapporto di sudditanza, di fedeltà e di affetto verso Dio doveva essere stato al massimo grado. Non essendo stati addestrati a sospettare degli intrusi, non essendo ancora capaci di capire cosa fossero Male e Bene, accolgono il Tentatore come un altro Dio. Perciò sembra assurdo che vengano poi puniti per una colpa non voluta, di cui erano inconsapevoli a livello morale. Poteva sembrare un nuovo gioco. Esisteva sì il divieto, ma chi poteva pensare che il Maligno avesse “cattive” intenzioni?

 

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

La nudità adamitica

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.» [Genesi 2, 25]

Lo scrittore sacro specifica espressamente questo aspetto per sottolineare la differenza fra un prima (il tempo delle origini – stato animale) e un dopo (l’epoca attuale, in cui scrive), come se il provare vergogna fosse un tratto ulteriore che ci differenzia dall’animalità, che ci distacca dallo stato di natura, come fosse il primo gradino dell’incivilimento. Oppure, perché ritiene ovvia la nudità nel rapporto fra marito e moglie e solo in quest’ambito.

Mi premeva però sottolineare il punto di svolta nella presa di coscienza umana, nella consapevolezza che poi ha determinato il distacco, la cacciata, la caduta, e non da ultimo – visto che gli si erano aperti gli occhi del giudizio morale – la presa di coscienza del peccato, del tradimento del patto con Dio, della disubbidienza, della superbia, e via dicendo: e soprattutto della scoperta in sé della propria vera natura (del fatto che può essere buona o cattiva) , la scoperta della possibilità e capacità di peccare (di disubbidire, o addirittura di offendere Dio), ponendo le fondamenta della “libertà” dell’uomo nei confronti dell’ordine morale, salvo accettarne conseguenze e responsabilità, premio o castigo (esattamente come gli animali da circo).

Probabilmente in questo consiste la presa di coscienza dell’essere nudi: nudi, cioè, a se stessi. Il peccato, cioè la presa di coscienza di quanto sia bene e di quanto sia male, ha permesso ai Progenitori di vedersi senza paraocchi, buoni e cattivi, in grado di scegliere fra bene e male, di fare l’uno o l’altro secondo il proprio arbitrio, di agire pro o contro la vita e la propria stessa vita. Nudi per aver scoperto in se stessi la capacità di autodistruzione, e non tanto per la nudità in sé, non per un innato senso di pudore. In fondo sarà proprio la scoperta di una morale che renderà necessaria la costruzione di un alveo in cui costringere la nostra condotta, che renderà necessaria la nostra collocazione al di qua o al di là dello spartiacque bene/male.

Il “caso particolare” della nudità, mi sembra solo un suggerimento immediato preso ad esempio perché tutti capissero il paragone, la parte per un tutto. Non credo infatti che proprio (o solo) il controllo della nudità (mettiamo anche della sessualità) sia il fondamento, il punto di partenza programmatico per ogni altro comportamento umano moralmente diretto. Ma forse così sembra a me, oggi. Allora, le cose potevano avere valenze diverse.

 

Un Dio patriarcale

Penso che fino alla redazione definitiva della Genesi (VI-V sec. a.C), l’ordinamento sociale degli Ebrei fosse tale per cui la prima cosa che richiamasse il senso di vergogna fosse proprio la visione della nudità. E proprio in questo libro troviamo un indice prezioso:

«Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne».  [Genesi 2, 24]

Non bisogna esser filologi per capire che questo versetto è stato interpolato, provenendo da una cultura in cui già esisteva  la famiglia («un padre e una madre») e il matrimonio, situazione riconosciuta e rigorosamente codificata, al cui interno vengono sospese le proibizioni che normalmente vigono tra persona e persona in pubblico. Matrimonio reinterpretato non come libera unione di due persone, ma esemplato sul racconto della costola (o viceversa), in modo che la donna scelta, prima che persona amata, fosse concettualizzata come “clone” del marito («osso delle mie ossa, carne della mia carne» – non è difficile giungere ad ipotizzare che la creazione di Eva sia una rivincita maschile, una rivendicazione di supremazia di fronte all’esclusiva capacità generativa della donna); per questo la nudità fra i coniugi non suscitava vergogna, non era uno scandalo, richiamando l’originaria vita edenica.

Da una parte le parole «suo padre e sua madre» sono uno spiraglio a riprova della posterità della redazione, dall’altro la formulazione «un’unica carne» lascia intravedere l’eccezione nei confronti della nudità: marito e moglie sono definiti un’unica carne, quasi fossero una stessa ed unica persona, per questo non commettono «peccato di nudità».

La nudità fu punita come ricordo, richiamo, rinvio a un luogo che non meritavamo più. La nudità era ciò che più contraddistingueva lo stato dei Progenitori rispetto a quello degli Uomini. E per la salvaguardia del mito, si è resa necessaria l’istituzione di un rito uguale e contrario (portare vestiti).

La tentazione di Eva


Il protovangelo di Giacomo

Mi sono imbattuto nei giorni scorsi nel Protovangelo di Giacomo, uno dei testi apocrifi non riconosciuti dal canone cattolico e non inclusi nella Bibbia. Circa sette secoli dopo la redazione della Genesi, conserva una memoria un poco diversa di quei fatti e aggiunge qualche particolare interessante  degno di attenzione.

Trascrivo il brano per comodità:

[13, 1] Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo:

«Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L’ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l’ho custodita. Chi è che mi ha insidiato? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia, contaminando la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Quando, infatti, Adamo era nell’ora della dossologia, venne il serpente, trovò Eva da sola e la sedusse: così è accaduto anche a me».

[2] Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse:

«Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore, tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel santo dei santi e ricevevi il cibo dalla mano d’un angelo?».

[3] Essa pianse amaramente, dicendo:

«Io sono pura e non conosco uomo».

Giuseppe le domandò:

«Donde viene dunque ciò che è nel tuo ventre?».

Essa rispose:

«(Come è vero che) vive il Signore, mio Dio, questo che è in me non so d’onde sia».

Ritengo che il Maligno abbia offerto a Eva qualcosa più di una mela, e durante l’incontro sia rimasta incinta (come appunto è capitato a Maria durante l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele. Nel capitolo successivo infatti Giuseppe, durante una notte insonne, giunge a questa conclusione: «temo che quello che è in lei provenga da un angelo»).

Pobabilmente Eva rimase incinta di Caino. Provenendo da un angelo “cattivo” il destino di Caino era già segnato sin dall’inizio. Paradossale che proprio il primo omicida venga poi “graziato” dalla legge del taglione (perché probabilmente non esisteva ancora) con l’impressione di un segno: “Nessuno tocchi Caino”  (Genesi 4,15).

Il brano riportato mi pare importante e curioso perché aggiunge due novità rispetto al racconto della Genesi:

1) Adamo non era presente al momento della tentazione perché era «nell’ora della dossologia».

2) Nell’“ora della dossologia” Dio, occupato nella propria autocelebrazione, non poteva sorvegliare il giardino. Solo con l’assenza di Dio si rende possibile il piano del Serpente e la tentazione. A meno che non si tratti di un apologo con tanto di insegnamento morale: diffidare degli incensi, delle manifestazioni celebrative perché distolgono dalla sorveglianza accurata.

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

La dossologia

Qualcuno traduce pure «nell’ora della preghiera» (Marcello Craveri). La parola doxa (da cui dosso-logia) in greco vuol dire fondamentalmente “gloria, buona fama”, e da qui è passata a significare, in concreto l’atto stesso, il rito di venerazione verso Dio, di riconoscimento del suo potere, della sua sovranità (Signore!), della “verità”, nonché della sua “divinità” (qualunque cosa voglia o volesse dire questa parola), fondamento della fede, ecc., in cui si recitano formule che decantano la gloria di Dio, come fosse un vincitore in trionfo.

Sono delle dossologie:

– gli inni, come il Te Deum laudamus, il Magnificat, il Benedictus,

– i Salmi… perché finiscono in gloria  – «I cieli narrano la tua gloria…»

– alcune acclamazioni liturgiche, come il Gloria in excelsis Deo, Sanctus, sanctus, sanctus

– i sacrifici come quelli di Caino e Abele

– l’adorazione dei Re Magi

– le parole degli apostoli dopo la tempesta: «Davvero tu sei figlio di Dio!» Matteo 14,33;

di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» Giovanni, 6, 68-69;

del centurione sotto la croce, Matteo 27,45, Marco 15,39;

di Marta dopo la resurrezione di Lazzaro, Giovanni 11, 27; trasformato poi nell’annuncio di verità «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» Matteo 10, 27).

– è la principale attività degli angeli in cielo, quando non sono impegnati nel compito di messaggeri.

Una corrente interpretativa  pensa che “gloria” possa significare “potenza”, perché il concetto di gloria, allo stato di evoluzione e organizzazione sociale di allora, poteva suonare troppo astratto per un popolo di pastori.

Adamo era dunque presso Dio ad ammirare la sua potenza. Una potenza a doppio taglio: benigna per i fedeli, intransigente e “giusta” con i trasgressori.

La gloria di Dio come “potenza concreta” è descritta nell’Esodo (24, 16; 33, 18-23): Mosè chiede a Dio che gli si mostri nella sua gloria per avere qualche elemento in più per convincere gli Ebrei a preferirlo come Dio, rispetto agli idoli pagani. E Dio gli dà delle istruzioni precise, perché la vista della sua gloria potrebbe annientarlo, tanto è potente. Il testo ebraico usa il termine kevòd di solito tradotto con “carro, veicolo imponente, pesante”. Mosè si nasconde nella fenditura di una roccia, e può osservare il passaggio della gloria solo mentre si sta allontanando, e tuttavia il passaggio del kevòd gli ustiona la faccia, anche se in modo leggero.

Anche Beatrice, nella Divina Commedia scende dal cielo su un carro (Purgatorio XXX, 37-39), che WIlliam Blake illustra simbolicamente e misticamente prendendo a prestito le indicazioni di Ezechiele:

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

È così facile salire sul carro dei vincitori! Tipico degli Italiani.

Il termine dossologia compare solo con i Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Origene, Asterio Sofista nel suo commento al salmo 18, Giovanni Damasceno) e negli scritti apocrifi (Testamento di Abramo, Protovangelo di Giacomo).  Interessante che la “conversione” di Costantino sia chiamata dossologia dallo storico cristiano Eusebio (Vita Constantini 2, 55). Al passaggio di un trionfatore con la corona d’alloro sospesa sul capo, possiamo esultare insieme, partecipare nella gioia, considerarlo una divinità in terra (un divo), oppure chinare il capo in segno di sottomissione: come a dire “esaltati e contenti di essere sudditi di un simile capo”. Puntini, puntini…

Sesso e nudità


     Riprendo le fila del discorso sul pudore e la pagina dello Zibaldone di Leopardi dopo l’intervento di Emanuele Nudismo e società con il commento di Gianni e la replica di Emanuele.

 

La scoperta del sesso e dell’amore

    Adamo ed Eva provarono vergogna d’essere nudi non fra di loro, ma di fronte a Dio. Il senso di colpa di solito annichilisce la dignità, le proprie sicurezze. Non c’è il minimo accenno di pentimento nei Progenitori: accettano a testa bassa la cacciata dal Paradiso Terrestre e danno inizio all’umanità.

    Col sesso!

    Appunto questa è la novità. Anzi le novità:

  • 1) che l’uomo è mortale, ma può riprodursi (prima non v’era bisogno, così almeno sembra);
  • 2) la vita si trasmette nei corpi, tramite i corpi: ora si sa come fare;
  • 3) il saper generare è collegato alla legge morale, implica il saper distinguere il bene dal male: in questo l’uomo è più libero di prima (è buono perché sceglie di esserlo, non per natura: sceglie che cosa è buono), avere dei figli diventa una scelta (e una responsabilità di cui rendere conto, a sé e alla società) e non un caso (regolato dall’istinto, dalla natura).

    La tradizione teologica sostiene che i Progenitori possedessero la conoscenza perfetta del mondo creato (la cosiddetta “scienza infusa”): il dare un nome agli animali e alle piante sta ad indicare esattamente questa conoscenza (san Tommaso, Summa theologiae parte I, questione 94, articolo 3). E non sospettavano esistessero delle conoscenze segrete – prerogativa esclusiva di Dio, e talmente potenti da costituire l’essenza stessa di Dio, cioè la capacità/volontà/potenza creativa –, come il serpente aveva fatto chiaramente intendere. Nel Paradiso Terrestre non serviva la conoscenza “artigianale”, il saper fare: mi stupisco perciò quando leggo che i Progenitori intrecciarono una cintura con foglie di fico.

    Pensando alla scelta della mela quale frutto che simboleggia la tentazione e il peccato, sono stato portato per similitudine ad associarlo alla forma del cuore e a ritenerlo metafora del sentimento, in particolare del sentimento amoroso e della sua consapevolezza; di quanto cioè, insieme con la ragione, ci fa umani. La nudità durante l’atto amoroso può assumere allora una valenza rituale, “in ricordo” della nudità paradisiaca. La nudità diventa sinonimo di innocenza, bontà e ben volere, di non-aggressione, di unanimità, di legame affettivo. Ma anche affermazione e rivendicazione di legittimità tutta umana nell’atto stesso della generazione. Quante volte noi stessi abbiamo percepito lo stare liberi e nudi come uno stato paradisiaco!

    Da qui discende un’ennesima ipotesi sull’origine del pudore, che collega strettamente la nudità con l’attività sessuale: solo gli amanti si mostrano in scambievole nudità. Il legame amoroso è talmente privato da secretarlo agli occhi degli altri. Il richiamo allo stato paradisiaco lo farebbe rientrare addirittura nell’ambito del sacro. Indirettamente si spiegano anche la nudità eroica e sportiva: le donne non partecipavano alla guerra, alle olimpiadi, non frequentavano i ginnasi. A Sparta, città dove per altri versi la nudità maschile e femminile, specie nei giovani, era libera consuetudine, i mariti visitavano le proprie mogli in segreto, in sortite notturne dalle caserme.

    E può valere per la nudità quel che sant’Agostino diceva a proposito dei passi oscuri della Bibbia (Lettere 137, 5, 18, a Volusiano):

    «Ma acciocché le verità manifestate non vengano a noia, la Sacra Scrittura in altri passi le copre d’un velo per farcele desiderare; il desiderio ce le presenta in certo qual modo nuove e, così rinnovellate, s’imprimono con dolcezza nel cuore.»

 

Buono da mangiare

    Mangiando del frutto dell’Albero della Conoscenza, Adamo ed Eva addentano la vita a pieni morsi, vengono a sapere del suo segreto, sanno come funziona il concepimento, come la vita viene trasmessa. Con la capacità di procreare, l’uomo diventa “creatore” al pari di Dio: «Sarete simili a Dio» aveva promesso il serpente. Il testo della Genesi (3, 22) dice espressamente: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male». Effettivamente non si capisce bene in che cosa consista il peccato, se poi la Conoscenza ha reso i Progenitori “come uno di noi”; dunque, nonostante la disubbidienza, il saper distinguere il bene dal male  li ha resi partecipi nientemeno che della divinità. Se il sesso è così legato al discernimento del bene e del male, da farci simili a Dio e partecipi della sua volontà creatrice, allora è una cosa buona in sé. Col peccato il ruolo dell’uomo diventa imprescindibile e “necessario” (questo aspetto può essere inteso come una conferma dell’ipotesi che la narrazione sia stata costruita a posteriori e collocata in un tempo mitico e felice, al di fuori e prima della storia).

    Adamo ed Eva se ne vanno orgogliosi di avere in sé una prerogativa che pensavano fosse solo di Dio, o sulla quale non si ponevano domande. Per questo il peccato originale viene interpretato come peccato di superbia.

    Il senso del pudore sarebbe spiegabile come atteggiamento apotropaico (nell’articolo di Wikipaedia si riporta una affermazione di Nietzsche, che abbiamo già visto, secondo la quale esisterebbe pudore dove esiste mistero): copriamo gli organi sessuali perché lì si cela la sacralità della generazione, mistero carpito a Dio e simbolo della nostra “caduta”, ricordo e monito della punizione. Ma anche di un mondo utopico. E trionfo della scaltrezza umana, della “volontà di sapere” (Foucault) che non dà nulla per scontato, che fa della specie umana una stirpe di Ulissidi. Senza la maschera del pudore, arrossiamo perché vediamo scoperta la nostra superbia, il nostro orgoglio, i nostri intimi desideri, le nostre più inconfessabili mire: sempre oltre le Colonne d’Ercole stabilite dal viver comune.

    Il pudore, mi par dunque di capire, è un’istituzione umana e non una legge divina. Anzi una rivendicazione di uno spazio prettamente umano di fronte all’onnipotenza di Dio. La foglia di fico (o di vite, in Francia), con quel che nasconde e rappresenta, è divenuta la bandiera del nostro orgoglio e dignità di uomini, della nostra ribellione, libertà e autonomia: da coltivare davvero in segreto se non vogliamo tirarci addosso nuovamente una punizione divina. Ostentare le nostre capacità procreative sarebbe una aperta provocazione verso Dio e verso la società. Per questo il pudore si muove lungo il filo sottile che separa l’orgoglio dall’imbarazzo. E perciò teniamo i sessi nascosti e protetti con il nostro più intimo compiacimento, anche se pubblicamente li chiamiamo vergogne. I linguisti definiscono antìfrasi il dire una cosa per far intendere ironicamente il contrario.

    Col tempo il rapporto verso Dio si è inclinato orizzontalmente verso la società. Con l’Illuminismo siamo diventati “cittadini” liberi e laici, con uno sguardo da pari a pari verso i nostri consimili, pesiamo tutto col bilancino della ragione. L’atteggiamento è rimasto però fondamentalmente lo stesso: forti e pieni di orgoglio per le nostre “imprese” quando le raccontiamo (don Giovanni, Casanova, De Sade), quando cantiamo: Madamina, il catalogo è questo, quando contiamo le tacche sulla cintura (in materia, le spariamo tutti un po’ grosse, cacciatori e vanagloriosi); ma guai se le imprese vengono fatte sotto gli occhi di tutti: è uno scandalo, un’indecenza, una porcheria, si chiama la Buoncustume. Forse non le facciamo anche per il timore di “figuracce”. Fra gli scrittori, Pavese e Hemingway si sono suicidati quando l’età o la malattia li ha resi impotenti.

Matrimonio / patrimonio

    Mater semper certa est dice una nota sentenza latina: da qui al matrimonio il passo è breve. Anche etimologicamente: alla parola mater è stato aggiunto un suffisso denotante uno status intrinsecamente connesso. Matrimonium designava la legittimità dei figli. Patrimonium designava lo status di pater familias, cioè l’insieme dei mezzi che garantivano il sostentamento della famiglia e la continuità della discendenza.

    Il sesso è il punto debole-o-forte di ogni persona (virilità/maternità); la nostra cultura e il nostro diritto ne fanno una roccaforte talmente privata e personale che giudica osceno il nudo dal vivo, il nudo in pubblico. E queste cose poi ci vengono insegnate e a nostra volta, anche inconsapevolmente, le insegniamo. Proprio perché la nudità è considerata un fatto privato, riservato a momenti e luoghi particolari (in primis all’attività sessuale), l’esibizione dei genitali viene associata immediatamente a una disponibilità al di fuori dell’ordine e misura “accettabili”; viene interpretata come intemperanza libidica o peggio ancora come innesco di processi o reazioni di natura erotica potenzialmente devianti o non canalizzati nella consuetudine.

    Con l’eccezione dei media (pubblicità e pornografia). Per i quali tutto sembra esser lecito; anzi si tollera facendo finta di nulla (in nome dell’arte, della libera espressione della personalità) che dettino legge in fatto di costume, di mode, di tendenze, “àrbitri” di effimere eleganze, di futili emozioni, di vita pilotata, esibita sotto-vetro.

Il nudismo

    Il nudismo potrebbe dunque essere visto come un atteggiamento di ribellione verso un costume imperante nella società: ribellione legittima, essendo anche noi nudisti parte della stessa società ed essendo il nudismo pratica naturale, salutare, innocente ed innocua, paradisiaca.

    Il resto della società può costruirci attorno un mostro ideologico, vederci un demonio tentatore, e allora fuggirà la nudità (propria e altrui) come la peste. Nessuno accetta tanto volentieri la revisione del proprio modo di pensare, anzi lo difenderà più lo sentirà minacciato.

    Probabilmente tutti noi siamo passati attraverso una severa revisione dei nostri atteggiamenti, punti di vista, pregiudizi, convinzioni, partendo da un morso di mela, dalla stanchezza di dover portare e tramandare un fardello non più nostro, forti del senso di leggerezza e sicurezza che abbiamo provato dopo che per la prima volta ce ne siamo liberati. E ha vinto l’evidenza, ha vinto di nuovo la conoscenza, libera, naturale, ovvia, “infusa” nelle cose medesime. Una conoscenza acquistata a nostre spese che ci ha «aperto gli occhi» (Genesi 3, 7), che ci ha resi più consapevoli di noi stessi. Poiché abbiamo peccato sappiamo giudicare: il peccato stesso è diventato un bene (felix culpa). Per paradossale che possa sembrare sembra proprio così. E tanto ci basta.

Sul pudore – 1


Che vi si creda o meno, dalla Bibbia traggono origine convinzioni e comportamenti tuttora ben radicati nella mentalità, negli atteggiamenti e nelle leggi.

Nella Bibbia (Genesi 2, 25) troviamo il primo collegamento fra nudità e vergogna:

«E l’uno e l’altra, Adamo cioè, la sua moglie, erano ignudi; e non ne aveano vergogna.»

È vero, la Genesi è stata scritta a ritroso, quando le cose eran già assodate oppure cercavano una retrodatazione mitica (o divina) per potersi imporre autorevolmente e irrefutabilmente.

Sono del parere che il senso del pudore sia collegato al matrimonio e sia un prodotto del patriarcato. Il matrimonio può essere interpretato come una normativa eugenetica volta sia al mantenimento della coesione sociale che all’identità culturale e somatica di un popolo (“mogli e buoi dei paesi tuoi” – in questo senso può essere inteso come strumento “razziale” finalizzato alla riproduzione e propagazione delle proprie caratteristiche fisiche e culturali, fino ad ottenere la predominanza numerica e la supremazia sui popoli più aperti all’esogamia). A questo servono le norme che regolano la “scelta” della sposa, e in parallelo le sanzioni contro l’adulterio (per lo più della donna), la vedovanza, le consuetudini circa l’allevamento dei figli, la trasmissione della ricchezza (eredità) alla nuova generazione. Non si capirebbe altrimenti come mai il pudore sia focalizzato prevalentemente sugli organi della generazione.

La nostra esperienza di nudisti ci ha mille volte dimostrato che non è l’esposizione del sesso a “provocare” il desiderio. Anzi lo tempera in una misura che riconosciamo per adeguata e giustamente moderata, senza ulteriori implicanze di natura moralistica (è bene fin qui, oltre è peccato), deontologica (obblighi derivanti dall’essere fecondi – da cui certa ostilità al celibato e alle unioni “non procreative”), senza amplificazioni o deviazioni (sex appeal). Le camicie da notte femminili di non troppi decenni fa con l’apertura strategica che permettevano l’atto sessuale senza la visione del corpo nudo della donna, la consuetudine di far l’amore sotto le coperte o a luci spente, possono essere una dimostrazione.

Il concetto di “frutto proibito” (ritorniamo alla Genesi) può essere una “tecnica” per aumentare il desiderio sessuale (dentro e fuori il matrimonio), e per conseguenza attuare il comandamento divino “crescete e moltiplicatevi, riempite la terra”. Così come le varie norme per garantire la “discendenza” di sangue e patrimoniale, usate come modi di aggiramento del rigido vincolo matrimoniale.

Ho cercato invano nel Catechismo della Chiesa Cattolica la parola “pudore” nel capitolo sui peccati contro il 6° comandamento. Non è lì, ma nel commento al 9° comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Mi pare utile vedere alla fonte la posizione ufficiale della Chiesa:

     2521 La purezza esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l’intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione.

     2522 Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell’impegno definitivo dell’uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell’abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione.

     2523 Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l’esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti.

     2524 Le forme che il pudore assume variano da una cultura all’altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell’uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana.

   2525 La purezza cristiana richiede una purificazione dell’ambiente sociale. Esige dai mezzi di comunicazione sociale un’informazione attenta al rispetto e alla moderazione. La purezza del cuore libera dal diffuso erotismo e tiene lontani dagli spettacoli che favoriscono la curiosità morbosa e l’illusione.

     2526 La cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana. La libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale. È necessario chiedere ai responsabili dell’educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell’uomo.

     2527 « La Buona Novella di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell’uomo decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale, feconda come dall’interno, fortifica, completa e restaura in Cristo le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo e di ogni età ».

 

In sintesi

     2528 «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,28).

     2529 Il nono comandamento mette in guardia dal desiderio smodato o concupiscenza carnale.

     2530 La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza.

     2531 La purezza del cuore ci farà vedere Dio: fin d’ora ci consente di vedere ogni cosa secondo Dio.

     2532 La purificazione del cuore esige la preghiera, la pratica della castità, la purezza dell’intenzione e dello sguardo.

     2533 La purezza del cuore richiede il pudore, che è pazienza, modestia e discrezione. Il pudore custodisce l’intimità della persona.

Se leggiamo questi paragrafi con una certa malizia (o spirito critico, come preferiamo) scopriamo che il pudore serve a mantenere un’aura di mistero attorno alle cose che riguardano il sesso e la generazione (il frutto proibito).

Nietzsche [Nietze Source – cercare Scham Furcht  e cliccare sul risultato nr 8: Menschliches Allzumenschliches II: § WS — 69] osservava già nel 1879 in Umano, troppo umano che il senso del pudore esiste ovunque vi sia un mistero, e che in questo caso la “funzione apotropaica” del pudore consiste nell’allontanare la paura dell’oggetto misterioso [ritorneremo sulla relazione fra pudore e paura]. Se vogliamo interpretare “mistero” come rito gestito in esclusiva da una categoria sociale (sacerdoti), cominciamo a comprendere la finalità del pudore.

Antonio Martini, cui si deve la prima traduzione autorizzata della Bibbia in italiano (circa 1780) così commentava il versetto della Genesi: «Vers. 25. Erano ignudi, e non ne avevano vergogna. Non era ancora nell’uomo avvenuto quello strano cangiamento, per ragione del quale la carne desidera contro lo spirito, e lo spirito contro la carne. Nessun contrasto essendovi tra l’uomo interiore e l’esteriore, non eravi onde arrossire della nudità.» I nudisti sono dunque i più vicini alla condizione equilibrata, armoniosa e paradisiaca fra spirito e carne: sono puri di cuore e non vedono in corpo nudo necessariamente il peccato (o un’occasione prossima di peccato). Che sia stato proprio lo steccato, il discrimine di cui parlavo ieri, a creare il disordine?

Come si vede, il pudore ha radici molto profonde e motivazioni che rafforzano l’ordine sociale costituito e dato per scontato. Rifletterci potrà aiutare a sfrondare l’aura di misticismo e di timore (sacro, reverenziale…) che esiste attorno alle cose che riguardano il sesso e la generazione, riducendole a una misura più “umana” e secondo natura (anche “bestiale” o “biologica”), senza ad esempio l’amplificazione drogata di un “desiderio smodato” (v. sopra nr. 2529 – Ma qui le cose cominciano ad andare in corto circuito).

Continua alla parte 2

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