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#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite i il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

#TappaUnica3V gli allenamenti proseguono


Nel precedente report scrivevo di voler incrementare la mia velocità di cammino e infatti sto lavorandoci sopra parecchio: corsa in piano su asfalto con lunghezza contenuta per l’allenamento di base (ho fatto per la prima volta nella mia vita i dieci chilometri e con un tempo discreto: un’ora e otto minuti) ed escursioni su percorsi brevi (attorno ai dieci chilometri) con limitato dislivello (sotto i mille metri) dove alternare la corsa al cammino per allenare la velocità su terreno specifico.

A questo lavoro, che definisco di velocità pura, ho abbinato quello per la resistenza in velocità, altro importante aspetto che mi darà quel margine in più sui tempi del giro permettendomi, qualora dovesse essere necessario, di forzare parecchio l’andatura e recuperare eventuali ritardi. Resistenza in velocità vuol dire allenarsi sia sul piano fisico che su quello psicologico, il primo è comunque molto condizionato dal secondo: finché la mente regge anche il fisico, seppur provato o addirittura stremato, continua a fare la sua parte. Ecco, così, i percorsi di media lunghezza (attorno ai venti chilometri, che in seguito cresceranno fino a trenta e magari anche oltre) con discreto dislivello (tra i mille e i duemila metri) costituiti da un ripetuto alternarsi di salite e discese.

Lavoro massacrante, anche perché uscendo mediamente due volte alla settimana i recuperi sono sempre incompleti e il mal di gambe è ormai diventato un fedele e quotidiano compagno, ma comunque un lavoro che affronto volentieri, di più… mi ci sono appassionato: è stimolante riuscire a percorrere in pochissime ore quegli itinerari che tipicamente facevi o si fanno in una giornata intera, è piacevole sentire i muscoli, ivi compresi quelli deputati alla gestione del respiro, che lentamente si allentano dallo stato di affaticamento, è rassicurante avere tali margini di controllo sui tempi di cammino, è affascinante percepire in velocità il mondo che ti circonda, veder scivolare via sotto i tuoi piedi chilometri e chilometri di terreno, sassi, pietre, erba, fiori, rami che appaiono e scompaiono in tempi brevissimi, immagini di monti, prati, laghi, cieli che com’esuli pensieri in frazioni di secondo s’imprimono nella mente, affascinante!

Ecco, in ordine di effettuazione, i percorsi che mi sono inventato tra novembre e dicembre, alcuni classici itinerari, altri mie pure ideazioni.

Periplo basso del Monte Guglielmo 31,13 chilometri con 1420 metri di dislivello in circa sei ore.

Anello di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia 13,54 chilometri con 808 metri di dislivello in due ore e trentaquattro minuti.

Anello di Cà della Rovere 7,12 chilometri con 345 metri in un’ora secca.

Anello Caregno, Stalletti, Medelet, vette Guglielmo, Tiragna, Caregno 18,64 chilometri con 1243 metri di dislivello in tre ore e quarantotto minuti.

Nuova esplorazione (parziale) del sentiero che dal Colle di Sant’Eusebio porta al Monte Tre Cornelli e stavolta sono riuscito a correre parecchio anche nei tratti di salita (leggera).

Monte Campione da Bovegno 17,33 chilometri con 1213 metri di dislivello in tre ore e cinquantasei minuti.

Periplo basso del Monte Maddalena 21,41 chilometri con 979 metri di dislivello in tre ore e ventiquattro minuti (relazione tecnica del percorso).

Frammiste a queste le uscite più tranquille fatte in compagnia di mia moglie.

Punta Almana da Inzino 12,4 chilometri con 994 metri di dislivello.

Monte Conche da Caino 10,21 chilometri con 773 metri di dislivello.

E quella, notevolmente più tranquilla, con il gruppo di Mondo Nudo.

Anello del Monte Palosso da Valle di Lumezzane 9,36 chilometri con 829 metri di dislivello.

#TappaUnica3V riepilogo di giugno


Tante le cose da fare in questi ultimi giorni di febbrile attesa del momento cruciale e così mi sono dimenticato di fare il solito riepilogo statistico di fine mese, molto succintamente eccolo…

Numero di uscite 11
Chilometri certi camminati 237
Dislivello minimo coperto 13589
Ore di mio effettivo cammino 65,38
Ore di tabella 89,05

Il che porta ai seguenti totali complessivi (da novembre 2015 a giugno 2016):

Numero di uscite 57
Chilometri certi camminati 976
Dislivello minimo coperto 53636
Ore di mio effettivo cammino 245,48
Ore di tabella 356,05

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#TappaUnica3V: tanti segni negativi non mi hanno fermato!


Monte Campione dalla Colma di Marucolo

È arrivato il momento di tapponi, anzi, del tappone visto che, date le sensazioni e le deduzioni fatte in quest’ultimo allenamento, sarà il primo e l’unico che farò: devo ora pensare solo al recupero dalle ultime fatiche e alla preparazione per l’ormai molto vicino evento finale.

Fra i tre possibili tapponi ho scelto quello più impegnativo: un anello in media Val Trompia, da Gardone a Bovegno per il lato sinistro orografico e ritorno sulle creste di destra, a raccordare i due tratti del 3V inizialmente la salita da Gardone alla Forcella dei Quattro Cantoni passando per Sant’Emiliano, poi la discesa dal Goletto Campo di Nasso a Bovegno alla quale subito si collega la risalita da Bovegno a Monte Campione, infine la discesa dalla Croce di Pezzolo a Gardone. Stando ai miei calcoli manuali (rilevando le distanze dalle carte IGM) i chilometri sarebbero novantadue, stando invece ai calcoli automatici di Wandermap sono solo sessantasette; minore difformità per quanto riguarda il dislivello, i miei calcoli mi danno quattromila ottocento quarantaquattro metri, quelli di Wandermap ne danno quattromila quattrocento settanta.

Un test più che un allenamento, un test importantissimo, sia per la mia preparazione fisica che per i materiali, ma anche, indirettamente, per la logistica. Molte, infatti, le preziose informazioni che ho potuto ricavare da questo giro, dal peso dello zaino che dovrà al massimo raggiungere i cinque chili (gli otto attuali si sono rilevati eccessivi per giri così lunghi) al numero di rifornimenti (che da tre andrò portato a cinque o sei  sia per poter ridurre il peso dello zaino che per meglio supportare l’evenienza di un caldo estremo), dal cibo (ottime le varie barrette ma ad un certo punto lo stomaco pretende anche qualcosa di più corroborante) ai liquidi (ottima la scelta fatta ma bisogna aggiungere idratazione preliminare, sia a casa che ai punti di rifornimento), dalla crema solare (quella spray fa perdere tempo) alle scarpe (ottime seppur poco adatte ai terreni molto duri specie quando i piedi sono ormai macerati da tanti chilometri, potrebbe essere ideale prevedere un cambio scarpe nel tratto finale), dal tempo di percorrenza (fattibilissimo contando singolarmente le tratte, forse molto meno considerando che andranno fatte l’una dietro l’altra senza soste rilevanti) all’orario di partenza (per supportare l’eventuale aumento del tempo totale di percorrenza: quello di arrivo, nella speranza che ci sia un bel gruppo di persone ad attendermi, deve restare invariato ed  essere praticamente certo), dalla mia preparazione fisica (quadricipiti più che a puntino, qualche problema a livello di scarico dei polpacci e delle cosce) alla mia determinazione (decisamente alta). Insomma, devo correggere alcune cose, devo scaricare ciò che è risultato affaticato ma sono pronto. Nei prossimi dodici giorni (recupero) leggere camminate di scarico/mantenimento, ginnastica di potenziamento generale, amminoacidi ramificati (Enervit Enervitam Sport) per risolvere la fatica e trasformarla in crescita, nei successivi quattordici (preparazione) ancora leggere camminate e ginnastica, alle quali si abbineranno ora i flavonoli del cacao (Enervit Carboflow) per elasticizzare i vasi sanguinei e, così, migliorare l’ossigenazione muscolare.

Venerdì 14 giugno

Con tutta calma preparo il materiale che mi serve (e nonostante questo dimentico la macchina fotografica, le foto che illustrano l’articolo sono quindi di repertorio) e carico lo zaino, fa molto caldo ma devo comunque contenere il peso, così niente giaccone d’alta montagna, barrette energetiche contate con attenzione (per provarle ho aggiunto le leggerissime bustine di gel Enervit Enervitene Sport OneHand, quelle senza caffeina… test perfetto e decisamente approvate per l’equipaggiamento finale), una sola bottiglia d’acqua (1.5l) mentre riempio al massimo (2l) la borraccia floscia e aumento a due le borraccine (500ml cadauna) con l’integratore di sali (NamedSport HydraFit). Alla fine qualcosa più di otto chili, solo un chilo in meno delle volte precedenti, mannaggia.

Partenza, breve ma trafficato viaggio in auto che mi fa arrivare al parcheggio già un poco stressato. Il sole picchia nel cielo limpido, il termometro dell’auto segna ventotto gradi e sono solo le dieci del mattino, fortunatamente la prima parte del cammino è all’interno di un ombroso bosco e salgo velocissimo, troppo veloce, poi ne pagherò lo scotto: passato il santuario di Sant’Emiliano, uscito dal bosco, nella ripida salita che da forcella Vandeno porta alla Forcella dei Quattro Cantoni inizio a segnare il passo, le gambe girano sempre al meglio ma il fiato, reso difficile da un peso allo stomaco (probabilmente la busta di magnesio ,un mese addietro avevo smesso di prenderlo proprio perché mi restava sullo stomaco, ma stamattina mi sono svegliato con i crampi ad un piede e già ieri m’ero svegliato con i crampi a un polpaccio) non le regge, devo fare frequenti soste.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Ortosei

Velocemente, per quanto possibile su un sentiero che richiede costantemente attenzione (non è difficile solo stretto e scabroso), scendo alla Passata Vallazzo, risalgo alla Punta Ortosei, traverso a quella di Reai e scendo alla Cocca di Lodrino dove arrivo addirittura con sei minuti di anticipo sul programmato (pur essendo partito con due di ritardo). Senza sosta m’incammino sull’asfalto che mi porta alla trattoria Genzianella, parco degli Alpini e su per il sentiero del Passo della Cavada, stavolta prendo quello diretto. La temperatura è salita notevolmente e il sudore inizia a colare copiosamente, ma la cosa peggiore sono dei bruciori alla bocca dello stomaco e un mal di schiena che mi costringe a frequenti fermate dove devo piegarmi in avanti per alleviare la tensione (riducendo, nel contempo, il recupero respiratorio) arrivo al passo con venti minuti di ritardo, anzi, ventuno. Mi concedo quattro minuti di sosta per un recupero di sali, poi nuovamente in marcia sul lungo traverso che porta alla Cascina Morandi, quindi la bella discesa verso il passo del Termine. Qui seconda difficoltà della giornata: le scarpe nuove appaiono troppo larghe, nei traversi erbosi si girano attorno al piede rendendo il passo incerto e faticoso, provo a tirare i lacci e devo farlo più volte senza migliorare di molto le cose. Al Passo del Termine arrivo con ben trentadue minuti di ritardo e un bruciore all’attaccatura delle dita dei piedi.

Riparto subito direzione Vaghezza dove arrivo alle diciotto, in questo tratto, grazie alla temperatura ormi rientrata a valori accettabili, sono riuscito a mantenere una buona andatura. Del tempo totale di marcia ormai non mi preoccupo più: non ho nessuna intenzione di tentarne un recupero, anche perché si sono instillati i primi dubbi sul fatto di potercela fare, ho già pensato piani alternativi per interrompere il giro. Al barettino della Vaghezza, avendo già esaurito i due litri dalla camel bag, mi fermo per acquistare un poco di acqua, la simpatica ragazza che gestisce il bar s’interessa a quello che sto facendo e i minuti di sosta diventano rilevanti, ma non importa, anzi, meglio: recupero energia e svaniscono i pensieri di finirla prima. Riparto con un ritardo leggermente superiore all’ora che diventa un’ora e trentacinque quando, dopo un’altra bella sosta, riparto dalla vetta all’Ario, nella cui salita erano apparsi, tanto per non farsi mancare nulla, anche dolori alla base del fegato.

Al Goletto Campo di Nasso lascio il 3V e imbocco la via di discesa verso Bagolino. Supero Passo Croce e arrivo a Malga Confine dove mi arriva una telefonata, sono gli amici del gruppo escursionistico creatosi attorno al mio blog Mondo Nudo, sono riuniti a casa di Marco e Francesca, nudi davanti a una bella tavola imbandita, anzi ormai vuota dopo la libagione. Uno a uno passano al telefono per salutarmi e farmi i complimenti e così se ne invola un’altra mezz’ora abbondante, ma chi se ne frega, ormai ho deciso che me la voglio prendere comoda: questa è stata una bella lezione sul calcolo dei tempi, sempre fatto considerandoli seccamente, senza tenere in conto che su un percorso così lungo s’inseriranno inevitabilmente dei momenti di recupero, inizio a pensare di alzare le quaranta ore previste e portarle almeno a quarantatré se non quarantacinque. Ripartenza, con la sera che avanza arrivo alla Cascina Tigasso, la bella strada sterrata mi permette un passo sostenuto, forse recupero qualcosa. Forse… ad un certo punto devo imboccare un sentiero che, nel buio della notte, si mostra alquanto complicato: alcuni tratti sono sconvolti da miriadi di radici, altri invasi dalla vegetazione, nonostante la potenza della mia frontale lo perdo e mi trovo in un prato con erba altisisma, solo l’intuito mi rimette velocemente in strada. Finalmente sbocco su una stradina sterrata, ma… ma non c’è nei miei appunti di navigazione, dovrò andare a destra o a sinistra? Ancora l’intuito e ancora una volta imbrocco la via giusta: in pochi minuti sono alla strada asfaltata di Ludizzo accolto da una fresca fontana dove posso rinfrescarmi e integrare l’acqua della borraccia floscia. Arrivo a Bovegno che sono le ventidue e ventisei, un’ora e tre minuti di ritardo dall’orario programmato: nella lunga discesa, nonostante la lunga sosta al telefono, ho anche recuperato, ma al momento manco ci bado.

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Monte Ario

Avrei fortemente bisogno di un panino ma per trovare un bar dovrei spostarmi troppo dal mio percorso, indi altra barretta, stavolta del tipo spezza fame (e in effetti ha funzionato), e poi via a imboccare il sentiero che sale a Monte Campione. Le tabelle segnaletiche mi fanno sperare in un bel sentiero e così inizialmente appare, poi… poi s’inerba, s’inspina, i torrenti da due diventano cinque e… ciliegina sulla torta: un grande prato dove il sentiero si riduce a esilissima traccia tra le alte felci, un bivio di tracce, una piana che procede dritta, un’altra sale direttamente a destra il ripidissimo prato, boh! La frontale per quanto potente non riesce ad illuminare più lontano di tanto, provo a seguire la strada più logica ma dopo un centinaio di metri alberi crollati mi sbarrano la strada, impossibile passare e anche l’aggiramento appare impraticabile, devo tornare sui mei passi e prendere l’altro sentiero. Dopo una ripida salita nelle alte erbe del prato, ecco che la torciale illumina una cascina (a casa scopro trattasi del Bait de le Gume), senza badare alle ortiche la raggiungo per la via più diretta: dove c’è una cascina c’è quantomeno un sentiero. Infatti c’è, in poco sono di nuovo sul sentiero segnato, uhm, segnato, si fa per dire, un segno ogni tanto e fortuna vuole che ce ne sia uno proprio poco in prossimità di questo bivio (prima, ovviamente, non dopo, il che mi costa qualche metro in più di cammino). Un torrente mi sbarra la strada, non si vede prosecuzione sull’altro lato, scrutando per bene ecco qualcosa che sembra addirittura una larga strada, ma per arrivarci devo fare un guado da farsi a mollo (ma l’afa è tale che in pochi minuti scarpe e piedi tornano asciutti), non è una strada ma comunque un bel sentiero. A lungo cammino salendo assai poco, poi d’un tratto s’illuminano delle tabelle segnaletiche: sono al Pian delle Chiese e mancano pochi minuti a mezzanotte, metto a terra lo zaino per rilassare la schiena sempre più provata, mi siedo a terra e mi concedo una decina di minuti d’intervallo.

Sabato 25 giugno

Riprendo la marcia, il sentiero ora più evidente prende direzione opposta a quella di prima, poi inizia a salire nel bosco e le tracce, alla sola luce della frontale, man mano diventano più confuse, tratti da farsi a intuito fino ad incoccane nel successivo segno di vernice, poi un tubo in plastico per l’acqua sembra segnare la strada, si sale, ora si sale, finalmente si sale. Acqua sul sentiero, fango, impossibile evitare la melma, poi ancora su, ed ecco finalmente la tabella di Poracle, fra poco dovrei trovare una strada sterrata. Bivio, un segno alla sua altezza poi più nulla, provo a destra e mi trovo un guado con alcuni piantoni riversi a terra, non si passa. Ritorno e provo l’altro sentiero, poco dopo svanisce nel bosco, seguo esili tracce nell’alto tappeto di foglie: se la sopra, come da cartine a casa consultate, c’è una strada in un modo o nell’altro ci devo sbattere contro. Ma la strada non c’è, comunque trovo altre due tabelle segnaletiche relative a località che non sono nella mia tabella di marcia (Roccolo della Passata e Castel Vanil; a casa ricontrollo le carte e scopro che la strada giusta era quella sbarrata, io ho fatto un tratto su terreno libero andando a prendere l’altro ramo del sentiero 335, che avrei comunque dovuto riprendere più in alto ma seguendo una comoda strada sterrata al posto di complicati sentieri). Su, su, su, ora per lo meno si sale, una panca ad un capanno e mi concedo un’altra decina di minuti osservando la luna che splende in un cielo di stelle, poi ancora su, verso la vetta. Agogno la fine del bosco, il cammino sui prati del costone finale e finalmente arrivo ai pascoli di Malga Gandino Bassa e… forte, vicino, un bel grugnito, un cinghiale è proprio sulla mia strada, vicino, molto vicino, ne sento i passi sull’erba, sbatto le mani e lui si getta a capofitto nel bosco sgombrandomi la strada. Pensando al mai rilassarsi (avevo appena pensato “sono fuori dal bosco, ormai cinghiali non ne posso più incontrare”) riparto, oltrepasso la melmosa strada di malga, tabelle segnaletiche mi danno la direzione, ma poi i segni si fanno molto radi e nell’erba alta anche l’esile traccia diviene assai difficile da mantenere, più volte la perdo. In alto appare la vetta di Monte Campione, lontana, molto lontana, alta, troppo alta. Continuando la lotta con una traccia che si perde nell’erba che m’infradicia i piedi inesorabilmente procedo, ogni tanto la frontale illumina quello che sembra la fine di un dosso e poi si rileva solo l’inizio di altro dosso, bruciori di stomaco e mal di schiena mi fanno da compagnia impedendo una corretta ventilazione e costringendomi a fermarmi ogni pochi passi, nemmeno il fresco della notte mi è di sollievo. Finalmente arrivo su un terreno con erbe basse e rocce, il cammino si fa più agevole, non altrettanto l’indovinare la traccia, comunque salgo sempre dritto sulla linea di massima pendenza, ormai ho intuito che questa è la logica del sentiero, infatti immancabilmente ogni tanto un segno di vernice appare nel fascio di luce della frontale. La linea di cresta si è fatta vicina, ho bisogno di un’altra corroborante sosta, ma un freddo vento ha fatto la sua comparsa, trovo una pietra che possa concedermi un poco di riparo e, dopo essermi messo addosso quasi tutto l’abbigliamento a disposizione, mi ci siedo dietro e mi appisolo per qualche minuto osservando le luci della valle che fanno da contraltare alla pallida luna.

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Tratto di arrampicata nella salita al Guglielmo

Di nuovo in marcia, l’energia ancora mi sorregge e in breve sono alla vetta di Monte Campione dove riprendo l’evidente e sicura traccia del sentiero 3V. Bustina di Enervitene gel e poi via con passo bello sostenuto, breve discesa, risalita alla Colma di Marucolo (che mi appare molto più corta e molto meno faticosa di quanto m’era apparsa nel precedente passaggio) e poi giù per il crinale al Colle di San Zeno. Qui giunto, nella speranza che aprano il rifugio, mi concedo un’ora di sosta. Il rifugio non apre, niente colazione, la farò al rifugio Almici dopo aver scavalcato il Guglielmo. Mi tolgo giacca, giacca da pioggia, maglia invernale e pantaloni e, rinfrescato da una leggera pioggerella, salgo al Guglielmo esattamente nel tempo previsto dalle tabelle standard. Potrei farlo ma invece non rinuncio alla vetta e solo da questa discendo al vicino rifugio Almici dove mi faccio l’agognata corroborante colazione: prima un bel thè caldo con limone a sbloccare lo stomaco, poi panino alla coppa (che buona la coppa, slurp!) e un calicino di vino rosso (ottimo anche quello) a calmare la fame. Dicano quello che vogliono puristi e scienziati dello sport, bella cosa le barrette ma ad un certo punto ci vuole qualcosa di più corposo e lo dimostrano i fatti: dopo questa colazione i bruciori di stomaco scompaiono (sulla prima parte di discesa si sono abbassati dalla bocca dello stomaco alla sua base, poi svaniscono) e magistralmente svanisce anche il mal di schiena. Croce di Marone, rimpiazzo l’acqua (ormai calda e con un amaro sapore che non mi convince, infatti da Bovegno a qui ho bevuto solo quella delle bottigliette acquistate in Vaghezza) alla fontanella (scende a filo e ci vogliono una decina di minuti durante i quali chiacchiero amabilmente con un ciclista pure lui intento in duri allenamenti per un rilevante giro) poi via con rinnovato slancio verso la Forcella di Sale: ormai sono deciso, mi faccio anche l’ultima impegnativa salita. All’inizio di questa incontro due persone che scendono e mi fermo a chiacchierare con loro, anche loro mi si interessano di quello che sto facendo, poi riparto e supero pressoché di slancio la ripidissima e pericolosa (tratti molto esposti su vertiginosi prati, altri di facile arrampicata, alcuni con corda metallica di aiuto) salita diretta dell’Almana. Eccomi in vetta, pochi minuti di sosta per spalmarmi di crema solare (il sole è tornato a farsi vedere e picchia duro) poi via per la discesa alla Croce di Pezzolo e da qui giù sul fondo della Valle di Gardone. I piedi, ormai macerati, iniziano a bruciare nell’impatto sul duro terreno del cemento, prima, e dell’asfalto, poi, ma Gardone si fa man mano sempre più vicino e, ventisette ore e ventiquattro minuti dopo la partenza eccomi alla macchina. Fisicamente non sono per niente provato, solo il caldo della valle (trentatré gradi) mi ha reso pesante l’ultima mezz’ora e ora, dopo le tante ore di frescura, sta facendomi soffrire non poco. Apro l’auto, spalanco le portiere e il portellone, prelevo il cambio e il beverone agli aminoacidi mi siedo all’ombra e mi godo l’arrivo alla meta: molti i segnali negativi eppure tanti anche quelli positivi, il giro l’ho portato a termine a fronte di tutto e questo mi dà la carica migliore che potessi avere, devo solo modificare le strategie, e anche l’aver compreso questo è stato un risultato assai importante di questo pesante, pesantissimo test.

Giunto a casa (sarebbe stato meglio farmi venire a prendere da qualcuno, nel rientro più volte mi sono addormentato alla guida, pochi secondi, ma pur sempre abbastanza per rischiare) una bella doccia, caldina per pulirmi, poi fresca per corroborarmi, un massaggio ai polpacci con l’Arnica gel, una bella dormita, cena e bustina di aminoacidi ramificati, poi, dopo aver medicato l’abrasione al malleolo destro (scoperta solo dopo la doccia, forse una vescica che si è rotta nel lavarmi), a nanna.

Domenica 26 giugno

Mazza che dormita. Al risveglio i polpacci risultano tesi, la piccola ernia in guinale è leggermente più sporgente del solito, sussiste ancora una leggera tensione al colon, ma per il resto è tutto in stato ottimale: non ho segni di fatica, non ho dolori, sono sveglio e reattivo, fisicamente e mentalmente. Ottimo!

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La vetta del Guglielmo ormai vicina

#TappaUnica3V: quaranta chilometri nel fango


Pioggia, pioggia e ancora pioggia, anche questo mese di giugno sembra destinato ad essere molto bagnato e non si accontenta di normali acquazzoni ma si applica in violentissimi scrosci capaci di riversare a terra in pochi minuti quantità notevoli di acqua. In cotale situazione camminare sui sentieri di montagna diviene un esercizio assai pesante e talvolta anche pericoloso: dove i percorsi sono pianeggianti o in moderata pendenza il fango si è accumulato in quantità industriale risucchiando e trattenendo a terra le scarpe; dove la pendenza si fa un poco più rilevante lo scorrere dell’acqua ha accumulato spessi strati di foglie che nascondono i sassi o le radici; quando l’inclinazione aumenta ancora la violenza dei torrentelli di scolo (o/e il passaggio delle bici da downhill) ha scavato solchi stretti e profondi che, in discesa, costringono a insidiosi giochi d’equilibrio procedendo a balzi tra un lato e l’altro del canaletto, qui le scivolate sono pressoché inevitabili specie quando il terreno si fa argilloso, quindi duro e liscio, dove solo i ramponi permetterebbero una progressione stabile.

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In vetta all’Almana

Domenica 12 giugno

Ho rimesso in programma il giro che già avevo tentato con un amico interrompendolo a metà, a questo punto dell’allenamento, però, chilometri e dislivello devono essere di più di quelli del percorso precedente per cui aggiungo un altro anello sull’opposto versante della valle. Sulla carta ne esce un itinerario che, sebbene nella prima parte (sentieri 4 e 5 di Sarezzo)  non siano reperibili informazioni dettagliate sul percorso, appare interessante: partenza dallo stadio di Ponte Zanano per portarsi al centro di Zanano percorrendo prima la pedo ciclabile, poi la provinciale; da qui salita alle Case Paer dove prendere il sentiero 360 che scende a Gardone Val Trompia, attraversamento dell’abitato per andare ad imboccare il sentiero 313 con il quale risalire alla vetta dell’Almana e innestarsi sul 3V da seguire (passando per Santa Maria del Giogo, Zoadello, San Giovanni di Polaveno, Gremone e Vesalla) fino alla Case della Colmetta da dove scendere allo stadio di Zanano per i sentieri 307 di Gardone e 3 di Sarezzo. In totale ho, molto approssimativamente, calcolato poco più di trentasette chilometri con un dislivello di duemila e seicento metri per un tempo di marcia di dodici ore, ovviamente come sempre ridotto del venti per cento rispetto a quello dato dalle tabelle.

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Case Paer

Alle due e mezza, con abbondante anticipo sulla sveglia impostata, sono in piedi e decido di anticipare la partenza così alle quattro e sette inizio a camminare. È ancora buio e nonostante la vicinanza ai centri abitati devo subito accendere la frontale che spengo per la decina di minuti necessari ad attraversare Zanano. Imbocco la strada silvio-pastorale che da Zanano sale all’Eremo di Sant’Emiliano, la temperatura non è elevata ma la rilevante pendenza e il passo sostenutissimo mi fanno sudare: appena fuori dalle case del centro abitato maglia e pantaloncini vanno a riposare nello zaino. Le luci della valle rapidamente si fanno sempre più basse, quando inizia ad albeggiare ho già guadagnato parecchia quota e poco dopo arrivo alla Passata dove un evidente anche se poco leggibile tabellone mi indica con esattezza l’imbocco della mulattiera per le Case Paer. Qui giunto l’assenza di segnaletica m’induce a imboccare un evidente sentiero che procede oltre le cascine, dopo una quindicina di minuti percepisco che la direzione è quella sbagliata e, avendo prima notato la larga sella sovrastante le case, ad esse ritorno risalendone, per tracce di passaggio, il prato sovrastante. Perfetta decisione alla sella trovo la mulattiera giusta (a casa scoprirò che doveva esserci un suo tornante proprio tra le due cascine Paer, ma anche dalle foto tale tornante proprio non si vede) e poco sotto a questa la strada sterrata Zanano-Sant’Emiliano con le indicazioni del sentiero 360. Finalmente guidato da una buona segnaletica scendo velocemente nel fitto bosco già gustandomi la nota risalita dell’Almana che vedo d’innanzi a me dall’altra parte della valle. Il sentiero, però, non scende direttamente a Gardone facendo invece un ampio panoramico giro sulla testata del vallone sottostante, per poi riattraversarlo più in basso e portarsi in quello parallelo più a sud dove finalmente scende verso il paese, poco prima del quale devo purtroppo rimettermi i pantaloncini.

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La scalinata verso San Rocco

Attraversato Gardone Val Trompia mi porto all’attacco del sentiero 313 che stavolta imbocco dalla parte del Palazzo Comunale: al posto della ripidissima anonima stradina cementata che sale dal Piazzetto mi trovo a percorrere una faticosissima scalinata che sale strettissima tra le case per poi allargarsi in una vecchia tipica mulattiera, sempre a scale, che evoca ricordi di contadini con la gerla stracolma del fieno appena tagliato, decine di gatti più o meno randagi che gironzolano tra le antiche mura del paese di montagna, mandrie di mucche che salgono verso i pascoli più alti riempiendo la valle del sordo rintocco dei campanacci appesi al collo, dolci sapori e forti colori d’un tempo ormai andato. L’ho presa troppo allegramente, le gambe intozzate dalla lunga e laboriosa discesa abbisognavano di più tempo per riabituarsi alla salita, il fiato si è fatto corto mandandomi in debito di ossigeno, comunque è dietro di me e sono sulla mulattiera che, sebbene per poco, spiana, uno spiazzo piano mi permette un attimo di sosta e ne approfitto per bere e reintegrare i sali persi. Riparto affiancato da altro escursionista, scambiamo due parole, poi lui, favorito da uno zainetto piccolo e leggero (il mio, bello pieno, pesa quasi dieci chili), accelera lasciandomi facilmente indietro. Restato solo procedo al mio passo, sebbene il cielo, contrariamente a quanto indicavano le previsioni meteo, sia totalmente grigio, il caldo si è fatto opprimente e il sudore sgorga profusamente dalla mia pelle, i pantaloncini mi stanno facendo soffrire: il mio corpo mi chiede di dargli respiro! Quando decido di farlo sento un rumore poco sopra di me, qualcuno sta scendendo dal sentiero? No è una persona che sta rastrellando le foglie ammassate dallo scorrere delle acque dovuto alle recentissime torrenziali piogge. Niente, poco sopra inizia il passaggio tra stradine e cascine, devo rimandare il denudamento e continuare il cammino nella sofferenza del corpo.

In vista della vetta

In vista della vetta

Con molte seppur brevi fermate, integrando costantemente liquidi e sali, assumendo le prime barrette energetiche alla fine eccomi alla base della pala sommitale, da tempo nella pianura si sente tuonare ma la vetta è sgombra e il grigio cielo non minaccioso, procedo l’ascesa senza timori, purtroppo dovendo di volta in volta rimandare la levata dei maledetti pantaloncini. Ultimi metri, la vetta, in questo momento solitaria vetta, avvolto dal mare di nuvole che inibiscono totalmente l’ampia visione che da qui è possibile godere prendo un attimo di respiro, una foto con l’autoscatto e poi via, s’imbocca la lunga discesa verso Santa Maria del Giogo. Ehm, discesa, ma che dico, è un continuo sali e scendi con un interminabile sentiero costellato da un mare di sassi che spuntano dal terreno a creare spuntoni a punta o a lama che rendono instabile il cammino, oggi per giunta resi molto scivolosi dalla pioggia, richiedendo una continua attenzione e impedendo un passo saldo e riposante. Alla croce di Pezzolo recupero energie in vista delle successive varie risalite, latrati di cani spezzano il silenzio, ad essi rispondono le grida del cacciatore che li sta addestrando. Riparto, con passo misurato, litigando col fango, supero man mano le varie salite.

Lago d'Iseo e il ponte di Christò

Lago d’Iseo e il ponte di Christò

Casa Folcione, Casa Spiedo, Rodondone, il mare di nuvole è svanito e finalmente il lago d’Iseo appare a picco sotto i miei piedi, in evidenza il candido bianco ponte di Christò ormai allestito e in attesa dell’apertura. Eccomi alla trattoria di Santa Maria del Giogo. Brevissima pausa e poi via, di nuovo in cammino, un estenuante cammino tra la miriade di scivolosissimi sassi calcarei che minano la salute di caviglie e ginocchia e la pressante continuità del fango che rende pesante e instabile il passo. Subentra la noia, pericolo numero uno del camminatore sulle lunghe distanze, se puoi estraniarti, se il paesaggio ti avvolge e coinvolge, se i pensieri possono divagare i chilometri si susseguono senza misura, ma quando inizi a stufarti, quando l’unico pensiero diviene l’arrivare alla meta, quando imprechi ad ogni scivolone, quando maledici ogni sasso che incontri, beh, a questo punto tutto diviene pesante, faticoso, inesorabilmente faticoso. Cerco di distrarmi, di dare al pensiero qualcosa su cui meditare, osservo la natura che mi circonda, l’abitato di Polaveno che ormai appare lontano ma vicino, ascolto i rumori del silenzio e procedo. Caposs, la risalita verso Punta dell’Orto, discesa con qualche problema di orientamento (al solito i segni vengono a mancare proprio nei punti dove dovrebbero esserci, i bivi) e la conseguente strada in più per trovare quella giusta, Zoadello, Pianello, risalita sulle pendici del Monte Faeto, stradina, un signore che osanna alla famiglia le bistecche che sta cucinando sulla brace, avvolto dal loro favoloso profumo, penso di chiedere se c’è un posto anche per me ma poi, timido che sono, lascio perdere e continuo la mia marcia, San Giovanni di Polaveno, finalmente ci sono, davanti a me rimane l’ultima risalita e poi sarà solo discesa, una bella comoda discesa (pensiero che poi scoprirò essere completamente sbagliato).

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L’ultima salita sopra Vesalla

Per asfalto risalgo velocemente a Gremone e da qui un piccolo vegetato sentiero mi porta a Vesalla, in questo tratto le gambe hanno ripreso a mulinare alla grande supportate dal fiato non più a corto d’ossigeno, bello, bellissima scoperta: anche a fronte di un momento di depressione fisica e annoiamento mi è bastato poco per recuperare voglia ed energia, considerazione importantissima in vista del grande giro finale. Un poco d’asfalto all’ingresso del paese, poi una sterrata a cui segue una risalita in verde prato per arrivare alle Case della Colmetta.

Mi sono ormai rimesso sulla strada già fatta tanto tempo prima chiudendo così la conoscenza dell’intero giro, abbandono il 3V e vado alla ricerca del sentiero che mi deve portare a Ponte Zanano. Sbaglio subito percorso e perdo una mezz’ora facendomi anche un centinaio di metri di dislivello in più, risalito alle case individuo la segnaletica che indirizza verso la strada che ormai già avevo intuito essendo l’unica alternativa. Comodamente percorro la cementata e poco ripida discesa in direzione de La Croce, la segnaletica quasi subito svanisce, d’altronde non ci sono alternative. Scendo, scendo, scendo, arrivo a delle case, nulla che indichi il nome della località, avanzo ancora e arrivo a un bivio, nessun segno, basandomi sui ricordi della mappa visionata su Internet sono convinto di dover andare a destra per la piana stradina sterrata che procede in direzione di Gardone, sentendo delle voci in una casa vicina provo a chiedere conferma e… mi indirizzano per la cementata. Boh, dubbioso seguo il consiglio, facevo meglio a dare ascolto al mio istinto: altra mezz’ora persa e altri cento cinquanta metri di dislivello fatti per nulla. Infilo la stradina precedentemente individuata, impronte delle ruote di una moto mi tranquillizzano, poi segni azzurri sui sassi indicano che ci hanno fatto delle corse, infine, dopo una ventina di minuti, un segno bianco rosso, ottimo, non so se sia la strada programmata, ma di sicuro è una strada che mi porta a valle e nella direzione giusta. La stradina si fa sentiero, prima largo poi sempre più stretto, il fango qui è notevole, ormai manco più ci bado, pozzanghere complicate da superare senza immergerci i piedi, un bivio, controllo gli appunti, se sono sul sentiero giusto dovrei andare a destra per cui, destra sia. Pozza da infangata di cinghiali, fango e ancora fango, supero una valletta e… spine, solo spine, una traccia c’è ma coperta da un immenso roveto, un’altra traccia segue perfettamente la valletta, arriva dall’alto e prosegue verso il basso, ma sembra più un sentiero da cinghiali, preferisco tornare al bivio e imboccare l’altra direzione. Detto fatto, inizia la discesa, poi di nuovo falsopiano ed ecco un segno bianco rosso a darmi certezza.

Lottando col fango che vuole farmi scivolare ad ogni passo arrivo ad un altro bivio, segni a destra e a sinistra, che bello, allora sono alla biforcazione con il sentiero che scende verso via Seradello (invero ricontrollando a posteriori la cartina non esiste un bivio del genere), devo andare a destra. Poco dopo inizia una ripidissima discesa, il sentiero profondamente inciso da una canaletta di scolo (potrebbe anche essere il passaggio di biciclette e segni di copertoni in molti tratti lo fanno pensare, certo mi chiedo chi possa avere il coraggio di scendere su un siffatto percorso: pendenza mediamente notevole e a tratti impressionante, toboga strettissimo e molto inciso, curve a ripetizione e molto ravvicinate, vegetazione che a tratti invade il tracciato, boh) mi obbliga a manovre di alta acrobazia, il terreno argilloso rende sempre più complicato restare in piedi e infatti le scivolate iniziano a far parte del cammino, brutte pericolose scivolate, più volte sbatto violentemente il sedere a terra o finisco nelle spine che circondano il sentiero, un tratto pressoché verticale lo evito per altra traccia di poco meno ripida ma coperta dalle foglie che in apparenza la rendono più percorribile, sono quasi in fondo a questo tratto una curva secca a sinistra mi obbliga a una brusca frenata e parto per la tangente, sbatto violentemente il braccio destro su una pietra liscia, sento fortissimo il contraccolpo e finisco tra rovi e legna secca che mi fermano, il braccio è dolente, lo massaggio un poco e poi con attenzione mi rialzo. Arrivo ad una stradina sterrata, il sentiero continua sulla destra sempre ripidissimo, sempre profondamente scavato, sempre super scivoloso, segni di ruote escono verso la strada (ma allora è proprio un percorso di downhill, cavolo sono matti!), li seguo senza esitazione.

La strada ha una direzione diversa da quella che dovrei tenere ma chi se ne frega, una strada da qualche parte porta, scende comunque verso via Seradello e da lì posso rientrare a Gardone. Ad un certo punto trovo un bivio, ancora sentiero, pianeggiante e meno infangato, decido di seguirlo. Altro bivio, forse dovrei scendere a sinistra ma c’è ancora discesa ripida e molto fango, a destra è pianeggiante, vado a destra e trovo un segno verde rosso, ottimo. Cammina e cammina arrivo a delle cascine, una targa mi indica che sono Le Piazze, punto di passaggio a cui miravo ma al quale, come suggeriscono anche alcuni cartelli indicatori, dovevo arrivare da ben altro sentiero. MI posso orientare, ho due possibilità scendere verso Zanano o tornare indietro all’0ultimo bivio incontrato e scendere alla località Gelè nei pressi dello stadio di Ponte Zanano. Decido per la seconda opzione, ancora molto fango, ancora tratti ripidi sui quali è difficile restare stabili, procedo con la massima attenzione e sono a valle senza altri incidenti. Respirane di sollievo, è finita, questa maledetta discesa è finita. Sfrutto un ruscelletto con fontanella improvvisata per togliermi di dosso il fango che mi ricopre le gambe, già che ci sono pulisco anche le scarpe e chi se ne frega se mi bagno completamente i piedi, poche centinaia di metri in piano per la pedo ciclabile e sono alla macchina esattamente dodici ore dopo la partenza con un pensiero fisso nella mente: questi sono ben più di trentasette chilometri e anche il dislivello e nettamente superiore, occhio e croce direi almeno quarantacinque chilometri e tremila metri, ma probabilmente anche qualcosa di più.

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Marcheno, Magno, Corni Rossi e il Guglielmo dal sentiero 360

#TappaUnica3V, finalmente libero!


IMG_9056Fine settimana leggero, eppure importante: come ho già scritto in queste ultime settimane, a causa di problemi economici, sono piombato in uno stato di depressione e avevo iniziato a pensare di mollare tutto, ma mi sono accorto che gli allenamenti che sto facendo, oltre a darmi carica e grinta, mi concedono un attimo di stacco permettendomi di meglio ragionare sulle azioni da intraprendere per superare questo brutto momento, ecco che TappaUnica3V assume un ulteriore imprevisto significato: ancora di salvataggio!

P.S.

Avevo giurato a me stesso di non cedere più alla tentazione di fare polemica, ma vista la recente espulsione che un gruppo di Facebook ha comminato a mia sorella rea di aver condiviso alcuni mie articoli (dove le foto interne mostravano nudità ma non quella riportata nei post sul gruppo), a titolo educativo, mi sento in dovere di pubblicare questa breve precisazione, spero possa essere l’ultima.

Più sotto appaiono due foto in cui sono palesemente nudo, se qualcuno ha qualcosa da recriminare in merito… cresci e matura: Tesio di Serle, un luogo dove ogni domenica tante famiglie si ritrovano a fare il picnic, ecco il cartello sulla porta del bagno chimico in loco installato (presumibilmente lo stesso appeso alla porta di ogni bagno chimico installato da questa azienda in ogni luogo pubblico).

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Torniamo a noi…

Sabato 2 aprile

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Al risveglio, contrariamente al previsto, la mattina si presente coperta e freddina per cui ripongo nello zaino l’abbigliamento leggero (sperando di poterlo poi comunque utilizzare) e recupero dall’armadio quello più pesante che indosso direttamente. In serata ho un impegno e devo risparmiarmi pertanto il percorso programmato per oggi è, rispetto ai propositi, leggero: solo venti chilometri per millecinquecento metri di dislivello con un tempo di tabella totale tra le otto e le nove ore.

Alle sette parto da casa e dopo mezz’ora sono a San Michele di Gardone Val Trompia da dove inizia l’escursione. L’avvio è facilitato da una prima parte su strada con pendenze leggere e quando arrivo alla salita il mio fisico è pronto supportarla: sebbene ci siano tratti estremamente ripidi e nonostante un passo abbastanza sostenuto supero i primi duecento metri di dislivello senza la minima necessità di riprendere fiato. La temperatura s’è un poco alzata e, con la complicità dello sforzo, è da un po’ che soffro il caldo: maglia e pantaloni finiscono nello zaino e… finalmente libero!

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Riappropriatosi del suo naturale respiro il mio corpo quasi immediatamente smette di sudare e riprende il suo magico colloquio con l’ambiente che lo circonda, che piacevolezza poter nuovamente marciare senza nulla addosso se non quel minimo che, purtroppo, risulta indispensabile: scarpe e zaino. Cammino nel bosco e i miei peli vibrano all’unisono con gli steli dell’erba, la mia pelle cattura tutte le frequenze che mi circondano: gli inni delle foglie mosse dal flebile vento, l’ondulazione più o meno frenetica provocata dal canto di un’invisibile allodola, il calore del più esile raggio di sole che filtra tra le fronde degli alberi che mi sovrastano. Immerso in questa straordinaria valanga di sensazioni nudo procedo sulla stradina che ora ha preso il posto del sentiero, alla mia sinistra s’intravvede un lembo di cielo e un’ombra veloce lo percorre a lunghi balzi, riconosco la sagoma del capriolo, mi blocco, si blocca, ci osserviamo, lentamente estraggo la macchina fotografica dalla sua custodia, la boscaglia lo mimetizza, attendo nella speranza che scenda ad attraversare la stradina, così non avviene, dopo alcuni lunghi minuti lentamente si allontana restando nel fitto del bosco e solo l’immagine fissata nella mia mente può rievocare questo fantastico incontro.

Riprendo il cammino, la stradina si fa strada sterrata, costeggio una casa che appare isolata ma è solo la prima di un piccolo nucleo abitativo dolcemente immerso nel bosco. Non c’è anima viva, tutto tace e allora continuo il mio naturale cammino, calzo i pantaloncini solo quando percepisco la vicinanza alla chiesetta di Sant’Urbano posta su una strada che, seppur sterrata, è di traffico frequente. Per farlo malamente appoggio lo zaino ad un albero e questo scivola a valle iniziando a rotolare nell’erto pendio ricoperto di foglie secche, senza pensarci più di tanto mollo quanto ho in mano e mi lancio, nudo, all’inseguimento, dopo una ventina di metri riesco a raggiungerlo e nel piegarmi per fermarlo un piede s’incastra in qualcosa, salto mortale e ripiombo a terra proprio sullo zaino, le gambe infilate sotto un piccolo tronco caduto a terra che ostruisce il passaggio, mani e le ginocchia appoggiate allo stesso, lo zaino fermo appoggiato al mio fianco sinistro: manco a farlo apposta sarei riuscito a tanto e tanto bene!

Lestamente risalgo alla strada, solo qualche lieve escoriazione testimonia l’acrobatica impresa, metto i pantaloncini e riprendo il mio cammino verso l’ancora lontana meta. Un lungo tratto di strada che alterna tratti cementati ad altri sterrati, come avevo previsto qui incontro un gruppo di giovani imbacuccati a più non posso, palese sui loro visi la sofferenza di un corpo che non respira, di un caldo soffocante: “come cacchio fanno a camminare in quello stato?” Va beh, tante teste tante crape dice un famoso proverbio, fedele al mio credo “che ognuno sia libero di vestirsi come più gli garba” cordialmente saluto e procedo oltre. Arrivo alla fine della lunga discesa, abbandono la strada principale per imboccare quella che mi porterà verso la base della cresta sud-est del Monte Pizzoccolo, tre macchine parcheggiate m’inducono a restare con i pantaloncini. Avrei fatto meglio a toglierli: senza incontrare persona arrivo sudaticcio alla base della cresta. Velocissimamente ne supero un primo breve tratto e m’avvedo che nessuno la sta percorrendo indi decido di ridonare fiato al corpo: i pantaloncini tornano nello zaino.

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In poco più della metà del tempo di tabella sono all’ultima balza che precede la vetta, a malincuore rimetto i pantaloncini che ormai dovrò tenere indosso fino a casa: la via di discesa (Pizzoccolo, Passo Spino, Rifugio Spino, San Michele) è molto frequentata, un uomo solo nudo ad oggi, purtroppo, sarebbe qui malamente inteso… purtroppo e… per ora!

Domenica 3 aprile

IMG_9058Tanto per non stare fermo e per rintuzzare la brevità dell’uscita di ieri, oggi una breve piacevolissima escursione in compagnia di mia moglie sui monti di casa. Si va piano ma neanche troppo, restiamo perfettamente nelle tabelle, e in ogni caso anche questo è utile al mio allenamento: mi prepara psicologicamente al blando ritmo che dovrò tenere durante il giro finale.

Il mio corpo deve purtroppo subire nuovamente la gogna del vestiario, fortunatamente fin da subito solo i leggerissimi pantaloncini da corsa con sottilissima mutandina integrata che mi solleva quantomeno dall’uso della più classica e disastrosa mutanda. In cambio posso riassaporare il piacere d’una bella sosta pranzo al culmine della salita, per giunta in compagnia e mangiando cibi normali al posto delle insane barrette. Ci è mancata solo una bella birretta o, meglio ancora, un mezzino di buon vino rosso. Rimedieremo!

#TappaUnica3V: è primavera :)


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Slalomando tra gli alti bianchi macigni esco dal piazzale e m’incammino tra le mille sottili increspature del nero asfalto, attorno a me dall’alto m’osservano le gialle corolle delle simpatiche primule che, discretamente, s’informano sulle mie intenzioni. Piegando leggermente il capo mi mostrano visi sorridenti, mentre con vocina sottile e stridula formulano graditi consigli: “modula il passo, la strada che vuoi fare è lunga assai” mi dice la prima più accosta a me, gli fa eco la compagna appresso “mantieniti idratato e stai attento al fiato”, in coro le altre aggiungono “è una bella giornata, fa freddo ma il sole presto riscalderà l’aria, divertiti”.

Ringrazio le primule e, senza sosta, imbocco la ripida salita, verdi fili d’erba si piegano a proteggermi dal vento, secche bruciate foglie si discostano per rendermi più leggero l’incedere. Lassù in alto, quasi a toccare il cielo, maestosi alberi fanno fremere le loro fronde per salutarmi e incitarmi. Il pendio si fa ancor più ripido, pervengo ad un giardino dorato dove ben più numerose primule abbandonano il loro lavoro per osservarmi, incuneandomi sotto l’ombrello delle loro foglie ne percepisco l’abbraccio formale. Macchie bianche appaiono poco innanzi, violette esultanti stanno festeggiando il loro risveglio dopo il lungo letargo invernale, per un breve attimo mi unisco a loro e insieme brindiamo alzando i calici ricolmi di rugiada.

IMG_8839Mi piacerebbe potermi fermare più a lungo, sdraiarmi sotto gli steli di questi magnifici fiori, farmi cullare dall’ondeggiare delle amache erbose, chiacchierare con le operose formiche e giocare con l’ape dorata che inizia a ronzare alla ricerca del nettare prelibato. Sono tentato ma una lucertola sbarazzina mi distoglie dal sogno ricordandomi del mio obiettivo odierno e allora avanti, in marcia, riprendiamo il faticoso cammino.

Bianco rugoso cemento solcato da mille canaloni, difficile scegliere quale imboccare, difficile sapere quale è il meno tortuoso, quale mi possa portare dall’altra parte in modo più diretto e meno faticoso. “Ehi amico!”, vocina sottile si alza alle mie spalle, “seguimi, vieni con me, ti guido io dall’altra parte”. Formichina gentile, parliamo del più e del meno, il suo nome è Lizzi e abita poco distante, ai piedi di Trulli, un maestoso faggio che per tutti in zona è l’anziano maestro, rispettato e onorato. Chiacchierando nemmeno m’accorgo della strada che scorre, nemmeno percepisco che da tempo sto camminando su un morbido seppur rigido fondo marrone, la terra ha preso il posto del cemento. Lizzi deve tornare sui suoi passi, le compagne attendono le granaglie che lei ha promesso di raccogliere, ci salutiamo e ognuno va per la sua strada.

Violacee pervinche applaudono al mio passaggio, verdi praterie si alternano a intricate selve di foglie secche, qualche bucaneve mi solletica la testa presto imitato dai più aggressivi denti di cane. Bianche rocce sconvolgono un cupo bosco, accecanti riflessi m’illuminano la strada. Inizia la prima discesa, piccoli cristalli di ghiaccio la rendono insidiosa, necessita un attimo di prudenza, ma presto il suolo ritorna tenero e gradevole, riallungo il passo e lesto raggiungo la seconda salita, mille piccole voci si alzano dal bosco, freschi sorrisi e parole d’incitazione: una folla di bucaneve si è raccolta attorno al mio percorso, li ringrazio, stringo loro la mano, alcuni mi abbracciano e ricambio con affetto: “purtroppo non posso fermarmi, vi prometto di tornare a trovarvi in altra occasione e ci faremo un pranzetto coi fiocchi”.

IMG_8848Su, ancora su, irsuti pungitopo mi guardano con sguardo truce: “suvvia miei cari, unitevi al coro festoso, allargate le vostre labbra e sorridete al sole che fa capolino da dietro il monte”, “si, si, hai ragione” mi risponde quello che sembra il capo della compagine “forza ragazzi, allegria!”. Nel sole continua la mia marcia, un sole splendente che rende radioso l’incedere, lo sguardo volge lontano, mille monti nudi si mostrano al mondo intero, semplici e sinceri, antichissimi custodi del sapere infinito. Giù, su, ancora giù e di nuovo su, altalena di salite e discese, terreno vario, a tratti reso rude dalla rigida vegetazione delle zone secche, in altri addolcito dai coloratissimi fiori compagni di quelli già incontrati. Chilometri si sommano ai chilometri, metri ai metri, ore alle ore, sempre più vicina appare la meta, le gambe ormai dure, crampi che spezzano il ritmo: “dai, dai, non cedere, siamo con te”, milioni di fievoli voci, primule, violette, pervinche, denti di leone, denti di cane, pratoline, tutti m’attorniano e mi danno forza e coraggio, il passo torna ad allungarsi, svaniscono i dolori, la fatica è solo un ricordo e… eccolo, ecco il piazzale della partenza, sono arrivato. Grazie amici, grazie fiori, piante, monti, grazie animaletti del bosco, il vostro sostegno è stato essenziale, grazie.

Per la cronaca…

L’itinerario: Cariadeghe (parcheggio degli Alpini), Boca del Zuf, Ucia, Sella di Casina Ecia, Dragoncello, San Vito, Monte Salena, Costa di Monte Denno, Maddalena, Crinale del Monte Poffa, Forte di Sant’Eufemia, Caionvico, Sella della Poffa, Pareti di Santa Lucia, San Vito, Castello di Serle, Val Piana, Cariadeghe.

In totale circa quaranta chilometri per duemila metri di dislivello e otto ore di cammino.

Tanti, tanti fiori, tantissimi, quasi ovunque, una natura esaltante ed esplosiva che mi ha reso piccolo, molto piccolo. La primavera mi ha accompagnato per gran parte del tragitto e… sebbene non nudo come i monti, non nudo come i fiori, non nudo come tutti gli altri animali, non nudo come semplicità chiede, non nudo come il corpo vorrebbe, finalmente ho dato parziale respiro al corpo, a presto quello totale!

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#TappaUnica3V: inciampi, scivoloni e spinate


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La montagna è la montagna a volte dolce a volte salata!

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Bocca del Zuf

In attesa che la neve recentemente caduta si squagli questa domenica mi sono inventato un altro giro tutto particolare, ma prima di parlarne un avviso ai naviganti: abbiate pazienza, tutti gli itinerari che ho fatto e che farò verranno adeguatamente relazionati in appositi articoli, promesso!

Partenza veloce da Cariadeghe tra fortissime e fredde folate di vento. Senza sosta, se non per scattare un paio di foto, mi fiondo sul versante opposto della Bocca del Zuf, stretto valico che mette in comunicazione l’altopiano di Cariadeghe con la Valle di Caino. Ahia, dopo le tante discese fatte a rotta di collo proprio su un tratto pianeggiante e praticamente da fermo metto male un piede che si storce bruscamente stirando leggermente i legamenti della caviglia, sia quelli interni che quelli esterni, la massaggio qualche secondo, controllo l’allacciatura delle scarpe e, deciso, riparto.

Eccomi al bivio dove inizia il Senter Bandit, lungo percorso che attraversando più o meno a mezza costa tutto il versante settentrionale del Monte Ucia prima e del Monte Dragoncello poi mi porterà verso la sella di San Vito. Un comodo diagonale adduce ad un crinale erboso, mi fermo per scattare una foto, mentre ripongo la macchina fotografica approccio il primo passo e… sbang mi trovo lungo e disteso a terra: mi sono inciampato in una radice sporgente. Aho, oggi cosa ho addosso, sarà meglio concentrarsi di più.

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Sentiero evanescente

Riprendo il cammino, con più attenzione seppure senza calare il passo. Seguendo le indicazioni della relazione e i segni di vernice abbandono una stradina sterrata a cui ero arrivato per salire ripidamente un residuo di frana, i segni di vernice sempre abbondanti tagliano a mezza costa il bosco, esili tracce di passaggio tra le foglie secche che coprono un terreno ormai non più inciso, scivolo, scivolo a ripetizione. Cinquanta metri sotto di me la stradina poco prima abbandonata e dal suo tornante un’altra che sale e pare incrociarsi con il mio “sentiero”, scendere è possibile ma per sicurezza procedo ancora lungo i segni di vernice finché una traccia netta scende verso la stradina dove un segno bianco rosso campeggia netto sul tronco di un albero: vattelapesca, potevo evitarmi questo brutto tratto e seguire la strada.

Su questo migliore tracciato recupero velocità e tranquillità, in breve arrivo al bivio con altro sentiero segnalato, devo seguirlo brevemente in discesa fino ad un bivio solo che il bivio io non lo vedo, o, meglio, ne vedo uno che pare solo portare a un capanno di caccia per cui l’ho velocemente ignorato. Nel dubbio di scendere troppo continuo e continuo, le note della relazione sembrano conformarsi a quello che incontro. Ripida discesa per un scivoloso canalino, giù, giù, sempre giù, “non è che ho saltato il bivio e arrivo a Caino? Va beh, ora indietro non torno, male che vada risalgo a San Vito per il 3V!” Con questo pensiero in mente continuo a seguire i tanti segni di vernice e le tracce di passaggio finché una tabellina segnaletica mi toglie ogni dubbio: sono sulla strada giusta!

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Forche caudine

Breve ripidissima salita su traccia ben evidente, un grosso groviglio di rami impedisce il passaggio, faticoso e complesso aggiramento su massi di frana, riprendo la traccia. Alberi caduti mi costringono a gattonare o a fare pericolosi scavalcamenti: va bene lasciare il bosco alla sua natura ma costringerei coloro che hanno voluto e approvato la legge che impedisce il taglio degli alberi caduti a provare che vuol dire incontrarli quando le gambe sono dure e il fiato corto, magari sotto un forte temporale.

Da un pulpito roccioso lo sguardo cade sui capannoni della ferriera di Nave, la traccia prosegue a mezza costa, salendo e scendendo a seconda della convenienza, supera qualche piccolo sperone roccioso, sccccvisccc, una piatta pietra inganno l’occhio e il piede scivola, di solito sarei rimasto perfettamente in piedi ma oggi, boh, oggi sembro ubriaco, non finisco a terra solo perché il pendio alla mi sinistra è ripido e posso appoggiarmi con la mano. Forse sto andando troppo veloce per il tipo di terreno, rallento sensibilmente e procedo con circospezione.

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Nave

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Muro di spine

Su e giù, su e giù, poi giù, giù, mi sembra di toccare con mano le case di Nave quando un bivio si pare innanzi ai miei occhi, è il bivio per Nave, ormai dovrebbe essere una tranquilla passeggiata arrivare alla sella di San Vito. In effetti la traccia da seguire è nitida e bella. Lo dico sempre, mai e poi mai fare predizioni: i tratti puliti si alternano a… spine, spine, spine, un fracco di spine, di più, un muro verde che riesco a penetrare solo perché è inverno, non senza danni comunque. Non vedo l’ora d’esserne fuori, alla mia destra da tempo ormai vedo il crinale della sella di San Vito, la il sentiero lo conosco ed è pulito, pulitissimo, dai, dai! Per quanto avanzi lui resta sempre la, mannaggia. Alla fine ci arrivo, nella voglia di raggiungerlo, senza più badare alle spine che mi fustigavano a sangue, dimentico dei cinque chili di zavorra infilata nello zaino come sovraccarico, l’ultimo tratto in ripida salita l’ho fatto ad una velocità incredibile ed ora sono qui ansimante e distrutto, sopra di me la dura salita che porta verso la cascina del Dragoncello. Potrei evitarla, potrei scendere a prendere la stradina che porta a Castello di Serle e da li risalire, sempre per stradina, al ristornate di Val Piana a pochi minuti dalla macchina, ma no, sono qui per mettermi alla prova, stringo i denti, rallento il passo, effettuo frequenti brevi fermate, controllo i crampi che stridono nei quadricipiti e… ecco superato anche questo, orami è fatta, da qui alla macchina è una semplice passeggiata.

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Finalmente sul bel sentiero del Dragoncello

Che giornata, che uscita incredibile, che bel giro, ho finalmente trovato un sentiero ottimamente segnalato, veramente, pochissimi i punti dove mi sono dovuto fermare a cercarlo, peccato lo stato in cui versa la parte del senter Bandit, meriterebbe più considerazione.

Vi risparmi la solita tiritera dei tempi di marcia, che si aggirano comunque attorno al 50% delle tabelle, in genere quando vado in montagna non bado ai tempi, qui lo sto facendo solo per poter poi relazionare i percorsi (appena ci riesco) in modo attendibile, per monitorare l’avanzamento del mio allenamento, per darmi la certezza di potermi gestire al meglio durante il giro finale, di poter facilmente compensare eventuali imprevisti e ritardi.

Alla prossima mie cari lettori!

P.S.

Sto maturando l’idea di riunire, a fine cammino, questi mie rapporti in un libricino, un racconto del mio viaggio attraverso le montagne, attraverso il sentiero 3V “Silvano Cinelli”, attraverso le dolci sensazioni rilasciate dai muscoli caldi e affaticati, attraverso i pensieri dei tanti momenti di solitudine. Che ne pensate?

#TappaUnica3V, duro allenamento sul morbido


Una tre giorni massacrante in questo, grazie alla festa dei patroni di Brescia (San Faustino e Giovita), lungo fine settimana. Due uscite, sabato e lunedì, in cui ho raggiunto quasi lo stremo delle forze, sia sul piano fisico che su quello mentale.

Sabato 13 febbraio

IMG_8457Le previsioni mi danno una mattina di bel tempo e ne approfitto subito per riportarmi un poco in quota e visionare uno dei pochi tratti che non conosco: dalle Passate Brutte alla Cocca di Lodrino, ovvero la seconda parte della seconda tappa. M’invento un anello che nessuna carta riporta come percorso ufficiale, ma carte fisiche e on-line mi certificano che, anche dove mancano sentieri segnalati, il passaggio esiste: partenza dalla Cocca di Lodrino, per strada asfaltata altalenante spostamento verso il poligono di tiro a volo di Valle Duppo; sempre per strada asfaltata discesa per la prima parte di questa valle; prendendo la parte alta dell’itinerario 2 (arancione) del Parco delle Fucine, per strada sterrata altro altalenante spostamento a Santa Caterina a cui segue la mulattiera che scende ad Alone e al guado del Pos de l’Acquà; abbandonato l’itinerario 2 e preso un ipotetico sentiero 483 (in realtà non ho visto nessuna segnalazione), per ripidissima strada che alterna tratti sterrati a tratti cementati salita alla cascina di Maccano; da qui per un panoramico sentiero di cresta, lunga e a tratti ripida salita alle Passate Brutte passando per Anghera e Cascina Sea (dove ci si innesta sul sentiero 3V); ancora strada sterrata che, con diversi saliscendi, taglia alta sopra Lumezzane e porta verso la IMG_8473Corna di Sonclino alla quale si arriva con un sentierino di cresta; ora si procede a lungo su uno stretto e a tratti complicato sentiero che, alternando ripide discese a tratti pianeggianti e altri di salita, porta alla Passata di Vallazzo passando per la Tesa Guizzi (o Sguizzi come riportato da alcune carte) e la Casa Crostelle; qui si prospettano due possibilità, scendere lungo la strada sterrata del Vallazzo che porta al poligono di tiro di Valle Duppo (variante bassa del 3V), oppure salire alla Cima Ortosei, percorrere la bella ed esposta cresta fino a Cima Reai e da qui scendere alla Cocca per la Costa Nibbia e Campo Castello (variante alta), il mio progetto è di seguire questa seconda strada. In totale, calcolato sulla mappa on-line (indi con un notevole errore, specie considerando i vari e lunghi tratti di notevole pendenza), sono 20 km con un dislivello secco di 703 metri (che al lato pratico risulteranno sensibilmente incrementati dai tanti sali e scendi), molto empiricamente calcolo di poter fare il giro in un tempo compreso tra le 5 e le 7 ore.

Purtroppo, ma anche piacevolmente, la neve ci mette lo zampino: la devo pestare fin da subito e mi seguirà fino al rientro. Neve farinosa, prima un paio di centimetri ma presto diventano una decina e man mano che salgo lo spessore cresce ancora, il massimo sulla cresta che porta al Sonclino dove un forte vento ha creato spessi accumuli. Neve leggera che comunque si fa sentire, neve che nei tratti più ripidi e duri scivola via dal fondo di cammino rendendo il passo assai faticoso. Non ho modo di verificare i tempi di marcia se non quando arrivo alla Cascina Sea, da qui in avanti ho dei precisi confronti e posso rilevare che, nonostante tutto, viaggio sempre molto sotto i tempi di tabella (dal 15 al 50 per cento in meno). Sulla vetta del Sonclino mi concedo una pausa per ammirare e fotografare il panorama a trecentosessanta gradi, poi via di corsa verso l’ancora lontana Cocca di Lodrino. Poco prima dello Stabile del Sonclino supero un giovane uomo che, seppur dotato di bastoncini, scende con molta circospezione: gli allenamenti fatti m’hanno ridonato l’agilità e la prontezza di quand’ero più giovane e sfrutto la neve per lasciarmi portare in più o meno lunghe scivolate che mi fanno risparmiare fatica e tempo.

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Dopo un lungo traverso in falsopiano una ripida discesa mi porta alla carinissima cascina della Tesa Guizzi, dove un grande ciao campeggia sotto il portico. Da qui il sentiero si fa più delicato, stretto e inclinato compie lunghi traversi su ripidi prati o passa tra spuntoni rocciosi talvolta celati dalla neve. Al roccolo di Casa Crostelle la segnaletica sembra svanire e ci metto qualche minuto a ritrovarla, poi via con nuovo slancio, poco dopo, però, una ripida risalita m’inchioda le gambe, iniziano a far male e si rifiutano di spingere, stringendo i denti e rallentando sensibilmente il passo la supero e supero anche le successive risalite, ogni tanto un piede scivola sul fondo innevato e a malapena riesco a tenermi in piedi, ogni volta è un martoriante colpo alle gambe (e al fiato) che richiede almeno 5 minuti di passo più lento per essere completamente assorbito. Inizio a pensare di scendere per la variante bassa: sulla variante alta ci sono tratti di discesa assai ripida e pericolosa, con le gambe in questo stato rischierei di trovarmi sul fondo di uno dei due valloni che contornano la cresta, 200 o più metri di sotto. E così faccio, con molto disappunto e con un paio di ripensamenti, alla fine mi dirigo per questa via. Camminando mi mangio una barretta e bevo un goccio d’acqua, poi mi metto di corsa e, nonostante i dolori che si diffondono orami ovunque nelle gambe, in venti minuti supero quattrocento cinquanta metri di dislivello e arrivo al poligono di tiro di Valle Duppo.

Il fondo duro e regolare della strada asfaltata allevia un poco fatica e dolori, le diverse risalite le affronto di slancio e in altri venti minuti sono alla macchina: dalla Passata del Vallazzo sono sceso in quaranta minuti contro l’ora e venti della tabella. In totale il giro l’ho fatto in cinque ore esatte, quattro e trentuno sommando i tempi cronometrati nelle varie tratte, ovvero una velocità media di sei chilometri e seicento quaranta due metri l’ora (al lato pratico oso affermare che i chilometri sono almeno trenta)… Ottimo!

Lunedì 15 febbraio

È passato un solo giorno dall’estenuante uscita precedente, le gambe ancora sono doloranti e la ferita sui talloni è ancora viva (sabato la neve aggrumandosi e gelandosi al vertice delle stringhe me le slacciava, la prima volta me ne sono accordo in forte ritardo facendo sì che nell’incavo tra tallone e gamba si formassero e rompessero due piccole vesciche, una per piede), voglio però provarmi proprio in tale condizione ed allora, con la complicità di una mattinata di sole, mi sono sparato sul sentiero 502 di Gavardo. Oggi conoscendolo quasi per intero, solo la parte finale devo trovarla perché l’altra volta l’avevo completamente sbagliata, nonostante il tanto fango trovato riesco a farlo esattamente nella metà del tempo di tabella: 1 ora e 36 minuti invece di 3 ore e 15 minuti.

Le gambe hanno dato qualche segno di stanchezza dopo sette minuti e dopo quindici ho dovuto rallentare un attimo, recuperando velocemente ed arrivando al punto di massima quota nel tempo di quarantanove minuti e trenta secondi. Il calcolo del dislivello orario è però da farsi prendendo come riferimento un punto più in basso: i primi quattrocento trentanove metri di secco dislivello li ho fatti in trentasette minuti, viaggiando quindi a settecento undici metri ora, da lì alla quota massima è una lunga strada con pochissimo dislivello e la media si abbassa a 593 metri ora.

Arrivato alla quota massima mi sono immediatamente messo di corsa, una corsa veloce e spinta anche sui tratti di piano o di lieve salita. Alla fine, data la lunghezza del percorso (che in questo caso è precisa avendola trovata sul cartellone posto nei pressi del punto di partenza) di undici chilometri e cinquecento sessantacinque metri, ho viaggiato ad una velocità media di sette chilometri e duecento ventotto metri all’ora.

Che dire, sono contento per come ho reagito alla faticaccia di sabato.

Un allenamento reso ben duro dal morbido del candido manto nevoso di sabato e dello scuro spesso strato di fango di oggi.

#TappaUnica3V, incremento di forza


Ci sono cose che, nella vita, hanno necessariamente la priorità ed è così che in questo ultimo periodo i miei allenamenti hanno subito un sensibile rallentamento, in questi giorni, poi, sono necessariamente limitato al mattino con rientro a casa per il mezzogiorno. Ho quindi deciso di spostare l’attenzione dalla resistenza alla forza, quella delle gambe ovviamente: uscite brevi con zaino leggero o addirittura senza zaino ma fatte a ritmo sostenutissimo e su percorsi con tratti particolarmente ripidi.

Nel contempo, in un fine settimana in cui avevo solo un paio di ore libere, ho fatto una prova importantissima: il test di lentezza eheheh

Andiamo con ordine.

Sabato 31 gennaio

Proprio a fianco di casa ho una strada perfettamente rettilinea per alcuni chilometri, perfetta per rilevare attraverso le mappe on-line la distanza dei due chilometri, ovvero quella lunghezza di percorso che, fatta avanti e indietro, corrisponde a quei quattro chilometri che durante il mio viaggio finale dovrò fare per ogni ora di cammino. L’obiettivo è quello di trovare e memorizzare il corrispondente ritmo del passo, un ritmo sensibilmente più basso del mio solito.

Che dire, non ce l’ho fatta, la prova è fallita: non sono riuscito ad andare così piano e i quattro chilometri li ho coperti in quaranta minuti, con una velocità risultante di sei chilometri all’ora.

Sabato 6 febbraio

IMG_8418Sentiero 502 che dalla località San Carlo in Gavardo sale a Tesio per poi ridiscendere compiendo un ampio giro, in totale la tabella del CAI indica nove chilometri e quattrocento metri (il cartellone all’inizio del sentiero invece riporta undici chilometri e cinquecento sessantacinque metri), con tre ore e quindici di percorrenza.

Parto subito fortissimo e, con la sola pausa dei diversi dubbi di percorso (la segnaletica risulta carente quasi ad ogni bivio), mantengo il ritmo fino al punto di massima quota: quattrocento ottantacinque metri di dislivello in cinquanta minuti, se tolgo il tempo perso per trovare la giusta strada (almeno una quindicina di minuti) devo proprio essere contento.

La discesa parte ripida per poi spianare con un lungo diagonale interrotto da qualche breve strappo in salita. Ancora ripida discesa, ripidissima salita su strada cementata, ancora un lungo diagonale e recupero il percorso di salita per il quale in breve sono nuovamente alla macchina: in totale ci ho messo due ore, ma almeno trenta minuti se ne sono andati per le varie indecisioni di percorso.

E i quadricipiti? Beh, sono rimasti completamente silenti, dovrei esserne contento ma visto quello che era lo scopo dell’uscita, farli scoppiare, posso solo dire… “obiettivo fallito!”

Domenica 7 febbraio

IMG_1578Sotto la pioggia battente mi faccio il giro della Rocca di Bernacco a Vallio Terme.

Partenza al buio senza torcia, ma la strada asfaltata, nonostante la ripida salita, permette comunque un passo agevole e veloce. Finisce l’asfalto e inizia il cemento, ancor più ripido. Poi sterrato e alle Case di Bernacco piano sentiero che si addentra in una valletta. Evidenti in un tratto franoso i segni del frequente passaggio di ciclisti, in alcuni punti il sentiero viene quasi a mancare.

Salita su un verde e ripidissimo costone erboso, la traccia più volte rovinata dal passaggio delle biciclette rende il cammino ancor più disagevole e faticoso, comunque mantengo un ritmo elevato: cento ottanta battiti al minuto, più o meno visto che non avendo cardio frequenzimetro li rilevo manualmente sulla carotide.

Dopo un breve tratto di piano respiro eccomi alla base della cuspide sommitale, nella prima metà il sentiero l’addolcisce con alcuni tornanti, peccato che la traccia sia profondamente scavata dal passaggio dei ciclisti: cavolo, hanno certo anche loro diritto a divertissi, d’altra parte devono pur rendersi conto che non possono distruggere tutti i percorsi escursionistici, percorsi il cui tracciamento è costato sudore e soldi, che si trovi una mediazione!

Trentatré minuti e sono in vetta, trecento sessantatré metri sopra il punto di partenza, ottimo.

Senza sosta di corsa mi lancio sulla ripidissima discesa dal versante opposto a quello di salita e qui ne combino una grossa: la corsa, le gocce di pioggia sugli occhiali e alcune evidenti tracce nell’erba mi fanno sbagliare percorso, non m’avvedo della secca deviazione a destra e procedo dritto. Quando mi trovo ai piedi di un piccolo ma secco rilievo inizio a sospettare l’errore: questo giro l’ho già fatto diverse volte e non ricordo questa risalita. Un paletto segnaletico sulla sommità del dosso! Boh, andiamo avanti.

Giù di corsa per un pendio erboso che supera i quarantacinque gradi d’inclinazione, l’erba alta rende difficile mantenersi in piedi. Poco dopo mi trovo nel bosco, un bosco fitto che non dovrebbe esserci, sono certo passati alcuni anni dal mio ultimo passaggio, ma comunque troppo pochi per la crescita di una siffatta boscaglia. Ormai non posso far altro che scendere, un capanno, anche se diroccato, mi fa presupporre d’essere vicino a un sentiero e infatti, dopo una fascia di spine, eccomi su una larga stradina sterrata che seguo nella direzione della presunta posizione di Vallio.

Bivio, io arrivo da destra quindi devo andare a destra. Una presa d’acqua e nei suoi pressi un sentiero s’infila a destra in una stretta valletta, senza esitazione lo imbocco, diventa quasi un torrente, poi si alza sul pendio, segni di biciclette, legna raccolta, capanno e… strada asfaltata, la strada del Monte Ere, una strada che ben conosco. Dietro di me un cartello segnaletico indica la Rocca di Bernacco, è il sentiero da cui dovevo arrivare. Bon errore rimediato, mi è costato un chilometro in più e dislivello aggiuntivo ma poco importa: ho messo a dura prova il mio senso d’orientamento e ancora una volta ho saputo trovare la giusta strada, senza contare che la strada in più è stata un allenamento.

Poco sotto lascio la strada asfaltata per lo sterrato che deve riportarmi al punto di partenza, giunto ad un grande dosso pieno di roccoli mi trovo davanti tre direzioni e nessuna segnalazione (in effetti da qui non passa nessun sentiero ufficiale, questo puntava a valle molto prima ma portando a distanza dalla macchina). Prendo la strada centrale che scende cementata, però, credendo d’essere molto più in alto, i conti non mi tornano: non vedo le cascine che dovrei vedere sotto di me, davanti ho una larga valle che dovrebbe invece essere molto stretta. Decido di ritornare sui miei passi, risalgo un bel pezzo per poter avere una migliore visione della zona. Inutile, non riesco a vedere quello che dovrei vedere però… però vedo la strada che da Vallio sale al Monte Ere, è certo sono nella valletta più a est per cui io devo andare a ovest per la strada già percorsa e poi risalita. Detto fatto e in pochi minuti arrivo ad una casa inequivocabilmente riconoscibile e alla strada asfaltata che mi riporta alla macchina.

In totale almeno sette chilometri e mezzo di strada per cinquecento trenta metri di dislivello, il tutto costantemente sotto una pioggia non battente ma abbondante e continua (ottimo test per la nuovissima giacca da pioggia), il tutto fatto in un’ora e quarantatré minuti. Anche oggi nessun dolore alle gambe, le brevi soste fatte sono state tutte necessarie per prendere fiato, beh, se non ho allenato la forza dei quadricipiti ho di sicuro allenato la forza organica.

Martedì 9 febbraio

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Ancora un percorso che non conosco (il 503 di Gavardo) e ancora problemi con la segnaletica, oggi decisamente sfuggevole: salvo pochissime eccezioni scompariva nell’avvicinarsi ai bivi e la si ritrovava solo dopo diverse centinaia di metri, in un caso ho fatto all’incirca un chilometro andando totalmente a naso. Peccato perché questo è un bel giro: quasi quattrodici chilometri con circa settecento metri di dislivello suddivisi in due tratte (519 e 182 metri) tra loro separate da una lunga e ripida discesa che riporta quasi alla quota di partenza; si attraversano località interessanti, in particolare mi hanno colpito un capanno contornato da un bellissimo castagneto e una cascina con oche starnazzanti (una mi correva dietro a collo allungato e becco puntato, fortuna c’era una rete a dividerci) e diverse caprette.

Il sentiero parte subito ripidissimo e dal fondo molto irregolare, molti i saltini di roccia che formano alti gradini, la pioggia dei giorni scorsi ha reso particolarmente scivoloso il terreno. Intenzionato a far saltare i quadricipiti ci do dentro a tutte e, infatti, dopo una ventina di minuti compaiono i primi dolori: vaiiiii!

Cento ottanta battiti a minuto, ovvero venti in più di quelli che, secondo la formula “duecento venti meno età), sarebbero il mio limite massimo, mi accompagnano costantemente per tutta la prima salita e in circa quaranta cinque minuti (tolti i dieci che mi sono costati per un ripidissimo e faticoso errore di percorso) sono al vertice. Qui incontro una cordiale persona con cui mi soffermo a chiacchierare per una decina di minuti, resta impressionato dal mio progetto TappaUnica3V e ancor più dalla mia età.

Con una corsa senza sosta (salvo un punto dove la segnaletica era poco visibile e stavo sbagliando strada) in venti minuti supero i quattrocento venti metri di dislivello della prima a tratti molto difficile discesa (sassi mobili nascosti da uno spesso strato di foglie, forti pendenze, fango, radici, salti rocciosi, umidità, non mi sono fatto mancare nulla).

Breve tratto di asfalto lungo la strada della valle di Vallio, lungo sentierino pianeggiante fortemente infangato e quindi, dopo il secondo importante errore di percorso, risalita, stradina asfaltata con pendenze notevoli, piano diagonale tra bellissimi prati, ancora un poco di salita e poi di nuovo in piano per una stradina sterrata che riporta sul sentiero di salita per il quale rientro alla macchina. Ancora di corsa sull’ultima tremenda (per l’irregolarità del fondo e la pericolosità delle tante viscide pietre) discesa.

In totale, compresi i vari pezzi in più fatti per errore e i tempi persi alla ricerca della segnaletica, due ore e quarantacinque contro le quattro indicate dalla tabella. Ah, i quadricipiti? Niente, superati i primi dolori sono tornati a dormire, ho fatto di tutto per portarli allo stremo ma niente, anche oggi non ci sono riuscito.

Consuntivo

Riaggiorniamo la tabella dei totali:

  • uscite effettuate: 26
  • chilometri percorsi (calcolo approssimato per difetto): 366
  • metri di dislivello superati (calcolo approssimato per difetto): 21320
  • ore di cammino fatte: 100 e 26 minuti (93,55 effettive, 6,31 di soste)
  • massimo chilometraggio fatto in unica uscita: 45
  • massimo dislivello superato in unica uscita: 2212 metri
  • tempo massimo di cammino in unica uscita: 8 ore e 25 minuti

#TappaUnica3V, copat (morto)!


Beh, proprio morto non lo sono e non lo ero nemmeno ieri sera al termine dell’allenamento, certo sono stavolta riuscito ad avvicinarmi parecchio al mio attuale limite, non tanto a quello fisiologico, che, a questo punto, appare veramente assai alto, nemmeno a quello psicologico pure lui ancora assai lontano, ma a quello di resistenza muscolare si, almeno con riferimento ai muscoli principalmente coinvolti dal cammino in salita, quadricipiti innanzitutto.

Partiamo dall’inizio.

C’è un lungo tratto del 3V che proprio non conosco e che, insieme ad altre due più corte tratte che lo costellano, l’una a sud, l’altra a nord, ancora non ho visionato. È un tratto basso pertanto adatto ad essere percorso in questo periodo e mi piacerebbe poterlo chiudere completamente, cioè partire da Brescia e arrivare fino in vetta all’Almana, ma i calcoli con le tabelle di marcia mi inducono a ridimensionare i miei propositi, anche perché intendo testarmi a fondo con tempi di cammino pari alla metà di quelli tabellati dal libricino del 3V: andrò avanti fino a quando riterrò opportuno girarmi e tornare indietro, in ogni caso limite massimo per l’inversione di marcia il mezzogiorno.

IMG_8378Domenica 24 gennaio ore sei e cinquanta, ancora col buio inizio il mio cammino. Per qualche minuto sono ancora all’interno del nucleo cittadino e usufruisco di una seppur parca illuminazione, poi entro nel bosco e il nero m’avvolge. Per un poco procedo al buio poi, visto che me la sono portata e già l’ho indossata, accendo la lampada frontale: l’ho comprata un paio di mesi addietro e ancora non l’ho sperimentata, subito si dimostra all’altezza delle sue note pubblicitarie, ottimo. Avvicinandomi ad una casa dispersa in mezzo al monte spengo la frontale per non disturbare o spaventare chi ci abita, al suo cancello un cane si mette ad abbaiare senza sosta, la stradina termina e mi slancio senza sosta su per il sentiero che risale il ripido pendio erboso a fianco della casa. Come dicevo in un mio recente articolo mi ha sempre spaventato l’idea di trovarmi solo nella notte in mezzo alla montagna, ora ci sono e mi metto alla prova: senza accendere la frontale mi addentro nel bosco scoprendo che evidentemente la vecchiaia mi ha fatto superare i miei timori, noto anche che i segni del 3V nel buio risultano visibilissimi, cosa che mi tornerà certo assai preziosa durante gli allenamenti primaverili e il giro finale. Alle sette e dodici sono alla prima cima del lungo percorso, il Monte Picastello, ci ho messo ventidue minuti contro i venti che avevo programmato e i quaranta della tabella standard: partenza perfetta, fin dove reggerò?

Accelerando leggermente scendo verso i Campiani. Dopo un lungo tratto di strada asfaltata, sono al punto dove dovrebbe esserci il sentiero che sale al Monte Peso e invece… invece niente, solo un recinto. Le tabelle segnaletiche del 3V risolvono il dubbio e in breve, perdendo una cinquantina di metri di quota, eccomi all’imbocco del sentiero. La traccia prima sale con moderata pendenza poi si fa assai ripida e profondamente scavata dal passaggio di biciclette. Non ho niente contro coloro che amano la discesa in bicicletta dai sentieri di montagna, però dove passano loro poi gli escursionisti fanno molta più fatica, senza contare del pericolo di uno scontro: l’anno scorso solo per pochi secondi un ciclista non mi ha investito, se fosse successo le conseguenze sarebbero state decisamente tragiche per ambedue. Assorto in queste mie considerazioni arrivo sulla vetta del Monte Peso, seconda cima del percorso, ci ho messo trentadue minuti, oops, ma la mia tabella ne prevedeva quindici e quella standard trenta, che è successo? Mi sono fermato per mettere via la frontale, ho perso alcuni minuti al bivio per trovare la direzione, il nuovo percorso allunga il vecchio, ma in ogni caso il ritardo mi sembra eccessivo, boh!

Bando alle preoccupazioni e… avanti. Imbocco il sentierino che scende sul versante opposto, dopo una breve discesa inizia un lungo diagonale, sotto si vedono i campi e il grande complesso del monastero di Santo Stefano, più a destra le case della Stocchetta e più in lontananza quelle di Concesio: uhm, ma dove sta andando? Complice l’assenza di segnaletica mi sorge il dubbio d’aver saltato una deviazione, avanti vedo un tornante che mi fa comunque pensare a un ritorno verso la giusta direzione e allora procedo, dopo qualche minuto, però, il sentiero picchia deciso verso valle. Mi fermo e con attenzione mi guardo attorno alla ricerca di un pur vago segno del 3V, niente, zero al quoto. Risalgo alla ricerca di un segno che finalmente trovo, stintissimo e visibile solo in salita, a metà del diagonale subito sotto la vetta del Peso. Accertato che si tratta del giusto sentiero riparto in discesa aumentando la velocità per recuperare il tempo perso: ancora una volta si evidenzia quanto questo bellissimo sentiero avrebbe bisogno di una bella cura di restauro, sono sempre più deciso a prendermene cura personalmente, coinvolgendo gli amici che seguono il mio blog Mondo Nudo.

IMG_8380I problemi, purtroppo non sono finiti: oltrepassato il cippo UOEI ancora svanisce la segnaletica, avevo notato una debole traccia di sentiero che, poco dopo il cippo, si diramava sulla sinistra, vuoi vedere che si andava di là! Risalendo noto qualcosa di azzurro all’interno di una macchia di rovi, mi fermo e osservo con attenzione, si è proprio un cartello segnaletico, anzi, un’intera palina. Spinandomi le gambe la raggiungo e posso leggerne le indicazioni comprendendo che la palina indica una deviazione prossima al cippo UOEI, la deviazione che avevo intravisto. Chi ha mai rimosso le palina per nasconderla nei rovi a debita distanza dalla sua posizione originale e perché? Queste cose mi infastidiscono alquanto, mi risultano incomprensibili, oltre al restauro del sentiero ci sarebbe proprio bisogno di fare una bella campagna per educare al rispetto di oggetti che talvolta possono anche fare la differenza tra la vita e la morte. Meditando su queste ed altre cose (quanto è bello il cammino solitario: nessuna distrazione, puoi immergerti totalmente e lungamente nei tuoi pensieri) eccomi al Santuario della Stella di Gussago, sono molti anni che non passo da queste parti, un posto che evoca in me tanti ricordi. Rimembrandoli scendo la scalinata che riporta sulla strada asfaltata da seguire fino al Passo della Forcella dove arrivo in trentasei minuti dal Monte Peso: la mia tabella ne prevedeva venti, la tabella standard quaranta, considerando il tempo perso nei due tratti di ricerca del sentiero e la (sic!) sparizione della mulattiera che, dopo la Stella, tagliava via un bel pezzo di strada asfaltata, i sedici minuti di ritardo sono comunque comprensibili.

Breve sosta per annotare il tempo di marcia e messaggiare a casa, poi via di nuovo. Dovrei prendere la stradina cementata dall’altro lato della stretta forcella ma… chiusa, un cancello la chiude totalmente senza lasciare il minimo varco, è evidente che non si passa più da qua, ma da dove? Si ripete una storia che sta diventando un po’ troppo assidua e triste: la segnaletica scompare dove più serve. Conoscendo bene la zona ritengo inutile provare a spostarmi sul lato triumplino e scendo invece lungo la strada asfaltata che porta a Gussago, finalmente dopo un centinaio di metri intravvedo in lontananza qualcosa che assomiglia a un segnala bianco blu, si è lui e ce ne sono altri che indicano di scendere ancora lungo la strada, uhm, ma dove porteranno? La sotto c’è la superstrada! Se i segni dicono di scendere si deve scendere e allora giù fino a trovare un varco che esce a destra e risale la copertura della galleria in cui passa la superstrada, poi un lungo diagonale a mezza costa mi porta alla strada asfaltata dell’ex convento dei Camaldoli due tornanti sotto il percorso originale, un bel pezzo in più con un allungamento sensibile dei tempi di marcia che le tabelle, anche quelle più recenti, non prendono in considerazione: procedendo a un passo più vicino alla corsa che al cammino arrivo al Quarone di sotto in quarantasette minuti anziché trenta, la tabella standard ne prevede sessanta. In questo tratto ancora segnaletica imprecisa e due curiose tabelle indicatrici che, piazzate sulla stessa palina, riportano lo stesso identico tempo (quindici minuti) con riferimento a due località (Quarone di sotto e Quarone di sopra) che sono invece ben distanti tra loro (e non c’è modo di arrivare al secondo senza passare dal primo).

Una strada in discesa mi permette di recuperare da una fatica che sull’ultima ripidissima e scivolosa salita ha iniziato debolmente a farsi sentire. Quarone di sopra, il cielo, prima quasi sereno, inizia a coprirsi di nuvole: non vorrà andare a piovere? Va beh, come sempre sono attrezzato a dovere e non è un percorso che possa dare preoccupazione. Arrivo all’ennesimo bivio, una strada scende a sinistra e un’altra sale a destra, nuovamente la segnaletica è assente, decido per intuito di salire e dopo trecento metri un debole segnale mi dà ragione, ma se fossi stato una persona con meno intuito? È mai possibile che non si riesca a dare un’adeguata formazione a chi segnala i sentieri? Certo persone encomiabili, lo fanno gratuitamente e volontariamente, però bisogna rendersi conto che si tratta di un lavoro importante, di un’azione alla quale corrisponde la sicurezza dell’escursionista, non è possibile che in tanti anni di alpinismo debba continuamente rilevare le stesse identiche lacune: segnaletica abbonante dove nemmeno volendolo ci si potrebbe allontanare dal sentiero e poi totale assenza di segnaletica nei punti più critici! Ragionando sulla questione e meditando sul corrispondente articolo che già da tempo ho pensato di scrivere eccomi alla Sella dell’Oca e in breve ad un gruppo di case sul colmo di una montagnola. Presumo essere la vetta del Monte Magnoli, uno dei punti di riferimento per i tempi di cammino, ma in zona nulla permette di averne certezza ed ecco un’altra questione, quella delle relazioni e dei punti di riferimento che vi vengono riportati: dovrebbero essere inequivocabilmente rilevabili e invece spesso non lo sono. Segno comunque qui il mio tempo di marcia (tornato a casa scopro di aver ancora una volta intuito giusto): trenta minuti contro i venti previsti e i quaranta standard.

IMG_8384Ripida discesa in un fitto bosco e arrivo ad un trivio dove la segnaletica è abbondante ma riguarda altri sentieri, quella del 3V è nuovamente assente. Ci ragiono sopra alcuni minuti poi decido di provare un sentierino che, valicata una specie di cancello in legno, si mantiene in quota. Poco dopo sembra morire in uno dei tanti roccoli qui presenti (ho soprannominato questa parte del percorso il “sentiero dei roccoli”) invece riappare la segnaletica e con recuperata decisione procedo oltre passando per una grande casa dal cui terrazzo si gode una magnifica vista sulla Francia Corta: l’Uccellanda Magnoli. Continui su e giù alternano tratti di affaticamento ad altri di recupero, piccole rotonde cimotte e tratti di cresta permettono di osservare un ampio panorama (si vede anche il Monte Rosa), ordinati e verdi roccoli annessi a ville che sembrano castelli ed eccomi alla casa dei Tre Pauli, altro punto di riferimento: trentacinque minuti contro i ventidue previsti e i quarantacinque standard, sono ancora sopra la mia tabella eppure il passo è ancora ottimo e non accuso fatica, boh!

Al Pizzo Cornacchia arrivo stofegato dai gas di scarico di un trattorino che mi ha superato poco dopo l’ultima casa, da qui la visione si fa nuovamente ampia e mi concedo una breve sosta per fotografare la corona di cime innevate che mi circondano; abbassando lo sguardo ecco Ponte Zanano, Lumezzane e Sarezzo. Quest’ultimo tratto, dopo l’iniziale rallentamento per far passare il trattorino ed evitare di respirarne a fondo i gas di scarico, l’ho fatto di slancio: tredici minuti contro i quindici previsti e i trenta standard.

Rimesso a spalle lo zaino imbocco il sentiero che prosegue lungo la cresta, non bado all’assenza di segnali se non quando arrivo a un dosso con diverse antenne e delle tabelle di altri sentieri. Qui incontro un simpatico signore con cui parliamo un poco e alla fine mi riconosce per quello che era sul giornale. Ripreso il cammino individuo poco dopo la traccia corretta del 3V e in breve sono al verde stupendo prato delle case della Colmetta. Scendo ancora un poco fino alla piazza di Vesalla dove, sebbene manchino ancora quaranta minuti al mezzogiorno, decido di interrompere l’avanzata e ritornare indietro. In quest’ultimo tratto l’errore di percorso, stavolta dovuto più ad una mia distrazione che all’assenza di segnaletica, mi ha fatto allungare considerevolmente la strada e ci ho messo quaranta minuti anziché i quindici previsti, corrispondenti a trenta della tabella standard. Approfitto di un tavolo con panchine per rifocillarmi un attimo con le barrette energetiche che sto sperimentando, mando l’ennesimo messaggio a casa e poi di nuovo in marcia per ritornare a Brescia.

IMG_8390Velocemente (venticinque minuti contro i ventidue previsti, quarantacinque standard) e, stavolta, con la giusta strada sono sul Pizzo Cornacchia, le gambe girano ancora alla grande e il fiato tiene anche meglio. Ancora più veloce la discesa alla casa dei Tre Pauli: sette minuti contro i quindici previsti (trenta di tabella). Grandioso, sto andando alla gran… ahia, troppa fretta ad elogiarmi, nella successiva salita il muscolo della coscia destra si fa improvvisamente rigido: non è un crampo ma il cammino è fastidioso. Rallento sensibilmente il passo, assumo una pasticca energetica (oggi ne ho approfittato per sperimentare anche questa tipologia di prodotti) e pian piano recupero la piena funzionalità della gamba tanto che sulla successiva discesa posso anche accennare una corsa. Nei successivi su e giù iniziano a farsi sentire i primi secchi dolori alle gambe, la strada è ancora lunga se mi vengono i crampi qui potrebbe essere problematico rientrare al punto di partenza, meglio procedere più lentamente e affrontare le salite a passo ben cadenzato inserendo frequenti brevi pause, incrementando sensibilmente l’assunzione di acqua e iniziando una periodica assunzione di pasticche energetiche, non ho con me bustine di integratori salini, nei prossimi allenamenti dovrò testarli perché mi sto convincendo che nel giro finale sarà meglio averli dietro. Monte Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone di sopra, Quarone di sotto, gestendo con attenzione la situazione muscolare, uno ad uno passo tutti i punti di riferimento, inserendoci, per disattenzione, anche un lungo errore di percorso (almeno quattro chilometri e un centinaio di metri di dislivello in più), i tempi si sono allungati: dalla casa dei Tre Pauli a Quarone di sotto ci ho messo sessantacinque minuti invece dei trentasette previsti, sono comunque sotto le tabelle standard (settantacinque minuti) e vicinissimo a quelle calcolate per il giro finale (sessantatré minuti).

La lunga discesa al Passo della Forcella di Gussago avviene senza problemi e mi permette anche un bel recupero delle forze muscolari tant’è che solo in prossimità dell’arrivo si ripresentano i dolori. In questo tratto, per la precisione poco prima del cippo UOEI, una graditissima sorpresa: dalla stradina sale in bicicletta Gabriele, un carissimo amico, compagno di diverse scalate e avventure, da molti anni non lo vedevo e volentieri mi fermo a scambiare due chiacchiere.

Presa la macchina rientro a casa, bella doccia calda, merendina e mi riposo, senonché ad un certo punto mi scattano forti e dolorosi crampi al quadricipite destro: tutta la fascia è un cordone alto e duro. A seguito dello scatto di reazione al crampo mi si scatena un crampo anche all’arcata del piede sinistro e di riflesso parte anche quello al quadricipite sinistro: per mezz’ora sono in preda al dolore, cerco di alleviarlo con opportune manovre di scarico e massaggi. Assumo dei sali minerali e poco dopo tutto è solo un ricordo.

Questa mattina mi sono alzato senza problemi e restano solo lievi dolori alle gambe, per il resto il fisico ha supportato il tutto alla grande. Questo allenamento è stato assai importante, mi ha aiutato a verificare diverse cose, dalla mia condizione fisica (saranno necessari ancora allenamenti di potenza) a quella psicologica (apparentemente pronta alla missione finale), dai supporti energetici (ancora da sperimentare per bene, alcuni, tipo le bustine di gel, appaiono scomodi, altri, barrette di gelatina, mi risultano troppo dolci, ottime invece le barrette proteiche e le pastiglie da sciogliere in bocca) agli integratori salini (penso che fisserò in due a cinque il rapporto tra acqua con integratori e acqua pura).

Riepilogo dati

  • Lunghezza del percorso (a+r): come minimo 45km
  • Dislivello totale: 2212m quello accertato
  • Tempo di tabella: 10 ore e 15 minuti
  • Mio tempo di effettivo cammino (comprese pause, ricerche di percorso ed errori): 7 ore e 56 minuti
  • Mio tempo totale: 8 ore e 25 minuti
  • Tempo delle tre soste: 29 minuti
  • Acqua bevuta: 75 cl
  • Cibo assunto: 2 barrette proteiche
  • Supporti energetici: 2 barrette, 1 bustina di gel e sei pastiglie

#TappaUnica3V, periodo di mantenimento


A causa d’una serie di problematiche lavorative e del brutto tempo, gennaio parte con una forzata riduzione delle uscite di allenamento.

Mercoledì 6 gennaio

IMG_8356Da alcuni giorni ho programmato un giro discretamente tosto, ma, per varie ragioni, ancora non l’ho realizzato. Oggi potrei partire ma sono indeciso: domani sarebbe il nostro, mio e di mia moglie, anniversario di matrimonio e lo festeggeremo questa sera,  mi dispiace lasciare Maria sola a casa. Alla fine mi decido e parto: il giro è di nove ore e, anche se la parte del ritorno non la conosco, teoricamente, dovrei poterlo fare in cinque e mezza, quindi essere di rientro per il primissimo pomeriggio.

Partenza dalla Chiesetta di San Rocco a Nave, velocemente attraverso la frazione di Dernago e sono all’inizio della stradina sterrata che mi porterà fino a Sant’Antonio. L’intenzione iniziale era quella di testare i tempi di marcia, ma stante la situazione contingente decido, dopo un avvio lento, di forzare il passo arrivando al Santuario di Conche in metà del tempo tabellato. La neve ricopre completamente il terreno ma il cammino è comunque agevole, solo il tempo di IMG_8371mandare un messaggio a casa e poi riparto in direzione dell’Eremo di San Giorgio. Dovrei ora procedere tagliando le pendici del Monte Doppo per poi scendere al Passo del Cavallo e da questo ritornare a Nave passando da Boiatica,, Caino e Sant’Antonio, ma decido di fermarmi e rientrare per la stessa strada di salita in modo da pranzare insieme a mia moglie. Visto l’accorciamento del percorso ne approfitto per testare a fondo gambe e fisico: poco sotto l’eremo inizio a correre, corro anche sui tratti di salita, mi rimetto al passo quando inizia la salita verso Conche, poi di nuovo di corsa e, lasciandomi anche portare dalla pendenza, la mantengo a lungo. Supero alcune persone e uno di loro mi si accoda, scendiamo piuttosto velocemente superando a saltoni i vari tratti scabrosi del sentiero. Poco prima di Ca della Rovere devo rimettermi al passo, seppure sempre molto veloce.

Mezzogiorno e mezzo, sono a casa, con tutto il tempo per prepararmi con calma alla cena che ci siamo concessi in un agriturismo di zona.

Dislivello totale superiore ai 1000 metri, 14 chilometri (lineari), 3 ore.

Domenica 10 gennaio

Ieri mi sono comprato una giacca tecnica da pioggia, di quelle specifiche per la corsa, e , visto che pioveva, per oggi ho programmato la sua sperimentazione. Ma il tempo fa lo spiritoso e… non piove, la sperimento come giacca antivento.

Giro breve, solo cinque ore da tabella, e tranquillo, dislivello contenuto, sui monti che attorniano l’abitato di Vallio Terme. Dopo due ore sono alla macchina.

Dislivello totale di circa 350 metri, almeno 12 chilometri lineari, 2 ore e 15 minuti il mio tempo di effettuazione.

Domenica 17 gennaio

Per oggi ho programmato il recupero del giro che avevo interrotto la settimana scorsa: partenza da Caino, salita all’Eremo di San Giorgio per il sentiero 383, discesa al Passo del Cavallo per il 3V e da qui sentiero 381 a Boatica per poi scendere a Caino lungo il sentiero 386. Con mia moglie ho concordato di farlo nel pomeriggio, la mattina la dedico a completare la registrazione delle spese e degli incassi, lavoro che, come al solito, mi rimane in sospeso a lungo impegnandomi poi diverse ore. Alla fine sono particolarmente depresso: come temevo l’importante decremento retributivo legato al cambio contrattuale, da collaboratore in partita IVA a dipendente, che mi hanno imposto a scuola sta facendo sentire il suo infausto effetto sul mio conto corrente e le previsioni sono piuttosto scure.

Dopo alcuni ripensamenti decido di partire nella speranza che l’impegno del cammino mi distolga la mente dalle questioni economiche. Poco dopo l’una sono a Caino e, velocissimo, m’avvio sulla strada dell’Eremo. Una incompleta segnalazione al bivio mi fa sbagliare sentiero e mi trovo a risalire per 384: va beh, alla fine porta allo stesso punto anche se sovrapponendosi alla fine al 3V. Però, sfruttando una traccia che sembra salire verso il crinale percorso dal sentiero 383, con intuito e superando una ripida salita riesco a recuperare il percorso previsto arrivando all’Eremo dal lato programmato senza ripercorrere due volte lo stesso tratto di 3V.

Senza indugio procedo verso il crinale settentrionale del Monte Doppo e per questo di corsa, unico modo per superare senza problemi alcuni tratti ricoperti da scivolosissime foglie secche, mi lancio nella ripida discesa verso il Passo del Cavallo dove arrivo esattamente nella metà del tempo previsto dalle normali tabelle di marcia.

Messaggino a casa e poi in marcia per il rientro. Per breve tratto devo ripercorrere la strada appena fatta poi… poi iniziano i problemi: la cartina riporta ben tre sentieri 381, ma in zona ne trovo solo due, quale sarà quello giusto? Studio con attenzione la carta e alla fine comprendo l’arcano e risolvo i dubbi, si riparte con decisione, ehm, decisione, poco dopo, nell’assenza di ogni segnaletica, mi trovo nuovamente nell’incertezza e finisce che perdo almeno quindici minuti alla ricerca del presunto giusto tracciato. Infilata ad intuito una mulattiera procedo  con discreta decisione. Ritrovati i segni bianco rossi ho certezza d’essere sulla strada corretta e, favorito dal percorso pressoché pianeggiante, do nuovo slancio al passo: in breve sono a Boatica e sul filo del lungo crinale che dal Colle di Sant’Eusebio arriva fino a Conche passando per il Monte Doppo e l’Eremo di San Giorgio. Di nuovo la segnaletica si fa carente, ci sono solo le indicazioni del 381, ma io qui dovrei prendere il 386. Una evidente traccia scende in una vallone in fondo al quale si vedono le case di Caino, sarà questa la mia strada? Mi sposto lungo il crinale per verificare se ci sono altri bivi, prima da una parte poi dall’altra, nulla. Consultata nuovamente la carta, vista anche l’evidente segnaletica gialla di una qualche marcia o corsa, decido che quel sentiero nel vallone è il mio. Dopo una decina di minuti appare il primo segno bianco rosso che mi dà conferma che ancora una volta il mio intuito ha funzionato come si deve. Bon, procedendo ora con più decisione seguo l’evidente traccia che solo in prossimità del paese torna a farsi esile, invero se avessi seguito i segni gialli sarebbe rimasta evidente, ma questi parevano scendere decisi verso il fondo valle mentre io devo tenermi alto per andare al parcheggio. Recuperati i segni gialli, sovrapposti nuovamente ai bianco rossi, un lungo e bel traverso mi riporta nella valle di San Giorgio e in poco alla macchina.

Dopo un primo salto di 725 metri, breve discesa e successiva ripidissima salita di 130 metri, qui discesa per 366 metri, poi 130 metri di dislivello distribuiti in pochi ripidi tratti di salita e un lunghissimo diagonale pianeggiante, infine discesa continua per 444 metri. In totale un dislivello positivo di 985 metri, con una lunghezza lineare di circa 9 chilometri. Tempo di tabella ore 4:35, tempo previsto ore 3:31, tempo effettivo ora 2:24 (compresi i tempi persi per la ricerca del sentiero).

#TappaUnica3V ancora parte alta


Vetta della Corna Blacca

Vetta della Corna Blacca

La direttissima alla Corna Blacca l’avevo fatta quando ancora non arrampicavo, ovvero tanti ma proprio tanti anni addietro, per cui i ricordi erano vaghi e visto che alcuni amici me ne parlavano timorosi e le relazioni lette davano dei facili ma esposti passaggi in roccia, qualche titubanza s’era insinuata nella mia mente e volevo risolverla al più presto. Così, approfittando delle bellissime previsioni meteorologiche e del sensibile rialzo della temperatura, decido di tornare sulla parte alta del sentiero 3V a visionare tale tratto.

Ne voglio approfittare anche per verificare lo stato di forma dopo il lieve affaticamento registrato domenica scorsa e per fare ulteriore allenamento: invece di salire in macchina fino al Maniva e limitarmi alla direttissima della Corna Blacca, programmo di partire da San Colombano, seguire il sentiero 350 della Valle dell’Inferno fino all’incrocio con la variante bassa del sentiero 3V, seguendola portarmi al Passo di Prael per salire alla vetta lungo la variante alta del 3V, discendere la direttissima per poi spostarmi fino poco oltre il Passo delle Portole in zona Caldoline da dove tornare a San Colombano per il sentiero Margheriti. Così facendo potrò anche verificare i tempi di percorrenza del tratto Passo di Prael, vetta, Passo delle Portole e fissarli definitivamente sulla tabella di marcia della TappaUnica3V.

Sabato 19 dicembre 2015, giunto a San Colombano poco oltre le otto perdo una mezz’ora buona per trovare parcheggio: i due grandi all’ingresso del paese sono occupati da cataste di legna e avvisi indicano di non parcheggiare in zona, gli altri più piccoli in paese sono tutti contrassegnati come privati; alla fine chiedo ad una persona che finalmente incontro trovando una incerta indicazione della possibilità di parcheggiare comunque tra le cataste di legna visto che è giorno non lavorativo. Con qualche incertezza lascio la vettura nel lungo indicatomi e mi incammino verso l’inizio del sentiero.

Dopo una blanda partenza la salita si fa subito assai ripida, per giunta con un fondo fortemente irregolare che rende il cammino ancor più faticoso. Le gambe girano bene e salgo velocemente senza sentire i temuti dolori ai quadricipiti: a quanto pare hanno reagito alle precedenti fatiche e si sono potenziati. Un breve tratto di respiro e poi è nuovamente salita durissima, vuoi per la pendenza decisamente importante, vuoi per lo strato di foglie che ricopre il terreno e rende instabile la presa delle suole. Al successivo spianamento del percorso giungo alla Casina Alta di Corna Blacca e in pochi minuti sono sul sentiero 3V. Breve sosta per liberarmi dalla giacca e poi via di nuovo a passo sostenuto. Al Passo di Prael passo definitivamente dall’ombra al sole e la temperatura, vista anche la totale assenza di persone, mi invita a liberarmi dei pantaloni per procedere in libertà, sebbene per precauzione, visto che sono da poco uscito da un brutto raffreddore, tengo la maglia.

Il migliorato respiro del corpo, ora per giunta ben controllato e regolato grazie alla liberazione dei principali recettori termici (posti proprio nei genitali), porta ad una sensibile accelerazione del passo tanto che, quando riprende la salita ripida, è stavolta il fiato a farsi pesante e impormi qualche secondo di sosta. Eccomi alle cenge che, scorrendo sotto le pareti sommitali, con qualche delicato tratto esposto sui ripidi prati mi portano al bivio per la vetta. Qui mi avvedo che dietro di me e più veloce di me sta arrivando un’altra persona, mi faccio da parte, educatamente saluto (non ricambiato, sic!) e lascio passare. Poco sotto la vetta, immaginandomi (correttamente) di trovarvi gente, mi rimetto i pantaloncini: visto che non faccio del male a nessuno (anzi, caso mai faccio del bene contribuendo alla cura di un illogico e innaturale malessere sociale: la fobia del nudo) e che materialmente sono conforme alla vigente legislazione e alle attuali convenzioni giuridiche, quando sono in montagna in luoghi poco o nulla frequentati o, comunque, in periodi di assoluta solitudine ritengo d’avere il pieno diritto di donare al mio corpo la piena libertà, d’altra parte comprendo che, per quanto limitate, ancora sussistano condizionate resistenze al nudo sociale, ingiusto ma purtroppo necessario, quindi, mediare le due cose nell’avvicinarsi a zone di possibile affollamento, d’altronde anticipo il rivestimento solo di pochi minuti visto che a breve dovrò tornare sul versante in ombra del monte dove la temperatura è sicuramente meno confortevole.

Discesa della direttissima, scendo quasi di corsa, con alcuni balzi supero due brevi tratti rocciosi e in pochi minuti sono alla base della pala: ehm, ma dove sono le difficoltà di cui mi hanno parlato e delle quali ho letto? Con la mente definitivamente liberata dal peso di questo pensiero velocemente arrivo al bivio per il sentiero Margheriti. Breve ripida discesa su terreno franoso e poi un lungo diagonale su neve gelata. Arrivo ad una radura dove i segni, già radi, svaniscono del tutto, perdo alcuni minuti per trovare la giusta direzione. La stessa cosa si ripete poco più sotto dove il bosco è stato recentemente tagliato facendo svanire le indicazioni e ricoprendo le tracce del sentiero.

Cascina Barzo, in un vasto prato i segni svaniscono nuovamente, scendo fiducioso verso i ruderi della struttura ed eccoli di nuovo sui suoi muri: indicano di scendere ma subito dopo svaniscono nuovamente e con essi svaniscono anche le tracce di sentiero, ricoperte dai tanti residui di un ampio taglio del bosco. Giro e rigiro per quindici minuti, scendendo e risalendo per il prato e il bosco sottostanti la cascina, nulla, nessuna traccia dei segni, allora decido di procedere a mia logica e in dieci minuti sono ad una radura dove trovo una strada sterrata. Per questa pervengo alle cascine di Paghera (dove sarei dovuto comunque arrivare con il sentiero giusto), la strada si fa cementata e in altri pochi minuti sono a Bocafol sul fondo valle (negli ultimi metri ritrovo la segnaletica del sentiero Margheriti), due chilometri e mezzo di strada asfaltata e sono alla macchina.

Come è andata fisicamente? Stanchezza zero, qualche dolore serale ai legamenti interni del ginocchio, il resto lo lascio descrivere ai tempi di marcia; il dislivello è di 1079 metri, ai quali se ne aggiungono almeno altri cento cinquanta relativi ai su e giù.

Tratto Tempi di tabella Tempo mio
San Colombano – Cascina Alta Corna Blacca 120 min 55 min
Cascina Alta Corna Blacca – Bivio Sentiero 3V 15 min 6 min
Bivio 3V – Passo di Prael 35 min 17 min
Passo di Prael – Vetta Corna Blacca 100 min 50 min
Vetta Corna Blacca – Bivio varianti 3V 60 min 20 min
Bivio var. 3V – Passo delle Portole 30 min 19 min
Passo delle Portole – Cascina Barzo ignoto 23 min (di cui almeno 5 di ricerca sentiero)
Cascina Barzo – Paghera ignoto 25 min (di cui almeno 15 di ricerca sentiero)
Paghera – Bocafol ignoto 10 min
Bocafol – San Colombano ignoto 15 min
Totale Di sicuro almeno 7 ore e 30 minuti 4 ore (di cui almeno 20 di ricerca sentiero)

Domani riposo facendo solo una leggera camminata nel bellissimo parco della Rocca di Manerba: che peccato sia impossibile starci nudi!

P.S.

Come tutte le precedenti, anche questa uscita è stata effettuata con lo zaino a spalle. Il suo contenuto è diverso (meno liquidi e alimenti, più abbigliamento) ma il peso è similare a quello che avrà durante la TappaUnica3V.

#TappaUnica3V: tre per tre


Tre giorni, tre escursioni, due tranquille in compagnia di mia moglie, una decisamente impegnativa e che ha messo a dura prova la mia resistenza, sia quella fisica che, e soprattutto, quella psichica.

Domenica 6 dicembre

In una giornata solare partiamo a mattina già avanzata per un’escursione alle porte di casa: l’anello di Sant’Eufemia, sentiero 1 più sentiero 2, sul versante meridionale del Monte Maddalena. In meno di tre ore abbiamo coperto 620 metri di dislivello e il lungo tratto a mezza costa che raccorda i due sentieri.

Le mie gambe rispondono alla grande: pur avendo superato direttamente tutti i tratti più ripidi ed avendo sfruttato le roccette per sforzare ancora di più sui quadricipiti non avverto dolori.

Lunedì 7 dicembre

Dalla vetta del Crestoso verso la Foppa del Mercato (a centro foto)

Dalla vetta del Crestoso verso la Foppa del Mercato (punto di massima depressione della cresta)

Approfittando dell’assenza di neve esploro un tratto alto del 3V che non conosco: dal Passo delle 7 Crocette alla Foppa del Mercato. Partenza dal Graticelle, una frazione di Bovegno, salita per il sentiero 341, traversata del Crestoso e delle Cime di Stabil Fiorito, discesa (ehm, invero è più che altro un lungo mezzacosta) alla Baita di Prada per il sentiero 339A (detto Sentiero dei Camosci, nome che la dice lunga sulla sua conformazione), da qui con il sentiero 339 discesa a Graticelle passando per la Baita di Prada, la Capanna Remedio e il Ponte di Rango (ed anche questo tratto presenta un lunghissimo interminabile traversone con alcune improvvise e ripide salite che hanno messo a dura prova la mia resistenza fisica e, non aspettandomele, soprattutto psichica). Stando alle tabelle il giro doveva durare nove ore, io, nonostante un forte raffreddore che mi fa respirare male e nonostante il freddo che mi costringe a stare vestito facendo brontolare il mio corpo ormai abituato alla piacevole libertà del nudo, l’ho fatto in sette, considerando anche il tempo perso a causa di diversi punti dove le indicazioni erano carenti o ambigue.

Test importantissimo la ripidissima salita del Dosso della Croce fatta in circa un terzo del tempo indicato dalla tabella: 30 minuti contro l’ora e venti. In questo tratto, dopo i primi dolori ai quadricipiti, sono apparsi dolori anche ai polpacci (la traccia sale costantemente sulla linea di massima pendenza). È comunque bastato il falasopiano che alla fine del dosso conduce al Passo per recuperare le energie necessaria ad affrontare l’ancor più ripida salita al Monte Crestoso e il successivo su e giù per le varie cime che si susseguono lungo la cresta che adduce alla Foppa del Mercato e che alza sensibilmente il già rilevante dislivello di 1503 metri: ad occhio e croce, comprese le salite del tratto di sentiero che dalla Capanna Remedio porta al Ponte di Rango, direi che in totale dovrebbe aggirarsi attorno ai 1700 metri.

Rientro alla macchina con le gambe ancora elastiche e agili nonostante siano diffusamente doloranti; nel togliere lo zaino rilevo un poco di stanchezza alla schiena ma niente di ché, passa in pochi minuti; i piedi, anche grazie alle straordinarie calzature che utilizzo, stanno alla grande; lo stato generale è ottimo, nessun dolore alle ginocchia e nemmeno alle caviglie, l’affaticamento è praticamente pari a zero, che dire: a fine precauzionale, onde darmi un buon margine fisico e psichico, sarà mia premura innalzare ancora la preparazione, ma l’impressione è che già così possa essere adeguata a TappaUnica3V. Se non nevica le vacanze di Natale potrebbero essere l’occasione buona per effettuare un primo test attorno o sopra le 15 ore di cammino.

Ah, dimenticavo, contrariamente a quanto ormai è abitudine dei più io non uso bastoncini, preferisco ancora camminare alla vecchia maniera.

Una curiosità: nell’ultima ora di cammino un forte aiuto psicologico me l’ha dato la speranza, poi risultata vana, di trovare all’arrivo un bar dove potermi concedere un bel paninozzo col salame accompagnato da un bicchierone di vino rosso nostrano. Credo proprio che per TappaUnica3V mi organizzerò per farmi trovare questo premio all’arrivo a Urago Mella.

Martedì 8 dicembre

Non c’è sosta per chi si allena ed allora eccomi qua al Colle di San Zeno per esplorare anche il tratto di crinale che da detto valico si porta alla Colma di Marucolo sopra Monte Campione. Il dislivello è limitato, 450 metri all’incirca, ma qui comanda la lunghezza del percorso: quasi 5 chilometri (in proiezione lineare) che percorriamo in due ore e mezza tra andata e ritorno. Alcuni tratti ripidi mi permettono di valutare lo stato delle gambe: ottimo, è bastata una notte di riposo per farle tornare a pieno regime.

Colma di Marucolo: vista sulla parte di salita fatta ieri

Colma di Marucolo: vista sulla parte di salita fatta ieri (a centro foto la lunga sagoma del Crestoso)

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