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Senza divieti


L’abolizione dell’art. 726 c.p. avrebbe delle analogie con la cacciata dal Paradiso Terrestre: toglierebbe alla maggioranza della popolazione quella “difesa” dagli “atti contro la decenza” esponendola allo spettacolo indecente della nudità. Toglierebbe a molti la sensazione di sicurezza che provano accoccolati nella legge. Toglierebbe ad altri il senso di un’obbedienza imposta (dalla società? dallo Stato? dal Parlamento?).

E se è vero che nella nudità altrui vediamo anche la nostra, si comprende quanto grande possa essere l’imbarazzo e la vergogna di molte persone: non che tutti abbiamo necessariamente qualcosa da nascondere (in fondo la nudità è quanto di più aperto e disarmato ci possa essere, tanto che è simbolo di innocenza – appunto perché sotto stretta sorveglianza), ma semplicemente per abitudine, costume, educazione, etichetta.

L’abolizione dell’articolo non obbligherebbe nessuno a spogliarsi. Esattamente come i referendum sul divorzio e sull’aborto non ha obbligato nessuno né a divorziare né ad abortire; esattamente come l’abolizione del turpiloquio (che era il secondo comma dello stesso articolo) non ha mutato il modo di parlare delle persone; un tempo era punito anche lo sputare per terra, ora – spontaneamente – non lo fa quasi più nessuno.

Rimane una differenza col peccato originale: la rinuncia alla protezione offerta dalla legge non è una negazione, o una rivolta, o un allontanamento, o un disconoscimento di tutta la legge. Le persone “si accorgerebbero di essere nude”, si aprirebbero gli occhi sul proprio corpo, cambierebbero le relazioni, la percezione di sé; senza il divieto sul collo, probabilmente si sentirebbero anche un poco più libere, almeno come sensazione. Senza che nessuno sia corso a strappare loro di forza le vesti di dosso. Altre, più vulnerabili, si sentirebbero esposte alla vergogna (anche senza spogliarsi): non avrebbero vergogna tanto della propria nudità: non approvando, mai si spoglierebbero, quanto piuttosto di quella degli altri (tanto a volte siamo mimetici!), avrebbero vergogna per essi; come quando in inverno ci può cogliere la sensazione di freddo vedendo qualcuno in pantaloncini e maglietta.

Senza l’art. 726 cadrebbe invece ogni vergogna, non vedremmo più pubblicità spinta al limite della volgarità, cosa che oggi fa tanto chic; cesserebbero un sacco di fisime che di solito si associano al nudo; tanti pensieri che si fanno alla vista di qualche centimetro di pelle in più. E se è proprio la visione del nudo reale (e non artistico) che scatena l’eccitabilità, la sua inflazione sgonfierebbe quell’automatismo, oggi inevitabile, di considerare ipso facto il nudo come invito, occasione, seduzione, adescamento, esibizione.

 

Una riprova l’abbiamo proprio nei campi o durante i raduni nudisti: le sessioni fotografiche di Spencer Tunick, le varie NBR, campeggi in Croazia e Sablière sono ben lungi dal trasformarsi in problemi di ordine pubblico o in orge di massa: non c’è nessuno che sbava, le tanto temute erezioni in pubblico non si vedono. A riprova anche che il sesso è sempre anche una questione di mente, può essere ricondotto ad un controllo decente, non è detto che sia quell’irrefrenabile istinto di natura spesso addotto come alibi per giustificare stupri, violenze, atti osceni, scatenati – si dice – da audaci scollature o vertiginose minigonne.

Se le parole integrale e bio usate per classificare alcuni prodotti alimentari richiamano concetti come salute, equilibrio, benessere, semplicità, naturalità e spesso sono scelta radicale e irreversibile; altrettanto si potrebbe dire della nudità: integrale e biologica.

Ripensare il nostro corpo nella sua integrità e naturalità, un’abbronzatura senza segni di slippino o spalline, una riconsiderazione di sé come di essere vivente prima secondo natura e poi sociale aprono una prospettiva di riequilibrio, di ragionamento e comportamento positivi, che col tempo mostreranno i loro benefici anche in ambito sociale. Cioè nella qualità delle relazioni con le altre persone, relazioni non tanto basate su rispetto e tolleranza (che francamente mi sembrano atteggiamenti un tantino artefatti), quanto su indifferenza e naturalezza. Come a dire: «con la nudità sfondi una porta aperta, scopri l’acqua calda», non c’è bisogno di un manuale di istruzioni. È come il lievito liofilizzato: ha perso la sua efficacia, è inattivo, non suscita tutto quello che prima poteva suscitare, sono rimasti solo il sapore e le vitamine. La tranquilla indifferenza dei nudisti di fronte al nudo può essere generalizzata ed estesa a tutta la società. Molto dello stress, dei disordini, disequilibri, eccessi nei rapporti con le altre persone cadrebbero all’istante: cadrebbero pudore, remore moralistiche, ansie immotivate, giudizi di valore e di accettabilità. Tutto diverrebbe normale e quotidiano senza timori, senza vergogne, esattamente come sentiamo indifferente, ovvio e naturale il volto che abbiamo.

Decente / indecente


e

Durante la recente visita di un capo di stato a Roma, alcune statue nei corridoi del Campidoglio sono state protette alla vista con pannelli provvisori. Le stature raffiguravano corpi umani nudi o coperti parzialmente da un drappo, raffiguravano antiche divinità greche. Molto imbarazzo ha creato anche la statua equestre di Marco Aurelio (vestito). Ehmbè, per quale motivo? I genitali del cavallo erano troppo visibili!

Mi chiedo se questi atteggiamenti non possano far pensare a una ossessione, a una continua allusione e successiva negazione, a un lavorio della mente, a un tira-e-molla dei sentimenti che portano a stress, a eccessi, a tormenti compulsivi, senza utilità, né sbocchi, né speranza di soluzione. Se anche lo sono, non mi riguardano, non voglio mi riguardino. Da nudista, insieme ai vestiti, mi sono spogliato anche di questi paludamenti artificiosi, di forme-pensiero, di concettualizzazioni che sento come camicie di forza, che sento come indebita oppressione, ossequio sociale inopportuno, se mi costa lo straniamento da quel che mi sono e mi sento.

Il vino e la carne

Eppure sono atteggiamenti e comportamenti rispettabilissimi: ognuno è libero di vivere come più gli piace. Finché non li voglia imporre agli altri, facendoli passare dalla porta di servizio dell’etichetta, del cerimoniale, della piaggeria e persino della morale. Il fatto anche solo di accettare questa ufficialità di facciata è sintomatico di quanto come cultura siamo succubi di un potere che riteniamo più grande.

Se a un pranzo ufficiale non servo il vino, la carne (maiale o cavallo che sia), può essere un bel gesto verso un musulmano, un vegetariano, un ebreo, un rispetto delle loro usanze e leggi. Ma non rispetto usanze e leggi dell’altra metà degli invitati. Beva chi vuole, mangi chi vuole: questo mi sembra equilibrato rispetto. Ma neanche! Questo benedetto “rispetto” che ci farebbe vergognare se fosse violato! Il nostro punto lo dobbiamo tenere. E vergognarci di noi stessi semmai che cediamo. Con questo strampalato rispetto costruiamo attorno a noi stessi una gabbia, in cui ci richiudiamo da soli, come le statue del Campidoglio.

La semplice possibilità

La motivazione della copertura delle statue viene giustificata come atto di riguardo verso l’ospite che avrebbe potuto turbarsi alla loro vista. I giornali dicono “giusta forma di rispetto” (Corriere della sera del 26 gennaio).

Il fatto che i nudi abbiano anche solo potuto offendere o urtare la sensibilità, la moralità, il quadro dei valori di riferimento dell’ospite straniero è stato motivo sufficiente a far prendere provvedimenti. Questa possibilità è esattamente la stessa prevista dall’art 726: la Corte di Cassazione la interpreta come implicita nella lettera stessa dell’articolo. Un atto indecente è implicitamente offensivo, perturbante. In questo l’articolo è tautologico e rimanda ad una referenzialità quanto mai vaga e non-definita. Avendo usato il termine decenza, il codice rimanda al significato stesso della parola la sostanza, la configurazione del reato. Il quadro ideale di che cosa sia decenza è talmente autoimpositivo che non ammette eccezioni, defezioni e sono superflue le definizioni: è di riferimento universale, va nella direzione di un modello ideale

La decenza ab ovo

Decet Romanum Pontificem così inizia la bolla di scomunica di papa Leone X contro Martin Lutero (3 gennaio 1521). («È giusto / si addice / è esplicito dovere / rientra nell’ambito delle sue prerogative / nessuno si faccia meraviglia se il Romano Pontefice, […] insorga molto duramente contro tali persone ed i loro seguaci».)

Decet, in latino, la dice lunga (ciò che è adatto, opportuno, che si confà, conviene, è ammesso-riconosciuto-approvato-condiviso-gradito-atteso-richiesto, nulla osta, d’accordo, è come-si-deve), anzi corta (nebuloso e posticcio com’è il suo significato) su che cosa si debba intendere per decenza, infatti lascia al senso comune riempirlo di significati contingenti e congiunturali, circostanziali e occasionali, col variare dei luoghi e dei tempi, delle mode, delle situazioni, dei galatei, dei singoli e dei gruppi. E chi ha il potere può servirsi della propria discrezionalità per riempire la decenza di contenuti ad hoc, preconfezionati, ideologici, finalizzati a un certo scopo.

Sulla Treccani la voce “Decenza” mi rimanda a “Pubblica decenza”: come a dire che una decenza privata o personale è un concetto che non può aver senso.

Ma in Inghilterra…

La direttrice di una scuola inglese in una lettera dello scorso 20 gennaio [qui l’articolo dal DailyMail], invitava i genitori a non accompagnare i bambini a scuola in abito inappropriato e inaccettabile (pigiama e pantofole). Ed ecco le motivazioni:

«Sono certa che concorderete con me che è importante per tutti noi dare ai bambini un buon esempio di che cosa appropriato e accettabile in tutti gli aspetti della vita, non solo dal punto di vista della loro sicurezza e benessere generale, ma anche come preparazione alla loro vita di adulti. Grazie per la vostra collaborazione nel cercare di elevare le aspirazioni dei nostri bambini.»

Qualcuno può tirare in ballo che quella dell’insegnante è una professione a 360 gradi, quasi una missione, che la società in cui si vive può essere intesa come una società educante. Forse in Gran Bretagna i dirigenti scolastici hanno competenze maggiori che da noi, e possono superare i cancelli della scuola; e poi in fondo si tratta solo di un invito alla cooperazione in nome di una “sana e buona educazione” e non di un Diktat.

In un solo giorno l’articolo ha avuto più di 1500 commenti. Ciò vuol dire che la “decenza” ha una copertura semantica molto elastica. Oppure è un concetto che è in continuo movimento e non ha più un assestamento sicuro ed univoco (come nella società vittoriana o di Downton Abbey).

 

Decenza ed educazione

La lettera lascia immaginare un modello di società e di rapporti fra adulti e bambini: da una parte gli uni che danno il buon esempio affinché gli altri possano attingere ad aspirazioni più elevate. Mi pare sia un modello teorico e astratto – ma senza troppa meraviglia: ne grondano del resto i manuali di pedagogia -: una società ideale, una vita da serra, come in uno spot pubblicitario: tutto pulito, buoni sentimenti, sole californiano, prati verdi sul retro della casa e il bianco smagliante di lenzuola che profumano di bucato. Sono contento che i nostri bambini non debbano indossare una divisa per andare a scuola, che siano spontanei e scatenati e non inquadrati come balilla, pronti a obbedire come marinaretti. Vedranno da sé quali sono le personali aspirazioni, sceglieranno da sé gli esempi che più li convincono. Che tipo di persona vogliono diventare… o non piuttosto allontanarsi da ogni modello, essere uguale e diverso quanto a genio gli va? L’escursione fra l’eguale e il diverso sarà sempre il discrimine lungo cui camminare, l’equilibrio che li porterà ad essere individui in una società, il luogo in cui serve attenzione e energia, prudenza e abilità. Che reclameranno diritti cominciando ad agire in prima persona, che assumeranno doveri e responsabilità senza sentirsene in obbligo o portati dalla corrente.

L'uomo vitruviano di Leonardo

L’uomo vitruviano di Leonardo

I poli opposti

In linea generale l’abbigliamento è un aspetto superficiale della persona (o almeno per chi non vuole essere monaco per onor dell’abito), e per conseguenza la nudità – il grado zero del vestito – un fatto banale, anzi persino decente. Voglio dire: chi non attribuisce al vestito i significati che solitamente gli vengono associati (status sociale, professione, ostentazione, occultamento, maschera) riesce a gestire la propria nudità di fronte agli altri in modo neutro, indifferente, scevro da qualsiasi intenzione o contenuto. E si sente al proprio posto, quadrato nel cerchio e ben piantato come l’uomo vitruviano, una persona, appunto, come-si-deve.

Sin dove arriva il potere


Il Consiglio dei Ministri sta approvando un decreto di depenalizzazione di alcuni reati, riclassificandoli da reati penali a reati amministrativi (ringrazio Paolo De Andreis per la segnalazione). Di primo acchito, vi vedo più la finalità di far cassa, visto l’esoso ammontare delle multe. Fra questi reati è anche quello previsto dall’Art. 726 c.p. “atti contrari alla pubblica decenza”. Ritengo che sia un atto contro la pubblica decenza che uno Stato si mostri così spudoratamente avido da cercare ovunque cespiti d’entrata. Nella fattispecie, non riesco a vedere nello Stato Italiano quello stato laico e democratico, indipendente da credi e ideologie, attento a quel che si muove e che cambia nei comportamenti e atteggiamenti sociali, ma che pur di raggranellare qualcosa non esita a rispolverare e aggiornare residuati bellici e ideologici cui la società d’oggi nemmeno più bada.

La pubblica decenza

Nel caso specifico, mi è particolarmente contropelo il fatto di richiamarsi a una supposta “morale pubblica” o “pubblica decenza”, quasi ci fosse una declaratoria scolpita nel marmo, valida per tutti, di che cosa sia decente e che cosa no. È una percezione soggettiva, legata a tempi e situazioni, a mode e abitudini accertate e costanti. La cosa che più mi fa specie è che questo Stato, in mancanza di una sua intrinseca moralità (i fatti sono sotto gli occhi di tutti), prende a prestito una moralità esterna. Per me che non sono credente, la cosa mi urta, e mi scopre uno Stato che secondo opportunità fa appello a un preteso “comune sentire” come fosse qualcosa di effettivo e immutabile, ma che in realtà non è più tale e – grazie a Dio – cambia sempre in continuazione.

La decenza, come più volte rimarcato dalla giurisprudenza e nelle sentenze della Corte di Cassazione altro non è che

«la rappresentazione del comune sentire, dovendovi includere tutto ciò che per la generalità dei consociati non è offensivo, non costituisce oltraggio alla pubblica morale: “sono atti contrari alla pubblica decenza tutti quelli che, in spregio ai criteri di convivenza e di decoro che devono essere osservati nei rapporti tra i consociati, provocano in questi ultimi disgusto o disapprovazione come l’urinare in luogo pubblico”».

È utile inoltre ricordare la distinzione tra gli atti contrari alla pubblica decenza e quelli osceni, puniti più gravemente dall’art. 527 c.p.: questi, a differenza dei primi,

offendono in modo intenso e grave il pudore sessuale, suscitando nell’osservatore sensazioni di disgusto oppure rappresentazioni o desideri erotici” (Cass. 2447/1985 e 7817/1985).

Il coniglio dal cilindro

E la stessa Corte di Cassazione precisa – una trovata incredibile, come un coniglio tirato fuori dal cilindro – che non è necessario che “i gesti contrari alla pubblica decenza siano stati effettivamente percepiti da qualcuno, essendo sufficiente la stessa possibilità che possano essere come tali percepiti”.

Che gli atti siano anche solo “percepibili” come osceni o indecenti, la dice lunga sul quadro di riferimento che si vuol far passare, sull’ideale di comportamento, sulle linee guida in fatto di morigeratezza, sui parametri di accettabilità sociale, sul modello di società ideale che si vuole proporre o imporre. Da qui a pensare che tutti siamo sospettabili di qualche reato solo perché lo potremmo compiere, il passo è breve. (Chi ha avuto a che fare con l’Ufficio delle Entrate e gli studi di settore ha avuto spesso la sensazione di essere guardato come un possibile evasore fiscale). E pesante la pressione sociale, il sospetto…

«Nella differenza tra atto percepito o percepibile potrebbe potersi cogliere in pieno una volontà repressiva, non del tutto corrispondente ai principi di stretta legalità della legge penale.» [Annalisa Gasparre a commento della sentenza della Corte di Cassazione Cass. pen. 47868/2012]

Sin qui arriva il potere!

La pudicizia

E poi si chiude un occhio sulla seduzione sessuale di prostitute e pubblicità (questa sì condannabile secondo l’art. 727 e l’interpretazione più sopra citata) e si condanna una persona per una pisciatina: non per la pisciatina in sé come atto fisiologico, ma perché è generalmente “percepita” come atto indecente. Al punto che la sentenza 40012/2011 precisa:

«È quindi irrilevante, sotto tale aspetto, che i genitali, nella condotta di orinare in luogo pubblico o esposto al pubblico, siano visibili oppure no… Né la norma dell’art. 726 c.p. esige che l’atto abbia effettivamente offeso in qualcuno la pubblica decenza e neppure che sia stato percepito da alcuno, quando si sia verificata la condizione di luogo, cioè la possibilità che qualcuno potesse percepire l’atto».

Se non è l’esposizione dei genitali ad essere punita, dove sta dunque l’impudicizia, l’indecenza e l’oscenità di una persona nuda lungo i sentieri, sulla spiaggia del mare, sul balcone di casa?

Ma la sentenza 37823/2013 smentisce la precedente e spiega ulteriormente:

«è erronea infatti la ritenuta irrilevanza, al fini della configurabilità del reato, della visibilità del genitali, dovendosi il concetto di pubblica decenza interpretare con riferimento alla nozione di pudicizia».

Che dunque gli atti siano osceni o indecenti perché impudichi? Che maledizione si portano dietro i genitali da essere osceni, inguardabili, impudichi, offensivi, disgustosi, censurabili, disapprovati? È cosa loro o non piuttosto di una perversa e inculcata “sensibilità”?

Un modello di società

Come mai si obbliga per legge un cittadino a rispettare negli altri concittadini qualcosa che a priori non conosce, cioè la sensibilità altrui? Come mai lo si obbliga per legge a comportarsi in modo da non suscitare negli altri “disgusto o disapprovazione”… dovremmo spegnere i telegiornali!

Non voglio che una legge mi dica fin da principio chi sia il vincitore! Stiamo vivendo insieme, non ci stiamo l’un l’altro sgambettando/sgomitando per avere un posto in prima fila. O sbaglio, o son troppo ingenuo, o non ho ancora capito come effettivamente va il mondo?

Come mai lo Stato, tramite le leggi fa proprio il profilo di una sola parte, pur maggioritaria, e non si fa invece garante della differenza, del diritto alla differenza? Come mai le sentenze dicono che basta che sia percepita la pur semplice possibilità dell’indecenza di un atto perché questo atto sia effettivamente indecente e perseguibile! E perché non anche il contrario? Avesse almeno la decenza di definirmi quali atti sono indecenti o meno! Camionisti che pisciano contro il guard-rail ne vedremo sempre. Mi dicesse che è antiigienico, capirei. È una funzione corporale, cosa c’è mai di indecente o impudico?

Ma poi… l’eccezione! Come mai uno stesso medesimo atto, un gesto cessa di essere indecente in luoghi a questo adibiti? Qualcuno mi spiega perché non sono illegali gli orinatoi nei bagni dei gentlemen, i vespasiani? Eh, già, se tutti son nudi, il nudo è la norma e non l’eccezione. Come dire, se tutti son ladri, non è più reato rubare!

Mi pare che chi possiede la legge per il manico (rappresentanti che noi democraticamente abbiamo eletto a governarci) rimeni la polenta come meglio gli pare. In barba ai principi, alle differenze, come se la società fosse una colata uniforme, con fondamenti condivisi e uguali sempre e per tutti, come ci fosse un solo modello per il viver di tutti. Abbiam visto come sono crollate le società monolitiche, i regimi totalitari! Proprio perché troppo rigidi, troppo uniformi e uguali a se stessi.

Ok! C’è sempre la conta dei voti di mezzo! Non vale la pena discutere: i numeri la vincon su tutto. In barba alle declaratorie, alle definizioni di principio, ai principi fondamentali, alla Costituzione.

Fare nudismo

Infine: a chi tocca, se non a noi, nudisti, assumerci impegno e responsabilità, affinché la mentalità cambi, cominciando dal nostro ambiente più immediato: dichiararci nudisti, mostrarci nudisti – senza per questo essere talmente imprudenti da rischiare le multe salate di Renzi.

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