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VivAlpe 2022: cinque e sei!


Altre due uscite messe in saccoccia: VivAlpe 2022 continua imperterrito a inanellare successi.

Nell’uscita di agosto ci siamo trovati in nove per salire al Castellaccio, piccola e ardita punta posta sopra il noto valico del Passo del Tonale. Partito dal grande parcheggio posto sotto il passo sul suo versante bresciano, il bel gruppo, del quale facevano parte ben quattro nuovi amici, si è incamminato per discendere fino al simpatico laghetto della Case di Poi. Qui la sterrata terminava per lasciar posto a un sentiero, questo, però, contrariamente alle aspettative moriva quasi subito nel pascolo, che si è dovuto discendere camminando nell’erba alta che a tratti nascondeva zone acquitrinose. Superato il piccolo imprevisto si è giunti alla malga sottostante dove, presa una bella strada cementata, cerchiamo il sentiero che dobbiamo imboccare che, però, è inesistente. Con l’aiuto del gps, aggiriamo la zona di pascolo recintata per cercarlo più a valle, all’interno di una bella conifera: pochi minuti ci bastano per trovarlo.

Seguendo la larga traccia perveniamo a un ponte che ci acconsente di attraversare senza problemi il largo torrente Ogliolo, sull’altra sposta s’inizia a salire. Una bella e dolce salita su fondo reso morbido dagli aghi della conifera ci porta a scavalcare un largo costone per scendere leggermente nella larga Val Sozzine, poi si riprende a salire. La comoda mulattiera di guerra sale dolcemente con vari tornanti e fa ipotizzare una tranquillissima camminata, invece… invece ad un certo punto la mulattiera diviene un sentiero che, sebbene con vari tornanti, prende il pendio più direttamente, in particolare nei vari tornanti dove proprio bisogna salire sulla linea di massima pendenza, infine alcuni punti parzialmente franati rendono il tutto ancor più faticoso: qualcuno inizia a segnare il passo, comunque stringendo i denti e incitato da quelli di noi che gli sono rimasti a fianco, continua a salire. Arriviamo alla sommità di un bel dosso erboso a pochi metri dall’altro sentiero, quello che seguiremo in discesa, su questo stanno salendo alcune persone che, passandoci davanti, non si mostrano per nulla disturbate dalla nostra nudità, solo una giovane coppia chiede se non temiamo di scottarci.

Il gruppo si ricompatta, io decido di restare con l’amico che, seduto a terra, è palesemente in crisi energetica e indico agli altri di procedere. Saliamo ancora qualche centinaio di metri di quota per portarci a una baracca di guerra dove è possibile trovare un posto comodo per fermarsi e mettersi al riparo dalla forte insolazione. Qui si sono fermati anche altri due di noi, poco dopo rientrano quasi tutti gli altri, alla fine solo hanno proseguito per la vetta. Li attendiamo un poco ma poi la fame si fa sentire e con tranquillità iniziamo in nostro meritato pranzo, al cui termine eccoci tutti riuniti. Mentre gli ultimi due mangiano, prendiamo un poco di sole e scambiamo ancora qualche chiacchiera, poi ci rimettiamo in cammino per rientrare alle auto. Discesa comoda, durante la quale incontriamo una donna dal viso montagnino che, priva di zaino, sta velocemente salendo, io e Stefan, già in parte rivestiti, siamo avanti discosti dal resto del gruppo r la avvisiamo che dopo la curva avrebbe incontrato persone nude: “e che problema c’è” la sua semplice risposta. Senza altri incontri arriviamo alle auto: giornata finita, alla prossima.

Eccoci alla sesta uscita, quella di settembre. Sarà stato il brutto tempo della settimana, sarà stato l’annunciato forte calo delle termperature, saranno stati malanni e impegni vari, fatto sta che a Madonna di Campiglio siamo solo in quattro. Dopo una bella colazione al bar e avuto conferma del fatto che nel grande piazzale antistante il parcheggio è possibile solo per due ore, saputo che non ci sono parcheggi gratuiti, ci spostiamo al parcheggio dello Spinale, fortunatamente poco distante.

Finalmente in cammino, stimolati dalla bassa temperatura, solo tre gradi centigradi, con passo spedito risaliamo l’erto pendio occidentale del Monte Spinale, il sentiero è molto bello e si cammina bene. Man mano che saliamo la vegetazione si fa più rada e la temperatura meno rigida, la parte finale della salita avviene prima su un a tratti non più tanto comodo sentierino che, con ampi diagonali, taglia più volte la pisca di sci “Direttissima dello Spinale”, poi per verdi e morbidi dossi erbosi. Eccoci in vetta e ci concediamo una parca merendina al bar qui presente, grandiosa dal suo ampio terrazzo la veduta sulle montagne circostanti: Monte Cevedale, Presanella, Adamello, Lobbia, Dos del Sabbion, l’intero gruppo del Brenta imbiancato dalla recentissima nevicata; sconcertante la visione dei due ghiacciai dell’Adamello più grigi che bianchi e ridotti quasi a una misera chiazza.

Si riparte per percorrere i verdi dossi erbosi che caratterizzano il vasto altopiano che dal Monte Spinale si estende a est verso i pendii che conducono al notissimo e larghissimo Passo del Grostè. Passato il piccolo Lago Spinale prendiamo la deviazione che, dopo un poco di salita, porta a scendere verso il piede della Corna Rossa, apprezzata palestra di arrampicata: non me l’aspettavo, anche questo sentiero, che ricordavo completamente selvaggi e solitario, è ora particolarmente frequentato. Superata una conca popolata da alcune marmotte, ancora pochi minuti di cammino e siamo sul largo sentiero che dal Grostè scende verso Vallesinella. Sono le undici, presto per fermarsi a mangiare così decido di proseguire e portarci possibilmente in zona meno affollata.

A mezzogiorno siamo all’inizio del raccordo che permette di evitare la discesa fino alla Malga di Vallesinella Alta, qui non c’è un buon posto per fermarsi e proseguiamo. La traccia, già poco evidente, diviene subito molto labile, dopo un momento di esitazione decido comunque di proseguire. Un canalone e un albero caduto costringono a delicato un aggiramento, ma presto siamo nuovamente sulla traccia buona e la seguiamo fino a un largo canalone erboso dove un masso e piccoli terrazzini erbosi ci consentono una comoda sosta al tepore del sole, che ora ha inziato a picchiare con forza. Mentre gli altri inziano a mangiare io vado il perlustrazione per verificare se la traccia sia percorribile, lo è ma poco dopo è sbarrata e potrebbe essere più comodo scendere direttamente per il pendio sottostante. Mangio e poi verifico la cosa: si, si può scendere ma non è comodissimo, meglio seguire il sentierino piano fino alla sua interruzione per poi scendere con un più comodo sentiero.

Così raggiunto la Malga di Vallesinella Alta, si decide una ulteriore modifica all’itinerario e, invece di imboccare subito il piano sentiero degli Orsi, scendiamo per il caratteristico sentiero delle Cascate Alte di Vallesinella. Purtroppo c’è poca acqua ma comunque, specie per gli amici che mai sono passati da qui, si può osservare qualcosa di bello. Eccoci al rifugio Vallesinella, qui prendiamo il racordo con il sentiero degli Orsi a cui arriviamo con un poco di non ripida salita passando in mezzo a una affascinante faggeta. Con lungo pianeggiante e morbido cammino rientriamo a Madonna di Campiglio e alle auto: anche questa è fatta, paghiamo il parcheggio e ci si saluta.

Grazie amici, grazie della vostra partecipazione, qualcuno ogni tanto si dimentica o non comprende che sono escursioni e se oggi questo termine viene spesso utilizzato in modo improprio per definire addirittura dei viaggi in treno, un’escurisone è un cammino di montagna non inferiore alle due ore, con salite anche importanti e discese anche complesse, richiede sempre abitudine al cammino su fondo irregolare, un buon allenamento fisico, forza nelle gambe, un rapporto peso potenza adeguato e la rinuncia ad alcuni accessori che non indispensabili al cammino rendono lo zaino inutilmente più pesante, ad esempio le stuoie per prendere il sole (si possono sostituire con i pantaloni lunghi e la giacca da pioggia che invece devono sempre esserci nello zaino).

Alla prossima: domenica 16 ottobre, quando torneremo sui monti della Val Trompia per una bella escursione sopra l’abitato di Bovegno.

VivAlpe 2022, e siamo a quattro


Anno di regolarità, finalmente, pur con la dovuta attenzione ad una situazione non ancora del tutto normalizzata, ma senza lasciarsi dominare dall’isteria giornalistica.

Anche le uscite di giugno e luglio sono andate a buon fine ed eccone la dovuta relazione.

19 giugno si sale al Costone di Valbona, un crinale inizialmente erboso che dalla cima Trabucco, alternando tratti piani ad altri particolarmente ripidi, sale fino a raggiungere la cresta occidentale del Monte Frerone. La zona è prossima alla frequentatissima Bazena e la prima parte dell’itinerario è in comune con la salita al Lago della Vacca, ma poi ci si discosta per addentrarsi in una conca dove in genere s’incontrano solo le mandrie al pascolo.

Arriviamo al parcheggio della Bazena in orario non propriamente matttiniero e, pertanto, a fatica troviamo posto per le nostre auto, ma alla fine ci riusciamo e possiamo metterci in cammino. Mescolati a decine di altri gruppetti di escursionisti, minimamente vestiti risaliamo il ripido tratto iniziale. Giunti a Malga Val Fredda abbandoniamo la numerosa compagnia tessile e il poco tessile che ancora avevamo addosso. Passiamo Malga Valbona, dove ancora i pastori non sono saliti, e ci inoltriamo nella verde conca che conduce al crinale del Costone di Valbona. Sul finire della salita, quando abbiamo da poco abbandonato il sentiero per puntare alla prima gobba del costone, dal Monte Trabucco arriva una numerosa comitiva che, senza scomporsi o dare segni di ostilità, passa un centinaio di metri sotto di noi.

Giunti sul crinale rivelo la nostra meta, la già citata prima gobba del costone di Valbona, che ci sovrasta con un ripidissimo pendio erboso. Sono solo duecento metri di dislivello ma la forte pendenza mette alcuni in apprensione e li induce a fermarsi in un punto piano e panoramico, sebbene assolato. In una decina raggiungiamo la meta, lascio il tempo ai miei compagni per godersi la vista e riprendere fiato poi, con un largo giro per sfruttare pendii meno ripidi, ritorniamo al resto del gruppo. Questi, grr, non ci hanno atteso e si sono già rifocillati per bene, poco male, abbiamo parecchio tempo diponibile per la sosta. Mentre mangiamo e ci godiamo momenti di frescura creati dal passaggio delle classiche nuvole del mezzogiorno, dal Trabucco arriva un numerosissimo plotone di persone, quando passano sotto di noi notiamo essere composto da molti ragazzi, probabilmente trattasi di una escursione della colonia Pian di Campo sita poco sopra Campolaro. Pure tranquilli passano, molto più vicine, tre persone arrivate dai pendii alle nostre spalle, forse cacciatori visto che dalla loro direzione di arrivo non ci sono sentieri, comunque gente del posto.

Dopo circa un’ora e mezza riprendiamo il cammino, la discesa avviene per lo stesso percorso di salita eccetto nell’ultimo tratto dove prendo un sentiero, ancora a me sconosciuto, che ci permette di evitare una risalita. Qualche infido passaggio e siamo alla base del pendio dove un torrente invita a una pausa rinfrescante. Giunti a pochi metri dalla Baita del Pastore Rasmulì, dove pare stiano facendo le pulizie, ci rivestiamo per percorrere l’ultimo tratto e reimmergerci nell’incomprensibile, specie visto il sole e il caldo, distesa di tessuti, tra i quali alcuni mini costumi che ben poco lasciano all’immaginazione.

Birretta al rifugio Tassara e poi via, ognuno verso casa propria. Questa escursione rinnova un insegnamento: quando nudi s’incontrano persone vestite, mantenendo un atteggiamento di spontanea naturalezza (cosa che non è il frettoloso rivestimento, specie dopo essere stati visti nudi) si induce sempre una risposta positiva, pur nel comprensibile attimo di sorpresa o anche di titubanza.

Passano le settimane ed eccoci al 17 luglio, dovevamo essere una decina ma, alla fine, a Malga Lincino, punto di partenza per l’itinerario odierno, ci ritroviamo in cinque. La temperatura al momento è decisamente gradevole, per non dire freschina, ma il cielo terso fa presagire che ben presto le cose cambieranno.

Con la dovuta calma, sorpassati da decine e decine di altri escursionisti (ma siamo noi ad andare troppo piano o sono tutti diventati dei corridori?), risaliamo le famose Scale dell’Adamè: un’antica mulattiera che, con tratti gradinati e parecchi tornanti, risale il ripidissimo salto che separa la parte bassa della valle da quella alta. In cinquanta minuti abbiamo superato i quattrocento metri di dislivello e d’innanzi a noi appare la lunghissima piana della Valle Adamè. Ignorando il rifugio posto sul’altro lato dell’impetuoso torrente, ci incamminiamo nella verdissima piana e, come immaginavo, siamo in compagnia di molte persone, cosa che ci invita a non togliere anche gli ultimi minimi rimasugli di vestiario: spero che più avanti, superato il secondo rifugio, le cose cambino.

Eccoci al secondo rifugio, senza sosta proseguiamo verso quello che sembra il paradiso nudista e invece… invece è un continuo stillicidio di persone, alcune che salgono altre che scendono, non c’è fine, riusciamo a metterci nudi solo una volta che, arrivati a fondo valle, in una bellissima piana conca erbosa troviamo un posto tra i massi leggermente (trenta metri, più o meno) discosto dal sentiero principale.

Una lunga sosta (un’ora e mezza) per mangiare e godere del sole e dell’aria e poi si ritorna a valle, un lungo ritorno visto che il lungo pianoro iniziale non differenzia i tempi e anche la complessità delle Scale dell’Adamè di poco rende il passo più veloce che in salita (anche per il peso dei formaggi comprati a Malga Adamè).

Escursione molto vestita quella di oggi, ma non per questo meno bella, d’altra parte non andiamo in montagna per stare nudi ma ci mettiamo nudi per meglio apprezzare la montagna, cosa che non esclude lo stare vestiti: l’obiettivo è pur sempre la montagna e il piacere del cammino. Per ora e probabilmente ancora per tanto tempo (secoli di condizionamento non si superano in pochi anni), è e saranno necessari dei compromessi e delle rinunce: intanto sappiamo che questa zona non è adatta al cammino nudo, quantomeno non la domenica del periodo centrale dell’estate.

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