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Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: la respirazione


Prosegue da… La postura.


Siamo partiti, facciamo i primi passi e, come abbiamo già visto, il nostro organismo inizia la sua importante funzione di adattamento allo sforzo. Una delle alterazioni fisiologiche in atto è quella che riguarda la respirazione: i nostri muscoli hanno bisogno di maggiore energia che, per essere prodotta in modo adeguato allo sforzo prolungato dell’escursionismo (aerobico), dev’essere supportata da una maggiora quantità di ossigeno, ovvero da una respirazione diversa.

Diciamo subito che, ovviamente, il nostro organismo sa benissimo come respirare per supportare la nuova richiesta energetica, purtroppo le nostre abitudini mentali (pretesa di respirare come se stessimo passeggiando davanti alle vetrine del corso) e posturali (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) riescono a modificare il meccanismo naturale e rendere la nostra respirazione inefficace o addirittura deleteria. E allora?

Allora…

Innanzitutto prendiamo coscienza del fatto che la respirazione non potrà essere calma e tranquilla come quando passeggiamo per le piane vie di una città: facciamoci ragione del fatto che è normale dover respirare in modo che, per ora, definisco semplicemente diverso e che avere un poco o anche molto il respiro pesante non vuol dire essere affaticati. Sistemata la mente possiamo dedicarci al corpo: alleniamoci a respirare nel modo corretto.

Stendersi a terra pancia all’aria, rilassarsi per qualche secondo, cercare di non pensare a nulla. Appoggiare una mano sul torace e una sulla parte alta dell’addome (subito sotto lo sterno), concentrarsi sulle due mani: quale delle due si muove?

  • Quella sul torace? Si ha una respirazione alta e, pertanto, lavora solo la più stretta parte alta dei polmoni, ciò determina una limitata ventilazione, sufficiente per la quotidianità ma non adatta a supportare uno sforzo più intenso.
  • Quella sull’addome? Questa è la respirazione adatta a supportare uno sforzo più intenso del normale, anche molto più intenso: respirando con l’addome, ovvero con il diaframma, si utilizza la parte più ampia dei polmoni (bassa) quindi il volume ventilato è decisamente maggiore di quello mosso da una respirazione alta.
  • Ambedue? Probabilmente si pratica qualche attività che abitua ad una respirazione completa (yoga o apnea per citarne due) ovvero quella dove si sfrutta per intero lo spazio polmonare arrivando a ventilare il massimo volume d’aria consentito dalla propria costituzione fisica.

Non è sempre detto che la respirazione completa sia quella più adatta:

  1. se si cammina lentamente è ottimale, ma, non essendo possibile velocizzarla più di tanto, man mano che la velocità di cammino sale non arriva a produrre la quantità di ossigeno necessaria;
  2. dilatando il torace e alzando le spalle provoca spostamenti del baricentro e, conseguentemente, continue sollecitazioni ad un equilibrio già reso instabile da un terreno irregolare;
  3. è ostacolata dalla limitata elasticità degli spallacci dello zaino ed è condizionata dal suo peso.

Nella media, quindi, la respirazione ideale è quella diaframmatica (bassa), attenzione però alla postura: se si spezza il busto in avanti, come spesso si vede fare, si va a comprimere l’addome e il diaframma risulterà impossibilitato a muoversi. Busto ben eretto!

A questo punto siamo all’eterno dilemma: respirare con il naso o con la bocca? Facile trovare sul web indicazioni che, con la (giusta) scusante del riscaldamento dell’aria inspirata e del suo filtraggio, impongono la respirazione dal naso. Va bene, benissimo, fintanto che il volume da ventilare rientra in quei valori consentiti dalla limitata dimensione delle narici, se andiamo oltre c’è poco da fare, bisogna necessariamente respirare anche con la bocca. Lo sa bene il nostro corpo che, infatti, sotto sforzo ci induce naturalmente a respirare in tal modo. Opporsi, per altro con notevole impegno mentale, a tale fisiologico comportamento impedisce una corretta ventilazione.

Inspirare liberamente con la bocca (l’ideale sarebbe naso e bocca insieme), se dovesse fare particolarmente freddo e si teme per la salute della gola (premesso che sono proprio i timori e gli atteggiamenti eccessivamente protettivi a creare problemi) basta coprire la bocca con un foulard o uno scaldacollo.

L’espirazione, invece, si può fare benissimo solo con la bocca (qui non ci sono scuse di scaldare o filtrare l’aria): risulterà più veloce e completa determinando una migliore ventilazione.

Nella corsa si bada molto anche al ritmo della ventilazione equilibrandolo con quello del passo. Ci sarebbe un’interessante teoria (vedi sitografia a fondo pagina: “Runner’s World – Il segreto è nel respiro”) che definisce ideale il ritmo asimmetrico: più veloce nell’espirazione che nell’inspirazione in modo da alternare la fine espirazione tra l’appoggio a terra del piede sinistro e di quello destro. Questo andrebbe a distribuire equamente tra le due gambe (e ginocchia, e caviglie) le sollecitazioni dell’impatto a terra riducendo l’incidenza dei traumi. Ho sperimentato questo metodo, non so se effettivamente mi ha evitato traumi, di sicuro, costringendomi ad osservare il mio respiro, mi ha portato al suo pieno controllo, fattore indispensabile per poter mantenere sempre un’ottima ventilazione, anche quando, come negli allenamenti, si vuol forzare parecchio il passo. Lasciando invece fare alla natura è importante fare attenzione a non andare in iperventilazione (aumento sproporzionato del volume ventilato con alterazione degli equilibri nelle pressioni parziali di ossigeno e anidride carbonica, arrivando alle vertigini o addirittura allo svenimento) o nella tachipnea (respiri molto brevi ed eccessivamente veloci).

Per finire, come uscire da momenti di crisi respiratoria? Capita, ad esempio per aver sottovalutato un breve strappo di salita, di trovarsi al limite respiratorio, ovvero di faticare a ventilare in modo adeguato anche da fermi, in tal caso per recuperare il giusto ritmo potete, aprendo per bene la bocca, effettuare un paio di espirazioni molto veloci, in pratica dei soffi energici ma non violenti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Aerobico o anaerobico?

Mypersonaltrainer – Fisiologia della respirazione e respirazione addominale

Mypersonaltrainer – Diaframma e respirazione diaframmatica

Mypersonaltrainer – Sport: respirare con il naso o con la bocca?

Mypersonaltrainer – Frequenza respiratoria

Mypersonaltrainer – Iperventilazione, cause e sintomi

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Runner’s World – Il segreto è nel respiro

Missione correre – Come respirare quando si corre

Sport&Medicina – Educazione respiratoria


Continua in… Le calzature.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

2016 anno dei cammini


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Da “Camminare – Tutto il mondo a piedi” apprendo che in questi giorni il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha annunciato che, al fine di ridare vigore alle iniziative per la segnalazione dei sentieri, il 2016 verrà dichiarato anno del cammino. Manco a farlo apposta viene a combinarsi perfettamente con la mia TappaUnica3V dando alla stessa un ulteriore e ancor più rilevante significato.

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L’annuncio si integra bene anche con il programma “QuindiciDiciotto“, serie di escursioni sui luoghi della Grande Guerra ricalcando le orme dei soldati e visitando i resti delle loro strade, trincee e altre opere.

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Via 2016 anno dei cammini – per stare bene, per turismo, per arte, per sport, per stare insieme, per vivere meglio.

Orgogliosamente Nudi!


Come ci sono gli ottimisti e i pessimisti, così ci sono coloro che delle parole vedono sempre e solo un solo aspetto, dimenticando o ignorando totalmente l’etimologia delle stesse. E’ ben vero che il lessico evolve nel tempo, ma quello a cui si sta assistendo più che un’evoluzione è una contrazione, un impoverimento d’una lingua, l’Italiano, che era tra le più belle e valide del mondo.

Così succede che chi ha un lessico forbito si trova spesso ad essere frainteso o addirittura contrastato, si arriva al punto che chi ancora sa usare l’Italiano nella sua poetica e complessa interezza debba perfino giustificarsi di fronte a chi, invece, s’è addormentato sugli allori e, giustificandosi con il cambiamento dei tempi, ha contratto più o meno fortemente il proprio bagaglio lessicale.

Diverse sono le parole che, oggi, si vedono fortemente limitate o alterate nella loro accezione, tra queste quella di orgoglio, dai più vista solo come un atteggiamento di chiusura e prepotenza.

Invero la parola orgoglio ha anche altri e completamente diversi significati, come possiamo facilmente apprendere aprendo un qualsiasi vocabolario della lingua italiana, io userò uno dei più rinomati, il Devoto – Oli.

Orgoglio – 1) Sentimento unilaterale e eccessivo della propria personalità o casta, che isola l’individuo o ne altera i rapporti sociali o affettivi. 2) Con senso attenuato, sentimento non biasimevole della propria dignità, giustificata fierezza. (E su altro testo trovo anche: Coscienza della propria capacità).

Orgoglioso – 1) Chiuso nel proprio orgoglio. 2) Sostenuto ma legittimo compiacimento.

Sinonimi di orgoglio sono non solo alterigia, presunzione, superbia, ma anche: dignità, fierezza, gloria, vanto.

Sinonimi di orgoglioso sono non solo presuntuoso, saccente, superbo, ma anche: dignitoso, fiero, nobile, regale.

Così, presa piena coscienza che il nostro stare nudi non è atto riprovevole e vergognoso, giustificatamente fieri d’aver superato questo grande condizionamento sociale, compiaciuti d’aver recuperato la piena dignità del corpo, ecco che veniamo a proporre il programma, ovviamente aperto anche a coloro che nudisti non sono (anzi, è studiato proprio in ragione di una loro sperata e benvenuta presenza: il nudo non è obbligatorio), “Orgogliosamente Nudi”. Per ora siamo limitati alle escursioni in montagna, ma in futuro speriamo di poterci allargare anche su altre attività, prime fra tutte lo snorkeling.

0 - Orgogliosamente Nudi

Si partirà a giugno con la terza giornata dell’orgoglio nudista, di cui in coda all’articolo trovate la locandina e il rimando alla scheda informativa con modulo di adesione, poi seguiranno altre quattro uscite (anche di queste trovate le locandine in coda all’articolo, cliccando sulle quali verrete indirizzati alla realtiva scheda informativa con modulo di adesione):

1)      Luglio – weekend in Val di Braone, gruppo dell’Adamello (BS), con pernotamento in quota (bivacco autogestito). Gita di media montagna, su sentieri ben tracciati e mai ripidissimi; con un tempo di cammino di 4/5 ore al primo giorno e 7/8 al secondo (compreso rientro a valle).

2)      Agosto – Val Dorizzo, gruppo dell’Adamello (BS) con base al Campeggio Remal. Weekend lungo (3 giorni più 2 mezze giornate) con escursioni giornaliere nei dintorni.

3)      Settembre – Lago di Bos, gruppo dell’Adamello (BS). Gita di media montagna, in salita su sentiero in parte scomparso, ma pur sempre difficile da sbagliare, alcuni tratti ripidi; in discesa comoda mulattiera. La salita, che rappresenta i due terzi dell’escursione, si svolge in ambiente selvaggio dove il passaggio dell’uomo è assai raro. Giro ad anello di 6/7 ore.

4)      Ottobre – Periplo del Tigaldine, per ogni dettaglio leggi la relazione.

Vi aspettiamo.

P.S.

Doverosamente dobbiamo precisare che dietro a tale programma non esiste una società sportiva o d’altro genere, ma solo dei singoli individui. La partecipazione agli eventi è fatta in totale autonomia e ognuno è responsabile di sé stesso e solo di sé stesso.

Ed ora le locandine degli specifici eventi: cliccare sulle stesse per accedere alla relativa scheda informativa con modulo di adesione.

1 - 3a giornata orgoglio nudista

2 - Luglio

3 - Campo d'agosto

4 - Settembre

5 - Ottobre

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