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Escursione nella Tuscia (da Paolo D.A.)


Ricevo e volentieri pubblico questo racconto / relazione a cura di Paolo De Andreis.

Approfitto dell’occasione per ricordarvi che se desiderate pubblicare su questo blog dei vostri scritti (ovviamente conformi alla nostra linea editoriale) dovete solo inviarmeli per e-mail (attivate il contatto attraverso l’apposito modulo e riceverete in risposta l’indirizzo di posta elettronica del blog) allegando eventualmente due o tre fotografie in originale o ridimensionate ad una larghezza di 600 pixel. Ci riserviamo il diritto di apportare minime modifiche al testo, vuoi per uniformarlo alla linea editoriale, in tal caso prima della pubblicazione vi rimanderemo il testo corretto per la vostra autorizzazione a procedere, vuoi per eliminare errori sintattici e ortografici.


1A soli 90 km da Roma ci siamo sentiti due veri esploratori, Giovanni ed io, immersi in una selva preistorica che sta ridisegnando un territorio che trasuda memorie di vite lontane.

Non avevo mai visto Giovanni fino a ieri, avevamo solo chiacchierato sul forum de inudisti.it, ma sono bastate due chiacchiere per scoprirci abitanti della stessa dimensione, con addosso la voglia di scoprire questo itinerario nel cuore dell’Etruria. Un percorso segnato dai fiumi Vesca e Mignone, che uniscono idealmente due insediamenti del neolitico successivamente abitati dagli Etruschi: Luni e San Giovenale. Una zona non lontana da Blera eppure selvaggia, un’area di alte rupi, muschio e tufo scolpito dagli antichi, di sole impietoso e di ombre di rovi, olivi, platani, querce e arbusti, di edere prosperose e crudeli, di vasche d’acqua limpida, distillata goccia a goccia dalla roccia, un’area in cui re Gustavo di Svezia molti decenni or sono finanziò una celebre e unica spedizione archeologica: a lui si deve l’emersione e la sopravvivenza fino ad oggi delle tracce di un’umanità che poi abbiamo nuovamente dimenticato.

3Lasciate le macchine alla fine dell’asfalto, nei pressi di Civitella Cesi, nudi come la nuda selva in cui ci siamo introdotti, siamo ascesi al sito di San Giovenale, il primo insediamento su cui la vegetazione sta tornando ad avere la meglio; da qui, dopo una rapida chiacchiera con un inossidabile contadino della zona, che conserva e incarna la memoria di un luogo inabitato, abbiamo incontrato qualche tomba abbandonata ai secoli e poi, scendendo al Vesca, s’è iniziato a ciottolare, guadare, e inseguire Giovanni, che con abilità scoutesca superava enormi rocce di tufo, vicoletti tracciati da rovi e more, inaspettate radure di erba bruciata, siepi selvatiche con aperture su incalpestati e misteriosi trivi. La nostra minuscola mascotte canina ci seguiva con coraggio affidandosi solo di quando in quando alle braccia del suo babbo.

A lungo abbiamo seguito le rive del Vesca con la rupe sulla sinistra e la vegetazione da ogni altra parte, scendendo il fiume che ci avrebbe portati al Mignone e da lì a Luni. Ad ogni passo negli stretti passaggi tra i grandi massi muschiati, l’esperienza di un’armonia attiva con il bosco, una sensazione vitale di inesplicabile contatto con un’origine perduta. “Bellissimo” era la parola chiave della gazzella apripista che mi precedeva.

2Ma quei sentieri sono ormai rarefatti, quasi cancellati dal tempo, e dopo qualche chilometro, un rapido ristoro e qualche chiacchiera sulle rocce bianche del fiume, abbiamo iniziato a recuperare la strada del ritorno. Addosso avevamo entrambi la sensazione che il fascino ineffabile del luogo sia legato a doppio filo con la sostanziale assenza della solita umanità caciarona. Tanto che, superato il torrente, risaliti verso San Giovenale, quando pochi minuti mancavano alle automobili, certo non ci aspettavamo di incontrare qualcuno. Ma… ecco una coppia di ragazzi che scende lungo l’unico fangoso passaggio, un incontro concluso con uno scambio cortese di saluti e che, speriamo, possa averli ispirati per il loro futuro.

Tutto bene dunque in questa prima escursione nella Tuscia più selvaggia, tutto bello, sì. Giovanni ed io ci lasciamo con una stretta di mano e la promessa (desiderio) di tornare da queste parti non appena possibile, magari tentando il percorso dall’altro lato, tra di noi o con nuovi amici.

Abiti in zona e vuoi, da nudo o da vestito, contribuire alla realizzazioni di ulteriori escursioni? Scrivimi (NdR: al vero autore dell’articolo ovviamente, Paolo De Andreis) e organizziamo!

 

 

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