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Fantasmi


Quando i fantasmi degli altri fanno presa su di noi è perché questi fantasmi sono già in noi stessi!

Quando ci risulta impossibile contrastare i fantasmi degli altri è perché quei fantasmi sono ancora presenti in noi stessi!

Anche


ora3Anche, anche se, anche tu, anche loro, anche! Escludendo quasi categoricamente l’anche io e l’anche noi, trattasi di classico gioco lessicale finalizzato a rivoltare i giochi in tavola e spostare l’attenzione del discorso su altri obiettivi o altre persone, ovvero a giustificare sé stessi a fronte di un’osservazione inglobandovi altre persone se non addirittura la stessa persona che ha formulato l’osservazione. Spesso tale gioco diventa infinito portando a un crescendo di rimostranze e reciproche accuse in un vortice insulso e inutile. Comprensibile nei bambini, ancora incapaci di lavorare criticamente un’osservazione, molto meno nei ragazzi in età scolare, per nulla negli adulti.

“Mangia la verdura che ti fa bene.” “Anche papà non la mangia!”

“Stai giocando invece di lavorare.” “Anche loro lo fanno!”

“Ehi, in classe non si usa il cellulare.” “Lo sta usando anche lui!”

“Perché gridi?” “Anche tu lo fai a volte!”

“Non mi dai mai ascolto.” “Anche tu!”

“Non si parcheggia in seconda fila.” “Ma lo fanno tutti!”

“Lei è passato con il rosso.” “Anche loro!”

“Tanti evadono le tasse quindi lo faccio anch’io!”

“Alcuni vostri parlamentari sono stati inquisiti” “Anche a voi!”

“Avete gestito le cose in modo furbesco.” “Anche voi l’avete fatto!”

Non esiste, non esiste il mal comune mezzo gaudio, è solo una di quelle tante abitudini, di quei tanti proverbi creati ad arte per manipolare le persone e permettere ai poteri di restare tali.

In altri casi l’anche serve per tentare una coercizione.

“Noi crediamo in Dio, dovete crederci anche voi!”

“Noi riteniamo che le donne debbano essere al servizio degli uomini, dovete ritenerlo anche voi!”

“Noi abbiamo stabilito che mangiare carne è dannoso, dovete crederlo anche voi!”

“Vegano è secondo noi l’alimentazione giusta, anche voi dovete diventare vegani!”

“Loro sono vestiti, dovete starci anche voi!”

Con l’anche e le altre similari formule dialettiche, spesso, nello sforzo di dimostrare la validità del proprio pensiero, si finisce col dimostrare solo la propria ignoranza e/o presunzione.

“Il nudismo è innaturale: anche i popoli che ancora vivono allo stato primitivo coprono i genitali” (frase letta recentemente proprio così come l’ho scritta e che ha ispirato questo articolo). Sbagliato, decisamente sbagliato: in tali popoli (ammesso e non concesso che ancora ce ne siano), così come nei popoli primitivi, i genitali vengono coperti esclusivamente per proteggerli dal contatto con oggetti abrasivi o pungenti (rocce, rami, spine, eccetera), in tutte le altre situazioni di vita non vengono coperti, solo a seguito del contatto con i “civilizzatori” l’abbigliamento diviene uno standard sociale, anche se il nudo spesso rimane comunque qualcosa di normale e solo la coercizione lo impedisce.

L’anche non è una risposta, l’anche inibisce ogni possibile autoanalisi, l’anche impedisce la crescita personale, l’anche ostacola l’evoluzione sociale. Ogni qual volta ci sentiamo più o meno costretti ad utilizzare l’anche fermiamoci prima un attimo e pensiamoci: al 99% stiamo giustificandoci, stiamo eludendo il discorso, o stiamo mettendo noi al di sopra degli altri!

Esercitiamoci, invece, a girarlo evolutivamente e positivamente verso di noi:

“Se lui riporta i suoi rifiuti a casa posso farlo anche io!”

“Se lui è onesto posso esserlo anch’io!”

“Se loro rispettano il limite di velocità posso farlo anche io!”

“Se loro stanno nudi posso starci anche io!”

Paura di aver successo?


“Sarebbe bello, ma è impensabile”. “Emanuele, la società non accetta queste cose”. “Ideale ma solo in teoria”. “L’Italia è un paese bigotto e puritano, non cambieranno mai idea”. “Non possiamo forzare la volontà degli altri”.

Queste e tante altre similari sono le osservazioni fatte ai miei articoli sul nudismo e, badate bene, non sono state fatte da tessili, i quali al contrario si mostrano interessati e possibilisti, ma da nudisti o, come amano definirsi loro, naturisti.

Va bene, ognuno è libero di avere le sue opinioni (quindi anche io), però…

Però queste opinioni fanno pensare solo ad una cosa: “per caso avete paura di poter avere successo?”

Esatto, paura di aver successo, solo così si possono comprendere gli atteggiamenti di rinuncia, il rifiuto di ogni proposta che ventili la benché minima possibilità di scalfire la corazza sociale, ogni azione che dia la speranza di far arrivare il messaggio nudista alla mente del mondo tessile. Solo così!

Signori, in ogni campagna sociale, in ogni trattativa cognitiva, in ogni mediazione intellettuale le parti devono fare la loro parte e non quella dell’altro. Giusto mettersi nei panni dell’altro, doveroso, va fatto, però, per sapersi muovere al meglio, per decidere le migliori strategie, per dare la massima efficienza alla propria azione, non per rinunciare, non per bloccare tutto sul nascere, non per piangersi addosso e fare le vittime.

A beh, certo, agire richiede impegno, agire costa fatica, agire necessita del metterci la faccia, tre cose che a quanto pare molti, troppi nudisti ripudiano. Molto più comodo fingersi la testa degli altri e uccidere ogni agire che sia vero ed efficiente: il mancato successo dell’azione che rimane, lenta e perdente, permette di autogiustificare la propria indifferenza, il proprio immobilismo, le proprie paure. Molto più comodo: non si è costretti a rivedere le proprie posizioni e i propri preconcetti (eh sì, non esistono solo i preconcetti dei tessili, ci sono anche quelli dei nudisti, anzi, dei naturisti, e sono quantomeno della stessa quantità e forza).

Opportunismo, comodità, vigliaccheria appaiono essere le doti più rilevanti di molti nudisti, ah già, naturisti (recentemente mi hanno nuovamente accusato di essere anti naturista perché uso la parola nudismo anziché naturismo, beh eccovi accontentati). Che dire…

Paura di aver successo?

Il… Rispetto!


“Ma dai, vestiti, la tua nudità potrebbe dare fastidio a qualcuno!”

E allora?
A me da fastidio vedere le persone con il cavallo dei pantaloni all’altezza ginocchia, da fastidio vedere le mutande fuori dai pantaloni, da fastidio il piercing, danno fastidio i tatuaggi, danno fastidio coloro che intercalano continuamente le frasi con delle parolacce, ma sarebbe meglio dire che davano fastidio, visto che a queste cose mi ci sono dovuto forzatamente abituare, le ho dovute accettare perché il mio fastidio non interessava a nessuno, le ho accettate perché, tutto sommato, un fastidio, per quanto forte sia, non è di certo un danneggiamento e, da persona rispettosa delle libertà e dei diritti naturali, ho ritenuto e ritengo più giusto che fossi io a “curare” il mio fastidio piuttosto che pretendere di limitare la libertà degli altri.
Liberarsi da un fastidio non può che apportare vantaggi e benefici, sia materiali che psicologici; limitare la libertà d’azione determina un vero e proprio danno materiale. Il giusto bilanciamento tra fastidio e libertà, non è certo nella rinuncia della libertà, ma sicuramente nel superamento del fastidio.

Faccia a faccia


In questi ultimi anni alla televisione vanno di moda le interviste in parallelo, ne voglio fare una anch’io, sebbene simulata.
Prima, però, per rendere il tutto più accattivante e interessante, nonché personalizzato, vi invito innanzitutto a rispondere ad alcune semplici domande. Scrivetevi le vostre risposte, per rendere la cosa più precisa, e poi confrontatele con quelle dell’intervista. Se alla fine vorrete condividere le vostre osservazioni in merito ai risultati del confronto, lasciate un commento all’articolo. Grazie!

S01 – Stai preparando le tue vacanze e vuoi andare in un nuovo posto, un posto che non conosci assolutamente, cosa cerchi?

S02 – Per un qualche motivo sei in vacanza in un posto che non conosci e senza esserti potuto preventivamente informare in merito allo stesso, vuoi andare a visitare nuove spiagge, quali informazioni chiedi?

S03 – Girovagando per le spiagge arrivi in una caletta nascosta che risulta deserta, come ti comporti?

S04 – Vieni a sapere che nel luogo dove vorresti andare in vacanza ci sono alcune strutture e spiagge per il nudismo, quindi una discreta presenza nudista, che fai?

S05 – Girovagando per le spiagge arrivi in una caletta nascosta, ci sono già alcune persone che prendono il sole, altre stanno facendo il bagno, ma comunque c’è ancora molto posto libero; osservandole ti accorgi che sono nude, come ti comporti?

S06 – Vuoi fare una bella passeggiata lungo la spiaggia, ad un certo punto ti accorgi che stai avvicinandoti ad una zona:
a (per chi nudista non è) – ufficialmente autorizzata alla pratica del nudismo…
b (per chi è nudista) – non autorizzata alla pratica del nudismo…
cosa fai?

S07 – Stai facendo una passeggiata lungo la spiaggia deserta, ad un certo punto vedi delle persone e ti accorgi che sei entrato in una zona:
a (per chi nudista non è) – ufficialmente autorizzata alla pratica del nudismo…
b (per chi è nudista) – non autorizzata alla pratica del nudismo…
cosa fai?

S08 –Ti trovi casualmente costretto (ad esempio per motivi di lavoro) a passare una giornata all’interno di una comunità (spiaggia, campeggio e altro) che non segue il tuo stesso stile di vita (cioè nudista se sei tessile, o tessile se sei nudista), come ti comporti?

S09 – E se la situazione del punto precedente riguardasse un intero periodo di vacanze?

S10 – Vieni a sapere che un tuo collega (o amico) è:
a (per chi nudista non è) – è nudista
b (per chi è nudista) – è contrario al nudismo…
cosa pensi di lui?

Sperando vi siate concessi il tempo per rispondere in piena sincerità alle domande, passiamo all’intervista simulata, ipotizzando di intervistare tre persone:
1) E – me medesimo per come vivo e ragiono oggi, ovvero da nudista attivamente impegnato nella propaganda e nella diffusione di questo stile di vita;
2) N – il nudista medio, ovvero un nudista che con le sue risposte possa rappresentare quanto risponderebbe la maggioranza dei nudisti odierni; le risposte sono da me formulate sulla base dei diversi anni di condivisione dell’ideale nudista, anni durante i quali ho avuto l’occasione di parlare dell’argomento con centinaia di altri nudisti, nonché di visionare e leggere molti siti e forum;
3) T – il non nudista medio, ovvero un non nudista che con le sue risposte possa rappresentare quanto direbbe la maggioranza dei non nudisti odierni; queste risposte sono da me formulate sulla base dei quasi sessant’anni di vita tessile (termine con il quale, senza nessun intento dispregiativo, noi nudisti definiamo coloro che non praticano lo stile di vita nudista), di tante discussioni sul tema del nudismo fatte con amici non nudisti, di una lunga osservazione degli atteggiamenti dei tessili, nonché di quanto letto su vari siti e forum non nudisti. Qui le risposte prevedono un campo di variabilità elevato, ho riportato le soluzioni a mia esperienza più tipiche, tanto poi contano le vostre specifiche risposte e a queste potrete fare espresso riferimento per fare le vostre considerazioni.

Non sto a ripetere le domande per intero, mi limito a richiamare le diverse situazioni.
Essendo io un maschio tutte le risposte sono date usando la forma maschile, le mie lettrici non dovrebbero comunque avere difficoltà a trasformarle al femminile.

S01 – Preparazione delle vacanze in un posto assolutamente nuovo: cosa cerchi?
E – Cerco una località o una struttura che mi permetta di stare nudo ventiquattr’ore su ventiquattro, dandomi comunque la massima libertà di movimento senza la necessità di vestirmi o di portarmi appresso qualcosa per coprirmi i genitali.
N –Cerco una struttura che mi permetta di stare nudo il più possibile, o quantomeno una località che disponga di zone in cui si possa praticare il nudismo.
T – Cerco una località gradevole, ben attrezzata sotto il punto di vista della ricettività turistica, non molto costosa, comoda.

S02 – Vacanza in un posto sconosciuto, quali informazioni chiedi?
E – Innanzitutto cerco di capire se ci sono strutture e/o zone in cui sia possibile stare nudi; in loro assenza in pubblico mi adeguo alla vita tessile, limitando la nudità agli ambienti privati (stanza d’albergo, appartamento, bungalow o altro).
N – Mi informo sulla eventuale presenza di zone ufficialmente riconosciute o tradizionalmente dedicate al nudismo; in assenza di queste mi comporto da tessile.
T – Mi informo sulle spiagge (al mare) o sui sentieri (in montagna), sulle attrazioni (discoteche, parchi acquatici, musei, eccetera), sulle feste o su altri eventi.

S03 –Arrivo in una caletta nascosta e deserta, come ti comporti?
E – Mi metto nudo scegliendomi la posizione che più mi aggrada, se vedo arrivare persone in costume cerco di capire se la mia nudità le mette a disagio o meno, nel primo caso cerco di rendere meno visibile la mia nudità, coprendomi solo se proprio necessario, nel secondo caso me ne resto nudo.
N – Se non ci sono spiagge tessili nelle immediate vicinanze mi metto nudo, tenendomi possibilmente discosto dai punti di accesso; se arriva gente in costume mi copro anch’io.
T – Scelgo il posto che più mi aggrada e mi sistemo.

S04 – Vacanza in un luogo con strutture e spiagge per il nudismo, che fai?
E – Prenoto presso una di queste strutture e lascio a casa il costume.
N – Cerco di prenotare presso una di queste strutture e se le spiagge sono autorizzate ufficialmente lascio a casa il costume, altrimenti me lo porto comunque dietro.
T – Beh, visto che non è esclusivamente nudista ci vado comunque, ovviamente con il necessario corredo di costumi.

S05 – Arrivo in una caletta nascosta, con persone nude, come ti comporti?
E – Se sono in costume o indosso un pareo mi libero subito di tali vesti e mi fermo in zona per godermi in libertà la giornata.
N – Cerco di capire se si tratta di una spiaggia autorizzata al nudismo o, comunque, sulla quale il nudismo sia tollerato, se è così mi spoglio, altrimenti me ne resto in costume.
T – Se il posto mi piace potrei anche fermarmi in zona, non mi da fastidio il nudo altrui, certo io me ne resto in costume. Se stavo solo passeggiando passo via o ritorno sui miei passi.

S06 –Passeggiata lungo la spiaggia si avvicina una zona tessile / nudista, cosa fai?
E – Arrivo fino al limite della parte nudista e poi ritorno indietro, non entro in zona tessile se proprio non ne sono obbligato.
N – Arrivato ad una cinquantina di metri dal limite della zona nudista o ritorno indietro, oppure indosso il costume e procedo in zona tessile.
T – Continuo la mia passeggiata entrando nella zona nudista, restandomene in costume.

S07 – Stai facendo una passeggiata lungo la spiaggia deserta, ad un certo punto vedi delle persone e ti accorgi che sei entrato in una zona tessile / nudista, cosa fai?
E – Se le persone non si interessano a me continuo nella mia passeggiata, altrimenti in tutta tranquillità mi giro e ritorno sui miei passi.
N – Non vedo come possa succedere, faccio molta attenzione a non sconfinare, ma se proprio dovesse succedere, entro in acqua fino alla vita e ritorno indietro.
T – Continuo la mia passeggiata e magari mi godo lo spettacolo.

S08 – Giornata all’interno di una comunità tessile / nudista, come ti comporti?
E – Quotidianamente vivo in ambiente tessile e con sofferenza mi adeguo, farei lo stesso.
N – Mi adeguo.
T – Resto vestito e approfitto della situazione per dare qualche sbirciata qua e la.

S09 – Come sopra ma per un intero periodo di vacanze?
E – Quotidianamente vivo questa situazione e, seppure a fatica, mi ci devo forzatamente adeguare, cercandomi dei momenti di libertà quando e dove è possibile farlo, pertanto farei la stessa cosa.
N – Mi adeguo.
T – Resto vestito e approfitto della situazione per dare qualche sbirciata qua e la.

S10 –Collega (o amico) contrario al nudismo / nudista, cosa pensi di lui?
E – Che non sa cosa si perde.
N – Niente, è un suo diritto non essere nudista.
T – Che non so come possa farlo: non mi da fastidio il nudo degli altri, ma io proprio non sarei capace di mettermi nudo in pubblico.

Bene, ora vi lascio alle vostre libere riflessioni, mi limito ad invitarvi a condividerle fruendo della funzione “Lascia un Commento”.

Grazie!

L’erba del vicino è sempre più verde


Si dice che gli italiani siano un popolo propenso a vedere sempre e solo che gli altri stanno meglio, avendo viaggiato pochissimo non posso dire se ciò corrisponda al vero o se anche gli altri popoli soffrano della stessa pecca, del “l’erba del vicino è sempre più verde”, quello che posso dire è che di certo ne soffrono moltissimi italiani.

Dopo aver sentito e letto per anni la Francia qui, la Francia la, i francesi si che hanno la cultura del nudismo, dopo anni di ferie italiane dove l’esperienza nudista era limitata alla sola spiaggia, volendo un’esperienza nudista totalizzante, volendo dimenticarmi dei vestiti, ho deciso di espatriare e farmi una bella vacanza francese. Essendo io, come del resto mia moglie, amante del mare, abbiamo deciso, anche sulla base dei tantissimi pareri positivi, per la Corsica e, per la precisione, abbiamo prenotato quindici giorni al villaggio Bagheera che, stando a quanto si è potuto evincere dai vari siti Internet consultati, fra tutti i villaggi corsi, era quello che unico ci avrebbe permesso veramente di restare nudi ventiquattr’ore su ventiquattro.

Dopo una lunga e ansiosa attesa, arriva finalmente il giorno della partenza, caricati i bagagli in macchina ci immettiamo, io e mia moglie, sulla via per l’imbarco. Nel tardo pomeriggio finalmente siamo a destinazione, alla reception troviamo un caloroso benvenuto e, nonostante qualche difficoltà di linguaggio, in pochi minuti siamo registrati e ci viene assegnata la nostra piazzole: inizia, secondo le nostre aspettative, l’avventura nella full immersion nudista francese. Purtroppo bastano un paio d’ore, giusto il tempo di montare la tenda e andare a cena al ristorante del villaggio, a farci capire che le nostre aspettative non saranno totalmente esaudite: il personale della reception è completamente vestito; uscendo dalla reception notiamo un cartello che indica l’obbligo di vestirsi per entrare al ristorante, e si dice proprio “vestirsi” non semplicemente “coprirsi”; mentre, nudi, montiamo la tenda, nelle piazzole circostanti la gente è in buona parte vestita; camminando, io nudo, per le stradine che portano al ristorante, le persone che incontriamo sono vestite e alcune mi guardano di traverso, la sensazione è che non approvino il mio girare nudo; cinquanta metri prima della reception un cartello appeso ad un alberello segnala che nei pressi della reception e al ristorante bisogna stare vestiti (si ripete la parola “vestirsi”); a cena tutti sono vestiti di tutto punto, alcuni addirittura in abito da sera. Mi guardo in giro un poco attonito: “ma dov’è questo essere veramente nudisti dei francesi? Beh, è domenica sera, concediamolo, prima di dare un giudizio aspettiamo alcuni giorni”.

La mattina successiva mi sveglio di buon ora per andare a vedere la spiaggia, in giro non si vede ancora nessuno, ma pian piano il villaggio si anima e le persone, finalmente, sono nude, ehm, quasi tutte nude, qualcuno, in particolare donne, che gira coperto c’è, ma suvvia la temperatura non è confortevolissima e ammettiamo che qualcuno, più freddoloso, possa a ragione coprirsi, sebbene in alcuni casi risulti comunque strano che ci si coprano i genitali, che meno soffrono il freddo, e non il torace, che è invece molto più sensibile al freddo. Va beh, forse non sono francesi, forse accompagnano familiari o amici nudisti ma ancora non si sentono pronti a denudarsi, accettiamo!

I giorni passano e mi godo totalmente la mia vacanza, personalmente me ne sto nudo continuamente, uso il pareo solo per andare al market interno (eh, si, sul sito si vedevano foto di persone nude nel market, ma qui, dal vero, non se ne vedono; comunque dopo tre giorni le vedo, notando che nessuno, ma proprio nessuno, ci fa caso, nemmeno i gestori, e da allora anch’io al market me ne resto nudo) e alla piazzola dei bidoni della spazzatura (sebbene di poco è esterna al recinto del villaggio, anche qui scoprirò, verso la fine del soggiorno, che c’è chi ci va nudo, sebbene siano pochissimi). La mia continua nudità, però, è infastidita dal notare che pochi sono coloro che fanno altrettanto: solo una parte di quelli che la sera non si muovono dalla loro piazzola, gli altri, pur non essendoci condizioni termiche sfavorevoli (se riesce a stare nuda mia moglie, piuttosto freddolosa!), sono vestiti di tutto punto e che vestiti, abitini da parata in alcuni casi. Ho anche notato che i francesi, in particolare le donne, si vestono, almeno parzialmente, per mettersi a tavola e questo non solo la sera, ma anche a mezzogiorno, quando la temperatura è decisamente consona alla nudità, per altro torna l’azione, chiara ed inequivocabile, di coprirsi i genitali e lasciare scoperto il torace. Poi che dire di chi, non pochi, si veste o si copre per percorrere il tragitto dalla piazzola alla spiaggia, che senso può avere? Forse per essere più comodi a trasportare pareo e asciugamano? Beh, ma non è più semplice usare una borsa? Non si possono trasportare facilmente tenendoli piegati sottobraccio? Del pareo non ne puoi fare a meno? Dove sta tutta questa dedizione al nudismo che, stando a quanto avevo letto, i francesi hanno? Qui sono soprattutto i francesi a non rispettare la nudità totale, a vestirsi ogni tanto. Ma la cosa non finisce qui, altri sono i segni che testimoniano un difetto nelle affermazioni lette.

Innanzitutto parliamo della sera in spiaggia. Si va beh, concediamolo che al ristorante le persone ci vadano vestite (alcuni ristoranti alla sera fanno servizio anche per i tessili, sebbene… se un tessile decide di andare ad un ristorante in zona nudista, perché mai non dovrebbe accettare di vedere persone nude? Dov’è l’esigenza d’imporre l’obbligo al vestiario?), ma perché mai sulla spiaggia girano tutti vestiti, nemmeno in costume, ma proprio vestiti? Perché mai, io che giro nudo in un’area che è per quattro chilometri dedita al nudismo, mi debba sentire osservato, perché mai devo sentire su di me sguardi di disapprovazione? Perché mai devo essere io a sentirmi a disagio e non coloro che non rispettano quello che in un’area nudista dovrebbe essere la regola: nudi, sempre nudi? Poi il segno più evidente di un disagio, francese, verso la nudità: gli adolescenti francesi sono tutti costantemente vestiti, e parlo di vestiti, non di costume, questo lo usano solo in spiaggia, in mare e… sotto la doccia, si, si, nemmeno per fare la doccia si mettono nudi. Comprendo sicuramente le problematiche dell’adolescenza, ma siamo in un villaggio nudista, non un villaggio misto, un villaggio dove ci convivono nudisti tessili, no, questo è un villaggio per soli nudisti, dove può essere il problema a mettersi nudi, quantomeno sotto la doccia, in spiaggia, nuotando in mare? Tanto più che gli adolescenti di altra nazionalità sono nudi, sempre nudi, anche quando giocano assieme agli adolescenti francesi vestiti. Ok, ok, piena libertà di comportamento, specie per i ragazzi, ma è chiaro che questo denota uno stato di malessere degli adolescenti francesi, stato di malessere che non è invece presente negli adolescenti di altra nazionalità presenti nel villaggio (invero devo dire che non ce n’erano di italiani, sarebbe stato interessante vedere il loro comportamento a fronte di tale situazione). La cosa che rende il tutto ancor più emblematico e significativo è che, nelle stesse famiglie, si vedono i ragazzini in età preadolescenziale che sono nudi e i loro fratelli o sorelle appena più grandicelli che sono vestiti, per poi tornare a veder il nudo nei pochi ragazzi in età sensibilmente maggiore e nei genitori. E’ una contraddizione rispetto a quanto si dice in giro, è un segnale di una nudità che non è poi così innata e insita nel tessuto sociale francese, un’indicazione forte e precisa di come l’erba del vicino è più verde solo perché così la si vuole vedere, perché si preferisce guardare solo a ciò che fa più comodo e si tralascia di vedere la realtà nel suo insieme.

Ora qualcuno dirà “guarda, vai, andate nel villaggio tal dei tali, li il personale è nudo e nessuno si veste” o altre cose similari, ebbene, si certo, sono sicuro che esistono villaggi dove l’esperienza nudista possa essere realmente totalizzante, ma:

1)      l’eventuale presenza di alcuni villaggi dove il nudismo è presente sempre e ovunque non toglie niente al mio discorso, casomai lo rafforza;

2)      il discorso non è una critica al villaggio e nemmeno ai francesi, vuole solo essere l’esposto di alcune osservazioni fatte e della relativa considerazione in merito alle affermazioni che fanno molti nudisti italiani in merito alla presunta superiorità del nudismo francese;

3)      cercando il posto per la vacanza ho esaminato centinaia di siti Internet, decine e decine di villaggi diversi e molti si facevano pubblicità solo con immagini di persone vestite, molti indicavano obblighi di vestirsi in alcune parti del villaggio, tutti riportavano filmati o fotografie delle feste e delle serate nei quali le persone, tutte, erano rigorosamente vestite; per inciso, solo il Bagheera ha foto di un market con persone nude.

Io, noi, torneremo in Corsica, torneremo in questo villaggio, che alla fine è uno splendido villaggio, alla fine permette, seppur con alcuni piccoli fastidi, di vivere una vacanza nudista a pieno titolo, cioè una vacanza in cui ci si possa dimenticare totalmente di qualsiasi forma di vestiario, anche la più piccola. Speriamo solo che, i piccoli segnali tessili notati non facciano perdere, come già successo altrove, l’identità nudista a questo magnifico villaggio. Invitiamo solo le persone ad essere più aperte verso quanto hanno in casa loro e meno propense a fuggirsene all’estero, che i problemi di casa nostra esistono tali e quali anche a casa d’altri; forse è meglio aiutare a risolvere i nostri problemi che quegli degli altri.

Il… Senso unico


Mannaggia, ma come faccio ad arrivarci? Sono due ore che giro per le strade della città, due ore che seguo i cartelli direzionali, che litigo con i sensi unici; due ore, però, che giro in tondo ritrovandomi immancabilmente alle stesso punto di partenza. Le ho provate tutte, ma non c’è verso d’andarcene fuori, i sensi unici mi riportano sempre al punto di partenza.
Sono stufo di girare a vuoto e perdere tempo inutilmente, ho deciso, parcheggio e ci vado a piedi. Si ma dove parcheggio? Quelli che ho visto nel mio girotondo intorno al … no, non al mondo, ma al centro, erano tutti pieni. Boh, forse spostandomi sull’esterno troverò qualcosa. Ecco la l’indicazione per un centro commerciale, di sicuro vicino ci saranno dei parcheggi.
Prendo la direzione indicata dal cartello segnaletico e, stanco ma fiducioso, già mi vedo parcheggiare. Ah, quale sogno fu mai meno previdente! Rotonda, quattro direzioni possibili, nessun cartello segnaletico, manco i nomi delle vie ci sono. Va beh, quelle due strade sembrano portare verso la periferia, quale prendo? Bim, bum, bam, ecco prendo questa! Procedo per la strada, dritta e circondata di case, ma senza parcheggi, in fondo si vede un poco di cielo, si, si sono proprio sulla strada giusta.

Cento metri, duecento, trecento, quattrocento e … bang, divieto d’accesso! Oh cavolo, non si può procedere. A destra e a sinistra non ci sono deviazioni, devo invertire la marcia e tornare indietro. Detto fatto, troverò ora una strada laterale? Si, si, eccone una e va proprio nella direzione dell’altra strada che partiva dalla rotonda. Deciso imbocco la stradina, dopo una cinquantina di metri questa svolta a destra e poco dopo c’è un incrocio. Sorpresa, posso andare solo a destra, ma così ritorno dov’ero prima. Va beh, non posso fare altro.
Via, si riparte all’assalto, svolto a destra e seguo la nuova strada fino al suo termine dicendomi, la svolterò a sinistra e raggiungerò la periferia. Arrivo al termine della strada e, nooooooooo, ancora obbligo di svolta a destra. Cavoli, ma in questa città hanno proprio la mania dei sensi unici!
La nuova direzione obbligata mi riporta alla rotonda, dove prendo la direzione che avevo tralasciato e, dopo un paio di chilometri, finalmente arrivo ad un parcheggio in gran parte vuoto. Mi fermo, parcheggio l’auto e guardando l’orologio m’accorgo che ormai l’ora dell’appuntamento è passata da un pezzo. Si, ci voleva anche questa. Avviso il cliente che sono in forte ritardo, gli spiego dove sono e lui, gentilissimo, mi dice di aspettarlo li che mi raggiunge nel giro di una mezz’ora.
Bene, tutto e bene ciò che finisce bene, mi sistemo con l’auto in un posto ombreggiato, apro la portiera, mi distendo sul sedile per rilassare un attimo le gambe e la schiena e, come spesso mi capita, inizio a pensare ai nuovi articoli.

Ho un’idea in mente da qualche giorno, ma non mi riesce di fissarla, è un’idea intrigante, ma anche un argomento difficile, dovrò documentarmi bene e non sarà facile trovare documentazione affidabile. Pensa che ti ripensa, improvvisamente una luce, un bagliore, una nuova idea che spunta forte e presuntuosa nella mia mente. E’ bella, molto bella, mi piace, non devo farmi scappare il momento creativo, dove è il blocco, ah eccolo, e la penna, ecco anche quella, fortuna che li tengo sempre in macchina.
Inizio a scrivere, le parole compaiono sulla carta velocemente, senza esitazioni, sono al massimo della creatività, scrivo senza pensare, il mio cervello e la mia mano sembrano collegati tra loro in modo diretto.
Il senso unico! Come nelle città il senso unico sembra essere diventata una moda, un pensiero fisso, l’imperativo massimo del moderno stile di vita, della nuova comunicazione sociale di base.
Capita che parlando con qualcuno, dopo diverse parole, dopo diverso tempo in cui nessuno dei due cede un millimetro dalle proprie posizioni, ecco che ti senti dire “Ma lo sai che sei proprio testardo!” Già, perché lui ha ceduto qualcosa a me, perché lui è stato più flessibile, lui ha cambiato un poco idea. No, lui ha fatto lo stesso che ho fatto io: è rimasto fermo sulle sue posizioni. Il senso unico!

Altre volte parlando di certi argomenti un poco particolari, ad esempio (toh guarda che combinazione) il nudismo, ecco, capita che ti venga detto “Si ok, però … però le tua libertà finisce dove inizia la mia.” Embhè? Allora? Che vuol dire? E’ mai possibile che sia sempre la mia libertà ad avere una fine, una barriera, e mai quella dell’altro? Eppure mi sembra quantomeno logico che la frase abbia la stessa identica valenza anche invertendo i soggetti, eppure no, sei sempre tu che devi fermarti. Il senso unico!
Ancora, capita che scrivi qualcosa e ti vengono fatte delle osservazioni che tu consideri, magari solo in parte, errate, quindi ribatti esponendo i tuoi perché. Mai l’avessi fatto: “Stai limitando la mia libertà di espressione”. Ma guarda te, limito la libertà di qualcuno perché mi permetto di ribattere alle sue obiezioni? Non è che per caso a questo punto sia l’altro che sta limitando la mia libertà di espressione? E’ diritto basilare della comunicazione (talvolta è addirittura un obbligo) che l’estensore di un idea, di un progetto, di uno scritto, possa rispondere alle osservazioni ricevute, anche rifiutandole; invece no, gli dicono di star zitto, ma se sta zitto poi si sente rinfacciare quasi le stesse cose e, magari, dalle stesse persone. Il senso unico!
Di nuovo, rispondi a delle contestazioni e… “Non accetti le critiche”, “Bisogna saper accettare tutto” e via dicendo. Ma guarda te non accetto le critiche? Non è che per caso è l’altro che non sta accettando le mie controcritiche? Ma guarda te io devo, e sottolineo devo, accettare tutto, l’altro, invece, può non accettare quello che ho detto io. Il senso unico!

Il senso unico, ma va, che bella invenzione, permette di evitare il confronto quando questo diventa difficile, permette di mettere sempre se stessi un poco avanti gli altri, permette di non porsi domande, permette di non crearsi dubbi, permette di restare sempre e comunque della propria opinione, permette di dormire la notte invece che pensare alle discussioni, ai confronti, alle cose dette e sentite, permette di non ragionarci, risolve la paura di poter prima o poi cambiare idea. Il senso unico.

“Salve” , l’esclamazione mi toglie dal mio stato di creatività, il cliente è arrivato, devo tornare al lavoro, ma l’articolo mi sembra completo, finito, dovrò solo dare un’occhiata all’ortografia e alla sintassi, poi potrò pubblicarlo, a … doppio senso!

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