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Desiderio, pudore e paure


Il sesso non è la prima ossessione della mia vita: ci metterei qualcos’altro al suo posto, la bellezza ad esempio – che poi non è un’ossessione.  Eppure siam cresciuti e viviamo in una società che ha fatto del desiderio e del sesso una leva che sposta le montagne, un grimaldello che apre tutte le porte. Non certo per condividere la varia umanità che ciascuno noi siamo… e insieme stupirne.

Ma per rubare. Fesso o spia chi non ruba in compagnia…

Siamo cresciuti bramosi: di sesso e possesso, di potere e piacere, di ricchezze e fortezze.

Se prendo a confronto il mio cane – sulle cose essenziali è mille volte più preparato ed equilibrato di me – dico che siam fatti tutto al rovescio. È spietata la “morale” canina, ma almen non ha maschere. Noi siamo anche peggio e ce ne facciamo mille ragioni: ce le facciamo, per costruirci una faccia accettabile: bulli, presuntuosi e crudeli che siamo.

Il desiderio dei cani è ben limitato: un osso ogni giorno, una femmina ogni sei mesi, a suo gentil gradimento. Il nostro è smodato, spudorato, immodesto; legittimato con marche da bollo dal Banco della Ragione.

Ipocriti fin nel midollo: di giorno in giacca e cravatta, rispettabil signori. Di notte, in vacanza, in privato, scatenati predatori, carnieri da esibire su Facebook. Non tanto perché davvero la lepre ci piaccia, ma più per quell’item da segnare sul libro dei conti.

Per aumentare lo sfizio del gioco ci siamo inventati ostacoli a iosa: altri timbri e consensi. E norma sublime: non tutto dev’esser per tutti, qualcuno è più uguale degli altri, i privilegi s’han da difendere, da condivider solo coi pari.

Da sempre il terrore è egregio strumento per tenere il popolo a bada (quanti ba-bau inventiamo ai bambini per “educarli” ubbidienti). La paura ci difende, ci dicono. Un popolo bue: del toro serve poi solo la forza-lavoro, n’est ce pas? Ma possono aggiungersi a personal discrezione fame o fatica, costrizione o dolore (così è forse nelle società più antiche, primitive o incivili e non nella nostra sana odierna democrazia occidentale).

L’inferno come spauracchio funziona: la fila dei dannati ogni giorno s’ingrossa!

Il paradiso, sublimato desiderio di tutta una vita, sarà nostra eterna ricompensa: anch’esso funziona – come carota.

Ghiribizzi che vengono in mente per provare a cambiare, vengon bruciati sul nascere come fanfaluche di carte d’arancio.

«Tu nudo?! Mai più!»

«Il diavoletto ti porta dritto all’inferno: via quelle mani da lì; tirati su le braghette!»

«Non toccarti o ti si staccan le mani?»

«Fai scappare l’angioletto!»

«Sei proprio un bel demonietto.»

«Gesummaria! Dove corri senza mutande?»

Giorno per giorno ci intossichiamo di nuove paure somministrate come elisir. Non prendono la via della ragione, che altrimenti le filtrerebbe, ma quello della presa emotiva, del ricatto affettivo, più ancestrali e indomabili.  Paure che sembrano frutto di oculata prudenza, di navigata esperienza, a spontanea insorgenza, di legittima istanza. E invece sono artificiali iniezioni, indotte pulsioni, psicofarmaci che agiscon men sulla mente ma dritte sul cuore, che fremente chiude tutti i battenti; tremante aspetta cessi il pericolo; ansante, fervente ed oblante fa voti e promesse che sarà bravo per sempre.

Se mi vedo nudo non mi faccio paura. Se faccio l’amore non mi vergogno. Se altri mi vedono culo e pisello non è la fine del mondo. Basta, per favore, con queste pantomime da esibir sulla pubblica piazza, da scherzi di birba che fa bau-sète. Basta con queste garrote che ci tengon col fiato sospeso in perenne agonia.

Sì sono un cane! Preferisco essere un cane, beato e pacifico. Son libero e nudo, come Diogene il cinico. Non sfido nessuno, non ce l’ho con nessuno. Solo, non voglio immaginarie paure che mi rendono angusta la vita, camicie di forza che mi fanno insanire. Per poi tenermi al guinzaglio con le stesse mie mani. Paralizzanti contratti di un sistema di vita che non ho mai sottoscritto. Mi ribello da me. Butto all’aria vestiti non miei, divise di esercito di una salvezza arretrata, compunte mutande che difendono un falso rispetto di sé.

Ceppi e catene svaniscon d’incanto solo che provi o m’azzardi a non pensarli esistenti, a pensarmi diverso. Non m’importa alla fine sapere o dar colpe a chi me l’ha imposti. Da oggi non sono e non saranno mai più. Non c’è fulmine che dal cielo m’inceneri al suolo: di Natura son figlio, naturali son “nostre vaghezze”; Natura non mi ha fatto lebbroso, piuttosto orgoglioso.

Son Giovannin senza paura, non temo gli scheletri che gli spettri mi gettan giù dal camino, e dico spavaldo: «Butta! Butta!» Passate tre notti nel castello stregato, mi sveglio il mattino padrone di tutto. «In fondo non è stato gran che! È bastato non abboccare all’amo di chi mi voleva metter nel sacco!»

Il nudismo mostra al mondo «di che lacrime grondi e di che sangue» il povero corpo dell’uomo, umiliato, martoriato proprio là dove altrimenti è fonte di vita e piacere. Chi è più alterato: la Natura che ci ha fatti così, o la società che ci vuole cosà? Mi vedo nudo dentro la mente: non ci sarei mai arrivato se non prima osando tramite il corpo, se non infrangendo cortine di vetro, ipocrisie; sfidando apparenze dissimulanti e mutanti.

Finché una paura ci oscura la vista, non riusciamo a vedere che qualcosa c’impedisce il libero azzurro del cielo.

Finché il pudore ci veste di timore e tremore, non sapremo davvero chi siamo. Se non proviamo a spogliarci, non sapremo mai come stiamo da nudi: ci potremmo stupire.

Finché avremo divieti, ci verrà desiderio d’infrangerli.

Sotto montagne di usi e costumi, fra desideri indotti e pressanti, che ci fanno indistinti nel “mucchio selvaggio”, dovendo poi sempre alla fine passare alla cassa, non sappiam più cosa sono personale unicità, biologica spontaneità, bestiale sincerità, naturale innocenza, umano candore… o ciò che meglio pensiamo di noi.

Il nudo e il vero


     Spogliandoci abbiamo fatto riemergere il corpo nella sua realtà primitiva, naturale, biologica. Abbiamo frantumato tutti i diaframmi deformanti frapposti dalla nostra cultura, dalla società. Ambedue le realtà sono vere, a seconda del campo in cui siamo. Entrambe determinano una cascata di conseguenze legate l’una all’altra fino ad arrivare agli estremi:

in una direzione è vero quel che il corpo, il benessere fisico, la nuova qualità della relazione con gli altri ci suggeriscono;

nell’altra direzione sono veri e concreti il vestito, lo strato di pensieri, ideologia e comportamenti con cui abbiam nascosto o reso più degno e presentabile il corpo.

    È una libertà fondamentale “dell’uomo e del cittadino” poter scegliere l’uno o l’altro campo.

    Attualmente non v’è par condicio: ha più potere il vestito, il costume. Anzi: scegliere un campo piuttosto che l’altro sembra sottostare a una precedente scelta di potere / valore / dignità e anche di ambito (società vs. individuo). Ed è paradossale che in una società come la nostra, dove vige il mito /culto dell’individuo, questi abbia potere /valore / dignità a misura del suo adeguamento al costume sociale, a quel che non dichiaratamente la società si aspetta da ciascuna persona: l’uniformità.

    Sbarazzarci da questi forti condizionamenti presuppone un convincimento e una forza ideale che non derivano esclusivamente dal calcolo, dalla ragione, ma buona parte ci derivano dall’istinto, da una libera naturalezza raggiunta, riacquistata palmo a palmo, giorno per giorno; di ascolto costante di quel che di naturale c’è in noi, dopo aver detronizzato il primato della ragione e della società.

    Paradosso nr. 2: più siamo individui in armonia con la nostra biologia, tanto più saremo anche individui in armonia con gli altri (la società, almeno per la percentuale di acqua e di carne di cui tutti siam fatti – il 90% su per giù). Voglio dire che rintuzzando in noi i condizionamenti sociali, togliendoci la comoda maschera dei vestiti siamo più veri e sinceri. Il “contratto sociale” ora vigente c’impone ogni volta un severo giudizio sugli altri e su noi, a scapito della qualità della relazione (la maschera vuol dire sospetto, vuol dire incertezza e di conseguenza leggi formali, effettuali, che giudicano i fatti esteriori, l’apparenza evidente e conforme, l’incidente probatorio – e addio libertà).

    Nudismo vuol dire strapparci la maschera (di comodità, di opportunità, di pigrizia, di ufficialità), far svaporare la nebbia del pudore che nascondendo a noi stessi per primi quel che siamo dal vero, inducendo false paure e timori, impedisce di conoscerci e di viver la nostra vita di uomini veri e sinceri.

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