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Nuda nudità


     Così come il vestito contrassegna una determinata appartenenza, un ossequio, un compromesso, una affermazione, un progetto, così la nostra nudità trasmette il grado zero di tutto questo.

    È una riappropriazione di noi stessi, della nostra identità personale e relazionale: mai più come prima. È stata un’importante conquista. Pensavo le vesti grucce necessarie per reggerci, ed erano invece la nostra zoppìa. I vestiti sono una truffa, ci scippano forza e sincerità. È la ricevuta che dobbiamo esibire per il dazio pagato al viver “civile”.

    Non giungo a dire che la nostra nudità sia la divisa di una nostra ribellione. Preferisco considerarla un biglietto di visita di quel che semplicemente noi siamo, di come ci vediamo e viviamo. Non temiamo le Sirene dei facili accomodamenti, non combattiamo accidie e pecoraggine. Già sono tanti i nuovi Catoni, Soloni che della vita han tutto capito. Non ci ostentiamo migliori. La nudità ci vale soprattutto per noi. Ci è necessaria: per l’immagine che di noi ci ritorna, per la sostanza che di noi all’esterno significa. Non siamo nudi per sentirci o mostrarci diversi, ma perché riusciamo a sentirci più umani.

    Ameremmo di più non chiamarci nemmeno nudisti; che il portare o non portare vestiti non fosse una scelta di campo, una trincea, una bandiera. Che l’essere nudi non fosse più un simbolo e non avesse altro significato che una neutra descrizione oggettiva che non turba nessuno.

Sul pudore – 4


Segue dalla parte 3

Il pudore è un segno di confine

Sembra un’istituzione positiva questa cittadella dell’Io, se non fosse un cavallo di Troia. Perché l’atto stesso di difender qualcosa presuppone un valore appetibile e si pongon le basi per la sua conquista. Il pudore assicura il singolo che esistono delle difese contro l’intrusione di altri, e nello stesso tempo imprigiona il singolo dentro queste stesse difese.

In entrambi i casi appare evidente come il pudore sia indotto: nel primo caso il singolo collabora con la legge nell’evitare incitamenti anche involontari (“attentati al pudore”); nel secondo si fa convinto di possedere un valore da mettere all’asta. È molto pericolosa questa attribuzione di senso perché di fatto reifica un’essenza che dal punto di vista etico (del “costume”, del modo di vita) e politico (liberi in società) proprio non dovrebbe esistere: il “commercio” di sé (rendersi schiavi), ma sembra che questo sia uno scotto da pagare se vogliamo sedere al tavolo della società. Il bisogno è per definizione spudorato: «non c’è cosa più impudente del ventre odioso, che impone per forza di ricordarsi di lui» (Odissea 7, 216-217), «Non si può nascondere il ventre bramoso, funesto, che agli uomini dà tante sciagure» (ivi, 17, 285-286), «pudor con povertà, mal s’accompagna» (ivi 17, 578).

Immagino che il singolo guardi all’esterno da uno specchio direzionale: da fuori si vedrà riflessa sulla superficie riflettente l’aspettativa sociale. Dall’interno il singolo metterà a confronto sé stesso con quel che gli altri gli rimandano.
Facciamo il caso che una persona riceva dei complimenti.

  • a) ne trae piacere gratificante perché la bilancia fra quel che sa di sé e quel che gli altri gli rimandano è in equilibrio;
  • b) riceve un complimento che sa di non meritare e si mette in sospetto;
  • c) riceve un complimento da persone che non han titolo di giudicare e non lo registra;
  • d) riceve un elogio che sa di meritare, ma che rifiuta o ridimensiona per falsa modestia;
  • e) riceve un elogio che giudica immeritato, eccessivo: la bilancia mostra lo squilibrio fra la percezione esterna e quella interna. Gli altri vedon di più: il soggetto si sente allo scoperto, a nudo, arrossisce.

Il pudore dunque avverte il singolo di un duplice sbilanciamento: di un Io troppo grande che invade, che si impone, anche involontariamente, sugli altri (e si arrossisce perché ciò è un’infrazione) e di un Io che il soggetto medesimo non conosce (e arrossisce perché gli altri rivelano cose che egli vorrebbe non fossero viste, non vuol far conoscere di sé alcuni tratti, scopre tratti di sé che lo mettono in imbarazzo perché nuovi).
Con segno contrario, analogamente funziona anche il biasimo. La posizione di grado zero lungo il cursore fra lode e biasimo vede un atteggiamento neutro, non-giudicante.

Il pudore come rispetto (e controllo di sé)

Di fronte a Nausicaa che lo vede nudo, Ulisse nasconde come può la propria nudità, non tanto perché voglia nascondere alla vista della ragazza le proprie “vergogne”, quanto per rispetto a se stesso: senza vestiti non ha dignità sociale, non potrebbe rivolgerle la parola. Nelle sue peregrinazioni aveva superato anche il pericolo Scilla, il mostro dalle teste canine (il cane è animale spudorato per antonomasia), per questo sapeva di potersi presentare “controllato” a una giovane: «In Scilla Omero ha invece rappresentato allegoricamente la multiforme svergognatezza, e per questo, a buon diritto, è circondata da musi di cani, cinta com’è d’avidità, temerarietà e brama» (Eraclito, Questioni omeriche 70, 11). Come è indotto il pudore, così ritengo che siano indotte anche le immediate associazioni collegate alla nudità.

Denudare le persone vuol dire privarle della loro identità e possibilità di relazione sociale, svuotarle del loro essere. Nella Via Crucis, la stazione decima contempla: Gesù spogliato delle vesti. Dall’Iraq ci sono arrivate alcuni anni fa immagini analoghe: siamo arrossiti, vedendo chi siamo o chi potremmo diventare, nonostante il progresso e la civiltà.

Mi chiedo se sia sufficiente un pezzo di stoffa ad attribuire o a difendere il valore di una persona, la sua dignità. Se la persona in sé sia poi così fragile. Gli eroi omerici (vediamoli nei  Bronzi di Riace) sono pieni di gloria e onore, di dignità. Senza ostentazione se non della propria virtù, del proprio impegno sociale (l’essere eroi, appunto). Le donne spartane (bollate dagli Ateniesi come “quelle che mostrano le cosce” – mentre il massimo dei complimenti per quelle ateniesi era “belle caviglie”, cioè bianche) sono state le più libere e emancipate dell’antichità, e le più onorate dai loro uomini: Plutarco riferisce come evento inimmaginabile l’adulterio per uno Spartano.

Il pudore politico

La parola rispetto contiene la parola guardare (spectare), non è uno sguardo di rapina, una curiosità invadente, indecente e sempre inappagata, ma un riguardo, uno scrupolo, un’attenzione, una sollecitudine, una delicatezza… una dignità intrinseca e intangibile nell’altro e in noi.

Sospendere il pudore esteriore e superficiale che si esprime nel portare un vestito, significa:

  • – verificare quel che ci rimane, quel che noi rimaniamo una volta spogliati delle convenzioni;
  • – ritornare allo stato primigenio e paradisiaco dove recuperiamo grazia e amabilità (cui l’arte talvolta addita e attinge);
  • – banalizzare la libera nudità dei corpi innocenti spogliandoli di costruzioni e gabbie ideologiche, estetiche, proiettive di un Io prigioniero innanzitutto di sé; di fantasticherie concupiscenti e futilmente o pericolosamente anelanti.

Divenuti più sinceri con noi stessi (e forse siamo anche arrossiti, scoprendoci ai nostri occhi migliori o più grami) non riusciremo più ad essere spudorati con gli altri.

Platone in un famoso passo del Protagora (322 b-c) pone il pudore e la giustizia alla base del viver civile (politico): fa del pudore (del rapporto fra vergogna e onore, del confine fra l’individuo e la società, dell’istanza di rispetto e del riconoscimento dei diritti) l’inizio di ogni modalità (forse anche eticità) del vivere insieme. La giustizia viene in seguito e di conseguenza, quasi un optional se siamo fra noi pudorati.

Allora anche l’essere nudi si concretizza paradossalmente come la miglior garanzia del rispetto reciproco; nella condivisione della semplice nudità si valorizza l’originalità e diversità di ciascuno, la ricchezza che siamo e portiamo in quanto persone, l’equilibrio naturale fra individuo e società (animale politico).

Continua alla parte 5

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