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Tranquilla nudità


Una categoria

Ho in mente una certa idea di nudità: una nudità naturale, fisica, biologica, a livello animale, al livello più basso della civiltà. Una nudità che non ha nemmeno bisogno di essere pensata, un concetto che di per sé non dovrebbe esistere, che non ha bisogno di essere espresso a parole. E non può, perché non ancora distinto lungo il continuum: così come quando vediamo un animale non diciamo che è nudo; la categoria non è applicabile.

Nudità senza nulla

Avere in mente una certa idea di nudità è dunque una contraddizione. Se la nudità naturale è indifferenziata, priva di valori in sé, senza significato, senza rinvii ad altro, al di fuori anche dell’ambito estetico, al di qua dell’immaginario collettivo, senza alcuna finalità comunicativa, rappresentativa, dimostrativa, allora sparisce anche come profilo concettuale, valore, significato, proiezione, evidenza, ecc…

Da ragazzo

Mi ritornano alla mente ricordi e parole degli anni della mia prima pubertà: «Me l’ha visto – Gliel’ho visto». Nel primo caso con un senso di vergogna, come non fossi stato capace di difendere un qualche mio onore, come se il vedermi il pisello fosse quasi uno stupro visivo. Nel secondo caso, al contrario, l’orgoglio si gonfiava come per una fortuna capitata a sorpresa, come di una vittoria, una conquista, un dominio; come si trattasse di un furto di dignità, lo stabilirsi una volta per tutte di una differenza fra furbi e idioti; quasi fiero di veder qualcun altro su un gradino inferiore.

Lo facciamo apposta

Meccanismi nei rapporti sociali che cominciano a funzionare in una certa maniera. Per poi giungere, qualche anno più tardi, a «me l’ha fatta vedere», recuperando punti di considerazione nel branco dei pari.

E mi chiedo: «allora lo facciamo apposta?» Pare proprio di sì. Il pudore viene usato per regolare i rapporti sociali, il grado simbolico di avvicinamento sociale, di confidenzialità… o per istituire e rivendicare le tappe di una avvicinamento e confidenzialità. Per strutturare, indirizzare, categorizzare la relazione. Come se quell’area proibita fosse il sancta sanctorum di una liturgia necessaria ed esclusiva e vi si possa accedere solo per iniziazione. Non ha importanza, poi, se tutto il resto della relazione col tempo va a rotoli, o persino è inesistente. Agli occhi della società, è l’atto di forma che conta: al codice civile (matrimonio) non importa se e quanto due persone si vogliano bene.

Ritualità e significati

A dir il vero queste considerazioni nascono dall’aver osservato due funzioni all’interno della cultura, che si traducono immediatamente in rapporti sociali

  • La ritualità
  • L’attribuzione di significato

L’accesso al corpo è estremamente ritualizzato: c’è differenza sostanziale fra una carezza e una palpatina; e pure lo sguardo ha norme rigide e precise. Per non parlare della funzione allusiva del vestiario.

Una volta attribuito un significato alla nudità (deboscia o purezza, povertà o sopruso, umiliazione o adescamento…) ne discendono comportamenti, giudizi, sanzioni che cercano di incanalare la convivenza sociale.

Ritualità e attribuzione di significato sono procedimenti retorici: l’uno e l’altro sospendono in qualche modo la critica. Il rito proprio nella sua immutabilità diviene efficace (“si è sempre fatto così”); il significato si autogiustifica proprio in quanto accettato e ritrasmesso.

Esser persone, adulti, cittadini, comporta l’osservanza di una serie di norme (scritte o date per ovvie) che più vengono osservate, più si confermano nella loro convenzionalità e da se stesse traggono maggiore vigore e valore.

Sul balcone

Mi vedo tranquillo, nudo, innocente e pacifico che prendo il mio sole sul balcone di casa; un libro, una birra. Un attimo di tranquilla serenità, lontano dal caos e dalla ferrosa, arrugginita materialità che è spesso la vita di oggi.

È una così grande indecenza? Davvero è così grave?

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