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Infantilismi alpini


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Viviamo in una società in cui ormai è prassi comune la guerra universale, la lotta tra fazioni di pensiero e di azione è cosa quotidiana, persino per cose tutto sommato di poco rilievo, anzi, è proprio su queste che più le persone si agitano.

Io che da sempre vado d’accordo con chiunque, io che nella mia lunga vita ho avuto una sola persona con cui proprio non riuscivo a legare, io che anche dopo i più acerbi confronti riprendevo il rapporto di normalità nel giro di pochi secondi, io che vedo ogni contradditorio come opportunità di conoscenza e di crescita ecco che negli ultimi vent’anni a seguito della mia scelta di vita mi trovo costantemente immerso in polemiche, in passato mi ci sono trovato coinvolto per altre questioni come la direzione di un’associazione o di una scuola sportiva, negli ultimi mesi osservo un qualcosa che mai avrei immaginato: chi corre in montagna viene più o meno violentemente attaccato da chi in montagna ci cammina.

Corriamo tutti i giorni, è un controsenso correre anche andando in montagna; i runner parlano solo di scarpe e non vedono quello che li circonda; la natura va assaporata lentamente; eccetera. Frasi in buona parte ereditate dalla guerra ai motocrossisti, che dimostrano qaunto alcune persone pare siano soddistfatte solo se se la possono prendere con qualcuno e finita una battaglia devono ineluttabilemnte trovarne un’altra.

Beh, sinceramente potrei rigirare alcune di queste osservazioni verso gli escursionisti, tra i quali mi pregio includermi visto che come corridore sono proprio ai livelli più elementari, potrei raccontare di quanti sono quelli che camminano senza rendersi conto del dove camminano o del dove vanno o di cosa li circonda, di quanti escursionsiti parlano solo di attrezzature e non sanno distinguere una biscia da una vipera, un sentiero umano da una traccia di animali, una nuvola innocqua da quelle temporalesche e via dicendo. Potrei ben fare questo, potrei farlo con oculatezza visti i mei sessant’anni di montagna con quaranta tra accompagnamento e insegnamento, invece… invece mi guardo bene dal farlo (ehm, vabbè, invero l’ho poc’anzi fatto, ma era necessario ai fini del costrutto logico del discorso) dato che ritengo piena libertà di ognuno godere della natura e della montagna nella forma che preferisce, che sia il più lento cammino, come la più tirata corsa, che sia l’osservazione approfondita come il disinteresse puro, che sia il piacere dato da quanto si osserva quanto quello dato dal mero impegno fisico.

A che prò combattere contro chi non produce danni alla montagna e alla natura, con chi al massimo mette a repentaglio solo la propria integrità fisica, con chi comunque si diverte e forse anche più di tanti altri, con chi in ogni caso apprezza quello che fa, il modo in cui lo fa, l’ambiente in cui lo fa. Correre in montagna richiede lavoro e fatica, richiede una lunga frequentazione della montagna; chi corre in montagna potrebbe avere, anzi probabilmente ha, nelle gambe ben più chilometri e metri di chi ci va camminando ed è probabile che non tutti siano stati fatti correndo, che molti siano stati fatti camminando, magari anche osservando la natura, godendo dei piaceri ambientali.

Le guerre tra poveri servono solo ai ricchi, basta!

Zaino Grivel Mountain Runner 20: integrazione


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Vista frontale dello zaino

Come scrivevo nella recensione principale, ancora non avevo avuto modo di provarlo sulla lunga distanza, ora anche questo è stato fatto (tentativo di una centotrenta chilometri con novemila metri di dislivello, purtroppo interrottosi a metà) consentendomi e imponendomi questa integrazione.

Innanzitutto devo osservare che sbagliavo affermando l’inesistenza di un porta bastoncini: è costituito da quello che avevo indicato come variatore volumetrico inferiore, che avendo due fissaggi sganciabili è un comodissimo (utilizzabile anche a zaino indossato) sistema di fissaggio per i bastoncini (o altro) a patto che siano del tipo ripiegabile in tre o comunque molto riducibile in lunghezza (altrimenti sporgono troppo sui due lati diventando pericolosi).

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Il porta bastoncini sul fondo dello zaino

Altra osservazione decisamente positiva: eccezionale il portamento del carico. I quasi otto chili, che si facevano ben sentire prendendo in mano lo zaino, sono spariti nel nulla una volta indosso, man mano che le ore passavano la sensazione restava identica e anche alla ventunesima ora di cammino spalle e schiena erano perfettamente immuni dai classici fastidi dovuti al lungo portamento di un carico, fatto salvo al fastidio per sfregamento sulle spalle di cui, non essendo collegato al discorso portamento, parlo più avanti.

A seguire alcuni piccoli appunti negativi, che in parte confermano quanto già notato:

  • a zaino pieno agganciare la sacca idrica è veramente complicato e richiede lo svuotamento parziale dello zaino ad ogni rifornimento;
  • proprio non comprendo la scelta di dedicare maggior volume al comparto interno (a diretto contatto con la schiena quindi non idoneo al posizionamento di materiali duri; non isolato dalla pioggia e dal sudore quindi non idoneo alla collocazione del vestiario) piuttosto che a quello intermedio stagno (purtroppo tanto sottile che ci si riesce a collocare solo una maglietta, già la maglia pesante rende complicata la chiusura della cerniera e, per giunta, entra in conflitto con il materiale collocato nel comparto esterno); questo comparto andrebbe dimensionato giusto quel tanto per collocarvi la sacca idrica, fornendo alla stessa un sostegno inferiore (magari regolabile per adattarsi alle varie dimensioni);
  • se il comparto intermedio viene forzatamente (ma giustamente) riempito con la maglia pesante e i pantaloni lunghi (due dotazioni obbligatorie) la cerniera (giustamente molto scorrevole) tende ad aprirsi da sola se non si ha l’attenzione di tirare ambedue i cursori nella parte sommitale;
  • con un discreto carico (tra i sette e gli otto chili quello che avevo io) alla lunga le spalle nude soffrono la frizione (principalmente dovuta alle operazioni “togli e metti” dello zaino) del tessuto qui reso molto più rigido dal sistema di regolazione; va bene, mettiti una maglietta direte, fatto, ma per poi levarla poco dopo faceva un caldo infernale e proprio non la sopportavo, per altro molti sono i runner e gli escursionisti minimalisti, ossia coloro che preferiscono correre e camminare nel modo più naturale possibile e cioè con addosso il minimo necessario o, come nel mio caso, addirittura niente;
  • le fibbiette per la chiusura delle cinghie pettorali sono difficili da utilizzare a mani sudate (scivolano parecchio), andrebbero leggermente ingrandite e rese più ruvide.

Infine devo purtroppo formulare una critica un poco più seria, forse legata al tipo di sacca idrica da me utilizzata ma comunque criticità assolutamente da risolvere: quando lo zaino è riempito parecchio si crea una pressione verso il dorso che porta l’asta di chiusura della sacca idrica a premere in modo percepibile contro la parte alta delle scapole, all’inizio solo un fastidio (ma già questo diviene negativo: chi deve correre o camminare tanti chilometri non può permettersi nemmeno il più piccolo fastidio) ma poi, chilometro dopo chilometro, si trasforma in vero e proprio dolore; ho provato ad infilare tra l’asta e la schiena la giacca da pioggia ma, nonostante sotto la stessa ci fosse altro materiale, inevitabilmente scivolava verso il basso e il problema si ripresentava costringendomi a continue fermate per ricollocare la giacca nel punto opportuno (solo verso la fine ho provato a tirare quello che ora ho capito essere il porta bastoncini, ma che funziona comunque come variatore volumetrico della base, ottenendo un apparente miglioramento ma da verificare e comunque non completamente risolutivo).

Per il resto posso solo confermare quanto già scritto e ribadire che trattasi di un ottimo zaino, con un portamento eccezionale che non mi ha fatto percepire il peso che avevo a spalle, motivo per il quale proprio mi dispiacerebbe veder restare irrisolti i pochi problemi evidenziati.

Corsa in montagna


Per poterci correre in montagna bisogna andarci moltissimo e non sempre di corsa!

Zaino Grivel Mountain Runner 20


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Sai com’è, ci sono delle cose che, anche se viste per pochi secondi, ti colpiscono profondamente nella mente da rimanerci indelebili e ritornare continuamente a farsi sentire, di più, a farsi vedere come nitide immagini di realtà aumentata, ti stai camminando e te le vedi davanti, stai lavorando e le vedi sovrapposte a quello che stai facendo, stai dormendo e ti appaiono nei sogni. Inutile, per quanto tu faccia non riesci a liberartene, ti dici che non ti servono e loro impudenti tornano alla carica, ti dici che magari non sono così belle come sembrano e loro irrispettose ti scrivono nella mente “provami”, ti dici che hai già speso troppo e loro maleducate si mettono a farti i conti in tasca. Oggetti empatici, talmente empatici da ricalcare i tuoi sentimenti e farli loro e alla fine non hai scampo, devi dargli ascolto, devi farle tue.

Portamento dello zainoCosì è stato per questo zaino da corsa in montagna, tenutosi nascosto mentre ne cercavo uno, poi apparso improvvisamente ai miei occhi poco tempo dopo aver fatto l’acquisto, nero e giallo com’era nero e giallo un mio precedente zaino da arrampicata che mi aveva egregiamente accompagnato in montagna per tantissimi anni, elegante e compatto com’era elegante e compatto quell’altro, della stessa marca, con la stessa forza attrattiva. L’altro, dopo avermi allo stesso modo prepotentemente catturato, m’aveva dato un prestigioso servizio e se tanto mi dà tanto.

Capita, poi, che le forze si combinino insieme arrivando a trasformare un microcosmo di sensazioni in un macrocosmo di desiderio, in un irrefrenabile impulso all’acquisto: l’altro zaino da corsa si dimostra inadeguato alle mie esigenze, di più, si rileva proprio un brutto zaino e così eccolo qui, davanti a me, sul mio tavolo, ormai parte di me, di un me che lo guarda estasiato, che, nonostante l’abbia già fatto in negozio, ancora lo gira e lo rigira esaminandolo nei minimi dettagli, di un me che ha già trovato e rimediato una piccolissima mancanza (il gancio portachiavi), ma nel contempo ne sta già apprezzando la forma perfetta e la magica struttura, di un me che già sogna le prossime avventure in compagnia del nuovissimo zaino giallo e nero, in compagnia di questo bellissimo Grivel Mountain Runner 20.

In linea di principio sarebbe troppo presto per farne una recensione, tutto sommato sono passate poche settimane dall’acquisto e l’ho utilizzato per poche volte e pochi chilometri, ma è troppo bello, troppo funzionale, troppo troppo per attendere oltre, d’altronde ci ho comunque fatto un giro di trenta chilometri con duemiquattrocento metri di dislivello tirato al massimo con diversi lunghi tratti di corsa, inoltre ho una certa esperienza di zaini (invero non solo di quelli) e posso ben farne la valutazione quasi solo guardandoli.

IMG_20180705_082915La forma è perfettamente cilindrica (una delle due sole forme ammissibili per uno zaino: cilindro e gerla), bordi laterali paralleli, base piana, fronte che si sviluppa perfettamente in verticale per quasi l’intero zaino e solo nei pressi della sommità s’inclina per unirsi al dorso con una parte superiore stretta e piana. Un colpo d’occhio che fa presagire un’ottima portabilità del carico, una perfetta vestibilità e una grande stabilità dell’insieme, un colpo d’occhio, tra l’altro, decisamente gradevole e a me reso ancor più piacevole dall’indovinata combinazione di colori: il nero della struttura generale dello zaino, il giallo delle cerniere e delle varie tasche, le piccole striscette bianche degli elementi riflettenti e i quattro baffi rossi del sistema di regolazione della taglia.

Molto leggero (550g) rispetto agli zaini da escursionismo ma, sebbene i venti litri di volume un poco giustifichino la cosa, ancora un poco più pesante di molti suoi compagni da corsa, è fatto con un mix di tessuti che appaiono tutti assai robusti, solo la maglina delle varie tasche appare critica potendo strapparsi a seguito dell’impigliamento di rami e spine, comunque è sempre applicata sopra il tessuto principale per cui eventuali rotture si possono fino ad un certo punto ignorare e poi facilmente sistemare con ago e IMG_20180705_091044filo. Non vengono date le specifiche tecniche del tessuto, la prova pratica ha dimostrato un’ottima traspirabilità e l’assenza di impermeabilizzazione ma la presenza del trattamento di idrorepellenza grazie al quale l’acqua scivola via sotto forma di palline sferiche rallentando l’infradiciamento del tessuto e del contenuto; c’è da osservare che lo scomparto principale ha la spalmatura su un lato del tessuto risultando impermeabile e forse evitandoci la necessità di un coprizaino (che per altro tenderebbe a scalzarsi vista l’assenza del classico gradino formato, negli zaini da alpinismo, dalla patta superiore), sebbene la cerniera non stagna possa comunque rappresentare una criticità (sarebbe stata forse opportuna una piccola sottile patta impermeabile di copertura della parte superiore). Le uniche due fibbie presenti sono pratiche e robuste, forse leggermente piccole per una buona manipolazione con i guanti o le mani indurite dal freddo. Appaiono altrettanto robuste tutte le altre parti in plastica. Le cerniere scorrono tutte molto bene, non sono stagne, dispongono di piccoli tiretti in metallo il cui utilizzo è reso più agevole da asole di robusto cordino annegate in comode prese plastiche, non molto grandi ma sufficienti per una buona presa, forse andavano fatte un poco più ruvide. Il fondo dello zaino non è rinforzato, cosa logica in ragione della tipologia corsaiola e dell’esigenza di contenimento del peso. Quando riempito sta in piedi anche da solo ma dipende da quanto e cosa ci abbiamo messo dentro, oltre che da come abbiamo sistemato il materiale: è consigliabile metterlo sempre sdraiato a terra o appoggiato a qualcosa.

IMG_20180705_083538Lo spazio di carico è stato suddiviso in tre distinti comparti, ognuno con la sua cerniera di accesso e la sua specificità d’uso, cosa che tiene adeguatamente separati i vari materiali e rende possibile un’ottima distribuzione del peso. Il comparto a contatto con la schiena è, incomprensibilmente, il più capiente, comodamente accessibile da una cerniera laterale verticale lunga quasi quanto l’intera altezza dello zaino contiene il velcro per appenderci la sacca idrica, operazione invero leggermente difficoltosa e che richiede IMG_20180705_083711l’appoggio su un tavolo o altra superficie orizzontale (si poteva forse studiare un modo per poter estrarre il velcro e poi, una volta collocato sull’aggancio della sacca idrica, velocemente rifissarlo al suo posto) e quello per appendere le chiavi (così ho dedotto io data la limitatissima dimensione), purtroppo collocato in una posizione che le rende si molto accessibili ma anche facilmente perdibili; data la generosa capienza di questo comparto dopo l’inserimento della sacca idrica avanza ancora spazio che, pur dovendosi tener conto del diretto contatto con la schiena e del dorso che non isola dal sudore, possiamo sfruttare per collocare altro materiale; sulla spalla destra è presente l’unica feritoia, chiusa con velcro, per l’uscita del tubetto dalla sacca idrica. Il comparto più esterno è il più piccolo ma offre comunque una bella capienza; è servito da una cerniera posta orizzontalmente nella parte alta del fronte, l’accesso è molto comodo (vi passa l’intera mano e avanza ancora spazio) e in esso vi trovano naturale collocazione tutti i materiali più piccoli quali barrette, gel, portafoglio, documenti, kit di pronto soccorso, chiavi (manca un gancio per appenderle ma, prima di scoprire il velcro all’interno del comparto più grande, ho facilmente rimediato cucendo un asola di stoffa sul bordino interno della cerniera collegandoci un piccolo moschettone extraleggero), lo smartphone, anche se ci si perde dentro e può rovinarsi nel contatto con gli altri oggetti, rigorosamente da tenere in IMG_20180705_091527apposita custodia stagna. Il comparto centrale è impermeabile, vi si accede attraverso una lunga cerniera che inizia alla base dello zaino, ne risale per intero un lato e prosegue lungo tutta la parte superiore; due cursori a scorrimento opposto permettono (posizionandoli in corrispondenza della curva) di differenziare l’apertura e l’accesso (laterale e superiore); il suo volume è un poco limitato e va in conflitto con quello del comparto più esterno; qui vi metterei gli elementi asciutti dell’abbigliamento tenendoli rigorosamente ben piegati e piatti. Sul fronte dello zaino è presente una capiente tasca in maglina elastica chiusa con un velcro centrale, appare la collocazione ideale per il materiale di utilizzo più frequente ma discontinuo, quale i guanti, il berretto, la maglia del secondo strato, il gilet antivento o, per chi si mette nudo, maglia e pantaloncini. Lungo i fianchi IMG_20180705_083239dello zaino, passando in anelli di fettuccia, con tensione uniforme scorrono i due cordini del sistema di variazione volumetrica, la regolazione avviene in alto sopra la spalla, soluzione molto comoda in quanto fruibile anche a zaino indossato; detto cordino è elastico e di discreto diametro facendo così ipotizzare un limitatissimo effetto taglio sui passanti. Alla base dello zaino è presente altro identico cordino (in realtà il cordino potrebbe essere uno solo che fa tutto il giro, ma essendo fissato allo zaino nelle sue due parti laterali inferiori è come se fossero tre) elastico con un cursore di tensionamento al centro (anche questo utilizzabile a zaino indossato) per stringere anche la parte basale dello zaino e spingere ancor più verso l’alto il materiale nello stesso contenuto; appare utilizzabile anche per il bloccaggio di un piccolo materassino o di un leggero sacco da bivacco.

IMG_20180705_083758Come per tutti gli zaini da corsa non esiste uno schienalino, questo non ha nemmeno un’imbottitura: solo un trasparentissimo (quindi traspirabilissimo) tessuto a maglia con rinforzi diagonali incrociati (Padded Air Mesh, un tessuto confortevole anche a torso nudo) separa la schiena dal materiale presente nel limitrofo comparto dello zaino; data la sua conformazione trattiene pochissimo sudore (anche perché buona parte finisce sul materiale presente nel comparto principale, da tener presente quando si sceglie cosa metterci in tale comparto) cosa decisamente preziosa quando ci si rimette lo zaino dopo averlo levato (si avverte solo minimamente il classico attimo di fastidioso gelo). Dal dorso due ali si prolungano nella parte inferiore ad abbracciare il torace e altre due si allungano nella parte superiore ad avvolgere le spalle, tutte fatte con lo stesso tessuto del IMG_20180705_083111dorso, quelle superiori rinforzate all’esterno con il tessuto principale (Air Mesh) cucito solo ai lati per lasciare spazio all’ingegnoso sistema di regolazione della taglia di ci parlo più avanti. Sull’esterno delle ali inferiori sono applicate due tasche (una per ala), abbastanza capienti (ci sta benissimo uno smartphone con schermo da cinque pollici, anche se si fatica un pochetto a farlo passare dalla cerniera, comunque operazione fattibile a zaino indossato) e servite da una cerniera superiore a tutta lunghezza, sopra di loro un’ulteriore tasca (una per lato) formata mediante il tessuto a maglia elastica e chiusa da un piccolo velcro centrale; anche qui, tra le ali e le tasche, è ricavato il vano per fissaggio, mediante il già citato sistema di regolazione della taglia, degli spallacci.

Gli spallacci, in Padded Air Mesh rinforzato sui soli bordi, sono confortevolmente dimensionati e leggermente elastici, quel tanto che basta a favorire l’indossamento dello zaino senza mettere a repentaglio il suo sostentamento; se siete a torso nudo e correte molto potreste sentire l’esigenza di usare dei copricapezzoli, camminando nessun IMG_20180705_083153problema. Come detto sono collegati al corpo dello zaino mediante un ingegnoso sistema di regolazione della taglia: gli spallacci non sono come sempre cuciti al dorso nella loro parte alta e in quella bassa collegati con la solita fettuccia regolabile, bensì scorrono liberamente all’interno delle dette sedi realizzate nelle quattro ali che si prolungano da dorso e bloccati mediante quattro pezzi di lungo e largo velcro (assai difficile da staccare); staccato il velcro (operazione piuttosto complessa che, d’altra parte, presumibilmente andrà fatta solo a zaino nuovo), aiutandosi con le opposte fascette di tessuto (rosse) si fanno scorrere gli spallacci all’interno delle sedi fino ad ottenere il posizionamento desiderato (operazione che, purtroppo, data l’automatica richiusura del velcro quando si tolgono le dita dalla sede per far scorrere lo spallaccio, richiede la ripetizione della complessa regolazione almeno due o tre volte, ma poi è fatta e siete a posto per sempre), quattro robuste striscette graduate (da +2 a -2) permettono di avere evidenza del posizionamento, che può essere identico su tutti e quattro i punti oppure differenziato in modo da adattarsi al meglio alla conformazione della persona; se durante l’operazione di apertura del velcro lo spallaccio dovesse inavvertitamente uscire dalla sua sede la fettuccia rossa è bloccata allo zaino e gli impedisce di sfuggire fuori poi lo si rimette in sede facilmente.

IMG_20180804_104950Estremamente confortevole (praticamente non lo si sente addosso), lo zaino veste benissimo, è molto stabile e rimane bello alto sulla schiena determinando il miglior portamento possibile: baricentro ben più in alto del nostro e molto vicino alla schiena per un carico verticale senza momento torcente all’indietro. Sul lato frontale degli spallacci sono applicate altre tre tasche per spallaccio: una è il portaborraccia. Quest’ultimo è posizionato poco sopra la base dello spallaccio, è leggermente basso ma comunque compatibile con ogni tipo di borraccia rigida e floscia, essendo chiuso con cordino elastico e cursore può diventare anche un portamateriali (ci sta una canotta o un paio di pantaloncini da corsa); ha un foro di scarico sul fondo rifinito con anellino metallico; un asola in cordino elastico (generata con un semplice nodo) è fissata poco sopra per stabilizzrae l’eventuale pipetta lunga della borraccia, purtroppo non è fissato allo spallaccio in modo rigido ma con in piccolo anellino di fettuccia che ne permette la rotazione e la caduta all’interno della tasca finendo bloccato tra questa e la borraccia. Alla base dello spallaccio c’è una taschina orizzontale con chiusura in velcro, bella larga ma un po’ troppo corta comunque comodissima. In alto, verso la spalla, la terza tasca, senza chiusura salvo il bordino elastico, comodissima per tenerci la barretta di primo utilizzo e il dispenser della crema da sole. Ai lati di ogni portaborraccia ci sono due taschine in maglina elastica, abbastanza larghe da potervi infilare persino uno smartphone con schermo da cinque pollici, manca una fettuccina per aprirle agevolmente indossando i guanti. Grazie alle cerniere molto scorrevole e ai pezzettini di velcro correttamente dimensionati, tutte le tasche sono accessibili senza togliere lo zaino, anche per chi, come il sottoscritto, non abbia una grande articolabilità della spalla e del IMG_20180705_083334braccio. Sugli spallacci sono montati il fischietto d’emergenza, posizionato in alto a destra è facilmente accessibile ma non si può modificare la sua posizione, e i due cinturini pettorali. Questi ultimi si possono far scorrere onde trovarne la migliore collocazione in conformazione al proprio torace, hanno il lato corto (comunque non troppo corto, quel tanto che lo lascia agevole da utilizzare) elastico e il lato lungo, con sistema di regolazione, rigido; la lunghezza delle fettucce di questi cinturini è eccessiva, in particolare quello più alto che se anche tirato al massimo rimane troppo lasco (e il mio torace non è propriamente stretto), inoltre manca un pratico sistema di raccolta e fissaggio della parte eccedente. Due asoline sullo spallaccio destro permettono di stabilizzare il tubetto della sacca dell’acqua, mentre manca una clip per fissarne il terminale (non tutte le camelbag ne hanno una in dotazione), ho comunque trovato a tale scopo pratico il cordino che chiude i portaborraccia.

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Vista dorsale dello zaino

 

Mancano: un sistema specifico per il fissaggio dei bastoncini (anche se a me non serve visto che non utilizzo i bastoncini), si possono infilare sotto il cordino del variatore volumetrico ma l’operazione richiede di togliere lo zaino; un aggancio sullo spallaccio per l’orologio (c’è chi preferisce non tenerlo al braccio specie col caldo e camminando nudo); la classica maniglia di trasporto nella parte superiore dello zaino (per brevi spostamenti all’interno di luoghi affollati è scomodo usare uno spallaccio e può dare intralcio metterselo a spalle); una tasca stagna per il solo smathphone; un fissaggio più sicuro per le chiavi. Modificherei anche il volume dei due comparti più grandi, riducendo quello a contatto con la schiena e ampliando quello stagno centrale. Vedrei molto bene una versione femminile.

In conclusione, questo Grivel Mountain Runner 20 necessita magari di attenzione nel carico dei materiali (mentre si è in marcia è invece tipico cacciarli dentro alla belle meglio) ed è poco agevole il fissaggio della sacca idrica, ma è proprio un bello zaino, pratico, comodo, stabile: è un piacere camminare e correre con lui sulle spalle. Decisamente promosso e consigliabile.

Importante integrazione consequenziale a un utilizzo sulla lunga distanza.

Camminare in montagna – Abbigliamento: integrazione


Prosegue da… Abbigliamento


Nel precedente articolo di questa serie, parlando di abbigliamento, la complessità e vastità dei contenuti mi ha fatto dimenticare un’utile precisazione: che differenza c’è tra l’abbigliamento da corsa, quello da trail e quello da escursionismo? Ecco, allora, questa integrazione per rimediare.

Corsa vs Trail vs Escursionismo

Abbigliamento da corsa

0043_ph. carla cinelli_edI capi da corsa sono progettati considerando che verranno principalmente utilizzati in un ambiente antropizzato dove all’occorrenza è facile trovare riparo, per distanze anche lunghe (i 42km della maratona) ma sempre con tempi di attività sostanzialmente brevi (due o tre ore) , in una situazione di continua intensa attività fisica e con assistenza esterna estesa (un punto di rifornimento ogni pochi chilometri). Dato il contesto sono realizzati per essere il più leggeri (ogni grammo in più incide negativamente sulla velocità) e sottili (per essere riposti in uno spazio limitatissimo, ad esempio il palmo di una mano) possibile. Queste specifiche caratteristiche se da una parte li rendono molto comodi anche nelle escursioni in montagna, dall’altra li fanno poco adatti a proteggere dal freddo in una situazione di attività poco intensa, quale il cammino, o, peggio, in assenza di attività, quali le fermate contemplative e le soste.

Abbigliamento da trail

0548_ph. carla cinelli_edSono capi derivati direttamente da quelli da corsa ma modificati per supportare le specifiche esigenze del trail (attività che condivide e unisce le finalità della corsa a quelle dell’escursionismo), ovvero ambiente poco o nulla antropizzato (il trail contempla la montagna ma anche altri ambienti quali i deserti e le foreste) per cui sempre solitario e talvolta anche critico dove può essere assai difficile trovare un riparo alle intemperie o al freddo, lunghe distanze (anche qualche centinaio di chilometri), da uno a più giorni consecutivi (tipicamente comprensivo di una o più notti), attività fisica discontinua ma pur sempre intensa e priva di soste / lunghe fermate all’aperto, con assistenza esterna minima (una base sopravvivenza al giorno per un breve riposo, rari punti di rifornimento) o addirittura assente (vedi allenamenti o rambo trail). In ragione di questo, pur mantenendo le prerogative di leggerezza e minimo spessore, i capi da trail sopportano meglio lo sfregamento con lo zaino arrivando anche a dare specifica protezione dallo stesso (vedi le magliette con collo alto), dispongono di molte tasche alcune delle quali appositamente studiate per tenere a portata di mano barrette e gel energetici, danno protezione termica anche a bassa intensità di lavoro (cammino). Resta pur sempre critica la protezione termica ad attività nulla e, nel caso di utilizzo escursionistico, vanno pertanto integrati con le necessarie dotazioni di emergenza, specie per le escursioni in alta montagna, invernali o in ogni situazione in cui siano possibili basse temperature (sotto i dieci gradi).

Abbigliamento da escursionismo

Portamento dello zainoCerto l’esigenza di ottimizzare le catene produttive sta portando sempre più verso una sostanziale identicità dei capi, per ora, però, le differenze sono ancora evidenti (e in parte forse lo saranno sempre). L’escursionismo prevede anche lunghe fermate contemplative e ancor più lunghe soste per pranzare, ovvero lunghi momenti di attività nulla dove solo l’abbigliamento può riparare la persona dal freddo. In montagna, inoltre, le temperature possono repentinamente mutare anche di molti gradi e anche più volte al giorno, non è pensabile obbligare l’escursionista ad avere nello zaino diversi capi, uno per ogni situazione, pertanto si realizzano capi che possano consentire l’adattamento ad un range di temperature più ampio rispetto a quello gestito dai capi da corsa e trail: tessuti più spessi (e pertanto meno traspiranti), trattamento di idrorepellenza esteso anche al secondo strato (o addirittura al primo), cerniere a tutta lunghezza, stringhini vari per stringere o allargare il capo, cappucci incorporati con alloggiamento nel colletto, eccetera. Ne consegue che il peso di questi capi è sensibilmente maggiore, che per il trasporto necessitano di contenitori più voluminosi (zaini di ampie dimensioni e, quindi, a loro volta ben più pesanti). Aggiungiamoci che spesso i capi da escursionismo sono ricchi di non sempre realmente necessari accessori quali i capienti tasconi sulle cosce (utili per tenere a portata di mano carte topografiche o relazioni) che ne incrementano ulteriormente il peso.


Continua in…  Il nudo


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna – Abbigliamento


Prosegue da… Tecnica della corsa


Affinate le tecniche pratiche, prima di trattare l’allenamento e poi gli aspetti tecnico-formali (cartografia eccetera), è opportuno parlare dell’abbigliamento, un elemento trattato nell’ambito di molti degli articoli sulla montagna, eppure mai eviscerato fino in fondo, mai esaminato sganciandosi da quello che la convenzione sociale imperante definisce come opportuno, mai analizzato al di là dei condizionamenti e/o di quanto ricerche interessate abbiano studiato e indotto a pensare.

Scan_Pic0010Ai tempi delle mie prime escursioni (anni ’60) si usavano due soli capi: la camicia, rigorosamente di lana a grossi quadrettoni, e i pantaloni alla zuava, anch’essi in lana oppure in un assurdo fustagno a larghe coste; qualcuno, onde evitare il prurito provocato della lana a contatto diretto con la pelle, aggiungeva la classica canottiera utilizzata tutti i giorni. Quando la temperatura scendeva al punto in cui il camicione da solo non bastava, ci s’infilava sopra il maglione di grossa lana infeltrita che arrivava a tenere anche le nevicate e solo in caso di pioggia o tormenta veniva sostituito dalla giaccavento, da quelle più leggere con imbottitura sintetica a quelle più pesanti, dette piumoni, imbottite in pregiato piumino d’oca; nei casi più estremi, quali l’inverno e le altre quote, giaccavento e maglione talvolta si abbinavano fra loro. Nelle giornate calde e afose i pantaloni restavano rigorosamente gli stessi mentre la camicia spariva nello zaino e la grande maggioranza degli uomini si metteva a torso nudo mentre le donne restavano in maglietta o canottiera, anche se alcune osavano togliersele per restare con il solo reggiseno.

IMG23 - Sosta 3Alcuni anni dopo la contestazione giovanile coinvolse anche l’abbigliamento di montagna e così sparirono le canottiere, i camicioni di lana, i pantaloni alla zuava e i grossi maglioni per lasciare posto alle magliette, ai pantaloni lunghi, a maglioni più sottili (maglioncini), mentre permaneva il torso nudo per le giornate calde estendendosi anche alle donne (alcune donne) e restava identica la quantità e la sovrapponibilità dei capi. Negli anni a seguire l’avvento di nuovi tessuti (più sottili, più traspiranti e più idrorepellenti) iniziò a modificare il modo di utilizzare l’abbigliamento e introdusse il concetto del vestirsi a cipolla, ovvero di utilizzare tanti strati di vestiario sovrapponibili fra loro al posto di pochi pesanti elementi solo parzialmente sovrapponibili. Sotto l’effetto dei nuovi tessuti, ma, a mio parere, anche per motivazioni ben più sottili e nascoste (in primis il condizionamento pubblicitario e le sue diverse conseguenza quali, ad esempio, disaffezione verso il corpo, una pudicizia di ritorno, un inconsulto fastidio verso gli umori corporali), dagli anni novanta in poi torso nudo e reggiseno divennero sempre meno presenti fino a scomparire quasi del tutto.

IMG_0860Oggi il numero di capi, anche (o soprattutto) grazie alle corse in montagna e ai trail, si è ulteriormente affinato e abbiamo un’ampia diversificazione di strati, alcuni utilizzabili a sé stanti o in abbinamento con gli altri, alcuni studiati per essere usati esclusivamente sopra i primi. In merito al torso nudo qualcosa si ripropone nell’ambito della corrente di runner minimalisti che, però, coinvolgono quasi esclusivamente le corse in montagna, per il resto la situazione rimane immutata, anzi, per certi versi è anche peggiore visto che, IMG-20170711-WA0006secondo le opinioni inculcate e rincalzate dalle presunte (in quanto più che altro fatte per dimostrare una tesi prestabilita) ricerche delle case produttrici di tessuti e abbigliamento sportivo, i moderni capi d’abbigliamento, in particolare le maglie, sarebbero ben più efficienti della pelle nuda: garantirebbero non solo la perfetta evaporazione del sudore, ma addirittura una sua riconversione in energia. Sinceramente posso dire che, pur avendo utilizzato capi tecnici da corsa e da trail di vario tipo e marca, da quelli economici a quelli più costosi, mi sono sempre trovato con la pelle quantomeno umida e il vestiario fradicio di sudore; meno che meno ho percepito un recupero energetico, caso mai tale recupero l’ho percepito, e anche alla grande, levando tutto l’abbigliamento: volenti o nolenti il corpo umano è fatto per stare nudo e solo da nudo funziona al meglio (“Difendersi dal caldo: evidenza oggettiva!”).

Caratteristiche essenziali

Nel seguito dovrò utilizzare alcuni termini tecnici per fare riferimento a specifiche e importanti caratteristiche degli indumenti, vediamo, pertanto, quali sono e cosa significano. Osserviamo che quanto segue è riferito ai test effettuati sul tessuto, sui capi finiti agiscono altri fattori (design, aperture, cerniere, cuciture, saldature) che possono alterare anche sensibilmente il risultato pratico (confort).

(Fonte principale “Prezzi $alute”)

Traspirazione

Con il termine di traspirazione ci si riferisce alla capacità di un tessuto di lasciar disperdere il vapore acqueo generato dal corpo della persona che indossa il capo: maggiore è la dispersione, maggiore è la traspirazione. Questa caratteristica è determinata dalla dimensione dei pori del tessuto: più sono grandi (rispetto alla dimensione di una goccia di vapore) maggiore è la traspirabilità del tessuto. Per dare una valutazione di tale proprietà si utilizzano due metodi: MVTR o WVTR (quantità di vapore acqueo che attraversa un metro quadro di tessuto in ventiquattro ore) e, secondo lo standard ISO 11092, RET (resistenza evaporativa; più è bassa meglio è). Usando MVTR più il valore è alto più il tessuto è traspirante, il valore minimo per una traspirazione efficiente è quello di 18000g/mq/24h. Usando RET più il valore è basso più il tessuto è traspirante e si fa riferimento alla seguente tabella:

• RET minore di 6, tessuto estremamente traspirante;
• RET da 7 a 13, tessuto molto traspirante;
• RET da 14 a 20, tessuto traspirante;
• RET da 21 a 30, tessuto poco traspirante;
• RET maggiore di 30, tessuto non traspirante.

Resistenza al vento

È la capacità di un tessuto di ostacolare il passaggio dell’aria ed è determinata dalla struttura della fibra: forma, intreccio, dimensione e numero dei pori. Si determina misurando la permeabilità all’aria del tessuto, viene valutata in litri al metro quadro per secondo (l/mq/s) ed è espressa, secondo la norma DIN EN ISO 9237, in CFM:

• CFM uguale a 0 (zero), protezione totale
• CFM da 1 a 5, protezione molto alta
• CFM da 6 a 60 protezione abbastanza buona
• CFM oltre il 60 protezione scarsa

Protezione UV

Tutti la conoscono in relazione i filtri solari per la pelle, molti ormai dovrebbero sapere che riguarda anche gli occhiali da sole, pochi forse sanno che è utilizzata anche per l’abbigliamento, specie per cappellini e magliette. Importante in alta quota, può comunque tornare utile anche a quote minori, specie per chi abbia un fototipo basso (tre o meno). Viene misurata in UPF (fattore di protezione ultravioletti):

• UPF sotto il 14, protezione assente o scadente;
• UPF da 15 a 24, protezione buona;
• UPF da 25 a 39, protezione molto buona;
• UPF maggiore di 40, protezione eccellente.

Un capo anti-UV deve avere un UPF uguale o maggiore di 40 e lo si può facilmente identificare in quanto riporta in etichetta il simbolo di un sole giallo, la scritta EN 13758-2 e il valore UPF.

Idrorepellenza

Con il termine di idrorepellenza s’intende la capacità di un tessuto di far scivolare sulla sua superficie l’acqua senza assorbirla; in pratica l’acqua forma sulla superficie del tessuto delle goccioline sferiche che rotolano via. L’idrorepellenza può essere intrinseca in un dato tessuto oppure ottenuta (migliorata) mediante un trattamento sulla parte esterna del tessuto, in questo caso viene identificato con la sigla DWR (Durable Water Repellent). L’idrorepellenza da trattamento non è permanente e, pertanto, va rinnovata, ogni tre o massimo cinque lavaggi del capo, ponendo il capo per venti minuti nell’asciugatrice o usando un ferro da stiro (media temperatura, senza vapore, asciugamano tra ferro e tessuto); quando tale operazione non sortisce più un buon effetto (le gocce d’acqua non sono più sferiche) si può applicare un nuovo trattamento mediante appositi prodotti, disponibili in bombolette spray o come liquido da disciogliere nell’acqua di lavaggio. L’idrorepellenza si valuta in base alla norma UNI EN 24920/93 e il valore viene espresso con un indice ISO da 1 (scadente) a 5 (ottima).

Impermeabilità

L’impermeabilità non è un sinonimo di idrorepellenza bensì è la capacità di un tessuto di resistere alla pressione di una colonna d’acqua, più la colonna è alta, ovvero la pressione è maggiore, più il tessuto è impermeabile. L’impermeabilità è una proprietà intrinseca del tessuto ed è determinata dalla dimensione dei suoi pori: affinché il tessuto possa ritenersi impermeabile tale dimensione dev’essere minore di quella della goccia d’acqua e più i due valori si discostano maggiore è l’impermeabilità. Il valore di impermeabilità è dato in millimetri, ovvero l’altezza della colonna d’acqua sopportata:

• Inferiore a 1000mm, impermeabilizzazione scarsa;
• da 1000 a 1999mm, impermeabilizzazione sufficiente;
• da 2000 a 3999mm, impermeabilizzazione buona;
• da 4000 a 7999mm, impermeabilizzazione ottima;
• sopra gli 8000mm, impermeabilizzazione eccellente.

Impermeabilità vs idrorepellenza vs traspirabilità

I capi idrorepellenti (Soft Shell) sono più leggeri e traspiranti di quelli impermeabili, pertanto risultano più adatti alle condizioni di tempo incerto e alle temperature miti o calde. I capi impermeabili (Hard Shell) sono più pesanti e meno traspiranti di quelli idrorepellenti, pertanto sono più adatti alle condizioni di mal tempo esteso e alle basse temperature. Al fine di migliorare il confort dell’utilizzatore le case produttrici hanno sviluppato tessuti e metodiche per ottenere indumenti che offrano sia impermeabilità che traspirabilità:

• induzione (fonte Decathlon), ovvero applicazione all’interno del tessuto di una specie di pasta che ne va a occludere i pori; meno costosa delle successive metodiche ma soggetta a deperimento e a danni da sfregamento (viene applicata una fodera a protezione della spalmatura);
• laminati idrofobi microporosi senza rivestimento di poliuretano, sono i più traspiranti;
• laminati idrofobi microporosi con rivestimento di poliuretano, meno traspiranti dei precedenti ma con una maggiore impermeabilità;
• membrane idrofiliche, prive di pori penalizzano la traspirabilità ma hanno una maggiore durata nel tempo e danno maggiore protezione dal vento.

Laminati e membrane si possono utilizzare da soli, saldati su un tessuto o inseriti tra due strati di tessuto.

Suddivisione dei capi

Fatte le debite premesse passiamo, tralasciando la tipica e autoesplicativa distinzione tra abbigliamento per l’uomo, per la donna e per il bambino / la bambina, all’analisi dettagliata dell’abbigliamento, precisando che, non essendoci una terminologia perfettamente standardizzata, utilizzerò i termini che mi sembrano più appropriati e chiari. La prima classificazione che prendo in considerazione riguarda la collocazione dell’abbigliamento sul nostro corpo e individua tre zone tra le quali può esserci una parziale e talvolta (freddo e/o vento) utile sovrapposizione.

Estremità

Indumenti che servono a coprire e proteggere testa, viso, collo, mani e piedi. La testa, anche se non ce ne rendiamo conto, disperde buona parte del nostro calore per cui con il caldo, salvo eventuali problemi di insolazione che vanno assolutamente previsti e gestiti (possono causarci danni anche gravi o addirittura la morte), è bene lasciarla libera mentre con il freddo va opportunamente coperta. Le mani e i piedi, in particolare le dita, sono irrorate con una minore quantità di sangue e pertanto sono particolarmente sensibili al freddo, un problema da gestire assolutamente con opportuno anticipo (può diventare lungo e doloroso riportarle in temperatura) e con coperture adeguate. Meno problemi ci sono dati dal viso anche se condizioni estreme (inverno, alta quota, bufere di neve, forte vento) potrebbero richiedere una sua più o meno ampia protezione.

Parte alta

Indumenti che servono a coprire e proteggere busto, zona addominale/dorsale e braccia. A parte le braccia (che sopportano bene sia il caldo che il freddo), questa zona è molto sensibile ed è quella che, in caso di necessità, il nostro sistema di autodifesa tende a proteggere di più (togliendo sangue alle estremità in caso di freddo intenso o spostandolo in periferia in caso di eccessivo calore): è necessaria la massima attenzione sia nella scelta dei capi che nel loro utilizzo.

Parte bassa

Indumenti che servono a coprire e proteggere genitali, glutei e gambe. È la parte meno sensibile agli agenti atmosferici, tant’è che quasi sempre la proteggiamo meno delle altre. Un appunto è necessario farlo in merito ai genitali: dal momento che testicoli e ovaie necessitano di una temperatura che vari di pochissimo del nostro valore medio, nello scroto e nella vulva trovano posto un buon numero di recettori termici, coprirli vuol dire alterarne inevitabilmente e negativamente la funzionalità.

Come seconda distinzione abbiamo, specie per gli indumenti da corsa o trail, un’utilissima, anche se spesso approssimativa, classificazione in base alla temperatura d’utilizzo del capo (tralascio quelle evidenti utilizzate da alcuni produttori: estate, autunno, primavera, inverno).

Per il caldo

Capi ad utilizzo prettamente estivo in condizioni di bel tempo e/o temperatura percepita (tratterò più avanti la delicata questione della temperatura percepita i cui effetti possono variare da persona a persona) superiore ai diciotto gradi centigradi. Sono comunque utilizzabili, a seconda della propria resistenza al freddo, anche a temperature minori, nelle stagioni intermedie o persino in inverno, magari in due o tre strati di tessuto con intercapedini d’aria che aumentano l’isolamento e il confort. I colori chiari sono preferibili a quelli scuri, vuoi perché scaldano molto meno, vuoi perché rilasciano meno tossine: studi recenti hanno dimostrato che le tinte, soprattutto (paradossalmente) quelle usate nell’abbigliamento tecnico sportivo, contengono, in misura direttamente proporzionale all’intensità del colore, sostanze velenose che vengono rilasciate per effetto del calore, della luce e del sudore.

Per il fresco

Capi da utilizzarsi prevalentemente nelle giornate più fresche (temperatura percepita tra i dieci e i diciotto gradi centigradi) e nelle stagioni intermedie, eventualmente utilizzabili come rinforzo ai capi invernali o come ausilio di emergenza per le uscite estive.

Per il freddo

Capi ad utilizzo prevalentemente invernale, eventualmente da porsi nello zaino anche negli altri mesi dell’anno ogni qual volta, per la quota dell’uscita o per le condizioni meteo particolarmente avverse, si prevedano temperature piuttosto basse (sotto i dieci gradi centigradi).

Alcune case danno indicazioni più dettagliate sui limiti di utilizzo in ragione della temperatura:

  • Per temperature sopra i
  • Per temperature da a
  • Per temperature sotto i

Terza e ultima classificazione è quella riferita alla collocazione nella stratificazione.

Strato interno

Composto da tutti quei capi che sono appositamente studiati e realizzati per potersi indossare a diretto contatto con la pelle, ovvero l’intimo e buona parte delle maglie e dei pantaloni. Estremamente sottili, leggerissimi (sia in protezione termica che in peso) ed elastici, aderiscono perfettamente al corpo arrivando ad assumere la conformazione di una seconda pelle. Tessuti e tessitura agevolano l’assorbimento del sudore, il suo trasferimento dal lato interno (a contatto con la pelle) a quello esterno (a contatto con l’aria) e, infine, la sua evaporazione (fondamentale non tanto per mantenere asciutta la maglia, quanto per garantire l’adeguata termoregolazione). I capi compressivi, utilizzati nel settore della corsa e del trail, sono strutturati in modo da contenere le vibrazioni della muscolatura riducendo così l’affaticamento, i dolori e i microtraumi.

Strato interno termico

Simile al precedente ma caratterizzato da tessuti che offrono una maggiore protezione dal freddo. In genere si sostituiscono ai capi dello strato interno normale. Avendo uno spessore e un peso maggiore possono risultare meno comodi e confortevoli.

Strato intermedio

Composto da tutti quei capi di abbigliamento studiati e realizzati per collocarsi sopra lo strato a pelle al fine di integrarne la protezione senza alterarne la traspirabilità e l’elasticità. Pur sempre sottili e leggeri (in peso), in genere sono meno elastici e aderenti dello strato interno; alcuni sono talmente confortevoli da poter essere utilizzati anche a pelle (in effetti è a volte difficile classificare un capo come interno o intermedio). Mantengono, anche se talvolta in modo meno accentuato, le proprietà di trasferimento ed evaporazione del sudore.

Strato intermedio termico

Simile al precedente ma caratterizzato da tessuti che offrono una maggiore protezione dal freddo. Sostituiscono lo strato intermedio normale e sono utili per evitare l’utilizzo dello strato interno termico, che, come detto, può in alcuni casi risultare poco confortevole a contatto con la nuda pelle.

Strato esterno

Composto da tutti quei capi studiati e realizzati per rispondere a determinate e specifiche esigenze supplementari.

  • Strato esterno termico: pesanti e spessi sono pensati per situazioni di temperature percepite molto basse (prossime o inferiori allo zero) con assenza di vento, pioggia o neve; mantengono una buona traspirabilità.
  • Strato ibrido: molto utili in condizioni di variabilità e incertezza atmosferica sono simili ai precedenti con in più una parziale protezione dal vento, dalla pioggia (idrorepellenti ma non impermeabili) e dalla neve; ovviamente la traspirabilità decade.
  • Strato antivento: capi generalmente elastici e avvolgenti studiati e realizzati per proteggere dai forti venti, talvolta sono anche idrorepellenti, raramente impermeabili e comunque in modo leggero; la traspirabilità è ovviamente molto minore dei precedenti strati; la protezione termica è talvolta limitata e in tal caso vanno assolutamente abbinati a capi degli strati termici.
  • Strato antipioggia: capi decisamente più rigidi e meno aderenti, i migliori hanno inserimenti elasticizzati e/o preformati nelle zone di articolazione del movimento (ginocchio, ascella, gomito); quasi o totalmente impermeabili sono poco o nulla traspiranti, a questo le case produttrici cercano di rimediare collocando sul capo opportune finestre di aerazione o inserti di materiale traspirante, ovviamente in zone dove la pioggia non arriva direttamente (ascelle, retro ginocchio) o sovrapponendovi un’ala impermeabile (attenzione ai capi che usano finestre di aerazione collocate sulla schiena: con lo zaino si occludono ed è come non averle); la protezione termica è tipicamente assente e vanno assolutamente abbinati a capi degli strati termici.

Analisi dettagliata dei capi

Ora passiamo all’analisi dei singoli capi suddividendoli per parti e, all’interno di queste, elencandoli dallo strato più interno verso quello più esterno. Ovviamente faccio riferimento solo all’abbigliamento specifico per l’escursionismo, comprendendo in questo anche quello per il trail e la corsa, alla fine sempre più simili tra loro.

Parte alta

Reggiseno

Sebbene alcuni studi dimostrino, in relazione alla vita del quotidiano, la sua inutilità (il muscolo mammario ha un suo naturale tono che permette l’autosostentamento delle mammelle) se non addirittura dannosità (cedimento del muscolo mammario con perdita del suo tono naturale; proliferazione di funghi e batteri in ambiente caldo umido), in caso di mammelle corpose (oltre la terza) può risultare indispensabile per affrontare senza problemi e dolori la corsa. Scegliere modelli a corpetto senza sistemi di allacciatura (si infilano come una maglietta), più complessi da calzare e togliere, ma sicuramente più confortevoli e contenitivi di quelli classici. Toglierlo appena possibile, specie se si ha sudato, e restare a torso nudo fino alla completa asciugatura della pelle.

Canotta

Simile nella forma alla classica canottiera ma fatta con tessuti più confortevoli e traspiranti. Anche il design è diverso al fine di renderla più adatta all’utilizzo a vista. Può risultare molto utile nelle giornate calde prive di vento: le spalline strette, l’ampia scalvatura del giromanica e la limitata aderenza del capo lasciano passare molta aria favorendo la termoregolazione.

Top

Indumento femminile, in pratica un reggiseno a corpetto senza fibbie con colori e decorazioni che lo rendono più adatto ad un utilizzo a vista. Ovviamente si utilizza al posto della canottiera e, con esclusione dei modelli meno aderenti, è a tutti gli effetti anche un sostituto del reggiseno per cui va indossato sulla nuda pelle e non, come si vede spesso, sopra al reggiseno. Può risultare molto utile nelle giornate calde prive di vento ma anche a temperature più basse ogni qualvolta l’intensità dello sforzo è alta e costante (ad esempio allenamenti di mezza stagione brevi e velocissimi).

Maglia senza maniche

Una maglietta molto fine, leggerissima (in protezione e peso), elasticizzata e perfettamente aderente al busto (seconda pelle), estremamente traspirante, taglio all’ascella (girospalla), generalmente con colletto a girocollo. Utile nelle giornate calde ma ventose, quando la canotta lascia passare troppa aria e le maniche danno fastidio, ma anche a temperature più basse ogni qualvolta l’intensità dello sforzo è alta e costante (ad esempio allenamenti di mezza stagione brevi e velocissimi).

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Maglia a mezze maniche

Similare alla precedente ma con mezze maniche (taglio inizio bicipite). L’utilizzo è sostanzialmente parallelo a quello della maglia senza maniche, diviene più funzionale nelle giornate fresche e/o ventose, quando le ascelle scoperte potrebbero dare spiacevoli sensazioni di raffreddamento, scelta pressoché obbligata in giornate fresche o addirittura fredde quando alla maglia a maniche lunghe si preferiscono i manicotti per le braccia (vedi oltre). Alcuni modelli hanno un colletto alto che risulta molto pratico portando lo zaino: evita eventuali irritazioni o abrasioni sul collo a seguito dello sfregamento con gli spallacci o la parte alta dello zaino (uno zaino ben fatto non dovrebbe provocarne ma dal momento che le morfologie delle persone sono infinite non è sempre possibile accontentarle tutte; in tal senso gli zaini da trail sono meno problematici, ma la capienza limitatissima li rende poco pratici per le escursioni di più giorni). Prima dell’acquisto verificare che il giro manica non lasci segno sul bicipite.

Maglia a maniche lunghe

IMG_8394Elasticità, aderenza e traspirabilità sono le stesse delle maglie precedenti, può cambiare il colletto che invece di essere a girocollo è a lupetto (con cerniera sternale per facilitare l’indossamento e la regolazione dell’aerazione). Il tessuto può essere similare ma con una trama più spessa oppure diverso: più termico e spesso, quindi leggermente più pesante (in grammi) e talvolta meno confortevole (alcuni tessuti termici possono ad alcuni irritare la pelle). Si utilizzano con temperature basse, quelle termiche a lupetto sono particolarmente indicate con temperature prossime o inferiori allo zero. Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Polo

Maglia solitamente di medio spessore, media elasticità e poco aderente, con zip sternale e colletto alato, maniche mezze ma più tipicamente (nell’abbigliamento sportivo) lunghe, estremità inferiore larga quindi adatta ad essere portata fuori dai (sopra i) pantaloni anziché infilata negli stessi. L’utilizzo può essere identico a quello delle corrispondenti (maniche mezze o lunghe) maglie e la scelta è più che altro una questione di gusti personali, ma, data la limitata aderenza, può tornare utile per sovrapporla a una delle maglie (più comodo che sovrapporre fra loro due maglie: essendo molto aderenti scivolano male e si fatica a togliere quella più esterna) oppure per un utilizzo in giornate con nuvolosità e ventilazione variabile quando la continua alternanza di caldo e freddo costringerebbe a frequenti su è giù di maglie (con la polo è più semplice compensare le variazioni di temperatura e/o ventilazione alzando o abbassando le maniche, aprendo o chiudendo la zip del colletto, infilando o levando la base dai pantaloni, arrotolandola o srotolandola sul busto). Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Manicotti

Trattasi di una copertura per le sole braccia che, unendosi alla maglia a mezze maniche (ma al limite anche quella senza maniche), genera una protezione completa delle braccia. Si utilizzano in quelle situazioni di tempo incerto quando la maglia a maniche lunghe potrebbe servire ma anche no. Utilizzati nell’ambito della corsa e del trail, potrebbero tornare utili anche all’escursionista, in particolare per gli allenamenti corsaioli o nelle escursioni molto lunghe dove risulta utile, se non proprio necessario, ridurre al minimo le fermate. Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Giacca termica

È un capo esterno appositamente studiato per dare protezione dal freddo. È un capo solitamente robusto, più o meno elastico, a gilet (migliore ventilazione e veloce da indossare) o con maniche lunghe (maggiore protezione, minore traspirazione), in genere piuttosto aderente. Utili dettagli possono essere un bel cappuccio magari staccabile, colletto alto che chiude fino sotto il mento, base e polsi con bordino elastico, tasche scaldamani: due tasche ampie quasi verticali con apertura invertita e poste al torace (a braccia conserte le mani infilate in tasca vengono a trovarsi sotto le ascelle usufruendo del relativo effetto riscaldante).

Giacca antivento

È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dal vento. È un capo generalmente sottile, più o meno elastico, a gilet (piegato occupa pochissimo spazio, ha una migliore ventilazione, è veloce da indossare ma offre una limitata protezione) o con maniche lunghe (maggiore protezione, minore traspirazione), in genere piuttosto aderente. Utili dettagli possono essere colletto alto che chiude fino sotto il mento, polsi con bordino elastico, cordino di regolazione in vita o alla base della giacca (o ambedue), taschino che si trasforma in contenitore per la giacca stessa.

Giacca antipioggia

IMG_9714È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dalla pioggia. È un capo più o meno sottile, solitamente non elastico e poco aderente, con maniche lunghe e ampio cappuccio. Zone in tessuto traspirante o finestrelle sotto le ascelle possono essere presenti per dare una maggiore traspirabilità ad un capo che, per le sue caratteristiche, è forzatamente poco traspirante (per quanto ne possa dire la pubblicità). I modelli più protettivi hanno cuciture e cerniere stagne; importante controllare il livello di tenuta alla pressione d’acqua che dev’essere come minimo pari a quattromila millimetri, ottomila se volete un capo che possa proteggervi a lungo anche in caso di pioggia battente continua o forti temporali. Utili dettagli possono essere una piccola visiera sul cappuccio (ma la si può sostituire egregiamente con un cappellino da pioggia), colletto alto che chiude fino sotto il naso, doppia regolazione del cappuccio (lunghezza e larghezza), cappuccio e polsi con bordino elastico, zona trasparente in corrispondenza dell’orologio (per poterlo leggere senza sollevare la manica), cordino di regolazione in vita o alla base della giacca (o ambedue). Fate attenzione ai modelli con spalmatura interna: scivolano male sulla pelle bagnata (non sempre ci si premura di calzare la giacca alle prime gocce d’acqua).

Parte bassa

Mutande / Slip

Ne esistono in varie versioni, da quelle minimaliste a quelle a gambaletto che si avvicinano alla forma dei boxer, tutte comunque molto aderenti e avvolgenti. Essenzialmente servono a isolare i genitali al fine di evitarne irritazioni dovute al loro sfregamento contro il rigido tessuto dei pantaloni; nei maschi servono anche mantenere fermi il pene e lo scroto, impedendo lo sbattimento e sfregamento ripetuto di quest’ultimo contro l’inguine cosa che, in particolare quando il caldo provoca una forte sudorazione e, quindi, un maggiore attrito (il sudore fa da leggero collante), può provocare dolori anche piuttosto forti. Secondo una comune opinione avrebbero anche una funzione igienica, ma recenti studi dimostrano che, almeno in certe condizioni (caldo umido, sudorazione abbondate, persistenza in condizione di umidità), possono favorire la proliferazione di muffe e batteri risultando, così, più dannose che utili. Per esperienza personale mi sento di poter suggerire, quantomeno a livello sportivo, di lasciare massimo respiro ai genitali facendo a meno di questo indumento: i detti problemi irritativi si possono evitare con una scelta attenta dei pantaloni (morbidi, aderenti e privi di cucitura sul cavallo, in pratica i migliori leggins da corsa) e/o con apposite creme antisfregamento; alcuni pantaloni da corsa, in particolare i pantaloncini corti, integrano delle mutandine leggerissime e molto traspiranti: soluzione intermedia certamente preferibile alla mutanda ma altrettanto indubbiamente meno efficiente del nulla assoluto.

Calzamaglia

Un collant in tessuto termico, tipicamente sono composti da mutanda, gambaletto e piede, ma ci sono modelli senza piede (a mio parere preferibili in ambito sportivo), eventualmente con un passante da infilare sul piede per impedire alla gamba di scivolare verso l’alto. Nella scelta è importante che sia aderentissima, sia per non dare fastidio che per meglio proteggere le gambe; se non si usano le mutande fare attenzione alla cucitura: se passa sotto il cavallo potrebbe provocare irritazioni allo scroto. Utile più che altro in inverno, ma comunque non indispensabile.

Pantaloncini

IMG_9700Pantaloni corti, prodotti in diverse lunghezze (da poco sotto l’inguine a metà coscia), con o senza mutandina integrata, molto comodi quelli da trail che hanno diverse tasche. I modelli a gamba larga si possono infilare/levare senza dover togliere le scarpe e garantiscono la migliore traspirazione, però tendono a impigliarsi facilmente in rami e rovi; i modelli aderenti, che danno anche una certa protezione termica, non s’impigliano nella vegetazione ma complicano un poco la vestizione specie se fatta in ambiente dove il terreno irregolare e magari scivoloso rendono più instabile l’equilibrio; gli aderentissimi modelli compressivi sono più scomodi da calzare o scalzare dato che è necessario togliersi le scarpe. Per le donne esistono anche nel modello con gonnellina sovrapposta. La scelta di questo capo non ha particolari difficoltà, basta che sia della misura giusta; per i modelli aderenti se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare, i documenti e le chiavi dell’auto).

Corsari

Aderentissimi pantaloni da corsa che arrivano fin poco sotto il ginocchio, con o senza mutandina integrata. Sempre elasticizzati e aderenti, esistono anche in versione compressiva. La scelta di questo capo non ha particolari difficoltà, basta che sia della misura giusta; se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare e le chiavi dell’auto).

Leggins

Aderentissimi pantaloni da corsa lunghi fino alla caviglia, con o senza mutandina integrata, specifici per la corsa ma interessanti anche per il cammino: l’aderenza alla caviglia riduce a zero la possibilità che la stessa s’impigli in pietre o rami. Molti modelli hanno una cerniera alla caviglia che permette di trasformarli in corsari (aprire la cerniere, rivoltare verso l’alto la caviglia, raccogliere la gamba del pantalone sotto il ginocchio e infilare le due ali della caviglia sotto la parte rivoltata) facilita la vestizione e la svestizione, se è sufficientemente lunga potrebbe anche evitare la necessità di togliere le scarpe. La scelta di questo capo richiede qualche attenzione, specie per i modelli compressivi piuttosto complessi da indossare e la cui variazione di taglia non è solo in funzione dell’altezza ma anche del peso o/e del girocoscia; se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare e le chiavi dell’auto)

Pantalone running

0548_ph. carla cinelli_edPantaloni da corsa lunghi fino alla caviglia dal taglio stretto ma non aderente, in pratica sono molto simili ai classici pantaloni da ginnastica. Utili dettagli sono il tessuto elastico, una regolazione a vita con nastrino piatto, due comode tasche laterali inclinate con cerniera di chiusura, la possibilità di indossarli e levarli senza togliere le scarpe. Ottima alternativa ai classici pantaloni da escursionismo (vedi sotto), innanzitutto perché la caviglia più aderente riduce il rischio d’inciampo, poi per l’elasticità del tessuto che lascia maggiore libertà di movimento, infine perché essendo più morbidi e confortevoli si possono agevolmente utilizzare senza mutande.

Pantalone escursionistico classico

Il tipico pantalone da montagna con un taglio similare a quello dei normali pantaloni che si usano nella vita quotidiana. Generalmente in tessuto semirigido per offrire robustezza e durabilità anche a fronte di un utilizzo intenso a contatto con rocce e altri elementi abrasivi. La dotazione di accessori è alquanto vasta e diversificata: tutti hanno tasche laterali inclinate per le mani e almeno una tasca posteriore; molti hanno anche uno o due grandi tasconi posti lateralmente alla coscia; molti hanno rinforzi sui glutei, alle ginocchia e alla caviglia (i punti più soggetti allo sfregamento); alcuni hanno una minighetta integrata sul fondo del pantalone e risultano particolarmente utili per chi affronta spesso ghiaioni e terreno innevato; i modelli migliori hanno le ginocchia preformate in modo da non limitare l’articolabilità. Nella scelta evitare quelli con la caviglia molto larga in quanto tenderebbero facilmente a impigliarsi in pietre e radici.

Gambali

Trattasi di una calza senza piede, in pratica una copertura per i soli polpacci che, unendosi ai corsari (ma al limite anche ai pantaloncini corti), genera una protezione completa delle gambe. Nell’ambito della corsa si trovano soprattutto i modelli compressivi che, stando ai produttori, favorirebbero la riossigenazione dei muscoli consentendo la massima prestazione per un tempo più lungo. Se questa funzione è messa da qualcuno in dubbio, certo resta valida quella protettiva, ma alla fine è forse comunque più comoda una calza lunga: ad ognuno l’ardua sentenza e la scelta.

Sovrapantalone da pioggia

È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dalla pioggia. È un capo solitamente robusto, anelastico, con lunghe cerniere sui due fianchi onde consentirne la vestizione e la svestizione senza bisogno di togliere le scarpe. Dettagli importanti sono l’adeguata lunghezza (deve adagiarsi abbondantemente sulla scarpa (anche su quella bassa), la regolazione in vita e alla caviglia, i rinforzi sull’interno caviglia, i fissaggi agli estremi delle cerniere (evitano la loro apertura accidentale). Altri utili particolari l’elastico in vita, le ginocchia preformate (consentono una maggiore libertà di movimento), gli stringhini ai cursori delle cerniere (permettono una presa migliore anche con le mani irrigidite dal freddo e dalla pioggia), il fissaggio per i tiretti delle cerniere (ne previene la rottura), i passanti per i laccioli sottoscarpa, la tasca in vita con funzione stow pocket (capovolgendola vi si infila l’intero pantalone diminuendone l’ingombro), il doppio cursore per la stow pockett (permette di chiuderla una volta riempita) e i passanti per agganciarla in cintura (ne facilitano il trasporto quando si esce senza zaino). I modelli più protettivi hanno cuciture e cerniere stagne; importante controllare il livello di tenuta alla pressione d’acqua che dev’essere come minimo pari a quattromila millimetri, ottomila se volete un capo che possa proteggervi a lungo anche in caso di pioggia battente continua o forti temporali. Fate attenzione ai modelli con spalmatura interna: scivolano male sulla pelle bagnata (non sempre ci si premura di calzare la giacca alle prime gocce d’acqua).

Estremità

Visiera

In pratica è un cappello senza cupola. Ideale nelle stagioni intermedie quando l’insolazione non è molto forte ma il sole potrebbe comunque dare fastidio alla visione. Utile anche sotto il cappuccio della giacca da pioggia al fine di evitare l’acqua negli occhi o, peggio, sugli occhiali. La visiera dev’essere rigida e ampia, sia lateralmente che in estensione frontale. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido.

Cappellino da sole

Serve a proteggersi dall’insolazione, anche se vengono più spesso prodotti di colore scuro va assolutamente scelto di colore chiaro, meglio ancora bianco. La visiera dev’essere rigida e ampia, sia lateralmente che in estensione frontale. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido. Nell’ambito della corsa ne vengono fatti alcuni che si possono ripiegare completamente: molto comodi per le uscite brevi, senza zaino o con il solo marsupio. Utile anche in assenza di sole per evitare abrasioni al capo nel percorrere, magari di corsa, sentieri stretti o poco frequentati dove può essere facile andare a sbattere o strisciare contro rami pendenti e magari spinosi.

Cappellino da pioggia

Simile al cappellino da sole ma perfettamente impermeabile. Particolarmente utile quando si affronta la pioggia senza indossare la specifica giacca, ma comunque utile anche sotto il cappuccio di detta giacca al fine di evitare l’acqua negli occhi o, peggio, sugli occhiali. L’ampiezza della visiera, laterale e frontale, è fondamentale, come pure una perfetta calzabilità. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido.

Cappello da sole / pioggia

Copricapo meno avvolgente del cappellino e dotato di larga tesa che gli gira tutt’attorno. Alcuni dispongono di un cordoncino che li trattiene al capo evitando che volino via per effetto del vento; comodo anche per tenerlo appeso al collo quando lo si desidera togliere momentaneamente dalla testa. Stesso utilizzo del corrispondente cappellino, la scelta è puramente soggettiva, di certo correndo è meglio usare il cappellino.

Fascia frontale

Leggera fascia elastica che si calza sulla testa e copre la fronte. Utile a evitare che il sudore coli negli occhi facendoli bruciare. Assicurarsi che calzi alla perfezione: una fascia che scivola sugli occhi diviene subito fastidiosa.

Bandana

Foulard da allacciare, con un nodo, attorno alla testa. Alternativo alla fascia frontale rispetto alla quale si adatta sicuramente a qualsiasi testa.

Fascia paraorecchie

Fascia frontale elastica e più o meno spessa con caratteristiche termiche, due ali scendono a coprire le orecchie. Utile nelle stagioni intermedie, quando la temperatura potrebbe già infastidire le orecchie, ma una copertura totale della testa provocherebbe una sudorazione eccessiva. Assicurarsi che calzi alla perfezione: una fascia che scivola sugli occhi diviene subito fastidiosa.

Cupolotto

Un berretto di tessuto elastico che avvolge perfettamente la testa restandone ben aderente anche nella parte superiore. Si utilizza per le giornate fredde. Molto comodo per chi corre, ma pratico anche per chi cammina: è la mia protezione preferita per l’inverno. Esistono anche con protezione per le orecchie.

Berretto

Il classico copricapo conico, in tessuto elastico e solitamente spesso, ad utilizzo prettamente invernale o, comunque, per le giornate particolarmente fredde.

Passamontagna

Un copricapo con prolunga verso il basso che permette di ricoprire anche il viso e il collo. In corrispondenza degli occhi una piccola finestrella (o due fori) permette la visione. Utile d’inverno in presenza di forte vento o con temperature estremamente rigide (diversi gradi sotto lo zero), specie se si devono affrontare lunghe soste all’aperto (ad esempio per un bivacco).

Scaldacollo

Una specie di sciarpa formata da una fascia chiusa di tessuto che s’infila dalla testa facendola scorrere fino al collo. Alcuni modelli, grazie ad una cordina di chiusura posta sul lato superiore, sono multifunzione, ovvero si possono utilizzare anche come passamontagna o berretto. Utile a proteggere la gola, notoriamente piuttosto sensibile, in caso di forte freddo e vento.

Guanti

Copertura per le mani. Ne esistono di due tipi: a cinque dita, che consentono una migliore manipolazione degli oggetti, o a manopola, che danno una migliore protezione alle dita. Tra quelli a cinque dita se ne trovano alcuni che integrano una copertura a manopola rendendoli molto versatili e comodi. Tra quelli a manopola ce ne sono alcuni che hanno un taglio alla base delle dita per permetterne l’estrazione al fine di consentire la manipolazione di oggetti, con questi è consigliabile l’utilizzo dei sottoguanti (vedi sotto). Fare attenzione che calzino alla perfezione, in particolare, per quelli a cinque dita, verificare che scivolino bene sulle dita (possibilmente sarebbe utile provarli a mani umide, quando faticano a scivolare), che arrivino fino in fondo alle stesse e che non resti troppo spazio in punta. Utile dettaglio la possibilità di operare sullo schermo touch del cellulare.

Sottoguanti

Molto leggeri e sottili, sempre a cinque dita. Tipicamente si calzano sotto i guanti, in particolare quelli a manopola, vuoi per incrementare la protezione dal freddo vuoi per non gelarsi le mani qualora si debbano togliere i guanti, ma si possono utilizzare anche da soli quando i guanti risultano eccessivi ma senza una copertura le mani tendono comunque a raffreddarsi in modo doloroso o quantomeno fastidioso. Fare attenzione che calzino alla perfezione, in particolare verificare che scivolino bene sulle dita, che arrivino fino in fondo alle stesse e che non resti spazio in punta.

Calze

IMG_9706Sia nella versione estiva, più leggera, che in quella invernale, più pesante, ne esistono di diverse tipologie, dalle invisibili che non escono nemmeno dalla scarpa (poco indicate all’uso in montagna dato che lasciano entrare facilmente i detriti) al gambaletto che arriva fin quasi sotto il ginocchio (attenzione che non tenda a scivolare verso il basso rendendolo di fatto inutile, ma che, nel contempo, non risulti troppo stretto a livello del suo collarino, lo abbassereste voi per il fastidio), la scelta è un fatto personale. Ci sono anche modelli compressivi, in merito ai quali valgono gli appunti già fatti per i gambali. Utili dettagli sono la presenza di zone differenziate in spessore e trama (proteggono dall’abrasione i punti più sollecitati mantenendo alta la traspirabilità del capo) e l’asimmetria (adattandosi meglio alla conformazione del piede, specie in punta, riduce la possibilità di fastidiose pieghe).

Utilizzo dei capi

Come utilizzare tutti questi capi e questi strati? Come sceglierli? Come combinarli?

La regola base fa riferimento alla temperatura percepita, che può essere ben diversa da quella effettiva: maggiore in presenza di forte insolazione, minore in presenza di vento; anche molto maggiore (dieci gradi) in movimento, identica o minore da fermi. Ovviamente ognuno ha una sua specifica sensibilità al freddo e al caldo, pertanto le indicazioni che seguono vanno intese come medie, ognuno le dovrà adattarle a sé stesso.

  • IMG_0692Sopra i ventidue gradi centigradi è fuori di dubbio che, contrariamente agli opportunistici consigli dati dalle case che producono l’abbigliamento da montagna nonché a quelli riportati nella stragrande maggioranza dei tanti condizionati articoli redatti da alpinisti ed escursionisti, la soluzione ideale è la nudità. Nel prossimo articolo della serie parlerò specificatamente del cammino a nudo, per ora mi limito a segnalare l’esistenza di varie evidenze scientifiche e vi incito a provare per credere: tutti coloro che l’hanno fatto ve lo possono confermare, ma l’esperienza personale è pur sempre la miglior cosa. Per chi preferisse comunque tenersi addosso qualcosa la scelta migliore è nei capi più minuti (canotte e pantaloncini) dello strato interno, meglio se da trail (più traspiranti e leggeri rispetto a quelli da escursionismo). A queste temperature pioggia e vento non danno fastidio o risultano addirittura gradevoli per cui non è indispensabile indossare le relative protezioni (comunque da avere nello zaino).
  • IMG_2091Tra i sedici e i ventuno gradi centigradi potremmo sentirci più a nostro agio termico indossando qualcosa quantomeno sulla parte alta: maglia  senza maniche o a mezze maniche e pantaloncini sono la scelta ideale, i più freddolosi possono aggiungere la polo e i corsari. In questa situazione pioggia e vento possono risultare fastidiosi per cui potremmo dover indossare il relativo capo d’abbigliamento.
  • Tra i dieci e i quindici gradi centigradi dovremo coprirci per intero: maglia a maniche lunghe, pantalone lungo leggero (legigns, running, classico secondo propria preferenza), polo e, a seconda delle previsioni, i necessari gusci esterni: vento o pioggia.
  • Da tre a nove gradi centigradi l’abbigliamento tecnico da trail o da montagna in tutti i suoi strati diventa dotazione sempre obbligatoria; eventualmente potrebbe far comodo la maglia nella sua versione termica (o una doppia maglia normale) e il pantalone pesante.
  • Sotto i tre gradi centigradi indosseremo tutti gli strati nelle relative versioni termiche.

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Nell’allestire lo zaino tenete pur sempre conto che:

  • anche se preferite la nudità, nello zaino dev’esserci sempre la minima dotazione necessaria: maglia, pantalone, polo, giacca antivento o, secondo previsioni, da pioggia;
  • le previsioni meteorologiche sono, per l’appunto, previsioni e non certezze, sempre e comunque;
  • le previsioni meteorologiche sono indicazioni di massima spesso riferite alle località di valle, in montagna le condizioni potrebbero risultare ben diverse, talvolta in meglio (più volte m’è capitato di partire da casa sotto la pioggia e poi trovarmi a camminare con il sole) altre volte in peggio;
  • la situazione può repentinamente cambiare, anche più volte, nel corso della giornata (ad esempio è tipica, specie per le montagne costiere o prospicenti grossi bacini lacuali, la formazione di nuvole temporalesche attorno al mezzogiorno);
  • anche in estate le temperature possono comunque scendere di molto, vuoi per la formazione di nuvole che oscurano il sole, vuoi per un temporale, vuoi per l’approssimarsi della sera;
  • in inverno nelle belle giornate potreste facilmente incontrare l’effetto dell’inversione termica, ovvero trovare in montagna temperature ben maggiori di quelle presenti in pianura;
  • la copertura nevosa riflettendo i raggi del sole provoca un innalzamento della temperatura percepita.

    Continua in…  Abbigliamento: integrazione


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

#TappaUnica3V farsi male con e per niente


Proprio per niente magari no visto che il mio obiettivo tutto sommato, vuoi per motivazioni personali, vuoi per i suoi contenuti sociali, non è irrilevante, di sicuro con niente visto che ho solo fatto quello che già stavo facendo da tempo: correre. Ma partiamo dall’inizio.

Come ho già scritto quest’anno ho adottato un processo di preparazione decisamente più complesso di quelli adottati in precedenza: non mi limito a camminare e macinare chilometri, ma faccio anche tanta ginnastica e… corro, corro, corro, sia nelle uscite in ambiente che su strada. Il tutto, ovviamente, sebbene non abbia un personal trainer, è fatto con opportuna dovizia: mi sono divorato pagine e pagine di documenti e articoli in materia di allenamento sportivo e corsa, ricavandone tutti i possibili suggerimenti, tutte le più specifiche indicazioni e anche qualche bella, semplice e chiara tabella (chissà mai perché si fa fatica a trovarle e quando le trovi per lo più sono estremamente complesse e, magari, anche poco chiare; comprendo che non sia facile fare tabelle adatte a tutti, comprendo che l’argomento sia delicato, comprendo anche che chi lavora nel campo voglia garantirsi il mantenimento delle possibilità di lavoro, ma alla fine è proprio facendosi conoscere attraverso la pubblicazione di materiale chiaro e fruibile che ci si fa buona pubblicità, fitness insegna). Una delle tabelle trovate riguarda proprio chi vuole iniziare a correre e promette di portarlo senza danni a correre i dieci chilometri (in pano e su asfalto) in un’ora, esattamente quello che volevo e così l’ho adottata e la stavo seguendo meticolosamente con ottimi risultati, sia nel senso della progressione atletica, sia in quello dell’assenza di infortuni e dolori. Stavo? Si stavo, perché ad un certo punto, proprio quando, essendo arrivato agli ultimi livelli della tabella, le uscite su strada diventavano più lunghe e pesanti, gli impegni di lavoro e personali hanno interrotto gli allenamenti e sono riuscito a portarli avanti solo a intermittenza: invece di quattro sedute settimanali, ne potevo fare una sola, massimo due distanziate fra loro.

Stanno arrivando le vacanze di Natale, non dovendo più andare a scuola, nonostante avrò comunque tante cose da fare, riuscirò a trovare il tempo per uscire a correre ogni giorno. Mercoledì 20 ripeto, dopo una settimana di pausa (dalla corsa su strada, perché gli allenamenti in montagna del fine settimana continuano con costanza), il livello otto che prevede cinque minuti di cammino, trentacinque di corsa, cinque di cammino e altri quindici di corsa. È un livello che, sebbene non in continuità, ho già corso varie volte e lo mantengo senza problemi, con una velocità che varia da otto a quasi undici chilometri all’ora (mi scuso con i veri corridori, ma io non mi ci trovo a usare i minuti a chilometro) per una media finale più vicina ai nove che agli otto chilometri all’ora: “ottimo, alla prossima uscita passo al livello nove”. Così faccio, il 23 imposto l’app sul cellulare in modo che mi dia la tempistica per il livello nove: cinque minuti di cammino, quarantacinque di corsa, cinque di cammino e altri quindici di corsa. Avendo recentemente trovato un articolo che suggerisce, per non farsi male, una frequenza minima del passo di centottanta passi al minuto, ho scaricato un pedometro (ricerca impegnativa visto che nessuno da direttamente la frequenza e pochi appaiono chiari e di facile gestione) e avvio anche questo. Partenza, come sempre mi concentro sulla postura, ovvero sul sentirmi leggermente sbilanciato in avanti al fine di lavorare più sull’avampiede (cosa questa suggerita da tutti gli articoli sulla corsa), oggi esasperandola un poco, e sulla respirazione (ho adottato il metodo asimmetrico, inspirazione più lunga dell’espirazione e quest’ultima che inizia ogni volta in coincidenza con l’appoggio di un piede diverso, suggerito da un grande campione della corsa, metodo che dovrebbe ridurre l’incidenza degli infortuni, di certo ha il vantaggio di migliorare la respirazione stessa), stavolta aggiungo anche l’attenzione alla frequenza del passo che aumento sensibilmente al valore che ad un calcolo empirico (conto a mente i secondi facendo attenzione agli appoggi e verifico che sono sicuramente tre per ogni secondo) sembra essere vicina a quella cercata. Completo la seduta con grande soddisfazione: nessun dolore, ottime sensazioni e… velocità più alta del solito, sia nella punta massima arrivata a quasi dodici chilometri all’ora, sia nella media che sale a nove e trenta. Purtroppo il pedometro segna zero e non posso calcolare e verificare la frequenza del passo, do per scontato che le mie valutazioni empiriche fossero corrette.

Giorno successivo, ho installato un altro pedometro e riparto per una nuova uscita del livello nove. Mantengo la stessa frequenza del giorno precedente e la stessa inclinazione avanti del corpo. Dopo una quindicina di minuti in cui tutto gira al meglio, ecco che le gambe iniziano a farsi dure, beh, mi dico, sarà un poco di stanchezza dovuta al ritmo sostenuto di ieri, rallento proprio di poco e procedo. Qualche minuto e le gambe riprendono a girare come si deve, il ritmo torna ad alzarsi. Altri quindici minuti ed ecco che appare una sensazione di tensione alla base del tendine di Achille del piede destro, è proprio leggera e la ignoro. Anche questo fastidio poco dopo svanisce, in compenso ne appare uno decisamente più intenso alla parte superiore esterna della gamba destra, è un dolore che già conosco e so svanire velocemente per cui procedo oltre senza apportare particolari variazioni alla mia corsa. Anche stavolta svanisce ma ci mette più tempo del solito, molto di più, comunque svanisce. Arrivo al punto di inversione e prendo la via del ritorno. Mi avvicino al termine della fase corsaiola e… zacchete, una fitta sotto il tallone, secca ma non forte, percepibile ma non a tal punto da provocarmi alterazioni nel passo, rimane solo un leggero fastidio ad ogni appoggio, rallento un poco e procedo. Nella fase di cammino il fastidio sotto il tallone scompare e posso concludere la seduta senza ulteriori problemi. Dai, tutto sommato non è andata male ho corso quasi allo stesso ritmo di ieri. Le ultime parole famose! Rientrato in casa mi spoglio e mi dedico allo stretching che sempre segue queste mie sedute di allenamento: allungamento dei muscoli posteriori della gamba, poi passo a quelli del polpaccio e… rizacchette, di nuovo il dolore al tendine d’Achille, allento la tensione leggermente poi rispingo avanti, il dolore si attenua spostandosi lateralmente verso e sotto il malleolo, come se avessi preso una storta, ma non ne ho prese, boh! Con una preoccupazione crescente visto che il dolore non solo non scompare ma si estende a buona parte del piede esterno, concludo lo stretching e faccio la doccia, per tutta la giornata dovrò fare i conti con il dolore, non fortissimo, anzi, per quelli che sono i miei parametri, potrei dire leggero, comunque dolore e pertanto, anche perché riprende pure sotto il tallone, la preoccupazione permane e cresce.

La sera applico sulla zona dolorante e l’intera gamba destra adeguate pomate a base d’arnica e specifiche per il recupero, la notte mi sveglio con fitte alle ginocchia (cacchio c’entrano con le caviglie?) che però si calmano in pochi minuti e posso riprendere il sonno, la mattina le ginocchia appaiono a posto e pure la caviglia sembra in sistemazione, comunque oggi niente corsa, solo applicazione delle pomate all’arnica, ginnastica e lavoro con pallina e tavola oscillante. Nel frattempo ragiono sulla situazione: rammento di essermi storto la caviglia destra in occasione di uno degli ultimi allenamenti in montagna, ma non avevo avuto dolore ne immediato ne a seguire, forse aveva comunque lasciato dei segni che si sono ora risvegliati; forse l’essermi inclinato avanti più del solito ha messo in tensione i legamenti della caviglia che, seppure allenati, sono di certo induriti dall’età; forse la frequenza del passo era troppo alta e l’aumento degli urti tra tallone e suolo ha portato alle recrudescenza di un mio vecchio problema al tallone destro che, sollecitato dal dover stare a lungo in piedi, ogni tanto mi duole; forse a seguito del dolore al tallone ho inavvertitamente messo in tensione il piede e adottato una rullata molto diversa dal mio solito; forse le scarpe che ho adottato per la corsa su strada sono poco ammortizzate in relazione al mio peso.

Natale, oggi le circostanze mi creano una giornata parzialmente solitaria, nel primo pomeriggio devo essere a Brescia in ospedale per fare compagnia ad un parente ricoverato per cui ne approfitto per testarmi e testare i tempi sulla prima salita del sentiero 3V: da Brescia alla Maddalena. Dati i problemi riscontrati nei giorni precedenti ho programmato di procedere solo camminando e così faccio per tutta la salita, salita che riesco comunque a fare in tempo record: un’ora e tre minuti, ben venticinque minuti in meno della mia precedente salita più veloce. Procedendo lungo il crinale sommitale il vento gelido che scende dalla Val Trompia mi tormenta, comunque procedo e arrivo alla Costa di Monte Denno dove, nel breve passaggio sul lato San Gallo, trovo una temperatura assolutamente gradevole e approfitto di un praticello al sole per decretare la sosta; “dopotutto è Natale”. Distendo sull’erba la giacca, mi spoglio completamente, seduto mangio un paio di mandarini e qualche pezzetto di panettone, bevo mezza soluzione di aminoacidi e poi mi distendo al sole, godendomi la solitudine, la nudità e il tepore che la nuda belle riesce a recepire a pieno.

Un’oretta dopo è ora di ripartire, mi rivesto, sistemo lo zaino e via verso la discesa. I primi metri sono in salita e le gambe legnose per la lunga sosta spingono male, ma giunto in cresta inizia una lieve discesa che le scioglie e velocemente arrivo all’ex rifugio Maddalena. Inizia la discesa, ripida e tormentata da alte radici, la caviglia e il tallone mi preoccupano e, invece, tacciono completamente; le sensazioni si fanno buone inducendomi a provare qualche passo di corsa: “grandioso, posso correre!” Allora via, felicemente di corsa fino al Grillo. Alternando corsa e cammino risalgo un poco fino alla vecchia stazione a monte della funivia, qui parte il sentiero che, costantemente ripido, scende alla Margherita. Con un residuo di titubanza riprendo la corsa, la traccia è scavata dal passaggio delle biciclette dei discesisti e questo incrementa le sollecitazioni sul piede, ma tutto continua a funzionare al meglio e anche quando il sentiero diventa una vera e propria pista da Down Hill posso continuare a correre seppure mantenendomi entro limiti di prudenza. Senza interrompere la corsa, nemmeno quando il terreno si fa fangoso ed estremamente scivoloso, arrivo alla sterrata della Margherita che, alternando cammino e corsa, mi riporta al Gottardo da dove, per asfalto, scendo in cauta leggera corsa fino ai Medaglioni. Imbocco la vecchissima mulattiera di accesso a questa località: una lunga scalinata che porta alla base del monte, dove pervengo senza problemi e con grande soddisfazione per la veloce ripresa.

Prudenzialmente non esco a correre per altri tre giorni limitandomi alle pomate e alla ginnastica (che intensifico nelle sue parti dedicate alla protezione delle articolazioni), poi riprovo il duro asfalto e il pesante livello nove della mia tabella di allenamento. Mantengo un ritmo sensibilmente più basso, quegli otto chilometri all’ora che mi hanno sempre permesso di correre senza problemi, riduco la frequenza del passo ai livelli soliti, evito di estremizzare l’inclinazione in avanti del corpo pur concentrandomi su un appoggio di avampiede che, d’altronde, mi risulta spontaneo e tutto va alla grande: nessun dolore, gambe perfette, sensazioni stupende: “bene, per colpa della foga e dell’entusiasmo mi sono fatto stupidamente male, ma poi ho saputo gestirmi al meglio e recuperare in tempi ridotti, mettiamo nel paiolo anche questo insegnamento e, con maggiore attenzione, procediamo verso la meta finale”.

La zona dolente

Ora sono appena tornato da un’altra uscita del livello nove e ho dovuto subito mettere in atto i nuovi propositi: dopo una decina di minuti di corsa il tallone ha dato fastidio ma, curando la morbidezza dell’appoggio, il tutto si è risolto alla svelta e il fastidio non è più ricomparso; le fitte alle ginocchia si sono si fatte sentire nei primi venti minuti ma è questione per me ormai abituale e finché resta nei soliti limiti non mi preoccupo; purtroppo non solo si è rifatto vivo il problema alla gamba, ma stavolta ha prodotto anche delle fitte, non forti ma comunque oltre quello che si può considerare fastidio e, pertanto, per ben tre volte (quasi alla fine del secondo intervallo, a metà e poco prima della fine del quarto) sono passato anzitempo dalla corsa al cammino, anche se solo per una trentina di secondi. Non posso riprodurre in alcun modo queste fitte, al tocco la zona non produce dolore e nemmeno con lo stretching, solo in assenza di altri pensieri avverto un lieve costante fastidio, come di tensione e gonfiore (ambedue però assenti), quasi avessi preso una botta (che non ho preso), “boh, devo preoccuparmi?” Si, sono preoccupato!

 

A questo punto, checché ne dicano quelli del sito Albanesi.it (“chiunque può correre i dieci chilometri in un’ora”), rifacendomi a quanto letto altrove (“esiste un limite fisiologico, legato all’età e alla storia articolare e muscolare, oltre il quale non è possibile andare senza infortunarsi: a sessant’anni non è possibile correre come e quanto a venti”), rammentando i miei diversi infortuni alle ginocchia (i cui dolori m’avevano, una quindicina d’anni addietro, indotto ad abbandonare la montagna) e ripensando all’esito degli esami radiologici eseguiti la scorsa primavera al ginocchio destro (radiografia: “Note gonartrosiche diffuse. Presenza di una formazione esostosica sul profilo posteriore… e di un’altra immagine esofittica… laterale” – risonanza magnetica: “… si riconoscono due formazioni esostosiche… Modesta componente versamento sinoviale… Il menisco mediale, lievemente assottigliato in sede centrale, presenta sfumata iperintensità… in relazione ad evoluto quadro di meniscosi…. Modesto edema in corrispondenza della borsa della zampa d’oca… Alcune pliche ispessite ed ipertrofiche… in relazione a fenomeni sinovitici) ipotizzo d’aver raggiunto, e forse superato, il mio attuale limite fisiologico e, per non mettere a rischio il giro finale di TappaUnica3V, intanto mi impongo qualche altro giorno di pausa dalla corsa su strada (che appare essere l’unica a crearmi problemi), poi, rinviando a data da destinarsi l’obiettivo dei dieci chilometri in un’ora, ripartirò dal livello sette (che nemmeno ripetendolo più giorni consecutivi mi aveva creato problemi) per procedere, se necessario, alternando ad ogni uscita un giorno di sola ginnastica: tutto sommato le prestazioni a cui sono arrivato sono nettamente migliori di quelle che avessi mai raggiunto (anche se devo dire che mai mi sono allenato in modo specifico e metodico) e posso ritenerle più che sufficienti per TappaUnica3V, devo solo lavorare sui quadricipiti (per i quali la corsa in piano non serve a niente mentre servono le scalinate, e ne ho individuate due bellissime) e sul mantenimento della forma.

Già, come leggevo recentemente in un articolo sulla corsa, pur facendo distinzione tra cosa è adattamento e cosa è patologia, mai correre sul dolore: ci vuole poco, molto poco, praticamente niente a farsi del male e poi recuperare, ammesso di riuscirci a pieno, può essere problematico!

Camminare in montagna – Tecnica della corsa


Prosegue da… Tecnica del cammino


Come ho già più volte indicato questi articoli fanno riferimento a un soggetto che, nell’ambito delle sue uscite in montagna, prende talvolta in considerazione la corsa, quantomeno la utilizza negli allenamenti per ottimizzarli, ecco quindi giustificato questa puntata della serie “Camminare in montagna”. Data la mia breve esperienza di corsa mi limito a riportare quelle osservazioni che ho ereditato e verificato o personalmente elaborato durante i mei allenamenti e che si si differenziano da quelli già dati per il cammino nella puntata specifica, che consiglio di leggere, se ancora non l’avete fatto, prima di proseguire. Gli aspetti più tecnici della corsa li devo invece lasciare ai documenti che riporto a piè di pagina nella sessione “Sitografia e approfondimenti”.

Postura

          Al fine di evitare i tipici infortuni del corridore (dolori e tendiniti varie agli arti inferiori, alle ginocchia e alla schiena), pur restando assolutamente valide tutte le indicazioni di base già date, nel caso della corsa dobbiamo aggiungere una sensibile e costante inclinazione in avanti del corpo, inclinazione che deve partire dalle caviglie coinvolgendo anche e spalle in modo da mantenere la linearità del corpo.

Uso dei piedi

–          Le punte dei piedi non devono mai trovarsi più avanzata delle anche. Si ottiene con la già citata inclinazione in avanti del corpo e con una riduzione della lunghezza del passo.

–          Sostanzialmente valido anche per il cammino, diviene ancor più importante per la corsa dove la frequenza (passi al minuto) sale notevolmente: il lavoro che devono produrre le nostre gambe è dato dalla forza necessaria a sollevarle per lo spostamento dalle stesse attuato, dato che non sempre possiamo operare sulla riduzione del peso delle scarpe (vorrebbe dire sostituirle e, comunque, resta pur sempre un peso da sollevare), ne consegue che dobbiamo limitare al minimo indispensabile l’alzata del piede da terra.

–          In salita andremo a lavorare solo di avampiede molto prima di quanto siamo costretti a fare camminando.

Pronazione e rullata

–          Sulla pronazione ben poco possiamo fare per modificarla, possiamo solo adottare le calzature più adeguate, non sempre esistenti (non tutte le marche fanno in tal caso differenza, anche perché secondo alcune teorie sembrerebbe che su terreno sconnesso tutti si avvicinino alla pronazione corretta) per la corsa in montagna ma di sicuro reperibili per la corsa su asfalto e sterrato (che dovremo necessariamente fare per gli allenamenti, come vedremo più avanti), anche se sono già presenti sul mercato scarpe in grado di adattarsi autonomamente ad ogni tipo di pronazione.

–          Per la rullata, al fine di evitarci dolori e infortuni, dobbiamo avvicinarci il più possibile alla rullata considerata naturale, ovvero quella che avviene partendo da un appoggio di avampiede. Inutile concentrarsi sul piede, riuscireste solo a farvi del male, l’appoggio si modifica spontaneamente e avanza quando incliniamo avanti il corpo, indi, se necessario, mettiamo in atto questa variazione posturale. Possono essere d’aiuto anche le scarpe: minore è il differenziale tra lo spessore posteriore della suola e quello anteriore (drop) e più viene indotto un appoggio di avampiede.

Il passo

–          La sequenza del passo è similare a quella del cammino e mantiene il concetto di spostamento in avanti del baricentro, ma, dal momento che correndo non esiste un momento in cui ambedue i piedi sono a terra, il tutto avviene con più dinamismo e con un maggiore e più esplosivo lavoro di spinta del piede arretrato.

–          Correndo la sequenza sarà necessariamente sempre alternata: piedi sinistro, piede destro, piede sinistro.

–          Per variare la velocità si agisce sulla frequenza, riducendola per rallentare e aumentandola per accelerare.

In salita

–          Non è sempre detto che correndo andiamo più veloci, sulle salite molto ripide (in relazione al nostro allenamento) potrebbe risultare più conveniente camminare.

In discesa

–          Anche alla massima velocità dobbiamo sempre avere il controllo dell’andatura: non lasciamoci trasportare.

–          Le braccia vanno tenute alte e aperte in misura direttamente proporzionale all’inclinazione del terreno e/o alla scabrosità del fondo: aiutano l’equilibrio e stabilizzano il corpo nei cambiamenti di direzione. Personalmente ho notato che tale atteggiamento riduce anche il carico sulle ginocchia, probabilmente perché facilita il mantenimento dell’inclinazione in avanti anche sui passaggi più scabrosi.

–          Sfruttando ogni minimo rilievo del terreno portiamo all’estremo l’utilizzo dell’appoggio laterale: le ginocchia ci ringrazieranno.

–          Incontrando una leggera elevazione del terreno se è minima e secca (poca distanza tra il suo inizio e la sua fine) possiamo saltarla esattamente come faremmo per un sasso, se è più accentuata lasciamo morbide le gambe e, attraverso un loro progressivo piegamento, facciamo in modo che il bacino (baricentro) mantenga la stessa quota, esattamente come fa lo sciatore nel superamento di una gobba, in questo modo risparmiamo lavoro ai quadricipiti che non devono spingere il nostro peso verso l’alto.

–          Nell’ingresso ai tornanti fare attenzione a non appoggiare di tallone nell’istintiva azione di frenaggio, per mantenere il controllo ridurre la lunghezza del passo e/o aumentare la frequenza, per facilitare il netto cambio di direzione proiettare in anticipo il corpo verso l’interno curva, per un passaggio comunque veloce sfruttate al massimo l’esterno curva.

–          Nei salti ripetuti utilizziamo il rimbalzo per mantenere la massima dinamicità: atterraggio su un solo piede con appoggio di avampiede e gamba distesa senza bloccaggio del ginocchio, ammortizzazione con leggera flessione della gamba, estensione della gamba per la spinta sul successivo salto.

–          Se non siamo sicuri di poter mantenere il controllo nell’atterraggio e nella ripetizione del salto (ad esempio un tratto molto esposto, una sequenza di gradoni moto alti, una conformazione del terreno molto complessa, non conoscete il passaggio), meglio effettuare un salto bloccato: atterraggio a due piedi con un’ammortizzazione più accentuata su ambedue le gambe dalla quale si riparte da fermi o quasi.

–          Ricorriamo al salto bloccato anche ogni qual volta riteniamo l’atterraggio su una sola gamba pericoloso per l’equilibrio o l’incolumità della gamba, ad esempio un singolo gradone particolarmente alto o terreno ricoperto da molti piccoli e complessi spuntoni rocciosi.

–          Attenzione alle lame: l’appoggio di avampiede è sempre seguito dall’istintivo abbassamento del tallone a cercare la stabilizzazione dell’appoggio, sulla lama, però, il tallone si abbassa parecchio e ciò potrebbe portare a uno stiramento dei legamenti della caviglia. Se proprio non potete evitare la lama, visto che non parliamo di gara, fate il passaggio camminando.

–          Attenzione anche alle punte: intanto per lo stesso discorso di cui sopra e poi perché, specie con scarpe da trail molto tecniche e minimaliste (suola sottile e morbida), l’appoggio potrebbe risultare molto doloroso.

Il ritmo e la sua gestione

–          Posso solo invitarvi a rileggere con attenzione quanto già detto per il cammino ed estremizzarlo.

Lo sguardo

–          Specie in discesa dove la velocità si fa maggiore, guardare avanti per anticipare adeguatamente gli ostacoli. Personalmente mi trovo molto bene variando frequentemente lo sguardo tra l’avanti lontano (da cinque a dieci metri a seconda dei casi) e l’avanti vicino (tra i tre e i cinque metri). In alcuni casi (passaggi particolarmente complessi, salti bloccati, punti esposti) lo abbasso, ma raramente ai piedi, generalmente lo tengo almeno un metro avanti: sostanzialmente i piedi non li dobbiamo guardare, al massimo vedere con la coda dell’occhio quello più avanti, più in genere solo intuire.

–          Una piccola invasione nell’argomento materiali qui ci vuole. Correndo lungo sentieri immersi nel bosco, specie se molto stretti e poco frequentati, berretto e occhiali vanno sempre indossati: strusciamenti su rami pendenti possono ferirci la testa; sbattere gli occhi contro un ramo o, peggio, un rovo che pende attraverso il sentiero potrebbe essere molto pericoloso oltre che doloroso.

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Corsa in salita

Albanesi – Corsa in montagna

Altra Running – Migliorare la postura nella corsa

Running Italia – Come mantenere la giusta postura durante la corsa

Running Italia – Curare la tecnica di corsa e la postura per migliorare l’efficienza

Running Italia – Il corretto movimento delle braccia durante la corsa

Running Italia – Il piede nella corsa tra postura, ammortizzazione e propulsione

Runner’s World – Non fare il passo più lungo della gamba

Albanesi – Efficienza della corsa

Running Italia – Tecnica di corsa: come correre meglio e con meno fatica

Running Italia – 5 consigli per affrontare la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Tecniche di corsa: appoggio del piede e utilizzo delle braccia

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running: Come si corre in salita

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running – Come si affronta la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running 3 atlete a confronto


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