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Infantilismi alpini


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Viviamo in una società in cui ormai è prassi comune la guerra universale, la lotta tra fazioni di pensiero e di azione è cosa quotidiana, persino per cose tutto sommato di poco rilievo, anzi, è proprio su queste che più le persone si agitano.

Io che da sempre vado d’accordo con chiunque, io che nella mia lunga vita ho avuto una sola persona con cui proprio non riuscivo a legare, io che anche dopo i più acerbi confronti riprendevo il rapporto di normalità nel giro di pochi secondi, io che vedo ogni contradditorio come opportunità di conoscenza e di crescita ecco che negli ultimi vent’anni a seguito della mia scelta di vita mi trovo costantemente immerso in polemiche, in passato mi ci sono trovato coinvolto per altre questioni come la direzione di un’associazione o di una scuola sportiva, negli ultimi mesi osservo un qualcosa che mai avrei immaginato: chi corre in montagna viene più o meno violentemente attaccato da chi in montagna ci cammina.

Corriamo tutti i giorni, è un controsenso correre anche andando in montagna; i runner parlano solo di scarpe e non vedono quello che li circonda; la natura va assaporata lentamente; eccetera. Frasi in buona parte ereditate dalla guerra ai motocrossisti, che dimostrano qaunto alcune persone pare siano soddistfatte solo se se la possono prendere con qualcuno e finita una battaglia devono ineluttabilemnte trovarne un’altra.

Beh, sinceramente potrei rigirare alcune di queste osservazioni verso gli escursionisti, tra i quali mi pregio includermi visto che come corridore sono proprio ai livelli più elementari, potrei raccontare di quanti sono quelli che camminano senza rendersi conto del dove camminano o del dove vanno o di cosa li circonda, di quanti escursionsiti parlano solo di attrezzature e non sanno distinguere una biscia da una vipera, un sentiero umano da una traccia di animali, una nuvola innocqua da quelle temporalesche e via dicendo. Potrei ben fare questo, potrei farlo con oculatezza visti i mei sessant’anni di montagna con quaranta tra accompagnamento e insegnamento, invece… invece mi guardo bene dal farlo (ehm, vabbè, invero l’ho poc’anzi fatto, ma era necessario ai fini del costrutto logico del discorso) dato che ritengo piena libertà di ognuno godere della natura e della montagna nella forma che preferisce, che sia il più lento cammino, come la più tirata corsa, che sia l’osservazione approfondita come il disinteresse puro, che sia il piacere dato da quanto si osserva quanto quello dato dal mero impegno fisico.

A che prò combattere contro chi non produce danni alla montagna e alla natura, con chi al massimo mette a repentaglio solo la propria integrità fisica, con chi comunque si diverte e forse anche più di tanti altri, con chi in ogni caso apprezza quello che fa, il modo in cui lo fa, l’ambiente in cui lo fa. Correre in montagna richiede lavoro e fatica, richiede una lunga frequentazione della montagna; chi corre in montagna potrebbe avere, anzi probabilmente ha, nelle gambe ben più chilometri e metri di chi ci va camminando ed è probabile che non tutti siano stati fatti correndo, che molti siano stati fatti camminando, magari anche osservando la natura, godendo dei piaceri ambientali.

Le guerre tra poveri servono solo ai ricchi, basta!

#TappaUnica3V Emanuele perchè corri?


 

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Foto di Carla Cinelli

La domanda mi è stata recentemente posta da un’amica che, purtroppo (per lei), mi segue solo attraverso le non sempre precise parole del marito. Sostanzialmente l’ho già velocemente spiegato in passato, andrò anche a motivarlo nell’ambito di un manuale che sto scrivendo e che sto man mano pubblicando con articoli su questo blog (Camminare in montagna), ma, visto che per questo ci vorrà ancora del tempo e che sostanzialmente le risposte tornano sicuramente comode  qualsiasi escursionista (sostanzialmente migliorando la prestazione diminuiamo la fatica e, pertanto, aumentiamo il godimento delle nostre uscite) alle esigenze di qualsiasi escursionista, voglio sinteticamente (senza supportarle con particolari spiegazioni fisiologiche e mediche) anticiparle.

Vero, non faccio gare di corsa in montagna, abbandonata l’arrampicata la mia attività è prettamente escursionistica, anche TappaUnica3V è un progetto escursionistico e l’escursionismo usualmente non prevede la corsa. D’altra parte, come chi mi segue dovrebbe ormai ben sapere, mi sono trovato a mio agio sulle lunghissime distanze (trenta, cinquanta, settanta, cento e più chilometri) e queste sono diventate parte importante della mia attività, TappaUnica3V è solo una di queste, ad oggi la più impegnativa ma non l’unica. Non solo lunghissime distanze, ma anche grandi dislivelli: tremila, cinquemila, novemila metri. Si ma…. ma questi sono dati comunissimi, dati che appartengono a tanti percorsi, a questi percorsi che vengono effettuati a tappe, quei percorsi che oggi, con mio notevole disappunto, insensatamente invasati di anglofonia, si preferisce chiamare trekking, e allora? Allora la differenza è che io mi sono invaghito della modalità trail e tutti questi miei lunghissimi cammini cerco di farli nel minor tempo che mi è possibile, ovvero li faccio in unica tappa, con un limitato tempo totale di percorrenza e dando pochissimo spazio al riposo, escludendo così la possibilità di dormire, quantomeno di farsi una vera dormita rigenerante e TappaUnica3V è, per ora, la mia espressione massima di questa metodica di cammino. Date le specifiche è chiaro che l’impegno richiesto a mente e corpo è notevole, un impegno che trascende le usuali richieste escursionistiche, un impegno che, specie per TappaUnica3V, può essere emulato solo con altri progetti similari, cosa ovviamente alquanto complessa, sarebbe come se un maratoneta si preparasse alla gara facendo, a breve distante tra loro, diverse altre maratone. La soluzione più consona e praticabile è quella di sfruttare percorsi più corti percorrendoli fuori dalla mia “zona di confort”, zona che, specie su tali distanze, già prevede un cammino piuttosto spedito quindi non mi resta che correrli, quantomeno correrne una parte più o meno rilevante a seconda della lunghezza, del dislivello e della conformazione. “Si, ma così facendo cosa ottieni di preciso? Non è che ti affatichi e basta?” Certo che ti affatichi ma, seguendo un opportuno protocollo che preveda gli adeguati intervalli di recupero e scarico, ti alleni e, per la precisione, ottieni i seguenti benefici:

  • l’organismo si adatta alle maggiori richieste energetiche attivando una serie di modifiche organiche alcune delle quali, essendo reiterate nel tempo a brevi scadenze, diventano stabili determinando la capacità di supportare sforzi man mano maggiori;
  • aumentano le fibre rosse (la corsa che principalmente utilizzo è una corsa aerobica, relativamente blanda e portata per lunghi tempi) , quindi la resistenza dei muscoli;
  • si alza la sopportazione al lattato e quindi si riduce la sensazione di fatica a fine escursione (ma anche nel corso della stessa);
  • migliora la capacità ventilatoria e. di conseguenza, l’afflusso di ossigeno al sangue;
  • aumenta la capillarizzazione quindi la quantità di sangue che arriva ai muscoli;
  • il sistema energetico impara ad utilizzare i grassi piuttosto che i carboidrati, questo permette all’organismo di lavorare più a lungo (i grassi a parità di peso producono più energia dei carboidrati, di grassi ne abbiamo a disposizione decisamente di più, i carboidrati non possiamo immagazzinare più di tanto, ad esempio se ingeriamo troppi zuccheri l’organismo produce insulina per bruciarli immediatamente, per giunta finendo col bruciarne più di quelli immessi);
  • si riduce il peso e ogni chilogrammo in meno comporta una sensibile diminuzione dello sforzo necessario a sollevare (salita)  o abbassare (discesa) il corpo, con minore fatica generale e minore sollecitazione per ginocchia, caviglie, anche, vertebre;
  • cambia positivamente (è utile non solo allo sport ma anche alla vita quotidiana e alla salubrità in genere) l’indice di massa corporea (BMI), ossia il rapporto tra massa magra e massa grassa (aumenta la prima e diminuisce la seconda);
  • aumenta la massa muscolare più interessata dal movimento della corsa (quadricipiti, polpacci, addominali, dorsali) che, guarda caso, è sostanzialmente la stessa interessata dal cammino (addominali e dorsali sono stressati dal cammino, specie se con lo zaino, ma non ne vengono potenziati);
  • la nostra percezione della fatica (e del dolore) si abbassa mettendoci in grado di spingere di più e/o di resistere più a lungo;
  • possiamo imparare a conoscere e riconoscere le reazioni del nostro organismo in situazioni di intenso stress fisico (e saperle pertanto gestire);
  • riusciamo a individuare e differenziare tra loro i dolori benigni (esempio la risposta costruttiva muscolare) da quelli maligni (esempio i traumi);
  • incrementiamo la nostra velocità di progressione e di conseguenza la nostra tranquillità psicologica a fronte di escursioni man mano più lunghe;
  • miglioriamo notevolmente la nostra sicurezza (sappiamo che in caso di bisogno, ad esempio per andare a chiamare soccorso o per evitare il sopraggiungere del maltempo, possiamo tranquillamente metterci a correre);
  • possiamo fare in poche ore percorsi che ne richiederebbero diverse, in giornata percorsi che normalmente richiederebbero due o più giorni (sarà cosa secondaria, ma vi assicuro che procura parecchia soddisfazione dandoci la motivazione a proseguire nei faticosi e dolorosi, ma come visto indispensabili, allenamenti).

Ecco perchè da due anni ho iniziato ad allenarmi metodicamente inserendo non solo la ginnastica ma anche la corsa: i benefici ottenuti superano alla lunga la fatica fatta e, avendo notevolmente allargato la mia “zona di confort”, posso dedicarmi con molta più tranquillità e soddisfazione all’escursionismo.

Alla fine, però, queste sono le motivazioni per cui ho iniziato e continuo a correre come allenamento, facendolo però è scattato qualcos’altro, man mano che il correre diventava più naturale ho scoperto che ti dona nuove esperienze, che ti permette di percepire aspetti della montagna che sono invisibili camminando, che ti avvolge, ti pervade, ti immerge in un turbinoso vortice emozionale e finisce che non puoi più fare a meno di correre. magari lo alterni al cammino, magari dai ancora più spazio al cammino che alla corsa, ma non smetti più di correre, corri ogni volta che puoi, corri non più solo per allenarti al cammino ma corri per correre.

G’avet comprì? 🙂

P.S.

Marito dell’amica, falle leggere il blog invece di limitarti a raccontarglielo, ehhehe!

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Foto di Carla Cinelli

 

#TappaUnica3V farsi male con e per niente


Proprio per niente magari no visto che il mio obiettivo tutto sommato, vuoi per motivazioni personali, vuoi per i suoi contenuti sociali, non è irrilevante, di sicuro con niente visto che ho solo fatto quello che già stavo facendo da tempo: correre. Ma partiamo dall’inizio.

Come ho già scritto quest’anno ho adottato un processo di preparazione decisamente più complesso di quelli adottati in precedenza: non mi limito a camminare e macinare chilometri, ma faccio anche tanta ginnastica e… corro, corro, corro, sia nelle uscite in ambiente che su strada. Il tutto, ovviamente, sebbene non abbia un personal trainer, è fatto con opportuna dovizia: mi sono divorato pagine e pagine di documenti e articoli in materia di allenamento sportivo e corsa, ricavandone tutti i possibili suggerimenti, tutte le più specifiche indicazioni e anche qualche bella, semplice e chiara tabella (chissà mai perché si fa fatica a trovarle e quando le trovi per lo più sono estremamente complesse e, magari, anche poco chiare; comprendo che non sia facile fare tabelle adatte a tutti, comprendo che l’argomento sia delicato, comprendo anche che chi lavora nel campo voglia garantirsi il mantenimento delle possibilità di lavoro, ma alla fine è proprio facendosi conoscere attraverso la pubblicazione di materiale chiaro e fruibile che ci si fa buona pubblicità, fitness insegna). Una delle tabelle trovate riguarda proprio chi vuole iniziare a correre e promette di portarlo senza danni a correre i dieci chilometri (in pano e su asfalto) in un’ora, esattamente quello che volevo e così l’ho adottata e la stavo seguendo meticolosamente con ottimi risultati, sia nel senso della progressione atletica, sia in quello dell’assenza di infortuni e dolori. Stavo? Si stavo, perché ad un certo punto, proprio quando, essendo arrivato agli ultimi livelli della tabella, le uscite su strada diventavano più lunghe e pesanti, gli impegni di lavoro e personali hanno interrotto gli allenamenti e sono riuscito a portarli avanti solo a intermittenza: invece di quattro sedute settimanali, ne potevo fare una sola, massimo due distanziate fra loro.

Stanno arrivando le vacanze di Natale, non dovendo più andare a scuola, nonostante avrò comunque tante cose da fare, riuscirò a trovare il tempo per uscire a correre ogni giorno. Mercoledì 20 ripeto, dopo una settimana di pausa (dalla corsa su strada, perché gli allenamenti in montagna del fine settimana continuano con costanza), il livello otto che prevede cinque minuti di cammino, trentacinque di corsa, cinque di cammino e altri quindici di corsa. È un livello che, sebbene non in continuità, ho già corso varie volte e lo mantengo senza problemi, con una velocità che varia da otto a quasi undici chilometri all’ora (mi scuso con i veri corridori, ma io non mi ci trovo a usare i minuti a chilometro) per una media finale più vicina ai nove che agli otto chilometri all’ora: “ottimo, alla prossima uscita passo al livello nove”. Così faccio, il 23 imposto l’app sul cellulare in modo che mi dia la tempistica per il livello nove: cinque minuti di cammino, quarantacinque di corsa, cinque di cammino e altri quindici di corsa. Avendo recentemente trovato un articolo che suggerisce, per non farsi male, una frequenza minima del passo di centottanta passi al minuto, ho scaricato un pedometro (ricerca impegnativa visto che nessuno da direttamente la frequenza e pochi appaiono chiari e di facile gestione) e avvio anche questo. Partenza, come sempre mi concentro sulla postura, ovvero sul sentirmi leggermente sbilanciato in avanti al fine di lavorare più sull’avampiede (cosa questa suggerita da tutti gli articoli sulla corsa), oggi esasperandola un poco, e sulla respirazione (ho adottato il metodo asimmetrico, inspirazione più lunga dell’espirazione e quest’ultima che inizia ogni volta in coincidenza con l’appoggio di un piede diverso, suggerito da un grande campione della corsa, metodo che dovrebbe ridurre l’incidenza degli infortuni, di certo ha il vantaggio di migliorare la respirazione stessa), stavolta aggiungo anche l’attenzione alla frequenza del passo che aumento sensibilmente al valore che ad un calcolo empirico (conto a mente i secondi facendo attenzione agli appoggi e verifico che sono sicuramente tre per ogni secondo) sembra essere vicina a quella cercata. Completo la seduta con grande soddisfazione: nessun dolore, ottime sensazioni e… velocità più alta del solito, sia nella punta massima arrivata a quasi dodici chilometri all’ora, sia nella media che sale a nove e trenta. Purtroppo il pedometro segna zero e non posso calcolare e verificare la frequenza del passo, do per scontato che le mie valutazioni empiriche fossero corrette.

Giorno successivo, ho installato un altro pedometro e riparto per una nuova uscita del livello nove. Mantengo la stessa frequenza del giorno precedente e la stessa inclinazione avanti del corpo. Dopo una quindicina di minuti in cui tutto gira al meglio, ecco che le gambe iniziano a farsi dure, beh, mi dico, sarà un poco di stanchezza dovuta al ritmo sostenuto di ieri, rallento proprio di poco e procedo. Qualche minuto e le gambe riprendono a girare come si deve, il ritmo torna ad alzarsi. Altri quindici minuti ed ecco che appare una sensazione di tensione alla base del tendine di Achille del piede destro, è proprio leggera e la ignoro. Anche questo fastidio poco dopo svanisce, in compenso ne appare uno decisamente più intenso alla parte superiore esterna della gamba destra, è un dolore che già conosco e so svanire velocemente per cui procedo oltre senza apportare particolari variazioni alla mia corsa. Anche stavolta svanisce ma ci mette più tempo del solito, molto di più, comunque svanisce. Arrivo al punto di inversione e prendo la via del ritorno. Mi avvicino al termine della fase corsaiola e… zacchete, una fitta sotto il tallone, secca ma non forte, percepibile ma non a tal punto da provocarmi alterazioni nel passo, rimane solo un leggero fastidio ad ogni appoggio, rallento un poco e procedo. Nella fase di cammino il fastidio sotto il tallone scompare e posso concludere la seduta senza ulteriori problemi. Dai, tutto sommato non è andata male ho corso quasi allo stesso ritmo di ieri. Le ultime parole famose! Rientrato in casa mi spoglio e mi dedico allo stretching che sempre segue queste mie sedute di allenamento: allungamento dei muscoli posteriori della gamba, poi passo a quelli del polpaccio e… rizacchette, di nuovo il dolore al tendine d’Achille, allento la tensione leggermente poi rispingo avanti, il dolore si attenua spostandosi lateralmente verso e sotto il malleolo, come se avessi preso una storta, ma non ne ho prese, boh! Con una preoccupazione crescente visto che il dolore non solo non scompare ma si estende a buona parte del piede esterno, concludo lo stretching e faccio la doccia, per tutta la giornata dovrò fare i conti con il dolore, non fortissimo, anzi, per quelli che sono i miei parametri, potrei dire leggero, comunque dolore e pertanto, anche perché riprende pure sotto il tallone, la preoccupazione permane e cresce.

La sera applico sulla zona dolorante e l’intera gamba destra adeguate pomate a base d’arnica e specifiche per il recupero, la notte mi sveglio con fitte alle ginocchia (cacchio c’entrano con le caviglie?) che però si calmano in pochi minuti e posso riprendere il sonno, la mattina le ginocchia appaiono a posto e pure la caviglia sembra in sistemazione, comunque oggi niente corsa, solo applicazione delle pomate all’arnica, ginnastica e lavoro con pallina e tavola oscillante. Nel frattempo ragiono sulla situazione: rammento di essermi storto la caviglia destra in occasione di uno degli ultimi allenamenti in montagna, ma non avevo avuto dolore ne immediato ne a seguire, forse aveva comunque lasciato dei segni che si sono ora risvegliati; forse l’essermi inclinato avanti più del solito ha messo in tensione i legamenti della caviglia che, seppure allenati, sono di certo induriti dall’età; forse la frequenza del passo era troppo alta e l’aumento degli urti tra tallone e suolo ha portato alle recrudescenza di un mio vecchio problema al tallone destro che, sollecitato dal dover stare a lungo in piedi, ogni tanto mi duole; forse a seguito del dolore al tallone ho inavvertitamente messo in tensione il piede e adottato una rullata molto diversa dal mio solito; forse le scarpe che ho adottato per la corsa su strada sono poco ammortizzate in relazione al mio peso.

Natale, oggi le circostanze mi creano una giornata parzialmente solitaria, nel primo pomeriggio devo essere a Brescia in ospedale per fare compagnia ad un parente ricoverato per cui ne approfitto per testarmi e testare i tempi sulla prima salita del sentiero 3V: da Brescia alla Maddalena. Dati i problemi riscontrati nei giorni precedenti ho programmato di procedere solo camminando e così faccio per tutta la salita, salita che riesco comunque a fare in tempo record: un’ora e tre minuti, ben venticinque minuti in meno della mia precedente salita più veloce. Procedendo lungo il crinale sommitale il vento gelido che scende dalla Val Trompia mi tormenta, comunque procedo e arrivo alla Costa di Monte Denno dove, nel breve passaggio sul lato San Gallo, trovo una temperatura assolutamente gradevole e approfitto di un praticello al sole per decretare la sosta; “dopotutto è Natale”. Distendo sull’erba la giacca, mi spoglio completamente, seduto mangio un paio di mandarini e qualche pezzetto di panettone, bevo mezza soluzione di aminoacidi e poi mi distendo al sole, godendomi la solitudine, la nudità e il tepore che la nuda belle riesce a recepire a pieno.

Un’oretta dopo è ora di ripartire, mi rivesto, sistemo lo zaino e via verso la discesa. I primi metri sono in salita e le gambe legnose per la lunga sosta spingono male, ma giunto in cresta inizia una lieve discesa che le scioglie e velocemente arrivo all’ex rifugio Maddalena. Inizia la discesa, ripida e tormentata da alte radici, la caviglia e il tallone mi preoccupano e, invece, tacciono completamente; le sensazioni si fanno buone inducendomi a provare qualche passo di corsa: “grandioso, posso correre!” Allora via, felicemente di corsa fino al Grillo. Alternando corsa e cammino risalgo un poco fino alla vecchia stazione a monte della funivia, qui parte il sentiero che, costantemente ripido, scende alla Margherita. Con un residuo di titubanza riprendo la corsa, la traccia è scavata dal passaggio delle biciclette dei discesisti e questo incrementa le sollecitazioni sul piede, ma tutto continua a funzionare al meglio e anche quando il sentiero diventa una vera e propria pista da Down Hill posso continuare a correre seppure mantenendomi entro limiti di prudenza. Senza interrompere la corsa, nemmeno quando il terreno si fa fangoso ed estremamente scivoloso, arrivo alla sterrata della Margherita che, alternando cammino e corsa, mi riporta al Gottardo da dove, per asfalto, scendo in cauta leggera corsa fino ai Medaglioni. Imbocco la vecchissima mulattiera di accesso a questa località: una lunga scalinata che porta alla base del monte, dove pervengo senza problemi e con grande soddisfazione per la veloce ripresa.

Prudenzialmente non esco a correre per altri tre giorni limitandomi alle pomate e alla ginnastica (che intensifico nelle sue parti dedicate alla protezione delle articolazioni), poi riprovo il duro asfalto e il pesante livello nove della mia tabella di allenamento. Mantengo un ritmo sensibilmente più basso, quegli otto chilometri all’ora che mi hanno sempre permesso di correre senza problemi, riduco la frequenza del passo ai livelli soliti, evito di estremizzare l’inclinazione in avanti del corpo pur concentrandomi su un appoggio di avampiede che, d’altronde, mi risulta spontaneo e tutto va alla grande: nessun dolore, gambe perfette, sensazioni stupende: “bene, per colpa della foga e dell’entusiasmo mi sono fatto stupidamente male, ma poi ho saputo gestirmi al meglio e recuperare in tempi ridotti, mettiamo nel paiolo anche questo insegnamento e, con maggiore attenzione, procediamo verso la meta finale”.

La zona dolente

Ora sono appena tornato da un’altra uscita del livello nove e ho dovuto subito mettere in atto i nuovi propositi: dopo una decina di minuti di corsa il tallone ha dato fastidio ma, curando la morbidezza dell’appoggio, il tutto si è risolto alla svelta e il fastidio non è più ricomparso; le fitte alle ginocchia si sono si fatte sentire nei primi venti minuti ma è questione per me ormai abituale e finché resta nei soliti limiti non mi preoccupo; purtroppo non solo si è rifatto vivo il problema alla gamba, ma stavolta ha prodotto anche delle fitte, non forti ma comunque oltre quello che si può considerare fastidio e, pertanto, per ben tre volte (quasi alla fine del secondo intervallo, a metà e poco prima della fine del quarto) sono passato anzitempo dalla corsa al cammino, anche se solo per una trentina di secondi. Non posso riprodurre in alcun modo queste fitte, al tocco la zona non produce dolore e nemmeno con lo stretching, solo in assenza di altri pensieri avverto un lieve costante fastidio, come di tensione e gonfiore (ambedue però assenti), quasi avessi preso una botta (che non ho preso), “boh, devo preoccuparmi?” Si, sono preoccupato!

 

A questo punto, checché ne dicano quelli del sito Albanesi.it (“chiunque può correre i dieci chilometri in un’ora”), rifacendomi a quanto letto altrove (“esiste un limite fisiologico, legato all’età e alla storia articolare e muscolare, oltre il quale non è possibile andare senza infortunarsi: a sessant’anni non è possibile correre come e quanto a venti”), rammentando i miei diversi infortuni alle ginocchia (i cui dolori m’avevano, una quindicina d’anni addietro, indotto ad abbandonare la montagna) e ripensando all’esito degli esami radiologici eseguiti la scorsa primavera al ginocchio destro (radiografia: “Note gonartrosiche diffuse. Presenza di una formazione esostosica sul profilo posteriore… e di un’altra immagine esofittica… laterale” – risonanza magnetica: “… si riconoscono due formazioni esostosiche… Modesta componente versamento sinoviale… Il menisco mediale, lievemente assottigliato in sede centrale, presenta sfumata iperintensità… in relazione ad evoluto quadro di meniscosi…. Modesto edema in corrispondenza della borsa della zampa d’oca… Alcune pliche ispessite ed ipertrofiche… in relazione a fenomeni sinovitici) ipotizzo d’aver raggiunto, e forse superato, il mio attuale limite fisiologico e, per non mettere a rischio il giro finale di TappaUnica3V, intanto mi impongo qualche altro giorno di pausa dalla corsa su strada (che appare essere l’unica a crearmi problemi), poi, rinviando a data da destinarsi l’obiettivo dei dieci chilometri in un’ora, ripartirò dal livello sette (che nemmeno ripetendolo più giorni consecutivi mi aveva creato problemi) per procedere, se necessario, alternando ad ogni uscita un giorno di sola ginnastica: tutto sommato le prestazioni a cui sono arrivato sono nettamente migliori di quelle che avessi mai raggiunto (anche se devo dire che mai mi sono allenato in modo specifico e metodico) e posso ritenerle più che sufficienti per TappaUnica3V, devo solo lavorare sui quadricipiti (per i quali la corsa in piano non serve a niente mentre servono le scalinate, e ne ho individuate due bellissime) e sul mantenimento della forma.

Già, come leggevo recentemente in un articolo sulla corsa, pur facendo distinzione tra cosa è adattamento e cosa è patologia, mai correre sul dolore: ci vuole poco, molto poco, praticamente niente a farsi del male e poi recuperare, ammesso di riuscirci a pieno, può essere problematico!

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Prosegue da… La tecnica.


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… L’autopercezione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)


Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

#TappaUnica3V si riparte e… non ci credo nemmeno io


Anche se invero, avendo praticamente da subito deciso di ripetere il viaggio nel prossimo anno, non ho mai realmente interrotto gli allenamenti effettuando escursioni anche piuttosto impegnative sempre in solitaria e sempre a ritmi sostenuti, diciamo che fino a poche settimane addietro il pensiero ancora non era immerso e sommerso dalle necessità specifiche di TappaUnica3V, ora, invece, seppur mescolandolo alle esplorazioni per le escursioni di VivAlpe 2017, si riprende con l’allenamento mirato.

Il viaggio 2016 mi ha insegnato tante cose (che andrò man mano spulciando nei futuri articoli su TappaUNica3V), tra queste, confrontando i miei tempi di marcia con quelli programmati, si è evidenziata la necessità di incrementare la mia velocità di cammino, in particolare su quelle salite che mantengono a lungo una forte pendenza ed è così che ho iniziato i relativi lavori di potenziamento organico, muscolare e d’equilibrio, si equilibrio perché quando il passo supera una certa soglia e il terreno non è propriamente liscio e regolare questa caratteristica viene messa alla prova, e non solo in discesa, ma anche sui piani e perfino nelle più dure salite.

All’equilibrio avevo già, per altri motivi (la mia cronica perdita di equilibrio passando dalla posizione sdraiata a quella in piedi), positivamente dedicato diverse sedute casalinghe a settembre, poi con la ripresa della scuola avevo allentato finendo con l’interrompere del tutto, comunque i miglioramenti ottenuti si sono mantenuti quasi inalterati e l’effetto si nota anche sul cammino e la corsa. Ecco, cammino e corsa, soprattutto corsa, è a questa che sto ora dedicandomi: obiettivo riuscire a correre in continuo per almeno un’ora su sentiero in salita di buona pendenza, ad oggi ci riesco solo in discesa che, stando attento a non sollecitare troppo le ginocchia (ci sono finezze tecniche che si possono applicare in tal senso), ho comunque riscontrato essere un buon allenamento per i quadricipiti e se qualcuno mi viene a dire che non si fatica a correre in discesa gli suggerisco di venire con me una volta, poi ne riparliamo.

Sabato scorso (29 ottobre) nel tardo pomeriggio, tanto tardo che ho rischiato di fare notte ancora nel bosco (ed ero senza frontale), sono andato ad esplorare un sentiero vicino casa che, stando alle cartine topografiche, dovrebbe collegare il Colle di Sant’Eusebio con il Monte Tre Cornelli, un sentiero che parte pianeggiante e invita subito alla corsa. Avendolo sbagliato due volte, a causa dei numerosissimi bivi presenti, non sono riuscito a completare l’esplorazione, però sono riuscito a svolgere un ottimo lavoro di potenziamento e rientrato alla macchina le gambe manifestavano apertamente la loro dolorosa soddisfazione.

Domenica (30 ottobre) l’escursione di VivAlpe 2016 al Tremalzo che, seppure di discreta lunghezza (quattordici chilometri in proiezione piana), dato il limitato dislivello e il passo tranquillo, non ha sollecitato più di tanto le mie gambe ancora dolenti.

Oggi (1 novembre) altra esplorazione per VivAlpe 2017 stavolta però su percorso segnalato: quello che ho chiamato “Anello del Monte Magnoli” sopra Villa Carcina (Val Trompia – BS), nove chilometri per seicento dieci metri di dislivello (in unica tratta). È un bel percorso quasi interamente su strada sterrata, inizia con una salita di moderata pendenza e solo dopo un bel tratto, quando la strada si fa sentiero, inserisce alcuni brevi strappi per poi su cemento portare alla massima quota (Monte Magnoli) dalla quale prima si affronta un lungo traverso che alterna brevi salitelle ad altrettanto brevi salite intercalando il tutto con lunghi tratti pressoché pianeggianti, poi la discesa a Villa Carcina che alterna facili tratti cementati ad altri decisamente più tecnici su ripido sentiero cosparso di sassi e placchette rocciose. Partito di corsa (lenta) sono passato al passo dopo qualche centinaia di metri e così ho continuato fin quasi sulla vetta del Magnoli dove, favorito dal liscio cemento, ho ripreso la corsa. Traversata per metà e discesa quasi interamente le faccio di corsa rientrando a Villa Carcina senza dolori, ne alle gambe (solo leggermente indolenzite) ne alle ginocchia (che però ogni tanto qualche leggera fitta l’hanno data), buono, anzi buonissimo, specie considerando i tempi: ancora non ci credo, le tabelle darebbero tre ore e cinquanta minuti, io avevo programmato tre ore e alla fine ci ho messo… novanta minuti, ovvero un’ora e mezza. In pratica ero già rientrato alla macchina quando, stando alle tabelle, sarei dovuto arrivare a un terzo del percorso, quasi al termine della salita; la discesa finale fatta in tredici minuti contro i quaranta della tabella. Si, si, non male, ma devo crescere ancora, devo riuscire a correrlo per intero un percorso del genere.

Alla prossima!

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