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DeCostituzione


Ricevo e pubblico quest’altro contributo di un lettore.


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Di questi tempi in cui un poco tutti siamo leoni da tastiera e numerosi si scoprono esimi scienziati o luminari di diritto costituzionale, vi sono anche persone, un poco insofferenti alle regole ed agli oggettivi limiti imposti dalla contingenza, le quali, per giustificare taluni loro opinioni ed atteggiamenti, invocano la Costituzione della Repubblica Italiana citando l’articolo 13, il cui primo capoverso così recita:

La libertà personale è inviolabile…. omissis…

Vorrei però ricordare a costoro, e a tutti, che la Costituzione, come tutte le leggi, non può essere stiracchiata come un elastico, né adattata a nostra convenienza né, tanto meno, deve essere citata ed utilizzata a spizzichi e bocconi. Ritengo che la Costituzione deve essere considerata nella sua intierezza; quindi, per quanto attiene il caso in questione, vi invito a leggere anche l’articolo 32:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…omissis….

Ciò mi sembra sufficiente per capire che pur dovendo contemperare le due esigenze: libertà e salute, non mi sembra così scandaloso il fatto che un governo, questa volta responsabile, impedisca inutili spostamenti e pericolosi assembramenti.

Già che ci siamo, magari aggiungendo polemica a polemica, anticipo che condivido l’ipotesi di rinvio sia delle funzioni pasquali e sia di eventuali tornate elettorali che dovremmo incontrare nel prosieguo del percorso di uscita dal nostro italico spicchio di pandemia.

Personalmente non mi sento assolutamente defraudato di nulla, al massimo mi può crescere il tedio e la noia.

In conclusione, visto che siamo prossimi anche al 25 Aprile, nonostantei numerosi attacchi a cui è stata sottoposta, non mi sembra sbagliato dire:

W la Costituzione.

Firmato: Elo Seminara

Lavoro, lavoro, lavoro!


Lavoro, lavoro, lavoro, tutti ne parlano, tutti lo evocano, la Costituzione, il Presidente della Repubblica, il Capo del Governo, i politici in genere, i vari schieramenti partitici, le diverse istituzioni, le diverse confederazioni e associazioni legate al mondo della produzione, del commercio e del consumo, i sindacati, le persone.

Fermiamoci un attimo, ragioniamo: non stiamo forse esagerando? Con questo gioco del lavoro che tutti dicono di voler dare, voler produrre, voler garantire, ma chissà perché alla fine manca sempre, con questo gioco, dicevo, stanno man mano facendo sparire tutte le conquiste sociali per le quali negli anni settanta molti hanno dato sangue, sudore e soldi, stanno eliminando la classe di mezzo evidenziando sempre più la distinzione tra chi detiene un potere, foss’anche solo quello di poter dare un lavoro, e chi no, stanno ripristinando la schiavitù.

IMG_1692Dov’è finito il tempo libero? Soprattutto, dov’è finito il diritto ad una vita dignitosa? Ecco, questo il punto cardine: vita, dignità della vita, diritto a poter vivere dignitosamente e vivere dignitosamente vuol dire non solo avere un lavoro ma anche e soprattutto d’essere rispettato come lavoratore e come persona, ovvero essere adeguatamente retribuito, quanto serva a permettere una vita priva di preoccupazioni economiche, una vita che non sia necessariamente interamente dedicata al lavoro ma che veda anche la presenza di una bella dose di tempo libero, obbligatoriamente da dedicarsi allo svago e agli interessi personali.

Giusto preoccuparsi che anche le donne possano vedersi garantire il lavoro, d’altra parte sarebbe forse altrettanto opportuno preoccuparsi che le famiglie (intesa come nucleo di due persone conviventi, siano essi un uomo e una donna, due uomini o due donne, con o senza figli) possano vivere (dignitosamente) con un solo stipendio (libera scelta della famiglia se quello dell’uno o quello dell’altro), o con due mezzi stipendi, così come era un tempo che ormai si allontana sempre più.

Cambiamo paradigma, cambiamo obiettivo, a partire dalla Costituzione che, all’articolo 1, dovrebbe recitare “l’Italia è una Repubblica democratica basata sulla dignità umana”.

Dignità, dignità, dignità!

Una sentenza incostituzionale


Confesso che il tono e il linguaggio della recente sentenza della Corte di Cassazione 28990 mi hanno colto in contropiede. Il pensiero vi è ritornato spesso in questi mesi.

Continuava a stupirmi infatti il tono paternalistico della sentenza, soprattutto nell’apostrofe finale (già notato anche da altri): «… i udisti erano in numero estremamente ridotto e sparso, sicché tali caratteristiche, unitamente al carattere pubblico dello spazio e alla sua non delimitazione, dovevano rendere evidente all’imputato la consapevolezza del proprio anomalo comportamento».

La Corte sta imponendo un proprio ragionamento, giudica secondo il proprio “buon senso”. Il cosiddetto “buon senso” è un’astrazione di comodo e viene invocato come argomento decisivo (quasi fosse un “consenso universale” che non ha bisogno di ulteriori dimostrazioni): come dire che qualcosa è giusto e ben fatto solo perché in tanti lo fanno (esistono coloriti proverbi in proposito). Essendo basato su esperienze e convinzioni personali, ognuno ha il proprio buon senso. Se il comportamento “anomalo” viola una legge precisa è un conto, se è “anomalo” perché non è conforme alle aspettative personali del giudice (che invoca il supporto del «comune sentimento» e della consuetudine) è una questione totalmente diversa.

L’art. 3 della Costituzione

  1. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
  2. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

progetta una società di cittadini liberi ed eguali, di cittadini-persone. Una società che fa perno sulle caratteristiche peculiari e uniche di ciascuna persona, in cui le diversità individuali e l’originalità di ciascuno sono assunte come valori socialmente positivi. È dunque contraria all’uniformità e assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Perché senza questa fondamentale libertà personale, riconosciuta a tutti i cittadini indistintamente, la società civile viene deprivata dal positivo e diverso apporto di ciascuno alla creazione di rapporti umani e sociali.  La Costituzione riconosce a ciascuno la propria dose di “anomalia”, anzi la favorisce e ne auspica lo sviluppo. Considera la “varia umanità” una ricchezza e un elemento propulsore della qualità della vita; il rispetto della diversità delle tot sententiae è parallelo al rispetto dei tot capita.

Le vie che ciascuna persona sceglie per godersi la vita, per intessere buoni rapporti con altri, per sentirsi libero, degno ed uguale sono insindacabili, proprio perché intimamente connaturate con l’unicità della propria persona. Paradossalmente, queste vie devono essere “anomale”. Non devono mendicare tolleranza, perché garantite come diritto fondamentale.

Fatto salvo il principio di non far male a nessuno… cari giudici!

Sul pudore – 5


Segue dalla parte 4

Un peso strano

Un anno fa, di questi giorni ho gettato il mio pudore alle ortiche, camminando per la prima volta nudo in un vigneto. Uso la stessa espressione che si usa quando un prete rinuncia alla vita sacerdotale, perché molti pensano che il pudore sia sacro, un’istituzione divina a difesa dei misteri più alti della vita e addirittura della nostra relazione con Dio: finché non saremo santi non potremo né conoscerlo, né godere della sua vista: Dio nudo, buona questa! (mi correggo: i soliti bene informati assicurano che per ragioni di pudore vedremo solo il Suo volto).

Ho banalizzato il pudore a cosa di uomini, lasciando il sacro alle persone di fede (ma da allora, fatto pagano, saluto il sole per nuovo mio dio, e l’erba e la vite, il profilo dei monti ed il Cielo – scusate, m’è scappato il maiuscolo).
Ho sentito il pudore come abito d’altri, che non mi andava a misura, che mi avevan gettato addosso sin quando andavo all’asilo, quando mi mettevano in guardia dal diavoletto nelle braghette, che lì, brrrrr!, c’eran “brutte cose”, il barabìo; sin dalla confessione del primo venerdì d’ogni mese (“avete commesso atti impuri? Da soli, con i compagni?”).

E mi son sentito più leggero, come fosse d’improvviso cessato l’impegno gravoso di mantenere un segreto, una fedeltà, una promessa di lealtà che mi avevano estorto perché era un’usanza, senza nemmeno capir bene che fosse. Ho disertato, non ero più “soldato di Cristo”: tutto quell’apparato – capivo, – era come Venezia che poggia su milioni di pali sott’acqua: si sosteneva sulla nostra pelle, volenti o nolenti.
Il pudore non aiuta a conoscerci meglio, né noi stessi, né in relazione con gli altri. Ma i propugnatori di esso – che si pongono in cattedra come esperti e moralizzatori – col potere che noi stessi deleghiamo loro, ci fanno tirar la carretta sulla loro strada, portiamo acqua al loro mulino, cresciamo coi paraocchi. Questo giogo non può essere uno di quegli «ostacoli … che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 della Costituzione)?

Non vedevo segreti, se non quello immenso, esorbitante per noi, della natura e dell’esistenza. Non ho avuto rivelazioni, illuminazioni. Mi sono d’improvviso sollevato d’un peso che altri mi facevan portare. Un peso strano. Mettendo in non cale pudore e peccato, strappando quel velo ipocritamente candidissimo (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 175-179), come avessi ritrovato una nuova innocenza, mi sentivo puntare addosso uno sguardo accusatore di colpe inesistenti, di malizie che non mi sentivo, di mire e appetiti che già mi ero lasciato alle spalle crescendo. Capivo che qualcuno mi aveva trapiantato occhi sguerci, desideri non miei, bizzarre fantasticherie che mi estraniavan dai fatti reali, paure irreali che mi terrorizzavano, vuote minacce che mi mettevano al muro. E mi sentivo umiliato, annichilito, schiacciato, appestato. Anzi, infamato, diffamato! Non ero quel diavolo che mi dipingevano, non mi sentivo così porco e perverso, così vergognosamente indegno, allupato dalle macerazioni – così meritorie! – (che diamine!), nel tira e molla fra legge naturale e legge morale.
E poi si parlava del sacrificio dei corpi, carne da macello sull’altare del martirio, della croce (ad imitazione di Gesù). Si blaterava di seguir nudi il Cristo nudo (nudus nudum Christum sequi, adagio ascetico molto diffuso nel medioevo; per la prima volta nella lettera 125 di san Girolamo, anno 411: «se non possiedi sei già sollevato da un gran peso, segui nudo il Cristo nudo. È un impegno gravoso, enorme, difficile, ma grandi sono anche le ricompense»). Basta così! Grazie ancora, Lebrac (“senza le braghe, non potranno tagliaci i bottoni”)!

Con gesto sicuro mi son tolto la cappa e ho cominciato a respirare; ho riaperto i miei occhi: non eran poi male i modi di relazione con gli altri che mi ero maturato negli anni, il rispetto, il riguardo, le buone maniere che mi ero imparato. Rischiavo l’inferno, biasimo e multe. Ma avevo compreso quant’era grande l’inganno. E ora non torno più indietro.

Fine

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