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Melma infernale


Se per un attimo ci soffermiamo a considerare quel cencio che sempre teniamo tra mano a coprirci l’“obbrobrio” che abbiamo tra gl’inguini (da cui un corpo nudo pare che prenda l’estremo suo scandalo), al marasma di pensieri che ci elettrizzavano d’imbarazzo e vergogna – e per molti è ancora è così –, al senso di soffocamento che ci coglieva azzardando un’audacia mai prima tentata, rischiandovi il collo, allora possiam prender a prestito da Dante l’immagine di noi diguazzanti nel verde lordume d’una melma infernale.

Né più sappiam chiederci come ci siamo finiti, né chi comanda quaggiù, né – dio santo! – per dove si esce. Caligine fosca dintorno, bagliori di lampi lontani, tenebra tetra punteggiata di fuochi che si stanno estinguendo, occhi di bragia che ci minaccian punizioni di gran lunga peggiori.

Esagerando di molto le tinte, così è l’inferno che abbiam quotidiano, ammansito da riti, regolato da divieti che paiono sacri tanto sono intransigenti e assoluti, perché –  così ci hanno spiegato –  arcanamente lì v’abita un dio, e il nostro corpo n’è il tempio.

Sto parlando del pudore, di quella palude in cui ci sentiamo immersi senza saperne l’esatto motivo, come ad espiare al di qua la colpa di come mamma ci ha fatti. Che poi non è solo quello: c’è anche quel laccio che blocca la circolazione di naturali e benefiche linfe, che crea danni all’intero organismo e intacca molto spesso anche la mente.

Che mi fa maggior rabbia è vedere che questa belletta putrescente ce la siam inventata da noi, ce la siamo proprio voluta: mica ho vergogna se mi vede nudo il mio cane!

E allora: da lì voglio uscire, mollar quell’inferno, come mai fosse stato, e ripulirmi una volta per tutte, ridiventar naturale, col pelo lustro d’un daino, le scaglie d’argento d’un pesce, vellutato di pelle come una pesca matura. Mi vedo sotto una fresca cascata a nuotar nel laghetto, vispo come una lontra, guizzante come una trota. E poi asciugarmi nel trionfo del sole disteso sull’erba.
Il medioevo come Dante ce l’ha raccontato è passato oramai, o ancora dobbiamo vestirci penitenti d’un saio e batterci il petto in eterno per colpe che ci hanno addosso inventato… adesso, quando ancora siam vivi?

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