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Decenza, concetto variabile


La legge sembra voglia difendere la società dalla vista del nudo (quello quotidiano, non quello artistico o artefatto). E quando parla di “pubblico” non fa eccezioni, come se la vista del nudo fosse indecente per tutti. Non spiega perché; sembra sia un concetto ovvio da capire. Ma se fosse davvero ovvio non ci sarebbe l’articolo del codice a vietarlo. Si suppone che la nudità altrui offenda, si suppone che vada contro i principi morali, vigenti come norma superiore per tutti. Dire «principi morali» è però un’esagerazione, in quanto non mi pare che il nudo sociale sia cosa tanto grave da poter riguardare la morale (e da quando la legge prende a prestito dalla morale le linee guida per la civile convivenza? – da Costantino, almeno). Non mi pare che un affare di indecenza sia così importante da dover invocare i rigori del codice penale. Offesa (peraltro presunta – o pretestuosa)  non è lo stesso che danno.

Nel 1999  è stato abolito il reato di turpiloquio (legge nr. 205 del 25 giugno, art. 18); un’abitudine ancor oggi indecente (se non offensiva) per molti. Nello stesso anno l’art. 57 del decreto legge nr. 55 del 30 dicembre 1999 ha depenalizzato il reato di bestemmia, declassandolo a reato amministrativo («Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro» art. 724 c.p.)

Un cartello contro la bestemmia

Come mai dunque il nudo, rispetto al quale materialmente sussiste solo una convenzione giuridica, viene ancora sentito e gestito come reato nonostante la depenalizzazione degli articoli 527 e 726 c.p., e la conseguente trasformazione in illecito amministrativa con ammenda cento volte più alta di quella della bestemmia (certamente offensiva)?

Non riesco ancora a spiegarmi le “braghette legali”: chi o che cosa dovrebbero difendere, quale senso civico salvaguardare? E queste “braghette” sono a difesa del pubblico o del singolo obbligato a portarle? Quel singolo che non ne ha capito, nemmeno per sé, il recondito motivo dell’obbligo, o non vuole capirlo, o non lo accetta. Per una banale questione di opinabile “decoro”, senza poter dire né a né ba, un qualsiasi agente mi può multare come stessi facendo sesso alla vista di tutti o guidassi pericolosamente. Sono di testa dura, non capisco le cose al volo: perciò, signori legislatori spiegatevi meglio, potrei anche capire. Spiegatemi anche che cosa intendete per decenza: perché se è un progetto ideale di come voi vorreste vedere la società, allora ogni crimine è un’indecenza, anche la mancanza di educazione è un’indecenza, anche le mille furbate, i mille sgarbi quotidiani che le persone si fanno fra loro sono un’indecenza, anche le mille cose che non funzionano a dovere sono un’indecenza. Tutte certo provocano una reazione, un moto di rabbia, di intolleranza, lo sbotto di un’imprecazione impotente. Ma se ti fai veder nudo, sei una vergogna vivente, allora paghi: 5.000 euro sull’unghia! Risarcisco la società per il turpe spettacolo cui l’ho costretta ad assistere. E tutto può esser risolto a palanche!

Non vedo infatti nella semplice nudità un’offesa evidente, immediata, rilevante, oggettiva, altrimenti non sarebbero ammessi i resort, le spiagge, le piscine, le spa, i club riservati e recintati… I Finlandesi col loro vezzo di fare le saune nudi dovrebbero uscirne tutti ammaccati… Altrimenti non mi spiegherei – se siamo tutti esseri umani, con le stesse vulnerabilità – come mai il nudo è permesso in Francia, in Spagna e Croazia e vietato in Italia. Se la vista del nudo fosse davvero dannoso per i bambini (quando proprio i bambini sono assolutamente indifferenti alla nudità, prima che vengano istruiti ad avere reazioni “da grandi”), non mi spiego come nei campeggi e nei villaggi siano ammesse le famiglie; come mai esistano tanti studi psicologici e pedagogici che evidenziano l’importanza dell’educazione al nudo.

Quel che trovo ingiusto – e mi pare cosa grave, trattandosi di un articolo del codice penale, cioè di uno dei fondamenti della giustizia – è che

1) la legge prenda le parti di un gruppo sociale, ma peggio ancora che assuma a modello esemplare (cioè, da estendere prescrittivamente a tutta la società) il comportamento di quel gruppo sociale. Questa omologazione imposta per legge mi pare sia alquanto antidemocratica, perché fa differenze (che la legge non sia uguale per tutti?), perché va a simpatie, perché favorisce gli “amici” (elettori);

2) la legge che vorrebbe imporre alla (presunta) minoranza il rispetto delle buone maniere, è lei, per prima, ad essere irrispettosa di un costume diverso dal suo, ma pur rispettoso. Come mai lo stesso richiamo al rispetto è a senso unico? Capirei se si trattasse della setta degli Assassini descritta da Marco Polo. Si tratta invece di un gruppo di persone che in materia di decenza ha opinioni, convinzioni e comportamenti semplicemente diversi rispetto ad altri, e non accetta che siano vietati per il solo fatto di essere diversi, perché questa diversità non reca danno a nessuno. Fino a pochi anni fa gli omosessuali erano chiamati eufemisticamente diversi. Ma le cose sono cambiate! Nel Medio Evo i sodomiti erano condannati a morte, nel secolo scorso finivano in prigione, fino a pochi anni fa erano oggetto di disprezzo, di dileggio e commenti pesanti. Ma gli omosessuali, e le donne, e i neri, non hanno smesso di insistere, di resistere, di mostrarsi, di affermare la propria esistenza, i propri diritti in quanto persone. Esser tollerati non bastava, non bastava allargare le sbarre alla gabbia.

La gente oggi è meno propensa di ieri a bersi tutto: vede, riflette, ragiona, capisce, dice le proprie opinioni, si dissocia… e comincia a comportarsi di conseguenza. Col tempo, emergeranno altri comportamenti finora tenuti nascosti, non saranno più così rari, nulla sarà più uno scandalo. Non perché ci sia di peggio (penso agli scandali veri, agli abusi, allo strapotere di certe cupole, conventicole, comitati d’affari) ma perché le persone sono tutte diverse, anche se «la Legge è uguale per tutti». La legge dovrà adeguarsi ai cambiamenti delle persone e non le persone ad esser “guidate” dalla legge.

La presunta offesa alla decenza (nemmeno più al pudore) riguarda solo chi la vede come tale. Non è un dato oggettivo. Se poi offende la maggioranza al potere nel suo desiderio “romano” di estendersi a tutta la Gallia; se questa parte della società mostra un’insofferenza astiosa nel veder prosperare gruppi di resistenza alla Asterix, e pretende che il suo “gusto” sia legge, consiglierei di rileggere l’episodio dantesco di Semiramìs (Inferno canto V, 52-57):

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

L’episodio conferma che non è mo’ da oggi che la va a ’sto modo. Non per questo deve essere giusto e sacrosanto continuare nel solco di una tradizione che, almeno su questo punto, fa acqua da tutte le parti, un’“alluvione” ormai difficile da arginare.

Se poi la sicumera di una parte della società si sente minacciata dal diverso atteggiamento di un gruppo di strampalati senza-mutande, che hanno opinioni diverse dalle sue; se ha bisogno dello scudo della legge (dell’abuso di potere che le consente di imporre per legge il proprio punto di vista), direi che come minimo dimostra di non esser poi così salda come vorrebbe mostrare di essere.

Lei non sa chi mi credo di essere  [da:http://www.frigolandia.eu/?q=node/187%5D

Ma penso non si tratti semplicemente di questo, quanto piuttosto del dispetto che prova nel vedersi rosicchiare giorno per giorno quel “premio di maggioranza” (sempre presunta) che manda in fumo l’aspirazione tirannica, la percentuale totalitaria, premesse che le consentirebbero di dormire sonni tranquilli. E manda in fumo anche il suo tentativo di colonizzare le zone limitrofe per crearsi una fascia di sicurezza, ma nel frattempo non si accorge delle debolezze interne. E così può accadere che le amministrazioni locali si trovino a gestire la patata bollente del mutamento dei costumi: il modo più semplice e efficace sarà considerarlo questione di ordine pubblico.

Poiché il concetto di decenza rimane indefinito, per non incorrere nei rigori della legge ce ne facciamo uno noi, che prudenzialmente tende ad essere via via più rigido di quel che la legge intendeva. L’azzardo di agire imprudentemente è molto rischioso: 5.000 euro di multa non sono bruscolini. Sono una vena d’oro per le casse comunali, equiparabile ai proventi di una liberalizzazione del nudo per attirare turismo, ma infinitamente meno rischioso dal punto di vista politico.

Ferita nel proprio orgoglio, non vedendosi adorata come si aspetta, non accetta che i propri princìpi – dati per buoni ed ovvi per tutti – non siano condivisi proprio da tutti. Ammettere che altri abbiano opinioni diverse è un rospo difficile da inghiottire, forse più che ammettere d’aver torto. Ma ciò dimostra solo l’immaturità politica di chi, forte dei numeri di una parte pilotata e asservita, non ha ancora ben capito cosa sia democrazia, pur continuando a predicarla ex-cathedra come nuovo catechismo. E fa anche l’offesa, questa parte, si straccia le vesti nel vedere la reazione di chi la pensa diversamente. E non molla per principio, per partito preso. Altrimenti si mostrerebbe nuda – uh, le tette flaccide, che orrore! è questione anche di estetica elementare, di decenza! -, si vedrebbe l’inganno, il pallone gonfiato, la costruzione surrettizia che ha voluto imporre con la forza dei numeri e della legge e col non-rispetto del principio stesso – inflazionato dalle troppe ripetizioni, da finire per esser sospetto – del rispetto delle opinioni diverse.

Che poi tutto questo sia stato preso a prestito dalla «religione di Stato» – formulazione ancora presente nella legge 55 del 1999 – (per mancanza di idee proprie o di originale ispirazione) e vicariandola nella società civile attraverso la politica, le restituisca il favore, è argomento che qui non è il luogo per approfondire.

Quando la legge pianifica la vita


“Ci devono essere dei paletti” è una frase che si sente spesso. Le cose regolari non ne hanno bisogno. Ognuno è regolare a suo modo – ne ha tutto il diritto (finché non pesta i pedi agli altri). Il discrimine di questi paletti è dunque il danno che reciprocamente ci vogliamo evitare. O prevenire. Con la prevenzione il pensiero va avanti, progetta, immagina, traccia linee rette, regolari, insegue un’utopia (“bisogna avere degli ideali!”).

Esagerando

Prendo ancora ad esempio l’articolo 726 del codice penale che punisce gli “atti contrari alla pubblica decenza” e al fatto che preventivamente un atto potrebbe essere punito sulla base della mera possibilità di essere percepito come contrario alla pubblica decenza. Ho messo in rilievo la parola pubblica perché è qui che l’ago della nostra perspicacia coglie un punto dolente: la possibile reazione anche solo di un singolo diventa norma per tutti. Francamente mi sembra un po’ esagerato. Ed appunto esagerando, posso pensare che persino un mio vicino cieco potrebbe ritenermi indecente, sapendomi nudo a prendere il sole sul balcone di casa. Allora davvero saremmo tutti indecenti, perché tutti siam mudi sotto il vestito.

Sono stati aboliti i reati di turpiloquio e recentemente anche quello di ingiuria: probabilmente si è capito che la reazione dell’offeso poteva essere artificiosamente costruita, esagerata, finalizzata a un risarcimento. Ciascuno sa bene quali parole siano un insulto, sa parlare, usare le intonazioni, gli sguardi, le intenzioni.

Le analogie con l’articolo 726 mi sembrano evidenti: e così, quel che è indecente per qualcuno non lo è per altri. Casi di pubbliche indecenze grondano dai nostri schermi a ondate quotidiane e passano impuniti, anzi sembra siano perversamente additati proprio ad esempio.

Saune “decenti”

I popoli primitivi non vedono nulla di indecente nel vivere nudi. I popoli del nord Europa non vedono nulla di scandaloso nelle loro saune. Qui in Italia sarebbe impossibile fare una vera sauna senza aver prima sondato la reazione delle persone che la fanno con me. Sarebbe più logico dare a tutti la possibilità di scegliersi la sauna che vuole: “decente” o “indecente”. Capite bene che la seconda, con quel prefisso negativo, è destinata ad essere bersaglio degli attacchi di “vigilantes”, “resistenti”, “ricostruttori” o di chi ha scelto la prima opzione; e l’ordinanza stessa che istituisse saune distinte creerebbe una disparità ideologica, un discrimine a monte. E un’ingiustizia verso quanti considerano la nudità un fatto assolutamente naturale, al di fuori di classificazioni morali e di accettabilità sociale.

La legge dunque ci vuole “decenti”. Che cosa sia la decenza è un concetto astratto, che sfugge a più precisa definizione. Ci possono essere delle tendenze statisticamente rilevanti… In democrazia vige la norma che estende a tutti la moda approvata dal 51%, anzi da una maggioranza relativa. In tal modo è più facile governare: tener conto delle infinite variabili sociali va oltre le possibilità dell’umana natura…pardon! dell’umana politica. Ma la politica invade, rosicchia potere ovunque vede uno spiraglio, si autoimpone come minore dei mali e troneggia, tiranneggia e non si mangerà mai la paglia del basto che l’ha fatta sedere su quella poltrona.

Allora, giungo anche a pensare che certi atout della politica, certe incursioni nelle sensibilità uniche e individuali, tenendo “ambo le chiavi del cor di Federigo”, invadono persino quell’ambito di intimità personale, di libertà e discrezionalità che ciascuno ha ben diritto di gestirsi come meglio crede (“dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi”). La persona è intangibile: in greco moderno la parola per “persona” è àtomos cioè “indivisibile”, concetto che rimane in ombra nella nostra parola individuo, ma con l’etimologia ci possiamo arrivare.

La mia celletta

La politica vorrebbe armonizzare la società, e parte da teorie, modelli, progetti che hanno invece per scopo primario l’autoconferma al potere. «La sovranità appartiene al popolo» recita l’art. 1 della Costituzione. E popolo è l’insieme della infinita varietà dei singoli individui, che hanno il diritto dovere di essere se stessi e non ridotti ad insipida pappina dal frullatore di una legge. Asseverando il diritto del singolo, di ogni testa, ad essere come meglio crede e si pensa: nel perfetto esagono della propria celletta, ciascuno produce a suo modo il miele migliore per l’arnia.

Girando nudo pei monti, bevendo il mio caffè sulla soglia di casa, abbronzandomi in spiaggia non invado le celle contigue. Certo, ad altri non potrebbe piacere il mio miele, non è commerciabile… È un attimo per la società divenire totalizzante, rosicchiare gli spazi privati, … e pur piace a qualcuno rivelare con misurata discrezione e ostentato pudore la scritta sull’elastico delle mutande per dichiarare d’esser fedele affiliato a un gruppo fin nel midollo.

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