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Amò pötèl (“ancora bambino”)


A sèt agn i è pötèi a setanta i è amò chèi
“a sette anni sono bambini a settanta sono ancora gli stessi”
(proverbio lombardo)

La gita di domenica scorsa (22 gennaio) sul Monte Maddalena mi ha riscoperto una parte emotiva di me rimasta sepolta per anni. Nel pomeriggio, nonostante i buoni chilometri già macinati, d’improvviso sentii l’allegria di volermi spogliare. Non so io stesso le ragioni: razionalmente potrei dire 1) non sprecare la prima occasione; 2) testimoniare lo stile delle nostre escursioni. Ma ripensandoci, nessuna di queste ipotesi è sufficiente. Sentivo un impulso interiore, una forza, una spinta, incurante di tutti, degli altri gruppi di escursionisti che potevano passare e vedere. Che vedessero pure: dentro la mia sfera di vetro mi sentivo al sicuro di tutto; anche se mi avessero visto non avrebbero pensato altro che bene; sentivo una energia buona, una dolce insistenza, un “dovere” assoluto più grandi di me; e talmente ovvi da non doverci pensare, talmente forti da non richiedere alcuna giustificazione. A me stesso per primo. Sentivo quella stessa caparbietà che avevo da bambino quando intraprendevo qualcosa, quando pieno di entusiasmo, infiammato da curiosità e voglia di fare, venivo totalmente assorbito in qualche nuovo gioco: un lavoro al traforo, una barchetta con un bocciòlo di canna, una capanna sul greto del torrente fuori paese, un arco con cui uccidere immaginari nemici…

Ma c’era anche qualcosa di più, perché sessant’anni (e qualcuno di più) non sono passati inutilmente e prudenze, avvertenze, cautele eran presenti, continuavano a mostrarsi, a punzecchiarmi, ad ammonirmi, a fantasticarmi pericoli. Eppure avvertivo una leggerezza nei pensieri, anzi solo uno ne avevo, quello di un autoscatto. A paragone mi viene l’immagine di un uovo che schiude, la vivacità di un pulcino che si lascia i gusci alle spalle e saltella nell’erba, si asciuga ai raggi del sole.

Brescia, Monte Maddalena, Prati del Trinale. spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso [Emenuele https://emanuelecinelli.wordpress.com/2017/01/24/inaugurato-vivalpe-2017/]

Brescia, Monte Maddalena, Prati del Trinale.
«Spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso.» [Emanuele]

Mi viene in mente anche la parola innocenza. Ma subito la scarto. In questa parola c’è tutta un’impalcatura di pensieri che ci portiamo dietro, delle connessioni in catena infinita: nel seguirle ti stanchi prima di vederne la fine, né sai dove ti abbia portato, pensieri di pensieri; e così sempre qualcosa rimane sospeso e irrisolto, conosciuto a metà, annebbiato in lontananza. Non avevo pensieri, senza la cappa del dubbio, senza l’esame di coscienza come morale vorrebbe. Uno di quei momenti con una lucidità mentale che abbaglia e mette in ombra tutto il resto. Una determinazione nel fare, un imperativo cui senz’altro ubbidire. Una cosa totalmente mia: nessun suggerimento, nessuna imitazione, emulazione, dimostrazione. Un’euforia, una frenesia, un formicolio morbinoso mi percorreva le braccia, mi attrappiva i muscoli dei lombi e mi spingeva all’azione. Un’azione, capisco adesso, semplice e netta, senza orpelli di pensieri, progetti, finalità. E sempre nell’umore di un’ebbrezza forte e soave, come rare volte m’è capitato di provare.

Non so chi comandava dentro di me. Non me n’importa: era una cosa mia, assolutamente da fare. La ragione per un momento sospesa, per godermi lo sprazzo di un modo di vivere al di fuori di tutto il contesto che abbiamo costantemente presente, che ci fa la coscienza e il giudizio nel far quotidiano.

A questo punto, non so quanto il nudo in sé abbia contato. Infatti. Non coglievo io stesso la differenza. Ero ancora io, e solo io, in una continuità coerente ed esaltante, una soddisfatta coscienza, un’attenzione limpida e sveglia. Mentre mi toglievo felpa e maglietta, mentre mi abbassavo le bretelle dei pantaloni (rosse: icona in se stessa che sa di unico e strano, quasi una magia fuori dal tempo, una fiaba che stava accadendo), mi sentivo giusto e perfetto come non sono mai stato (o come non ricordo di esser mai stato). E poi, da nudo, ancor più la sensazione di non esser nessuno, uno dei tanti, uno come tutti, tranquillo e contento di una cosa da niente. Appena velata la sensazione di aver conquistato qualcosa. Che cosa, se non la schietta, semplice, serena, incolpabile percezione di esser “a posto”, di esser giusto così?

Poi la mente ci ricama, parla di libertà, di premi, di conquista, di diritto e via dicendo. Ma la primitiva sensazione, quel sentirmi a sessant’anni passati ancora pötèl è stata impagabile.

Con altri compagni di gita tutto questo non sarebbe successo.

P.S. Non preoccupatevi per il mio barbalicchio: data la temperatura si comporta come il mercurio di un termometro, anzi, sensibile com’è, ho cominciato a chiamarlo proprio Mercurio, il messaggero degli dèi.

Troppo rispetto


Ogni tanto mi viene in mente un “esperimento nudista” e la tentazione di realizzarlo è talmente forte da essere irresistibile, diventa una fissazione, un kick e mi tormenta finché, prendendo il coraggio a quattro mani, diviene un fatto compiuto. E incancellabile. E l’esecuzione del progetto poi avviene in tutta tranquillità e normalità, senza quasi batticuore, talmente l’ho provato e riprovato con l’immaginazione. Ricordo quattro o cinque anni fa quando mi facevo i primi autoscatti nella campagna solitaria o sulle colline vicine, la foto all’alba del 1° gennaio di ogni anno sul balcone, le 8 passate, coi primi raggi del sole che mi riscaldavano un po’, e poi i giri in Torbiera, all’imbrunire, le docce con la gomma dell’acqua dell’orto, e i pranzi, le letture sul balcone…

Ma ieri me ne sono inventata una nuova: ritirare la posta presentandomi nudo. Il portalettere passa verso le 10,30, preannunciato dal ronzio del motorino. Ci si conosce da anni e siamo entrati in confidenza. Già altre volte, interrompendo la lettura al suo arrivo, mi infilavo i calzoncini e mi presentavo al cancellino a torso nudo. Ieri sentendolo arrivare, l’ho atteso. E dopo avergli detto che ero nudista gli ho chiesto se potevo filmarmi mentre mi consegnava la posta. Allargò le braccia imbarazzato, senza sapere che pesci pigliare, preso in contropiede dalla stranezza della richiesta. Mi tolgo i calzoncini, faccio partire la ripresa e vado a ritirare la posta: un pacco (senz’altro un libro) e una busta. Vedo il portalettere che cerca di evitare di guardarmi. Certo, non devo essere un Adone! Mi viene spontaneo dirgli: «Guarda che non mi fa niente se mi vedi». Ma lo shock è tale per cui, consegnatami la posta, non vede l’ora di proseguire il suo giro.

L'irresistibile tentazione di ritirare nudo la posta!

L’irresistibile tentazione di ritirare nudo la posta!

Mi ha fatto impressione quel suo distoglier lo sguardo dalla mia nudità. Nel frattempo era arrivato il camioncino azzurro del netturbino, ma nella fretta, credo non si sia accorto di nulla. Rivedendo il filmatino ho pensato che il postino tenesse il capo voltato per non esser ripreso. Ma poi un’altra ipotesi si è affacciata: che fosse un gesto di rispetto, di carità cristiana, di compassione – come si fa certe volte con un parente in ospedale. Ma non facciamo così anche quando vediamo una donna che allatta?

Sarei tentato di scrivere: «Conclusione: la nudità è ancor lungi dall’essere un fatto normale». Ma non è vero. Soprattutto quel retorico e drastico lungi non mi piace per niente. A chi tocca cercar di far breccia, rosicchiare la mentalità corrente con comportamenti innocui e individuali, senza intenzione né di offendere, né d’esser teatrali, se non a noi? Sono convinto che il desiderio di potersi mettere nudi sul proprio balcone, nel proprio giardino non sia una così grande indecenza e sia un desiderio che molti reprimono.

Alcuni vicini hanno delle piscinette per i bambini. Mi danno un senso di tortura quei costumini, quei reggisenini (persin la parola è assurda) per bambine di quattro anni, che mi viene da chiedermi quale sia per quei piccoli il danno maggiore:1) Crescere con una parte del corpo sequestrata gelosamente alla vista altrui, come altrimenti si perdesse un tesoro, si tradisse un segreto; 2) attirare l’attenzione verso parti del corpo proprio perché vietate alla vista senza che ne venga spiegato il motivo (se almen lo si sa).

Ma ritorno a pensare al mio postino che distoglie lo sguardo per troppo rispetto, come i figli di Noè che ricoprono il padre nudo e ubriaco camminando all’indietro. C’è qualcosa che stride, di eccessivo.

Avrei infine una domanda… una serie di domande per Dio Onnipotente ed Eterno – sempre che mi risponda (ma è rimasto muto anche per l’Olocausto che riguardava il suo popolo prediletto, figuriamoci per una bagatella come questa!).

  • Perché ci hai creato un corpo (o parti del corpo) di cui vergognarci con gli altri?
  • E perché, Dio del perdono, continui a ricordarci che un tempo, molto tempo fa, ti abbiamo disubbidito? Perché non l’hai evitato?
  • E perché, allora, ci hai dato il libero arbitrio e poi se scegliamo qualcosa che a Te non va, ce lo rinfacci e ci tormenti coi sensi di colpa?

Mi sa che son domande che non avranno risposta. Nell’attesa faccio di testa mia, senza pormi altre domande, se son tanto stupide da non meritare risposta.

E con il postino, rotto il ghiaccio una volta, le cose torneranno normali, ma nel caso non eviterà più di guardarmi, distogliendo lo sguardo con atto commiserante e pietoso.

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