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Secondo natura


Decenza e castità

Con la condanna della nudità passa l’ossessione del sesso, anzi ne è lo strumento (e lo straniamento). La decenza diviene metro del ben vivere, del buon costume, delle cose a modino. Sesso compulso e castità idealizzata sono gli estremi polari della medesima ossessione, del medesimo tabu, di un terreno ominoso costruito ad arte per indurci falsi timori e tenerci al guinzaglio in una insicurezza e disistima che ci impedisce di vedere con occhi neutri l’ovvietà e naturalità del sesso. In tal modo il sesso diventa innaturale, come tutti gli eccessi. Da una parte la mela proibita suscita un desiderio intemperante, siamo sempre sovraeccitati, inappagati, alla rincorsa insaziabile di un di più. Dall’altra passa una particolare concezione dell’attività sessuale, che, proprio perché “costruita”, messa addosso alla nostra natura, è ben lungi dall’ottenere gli effetti desiderati, accentua la dismisura, la sregolatezza, la perversione e, in buona parte, un certo innaturale disadattamento, un indotto disagio, una disistima di sé e del naturale affidamento alle nostre facoltà e capacità, un vago sentore di essere impari, inadatti, non all’altezza della bisogna… diventa un’impresa, un’avventura. Cui si accompagna un disvilimento del corpo, un disvalore della natura in sé, confrontata e contrapposta all’uomo e alle sue superbe conquiste e vittorie (“le magnifiche sorti” di cui parlava Leopardi), e quasi nemica, matrigna. Si dice che proprio tale distanza dalla natura sia ciò che più ci fa uomini.

Correre

Non so che gara sia questa: son cose più grandi di me; che presunzione stia alla base di tale cultura. Fatto sta che ci è rimasto l’anelito alla vittoria, il desiderio della sfida, come “campo” in cui esprimiamo il “meglio” di noi e ci spinge compulsivamente verso nuovi traguardi, ci spreme le forze verso la conquista di record sempre nuovi e più avanzati. (san Paolo 1Corinzi 9,24-27 – nei pressi di Corinto si svolgevano nell’antichità i Giochi Istmici, e dunque gli abitanti potevano ben comprendere la similitudine).

Non so chi abbia reinventato le olimpiadi della nuova era. Gli ideali olimpici ci sono entrati nel sangue, l’arena di lotta il nostro pane quotidiano, lo stadio la proiezione della nostra affermazione nella società, dell’aggregazione attorno al podio del vincitore, clacsonando come in corteo nuziale dietro il carro di trionfo di altri, dei campioni. Ci è entrata anche “l’universalità dello spirito olimpico”: le ferree regole del gioco sono una metafora delle regole della vita sociale. Seguendo il pedagogista Pierre de Coubertin si va attribuendo allo sport una specifica e globale funzione educativa. Non si capisce poi come a un certo punto la cura del corpo, l’allenamento quotidiano, la prestazione fisica allontanino l’attenzione dalla finalità primaria e si assoggetti il corpo, docile asinello da soma, a una disciplina ferrea finalizzata ai risultati. Gli ex-atleti divengono spesso maschere di se stessi, con rughe profonde nel viso, vari acciacchi dovunque e portano generalmente i segni di un precoce invecchiamento.

Mete

Dietro mi pare di intravedere una “volontà di potenza” (Wille zur Macht), uno ansito goethiano (Streben) che come un lievito fa fermentare la mente e trasforma idee, significati e valori facendocene quasi ubriacare. Uno slogan che ci sentiamo ripetere quotidianamente è “volere è potere”, e di fronte ai fallimenti, consolatoriamente ci andiamo ripetendo “almeno hai tentato”. Esistono dei rischi quando si tenta il passo oltre i limiti: ma sembra che proprio in questo spostamento dell’asticella consista la vera dignità umana. Di nuovo, consolatoriamente, ci assolviamo dicendo che comunque n’è valsa la pena.

È innegabile che una tale mentalità tradisca un generale scontento di sé e della vita. Oppure che tale scontento sia indotto artificialmente, che diventi una moda lamentarsi. Diete, sport e cosmesi possono essere lo specchio che ci dice di quanto siamo scontenti del nostro corpo. La pornografia lo spettacolo con cui idealizziamo le nostre prestazioni, giudicando insufficiente, troppo poco per noi, la “normalità secondo natura”. Perché noi ci meritiamo di più, perché noi valiamo.

Limoni?

Questo modo di pensare collettivo ci tira il collo con il senso dell’onore, del dovere, della dignità, del rispetto di sé, del “debito” che si ha nei confronti della società di dare il meglio di noi per il progresso comune.

Chiaro che il “regresso” alla natura non sia visto di buon occhio:

primo: sembra giudicare negativamente il progresso, lo sforzo meritevole dell’umanità intera di affrancarsi dalle remore che ci impone la biologia; da ciò deriva un’ingratitudine verso quanti hanno speso tempo e denaro, profuso capacità e intuizioni per il progresso della scienza, della tecnica, del pensiero, dell’arte…

secondo: non sfruttiamo appieno le nostre capacità e ciò equivale a uno spreco a una perdita secca e netta

terzo: chi dirige il progresso si vede privato dei soggetti che lo portano avanti, che col contributo personale favoriscono il miglioramento sociale, la cultura e la civiltà.

Chi dirige il progresso non apprezza le critiche al proprio operato, presume di far giusto (proprio per il concorso e consenso di tante menti e persone, per lo sforzo collettivo ed unanime), è pronto a correggersi solo se scopre da sé errori di impostazione, debolezze di funzionamento; pronto a includere avanguardie e dissidenze, per timore di lasciare oppositori all’esterno della propria cittadella sicura. Ritenendo a priori di far giusto, di far del proprio meglio, non può accettare critiche esterne, né quinte colonne al proprio interno. Il modello teorico seguito è ritenuto logico e saldo, a prova di contraddizione: una macchina ben oliata e funzionale al perseguimento dello scopo per cui è stata concepita.

Altrimenti?

Un cordone sanitario di parole e di definizioni, di astrazioni e convenzioni, di simboli e significati attribuiti imprimono nel corpo, nella natura, il nostro marchio e col tempo lo plasmano e lo finalizzano all’obiettivo prefissato. E squalifichiamo le impostazioni che abbiamo per natura, che nonostante tutto ci fanno funzionare, star sani e vivere quel che siamo. A riprova, ricerchiamo naturalità, misura, normalità nei momenti di crisi. Deridiamo la nostra presunzione d’essere la misura di tutte le cose, la severa alterigia dell’“uomo vitruviano”. Denudiamo il corpo, prima che dei vestiti, degli abiti di pensiero con cui l’abbiamo paludato, agghindato a una funzione, a un significato, a una cerimonia, di una bardatura atta a tirar una carretta imposta dal viver sociale. Riscopriamo d’un tratto uno stato “di natura” e ci riconosciamo spontaneamente, ci sentiamo liberi: non ci importa elencare ciò da cui ci siamo liberati. Ci riproponiamo di non rifare l’errore di attribuire alla nudità significati, valori, concezioni e comportamenti perché ci reingabbieremmo in prigioni che sono ancora le nostre. È quel che fa ad esempio l’esibizione “frenata” del nudo nella pubblicità, quel che è così evidente negli ideali di bellezza di Miss Mondo.

In natura non c’è una foglia uguale ad un’altra, eppure le foglie del tiglio son diverse da quelle dell’edera, ogni leopardo ha le sue macchie, zebre e tigri le loro strisce… ogni persona ha una faccia diversa, unica, che differenzia un individuo da un altro: quel tanto diversi da esser distinti; quel tanto di uguali che ci fa pur prossimi e simili.

Il nudismo

Chiaro che il nudismo non sia visto di buon occhio. E non avendo argomenti razionali si prendono a prestito quelli morali, quelli del costume, della tradizione. È noto che il nudismo apre la via a una riconsiderazione di sé, del proprio corpo e del contesto socio-culturale in cui si vive. Disvela le trame del controllo sociale, i marchingegni della persuasione, le logiche del mantenimento del potere e della struttura sociale, e dello sfruttamento; l’uso della ricchezza a fini coercitivi e del denaro come mezzo di remunerazione e fidelizzazione dei singoli.

I nudisti son visti come cani sciolti, che anche solo per una minima ed innocua parte, non accettano le regole condivise di una “civile” e decente convivenza, vorrebbero sovvertirle. Minacciano di incrinare la stabilità sociale. Sono voci fuori dal coro, pecore fuori dal gregge. Ma ai nudisti non importa come vengono visti e concettualizzati dal resto della società. Considerano la propria scelta un fatto del tutto personale, una concezione legittima che discende dal consideraci esseri naturali prima che sociali, senza scopi di sovvertimento o rivoluzionari, senza il ricarico simbolico e ideologico con cui vengono inquadrati. Almeno nei momenti in cui possono stare nudi, non hanno altre mire o preoccupazioni che di godersi lo stato di natura. Ai gestori dei luna park questo non va giù! Ingrati nudisti!… dopo tutto quel che si fa, che è stato investito per il bene dell’umanità!

Quasi un’altra realtà

Il giorno in cui una persona si pone nudo a prendere il sole, scopre il vettore che lo trasporta in una realtà non codificata, non razionalizzata, non pensata, non traguardata dal teodolite cartesiano che la rassicura della sua consistenza, realtà e simbolicità. Un vettore nudo pur esso: il tepore del sole sulla pelle, la percezione di ogni refolo d’aria confermano di una presenza, di un 100% della nostra corporeità e reale fisicità. Non abbiam bisogno di pensieri per inquadrare la nostra presenza nel mondo. Siamo e basta. Semplicemente. Spontaneamente. Ridiventiamo animali, creature della natura, e questo è il compasso che ci delinea nella nostra rotondità e totalità, il regolo della nostra quadratura nel mondo, nella nostra sufficienza biologica, senza i vari altarini metafisici che ci siamo costruiti per dare un senso alla nostra esistenza. Esistiamo ad oltranza, ben al di là… o al di qua del cogito, ergo sum. Ed è questa riscoperta che ci dà agio nel nostro essere, nel nostro presente, nella nostra più sincera e semplice identità. Nella nostra indifferente nudità. Ed è una conquista, una conquista quasi inconsapevole, fatta col corpo, che a suo modo e a suo tempo arriva anche al pensiero, alla riconsiderazione della propria identità, così stridente ora, rispetto a quanto ci viene inculcato. Come ho sempre detto, non ce l’ho con nessuno. Ma che nessuno mi venga a impartire lezioni. La scelta che mi viene dalla natura è fuori da ogni laccio dell’umano pensiero, da ogni guinzaglio morale con cui mi si mena a passeggio, dalle briglie cui mi si vorrebbe aggiogare alla noria sociale.

Vivere nudi

Vivere nudi (Vivre nu, come direbbero gli amici francesi), con la luce del sole che mi colora la pelle, che mi profila la presenza reale e totale del corpo, che mi attira lo sguardo alla stranezza di certe parti non più coperte da “costumi” reali e metaforici, di natiche, inguini e pelvi non interrotte da tanga o bermuda, di corpi nudi, glorianti d’essere tali, essenziali, liberi e naturali, belli, insomma… senza il rinvio ossessivo e obbligato ad un sesso perverso, ossessivo, al postutto onanistico, a una casta astinenza, velo mortuario di un frutto appassito e grinzito.

Non m’importa se è chiedere troppo. Nego che esista qualcuno cui chiederlo, un potere costituito da cui esigerlo. È la mia natura, diritto innato con la persona. Non c’è una Roma padrona, né Stato che tenga.

Regolamentare il nudismo


Un articolo apparso ieri sul BresciaOggi (“Il naturismo non è esibizione sguaiata Ma ora serve una legge”) ha scatenato in me vari pensieri e alcune considerazioni, poi rinforzate nel ripensare alle varie proposte di legge nazionale e, ivi comprese quelle approvate, regionali avanzate in Italia.

C’è, nell’articolo come nelle dette proposte di legge, una parola ricorrente, un aspetto comune, il costante ricorso alla parola “regolamentare”: bisogna regolamentare, è necessario regolamentare, si propone di regolamentare il nudismo (invero si usa la parola naturismo, alla fine è comunque dello stare nudi, indi del nudismo, che si vuol parlare).

Ma… cosa significa regolamentare? Cosa si regolamenta? Cosa ha usualmente bisogno di una regolamentazione?

Avete mai visto una legge che regolamenta il modo di vestirsi? No, in Italia no, quantomeno non negli ultimi 65 anni. Perché? Perché non avrebbe senso, perché nessuno pensa minimamente giusto e utile imporre ad altri i propri gusti di abbigliamento.

Avete mai visto una legge che regolamenta il modo di mangiare? No!

E una che regolamenta le attività sportive praticabili? No!

Cosa viene al contrario regolamentato?

L’uso di quanto ha in sé stesso la potenzialità di creare danni materiali a cose o persone (ad esempio veicoli, armi, macchinari, ponteggi) oppure i rapporti contrattuali (ad esempio accordi commerciali, contratti sociali, matrimonio).

Orbene, il nudo in se stesso può arrecare danni materiali? No, palesemente, inequivocabilmente no. Eventualmente è la persona che, indipendentemente dall’essere o meno vestita, racchiude in se stessa tale potenzialità, infatti esiste già tutta una regolamentazione che gestisce il comportamento delle persone: l’insieme di codice civile e codice penale.

Allora, il nudo forse prevede un rapporto contrattuale con gli altri? No, palesemente, inequivocabilmente no. Al massimo può esserci una questione di convivenza con chi si sente infastidito dal nudo e qui esistono già le regole naturali di reciproco rispetto attraverso le quali addivenire a una reciprocamente soddisfacente soluzione della questione, tenendo conto che si tratta di un’equazione algebrica per cui l’equa soluzione è tutt’altro che a metà strada, bensì spostata più verso il nudista: se non può stare nudo si vede totalmente inibito nel suo diritto mentre la controparte se deve spostarsi o guardare altrove è solo parzialmente limitata nel suo diritto, per giunta potrebbe anche scoprire che il fastidio presto scompare, imparare qualcosa, evolversi e quindi averne un bel vantaggio morale e sociale.

Allora perché regolamentare il nudismo? Perché questa assillante proposta di regolamentazione?

Beh, visto che più o meno palesemente articoli e proposte di legge parlano spesso di rispetto dei diritti di coloro che non vogliono convivere con il nudo (perché si ignora la naturale esistenza del diritto opposto? Del diritto alla reciprocità? Perché al massimo si parla di desiderio del nudista?), di “fra adulti consenzienti” (e le famiglie con bambini dove finiscono?), di impedire fatti incresciosi (non c’è già una regolamentazione degli atti di inciviltà? Che rapporto esiste tra tali atti e l’essere nudi? È necessario essere nudi per attuare comportamenti scorretti?), di evitare situazioni di promiscuità (la scelta di questa parola già la dice lunga) parrebbe esserci dietro l’idea del nudo come atteggiamento socialmente non conforme. Come possono delle proposte di legge convincere chi le deve firmare se in esse è racchiusa l’idea di trasgressione, di non conformità, di liceità? Forse perché chi le deve firmare ragiona a sua volta in tal modo? Si può allora sperare in una legge che realmente tuteli i diritti dei nudisti? O si può più che altro presupporre in una legge che servirà solo ed esclusivamente a isolare, contenere il movimento nudista? È proprio così difficile educare i firmatari alla logica e alla ragione?

Vero è che in tali proposte, dopo un antefatto generale sul nudismo nel quale ci si preoccupa più che altro di produrre quanto sopra detto, ci si sofferma poi sull’incentivazione, a fini turistici (e dove finisce il fatto che il nudismo è più che altro o comunque anche una scelta di vita?), delle strutture dedicate al nudismo e queste prevedono sì dei rapporti contrattuali, ma… non esistono forse già tutte le leggi adeguate a gestire tali aspetti contrattuali? C’è forse differenza contrattuale, istituzionale o privata, tra una struttura nudista, una vestiti facoltativi e una vestiti obbligatori?

D’accordo, vista l’attuale estrema carenza di strutture italiane dove si possa stare senza vestiti e l’insensibilità alla questione dimostrata ad oggi da imprenditori e istituzioni, si vuole forzare la mano attraverso una legge che imponga ai comuni l’individuazione di aree da destinare alla fruizione nudista. Ma… può una legge risolvere la questione? Beh, magari se fatta bene anche sì (comunque gli esempi regionali ad oggi esistenti da un lato fanno vedere leggi stentate, dall’altro la possibilità per le istituzioni comunali di ignorarle o portare le cose alle calende greche), ma… quante aree potranno costruirsi? Saranno libere, indi a fruizione popolare, o a pagamento, trasformando il nudismo in una questione elitaria? E soprattutto, ce ne saranno a sufficienza per garantire a tutti la reale possibilità di raggiungerle almeno ad ogni fine settimana a costi popolari? E poi, importantissimo, cosa succederà per quei tanti che allo starsene sdraiati al sole preferiscono farsi delle belle camminate in campagna, collina o montagna? E a quelli che amano le lunghe nuotate in laghi e mari? A quelli che adorerebbero stare nudi mentre accudiscono il loro giardino o il loro orto? Insomma a tutti quelli che al nudismo stanziale preferiscono un nudismo libero e attivo? Ignorati? Totalmente ignorati? Dovranno solo adeguarsi e convertirsi alla stanzialità nei ghetti?

La ciliegina sulla torta: si legge spesso che una legge di regolamentazione del nudismo potrebbe portare all’Italia un considerevole flusso di turisti che le vacanze le vogliono fare nudi, ma… ne siamo sicuri? Ad oggi le poche risposte alle leggi regionali hanno portato alla definizione di sparute e microscopiche (poche centinaia di metri) aree, spesso lontane dalle strutture di soggiorno (quasi sempre tessili); può questa situazione risultare concorrenziale con le proposte estere? Cosa viene dato in Croazia, in Spagna, in Francia? Beh, li ci sono strutture nudiste anche piuttosto grandi, tutte con annessa plurichilometrica spiaggia o altra area (bosco, fiume, prati) in cui poter stare nudi tranquillamente. Che dire, salvo cambiamenti radicali nell’atteggiamento imprenditoriale e istituzionale italiano (teoricamente possibili, ma materialmente più vicini all’utopia) la vedo dura!

Non ci sono santi ne madonne, esiste una sola unica possibilità per dare giustizia a un atteggiamento sociale che è solo un modo di abbigliarsi e come tale è insensato regolamentare: l’esplicita dichiarazione legislativa che il nudo di per se stesso è atteggiamento conforme ovvero non è violazione degli articoli del codice penale relativi alla pubblica morale (cosa invero ormai più volte sancita dai giudici di ogni ordine e grado e quindi, sebbene entro certi limiti, già idealmente operativa) e agli atti osceni in luogo pubblico (invero da tempo ormai giuridicamente definito che non sussiste tale tipo di reato nello stare semplicemente nudi); meglio ancora, sullo stile della Spagna, la chiara dichiarazione legislativa che in assenza di esplicito divieto si può stare nudi ovunque. Ogni altra soluzione sarà sempre e comunque una iniqua e illogica limitazione ai diritti naturali dei cittadini italiani e dei turisti.

Mi si dice che non è possibile chiedere questo, perché? Come detto i giudici l’hanno già stabilito e entro certi limiti applicato e trasformato in convenzione giuridica attiva (così come prima era solo una convenzione giuridica che il nudista compieva un atto contrario alla morale), perchè non si può dare seguito legislativo ad una convenzione giuridica attiva? Mi si dice che la mentalità politica attuale non è ancora pronta a questo, perché? È proprio così difficile educare i politici alla logica e alla ragione? Mi si dice che bisogna pur iniziare da qualcosa, vero, ma altri mi insegnano che si ottiene sempre meno della metà di quello che si chiede, cosa succede se già si chiede il minimo? E poi, altri mi insegnano che in Italia se per fare una legge ci vogliono tot anni, per cambiarla ce ne vogliono cento volte di più! Per altro l’ultima proposta di legge così come a suo tempo pubblicizzata (vedi qui) era conforme a questo discorso, affermava che la nudità è lecita e stop per poi a parte affrontare il discorso di promozione turistica, ci si sta forse rimangiando la parola. Perché?

Il medioevo è ancora qui!


IMG_1788Ogni tanto giunge notizia di qualche amico vessato sul lavoro o nella vita sociale solo ed unicamente perché si è permesso di diventare nudista.

Sembra assurdo ma nel secolo che dovrebbe essere quello delle grandi conquiste tecniche, scientifiche, sociali, umanitarie c’è ancora chi non riesce ad accettare l’esistenza di stili di vita diversi dal suo e non riesce ad ammettere che possa esiste qualcuno che è riuscito a liberarsi da quei condizionamenti di cui lui non riesce a liberarsi, trasformando la sua invidia verso l’altro in un sopruso: se io non ci riesco, nemmeno tu devi poterlo fare!

Quando poi a perpetrare il sopruso sono esponenti dell’amministrazione e della politica nazionale o locale, il tutto diventa ancor più grave: il loro compito è quello di fare gli interessi di tutti i cittadini, non solo di quelli che li hanno votati; il loro dovere è quello di amministrare secondo l’interesse pubblico e non secondo il loro specifico e limitato modo di vedere le cose.

La Costituzione Italiana è ben chiara e non ammette discriminazione sulla base della religione, della sessualità, delle scelte di vita, ivi compresa, pertanto, quella del nudismo:

Art 1 – … La sovranità appartiene al popolo…

Art 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…

Art 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…

Ecco che è anticostituzionale vessare qualcuno per il suo essere nudista con l’ambigua scusa del “qualcuno potrebbe restarci male” o del “ci fa cattiva pubblicità”. L’amministratore deve istituzionalmente difendere le libertà costituzionali e i diritti naturali, manifestando appoggio e sostegno al nudista anche a fronte di specifiche lamentele di qualche personaggio ormai palesemente fuori luogo e fuori tempo, impaurito dalla sua stessa immagine che si riflette nello specchio nudista.


Da qualcuno, a sua volta vittima di una società marcia e cafona, ci è stato suggerito (ma un suggerimento che per come formulato è apparso essere un obbligo) di rimuovere una foto perché “non tutti la pensano come voi”.

Che vuol dire tale affermazione? Ora se esiste qualcuno che non la pensa come me io devo stare attento alle foto che pubblico? Se un domani nascesse una corrente di pensiero che odia le persone coi capelli rossi, più nessuno potrebbe pubblicare foto di persone coi capelli rossi?

A me e a molti altri danno enormemente fastidio le foto in cui delle donne vengono miseramente trattate da oggetti, foto sulle quali alcuni si lasciano andare a commenti poco edificanti per le donne ritratte, foto che da alcuni vengono usate per diffondere messaggi lascivi. Eppure nessuno si pone il cruccio di andare a chiederne la rimozione.

Si parla di forza della maggioranza, ma è giusto che la maggioranza debba averla sempre vinta? È giusto che per volere della maggioranza qualcuno debba rinunciare alle proprie scelte di vita anche quando queste non provocano danni materiali agli altri?

Per altro ho fatto almeno un esempio dove ad averla vinta non è proprio per niente la maggioranza attuale, tutt’altro: vince l’opportunismo, vince chi paga!

Ah, quale era la foto rimossa? Una foto che ha fatto il giro del mondo, apprezzata anche da tantissimi non nudisti; una foto che esemplificava le ragioni della depravazione sessuale, ivi compresa la pedofilia (in nome della quale ci è stato richiesto la rimozione della foto: chiaro, dà fastidio vedersi sbattere il faccia le proprie colpe); una foto che proponeva la soluzione ai problemi della depravazione sessuale, ivi compresa la pedofilia; la famosa foto in cui si vedono da un lato due bambini (un maschio e una femmina) in mutande che si guardano reciprocamente dentro le stesse, con sopra la scritta “educazione tessile”, dall’altro lato due bambini (un maschio e una femmina) nudi che tenendosi per mano camminano felici verso il futuro senza nessuna curiosità morbosa verso ciò che li differenzia e sopra la scritta “educazione naturista”.

Non dico altro, vedete un po’ voi se questo non è sintomo di una società contorta e malata, una società che scende a patto con il diavolo pur di difendere le proprie tare, una società che deve controllare e impedire ogni proliferazione di stili che possano aprire le menti, perché l’apertura delle menti porta inevitabilmente al saper contrastare i voleri del potere centrale.


castelli_sabbia

“Vivete in un castello fatato” qualcuno si è sentito dire.

Vero, verissimo, ma… perché mai il mondo deve vivere in un castello stregato, dominato da pochi crudeli demoni? Non è forse meglio un castello fatato, in cui rispetto e civiltà la facciano da padroni? Noi abbiamo osato uscire dal castello stregato, liberarci dai demoni e svincolarci dal loro controllo totalizzante, siamo pertanto dei nemici destabilizzanti da sconfiggere e debellare con ogni mezzo, anche la menzogna e l’inganno.

“Non conoscete la gente, il mondo reale”

Oh, questa poi è bellissima, come se noi fossimo liberi di ignorare la realtà, di estraniarci da essa. Fino a prova contraria il nudista vive, almeno per ora, la massima parte della sua vita da tessile, immerso completamente nella mentalità, nei condizionamenti, nelle idiosincrasie della società tessile. Caso mai è il tessile, quel tessile che non vuole accettare l’esistenza del nudismo e dei nudisti, che ne rifiuta la presenza e la condivisione che non conosce la realtà completa del mondo d’oggi, che non conosce la visione della gente d’oggi, palesemente e scientemente a favore del nudismo e della condivisone degli spazi. O forse no, forse la conosce bene tale realtà e proprio per questo ne è spaventato, perché ci vede riflessa una propria immagine sporca e vile, perché capisce d’essere ormai all’angolo e non avere più scampo e allora… allora vai con l’inganno, dagli con la menzogna, fai finta che siano gli altri ad essere sbagliati e accusali, accusali a più non posso, negando ogni evidenza, oggettiva o soggettiva che sia.


Denunciare chi è nudo dove è usuale stare nudi è evidentemente azione irrazionale; denunciare chi è nudo il luoghi isolati e più o meno reconditi è solo l’estrema difesa di chi si sente ormai in netta minoranza e non vuole ammetterlo; denunciare chi è nudo è manifesta dimostrazione di debolezza, insicurezza ed egoistico senso unico mentale. La legge italiana non vieta la nudità, solo per convenzione sociale si è arrivati, in tempi relativamente recenti, a considerarla immorale, e le convenzioni sociali cambiano, cambiano rapidamente, devono cambiare, SONO cambiate come dimostrato dalle molte sentenze di assoluzione promulgate da diversi giudici dal 2000 a oggi (ultima quella di ieri) e tutte con formula piena perché il fatto non comporta reato. L’immoralità, la malizia, la perversione sono nella mente di chi guarda, non nella natura, nel corpo, nell’azione di chi sta nudo.

Quanto poco ci vuole!


Piccolo gioco d’immaginazione….

  1. Prendi una foto di una persona vestita e guardala per una decina di secondi.
  2. Ora chiudi gli occhi e immagina la stessa persona completamente nuda.
    Ci sei riuscito? Credo proprio di si! Il vestiario non può impedirti di immaginare il nudo che ci sta sotto, di fatto siamo tutti uguali, visto uno/una visti tutti/tutte; i vestiti non servono alla morale, servono solo a farsi apparire moralmente a posto, non ad esserlo.
  3. Prendi una foto di una persona nuda e guardala per una decina di secondi.
  4. Ora chiudi gli occhi e prova a vestire con la mente la persona in essa raffigurata.
    Ci sei riuscito? Credo proprio di si! Poco ci vuole per non farsi infastidire dal nudo, basta guardare oltre.

Il nudo di per sé stesso non può arrecare nessun danno, caso mai può solo apportare tanti, ma proprio tanti benefici, vale proprio la pena fare quel piccolissimo sforzo talvolta necessario a superare il disagio inziale, un disagio che non è per niente naturale, non nasce con noi ma si forma in seguito in ragione dei condizionamenti che ci vengono indotti. Si nasce nudisti e poi ci obbligano a diventare tessili, riprendersi il piacere della nudità è un dovere morale, oltre che un diritto naturale e… i diritti naturali sono inalienabili, cioè qualsiasi obbligo alla rinuncia non ha valore legale, e irrinunciabili, cioè qualsiasi accordo di rinuncia non ha valore legale.

Art. 3 della Costituzione Italiana

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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