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La reputazione


Ultimamente m’è capitato di segnalare a un mio conoscente escursionista le nostre iniziative per l’anno prossimo. L’ho fatto in modo neutro, come segnalassi iniziative di escursionisti “normali”. Ho parlato soltanto di un’ “iniziativa insolita, soprattutto nell’abbigliamento”. Il link a Mondo Nudo avrebbe poi spiegato tutto.


Nudist’attivo

Ho continuato a chiedermi in questi giorni – mentre aspettavo un cenno di risposta, che non è ancora arrivato – se e quanto quel mio amico fosse stato sorpreso dalla mia segnalazione, se e quanto fosse cambiata l’idea che aveva di me. Cioè, in termini realistici, quanto mi fossi compromesso. Sì, effettivamente, deve essere stata una sorpresa non da poco scoprire che dietro una persona “per bene” si nascondeva un nudista. Si nascondeva? E quando mai? Non più! Non ho più voglia di nascondermi, di tenermi nascosto, di essere nudist’attivo (naktive, come dice il blog di Richard) come fosse qualcosa di sconveniente o addirittura illegale. Sia quel che sia, è troppo giusto che a chi mi conosce, non abbia nulla da nascondere. La nudità è da nascondere? Ancora? O si comincia a cambiare, oppure noi stessi confermiamo, legittimiamo il persistere di un costume che non approviamo più ma che noi stessi non abbiamo completamente abbandonato.

Convenzioni, divieti, tabu

Compromesso? Sì, senz’altro, se credessi che il costume e la sua osservanza plasmasse la mia identità. Invece plasma solo la mia maschera, una maschera di accettabilità sociale, che garantisce della mia affidabilità come soggetto utile alla società, proprio perché accetto costumi e convenzioni sociali. Quale potere degli altri mi accetto nella mia vita? È questo che vuol dire “reputazione”. Fino a qual grado? Quanto è la misura del compromesso? Sembra sia una virtù l’esser disponibili alla mediazione, al compromesso, all’accettazione degli altri. Non arrivo sino a tal punto. I linguisti dicono che anche la lingua che parliamo è una convenzione sociale. Esser nudista è dunque un po’ come parlare un tantino sgrammaticato, con termini insoliti… quasi quasi come usassi parolacce come intercalare o abbondassi in metafore osé. L’accettazione del costume comporta parallelamente la sua conferma, la sua sopravvivenza e trasmissione. E mi chiedevo: sono ancora così dipendente dall’opinione che gli altri hanno di me, dell’opinione che cerco di costruire agli occhi degli altri, della reputazione che voglio che mi circondi come un’aura che mi difenda? Dove sta la sincerità, la verità, l’onestà, il coraggio di essere e mostrarmi come sono e mi sento? E – non secondariamente – come natura mi ha fatto, o il Buon Dio.

E mi chiedevo: sono io che voglio che anche i miei amici continuino a considerarmi come prima? Cioè, come quella persona che ora non sono più, talmente mi sento cambiato, dopo il passo azzardato, dopo aver saltato a piè pari divieti e tabù, che ora vedo in frantumi e che traevano forza e solidità solo perché io li facevo valere. E come mai tutto ad un tratto non son più divieti e tabù, infrazioni al costume, indecenze, sconvenienze? Come mai non sento più il terrorismo che mi costringeva a chinare il capo, a “stare in riga”?

Il passo verso la libertà

Il salto che cambia la vita

Tamagochi

È curioso: Cadendo divieti e tabu, non mi sento “liberato” da essi, piuttosto è come fosser diventati assurdi, incomprensibili o non fossero mai esistiti; invece di opprimermi, di tagliarmi le spalle come uno zaino troppo pesante, sono svaporati, son divenuti inconsistenti, nomina muta (“muti nomi” come dice Umberto Eco del nome della rosa); mi sento in una condizione di normalità naturale, di linearità pulita e perfetta, senza aggettivi, senza i confini di una definizione, il cassetto di una categoria. Se sentissi di dover difendere ancora la mia reputazione, approverei quel che mi tiene in catene, l’ideologia, il ricatto, lo scotto da pagare per sentirmi membro di una società. Non voglio sentirmi membro anonimo, di serie, omologato, certificato, fatto con lo stampino, o con qualcuno che garantisce per me, che mi dà una patente perché ho superato gli esami. Della società faccio parte anch’io, a pieno diritto. Cambieran prima le leggi, prima di riuscire a cambiarmi la testa che ho. Le leggi son ridondanti, sempre in ritardo: la gente è sempre di un passo più avanti. Le teste di tutti son già più avanti, a veder di cambiare, di vivere al meglio, di goder della vita, per quanto la si possa capire, per quanto essa stessa si lasci comprendere e vivere.

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