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L’arto fantasma


La memoria mi recupera d’un tratto una parola dagli anni della mia prima adolescenza: curiosismo. Parola udita in uno degli “incontri per adolescenti” al Centro Giovanile e mai più riudita (e non registrata dai ponderosi dizionari Tommaseo, Battaglia, De Mauro).

Di solito, specie nei ragazzi, si loda molto la curiosità come stimolo alla conoscenza. Ma qualcuno – al solito – ha messo dei limiti, una misura “saggia e prudente”, dei modi, delle chiavi di accesso, delle condizioni, degli incasellamenti preventivi. Così narcotizzata, la curiosità e la conoscenza sono banalizzate, devitalizzate, addomesticate, adulterate.

Il termine si riferiva – con un certo implicito rimprovero – alla curiosità naturale di ogni ragazzo verso le cose del sesso (del proprio e dell’altro) suscitate dallo sviluppo fisico che sta vivendo in prima persona. Ma subito una colata di gesso si prende l’incarico di tutto coprire, d’immobilizzare conoscenza, coscienza ed esperienza. Basta quell’ismo a bollare tutto di negatività, eccesso, indecenza, monelleria. E un ragazzo che s’è proposto d’esser “un bravo ragazzo, un ragazzo come si deve” (per essere degnamente accettato in famiglia, all’oratorio, in società) non può che seguire passivamente, acriticamente (i dubbi che ha pungolano solo lui, sono questione privata), esempi, insegnamenti e dottrina di chi “vuole solo il suo bene”. Salvo poi recuperarsi spazi e una qual forma d’equilibrio da pusterle inattese: da soli o con compagni fidati a “far brutte cose” (sesto comandamento!), a sormontare da soli, alla buona, lividi terrori, minacce apocalittiche, inferni di deboscia e lascivia; e bene o male, ognuno trova i modi per conoscere, sperimentare e crescer comunque.

Ma qualcosa di guasto, di marcio rimane e riemerge, si tramanda divenendo mentalità diffusa e corrente. Quella originaria, genuina, innocente curiosità non completamente soddisfatta, tenuta a bada con minacce e rimproveri, aggirata con sotterfugi clandestini, è ancora lì: arcigno guardiano il pudore, malizia morbosa dei film con soldatesse, zie ed infermiere.

Appeal di tanta pubblicità. Ho in mente due esempi:

1) Con consiglio da amico (per allontanare da noi anche il più remoto sospetto di una tendenza pedofila), ci è stato consigliato di togliere da un mio post un’immagine (vedila qui, ma si vede anche in altri siti) che illustrava il diverso atteggiamento dei bambini a proposito della “curiosità” morbosetta circa le parti del corpo che “è meglio” tenere nascoste alla vista degli altri: curiosità presente nei bambini (ragazzi e, dissimulata con vari artifici, anche in molti adulti) tessili, assente nei bambini (ragazzi e adulti) cresciuti in un ambiente nudo-naturista. Ma poi c’ho un fumino quando vedo lungo l’Adriatica la “sconcia” pubblicità che vedete qui sotto:

Pubblicità curiosa

2) Un’immagine pubblicitaria di Oliviero Toscani  (peraltro mai vista in Italia, ma esposta in una mostra in Germania) dispone in bell’ordine un profluvio di genitali, belli e brutti (?), da farne una vera abbuffata e saziare almeno momentaneamente gli appetiti dei più “curiosi” e affezionati cultori del genere.

Pubblicità Toscani

Sessi a gogo

Mi confermo nell’opinione che il pudore non sia altro che timore ominoso d’una trasgressione, col suo strascico di sensi di colpa, paralisi, blocchi, rallentamenti nel percorso di crescita. Mi verrebbe da consigliare: ma facciamola questa abbuffata bavosa di sessi (e di sesso), se ci basta una buona volta a calmarci! Ma non è così! La curiosità adolescenziale violentemente amputata è diventata un arto fantasma, non può più ricrescere, rimarrà sempre insoddisfatta.

Ma c’è una via d’uscita: la pratica quotidiana e condivisa del nudismo. Rimette in sesto mille balordaggini che ci trasciniamo da quand’eravamo ragazzi, ma fanno tutt’oggi “cultura”, diritto, costume, buone maniere, convenzione e compromesso del viver civile…

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