Archivi Blog

Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Giro del Frerone (Breno – BS)


IMG_7637

Isolata cuspide calcarea nel mezzo del batolite magmatico dell’Adamello, il Monte Frerone presenta caratteristiche assai diverse sui suoi tre versanti: l’orientale a ripidi prati che dalla vetta scendono verso la valle di Cadino, il meridionale in parte di ripide pareti rocciose e in parte di uno scuro pendio di frana che sovrasta una ridente valletta erbosa, quello settentrionale che cade a picco con franose bianche pareti sulla val Braone. A dividere i tre versanti le creste: quella ovest breve e franosa di scarso interesse; quella sud est e quella nord est ben più lunghe e interessanti.

IMG_7650La cresta settentrionale, obiettivo di questo itinerario, inizia al Passo del Frerone e, senza particolari difficoltà, sale alla vetta superando ripidissime balze erbose ed esponendo all’ebrezza di qualche tratto a picco sula sottostante Val Braone. Nel suo tratto mediano s’incontrano le stelle alpine ed è possibile incrociare anche la marmotta che, vigile sentinella, ci osserva con cauto interesse dalla sommità di qualche masso di cresta.

IMG_7643Le marmotte sono anche molto presenti al Passo di Val Fredda e nel tratto immediatamente successivo, se salite di primo mattino, quando la zona e silente e solitaria, potreste vederle che vi attraversano la strada o che corrono nei prati al vostro fianco.

Il dislivello e il tempo di percorrenza rientrano nella media di un escursionismo attivo; le difficoltà tecniche, come detto, sono pressoché pari a zero, fatto salvo qualche esposto passaggio lungo la cresta e quattro brevi e facili tratti attrezzati con cordina metallica e pioli in ferro nella discesa dalla vetta verso il Paso di Val Fredda. Faticoso nella sua parte terminale (quella della cresta del Frerone) dove è richiesto anche passo fermo e assenza di vertigini, per il resto si procede su ottimi sentieri ben segnalati. La prima parte del percorso, quella che dalla Bazena ci porta al bivio con il sentiero per il rifugio Gheza, dopo la prima mezz’ora di cammino è pressoché costantemente pianeggiante.

Dati

IMG_7665Punto di partenza: Rifugio Tassara in Bazena – Breno (BS); bel rifugio collocato sulla strada asfaltata che, passando per l’arcinoto Passo di Crocedomini, collega Breno a Bagolino e da qui al Lago d’Idro; facile da individuare, con comodo e ampio piazzale sterrato per il parcheggio delle auto.

Quota di partenza: 1799 metri

Quota massima: 2673 metri

Dislivello: 964 metri

Tempo totale: 6 ore – 1,40 ore dalla Bazena al Passo di Val Fredda, 1,20 ore dal Passo di Val Fredda al Passo del Frerone, 1 ora per la cresta, 40 minuti per ridiscendere al Passo di Val Fredda con il sentiero normale, 1,20 ore per ritornare alla Bazena.

IMG_7666Segnaletica: tutto l’itinerario è ben segnalato con segni in vernice bianco rossi, varie le paline segnaletiche del CAI; da Bazena al bivio con il sentiero per il rifugio Gheza segnavia 1 dell’Alta Via dell’Adamello, che si sovrappone al 18 per il Lago della Vacca; dal bivio al Passo del Frerone segnavia 38; lungo la cresta nessun segnavia numerico; la discesa al Passo di Val Fredda lungo il percorso normale del Frerone è indicata con il segnavia 89a.

Note: partendo di mattina quasi tutto il tratto fino al Passo di Val Fredda risulterà in ombra, la restante parte del percorso è invece esposta al sole e priva di ogni forma di protezione anche solo parziale dallo stesso; escludendo l’abbeveratoio presente in Bazena, lungo il percorso non c’è modo di rifornirsi d’acqua; ovviamente si può usufruire del Rifugio Tassara per procurarsi il beveraggio necessario. La prima parte del percorso si sovrappone a un interessantissimo sentiero botanico costellato di diverse tavole sinottiche (in bianco e nero) sulla flora alpina, purtroppo le stesse non sempre risultano accostate alle essenze che documentano.

Relazione

Come già indicato si parte dal rifugio Tassara in Bazena (Breno – BS) dove un largo piazzale permette un facile e comodo parcheggio per l’autovettura. Sul lato est del piazzale delle targhe segnaletiche indicano la direzione da prendere: una strada sterrata che si dirige verso nord alzandosi con buona pendenza tra i pascoli e le conifere.

Aggirato il primo dosso si perviene a un breve tratto pianeggiante, sulla sinistra un abbeveratoio e una bacheca indicano l’inizio del sentiero botanico, sulla destra la strada si fa cementata e ripidissima. Possiamo prendere sia l’uno che l’altro dei due percorsi, il sentiero botanico sale molto più dolcemente, e si ricongiunge alla strada sopra il secondo dosso, dove la stessa spiana un poco (attenzione, quando il sentiero esce dal bosco ci si trova poco sopra la strada cementata, non seguire la stradina erbosa che, in lieve salita, riporta su detta strada, ma tenere a sinistra per sentierino con gradii in legno che poi diviene stradine erbosa; arrivati sopra il dosso alcune tracce portano brevemente alla strada ed è consigliabile seguirle: il sentiero botanico qui effettua un lungo traverso in mezza salita tenendosi nel bosco sotto e a sinistra della strada). Traversando alti sopra un casinetto, la strada prosegue per un poco a mezzacosta, poi una secca curva a destra immette su una breve ripida salita cementata che possiamo evitare tenendoci alla sua destra per il sentierino erboso del percorso botanico.

IMG_7636Alla fine dello strappo entriamo nell’ampia e verde conca della Val Fredda, davanti a noi ben evidente l’omonima malga, in alto sopra di essa a sinistra il Monte Frerone, a destra il Monte Cadino e fra loro la netta incavatura del Passo di Val Fredda a cui dobbiamo arrivare. Ben visibile lungo tutto il versante destro della conca il segno del sentiero da seguire.

Seguendo la direzione indicata da una grossa freccia bianco rossa disegnata su un masso a terra, prendiamo alla nostra destra il sentiero che con lieve salita porta alla base del Monte Mattoni di cui taglieremo, in discesa, il versante occidentale per arrivare pochi metri sotto il Passo Cadino. Da qui si procede in piano sul fianco occidentale del Monte Cadino, fino ad arrivare al Passo Val Fredda.

IMG_7641Dal passo si scende una cinquantina di metri sul versante opposto per poi procedere in piano tra dossi erbosi popolati da diverse marmotte. Dopo una curva ci troviamo davanti la targa segnaletica del Rifugio Gheza che ci indica di prendere un sentierino a sinistra. Si sale un erto dosso erboso. La salita presto s’attenua e si procede verso nord con poca fatica seguendo l’abbondante segnaletica e i segni di passaggio. Ancora qualche strappo alternato ad altri traversi verso l’ormai ben visibile Cima di Terre Fredde che, però, teniamo a distanza per deviare a sinistra e salire, con ultimo ripido tratto, alla larga e piatta sella del Passo del Frerone. Grandiosa la visuale sulla Val di Braone da un lato e la Valle di Cadino dall’altro, molte le cime ben visibili, prima fra tutte la chiara pala del Pizzo Badile.

IMG_7653

IMG_7657Prendiamo a destra (sud ovest) puntando a dei paletti in legno con segnaletica bianco rossa. Seguendo la cresta del Frerone ci si tiene alla sua sinistra (versante Cadino) lungo uno stretto ma evidente sentiero che ci porta alla sommità del primo dosso di cresta. Si segue per pochissimo la cresta e poi si traversa in piano per erbe tenendosi al di sotto di una piccola frana, oltre la quale si sale direttamente il ripido pendio erboso per riprendere la cresta poco a monte del secondo risalto di cresta. Proseguendo sul filo di cresta, ora costantemente erboso e mai affilatissimo, con discreta esposizione sulla Val di Braone, camminando fra le stelle alpine ci si porta alla base della ripidissima pala erbosa di vetta che risaliamo direttamente seguendo l’evidente solco del sentiero. Al termine della salita un breve tratto pianeggiante ci porta in vetta (segnale per le rilevazioni cartografiche).

IMG_7663

IMG_7668

IMG_7670Procedendo in direzione opposta a quella d’arrivo, prendiamo sul filo di cresta un evidente piano sentiero. Ben presto questo inizia ad abbassarsi tagliando a mezza costa una vasta frana di terra e sassi. Giungi dalla parte opposta della frana ci si abbassa brevemente a destra, poi si taglia nuovamente la frana ritornando verso nord, altri due tornanti e siamo alla base della frana, da qui si prosegue verso sud nell’alveo di una conca erbosa che porta sulla pala erbosa dell’alta Val Bona. Qui il sentiero continua evidente e con alcuni tornanti ci riporta alla base del Frerone. Un lungo traverso pianeggiante supera le pareti (qualche breve e facile tratto attrezzato con coordina metallica e qualche piolo di ferro), infine per erbe si raggiunge il sentiero di salita nei pressi del Passo di Val Fredda. Da qui si rientra alle auto seguendo lo stesso percorso fatto in salita.

ON2015: 12 luglio, escursione al Dosso Alto


IMG_3836Avevo qualche titubanza in merito a questo evento: Maniva, Cima Caldoline e anche lo stesso Dosso Alto sono luoghi molto frequentati ed è ancora presto per proporre la nudità anche sui sentieri affollati. D’altra parte ho scelto un itinerario atipico, un percorso che ho individuato e ipotizzato tanti anni addietro, un sentiero di cui nessuno mi ha mai parlato, sebbene ne abbia trovato in Internet una relazione (ma una sola e questo mi lascia comunque un bello spiraglio di fiducia).

Al ritrovo al Gioco del Maniva le facce di alcuni dei miei compagni sono perplesse: in zona ci saranno un migliaio di persone. Perplessità che si rinforza arrivati al Passo del Dosso Alto, dove lasciamo le vetture: molte le auto già presenti in zona e c’è un continuo via vai di persone che, a piedi, arrivano dal Maniva; con una giornata come quella di oggi, cielo sereno e caldo, i sentieri della zona saranno tutti super affollati.

IMG_3841Per imboccare il nostro sentiero dovremmo scendere circa un chilometro lungo la strada asfaltata con certo dispiacere per le piante dei piedi, allora m’invento un traversone sui prati con ripida discesa per un canalino erboso che ci permette di tagliere fuori tutta la strada e il passaggio dalla Malga del Dosso Alto. A poche centinaia di metri dal passo possiamo già spogliarci.

Il sentiero, contrariamente a quanto avevo rilevato da Internet, è senza segnaletica, comunque molto evidente: i tracciati creati dagli alpini per la prima guerra mondiale sono ampi e ben lavorati, il recupero allo stato brado è lento e molto lungo. S’inizia con un comodo traversone a mezza costa che ci porta man mano ad alzarci sulla Valle della Berga che scende ripida sotto di noi in direzione di Bagolino. Qui il gruppo si allunga sensibilmente: siamo in tanti oggi, diciotto persone più un cane, record assoluto per le escursioni di Mondo Nudo.

IMG_7683Parliamo del gruppo, un bel gruppo di persone provenienti da tutta l’alta Italia: tre dal Piemonte, uno dal Veneto, quattro dall’Alto Adige, dieci dalla Lombardia e di questi ultimi quattro arrivano da fuori provincia. Invero doveva esserci anche un amico da Trieste, ma all’ultimo ha dovuto rinunciare per contrarietà familiari: i coniugi sono spesso il freno più forte alla pratica della libertà del corpo, comprensibile che per amor di famiglia una persona preferisca rinunciare piuttosto che litigare, c’è però da chiedersi perché sia quasi sempre chi agogna alla nudità a doverlo fare, c’è da chiedersi perché il coniuge tessile raramente accetti o proponga un compromesso, perché quasi sempre pretenda che sia l’altro a prostrarsi e cedere, e, badate bene, non è questione di uomo o donna che le cose si ripetono identiche sia in una direzione che nell’altra. Matureremo? Vista in senso generale e generico la vedo dura, anzi negli ultimi quindici anni ho notato un forte peggioramento nel rapporto di coppia, una volta c’era sì la gelosia che forse oggi tende a calare, ma una volta c’era anche un senso di reciproco rispetto, di comunione e accordo, di mutua ammissione degli spazi personali, oggi vedo solo possesso, rigido e totalizzante possesso: le cose si fanno solo insieme. Purtroppo lo scotto da pagare è che al primo litigio ci si lascia, anziché affrontare la questione e trovare l’accordo (che poi può benissimo essere nel cedimento dell’uno verso l’altro, mutuo cedimento, una volta l’uno, l’altra volta l’altro) ognuno per la propria strada. Beh, si, tendenzialmente è anche legato all’altra brutta abitudine che ho visto diffondersi a macchia d’olio: la spasmodica ricerca delle scappatoie, di trucchi per aggirare le difficoltà, di strade traverse, irrilevante quanto poco edificanti esse siano, che permettano di evitare d’affrontare i problemi della vita.

IMG_3868Torniamo a noi, torniamo al gruppo. Dicevamo un bel gruppo, numeroso, interregionale, possiamo anche aggiungerci eterogeneo: sei donne e dodici uomini; età dai trenta ai sessant’anni, con una bambina di quattro anni; due vestiti, un topless, quindici nudi. Un gruppo siffatto crea di suo un ambiente protetto, invita a restare liberi anche nell’incontro con altre persone: le odierne forti perplessità iniziali vengono quasi subito attenuate e ben presto annegate.

Bene, eravamo rimasti al lungo traversone iniziale. Ad un certo punto il sentiero quasi svanisce e si biforca, con occhio critico e la relazione in mente è facile comprendere che bisogna seguire il ramo in salita, una salita leggera, tipica delle mulattiere militari, resa però più complesso dal franamento di alcune parti e dalle alte erbe che ricoprono per intero questo tratto. Dopo una decina di tornanti si perviene alla linea di crinale affacciandosi su un ampio e verdissimo pendio, che la traccia, ora più evidente, traversa in piano. Alcune piccole frane complicano sensibilmente il cammino. A metà di questo traversone Franca, una nuova amica arrivata dall’estremo confine italo francese e abituata alle facili camminate della Provenza, si sente troppo affaticata per continuare: si ferma e con lei si fermano Alberto (suo mentore per l’occasione) e Stefano (amico di Alberto e in macchina con loro). Faccio la spola tra il grosso del gruppo, già ben più avanti, e questo gruppetto bloccato, alla fine si decide che loro rientrino alla vettura e gli altri, sebbene profondamente dispiaciuti, proseguano nella loro escursione.

IMG_3885Dopo i tratti franati il sentiero torna a farsi bello ed evidente, passiamo ciò che resta di una postazione di guardia e il pensiero viaggia spontaneo a quei tempi: questa era una terza linea ma il lavoro di allestimento è stato pur sempre duro e talvolta anche pericoloso. Poco dopo si aggira una costola della montagna, poi una piccola valletta, altra costola con muro di confine delle malghe e… un ambiente affascinate appare al nostro sguardo: in basso la piccola malga di Ciumela, tutt’attorno dolci declivi di verde pascolo formanti serie di dossi che come onde nel mare smuovono il terreno, sopra di noi un cielo terso dall’azzurro profondo si contrappone mirabilmente alle mille tonalità di verde del pascolo, un profondo silenzio copre col suo rumoroso mantello l’intero areale, all’orizzonte si distinguono monti noti e altri meno noti o addirittura ignoti, come bambini felicemente proviamo a individuarli e dargli nome: Cima Ora, il forte di Cima Ora, Monte Suello, il Monte Baldo, il Pizzoccolo, Cima Meghè, il Baremone, Monte Telegrafo, il Bruffione, e via dicendo.

IMG_3898Ripreso fiato, con gli occhi pieni di colori e immagini, riprendiamo il cammino oltrepassando la malga. Icontriamo un primo segnavia in vernice, indica di seguire nell’erba una traccia che scende, scende troppo però, per cui decidiamo di abbandonarla e puntare direttamente al crinale che ci sovrasta. Giunti sul crinale ritroviamo l’evidente traccia e una buona segnaletica: si segue più o meno fedelmente il crinale, tratti piani si alternano ad altri di salita, lo sguardo cade a capofitto sulla valle del Caffaro e sull’abitato di Bagolino, ora appare il Cornone del Blumone, in fianco ad esso la Cime del Listino, più lontano il Re di Castello e il Monte Fumo.

Risaliamo un piccolo dosso con alcuni mughi e d’improvviso incontriamo lui, l’emblema della montagna, il fiore forse più conosciuto tra gli escursionisti, lei, la magica, bellissima, evocativa Stella Alpina. Sono anni che non ne vedevo, ora a distanza di pochi giorni le incontro ben due volte: stupendo! Se la prima volta erano poche e striminzite, oggi sono più vigorose, non grandi, che poi veramente grandi le si vedono solo se coltivate, ma robuste e sode, soprattutto oggi sono tante, a decine, forse superano anche il centinaio. Alcune isolate, altre in coppia, altre ancora a formare più o meno ricchi gruppetti, impossibile passare senza fermarsi ad ammirarle, impossibile esimersi dal fotografarle, siamo in forte ritardo sulla tabella di marcia ma che importa, il tempo è stupendo, al buio mancano ancora parecchie ore, godersi la montagna e i suoi piccoli tesori è, a tali condizioni, piacere irrinunciabile.

IMG_7686

L’ultima balza, quella della vetta, appare piuttosto ripida, il sentiero l’affronta con alcuni intelligenti diagonali e, quasi senza accorgersene, ecco che ci si trova sulla cresta sommitale, una sottile traccia in bilico tra i ripidi pendii erbosi del versante orientale e le scoscese rupi di quello occidentale. Sotto di noi il Giogo del Maniva con il suo ampio piazzale e i tre alberghi, distintamente si nota l’intenso affollamento sebbene le voci e i rumori quassù arrivino molto attenuati, appena percettibili. Alzando lo sguardo ecco il Rifugio Bonardi, poi i prati del Dasdana, le Colombine, Il Crestoso, il Muffetto e la montagna dei bresciani, il Monte Guglielmo.

IMG_7687Alla base di quest’ultima salita Mara manifesta evidente l’effetto della fatica e sale molto lentamente con dolori e crampi. Attesa e assistita da Emanuele e Pierangelo procede con calma e frequenti pause, inutilmente i compagni, che non si erano avveduti del problema, li attendono sulla vetta del monte: i pochi metri finali richiedono a Mara e ai suo due “infermieri” una buona mezz’ora. Il gruppo di testa, dopo la rituale foto di vetta, decide così di scendere un poco e trovare un posto riparato al vento che sta battendo la cresta sommitale. Vento amico del cammino, piacevole sollievo in una giornata torrida come quella odierna, al contempo possibile fastidio durante la lunga sosta del pranzo.

Il gruppo finalmente si riunisce, appollaiati su un dosso erboso, costantemente visitati da miriade di piccoli insetti abitanti dei pascoli alpini, consumiamo il nostro meritatissimo seppur frugale pasto. Al termine Vittorio ci intrattiene con l’ormai abituale lettura, oggi ha deciso ci incantarci misurandosi in una prova esemplare: ben ventitré pagine. Ovviamente prova largamente superata!

Si riparte e in breve siamo alle macchine, lungo la discesa l’unico incontro, come sempre tranquillo e cordiale, di oggi con altro escursionista: un giovane infermiere che sta velocissimo (sarà di ritorno al parcheggio ancor prima che noi si riparta) salendo alla vetta.

IMG_3940Una sosta al bar del Maniva per salutarci dinnanzi a una bibita e poi via, ognuno a casa propria. Io con gli occhi e la mente pieni di immagini meravigliose, di momenti incommensurabili, della voglia di ripetersi al più presto, della speranza di rivedere un gruppo tanto numeroso ed eterogeneo, della certezza che potremo presto assaporare senza limiti la gioia del nostro doppio stile di vita: montagna e nudo. Penso di poter affermare che gli stessi sentimenti erano nello spirito dei miei compagni di giornata: Vittorio, Marco, Francesca, Luise, Angelo, Alberto, Franca, Alessandro, Mara, Pierangelo, Riccardo, Aurora, Stefan, Attilio, Paola, Stefano, Riccardo. Grazie a tutti voi amici carissimi, grazie alla montagna, grazie agli altri amanti dell’alpe, grazie a coloro che vorranno prossimamente unirsi a noi, vestiti o nudi che siano. Grazie!


12 luglio 2015, Dosso Alto, Collio Val Trompia (BS), sesta escursione di questa stagione nell’ambito del programma “Orgogliosamente Nudi”. Trecento novanta metri di dislivello, partenza dai 1764 metri del Passo del Dosso Alto e arrivo ai 2064 metri del Dosso Alto. Partiti all’incirca alle 11, rientrati alle macchine attorno alle 16.30. 7 ore e mezza in giro per il monte, 7 ore nel più piacevole e più confortevole abbigliamento: la nostra sola pelle.

Album fotografico

IMG_7680

Come portare lo zaino?


Ecco un altro mio vecchio articolo.


Premessa

Lo zainoPuò sembrare paradossale, eppure non è assolutamente difficile osservare comportamenti errati in relazione al portamento dello zaino, e non solo negli alpinisti della domenica, ma anche tra coloro che praticano gli sport alpinistici con maggiore assiduità. In effetti chi mai si è chiesto come si porta uno zaino? Quali libri si preoccupano di trattare l’argomento? Quali corsi analizzano la questione? Quali studi sono stati fatti in merito?

Ad ogni domanda dobbiamo rispondere nessuno o pochi. Eppure il portamento dello zaino è un aspetto molto importante, che coinvolge sia gli aspetti atletici che quelli sanitari: portare male uno zaino vuole sicuramente dire aumentare la fatica; nel breve termine può procurare dolori alle spalle e alla schiena; alla lunga può portare a deformazioni permanenti nella struttura scheletrica del busto, con la cronicizzazione di dolori articolari e muscolari.

Con questo articolo voglio darvi qualche indicazione, basandomi su quanto negli anni sono riuscito a catturare dalle mie personali esperienze e da qualche lettura. Avrei voluto supportare il tutto con della documentazione medico-scientifica, ma ho trovato solo qualcosa in relazione ad alcuni recenti studi sui ragazzi in età scolare, documentazione medica interessante ma non applicabile al contesto tecnico del mio articolo.

Analisi

Le regole per un buon portamento dello zaino sono poche ed elementari.

1 – Azione del carico

Il carico dev’essere posizionato in modo tale da agire in asse con la spina dorsale, ovvero da non comportare flessioni all’indietro della schiena, a cui istintivamente ci opporremmo facendo intervenire tutta una serie di muscoli del busto, con un aumento dell’energia consumata, nonchè l’affaticamento e l’indolenzimento di tali muscoli. E’ vero che piegando molto il busto in avanti possiamo anche azzerare l’effetto, ma al contempo viene impedita la dilatazione del muscolo diaframmatico e, quindi, la corretta ventilazione polmonare: i polmoni hanno una forma all’incirca a campana, il loro maggior volume è nella parte bassa mossa solo ed esclusivamente dal muscolo diaframmatico; una ventilazione toracica muove meno di un terzo del volume polmonare ed interessa una limitata parte degli alveoli con un ridottissimo scambio, quindi una minima ossigenazione del sangue e una conseguente riduzione della capacità di lavoro aerobico, l’unico che non comporta la produzione di tossine e l’insorgenza di crampi.

Per ottenere la corretta azione del carico è necessario che lo stesso risulti, compatibilmente con le necessità di stabilità più oltre illustrate, il più alto possibile e il più vicino possibile alla schiena. L’ideale sarebbe sulla testa, ma la stabilità non ottimale ne sconsiglia l’attuazione, ottimo risultato si ottiene stringendo al massimo gli spallacci, per alzare la posizione dello zaino rispetto a quella della schiena, e posizionando il materiale più pesante nella parte alta dello zaino: ricordate le gerle dei contadini di montagna e il carico che riuscivano in tal modo a portare?

Altro fattore importante: il materiale dev’essere sempre distribuito in verticale, non in orizzontale, pertanto scegliete uno zaino con la capienza minima necessaria o adattatene la capienza mediante i variatori di carico (cinturini laterali o, talvolta, frontali).

2 – Stabilità del carico

Lo zaino dev’essere il più stabile possibile al fine di evitare continui spostamenti dello stesso con conseguenti alterazioni dell’equilibrio e la necessità di relativi adattamenti di postura. Per non considerare la pericolosità di bruschi e violenti spostamenti del carico in situazioni di equilibrio precario, ad esempio in arrampicata, o quando sono impediti ampi spostamenti dal percorso di marcia, vedi sentieri attrezzati o, comunque, esposti.

Pertanto:

• spallacci ben stretti;

• cintura addominale allacciata e correttamente regolata (non troppo stretta, ma nemmeno lasca);

• tutto il materiale di peso (scarponi, borraccia, viveri, corda, eccetera) dev’essere posto all’interno dello zaino, escludendo l’eventuale estensione, solitamente troppo morbida per poter contenere in modo stabile il materiale; eventualmente è possibile tenere all’esterno la corda, ben fissata allo zaino mediante la patella e le cinghie porta sci o i variatori di carico, o la borraccia, se è possibile fissarla saldamente allo zaino (alcuni dispongono di un apposito porta borraccia sul fianco o in cintura).

Un appunto riguardo alle magliette, giacche e altro materiale di peso trascurabile: certo appenderlo fuori dallo zaino non comporta problemi ai fini del suo corretto portamento, a patto che sia comunque ben fissato e che non svolazzi, non tanto per non perderlo, ma quanto per non darlo in faccia agli altri e per non rischiare che s’incastri su rocce, alberi o cespugli.

3 – Ergonomia dello zaino

Apparentemente la forma e la struttura di uno zaino potrebbero sembrare ininfluenti ai fini del nostro discorso, eppure uno zaino mal costruito potrebbe impedirne il corretto portamento, oltre a determinare una minore sopportazione del carico. Quali sono, pertanto, le caratteristiche che deve avere uno zaino per essere considerato un buon compagno di viaggio? Ovviamente il discorso è molto ampio, diversi distinguo andrebbero fatti, possiamo comunque individuare caratteristiche comuni a tutti gli zaini e indipendenti dall’utilizzo:

• gli spallacci devono essere larghi per distribuire la sollecitazione su una superficie maggiore, diminuendo il carico per centimetro quadrato;

• gli spallacci devono essere imbottiti, per assorbire una seppur minima parte del carico;

• gli spallacci devono essere ricoperti con un tessuto morbido, per evitare abrasioni sulla pelle qualora si portasse lo zaino a dorso nudo o con la sola canottiera, come capita nelle escursioni, nei trekking e negli avvicinamenti di bassa e media montagna;

• gli spallacci devono essere regolabili quantomeno in lunghezza, se poi è possibile anche regolarne la posizione verticale rispetto al dorso dello zaino tanto meglio;

• devono esserci i variatori di carico, salvo per zaini di limitata capacità (30 litri o meno);

• deve esserci una cintura addominale, regolabile, larga, morbida e imbottita nelle zone di contatto con i fianchi;

• utile, anche se non sempre indispensabile, il cinturino pettorale.

Conclusione

Portamento dello zainoRiassumendo, un corretto portamento dello zaino si ha quando:

1. il fondo dello zaino è più in alto dei glutei;

2. i due triangoli imbottiti da cui parte la cintura addominale appoggiano sulla testa delle anche;

3. la cintura addominale avvolge, per l’appunto, l’addome;

4. lo schienale dello zaino appoggia, totalmente o in parte a seconda della sua forma e del tipo di zaino, sulla parte alta della schiena, da sopra la zona lombare alle spalle;

5. gli spallacci sono ben aderenti al corpo, soprattutto nella zona delle spalle e dei pettorali;

6. la patella di chiusura è più in alto delle spalle;

7. tenendo il busto perfettamente verticale non ci si deve sentire tirati all’indietro.

the Writer's Disease

The Official Nick Alimonos Blog

Il Blog per TE

psicologia, curiosità, musica, cinema, moda e tanto altro!

The Meandering Naturist

Traveling the world in search of naturist nirvana...

Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Vita a Lou Don

Una borgata alpina con tre abitanti ma tante storie da raccontare

ARDRONINO

Quadricottero con Arduino

El eurociudadano nudista

... eta nik txoria nuen maite ...

mamá nudista

Vivencias y opiniones desde mi condición de mujer, madre, nudista y humana

Freekat2

Finding My Way, Trusting My Path, Sharing My Journey

MOUNTAIN SOUND

LA' DOVE VIVONO GLI ANIMALI - MATTIA DECIO PHOTOGRAPHER

nude races

Copyright Enterprise Media LLC 2010-2019

Fools Journal

Magazine di cultura: letteratura, fotografia, arte, moda, queer life, eventi, musica, cinema, attualità

Aurora Gray Writer

Writer, dreamer, voracious reader and electric soul.

Gabriele Prandini

Informatico e Amministratore

Clothing Optional Trips

We share where we bare. Enjoy your trip.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: