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#VivAlpe 2019, un Pizza per dieci


No, nel titolo non c’è un errore, è riferito all’ultima uscita del programma VivAlpe 2019 che, per l’appunto, ci ha portati sul Monte Pizza, il primo dei vari rilievi della lunga cresta che da Bagolino si alza, prima quasi verticalmente poi più dolcemente, a raggiungere la sommità del Dosso Alto.

Breve ma interessante anello, costantemente nel bosco, con una discreta varietà di fondi e di pendenze, ivi compreso un tratto sommitale assistito, più per aiutare in caso di fango che per proteggere, da cordine.

La salita è stata fatta per il versante meridionale dove il bosco e l’incunearsi in una stratta valletta davano protezione dal freddo vento che, in quella giornata, soffiava quasi ininterrottamente. Qualcuno, meno freddoloso, ne ha approfittato per mettersi a nudo: sono le ultime occasioni per poterlo fare all’aperto e si cerca di sfruttarle al massimo.

All’apice ci attende nuovamente il vento, freddo e forte, per cui rimandiamo la sosta pranzo, diamo solo un fugace sguardo al panorama e lestamente ci portiamo al sentiero di rientro.

Dalla vetta vista a picco su Bagolino (foto archivio E. Cinelli)
Sempre dalla vetta, sguardo sul Giogo del Maniva (foto archivio E. Cinelli)

Numerosi stretti tornanti addolciscono di poco la discesa nel ripidissimo canalino del versante settentrionale, pietre smosse e rocce salde contribuiscono a rendere più tecnico e, specie per me e Luise, divertente l’incedere. Qualcuno scende velocemente, altri molto più guardinghi, ma alla fine tutti perveniamo ad una larga piazzola pianeggiante dove il sentiero abbandona il canale per spostarsi in diagonale verso ovest. Qui ci si ferma per pranzare.

Poco a poco il calore accumulato con il cammino lascia spazio al freddo e questo ci distoglie dalle chiacchiere post prandiali invitandoci a riprendere il cammino.

Si scende in un bel bosco misto, il cui fondo a tratti è tappezzato di funghi, tra questi spiccano alcune macchie di chiodini e una bella famiglia dell’allucinogena Amanita Mauscaria: rossa chiazzata di bianco, il classico fungo degli gnomi presente in tante fiabe per bambini.

Attraversata una zona di prati, dove fanno sfoggio di bellezza e colori alcune cascine addobbate di fiori, l’ultima pineta ci riporta a valle nei pressi del parcheggio che lestamente raggiungiamo.

Con il solito panino e birra si conclude l’ultima uscita di VivAlpe 2019 e con essa termina anche il programma escursionistico di Mondo Nudo, anzi avrebbe dovuto terminare perché, dando seguito al coro di richieste per un incontro con cui farci gli auguri di fine anno, mi sono decido a rendere operativa un’idea che già mi balenava per la mente: organizzare un’escursione poco prima di Natale.

#VivAlpe 2019, gustando antichi sapori


Castel Bertino, seconda vetta del Monte Guglielmo (archivio Emanuele CinellI)

Il Monte Guglielmo è di sicuro una delle montagne più frequentate delle Prealpi Bresciane, quasi tutti a Brescia la conoscono, anche perché dalla città è ben visibile, se ne individua persino la chiesetta monumento eretta sulla cime dal Castel Bertino. Ne consegue che i sentieri che lo risalgono sono alquanto battuti, non tutti però e così anche qui è possibile compiere delle escursioni in piena solitudine, gustandosi il piacere di camminare immersi in una natura rigogliosa e invadente, di ascoltare l’insolito rumore del silenzio, di odorare il dolce profumo dei ciclamini che popolano il bosco, d’imprimere nella mente i mille colori che inondano i pascoli, di potersi liberare dai vincoli che impongono la copertura del corpo, di sentire il sole e l’aria che liberamente inondano la pelle. La Valle della Lana è uno di questi percorsi ed è stata la traccia di questa nostra escursione.

Sabato sette settembre, di prima mattina in quattro ci ritroviamo al piccolo parcheggio di Inzino Gorga, la presenza dei mezzi di trasporto d’una fiera, che non sapevamo esserci, ci complica un poco il posizionamento delle nostre vetture. In ogni caso in perfetto orario ci mettiamo in cammino.

Superato velocemente il gelido tratto di strada asfaltata, eccoci all’inizio del sentiero, un poco di sole ci riscalda ma quasi subito si rientra nell’ombra degli alberi dove la presenza del torrente contribuisce a rallentare il riscaldamento dell’aria. Proseguiamo ammirando le varie cascatelle e le diverse pozze, poi il sentiero, con breve ma ripida balza scalinata, si alza sopra una profonda forra rocciosa, Con questo primo sforzo le nostre membra raggiungono la temperatura del confort e l’abbigliamento, ormai inutile, finisce stipato negli zaini.

Una delle cascatelle della Val d’Inzino (archivio Emanuele CinellI)

Eccoci al bivio per la Val della Lana: dal calmo cammino pressoché pianeggiante ci si trova improvvisamente catapultati in una ripida salita. Con la complicità del passo impostato da Stefan, qualcuno inizia a lamentare l’indurimento muscolare alle gambe, allora, con uno slancio corsaiolo, recupero la testa della fila e imposto un passo più tranquillo. Alcuni tratti pianeggianti, seppur brevi, consentono di recuperare fiato ed energia e riusciamo a proseguire senza l’esigenza di rilevanti soste.

Passando attraverso l’immancabile macchia di pungenti ortiche, oltrepassiamo i ruderi di Malga Lana e procediamo nel bel bosco costellato di varie specie di funghi. Con piacere ne indico il nome volgare e scientifico ai miei compagni, aggiungendovi annotazioni in merito alla qualità gastronomica, all’interesse alimentare e alla tossicità. La salita si è fatta meno ripida permettendoci di procedere abbastanza speditamente e, nonostante le diverse piante cadute che come forche caudine c’impongono una faticosa ginnastica, quasi senza accorgercene siamo alla strada che collega la Croce di Marone alla vicina malga Colonno Vecchio. Dieci minuti di sosta sono dovuti, vuoi per l’accogliente invito formulato dalla verdissima radura prativa contornata da rovi che ancora mettono a disposizione alcuni dei loro saporiti frutti, vuoi per rilassare le gambe prima d’immettersi sulla successiva salita che so essere nuovamente impegnativa.

Da Colonno Vecchio verso la Corna Tiragna (archivio Emanuele CinellI)

Ci alziamo all’interno di una splendida faggeta, la traccia, sempre ben visibile, sale quasi costantemente sulla linea della massima pendenza e così si guadagna velocemente quota: in poche decine di minuti, accolti dall’abbaiare di una decina di cani, siamo a Cascina Costarica, inaspettatamente ancora abitata dal pastore. Salutiamo cani e persone e riprendiamo il cammino immettendoci sul ripidissimo pascolo che si alza sotto le pareti rocciose della Corna Tirana. Seguendo le varie tracce di pascolo, con innumerevoli zig-zag guadagniamo quota raggiungendo il lungo diagonale che, senza particolari difficoltà tecniche, permette di raggiungere il crinale sovrastante le dette pareti rocciose. La stagione ha ormai spento la fioritura che in questo tratto e spesso notevole e straordinaria, ma possiamo comunque ammaliarci di un paesaggio altrettanto splendido, in particolare i miei compagni rimangono estasiati d’innanzi alla sorpresa che presenta l’arrivo sul crinale: l’improvvisa apparizione della grande distesa azzurra del lago d’Iseo che si distende ai piedi del verde cupo dei boschi, sopra i quali il verde dei pascoli si fa più chiaro a creare un fantastico quadro a mille tinte e mille contrasti.

Cascina Costarica e la salita che segue (archivio Emanuele CinellI)

Un forte vento freddo percorre il crinale, le basse nuvole scorrono velocemente coprendo e scoprendo qual che resta del nostro cammino verso la vetta. Tra giochi di luce aggiriamo i verdi rilievi sommitali, dopo una curva appare il monumento del Redentore, ancora pochi minuti e lo raggiungiamo. Le nuvole vogliono graziarci e, contrariamente a quanto spesso qui avviene a cavallo del mezzogiorni, si alzano a liberare completamente il panorama. Entriamo nel locale sotto la chiesetta per poterci rifocillare al riapro dal vento e dalla pioggia che, debole ma insistente, ha iniziato a scendere.

Panorama dalla vetta di Castel Bertino (archivio Emanuele CinellI)

Soddisfatte le esigenze dello stomaco e indossati gli indumenti da pioggia ci rimettiamo in cammino. Vorrei portarmi via quanto qualche maleducato ha lasciato sul tavolino presente nel detto locale: una bottiglia di plastica; un piatto, bicchiere e alcune posate sempre di plastica; vari resti di cibo. Purtroppo non ho con me e non è reperibile un sacchetto ove mettere tali rifiuti, per altro indosso la zaino da corsa, troppo piccolo per ospitarli. Sapendo che in zona sono presenti gli alpini per organizzare la grande manifestazione che qui ci sarà il giorno seguente, me ne vado un po’ meno dispiaciuto dal non poter effettuare le dovuta pulizia del locale (ci penseranno di certo loro), ma pur sempre amareggiato per il comportamento di certe persone.

Poco sotto la vetta la pioggia, come immaginavo, finisce e lascia man mano spazio al sole e al suo calore. Mantelle e giacche da pioggia ritornano negli zaini, purtroppo non accompagnate dai pantaloncini che, nonostante la temperatura rifattasi decisamente confortevole, per ora dobbiamo mantenere indossati data l’alta frequentazione del tratto che stiamo percorrendo. Un’oretta dopo, però, eccoci alla Croce di Marone e pochi minuti dopo infiliamo la Valle d’Inzino. Qui il percorso si fa nuovamente solitario e possiamo ridare libertà all’intera pelle, che immediatamente ci ringrazia.

La discesa per qualcuno s’è fatta critica: le gambe dure e dolenti gli provocano fitte ad ogni passo, specie quando si presentano, e si presentano spesso, saltini rocciosi o radichiosi da discendere. Con passo conseguentemente rallentato, discendiamo la valle, oltrepassiamo il tratto servito dalla cordina metallica, ammiriamo la cascata limitrofa a tale passaggio, apprezziamo il ritorno del rigoglioso e gaudente torrente, sorseggiamo l’acqua di una sorgente, liberiamo il sentiero da alcuni rami caduti, incrociamo due pescatori ed eccoci all’inizio della serie di guadi che preannunciano l’avvicinarsi alla fine del percorso, che raggiungiamo in una mezz’ora di cammino.

Videoclip dell’escursione (prodotto da Daniele)

#VivAlpe 2019 due nuovi amici e una spettacolare escursione


A causa di sconcertanti e sconfortanti avvenimenti (vedi “Lezioni di moralità”, “Gentilezza letale” e “Dagli all’untore”) avevo dovuto rimuovere dal programma la prevista uscita in quella splendida e solitaria valle di Braone che tanto mi e ci aveva colpito già al nostro primo incontro e nella quale, di conseguenza, siamo ritornati ogni anno per quattro anni con brevi escursioni e anche lunghi soggiorni. L’alternativa individuata, grazie anche a una precedente visita interrotta a metà per via della copertura nevosa che ancora ne copriva la parte più alta, è stata una valle che, per quota e collocazione territoriale, della val Braone ricalca in parte le caratteristiche: la val Retorti.

Più corta e priva di strutture ricettive, come la prima anche questa è una valle secondaria che, staccandosi da un solco più ampio, solitaria risale a monte incuneandosi tra alti dirupi in parte boschivi e in parte rocciosi, per terminare in una interessante, seppur poco rilevante, vetta al cui fianco sinistro orografico un piccolo valico la mette in comunicazione con altro solco vallivo e, attraverso questo, con una zona ben più frequentata. Come la prima anche questa è solcata da un rumoroso torrente e percorsa da un unico vero sentiero che, prima in un ombroso bosco, poi per soleggiato terreno aperto caratterizzato da grandi placche rocciose spezzate da linee d’erba arricchite di fiori e rododendri, seguendone i punti di debolezza risale tre ripide balze tra loro separate da pianeggianti conche.

Alla fine posso dire che, personalmente, sono assolutamente contento della scelta fatta, una scelta che ci ha permesso di effettuare un’uscita con tutte le caratteristiche necessarie a una classica escursione di montagna: dislivello superiore agli ottocento metri, lunghezza inferiore ai dodici chilometri, sentiero evidente e pulito. Dalle opinioni raccolte sono in grado di riportare che pure gli altri presenti sono rimasti soddisfatti, qualcuno ha faticato non poco per arrivare alla meta, anzi, distrutto voleva fermarsi poco sotto e solo a seguito della mia insistenza si è deciso a salire quegli ultimi fatidici venti metri di dislivello e cento di distanza. Anche questo è parte della gioia e della formazione di un escursionista: il saper andare oltre, il saper tenere duro, il saper riconoscere e superare i momenti di crisi, l’essere cosciente che sono sempre possibili e che è altrettanto sempre possibile affrontarli e vincerli, l’apprezzare la sensazione di profondo rilassamento che segue alla contrazione muscolare, di rinascita corporale che segue alla debolezza fisica, il sapere che il recupero non necessita di lunghe pause bensì richiede pochi minuti, imparare a conoscere realmente il proprio fisico e i suoi segnali, saper distinguere l’affaticamento dal trauma, saper superare la paura di non farcela.

Molti dei soliti amici sono in ferie, siamo comunque in otto: io, Maria, Stefan, Marco, Francesca, Luise, Daniele e Michel. Alla partenza la temperatura fa sentire qualche morso di freddo, ma ben presto, sotto l’effetto del cammino, la sensazione si attenua per poi passare sul lato opposto non appena il sole riesce a raggiungerci inducendoci a riporre tutte le vesti negli zaini. I due nuovi amici (Daniele e Michel), sebbene in contesti diversi, hanno già sperimentato la nudità e immediatamente si associano al resto del gruppo. Ripreso il cammino, tranquilli saliamo lungo il sentiero che, con vari tornanti, alternando tratti ripidi ad altri meno, sale nella fitta e pulita conifera. Incrociamo un escursionista che scende: superato il primo momento di comprensibile sorpresa ci passa accanto indifferente alla nostra nudità. Ci avviciniamo alla sommità del secondo salto della valle, qualcuno inizia a sentire la fatica, qualcuno ha impostato discorsi troppo profondi e impegnativi per accompagnare il cammino montano, le fermate si sono così moltiplicate prolungandosi assai più del necessario. Nonostante tutto perveniamo alla piana intermedia dove concedo al gruppo una breve sosta, vuoi per recuperare fiato e gamba, vuoi per spalmarsi la crema solare che, da qui in avanti, diviene assolutamente indispensabile, vuoi per permettere ad un gruppo di persone che sta salendo dietro di noi di superarci, ma questi si fermano pure loro e resteranno dietro di noi fino al lago Retorti.

Il lago, eccoci finalmente a questo fantomatico lago, invero una piccola pozza di discioglimento che riempie il fondo di una conca sottostante la ganda che porta alla piccola piramide sommitale del Monte Bruffione. Per noi rappresenta la meta e, mentre l’altro gruppo ci oltrepassa mirando alla vetta, ci sistemiamo nei suoi pressi per la nostra usuale lunga sosta pranzo. La passiamo mangiando e chiacchierando, godendo in piena tranquillità del sole e del panorama, disturbati solo da un grosso nuvolone che va a coprire il sole lasciando emergere la temperatura di quella brezza che fino a ora aveva solo compensato la forte insolazione.

Rientrati a valle percorrendo lo stesso percorso fatto in salita, come sempre, prima di lasciarci, ci raccogliamo attorno al tavolo di un bar per una fugace merenda e poi… ciao alla prossima.

#TappaUnica3V, sembrava fatta e invece…


Foto d’archivio (a parte quella della partenza)


Non credo nella sfortuna e tanto meno nelle maledizioni, però qualcosa che m’impedisce di portare a termine questo mio viaggio esiste ed è un qualcosa che si è insediato nella mia mente, una mente che ora rifiuta la sofferenza. Inutile accampare scuse: vero che mi ha fermato l’insolazione fuori regola, ma altrettanto vero che, così come mi ero prefissato di fare, avrei potuto gestire le cose in modo da portare comunque a termine il giro, tutto sommato sarebbe bastato fare qualche sosta in più, e invece… invece mi sono lasciato dominare dalla mente.

Sabato 29 giugno è il giorno della partenza, dopo una settimana e mezza caratterizzata da un leggero mal di testa al quale si sono poi associati ben più preoccupanti giramenti di testa nel rialzarmi da posizione seduta (“va bene da sdraiato, sono anni che mi succede, ma addirittura da seduto???”), mi sento molto bene e la cosa mi ridona fiducia e speranza: “dai, dai, questa è la volta buona!” Verso le undici, “mannaggia”, mi prende un attacco di diarrea forse provocato dalle tante albicocche disidratate mangiate nella mattinata: volevo portarmele dietro ma nel fare lo zaino ho cambiato idea e allora… una tira l’altra, mangiate quasi tutte! Cambio la composizione del pasto e al posto della pasta mi faccio un bel piatto di riso che, per altro, secondo un articolo recentemente letto è anche meglio come alimentazione preimpegno sportivo. La situazione migliora sensibilmente ma, per sicurezza, mi prendo anche dei fermenti lattici, dopo di che mi rilasso in attesa dell’orario di partenza.

Ore tredici, carico il materiale sull’auto di mia moglie che si è presa l’onere di accompagnarmi a Brescia e venirmi a riprendere al mio rientro. Tredici e trenta, durante il trasferimento in auto ci riconcordiamo sul sistema di comunicazione e sulla frequenza d’invio dei messaggi. Tredici e cinquanta, Brescia, classica foto sotto il cartellone che indica l’inizio del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, ultimo saluto e alle quattordici esatte mi metto in cammino. La scelta dell’orario potrebbe apparire azzardata ma è stata oculatamente studiata e, tra le varie provate nei quattro anni di tentativi, si dimostrerà la migliore per me, per il mio corpo:

  • organismo ormai ben sveglio e pronto allo sforzo;
  • possibilità di un’alimentazione completa ad orario quasi normale;
  • adeguata distanza dal pranzo;
  • arrivo del buio, dove, per vecchi e irrisolti problemi all’orecchio interno, il mio equilibrio risulta carente con un dispendio energetico sensibilmente superiore al normale, con l’organismo ormai adattato al cammino, di conseguenza migliore equilibrio e un notevole risparmio di energie.
Prima della partenza (TU3V 2019)

Il caldo si fa subito sentire, l’allenamento contiene la sudorazione ma, correttamente, non la inibisce. Il busto e le gambe sono, come mia abitudine, nudi e pertanto il sudore immediatamente evapora. Altrettanto, però, non posso dire della parte mediana del corpo che, data la zona e l’orario, devo purtroppo mantenere rigorosamente coperta: sento l’attaccaticcia pellicola di sudore che, dopo aver rivestito la pelle della zona, viene assorbita dai pantaloncini per evaporare in una reiterata sequenza di prendi e lascia che, alla fine, produce comunque un bilancio a favore del trattieni. Possono dire quello che vogliono le aziende dell’abbigliamento sportivo (i cui test non prendono mai in considerazione la nudità totale) e i loro (quanto per cognizione di causa?) fan(atici seguaci), ma la mia esperienza diretta e completa (sia vestito che nudo) dimostra la netta superiorità del nudo rispetto al vestito: specie in assenza di ventilazione e/o con un alto tasso di umidità, in un tempo più o meno variabile anche il miglior abbigliamento sportivo finisce con il restare bagnato. Aggiungiamoci lo sfregamento con il tessuto e della ridotta respirazione della pelle, certo fastidio poco avvertibile per coloro che ancora non hanno conosciuto la totale liberazione dal cilicio delle vesti, ma che diviene invece alquanto intenso per chi, come nel mio caso, si è abituato a vivere nudo e ha recuperato la sua infantile sensibilità epidermica.

Il cielo terso non offre scudo dall’irraggiamento solare che si presenta con altissimi valori di ultravioletti e infrarossi, fortunatamente grossi cespugli e alcune frondose piante sporgono dai muri di pietra che costeggiano sui due lati la stradina che sto percorrendo, procedendo a zig zag posso così sfruttare tali zone d’ombra e contenere l’insolazione. Mantenendomi costantemente idratato, con autocontrollo trattengo le gambe abituate ad un ritmo ben più alto e procedo ad una velocità calibrata, finisce anche l’asfalto e m’infilo nel bosco che risale il Dosso Torre: la zona è aperta verso la Pianura Padana e un filo d’aria s’incunea tra la vegetazione portandomi ulteriore sollievo. Sebbene con un sensibile sforzo di concentrazione, mantengo costante la velocità di progressione e salgo verso la vetta restando ben lontano dalla sofferenza respiratoria.

Eccomi ai ruderi dell’ex rifugio Maddalena, il sentiero lascia posto ad una comoda e pressoché pianeggiante stradina sterrata, ottimo recupero prima della lunga discesa che mi condurrà a Nave passando per il colle di San Vito. Saluto le varie persone qui salite a cercare refrigerio dalla calura della città, con una famiglia mi soffermo a parlare di quello che sto facendo ma subito riprendo il cammino, anzi, praticamente non mi sono nemmeno fermato ho solo rallentato il mio passo: nelle ore a seguire potrò parlare solo con me stesso, meglio non tralasciare la piacevole opportunità di scambiare due parole con qualcuno. Supero tutte le stazioni di ripetizione dei vari segnali radio e televisivi, già è scomparsa dietro di me la vera vetta del Monte Maddalena, sono sfilate via anche le cime del Monte Denno e del Monte Salena, con quest’ultima è pure terminata la stradina, ora procedo nuovamente su sentiero, una ripida e a tratti scabrosa discesa, mi lascio trascinare in una leggera corsa al fine di ottimizzare il lavoro muscolare dei quadricipiti e di contenere la sollecitazione sulle ginocchia.

Vista su Rezzato dal crinale di Monte Denno

Abitato di Nave, approfitto di un basso muretto all’ombra per una prima fermata, in tutto una decina di minuti durante i quali assumo una barretta energetica e bevo una bella sorsata d’acqua: fino a Lodrino non ho preoccupazioni in merito alla scorta del prezioso liquido, tre fontanelle (invero sarebbero anche di più ma le altre non è sicuro siano potabili), una sorgente (la cui erogazione avviene però attraverso un vecchio tubo poco convincente, comunque vicinissima all’ultima fontanella) e un bar sono presenti sul percorso. Mi affiderò alle tre fontanelle che sono collocata a distanza ottimale, solo l’ultima è più lontana ma quel tratto lo farò di notte per cui potrò bere di meno: non sarebbe corretto ma devo fare di necessità virtù, mica potevo mettermi nello zaino dieci litri d’acqua, alias dieci chili, ho con me due borracce di acqua pura da reintegrare dove possibile e tre borracce di acqua con integratore energetico e salino (la dose massima giornaliera di tale assunzione) che mi assisteranno fino al Maniva dove potrò rigenerarle fruendo del bar e delle bustine di integratore che ho nello zaino.

Riprendo il cammino e, con attenzione al ritmo, senza problemi risalgo i pericolosi strappi (quelli che mi hanno provocato i crampi nel secondo tentativo) della strada che porta alla chiesetta di Sant’Antonio. Come mi aspettavo qui la fontanella non eroga acqua, per cui senza sosta proseguo per raggiungere la Cà della Rovere dove la fontana è sempre preziosamente attiva. Non sono propriamente disidratato ma di certo carente, per giunta bere acqua calda non è di certo il massimo della piacevolezza, quindi ingurgito un’intera borraccia d’acqua fresca, mi rilasso un attimo e poi a sorsi più controllati completo la reidratazione, infine ripristino per intero la scorta d’acqua nelle due borracce ormai vuote.

Sono tornato su sentiero, un sentiero che inizia con un bel tratto ripido e, soprattutto, composto da alti balzi rocciosi che mettono a dura prova la potenza e la resistenza dei quadricipiti, ho sempre sofferto questo punto per cui lo affronto con particolare concentrazione superandolo senza danni apparenti: “oggi sono proprio in forma, gli allenamenti fatti in questo ultimo anno sono stati estremamente efficienti, quantomeno sulla media distanza, vedremo più avanti come va sulla lunga e lunghissima dove sono stato piuttosto carente e i pochi fatti sono andati quasi tutti male”. Scaccio dalla mente quest’ultimo pensiero e mi concentro sul cammino, purtroppo (si fa per dire) avendolo già trovato non ho da pensare a come creare nuovo lavoro e la mente non ha scappatoie, può solo concentrarsi sul corpo e sullo sforzo, ma per ora tutto bene, purtroppo in seguito, come già anticipato le cose cambieranno. In tutta tranquillità sfila il lungo diagonale del traliccio, svaniscono anche i tredici tornanti dei Segàgn ed eccomi al Pater. Un gruppo di persone sta ancora pranzando sul tavolo in cemento antistante la casetta di servizio del roccolo, un forte e gustoso profumo di grigliata ancora pervade l’area circostante e arriva fino alle mie narici, scambiamo due parole e poi riprendo il cammino per superare l’ultimo faticoso tratto che conduce al santuario di Conche dove approfitto di uno dei tavoli posti nel prato per riposare un poco. Il bar è aperto ma ho ancora sufficiente acqua per arrivare sino alla prossima fontanella per cui, anche per non perdere troppo tempo, lascio perdere.

Santuario di Conche

Il lungo diagonale verso l’eremo di San Giorgio è in apparenza un buon tratto di recupero, in apparenza ho detto, l’alternanza di tratti di discesa e di altri in salita e la presenza di roccette e altre conformazioni di terreno che rendono complesso il cammino possono imbrogliare le gambe e sfiaccare il fisico, per cui… “attenzione!” Con misurata calma risalgo anche il breve ma particolarmente ripido tratto che adduce alla vetta della rupe su cui sorge l’eremo, breve sosta sulla comoda panchina e poi di nuovo in marcia. Ripida e infida discesa, a seguire una dura salita lungo uno strettissimo e scavato sentierino ingombro di sassi instabili, poi un breve traverso per riposare le gambe e prepararle alla successiva lunga e ripida discesa sul Passo del Cavallo. A sinistra lo sguardo fatica per evitare d’incrociarsi con la brutta visione delle tante case fra loro strettamente ammassate che compongono l’operosa cittadina di Lumezzane, mi soffermo così più a lungo sul lato alla mia destra dove verdi prati e varie costiere montane si allungano verso l’orizzonte; al centro, quasi a picco sotto di me, la chiesetta del Cristo dei Monti che segna il predetto valico e la strada che, con vari intrepidi viadotti, da quest’ultimo scende verso Agnosine mettendo in comunicazione la Val Trompia con la Val Sabbia, due delle tre valli idealmente unite dal sentiero 3V “Silvano Cinelli” (3V vuol per l’appunto dire tre valli). Ore venti e ventiquattro, giungo alla base della chiesetta dove un largo e piano piazzale mi offre luogo ideale per un poco di riposo, la limitrofa fontanina mi permette di reidratarmi e di riempire le due borracce d’acqua in vista del lungo e complesso tratto che mi separa da Lodrino.

Passo del Cavallo (TU3V 2017)

Ripido asfalto, più comodo sterrato e infine di nuovo ripido asfalto mi portano al Roccolo Cipriano dove una bellissima villa fa bella mostra di se stessa e ogni volta mi cattura in attimi di entusiastica ammirazione, sul muretto vicino al cancello d’ingresso mi concedo un’altra breve fermata.

Come programmato rinuncio alla mia poco rilevante variante del Dosso Giallo (ripido prato privo di sentiero e la vetta chiusa dal recinto di una casetta, anzi, villa di servizio ad un capanno da caccia), non rinuncio, invece, a quella della Punta Camoghera, anch’essa particolarmente ripida ma servita da un sentiero che, per quanto evanescente, rappresenta pur sempre una logica traiettoria, anche perché, a differenza del percorso originale, si conforma all’idea di seguire lo spartiacque. Giungo in vetta sul fare della sera e non posso esimermi da una poco più lunga fermata contemplativa: tralasciando l’abitato di Lumezzane che ancora ingombra parte della visuale, intorno a me sono solo montagne, vicinissimo davanti a me il Monte Prealba, dietro di lui il Monte Palo e la Corna di Caspai, ancora più lontano il Monte Ario, il Monte Pezzeda, la Corna Blacca e il Dosso Alto, monti che dovrò percorrere nella mattinata di domani; a destra in sequenza i crinali dei monti sabbini, con in evidenza il Monte Pizzoccolo e il limitrofo Spino, del Monte Baldo e delle Dolomiti; a sinistra in primo piano il Dossone di Facqua sul quale presto salirò, dietro ad esso l’inconfondibile sagoma del Monte Guglielmo con tutta la costiera che da questo si protende verso il Maniva e che rappresenta il percorso di ritorno a Brescia, poi la Presolana e altri monti della bergamasca a me meno noti, il Monte Rosa la sullo sfondo, più a nord il gruppo del Bernina, la Concarena e l’Adamello.

La temperatura rapidamente si abbassa anche per effetto della brezza, infilo la maglia del secondo strato e, calzata la frontale, riprendo il mio cammino seguendo l’esile cresta erbosa a picco su Lumezzane. Salutato dal cane della casetta qui presente supero il valico de La Brocca e senza esitazione alcuna prendo l’esile sentierino che indirizza verso il Dossone di Facqua. Risalgo velocemente il camino de La Streta, dieci metri di facile arrampicata che ormai conosco alquanto bene, con tre passi discendo la successiva placca rocciosa, due salti e sono alla base anche del più semplice caminetto che segue; salite e discese si susseguono ormai nel buio della notte, guidato dal potente fascio della mia frontale ben presto pervengo alla cima dove mi accomodo sulla panchina per inviare a casa uno dei miei messaggi di progressione, mangiare qualcosa, bere, riposare e gustarmi il panorama notturno: il distendersi delle scure e silenti montagne sui cui versanti qua è la piccole luci danno indicazione della presenza di qualche abitazione, in stridente contrapposizione l’enorme e rumoroso ammasso luminoso di Lumezzane che si unisce a quello di Sarezzo, Cogozzo e Villa Carcina. Ben volentieri mi lascerei cullare dall’ambiente fino a sprofondare nel rigenerante sonno profondo, ma non me lo posso permettere, meglio rimettersi in marcia.

Nei tratti riparati dalla brezza si rifà sentire la base di caldo ancora presente, cerco di ovviare arrotolando le maniche della maglia esterna ma è solo un sollievo limitato e quando arrivo alla strada che dalle Passate Brutte porta verso la Corna di Sonclino decido di toglierla del tutto: potendo camminare più velocemente compenserò il raffreddamento della brezza con il riscaldamento dell’attività fisica. Procedo senza frontale grazie all’illuminazione delle varie casette che contornano la strada; Passata del Cucini, Poffe de Uciù, Prato di Vesso, Casello, Campo del Gallo, Corna di Sonclino, altra breve fermata, altro arricchimento spirituale ascoltando il silenzio dei monti e osservandone le scure sagome contornate da un cielo di poco più chiaro (è notte di luna nuova), una miscela di profumi invade le mie nari e s’insinua nel profondo della mente. Qualcuno esce da una baita sotto di me e si avvia in auto lungo la strada che avevo poco prima percorso disturbando il mio attimo di meditazione: ripartenza!

Scendo la breve discesa che mi porta alla Forcella dei Quattro Comuni, nei pressi di questa non m’avvedo della presenza di ramaglia abbandonata nell’erba alta e mi ci trovo invischiato ricavandone una lieve ma dolorosa escoriazione ad una gamba: “non pensiamoci e via”, non ho alternative. Poco dopo sono alla Tesa Guizzi, piccola abitazione di servizio a un capanno, mentre mi reidrato sento nel bosco sottostante il rumore di qualcosa che rovista nelle foglie, uno strano verso mi fa pensare al grugnito di un cinghiale, ormai sono abituato al loro incontro e lo so gestire nel modo opportuno, comunque sempre meglio allontanarsi velocemente. Detto, fatto, sfilano anche l’altra casetta di servizio e il relativo capanno, Casa Crostelle, e via via i vari dossi che rendono questo tratto un percorso tormentato e tormentante. Passata Vallazzo, ignoro la strada che scende nel Vallazzo (variante bassa del 3V) e proseguo lungo la cresta spartiacque per avvicinare e poi risalire la Punta Ortosei in vetta alla quale mi concedo un altra brevissima fermata. Punta di Reai, la ripida, impegnativa e interminabile discesa a Campo Castello, poi finalmente ecco Lodrino e la sua fontanella: sono le tre precise del 30 giugno, ovvero tredici ore dalla partenza. Come previsto, la prima sosta: cinque minuti per reidratarsi, sostituire la borraccia energetica vuota con una di quelle ancora piene, fare rifornimento di acqua fresca, e altri venticinque di non comodissimo ma comunque importante rilassamento, sdraiato a terra con le gambe rialzate su di un muretto riesco persino ad appisolarmi per qualche minuto, riportato a livello interamente cosciente dal passaggio di un paio di automobili.

Passaggio per Lodrino (TU3V 2016)

Rinfrancato dalla “lunga” sosta supero con relativa velocità la dura salita che, per un ripido canalone dal fondo in parte instabile (ghiaione prima, roccette poi), porta al passo della Cavada. Il cielo inizia a rischiararsi, mi siedo nell’erba e, facendo colazione con una barretta energetica, ammiro l’alba che man mano ridona visibilità ai dettagli del mondo e, purtroppo, vita ai suoi rumori meno naturali: il traffico e le industrie. Immergendo la mente nel mio cammino cerco di eclissarmi da quanto di artificiale arriva fino a me, mantenendo però attiva l’attenzione verso la natura, i suoi colori, i suoi rumori e i suoi odori: ascolto il fruscio delle foglie sotto i miei piedi, osservo le tante tonalità di verde e di marrone del bosco in cui sono entrato, percepisco il fluire dell’aria attraverso le mie vie respiratorie, il reiterato ciclo di dilatazione e compressione dei miei polmoni, assaporo il piacere della fresca brezza del mattino, mi lascio travolgere dal tenue profumo dell’erba mescolato a quello più forte dei fiori. Metro dopo metro, filo d’erba dopo filo d’erba, passo dopo passo, pianta dopo pianta, respiro dopo respiro, fiore dopo fiore, arrivo al Poggio del Termine dove, casualmente, proprio per un pelo riesco a passare davanti a un grosso gregge di pecore che sbuca da una strada laterale e, con estrema lentezza, prende la mia stessa direzione. In pochi minuti svanisce alle mie spalle diventando solo un ricordo che si somma ai tanti che, attraverso gli occhi, le orecchie e il naso, durante questo viaggio già si sono impressi nella mia mente.

Nuova salita, una strada sterrata inizialmente in moderata pendenza poi, improvvisamente, ben più ripida: tre strappi veramente duri che devo affrontare con intelligenza al fine di non intossicare i muscoli delle gambe e finire in debito d’ossigeno. Tutt’attorno a me una miriade di piante sradicate dalla furia del vento, alcune ancora integre, altre tagliate dall’uomo per ridare passaggio alla strada. Finalmente e senza danni arrivo alla sommità di questa ennesima salita, qui di norma dovrei abbandonare la strada per imboccare una esile traccia di sentiero, ma alcuni grossi alberi sradicati chiudono l’accesso. Ricordando quanto mi hanno raccontato Stefania e Alessandro, due amici che hanno fatto il 3V nei primi giorni dell’anno, proseguo per la sterrata che mi porta ad una cascina, costeggio il suo prato fino ad individuare un sentiero che entra nel bosco e per questo dopo pochi metri ritrovo la segnaletica bianco azzurra del 3V: alla fine ne risulta un percorso migliore, non ingombro di spine come l’originale, leggermente più lungo ma meno faticoso. Quasi senza vederlo per la vegetazione che ora lo ricopre, oltrepasso il vecchio pozzo e raggiungo la strada sterrata che, tagliando i verdissimi e bucolici Piani di Vaghezza, mi porta alla vetta della Vaghezza. Avrei voglia di una bella colazione, tè e brioche e magari anche un paio di fette di salame o prosciutto, e dovrei anche fare rifornimento di acqua, ma sono le sei e mezza del mattino e i due bar qui presenti (“argh, il rifugio degli Elfi è stato sostituito da un bar ristornate pizzeria, che peccato, era un punto tappa importante!”) sono chiusi. Mi siedo su uno dei pietroni che chiudono l’accesso al piazzale del bar più basso sperando in un improbabile arrivo dei gestori. Do fondo alla prima borraccia di acqua e la ripongo nello zaino dal quale ne estraggo una piena posizionandola nell’apposita tasca sullo spallaccio, faccio la stessa operazione con la terza e ultima borraccia energetica, assumo un gel e poi di nuovo in cammino.

Le “Scale dell’Ario” sono sempre una bella prova per gambe e fiato, ma nulla a confronto del ripido pratone che conduce dal Pian del Bene alla vetta del Monte Campello. Nel contempo il sole ha iniziato a riscaldare l’aria che si è fatta pesante, respiro male e devo rallentare più di quanto avevo programmato: un trailer in allenamento mi passa via velocemente e, con un poco di risentimento, lo vedo svanire dietro la cresta del monte. Il “piano” crinale sommitale mi ridà fiato e il passo torna a farsi leggero e spedito, supero abbastanza agevolmente le ultime tre salite e raggiungo la vetta del Monte Ario dove non trovo il solito nugolo di mosce e tafani: “persino loro non sopportano l’eccezionale calore e la forte insolazione di questi giorni?” Mi siedo a terra per riposare un poco, una decina di minuti che occupo ad osservare questi monti che, pur conoscendo benissimo, ogni volta mi danno sensazioni piacevoli e corroboranti, oggi però c’è ben poco da corroborare, anche da fermo sento il disdicevole effetto del sole e della calura, allungo la sosta per mettermi la crema solare, bere l’ultima acqua rimasta nella seconda borraccia e dare avvio alla terza: posso evitare di centellinare l’acqua, ormai ho deciso che, passato il Dosso Falcone, invece di fare le successive quattro assolate vette (Monte Pezzeda, Monte Pezzolina, Corna Blacca e Dosso Alto) e rischiare un colpo di calore, prenderò l’ombrosa e ben meno faticosa variante bassa. Sotto la pressione degli ultravioletti e l’irraggiamento degli infrarossi mi risulta pesantissima la breve ma ripida risalita del pendio che porta in vetta al Dosso Falcone, poi finalmente i prati di Vaghezza e con loro la discesa verso il rifugio Blachì 2. Lo trovo eccezionalmente aperto, conosco i gestori, mi faccio vedere e immediatamente m’invitano a entrare: in pochi secondi svaniscono in gola tre caraffe di acqua, riempio le due borracce vuote e mi riposo una mezz’ora all’ombra del locale.

Sulla cresta sommitale tra Monte Campello e Monte Ario (TU3V 2016)

Devo rimettermi in cammino, saluto i gestori del rifugio e via: “ gambe in spalla e filiamo verso il Giogo del Maniva”. Sebbene qualche salita si faccia ancora sentire, la lunga “Strada dei Soldati” mi porta velocemente prima al Passo di Prael (dove per un attimo mi viene l’istinto di imboccare la via per la vetta della Corna Blacca che appare parzialmente in ombra, ma poi, spero saggiamente, lascio perdere), indi a quello di Paio e infine, con ultimo ripidissimo strappo, al Passo delle Portole. La voglia d’arrivare alla più corposa sosta di metà giro mi spinge ad evitare fermate, in pochi minuti solo al Passo del Dosso Alto dove imbocco la strada asfaltata che, senza ulteriori fatiche se non quella dovuta alla forte calura per nulla attenuata dalla poca acqua rimasta ormai bollente, mi porta al Maniva dove arrivo alle dodici e cinque minuti, ventidue ore dalla partenza. Immediatamente m’infilo nel ristorante Dosso Alto, come al solito è molto pieno, riesco a trovare un posto su un tavolo già occupato da due persone e ordino una bella e gustosa pasta al Bagòss che mangio con soddisfazione. Faccio il necessario rifornimento d’acqua aggiungendo alle due borracce una bottiglietta da mezzo litro, ricostruisco con le apposite bustine le tre borracce di bevanda energetica e poi cerco di distendere le gambe e rilassarmi, ma l’angusto spazio in cui sono seduto e il chiassoso chiacchiericcio che impera nel locale mi convincono a cambiare aria: pago ed esco alla ricerca di un posto ombroso dove potermi sedere e completare il riposo. Impresa ardua, di posti all’ombra invero ce ne sono diversi ma tutti invasi dalle auto parcheggiate e comunque assai scomodi, alla fine, davanti ad una delle gallerie di guerra in ristrutturazione, una pianta e un monticello di terra riportata mi offrono un tenero e ombroso giaciglio che, sebbene seduto e non disteso, mi permette addirittura di appisolarmi.

Il Giogo del Maniva

Verso le quattordici il cielo si ricopre di nuvole e si alza un vento teso, l’ambiente diviene quasi confortevole e così decido di interrompere anzitempo la sosta (che negli ultimi chilometri avevo deciso sarebbe stata di tre ore, invece alla fine sarà di due) per rimettermi in cammino: più avanti riesco ad arrivare prima della notte, meglio è.

Nel conforto del vento, nonostante il terreno totalmente aperto, velocemente arrivo al Passo del Dasdana (un’ora contro i cinquanta minuti del mio tempo minimo e l’ora e cinquanta della tabella ufficiale), lascio comunque perdere il percorso delle creste e procedo per la variante bassa, l’idea è quella di riprendere il percorso alto al Crestoso. Procedo veloce anche se a mia sensazione non abbastanza, il cielo si è scrollato di dosso le nuvole che avevano per un’ora e poco più attenuato l’insolazione, il vento per fortuna rimane ma non è costante e il caldo riprende il suo nefasto effetto: il fiato non riesce più a collaborare con le gambe, anche la più breve e leggera salita mi costa fatica e sofferenza. Arrivo al Passo delle Sette Crocette, mi siedo a riposare un poco e riparto prendendo, invece della prevista salita al Monte Crestoso (variante alta), il sentiero che lo aggira alla base (variante bassa): ormai la mia mente sta rifuggendo da ogni possibile sofferenza e con forza mi guida sulla via meno faticosa. Superato il Passo del Crestoso con mia grande sorpresa riesco a discendere a saltoni e quasi di corsa lo sconquassato sentiero che porta a Malga Rosellino: “cavolo nonostante tutto le forze non mancano e le ginocchia stanno resistendo alla grande, dai che, sebbene con le varie rinunce alle varianti alte, stavolta a Brescia ci arrivo!”.

Rinvigorito dalla scoperta procedo lestamente e senza sosta, ma la conca in cui mi trovo è coperta dal vento e torna a farsi sentire l’effetto dell’eccezionale calura, l’acqua da centellinare non riesce a mantenermi idratato a sufficienza e il sole picchia con insistenza sul mio corpo. A Malga Rossello (ore diciassette e quarantadue) posso rifornirmi d’acqua, un’acqua amara che mi fa sospettare una non piena potabilità, per un attimo penso d’entrare nell’accosto rifugio poi, stupidamente, rinuncio e riprendo il cammino. Lunga, interminabile, assolata, snervante la strada sterrata che porta alla Stanga del Bassinale, piccolo valico che immette sui pascoli e le piste da sci del Plan di Montecampione. Qui, finalmente, un poco d’ombra, tolgo lo zaino e m’accascio a terra deciso a restarci almeno una mezz’ora, magari anche un’ora in attesa della sera, ma il duro giaciglio mal s’addice ad un confortevole riposo e dopo soli dieci minuti mi rialzo e riprendo il mio viaggio ormai per nulla divertente e solo di sofferenza.

Sotto il sole cocente scendo la pista, sempre più intensamente la mia mente suggerisce la rinuncia, arrivato alle Baite raggiungo il parcheggio per chiedere a delle persone se scendono verso Brescia, ma la risposta è negativa per cui riprendo la mia via e, meditando sulle alternative, raggiungo il vicino Goletto di Baccinale. Sono le diciotto e cinquantotto, in pratica sono passate ventinove ore dalla partenza, ho camminato ottanta chilometri e superato seimila ottocentoventi metri di dislivello positivo più cinquemila duecentosessantacinque negativo. Pur conoscendola bene e sapendola assolutamente priva di alberi e cespugli, osservo la lunga cresta che da qui conduce alla Colma di Marucolo nella vana speranza di vedere dell’ombra, niente da fare. All’incirca un’altra ora e mezza di assolato su e giù prima di poter scendere al Colle di San Zeno, altre due ore di caldo prima di poter godere della frescura serale, ci sarebbe invero la possibilità di infilarsi nel rifugio Dosso Rotondo, ma, nello stato in cui mi trovo, mi ci vorrebbe comunque quasi un’ora per arrivarci, potrei sdraiarmi qui sull’erba e attendere la sera, ma sarei comunque al sole e poi… “domani, come la metto domani, altre sei ore sotto questo sole cocente, per giunta ad una quota minore e quindi con un caldo ancor più asfissiante, no, no, no”. La mia mente non lo vuole, la mia mente mi suggerisce, anzi m’impone di prendere la via della valle e così, mentre una profonda delusione inizia a farsi largo nel mio animo, contatto mia moglie e concordo il mio recupero al parcheggio di Bovegno. Vi arrivo distrutto dopo altre due ore di impegno in una interminabile (nove chilometri, mille duecentoventicinque metri di dislivello) discesa inizialmente cosparsa di salite anche lunghe (nonostante si sommino a soli centoquarantacinque metri di dislivello), poi, finalmente, vera discesa ma che finisce su due chilometri di durissimo e ripidissimo cemento a cui segue un chilometro di strada asfaltata in salita.

Le assolate creste di Monte Campione

Seduto sul marciapiede non ho più nemmeno la forza di pensare, solo la delusione ormai pervade il mio animo, sembrava proprio che stavolta potessi farcela, fino alla Vaghezza mi stavo divertendo, le ginocchia andavano alla grande, le gambe giravano come un ingranaggio ben oliato, il fiato le supportava per bene e invece… invece eccomi qui, seduto in terra in attesa che mi vengano a recuperare. Va beh, non cerchiamo scuse, fossi stato più tenace nella mia motivazione, fossi stato più robusto nella mia sopportazione, avrei di sicuro potuto terminare il viaggio, lo desideravo tanto, lo volevo disperatamente: “basta questa storia finisce qui, vuol dire che il mio viaggio di TappaUnica3V resterà incompiuto, resterà solo un bel progetto!”

P.S. 1

All’arrivo di mia moglie una delle prime cose che mi dice è “dai, ci riproverai”. Iniezione di fiducia e così ho immediatamente cambiato idea e.. ci riproverò, periodo diverso ma ci riproverò, non può finire così, sono stra sicuro di potercela fare! Grazie Maria.

P.S. 2

Dopo solo quindici giorni, seppure con diversi tentennamenti nella seconda parte (chiara dimostrazioni della natura dei miei problemi: ormai stanca di soffrire e desiderosa di divertirsi la mia mente ad un certo punto inizia a suggerirmi con efferata insistenza tutte le possibili vie di fuga e resistergli mi richiede uno sforzo notevole), riesco a chiudere l’anello alto del 3V: Bovegno – Pezzeda – Corna Blacca – Dosso Alto – Maniva – Dasdana – Colombine – Crestoso – Corni del Diavolo – Monte Muffetto – Monte Campione – Poracle – Bovegno. Sono quarasette chilometri di percorso con quattromila metri di dislivello (i tre strumenti che utilizzo danno invero risultati anche alquanto diversi: GPSies, che in questo tipo di calcolo risulta in sensibile difetto, mi indica tremila duecento sessantuno metri, QmapShack, ne computa quattromila settantacinque e il GPS del telefono rileva quattromila duecento sessantotto metri… devo decidermi a fare un test specifico per capire quale dei tre sia più affidabile) che ho percorso in un totale di quindici ore e quarantacinque minuti, quarantacinque minuti di sosta al Maniva, il resto di cammino con brevissime (dieci minuti) fermate sulla vetta della Corna Blacca e su quella del Monte Crestoso e, specie nel tratto Maniva – Monte Campione, varie altre ancor più brevi (da dieci secondi a tre minuti al massimo). Beh, che dire, speravo di poter stare nelle quattordici ore totali, ma ho potuto comunque verificare che la preparazione fisica è perfetta, è carente quella mentale alle lunghe distanze e, soprattutto, è evidente che il mio fisico lavora meglio, molto meglio, alle basse temperature, oltre i ventidue inizia a segnare il passo e quando si superano i trenta va totalmente nel pallone.

Camminare in montagna – Allenamento avanzato


Prosegue da… Allenamento base


Nel precedente articolo (“Allenamento base”, che se non avete letto è opportuno andarsi a leggere prima di proseguire nella lettura di questo) vi ho illustrato come verificare, ottenere e mantenere le qualità indispensabili per praticare in sicurezza e con piena soddisfazione l’attività escursionistica. Per un poco tali prestazioni minime saranno sufficienti a supportare le vostre uscite, ad un certo punto, pero, inevitabilmente inizierà a manifestare nuovamente la sofferenza fisica e con essa pure quella mentale: è arrivato il momento di riprendere l’allenamento, non più nel senso di un semplice mantenimento delle qualità, ma in quello di un loro incremento (tendenzialmente infinito). Utile precisare che anche qui non mi rivolgo a chi vuole partecipare a delle gare di corsa in montagna, ma solo a chi vuole effettuare in piena sicurezza e piacevolezza anche le più lunghe e impegnative escursioni e a chi voglia approcciarsi a livello amatoriale al lungo cammino continuativo (trail, ultratrail).

Preciso che, non essendo istruttore di ginnastica o allenatore, quanto segue non è vangelo, è solo il mio protocollo di allenamento nato da una mia personale elaborazione e combinazione dei vari suggerimenti che mi sono stati dati da istruttori di ginnastica o che ho trovato cercando su Internet, è solo quello che io, dopo essere incappato in pecche fisiche e in problemi articolari (in particolare alle ginocchia), ho fatto e sto facendo con estrema soddisfazione e rilevanti risultati. Se avete un personal trainer o conoscete un istruttore di ginnastica o un allenatore di corsa/corsa in montagna, magari perché frequentate una palestra, affidatevi a loro che sapranno di certo darvi meglio di me le indicazioni più utili e crearvi una tabella di allenamento su misura.

Premessa

Aspetto fondamentale per ogni attività fisica è che il nostro corpo sia in grado di sopportare senza danni, permanenti o anche solo temporanei, le sollecitazioni articolari e muscolari indotte dall’attività in questione, sollecitazioni non sempre palesi e questo porta a sottovalutarle finché non si incorre in qualche infortunio o dolore. Il cammino in montagna, per un’incomprensibile neo conformismo ad un errato concetto di lentezza condito dalla confusione diffusa tra corsa e fretta, è una di quelle attività in cui la preparazione atletica non solo viene spessissimo trascurata ma viene addirittura derisa. Nell’escursionismo, a qualsiasi velocità venga condotto, si cammina su di un fondo spesso molto irregolare, con tratti per varia ragione scivolosi (terreno franoso, sassi mobili, erba, fango, eccetera), con salti, curve secche, buche nascoste , eccetera, questo rende instabile l’appoggio del piede e, di conseguenza, più facili i movimenti bruschi ed estremi: storte, scivolate, sbilanciamenti, cadute; tali movimenti, tra l’altro, vanno ben oltre gli specifici distretti articolari (e muscolari) coinvolti dall’azione (piedi, gambe, caviglie e ginocchia) riflettendosi su distretti anche molto distanti (schiena, braccia, spalle, collo). Purtroppo molti sono coloro che, al contrario, addebitano dolori e infortuni a condizioni patologiche, molti sono coloro che, invece di pensare a migliorarsi tecnicamente e atleticamente, ricorrono a palliativi quali bastoncini, scarpe alte e rigide, ginocchiere, eccetera. Invece di giustificare i propri dolori si dovrebbe innanzitutto comprende l’importanza di una preparazione atletica e poi che la stessa non deve limitarsi a gambe e fiato ma coinvolga l’intero nostro sistema articolare, muscolare, cardiovascolare e respiratorio, con particolare attenzione agli addominali, muscoli che hanno una fondamentale influenza sulla postura e sull’equilibrio (altro che bastoncini, strumento che peggiora la nostra propriocettività rendendoci sempre più instabili) e alle caviglie (altro che scarpe alte, strumento che indebolisce ulteriormente i nostri legamenti rendendoci più soggetti alle storte, senza contare che aumentano esponenzialmente il carico sulle ginocchia).

Mobilitazione e flessibilità

Trattasi di un insieme di esercizi che fanno parte di vari protocolli terapeutici e/o preventivi per i tipici infortuni legati al camminare e al correre, in montagna come al piano, su sentiero come su strada: piede, ginocchia, caviglie, piriforme, bandelletta ileo-tibiale, ileo psorias, schiena.

Consiglio di eseguire questi esercizi la mattina appena alzati, prima di fare qualsiasi altra cosa: essendo leggeri non stressano il fisico ma lo rimettono piacevolmente e adeguatamente in movimento preparandolo alla giornata di lavoro. Fateli almeno quattro volte a settimana, meglio ancora tutte le mattine: al massimo delle ripetizioni/tenute il protocollo dura trenta minuti, un tempo compatibile con qualsiasi orario di sveglia. Come già motivato parlando dell’allenamento base se li fate a nudo ne ricaverete la massima efficienza. Tutti i movimenti vanno fatti lentamente, compresi quelli di passaggio tra una posizione e l’altra.

Per semplificare la loro memorizzazione io preferisco utilizzare lo stesso valore di ripetizione e tempo per tutti gli esercizi: iniziare con la base dieci (dieci ripetizioni o dieci secondi a seconda dell’esercizio) e progressivamente (quando riuscite ad eseguire tutti gli esercizi del protocollo senza fatica e senza dolore) aumentare di cinque fino a raggiungere il massimo di trenta.

1

Rafforzamento della fascia plantare e dei flessori delle dita – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, gambe distese, piedi alla larghezza delle anche; spostare il peso sulla gamba che non deve lavorare; inarcare le dita del piede dell’altra gamba verso il basso lasciando alzare l’arcata plantare ma mantenendo il tallone appoggiato al terreno; rilasciare riportando le dita interamente a contatto con il terreno.

2

Rafforzamento della fascia plantare e dei flessori delle dita – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, gambe distese, pedi alla larghezza delle anche, spostare il peso sulla gamba che non deve lavorare; sollevare le dita del piede dell’altra gamba verso l’alto, mantenendo il resto del piede a contatto con il terreno in posizione naturale.

3

Mobilitazione e rafforzamento della caviglia – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, mani dietro la schiena o appoggiate ai fianchi (se non ce la fate a mantenere l’equilibrio potete anche appoggiarne una su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi); alzare la gamba destra di circa trenta gradi, estendere il piede in avanti fino a sentire una discreta tensione sopra la tibia, mantenere la posizione un secondo, flettere il piede all’indietro fino a sentire una discreta tensione sul polpaccio, mantenere la posizione per un secondo.

4

Mobilitazione e rafforzamento della caviglia – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, mani dietro la schiena o appoggiate ai fianchi (se non ce la fate a mantenere l’equilibrio potete anche appoggiarne una su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi); alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’esterno cercando la massima estensione articolare in ogni direzione.

5

Mobilitazione e rafforzamento della caviglia – n ripetizioni per piede

Posizione eretta, busto dritto, mani dietro la schiena o appoggiate ai fianchi (se non ce la fate a mantenere l’equilibrio potete anche appoggiarne una su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi); alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’interno cercando la massima estensione articolare in ogni direzione.

6

Allungamento dei polpacci – n secondi

Posizione eretta, busto dritto, appoggiarsi con le punte dei piedi su un rialzo di almeno venti centimetri (gradino), mantenendo la posizione eretta abbassare il tallone fino a percepire una discreta tensione al polpaccio, mantenere la posizione; tornare in posizione di partenza e, sollevandosi sulle punte del piede, distendersi verso l’alto per un paio di secondi.

7

Allungamento dei quadricipiti femorali – n secondi per gamba

Posizione eretta, busto dritto, gambe distese, piedi alla larghezza delle anche, braccia lungo i fianchi; alzare il piede destro da terra e impugnare la caviglia con la mano corrispondente, tirando con la mano portare il tallone verso il gluteo (idealmente dovrebbe arrivare a toccarlo, ma non forzate, arrivateci pian piano), mantenere la posizione; lasciando la caviglia, raddrizzare la gamba senza mettere il piede a terra e distenderla avanti-basso per un paio di secondi; portare il piede a terra.

8

Allungamento di quadricipiti, fascia plantare e flessori delle dita – n secondi

In ginocchio, gambe parallele tra loro, ginocchia alla larghezza delle anche, piedi a martello che appoggiano a terra con le sole dita, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi; abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni (se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sulle braccia una parte del vostro peso), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione e poi riportatevi nella posizione di partenza (se nell’iniziare quest’ultimo movimento sentite dolore alle ginocchia, inclinatevi in avanti per ridurre il peso che grava sulle stesse, eventualmente appoggiate le mani a terra).

9

Allungamento dei quadricipiti e del tibiale anteriore – n secondi

In ginocchio, gambe parallele tra loro, ginocchia alla larghezza delle anche, piedi estesi che appoggiano a terra con tutta la superficie superiore, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi; abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni (se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sulle braccia una parte del vostro peso), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione e poi riportatevi nella posizione di partenza (se nell’iniziare quest’ultimo movimento sentite dolore alle ginocchia, inclinatevi in avanti per ridurre il peso che grava sulle stesse, eventualmente appoggiate le mani a terra).

10

Scarico delle ginocchia – n secondi

Seduti, gambe quasi unite distese in avanti, piedi a martello, busto eretto. Spingere le ginocchia verso il basso fino a far rientrare la rotula (si nota la formazione di due fossette, una per lato, sui fianchi delle ginocchia), mantenere la posizione.

11

Potenziamento dei muscoli protettori delle ginocchia – n ripetizioni per gamba

Supini, gambe ravvicinate e ben distese, piedi a martello, braccia lungo i fianchi; mantenendo il piede a martello sollevare la prima gamba ponendola a squadra, contemporaneamente portare le mani in presa laterale del ginocchio; sempre mantenendo il piede a martello raddrizzare verso l’alto la gamba fino al massimo possibile, spingere leggermente oltre e mantenere per un secondo o due; riportare la gamba nella posizione a squadra.

12

Allungamento del piriforme – n secondi per gamba

Supini, gambe ravvicinate e ben distese, piedi a martello, braccia lungo i fianchi; spingendone il relativo ginocchio verso l’esterno, portare la caviglia di una gamba sopra il ginocchio dell’altra; mantenendo il piede a martello portare quest’ultimo ginocchio verso il torace (il movimento dev’essere più di traslazione che di sollevamento) e contemporaneamente, inarcando leggermente la schiena, portarvi davanti le due mani afferrandolo saldamente con le dita incrociate; tirare le mani verso le spalle fino a sentire una discreta tensione sul gluteo; mantenere la posizione poi ritornare nella posizione di partenza.

13

Allungamento della bandelletta ileotibiale – n secondi per lato

Supini, gambe ravvicinate e ben distese, piedi a martello, braccia lungo i fianchi; distendere le braccia verso l’esterno; portare una gamba a cavallo dell’altra; spingendo con la gamba sotto, senza sollevare da terra la spalla opposta, portare il ginocchio della gamba sopra verso terra fino a sentire una discreta tensione sull’esterno coscia; mantenere la posizione poi ritornare nella posizione di partenza.

14

Allungamento dell’interno coscia – n secondi

Seduti, gambe piegate, piedi a martello che si toccano con le rispettive piante; raddrizzare per bene la schiena, sguardo avanti, mento leggermente inclinato verso il basso; spingere il più possibile le ginocchia verso il basso e mantenere la posizione.

15

Allungamento del muscolo ileopsoas – n secondi per gamba

In ginocchio, piedi estesi; alzare la prima gamba portando il rispettivo piede in avanti per appoggiarlo a terra ben distanziato dal corpo, la parte bassa della gamba deve risultare inclinata all’incirca di trenta gradi (piede più avanti del ginocchio) e la parte alta parallela al terreno; mani ai fianchi; spingere le anche in avanti fino a percepire una discreta tensione all’interno coscia; mantenere la posizione poi tornare in posizione di riposo.

16

Allungamento della colonna vertebrale – n secondi

In ginocchio, portare le mani avanti appoggiandole al terreno, la schiena deve risultare parallela al terreno; senza spostare le mani o staccarle da terra abbassare i glutei all’indietro portando la testa fra le braccia; mantenere e poi tornare in posizione di partenza.

17

Flessibilità della schiena – n secondi

Dalla posizione di arrivo precedente inarcando la schiena portare avanti il busto avvicinando il bacino a terra (idealmente il pube deve toccare il terreno, ma non forzate arrivateci gradualmente); mantenere poi tornare in posizione di partenza.

18

Mobilitazione della spalla e allungamento delle braccia – n secondi per lato

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, braccia lungo i fianchi; espirando portare un avambraccio dietro la schiena e contemporaneamente sollevare l’altro per farlo scendere da sopra la spalla corrispondente; cercare di unire le dita delle mani e quindi tirare le due braccia come a voler staccare le mani (ma senza farlo); mantenere.

19

Mobilitazione del capo e del collo – n ripetizioni per senso

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, braccia lungo i fianchi, occhi chiusi; spingere il capo all’indietro fino a percepire una discreta tensione al collo indi circondurlo passando dalle posizioni del collo più estreme possibile.

Potenziamento muscolare

Anche qui io preferisco utilizzare un numero base costante nelle ripetizioni / secondi, ma in questo caso con delle eccezioni. Partite ancora da una base di 10 e progressivamente aumentate fino ad un massimo dipendente dall’esercizio e indicato nelle relative descrizioni.

Rispetto al precedente è un protocollo più pesante e faticoso pertanto consiglio di eseguirlo al tardo pomeriggio, almeno un’ora prima di cena e tre prima di andare a dormire. Cercate di farlo almeno due volte a settimana, meglio tre, escludendo i giorni in cui andate a correre o a camminare.

1

Rafforzamento dei polpacci e dei flessori della dita dei piedi – n ripetizioni (massimo cinquanta)

Posizione eretta, piedi paralleli fra loro alla larghezza delle anche, braccia distese lungo i fianchi. Sollevarsi sulla punta delle dita dei piedi e subito ridiscendere con il tallone a terra.

2

Rafforzamento muscoli tibiali anteriori – n ripetizioni (massimo cinquanta)

Posizione eretta, piedi paralleli fra loro alla larghezza delle anche, braccia distese lungo i fianchi; spostando il peso sui talloni, sollevare la parte anteriore dei piedi per poi abbassarla velocemente a terra.

3

Rafforzamento dei quadricipiti (squat) – n ripetizioni (massimo trenta)

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, braccia a squadra, mani chiuse a pugno con una che avvolge l’altra; piegare le ginocchia abbassando lentamente il bacino verso terra fino ad avere i quadricipiti paralleli al terreno; mantenere un paio di secondi e poi, sempre lentamente, ritornare nella posizione di partenza.

4

Rafforzamento dei quadricipiti – n ripetizioni per gamba (massimo venti)

Posizione eretta, piedi alla larghezza delle anche, un piede appoggia su qualcosa che ne permetta lo scorrimento (esistono appositi attrezzi ginnici ma basta una pattina, un sacchetto in tessuto liscio, una calza di lana, uno straccio da pavimenti), braccia distese lungo i fianchi; mantenendo il peso sulla gamba del piede fermo, far scivolare all’indietro l’altro piede tenendo la gamba distesa, nel contempo piegare l’altra gamba portando il bacino verso terra, scendere fino ad avere il quadricipite parallelo al terreno e poi sollevarsi spingendo sulla gamba piegata e facendo scivolare il piede dell’altra gamba,

5

Rafforzamento dei quadricipiti – n ripetizioni per gamba (massimo venti)

Posizionarsi di fronte a un gradino (panca, sedia, l’importante che diano un appoggio stabile e robusto) alto all’incirca quanto le nostre ginocchia, posizione eretta, gambe alla larghezza delle anche, piedi paralleli fra loro. Inspirare, alzare il piede destro e posizionarlo sopra il gradino, spostare leggermente in avanti il bacino (il nostro baricentro deve portarsi sulla verticale del tallone posto sul gradino), spingendo sulla gamba piegata espirando sollevarsi estendendo completamente la gamba destra fino a poter appoggiare il piede sul gradino vicino al destro, immediatamente rialzare il piede sinistro; inspirando riportarlo lentamente a terra tenendolo esteso (permette di ammortizzare il contatto con il terreno).

6

Rafforzamento dei glutei – n ripetizioni per gamba (massimo cinquanta)

Sdraiati su un fianco, la gamba sotto distesa, la gamba sopra piegata in modo da avere la caviglia appoggiata appena sotto il ginocchio dell’altra, testa a terra, braccia piegate verso l’alto appoggiate a terra; lentamente sollevare il ginocchio della gamba piegata facendogli compiere un movimento rotatorio spingendolo il più possibile; ritornare alla posizione di partenza.

7

Rafforzamento degli addominali (crunch inverso) – n ripetizioni (massimo trenta)

Supini, gambe distese, braccia lungo i fianchi; senza sollevare la schiena da terra, tirare i piedi verso le spalle (ovviamente si dovranno anche un poco alzare da terra, ma il movimento è più di traslazione che di sollevamento) raccogliendo man mano le gambe al torace, continuare il movimento fino a sollevare ii glutei da terra poi ritornare alla posizione di partenza.

8

Rafforzamento dei glutei – n ripetizioni (massimo trenta)

Supini, gambe distese, braccia lungo i fianchi con le palme delle mani verso il basso, piante dei piedi appoggiate a terra; spingere le anche verso l’alto arrivando a restare in sospensione su piedi e spalle, mantenere due secondi e ridiscendere fin quasi a terra per poi ripetere.

9

Rafforzamento degli addominali (jack knife) – n ripetizioni (massimo trenta)

Seduti, gambe raccolte, piante dei piedi a terra, braccia che avvolgono le gambe; sollevare i piedi da terra e, inspirando, allungare le gambe, contemporaneamente portare un poco il busto all’indietro (per mantenere l’equilibrio sui glutei) e portare le mani al petto; ritornare in posizione di partenza senza mettere i piedi a terra ripetere.

10

Rafforzamento degli addominali (side plank) – n secondi per lato (massimo sessanta)

Sdraiati su un fianco, gambe distese, un braccio piegato a novanta gradi con l’avambraccio sotto le spalle, l’altro braccio piegato verso l’alto con la mano appoggiata al fianco; spingendo sul braccio a terra sollevare il corpo che deve restare ben in linea dalla testa ai piedi. Tenere la posizione e poi ridiscendere a terra sul fianco.

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Rafforzamento degli addominali (plank) – n secondi (massimo sessanta)

In ginocchio, piedi a martello, appoggiare gli avambracci a terra piuttosto avanti (troverete la misura giusta con due o tre prove), raddrizzando le ginocchia sollevarsi da terra portando le spalle sulla verticale dei gomiti (che restano appoggiati a terra) e mettendo il corpo in linea, mantenere in linea anche il collo e la testa, lo sguardo deve cadere sui polsi. Respirando normalmente mantenere la posizione e poi tornare in ginocchio.

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Rilassamento addominali – 5 ripetizioni

In ginocchio, piedi a martello leggermente discosti tra loro, mani a terra all’altezza delle spalle; espirando spingere il bacino verso l’alto inarcando la schiena, tenere un secondo e poi, inspirando, ritornare alla posizione di partenza.

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Rafforzamento di pettorali, spalle e tricipiti (piegamenti sulle braccia) – Da 3 a 7 ripetizioni, aumenta di una alla volta (massimo quindici)

In ginocchio, piedi a martello leggermente discosti, appoggiare le mani a terra in linea con le spalle e sensibilmente allargate, dita in avanti, a braccia ben distese sollevare le ginocchia da terra, mettere il corpo bene in linea compreso il collo e la testa, sguardo verso le mani; inspirando piegare le braccia senza allargare i gomiti che devono restare il più vicino possibile al busto (scendendo più all’indietro che in fuori), il corpo deve restare perfettamente allineato; arrivati con il mento che sfiora il terreno, espirando ridistendete le braccia fino a tornare nella posizione di partenza, attenzione a non inarcare la schiena. Se non ci si riesce, invece di appoggiarsi sulle punte dei piedi appoggiarsi sulle ginocchia tenendo i piedi sollevati da terra uniti o incrociati tra loro.

Propriocettività

Altro aspetto importantissimo anche per il semplice cammino: potenziandolo miglioriamo il nostro equilibrio e riduciamo notevolmente gli infortuni, in particolare quelli della caviglia.

Il protocollo che vi segnalo è quello che mi ha dato i risultati più rapidi e duraturi, potete eseguirlo subito dopo gli esercizi del potenziamento muscolare come faccio io, ma anche in altri momenti della giornata a patto d’avere a disposizione il tempo necessario durante il quale nulla e nessuno vi deve disturbare: fondamentale l’esecuzione ininterrotta. Richiede la disponibilità di una tavola oscillante, attrezzo che potete facilmente reperire, ad un costo contenuto, presso un qualsiasi negozio di articoli per la ginnastica.

Negli esercizi ad occhi chiusi fatevi assistere da qualcuno che possa impedirvi cadute rovinose oppure mantenetevi vicini a un tavolo a cui potervi nel caso appoggiare, in ogni caso togliete da torno gli oggetti pericolosi quali sedie, vasi, computer, eccetera.

L’aumento progressivo dei tempi va effettuato, esercizio per esercizio, man mano che riuscite a chiudere senza interruzione (appoggio al tavolo, messa a terra di un piede , discesa dalla tavola, caduta) ogni mantenimento. Raggiunto il tempo massimo l’obiettivo diviene l’avvicinarsi sempre più all’immobilità costante.

La postura dev’essere quella del corpo eretto: gamba ben distese con solo una leggerissima flessione al livello delle ginocchia, caviglie leggermente piegate in avanti, braccia lungo i fianchi o alzate a livello del petto e aperte lateralmente con avambracci verso l’avanti (favorisce il mantenimento dell’equilibrio e ci protegge in caso di caduta); testa eretta con mento leggermente abbassato, sguardo avanti su un punto fisso. Negli esercizi a occhi chiusi fate attenzione al fatto che probabilmente girerete su voi stessi quindi l’eventuale tavolo che utilizzate come appoggio per evitare cadute potrebbe trovarsi in posizione diversa da quella di partenza, una sorgente audio (radio, televisore) accesa può aiutarvi a percepire la rotazione, evitate di aprire gli occhi ogni tanto per controllare.

  1. Mantenimento su due gambe ad occhi aperti – Iniziare con 3 minuti poi aumentare progressivamente fino a 15 minuti
  2. Mantenimento su due gambe a occhi chiusi – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a 3 minuti
  3. Mantenimento sulla gamba destra a occhi aperti – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a un minuto e mezzo
  4. Mantenimento sulla gamba sinistra a occhi aperti – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a un minuto e mezzo
  5. Mantenimento su due gambe a occhi chiusi – Iniziare con 10 secondi poi aumentare progressivamente fino a 3 minuti
  6. Mantenimento su due gambe ad occhi aperti – Iniziare con 3 minuti poi aumentare progressivamente fino a 15 minuti
  7. Squat – Iniziare con una sola esecuzione poi aumentare progressivamente fino a 5

Corsa in piano

Anche se non avete intenzione di approcciare il trail, a questo livello la corsa diviene una componente assolutamente necessaria: permette di ottenere alti carichi di lavoro anche su distanze e tempi minori. Se potete l’ideale sarebbe quello di correre sempre su sterrato, se non vi è possibile dovrete fruire della corsa su strada asfaltata facendo attenzione dato che, diversamente da quello che uno potrebbe pensare, correre sull’asfalto può provocarvi infortuni più facilmente dello sterrato: fondo duro, regolarità dell’appoggio, costante differenza di carico tra le due gambe (le strade sono sempre a schiena d’asino per cui o correte proprio nel mezzo oppure avrete sempre un appoggio più vicino dell’altro, ovvero l’anca costantemente inclinata), velocità più alta, maggiore possibilità di esagerare. È necessario eseguirla almeno tre volte alla settimana (da annoverare nel conteggio anche le eventuali uscite di corsa in montagna).

Onde evitare infortuni curate attentamente la tecnica: falcata corta, appoggio del piede mai più avanti dell’anca, corpo leggermente inclinato in avanti (non forzatelo, viene naturale accorciando la falcata con un contemporaneo aumento del ritmo), sguardo avanti senza sollevare il mento, spalle confortevolmente aperte (non spingete fuori il petto), braccia piegate con un angolo leggermente superiore ai novanta gradi, avambraccio e gomiti a sfiorare il busto, movimento oscillatorio da poco avanti a indietro, mani aperte, polsi rilassati.

Anche il respiro è importante, secondo un noto campione del passato, poi allenatore, sarebbe meglio adottare una respirazione asimmetrica (espirazione più veloce dell’inspirazione) in modo che l’inizio espirazione non avvenga mai in contemporanea con l’appoggio sullo stesso piede: devo dire che ho adottato questo sistema, non so dire se sia realmente funzionale in relazione agli infortuni, posso di certo dire che lo è per il controllo del respiro e la mobilitazione del diaframma. In ogni caso la respirazione dev’essere diaframmatica o completa (diaframma più torace) e regolare; importante: non limitatevi a respirare con il naso ma abbinatevi anche la bocca onde fornire al vostro corpo la necessaria dose di ossigeno.

Ultima cosa: non tralasciate l’adeguato riscaldamento e l’opportuno defaticamento (vedi a piè di pagina la sitografia d’approfondimento).

L’obiettivo iniziale è quello di riuscire a correre i cinque chilometri alla vostra velocità di soglia aerobica (vedi qui come calcolarla) e senza particolari sofferenze, ne fisiche (dolori muscoli e articolari) ne mentali (stanchezza, irrefrenabile voglia di interrompere le corsa). Consiglio di seguire una tabella progressiva basata su tre sedute la settimana; passate alla distanza superiore man mano che riuscite a coprire quella corrente senza sofferenza:

  1. Prima fase (una settimana dovrebbe bastare) – Correre due chilometri individuando la propria velocità di conforto (quella alla quale potete tranquillamente parlare)
  2. Seconda fase – Correre due chilometri ad una velocità leggermente superiore a quella di conforto (velocità di soglia aerobica, che è quella da adottare in tutte le successive sedute)
  3. Terza fase – Correre tre chilometri
  4. Quarta fase – Correre quattro chilometri
  5. Quinta fase – Correre cinque chilometri
  6. Sesta fase – Correre i cinque per almeno un mese, nell’ultima settimana rilevare i tempi di percorrenza.
  7. Settima fase – Se alla fine della sesta fase i cinque li avete corsi in trenta minuti o meno, passate direttamente alla fase otto, altrimenti… correre i cinque diminuendo di cinque secondi alla settimana il tempo di percorrenza, fino ad abbassarlo ai trenta minuti.
  8. Ottava fase – Due uscite settimanali di corsa sui cinque chilometri e una uscita al mese con un chilometraggio che da sei deve progressivamente crescere fino ai dieci chilometri, possibilmente alla stessa velocità dei cinque (i dieci in un’ora), accettabile, per i nostri obiettivi, anche una velocità un poco più bassa (i dieci in un’ora e dieci minuti).

Corsa in salita (e in discesa)

L’attività escursionistica e i trail comportano necessariamente la salita, opportuno, pertanto, inserire anche degli allenamenti che la contemplino. Il consiglio è di farlo solo nel momento in cui avrete raggiunto quantomeno i primi cinque obiettivi proposti con la corsa in piano. Fate almeno un’uscita al mese, potete eventualmente sostituirla ad un’uscita in piano sui dieci chilometri. Iniziate con cinque tre chilometri e man mano arrivate a cinque. Sempre valido il concetto: se possibile meglio lo sterrato, altrimenti va benissimo anche l’asfalto, evitate o riducete al minimo il cemento (meno elastico dell’asfalto vi provoca sollecitazioni ancora maggiori).

Dove ci sono salite poi inevitabilmente ci sono discese, correte anche queste. Contrariamente all’opinione comune non è poi così dannoso correre in discesa, anzi, basta affinare la giusta tecnica: passi corti (più aumenta la pendenza più sono corti), ritmo alto (più aumenta l’inclinazione più è alto), spalle e anche spinte in avanti (l’asse del corpo deve tendere ad essere perpendicolare al terreno), busto eretto, appoggio anteriore (rispetto all’appoggio di tallone permette di ammortizzare molto meglio gli impatti col suolo), sguardo avanti. Nel limite del possibile evitate i tratti in cemento.

Anche qui non tralasciate l’adeguato riscaldamento e l’opportuno defaticamento (vedi a piè di pagina la sitografia d’approfondimento).

Allenamento in montagna

In questo gruppo non si devono ovviamente comprendere le uscite escursionistiche fatte in rilassamento (anche relativo), ma solo quelle uscite fatte allo specifico scopo di allenarsi, ovvero quelle uscite durante le quali sottoporrete il vostro corpo ad uno stress fisico e mentale più o meno rilevante ma pur sempre sostanziale. Devono essercene almeno tre al mese ma se talvolta ne fate di meno non tediatevi, a patto di aver nel contempo fatto comunque delle uscite normali.

Alternate, con una frequenza a vostro piacere (basatevi sulle vostre sensazioni fisiche, sui vostri desideri del momento, su ciò che di volta in volta vi stimola, potete anche partire con un obiettivo e poi modificarlo in corso d’opera), uscite in cui lavorare sulla distanza ad altre in cui lavorare sul dislivello ed altre ancora in cui il lavoro viene fatto sulla velocità. A parte quest’ultimo tipo di lavoro, trattandosi di montagna può risultare difficile dare netta distinzione alle altre due tipologie di allenamento, di base ogni volta vi allenerete su tutte e tre le qualità, forziamo noi la distinzione badando di volta in volta più ad un parametro che all’altro.

Utilizzate il più possibile percorsi ad anello (con una carta topografica, un poco di fantasia e lo studio della zona se ne trovano pressoché ovunque): dovendoli ripetere più volte nell’arco di pochi mesi (l’unico modo per avere parametri di riferimento sulla propria crescita) risultano meno noiosi. Cercate anche di rientrare al punto di partenza sempre e comunque con le vostre gambe: se per qualche motivo sentite di non essere in grado di completare il percorso, non fatevi venire a prendere, ma tagliate per vie alternative (qui ritorna in gioco la conoscenza della zona, che dovrete assolutamente affinare prima di impegnarvi sui percorsi più lunghi).

Tutte le uscite vanno fatte in unica soluzione, ovvero si parte e ci si ferma quando si rientra al punto di partenza (o si raggiunge la meta finale qualora non sia un anello); non ci sono vere e proprie soste, ne per mangiare ne per dormire, solo brevi e poche fermate. Al termine di ogni allenamento dedicate una mezz’ora al defaticamento, per le uscite più lunghe potrebbe essere opportuno eseguire del recupero attivo (camminata veloce o corsa lenta) nelle due po tre giornate a seguire.

Allenamenti sulla lunghezza

Trattandosi di montagna aumentando la lunghezza aumenterà anche il dislivello, in questa fase quello che conta è il rapporto tra i due parametri: consideriamo similari i venti chilometri con mille metri e i quaranta con duemila metri.

Iniziate con escursioni di venti chilometri e aumentate progressivamente fino ad arrivare almeno ai trenta chilometri, se il vostro obiettivo e avvicinarvi ai trail allora arrivate fino a cinquanta.

Allenamenti sul dislivello

Iniziate con percorsi aventi un dislivello di millecinquecento metri e aumentate progressivamente fino ai tre/cinquemila. A volte dislivello e lunghezza saranno correlati tra loro, ma non sempre e non necessariamente, cercate di inventarvi percorsi che vi permettano di avere dislivelli maggiori su chilometraggi similari.

Allenamenti sulla velocità

Qui la cosa da un punto di vista è più semplice (alla fine, a parità di percorso, dovete solo ogni volta cercare d’essere più veloci), ma da un altro più complicata dato che la strutturazione del percorso (rapporto chilometrico tra tratti di salita, tratti di piano e tratti di discesa; rapporto tra lunghezza e dislivello; tipologia del fondo; maggiore o minore facilità nell’individuazione del percorso) influenza sensibilmente la velocità media, in ogni caso dovreste velocemente acquisire la necessaria confidenza per comprendere voi stessi i parametri di riferimento.

Iniziate con la velocità di base dei due chilometri all’ora e aumentate progressivamente fino ai tre e mezzo sui percorsi più impegnativi, cinque sui percorsi più piatti e/o semplici.

Mantenimento

Raggiunti tutti gli obiettivi elencati non potrete adagiarvi sugli allori ma dovrete mantenervi sempre attivi per non perdere l’allenamento così faticosamente acquisito. A questo punto, però, avrete fatto tanta di quella esperienza dal poter valutare voi stessi cosa fare per mantenervi in forma, forse (o probabilmente) sarete talmente appagati e coinvolti da quanto fatto (e dalla corsa) che vorrete uscire a correre in montagna quante più volte possibile, in ogni caso diciamo che per mantenere questi livelli prestazionali è necessario (indipendentemente da quante volte andate a fare escursioni o corse in condizione di conforto):

  1. ginnastica quotidiana o bigiornaliera che integri, anche in momenti separati, flessibilità, articolabilità, forza muscolare (in ogni distretto) e propriocettività;
  2. Una corsa piana sui cinque chilometri almeno una volta alla settimana;
  3. una corsa piana sui dieci chilometri almeno una volta al mese;
  4. una “tiratona” montana almeno due volte al mese (se viene a mancare sostituitela con una corsa in salita di almeno cinque chilometri o con una piana di dieci chilometri).

Consiglio finale

L’allenamento è, come detto, importante, ma non facciamone una malattia, concediamoci pure qualche momento di salutare riposo che è a sua volta indispensabile per permettere il recupero e la crescita. Insomma, il mantra fondamentale alla fine dev’essere… divertirsi!

Sitografia di riferimento e approfondimento

Su questo argomento in Internet potete trovare tantissimo materiale, impossibile riportarlo tutto. Di seguito una mia piccola selezione dei migliori e più utili articoli.

Runlovers – La prestazione massima

Running Italia – A che velocità devo correre

Il Cardiofrequenzimetro – Calcolo delle fasce/soglie cardiache di allenamento

Running Italia – Il Running è un rischio per la schiena?

Running Italia – 4 esercizi per curare e prevenire il mal di schiena del podista

Running Italia – Mal di schiena, quali sono i fattori scatenanti per il podista

Running Italia – Come mantenere la giusta postura durante la corsa

Mypersonaltrainer – Propriocezione e sensibilità propriocettiva

Runlovers – Gli esercizi per migliorare la propriocezione

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Running Italia – Allenamento e Stretching diaframmatico per una migliore efficienza di corsa

Runner’s World – Preparati a correre in salita

Running Italia – I benefici, ancora poco conosciuti, della corsa in discesa

Running Italia – Riscaldamento: perché è importante prima di iniziare a correre

Running Italia – Defaticamento, quando e come va eseguito

Runlovers – Defaticamento dopo la corsa: ecco qualche consiglio per te


Continua in… Orientamento e topografia


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

#VivAlpe 2019 tra morbidi rilievi, laghetti e ampi pascoli


Una lunga teoria di arrotondati dossi, in gran parte erbosi, si dispiega tutt’attorno, ogni tanto qualche scura cima rocciosa esce dal coro per differenziarsi rudamente dalla dolcezza bucolica delle sue sorelle. Dalle creste decine di vallette si protendono verso il basso, alcune strette e ripide, altre larghe e lentamente digradanti, un unico grande pascolo costellato di malghe dalle varie dimensioni e a tratti invaso da lisce placche di rosea pietra ospitano numerose malghe. Qua e la occhieggiano specchi azzurri, molti poco più che pozze d’abbeverata, altri piccolissimi originati dalle varie chiazze di neve che ancora persistono negli angoli più cupi o nelle zone di valanga, ma alcuni si pregiano di dimensioni più consistenti venendo in qualche caso sfruttati per la pesca sportiva: laghi di Mignolo, lago di Vaia, laghetto del Dasdana, Laghi di Ravenola i principali e più noti.

Ad ovest si percepisce il largo solco d’origine glaciale della Val Camonica e dietro a questo spiccano, ancora innevate, le varie cime delle Prealpi Orobiche, tra le quali si riconoscono la Presolana e la Concarena. A est tre file di crinali spartiacque si allontano man mano verso l’orizzonte, in primo piano i verdi boschi e pascoli che sovrastano la Valle del Caffaro e culminano nei monti Carena, Telegrafo e Brealone; in seconda linea, a formare la parte alta della Val Sabbia, la conca del lago d’Idro e le Valli Giudicarie, svettano la Cima Tombea, il Monte Stino, il Monte Calva, la Cima Palone e il Monte Cadria; ultima fila di vette quella con l’inconfondibile sagoma del Monte Pizzoccolo, dietro il quale tutto s’interrompe nell’ampio bacino del Lago di Garda. A sud troviamo la Val Trompia e le cime che la circondano sui due lati, in particolare si notano il Crestoso sul lato ovest dove lo sguardo rimane da questo chiuso, Dosso Alto e Corna Blacca sul lato est. A nord spicca vicinissima la parete del Cornone del Blumone, poi distinguiamo Cima Frerone, Cima Terre Fredde, Cima del Listino, Cima di Laione, Carè Alto , Corno del Gelo e Cima Bruffione.

Parcheggiate le auto al Giogo dela Bala (2136 metri di quota) lungo la notissima strada che dal Maniva conduce al Passo di Crocedomini, c’incamminiamo su morbido terreno verso l’indefinita meta dell’escursione odierna, sole e temperatura confortevole ci fanno compagnia inducendo uno di noi, reduce da una settimana di germanico cammino dove libertà vige tra monti e piani, vuoi sui sentieri che nelle strade sterrate ancorché frequentate e persino nei rifugi e ristoranti, dove in merito alla nudità sussiste un concetto di rispetto ben più giusto e corretto di quello in Italia falsamente propagandato come tale, dove anche all’interno dei parchi cittadini è normale vedere qualcuno spogliarsi, persino ai tavolini di un bar, per gettarsi in un laghetto vicino e poi nudo tornare, tranquillamente asciugarsi, rivestirsi e riprendere le precedenti faccende, ecco dicevo, inducendo quest’uno di noi a ignorare la vicinanza della strada per liberarsi immediatamente del fardello delle vesti e, senza reazioni, nudo restare anche al passaggio d’una vettura e al successivo incontro con altri tre escursionisti.

Con bella visione sulla splendida gemma del lago di Vaia, seguendo un sentierino che evita la strada, a mezza costa aggiriamo un primo dosso e perveniamo alla Grapa di Vaia, dove una piccola santella custodisce un teschio che la legenda dice essere qui stato posto da un pastore dopo che per ben tre volte l’aveva gettato nelle acque del lago di Vaia per ritrovarselo immancabilmente sul prato il giorno seguente. Scendiamo lungo la sterrata che porta al lago per abbandonarla poco dopo e risalire alla vicina sella erbosa che immette nella valle di Rondenino, alla nostra destra una larga dorsale si alza invitante solcata da una traccia che immediatamente imbocco. Pochi metri più in alto la traccia abbandona la dorsale per abbassarsi dolcemente in direzione di alcuni laghetti che presto raggiungiamo. Durante la discesa ho adocchiato un bel crinale erboso che promette gustose visioni così m’incammino sulle sue prime propaggini per raggiungerne la prima sommità, l’occhio immediatamente viene catturato dall’apparire del lago di Mignolo Alto, sopra di esso una piccola cascata, tutt’attorno lisce piane placche rocciose fra le quali si fanno strada strisce erbose colorate di verde e di giallo. Proseguiamo lungo il crinale in direzione del Monte Mignolo, appare anche l’altra preziosa gemma del lago di Mignolo Basso, due persone spiccano nel riverbero, forse due pescatori visto che sono in piedi in riva al lago e non si muovono. Ancora non è mezzogiorno, comunque decidiamo di fermarci, cerchiamo un punto riparato dal gelido vento che si è nel frattempo alzato, non bastasse questo i pochi nuvoloni che si aggirano in cielo sembrano attratti dalla sfera del sole e si piazzano proprio tra noi e il suo caldo bagliore.

Dopo aver calmato i morsi della fame che, nonostante l’ora ancor non propizia, già mordevano i nostri stomaci, riprendiamo in senso contrario il filo del crinale per presto abbandonarlo e scendere direttamente alla sottostante malga sulle sponde del lago di Mignolo Alto. Attraversando una radura acquitrinosa raggiungiamo la sponda del lago che seguiamo per superare il suo emissario, piccolo torrentello nelle cui acque si vedono correre centinaia di piccoli pesci. Risaliamo una breve balza e ci troviamo in un’ampia radura dove la coppia di escursionisti precedentemente incontrata ha rizzato un riparo dal vento e acceso un piccolo focherello di cui già avevamo sentito il di fumo odore. Attraversata la piana risaliamo in direzione della cascatella per poi proseguire l’ascesa lungo un ripido canalino torrentizio che adduce ad altro terrazzo pianeggiante a sua volta composta da un’alternanza di placche rocciose, erbe asciutte ed erbe acquitrinose. Il sole torna a fare capolino e ci gettiamo a capofitto su una placca di roccia comodo e benvenuto solarium.

Purtroppo, come spesso accade, le nuvole giocano con noi e con il sole, il vento ne approfitta per farci a tratti gelide visite, così ci si rimette in cammino verso un costolone dietro il quale si vede un cielo terso dal vivido colore azzurro, promessa di caldo ristoratore. Circumnavigando le zone acquitrinose in breve siamo sul crinale, poco sotto di noi un largo sentiero taglia a mezza costa la montagna e velocemente ci conduce ad un piano poggio di verdissima e morbida erba dove sostiamo a lungo per goderci, finalmente indisturbati dal vento, un bel bagno di sole. Attilio approfitta dei resti d’un ricovero da pastore per creare e scattare artistiche immagini fotografiche, Angelo, modello oggi d’eccellenza, s’inventa una camminata a piedi nudi lungo il verde crinale che dolcemente si protende sopra la valle di Vaia.

Purtroppo anche questo dolce momento trova la sua inevitabile fine, l’orario incalza e dobbiamo rimetterci in cammino, il largo sentiero ci porta rapidamente alla strada di Vaia e per questa risaliamo all’omonima Grapa pre rientrare alle auto non senza esserci ancora fermati qualche attimo per riabbracciare con gli occhi e con la mente questi paesaggi, questo luogo incantato, i suoi laghi, i dolci crinali erbosi, le più erte paretine rocciose, i tanti naturali solarium formati dalle rosse placche rocciose.

Breve sosta dagli amici dell’albergo Dosso Alto e poi via tutti a casa in attesa della prossima occasione per rivedersi, non senza aver prima fatto un’importante considerazione…

Sarà stato l’essere inglobato in un gruppo vestito, sarà stato l’avere attorno un fotografo palesemente all’opera, fatto sta che nessuna delle persone incontrate (un automobilista, un escursionista solitario e una coppia) ha avanzato rimostranze per la nudità tanto normalmente portata dall’amico Angelo. Forse si, forse, nonostante l’episodio camuno che ci ha, senza nostra volontà, recentemente visti protagonisti d’una campagna elettorale indignitosamente condotta sfruttando le nostre foto di naturale nudità, nonostante una realtà sociale e giuridica che non vuole liberarsi dal fardello di un condizionamento religioso ormai non più considerabile di maggioranza, non più giustificabile, ormai fuori tempo e fuori luogo, ecco, forse nonostante tutto questo è giunto il momento di dire che possiamo e dobbiamo avere meno titubanze, che possiamo e dobbiamo premere il piede sull’acceleratore, che dobbiamo smetterla di propagandare la falsa idea di rispetto che predica il “devo rispettare il desiderio di chi non vuole vedere persone nude attorno a se” per abbracciare quella indiscutibilmente più giusta e corretta che vige, ad esempio, in Germania, in Austria o in Spagna: “dato che la tua eventuale nudità non mi causa dei reali danni materiali sei libero di fare e agire come meglio preferisci, se provo un irrefrenabile e invincibile fastidio è un problema mio e spetta a me allontanarmi o guardare altrove”. Forse!

#VivAlpe 2019 scoperta affascinante


Al centro la valle percorsa (fino alla seconda piana)

Chi ben mi conosce sa quanto anche nell’escursionismo mi piaccia andare oltre l’evidente, uscire dai percorsi tipici, allontanarmi dalla folla e avventurarmi dove gli unici rumori che si sentono sono i sibili del vento, il tremolare delle foglie, lo scorrere dei ruscelli, il verso di uccelli e altri animali. Ha anche imparato che ho fiuto per scoprire luoghi incantevoli e così mi segue volentieri nelle mie più o meno incerte perlustrazioni.

L’uscita di ieri, prima giornata di giugno, era, per l’appunto, un’esplorazione assai incerta, nelle mie intenzioni c’era l’andare alla ricerca di un sentiero che esiste soltanto nei miei occhi allenati alle più deboli tracce, un percorso che mi e ci potesse aprire le porte di una conca vista solo da molto lontano, un piccolo mistero che mi pareva poter donare perle meravigliose.

L’analisi foto-cartografica, però, mi teneva aperti molti dubbi, non certo per una mia uscita solitaria, ma sull’opportunità di portarci il gruppo di Mondo Nudo, così, all’ultimo momento, ho deciso di cambiare percorso e seguire un tracciato scoperto nell’elaborare questa uscita, inizialmente proposto come via di discesa, alla fine diventato percorso anche di salita.

Sapevo che si trattava di un percorso segnalato, non ne conoscevo però lo stato di conservazione, comunque avevo trovato in rete alcune relazioni di percorrenza anche relativamente recente e questo mi dava quel minimo di tranquillità necessario alla partenza e che dire, scelta felicissima che mi e ci ha donato un’escursione fantastica, in un ambiente meraviglioso.

Ritrovo alle otto e mezza presso il bar Bruffione; un blocco stradale e successivi intoppi mi fanno arrivare giusto a tale ora pronto a ricevere i rimproveri degli amici e invece… invece non vedo nessuno, a parte Daniela che è salita con me. Mentre mi guardo attorno una voce di bambina grida il mio nome, è Luise che esce dal bar a dirmi che i suoi genitori sono dentro. Bene, ma ne mancano ancora due, dove saranno? Prendo il cellulare per chiamarli e nel contempo mi arrivano due messaggi: sono gli amici che mi avvisano di essere bloccati a Campolaro a causa della strada chiusa e che, pertanto, non riescono ad arrivare. Ma che cacchio ci fanno da quella parte? Che ci fanno in Val Camonica visto che arrivano dal Veneto? Risolve l’inghippo la signora del bar: Google, nonostante le varie segnalazioni fatte dagli operatori del luogo, continua a segnalare la chiusura della strada del Caffaro poco sopra Val Dorizzo pertanto i navigatori fanno salire dalla Val Camonica via Crocedomini. Il problema è che se la strada del Caffaro è invece aperta, quella di Crocedomini è chiusa: misteri della tecnologia, ottimo aiuto ma ancora troppo inaffidabile per concedersi totalmente ad essa (e chi usa i navigatori dovrebbe ben tenerne conto, per altro nelle mie schede evento è sempre indicato il percorso stradale d’accesso al punto di partenza del cammino, usatelo!).

Salutiamo le gentilissime gestrici del bar e ci incamminiamo in direzione della nostra meta. Il sentiero si presenta ben tracciato e segnalato, l’inizio in dolce salita ci permette di scaldarci in previsione di tratti più duri. Invece si continua morbidamente, solo qualche albero caduto interrompe la regolarità della progressione. Tra le solite piacevoli chiacchiere, osservando la natura che ci circonda e godendo del primo sole che arriva a mitigare i sei gradi della partenza, arriviamo alla radura di Malga Malghetta dove ci accoglie una simpatica marmotta appostata su un grosso masso accosto alla piccola malga qui presente. Doverosa una sosta contemplativa e di alleggerimento vestiario.

Rieccoci in marcia, ora la salita si fa più ripida seppure mai opprimente, siamo entrati in una bellissima conifera con rado sottobosco e il pensiero corre immediatamente all’amica Paola che qui troverebbe il suo terreno di gioco e inizierebbe a gironzolare alla ricerca dei prelibatissimi frutti del bosco: i Boletus Edulis, volgarmente chiamati Porcini. A parte la ricerca dei funghi, anche a me la zona m’intriga parecchio e m’immagino i mille potenziali vagabondaggi che qui si possono fare, comunque, a passo ben cadenzato, procedo verso l’alto riempiendomi occhi e mente dell’imprevista affascinante sequenza d’immagini: qui devo assolutamente tornarci e portarci anche Maria (mia moglie).

La conca di Malga Retorti

Usciamo dal bosco e ci ritroviamo in un’ampia conca a pascolo (Malga Retorti) solcata nel mezzo da un gelatissimo torrente, sopra di noi una balza quasi interamente ricoperta di candida neve ci separa dalle cime che ci circondano. Dopo aver perso le tracce, recupero il giusto percorso ma questo s’inoltra nei pendii innevati, una neve marcia che non sorregge il peso e pertanto, nonostante siano solo da poco passate le undici, preferisco fermare qui la salita. Esploriamo l’intera conca in cui ci troviamo, poi ci appollaiamo su di un grosso masso per goderci il caldo sole che finalmente è tornato ad accompagnarci nelle nostre uscite, mangiare e attendere l’ora del rientro a valle. Come spesso accade in montagna, nel primissimo pomeriggio si addensano alcuni neri nuvoloni e si alza il vento, la temperature crolla di colpo ma il tutto non sollecita ad un’immediata ripartenza e continuiamo la nostra meritata pennichella.

Verso la sosta pranzo
Il punto della sosta pranzo

All’una ci rimettiamo in cammino, pochi passi e siamo fuori dalle folate del vento, poco dopo ritorna anche il sole pieno che ci accompagna beatamente fino alle auto, dove arriviamo nella gioia di una bella giornata di montagna passata in piacevole compagnia, profondamente immersi nella natura, al cospetto di vette innevate e guglie rocciose che, seppure in miniatura, richiamano quelle della Patagonia, in particolare ho ammirato un torrione squadrato e una liscia compattissima parete. Questa escursione la riproporrò sicuramente agli amici, merita d’essere conosciuta, ma non troppo: che resti una preziosa perla solitaria e misteriosa dove ci si possa tranquillamente abbandonare alla natura.

Infantilismi alpini


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Viviamo in una società in cui ormai è prassi comune la guerra universale, la lotta tra fazioni di pensiero e di azione è cosa quotidiana, persino per cose tutto sommato di poco rilievo, anzi, è proprio su queste che più le persone si agitano.

Io che da sempre vado d’accordo con chiunque, io che nella mia lunga vita ho avuto una sola persona con cui proprio non riuscivo a legare, io che anche dopo i più acerbi confronti riprendevo il rapporto di normalità nel giro di pochi secondi, io che vedo ogni contradditorio come opportunità di conoscenza e di crescita ecco che negli ultimi vent’anni a seguito della mia scelta di vita mi trovo costantemente immerso in polemiche, in passato mi ci sono trovato coinvolto per altre questioni come la direzione di un’associazione o di una scuola sportiva, negli ultimi mesi osservo un qualcosa che mai avrei immaginato: chi corre in montagna viene più o meno violentemente attaccato da chi in montagna ci cammina.

Corriamo tutti i giorni, è un controsenso correre anche andando in montagna; i runner parlano solo di scarpe e non vedono quello che li circonda; la natura va assaporata lentamente; eccetera. Frasi in buona parte ereditate dalla guerra ai motocrossisti, che dimostrano qaunto alcune persone pare siano soddistfatte solo se se la possono prendere con qualcuno e finita una battaglia devono ineluttabilemnte trovarne un’altra.

Beh, sinceramente potrei rigirare alcune di queste osservazioni verso gli escursionisti, tra i quali mi pregio includermi visto che come corridore sono proprio ai livelli più elementari, potrei raccontare di quanti sono quelli che camminano senza rendersi conto del dove camminano o del dove vanno o di cosa li circonda, di quanti escursionsiti parlano solo di attrezzature e non sanno distinguere una biscia da una vipera, un sentiero umano da una traccia di animali, una nuvola innocqua da quelle temporalesche e via dicendo. Potrei ben fare questo, potrei farlo con oculatezza visti i mei sessant’anni di montagna con quaranta tra accompagnamento e insegnamento, invece… invece mi guardo bene dal farlo (ehm, vabbè, invero l’ho poc’anzi fatto, ma era necessario ai fini del costrutto logico del discorso) dato che ritengo piena libertà di ognuno godere della natura e della montagna nella forma che preferisce, che sia il più lento cammino, come la più tirata corsa, che sia l’osservazione approfondita come il disinteresse puro, che sia il piacere dato da quanto si osserva quanto quello dato dal mero impegno fisico.

A che prò combattere contro chi non produce danni alla montagna e alla natura, con chi al massimo mette a repentaglio solo la propria integrità fisica, con chi comunque si diverte e forse anche più di tanti altri, con chi in ogni caso apprezza quello che fa, il modo in cui lo fa, l’ambiente in cui lo fa. Correre in montagna richiede lavoro e fatica, richiede una lunga frequentazione della montagna; chi corre in montagna potrebbe avere, anzi probabilmente ha, nelle gambe ben più chilometri e metri di chi ci va camminando ed è probabile che non tutti siano stati fatti correndo, che molti siano stati fatti camminando, magari anche osservando la natura, godendo dei piaceri ambientali.

Le guerre tra poveri servono solo ai ricchi, basta!

#VivAlpe 2019… eeee due!


Versante est della Val Bertone (Caino – BS)

Ancora una bella giornata di sole, stavolta con temperature decisamente più confortevoli anche se un venticello freddo a tratti si faceva sentire, per la seconda uscita del programma VivAlpe 2019.

Dopo una stagione di stanca e un avvio che sembrava presagire un nuovo anno di scarsa partecipazione, il gruppo torna a farsi abbastanza corposo con nove persone al ritrovo: Emanuele, Angelo, Attilio, Paola, Marco, Francesca, Luise, Stefan e il nuovo amico Gianluca.

L’inverno secco ci ha spianato il terreno facendoci trovare una vegetazione molto scarsa così anche i tratti più abbandonati del percorso non ci hanno creato problemi nel passaggio e, tra una chiacchiera e l’altra, osservando i variopinti fiori che ornavano il sentiero, velocemente abbiamo raggiunto prima il lungo piano traverso a tre quarti di montagna, poi il luogo previsto per la sosta pranzo: un terrazzino erboso riparato dal vento e baciato dal sole.

Dopo i consueti scatti artistici dell’amico Attilio, fotografo professionista con particolare vocazione per le foto di nudo, per i quali come sempre ci siamo prestati da modelli, riprendiamo il cammino per scendere tranquillamente, fra mille chiacchiere, al parcheggio delle auto, poco prima del quale dobbiamo purtroppo necessariamente rivestirci, e non per la temperatura che resta assolutamente confortevole, ma per essere ormai sula frequentatissima strada asfaltata della Coste di Sant’Eusebio: arriveremo mai ad una logica e opportuna rinormalizzazione del nudo?.

Grazie a tutti i partecipanti che, con la loro entusiastica presenza, hanno permesso l’ottima riuscita di questa seconda uscita.

Ci si rivede il 13 aprile per la straordinaria escursione su di un versante poco noto e pochissimo frequentato della mitica Corna Blacca (vedi programma).

#VivAlpe 2019: partiti!



Caino, Val Bertone, salita ad anello al Monte Civelle.

Accompagnati da una bella giornata di sole, che ha presto attenuato i morsi del freddo mattino concedendoci anche la possibilità di ridare libertà ai corpi ottenebrati dall’inevitabile lungo invernale cilicio delle vesti, abbiamo dato l’avvio ufficiale al nostro programma di escursioni con questa esplorazione. Si esplorazione perchè la novità di quest’anno è l’inserimento di alcune uscite per il reperimento di nuovi itinerari sfruttando sentieri ormai abbandonati o mai utilizzati dall’escursionismo di massa, purtroppo ad oggi quasi (perchè invero qualche comunità e qualche amministrazione comunale più sagge e corrette le abbiamo anche trovate) unica possibilità che abbiamo per poterci mettere a nudo senza patemi.

Contrariamente ai miei timori, dovuti alla vetusta età della relazione che mi ha dato notizia dell’esistenza di questo itinerario, il tracciato si è rilevato pulito e facilmente individuabile. Breve ma simpatico, con un bel tratto panoramico e un paio di ottimi punti per fermarsi a godersi il sole, mangiare e riprendere il fiato prima di ritornare a valle, si è immediatamente guadagnato il certo inserimento nel programma 2020. Peccato solo il relativamente lungo (un terzo dell’intero percorso) tratto sulla frequentatissima strada sterrata di fondo valle dove si è per ora costretti a stare vestiti (un paio di volte mi è capitato di essere guardato male per il solo fatto che fossi a torso nudo, con i soliti commenti del cavolo).

Soddisfatto dell’esito positivo dell’esplorazione, appagato dalla piacevole compagnia dell’immancabile Angelo, confidando in una prossima più intensa partecipazione, speranzoso per una prossima evoluzione sociale che rinormalizzi la nudità, saluto e resto in attesa della prossima uscita (16 marzo sempre in Val Bertone) quando andremo a verificare la condizione di percorribilità di un sentiero che permette di raggiungere un bel sentiero che già conosco e che ho già fatto più volte evitando la frequentatissima strada di fondo valle, consentendo il cammino naturale per quasi la totalità del tempo.

Alla prossima!

VivAlpe 2019


Quest’anno, per miei impegni e problemi, le uscite torneranno ad essere quantitativamente limitate (indicativamente una al mese per il periodo maggio-ottobre, più un paio di sabati), ma la qualità resterà sempre quella, anzi, cercherò di alzarla ulteriormente proponendo uscite in ambienti ancor più selvaggi e interessanti, ambienti dove lo sguardo possa liberamente spaziare fin verso l’orizzonte, ambienti dove la montagna sia montagna, dove sia possibile ascoltare i suoi messaggi, dove poter percepire il senso d’inclusione nella montagna che solo la nudità può portare.

Al momento non sono ancora definite le date, ma presto le potrete conoscere attraverso le schede descrittive che appariranno nella sezione eventi, nel frattempo, in ordine non cronologico, un’idea sulle destinazioni e i possibili itinerari:

  • Anello Stabio-Frerone-Val Fredda, una due giorni con pernottamento al rifugio Prandini
  • Soggiorno di cinque giorni al rifugio Prandini con tre escursioni in zona (anello della Val di Braone, Lago della Sorba, Laghetto di Mare)
  • Anello del Dragoncello da Nave (BS)
  • Anello del Dosso Alto (Maniva) su percorsi antichi e sentieri militari (15-18)
  • Anello est della Val Bertone, una brevissima escursione lungo sentieri quasi abbandonati
  • Altre in via di definizione

Alle escursioni si aggiungerà qualche evento statico, quali cene o pranzi e un pic-nic ferragostano in una valle inizialmente affollata ma che risalendola lungo il torrente diviene presto solitaria e selvaggia.

Confido in una massiccia presenza dei soliti e di nuovi amici, soprattutto confido nella partecipazione di nuovi amici che ancora legati alla necessità dell’abbigliamento desiderino provare cosa significa abbandonarlo, che chi già da tempo ci segue senza aver ancora provato a mettersi a nudo finalmente si decida a farlo: non obbligo nessuno a spogliarsi ma è chiaramente mio intento spingerlo a farlo, quantomeno una volta, che poi l’esperienza insegna che diviene immediatamente la prima volta per essere seguita da tante, tante altre volte.

A presto!

P.S.
Chi, al fine di distribuzione, volesse una copia ad alta risoluzione della locandina VivAlpe 2019 deve solo richiedermela tramite il modulo di contatto o, per chi li conosce, attraverso gli altri miei contatti (indirizzo e-mail, cellulare, whats-app, social, a voce) e provvederò a fargliela avere.

#TappaUnica3V e gli stupidi errori


Che volete che vi dica, a volte si prendono decisioni all’apparenza intelligenti ma che poi si rivelano (forse) solo stupide: per tre volte ho utilizzato un certo modello di scarpa, sempre quello nella logica del “non si cambia all’ultimo ciò che hai ben provato prima”, una scarpa con cui ho fatto senza problemi tantissimi chilometri, tantissimi metri di dislivello, tante ore di cammino e di corsa, poi, nella considerazione che l’ultima volta (a giugno di quest’anno) fin dai primi chilometri ho dovuto sopportare una metatarsalgia e, arrivato a metà percorso, avevo positivamente cambiato scarpe, ecco che decido di utilizzare queste ultime in questo quarto tentativo: “tutto sommato le ho senza problemi utilizzate per fare giri fino a sessanta chilometri”.

Certo del successo, alle ore ventidue e cinquantotto di venerdì 10 agosto mi sono incamminato per la quarta volta lungo il tracciato del sentiero 3V, questa volta non ho assistenti e tempi da rispettare, fatto salvo l’essere in vetta al Dosso Alto prima di buio per evitarne la solitaria discesa in notturna della cresta rocciosa esposta e con due tratti insidiosi, motivo per il quale mi sono comunque fatto una tabella di marcia indicativa, ricalcolata distribuendoci dentro le tre ore in precedenza dedicate alle soste di rifornimento quindi con dei tempi in apparenza più laschi. C’è comunque il presupposto di prendermela comoda, di fermarmi anche a riposare un poco, una decina di minuti, anche una mezz’ora, un’ora persino, quando ne avessi sentito il bisogno: obiettivo portare assolutamente a compimento il giro. Dati i problemi che mi hanno fermato in precedenza ho con me tutto quanto possa aiutarmi a contrastarli: cuscinetto rotuleo per quei dolori in zona meniscale che mi hanno fermato la prima volta, cerotti analgesici per i dolori muscolari che mi hanno torturato nel secondo tentativo o per eventuali dolori diffusi alle ginocchia che ho patito negli allenamenti dell’ultimo anno, pastiglie analgesiche per il dolore alla scapola che mi ha fermato a giugno di quest’anno. Ho anche un nuovo zaino, uno zaino dalla portabilità eccezionale, che non mi preme sui lombi, che è bello stabile, che è più leggero, insomma: stavolta non c’è niente che mi possa fermare!

Invece… invece domenica sera al Maniva ecco le vesciche nella più brutta posizione per chi deve camminare: sotto ai piedi. Mannaggia, è una vita che non mi vengono, manco più mi ricordo quand’è stata l’ultima occasione e così proprio non le avevo prese in considerazione, e così non ci sono preparato, sono privo di ogni arma efficiente per compensarle e poter procedere comunque, dovrei solo sopportarle, soffrire per i settanta chilometri del ritorno verso Brescia, e si, è cosa che potrei anche fare, è cosa fatta in passato (non per così tanti chilometri e ore) ma… ma ultimamente la voglia di soffrire si è spenta, già dagli allenamenti dei primi di giugno mi ero accorto di questa cosa, e così eccomi nuovamente a decidere lo stop, uno stop doloroso, uno stop sul quale contino a rimuginare per ore, uno stop che diviene ancor più pesante quando, la mattina di domenica, m’invento d’utilizzare i cerotti antidolorifici come cerotti antivescica e scopro che quasi non sento dolore. Sono ancora al Maniva, ieri sera nessuno poteva salire a prendermi e tra i presenti in zona non ho trovato modo di rientrare a Brescia, per cui ho preso una camera qui all’albergo Dosso Alto i cui proprietari si sono dimostrati ancora una volta molto sensibili e disponibili, mia moglie arriverà nel pieno pomeriggio e sto meditando sul come passare questo tempo, quasi quasi mi viene l’idea di rimettermi in cammino lungo il 3V, ci ragiono sopra a lungo, cammino nervosamente lungo il patio dell’albergo, ascolto i miei piedi e scorro mentalmente il tracciato, si potrei anche farcela, già ma se poi non ce la faccio? Il primo punto comodo da raggiungere in auto, un punto che mia moglie sia in grado di raggiungere è ad almeno quindici ore di cammino, no, no, troppe, potrei non farcela, la discesa a valle nei punti precedenti è quasi sempre lunga e complessa, dovrei in ogni caso camminare almeno dieci ore. Mentre sono immerso in questi pensieri ecco che mi vedo comparire davanti una collega di scuola casualmente qui salita con il marito a prendere un poco di fresco, il problema immediatamente si chiude e risolve: mi portano loro a Brescia.

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Il Giogo del Maniva

Ora sono a casa a leccarmi le ferite create dall’ennesima sconfitta, ottenebrato dalla ricerca dei suoi perché, del come mai mi siano venute queste vesciche, decisamente convinto d’aver fatto degli stupidi errori, alcuni veniali, ma almeno uno capitale e imperdonabile: il cambio di scarpe. Ottime le variazioni necessariamente fatte all’idratazione e al supporto energetico. Decisamente troppo stretta la tabella di marcia relativa alla parte percorsa. Va bene perdersi nei pensieri, quando sei solo è inevitabile farlo, ma male non badare al percorso finendo col compiere un madornale errore (dopo le Conche o infilato il sentiero che scende a Lumezzane) e, ancora peggio, coll’accorgersene molto dopo pur notando segni palesi dell’errore fatto (“ma che ci fa questa panchina?”, “ma come mai questa forma a toboga?”, “ma perché la discesa è così lunga?”, “che ci fanno le luci di Lumezzane così alte e vicine?” ed solo a questo punto “uhm, è da un po’ che non noto i segni del 3V, ho sbagliato”), errore che mi costa tredici minuti ma soprattutto una bella tirata di gambe. Buono lasciar fare alle gambe ma, specie se girano alla grande, senza dimenticarsi della strategia. Male farsi prendere dal desiderio di recuperare l’errore fatto per riprendere il vantaggio acquisito nelle prime due salite, prima o poi la paghi: alla durissima e complessa salita di Punta Camoghera infatti iniziano le contratture ai quadricipiti. Vero che non ci sono i rifornimenti assistiti, ma comunque li devo fare e farli in autonomia fruendo delle fontanelle e dei bar si dimostra più dispendioso: tempi comunque da computare a parte invece di integrare nel cammino. Va bene dare credito a quanto scritto dai produttori, e relativi testimonial, delle solette ortopediche ma non accontentarsi di qualche verifica su percorsi ben più corti di quello da affrontare: sostituire la soletta originale di una scarpa, presumibilmente creata su misura per la stessa, può essere un errore madornale (la forma non si adatta perfettamente a quella della scarpa, ti trovi punti vuoti che creano sensazioni fastidiose e ti modificano il modo di camminare, minore efficienza del passo, sovraccarichi difformi o, quantomeno, diversi da quelli che il tuo corpo è abituato a supportare, sfregamento del piede in zona priva di callo, probabili vesciche). Certamente utile la crema antifrizione, forse, però, meglio applicarla solo al momento della partenza, non a ripetizione nei giorni precedenti pensando di aumentarne l’efficacia (mi sa che così facendo ho invece ammorbidito troppo la pelle dei piedi facilitando l’insorgere delle vesciche). Forse le cose sarebbero andate allo stesso modo, ma almeno non avrei avuto questi dilemmi in mente, dopo tante esperienze e tanto studio dovevo solo lasciare tutto inalterato e limitarmi a camminare, niente tabelle nuove, niente scarpe diverse, niente di niente, invece mi sono lasciato prendere dalla mia smania di perfezionismo e sono stato adeguatamente punito.

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A questo punto non so se riproverò ancora la TappaUnica3V, di sicuro mi rimetterò in cammino sul sentiero 3V “Silvano Cinelli” (ho già concordato con un amico di farlo in tre tappe la prossima estate, ma ho anche intenzione di proporlo agli amici di Mondo Nudo nella classica percorrenza in sette giorni), di certo continuerò con il lungo cammino che fino a settanta chilometri riesco a concludere con soddisfazione e divertimento, probabilmente proverò ad allungare il mio limite sui novanta forse cento chilometri, poi si vedrà. Certo il tarlo, che già rode in mente, continuerà a fare il suo lavoro e il desiderio di rendere compiuta l’incompiuta mi perseguiterà, ma nel contempo la motivazione iniziale andrà ulteriormente scemando, l’età salirà, diverrà sempre più difficile mantenere la necessaria prestanza fisica e calerà la sopportazione mentale della fatica e della sofferenza, vedremo!

P.S.

Sono a disposizione di chiunque voglia percorrere, parzialmente o per intero, in tappa unica o in più tappe, questo sentiero: informazioni, calcolo dei tempi di percorrenza, definizione del materiale, prenotazione dei punti tappa, reperimento di un accompagnatore qualificato, cartine e mappe, tracce GPS, relazioni, perlustrazioni.

 

Zaino Grivel Mountain Runner 20: integrazione


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Vista frontale dello zaino

Come scrivevo nella recensione principale, ancora non avevo avuto modo di provarlo sulla lunga distanza, ora anche questo è stato fatto (tentativo di una centotrenta chilometri con novemila metri di dislivello, purtroppo interrottosi a metà) consentendomi e imponendomi questa integrazione.

Innanzitutto devo osservare che sbagliavo affermando l’inesistenza di un porta bastoncini: è costituito da quello che avevo indicato come variatore volumetrico inferiore, che avendo due fissaggi sganciabili è un comodissimo (utilizzabile anche a zaino indossato) sistema di fissaggio per i bastoncini (o altro) a patto che siano del tipo ripiegabile in tre o comunque molto riducibile in lunghezza (altrimenti sporgono troppo sui due lati diventando pericolosi).

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Il porta bastoncini sul fondo dello zaino

Altra osservazione decisamente positiva: eccezionale il portamento del carico. I quasi otto chili, che si facevano ben sentire prendendo in mano lo zaino, sono spariti nel nulla una volta indosso, man mano che le ore passavano la sensazione restava identica e anche alla ventunesima ora di cammino spalle e schiena erano perfettamente immuni dai classici fastidi dovuti al lungo portamento di un carico, fatto salvo al fastidio per sfregamento sulle spalle di cui, non essendo collegato al discorso portamento, parlo più avanti.

A seguire alcuni piccoli appunti negativi, che in parte confermano quanto già notato:

  • a zaino pieno agganciare la sacca idrica è veramente complicato e richiede lo svuotamento parziale dello zaino ad ogni rifornimento;
  • proprio non comprendo la scelta di dedicare maggior volume al comparto interno (a diretto contatto con la schiena quindi non idoneo al posizionamento di materiali duri; non isolato dalla pioggia e dal sudore quindi non idoneo alla collocazione del vestiario) piuttosto che a quello intermedio stagno (purtroppo tanto sottile che ci si riesce a collocare solo una maglietta, già la maglia pesante rende complicata la chiusura della cerniera e, per giunta, entra in conflitto con il materiale collocato nel comparto esterno); questo comparto andrebbe dimensionato giusto quel tanto per collocarvi la sacca idrica, fornendo alla stessa un sostegno inferiore (magari regolabile per adattarsi alle varie dimensioni);
  • se il comparto intermedio viene forzatamente (ma giustamente) riempito con la maglia pesante e i pantaloni lunghi (due dotazioni obbligatorie) la cerniera (giustamente molto scorrevole) tende ad aprirsi da sola se non si ha l’attenzione di tirare ambedue i cursori nella parte sommitale;
  • con un discreto carico (tra i sette e gli otto chili quello che avevo io) alla lunga le spalle nude soffrono la frizione (principalmente dovuta alle operazioni “togli e metti” dello zaino) del tessuto qui reso molto più rigido dal sistema di regolazione; va bene, mettiti una maglietta direte, fatto, ma per poi levarla poco dopo faceva un caldo infernale e proprio non la sopportavo, per altro molti sono i runner e gli escursionisti minimalisti, ossia coloro che preferiscono correre e camminare nel modo più naturale possibile e cioè con addosso il minimo necessario o, come nel mio caso, addirittura niente;
  • le fibbiette per la chiusura delle cinghie pettorali sono difficili da utilizzare a mani sudate (scivolano parecchio), andrebbero leggermente ingrandite e rese più ruvide.

Infine devo purtroppo formulare una critica un poco più seria, forse legata al tipo di sacca idrica da me utilizzata ma comunque criticità assolutamente da risolvere: quando lo zaino è riempito parecchio si crea una pressione verso il dorso che porta l’asta di chiusura della sacca idrica a premere in modo percepibile contro la parte alta delle scapole, all’inizio solo un fastidio (ma già questo diviene negativo: chi deve correre o camminare tanti chilometri non può permettersi nemmeno il più piccolo fastidio) ma poi, chilometro dopo chilometro, si trasforma in vero e proprio dolore; ho provato ad infilare tra l’asta e la schiena la giacca da pioggia ma, nonostante sotto la stessa ci fosse altro materiale, inevitabilmente scivolava verso il basso e il problema si ripresentava costringendomi a continue fermate per ricollocare la giacca nel punto opportuno (solo verso la fine ho provato a tirare quello che ora ho capito essere il porta bastoncini, ma che funziona comunque come variatore volumetrico della base, ottenendo un apparente miglioramento ma da verificare e comunque non completamente risolutivo).

Per il resto posso solo confermare quanto già scritto e ribadire che trattasi di un ottimo zaino, con un portamento eccezionale che non mi ha fatto percepire il peso che avevo a spalle, motivo per il quale proprio mi dispiacerebbe veder restare irrisolti i pochi problemi evidenziati.

#TappaUnica3V: riproviamoci!


Stanotte Emanuele, come solo pochissimi sapevano, è ripartito per il suo intrigante viaggio sulle tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Stavolta, così come già più volte fatto in tanti allenamenti anche piuttosto lunghi (fino a novanta chilometri), ha scelto di essere in totale autonomia: nessun assistente, nessun mezzo di appoggio, niente rifornimenti programmati, si affiderà solo ed esclusivamente a sé stesso.

Nello zaino, oltre all’abbigliamento e al materiale accessorio (frontale, documenti, batterie supplementari, kit di primo soccorso), un primo carico d’acqua e di soluzione ipotonica che verrà man mano reintegrato fruendo delle fontane e dei bar che troverà sul cammino, tutti i gel e tutte le barrette necessarie per l’alimentazione e il supporto energetico dell’intero giro, lo smartphone per l’invio a casa di periodici messaggi.

Altro punto di sinergia con i già citati allenamenti: l’assenza di una precisa tabella di marcia. L’obiettivo è quello di fare l’intero percorso nel minor tempo possibile, non importa quanto sarà questo tempo (minore, uguale o maggiore delle quaranta ore programmate ad ogni tentativo), ovviamente sempre nella modalità tappa unica (si parte e si cammina pressoché costantemente fino ad essere arrivati, niente soste per mangiare, niente soste per riposare, niente soste per dormire, solo brevi fermate).

Buon viaggio Emanuele, ci rivediamo al punto di arrivo del sentiero domenica pomeriggio

Locandina TappaUnica3V-600

Corsa in montagna


Per poterci correre in montagna bisogna andarci moltissimo e non sempre di corsa!

Zaino Grivel Mountain Runner 20


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Sai com’è, ci sono delle cose che, anche se viste per pochi secondi, ti colpiscono profondamente nella mente da rimanerci indelebili e ritornare continuamente a farsi sentire, di più, a farsi vedere come nitide immagini di realtà aumentata, ti stai camminando e te le vedi davanti, stai lavorando e le vedi sovrapposte a quello che stai facendo, stai dormendo e ti appaiono nei sogni. Inutile, per quanto tu faccia non riesci a liberartene, ti dici che non ti servono e loro impudenti tornano alla carica, ti dici che magari non sono così belle come sembrano e loro irrispettose ti scrivono nella mente “provami”, ti dici che hai già speso troppo e loro maleducate si mettono a farti i conti in tasca. Oggetti empatici, talmente empatici da ricalcare i tuoi sentimenti e farli loro e alla fine non hai scampo, devi dargli ascolto, devi farle tue.

Portamento dello zainoCosì è stato per questo zaino da corsa in montagna, tenutosi nascosto mentre ne cercavo uno, poi apparso improvvisamente ai miei occhi poco tempo dopo aver fatto l’acquisto, nero e giallo com’era nero e giallo un mio precedente zaino da arrampicata che mi aveva egregiamente accompagnato in montagna per tantissimi anni, elegante e compatto com’era elegante e compatto quell’altro, della stessa marca, con la stessa forza attrattiva. L’altro, dopo avermi allo stesso modo prepotentemente catturato, m’aveva dato un prestigioso servizio e se tanto mi dà tanto.

Capita, poi, che le forze si combinino insieme arrivando a trasformare un microcosmo di sensazioni in un macrocosmo di desiderio, in un irrefrenabile impulso all’acquisto: l’altro zaino da corsa si dimostra inadeguato alle mie esigenze, di più, si rileva proprio un brutto zaino e così eccolo qui, davanti a me, sul mio tavolo, ormai parte di me, di un me che lo guarda estasiato, che, nonostante l’abbia già fatto in negozio, ancora lo gira e lo rigira esaminandolo nei minimi dettagli, di un me che ha già trovato e rimediato una piccolissima mancanza (il gancio portachiavi), ma nel contempo ne sta già apprezzando la forma perfetta e la magica struttura, di un me che già sogna le prossime avventure in compagnia del nuovissimo zaino giallo e nero, in compagnia di questo bellissimo Grivel Mountain Runner 20.

In linea di principio sarebbe troppo presto per farne una recensione, tutto sommato sono passate poche settimane dall’acquisto e l’ho utilizzato per poche volte e pochi chilometri, ma è troppo bello, troppo funzionale, troppo troppo per attendere oltre, d’altronde ci ho comunque fatto un giro di trenta chilometri con duemiquattrocento metri di dislivello tirato al massimo con diversi lunghi tratti di corsa, inoltre ho una certa esperienza di zaini (invero non solo di quelli) e posso ben farne la valutazione quasi solo guardandoli.

IMG_20180705_082915La forma è perfettamente cilindrica (una delle due sole forme ammissibili per uno zaino: cilindro e gerla), bordi laterali paralleli, base piana, fronte che si sviluppa perfettamente in verticale per quasi l’intero zaino e solo nei pressi della sommità s’inclina per unirsi al dorso con una parte superiore stretta e piana. Un colpo d’occhio che fa presagire un’ottima portabilità del carico, una perfetta vestibilità e una grande stabilità dell’insieme, un colpo d’occhio, tra l’altro, decisamente gradevole e a me reso ancor più piacevole dall’indovinata combinazione di colori: il nero della struttura generale dello zaino, il giallo delle cerniere e delle varie tasche, le piccole striscette bianche degli elementi riflettenti e i quattro baffi rossi del sistema di regolazione della taglia.

Molto leggero (550g) rispetto agli zaini da escursionismo ma, sebbene i venti litri di volume un poco giustifichino la cosa, ancora un poco più pesante di molti suoi compagni da corsa, è fatto con un mix di tessuti che appaiono tutti assai robusti, solo la maglina delle varie tasche appare critica potendo strapparsi a seguito dell’impigliamento di rami e spine, comunque è sempre applicata sopra il tessuto principale per cui eventuali rotture si possono fino ad un certo punto ignorare e poi facilmente sistemare con ago e IMG_20180705_091044filo. Non vengono date le specifiche tecniche del tessuto, la prova pratica ha dimostrato un’ottima traspirabilità e l’assenza di impermeabilizzazione ma la presenza del trattamento di idrorepellenza grazie al quale l’acqua scivola via sotto forma di palline sferiche rallentando l’infradiciamento del tessuto e del contenuto; c’è da osservare che lo scomparto principale ha la spalmatura su un lato del tessuto risultando impermeabile e forse evitandoci la necessità di un coprizaino (che per altro tenderebbe a scalzarsi vista l’assenza del classico gradino formato, negli zaini da alpinismo, dalla patta superiore), sebbene la cerniera non stagna possa comunque rappresentare una criticità (sarebbe stata forse opportuna una piccola sottile patta impermeabile di copertura della parte superiore). Le uniche due fibbie presenti sono pratiche e robuste, forse leggermente piccole per una buona manipolazione con i guanti o le mani indurite dal freddo. Appaiono altrettanto robuste tutte le altre parti in plastica. Le cerniere scorrono tutte molto bene, non sono stagne, dispongono di piccoli tiretti in metallo il cui utilizzo è reso più agevole da asole di robusto cordino annegate in comode prese plastiche, non molto grandi ma sufficienti per una buona presa, forse andavano fatte un poco più ruvide. Il fondo dello zaino non è rinforzato, cosa logica in ragione della tipologia corsaiola e dell’esigenza di contenimento del peso. Quando riempito sta in piedi anche da solo ma dipende da quanto e cosa ci abbiamo messo dentro, oltre che da come abbiamo sistemato il materiale: è consigliabile metterlo sempre sdraiato a terra o appoggiato a qualcosa.

IMG_20180705_083538Lo spazio di carico è stato suddiviso in tre distinti comparti, ognuno con la sua cerniera di accesso e la sua specificità d’uso, cosa che tiene adeguatamente separati i vari materiali e rende possibile un’ottima distribuzione del peso. Il comparto a contatto con la schiena è, incomprensibilmente, il più capiente, comodamente accessibile da una cerniera laterale verticale lunga quasi quanto l’intera altezza dello zaino contiene il velcro per appenderci la sacca idrica, operazione invero leggermente difficoltosa e che richiede IMG_20180705_083711l’appoggio su un tavolo o altra superficie orizzontale (si poteva forse studiare un modo per poter estrarre il velcro e poi, una volta collocato sull’aggancio della sacca idrica, velocemente rifissarlo al suo posto) e quello per appendere le chiavi (così ho dedotto io data la limitatissima dimensione), purtroppo collocato in una posizione che le rende si molto accessibili ma anche facilmente perdibili; data la generosa capienza di questo comparto dopo l’inserimento della sacca idrica avanza ancora spazio che, pur dovendosi tener conto del diretto contatto con la schiena e del dorso che non isola dal sudore, possiamo sfruttare per collocare altro materiale; sulla spalla destra è presente l’unica feritoia, chiusa con velcro, per l’uscita del tubetto dalla sacca idrica. Il comparto più esterno è il più piccolo ma offre comunque una bella capienza; è servito da una cerniera posta orizzontalmente nella parte alta del fronte, l’accesso è molto comodo (vi passa l’intera mano e avanza ancora spazio) e in esso vi trovano naturale collocazione tutti i materiali più piccoli quali barrette, gel, portafoglio, documenti, kit di pronto soccorso, chiavi (manca un gancio per appenderle ma, prima di scoprire il velcro all’interno del comparto più grande, ho facilmente rimediato cucendo un asola di stoffa sul bordino interno della cerniera collegandoci un piccolo moschettone extraleggero), lo smartphone, anche se ci si perde dentro e può rovinarsi nel contatto con gli altri oggetti, rigorosamente da tenere in IMG_20180705_091527apposita custodia stagna. Il comparto centrale è impermeabile, vi si accede attraverso una lunga cerniera che inizia alla base dello zaino, ne risale per intero un lato e prosegue lungo tutta la parte superiore; due cursori a scorrimento opposto permettono (posizionandoli in corrispondenza della curva) di differenziare l’apertura e l’accesso (laterale e superiore); il suo volume è un poco limitato e va in conflitto con quello del comparto più esterno; qui vi metterei gli elementi asciutti dell’abbigliamento tenendoli rigorosamente ben piegati e piatti. Sul fronte dello zaino è presente una capiente tasca in maglina elastica chiusa con un velcro centrale, appare la collocazione ideale per il materiale di utilizzo più frequente ma discontinuo, quale i guanti, il berretto, la maglia del secondo strato, il gilet antivento o, per chi si mette nudo, maglia e pantaloncini. Lungo i fianchi IMG_20180705_083239dello zaino, passando in anelli di fettuccia, con tensione uniforme scorrono i due cordini del sistema di variazione volumetrica, la regolazione avviene in alto sopra la spalla, soluzione molto comoda in quanto fruibile anche a zaino indossato; detto cordino è elastico e di discreto diametro facendo così ipotizzare un limitatissimo effetto taglio sui passanti. Alla base dello zaino è presente altro identico cordino (in realtà il cordino potrebbe essere uno solo che fa tutto il giro, ma essendo fissato allo zaino nelle sue due parti laterali inferiori è come se fossero tre) elastico con un cursore di tensionamento al centro (anche questo utilizzabile a zaino indossato) per stringere anche la parte basale dello zaino e spingere ancor più verso l’alto il materiale nello stesso contenuto; appare utilizzabile anche per il bloccaggio di un piccolo materassino o di un leggero sacco da bivacco.

IMG_20180705_083758Come per tutti gli zaini da corsa non esiste uno schienalino, questo non ha nemmeno un’imbottitura: solo un trasparentissimo (quindi traspirabilissimo) tessuto a maglia con rinforzi diagonali incrociati (Padded Air Mesh, un tessuto confortevole anche a torso nudo) separa la schiena dal materiale presente nel limitrofo comparto dello zaino; data la sua conformazione trattiene pochissimo sudore (anche perché buona parte finisce sul materiale presente nel comparto principale, da tener presente quando si sceglie cosa metterci in tale comparto) cosa decisamente preziosa quando ci si rimette lo zaino dopo averlo levato (si avverte solo minimamente il classico attimo di fastidioso gelo). Dal dorso due ali si prolungano nella parte inferiore ad abbracciare il torace e altre due si allungano nella parte superiore ad avvolgere le spalle, tutte fatte con lo stesso tessuto del IMG_20180705_083111dorso, quelle superiori rinforzate all’esterno con il tessuto principale (Air Mesh) cucito solo ai lati per lasciare spazio all’ingegnoso sistema di regolazione della taglia di ci parlo più avanti. Sull’esterno delle ali inferiori sono applicate due tasche (una per ala), abbastanza capienti (ci sta benissimo uno smartphone con schermo da cinque pollici, anche se si fatica un pochetto a farlo passare dalla cerniera, comunque operazione fattibile a zaino indossato) e servite da una cerniera superiore a tutta lunghezza, sopra di loro un’ulteriore tasca (una per lato) formata mediante il tessuto a maglia elastica e chiusa da un piccolo velcro centrale; anche qui, tra le ali e le tasche, è ricavato il vano per fissaggio, mediante il già citato sistema di regolazione della taglia, degli spallacci.

Gli spallacci, in Padded Air Mesh rinforzato sui soli bordi, sono confortevolmente dimensionati e leggermente elastici, quel tanto che basta a favorire l’indossamento dello zaino senza mettere a repentaglio il suo sostentamento; se siete a torso nudo e correte molto potreste sentire l’esigenza di usare dei copricapezzoli, camminando nessun IMG_20180705_083153problema. Come detto sono collegati al corpo dello zaino mediante un ingegnoso sistema di regolazione della taglia: gli spallacci non sono come sempre cuciti al dorso nella loro parte alta e in quella bassa collegati con la solita fettuccia regolabile, bensì scorrono liberamente all’interno delle dette sedi realizzate nelle quattro ali che si prolungano da dorso e bloccati mediante quattro pezzi di lungo e largo velcro (assai difficile da staccare); staccato il velcro (operazione piuttosto complessa che, d’altra parte, presumibilmente andrà fatta solo a zaino nuovo), aiutandosi con le opposte fascette di tessuto (rosse) si fanno scorrere gli spallacci all’interno delle sedi fino ad ottenere il posizionamento desiderato (operazione che, purtroppo, data l’automatica richiusura del velcro quando si tolgono le dita dalla sede per far scorrere lo spallaccio, richiede la ripetizione della complessa regolazione almeno due o tre volte, ma poi è fatta e siete a posto per sempre), quattro robuste striscette graduate (da +2 a -2) permettono di avere evidenza del posizionamento, che può essere identico su tutti e quattro i punti oppure differenziato in modo da adattarsi al meglio alla conformazione della persona; se durante l’operazione di apertura del velcro lo spallaccio dovesse inavvertitamente uscire dalla sua sede la fettuccia rossa è bloccata allo zaino e gli impedisce di sfuggire fuori poi lo si rimette in sede facilmente.

IMG_20180804_104950Estremamente confortevole (praticamente non lo si sente addosso), lo zaino veste benissimo, è molto stabile e rimane bello alto sulla schiena determinando il miglior portamento possibile: baricentro ben più in alto del nostro e molto vicino alla schiena per un carico verticale senza momento torcente all’indietro. Sul lato frontale degli spallacci sono applicate altre tre tasche per spallaccio: una è il portaborraccia. Quest’ultimo è posizionato poco sopra la base dello spallaccio, è leggermente basso ma comunque compatibile con ogni tipo di borraccia rigida e floscia, essendo chiuso con cordino elastico e cursore può diventare anche un portamateriali (ci sta una canotta o un paio di pantaloncini da corsa); ha un foro di scarico sul fondo rifinito con anellino metallico; un asola in cordino elastico (generata con un semplice nodo) è fissata poco sopra per stabilizzrae l’eventuale pipetta lunga della borraccia, purtroppo non è fissato allo spallaccio in modo rigido ma con in piccolo anellino di fettuccia che ne permette la rotazione e la caduta all’interno della tasca finendo bloccato tra questa e la borraccia. Alla base dello spallaccio c’è una taschina orizzontale con chiusura in velcro, bella larga ma un po’ troppo corta comunque comodissima. In alto, verso la spalla, la terza tasca, senza chiusura salvo il bordino elastico, comodissima per tenerci la barretta di primo utilizzo e il dispenser della crema da sole. Ai lati di ogni portaborraccia ci sono due taschine in maglina elastica, abbastanza larghe da potervi infilare persino uno smartphone con schermo da cinque pollici, manca una fettuccina per aprirle agevolmente indossando i guanti. Grazie alle cerniere molto scorrevole e ai pezzettini di velcro correttamente dimensionati, tutte le tasche sono accessibili senza togliere lo zaino, anche per chi, come il sottoscritto, non abbia una grande articolabilità della spalla e del IMG_20180705_083334braccio. Sugli spallacci sono montati il fischietto d’emergenza, posizionato in alto a destra è facilmente accessibile ma non si può modificare la sua posizione, e i due cinturini pettorali. Questi ultimi si possono far scorrere onde trovarne la migliore collocazione in conformazione al proprio torace, hanno il lato corto (comunque non troppo corto, quel tanto che lo lascia agevole da utilizzare) elastico e il lato lungo, con sistema di regolazione, rigido; la lunghezza delle fettucce di questi cinturini è eccessiva, in particolare quello più alto che se anche tirato al massimo rimane troppo lasco (e il mio torace non è propriamente stretto), inoltre manca un pratico sistema di raccolta e fissaggio della parte eccedente. Due asoline sullo spallaccio destro permettono di stabilizzare il tubetto della sacca dell’acqua, mentre manca una clip per fissarne il terminale (non tutte le camelbag ne hanno una in dotazione), ho comunque trovato a tale scopo pratico il cordino che chiude i portaborraccia.

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Vista dorsale dello zaino

 

Mancano: un sistema specifico per il fissaggio dei bastoncini (anche se a me non serve visto che non utilizzo i bastoncini), si possono infilare sotto il cordino del variatore volumetrico ma l’operazione richiede di togliere lo zaino; un aggancio sullo spallaccio per l’orologio (c’è chi preferisce non tenerlo al braccio specie col caldo e camminando nudo); la classica maniglia di trasporto nella parte superiore dello zaino (per brevi spostamenti all’interno di luoghi affollati è scomodo usare uno spallaccio e può dare intralcio metterselo a spalle); una tasca stagna per il solo smathphone; un fissaggio più sicuro per le chiavi. Modificherei anche il volume dei due comparti più grandi, riducendo quello a contatto con la schiena e ampliando quello stagno centrale. Vedrei molto bene una versione femminile.

In conclusione, questo Grivel Mountain Runner 20 necessita magari di attenzione nel carico dei materiali (mentre si è in marcia è invece tipico cacciarli dentro alla belle meglio) ed è poco agevole il fissaggio della sacca idrica, ma è proprio un bello zaino, pratico, comodo, stabile: è un piacere camminare e correre con lui sulle spalle. Decisamente promosso e consigliabile.

Importante integrazione consequenziale a un utilizzo sulla lunga distanza.

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi -presentazione


Dopo la serie di racconti pubblicata su questo stesso blog, Luca arriva alle stampe raccontando tutti i dettagli del suo viaggio sulle tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”:

“Il mio 3V – Il sentiero delle tre valli secondo me”
di Luca Regonaschi
Serra Tarantola Editore

Venerdì 27 luglio presso la Sala Consiliare di Isorella (BS), Piazza Roma 4, con la partecipazione del Comune di Isorella e della Sezione di Bozzolo del Calub Alpino Italiano ci sarà la presentazione ufficiale. A seguire un piccolo rinfresco.

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Camminare in montagna – Allenamento base


Prosegue da… Alimentazione e idratazione


Premessa importante: è certamente possibile praticare escursionismo senza fare specifici allenamenti, vorrà dire che ogni escursione sarà allenamento per la successiva con l’inevitabile conseguenza che ogni uscita sarà dolorosa e faticosa. Uhm, forse è meglio, molto meglio, allenarsi in modo specifico e godersi tutte le escursioni!

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Con allenamento base mi riferisco a quell’attività complementare all’escursionismo che ci permette di arrivare a camminare per sei ore continuative a una velocità media di due chilometri all’ora indipendentemente dalla tipologia di percorso: strada, mulattiera, sentiero o terreno vergine; piano, salita, discesa, misto. Potrebbe sembrare una prestazione banale ma vi assicuro che non lo è e vi invito a non fare confronti con le tempistiche che potete trovare su guide e cartine dato che è facile trovare discrepanze anche notevoli: a volte si riesce a stare abbondantemente nel tempo indicato, altre si fa molta fatica o addirittura non ci si riesce. In questa sede non è comunque importante risolvere il quesito, diciamo che ognuno può trovarsi i propri parametri di valutazione e poi fare riferimento a sé stesso.

Detto questo, come capire se ci si può considerare a posto con l’allenamento di base? Se già praticate da tempo l’escursionismo la cosa è facile, dovete solo rispondere alla seguente domanda: “riuscite a rispettare l’indicazione di riferimento sopra esposta?” Se potete rispondere “si sempre” allora siete a posto; se dovete rispondere “no, mai” oppure “quasi mai” o “solo alcune volte”, allora dovete decisamente seguire un programma di allenamento più o meno completo che definirete attraverso i test che riporto più sotto, test che ovviamente dovranno fare senza chiedersi nulla tutti coloro che non sono mai stati in montagna o in totale hanno fatto meno di trenta escursioni.

IMG-20170711-WA0012Sei sono gli aspetti che incidono sulla prestazione escursionistica, dobbiamo valutarli e allenarli tutti quanti: la forza mentale che ci permette di sopportare fatica e dolori portandoci a superare vari limiti soggettivi e, quindi, alla fine condiziona tutto il resto; la velocità che, per quanto qui ci interessa, equivale alla forza specifica dei muscoli delle gambe; la resistenza che è sostanzialmente legata all’attivazione di certi adattamenti fisiologici; la resistenza in velocità che è la combinazione dei due precedenti fattori; la propriocettività che determina l’equilibrio; la forza generale visto che il cammino coinvolge quasi per intero il nostro sistema muscolo-articolare.

Per ottimizzare il processo prima di tutto conviene fare l’intera serie di valutazioni, saremo così in grado di capire cosa allenare e come allenarlo.

Valutare la forza mentale

0548_ph. carla cinelli_edCome detto la forza mentale influenza tutti gli altri fattori prestazionali ed è pertanto il primo che andiamo a valutare. Il metodo più semplice e rapido è quello di fare una corsa:

  • indossare indumenti comodi e adeguati alla temperatura (tuta da ginnastica o pantaloncini e maglietta, ad esempio, ma anche niente se si ha la fortuna di poterlo fare);
  • trovare una strada pianeggiante (per comodità, ma va bene anche in salita o in discesa o con alternanza delle due) meglio se a fondo regolare (asfalto o sterrato) onde evitare la possibilità di prendere delle storte;
  • camminare a passo veloce (diciamo il sessanta percento della massima velocità che si è in grado di produrre e mantenere) per una decina di minuti al fine di compiere un adeguato riscaldamento;
  • a questo punto aumentare sensibilmente la velocità (ottanta percento) e tenerla per cinque minuti;
  • ora passare alla corsa con una velocità che ci porti poco (per non farsi del male) oltre la nostra zona di comfort (la frequenza cardiaca deve salire a centotrenta battiti al minuto) e mantenerla senza variazioni di velocità finché il fiato si fa pesante o le gambe diventano dure e pesanti;
  • rallentare leggermente ma sensibilmente e tentare di continuare a correre, ci riusciamo?

Se si riesce a correre ancora almeno per dieci minuti ci si può (per il livello escursionistico di base) ritenere a posto, in caso contrario dovremo allenare la nostra forza mentale.

Valutare la velocità

0145_ph-alberto-quaresmini_edNon è facile separare la velocità dalla resistenza dato che, alla fine, le due cose sono pur sempre collegate tra loro, ci sarebbe anche da prendere in considerazione la differenza tra le tipologie di fondo e le diverse inclinazioni che può assumere un percorso, ma per ora possiamo ignorare tutto questo: quello che vogliamo valutare (ed eventualmente allenare) è la capacità del nostro organismo di produrre e supportare una data velocità.

  • Scegliere un percorso pianeggiante (per escludere l’incidenza di eventuali deficit nella forza muscolare specifica e/o generica) su strada asfaltata o sterrato (per non crearci problemi di equilibrio o articolabilità di anche e caviglie) con una lunghezza di due chilometri.
  • Camminare in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del nostro solito, si deve riuscire a parlare, se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto) dall’inizio alla fine (non cambiare velocità).
  • Quanto tempo ci abbiamo messo? Se non arriviamo a coprire l’intera distanza calcoliamo quella coperta per usarla come quota di partenza nell’allenamento della velocità (che a quel punto diventerà un allenamento di velocità e resistenza).

Se ci abbiamo messo non più di un’ora possiamo considerarci a posto, altrimenti dobbiamo allenare la nostra velocità.

Valutare la resistenza

0891_ph. alberto quaresmini_edQui vogliamo verificare se i nostri muscoli sono in grado di lavorare per le sei ore continuative che ho definito come riferimento del livello escursionistico di base.

  • Scegliere un percorso pianeggiante con una lunghezza di dodici chilometri (quella che corrisponde ai due chilometri all’ora per sei ore che rappresentano il riferimento del livello base).
  • Percorrerlo camminando per sei ore in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del nostro solito, bisogna riuscire a parlare, eventualmente se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto);
  • Allo scadere della sesta ora fermarsi anche se non si è coperta l’intera lunghezza dei dodici chilometri.
  • La velocità è rimasta costante?

Se la velocità è rimasta costante siamo a posto, altrimenti dobbiamo allenarci sulla resistenza.

Valutare la resistenza in velocità

0389_ph-fabio-corradini_edQuesto test è da farsi solo se abbiamo superato ambedue i precedenti e serve per verificare se siamo in grado di mantenere i due chilometri all’ora per tutte le sei ore definite come tempo di riferimento per il livello base.

  • Scegliere un percorso pianeggiante con una lunghezza di dodici chilometri.
  • Percorrerlo mantenendo dall’inizio alla fine la velocità di due chilometri all’ora.
  • Ci siamo riusciti?

Se si siamo a posto, altrimenti dobbiamo allenare la nostra resistenza in velocità.

Valutare la propriocettività

Jpeg

Al livello escursionistico di base non sarebbe un aspetto fondamentale, senonché c’è pur sempre un discorso di sicurezza: camminare su un fondo irregolare può metterci in difficoltà e cadere in certe circostanze (sentiero esposto, prati ripidi, paretine rocciose e altre similari situazioni nelle quali anche l’escursionista medio può venirsi a trovare) potrebbe voler dire rischiare infortuni anche gravi, se non addirittura la morte.

Riusciamo a stare in equilibro a occhi chiusi senza sbilanciarci per almeno trenta secondi sia sulla sola gamba destra che sulla sola gamba sinistra? Se si siamo a posto, altrimenti dobbiamo migliorare la nostra propriocettività.

Valutare la forza generale

A livello di base non abbiamo bisogno di fare una valutazione specifica: se abbiamo superato i precedenti test abbiamo una forza generale di certo adeguata, altrimenti potremmo aver bisogno di qualche esercizio specifico per aiutarci nel miglioramento degli altri fattori.

Allenare la mente

DSC_0172Come già visto con una forza mentale troppo debole non potremo allenare le restanti qualità, quindi è necessariamente la prima cosa su cui lavorare.

  • Indossare indumenti comodi e adeguati alla temperatura (tuta da ginnastica o pantaloncini e maglietta, ad esempio, ma anche niente se si ha la fortuna di poterlo fare).
  • Trovare una strada pianeggiante (per comodità, ma va bene anche in salita o in discesa o con alternanza delle due) meglio se a fondo regolare (asfalto o sterrato) onde evitare la possibilità di prendere delle storte.
  • Camminare a passo veloce (diciamo il sessanta percento della massima velocità che si è in grado di produrre e mantenere) per una decina di minuti al fine di compiere un adeguato riscaldamento.
  • A questo punto aumentare sensibilmente la velocità (ottanta percento) e tenerla per cinque minuti.
  • Ora passare alla corsa con una velocità che ci porti poco (per non farsi del male) oltre la nostra zona di comfort (la frequenza cardiaca deve salire a centotrenta battiti al minuto) e mantenerla senza variazioni di velocità finché il fiato si fa pesante o le gambe diventano dure e pesanti.
  • Rallentare leggermente ma sensibilmente e continuare a correre finché ci riesce; l’obiettivo è portare questo tempo a venti minuti.

Allenare la velocità

IMG_20180425_102246Una volta che siamo a posto con la forza mentale possiamo dedicarci alla velocità. I percorsi saranno su strada asfaltata o sterrata (il fondo liscio e regolare ci consente di fare confronti migliori fra le varie sedute, specie se cambiamo ogni volta percorso, utile per non annoiarsi) e pianeggianti (per escludere l’incidenza di eventuali problemi di forza specifica); fare sei allenamenti (sei giorni consecutivi) a settimana, il settimo eseguire recupero passivo (non fare escursioni ne camminate) o attivo (fare una breve camminata a blanda velocità), se nella settimana programmate un’escursione rimandate l’allenamento alla settimana successiva ponendoci in mezzo un giorno di recupero passivo. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; alla prima esecuzione procedere alla velocità che si pensa di poter mantenere per l’intero percorso (se poi non ci riusciremo alla successiva seduta adotteremo una velocità sensibilmente più bassa), di seduta in seduta aumenteremo progressivamente la nostra velocità. Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il percorso nel riferimento indicato come obiettivo del livello corrente senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Da farsi solo se nella valutazione di velocità non si è raggiunto il chilometro. Iniziando dalla distanza raggiunta nella valutazione e incrementandola, man mano che si copre il percorso senza problemi, di cento metri, arrivare a camminare un chilometro.
  2. Camminare per un chilometro con un tempo di percorrenza che, man mano che si copre il percorso senza problemi, va diminuito di due minuti fino coprire il percorso in trenta minuti.

Allenare la resistenza

IMG_0860Acquisita la necessaria velocità di base ci possiamo dedicare al rinforzo della resistenza. I percorsi saranno ancora su strada asfaltata o sterrata e pianeggianti. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del vostro solito, bisogna riuscire a parlare, eventualmente se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto). Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza diminuire la velocità e senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Un’ora. Tre volte a settimana (giorni non consecutivi).
  2. Un’ora e mezza. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  3. Due ore. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  4. Tre ore. Almeno una volta a settimana.
  5. Quattro ore. Almeno una volta a settimana.
  6. Cinque ore. Almeno una volta a settimana.
  7. Sei ore. Almeno una volta a settimana.

Allenare la resistenza in velocità

IMG-20170711-WA0006Acquisita anche la necessaria resistenza ci possiamo dedicare al rinforzo della resistenza in velocità. I percorsi saranno ancora su strada asfaltata o sterrata e pianeggianti. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere, finché ci si riesce, ad una velocità costante di due chilometri all’ora. Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza diminuire la velocità e senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Due chilometri. Tre volte a settimana (giorni non consecutivi).
  2. Tre chilometri. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  3. Quattro chilometri. Almeno una volta a settimana.
  4. Cinque chilometri. Almeno una volta a settimana.
  5. Sei chilometri. Almeno una volta a settimana.
  6. Sette chilometri. Almeno una volta a settimana.
  7. Otto chilometri. Almeno una volta a settimana.
  8. Nove chilometri. Almeno una volta a settimana.
  9. Dieci chilometri. Almeno una volta a settimana.
  10. Undici chilometri. Almeno una volta a settimana.
  11. Dodici chilometri. Almeno una volta a settimana.

Allenare la resistenza in salita

DSC06471Fino ad ora abbiamo lavorato in piano, ma le escursioni comportano salite e discese, dobbiamo allora dedicare attenzione anche alla resistenza in salita. I percorsi, che saranno ancora su strada asfaltata o sterrata (se si hanno difficoltà a reperire percorsi di questa tipologia si possono sfruttare anche combinazioni con mulattiere o sentieri a patto che siano abbastanza regolari sia come fondo che come pendenza), ora saranno tutti da dodici chilometri e composti in parte uguale (anche con alternanza ripetuta) sia da salita che da discesa (se avete modo di farvi venire a prendere in auto o di rientrare con mezzi di servizio pubblici potete anche fare tutta salita); il dislivello indicato non è la somma di positivo e negativo ma il singolo valore di salita (positivo) e di discesa (negativo), se fate solo salita dovete raddoppiarlo onde mantenere la stessa inclinazione media (sarà difficile avere un’inclinazione costante, ma tutto sommato poco importa, meglio comunque utilizzare lo stesso percorso fino al completamento di un livello); fare almeno un allenamento a settimana. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere, finché ci si riesce, ad una velocità costante di due chilometri all’ora (essendo in salita sarà difficile avere una pendenza costante e, quindi, una velocità realmente costante, potete basarvi sulla velocità media computata sul chilometro o, meglio, sul mezzo chilometro). Passare al livello successivo solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il percorso corrente nel tempo di sei ore senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento, a meno che non abbiano caratteristiche conformi o superiori a quelle del livello di allenamento corrente e la velocità minima di cammino (velocità media computata sul chilometro o, meglio, sul mezzo chilometro) sia coincidente o superiore ai due chilometri all’ora.

  1. Trecento metri di dislivello.
  2. Quattrocento metri di dislivello.
  3. Cinquecento metri di dislivello.
  4. Seicento metri di dislivello.
  5. Settecento metri di dislivello.
  6. Ottocento metri di dislivello.
  7. Novecento metri di dislivello.
  8. Mille metri di dislivello.

Allenare la propriocettiva

Questa fase può invero essere eseguita anche in sovrapposizione alla precedente. A questo punto le nostre prestazioni escursionistiche saranno decisamente conformi all’obiettivo prefissato e indicato come riferimento per il livello di base, ma, fino ad ora, abbiamo lavorato su fondi regolari e nelle uscite in montagna potremmo rilevare problemi nel mantenere l’equilibrio, passiamo quindi ad allenare la propriocettività; consiglio vivamente di fare questi esercizi a corpo nudo, potremo più facilmente verificare il posizionamento e percepire l’equilibrio. Iniziare dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente) e passare al livello successivo solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza sbilanciamenti, nemmeno lievi. Durante ogni esercizio la testa dev’essere in posizione di riposo (dritta e con il mento lievemente abbassato: non dovete sentire tensioni alla nuca e sulle spalle), tenere lo sguardo dritto davanti a voi (le prime volte potreste essere tentati ad abbassarlo per migliorare la stabilità, se proprio non riuscite ad evitarlo bene, ma ripetete il livello fino a che riuscite a tenerlo costantemente alto). Se perdete la stabilità, rimettetevi in equilibrio e continuate l’esercizio fino ad esaurimento del tempo.

  1. IMG_0943In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per un minuto.
  2. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per due minuti.
  3. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per tre minuti.
  4. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per un minuto.
  5. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per due minuti.
  6. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per tre minuti.
  7. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per un minuto. Ripetere con la gamba sinistra.
  8. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per due minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  9. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per tre minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  10. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per quattro minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  11. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per cinque minuti. Ripetere con la gamba sinistra.

Allenare la forza generale

Questa fase può essere eseguita anche in sovrapposizione (mescolandole o tenendole differenziate) alla precedente. A questo punto, se ne abbiamo bisogno (ad esempio test di valutazione negativo, dolori alla schiena o alle braccia o alle caviglie durante o dopo le escursioni, difficoltà nel superare i tratti gradinati o singoli gradini molto alti, crampi a gambe o polpacci nelle salite ripide), possiamo lavorare sulla nostra forza generale. A questo livello non abbiamo di fare grandi cose, solo pochi esercizi da ripetere almeno due volte alla settimana fino alla risoluzione dei detti problemi; consiglio vivamente di farli a corpo nudo. Non sono un insegnante di ginnastica né un allenatore pertanto quanto segue è solo l’elenco di alcuni degli esercizi che ho usato e ancora quotidianamente utilizzo per i miei allenamenti (sono contemplati anche alcuni esercizi di allungamento e articolabilità utili alla prevenzione di certi traumi), liberi di trovarne altri o di rivolgervi a un personal trainer.

  1. IMG_0998Flessibilità della caviglia (nel cammino è molto importante: più la caviglia è flessibile più potremo sfruttare, in salita quanto in discesa, l’appoggio dell’intera suola riducendo lo scivolamento; nelle discese ripide, poi, è importante riuscire ad appoggiare prima la punta del piede, cosa che richiede una buona estensioni in avanti dello stesso) – In piedi, una mano appoggiata su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi, alzare la gamba destra di circa trenta gradi, estendere il piede in avanti fino a sentire una discreta tensione sopra la tibia, mantenere la posizione un secondo, flettere il piede all’indietro fino a sentire una discreta tensione sul polpaccio, mantenere la posizione per un secondo. Ripetere dieci volte senta intervallo. Ripetere con il piede (e gamba) sinistro.
  2. Articolabilità della caviglia (ci preserva dalle storte molto più di quanto possano fare delle morbide pedule alte) – In piedi, una mano appoggiata su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi, alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’esterno per dieci volte cercando la massima estensione articolare in ogni direzione. Ripetere con il piede (e gamba) sinistro. Ripetere ruotando il piede verso l’interno.
  3. Allungamento polpacci (li riscalda per il successivo esercizio) – Appoggiarsi con le punte dei piedi su un rialzo di almeno venti centimetri (gradino), mantenendo la posizione eretta abbassare il tallone fino a percepire una discreta tensione al polpaccio, mantenere la posizione per quindici secondi, alzarsi sulle punte dei piedi, mantenere la posizione cinque secondi, tornare in posizione di partenza. Ripetere tre volte con 5 secondi di intervallo.
  4. Rinforzo polpacci (nelle salite ripide, quelle che ci portano a lavorare più di punta che con l’intera pianta del piede, sono molto sollecitati) – In piedi, piedi alla larghezza delle anche tenendoli paralleli fra loro, braccia distese lungo i fianchi. Sollevarsi sulla punta delle dita e subito ridiscendere con il tallone a terra. Ripetere dieci volte senza intervallo.
  5. IMG_0983Allungamento quadricipiti (li riscalda per il successivo esercizio) – In ginocchio, gambe avvicinate ma che non si toccano, parallele tra loro, piedi in estensione, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi. Abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni, se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sule braccia una parte del vostro peso (oppure cambiate esercizio: in piedi, alzare il piede destro da terra e impugnare la caviglia con la mano corrispondente, tirando con la mano portare il tallone verso il gluteo, mantenere la posizione per quindici secondi, portare il piede a terra e ripetere con l’altro piede), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione per dieci secondi e poi riportatevi nella posizione di partenza. Ripetere tre volte con un recupero passivo di quindici secondi, dopo l’ultima ripetizione non fare il recupero ma passere immediatamente all’esercizio successivo.
  6. Rilassamento legamenti del ginocchio (probabilmente sollecitati e induriti dall’esercizio precedente) – Seduti, gambe avvicinate ma non unite, distese in avanti, piedi a martello, braccia allungate indietro, mani in appoggio a terra, busto eretto o appena inclinato all’indietro. Spingere le ginocchia verso il basso fino a far rientrare la rotula (si nota la formazione di due fossette, una per lato, sui fianchi delle ginocchia), mantenere la posizione per trenta secondi.
  7. IMG_0957Rinforzo quadricipiti (di certo il distretto muscolare che più di tutti lavora nel cammino in salita) – Posizionarsi di fronte a un gradino (panca, sedia, l’importante che diano un appoggio stabile e robusto) alto all’incirca quanto le nostre ginocchia, in piedi, gambe alla larghezza delle anche, piedi paralleli fra loro. Inspirare, alzare il piede destro e posizionarlo sopra il gradino, spostare leggermente in avanti il bacino (il nostro baricentro deve portarsi sulla verticale del tallone posto sul gradino), spingendo sulla gamba piegata espirando sollevarsi estendendo completamente la gamba destra fino a poter appoggiare il piede sul gradino vicino al destro, immediatamente rialzare il piede sinistro e, senza farlo cadere violentemente a terra, inspirando riportarlo a terra tenendolo esteso (permette di ammortizzare il contatto con il terreno). Ripetere dieci volte senza intervallo. Ripetere con la gamba sinistra.
  8. IMG_0979Rinforzo del core (col termine “core” ci si riferisce all’insieme muscolare che rappresenta il centro del nostro corpo: addominali, dorsali, eccetera; anche se non sembra, avere un core tonico e sufficientemente potente è importantissimo ai fini di un cammino più efficiente e senza dolori, specie alla schiena) – Ci sono molti esercizi per il core, molti sono specifici per uno o pochi muscoli, alcuni richiedono una valutazione posturale prima d’essere utilizzati, uno è generico e praticabile da tutti: il plank. Mettersi in ginocchio, piedi a martello, appoggiare gli avambracci a terra piuttosto avanti (troverete la misura giusta con due o tre prove), raddrizzando le ginocchia sollevarsi da terra portando le spalle sulla verticale dei gomiti (che restano appoggiati a terra) e mettendo il corpo in linea, mantenere in linea anche il collo e la testa, lo sguardo deve cadere sui polsi. Respirando normalmente mantenere la posizione del plank per dieci secondi. Ripetere tre volte con un intervallo di trenta secondi, durante i quali si resta seduti senza fare niente (recupero passivo).
  9. IMG_0989Rinforzo braccia (nel cammino sono coinvolte solo se si utilizzano i bastoncini, in ogni caso è sempre bene mantenere un equilibrio tra i vari gruppi muscolari per cui un poco di allenamento anche per queste non guasta) – Inginocchiarsi, piedi a martello leggermente discosti, appoggiare le mani a terra in linea con le spalle e sensibilmente allargate, dita in avanti, a braccia ben distese sollevare le ginocchia da terra, mettere il corpo bene in linea compreso il collo e la testa, sguardo verso le mani. Inspirando piegare le braccia senza allargare i gomiti che devono restare il più vicino possibile al busto (scendendo all’indietro invece che in fuori), il corpo deve restare perfettamente allineato, Arrivati con il mento che sfiora il terreno, espirando ridistendete le braccia fino a tornare nella posizione di partenza, attenzione a non inarcare la schiena. Eseguire cinque piegamenti, se non ci si riesce invece di appoggiarsi solo sulle punte dei piedi si possono appoggiare anche le ginocchia (tenendo i piedi sollevati da terra uniti o incrociati). Ripetere tre volte con un intervallo di trenta secondi, durante i quali si resta in ginocchio a braccia distese verso il basso senza fare niente (recupero passivo).

Mantenere la prestazione di base

Abbiamo, magari con una discreta fatica e qualche dolore, raggiunta la prestazione di base, come possiamo mantenerla? Se da qui in avanti faremo un’escursione alla settimana possiamo limitarci agli esercizi di forza generale da eseguirsi almeno due volte alla settimana, se necessario incrementando un poco il carico (aumento dei tempi o/e delle ripetizioni), in caso contrario sarà opportuno effettuare almeno un allenamento alla settimana: su strada asfaltata o sterrata pianeggiante un’ora di cammino (se fate più di un allenamento a settimana potete ridurre a quaranta minuti) a velocità di quattro chilometri l’ora o mezz’ora di corsa blanda (sei/sette chilometri l’ora).

Sitografia di riferimento e approfondimento

Mondo Nudo – Computare il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico

Mondo Nudo – Scala delle difficoltà escursionistiche


Continua in…  Allenamento avanzato


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna – Alimentazione e idratazione


Prosegue da… Il nudo


Istantanea 2 (24-04-2017 09-47)Non sono un dietologo e nemmeno un qualsiasi altro genere di medico, non ho titoli specifici che mi possano dare una qualche forma di autorità in ambito dietologico o alimentaristico, d’altra parte non è di diete (in merito alle quali dico solo che vanno fatte esclusivamente dietro indicazione medica e devono essere definite da un dietologo, non da riviste, vip o altri personaggi di tendenza) che vi voglio parlare, tutto sommato nemmeno di regime alimentare di base (in relazione al quale mi permetto solo di far osservare quanto la stragrande maggioranza dei dietologi e degli alimentaristi suggerisce: il migliore è quello che non fa mancare niente), quello che andrò di seguito a scrivere sono solo dei principi (ovviamente rubati ad esperti e da me poi personalmente sperimentati) e delle astuzie (alcune lette in giro, altre trovate da solo, comunque tutte confermate dalla mia e altrui prolungata esperienza) in merito a come alimentarsi e idratarsi durante l’uscita o nelle ore che la precedono o la seguono di poco. Ovviamente il tutto è strettamente correlato all’impegno che dovremo andare ad affrontare, più questo è alto e più attenzione dobbiamo metterci, in ogni caso si può individuare una base comportamentale comune alla quale farò riferimento.

Principi generali

  • Evitare di appesantire lo stomaco.
  • Evitare la formazione di gas nello stomaco e nell’intestino.
  • Immagazzinare quanto poi servirà a produrre la necessaria energia, ovvero carboidrati e grassi, evitandone nel contempo un inutile (o deleterio) sovraccarico.
  • Durante l’uscita mantenere costantemente attive le scorte energetiche.
  • Alimentarsi in cinque o sei pasti al giorno dando più e pari importanza a colazione e cena, per poi suddividere il resto tra pranzo e due o tre spuntini, questi ultimi meglio se a base di frutta o verdura.
  • Mantenersi ben idratati.

Prima dell’uscita

Nelle ventiquattr’ore che precedono la partenza…

  • Evitare di assumere cibo a lenta digeribilità, in particolare latte, frutta, verdura, cereali ed ogni altro alimento che sappiamo esserci ostico da digerire o che ci provochi altri fastidi, quali flatulenza o irritazioni epidermiche.
  • Progressiva riduzione delle proteine.
  • Parallelo progressivo incremento dei carboidrati, anche ad alto indice glicemico.
  • Equilibrata assunzione di grassi, all’incirca nella stessa quantità dei carboidrati.
  • Bere molta acqua (da due a tre litri), possibilmente alcalina (ph superiore a 7) e a basso contenuto di anidride carbonica (non gassata, naturale come usualmente si dice).
  • Evitare le bibite gassate e i super alcolici.
  • Contenere il più possibile l’assunzione di vino e birra, meglio evitarlo del tutto nelle sei ore precedenti la partenza.

Due ore prima della partenza fare uno spuntino energetico a base di carboidrati a basso indice glicemico e grassi.

Durante l’uscita

  • Mantenersi adeguatamente idratati, non si deve mai arrivare a sentire la sete, attenzione che la sensazione di secchezza alla bocca è già un segnale di disidratazione, avete aspettato troppo o bevuto troppo poco, alla prima istanza è ancora rimediabile ma poi diventa sempre più critico; volendo dare un’indicazione più chiara, ma che risente comunque di tante variabili (temperatura, vento, umidità, quota, insolazione, composizione corporea e altro), possiamo dire che si deve bere da un decilitro a venti decilitri ogni quindici minuti.
  • Se la durata dell’uscita e breve (meno di tre ore) ci basta l’acqua.
  • Se l’intensità dello sforzo è molto alto (corsa o cammino molto veloce) e/o si prolunga parecchio nel tempo (sopra le tre ore) all’acqua pura è utile accompagnare una soluzione ipo (concentrato di soluto inferiore a quello del nostro sangue, facile da digerire ma con meno apporto di sali) o iso (concentrato di soluto identico a quello del nostro sangue, più difficile da digerire ma più efficace) tonica, io preferisco la prima; da nessuna parte ho trovato indicazioni in merito alla proporzione tra l’acqua pura e l’acqua con integratore, dopo vari test io l’ho fissata in quattro a uno; la soluzione potete farvela voi stessi, oppure utilizzare le apposite polveri da disciogliere in acqua o le soluzioni già pronte, fate dei test per trovare la formulazione o il prodotto a voi più congeniale usando come indicatori la digeribilità e il gradimento al palato; il soluto può essere composta da soli sali (come facilmente accadrà se ve lo fate in proprio) o da sali e carboidrati (come nelle polveri e nelle soluzioni già pronte, che risultano quindi utili anche al mantenimento energetico)
  • Se la durata dell’uscita supera le tre ore, dopo un’ora dalla partenza assumere una barretta energetica o altro prodotto / alimento energetico a voi congeniale che contenga carboidrati ad assorbimento graduale, dopo vari test io preferisco le barrette: meno gradevoli al palato ma più equilibrate, più digeribili, più efficienti, più semplici da trasportare e da assumere.
  • Se la durata supera le tre ore e l’intensità è alta dopo il primo assumere altri prodotti o alimenti energetici con carboidrati sia ad assorbimento rapido che graduale, nel caso si utilizzino alimenti predisporli in piccole porzioni. La frequenza di assunzione molti la indicano in ogni ora, personalmente sui percorsi molto lunghi (oltre le 18 ore) penso, specie usando per l’idratazione una soluzione con carboidrati, sia meglio allungare all’ora e mezza o anche due per evitare un eccesso di nutrienti e sforarne i valori consigliati (VNR), bisogna fare dei test per capire quali siano i prodotti o gli alimenti più tollerati e con quale cadenza assumerli (di certo non meno di un’ora e non più di due). I prodotti solidi (esempio barrette e frutta) ci impegnano nella masticazione e pertanto vanno assunti solo in discesa o sui lunghi piani; i gel non impegnandoci nella masticazione si possono assumere in ogni momento ma, dato che richiedono un certo sforzo per essere estratti dal contenitore e molti anche il rovesciamento della testa all’indietro, il momento migliore sono i piani e le discese; i prodotti liquidi (gel già disciolti in acqua e purea di frutta) vanno sempre bene ma meglio riservarli alla soluzione di eventuali crisi energetiche che possano insorgere nel mezzo delle salite; non mi baserei solo sui gel liquidi, intanto perché se ne possono assumere non più di due al giorno e poi perché non ostacolano l’insorgere dei sintomi della fame, come invece fanno in parte le barrette; la purea di frutta, che apporta poca energia e agisce sulla sensazione di fame prevenendola o attenuandola, negli sforzi di bassa intensità (cammino tranquillo o moderato) può anche essere utilizzata come unico apporto di energia.
  • Se l’intensità è bassa e il percorso non supera le sei ore di percorrenza possiamo anche non assumere prodotti energetici dopo il primo e attendere la sosta per il pranzo.
  • Alla sosta per il pranzo assumere cibi che si digeriscono facilmente e che apportino un equilibrato mix di carboidrati e grassi, le proteine sono sostanzialmente inutili ma è anche inutile (difficile o addirittura impossibile) cercare di non assumerle. Accompagnate il cibo con abbondante acqua, se non ripartite immediatamente e li gradite sono accettabili anche un bicchiere di buon vino o una caraffa di birra.
  • Se il pranzo conclude l’impegno della giornata (ad esempio percorsi a tappe), alle indicazioni di cui sopra conviene associare anche quelle che seguono, relative al dopo uscita.

Dopo l’uscita

  • Nella prima mezz’ora reidratassi abbondantemente; non bisogna preoccuparsi delle perdite saline che, come si può leggere nella sitografia sotto riportata, alla fine sono irrilevanti e verranno recuperate in poco tempo senza bisogno di fare alcunché di specifico.
  • Contemporaneamente assumere un poco di proteine (un grammo ogni quattro chili del proprio peso) per attivare e facilitare la riparazione dei microtraumi che ogni attività fisica ci procura.
  • Se l’impegno è stato notevole possiamo, sempre nella prima mezz’ora, aggiungere anche una dose (vedere istruzioni sulla relativa confezione) di aminoacidi essenziali che aiutano il processo rigenerativo (si possono assumere anche mediante il cibo ma, specie se siamo in un rifugio o, peggio ancora, bivacchiamo, potrebbe essere piuttosto complicato assumerne la dose ideale, quindi le pastiglie tornano comode).
  • Entro l’ora assumere un grammo di carboidrati per ogni chilogrammo del proprio peso.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Nutrizione Sport – L’alimentazione e l’integrazione negli sport di resistenza

Sporteat – Grassi e endurance: la nuova frontiera dell’energia

Dad2Tri – L’alimentazione degli sport di endurance: le proteine, i mattoni per i nostri muscoli

Dad2Tri – I carboidrati, energia per il movimento e per il recupero

Dad2Tri – Disidratazione e integrazione di sali

Enervit – Nutrizione e integrazione

Running Italia – Il consumo energetico e i 4 sistemi che lo regolano

Runner’s World – Omega-3 alleati del runner

Runlovers – Ridurre infiammazioni e DOMS con gli omega 3

+ViVi – Differenze tra bevande ipotoniche, isotoniche e ipertoniche

Ministero della salute – Apporti giornalieri di vitamine e minerali

+ViVi – Calcolo carboidrati netti negli alimenti

Dossier.Net – Calcolo calorie alimenti


Continua in…  Allenamento base


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Parlare o tacere? La scuola del monte!


È una bella giornata di prima estate, l’umidità della sera inizia a rubare il posto al calore degli ultimi raggi di sole, una luce rossastra dipinge le cime degli alberi e le distese dei pascoli, gruppi di mandrie al pascolo ancora rompono il silenzio con il sordo rumore dei loro campanacci. Ai bordi del sentiero si chiudono le colorate corolle dei fiori lasciando al viandante solo il sapore del loro tenue profumo, piccole gemme di rugiada appaiono sui petali e sulle foglie, ombre sfuggenti attraversano la traccia per nascondersi sotto i sassi o tra gli alti fili d’erba. Già da un paio d’ore sto camminando in direzione della prima vetta di un lungo anello alpino, il mio nudo corpo offerto alla nuda montagna ne riceve sollievo e fragranza, le luci della valle si sono accese e posso notare il frenetico movimento dell’urbe, al contrario il mio incedere ancorché veloce è assai più tranquillo, solo il ritmo della natura compone lo spartito musicale che mi guida e mi comanda.

Metri e chilometri sono ormai sfilati sotto i miei piedi, minuti e ore sono ormai girati sul quadrante del tempo, il mio cervello impavido divaga tra le immagini che penetrano gli occhi e i pensieri che inondano la mente, sono nel contempo impegnato e distratto, impegnato a seguire le tortuose giravolte del pensiero, distratto dal porre attenzione alle umane turbe. All’improvviso, dall’ennesima curva nascosta dal bosco, appaiono due persone, un uomo e una donna lentamente mi si avvicinano, mi guardano stupiti, non si fermano, non deviano, non si girano, semplicemente avanzano. Ci incrociamo, lo stretto sentiero m’induce a cedere loro il passo, mi sfiorano, l’uomo mi guarda in viso, la donna mi esamina dall’alto al basso soffermandosi al centro prima di tornare sul viso, cordialmente ci salutiamo e, senza altro proferire, ognuno prosegue per la sua strada, loro verso valle, io verso il monte.

Avanza la notte, il conico fascio di luce emesso dalla frontale cattura il mio sguardo e la mia attenzione, tenui colori contornati di nero fra i quali spiccano piccole macchie colorate, spruzzi di vernice lasciati da un eretico pittore. In alto l’ombra della vetta si staglia contro il pallido chiarore del cielo stellato, sembra volermi impressionare, sembra volersi dichiarare irraggiungibile, dolcemente la guardo chiedendole permesso, la mia mente e la sua si mettono in risonanza, sento la sua forza scivolare nella mia debolezza, cambiarla, mutarla in calda intraprendenza, scioglierla in vigorosa sicurezza: mi sono umilmente e totalmente esposto alla montagna e la montagna mi ha accettato, la montagna mi ha aperto le porte che portano nel suo magico regno, la montagna mi ha cantato il suo invito indicandomi la strada da percorrere. Montagna nella montagna, nuda entità nella nuda natura, semplice essenza nella splendida solitudine del monte, fusione di menti e di corpi, compenetrazione di energie, sommarsi di sensazioni ed emozioni che mi accompagnano fino alla vetta e ancora oltre, nella ripida e complessa discesa e nella successiva risalita.

Altro monte, altra vetta, il crepuscolo del mattino ha rotto gli induci e il sole allunga il suo rosso e caldo abbraccio. Disteso sulla piccola solitaria cima lascio che la luce e il fuoco invadano la mia pelle, tutta, indistintamente tutta, qui non esistono timori, la montagna non conosce perversioni, la natura non impone limiti, ci sono solo libertà e reciprocità, il reciproco rispetto, la reciproca conoscenza, la libertà d’essere sé stessi, la libertà dai fastidi e dai peccati, la libertà dall’ipocrisia, dal concetto di pudore creato dall’uomo per l’uomo ma ignoto alla natura. Senza vergogna il monte mi osserva, una marmotta fa capolino dalla sua tana, un camoscio si avvicina, un ignoto rapace mi saluta col suo stridulo grido, i fiori mi mostrano il loro cuore dorato, piccoli insetti appaiono dall’erba che mi circonda, una formica mi solletica le natiche, una cavalletta salta sul mio pube, una farfalla gioca con le dita dei miei piedi, una mosca impenitente atterra sul prepuzio del mio pene.

Vola il pensiero, purtroppo torna a incontri diversi, all’incontro con la vergogna, con le preoccupazioni e i pregiudizi, con i subdoli condizionamenti e gli opportunismi mascherati da scientifico dovere, con un concetto unilaterale di rispetto e di diritto: “il nudo è male“, “il nudo è solo esibizionismo”, “non ho niente contro il nudismo ma non è pratica socialmente accettabile”, “bisogna rispettare chi prova fastidio per il nudo e praticarlo solo in casa o in posti accuratamente mascherati”, “mi sembra se ne parli troppo”, “è (solo) un modo di passare il tempo come un altro”, “parlarne lo rende innaturale”, “non cerco di convincere altri perché non tutti lo capiscono e in ogni caso lo si capisce solo dopo averlo provato, le discussioni sono inutili”, “parlerei dello stile nudista solo con chi intende accostarsi, senza sbandierarlo ai quattro venti perché non a tutti interessa”, “perché una persona dovrebbe forzatamente aprirsi e desensibilizzarsi al nudo”, “parlare di nudismo è una forzatura”, “va rispettato anche chi non vuol essere desensibilizzato”, “non possiamo che accettare il fatto di non poter stare nudi quanto vorremmo, in ogni luogo e in ogni momento”, “è proprio l’impossibilità a goderne a moltiplicare il piacere di spogliarsi quando questo è possibile”, “la felicità e il piacere sono fatti di brevi momenti non di lunghi periodi”. Perché non s’impara dal monte e dalla natura? Perché non è possibile accettare che ognuno sia semplicemente libero di fare quello che gli pare, di stare come meglio preferisce, nudo, vestito o in una qualsiasi via di mezzo? Dove sta il problema? Fastidio? Avete provato a capire da dove nasce questo fastidio? Ci si rede conto che l’origine è relativamente recente? Ci si chiede perché ci si debba necessariamente conformare a quello che, alcuni secoli or sono, qualcuno ha deciso dovesse essere? Ci si chiede se sia lecito elevare a stato sociale di norma una palese fobia (qualsiasi fastidio diviene fobia nel momento in cui non è controllabile e ci si deve necessariamente proteggere)? Ci si chiede come possa essere ritenuto precetto naturale un qualcosa che invero non è una costante di tutte le culture e di tutte le genti? Perché mai dovrei essere io a chiedermi perché gli altri non si conformano al mio stile di vita e non devono al contrario essere gli altri a chiedersi perché io preferisca stare nudo? Perché la società deve domandarsi (e domandarmi) quale senso può avere stare nudi? Non sarebbe forse meglio che si chiedesse se ha veramente senso stare sempre vestiti? Sicuri che sia solo un passatempo? Dove sta scritto che il piacere e la felicità siano fatti di soli brevi momenti? Chi l’ha detto che lo stare nudi sia solo un piacere e/o una felicità? Non potrebbe (dovrebbe, è) essere un’esigenza intrinseca, l’espressione massima della nostra naturale normalità? Perché mai chiedere la condivisone degli spazi dovrebbe essere una forzatura verso chi ne prova fastidio? Perché mai parlarne dovrebbe essere una mancanza di rispetto verso chi non sopporta il nudo? Non sono invece delle opportunità? Non è forse vero che la comunicazione è il fondamento essenziale della socializzazione? Non è forse vero che la negazione dei diritti coincide con le limitazioni e non con le aperture? Non è forse vero che poter fare qualcosa è ben diverso dal doverlo fare? Che il poter fare non obbliga a fare? Che nella possibilità di fare chiunque può trovare il proprio spazio e sentirsi rispettato? Perchè devo solo accettare? Perchè dovrei per il nudo applicare una logica completamente diversa da quella applicata in altre situazioni più o meno recenti?  Lo si nota che secondo questa logica le donne avrebbero dovuto accettare il non aver diritto di voto, l’essere schiave dell’uomo, l’essere prede sessuali? Che secondo questa logica gli omosessuali avrebbero dovuto accettare d’essere considerati anomali e anormali, malati, dementi, immorali, contro natura? È proprio così difficile comprendere che la rinormalizzazione del nudo porterebbe con sé tanti di quei cambiamenti personali e sociali da poter risolvere molti dei problemi sociali che attualmente vengono quotidianamente denunciati? Che il nudo incrementa all’ennesima potenza il rispetto verso l’altro? Che migliora la crescita psicologica dei bambini? Che nel tempo andrebbe ad eliminare la violenza sessuale e la pedofilia? Che eliminerebbe alla radice i ricatti sessuali? L’utilizzo delle foto di nudo come ripicca e offesa? Che…

Un fischio mi strappa dai miei pensieri, un nutrito gruppo di persone sta arrivando alla vetta, uno di loro mi ha già notato e mi saluta con un cenno della mano: “tranquillo, resta pure nudo, anzi, guarda, lasciami arrivare e mi ci metto anch’io”. Del gruppo, composto da uomini e donne, solo una ragazza e due bambini seguono l’esempio del loro compagno e si tolgono le vesti, allo stesso tempo nessuno avanza perplessità, anzi tranquillamente si siedono vicino a me e, dal momento che uno di loro, avendo letto alcuni dei mie post, mi ha riconosciuto, chiedono curiosi del mio percorso odierno e del mio viaggio futuro.

Il sole mi punge le spalle, rumori di vita arrivano alla vetta dal sottostante piazzale dove un albergo e due ristoranti stanno aprendo le porte, è giunta l’ora di rimettersi in cammino, saluto i nuovi amici e m’avvio verso la restante strada, ancora venticinque chilometri e duemila metri mi separano dall’automobile, non c’è altro tempo per tergiversare. “Grazie a tutti, grazie per la diponibilità, grazie per l’indifferenza, grazie per l’accoglienza”, “grazie a te Emanuele, ci hai aperto nuovi orizzonti, li terremo presenti!”

Parlare o tacere? Esporsi o nascondersi? Osare o coprirsi? Beh, la risposta è chiara: imparare dal monte!

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