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VivAlpe 2022: 2 a 2


Due le uscite che erano in programma per i primi due mesi di VivAlpe 2022 e due quelle fatte, ambedue con discreta partecipazione: buon risultato.

La prima ad aprile, è stata condizionata dal vento freddo, ma almeno per il pranzo si è riusciti a starsene tranquillamente nudi, sdraiati su un panoramico dosso sopra la Valle delle Pule, valle che è stata la direttrice del nostro itinerario odierno. Uscita brevissima comunque interessante per il sentiero che prima segue un torrente costellato di limpide pozze, poi sale con tratti scavati in un ambiente rustico e solitario. Discesa senza particolari connotazioni se non per alcuni passaggi paesaggisticamente rilevanti.

Foto Emanuele Cinelli

Più lunga e ancor più particolare la seconda uscita in zona Maniva. Lezione di questa giornata: talvolta le giornate nascono storte ma se non ci si lascia traviare le si possono anche raddrizzare.

Fino a tre giorni prima non c’erano segnali di partecipazione poi sono arrivati tutti insieme e sabato la stima era di quattordici partecipanti. Domenica mattina iniziano i problemi.

Prima arriva il messaggio di un nuovo amico che è bloccato a MIlano a causa dello sciopero dei treni, fortunatamente riesce a trovarne uno che viaggia e si risolve.

Si arriva al puno di ritrovo a Brescia e… altro messaggio, due storici amici non possono venire a causa di notte agitata, un grande peccato, ma qui non ci si può porre rimedio e se non puoi farci nulla inutile disperarsi, è risolto così.

Non c’è due senza tre, mi arriva una telefonata da un amico che è già al ritrovo del Maniva: “la strada è bloccata!”, “Cavolo, come è bloccata, va beh, fermati li che saliamo a piedi o cambio leggermente il percorso”. Risolto anche questo.

Ma non basta, salta fuori che Telegram apre una pagina vecchia della scheda escursione nella quale è riportato un orario sensibilmente anticipato rispetto a quello corretto, due amici sono in ritardo non vorrei che, seguendo quell’orario e non trovandoci, si siano già messi sulla strada per la destinazione. Li chiamo ma non rispondono, sale la preoccupazione ma nel mentre vedo la loro autovettura entrare nel parcheggio, bene, bene, anche questa è andata.

Superati tutti questi intoppi, eccoci finalmente al parcheggio del Bonardi. Dopo i consueti saluti, ci si prepara alla partenza e via. Nel frattempo mi sono preoccupato di dare uno sguardo accurato ai pascoli per valutare come ovviare alla strada bloccata: salire fino al Pian delle Baste vorrebbe dire farsi un sacco di asfalto. Purtroppo le tracce che si vedono sono tutte molto evanescenti per cui decido di salire un poco alla ricerca di una strada più percorribile: non conosco materialmente questa parte del Maniva, ma l’ho studiata molto sulla carta topografica e l’ho spesso osservata dall’alto nella previsione di esplorarla, so che è percorribile e per pascoli potremo sicuramente raggiungere quello che doveva essere l’iniziale tratto dell’escursione, insolitamente in discesa, e che, invece, a questo punto ne diventerà il tratto finale, ovviamente in salita.

Detto e… fatto.

Saliti un poco lungo il mio adoratissimo sentiero 3V, abbandoniamo il percorso segnalato per seguire una strada sterrata che già conosco e, poco dopo, ecco un’altra sterrata che scende nell’ampio pascolo. Senza esitazione alcuna porto il gruppo per tale percorso, qualche minuto ancora di cammino e, finalmente, anche grazie al sole che fa capolino tra le nuvole, ci possiamo spogliare. Riprendiamo il cammino che ci fa perdere parechia quota, giunti ad una piccola malga ristrutturata la strada finisce. Qui ci fermiamo per permettere al gruppo di riunirsi e coprirci adeguatamente… no, no, non di vestiti ma di crema solare.

Foto MM

Qualcuno osserva che non ci sono sentieri, gli faccio notare che, come previsto, questa escursione doveva essere e sarà un libero cammino per pascoli, in ogni caso ecco la che si vedono nell’erba i segni dell’antica via di pascolo, segni che saranno la nostra guida per un bel tratto, portandoci ad attraversare aperti pendii erbosi e piccole vallette pluviali ricche di gorgogliantie fresche acque, c’è persino una piccola cascata. Un cammino paesaggisticamente interessante, che ha anche un dono supplementare: l’evocare ricordi di un tempo lontano quando la piccola pastorizia dominava queste zone. Personalmente vedo, con gli occhi della mente, le mandrie, i cani e i pastori gironzolarmi attorrno: profonda emozione questo tratto di cammino.

Una breve ma ripida salita ci porta a Malga Valgradello dove, fruendo di un muretto che ci ripara dall’aria freddina che ha da qualche minuto deciso di contrastare (inutilmente) la nostra nudità, ci fermiamo per il meritatissimo lauto, ehm, si fa per dire, invero parco ma comunque gradito pranzo. Davanti a noi fanno bella mostra di se le rocciose rupi della Corna Blacca, poco più a sinistra Corno Barzò e Cima Caldoline conducono lo sguardo al Dosso Alto dove alcuni anni or sono abbiamo effettuato un’altra piacevolisisma escursione, più pesante di quella odierna ma comunque molto partecipata: eravamo quasi trenta persone.

Verso le tredici è purtroppo l’ora di riprendere il cammino: ci aspettano quattrocento metri di dura risalita.

Raggiungiamo il costone che domina la malga e, seguendolo, per ripidissimo pendio erboso ci portiamo al Goletto di Valgradello dove pochi metri di piano permettono un momento di respiro. Poi su, ancora su verso il cielo che fa da sfondo al dosso verde che sovrasta il goletto. Qualcuno inizia ad accusare la fatica, qualcuno suggerisce di tagliare verso il Bonardi seguendo una traccia che si vede nel ripido pendio erboso, ma è traccia antica, palesemente interrota da piccole frane e che va a morire in un ripidissimo canalone oltre il quale si vedono solo altrettanto ripidi pendii erbosi tra l’altro intercalati da costoni: no, da solo potrei anche provarci ma con il gruppo preferisco evitare. “Coraggio che ora sono solo duecento metri di dislivello per arrivare ai ruderi della Caserma del Pian delle Baste da dove parte la strada asfaltata che in discesa ci riporterà alle macchine”.

Un breve tratto di discesa che sfruttiamo per un bel recupero di energie, poi ancora su, qualcuno decide di seguire la vecchia e tortuosa strada militare, la maggior parte mi segue per la via più diretta, certo più ripida ma anche molto meno tediosa della sterrata. A metà salita il gruppo si ricompatta e si prosegue per pendio man mano meno ripido, all’improvviso ecco apparire nelle nuvole che qui avvolgono l’ambiente, la scura sagoma della caserma.

Foto LM

Poco a monte si vedono passare alcune persone: li è la strada sterrata che dal Dasdana porta al Passo delle Setta Crocette, un percorso solitamente molto frequentato, oggi lo è probabilmente molto meno per via della strada interrotta molto più in basso, comunque, sebbene la tentazione di non farlo sia forte, ci rivestiamo un poco.

Salendo verso l’ormai prossima strada asfaltata del Crocedomini, incrociamo tre giovani escurisonisti con due asini, il ragazzo non è molto locquace ma le due ragazze invece lo sono e mi faccio spiegare cosa stanno facendo. Interessante il loro viaggio, non solo per l’ausilio degli asini, ma anche per l’insolito percorso: sono partiti da Bedizzole e via monti vogliono arrivare a Sale Marasino.

Strada asfaltata, dai che ormai è fatta, uhm, mai dire mai: pochi minuti dopo inizia a gocciolare, va beh, poche gocce che vuoi che sia. Riuhm, le poche gocce aumentano, qualche tuono e la pioggia si fa intensa, veniamo solleticati anche da qualche piccolo chicco di grandine. Coperti con le giacche da pioggia, che mai devono mancare dallo zaino dell’escursionista montano anche quando questi prevede di camminare nudo, senza patema ci approssimiamo al Bonardi. Vi arriviamo a pioggia quasi esaurita, potendoci così cambiare (altra cosa che non deve mai mancare, come qualcuna deve personalmente oggi sperimentare: il cambio completo da lasciare in auto) un poco più agevolmente.

Bevanda calda al bar del Bonardi e poi si ritorna a casa.

Arrivederci alla prossima, sperando d’essere ancor più numerosi: sarebbe bello tornare ai numeri delle prime uscite che ho organizzato, quando in alcune occasioni siamo stati in trenta e più. Purtroppo oggi contano i numeri e solo coi numeri possiamo guadagnarci la considerazione e il rispetto delle istituzioni (la gente in maggioranza è già su questa strada, anche se poi i padri padroni delle succitate istituzioni, preoccupati più dello scanno dorato che del bene del popolo, ascoltano solo i pochi che si lamentano) considerazone e rispetto che invero ci andrebbero dati per il solo fatto di perseguire una vita sana, ecologica e semplice.

Foto MM

Montagna: perchè accontentarsi dell’integrazione, passa all’inclusione!


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Prefazione

Inclusione è una parola che, da almeno un paio di decenni, si utilizza molto al fine di indicare una più evoluta e corretta visione della vita comunitaria e sociale delle persone con disabilità, una visione che si pone come alternativa all’integrazione la quale, a sua volta, si era evoluta a partire dai concetti di esclusione e separazione (o segregazione).

In anni più recenti, l’utilizzo si è naturalmente esteso all’ambito dei migranti e, con un ulteriore salto logico, è possibile trasporlo a tante altre realtà, ivi compresa quella della nostra vita quotidiana, quella della vita in natura e, con relazione al tema di questo blog, quella dell’andare in montagna, sia esso fatto camminando che correndo, sia esso espressione di un corto cammino che di quello lungo e molto lungo.

Cosa differenzia queste quattro visioni della vita comunitaria? Vediamolo in breve.

Esclusione

Il “diverso” (tra virgolette in quanto in realtà siamo…

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#VivAlpe: di nuovo attivi


Era da ottobre 2020 che, causa pandemia, non si riusciva più a effettuare un’uscita, così le aspettative si erano fatte grandi. Purtroppo una serie di contrattempi e leggeri infortuni viene a mescolare le carte e al punto di partenza ci ritroviamo solo in tre: io, Maria e Stefano, un nuovo ingresso nella comunità degli Amici di Mondo Nudo. Invero c’è anche una quarta persona, Angelo, che, anche se impossibilitato a partecipare, con nostro grande piacere è quassù salito per poterci rivedere e salutare.

La giornata non è così fredda come le ultime, ma comunque invita a coprirsi per bene, possiamo lasciare nello zaino solo guanti, berretto e giacca pesante. Nove e trenta, puntualissimi ci mettiamo in cammino raggiungendo e percorrendo la traccia del sentiero 3V che porta alla sommità della Maddalena. Molte le persone che, a piedi o in bicicletta, stanno affollando questo e altri tracciati del monte, un monte che era stato quasi dimenticato e che ora, complici i blocchi alla circolazione emessi per contrastare la pandemia, ha fatto riscoprire.

Tra le chiacchiere quasi senza accorgercene raggiungiamo i ruderi dell’ex rifugio Maddalena, qui termina il tratto di vera salita e inizia la strada sterrata che, passando poco sotto il crinale nord-est del monte, con andamento pressoché pianeggiante, costeggiando le varie stazioni radio civili e militari che costellano la zona, porta all’inizio della discesa. Rispetto al programma originale, avendo la domenica prima accertato che il previsto sentiero è ancora occluso dalle tante piante abbattute dal vento nella scorsa estate, devo allungare l’itinerario proseguendo ancora lungo il sentiero 3V fino alla Pozza dei Sarisì. Qui abbandoniamo il 3V e prendiamo il lungo diagonale della Via Bressana che, alternando brevi ripide salite a lunghi tratti di piano, porta alla Pozza Bresciana, poco prima della quale, approfittando di una zona riparata dall’aria e usando un tronco come panca, ci fermiamo per il frugale pasto.

Ancora in discesa fino alla Cascina Margherita e poi nuovamente in piano per rientrare al parcheggio dove abbiamo lasciato le auto, vi arriviamo dopo poco più di quattro ore dalla partenza.

Bella escursione, bella compagnia, bellissimo ricordo!

VivAlpe ovvero…


Un tempo il programma eventi di Mondo Nudo si chiamava “Orgogliosamente nudi”, poi, grazie anche alle diverse esperienze fatte e a quanto dalle stesse evidenziato, è nata “Zona di Contatto” (il luogo fisico e metafisico dove due visioni, due menti, due ambienti, due stili di vita diversi possono incontrarsi e comunicare tra loro, il confine evanescente che mette in congiunzione tra loro il mondo del nudo e quello del tessile) che, con la conseguente evoluzione concettuale e la relativa presa di coscienza, ha dato i natali a VivAlpe, termine con il quale da quel momento ho identificato il programma escursionistico di Mondo Nudo.

VivAlpe, però è molto più di un semplice programma escursionistico, VivAlpe è un invito a sperimentare un qualcosa che va ben oltre la tanto propagandata integrazione con la montagna: l’inclusione nell’Alpe, un modo di andare per monti che, eliminando ogni barriera mentale e fisica tra persona e ambiente, porta l’escursionista a essere parte stessa del monte, esattamente come lo è tutto quanto lo circonda, animali, vegetali o minerali: spogli.

Già, l’inclusione, checché se ne voglia, è sempre indissolubilmente legata allo spogliarsi: spogliarsi dai preconcetti, spogliarsi dai condizionamenti, spogliarsi dalle paure, spogliarsi dalle posizioni pretestuose, spogliarsi dall’imposizione o dall’imporre. Nel caso dell’Alpe l’inclusione è spogliarsi delle paure ataviche nei confronti di un ambiente oggi estraneo ai più, persino a molti di coloro che in montagna ci vivono e/o ci lavorano; è spogliarsi dei condizionamenti mentali conseguenti alle tante legende sulla montagna o alle abitudini sociali e specifiche; è anche spogliarsi fisicamente dei vestiti che, per quanto l’abitudine a portarli lo nascosta, inevitabilmente ci isolano dall’ambiente circostante e inibiscono l’esperienza sensoriale (unica eccezione le calzature: vista la lunghezza dei percorsi e loro connotazione, per motivi di sicurezza è comunque il più delle volte necessario indossare).

Nelle escursioni di VivAlpe, seppure facoltativa, è pertanto prevista la nudità, una nudità semplice, sincera, sana, ecologica, educativa e naturale, una nudità, purtroppo, ad oggi limitata all’interno di innaturali confini, confini che mi impongono un’accurata selezione dei percorsi. Imposizione senza senso agita da una violenta e irrispettosa minoranza che, con l’insulso supporto di diversi amministratori pubblici e di molte istituzioni, pretende di condizionare il comportamento di tutti gli altri.

VivAlpe è libertà di stare come si preferisce

VivAlpe, nel convivere con tale situazione, cerca nel contempo di operare ai fini della rinormalizzazione del nudo. Rinormalizzazione e non normalizzazione perché, nel lungo novero dell’esistenza dell’uomo, sono ben pochi gli anni di ostilità verso il nudo e, volenti o nolenti, la nudità è parte stessa della nostra natura. Ben lo dimostra l’atteggiamento dei neonati e dei bambini: finché non vengono in merito condizionati dai genitori e dalla società stare nudi è per loro assolutamente normale, lo preferiscono allo stare vestiti, e restano del tutto indifferenti alla presenza di persone nude, qualsiasi sia l’età e il sesso di tali persone.

VivAlpe, però, non è da intendersi come attività nudista e nemmeno naturista: sebbene l’escursionismo montano sia probabilmente una delle poche attività che possa per logica e semantica definirsi naturista, tale aggettivo, alla fine, lungi dall’apportare vantaggi, nella sua ambiguità etimologica e nella sua sostanza aspecifica contribuisce a una comunicazione inefficiente; ambedue gli appellativi, identificando un’identità distaccata e avulsa al mondo comune, rinforzano la convinzione di anormalità del corpo nudo, quindi inibiscono anziché stimolare la rinormalizzazione del nudo. VivAlpe non è escursioni naturiste, VivAlpe non è escursioni nudiste, VivAlpe non è nemmeno escursioni nude o in nudità, VivAlpe non è qualcosa in antitesi con l’escursionismo classico, VivAlpe non si pone in alternativa all’escursionismo come comunemente inteso: formalmente VivAlpe è libertà di stare come si preferisce, tecnicamente VivAlpe è escursionismo e stop, mentalmente VivAlpe è inclusione ambientale e nient’altro, complessivamente VivAlpe è VivAlpe e basta.

Guarda l’elenco degli eventi in programma

#TappaUnica3V analisi tecnica del giro completato


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Continua dalla parte 4 del racconto di viaggio.

Dopo il racconto a qualcuno penso possano interessare anche gli aspetti tecnici e inizio dall’analisi del cammino, poi vedremo l’equipaggiamento utilizzato, l’alimentazione, l’idratazione ed altri eventuali particolari.

Dati numerici

  • Lunghezza 131km
  • Dislivello positivo 9580m
  • Dislivello negativo 9595m
  • Quota minima (partenza) 167m
  • Quota massima (Monte Colombine) 2217m

Percorso seguito

Le indicazioni di versione fanno riferimento alla mia elaborazione del percorso che all’originale aggiunge alcune varianti: vedi pagina relazioni.

  • Versione alta da Brescia al Goletto Campo di Nasso (Pezzeda)
  • Raccordo originale dal Goletto Campo di Nasso al Passo Falcone
  • Versione bassa dal Passo Falcone al Giogo del Maniva
  • Versione alta dal Giogo del Maniva alla sella sotto il Monte Crestoso
  • Versione bassa dalla sella sotto il Monte Crestoso al Goletto di Baccinale
  • Versione alta dal Goletto di Baccinale alla Forcella di Sale (scendendo però dritto al rifugio Almici una volta uscito sulla cresta sommitale…

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#TappaUnica3V ci sono riuscito (4)


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Continua dalla parte 3

Beh, dai, proprio stramazzato al suolo no, diciamo che mi sono seduto con molta più immediatezza rispetto al solito, senza togliere lo zaino. Pochi secondi, pochissimi, dieci, venti, forse trenta e lo sguardo, pur conoscendolo benissimo, inizia a godere del panorama circostante: il cielo terso alle mie spalle, le nuvolette che mi stanno al di sopra, la tundra alpina tutt’attorno e la, davanti, oltre il filo del prato, l’azzurro intenso del Lago d’Iseo. Un paio di minuti in tutto e mi rialzo, immediatamente la recente fatica diviene solo un ricordo, anzi, al momento scompare del tutto, come se non ci fosse mai stata, comunque rinuncio alla vetta e, anche per conoscerla non avendola mai fatta, prendo la traccia nell’erba che porta direttamente al rifugio Almici.

Senza sosta scorro via sull’ampio piazzale del rifugio oggi eccezionalmente quasi vuoto, temo il ripido cemento che ora dovrò fare, mi…

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#TappaUnica3V ci sono riuscito (3)


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Continua dalla parte 2

Una bella tazza di thè fumante campeggia sul tavolino in attesa d’essere delicatamente assaporata, al suo fianco una golosissima e gigantesca fetta di crostata alla frutta fa da contraltare all’immagine del Dosso Alto che si alza da dietro l’ampio piazzale. Dolcemente mi lascio cullare dalla situazione, lentamente spezzetto il dolce favorendone lo scorrimento verso il mio stomaco con un goccio di bevanda calda, piacevolmente rilevo la mite temperatura e il cielo parzialmente coperto di bianche nuvole. Non un dubbio percorre la mia mente, non un dolore incide la mia psiche, non un fastidio disturba il mio pensiero, un pensiero ancora costantemente fermo sul momento, profondamente intento a vivere il presente senza pensare al passato e senza preoccuparsi del futuro. Un solo piccolo tarlo scuote per un attimo l’idilliaco scenario: un tizio che, in due distinti ma ravvicinati momenti, viene a fumare proprio alle mie spalle, “ma…

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#TappaUnica3V ci sono riuscito (2)


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Continua dalla parte 1

Non sto cronometrando niente, ne il cammino ne le fermate, mando solo qualche messaggio a casa sul quale, secondo la mia collaudata tecnica, metto l’orario d’invio per dare un riferimento preciso ma non faccio calcoli: rilevo l’ora, la scrivo e la dimentico. Così non so dire di preciso quanto sia stato fermo, indicativamente, considerando che, nel contempo, mi sono anche dovuto spogliare a metà per infilare i più caldi leggins da trail e che, per ripartire, ho dovuto prima fare alcuni esercizi di riattivazione, tra i quindici e i venti minuti. Non è un problema, in questo settimo tentativo quello che conta, quello che mi deve guidare sono solo ed esclusivamente le sensazioni.

La discesa lungo questo magnifico crinale è accompagnata dall’imponente nera figura del Monte Palo che chiude l’orizzonte alle mie spalle, a sinistra risplendono le mille luci di Marmentino e dei vari casolari sparsi…

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#TappaUnica3V ci sono riuscito


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

L’intersezione emozionale è di tale livello e ricchezza che mi risulta alquanto difficile estrapolare un filo conduttore preciso e distinto, per ora riesco solo a dire e scrivere: fattaaaaaaaaa!

Suvvia, proviamoci, proviamo a scrivere qualcosa, così di getto, quello che viene.

Nei primi quattordici giorni di questo mese mi sono casualmente trovato a fare centoventi chilometri di cammino, suddivisi in sette uscite, e le sensazioni erano positive, così, nonostante una costante sensazione di tensione nei polpacci, matura la decisione: appena ci sono due giorni di meteo adeguato ci riprovo.

Così è stato, un periodo di temporali ha spezzato la forte calura e le previsioni davano ancora due giorni di temperature gradevoli con con poche possibilità di pioggia, non potevo farmi scappare l’occasione, anche considerando che a partire dalla prossima settimana ripartono impegni di lavoro e visite mediche.

Nel giro di due ore è tutto deciso e avviso la moglie: “mercoledì…

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#TappaUnica3V l’epilogo


Sentiero 3V "Silvano Cinelli"

Sabato 4 giugno alle ore sette e quattro minuti sono partito per ritentare di percorrere in unica soluzione il sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Gli ultimi allenamenti mi facevano ben sperare, sia in merito alla preparazione fisica che per quella mentale, e avevo comunque previsto una tattica di riserva, il classico piano B, che avrebbe dovuto garantirmi la chiusura del giro: non pensare al tempo e se necessario fermarsi anche più del previsto, pur restando nel contesto di una tappa unica. Così la tabella di marcia, fatta comunque per assegnare ai tratti più critici un passaggio diurno, l’avevo lasciata a casa come riferimento per mia moglie, con me avevo solo le gambe e la testa che avrebbero dovuto lavorare in sincronia onde darmi il passo man mano migliore, consigliarmi quando e quanto sostare.

La particolare situazione post pandemica di quest’anno imponeva la più totale autonomia, ovvero la rinuncia anche alle poche…

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Perché camminando o correndo nudi si suda (e si soffre) di meno


Durante le mie escursioni e le mie corse in montagna ho più volte sperimentato che stando nudo sudavo molto meno, in due occasioni ho persino potuto raggiungere la meta solo grazie all’essermi messo a nudo: erano due uscite di allenamento fatte a bassa quota in giornata di fortissima insolazione, sentiero per nulla frequentato ma nella prima parte visibile dalla strada sottostante per cui dovevo tenere i calzoncini da corsa, arrivato allo stremo delle forze, ormai non più visibile dalla strada, li ho tolti restando completamente nudo e… nel giro di un paio di minuti mi sono sentito rigenerato. Preciso: i calzoncini erano di quelli leggerissimi, traspiranti e con mutandina integrata in maglina traforata, quasi non si sentono addosso eppure in questo discorso avevano fatto la loro distruttiva parte.

Perché camminare o correre nudi comporta una minora sudorazione e può addirittura ridare energia? Una spiegazione scientifica non sono stato in grado di trovarla, mettendo insieme vecchissime letture e studi ho però formulato una mia ipotesi.

Per non subire danni permanenti testicoli e ovaie devono mantenere una temperatura assolutamente costante, così i nostri genitali sono ricchi di sensori termici ai quali il nostro sistema di termoregolazione da molto affidamento. Inscatolando i genitali nei pantaloni alziamo la temperatura dei genitali e viene così indotta una sudorazione maggiore di quella effettivamente necessaria al resto del corpo; scoprendoli possono fruire di ogni più sottile soffio d’aria (cosa che percepiamo intensamente e immediatamente riprendendo energia) e la sudorazione risulta oltremodo contenuta o addirittura assente.

L’ipotesi è rafforzata dall’aver sperimentato che il vantaggio lo si sente anche se, per qualche ragione (ad esempio quando si porta uno zaino con schienalino non adatto alla pelle nuda), si tiene addosso una maglietta, mentre non si percepisce facendo il contrario: togliere la maglietta e tenere i pantaloncini.

Va bene, è solo un’ipotesi e potrebbe essere sbagliata, però… cosa conta di più: una spiegazione scientifica o la reiterata esperienza pratica?

L’esperienza diretta m’ha insegnato che stando nudo cammino e corro con meno sofferenza e allora perché non approfittarne?

Provateci e fatemi sapere!

Camminare in montagna – Orientamento e topografia


Prosegue da… Allenamento avanzato


Olà, riprendiamo questa serie di articoli che da troppo è rimasta ferma.

A questo punto del discorso sostanzialmente rimangono solo aspetti collaterali, questioni non propriamente inerenti il camminare in se stesso, ma comunque importanti ai fini di una sicura frequentazione dell’ambiente montano.

Il primo di questi aspetti è quello dell’orientamento e delle topografia.

L’ometto, il simbolo per eccellenza dell’orientamento in montagna

Qualcuno potrà chiedere a che può servire oggi questo discorso se con un telefono, un’app di navigazione e un file gpx possiamo avere un sistema elettronico che ci guida lungo il percorso scelto? Beh, se proprio non ci si arriva da soli:

  1. non tutti i luoghi di montagna sono coperti dal segnale telefonico e, salvo avere un telefono satellitare (che ad oggi pochi hanno),l’app non è in grado di visualizzare la carta topografica (solo alcune app permettono lo scaricamento delle carte) rendendo di fatto poco comprensibile quanto ci viene visualizzato (il bollino della nostra posizione e l’eventuale traccia da seguire) o, in assenza del detto file gpx (quindi della traccia da seguire), addirittura inutile;
  2. ci sono situazioni, ad esempio quando ci si trova in un bosco, in cui il telefono non può comunicare con i satelliti GPS e, quindi, l’app di navigazione non può rilevare la posizione quindi il nostro bel sistema di navigazione diviene di fatto del tutto inutile;
  3. non è che sia poi molto comodo camminare ore e ore con il telefono in mano e gli occhi focalizzati sul suo piccolo schermo;
  4. la volete mettere la soddisfazione di trovare in autonomia il percorso, di sentire girare i meccanismi del cervello, di scoprire che l’orientamento è esercizio assai utile e divertente?
  5. Ecco, appurato che saper leggere una carta e sapersi orientare resta pur sempre un’importatissimo, per non dire fondamentale, requisito per ogni escursionista, andiamo allora a parlarne, anzi scriverne.

Premessa

Dobbiamo distinguere due modalità di orientamento: naturale e strumentale.

L’orientamento naturale è la capacità di mantenere costantemente viva in noi la sensazione di posizione e di direzione. Se è ben vero che alcuni ne sono particolarmente dotati di natura, è altrettanto vero che tutti hanno una più o meno evidente sensibilità innata e che questa può essere potenziata mediante esercizi e sperimentazioni.

L’orientamento strumentale e l’insieme di strumenti e tecniche che ci permette di determinare posizione e direzione anche in assenza di orientamento naturale. Questa modalità di orientamento va imparata attraverso lo studio e l’esercizio: può darsi che non serva mai, ma qualora dovesse servire sarà importante saperla fare velocemente e senza errori.

Orientamento naturale (orientamento)

Più naturale di così, eh eh eh

“Perso” è termine che andrebbe utilizzato solo per indicare il trovarsi nella condizione di totale impossibilità a comprendere la propria posizione rispetto a quella che avrebbe dovuto essere e, pertanto, di recuperare la giusta direzione del camino. Appare evidente che, sebbene vi si faccia spesso ricorso, invero ben raramente ci si è veramente persi, il più delle volte ci si sta semplicemente abbandonando allo sconforto o si sta rinunciando ad utilizzare le proprie pur sempre innate capacità di orientamento, quantomeno la semplice capacità d’osservazione e di relativa logica deduttiva.

Ovviamente ci sono condizioni dove mantenere l’orientamento è più semplice (campo aperto con unico evidente sentiero) e altre dove è particolarmente complesso (fitto bosco privo di tracce di passaggio), in mezzo un popolatissimo insieme di situazioni e variabili.

Altrettanto ovvio è che possiamo parlare di piena capacità d’orientamento solo quando siamo in grado di dominare tutte queste condizioni e queste variabili, ma non spaventatevi: non è poi così difficile arrivarci, basta solo procedere con adeguata prudenza (selezione di percorsi opportuni) e buon impegno.

Quali accorgimenti dobbiamo usare per mantenere l’orientamento?

La premessa importante e fondamentale è che dobbiamo sempre essere in grado di ripercorre con la massima fedeltà la strada percorsa. Da qui ne escono i suggerimenti che vado a illustrare, i quali, ovviamente, fanno riferimento ad uscite su percorsi a noi sconosciuti, attenzione comunque anche su quelli conosciuti, se ci capita poi di doverli fare con la nebbia o il buio potremmo comunque avere serie difficoltà di orientamento.

Primo: essere presenti.

Quando camminiamo è sicuramente bello immergersi in chiacchiere con i compagni o, se siamo soli, nei propri pensieri, ma questa è anche la prima causa di disorientamento: non stando attenti a dove andiamo possiamo sbagliare percorso e, ancor più importante, non percepiamo tutti quei dettagli che ci consentono di mantenere costante la percezione di posizione e di direzione. Chiacchierare e pensare va bene ma non dimentichiamoci di osservare costantemente il percorso e l’ambiente che ci circonda.

Secondo: osservazione mirata

Se ci limitiamo ad osservare è molto probabile che le immagini scorrino senza fissare nella nostra memoria i dettagli importanti, quelli che poi potremo usare per orientarci. Allora? Allora l’osservazione, oltre che generalizzata (per godere del panorama), dev’essere anche mirata ovvero indirizzata verso quegli elementi che siano facilmente significativi, elementi che devono essere in parte vicini (per ritrovare quasi passo passo l’esatto percorso fatto) e in parte lontani (per potersi indirizzare nella giusta direzione di massima).

Terzo: fissare elementi stabili

Malga-bivacco nella Conca del Listino: buon riferimento di marcia

Gli elementi che dobbiamo osservare devono avere una specifica caratteristica: non cambiare con il passare delle ore, quantomeno nell’ambito della durata della nostra escursione. Ad esempio sono elementi utilissimi i tralicci delle linee elettriche (ben visibili anche da lontano), gli sfiatatoi dei gasdotti (essendo solitamente molto vicini tra di loro, nella nebbia ci possono guidare quasi passo passo), piante e massi dalla forma particolare, grosse radici poste di traverso al sentiero, isole prative che interrompono il bosco, la forma degli eventuali guadi, nelle uscite brevi anche una particolare macchia di fiori può tornare utile, particolari guglie sulle creste che ci sovrastano, la silhouette delle creste sotto le quali stiamo passando, la conformazione delle cime (dossi prativi piuttosto che picchi rocciosi), lo stato vegetativo (pascoli, torbiere, boscaglie, cespuglieti, eccetera).

Quarto: guardare all’indietro

Può sembrare stupido ma, anche se non abbiamo intenzione di ritornare per lo stesso percorso, man mano che procediamo dobbiamo ogni tanto voltarci indietro e osservare il tracciato. Questo va assolutamente fatto ai bivi: passandoli in modo disinteressato quando ci arriveremo dalla direzione opposta potremmo non essere in grado di rammentare quale direzione prendere o addirittura prendere quella sbagliata (“siamo arrivati da destra quindi andiamo a destra” … bingo!). Ogni volta che incontrate un bivio andate avanti una decina di metri, fermatevi, giratevi e osservatelo per bene, tanto per cominciare capirete che se siete arrivati da destra al ritorno dovete andare a sinistra, poi avrete modo di memorizzare la forma del bivio (dovrete pur capire che siete a quel bivio e non ad altro bivio) e fissare in mente almeno un segnale che indichi la giusta direzione (tornerà utile qualora non siate poi in grado di identificare con certezza il punto). Memorizzate sempre e solo quanto riguarda la direzione giusta, alternare le direzioni o focalizzarle ambedue vi creerà solo confusione: troppe informazioni uguale zero informazioni.

Superare il disorientamento

Come mi devo comportare se ad un certo punto ho delle grosse difficoltà d’orientamento? Come mi devo comportare se non mi ci ritrovo? Bene, la cosa fondamentale e quella di non perdere la calma: solo se vi mantenete lucidi e freddi potete risolvere la situazione, perché vi garantisco che è sempre possibile risolverla. Non posso qui esemplificare tutte le possibili situazioni e relativi correttivi, faccio solo qualche esempio.

Definizione dell’obiettivo

Questione assai importante che ci permetterà di risolvere brillantemente anche situazioni particolarmente complesse: devo raggiungere (o tornare a) un punto preciso (rifugio in quota, malga, bivacco) o, premesso che è pur sempre una validissima soluzione, mi può bastare raggiungere una strada o un paese?

Osservazione critica.

Terre Fredde: terreno aperto che in caso di nebbia può diventare alquanto insidioso

Fatevi delle domande e osservate l’ambiente che vi circonda…

Arrivavo da valle o da monte? Definito questo al peggio basterà camminare nella direzione rilevata: verso valle o verso monte.

Ero alto o basso rispetto al fondo valle? Come sopra, mi basterà mantenere la stessa altezza rispetto al fondo valle.

Sono sempre stato nella stessa valle? Se si è evidente che non devo puntare alle creste e scavallare nelle valli laterali, se no comprendo che devo confrontare fra loro il ritorno sulla strada fatta (che essendo tortuoso e magari lungo potrebbe non essere facile) e il seguire la valle in cui mi trovo (che, magari, vedo portare a delle malghe, a una strada o a un paese).

Nell’ultimo tratto ho attraversato dei torrenti? Se si e sono in grado di individuarli punto verso di loro, se si e non ne vedo potrei essere completamente fuori zona, stessa cosa se non ne avevo passati e ora li vedo.

Nel dubbio puntare in alto.

Se proprio proprio non riesco a capire dove andare: scendere è facile, risalire è faticoso, quindi è sempre meglio tenersi alti. Dall’alto è più facile scorgere i dettagli che possono riorientarci, ovviamente attenzione a quanta strada percorriamo: cento metri, duecento, massimo cinquecento e se ancora non abbiamo capito è bene fermarsi e osservare l’ambiente.

Se siamo in un bosco e sopra di noi vediamo un crinale aperto (o una vasta zona di luce che possa far pensare ad un prato o a un crinale) potrebbe essere un buon punto di osservazione quindi cerchiamo di raggiungerlo, ovviamente facendo molta attenzione alla strada che facciamo: dobbiamo essere in grado di ripercorrerla fedelmente in senso opposto e in un bosco privo di tracce la cosa potrebbe risultare ardua.

Come allenarsi all’orientamento naturale

Può sembrare strano questo discorso, nessuno lo fa, tutti danno per scontato che l’orientamento o uno ce l’ha o non ce l’ha. Sbagliato, l’orientamento, come ho già detto, è per tutti innato, alcuni ne hanno perso la percezione e si è indebolito, ma mai sarà scomparso, dobbiamo solo recuperarlo. Come fare?

Come prima cosa esercitiamoci in casa ad osservare le cose e recuperare le informazioni utili: stabiliamo un percorso tra le stanze, eseguiamolo a passo lento osservando gli oggetti che man mano incontriamo. Fatto un solo giro fermiamoci, prendiamo carta e penna (che avremo preventivamente predisposto), pensando al giro fatto scriviamo con singole parole (brainstorming) tutto quello che ci viene in mente: non scriviamo “scrivania alta di colore nero composta da quattro pianali e tre armadietti, ma bensì ”scrivania” “nero” “pianali” “quattro” “armadietti” “tre” oppure “scrivania → nera → pianali-→ quattro / armadietti → tre.

Il secondo passo è quello di ripetere l’esercizio di cui sopra in ambienti diversificati e man mano più complessi: il giardino di casa; un parco pubblico; una strada; il quartiere; un percorso urbano; un percorso in campagna; una lunga spiaggia; un viaggio in automobile.

Stimolando il nostro spirito di osservazione e imparando, tramite il braistorming, a recuperare le informazioni dalla mente (per la precisione, a lasciarle riemergere spontaneamente), ci accorgeremo che il senso di orientamento tornerà man mano ad esserci più percettibile.

Quando ci sentiamo pronti possiamo passare alla pratica in montagna (magari facendoci assistere da qualcuno che conosca la zona e possa riportarci sulla strada corretta).

Inizialmente scegliamo un percorso su terreno aperto (per avere sempre visione del punto di partenza e del percorso fatto). Poi su terreno aperto ma uscendo dal sentiero per addentraci nei pascoli o nella tundra alpina; gironzoliamo liberamente, alcune volte cerchiamo di ritornare esattamente sui nostri passi (per esercitarci a ritrovare i segni distintivi del percorso memorizzati nell’andata), altre volte rientriamo al punto di partenza per percorso alternativo (per abituarci a ritrovare le indicazioni della direzione di massima. Infine all’interno di un bosco progressivamente più fitto e intricato.

Orientamento strumentale (e topografia)

Traccia GPX del sentiero 3V “Silvano Cinelli”

Come ho già detto oltre all’orientamento naturale, o in aggiunto a questo, possiamo ricorrere a quello strumentale, ovvero all’utilizzo di una carta topografica e della bussola o a quello del telefono con app cartografica. In ambedue i casi dobbiamo saper leggere la carta, nel secondo non ci serve saper usare la bussola ma sarà comunque importante saper distinguere le direzioni topografiche (nord, sud, est e ovest). Questa conoscenza torna utile anche per preparare a tavolino l’uscita, cosa assai importante ai fini della sicurezza e del divertimento, quindi sempre da farsi ogni volta che si programma di andar e fare un itinerario sconosciuto o poco conosciuto.

Una carta topografica è un rappresentazione piana e simbolica del terreno, può avere diverse scale di rappresentazione quindi, a parità di dimensione, descrivere un territorio più o meno vasto (meno territorio descrive più dettagli ci possono essere, anche se oggi con le carte digitalizzate abbiamo in teoria a disposizione carte che ricoprono territori vastissimi e, comunque, estremamente dettagliate), su di essa saranno riportate varie informazioni facendo ricorso ad una simbologia praticamente standardizzata.

Non mi è qui possibile andare ad esaminare tutta la specifica simbologia, d’altronde questo non è un corso di topografia e orientamento (per quello ci sono le Guide Alpine e gli Accompagnatori di Media Montagna) ma solo una sintesi per chiarirne l’importanza e dare alcuni importanti suggerimenti di base.

Curve di livello

Purtroppo non tutte le carte digitalizzate le riportano (ad esempio non ci sono sulla miglior carta digitalizzata in assoluto tra le tante che ho provato: OSM ovvero OpenStreetMap), ma è semplice predisporre la propria app (io uso e mi trovo straordinariamente bene con QMapShack che si installa sul computer, mentre come piattaforma on-line suggerisco GPSies; quanto prima possibile farò una recensione di questi strumenti) affinché ne abbia a disposizione due o tre di cui almeno una con le curve di livello. Queste curve, che sono delle sottili linee ondulate che uniscono fra di loro tutti i punti posti alla stessa quota, vi possono dare immediata percezione delle pendenze e permettervi di distinguere tra valli e crinali, tra valichi e cime.

Come?

Dove si vede l’intero percorso di una curva, ovvero la si vede chiudersi su se stessa, ecco che al suo interno è presente la vetta (in genere segnalata con un triangolino nero o con un punto più o meno grosso ed evidente, ma se si tratta di un rilievo poco rilevante potrebbe non esserci nessuna particolare indicazione). Se la zona definita dalla curva chiusa su se stessa è estesa siamo in presenza di ud largo dosso, se la zona è limitata e magari anche indicata con un fitto tratteggio (parete o, comunque, pendii particolarmente ripidi, pressoché verticali) allora è un’aguzza vetta.

Partendo da questo anello interno le curve si spostano man mano verso l’esterno e le parti convesse ( puntano in allontanamento dalla sommità) identificano i crinali, le parti concave (puntano verso la sommità) identificano le valli e le vallette. La distanza tra le curve di livello visualizza la pendenza: curve molto distanti indicano una lieve pendenza, curve vincine identificano una pendenza maggiore.

Tracciato del sentiero del Carso Bresciano

L’accurato studio delle curve di livello e, nelle app di tracciatura dei percorsi, del profilo altimetrico, torna molto utile per capire l’atteggiamento da tenere percorrendo un dato percorso, ad esempio:

  • unica salita uguale possibilità di tirare a tutta;
  • unica salita seguita da un unica discesa, devo tenermi delle riserve per la discesa;
  • dopo la discesa ho una risalita magari anche importante, devo starci attento che riprendere a salire dopo una discesa, magari ripida e lunga, mette le gambe a dura prova;
  • un’alternanza di salite e discese, è da studiare con attenzione perché potrebbe darmi possibilità di recuperi (salite e discese di limitato dislivello e lunghezza), ma potrebbe anche essere molto tosta (salite e discese importanti e su terreno poco agevole).

Molto utile (non sempre, anzi poche volte, ne avremo precisa percezione durante il cammino sul terreno) individuare i tratti pianeggianti, sono loro a permettere il miglior recupero, arrivarci al limite ma non ancora scoppiati può evitare o contenere le fermate di respiro: determinatene, è sufficiente un calcolo approssimativo, la distanza e il dislivello che li separano, saprete quale ritmo tenere (la regola sarebbe quella di tenere un ritmo costante per tutto il percorso, quindi questo va impostato in ragione del tratto più impegnativo).

Tracciati

Quasi tutte le carte topografiche, siano esse stampate che digitalizzate, riportano con linee tratteggiate sentieri e mulattiere (si distinguono per una diversa lunghezza dei tratti: brevi per i sentieri, più lunghi per le mulattiere), molte riportano con linee punteggiate anche le tracce di passaggio. Le carte turistiche riportano, con larghe linee continue solitamente rosse, i percorsi segnalati; lo stesso avviene per alcune carte digitalizzate, dove è in genere possibile attivarne o disattivarne la visualizzazione.

Per esperienza personale vi raccomando di non fare totale affidamento su tali indicazioni, usiamole a tavolino per programmare le uscite e calcolarne lunghezza e dislivello (molto facile, anche se non precisissimo specie per i dislivelli, con le app, più complesso con le carte stampate), usiamole sul terreno per avere un’idea di dove sono e di dove siamo, ma stiamo attenti che talvolta indicano percorsi ormai inesistenti o, almeno in estate, resi impercorribili dalla folta vegetazione; quando i tracciati sono brevi e, magari prossimi ad abitazioni, sappiate che potrebbero essere interni alla proprietà privata e quindi non più percorribili.


Continua in… La sicurezza


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Dopo la notte il giorno


Passato il freddo crepuscolare,
l’alba ci conduce al sole pieno e al suo piacevole calore

#montagna #VivAlpe #consapevolezza #natura
#nudiènormale #nudièmeglio

Crepuscolando


E dopo aver camminato tutta la notte ecco il momento più magico: il crepuscolo!

#montagna #escursionismo #consapevolezza #VivAlpe

Escursionismo notturno


Camminare tutta la notte nella montagna è esperienza inestimabile, ancor più se sei solo e nudo!

#consapevolezza #nudiènormale #nudièmeglio

Escursionista non accontentarti


Non accontentarti del camminare, concediti l’inclusione!
#natura #ecologia #rispetto
#nudiènormale #nudièmeglio

#VivAlpe 2020: escursioni inclusive


Come ormai avviene da diversi anni, anche per il 2020 ho predisposto un calendario di escursioni appositamente studiate e programmate per poter essere condivise con gli amici del blog.

Come ben sa che mi segue da un minimo di tempo, trattasi di escursioni finalizzate all’inclusione nell’ambiente montano. Si, inclusione, inclusione perchè quello che faccio per mio conto e quello che propongo attraverso VivAlpe va ben oltre il camminare in montagna, va oltre anche la tanto ricercata integrazione con la montagna. Il mio modo di andare per monti, infatti, elimina ogni barriera mentale e fisica tra persona e ambiente, e porta l’escursionista a essere parte stessa del monte, esattamente come lo sono tutti gli altri esseri viventi o non viventi che lo circondano: animali, vegetali e minerali.

L’inclusione è indissolubilmente legata allo spogliarsi: spogliarsi delle paure ataviche nei confronti di un ambiente oggi estraneo ai più, persino a molti di coloro che in montagna ci vivono e/o ci lavorano; spogliarsi dei condizionamenti mentali conseguenti alle tante legende sulla montagna, all’artificiosa imposizione del vestiario, al costruito innaturale concetto di anormalità del corpo nudo; spogliarsi, infine, fisicamente dei vestiti, tutti i vestiti, unica eccezione le calzature che, vista la lunghezza dei percorsi e loro connotazione, per motivi di sicurezza è comunque il più delle volte necessario indossare.

Ecco che nelle escursioni di VivAlpe, per quanto facoltativa, è prevista la nudità, una nudità semplice, sincera, sana, ecologica, educativa e naturale, una nudità, come detto, necessaria all’inclusione montana, una nudità, purtroppo, ad oggi limitata all’interno di innaturali confini.

Confini che mi impongono un’accurata selezione dei percorsi, escludendo tutti quegli itinerari classici dove è quasi certo incontrare molte persone, cercando di limitare al massimo le zone antropizzate, i passaggi nelle immediate vicinanze di rifugi e altre strutture abitative di montagna, la percorrenza di strade e stradine aperte al traffico.

Nel caso dei percorsi super frequentati è un’esclusione che poco disturba, anzi, è addirittura funzionale all’inclusione. Certo dispiace dover escludere alcuni interessanti itinerari solo perché intersecano necessariamente sentieri battuti, solo perché hanno uno o più tratti su strade o stradine, solo perché accostano qualche rifugio. Dispiace che alla fine venga a crearsi un ventaglio di possibilità più limitato rispetto a quello disponibile all’escursionismo vestito. Certo è possibile, e lo facciamo, coprirsi nel passaggio dalle zone o dai tratti “a rischio”, ma è comunque un gesto fastidioso, un’azione che inibisce l’inclusione, un’imposizione senza senso agita da poche persone che pretendono di condizionare il comportamento di tutti gli altri, un’imposizione sentimentalmente avulsa alla stragrande maggioranza delle persone, un’imposizione ad oggi ancora più o meno volontariamente e direttamente supportata dalle istituzioni locali e nazionali.

VivAlpe, nel convivere con tale situazione, cerca nel contempo di operare ai fini della rinormalizzaizone del nudo. Si, rinormalizzazione, perché tutto sommato, nel lungo novero dell’esistenza dell’uomo, sono ben pochi gli anni di ostilità vero il nudo e, volenti o nolenti, la nudità è parte stessa della nostra natura, come ben dimostra l’atteggiamento dei neonati e dei bambini nei loro primi anni di vita: stare nudi è per loro assolutamente normale e sono del tutto indifferenti al nudo, sia quello di altri loro coetanei che quello di adulti, siano essi dello stesso che di altro sesso.

Sono e siamo convinti che l’esempio pratico possa fare più di qualsiasi altra forma di convincimento, in particolare molto più dell’impervio tentativo di far approvare leggi regionali o nazionali, talvolta andato a buon fine ma sempre reso inutile o addirittura pericoloso dalla loro specifica formulazione. A conti fatti la legge ad oggi esistente non aiuta ma nemmeno ostacola la nudità pubblica, esiste solo una convenzione giuridica che, stranamente, fatica ad essere completamente superata, qualche passo c’è stato, ma, per come funzionano le cose in Italia, pur sempre troppo poco.

Ma non voglio cadere nel comune errore del lamento, torniamo al novero dell’articolo: VivAlpe.

Seppure sia probabilmente la forma più pura di naturismo, anzi forse l’unica attività che possa per logica e semantica definirsi naturista, preferisco evitare l’utilizzo di tale aggettivo che, alla fine, lungi dall’apportare vantaggi, nella sua ambiguità etimologica, nella sua sostanza aspecifica, contribuisce a una comunicazione inefficiente.

Evito anche l’appellativo di nudista, usato a lungo mi sono poi reso conto che il solo fatto di utilizzarlo in modo sistematico definisce un’identità differente, distaccata, avulsa al mondo comune, quindi contribuisce a rinforzare la convinzione di anormalità del corpo nudo, inibisce anziché stimolare la rinormalizzazione del nudo.

Parlo e invito a parlare solo di nudo e di nudità, facendolo solo quando proprio necessario e non per aggettivare le nostre attività che, nel caso di VivAlpe, sono solo ed esclusivamente escursioni, escursioni come quelle di tutti gli altri, caso mai hanno in più il carattere dell’inclusività e così…

VivAlpe non è escursioni naturiste, VivAlpe non è escursioni nudiste, VivAlpe non è nemmeno escursioni nude o in nudità, VivAlpe non è qualcosa in antitesi con l’escursionismo classico, VivAlpe non si pone in alternativa ad altro, VivAlpe è VivAlpe e basta, caso mai VivAlpe è solo ed esclusivamente inclusione ambientale.

Clicca sulla locandina sotto per accedere alla pagina eventi.

#VivAlpe 2019, un Pizza per dieci


No, nel titolo non c’è un errore, è riferito all’ultima uscita del programma VivAlpe 2019 che, per l’appunto, ci ha portati sul Monte Pizza, il primo dei vari rilievi della lunga cresta che da Bagolino si alza, prima quasi verticalmente poi più dolcemente, a raggiungere la sommità del Dosso Alto.

Breve ma interessante anello, costantemente nel bosco, con una discreta varietà di fondi e di pendenze, ivi compreso un tratto sommitale assistito, più per aiutare in caso di fango che per proteggere, da cordine.

La salita è stata fatta per il versante meridionale dove il bosco e l’incunearsi in una stratta valletta davano protezione dal freddo vento che, in quella giornata, soffiava quasi ininterrottamente. Qualcuno, meno freddoloso, ne ha approfittato per mettersi a nudo: sono le ultime occasioni per poterlo fare all’aperto e si cerca di sfruttarle al massimo.

All’apice ci attende nuovamente il vento, freddo e forte, per cui rimandiamo la sosta pranzo, diamo solo un fugace sguardo al panorama e lestamente ci portiamo al sentiero di rientro.

Dalla vetta vista a picco su Bagolino (foto archivio E. Cinelli)
Sempre dalla vetta, sguardo sul Giogo del Maniva (foto archivio E. Cinelli)

Numerosi stretti tornanti addolciscono di poco la discesa nel ripidissimo canalino del versante settentrionale, pietre smosse e rocce salde contribuiscono a rendere più tecnico e, specie per me e Luise, divertente l’incedere. Qualcuno scende velocemente, altri molto più guardinghi, ma alla fine tutti perveniamo ad una larga piazzola pianeggiante dove il sentiero abbandona il canale per spostarsi in diagonale verso ovest. Qui ci si ferma per pranzare.

Poco a poco il calore accumulato con il cammino lascia spazio al freddo e questo ci distoglie dalle chiacchiere post prandiali invitandoci a riprendere il cammino.

Si scende in un bel bosco misto, il cui fondo a tratti è tappezzato di funghi, tra questi spiccano alcune macchie di chiodini e una bella famiglia dell’allucinogena Amanita Mauscaria: rossa chiazzata di bianco, il classico fungo degli gnomi presente in tante fiabe per bambini.

Attraversata una zona di prati, dove fanno sfoggio di bellezza e colori alcune cascine addobbate di fiori, l’ultima pineta ci riporta a valle nei pressi del parcheggio che lestamente raggiungiamo.

Con il solito panino e birra si conclude l’ultima uscita di VivAlpe 2019 e con essa termina anche il programma escursionistico di Mondo Nudo, anzi avrebbe dovuto terminare perché, dando seguito al coro di richieste per un incontro con cui farci gli auguri di fine anno, mi sono decido a rendere operativa un’idea che già mi balenava per la mente: organizzare un’escursione poco prima di Natale.

#VivAlpe 2019, gustando antichi sapori


Castel Bertino, seconda vetta del Monte Guglielmo (archivio Emanuele CinellI)

Il Monte Guglielmo è di sicuro una delle montagne più frequentate delle Prealpi Bresciane, quasi tutti a Brescia la conoscono, anche perché dalla città è ben visibile, se ne individua persino la chiesetta monumento eretta sulla cime dal Castel Bertino. Ne consegue che i sentieri che lo risalgono sono alquanto battuti, non tutti però e così anche qui è possibile compiere delle escursioni in piena solitudine, gustandosi il piacere di camminare immersi in una natura rigogliosa e invadente, di ascoltare l’insolito rumore del silenzio, di odorare il dolce profumo dei ciclamini che popolano il bosco, d’imprimere nella mente i mille colori che inondano i pascoli, di potersi liberare dai vincoli che impongono la copertura del corpo, di sentire il sole e l’aria che liberamente inondano la pelle. La Valle della Lana è uno di questi percorsi ed è stata la traccia di questa nostra escursione.

Sabato sette settembre, di prima mattina in quattro ci ritroviamo al piccolo parcheggio di Inzino Gorga, la presenza dei mezzi di trasporto d’una fiera, che non sapevamo esserci, ci complica un poco il posizionamento delle nostre vetture. In ogni caso in perfetto orario ci mettiamo in cammino.

Superato velocemente il gelido tratto di strada asfaltata, eccoci all’inizio del sentiero, un poco di sole ci riscalda ma quasi subito si rientra nell’ombra degli alberi dove la presenza del torrente contribuisce a rallentare il riscaldamento dell’aria. Proseguiamo ammirando le varie cascatelle e le diverse pozze, poi il sentiero, con breve ma ripida balza scalinata, si alza sopra una profonda forra rocciosa, Con questo primo sforzo le nostre membra raggiungono la temperatura del confort e l’abbigliamento, ormai inutile, finisce stipato negli zaini.

Una delle cascatelle della Val d’Inzino (archivio Emanuele CinellI)

Eccoci al bivio per la Val della Lana: dal calmo cammino pressoché pianeggiante ci si trova improvvisamente catapultati in una ripida salita. Con la complicità del passo impostato da Stefan, qualcuno inizia a lamentare l’indurimento muscolare alle gambe, allora, con uno slancio corsaiolo, recupero la testa della fila e imposto un passo più tranquillo. Alcuni tratti pianeggianti, seppur brevi, consentono di recuperare fiato ed energia e riusciamo a proseguire senza l’esigenza di rilevanti soste.

Passando attraverso l’immancabile macchia di pungenti ortiche, oltrepassiamo i ruderi di Malga Lana e procediamo nel bel bosco costellato di varie specie di funghi. Con piacere ne indico il nome volgare e scientifico ai miei compagni, aggiungendovi annotazioni in merito alla qualità gastronomica, all’interesse alimentare e alla tossicità. La salita si è fatta meno ripida permettendoci di procedere abbastanza speditamente e, nonostante le diverse piante cadute che come forche caudine c’impongono una faticosa ginnastica, quasi senza accorgercene siamo alla strada che collega la Croce di Marone alla vicina malga Colonno Vecchio. Dieci minuti di sosta sono dovuti, vuoi per l’accogliente invito formulato dalla verdissima radura prativa contornata da rovi che ancora mettono a disposizione alcuni dei loro saporiti frutti, vuoi per rilassare le gambe prima d’immettersi sulla successiva salita che so essere nuovamente impegnativa.

Da Colonno Vecchio verso la Corna Tiragna (archivio Emanuele CinellI)

Ci alziamo all’interno di una splendida faggeta, la traccia, sempre ben visibile, sale quasi costantemente sulla linea della massima pendenza e così si guadagna velocemente quota: in poche decine di minuti, accolti dall’abbaiare di una decina di cani, siamo a Cascina Costarica, inaspettatamente ancora abitata dal pastore. Salutiamo cani e persone e riprendiamo il cammino immettendoci sul ripidissimo pascolo che si alza sotto le pareti rocciose della Corna Tirana. Seguendo le varie tracce di pascolo, con innumerevoli zig-zag guadagniamo quota raggiungendo il lungo diagonale che, senza particolari difficoltà tecniche, permette di raggiungere il crinale sovrastante le dette pareti rocciose. La stagione ha ormai spento la fioritura che in questo tratto e spesso notevole e straordinaria, ma possiamo comunque ammaliarci di un paesaggio altrettanto splendido, in particolare i miei compagni rimangono estasiati d’innanzi alla sorpresa che presenta l’arrivo sul crinale: l’improvvisa apparizione della grande distesa azzurra del lago d’Iseo che si distende ai piedi del verde cupo dei boschi, sopra i quali il verde dei pascoli si fa più chiaro a creare un fantastico quadro a mille tinte e mille contrasti.

Cascina Costarica e la salita che segue (archivio Emanuele CinellI)

Un forte vento freddo percorre il crinale, le basse nuvole scorrono velocemente coprendo e scoprendo qual che resta del nostro cammino verso la vetta. Tra giochi di luce aggiriamo i verdi rilievi sommitali, dopo una curva appare il monumento del Redentore, ancora pochi minuti e lo raggiungiamo. Le nuvole vogliono graziarci e, contrariamente a quanto spesso qui avviene a cavallo del mezzogiorni, si alzano a liberare completamente il panorama. Entriamo nel locale sotto la chiesetta per poterci rifocillare al riapro dal vento e dalla pioggia che, debole ma insistente, ha iniziato a scendere.

Panorama dalla vetta di Castel Bertino (archivio Emanuele CinellI)

Soddisfatte le esigenze dello stomaco e indossati gli indumenti da pioggia ci rimettiamo in cammino. Vorrei portarmi via quanto qualche maleducato ha lasciato sul tavolino presente nel detto locale: una bottiglia di plastica; un piatto, bicchiere e alcune posate sempre di plastica; vari resti di cibo. Purtroppo non ho con me e non è reperibile un sacchetto ove mettere tali rifiuti, per altro indosso la zaino da corsa, troppo piccolo per ospitarli. Sapendo che in zona sono presenti gli alpini per organizzare la grande manifestazione che qui ci sarà il giorno seguente, me ne vado un po’ meno dispiaciuto dal non poter effettuare le dovuta pulizia del locale (ci penseranno di certo loro), ma pur sempre amareggiato per il comportamento di certe persone.

Poco sotto la vetta la pioggia, come immaginavo, finisce e lascia man mano spazio al sole e al suo calore. Mantelle e giacche da pioggia ritornano negli zaini, purtroppo non accompagnate dai pantaloncini che, nonostante la temperatura rifattasi decisamente confortevole, per ora dobbiamo mantenere indossati data l’alta frequentazione del tratto che stiamo percorrendo. Un’oretta dopo, però, eccoci alla Croce di Marone e pochi minuti dopo infiliamo la Valle d’Inzino. Qui il percorso si fa nuovamente solitario e possiamo ridare libertà all’intera pelle, che immediatamente ci ringrazia.

La discesa per qualcuno s’è fatta critica: le gambe dure e dolenti gli provocano fitte ad ogni passo, specie quando si presentano, e si presentano spesso, saltini rocciosi o radichiosi da discendere. Con passo conseguentemente rallentato, discendiamo la valle, oltrepassiamo il tratto servito dalla cordina metallica, ammiriamo la cascata limitrofa a tale passaggio, apprezziamo il ritorno del rigoglioso e gaudente torrente, sorseggiamo l’acqua di una sorgente, liberiamo il sentiero da alcuni rami caduti, incrociamo due pescatori ed eccoci all’inizio della serie di guadi che preannunciano l’avvicinarsi alla fine del percorso, che raggiungiamo in una mezz’ora di cammino.

Videoclip dell’escursione (prodotto da Daniele)

#VivAlpe 2019 due nuovi amici e una spettacolare escursione


A causa di sconcertanti e sconfortanti avvenimenti (vedi “Lezioni di moralità”, “Gentilezza letale” e “Dagli all’untore”) avevo dovuto rimuovere dal programma la prevista uscita in quella splendida e solitaria valle di Braone che tanto mi e ci aveva colpito già al nostro primo incontro e nella quale, di conseguenza, siamo ritornati ogni anno per quattro anni con brevi escursioni e anche lunghi soggiorni. L’alternativa individuata, grazie anche a una precedente visita interrotta a metà per via della copertura nevosa che ancora ne copriva la parte più alta, è stata una valle che, per quota e collocazione territoriale, della val Braone ricalca in parte le caratteristiche: la val Retorti.

Più corta e priva di strutture ricettive, come la prima anche questa è una valle secondaria che, staccandosi da un solco più ampio, solitaria risale a monte incuneandosi tra alti dirupi in parte boschivi e in parte rocciosi, per terminare in una interessante, seppur poco rilevante, vetta al cui fianco sinistro orografico un piccolo valico la mette in comunicazione con altro solco vallivo e, attraverso questo, con una zona ben più frequentata. Come la prima anche questa è solcata da un rumoroso torrente e percorsa da un unico vero sentiero che, prima in un ombroso bosco, poi per soleggiato terreno aperto caratterizzato da grandi placche rocciose spezzate da linee d’erba arricchite di fiori e rododendri, seguendone i punti di debolezza risale tre ripide balze tra loro separate da pianeggianti conche.

Alla fine posso dire che, personalmente, sono assolutamente contento della scelta fatta, una scelta che ci ha permesso di effettuare un’uscita con tutte le caratteristiche necessarie a una classica escursione di montagna: dislivello superiore agli ottocento metri, lunghezza inferiore ai dodici chilometri, sentiero evidente e pulito. Dalle opinioni raccolte sono in grado di riportare che pure gli altri presenti sono rimasti soddisfatti, qualcuno ha faticato non poco per arrivare alla meta, anzi, distrutto voleva fermarsi poco sotto e solo a seguito della mia insistenza si è deciso a salire quegli ultimi fatidici venti metri di dislivello e cento di distanza. Anche questo è parte della gioia e della formazione di un escursionista: il saper andare oltre, il saper tenere duro, il saper riconoscere e superare i momenti di crisi, l’essere cosciente che sono sempre possibili e che è altrettanto sempre possibile affrontarli e vincerli, l’apprezzare la sensazione di profondo rilassamento che segue alla contrazione muscolare, di rinascita corporale che segue alla debolezza fisica, il sapere che il recupero non necessita di lunghe pause bensì richiede pochi minuti, imparare a conoscere realmente il proprio fisico e i suoi segnali, saper distinguere l’affaticamento dal trauma, saper superare la paura di non farcela.

Molti dei soliti amici sono in ferie, siamo comunque in otto: io, Maria, Stefan, Marco, Francesca, Luise, Daniele e Michel. Alla partenza la temperatura fa sentire qualche morso di freddo, ma ben presto, sotto l’effetto del cammino, la sensazione si attenua per poi passare sul lato opposto non appena il sole riesce a raggiungerci inducendoci a riporre tutte le vesti negli zaini. I due nuovi amici (Daniele e Michel), sebbene in contesti diversi, hanno già sperimentato la nudità e immediatamente si associano al resto del gruppo. Ripreso il cammino, tranquilli saliamo lungo il sentiero che, con vari tornanti, alternando tratti ripidi ad altri meno, sale nella fitta e pulita conifera. Incrociamo un escursionista che scende: superato il primo momento di comprensibile sorpresa ci passa accanto indifferente alla nostra nudità. Ci avviciniamo alla sommità del secondo salto della valle, qualcuno inizia a sentire la fatica, qualcuno ha impostato discorsi troppo profondi e impegnativi per accompagnare il cammino montano, le fermate si sono così moltiplicate prolungandosi assai più del necessario. Nonostante tutto perveniamo alla piana intermedia dove concedo al gruppo una breve sosta, vuoi per recuperare fiato e gamba, vuoi per spalmarsi la crema solare che, da qui in avanti, diviene assolutamente indispensabile, vuoi per permettere ad un gruppo di persone che sta salendo dietro di noi di superarci, ma questi si fermano pure loro e resteranno dietro di noi fino al lago Retorti.

Il lago, eccoci finalmente a questo fantomatico lago, invero una piccola pozza di discioglimento che riempie il fondo di una conca sottostante la ganda che porta alla piccola piramide sommitale del Monte Bruffione. Per noi rappresenta la meta e, mentre l’altro gruppo ci oltrepassa mirando alla vetta, ci sistemiamo nei suoi pressi per la nostra usuale lunga sosta pranzo. La passiamo mangiando e chiacchierando, godendo in piena tranquillità del sole e del panorama, disturbati solo da un grosso nuvolone che va a coprire il sole lasciando emergere la temperatura di quella brezza che fino a ora aveva solo compensato la forte insolazione.

Rientrati a valle percorrendo lo stesso percorso fatto in salita, come sempre, prima di lasciarci, ci raccogliamo attorno al tavolo di un bar per una fugace merenda e poi… ciao alla prossima.

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