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L’alba nel corpo


Giungere a toglierci ogni sorta di mutande mentali. Una nudità libera, una nudità interiore, che si irraggia all’esterno, che si comunica attraverso lo sguardo aperto, diritto, franco, che non batte ciglio. Una nudità che fa la spola fra corpo e spirito/mente/coscienza e ad ogni passaggio avviene un arricchimento reciproco. Sensazioni fisiche, contesti reali, situazioni vissute, fatti accaduti vengono letti come spunti, come messaggi. Nuove idee, intuizioni nate come dal nulla vengono irraggiate dai pori della pelle; una potente energia innerva i muscoli, compatta il corpo in una sua “prosciugata” essenzialità.

Un atto di volontà ha recuperato una parte di me che per abitudine ed educazione ero portato a ignorare, per definizione non doveva costituire problema; muta e rassegnata doveva seguire i sacri precetti. Doveva esser gestita con compunta modestia, severo rigore, mostrarsi ad esempio…

Un cilicio di sofferenza e penitenza mi stringeva le reni. Un’infezione diffusa, non so se più narcosi o necrosi, aveva tolto sensibilità e vitalità a una parte del mio corpo. L’apparato riproduttivo sotto controllo di camici bianchi, toghe e tonache nere funzionava roboticamente a controllo remoto. Coperto da mille coltri simboliche lo asfissiavano, gli mancava l’ossigeno. Una morbosa castità teneva in ceppi “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”; sacre bende, candidi lini drappeggiavano leggiadramente le parti/funzioni negate, quasi a prefigurare il merito per un tal sacrificio: l’agnello innocente portato al macello.

Un barocchismo di pampini e pose richiamano più di quanto nascondano, e siam quasi riconoscenti del drappo… che farà poi più profano lo sbrego.

Nell’originale la foto era tutta nera perché in controluce col sole che stava sorgendo. Estremizzando i comandi di luminosità e contrasto ho ottenuto questo risultato

Che ha fatto il sesso di male, che colpa il poter generare, qual è l’abominio commesso dagli organi, da non poterne sopportare la pubblica vista, se non sublimata dall’arte, simbolizzata dal mito? Basta! Non mi farò più domande. Non ho tempo per seguire le argomentazioni della teologia e della morale, le loro utopie, le loro “città”. Di questa cappa di pensieri mi devo spogliare, cilicio e straccetto li devo buttare. Non me ne frega più niente!… Se posso scegliere! Perché non mi vedo come una pecora nera, non voglio entrar nel paragone: non voglio avere un ovile, non sono una pecora, di nessun colore.

Sono semplicemente una persona, null’altro che questo.

È facile spogliare il corpo. Un po’ più difficile togliere uno per uno tutti gli strati di pensiero che mi impediscono (o condizionano) di vedermi e pensare come persona liberamente nuda.

Ci sono ricatti sociali, affiliazioni obbligatorie, tesseramenti, immatricolazioni, iscrizioni, domande, pronunciamenti, voti solenni, promesse di lupetto, pubbliche reticenze e contraddizioni private con cui bisogna convivere.

Fino a quando una goccia da nulla farà traboccare il vaso. Allora si scoppia, scoppiano indosso i vestiti, saltano i bottoni della camicia, le cuciture dei pantaloni, come fossimo altri in incognito: dei Superman, dei lupi mannari.

Esplode la nostra nuda persona: la persona semplice, uguale, sincera, normale che sappiamo di essere. La nudità esterna del corpo ci aiuta a recuperare la nudità interiore della persona… e ci scopriamo con una personalità un tantino diversa da prima. Paura di che, se siam fatti così?

Non so se è il corpo o l’anima o la mente o lo spirito, ma so che dentro son fatto di mille colori: non dev’essere difficile vederli, se anche una macchina riesce a mostrarli.

«Talmente sicuro di me, che non importa se gli altri mi vedono»

Dopo aver scritto le righe qui sopra sono uscito per il solito giretto al vigneto. Col proposito però questa volta di osare un poco di più, di percorrere ciòe anche un tratto di strada sterrata. Sono passate da poco le sei. Appena giungo in campagna sorge il sole tra il profilo del monte e un grigio cirrostrato. E sembra che mi stia dando il buongiorno. Proprio a me! Lo ringrazio. È il momento giusto, mi tolgo i pantaloncini: si addice, mi sembra. Fra me e il sole esiste da anni un dialogo senza parole, è intesa immediata e perfetta, una complicità, una confidenza.

Attraverso i prati giungo alla strada sterrata. Nessuno in giro. Nella testa un mantra automatico mi ripete la frase: «Talmente sicuro di me, che non m’importa se gli altri mi vedono».

Sto finendo il giretto, quasi deluso di non aver incontrato nessuno, questa mattina che mi sentivo su di giri, preparato all’incontro. Ritorno sulla strada sterrata. Nessuno. Di solito c’è sempre qualcuno che corre. Ad un tratto però vedo che sta arrivando un ragazzo (25/30 anni). Riprendo il sentiero fra i campi, sono su una breve scarpata, lungo la strada sta arrivando il ragazzo. È vestito di tutto punto, pantaloni e maglia a maniche lunghe e io invece sono nudo-nudento. Incrociati gli sguardi ci scambiamo un Buongiorno! sincronizzato che quasi non lo sentiamo. Prima del saluto aveva un poco abbassato lo sguardo, quasi a farmi capire che lui non avrebbe voluto vedere, ma per forza di cose non l’ha potuto evitare. Voleva evitare che potessi averne vergogna. Che gentile! Eppure l’immagine di uno che incontri al mattino, col sole che è sorto da poco, s’imprime nella memoria. Come fatto, più che come immagine. E come fatto ha la sua portata: è un’esperienza. E le esperienze ci cambiano. E non tutte sono involontarie, casuali, un tiro di dadi del destino. Ma questa mattina m’è parso che ad entrambi sian venuti due sei.

 

Il giretto al vigneto

Cosa non faccio per un buon giorno!

Appena varco il cancellino di casa, mi sfilo i pantaloncini (“sono a casa mia”); prendo il salviettone e ritorno in giardino, mi lavo il sudore con la canna dell’acqua. Sento imposte che si aprono. La siepe col vicino è alta abbastanza, non mi posson vedere. E se anche?

Quando il nudo non è più nudo


La pratica quotidiana della nudità ci porta a notare con molta chiarezza la differenza fra la definizione standard, oggettiva di nudo riportata dai dizionari e le connotazioni concresciute spontaneamente o coltivate ad arte; a notare con molta chiarezza quanto anche il sesso sia innescato dal concetto che abbiamo di nudo, dai brisigolini della prima adolescenza alle bave senili.
Da sola la pratica della nudità non porta automaticamente a un cambiamento di abitudini, opinioni, costumi: possiamo essere nudi nel corpo e continuare a tener indossate le nostre mutande mentali.

Pian piano però (anzi fin da subito può capitare) si comincia a capire che anche il sesso va riportato nelle sfera cui per natura appartiene, quella affettiva, e che non è – come ci voglion far credere – che “secondo natura” è una risposta meccanica a uno stimolo visivo, perché non siamo come tanti porcellini d’India, cavie di un esperimento politico, di una moralità e mentalità artefatte ed indotte, reiterate e mantenute per convenzione e con convinzione.

Arrivati allo stadio di esperienza in cui il nudo non fa più differenza, in cui il nudo non è più nudo, avendo perdute tutte le connotazioni maliziose e tendenziose di cui di solito è associato, scopriamo che il mondo può essere interamente diverso, davvero più naturale, così come è stato creato, senza l’ingombrante presenza dell’uomo civilizzato e vestito.

I “selvaggi” che vivono allo stato di natura non hanno i nostri pudori e nemmen li capiscono. Non vanno a spiare dai buchi delle cabine, non hanno malizie, non hanno modestie, e forse di “nudo” non han nemmen la parola, neppur il concetto ed al massimo da loro vuol dire semplicemente “senz’armi”, come nei ginnasi di Sparta o ai tempi di Omero.

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