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Stimolare la #creatività


Un momento di sconforto si capovolge e diviene l’ispirazione per una tecnica risolutiva.

PEARL Galaxy

IMG_0003Muri bianchi quasi completamente occupati da mensole in legno, libri, tanti libri, libri d’orni genere, quelli d’informatica, quelli di scienze, quelli di montagna, altri di grafica, altri ancora di subacquea, poi quelli vecchi dell’ITIS, i trofei delle giovanili gare di sci, la stampante 3D in costruzione, piccoli oggetti vari sparsi un poco ovunque a riempire gli spazi vuoti. Al di sotto, appese ai muri, alcune fotografie rievocano momenti di vita.

Nel mezzo della stanza due tavoli formano un’isola, su di essi un computer e due stampanti, qui, seduto su di una grande e comoda poltroncina nera, gli occhi fissi allo schermo, le mani staticamente e delicatamente appoggiate alla tastiera, sto lavorando ad uno dei miei articoli. Da diversi giorni metodicamente dopo la colazione mi sforza di trovare il verso giusto della storia, scrivo qualcosa, ci penso, lo rileggo, penso ancora e… insoddisfatto cancello per poi restare attonito a guardare il…

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Così va il mondo, però…


La modestia serve, spesso, però, solo per vedersi calpestare!

PEARL Galaxy

IMG_1400Compro un librone scritto da un noto e seguito pedagogista italiano, ne inizio la lettura e quasi subito noto che le sue affermazioni sostanzialmente coincidono con quanto vado inascoltatamente dicendo da diversi anni. Vado avanti a leggere e le similitudini si moltiplicano coinvolgendo anche le indicazioni sul come agire e sul come la scuola dovrebbe lavorare.

Mi iscrivo a un corso di animatore digitale, una nuova figura didattica resa obbligatoria da una recente legge, leggo il primo documento e visiono i primi video e… stessa storia, senza conoscere i vari pedagogisti citati e le loro teorie sono anni che vado inutilmente predicando le stesse cose. E qui la stranezza si fa ancora più grande visto che le indicazioni dei suddetti pedagogisti (come detto identiche alle mie) sono invece ben ascoltate e diffuse.

Certo, così va il mondo, se sei un comune mortale, se sei privo di una pezza cartacea (laurea)…

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Incongruenze scolastiche


PEARL Galaxy

Uno dei problemi della scuola italiana è insito nella gestione degli aggiornamenti.

C’è qualcosa che non quadra se tu, informatico professionista con un Master inerente l’insegnamento con le tecnologie, formatore scolastico e aziendale con anni di insegnamento in ambito informatico e di utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento, devi assistere a una lezione sulle (su una specifica tecnologia, in verità) tecnologie informatiche applicate all’insegnamento tenuta da… un maestro elementare appassionato di tecnologia.

Incongruenze scolastiche?

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La deresponsabilizzazione


Si continua a dire che le persone vanno responsabilizzate e poi… e poi tutto funziona al contrario, dall’educazione dei bambini alla gestione degli alunni nelle scuola, dal mondo del lavoro alla vita sociale.
Assolutamente corretto che ci sia un sistema atto a garantire che chi crea un danno lo possa (e lo debba) poi rifondere economicamente, assolutamente corretto che chi ha in cura bambini e ragazzi ne debba garantire un certo controllo, assolutamente corretto che … ma, ma si è andati troppo oltre, si è raggiunto e alla lunga oltrepassato il punto in cui le garanzie sociali sono un giusto equilibrio tra ponderabile e imponderabile, tra diritto e dovere, tra irresponsabilità dell’uno e responsabilità dell’altro.

Un tempo non molto lontano i bambini crescevano giocando nell’aia, sbucciandosi le ginocchia un giorno si e l’altro pure, correndo liberi tra prati e galline, sporcandosi nelle pozzanghere e tuffandosi nei fossi. Oggi il genitore che non tiene il figlioletto sotto stretta sorveglianza non solo viene male additato dagli altri, ma rischia di trovarsi denunciato.

Un tempo non molto lontano il ragazzino che, uscendo di corsa dalla scuola o dall’oratorio, scivolava sulle scale bagnate veniva aspramente sgridato dai genitori per la sua disattenzione e imprudenza. Oggi la scuola o l’oratorio potrebbero trovarsi citati in giudizio per rispondere dei danni subiti dal ragazzino.

Un tempo non molto lontano i ragazzi andavano a scuola a piedi e da soli già a partire dalle scuole elementari. Oggi non solo non si muovono se non ci sono i genitori, ma questi ultimi si sobbarcano l’onere di preparare loro la cartella e portargliela fino davanti ai cancelli della scuola.

Un tempo non molto lontano l’adolescente doveva aiutare in casa facendo quantomeno da mangiare e aiutando in altri lavori domestici. Oggi viene servito e riverito.

Un tempo non molto lontano nelle scuole, quantomeno in quelle di ordine superiore, non esisteva la vigilanza o era molto blanda. Oggi i docenti, anche nelle scuole d’ordine superiore, non solo non possono allontanarsi dall’aula nemmeno per pochi secondi, ma devono perfino rinunciare al meritato e dovuto quarto d’ora di pausa per vigilare sui ragazzi durante la ricreazione.

Un tempo non molto lontano i ragazzi venivano presto abituati ad essere autonomi. Oggi l’autonomia viene definita “vuoto formativo” o “assenza di controllo”.

Un tempo non molto lontano, i giovani diventavano adulti a vent’anni. Oggi gli adulti trentenni vengono chiamati e si definiscono giovani.

Un tempo non molto lontano esisteva una gerarchia sociale. Oggi è stata completamente annullata.

Un tempo non molto lontano genitori e docenti erano alleati nel lavoro di educazione e formazione di ogni livello. Oggi i docenti sono l’ultima ruota del carro, devono rispondere del loro operato a tutti, si trovano tra l’incudine e il martello e comunque facciano per qualcuno sbagliano.

Non ci siamo, assolutamente non ci siamo, tutto ciò porta inesorabilmente alla deresponsabilizzazione e così i bambini non hanno idea del mondo che li circonda e crescono senza regole, i ragazzini imparano che tutto è loro dovuto e niente loro devono, gli adolescenti non hanno la benché minima forma di autocontrollo, non pensano prima di agire, non sanno quando è il momento di smettere con il gioco finendo con il farsi del male seriamente o farlo agli altri.

E’ giunta l’ora di cambiare direzione, è giunta l’ora di accorgersi che i giovani, quelli veri, cioè quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni, gridano al mondo la loro voglia, la loro esigenza di autodeterminazione, di libertà, di autonomia, è giunta l’ora di smetterla con le regole autolesioniste. A che serve, ad esempio, definire che la scuola è responsabile delle cavolate dei ragazzi, se poi questo porta la scuola a imbrigliare i ragazzi e impedire loro di crescere e responsabilizzarsi? Un bimbo se non si scotta avvicinando la mano ad una fiamma, crescendo finirà per bruciarsi. Un bimbo se non si sbuccia un ginocchio cadendo da un gradino, crescendo finirà col cadere da un tetto. Un ragazzo se non è libero di esplorare il mondo, crescendo finirà col distruggere il mondo. Un ragazzo se non può usufruire di momenti in cui possa e debba autogestirsi, crescendo finirà col distruggere se stesso.

Non è il ferreo controllo, l’imbrigliamento della naturale vivacità del giovane, l’annullamento della sua voglia di vivere che gli evitano di farsi del male, così gli si fa doppiamente del male: prima perché gli si impedisce di crescere e maturare, poi perché lo si istiga a trasgredire spingendolo su strade sbagliate e veramente pericolose. Il giovane va responsabilizzato e questo si ottiene solo ed esclusivamente attraverso l’educazione all’autonomia, lo si deve di certo accompagnare nel suo percorso di crescita, ma accompagnare non vuol dire decidere per lui, non vuol dire imprigionarlo, non vuol dire toglierli il respiro.

La Scuola che vorrei!


Ognuno di noi ha i suoi sogni, chi sul futuro lavorativo, chi sull’amore, chi sul denaro, chi sulla prima auto e via dicendo. Molti, poi, non si fermano a un solo sogno. Tra i miei sogni ne ricorre uno che riguarda la scuola e in questo io vedo una scuola totalmente diversa da quella attuale, ma anche da qualsiasi altra forma scolastica che si sia ad oggi vista, certo raccolgo una parte di quanto già seminato, ma vi aggiungo molte novità e assemblo il tutto in una forma decisamente innovativa, oserei dire rivoluzionaria.
Come per ogni sogno, anche in questo mio ci sono parti ben delineate, altre che si stanno delineando, alcune appena accennate e anche qualche parte ancora piuttosto fumosa, qualcosa, inoltre, si modifica nel momento stesso in cui scrivo; difficilissimo arrivare ad essere completi e precisi, ma non è di certo l’obiettivo di un blog. C’è anche da precisare che alcune, se non molte, delle mie idee danno per scontata una certa ridefinizione della struttura sociale, ma non ne parlerò espressamente per non appesantire il discorso.
Ho dato un titolo al mio sogno che identifica la linea strutturale della scuola che vorrei: la scuola senza muri! Un senza muri che vuole essere innanzitutto simbolico, a identificare la rimozione di una lunga serie di barriere, ma anche pratico, a identificare una scuola non fossilizzata all’interno delle pareti, ma portata anche e soprattutto sul territorio che la circonda.

Tre i cicli didattici: il primo, dai 3 ai 7 anni, è basato sul gioco e la finalità del processo didattico è quella di attivare nei bambini l’interesse allo studio; il secondo, dagli 8 ai 14 anni, è inizialmente finalizzato a fornire ai ragazzi un metodo di studio, che non è necessariamente uguale per tutti, per ogni ragazzo si deve trovare il suo metodo, poi a dare loro la necessaria e indispensabile preparazione trasversale; l’ultimo ciclo, dai 14 anni in su, si preoccupa di dare (e mantenere) la formazione professionale, riducendo al minimo indispensabile lo studio specifico delle materie non direttamente coinvolte dall’indirizzo professionale.
L’obbligo scolastico riabbassato ai 14 anni, ma con un successivo periodo d’obbligo formativo fino a 18 anni. Cosa è questa distinzione? Fino a 14 anni il ragazzo deve obbligatoriamente frequentare la scuola, dopo i 14 anni e fino a 18 può scegliere se formarsi al lavoro presso una scuola, presso un’azienda (adeguatamente strutturata: azienda didattica), o in forma mista (mattina a scuola, pomeriggio in azienda).
Durante l’intero percorso didattico l’attività scolastica è a tempo pieno: quattro ore la mattina con attività didattiche vere e proprie, quattro ore il pomeriggio con attività di complemento (biblioteca, ricerche, laboratori esperienziali e via dicendo). La famiglia deve rendersi partecipe nelle attività scolastiche dei figli, non solo mediante i colloqui con i docenti, ma con la partecipazione fisica (periodica, casuale e rotativa) alle attività didattiche ed extra didattiche. Nel secondo e nel terzo ciclo l’attività didattica non è indissolubilmente legata all’aula, ma, con decisione autonoma (anche non programmata) del docente, può spostarsi fuori dall’edificio scolastico, vuoi per ragioni didattiche (visita di un azienda; studio della natura; conoscenza della città; eccetera), vuoi per motivazioni logistiche (ragazzi agitati che non permettono il regolare svolgimento della lezione, ad esempio).

Nel primo ciclo si lavora su obiettivi sociali e non si formulano sistemi di valutazione didattica formale (verifiche, esami, eccetera). Il bambino procede senza fermate fino alla fine del ciclo.
Il passaggio al secondo ciclo avviene senza nessun esame, ma solo in funzione della raggiunta età di passaggio.

Nel secondo ciclo si lavora per micro obiettivi didattici: obiettivi identificati con minimi apprendimenti teorici o specifiche azioni pratiche, di modo che la valutazione si possa semplicemente definire con un si (obiettivo raggiunto) o un no (obiettivo non raggiunto). Idealmente, materia per materia, la didattica dovrebbe procedere oltre solo se un obiettivo è stato raggiunto, questo prevenderebbe però una elevata personalizzazione del percorso forse inattuabile; diciamo che, in assenza di necessità sequenziali specifiche, ogni tre o quattro mesi si attua, sempre materia per materia, una sommatoria dei si ottenendo le valutazioni nella forma numerica (percentuale). La “promozione” incondizionata si ottiene con il 90% di si, mentre con una valutazione tra il 70 e il 90% si procede ma con l’obbligo di frequentare recuperi pomeridiani per ogni obiettivo mancato e fino al suo raggiungimento. Una valutazione inferiore al 70% va valutata di volta in volta per definire se sia possibile comunque procedere oltre, sempre con i recuperi, o sia necessario fermarsi e riprendere dall’inizio gli obiettivi del periodo valutato.
Il passaggio al terzo ciclo avviene automaticamente al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Nel terzo ciclo si lavora ancora per micro obiettivi didattici, con la stessa prassi in merito alle valutazioni, ma differenziando il sistema di avanzamento nello studio: ogni due mesi somma dei si; avanzamento incondizionato con il 90% di si, tra 70 e 90% avanzamento con recuperi pomeridiani, tra il 40 e il 70% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso misto (scuola la mattina, azienda il pomeriggio); sotto il 40% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso in azienda didattica. A partire dai 16 anni s’inseriscono, per chi abbia scelto il percorso presso le scuole, gli stage aziendali, per i quali le aziende devono obbligatoriamente rendersi disponibili (a fronte dell’obbligo per le scuole di mandare i ragazzi in stage, deve corrispondere un analogo obbligo dalla parte opposta).
L’attestazione di professionalità, ovviamente specifica secondo il percorso di studio, si ottiene con un esame professionale definito, condotto e realizzato con la collaborazione delle aziende. L’ammissione a tale esame avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Primo e secondo ciclo avvengono in strutture scolastiche tradizionali (come quelle attuali), il terzo ciclo, invece, avviene in cittadelle scolastiche (sullo stile delle attuali cittadelle universitarie o dei college americani), presso le quali l’allievo trova anche tutti i supporti logistici: alloggi, mense, biblioteche, palestre, eccetera. In ogni cittadella il ragazzo trova tutti i possibili percorsi professionali, o quantomeno tutti i principali, di modo che sia possibile fornire inizialmente un periodo di esperienza relativo a tutti i campi professionali e permettere al ragazzo una scelta che si basi anche e soprattutto sulle sue attitudini reali. La formazione professionale più evoluta (oltre i 18/20 anni) e quella di mantenimento (aggiornamento) devono strutturarsi quasi esclusivamente sull’e-Learning, anche per gli eventuali esami.

Nel terzo ciclo gli alunni non sono più dei bambini ma degli adolescenti che si avvicinano velocemente all’età adulta e devono a questo essere adeguatamente preparati, devono, cioè, essere responsabilizzati al massimo, sia in merito al loro apprendimento (già da alcuni anni la didattica parla di autoapprendimento più che di passaggio delle competenze) che alla disciplina: pochi vincoli (divieti), nessuna vigilanza o vigilanza attuata dagli stessi ragazzi invece che dai docenti, autodeterminazione della frequenza alle lezioni, eccetera.

Per finire un cenno ai rapporti scuola-docenti…
1) Il lavoro va sempre e comunque pagato. Questo dev’essere un concetto inalienabile; quello che sta succedendo negli ultimi anni, ovvero la richiesta, anzi l’obbligo, di ore non retribuite, non può accettarsi.
2) Va bene il ricorso al lavoro a contratto, alla prestazione di lavoro, ma se ne devono accettare tutte le implicazioni, ivi comprese quelle che il prestatore deve necessariamente prendere altri lavori e non può ritenersi a totale disposizione: riunioni e attività varie vanno definite e comunicate con ampio margine e, in ogni caso, eventuali assenze non devono dare luogo a manifestazioni sanzionatorie verso il docente.
3) È necessaria una profonda rivalutazione della figura del docente, occorre ridargli autorevolezza. Allo stato odierno delle cose, questi è l’ultima ruota del carro: viene valutato e giudicato sia dal basso (allievi) che dall’alto (Direzione, Coordinamento, Responsabile alla Qualità); non viene in nessun modo coinvolto nelle scelte scolastiche; deve rispondere di tutto a tutti, allievi e genitori compresi. Per una corretta impostazione scolastica il docente dev’essere invece la figura cardine, quella intono a cui ruota tutto il resto; non dimentichiamoci che una scuola si regge principalmente sul lavoro del docente e senza docenti non può esistere la scuola.

Fretta e bene, tutto e subito!


“La fretta è nemica del bene” così recita l’antica saggezza popolare, purtroppo la società odierna ha fatto della fretta il suo cardine principale e si muove, costringendo a muoversi, sempre più in fretta, sempre più, in un circolo vizioso che non sembra poter mai arrivare alla fine.
Il bene corrisponde necessariamente alla ricerca dell’essere, la fretta impedisce di perseguire l’essere e, quindi, per nascondere la mancanza dell’essere oggi si tende a lavorare sull’apparire: si curano in modo certosino le strutture formali e, pur affermando il contrario, si incrementa sempre più l’apparato burocratico.

Un tempo bastava una stretta di mano per suggellare un contratto; oggi servono pile di documenti, avvocati, notai e tanto altro.

Un tempo bastava dover vendere per curare la qualità del proprio prodotto o servizio; oggi si è messo in piedi il “Sistema Qualità”, che contempla un responsabile della qualità, un manuale della qualità, il customer satisfation, i moduli per la segnalazione delle non conformità, il processo di certificazione e via dicendo, ma tutto questo è rivolto alla qualità del processo aziendale, interessandosi poco o niente, in modo diretto, della qualità del prodotto o del servizio (non necessariamente e insindacabilmente legata alla qualità del processo).

Un tempo la scuola si preoccupava di insegnare e formare, dedicandovi tutte le proprie risorse; oggi, al fine di non farsi mancare l’afflusso di iscrizioni, l’obiettivo principale è quello di esaudire le aspettative dei ragazzi e dei loro genitori, anche se queste poco hanno a che fare con l’insegnamento e la formazione, buona parte delle risorse scolastiche sono così dedicate alla raccolta e successiva elaborazione di tali informazioni.

Un tempo bastava essere nel mondo del lavoro per ritenere l’autoaggiornamento un dovere importante e le aziende investivano su di esso tempo e denaro; oggi l’autoaggiornamento è un obbligo, ma spesso le aziende non concedono al loro personale il tempo necessario per aggiornarsi, al contrario pretendono che lo si faccia nel tempo libero e pagandosi tutti i costi.

Un tempo bastava la voglia di lavorare per mettere in piedi un’attività; oggi servono, e non è detto che bastino, la mission, la vision, l’individuazione del target, la definizione di un format, il piano di fattibilità e così via.

Questi sono solo alcuni dei moltissimi, troppi esempi di fretta e/o apparenza, si potrebbe continuare all’infinito.

Non so a voi, ma a me tutta questa ricerca dell’apparire, tutto questo lavoro sull’apparire, senza nessuna parallela ricerca dell’essere, senza nessun parallelo lavoro sull’essere, tutto questo proprio non mi garba, mi resta sullo stomaco.
Non so voi, ma io mi sono stancato di tutta questa frenesia e di queste contraddizioni.

Voglio tornare al tempo della stretta di mano, al tempo della logica, al tempo della quiete, al tempo in cui il mondo procedeva al lento e calmo passo della natura, voglio!

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