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Lui è


Poesia che mi è stata ispirata dalla visone di un collega che vagava solingo nell’atrio della scuola.

Lui è
per lo spazio vagando
mascherina calzando
come regola comanda.

La mente va pensando
alle sfere che van girando
con dolore che dal centro si diffonde
rimbalzando sulle sponde.

Un sorriso sulla bocca
rompe il sibilo del silenzio
la durezza del viso
in dolcezza si trasforma.

Un invito alla gioia
che invoca la fiducia
inneggiando alla forza
dell’amore per la vita.

Lui è!

Emanuele Cinelli – 22 gennaio 2021

Auguri 2020 in 21


Con gli avi s’è desto
quest’anno bisesto
e lesto s’è fatto
un anno funesto.

A Natura abbiam detto
di te me ne sbatto
e quella ci ha posto
nello scacco matto.

Or non ci resta
che cambiare le gesta
imparare dal fatto
riformulare il patto.

Nell’anno che viene
spogliamo la mente
invochiamo rispetto
del tempo e del corpo.

Auguri

Emanuele Cinelli – 22 dicembre 2020

Auguri


Per un 2018 fruttuoso e… nudissimo!

Buon Cammino 2018 600

La Scuola che vorrei!


Ognuno di noi ha i suoi sogni, chi sul futuro lavorativo, chi sull’amore, chi sul denaro, chi sulla prima auto e via dicendo. Molti, poi, non si fermano a un solo sogno. Tra i miei sogni ne ricorre uno che riguarda la scuola e in questo io vedo una scuola totalmente diversa da quella attuale, ma anche da qualsiasi altra forma scolastica che si sia ad oggi vista, certo raccolgo una parte di quanto già seminato, ma vi aggiungo molte novità e assemblo il tutto in una forma decisamente innovativa, oserei dire rivoluzionaria.
Come per ogni sogno, anche in questo mio ci sono parti ben delineate, altre che si stanno delineando, alcune appena accennate e anche qualche parte ancora piuttosto fumosa, qualcosa, inoltre, si modifica nel momento stesso in cui scrivo; difficilissimo arrivare ad essere completi e precisi, ma non è di certo l’obiettivo di un blog. C’è anche da precisare che alcune, se non molte, delle mie idee danno per scontata una certa ridefinizione della struttura sociale, ma non ne parlerò espressamente per non appesantire il discorso.
Ho dato un titolo al mio sogno che identifica la linea strutturale della scuola che vorrei: la scuola senza muri! Un senza muri che vuole essere innanzitutto simbolico, a identificare la rimozione di una lunga serie di barriere, ma anche pratico, a identificare una scuola non fossilizzata all’interno delle pareti, ma portata anche e soprattutto sul territorio che la circonda.

Tre i cicli didattici: il primo, dai 3 ai 7 anni, è basato sul gioco e la finalità del processo didattico è quella di attivare nei bambini l’interesse allo studio; il secondo, dagli 8 ai 14 anni, è inizialmente finalizzato a fornire ai ragazzi un metodo di studio, che non è necessariamente uguale per tutti, per ogni ragazzo si deve trovare il suo metodo, poi a dare loro la necessaria e indispensabile preparazione trasversale; l’ultimo ciclo, dai 14 anni in su, si preoccupa di dare (e mantenere) la formazione professionale, riducendo al minimo indispensabile lo studio specifico delle materie non direttamente coinvolte dall’indirizzo professionale.
L’obbligo scolastico riabbassato ai 14 anni, ma con un successivo periodo d’obbligo formativo fino a 18 anni. Cosa è questa distinzione? Fino a 14 anni il ragazzo deve obbligatoriamente frequentare la scuola, dopo i 14 anni e fino a 18 può scegliere se formarsi al lavoro presso una scuola, presso un’azienda (adeguatamente strutturata: azienda didattica), o in forma mista (mattina a scuola, pomeriggio in azienda).
Durante l’intero percorso didattico l’attività scolastica è a tempo pieno: quattro ore la mattina con attività didattiche vere e proprie, quattro ore il pomeriggio con attività di complemento (biblioteca, ricerche, laboratori esperienziali e via dicendo). La famiglia deve rendersi partecipe nelle attività scolastiche dei figli, non solo mediante i colloqui con i docenti, ma con la partecipazione fisica (periodica, casuale e rotativa) alle attività didattiche ed extra didattiche. Nel secondo e nel terzo ciclo l’attività didattica non è indissolubilmente legata all’aula, ma, con decisione autonoma (anche non programmata) del docente, può spostarsi fuori dall’edificio scolastico, vuoi per ragioni didattiche (visita di un azienda; studio della natura; conoscenza della città; eccetera), vuoi per motivazioni logistiche (ragazzi agitati che non permettono il regolare svolgimento della lezione, ad esempio).

Nel primo ciclo si lavora su obiettivi sociali e non si formulano sistemi di valutazione didattica formale (verifiche, esami, eccetera). Il bambino procede senza fermate fino alla fine del ciclo.
Il passaggio al secondo ciclo avviene senza nessun esame, ma solo in funzione della raggiunta età di passaggio.

Nel secondo ciclo si lavora per micro obiettivi didattici: obiettivi identificati con minimi apprendimenti teorici o specifiche azioni pratiche, di modo che la valutazione si possa semplicemente definire con un si (obiettivo raggiunto) o un no (obiettivo non raggiunto). Idealmente, materia per materia, la didattica dovrebbe procedere oltre solo se un obiettivo è stato raggiunto, questo prevenderebbe però una elevata personalizzazione del percorso forse inattuabile; diciamo che, in assenza di necessità sequenziali specifiche, ogni tre o quattro mesi si attua, sempre materia per materia, una sommatoria dei si ottenendo le valutazioni nella forma numerica (percentuale). La “promozione” incondizionata si ottiene con il 90% di si, mentre con una valutazione tra il 70 e il 90% si procede ma con l’obbligo di frequentare recuperi pomeridiani per ogni obiettivo mancato e fino al suo raggiungimento. Una valutazione inferiore al 70% va valutata di volta in volta per definire se sia possibile comunque procedere oltre, sempre con i recuperi, o sia necessario fermarsi e riprendere dall’inizio gli obiettivi del periodo valutato.
Il passaggio al terzo ciclo avviene automaticamente al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Nel terzo ciclo si lavora ancora per micro obiettivi didattici, con la stessa prassi in merito alle valutazioni, ma differenziando il sistema di avanzamento nello studio: ogni due mesi somma dei si; avanzamento incondizionato con il 90% di si, tra 70 e 90% avanzamento con recuperi pomeridiani, tra il 40 e il 70% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso misto (scuola la mattina, azienda il pomeriggio); sotto il 40% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso in azienda didattica. A partire dai 16 anni s’inseriscono, per chi abbia scelto il percorso presso le scuole, gli stage aziendali, per i quali le aziende devono obbligatoriamente rendersi disponibili (a fronte dell’obbligo per le scuole di mandare i ragazzi in stage, deve corrispondere un analogo obbligo dalla parte opposta).
L’attestazione di professionalità, ovviamente specifica secondo il percorso di studio, si ottiene con un esame professionale definito, condotto e realizzato con la collaborazione delle aziende. L’ammissione a tale esame avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Primo e secondo ciclo avvengono in strutture scolastiche tradizionali (come quelle attuali), il terzo ciclo, invece, avviene in cittadelle scolastiche (sullo stile delle attuali cittadelle universitarie o dei college americani), presso le quali l’allievo trova anche tutti i supporti logistici: alloggi, mense, biblioteche, palestre, eccetera. In ogni cittadella il ragazzo trova tutti i possibili percorsi professionali, o quantomeno tutti i principali, di modo che sia possibile fornire inizialmente un periodo di esperienza relativo a tutti i campi professionali e permettere al ragazzo una scelta che si basi anche e soprattutto sulle sue attitudini reali. La formazione professionale più evoluta (oltre i 18/20 anni) e quella di mantenimento (aggiornamento) devono strutturarsi quasi esclusivamente sull’e-Learning, anche per gli eventuali esami.

Nel terzo ciclo gli alunni non sono più dei bambini ma degli adolescenti che si avvicinano velocemente all’età adulta e devono a questo essere adeguatamente preparati, devono, cioè, essere responsabilizzati al massimo, sia in merito al loro apprendimento (già da alcuni anni la didattica parla di autoapprendimento più che di passaggio delle competenze) che alla disciplina: pochi vincoli (divieti), nessuna vigilanza o vigilanza attuata dagli stessi ragazzi invece che dai docenti, autodeterminazione della frequenza alle lezioni, eccetera.

Per finire un cenno ai rapporti scuola-docenti…
1) Il lavoro va sempre e comunque pagato. Questo dev’essere un concetto inalienabile; quello che sta succedendo negli ultimi anni, ovvero la richiesta, anzi l’obbligo, di ore non retribuite, non può accettarsi.
2) Va bene il ricorso al lavoro a contratto, alla prestazione di lavoro, ma se ne devono accettare tutte le implicazioni, ivi comprese quelle che il prestatore deve necessariamente prendere altri lavori e non può ritenersi a totale disposizione: riunioni e attività varie vanno definite e comunicate con ampio margine e, in ogni caso, eventuali assenze non devono dare luogo a manifestazioni sanzionatorie verso il docente.
3) È necessaria una profonda rivalutazione della figura del docente, occorre ridargli autorevolezza. Allo stato odierno delle cose, questi è l’ultima ruota del carro: viene valutato e giudicato sia dal basso (allievi) che dall’alto (Direzione, Coordinamento, Responsabile alla Qualità); non viene in nessun modo coinvolto nelle scelte scolastiche; deve rispondere di tutto a tutti, allievi e genitori compresi. Per una corretta impostazione scolastica il docente dev’essere invece la figura cardine, quella intono a cui ruota tutto il resto; non dimentichiamoci che una scuola si regge principalmente sul lavoro del docente e senza docenti non può esistere la scuola.

La mia ricetta italiana


In questo difficile periodo della vita italiana, ma non solo italiana, oltre ai politici molti sono coloro che formulano le proprie idee in merito al come tirarsi fuori dalla situazione contingente e allora, pur senza la pretesa d’essere esaustivo, pur nella coscienza che alla fine non mi sarà possibile apportare nulla di fattivo, ci voglio provare pure io.

La mia ricetta di benessere vuole differenziarsi dalle tante proposte che si sentono, dai tanti discorsi che vengono fatti, proposte e discorsi che viaggiano su due binari distinti ma poi non tanto diversi: gli uni preoccupati più di racimolare soldi che di risolvere i problemi strutturali, gli altri intenti più a criticare quello che fanno i primi che a proporre vere soluzioni alternative. Io voglio seguire la corrente, invero già seguita da un’esigua minoranza che svanisce nell’oceano delle lotte di potere, dell’analisi attenta e minuziosa, seguendo quelli che sono i dettami di uno strumento efficace e potente: il Problem Solving.
Certo non mi è possibile in poche righe andare ad illustrare l’intero processo d’analisi e valutazione delle soluzioni ipotizzabili e mi devo necessariamente limitare ad esporre quella che è la mia ricetta finale, chiedendovi di credermi sulla parola quando vi dico che essa non è il risultato estemporaneo di pensieri vaganti per la mia mente, ma scaturisce da una profonda meditazione delle cose e dei fatti.
Ma veniamo alla “mia ricetta italiana”.

Tanto per cominciare dobbiamo assolutamente prendere coscienza del fatto che i problemi dell’Europa non sono dati dalla situazione italiana, o quantomeno solo da quella: l’Europa è in crisi per il semplice fatto che non esiste un’Europa, ma esiste solo ed esclusivamente una moneta unica europea. Lasciamo pertanto perdere una qualsiasi considerazione che possa riguardare le problematiche europee, non hanno nulla a che fare con la soluzione delle problematiche italiane.
Precisato questo dobbiamo suddividere la ricetta in tre sezioni, ognuna delle quali raggruppa gli interventi che hanno effetto o sono attuabili in un dato spazio temporale: breve termine, medio termine e lungo termine. Il Governo è tutto teso, per evidenti ragioni di interesse politico ma con pochissima lungimiranza e scarso riguardo alle vere esigenze della Nazione, a portare avanti gli interventi validi sul breve termine, ovvero quelli che possono apportare immediate entrate di denaro alle casse dello Stato; l’opposizione si limita ad opporsi alle proposte del Governo o, al massimo, apporta alternative che si muovono sulla stessa scala temporale, il breve termine. Tutti chiedono, a parole, interventi strutturali, ovvero azioni che agiscano sul medio e lungo termine, ma nessuno, a fatti, riesce a mettere in campo proposte che realmente riguardino tali interventi strutturali. C’è si qualche voce che si sta alzando proprio in questi ultimi giorni, ma ancora è presto per capire se trattasi solo di vane parole o ci sia dietro la vera volontà di lavorarci; per altro, come ormai è ben risaputo, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare che nel caso in questione si può riformulare nel senso che tra il proporre e l’applicare c’è di mezzo una politica preoccupata solo ed esclusivamente della propria sopravvivenza.
Partire dal breve termine è l’errore comune che viene fatto, partiamo quindi dal lungo termine.

Interventi a lungo termine

1) Rinuncia alla furberia – Si sa che soprattutto in Italia è diffuso il concetto “furbo chi se ne frega delle regole e delle leggi, stupido che le rispetta”, lasciando perdere il fatto che a questo punto dovrebbe essere furbo chi non rispetta nemmeno questa linea che è pur sempre una regola (impossibile scappare dalle regole, è regola anche il non voler regole, il contestare le regole e via dicendo), le conseguenze di un tal modo di ragionare sono nefaste e ben si vedono quando, per inevitabile effetto indotto, la classe politica, che alla fine si crea dalle persone del popolo e come il popolo ragiona, si muove sulla base dello stesso concetto (vedi il mio precedente articolo di natura sociale “Il paese delle banane”).

2) Ristrutturazione del sistema politico/amministrativo – Fare il politico, a qualsiasi livello, compresi quelli parlamentari e governativi, non dev’essere un lavoro di sostentamento, ma un atto di volontariato civile; giusto che ricevano uno stipendio ma, intanto che sia livellato con quelli che sono gli stipendi medi di un qualunque lavoratore, poi che sia solo una forma di rimborso per il tempo rubato al proprio vero lavoro (che non può essere quello del politico) e/o al proprio tempo libero.

3) Ristrutturazione della formulazione di governo – “Governo” vuol dire guidare la Nazione e la guida della Nazione non è a unico carico del Governo ma anche di quella che oggi viene, inopportunamente, chiamata Opposizione. Un’Opposizione che fa opposizione, ovvero dice no a qualsiasi cosa venga proposta dal Governo (quando dovrebbe invece aiutare alla formulazione delle ipotesi di governo, non ostacolarle) alla fine determina l’impossibilita del Governo di fare governo e quindi è corresponsabile della crisi politico-amministrativa della nazione.

4) Responsabilità amministrativa oggettiva – Non è possibile che gli errori di chi governa debbano sempre e solo ricadere sul popolo, un amministratore che sbaglia e manda in rovina un azienda deve pagare di tasca propria per gli errori commessi, se un governo non riesce a governare dev’essere immediatamente destituito e deve rifondere, di tasca propria, i danni economici provocati.

5) Diversa politica del territorio – La si smetta di gridare all’eccezionalità degli eventi in occasione di catastrofi che ormai da un decennio tendono annualmente a ripetersi diventando sempre più frequenti e sempre più pesanti e costose (danni che vengono ovviamente e giustamente pagati da tutti, Stato compreso, che poi vuol dire nuovamente da tutti), si inizi ad attuare una politica territoriale conservativa e massiva, inducendo alla ristrutturazione degli edifici (piuttosto che alla costruzione di nuovi), limando notevolmente tutti i paini di urbanizzazione (già il territorio è troppo urbanizzato), inducendo i disoccupati ai lavori di mantenimento del territorio, avendo maggior cura e rispetto delle persone quando si fanno indagini di fattibilità strutturale in merito a nuovo costruzioni (onde evitare che si costruisca su terreni di frana, alla base di canali di scolo delle acque e via dicendo), eccetera.

Interventi a medio termine

1) Decadimento del fanatismo politico – Da alcuni anni le persone, tutte, dai politici al popolo, ragionano in termini di fan club: l’ha detto uno dei mie leader politici indi è la verità; l’ha scritto il giornale della mia corrente politica per cui è certezza; l’ha detto il mio partito quindi lo devo fare. Bisogna tornare a valutare le cose per quello che sono, non in ragione di chi le dice, che nessuno è infallibile.

2) Spostamento del potere decisionale auto sostentativo – allo stato attuale sono gli stessi politici che decretano in merito al loro stesso sostentamento ed è quindi logico, anche per il concetto già visto del furbo chi frega, che alla fine nel momento stesso in cui chiedono alla popolo di sacrificarsi per il bene della nazione, loro si aumentino gli stipendi o i benefici, loro evitino di tagliarsi il vitalizio pensionistico, loro se ne guardino bene dal prendere provvedimenti che colpiscano anche le loro tasche. Lo stipendio, i benefici, il vitalizio e quant’altro sia emolumento retributivo o simil retributivo dei politici dev’essere definito in via referendaria dal popolo stesso, sulla base dei meriti effettivi: un buon governo verrà premiato, un cattivo governo verrà licenziato senza emolumenti e liquidazione. Esattamente come l’attuale governo chiede (giustamente) che venga fatto per i dipendenti: i parlamentari sono i dipendenti dello Stato Italiano, il cui proprietario è il Popolo Italiano.

3) Definizione delle priorità economiche – Tra i vari servizi dello Stato ce ne sono alcuni che risultano essere assolutamente critici per la corretta evoluzione e il corretto sostentamento del popolo, sanità e scuola in primis. Questi servizi non possono essere assoggettati a criteri di rigidità economica: si può rinunciare alla costruzione di nuove strade o nuove case, ma non si può togliere disponibilità scolastica, non si può limare l’efficacia didattica tagliando i fondi alle scuola, non si può allungare la vita (assoluta e lavorativa) delle persone facendole vivere male più a lungo con un servizio sanitario scadente e che si trova costretto a rinunciare alla prevenzione (si ricordi che prevenire non è intervenire quando ci sono i sintomi, ma evitare che le malattie insorgano). Un popolo più istruito e più sano rappresenta una importante fonte di sostentamento della Nazione; un popolo ignorante e malato rappresenta una notevole spesa per la Nazione.

4) Riduzione degli sprechi – Diverse sono le azioni qui coinvolte, ecco un breve e non esaustivo elenco: smetterla di finanziare lavori pubblici che non vengono mai portati a termine; smetterla di pagare persone che di fatto scaldano solo la sedia del loro posto di lavoro; smetterla di portare avanti sperimentazioni amministrative (informatizzazione del sistema pubblico, documento di identificazione unico elettronico) senza mai arrivare ad un dunque (dunque che servirebbe anche per ridurre gli sprechi, ma bisogna arrivarci); disincentivare l’abitudine tutta italiana di volere il lavoratore presso la sede di lavoro (il 50% dei lavoratori potrebbe sicuramente lavorare da casa e del restante 50% almeno la metà potrebbe farlo in modo parziale); incentivare la riduzione dei rifiuti piuttosto che la ricerca di sistemi più efficaci di smaltimento degli stessi; migliorare i sistemi di riasfaltatura per evitare di dover rifare le strade ad ogni inverno; ridurre drasticamente il trasporto su gomma (causa d’inquinamento, rottura del manto stradale, decadimento delle strutture edilizie per effetto delle vibrazioni, eccetera).

5) Riduzione demografica – Siamo troppi e questo comporta tutta una lunga serie di problematiche territoriali e non territoriali (che alla fine hanno tutte un risvolto economico); va incentivato un corretto processo di riduzione demografica (in Italia dovremmo scendere almeno del 25%) e di un decentramento (migliore distribuzione) della popolazione.

6) Eliminazione dell’IVA – L’IVA è, a tutti gli effetti, più una spesa che un incasso: servono sistemi di gestione e di controllo e questi hanno un costo non indifferente.

7) Tutti scaricano tutto – Perché mai devo pagare le tasse su dei soldi che in realtà ho speso e quindi verranno già tassati a coloro che li hanno presi? Così come è possibile scaricare gli acquisti fatti per il sostentamento del lavoro, dev’essere possibile scaricare le spese fatte per il sostentamento della vita privata. Oltretutto così facendo si consentirebbe un incremento degli acquisti e per ogni acquisto ci sarebbe sicuramente la relativa documentazione fiscale, riducendo quasi a zero l’evasione fiscale, almeno in certi contesti.

8) Vera lotta all’evasione fiscale – Invece di prendersela con l’artigiano che ha sbagliato a riportare un decimale su una fattura, invece di ritenere a priori che tutti i professionisti siano degli evasori fiscali, invece di studiare complessi e costosi nonché poco democratici sistemi di controllo fiscale (vedi studi di settore), si combatta la vera evasione fiscale quella delle grandi multinazionali, quella delle organizzazioni malavitose, quella della nostra stessa classe politica.

Interventi a breve termine

1) Patrimoniale – La chiedono gli stessi che la dovrebbero pagarla e questo, anche perché in Italia è una novità assoluta, la dice lunga sulla sua sentita esigenza; ovvio che deve riguardare non tutta la popolazione che abbia anche un solo minimo e sudatissimo patrimonio, ma chi il patrimonio ce l’ha in ampia misura e grazie soprattutto al lavoro e al sudore di altri

2) Eliminazione dei benefici della Santa Chiesa –Tali benefici sono assolutamente contrari ad ogni logica e in aperta contraddizione con la Costituzione Italiana che sancisce la laicità dello stato italiano, inoltre sono una disparità di trattamento nel confronto di tutte le altre organizzazioni che operano a fini di beneficenza pur senza essere legate alla Chiesa Cattolica Italiana; senza contare che tali benefici vengono spesso utilizzati a copertura (illegale) di attività che sono apertamente commerciali e nulla hanno a che vedere con il volontariato, la beneficenza, la religione.

3) 8 per mille allo Stato Italiano – Allo stato attuale delle cose chi sceglie di lasciare il proprio 8 per mille allo Stato Italiano in realtà lo lascia (in massima parte) alla Chiesa Cattolica Italiana. Lo Stato Italiano ha bisogno di risorse e allora che il volere del cittadino sia pienamente rispettato: se li lascia allo Sato che sia lo Stato a ricevere quei soldi (ma per usarli lui, non per devolverli ad altri).

4) Immediata eliminazione del vitalizio dei politici – Più di tremila euro al mese in soli cinque anni di lavoro legislativo e anche con una sola presenza ai lavori di governo è uno stato di cose assolutamente inconcepibile, specie nel momento in cui il governo chiede al popolo l’innalzamento dell’età pensionabile, specie considerando che a un lavoratore sono necessari 40 anni di lavoro per andare in pensione e dopo la sua pensione è comunque tanto esigua che si trova obbligato a cercare comunque un lavoro o a vivere sotto i ponti.

5) Sensibile riduzione dell’IVA – L’IVA è un fardello che pesa sulle spalle dell’acquirente finale, questi oggi è in massima parte nelle condizioni di dover contenere al massimo le proprie spese, ridurre l’IVA aiuterebbe ad incentivare gli acquisti, di conseguenza provocherebbe un aumento degli incassi e così un aumento delle entrate fiscali per lo Stato.

Qui mi fermo che sono già stato troppo lungo per un blog. Anch’io ho così detto la mia aggiungendomi alla massa degli opinionisti più o meno improvvisati, più o meno parziali, più o meno condizionati da fanatismi politici e religiosi, più o meno sinceri, più o meno convinti.

Ora … ai posteri l’ardua sentenza! E speriamo in bene, speriamo che si ala volta buona che l’Italia cambi strada veramente e in tutti i sensi.

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