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La scoperta di sé


Adamo & Eva d'oggigiorno

Adamo & Eva d’oggigiorno

Riprendo il discorso sul racconto mitologico retroattivo di Adamo ed Eva: non tutto mi quadra, a cominciare da come viene narrato. Se «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa» può ben darsi che non abbia le conoscenze sufficienti per comprenderlo secondo la cultura che l’ha prodotto; tuttavia questo testo è fondante nella cultura e mentalità moderna in materia di nudismo, e siccome vige tuttora, mi sento legittimato a commentarlo con i parametri miei e attuali.

Ad esempio in Genesi 2, 25 si dice: «Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna»:

1) la frase è evidentemente un’aggiunta posteriore: rimanda al successivo svolgimento della vicenda, anticipa ciò che accadrà dopo. Dirlo anticipatamente sembra abbia la finalità di richiamare l’attenzione sin dall’inizio sulla nudità e sulla vergogna come fossero gli argomenti centrali o almeno importanti dell’episodio. Anche se mi sembra sproporzionato azzardare che tutto il racconto su Adamo ed Eva sia stato elaborato solo per giustificare il pudore. Ritengo che più in generale esista un parallelismo fra pudore e peccato e che il racconto sia stato usato per illustrare che cosa accade peccando, prendendo come paragone la sensazione di vergogna e di forte imbarazzo (géna direbbero i Piemontesi) che si ha quando qualcuno ci vede nudi.

A controprova, i nudisti non provano né vergogna né imbarazzo nel farsi vedere nudi; e tantomeno vogliono intenzionalmente offendere gli altri o violare ostentatamente la legge. Semplicemente hanno una percezione di sé e del proprio corpo diversa rispetto alla generalità della popolazione: non hanno nulla da difendere dalla vista degli altri, nonostante la norma del codice che ritengono ingiustificata e superata. Non vogliono che i vestiti possano veicolare di per sé un modo di pensare, un distintivo di affiliazione, un quadro morale di appartenenza: la nudità è comunque fuori causa, li pone al di fuori di ogni categorizzazione (come quella stessa di “nudisti”): è qualcosa che attiene più alla biologia che alla sociologia, men che meno alla morale. Dovremmo coprire i fiori del nostro giardino solo perché sono gli organi sessuali delle piante? Non sono oscene certe mutandine per cani?

Mutandine per cani

Mutandine per cani

Se, come fa la legge, portare obbligatoriamente vestiti rientra nel comportamento abituale e tramandato, nei rapporti sociali reciproci, e a motivo della “turbativa” che potrebbe suscitare in chi guarda, se ne vieta la vista e l’esposizione al pubblico, allora vuol dire che la nudità è stata caricata di valori e significati che di per sé non ha. Mi suona male persino la formulazione stessa dell’articolo sugli atti indecenti in luogo pubblico. Invece che rendere prescrittivo l’abbigliamento, prendendo a modello i Comandamenti, vieta i comportamenti ritenuti inidonei, non ammissibili.

E si ritorna al “mito” di Adamo ed Eva, dove viene spiegato il sorgere della vergogna per la nudità. L’unico presente era Dio. Il mito potrebbe limitarsi alla vergogna verso Dio, ma qualcuno generalizza (tirando in ballo la carità) e pensa che ogni peccato contro Dio sia peccato anche contro gli altri. Una botte di ferro.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (Da http://www.naktiv.net/) Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (da http://www.naktiv.net/). Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

2) Adamo ed Eva sono talmente simbiotici che soltanto ad un’attenta lettura si rileva che si accorgono della propria nudità solo quando anche Adamo ha mangiato del frutto. Già nel Concilio di Trento Ambrogio Catarino aveva notato che «quantonque Eva mangiasse il pomo prima d’Adamo, però non si conobbe nuda, né incorsa nella pena, ma solo dopo che Adamo ebbe peccato» (Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino).

Il che mi conferma che essi abbiano compiuto insieme il peccato (ipotizzo: l’atto sessuale), spinti da un desiderio, da un’attrazione (forse non ancora da un sentimento, ma chi può dirlo?) assolutamente naturali e irreprensibili. Scoprire di sé questa “conoscenza” andava oltre il limite posto da Dio, scoprire in sé, da soli, un bonum assolutamente inatteso e irresistibile non era previsto dal piano pensato da Dio, o forse troppo in anticipo. Il malum che ne consegue è interpretabile come pena del contrappasso: fatica e dolori del parto. A questo punto mi ricredo e penso che l’“albero della conoscenza del bene e del male” non vada interpretato in senso morale, ma meno astrattamente come “conoscenza del piacere e del dolore”. Come se la situazione dei progenitori prima del peccato fosse priva di questi opposti, una situazione anestetizzata e apatica, un’ebetudine stagnante, che tutto accoglie e lascia fare, senza il brio di un’intelligenza sveglia ed attenta. La cacciata perciò sembra una punizione fin troppo severa, data l’inconsapevolezza, l’ingenuità, addirittura la fondamentale buona fede dei progenitori, al punto da far sorgere il sospetto che sia nient’altro che mito, un pretesto per giustificare a posteriori un costume vigente.

Con la “conoscenza del piacere e del dolore” Adamo & Eva si tolgono una patina, un velo che impediva loro di vedere gli esseri senzienti che erano, a cominciare dalla presa di coscienza del proprio corpo: è una realtà che scoprono da soli (Dio non li aveva informati delle possibilità che avevano), e di cui sono giustamente orgogliosi, una ricchezza che non sapevano d’avere. La “vergogna” che sarà associata alla nudità rimanderà al primitivo peccato, al “peccato di orgoglio” primigenio che sorpassa ed esclude Dio; che prorompe dalla consapevolezza corporea sganciata da un debito di gratitudine, da un rapporto di sudditanza col Creatore. Un’istanza di autonomia e di onore squisitamente umani (compos sui), che pesando piaceri e dolori, accetta gli uni e gli altri come irrinunciabili componenti della condizione umana, accettata con serena fidanza nelle proprie forze, con l’eroismo e il coraggio che ci inventeremo giorno per giorno e che ci renderanno sempre più consapevoli e contenti di noi.

 

(continua)

Laicità


Togliendoci i vestiti immediatamente ci sono caduti anche dei veli che ci impedivano una più chiara comprensione di noi, del nostro corpo e del rapporto che abbiamo con la società e del ruolo che la società può avere nel condizionarci.

C’è forse voluto un po’ di coraggio la prima volta nel fare quel passo e poi tutta la costruzione che ci gravava sugli occhi, nella mente, nella coscienza si è dissolta come d’incanto. A conferma che, se vogliamo, spetta solo a noi recuperarci schietti e autentici come un impulso irrefrenabile da un certo punto in poi ci ha spinto ad essere. Una volta riconosciute, non siamo più stati in grado di sopportare le ipocrisie, di perpetuarle perché in certa parte ce ne sentivamo anche complici. Mi sono chiesto mille volte perché il nudo fosse visto come minaccia. Una volta nudista, ho ben visto che di sovvertire la società non me n’importava proprio nulla, e tutto quell’alone di mistero, di misticismo, di ineffabilità si è sciolto come la neve di luglio.

Vedo che da quando sono nudista sono cambiato moltissimo, come mentalità e come comportamento. Ho cambiato identità, come avessi recuperato qualcosa di me che mi era stato scippato, turlupinandomi con i laccetti di mille voci sussurrate, di ammonimenti e minacce. Ha vinto la mia testa dura. Ed ora sono contento. Gli altri facciano pure come vogliono: ne han facoltà, siamo in un paese libero e democratico. E per dirla fino in fondo: anche laico. Sì, perché i terrori del confessionale possono piegare la schiena a chiunque, se non si vedono alternative. E un sistema morale, storicamente consolidato e imperante (per il solo gusto dell’imperio, del dominio su altre persone, sulle coscienze, sulle menti – per poi riservarsi il privilegio di fare di nascosto quel che in palese si vieta) può agire sulle persone in modo totalizzante, plagiarle e piegarle, indottrinarle, martellare con slogan le menti fino a far perdere l’uso della critica e della ragione. Perché questo è stato fatto. E ce ne ricordiamo benissimo tutti.

E prendo un solo esempio. Ritorno ad Adamo ed Eva. Nei giorni scorsi, per puro caso e inaspettatamente, m’è capitato di rileggere l’episodio della Genesi. E mi sono sorpreso di un fatto che non avevo mai notato prima: e cioè che Adamo ed Eva provano vergogna della propria nudità nei confronti di Dio, ma non tra di loro! Un pensiero dopo l’altro ne ho tratto delle conseguenze: se una persona accetta Dio – liberissimo di farlo! ci mancherebbe – ne accetta il programma morale o quel che la Chiesa ha stabilito sia consono e giusto. Il catechismo riguarda i credenti, non chi a questo Dio (o alla miriade di altri) non crede. La società, che dall’Illuminismo si è costruita nella laicità, non può assumere per proprio il codice morale di un raggruppamento religioso. Se un cattolico, un buddista o chi altro non sopporta la vista di altre persone nude, in uno stato che si vuol definire laico, non può imporre loro il proprio sistema di valori, credenze, convinzioni. L’agire moralmente secondo un codice morale è una scelta che riguarda la persona, non lo stato. Lo stato ha le sue leggi – che dovrebbero essere ispirate a laicità. L’art. 726 del codice penale che punisce gli atti contro la decenza non è ispirato a laicità, perché prende a riferimento e assume come proprie le posizioni di un gruppo religioso, come ne fosse il difensore o la diretta emanazione politica (per uno stato laico dovrebbe essere indifferente quanto esso possa essere numeroso) Addirittura giunge all’aberrazione giuridica che punisce preliminarmente (e solo in questo caso!) la possibilità che possa accadere questa eventualità, punendo anche il solo fatto che qualcuno possa essere visto nudo dal pubblico: prevenire è meglio che curare!

Se la Bibbia stessa mi dice che Adamo ed Eva non provavano vergogna della propria nudità, come mai in seguito si è generalizzata la vergogna che essi provavano verso Dio anche nei confronti reciproci? Lo stato laico tiene fuori dai rapporti politico-sociali fra i cittadini il rapporto personale che questi hanno con Dio. Perché dunque la legge ha accolto come reato una generalizzazione che non esisteva nemmeno nelle fonti stesse della religione? Esiste un potere più grande della religione stessa? Parrebbe proprio di sì!

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