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Risveglio


15/04/2017 – Articolo ammesso al concorso “Racconti nella Rete 2017”

Nero, nero profondo, nero che copre il tutto, nessuna ombra, nessun indizio sul luogo, solo il buio totale. Rintocchi di campane, uno, due, tre, quattro… cinque, il nero man mano s’attenua concedendo spazio alle sfumature di grigio. Primi deboli segni appaiono, ancora troppo vacui per essere decifrati, già sufficienti per spezzare la cupa oppressione del nero. Una finestra aperta lascia passare la frescura della notte, persiane semi accostate filtrano la luce del mattino.

Cinguettio d’uccelli, un sottilissimo filo di luce perfora l’oscurità, percorre la stanza mettendo in evidenza piccoli argentei elementi sospesi nell’aria. Tutt’intorno, nel fosco dell’ombra, mobili antichi danno flebile evidenza della loro presenza. Nell’angolo lambito dalla lama di luce un trespolo di ferro sostiene un bianco catino, vicino ad esso una cassapanca sorregge la candida brocca dell’acqua.

Il tubare di una colomba, la luce s’allarga e appare un piccolo letto alla francese, lenzuola stropicciate coprono appena il corpo di una persona. Capelli neri e lunghi nascondono il cuscino, una spalla fa capolino, una schiena dorata appare e scompare, un tondo gluteo, pezzi di gamba, le dita di un piede.

Un gallo che canta il suo inno mattutino, il ticchettio di un ramo che impertinentemente picchia sulla persiana. Ancora rintocchi di campane, ancora cinguettio d’uccelli, ancora l’insistente tubare della colomba. La luce del sole invade quasi per intero la stanza, i toni di grigio si sono mutati in mille colori. Il corpo si scuote, un lieve tremore lo percorre, le gambe si distendono facendo cadere a terra il lenzuolo, corpo nudo di donna si riflette nello specchio adiacente.

Voci di bimbi che scendono le scale, la luce colpisce il viso della donna, qualche sbadiglio, una stiracchiata di braccia, è ora di alzarsi. Luisa lentamente si gira, le gambe fuori dal letto, le piega lentamente quasi a voler ritardare al massimo il momento in cui i piedi arrivino a toccare il pavimento, inesorabile segno di un inevitabile risveglio.

Tac, i piedi toccano terra, una dolce spinta di braccia e il busto si solleva dal giaciglio, altra spinta e anche i glutei abbandonano definitivamente il morbido abbraccio del materasso. Luisa osserva il suo corpo riflesso nello specchio: muscolatura regolare, un viso gentile, due occhi marroni né grandi né piccoli, gambe robuste sebbene eleganti, equilibrata proporzione col busto, mammelle sode di media dimensione, capezzoli turgidi ed evidenti, il pube completamente rasato, una pelle dorata senz’ombre di bianco.

È pronta, l’esame visivo ha rimesso in moto ogni parte di lei, ridato energia ai muscoli intorpiditi dal lungo sonno. S’incammina per la stanza, raggiunge il lato opposto dove, appoggiato su una vecchia cassapanca, riposa un ampio salviettone azzurro. Lo prende, lo spiega con un colpo secco, lo appoggia sulla spalla sinistra, si gira, infila la porta che la immette nel corridoio.

Scese le scale arriva in una grande stanza ben arredata, Luca, il proprietario della casa, sta sfornando una profumata torta, Ginevra, sua moglie, è intenta ad apparecchiare la tavola, due bimbi attendono impazienti seduti su di una panca. Luisa saluta tutti prontamente ricambiata. I bimbi nel vederla dimenticano per un attimo la golosa torta che stavano attendendo e le corrono incontro. Marco le salta in braccio, proditoriamente catturato dalle braccia di Luisa, Marina le si avvinghia alle gambe guardandola in viso e sorridendole.

“Bambini, bambini” grida con voce leggera la madre, “lasciate che Luisa vada a fare la doccia”. Prontamente i due bimbi rispondono al richiamo della madre. Un bacino a ciascuno e, mentre loro tornano a sedersi sulla panca e osservano la torta rossa e profumata ormai posata sul tavolo, Luisa s’incammina verso la porta d’ingresso.

Alcune galline razzolano sull’aia, Marco lo stalliere è già al lavoro nei pressi della stalla, un nutrito gruppo di ragazzi stanno giocando nel prato ancora umido di rugiada, sulla riva di un piccolo laghetto, senza tema di sporcare vesti che non hanno, maschi e femmine tutti insieme, gioiosamente corrono sull’erba e saltano nell’acqua provocando ampi spruzzi che inondano tutt’intorno bagnando i compagni. Luisa, salutati i ragazzi, si dirige verso una rustica doccia: un verde tubo dell’acqua, un pallet di legno, un largo soffione, una manopola rossa. L’acqua scivola dolcemente sul suo corpo ricoprendola gradatamente in ogni sua parte. Strofinandosi con una ruvida spugna naturale, lentamente gusta il sapore del mattino.

I ragazzi continuano a giocare, dalla doccia li osserva correre felici. Sulla strada che costeggia il cortile il passaggio di gente si fan man mano più intenso. Giorgio e Michela, avvolti nelle loro bronzee tutine di pelle abbronzata dal sole, come ogni mattina sfilano di corsa per il loro quotidiano allenamento, Marilisa la paffutella fornaia passa con il suo carrettino ricolmo di sacchetti del pane, Stefano il vigile urbano fischiettando di bianco vestito va al lavoro. Luisa, continuando a farsi la doccia, salutando regala il proprio sorriso a tutti e tutti le rispondono altrettanto cordialmente.

L’acqua si ferma, senza asciugarsi Luisa recupera l’azzurro salviettone che aveva posato su un vicino tavolino e si sposta sul prato dove giocano i ragazzi. Stende l’asciugamano a terra nelle vicinanze del laghetto e vi si distende sopra. È piacevole farsi asciugare dai raggi del sole, lasciare che il suo calore faccia evaporare ogni più piccolo segno d’umidità da ogni più recondita parte del corpo: il sole del mattino è delicato, t’asciuga velocemente e perfettamente senza rosolarti la pelle, che resta morbida e vellutata.

Distesa nel prato, coccolata dal sole, cullata dalle voci dei ragazzi, lascia vagare i pensieri e ricorda. Recupera sensazioni che un tempo la condizionata mente spesso rigettava rendendole impercettibili: il fastidio delle mutande, la gogna del reggiseno, l’indecisione dell’abito da mettersi, la preoccupazione per come sedersi, muoversi, atteggiarsi, l’insoddisfazione dei giochi proibiti per non sporcare le vesti, “attenta che ti vedono le mutandine”, “non fare così che ti prendono per una donna di facili costumi”, “guai a te se ti sporchi il vestito”, “quell’abito è troppo scollato… la gonna è troppo corta… i pantaloni modellano il tuo sedere, vuoi che qualcuno ti violenti?”. Quant’è facile e bello… ora!

Arte del corpo libero


Uno dei temi caldi nell’ambiente del nudismo è sempre stato e ancora è quello delle immagini, in particolare delle fotografie, ma anche in genere dei disegni, dei quadri, delle sculture, di ogni cosa che potesse raffigurare il corpo umano per quello che è nella sua naturale spontaneità ed essenza: il nudo.

C’è chi non vorrebbe vedere immagini di nudo nemmeno nell’ambito dei siti e dei forum nudisti, c’è chi, al contrario, non solo le ammette ma proprio le considera indispensabili: un’impronta chiara e inequivocabile dell’essere liberi e incondizionati.

C’è chi le valuta con occhio fortemente clinico e/o cinico e boccia quelle immagini che anche solo minimamente possono far pensare a qualcosa che non sia asessuato, c’è chi, invece, le vede con molta ironia, così come avviene fuori dall’ambiente nudista, in quel mondo che i nudisti chiamano tessile.

C’è chi vorrebbe sempre e comunque rispettato il canone artistico e chi comprende il desiderio del semplice ricordo che si nasconde dietro all’immagine della singola persona magari fatta con l’autoscatto davanti ad uno specchio.

A cura dell’amico Giuseppe Maccioni ecco un interessante documentario sull’argomento: una serie di interviste fatte durante il Raduno Nazionale 2013 de iNudisti.

Buona visione.

Cliccare sull’immagine per visualizzare il filmato
artecorpolibero

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