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Anima nuda


     Il corpo già ci fa da interfaccia fra noi e la società e filtra in entrata e in uscita il nostro dialogo col mondo. Questo stesso nostro corpo è anche in dialogo fitto col nostro sé, il nostro Io, la nostra mente, anima, coscienza, carattere, consapevolezza, spirito… o comunque vogliamo chiamare il ganglio, la funzione, l’energia immateriale che è in noi.

    Il costume che il pudore c’impone, quasi ultimo baluardo a nostra difesa, può richiamarci il villaggio gallico che resiste strenuamente ai Romani (come lì sotto si custodisse la magica pozione), oppure l’arca dell’alleanza con forze soprannaturali (del destino o di un dio), o il patto di reciproca convivenza col mondo.

    Mi chiedo se analogamente non possa esistere una sacca di resistenza fra noi e la nostra “anima”. Qualcosa che non ben conosciamo, ma tremendamente importante e delicato, che tendiamo a non mostrare, a non vedere, a non condividere. Mi sfugge in avanti la parola mistico, nel senso originario di “mistero”, di rito segreto ed efficace (come quelli di Eleusi). Al profano è negato l’accesso ai misteri, anzi è punito qualora voglia sapere di più. In generale non mi piacciono i segreti, chi li detiene si arroga un potere effettivo solo perché noi glielo accordiamo.

    Trovo esista un parallelo fra il pudore del corpo verso la società e il pudore che abbiamo verso noi stessi. Esistono dei tasti malnoti che non osiamo sfiorare, argomenti che ci creano disagio, insicurezza, se non talvolta anche vergogna o dolore.

    Con la pratica nudista, il nostro stesso corpo ci ha svelato e confermato l’inconsistenza dei nostri tabù, pian piano si sono frantumati da soli. Quanti presunti segreti, che guai a violare!

    I tabù con noi stessi, al contrario, sono più resistenti, in continuo aggiornamento e non ben localizzabili, né identificabili. D’improvviso sbattiamo la testa contro un vetro:

  • non vediamo nulla, ma non si passa;
  • ci comportiamo in un certo modo, come abbiam sempre fatto e non ci spieghiamo perché;
  • abbiamo gusti, preferenze e paure che ci sono ormai abitudine;
  • reagiamo d’istinto, prendiamo decisioni accecati da ira o passione.

    Nemmeno vogliamo sapere perché – persin dubitiamo che la ragione possa capire, o non vogliamo che ci metta le mani, quasi fossero mani d’estranei (“giù le mani dalla plancia comando”). È giusto, pian piano, toglierci anche queste mutande mentali? Morremo o saremo accecati nel veder la nostra anima nuda? Pensandoci bene, anche queste mutande abbiam dovuto comprarle: mi piacerebbe sapere chi è il venditore!

    Un giorno ci provo: vado in Torbiera o su un picco con un vasto orizzonte e sciorino la mia anima all’aria. Qualcuno – ad arte – ha sparso la voce che dentro di noi si annidino mostri, che impazzano se non tenuti alla catena della ragione. Da piccoli ci han fatto credere di avere un “diavoletto”, da grandi ci terrorizzano i mostri del nostro inconscio. Tutto per farci paura, per tenerci sulla “retta via”, come fossimo incapaci da soli di guidarci e badare a noi stessi, di camminare da soli. Ma quando allora cresciamo?

    Ci è indifferente vederci e mostrarci per quel che siamo nel corpo: ognuno uguale e diverso. Non per questo facciamo a cazzotti o ci prendiam la licenza degli ultimi oltraggi. Così, penso, faremo anche con l’anima: vedere al sole chi siamo, come stiamo con noi stessi, non può farci male.

   Ci stiamo tirando addosso una maledizione fatale; una punizione per un nuovo peccato di orgoglio, superbia, o apunto: impudenza?
O temiamo la sorte di Edipo?

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