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Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

L’acacia del Ténéré e le betulle della Siberia


Vizi di forma

Il comportamento umano odierno può essere ritenuto come bestemmia e atto di protervia nei confronti della Natura Creatrice – ci vedo dei parallelismi col peccato originale. Mi voglio però subito assolvere perché al contempo so che le abitudini inveterate che ogni giorno ripetiamo per inerzia o per mimesi sociale, non sono frutto di riflessione, di attenzione, di libera e cosciente decisione. Ritengo che le nostre conoscenze e gli atti che ne conseguono non derivino da una concezione o autocoscienza personale, maturate con l’esperienza, con fatti realmente vissuti, con deduzioni nostre, di noi come esseri naturali, ma sono il prodotto di una concezione, mentalità e autocoscienza sociali, civili, politiche (che in vari modi siamo costretti a condividere), che vedono nella distanza dalla natura, dalla selvatichezza, un netto ed opposto guadagno di civiltà, socialità, progresso e cultura, una logica coerente, utile e convincente, un “discorso di metodo” (Cartesio) che l’uomo ha scelto a propria norma di vita: una vita improntata alla razionalità, alla scientificità, alla progettualità. Con un fondamentale “vizio di forma”: che consideriamo la nostra aspirazione a imitare/emulare il Creatore come legittima e “umana”, come del resto riteniamo sia stato legittimo e umano l’esserci creato un Creatore a nostra immagine e somiglianza, proiettato al massimo di tutto. Ma i risultati sono spesso dannosi, e ogni disequilibrio che immettiamo artificialmente nella natura si rivolge prima o poi contro di noi. Perciò ritengo che ciò che normalmente sentiamo nostro geloso patrimonio dell’umanità – l’intelligenza – vada spesso contro l’equilibrio e l’armonia che vige in natura. I “vizi di forma” invalidano la procedura, ma il nostro orgoglio pervicacemente si rifiuta di ammetterlo.

Ad esempio ritengo un danno il fatto che non sappiamo accettarci come la natura ci ha fatto. D’altro canto (dal canto sociale) riscontro una grande difficoltà da parte della società ad accettare come ovvie e indiscutibili le differenze individuali, e che il “bene comune” prevarichi spessissimo sull’individuo… La società non sopporta di buon grado che il proprio giudizio condizionante non venga accolto apertamente, senza riserve, come qualcosa di buono-in-sé, proprio perché viene dalla società ed è maggioritariamente condiviso. Non sopporta che l’individuo abbia dei dubbi, avanzi dei distinguo, controproponga delle condizioni, alzi delle barriere per difendersene e garantire così la propria individualità e originalità. In sostanza: che sappia fare da sé, senza bisogno della società… che preferisca essere un’acacia del Ténéré piuttosto che una betulla della Siberia.

 

L’acacia del Ténéré: unico albero nel raggio di chilometri di deserto

Bosco di betulle

 

Nudità come interfaccia fra l’individuo e la società

La nudità, agìta significativamente alla presenza di altri, ma senza inutili ostentazioni, porta a rifletter profondamente sugli orpelli sociali di cui dobbiamo vestirci per agire in società.

È la prima frattura, ma è sufficiente per comprendere che il muro può incrinarsi e sgretolarsi. Con la nudità, sia privata che condivisa, cominciamo a vederci in modo diverso, non condizionato. L’abbiamo scelto noi, con coraggio e determinazione, mettendo da parte pudore e paure, col freddo sul collo di una mannaia affilata, con l’àschero di un salto nel vuoto.

È qualcosa di genuino, una genuinità nostra e diversa che cominciamo a scoprire, cominciamo a scoprirci diversi da quel che pensavamo di essere quando eravamo riflesso di quel che la società ci rimandava, costruzione di quel che la società efficientista voleva da noi – a cominciar dall’aspetto, da come ci presentiamo in società.

Come fa il singolo, che non è un criminale, ma una persona onesta e normale, a dar credito a una società che non lo rispetta per quello che è? Ad una società che lo vuole plasmare, che lo vuole tosare, valido solo in quanto cespite fiscale per lo stato, che lo vuole inquadrato come fosse un soldato in divisa. Mi annoiano le marce, l’addestramento formale, i dest-riga e battere il passo. Una società che non vuole la mia individualità, che non vuole il mio apporto originale non fa per me: l’accettazione deve essere reciproca. Sì, ho questa alta considerazione di me, è quel che so di me che mi dà questo giusto orgoglio, e all’occasione potrei anche essere molto generoso: non tanto di quello che ho, che so o che so fare, ma semplicemente di quello che sono.

Tutti insieme è una gran cosa, ci sentiamo forti allo stadio, all’Arena di Verona: 50-100 mila persone tutte insieme, riunite per un unico scopo: è galvanizzante, una gran forza, una fiammata… al momento. Come si può accettare di fare la fila per visitare una mostra, sapendo che la poltrona del boss si regge sul numero di biglietti staccati?

Pacifici e nudi

Mi chiedo infatti come mai esiste questa gran differenza fra nudi e vestiti; perché ci sentiamo così diversi, non solo quando possiamo star pacifici e nudi, ma portiamo la diversa mentalità anche nelle relazioni quotidiane, sul lavoro, nel modo di pensare. Ed è un guadagno su tutti i fronti cui non vogliamo più rinunciare: sentiamo e vediamo che ci fa bene. E fa bene anche a tutti. Non sappiamo quanto, e forse nemmeno mai lo scopriremo, ma sicuramente ci migliora.

Ci basta il volto infuocato dopo un’escursione per dirci di quanto bene ci ha fatto lo stare all’aria aperta, il sudare, il far fatica, lo stare semplicemente esposti a quel che la natura ci manda. Al contrario le lampade di un solarium aumentano il rischio di cancro alla pelle.

Perciò non discuto una teologia che mi prescrive come dogma questa definizione di peccato: «il peccato è un’offesa a Dio per il motivo che agiamo contro il nostro stesso bene» (san Tommaso d’Aquino: «Non enim Deus a nobis offenditur nisi ex eo quod contra nostrum bonum agimus» Summa contra gentiles III 122) – semplicemente la lascio dov’è, non fa per me.

Di che cosa si dovrebbe offendere Dio? Semmai del contrario: noi che in società non sopportiamo la vista reciproca di come ci ha fatto e voluto. Il senso di colpa, parente stretto della proclività “naturale” verso il peccato, ci porta ad una disistima di noi stessi, all’accettazione di un “ordine divino” (nei due sensi di “comando” e di “disposizione ordinata”) che ci fan credere sia del tutto uguale a quello naturale. Se fosse tale, “saremmo nudi senza provare vergogna” come nel paradiso terrestre, prima del cosiddetto “peccato”. Perché è stato uno sbaglio? se prima non sospettavamo di nulla; perché quell’inciampo? Era destino? Per aumentare il nostro senso di colpa abbiam quasi costretto Dio (l’offeso) a incarnarsi (per uno spirito il corpo è una prigione) e a sacrificarsi. Altro che Redenzione! mi sa che è stato piuttosto una trovata per un giro di vite! Non varrebbe la pena soffermarsi tanto su questi argomenti, se non fosse che la maggioranza delle persone credenti ne è però assolutamente convinta, e la società in generale è imbevuta di questa mentalità, di questi agganci, di questi anelli della catena che ci lega l’uno all’altro come miserevoli schiavi d’una cava di pietre, come nudi carusi di Floristella.

Nelle zolfare di Sicilia – Gruppo di carusi al sole. Fotografia di Eduardo Ximenes (dall’«Illustrazione Italiana» nr. 43, 28 ottobre 1894, p. 281, fig. 8.

È un punto di vista. Legittimo, plausibile, rispettabile. Ciò che non è legittimo, plausibile, rispettabile è che ci venga imposto come verità. Questa non è una verità che ci libera (per dirla con san Giovanni). Se accettiamo questo punto di vista rinunciamo al nostro, perdiamo qualcosa di noi, qualcosa di molto importante: ci delegittimiamo, il nostro punto di vista è squalificato ai nostri stessi occhi, rinunciamo al rispetto che ci è dovuto, deleghiamo ad altri, come fossimo indegni, ignoranti o incapaci di vivere secondo il nostro punto di vista e ci facessimo convinti che quello di altri – perché universalmente condiviso – sia più valido, più nitido, più perspicace, più tutto.

Dopo questo primo passo di riappropriazione del nostro punto di vista, della nostra coscienza, dopo questo distacco dall’opinione pubblica, seguono in catena delle conseguenze, delle scelte nei nostri atti che fan lievitare la presa di coscienza della nostra identità: unica, individua, autonoma, originale. Non che poi mi chieda: «se sono fatto così, che ci posso fare?» Al contrario: sono così, mi sono costruito così, secondo come la pensavo, perché non sono un robot uguale a mille altri, perché i pensieri mi vengono dalla mia mente e non da un microchip uguale per tutti.

Il mettermi nudo non ha proprio nessun significato: non è una rivolta, non è la presunzione di aver capito chissà che, non è un’esibizione arrogante e prevaricante di una presunta superiorità etica o sapienziale, non è un’imposizione. È soltanto la mia presenza, qui ed ora, per quello che sono, non per quel che presumo di essere, come sono presenti migliaia e milioni di altre persone, di altri individui, ciascuno per sé, ciascuno ricchissimo della propria individualità; che sono uniti in società non per farne parte o come pecore o come pastori, ma per scambiare e condividere. Perché esattamente come considero me unico e perfetto, altrettanto considero gli altri unici e perfetti, altrettanto uomini quanto lo sono io. Non chiusi nella cella di un alveare, ma piuttosto in un continuo brusio di voci che mi circondano, fra cui anche la mia. Non tanto per sentirmi in un coro ad eseguire una musica per armoniosa che sia, ma come un odore di polline di fiori diversi che è quel che è. Che non deve essere un distillato profumo per il gusto di Vogue.

 

Pudore e punti di vista

Il pudore è conseguenza di come vediamo il nostro corpo – o di come ci hanno insegnato a guardarlo. Da come l’abbiamo fatto a fette, suddiviso in parti buone e in parti cattive, in parti rispettabili, decenti e mostrabili e in parti di cui aver vergogna. Dìvide et ìmpera: una volta che si è accettata questa divisione, si è anche accettato che qualcuno abbia potuto metterci le mani addosso senza chiederci nulla – perché così fan tutti. Possiamo stupirci e indignarci fin che vogliamo che questo sia ammesso, anzi sia stato fatto dalla società, senza darci sufficienti spiegazioni. Ma dovremmo stupirci e indignarci ancor di più del fatto che non reagiamo, tenendo a distanza questa longa manus che introducendosi come un’intrusa a dirmi come devo gestire il mio corpo, mi fa poi diventare col mio stesso esempio uno dei tutti, apostolo ed evangelista del suo modo di pensare, che col tempo diventa anche il mio. Da ritrasmettere ad altri.

 

I segreti

Subdolamente esiste un altro motivo per questa suddivisione: più una cosa è mantenuta segreta e più attira i curiosi, i feticisti del disvelamento, del gossip pruriginoso; di chi in nome della trasparenza vorrebbe tutto sapere per avere l’esclusiva della divulgazione – per scoprire alla fine che sono in fondo banalità o segreti di Pulcinella. È come il gusto malsano di sbirciare dalla serratura o dai buchi nelle cabine.

A salvaguardia di questi pseudo segreti sono state approvate leggi, attenuate poi dalla giurisprudenza, steccati moralistici sempre più rigidi, scandali presunti, preoccupazioni eccessive. Il frutto proibito attira sempre: dato un limite, nasce sempre il desiderio di superarlo; di fronte all’impossibile, alle difficoltà, nascono le sfide. Per il desiderio di vincere – anche di provarsi le forze, di superare se stessi – si fanno pazzie, si va oltre la misura, ci si tira il collo. Qualcuno pianta i paletti, qualcuno si diverte a dimostrare che non servono a nulla; qualcun altro sente l’imperativo categorico di doverli superare oppure annullare, ritenendoli assurdi, oppure per dimostrare che lui è libero, che non si lascia mettere i piedi sul collo da nessuno.

 

Sotto assedio

Sotto la cintura il corpo comincia a farsi interessante, comincia ad essere oggetto di stretta vigilanza – e passa la concezione che sia sotto assedio, che non lo sappiamo gestire, che abbia bisogno di una guida, perché la tentazione esiste, è sempre in agguato, e non sempre sappiamo resistervi. Qualcuno ci tiene a questa difesa pubblica, perché la protezione pubblica dà maggior sicurezza, qualcun altro per dimostrare che può infrangere ogni controllo (specie se il corpo è di altri); altri esplorano questo terreno per dimostrare quanto sia immotivato il confine, inconsistenti le ragioni, per invalidare il divieto; vuole bombardare le fortificazioni, spianare gli argini, togliere le barriere, le recinzioni, le trincee.

È un territorio ben difeso. Paure ominose ce ne tengon lontani come fosse maledetto o stregato; un brivido ci assale al solo pensiero di doverci addentrare, e di solito poi si preferisce desistere per timore di un collasso emozionale, talmente è carico di strane energie, di arie ebrianti, di stordimenti che tolgono il fiato. Ne va molto spesso della nostra reputazione, del nostro decoro e rispettabilità. Con quale faccia ci potremo presentare in pubblico, guardare vis’a viso la gente?

Si capisce subito allora che sono check point presidiati dalla società, dai controllori del viver civile. Nessuno con se stesso ha di questi timori o paure. La società ha messi off limits questi distretti. Di che cosa si debba temere rimane un mistero. Ma per l’appunto la curiosità cresce; è l’anello della catena che più è sottoposto a prove di resistenza, facendo credere che sia l’anello più debole e che se cede, tutto poi salti. È la porta di Barbablù. E qual è il vero segreto che non deve essere svelato: il corpo nudo e naturale o la nuda verità sul motivo che ha portato alla demarcazione netta di parti e funzioni del corpo?

La chiave della stanza segreta – altro avvertimento, altra disubbidienza. Una variante del solito mito, d’un archetipo: ubbidire è controllo di sé o riconoscimento di un’autorità? All’individuo la scelta e la responsabilità.

L’esproprio

Se il frutto è proibito, lascia pensare che qualcuno l’abbia assaggiato e ne voglia avere l’esclusiva, il geloso privilegio. Non c’è una legge che mi vieta di cogliere funghi velenosi – lo so da me! I motivi sono espliciti e chiari. Non c’è come tenere nel limbo una spiegazione per far nascere il desiderio di trovarla. E poiché non si trova, poiché un motivo convincente non esiste, intervengono altri strumenti di convincimento (e coercizione) per tenerci alla larga: onore, pudore, vergogna, decenza, buona educazione…

Perché ci è stata espropriata l’esperienza totale del corpo? Perché una parte è seclusa dalla condivisione con altri, se non a determinate e rigide condizioni? Cui prodest?

Non mi basta una conoscenza libresca del corpo, non mi basta una tavola anatomica, un’immagine: voglio la presenza del corpo mio e del corpo degli altri insieme, reale, come fatto normale di vita, nel mio quotidiano: se il mio vicino vuol prendersi il sole nudo sul balcone adiacente, semplicemente lo faccia, a me non fa proprio niente; anzi: preferisco che si senta libero di prendere il sole nudo, piuttosto che si senta obbligato, da me che lo posso vedere, a mettersi un paio di slip: non sono il pubblico in astratto, alla presenza del quale compie atti contrari alla pubblica decenza – non lo voglio essere! Non mi puoi generalizzare così, cara legge, non mi cacci nel mucchio!

Per questo forse è permessa la rappresentazione del corpo, ma non la sua presenza; per questo è permessa la nudità come fatto artistico, ma non come esperienza.

Noi che abbiamo forzato il confine

Se penso a quanto l’esperienza di questi anni con gli amici nudisti ha cambiato la mia presa sulla vita, la mia concretezza vissuta attraverso le percezioni del corpo, quanto ha sensibilizzato, affinato anche le mie emozioni, arrivo alla conclusione che l’aver fatto a pezzi il corpo nella percezione moralistica, l’aver introdotto reazioni pavloviane alla vista del nudo non può appartenere al disegno della natura e dunque lo rimando al mittente, non mi tocca più.

Anche noi che amiamo spogliarci quando possiamo, forziamo questo confine. Lo facciamo per un motivo immediato, per un benessere contingente, senza la pretesa o la finalità di voler dimostrare alcunché o essere d’esempio per altri e fare proseliti: è meglio che ciascuno segua il proprio percorso, perché gli piace, per farsi un regalo; se lo fa per imitarci, perché è un trend, quel che ha acquisito sarà effimero, non sarà un’esperienza personale arricchente, sarà come seguire il branco di turno perché si ha paura del capo.

Non ci va per niente bene il mal-pensiero che sottostà a questo divieto d’essere nudi: la generalizzazione e proiezione di una mentalità e moralità che non sono le nostre, ma che ci sono attribuita senza verifica. E tutto gira attorno al perno del sesso, perché dopo Freud è come il prezzemolo, è una forma-pensiero che – dato il divieto – ha dell’adrenalinico. Come bastasse spogliarci per divenire bestiali, famelici, passionali senza ritegno.

E 2: come non fossimo capaci di gestirci da soli su questo punto e la società opportunamente ci venisse incontro dandoci saggi consigli.

Oppure 3: che la società abbia un proprio disegno, un proprio ordine e reclami un diritto di veto che la vince sulle istanze individuali.

Gli artisti

Emancipare il proprio corpo dai vari guinzagli o bendaggi ha riflessi immediati anche sulla concezione generale della vita individuale, del proprio ruolo nella società, delle relazioni con gli altri.

La società riesce ad imporre persino agli artisti le proprie mode, il proprio gusto e lo fa con un mezzo che sembra neutro, con una bilancia uguale per tutti: il mercato. E con il ricatto della sopravvivenza (ma davvero siamo giunti a questi punti?) riesce a piegare la creatività degli artisti: un manoscritto non verrà accettato da una casa editrice se non avrà tot sfumature di grigio (anche non necessarie); un pittore non venderà, non potrà esporre in una galleria se non attira visitatori; un musicista troppo innovativo o in anticipo sui tempi “non incontra il gusto del pubblico soprattutto dei giovani”.

Se gli artisti, che sono le persone più consapevoli, sono anch’esse soverchiate dai condizionamenti sociali, rasate ad altezza uniforme come un prato all’inglese, loro che sono solitamente persone selvagge e spontanee, qual è la sorte per la gente comune?

Non si può stare chiusi in un recinto, come le anatre domestiche di Saint-Exupéry, a morire di desiderio vedendo le anatre selvatiche in cielo che migrano verso paesi lontani.

Anatre migranti

Quando la legge pianifica la vita


“Ci devono essere dei paletti” è una frase che si sente spesso. Le cose regolari non ne hanno bisogno. Ognuno è regolare a suo modo – ne ha tutto il diritto (finché non pesta i pedi agli altri). Il discrimine di questi paletti è dunque il danno che reciprocamente ci vogliamo evitare. O prevenire. Con la prevenzione il pensiero va avanti, progetta, immagina, traccia linee rette, regolari, insegue un’utopia (“bisogna avere degli ideali!”).

Esagerando

Prendo ancora ad esempio l’articolo 726 del codice penale che punisce gli “atti contrari alla pubblica decenza” e al fatto che preventivamente un atto potrebbe essere punito sulla base della mera possibilità di essere percepito come contrario alla pubblica decenza. Ho messo in rilievo la parola pubblica perché è qui che l’ago della nostra perspicacia coglie un punto dolente: la possibile reazione anche solo di un singolo diventa norma per tutti. Francamente mi sembra un po’ esagerato. Ed appunto esagerando, posso pensare che persino un mio vicino cieco potrebbe ritenermi indecente, sapendomi nudo a prendere il sole sul balcone di casa. Allora davvero saremmo tutti indecenti, perché tutti siam mudi sotto il vestito.

Sono stati aboliti i reati di turpiloquio e recentemente anche quello di ingiuria: probabilmente si è capito che la reazione dell’offeso poteva essere artificiosamente costruita, esagerata, finalizzata a un risarcimento. Ciascuno sa bene quali parole siano un insulto, sa parlare, usare le intonazioni, gli sguardi, le intenzioni.

Le analogie con l’articolo 726 mi sembrano evidenti: e così, quel che è indecente per qualcuno non lo è per altri. Casi di pubbliche indecenze grondano dai nostri schermi a ondate quotidiane e passano impuniti, anzi sembra siano perversamente additati proprio ad esempio.

Saune “decenti”

I popoli primitivi non vedono nulla di indecente nel vivere nudi. I popoli del nord Europa non vedono nulla di scandaloso nelle loro saune. Qui in Italia sarebbe impossibile fare una vera sauna senza aver prima sondato la reazione delle persone che la fanno con me. Sarebbe più logico dare a tutti la possibilità di scegliersi la sauna che vuole: “decente” o “indecente”. Capite bene che la seconda, con quel prefisso negativo, è destinata ad essere bersaglio degli attacchi di “vigilantes”, “resistenti”, “ricostruttori” o di chi ha scelto la prima opzione; e l’ordinanza stessa che istituisse saune distinte creerebbe una disparità ideologica, un discrimine a monte. E un’ingiustizia verso quanti considerano la nudità un fatto assolutamente naturale, al di fuori di classificazioni morali e di accettabilità sociale.

La legge dunque ci vuole “decenti”. Che cosa sia la decenza è un concetto astratto, che sfugge a più precisa definizione. Ci possono essere delle tendenze statisticamente rilevanti… In democrazia vige la norma che estende a tutti la moda approvata dal 51%, anzi da una maggioranza relativa. In tal modo è più facile governare: tener conto delle infinite variabili sociali va oltre le possibilità dell’umana natura…pardon! dell’umana politica. Ma la politica invade, rosicchia potere ovunque vede uno spiraglio, si autoimpone come minore dei mali e troneggia, tiranneggia e non si mangerà mai la paglia del basto che l’ha fatta sedere su quella poltrona.

Allora, giungo anche a pensare che certi atout della politica, certe incursioni nelle sensibilità uniche e individuali, tenendo “ambo le chiavi del cor di Federigo”, invadono persino quell’ambito di intimità personale, di libertà e discrezionalità che ciascuno ha ben diritto di gestirsi come meglio crede (“dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi”). La persona è intangibile: in greco moderno la parola per “persona” è àtomos cioè “indivisibile”, concetto che rimane in ombra nella nostra parola individuo, ma con l’etimologia ci possiamo arrivare.

La mia celletta

La politica vorrebbe armonizzare la società, e parte da teorie, modelli, progetti che hanno invece per scopo primario l’autoconferma al potere. «La sovranità appartiene al popolo» recita l’art. 1 della Costituzione. E popolo è l’insieme della infinita varietà dei singoli individui, che hanno il diritto dovere di essere se stessi e non ridotti ad insipida pappina dal frullatore di una legge. Asseverando il diritto del singolo, di ogni testa, ad essere come meglio crede e si pensa: nel perfetto esagono della propria celletta, ciascuno produce a suo modo il miele migliore per l’arnia.

Girando nudo pei monti, bevendo il mio caffè sulla soglia di casa, abbronzandomi in spiaggia non invado le celle contigue. Certo, ad altri non potrebbe piacere il mio miele, non è commerciabile… È un attimo per la società divenire totalizzante, rosicchiare gli spazi privati, … e pur piace a qualcuno rivelare con misurata discrezione e ostentato pudore la scritta sull’elastico delle mutande per dichiarare d’esser fedele affiliato a un gruppo fin nel midollo.

Il nudo e il vero


     Spogliandoci abbiamo fatto riemergere il corpo nella sua realtà primitiva, naturale, biologica. Abbiamo frantumato tutti i diaframmi deformanti frapposti dalla nostra cultura, dalla società. Ambedue le realtà sono vere, a seconda del campo in cui siamo. Entrambe determinano una cascata di conseguenze legate l’una all’altra fino ad arrivare agli estremi:

in una direzione è vero quel che il corpo, il benessere fisico, la nuova qualità della relazione con gli altri ci suggeriscono;

nell’altra direzione sono veri e concreti il vestito, lo strato di pensieri, ideologia e comportamenti con cui abbiam nascosto o reso più degno e presentabile il corpo.

    È una libertà fondamentale “dell’uomo e del cittadino” poter scegliere l’uno o l’altro campo.

    Attualmente non v’è par condicio: ha più potere il vestito, il costume. Anzi: scegliere un campo piuttosto che l’altro sembra sottostare a una precedente scelta di potere / valore / dignità e anche di ambito (società vs. individuo). Ed è paradossale che in una società come la nostra, dove vige il mito /culto dell’individuo, questi abbia potere /valore / dignità a misura del suo adeguamento al costume sociale, a quel che non dichiaratamente la società si aspetta da ciascuna persona: l’uniformità.

    Sbarazzarci da questi forti condizionamenti presuppone un convincimento e una forza ideale che non derivano esclusivamente dal calcolo, dalla ragione, ma buona parte ci derivano dall’istinto, da una libera naturalezza raggiunta, riacquistata palmo a palmo, giorno per giorno; di ascolto costante di quel che di naturale c’è in noi, dopo aver detronizzato il primato della ragione e della società.

    Paradosso nr. 2: più siamo individui in armonia con la nostra biologia, tanto più saremo anche individui in armonia con gli altri (la società, almeno per la percentuale di acqua e di carne di cui tutti siam fatti – il 90% su per giù). Voglio dire che rintuzzando in noi i condizionamenti sociali, togliendoci la comoda maschera dei vestiti siamo più veri e sinceri. Il “contratto sociale” ora vigente c’impone ogni volta un severo giudizio sugli altri e su noi, a scapito della qualità della relazione (la maschera vuol dire sospetto, vuol dire incertezza e di conseguenza leggi formali, effettuali, che giudicano i fatti esteriori, l’apparenza evidente e conforme, l’incidente probatorio – e addio libertà).

    Nudismo vuol dire strapparci la maschera (di comodità, di opportunità, di pigrizia, di ufficialità), far svaporare la nebbia del pudore che nascondendo a noi stessi per primi quel che siamo dal vero, inducendo false paure e timori, impedisce di conoscerci e di viver la nostra vita di uomini veri e sinceri.

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