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Chi si accontenta gode, ma la scuola?


Non sempre i proverbi hanno ragione….

PEARL Galaxy

 Chi vive a contatto con la scuola da almeno un paio di decenni si è ben reso conto di quanto la stessa abbia man mano abbassato inesorabilmente i propri obiettivi. Diversi e complessi i motivi, che, per giunta, si sono venuti a sovrapporre fra loro intersecandosi in vari modi e in varie misure. Mi limito a citare il giusto, ma erroneamente inteso, concetto del diritto e dovere allo studio, oppure la paura di farsi la fama di scuola difficile, o ancora il concetto “se non ci arrivano vuol dire che gli obiettivi sono troppo alti e allora dobbiamo abbassarli”.

Se è in parte ben vero che, talvolta, chi troppo vuole nulla stringe, se è in parte ben vero che, talvolta, chi si accontenta gode, non è altrettanto vero che questo valga sempre e, soprattutto, che questo porti a risultati ottimali.

Può la scuola accontentarsi di vedere gli allievi che entrano…

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PERSEVERANZA (5)_Mara Fracella


Bel racconto che evoca quello che, per moda e conformismo, oggi molti non riescono più a percepire: la faticosa formazione e la profonda cultura naturalistica insita dietro all’azione predatoria, sia essa quella della caccia che della pesca. Brava Mara 🙂

Circolo Scrittori Instabili

1937
Aldo, dodici anni, siede in cucina e ascolta i passi del padre scendere le scale. Un rapido scambio di sguardi e insieme varcano l’uscio di casa, direzione roccolo. È l’alba. Ne aveva condivise molte con lui negli ultimi due anni, da fine agosto a gennaio, durante il periodo di caccia. Il silenzio e il buio che si trasforma in infinite striature giallo-oro-arancio, amplificano la loro complicità. Aldo assiste il padre nella potatura degli alberi, toglie le foglie dalle reti, scrolla il tessuto e ne controlla l’interezza, si occupa della pastura per gli uccelli, osserva come il padre li prende dalla grande gabbia comune per inserirli delicatamente nelle singole, da esporre appese ai faggi. Riconosce ogni specie: le cesene, i merli, le allodole, le tordelle, i fringuelli, i corvi, le peppole, distingue il tordo sassello dal bottaccio, i maschi dalle femmine. È orgoglioso di averne ereditata la passione. Il loro…

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Generazione 2.0


E’ proprio vero che le generazioni attuali sono digitali a livello due punto zero?

E’ proprio vero che l’informatizzazione sia un processo ormi fatto?

Scopriamo con quello breve ma esaustivo articolo di Pearl Galazy, la galassia della formazione continua on-line.

Generazione 2.0.

Medicina sociologica (e pedagogia)


IMG_1821Così come per la medicina, anche in sociologia e pedagogia si sono succedute nel tempo varie metodologie nell’esaminare e trattare i problemi dell’apprendimento. Così come per la medicina esiste l’approccio orientale, che considera l’insieme delle cose, e quello occidentale, che considera il singolo sintomo, anche in pedagogia si sono formati approcci diversi…

Atto uno – Cura dei sintomi.

Un tempo si tendeva a curare i sintomi più che a occuparsi della malattia, ad esempio il ragazzo scrive male per cui lo si obbliga a scrivere centinaia di istanze per ogni lettera dell’alfabeto.

Atto due – Definizione di nuove malattie

Siccome la strategia di cui sopra dava esiti positivi per alcuni e negativi per altri, non potendo la società accettare l’errore metodologico, questa si creò, spesso artificiosamente, delle malattie che potessero giustificare i mancati successi, ad esempio il ragazzo continua a scrivere male anche dopo la cura della ripetizione prolungata della scrittura dei singoli simboli letterari, allora è disgrafico.

Atto tre – Si cura la frattura con l’antidolorifico

Questa nuova strategia più che una cura era però un isolamento e finì col creare emarginazione. Sentendosi colpevole la società per sollevarsi dal proprio senso di colpa iniziò la campagna contro l’emarginazione e iniziò a curare le presunte malattie mediante degli antidolorifici, ad esempio il ragazzo disgrafico va integrato nella società ma trattato differentemente, con percorsi formativi e di crescita individualizzati.

Atto quattro – Si cura la frattura dando l’antidolorifico al medico

Questo però non apporta sostanziali miglioramenti nella situazione iniziale: la cura della malattia. Ancora però non si può vedere oltre i sintomi e ci si inventa di dare gli antidolorifici al medico stesso. Ad esempio il ragazzo non scrive bene, potrebbe essere disgrafico, aggiorniamo gli insegnanti sul tema della disgrafia.

Atto cinque – ?

Quale sarà il prossimo passo strategico?

Quando si arriverà a percepire la malattia?

Quando ci si occuperà dell’insieme invece che del dettaglio?

IMG_1822Gli esperti di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) hanno già dimostrato che talvolta, se non spesso, un disgrafico, per continuare con l’esempio utilizzato sopra, non lo è per patologie proprie, ma per errori nell’apprendimento che gli viene sottoposto, un apprendimento che non verifica e non prende in considerazione i sistemi rappresentazionali propri di ogni singolo individuo. Tali sistemi ci condizionano in modo preponderante tutta l’esperienza di vita e la comunicazione, ivi compreso l’apprendimento: se sono uditivo imparerò a scrivere solo se mentre scrivo pronuncio ad alta voce la lettera che sto scrivendo (mentre in classe si chiede il silenzio); se sono visivo mi basterà scriverla; se sono cinestesico avrò bisogno di poter toccare con mano la forma della lettera.

Per fare un altro esempio ancora più eclatante: la dislessia. Leggendo di solito teniamo il libro sul tavolo per cui le parole le vediamo portando gli occhi in basso, questo attiva in noi l’accesso cinestesico. Se siamo auditivi o visivi così facendo non percepiamo quello che stiamo leggendo per cui non riusciamo a memorizzarlo, addirittura potremmo non pronunciarlo correttamente. Cambiando posizione del testo in ragione del nostro sistema rappresentazionale predominante, ecco che magicamente le difficoltà di pronuncia e memorizzazione vengono superate: libro in alto per un visivo che deve poter vedere (trasformare in immagini) quello che legge, libro a livello degli occhi per un auditivo che deve poter sentire (trasformare in suoni) quello che legge, libro in basso per un cinestesico che deve poter percepire (trasformare in sensazioni) quello che legge.

Crederci o non crederci è irrilevante: chi opera nella formazione non deve fermarsi sulle proprie singole convinzioni, non deve chiudere la propria sfera esperienziale a quello che crede, ma deve sempre essere aperto a tutte le logiche e a tutte le possibilità, deve sempre provare tutte le strade immaginabili e possibili; Il suo obiettivo non può e non deve essere l’affermazione di se e delle proprie credenze, bensì deve essere l’affermazione del discente, il suo apprendimento e la sua crescita!

Didattica e nuove tecnologie


Argomento, quello dell’applicazione didattica delle nuove tecnologie, ancora molto attuale.

Di fatto la didattica, quantomeno in Italia, è in tal senso ancora ferma agli anni ottanta: poche, se non pochissime, le scuole che hanno adottato in larga scala gli strumenti didattici che vengono messi a sisposizione dalle nuove tecnologie, in molti casi adducendo a scusante delle indagini statistiche che darebbero per poco utili tali tecnologie. Invero, le statistiche hanno solo dimostrato che dette tecnologie non vengono utilizzate nel modo opportuno e solo per questo non apportano gli sperati risultati; dove vengono usate correttamente i risultati ci sono, eccome.

A tal proposito mi è tornato in mente un lavoro che, con altri compagni di studio, avevo realizzato, alcuni anni or sono, come tesi finale per un master per specialisti di e-learning, master che si era allargato su temi non strettamente legati alla progettazione di una piattaforma e-learning, ma comunque assai interessanti e utili e che andrò prossimamente a riprendere per pubblicarne i miei resoconti.

Visualizzate la mappa di partenza del lavoro che ho integrato nel mio P-Blog, il blog di Pearl, la galassia della formazione tecnica continua on-line!

La Scuola che non c’è


Ci lamentiamo dei cinesi che ci copiano le nostre cose, ma ci si dimentica che i primi clonatori siamo noi italiani. Avete mai letto le riviste di architettura italiane? Riportano quasi esclusivamente modelli ed esempi americani, che poi vengono riproposti tali e quali dai nostri architetti. Avete mai badato alle proposte pedagogiche italiane? Ricalcano minuziosamente i modelli stranieri, principalmente quelli del mondo anglosassone. Avete mai partecipato ad un corso di marketing? Ancora modelli inglesi e si finisce con il parlare quasi solo in inglese. Esiste, però, una importante differenza tra noi e i cinesi e non va a nostro vantaggio: i cinesi copiano in tempo quasi reale e saggiamente, arrivando a proporre prodotti che in qualche modo, foss’anche solo per il minor prezzo, si differenziano dagli originali e trovano una loro ragione d’essere, un loro mercato di vendita; noi copiamo con anni di ritardo e pedissequamente, senza renderci conto dell’essenza delle cose che copiamo, vengono dall’estero e pertanto sono buone e valide stop.

Siamo in grado di fare anche di peggio: non sappiamo eludere gli aspetti negativi delle cose, anche quando questi sono già stati ben evidenziati nei paesi i cui questi modelli sono nati; talvolta arriviamo perfino a sostenere diligentemente e con orgoglio modelli che nei loro paesi d’origine sono stati ormai abbandonati o, quantomeno, profondamente modificati perché si sono mostrati inadeguati. Così succede che mentre gli altri crescono, noi restiamo fermi o addirittura retrocediamo, trovandoci sempre più indietro.

Lo stesso è successo nella nostra Scuola che, legata a modelli stereotipati e superati, nonostante il progressivo innalzamento dell’obbligo scolastico perde continuamente efficacia. Non è un segreto che la preparazione degli studenti italiani sia in continua e preoccupante decrescita, siamo perfino in presenza d’un analfabetismo di massa, un analfabetismo che coinvolge tutte le fasce sociali e tutti i titoli di studio, anche quelli che, di regola, meno dovrebbero esserne colpiti. Questo è successo perché la scuola ha abdicato dal suo ruolo educativo-formativo, abbracciando a piene mani ruoli e figure che non le competono: a partire dal parcheggio di bimbi e giovani per arrivare all’assistentariato sociale se non addirittura alla psicoterapia individuale o di gruppo.

Sorvoliamo, però, sul discorso psico-sociale che male si addice ad una trattazione veloce, limitandoci a dire che è giusto prendere in considerazione tali problematiche, ma questo andrebbe fatto nell’ambito delle figure e delle strutture allo scopo formate e organizzate, figure che possono si essere integrate nella scuola ma non possono essere dalla scuola sostituite.

Parliamo, invece, dell’organizzazione e della gestione. Qui si è ormai al livello del paradosso: si parte dal un’organizzazione rigida dei ruoli e delle azioni per arrivare ad una gestione economico-manageriale molto aggressiva e formale, oserei dire di stampo quasi Fordiano, una scuola catena di montaggio!

Si copiano i modelli aziendali, senza tener conto che la scuola, sebbene abbia molti punti in comune, non possa paragonarsi strettamente ad un’azienda: a scuola si lavora sul futuro dei giovani, non sul fatturato dell’azienda; a scuola si crea il futuro della Nazione, non quello della singola azienda; la scuola non può trovarsi vincolata a esigenze strettamente economiche e formali.

Si introducono vincoli assurdi all’operatività scolastica, quali ad esempio un (troppo alto) numero minimo di allievi per classe. Questo crea un’assurda competizione tra istituti nell’ambito della quale i docenti vengono indotti ad operare non in ragione del migliore insegnamento, ma in funzione della migliore soddisfazione dei desideri dei ragazzi, i quali non coincidono con lo studio e il lavoro. Se una scuola è troppo rigida, difficile come dicono i ragazzi (e i loro genitori, sic!), vede scemare l’afflusso di allievi, ne consegue un continuo abbassamento degli obiettivi didattici, pur nella contraddizione di programmi apparentemente più pretenziosi.

Nel nome dell’apparenza si pretendono rigidità formali che non solo poco o nulla hanno a che fare con l’insegnamento, ma addirittura ne ostacolano il migliore svolgimento, vedi ad esempio l’inconcepibile necessità della piena rispondenza in tutti i sensi (come titolo delle attività, come numero di ore dello svolgimento, come risorse utilizzate) di quanto predisposto a livello di programmazione con quanto trascritto sui registri di classe: qualsiasi programmatore sa che non si potrà mai arrivare ad una programmazione perfetta, la programmazione delle attività è una previsione e come ogni previsione non è infallibile, occorre flessibilità, un concetto, quello della flessibilità, ormai da anni introdotto in qualsiasi gestione aziendale e che è diventato cardine operativo dei migliori manager, ad esclusione di quelli scolastici.

Si introduce la Certificazione di Qualità, ma si adotta un modello assolutamente improprio e ormai in fase decadente, basato esclusivamente sulla produzione di documentazione, per giunta cartacea, sul già citato annullamento della flessibilità operativa, sulla cura spasmodica degli aspetti formali (l’apparire) a discapito di quelli operativi (l’essere), sull’imposizione dall’alto dei processi (oggi i migliori modelli di Qualità lavorano invece esattamente all’opposto, coinvolgendo tutti i livelli e facendo partire dal basso le indicazioni sui processi e sui loro miglioramenti), sul controllo unidirezionale dall’alto verso il basso (chi sta sotto viene giudicato e valutato, senza a sua volta poter valutare e giudicare chi sta sopra) e sulla contraddizione (ad esempio l’introduzione di divieti, quali il mangiare in classe, le cui violazioni anche se formalmente segnalate non vengono prese in considerazione a livello disciplinare).

Si introduce l’adeguamento al Decreto Legislativo 231/01, senza però preoccuparsi di come poi di fatto vengano rispettate le origini deontologiche di tale legge. Alla scuola basta emanare un Codice Etico e alcuni avvisi accessori per pararsi da eventuali problemi legali, girando la frittata sul docente, il quale, però, se vuole fare docenza si trova necessariamente a violare certe regole, ad esempio quella sul Copyright, poiché non gli vengono messe a disposizione le necessarie dotazioni didattiche.

Si fa presto a dire che gli insegnanti hanno perso professionalità e interesse nel loro lavoro. Si, a volte è anche vero, ma dietro ci sta sempre e comunque una struttura demotivante, una struttura che continua a chiedere ai suoi docenti sempre più forma e sempre meno essenza (salvo poi che non ci siano problemi, poiché allora è l’insegnante a non aver dato l’essenza necessaria), una struttura che non è capace di darsi delle basi solide e permanenti, una struttura che deve continuamente rivoluzionarsi ma al solo fine di giustificare la presenza di certe figure dirigenziali e/o istituzionali, una struttura che chiede in continuazione e sempre all’ultimo minuto di riformulare progetti e programmi didattici. Se almeno dietro a tutto questo lavorio, dietro a tutto questo continuo fare e disfare ci fosse un miglioramento strutturale e operativo!

State sintonizzati, nel prossimo articolo vi illustrerò la scuola come la vedo io: “la Scuola che vorrei“.

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