Archivi Blog

Punta Ortosei (Lodrino – BS)


  • Zona: Lodrino (Val Trompia – BS)
  • Punto di partenza e arrivo: Cocca di Lodrino (735m)
  • Quota massima: Punta Ortosei (1272m)
  • Dislivello totale (considerando anche i vari sali scendi): 600m
  • Tempo: 3 ore e mezza
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3Em
La cresta da Punta Orosei a Punta di Reai

La cresta da Punta Ortosei (a sinistra) a Punta di Reai (al centro)

Altra breve, divertente ed estremamente panoramica escursione di cresta, stavolta sull’altro lato della Val Trompia, quello che la separa dalla Val Sabbia.

In salita si segue il percorso originario, oggi definito variante alta, del sentiero 3V “Silvano Cinelli” mentre in discesa viene percorsa la più semplice ma molto meno interessante variante bassa. Nella parte alta si attraversano due grandi e ben tenuti roccoli, prestare attenzione durante il periodo di apertura della caccia in capanno; nella parte finale della discesa si attraversa un attivissimo campo per il tiro a volo che necessita di altrettanta attenzione: come indicato dai diversi e ben evidenti cartelli è importante mantenersi sulla strada tracciata. Sul tratto di cresta l’esposizione, seppure in assenza di pareti rocciose e per quanto sia discontinua, può pur sempre ad alcuni risultare fastidiosa, specie dopo delle piogge o in presenza di neve.

Comodo anche se non particolarmente grande il parcheggio (sterrato), situato proprio nel punto di scollinamento tra la Val Sabbia e la Val Trompia: la Cocca di Lodrino (735m). Altre possibilità di parcheggio si trovano nei pressi, specie sul lato triumplino dove a poche centinaia di metri c’è il centro di Lodrino.

Relazione

Prendere la strada asfaltata sulla destra (ovest) del parcheggio (via Santa Croce) e seguirla puntando ad un vicino gruppo di case, le Case Cucche. Ignorando una deviazione a sinistra tenersi a destra delle case e seguire una piana strada sterrata. Giunti alla località Acqua Fredda (fontanella sorgiva e cartello indicatore con il nome della zona) al bivio abbandonare la piana strada per prendere a sinistra una strada meno evidente e in ripida salita.

Risalendo il crinale dopo la Costa Nibbia

Risalendo il crinale sopra la Costa Nibbia

Dopo poco la strada si spiana e punta decisamente verso est diventando sentiero in parte invaso da una folta vegetazione. Quando sulla sinistra s’intravvede un campo con steccato in legno, ignorare le tracce che proseguono in piano a sinistra lungo lo steccato e prendere a destra un altro ripidissimo sentiero. Con percorso quasi costantemente sulla linea di massima pendenza, salire nel fitto bosco guadagnando rapidamente quota. Quando il bosco si dirada leggermente il sentiero volge lievemente a sinistra e la pendenza si riduce sensibilmente, giunti ad una radura il sentiero piega a destra costeggiando una valletta di scolo meteorico che più avanti si valica. Ad un bivio prendere il sentiero di destra che in poche decine di metri esce dal bosco e si porta in una radura erbosa. Attraversare il campo puntando, in diagonale verso destra, ad un sentiero sul lato opposto.

Procedendo sullo stretto sentiero che, con andamento a mezza costa, alternando lungi tratti pianeggianti ad altri di più o meno ripida salita, taglia lungamente i pendii erbosi della Costa Nibbia. Oltrepassato un crinale il sentiero gira nettamente a destra e, con forte pendenza, risale il versante destro orografico di detto crinale portandoci sul suo filo. In alto a sinistra, ben visibile, si erge la triangolare cuspide sommitale di Punta di Reai, sui suoi pendii erbosi si nota la traccia del sentiero che dovremo seguire.

Dopo un breve tratto pianeggiante si riprende a salire, poco dopo si abbandona il filo del crinale per traversare a mezza costa puntando ad una zona boschiva. La si oltrepassa passando nei pressi dei ruderi di un capanno, poi si risale il ripidissimo versante orientale della Punta di Reai e, tenendosi nei pressi del filo di cresta, se ne raggiunge la vetta (1247m; 1 ore e 30 minuti). Il panorama si estende a trecentosessanta gradi e, nonostante la visione risulti infastidita dalla chioma dei tanti alberi che attorniano la cima, è possibile riconoscere buona parte del tracciato del sentiero 3V.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Ortosei

Scendere sul lato opposto della vetta e, superato un breve tratto di bosco, si riprende l’esile linea della cresta che definisce lo spartiacque tra Val Sabbia e Val Trompia. Il sentiero si fa particolarmente stretto e, sebbene manchino pareti rocciose che possano creare una vera esposizione al vuoto, i ripidi prati sui due lati qualche trepidazione la possono procurare consigliano un passo calmo e attento. Dopo una breve discesa e un bel tratto pianeggiante si riprende a salire per pervenire alla vetta di Punta Ortosei (1272m; 20 minuti, 1:50 ore totale). Ancora un ampio panorama si offre ai nostri occhi.

Scendendo lungo il versante opposto a quello di arrivo si seguono le evidenti tracce di passaggio che solcano un ripido ma non esposto pendio erboso e in breve si perviene ad una sella. Si risale sull’altro lato per prendere, ancora sul filo di cresta, un sentiero ora più largo che poi si trasforma in strada sterrata, seguendola in breve perveniamo al grande e ordinatissimo capanno della Passata Vallazzo (1185m; 20 minuti, 2:10 ore totale). Poco oltre la strada scende a sinistra mentre a destra un esile sentiero s’inoltra a mezza costa su ripidi pendii di erba. Qui troviamo le paline del sentiero 3V che indicano il bivio tra la variante alta e la bassa.

Prendere la strada sterrata che scende nella valle sul lato sabbino e, con diversi tornanti e alcuni tratti ripidissimi, dopo un lungo cammino porta al fondo del Vallazzo. Un tratto quasi pianeggiante adduce al Campo di tiro a Volo “Valle Duppo” (1 ora, 3:00 totale). Si passa accanto al poligono e nuovamente in discesa, oltrepassando le varie strutture del campo, si perviene all’ampio parcheggio che attraversiamo interamente per imboccarne la strada asfaltata di accesso. Seguendo il nastro asfaltato si discende una bella costa erbosa (in basso a destra si nota una pista da motocross) giungendo ad una sbarra. Poco oltre si arriva ad un bivio, prendere la strada asfaltata di sinistra che, con andamento sinuoso, taglia la base della Costa Nibbia e perviene alla sorgente dell’Acqua Tignosa. Con un ultimo strappo di salita (41 metri di dislivello) ritorniamo al punto di partenza: la Cocca di Lodrino (735m; 20 minuti, 3:30 totale).

Panorama da poco sotto la Punta di Reai

Panorama da poco sotto la Punta di Reai, a centro foto Lodrino

Al Lago di Bos per il Passo di Blisie (Saviore dell’Adamello – Brescia)


Il Lago di Bos dal Passo Blisie

Dovevamo essere in dieci, siamo rimasti in due, ma sono trent’anni che manco da questi posti così la voglia di tornarci prevale su ogni altra considerazione ed eccoci qui a Fabrezza, pronti per metterci in cammino, dando seguito regolare anche al quarto evento del programma “Orgogliosamente Nudi 2013”.

Obiettivo della giornata è quello di salire al Lago di Bos ma non per il sentiero più breve e tipico, l’87b, bensì per quello del Passo di Blisie (n. 87) che, non essendosi ancora la società definitivamente evoluta verso una piena accettazione della scelta nudista, vista la sua limitatissima frequentazione meglio si addice all’escursionismo praticato in nudità.

Voglio qui subito evidenziare un primo aspetto tecnico: non fatevi ingannare dalla nostra nudità, trattasi di un percorso che supera i duemila metri di quota e non va preso sotto gamba, indosso o nello zaino deve comunque esserci tutto l’abbigliamento pesante e impermeabile necessario per escursioni a tali quote. La nostra nudità non è altro che l’estensione ultima del concetto di abbigliamento a cipolla, ovvero di abbigliamento stratificato che permetta di adeguarsi man mano alla situazione, evitando un’eccessiva sudorazione o un eccessivo raffreddamento; noi ci permettiamo questa estensione anche a queste quote e su questi percorsi, primo perché, essendo da tempo nudisti a tutto tondo, il nostro corpo ha recuperato una buona adattabilità termica, secondo perché abbiamo una buona esperienza escursionistica e per alcuni, ad esempio il sottoscritto, una storia alpinistica non indifferente, comprensiva anche di rilevanti qualifiche in ambito dell’insegnamento alpinistico.

I ripidi prati della parte alta (Foto E. Cinelli)

Un secondo aspetto tecnico da mettere in rilievo e che l’itinerario, pur essendo tutt’altro che faticoso e anche segnalato molto bene, resta comunque percorribile solo da escursionisti con una discreta esperienza di marcia su sentieri in disuso, se non su terreno vergine. Infatti, come ben messo in evidenza da un cartello al suo inizio (che andrebbe però replicato anche al Passo di Blisie), il sentiero non è in buone condizioni: diversi sono i tratti franati, in alcuni casi ormai riconquistati dall’erba che copre insidiosi buchi, in altri mettendo a nudo la roccia sulla quale bisogna, seppur per singoli passi, arrampicarsi, in altri ancora creando ripidi tratti di liscia terra che diventa scivolosa col bagnato; ci sono poi tratti in cui il terreno si è richiuso sopra il solco piano del sentiero, ridando continuità al pendio, sovente molto ripido, e rendendo il cammino scomodo e precario; infine, nella parte boschiva che rappresenta la prima metà del percorso, in molti punti la vegetazione è molto fitta, anche se questo, più che essere un ostacolo, rappresenta un vantaggio perché di fatto rende impossibile perdere la giusta strada.

Mulattiera militare (Foto E. Cinelli)

Chiariti gli importanti aspetti relativi alla sicurezza dell’escursionista, diciamo che trattasi di itinerario che, con la dovuta preparazione e le dovute cautele, merita sicuramente d’essere percorso: continua la panoramica visuale su Saviore dell’Adamello, sulla Val Camonica, sulla Concarena e sui monti della bergamasca; esaltante l’individuare i resti dell’antica mulattiera di guerra e ritrovarsi proiettati nelle immagini mentali di colonne di alpini che risalgono questi pendii; splendido, sporgendosi sull’opposto versante dell’esile filo di cresta sul quale si taglia il Passo di Blisie, l’improvviso apparire dell’iride bluastra del Lago di Bos; rilassante la discesa dal passo verso il lago camminando sul morbido tappeto erboso della tundra alpina che qui ricopre una lunga sequenza di ondulati dossi; comodo il bivacco che sorge nei pressi del lago, ottimo rifugio in caso di vento o pioggia, mentre col sole si può piacevolmente fruire di un tavolo con panche; rinfrescanti, infine, gli scorci sul torrente che con continui salti e cascatelle scende dal lago sul fondo della Valle di Brate ove affluisce nel Torrente Poia di Salarno.

Il bivacco (Foto E. Cinelli)

Alcuni dati prima di passare alla relazione vera e propria: come già detto il segnavia da seguire è l’87 in salita e l’87b in discesa; la quota di partenza è di 1458 metri, mentre la quota massima è quella del Passo di Blisie, cioè 2365 metri; il dislivello da coprire è di 907 metri; i tempi di percorrenza sono da Fabrezza al passo 3 ore e mezza, dal passo al bivacco 30 minuti, dal bivacco a Fabrezza 1 ora, totale 5 ore; acqua reperibile alla fontana di Fabrezza, poi solo acqua di torrentelli e colate sulle pietre, ma non nel tratto di salita dopo i primi quindici minuti di cammino; a Fabrezza è presente l’albergo Stella Alpina, con bar, solarium, ristorante e pizzeria.

Nudo (in un mondo sano non dovrebbe essere necessario questo paragrafo in quanto sarebbe facoltà di ognuno potersi denudare quando e dove vuole, ma visto che purtroppo almeno per ora così non è…): tranquillamente attuabile da quando si abbandona la strada sterrata fino al Lago di Bos; da valutarsi nella discesa dal Lago di Bos al fondo valle; impraticabile lungo la strada sterrata del fondovalle.

L’itinerario

La parte di salita del percorso (Foto E. Cinelli)

Dal parcheggio di Fabrezza (1458m) si imbocca la strada, inizialmente asfaltata, che porta al Rifugio Prudenzini. Questa parte subito molto ripida, ma dopo breve tratto si addolcisce aggirando a monte una vasca idrica, subito dopo la quale termina l’asfalto. Si passa il ponte sul torrente Poia di Salarno e al primo tornante della strada si vede sulla destra l’evidente traccia del sentiero 87, a fianco della quale non passa inosservato l’ampio cartello che indica lo stato di abbandono del sentiero in questione.

Il sentiero entra in un fitto e bel bosco misto e, con alcuni scorci a picco sulla bassa Val di Brate, procede lungamente a mezza costa in direzione sud ovest; già in questo primo tratto si incontrano i segni del suo decadimento. Dopo trenta minuti un secco tornante a sinistra da inizio alla salita, prima in un bosco rado di conifere e bassa vegetazione, poi all’interno di un vasto e fittissimo campo di arbusti.

Nel tratto mediano della salita (Foto E. Cinelli)

Seguendo la sempre ottima segnaletica, abbastanza velocemente ci si alza sul fianco occidentale della lunga cresta che dal Monte Blisie scende verso Fresine separando la Val di Brate dall’alta Valle di Saviore. Dopo un’altra ora e mezza di cammino (2 in totale), quando sopra di noi a destra vediamo abbastanza vicina la lunga e boschiva dorsale ovest-sud-ovest del Monte Blisie, si volge decisamente a sinistra e si inizia un lungo traverso che riporta verso nord-est. Usciti dai cespugli si procede per tundra alpina alzandosi fino alla base delle rocce del Monte Blisie, che si costeggiano in mezza costa riprendendo la traversata verso est-nord-est. Ora il sentiero procede con lunghi traversi e pendenza decisamente confortevole, puntando ad una evidentissima selletta erbosa sul crinale che scende verso Fabrezza. Giunti a breve distanza da detta sella, però, un tornante a destra ci riporta indietro e, superata una esposta ma facile cengia, ci adduce al canalino che scende dal Passo di Blisie. Gli ultimi lastricati tornanti evidenziano la natura militare di questo sentiero e, con le ultime comode zete, ci portano al passo (2365m; 1 ora e mezza dall’inizio dei traversoni, 3 ore e mezza da Fabrezza) evidenziato da una piccola targhetta biancorossa: il passo vero e proprio, al quale conducono i resti inerbati della mulattiera di guerra, invero sarebbe una ventina di metri più a destra (sud).

Al Passo di Blisie (Foto E. Cinelli)

Discesa dal passo al lago (Foto E. Cinelli)

Ometto nella discesa dal passo (Foto E. Cinelli)

Scavalcato il crinale nei pressi della targhetta, subito si vede la traccia del sentiero di discesa che prima si sposta verso sinistra (nord) fino a pervenire, un una decina di minuti, su un bellissimo dosso erboso con masso che forma un naturale pulpito panoramico. Oltrepassato il pulpito il sentiero volge a destra e inizia a scendere aggirandosi tra le placche rocciose e puntando, senza raggiungerlo, al fondo del valloncello che scende dal passo. Evitando, quando possibile, le diverse zone acquitrinose, tenendosi sulla sinistra orografica del summenzionato valloncello, velocemente si perde quota e in quindici minuti si giunge in vista del bivacco (2132m), al quale, in altri cinque minuti per un totale di mezz’ora dal passo, si perviene tenendosi un centinaio di metri a sinistra del lago (ma, come per gran parte della discesa appena effettuata, il percorso non è obbligato: volendo si può puntare direttamente al lago e seguendone la sponda arrivare al bivacco).

Lago, bivacco e Monte Marser (Foto E. Cinelli)

Scendendo verso Fabrezza (Foto E. Cinelli)

Sul lato ovest del piazzale antistante il bivacco si prende il sentiero che scende verso Fabrezza. Si inizia con un tratto in lieve discesa che punta alla base dei Listoni. Dopo una decina di minuti si volge decisamente a sinistra e con alcune svolte si scende ripidamente verso il torrente emissario del Lago di Bos. In altri dieci minuti si perviene nelle immediate vicinanze del torrente, qui il sentiero volge a destra e, attraversata una radura di alte erbe, rientra nel bosco per scendere velocemente (quindici minuti) sul fondo della Val di Brate, dove si immette sulla strada sterrata della Val Salarno (Rifugio Prudenzini). Per questa, con comodo cammino, in meno di mezz’ora si rientra a Fabrezza.

La meritata birretta di fine escursione (Foto V. Volpi)

Come arrivare a Fabrezza

Tre le possibili uscite autostradali: Brescia Centro, Brescia Ovest e Rovato. Arrivando da est si consiglia l’uscita al casello di Brescia Centro, arrivando da ovest l’uscita al casello di Rovato. Di seguito si riportano comunque le indicazioni per ogni uscita.

Casello di Brescia Ovest – Seguendo le indicazioni per Milano, Tangenziale Ovest; tenendosi a destra si perviene a quest’ultima e alla contigua tangenziale sud che si prende seguendo le indicazioni per Milano, Bergamo, Val Camonica.

Casello di Brescia centro – Tenere la corsia centrale, direzione Milano – Bergamo – San Zeno, per entrare in rotonda; prima a destra in direzione Mantova – Milano – Verona; seconda a destra e si sale in tangenziale sud di Brescia che si segue in direzione Milano, Bergamo, Val Camonica.

Seguire la tangenziale sud, passato il costruendo raccordo con la Bre-Be-Mi, tenere a destra direzione Boario, Lago d’Iseo. Senza ulteriori deviazioni si segue la superstrada (SPBS510) oltrepassando le varie uscite e due gallerie, la prima corta e in salita, la seconda lunga e in discesa, si perviene al Lago d’Iseo.

Casello di Rovato – Appone fuori dal casello si perviene ad una grande rotonda; a sinistra in breve ad altra rotonda dove si prende la prima uscita. Seguendo le indicazioni prima per Sarnico – Ponte di Legno – Lago d’Iseo, poi per Iseo – Ponte di Legno – Valle Camonica, si perviene a Iseo. Passato il centro turistico Sassabanek in breve sulla sinistra si vede lo stadio di Iseo che oltrepassiamo pervenendo ad una grande rotonda. Si prende la prima uscita e, in salita, si entra in una lunga galleria, passata la quale in breve ad un’ennesima rotonda dove prendiamo la seconda uscita che ci porta sulla superstrada (SPBS510).

Si prosegue sulla superstrada oltrepassando l’intero Lago d’Iseo per immettersi nella Statale del Tonale e della Mendola (SS42) ed entrare in Val Camonica. Per detta strada, ignorando le varie uscite, ci addentriamo nella più stretta parte mediana della valle, in alto a sinistra inconfondibili le pareti rocciose della Concarena. Ancora qualche chilometro e usciamo a Capo di Ponte immettendoci sulla vecchia statale. Si attraversa l’intero paese, poi il successivo abitato di Sellero, pervenendo a Cedegolo, che pure oltrepassiamo pervenendo a Demo, dove prendiamo a destra seguendo le indicazioni per Saviore – Cevo – Monte – Berzo Demo.

La strada ora si fa più ripida e con alcuni tornanti si alza in sinistra orografica della Val Camonica passando gli abitati dei Demo, Berzo e Monte per arrivare a Cevo. All’ingesso di quest’ultimo, ignoriamo la deviazione che scende a destra, procedendo a sinistra in salita e oltrepassando anche questo abitato. Ancora qualche curva e si arriva a Saviore dell’Adamello.

Nella prima piazza del paese, in vista di un netto restringimento della strada, prendiamo alla nostra sinistra una stretta strada che, con direzione nettamente opposta a quella di arrivo, si alza sopra il paese. Dopo trecento metri, seguendo la non comprensibilissima indicazione per l’albergo Stella Alpina, svoltiamo a destra e riprendiamo la direzione ovest-est. La strada sempre asfaltata, con lungo mezza costa e diverse curve, entra nella Val di Brate e in circa dieci minuti si arriva all’attraversamento di un torrente: attenzione, specie con le macchine basse, è facile toccare sotto; comunque appena prima dello stesso, sulla destra, c’è un comodo slargo sterrato adibito a parcheggio. Passato il guado in breve (500 metri), senza altri ostacoli, si arriva a Fabrezza, un primo parcheggio è sulla destra poco prima dell’albergo, altri sono più avanti subito dopo la curva antistante l’albergo, sulla sinistra della strada qui in fortissima salita.

Leggi anche il racconto collegato all’escursione

Al laghetto di Mignolo Basso per il sentiero 418 (Bagolino – BS)


Panoramica dell'itinerario (Foto Emanuele Cinelli)

Panoramica dell’itinerario; a sinistra il Monte Molter, al centro il Dosso Pozzarotonda e il crinale che da questo scende verso Val Sanguinera, a destra il Monte Mignolo (Foto Emanuele Cinelli)

Escursione, di media lunghezza (5 ore) e poco faticosa, sul fianco destro orografico della Val Sanguinera. Trattandosi di un percorso poco frequentato, risulta percorribile quasi interamente in nudità.

Sosta a Malga Mignolo (Foto Marco)

Sosta a Malga Mignolo (Foto Marco)

Partenza e arrivo in Val Dorizzo, caratteristico agglomerato di case e alberghi sito nella Valle del Caffaro qualche chilometro a monte di Bagolino, in provincia di Brescia. Si possono individuare quattro parti con caratteristiche morfologico sentieristiche differenziate: la prima, da Val Dorizzo ad una cascina a quota mille ottocento trenta metri, alterna tratti su strada sterrata ad altri su sentiero largo ed evidente e ci porta in quota con una pendenza mai eccessiva ma costante; la seconda, che porta da detta cascina al Lago Mignolo Basso, è in gran parte pianeggiante, se non in lieve discesa, risulta quasi completamente invasa dalla vegetazione; la terza ci riporta, con una bella e mai ripidissima mulattiera, sul fondo della Val Sanguinera per poi risalire brevemente, ma ripidamente, sul fianco opposto; l’ultima segue la strada sterrata della Val Sanguinera e ci riporta al punto di partenza.

Buona parte della salita e l’intera discesa fruiscono dell’ombra e della frescura del bosco, rendendo l’itinerario percorribile anche nelle più calde giornate estive. Ampia, nella parte alta del percorso, la visuale sul Monte Misa, sull’alta Valle del Caffaro e sul Cornone del Blumone.

Attenzione: alcune cartine riportano un percorso per buona parte errato!

Vista sul Cornone di Blumone da Malga Mignolo (Foto Marco)

Vista sul Cornone di Blumone da Malga Mignolo (Foto Marco)

L’itinerario

Si parte dall’ampio parcheggio che si trova all’inizio dell’abitato, tra il Campeggio Remal e il Ristorante Stella Alpina (1183 m). Seguendo, in direzione Bagolino, la strada asfaltata della Valle del Caffaro per un centinaio di metri, lasciamo a destra una prima derivazione che sale ad un complesso residenziale e imbocchiamo la seconda che entra in Val Sanguinera. Prima su asfalto, poi su sterrato, la seguiamo fedelmente costeggiando diverse cascine e alcuni bei prati, finché, dopo una ventina di minuti di cammino, sulla sinistra si stacca un sentiero appena percettibile (palina segnaletica): il 418.

Cascina Bromino di Fondo (Foto Emanuele Cinelli)

Cascina Bromino di Fondo (Foto Emanuele Cinelli)

Attraversato, in piano, un prato con alte erbe, si scende al vicino torrente Sanguinera; un ponticello ne consente l’attraversamento e possiamo liberarci dai vestiti. Ora il sentiero diviene più evidente e pulito e, con alcuni tornanti, ripidamente sale in un pulito bosco di conifere, fino a sbucare sulla strada sterrata di servizio alle Cascina Bromino. Si segue la strada fino a quando, in corrispondenza di un tornante, sulla sinistra un evidente sentiero entra nel bosco. In breve si esce sul pascolo della Cascina Bromino di Fondo (1541 m). Lasciandola un centinaio di metri alla nostra sinistra, si risale tendendo lievemente verso il limite destro dello stesso prato, dove si ritorna sulla strada sterrata (1 ora dall’inizio del sentiero).

Con moderata salita intercalata a un lungo tratto pressoché pianeggiante, seguire fedelmente la strada fino alla Cascina Bromino di Mezzo (1697), che raggiungiamo in circa dieci minuti. Passando appena a sinistra della casa, si sale una cinquantina di metri per poi traversare orizzontalmente verso destra il prato, puntando prima alla evidente fontana, poi in lievissima salita al bosco che delimita il pascolo (volendo evitare il passaggio dalla cascina, che potrebbe richiedere un momentaneo rivestimento, qui ci si può arrivare abbandonando la strada nei pressi del suo ultimo tornante e salendo, senza sentiero e senza percorso obbligato, tenendosi nel bosco al suo confine con il prato). In mezza costa si continua lungo l’evidente sentiero. Segue un tratto in salita per poi uscire dal bosco e portarsi al centro di una piccola valletta dal fondo arrotondato.

Cascina a quota 1830 metri (Foto Emanuele Cinelli)

Cascina a quota 1830 metri (Foto Emanuele Cinelli)

In alto, alla nostra sinistra, si vedono i verdi e ripidi pascoli del Monte Molter, mentre sulla destra incombe il Dosso Pozzarotonda, dal quale, da qui poco visibile, verso nord si sviluppa un crinale parzialmente roccioso che il nostro itinerario andrà a costeggiare alla sua base, aggirandolo al suo estremo occidentale. Si risale dolcemente al centro della valletta, quando questa si allarga perdendosi nei pendii del Monte Molter si gira a destra puntando direttamente ad una vicina e ben visibile cascina (1830 m; 30 minuti per un totale di 2 ore).

Nel selvaggio tratto mediano (Foto Emanuele Cinelli)

Nel selvaggio tratto mediano (Foto Emanuele Cinelli)

Costeggiando a sinistra la cascina, poco sopra la stessa si perviene ad un bivio con palina segnaletica. Qui prendiamo nettamente a destra ridiscendendo verso la costruzione, la oltrepassiamo e ci inoltriamo nel fitto bosco cespuglioso. Il sentiero, sempre in lieve discesa, si fa stretto, la segnaletica è comunque visibile senza problemi, ma l’incedere è ostacolato da alberi caduti e zolle erbose che nascondono un sentiero dal fondo irregolare e in parte franato, con alcuni pericolosi buchi. Dopo una quindicina di minuti il sentiero migliora e procede in piano o lievissima salita passando per una meravigliosa conca ai piedi di una bancata rocciosa. Passate le pareti il sentiero gira a sinistra e riprende a salire. Per prati si costeggia un muro a secco e si perviene alla conca che ospita il Laghetto di Mignolo Basso (1848 m; 1 ora, totale 3 ore), nei cui pressi sorge la Cascina Mignolo (1859 m). Qui la sosta è d’obbligo.

Lago Mignolo Basso (Foto Emanuele Cinelli)

Lago Mignolo Basso (Foto Emanuele Cinelli)

Discesa in Val Mignolo (Foto Marco)

Discesa in Val Mignolo (Foto Marco)

Chiare, dolci, fresche acque (Foto Marco)

Chiare, dolci, fresche acque (Foto Marco)

Dalla cascina prendiamo il sentiero 415 (palina) in direzione nord che subito inizia a scendere nella boscosa Valle Mignolo. Seguendo la bella e larga mulattiera, con diverse svolte si perde velocemente quota. Lascato a destra un sentiero apparentemente non segnato (possibile variante, alcune cartine lo indicano come il 415, ma sul terreno le segnalazioni invece danno come 415 quello che verrà di seguito descritto), in breve si perviene ad una sorgente di fresca acqua e poco dopo al fondo della Val Sanguinera, dove il torrente forma alcune pozze d’acqua che permettono di rinfrescarsi e meritano una sosta (1476 m, 1 ora dalla Cascina Mignolo).

Guadato il torrente, si risale a sinistra verso la Cascina Tovaioli (1491 m). Si passa a destra di questa e, continuando a salire verso destra, si perviene alla mulattiera segnata con il 424 e 431. Tenendo a destra ci si alza ancora un poco per poi scendere ad un bel prato e attraversare (ponte in legno; 1522 m; 10 minuti dal torrente) il ramo sinistro orografico del Torrente Sanguinera (quello che scende dalla Valle di Cadino). Poco oltre si ritrova la strada sterrata dalla Val Sanguinera, per la quale, dopo essersi rivestiti, in altri quaranta minuti di cammino si rientra al parcheggio in Val Dorizzo.

Come arrivare a Val Dorizzo

Natura (Foto Emanuele Cinelli)

Natura (Foto Emanuele Cinelli)

Dal casello autostradale di Brescia Est, seguendo le indicazioni per Brescia, superare una grossa rotonda e uscire a destra in direzione Brescia, Verona, Lago di Garda, immettendosi così sulla tangenziale est di Brescia.

Per detta tangenziale proseguire seguendo le indicazioni per Salò (SS45bis) e, passati gli svincoli di Mazzano, Virle, Nuvolera, Prevalle (subito dopo una prima breve galleria) e Gavardo, si giunge, dopo altre tre gallerie, all’altezza dell’abitato di Villanuova sul Clisi. Qui, seguendo le indicazioni per Val Sabbia, Lago d’Idro, Trento, Madonna di Campiglio, subito dopo una quarta galleria, uscire a destra e immettersi sulla superstrada della Val Sabbia (SS237) che si segue fino al suo termine.

Si passano Nozza, Vestone e Lavenone, arrivando a Idro. Si procede costeggiando, con varie curve, il Lago d’Idro, si passa l’abitato di Anfo e, dopo circa cinque chilometri, si perviene ad un’ampia rotonda, qui evidenti segnalazioni indicano a sinistra la strada per Bagolino. La prendiamo risalendo con ampio panorama sul lago appena costeggiato.

Dopo una ripida e tortuosa discesa, attraversato il ponte sul Caffaro, quando la strada riprende a salire, sulla sinistra, seguendo le indicazioni per il Maniva, si prende la strada che aggira il paese di Bagolino. Seguendola fedelmente, ignorando la deviazione a sinistra per il Monte Maniva, si arriva in cinque chilometri al piccolo centro turistico della Val Dorizzo. Proprio al suo inizio, subito dopo la colonnina verde di un rilevatore di velocità, sulla destra vediamo le indicazioni del parcheggio e sotto a queste il piazzale dove lasciare le autovetture.

Giro diretto del Blumone (Breno – BS)


Cornone del Blumone e parte del percorso (Foto Emanuele Cinelli)

Cornone del Blumone e parte del percorso (Foto Emanuele Cinelli)

Se siete sufficientemente allenati da poter camminare senza problemi per sei / sette ore e superare, nel contempo, un dislivello superiore ai mille e cento metri (1120 per la precisione), questo magnifico giro fa giusto per voi.

Tundra e ganda (Foto Marco)

Pascoli, tundra e ganda (Foto Marco)

Sia in salita che in discesa, solo per brevissimo tratto si gode dell’ombreggiatura del bosco, per il resto si attraversano scoperti pascoli e tundra alpina, nonché, nelle parti più alte del percorso, tratti di ganda e, a seconda della stagione, chiazze più o meno estese di neve. Lungo la discesa troviamo l’unico vero punto di appoggio (e rifornimento idrico), il rifugio Tita Secchi, per il resto solo abbandonati casinetti e qualche malga, di cui una sola (quasi a fine cammino) ancora in funzione e abitata.

Splendidi i panorami che si possono godere, specie nella parte alta della salita dove lo sguardo scavalca il crinale del Termine per allungarsi verso le altre e più alte cime dell’Adamello e del Brenta, ma ancor più in là, girandosi più a est, si possono intravvedere le cime dolomitiche, il lungo crinale del Monte Baldo e le montagne che separano il lago di Garda da quello d’Idro. Dal passo di Blumone, punto di massima elevazione raggiunto dal giro, o poco sotto lo stesso invece lo sguardo si può allungare verso ovest per inquadrare il Bernina, Il Rosa e il Gran Paradiso, mentre verso sud si possono vedere, dietro i monti del Maniva, Crestoso, Muffetto e Guglielmo, quelli degli Appennini; ciliegina sulla torta l’iride blu del Lago della Vacca, bacino artificiale che si colloca proprio sotto il detto passo e nei cui pressi sorge il già citato rifugio Tita Secchi.

Panorama dal Passo di Blumone verso sud (Foto Emanuele Cinelli)

Panorama dal Passo di Blumone verso sud (Foto Emanuele Cinelli)

Due sono i possibili percorsi, qui vi propongo quello indicato con il numero 27, che sale con percorso più diretto e ripido, ma anche più breve e molto meno frequentato per cui più adatto ad essere percorso in nudità. Purtroppo la discesa avviene in zona molto frequentata per cui, in alta e media stagione, la possibilità di stare nudi è decisamente vicina allo zero!

L’itinerario

Segnaletica (Foto Emanuele Cinelli)

Segnaletica (Foto Emanuele Cinelli)

Si parte dal parcheggio in fondo alla strada della piana del Gaver (1513 m, vedi istruzioni di accesso sotto la descrizione dell’itinerario). Da questo si segue la strada sterrata in direzione opposta a quella di arrivo e, dopo un centinaio di metri (palina segnaletica), a sinistra si prende la larga mulattiera che porta al passo del Termine (segnavia numero 26). Immediatamente ci si alza con ripidi tratti e alcuni tornanti in fianco destro orografico della Valle del Caffaro, scavalcata la condotta forzata la mulattiera si spiana e taglia a mezza costa entrando nella testata della Valle del Caffaro; sul lato opposto della valle si vede la piccola costruzione di Malga Blumone di Mezzo. A seconda della stagione, del giorno e dell’orario potrebbe essere possibile liberarsi dai vestiti in un punto più o meno vicino al parcheggio.

Malga Blumone di Sopra (Foto Emanuele Cinelli)

Malga Blumone di Sopra (Foto Emanuele Cinelli)

Giusto il tempo di riprendere fiato e si ricomincia a salire con ampi tornanti fino a uscire dal bosco ed entrare nell’ampia e verde conca della Malga Blumone di Sopra (1801 m, 1 ora; probabilmente qui giunti potrete liberarvi dai vestiti). Una breve discesa e un altrettanto breve tratto pianeggiante e poi nuovamente salita, sempre in fianco destro orografico e sempre per la comoda mulattiera, residuato della Grande Guerra. Superati altri trecento metri di dislivello, in mezz’ora si perviene al Casinetto di Blumone (2100 m), oltre e sotto il quale si estende una verdissima e piana vallata, per la quale prosegue il sentiero 26. Dietro di noi, imponente ed evidente, svetta il Cornone del Blumone, che, da questo momento in poi, ci farà da costante riferimento e compagnia.

xxxx

Casinetto di Blumone (Foto Emanuele Cinelli)

Casinetto di Blumone (Foto Emanuele Cinelli)

Dieci metri prima del suddetto casinetto prendiamo a sinistra il sentiero 27 (palina segnaletica; qui è sicuro che ci si può liberare dalla costrizione delle ultime vesti ancora rimaste), che inizialmente ritorna verso sud per aggirare un primo dosso erboso. In una decina di minuti, continuando a girare fra i vari ondulati dossi erbosi, si perviene ad una vecchia strada selciata ormai invasa dalle erbe, per questa in breve ad una solitaria conca erbosa, dominata da un ponte in legno. Poco prima del ponte l’ottima segnaletica ci indirizza a sinistra per prendere un sentierino nell’erba che, in pochi metri, ci conduce alla base del vasto pendio di erbe e rocce compreso tra il versante nord del Cornone di Blumone e quello sud dello Scoglio di Laione. Coperto ma intuibile, a destra della cresta nord del Cornone di Blumone, il Passo di Blumone. Sull’opposto versante, lungo la mulattiera che sale al passo del Termine, evidenti sono i segni della Grande Guerra, tra i quali i ruderi dell’Ospedale Militare.

Inizio del sentiero 27 (Foto Marco)

Inizio del sentiero 27 (Foto Marco)

Il ponte di legno (Foto Emanuele Cinelli)

Il ponte di legno (Foto Emanuele Cinelli)

I ruderi dell'Ospedale Militare (Foto Emanuele Cinelli)

I ruderi dell’Ospedale Militare (Foto Emanuele Cinelli)

I ripidi pendii verso il passo (Foto Marco)

I ripidi pendii verso il passo (Foto Marco)

Ora la salita si fa decisamente più faticosa, il sentiero sale ripidissimo con varie svolte trovando i passaggi più agevoli fra le molte placche rocciose che rivestono questi pendii. Alla nostra destra il passo del Termine si fa man mano più basso, aprendoci la visione prima sul Re di Castello, poi, più lontano, sul Monte Fumo e, subito dietro ad esso, Dosson di Genova, Cresta Croce e Lobbia Alta, infine anche sul Carè Alto e tutto il crinale che lo unisce al Corno di Cavento (Gobbe del Folletto, Monte Folletto, Denti del Folletto), appena a sinistra di questo il bianco candore della vedretta della Lobbia e, sul suo sfondo, la caratteristica piramide rocciosa del Crozzon di Lares. Dopo un’ora di cammino, una brevissima spianata permette di riprendere un poco di fiato, prima di affrontare un ultimo ripidissimo dosso di erbe e rocce.

Quasi in cima ai ripidi pendii (Foto Marco)

Quasi in cima ai ripidi pendii (Foto Marco)

Passo Termine e Re di Castello

Passo del Termine e Re di Castello (Foto Emanuele Cinelli)

Carè Alto e cime limitrofe (Foto Emanuele Cinelli)

Carè Alto e cime limitrofe (Foto Emanuele Cinelli)

Passo del Blumone (Foto Marco)

Passo del Blumone (Foto Marco)

Netta, da qui, si vede la sella del Passo di Blumone, a cui puntiamo. Sempre seguendo le ottime segnalazioni bianco-rosse, si scende in una piana acquitrinosa, tenendosi sul suo lato sinistro, per poi salire al centro della ganda, dove la stessa è meno ripida e assume la forma di un valloncello. Cento metri sotto il passo, il sentiero devia nettamente a destra e sale per ripidi pendii di erbe e rocce, portandoci in una decina di minuti al crinale che unisce il Cornone di Blumone con la Cima di Laione, poco sotto il quale sarà probabilmente necessario rivestirsi, quantomeno in periodo di alta stagione. Qui troviamo la segnaletica dell’Alta Via dell’Adamello (segnavia numero 1), che seguiamo a sinistra per scendere, in un paio di minuti, al Passo di Blumone (2633 m, 4 ore dal parcheggio).

Scendendo al rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Scendendo al rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Dal Passo, a destra, si attraversa, prima a mezza costa, poi in lieve discesa, il pendio di ganda sul versante ovest della cresta nord del Cornone di Blumone e si perviene in breve all’inizio della mulattiera di guerra, seguendo la quale, con comodo cammino, in mezz’ora si perviene al rifugio Tita Secchi (2350 m).

Dal rifugio, fruendo di una intaglio tra le rocce, a destra si raggiunge la sponda orientale del lago della Vacca proprio nei pressi della diga che lo delimita e forma. A sinistra una breve scala in cemento ci permette di scendere sotto la diga. Segue un sentierino che, aggirando ad ovest la casa dei guardiani della diga, ci porta ad un ponticello metallico con il quale si supera il canale di regolazione della diga. Subito dopo il ponticello, lasciando a destra il sentiero che sale al Passo della Vacca (numero 18), a sinistra si prende il sentiero numero 17. Ad un primo tratto in dolce discesa segue una breve salita, indi un lungo traverso sotto il versante nordest della Cresta di Laione, infine una ripida discesa ci conduce sul fondo della Conca del Laione: mirabile la visione sul Dito di Laione, sul Cornone di Blumone e sul Monte Bruffione.

Casinetto di Laione (Foto Emanuele Cinelli)

Casinetto di Laione (Foto Emanuele Cinelli)

Un ultimo ripido salto ci porta ai ruderi del Casinetto di Laione (1948 m, 1 ora dal rifugio) dal quale una strada sterrata conduce in pochi minuti alla Malga di Laione di Mezzo (1825 m, vendita prodotti caseari). Continuando per la strada sterrata ci si sposta verso ovest sotto il versante est della Corna Bianca, finché un tornante inverte la direzione di marcia e ci porta nel bosco. Dopo una decina di minuti uscendo dal bosco un tornante ci apre la visione sull’intera piana del Gaver, poco sotto perveniamo a Malga Laione di Sotto (1602 m) dove lasciamo la strada per prendere, proprio in corrispondenza dell’angolo destro (nel senso di marcia) della malga, un sentiero che, in direzione opposta a quella della strada, prima scende nelle alte erbe (occhio alle ortiche) del pascolo, poi rientra nel bosco e, infine, con ultima breve ripidissima e sconnessa discesa ci porta ai prati del fondo valle e, attraversando questi, in due minuti siamo al parcheggio e alle auto (2 ore dal rifugio).

Malga Laione di Sotto e Piana del Gaver (Foto Emanuele Cinelli)

Malga Laione di Sotto e Piana del Gaver (Foto Emanuele Cinelli)

Come si arriva al parcheggio in fondo alla Piana del Gaver

Dal casello autostradale di Brescia Est, seguendo le indicazioni per Brescia, superare una grossa rotonda e uscire a destra in direzione Brescia, Verona, Lago di Garda, immettendosi così sulla tangenziale est di Brescia.

Per detta tangenziale proseguire seguendo le indicazioni per Salò (SS45bis) e, passati gli svincoli di Mazzano, Virle, Nuvolera, Prevalle (subito dopo una prima breve galleria) e Gavardo, si giunge, dopo altre tre gallerie, all’altezza dell’abitato di Villanuova sul Clisi. Qui, seguendo le indicazioni per Val Sabbia, Lago d’Idro, Trento, Madonna di Campiglio, subito dopo una quarta galleria, uscire a destra e immettersi sulla superstrada della Val Sabbia (SS237) che si segue fino al suo termine.

Si passano Nozza, Vestone e Lavenone, arrivando a Idro. Si procede costeggiando, con varie curve, il Lago d’Idro, si passa l’abitato di Anfo e, dopo circa cinque chilometri, si perviene ad un’ampia rotonda, qui evidenti segnalazioni indicano a sinistra la strada per Bagolino. La prendiamo risalendo con ampio panorama sul lago appena costeggiato.

Dopo una ripida e tortuosa discesa, attraversato il ponte sul Caffaro, quando la strada riprende a salire, sulla sinistra, seguendo le indicazioni per il Maniva, si prende la strada che aggira il paese di Bagolino. Seguendola fedelmente si arriva in cinque chilometri al piccolo centro turistico della Val Dorizzo (alberghi e bar), lo si oltrepassa e dopo altri due tornanti si accede alla piana dell’Alpe Grisa.

Superata la piana la strada riprende a salire e in breve si perviene al rifugio Campras e annessi impianti di risalita (in funzione solo d’inverno) che si lasciano sulla sinistra. Dopo alcune curve si oltrepassa, sulla destra, il bar Bruffione (con emporio alimentari e fermata autobus di linea), segue un ponticello e subito dopo, seguendo le indicazioni della locanda Gaver, si prende a destra una strada sterrata che scende sul fondo della piana del Gaver (o Gavero). Si continua per detta strada, oltrepassando la locanda Gaver e arrivando in breve al parcheggio che è situato, sulla destra della strada, appena prima di una casa in muratura. Poco più avanti la strada termina: non è possibile sbagliare.

Valle di Braone (Orgogliosamente Nudi 2013): il fotoracconto


Per un evento speciale dai risultati altrettanto speciali oltre alla dettagliata relazione scritta non poteva mancare un bellissimo fotoracconto: guardalo! (aprile 2019 – purtroppo a seguito del cambiamento nello spazio gratuito di Flickr l’album non è più raggiungibile, vedremo in seguito se si trova modo di ripristinarlo)

braone7

Orgogliosamente Nudi 2013: relazione del secondo evento, l’escursione in Valle di Braone


Valle di Braone

Valle di Braone (Foto Emanuele Cinelli)

Braone è un piccolo paesino in sinistra orografica della Valle Camonica. Su di esso sfocia, solcata dal torrente Palobbia, una lunga e stretta valle, la Val Paghera. A metà di questa, sulla sua sinistra orografica, si stacca la larga e verde Valle di Braone. Una prima ripida balza, con alcune splendide cascate, ne difende l’accesso, al di sopra la verde piana della Malga Foppe di Sotto la cui evidente forma a U ne evidenzia l’origine glaciale. Una successiva e ben più breve balza parzialmente rocciosa dà accesso alla parte alta della valle, le Foppe di Braone, all’inizio della quale troviamo la Malga Foppe di Sopra e l’annesso Rifugio Prandini, presso il quale, nelle giornate del 6 e 7 luglio 2013, s’è tenuto il secondo evento del programma 2013 di “Orgogliosamente Nudi” (leggi la presentazione e vedi gli altri eventi).

La Valle di Braone è stata scelta perché valle che, per le sue specifiche caratteristiche morfologiche e di frequentazione, ben si presta all’escursionista che certa solitudine e natura: solcata da un sentiero ben tracciato e sempre facilmente individuabile, risulta di comoda percorrenza anche per l’escursionista medio e rende meno problematico lo spogliarsi per chi, alla prime esperienze, possa temere per la presenza di zecche, vipere o altri animali più o meno ostili; la presenza di pochissime strutture abitative (una sola malga) o ricettive (due rifugi, per altro molto vicini tra loro) permette una nudità pressoché costante; trattandosi di un settore defilato e secondario dell’Adamello, con un avvicinamento lungo, risulta poco frequentata riducendo di molto la possibilità d’incrociare altri escursionisti e trovarsi così nella necessità di più o meno frequenti, e fastidiosi, rivestimenti (da evidenziare, comunque, che nel pieno periodo estivo è spesso frequentata da gruppi di scout e di oratorio che salgono ad essa dai loro campi collocati in valle e talvolta soggiornano per una notte o due proprio presso il Rifugio Prandini).

Rifugio Prandini

Rifugio Prandini (Foto Emanuele Cinelli)

Il Rifugio Prandini è stato scelto perché ne ho un lontano interessato seppur frugale ricordo, inoltre, arrivando da valle, è il primo che si incontra e, dopo 5 ore di cammino e 1500 metri di dislivello, anche poche altre decine di minuti e di metri possono risultare molto critici. Da tener presente che il rifugio è, a differenza del Gheza, sempre dato in autogestione, anche nei fine settimana di luglio e agosto.

Dopo un piccolo fremito iniziale, dovuto al reperimento della locandina da parte di un assessore di Braone, fatte le debite presentazioni e fornite a chi di dovere le nostre necessarie garanzie di rispetto delle altrui presenze, l’evento si avvia sulla strada della piena riuscita.

Così sarà.

Come da programma il gruppo, purtroppo piccolo (solo cinque persone) ma ben affiatato, si trova allo stadio comunale di Iseo nella mezza mattina del sabato, per poi raggiungere, in un’ora di autovettura, l’abitato di Braone dove parcheggiare, ritirare le chiavi del rifugio e consegnare una copia nella Guida Naturista Italiana recentemente pubblicata da Sylvia Edizioni (vedi recensione).

Strada Braone-Piazze

Strada Braone-Piazze (Foto Vittorio Volpi)

Effettuato un fugace pranzo, ci si immette sulla strada che da Braone porta alle Piazze: una stretta carrozzabile con diversi tratti a pendenza rilevante. Il traffico, seppur limitato e alternato da una recente ordinanza comunale, è continuo, rendendo il vestiario, anche se ridotto ai minimi termini, purtroppo necessario.

Tra chiacchiere, fotografie e osservazioni paesaggistiche, in un’ora e mezza si perviene alle Piazze. Qui la carrozzabile prosegue scendendo ad unirsi con quella della Val Paghera (interrotta per il crollo di un ponte) e un cartello mal posizionato ci porta a sbagliare percorso, allungando il nostro cammino di una mezz’ora e di un duecento metri di dislivello.

Finalmente liberi (Foto di Marco)

Finalmente liberi (Foto di Marco)

Recuperato l’errore e rientrati alle Piazze, si prende la mulattiera che, passate la Case di Scalassone, si addentra in Valle di Braone e inizia a salire ripidamente per superarne il primo salto (più di 600 metri di dislivello). Le forze sono ancora abbondanti e senza grosse difficoltà il gruppo risale di buon passo questo pendio, fruendo della frescura di una giornata non propriamente assolata, della copertura boschiva pressoché continua e del passaggio alla base di una bella cascata.

Insieme ai passi si assommano i metri e i minuti, così dopo altre due ore di cammino si perviene alla piana che adduce alla Malga Foppe di Sotto. I verdi prati, il fresco torrente che li solca e il successivo cammino in piano pressoché perfetto invitano ad una breve sosta per dissetarsi e reintegrare le sostanze necessarie ad affrontare il restante percorso.

Passata la Malga Foppe di Sotto, dove la presenza dei pastori ci induce a rimetterci i pantaloncini, sebbene proprio per pochi minuti, si riprende la salita. Ora si procede allo scoperto e sotto una debole pioggia. Il sentiero compie ampie svolte cercando i passaggi migliori tra placche rocciose, attorno, per la felicità di Francesca, l’unica donna del gruppo, è un mare di rododendri in fiore.

Finalmente al rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Finalmente al rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Le forze iniziano a cedere e il cammino si fa più pesante, per fortuna all’improvviso ecco apparire la sagoma del rifugio, ci separa solo un ultimo non troppo ripido pendio erboso, ma sono cento metri veramente duri: pare di non arrivare mai. Ma infin si giunge come disse il poeta, la porta è davanti a noi, la apriamo e… meraviglia delle meraviglie, il rifugio si presenta molto in ordine, pulito ed accogliente come ne ho visti pochi.

La temperatura è ancora confortevole, ma, anticipandone la discesa, come prima cosa viene accesa la stufa a legna, una di quelle vecchie stufe/cucina che quelli della mia generazione hanno avuto modo di vedere nelle cucine delle proprie nonne. Dopo di che si preparano i letti e la cena: una bella pastasciutta al pomodoro con la quale recuperare appieno tutte le energia dissipate nella lunga marcia di avvicinamento.

La serata passa in allegra compagnia, chiacchierando di varie cose: nudismo, alpinismo, religione, politica, lavoro, soldi e altro. Alle 23 quasi tutti a nanna, solo Francesca e Alberto restano ancora in piedi a chiacchierare.

La mattina della domenica ognuno si alza secondo il proprio ritmo biologico: Emanuele è fuori a godersi la mattina già alle 6, poco dopo lo raggiunge Marco, poi si alzano anche Francesca e Vittorio, ultimo è Alberto che dev’essere quasi sbrandato altrimenti se la continua beatamente fino a chissà quando.

A monte del rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

A monte del rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Foppe di Braone

Foppe di Braone (Foto Emanuele Cinelli)

Fatta colazione, riordinato per bene il rifugio e svuotati gli zaini da quanto inutile per la breve gita della mattina, ci si incammina verso l’alta valle. Una prima ripida salita ci porta in breve al Rifugio Gheza che, contrariamente a quanto credevamo, risulta aperto e abitato. Per evitare di rivestirci, sfruttando la conoscenza di Emanuele della zona, invece di seguire il sentiero che passa proprio sulla porta del rifugio, si taglia di traverso per le balze di erbe frammiste a rocce. Ripreso il sentiero, entriamo nella piana delle Foppe di Braone e ci spingiamo fino al catino che precede la salita al Passo del Frerone (Zöck dè la Bala), dove, per ragioni d’orario, dobbiamo interrompere la salita.

Scattiamo la foto di gruppo e, per lo stesso identico percorso di salita, si rientra prima al rifugio, dove recuperiamo quanto lasciato, e poi a valle, al paese di Braone, dove giungiamo un poco provati dalla lunga marcia e, in particolare, dal scivolosissimo selciato della carrozzabile: nei tratti ripidi ha messo a dura prova il nostro equilibrio e, per alcuni, anche il fondoschiena. Stanchi si, ma felici: è stata una bellissima escursione, abbiamo goduto di paesaggi veramente rilassanti e ci siamo ancor più affiatati, approfondendo la reciproca conoscenza.

Rododendri (Foto Emanuele Cinelli)

Rododendri (Foto Emanuele Cinelli)

Il nostro stato d’animo si riflette positivamente sul gestore del rifugio che, a fronte della nostra correttezza e dopo averci adeguatamente conosciuti, ci conferma la disponibilità del rifugio per un nostro eventuale ritorno. A lui farà eco, qualche giorno dopo per e-mail, il Sindaco di Braone che ai miei ringraziamenti per la fiducia accordataci, sebbene comprensibilmente condizionata a determinate limitazioni in merito alla nudità, risponde con un “sono felice vi sia piaciuta l’escursione”. L’anno prossimo torneremo, abbiamo già messo in cantiere più o meno per lo stesso periodo di questa escursione, potete anche segnarvelo fin da ora, una magnifica settimana di escursionismo con base al Rifugio Prandini e meta i vari passi e le varie cime che lo circondano: Forcellino di Mare, Cima Galliner, Porta di Stabio, Passo del Frerone, Monte Frerone, Cima di Terre Fredde, Conca del Listino.

Somale di Braone e Pizzo Badile (Foto Emanuele Cinelli)

Somale di Braone e Pizzo Badile (Foto Emanuele Cinelli)

Che dire in conclusione? A parte l’ottimo svolgimento dell’uscita, voglio e devo mettere in evidenza che quando si superano timori e paure i risultati non tardano ad arrivare: molto meglio rischiare di ricevere un diniego che perdersi la possibilità di ottenere dei consensi. Il nudismo, e con esso l’escursionismo nudista che è certo la formula più piena di naturismo e più efficiente per diffondere lo stile di vita nudista, devono uscire allo scoperto, devono mostrarsi al mondo, devono cercare il contatto con la società senza isolarsi nei propri più o meno piccoli centri riservati, non c’è altro modo per farsi accettare e per crescere. Ovviamente è poi importante ritornare segnali positivi mantenendo un atteggiamento corretto ed evitando di forzare oltre il dovuto l’accettazione della nudità: se prevedibile l’incontro con non nudisti (avvicinandosi a malghe o rifugi, vedendone o sentendone l’arrivo da lontano) coprirsi per tempo debito, se l’incontro capita all’improvviso la situazione va valutata di volta in volta, in linea di massima rivestirsi può risultare inutile o addirittura deleterio, ma nel caso di gruppi di giovani ragazzi (scout e oratorio) avere a portata di mano un pareo è sicuramente consigliabile (leggasi a tal riguardo “Escursionismo nudista: istruzioni per l’uso“; altro utile articolo “Escursionismo: quale abbigliamento?”).

Libertà al nudismo, non ghettizzazione dello stesso! È possibile, la società è disponibile, dobbiamo esserlo anche noi.

Grazie a tutti i partecipanti, grazie, grazie, grazie!

Gruppo (Foto Emanuele Cinelli)

Gruppo (Foto Emanuele Cinelli)

Monte Guglielmo dal sentiero 232 (Zone – BS)


232_1

Il Monte Guglielmo (Foto di Emanuele Cinelli)

Escursione per chi, senza doversi allontanare molto dalla porta di casa, ama l’avventura e vuole camminare in ambienti poco o nulla frequentati. Già la parte di salita segue un tracciato oggi insolito, quella di discesa, poi, avviene lungo sentieri in parte scomparsi, con segnalazioni carenti o nascoste dalla vegetazione che ha invaso parte del percorso. Sia in salita che in discesa, si devono inoltre affrontare alcuni passaggi esposti (10 metri di traverso prativo nella salita) o di brevissima (2 meri) e facile (primo grado) arrampicata (1 saltino in salita, 3 in discesa).

Date tali sue caratteristiche, è itinerario che richiede spirito di osservazione e buona esperienza di montagna, ma che proprio per questo è in grado di offrire una bella esperienza e si adatta alla percorrenza in nudità, specie con le varianti riportate sotto la relazione del percorso di base.

Si percorre in circa sette ore, di cui tre e quarantacinque per la salita. Il dislivello coperto è di 1328 metri. Sia il tempo che il dislivello dipendono, però, dal punto esatto in cui si parcheggia l’autovettura, dal punto in cui si inizia la discesa e dalle eventuali varianti seguite.

In discesa molti tratti sono nell’erba alta, anche se siamo prossimi alla quota limite della loro sopravvivenza, ogni tanto controllatevi per l’eventuale presenza di zecche: se siete vestiti il controllo è difficile, potreste non notarle e ritrovarvele poi a casa; se siete nudi le vedete subito.

L’itinerario

Si parte da Englar di Zone (620m ca.) incamminandosi lungo la strada asfaltata che entra in Val di Gasso (segnavia 226). Immediatamente un mezzo tornante a destra, poco dopo un tornante a sinistra a cui segue un lunghissimo rettilineo che, passando sopra alcune cascine, entra in un bel bosco di latifoglie e, lentamente, si alza in sponda sinistra orografica della Val di Gasso.

Superata sulla destra un’area di sosta (eventualmente si può arrivare qui in macchina, posto per due massimo tre vetture), si attraversa il torrente portandosi in destra orografica della valle e, poco dopo, si imbocca sulla destra una mulattiera che permette di tagliare un pezzo di strada, ora sterrata.

Ripresa la strada, la si segue, sempre verso destra, fino al primo tornate, sulla destra del quale si nota l’imboccatura di un altro pezzo della mulattiera. Seguendola, dopo aver costeggiato i prati di una cascina, ci si riporta in sinistra orografica della Val di Gasso. Qui la mulattiera, sempre all’ombra del bosco, inizia a salire un poco più ripida fino ad uscire su dei bellissimi prati. Dopo una svolta a sinistra, rientrati nel bosco, un ultimo tratto di mulattiera riporta sulla strada sterrata.

Girando a destra, si segue la strada sterrata fino al primo tornante, sulla destra del quale si riprende la mulattiera, qui molto evidente. In breve si perviene ad una cascina, appena prima di questa a sinistra per un sentierino sbarrato da una barriera in legno che impedisce il passaggio a moto e biciclette ma non ai pedoni.

Ripresa la strada sterrata, la si segue, sempre a destra, fino ad un altro tornante, poco dopo il quale, sulla destra, una stradina molto ripida sale verso delle cascine appese alla sommità di un ripidissimo prato. Si segue detta stradina e, tra le due cascine, si prende la mulattiera a sinistra che ci riporta sulla strada sterrata, facendoci tagliare altri tornanti della stessa.

232_2

Valle dell’Opol e Almana (Foto di Vittorio Volpi)

Per la strada si continua in salita arrivando, dopo un’ulteriore tornante, alla Forcella di Gasso (1133m; 1 ora e mezza), dove la strada si spiana, tagliando a mezza costa l’alta valle dell’Opol, con panoramica vista sulla Forcella di Sale e la Punta Almana. Duecento metri dopo la forcella, sulla sinistra si nota una freccia segnaletica in metallo che ci indica dove imboccare il sentiero 232 “Tress – Passei – I Gnaf”.

Superati i primi dieci metri dove la vegetazione la fa da padrona, ci si trova su un evidente e largo sentiero che, in piano, costeggia un prato (qui ci si può spogliare). Lo si segue facendo attenzione a non oltrepassare una poco evidente deviazione (segno bianco-rosso sul tronco di un albero in alto a destra, che si nota solo girandosi su se stessi) che, sulla destra in senso esattamente opposto a quello da cui si arriva, si alza nel pulitissimo bosco di latifoglie. Poco dopo il sentierino gira a sinistra e, a tratti poco evidente (le segnalazioni sono palesemente state fatte in discesa e risultano pressoché invisibili camminando in salita), risale nel bosco sulla linea di massima pendenza.

Superati all’incirca centocinquanta metri di dislivello, il sentiero piega a sinistra e taglia a mezza costa attraversando un piccolo e stabile ghiaione. Risaliti ancora alcuni metri si supera un brevissimo salto roccioso, segue un traverso erboso esposto sulla Val di Gasso, dopo il quale si rientra nel bosco.

232_3

In Testata (Foto di Emanuele Cinelli)

Salendo sulla destra di una valletta, con un tratto terroso particolarmente ripido (se bagnato si scivola alquanto) e qualche roccia, si perviene ad un balconcino erboso con meravigliosa vista sulla Valle dell’Opol. Il tracciato riprende con minore pendenza e su semplice terreno erboso per sbucare, dopo poco, sui magnifici prati de La Testata (1470m; 45 minuti). A sinistra si alza una verdissima valletta, a destra un prato pianeggiante porta verso il crinale a picco sulla Croce di Marone. Il sentiero, non molto evidente, si sposta per l’appunto verso detto crinale, che segue tenendosi appena a sinistra del bosco che lo separa dalla valletta di cui sopra.

Con passaggi aerei e splendidi scorci panoramici si perviene ai pascoli del Fop dei Gnaf, che si traversano senza percorso obbligato tendendo inizialmente a destra e poi al centro degli stessi in direzione di una stradina che taglia orizzontalmente il dosso sovrastante. Seguendola, dopo essersi rivestiti, si perviene in breve alla Malga Guglielmo di Sotto (1571m; 30 minuti), dove ci si immette sulla strada di servizio delle malghe.

A sinistra, si segue detta strada, eventualmente tagliando alcuni tornanti per evidenti sentierini, passando per Malga Guglielmo di Sopra (1744m) e arrivando al Rifugio Almici (1861m; 45 minuti), dal quale in quindici minuti si può, facilmente e senza tanta fatica, arrivare alla vetta di Castel Bertino (1948m), facilmente riconoscibile per l’evidente monumento al Redentore ivi eretto.

Vista da poco sotto il Rifugio Almici (Foto di Emanuele Cinelli)

Per lo stesso percorso si ritorna verso la Malga Guglielmo di Sotto, ma al tornante che la precede (palina metallica 232 “Tress – Passei – I Gnaf”), si abbandona la strada per scendere a destra verso la vicina Pozza dell’Agnello e il successivo Pià delle Naedole (30 minuti), dove ci si può nuovamente liberare di tutte le vesti.

Giunti al Pià delle Naedole il sentiero s’inerba alquanto e la segnaletica diventa invisibile: scendere al centro dei prati in direzione del crinale che si vede sull’altro lato della valletta, puntando al punto dove gli alberi lasciano il posto al pascolo. Qui giunti si trova un canalino dal fondo roccioso dove la segnaletica si rifà evidente.

Scendere per il canalino fin dove si perde in altro pendio erboso che si deve traversare verso destra prima a mezzacosta (erbe altissime e qualche mugo da scavalcare) e poi in lieve salita. Superato un secco torrentello, si continua traversando in lieve salita un altro dosso prativo per il quale si perviene a Le Pezze e alla Costa Bella.

232_5

Malga Casentiga (Foto di Emanuele Cinelli)

Per sentiero ora più evidente si oltrepassano, ignorando un sentierino che scende a sinistra, i Passei e tutto il bosco sotto il da qui invisibile Corno del Bene, fino a sbucare, nei pressi di un tavolino in legno che mai ci si aspetterebbe di trovare in tal posto, su una mulattiera che in breve porta a Malga Casentiga (1406m; fontana; 1 ora), poco prima della quale sarà opportuno rivestirsi.

Alla destra orografica della malga passa una strada sterrata che prendiamo e seguiamo in discesa per alcune centinaia di metri, dopo i quali prendiamo una deviazione a sinistra che scende ad altra cascina, dove apparentemente non c’è modo di proseguire. Portandosi, invece, proprio davanti alla cascina, si trova sulla destra un piccolo sentierino, inizialmente scalinato, che scende nel prato sottostante la casa e, velocemente, porta ai prati della Culma e al Zuf (1280m; 15 minuti), ampia sella prativa sul crinale che separa la Val Ombrino dalla Val Vandul. Qui, poco prima di immetterci su di una strada asfaltata, a sinistra prendiamo una larga mulattiera (palina segnaletica in legno “Sentiero dell’Uccellatore”, 230; nei  giorni infrasettimanali è possibile spogliarsi nuovamente, ma dipende dalla stagione) che, tagliando a mezzacosta la Val Ombrino, con percorso pressoché pianeggiante, attraversata tutta la Paghera di Tress, porta al Forcellino delle Piane (altro tavolino di legno; 30 minuti).

Proseguendo per detto sentiero, oltrepassato una piccola cascina, quasi un eremo, costruita sotto il volto roccioso che fa da base alla Corna Frere, si passa sotto le pareti della Corna della Capre (palestra di roccia), si oltrepassa la cascina Splazza di Sopra (rivestirsi) e si perviene alla strada della Val di Gasso, per la quale si rientra alle autovetture (45 minuti).

Varianti

1)      Volendo evitare di rivestirsi una volta giungi nei pressi di Malga Guglielmo di Sotto, ma rinunciando alla cima del Guglielmo e al Rifugio, giunti al Fop dei Gnaf, invece di salire a destra e portarsi alla Malga Guglielmo di Sotto, ci si può tenere a sinistra per attraversare, senza traccia e senza percorso obbligato, i pascoli e portarsi direttamente al Pià delle Naedole. Così facendo il tutto risulta anche abbreviato di un’ora e mezza e di 377 metri di dislivello.

2)      Da Passei invece di continuare a destra per tagliare il bosco sotto la Corna del Bene, si scende a sinistra (bivio evidente ma non segnalato) verso la vetta del Corno Frere (1412m) e da questa, per ripido bosco, al Forcellino delle Piane, dove ci si innesta sul sentiero dell’Uccellatore. Questa variante rende il percorso più diretto anche in discesa, accorciandolo di una mezz’ora; inoltre, evitando il passaggio dalle cascine di Casentiga, Culma e Zuf, ci risparmia il relativo su e giù del vestiario.

3)      Combinando insieme le due varianti di cui sopra ne viene un’escursione quasi completamente nudista: quattro ore e mezza su sette.

Guarda l’album fotografico completo

Come si arriva a Englar di Zone

Dal casello autostradale di Brescia Ovest seguendo le indicazioni per Milano, Tangenziale Ovest si perviene a quest’ultima che si segue in direzione Milano, Bergamo, Val Camonica. Dopo poco più di tre chilometri, passato il costruendo raccordo con la Bre-Be-Mi, tenere a destra direzione Boario, Lago d’Iseo.

Per chi arrivasse da ovest, è possibile uscire al casello di Rovato e da questo, seguendo le indicazioni prima per Sarnico, Ponte di Legno, Lago d’Iseo, poi per Iseo, Ponte di Legno, Valle Camonica, si perviene a Iseo. Passato il centro turistico Sassabanek e lo stadio, ad un’ennesima grossa rotonda si tiene a destra in direzione Brescia, Pisogne, Darfo B.T. Passata una lunga galleria, giugni ad una successiva rotonda, tenere al centro in direzione di Darfo B.T. e immettersi così sulla superstrada della Val Camonica come sotto.

Oltrepassando varie uscite, continuare senza ulteriori deviazioni fino allo svicolo di Zone (subito in uscita di una lunga galleria). Per questo passare una galleria e, al bivio, tenere a destra.

La strada sale in salita con diversi tornanti arrivando all’abitato di Zone in Frazione Cislano. Seguendo sempre la strada principale si oltrepassa, lasciandolo alla propria sinistra, il Punto Informativo della Riserva delle Piramidi di Zone, con annesso parco e parcheggio. Alla prima curva (a sinistra), prendere la strada che si stacca a destra (cartello marrone “monte Guglielmo” e cartello blu dell’area camper). Avanti per questa un centinaio di metri e, sulla sinistra, è possibile parcheggiare l’auto.

232_6

Giglio Rosso (Foto di Emanuele Cinelli)

Forte di Cima Ora da Bagolino (BS)


ora1

A picco sul lago d’Idro (Foto Emanuele Cinelli)

Escursione che riserva vertiginose visioni sul Lago d’Idro. I tratti particolarmente ripidi sono alternati da lunghi tratti pianeggianti o addirittura in discesa, per cui non risulta particolarmente faticosa, richiede, però, equilibrio e abitudine all’esposizione per la presenza di lunghi traversi su scoscesi prati e anche qualche passaggio molto esposto.

Al solare e panoramico crinale percorso in salita, si frappone la selvaggia e scura forra di Valle Lunga e Valle del Rio Levras, percorsa in discesa.

L’intero anello si percorre in 4 ore e mezza di cammino, di cui tre in salita.

Dislivello 890m – Segnavia n. 404

L’itinerario risulta percorribile in nudità da quando si abbandona la strada della Valle del Rio Levras, a quando vi si rientra dopo la discesa di Valle Lunga, fatta eccezione per la frequentatissima zona del Baremone, ivi compreso il Forte di Cima Ora. In pratica i tre quarti del percorso si prestano all’escursionismo nudista, facendo però, specie nei mesi da maggio a luglio, attenzione alle zecche: la nudità vi permette di vederle subito e rimuoverle prima che vi mordano e inzino a succhiarvi il sangue (cosa fondamentale per evitare complicazioni che, sebbene succeda rarissimamente, possono anche essere gravi: Morbo di Lyme e Borelliosi o TBE), dovete però controllarvi ogni tanto.

L’itinerario

ora2

Ponte Romanterra (Foto Emanuele Cinelli)

Si parte dal Ponte Romanterra (645m) in quel di Bagolino (BS) seguendo per circa mezzo chilometro la strada asfaltata che sale nell’ampia valle della Berga (segnavia 402). Sulla sinistra un bivio, ben segnalato con paline in legno, indica dove abbandonare la strada asfaltata e immettersi in altra stradina in lieve discesa e presto sterrata (segnavia 404), che si segue a lungo senza preoccuparsi per l’assenza di segnaletica sentieristica: la si ritroverà sul muro di una casa proprio a bordo strada e poi più avanti quando ci si immette nella Valle del Rio Levras.

Dopo aver lungamente camminato in un ombroso bosco di latifoglie, si esce sui prati di una ben tenuta e fiorita casa fienile (850m). Rientrati nel bosco, in breve si perviene a un bivio parcamente segnalato con palina in legno addossata a un grosso masso (30 minuti dalla macchina). Qui si prende il sentiero a sinistra della strada (segnavia 405) che, con alcuni tornanti si alza sul versante destro orografico della valle, per poi tagliarlo lungamente a mezza costa in direzione sud e portarci, in altra mezz’ora di cammino, alle Pozze (970m), poco più a sud e in alto della croce di Monte Suello. Splendida e ampia la visione che si apre sul Lago d’Idro e le montagne che lo separano dal lago di Garda.

ora3

Le Pozze (Foto Emanuele Cinelli)

Seguendo le evidenti indicazioni per Monte Breda e Forte di Cima Ora (segnavia 432-404), ci si incammina a destra per la lunga cresta spartiacque tra Val Sabbia e Valle del Caffaro. Qui i tratti di salita si fanno decisamente più ripidi.

ora4

L’esposto sentiero di cresta (Foto Emanuele Cinelli)

Seguendo le segnalazioni ci si sposta a tratti sul prativo ed esposto versante est, altri sul boscoso e tranquillo versante occidentale, alternando così le visioni su Bagolino e la Valle del Caffaro, con quelle sul Lago d’Idro e i monti che lo sovrastano. Si supera il Dosso Tondo (1211m), si percorre la lunga Piana dei Bandì e poi, lungo la vecchia mulattiera della Guerra 15-18 (visibili ancora alcuni sbocchi dei tunnel e delle postazioni), ci si approssima al Monte Breda (1503m), la cui sommità aggiriamo sul lato orientale passandoci pochi metri sotto.

Dopo una ripida discesa, passando a destra del Roccolo di Breda o dei  Giös, ignorando la variante che, sulla destra, scende direttamente nella Valle del Rio Levras, si traversa a sinistra giungendo in breve ad una strada sterrata che, dopo un tornante che riporta al Roccolo di Breda, con facile cammino in piano seguiamo per lungo tratto finché una freccia ci indica di spostarci a sinistra, sul versante opposto della cresta, dove un sentierino, che presto si tramuta in larga mulattiera, porta ad un caratteristico intaglio a portale. Da qui scala metallica ben evidente, porta direttamente sui pendii sommitali e al Forte di Cima Ora (1535m). Proseguendo lungo la mulattiera, invece, dopo un brevissimo tratto con cordina metallica, si aggira detta cima e, lasciando a sinistra un sentiero in discesa, si sale per un prato fino ad uscire sulla strada sterrata che dal Baremone porta al forte (2 ore da Le Posse, per un tempo totale di 3 ore dal parcheggio). Per chi non ci fosse mai stato vale veramente la pena risalire i dieci minuti di strada che portano al forte: oltre alle interessanti evidenze storiche potremo godere di un esteso panorama a trecentosessanta gradi.

ora5

Rifugio Rosa al Baremone (Foto Emanuele Cinelli)

Per detta strada, aggirando ad ovest Cima dell’Ora, in 15 minuti si scende al Passo di Marè (1418m), dove passa la strada asfaltata Anfo-Maniva, nei pressi del Rifugio Rosa al Baremone (1430m). Senza toccare l’asfalto, subito prendiamo alla nostra destra una verde valletta dove la segnaletica (404b) all’inizio è ben visibile, poi molto meno, ma non si può sbagliare: basta seguire fedelmente la linea della valletta fino a sbucare in una conca prativa dove si ritrova una palina segnaletica (10 minuti dalla strada del Baremone).

Seguendo una mulattiera sul versante est della Corna Pagana, si percorre il versante sinistro orografico di Valle Lunga, ignorando un primo bivio sulla destra. Al successivo bivio, contraddistinto da una bacheca in legno, si scende ripidamente nel bosco costellato da diversi piccoli torrioni calcarei che si ergono qua e là come se volessero fare la guardia. La segnaletica non sempre è immediatamente visibile, ma quello che resta di varie gradinature in legno aiuta a non perdere il filo del tracciato, per altro non ci sono molte alternative: la valle è stretta e unica. Giunti sul fondo della valle, si segue per un poco il greto del torrente, si supera in discesa, appoggiandosi alla roccia che l’affianca, una poco rassicurante scala in legno (attenzione che il secondo gradino è ballerino), dopo la quale il sentiero si alza in destra orografica traversando lungamente i ripidi pendii della valle.

ora6

Parte bassa Valle del Rio Levras (Foto Emanuele Cinelli)

All’incrocio con la variante che scende direttamente dal Roccolo di Breda, si riprende a scendere per portarsi nuovamente sul fondo della valle. Qui il sentiero si immette su una comoda stradina sterrata e, passata un’area di sosta attrezzata, in breve si perviene ai bellissimi prati Levras, dove una gelida fontana permette di rinfrescarsi per bene (45 minuti).

Seguendo la strada, che ora si fa carrozzabile, si attraversa il torrente e, in altri pochi minuti di cammino, si arriva al punto in cui la si era abbandonata in salita, per poi rientrare al Ponte di Romanterra e alle autovetture.

Guarda l’album fotografico completo

ora7

Bagolino (Foto Emanuele Cinelli)

Come si arriva al Ponte di Romanterra

Dal casello autostradale di Brescia Est, seguendo le indicazioni per Brescia, superare una grossa rotonda e uscire a destra in direzione Brescia, Verona, Lago di Garda, immettendosi così sulla tangenziale est di Brescia.

Per detta tangenziale proseguire seguendo le indicazioni per Salò (SS45bis) e, passati gli svincoli di Mazzano, Virle, Nuvolera, Prevalle (subito dopo una prima breve galleria) e Gavardo, si giunge, dopo altre tre gallerie, all’altezza dell’abitato di Villanuova sul Clisi. Qui, seguendo le indicazioni per Val Sabbia, Lago d’Idro, Trento, Madonna di Campiglio, subito dopo una quarta galleria, uscire a destra e immettersi sulla superstrada della Val Sabbia (SS237) che si segue fino al suo termine.

Si passano Nozza, Vestone e Lavenone, arrivando a Idro. Si procede costeggiando, con varie curve, il Lago d’Idro, si passa l’abitato di Anfo e, dopo circa cinque chilometri, si perviene ad un’ampia rotonda, qui evidenti segnalazioni indicano a sinistra la strada per Bagolino. La prendiamo risalendo con ampio panorama sul lago appena costeggiato.

Dopo una ripida e tortuosa discesa, attraversato il ponte sul Caffaro, quando la strada riprende a salire, sulla sinistra, seguendo le indicazioni per il Maniva, si prende la strada che aggira il paese di Bagolino. Dopo un paio di chilometri si vede sulla sinistra una stretta stradina in ripida discesa, la si imbocca e in breve si perviene al Ponte di Romanterra.

Si può parcheggiare subito prima del ponte tenendosi ben accostati al lato sinistro, scendendo, della strada, ma ci stanno solo quatto o cinque auto; all’occorrenza si dovrebbe poter parcheggiare nel piazzale della pesa che si trova subito dopo l’imbocco di quest’ultima stradina, oppure si deve andare ancora più avanti e poi fare la spola con una o due vetture.

Il Blog per TE

psicologia, curiosità, musica, cinema, moda e tanto altro!

The Meandering Naturist

Traveling the world in search of naturist nirvana...

Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Vita a Lou Don

Una borgata alpina con tre abitanti ma tante storie da raccontare

ARDRONINO

Quadricottero con Arduino

El eurociudadano nudista

... eta nik txoria nuen maite ...

mamá nudista

Vivencias y opiniones desde mi condición de mujer, madre, nudista y humana

Freekat2

Finding My Way, Trusting My Path, Sharing My Journey

MOUNTAIN SOUND

LA' DOVE VIVONO GLI ANIMALI - MATTIA DECIO PHOTOGRAPHER

nude races

Copyright Enterprise Media LLC 2010-2019

Fools Journal

Magazine di cultura: letteratura, fotografia, arte, moda, queer life, eventi, musica, cinema, attualità

Aurora Gray Writer

Writer, dreamer, voracious reader and electric soul.

Gabriele Prandini

Informatico e Amministratore

Clothing Optional Trips

We share where we bare. Enjoy your trip.

silvia.del.vesco

graphic designer // photographer // fashion stylist

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: