Archivi Blog

Eva: un’altra storia


Aprire gli occhi

«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture». [Genesi 3, 6-7].

La scelta “troppo umana” di Eva permette di smascherare l’illusione e recuperare la dignità umana di disporre del libero arbitrio:

 Video meliora proboque, deteriora sequor
“Vedo il meglio e lo approvo, ma seguo il peggio”, Ovidio, Metamorfosi VII, 20-21

Ma da quelle cose deteriora traspaiono inconsciamente le pulsioni più profonde e più naturali dell’uomo, quelle per cui lo definiamo a pieno titolo “uomo”. Una morale classificatoria e utilitaristica vorrebbe gettare la propria rete sulla definizione di uomo e di conseguenza su tutto il suo comportamento, standardizzandone via, verità e vita. Ma immancabilmente qualcosa riemerge, passa comunque attraverso le maglie, o le forza fino a strapparle (“uno strappo alle regole”). E se la rete si definisce tollerante è perché non riesce più ad arginare “il male” che avanza e vuole salvarsi almeno la faccia, recuperare in extremis l’ultimo punto di credibilità.

Mi piace che sia stata proprio Eva, così bistrattata e “rovina del genere umano”, a seguire il proprio istinto, la propria curiosità, la propria natura (forse anche i propri sentimenti) a smascherare l’inganno della felicità artificiale, mistificata e metafisica del paradiso terrestre e a scegliere di percorrere una via alternativa, più dura, ma anche più naturale, più consapevole e dignitosa. Coscienza e conoscenza sono immanenti nella natura: la natura non ha consapevolezza, non ha filosofia, non ha trascendenza (almeno come noi le intendiamo).

In natura non sono applicabili le categorie bene/male. Ci si può meravigliare che sia stato Dio stesso a introdurle. Eva già sa; ma non conosce la morale, non ancora. Eva è incuriosita, perché non comprende il senso della proibizione: che cosa vuol dire «altrimenti morirete»? Vuol forse dire che l’albero non appartiene alla natura? Un albero metaforico, dunque, con frutti altrettanto metaforici. È altrettanto reale? È altrettanto naturale? Oppure è un concetto, una costruzione mentale? Un mezzo per far morire? Conoscere il bene e il male fa morire? O è vietato conoscere il bene e il male? Boh? E l’ha creato Dio?!

E che cosa è il male? Ma soprattutto: che cos’è il bene?! la risposta le si forma da sola nelle orecchie: «È quel che vuole Dio». Ma “se non cade foglia che Dio non voglia”, allora è Dio stesso che permette la disubbidienza, il peccato, che permette il male. Paradossale! Conoscere il bene e il male è peccato! E se si fosse trattato del’altro albero: cogliere il frutto dell’albero della vita fa morire; è peccato vivere. Che assurdità! … Ah, sì: credo quia absurdum! Non ho parole!

Eva rimane ad uno stadio prima della biforcazione del ramo, vuole però conoscere il punto di vista di Dio, vuole capire che cosa le sta capitando e accetta la tentazione. Con il suo gesto Eva taglia il cordone ombelicale che la legava a Dio, riservandosi il diritto di potergli disobbedire, di mettere in dubbio l’utilità, la necessità della distinzione morale fra bene e male, di non accettare l’ordine di Dio. Se Dio stesso non può impedire il peccato nemmeno nel paradiso terrestre, il suo potere si ridimensiona, è Lui che è nudo, è lui che dovrebbe vergognarsi di aver ingannato e mentito ai Progenitori. Questi avevano solo lui, si erano affidati ciecamente a lui, non essendoci altri. Il loro peccato è esattamente speculare al tradimento di Dio: quasi avesse creato il serpente per poterli ingannare, per poter avere un pretesto per condannarli, per stabilire la propria giustizia, mostrandosi comunque buono e giusto.

La posizione di Adamo ed Eva  - non ancora

La posizione di Adamo ed Eva – non ancora “umanizzati” – può essere paragonata a quella di un cane col suo padrone.

Coi piedi per terra

A Dio sfugge qualcosa nel suo creato: ha bisogno del serpente per introdurre la legge morale. Il serpente «è la più astuta fra le bestie selvatiche», la fa anche a Dio; e va per proverbio che la donna la fa al diavolo. Dio poteva progettarci solo buoni, incapaci di scegliere il male. Poteva inculcarci fin da subito il senso morale, la distinzione fra bene e male. Invece ci ha lasciato il giudizio, la libertà di scelta, perché ci rendessimo conto da noi della differenza. Eva sceglie dunque inconsapevolmente: non sa che cosa sta scegliendo, non è maligna, non sospetta che esista il male, non sa nemmeno che cosa sia. Perché Dio non l’ha avvertita, perché non ha impedito il fattaccio? “In un mondo perfetto” è plausibile pensare che del male non esista nemmeno il nome! Il bene è la sola scelta possibile, e non avendo confronti col male, anche il bene diventa qualcosa di ovvio, di necessario, l’unico accadimento possibile.

Eva non sapeva. Non sapeva di poter procreare. Di fronte all’alternativa di una vita ebete e beata, preferisce quella istintuale che le suggerisce il proprio corpo, il suo cuore, non riesce pensare che sia male, che sia peccato: è la vita! Una vita che anche lei può creare: dopotutto, è fatta apposta così! Il serpente le ha aperto gli occhi; Adamo e Eva vedono quello che sono secondo natura, e preferiscono essere dei piccoli dei in miniatura che stolide larve laudanti in perpetuo la gloria di Dio. Probabilmente sono loro a lasciare volontariamente il paradiso terrestre, a non più sopportare la schiacciante onnipotenza di Dio, a entrare nel tempo, ad accettare la morte: preferiscono mangiare il pane col sudore della fronte, partorire nel dolore, piuttosto che passare una “vita” insensata e senza dignità… Preferiscono poter dare la vita, anche se questo costa loro la vita: preferiscono una vita mortale, con gioie e dolori, che vivere con la sola compagnia di Dio, eternamente. Hanno “mangiato del frutto della conoscenza”, perderanno la vita longeva del secondo albero, ma potranno dare la vita. Non li saprei biasimare. Il peccato ci ha fatto uomini… e si è dissolto da sé.

Ma a questo punto, tagliato il legame con Dio (con quel Dio) non c’è più bisogno di narrarci com’è andata: siamo ritornati coi piedi per terra («Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto» Genesi 3, 23).

Un segno che rimanda a Dio

«Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì» (Genesi 3, 21).

Conserveremo le tuniche di pelli, dono di Dio, giusto per atto di cortesia, per souvenir: il contraccambio del “dono” sarà di portarle, il pudore, provare vergogna quando si è nudi. Saranno il “segno” della sua presenza in noi: un marchio che porteremo sul nostro corpo, nei nostri pensieri, nella nostra anima, per ricordarci sempre di lui. Fino ad essere «rivestiti di Cristo» (Galati 3, 27).

Ce le toglieremo quando rifaremo il “peccato”, mai perdonato, commesso nel paradiso terrestre, quando ci sentiremo eroici come un dio pagano, tapini come Giobbe, ragazzi innamorati a mezzanotte, quando ci sentiremo creativi, artisti, aperti ad accogliere la bellezza del mondo, innocenti per natura, contenti di essere quel che siamo, buoni ad oltranza, senza il contrappeso di poter esser cattivi; quando non sentiremo vergogna per il nostro corpo, quando non lo sentiremo inferiore rispetto al resto del creato, quando non lo tratteremo come una macchina, quando la nudità non sarà atto irrispettoso, indecente, indecoroso verso le altre persone, quando lo sentiremo quasi rinato, di nuovo candido e immacolato, inconsapevole di possibili macchie, come prima del bivio morale.

La veste candida: il vestito diventa simbolo, ricordo, omaggio, segno di apaprtenenza

La veste candida: il vestito diventa simbolo, ricordo, omaggio, segno di appartenenza

Con la religione il portare le vesti ha assunto un valore simbolico. E lo ritroviamo in un momento inziale, in uno stato nascente, con l’imposizione della veste candida durante la liturgia del battesimo (la “lavata di capo” del battesimo), e segna l’accoglimento del nuovo nato nella società, nella comunità, nella Chiesa: il parallelo con le tuniche di pelli al momento della “cacciata” è evidente.

«Prima questa creatura era solo un coniglietto, adesso ha un nome, è il nostro Nicola» (paragone udito nella piccola omelia in occasione di un battesimo).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: