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#VivAlpe 2019 tra morbidi rilievi, laghetti e ampi pascoli


Una lunga teoria di arrotondati dossi, in gran parte erbosi, si dispiega tutt’attorno, ogni tanto qualche scura cima rocciosa esce dal coro per differenziarsi rudamente dalla dolcezza bucolica delle sue sorelle. Dalle creste decine di vallette si protendono verso il basso, alcune strette e ripide, altre larghe e lentamente digradanti, un unico grande pascolo costellato di malghe dalle varie dimensioni e a tratti invaso da lisce placche di rosea pietra ospitano numerose malghe. Qua e la occhieggiano specchi azzurri, molti poco più che pozze d’abbeverata, altri piccolissimi originati dalle varie chiazze di neve che ancora persistono negli angoli più cupi o nelle zone di valanga, ma alcuni si pregiano di dimensioni più consistenti venendo in qualche caso sfruttati per la pesca sportiva: laghi di Mignolo, lago di Vaia, laghetto del Dasdana, Laghi di Ravenola i principali e più noti.

Ad ovest si percepisce il largo solco d’origine glaciale della Val Camonica e dietro a questo spiccano, ancora innevate, le varie cime delle Prealpi Orobiche, tra le quali si riconoscono la Presolana e la Concarena. A est tre file di crinali spartiacque si allontano man mano verso l’orizzonte, in primo piano i verdi boschi e pascoli che sovrastano la Valle del Caffaro e culminano nei monti Carena, Telegrafo e Brealone; in seconda linea, a formare la parte alta della Val Sabbia, la conca del lago d’Idro e le Valli Giudicarie, svettano la Cima Tombea, il Monte Stino, il Monte Calva, la Cima Palone e il Monte Cadria; ultima fila di vette quella con l’inconfondibile sagoma del Monte Pizzoccolo, dietro il quale tutto s’interrompe nell’ampio bacino del Lago di Garda. A sud troviamo la Val Trompia e le cime che la circondano sui due lati, in particolare si notano il Crestoso sul lato ovest dove lo sguardo rimane da questo chiuso, Dosso Alto e Corna Blacca sul lato est. A nord spicca vicinissima la parete del Cornone del Blumone, poi distinguiamo Cima Frerone, Cima Terre Fredde, Cima del Listino, Cima di Laione, Carè Alto , Corno del Gelo e Cima Bruffione.

Parcheggiate le auto al Giogo dela Bala (2136 metri di quota) lungo la notissima strada che dal Maniva conduce al Passo di Crocedomini, c’incamminiamo su morbido terreno verso l’indefinita meta dell’escursione odierna, sole e temperatura confortevole ci fanno compagnia inducendo uno di noi, reduce da una settimana di germanico cammino dove libertà vige tra monti e piani, vuoi sui sentieri che nelle strade sterrate ancorché frequentate e persino nei rifugi e ristoranti, dove in merito alla nudità sussiste un concetto di rispetto ben più giusto e corretto di quello in Italia falsamente propagandato come tale, dove anche all’interno dei parchi cittadini è normale vedere qualcuno spogliarsi, persino ai tavolini di un bar, per gettarsi in un laghetto vicino e poi nudo tornare, tranquillamente asciugarsi, rivestirsi e riprendere le precedenti faccende, ecco dicevo, inducendo quest’uno di noi a ignorare la vicinanza della strada per liberarsi immediatamente del fardello delle vesti e, senza reazioni, nudo restare anche al passaggio d’una vettura e al successivo incontro con altri tre escursionisti.

Con bella visione sulla splendida gemma del lago di Vaia, seguendo un sentierino che evita la strada, a mezza costa aggiriamo un primo dosso e perveniamo alla Grapa di Vaia, dove una piccola santella custodisce un teschio che la legenda dice essere qui stato posto da un pastore dopo che per ben tre volte l’aveva gettato nelle acque del lago di Vaia per ritrovarselo immancabilmente sul prato il giorno seguente. Scendiamo lungo la sterrata che porta al lago per abbandonarla poco dopo e risalire alla vicina sella erbosa che immette nella valle di Rondenino, alla nostra destra una larga dorsale si alza invitante solcata da una traccia che immediatamente imbocco. Pochi metri più in alto la traccia abbandona la dorsale per abbassarsi dolcemente in direzione di alcuni laghetti che presto raggiungiamo. Durante la discesa ho adocchiato un bel crinale erboso che promette gustose visioni così m’incammino sulle sue prime propaggini per raggiungerne la prima sommità, l’occhio immediatamente viene catturato dall’apparire del lago di Mignolo Alto, sopra di esso una piccola cascata, tutt’attorno lisce piane placche rocciose fra le quali si fanno strada strisce erbose colorate di verde e di giallo. Proseguiamo lungo il crinale in direzione del Monte Mignolo, appare anche l’altra preziosa gemma del lago di Mignolo Basso, due persone spiccano nel riverbero, forse due pescatori visto che sono in piedi in riva al lago e non si muovono. Ancora non è mezzogiorno, comunque decidiamo di fermarci, cerchiamo un punto riparato dal gelido vento che si è nel frattempo alzato, non bastasse questo i pochi nuvoloni che si aggirano in cielo sembrano attratti dalla sfera del sole e si piazzano proprio tra noi e il suo caldo bagliore.

Dopo aver calmato i morsi della fame che, nonostante l’ora ancor non propizia, già mordevano i nostri stomaci, riprendiamo in senso contrario il filo del crinale per presto abbandonarlo e scendere direttamente alla sottostante malga sulle sponde del lago di Mignolo Alto. Attraversando una radura acquitrinosa raggiungiamo la sponda del lago che seguiamo per superare il suo emissario, piccolo torrentello nelle cui acque si vedono correre centinaia di piccoli pesci. Risaliamo una breve balza e ci troviamo in un’ampia radura dove la coppia di escursionisti precedentemente incontrata ha rizzato un riparo dal vento e acceso un piccolo focherello di cui già avevamo sentito il di fumo odore. Attraversata la piana risaliamo in direzione della cascatella per poi proseguire l’ascesa lungo un ripido canalino torrentizio che adduce ad altro terrazzo pianeggiante a sua volta composta da un’alternanza di placche rocciose, erbe asciutte ed erbe acquitrinose. Il sole torna a fare capolino e ci gettiamo a capofitto su una placca di roccia comodo e benvenuto solarium.

Purtroppo, come spesso accade, le nuvole giocano con noi e con il sole, il vento ne approfitta per farci a tratti gelide visite, così ci si rimette in cammino verso un costolone dietro il quale si vede un cielo terso dal vivido colore azzurro, promessa di caldo ristoratore. Circumnavigando le zone acquitrinose in breve siamo sul crinale, poco sotto di noi un largo sentiero taglia a mezza costa la montagna e velocemente ci conduce ad un piano poggio di verdissima e morbida erba dove sostiamo a lungo per goderci, finalmente indisturbati dal vento, un bel bagno di sole. Attilio approfitta dei resti d’un ricovero da pastore per creare e scattare artistiche immagini fotografiche, Angelo, modello oggi d’eccellenza, s’inventa una camminata a piedi nudi lungo il verde crinale che dolcemente si protende sopra la valle di Vaia.

Purtroppo anche questo dolce momento trova la sua inevitabile fine, l’orario incalza e dobbiamo rimetterci in cammino, il largo sentiero ci porta rapidamente alla strada di Vaia e per questa risaliamo all’omonima Grapa pre rientrare alle auto non senza esserci ancora fermati qualche attimo per riabbracciare con gli occhi e con la mente questi paesaggi, questo luogo incantato, i suoi laghi, i dolci crinali erbosi, le più erte paretine rocciose, i tanti naturali solarium formati dalle rosse placche rocciose.

Breve sosta dagli amici dell’albergo Dosso Alto e poi via tutti a casa in attesa della prossima occasione per rivedersi, non senza aver prima fatto un’importante considerazione…

Sarà stato l’essere inglobato in un gruppo vestito, sarà stato l’avere attorno un fotografo palesemente all’opera, fatto sta che nessuna delle persone incontrate (un automobilista, un escursionista solitario e una coppia) ha avanzato rimostranze per la nudità tanto normalmente portata dall’amico Angelo. Forse si, forse, nonostante l’episodio camuno che ci ha, senza nostra volontà, recentemente visti protagonisti d’una campagna elettorale indignitosamente condotta sfruttando le nostre foto di naturale nudità, nonostante una realtà sociale e giuridica che non vuole liberarsi dal fardello di un condizionamento religioso ormai non più considerabile di maggioranza, non più giustificabile, ormai fuori tempo e fuori luogo, ecco, forse nonostante tutto questo è giunto il momento di dire che possiamo e dobbiamo avere meno titubanze, che possiamo e dobbiamo premere il piede sull’acceleratore, che dobbiamo smetterla di propagandare la falsa idea di rispetto che predica il “devo rispettare il desiderio di chi non vuole vedere persone nude attorno a se” per abbracciare quella indiscutibilmente più giusta e corretta che vige, ad esempio, in Germania, in Austria o in Spagna: “dato che la tua eventuale nudità non mi causa dei reali danni materiali sei libero di fare e agire come meglio preferisci, se provo un irrefrenabile e invincibile fastidio è un problema mio e spetta a me allontanarmi o guardare altrove”. Forse!

#VivAlpe un’altra bella giornata


Seppure ridimensionata nel percorso, quindi nel chilometraggio e nel dislivello, l’ennesima escursione del programma VivAlpe 2017 è stata portata a termine. Tre dovevano essere i partecipanti, due alla fine si ritrovano presso l’Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva: io, che ho passato la notte camminando sulla prima parte dell’anello (Anello Altisismo del 3V), e Vittorio, che arriva con forte ritardo per l’inutile attesa di Cristina, la quale ha “preferito” ignorare la sveglia antelucana e continuare a dormirsela alla grossa.

Splende il sole sui monti dell’alta Val Trompia, in basso le case di San Colombano e Collio appaiono velate da una leggera foschia, a sinistra i versanti settentrionali di Dosso Alto, Corno Barzò, Corna Blacca e Monti di Pezzeda ancora attendono l’arrivo del sole, a destra la lunga costiera che dal Maniva si spinge vero la Pianura Padana già ha assunto accesi colori: salvo quelle sorprese che la montagna sempre può riservare, si annuncia una giornata luminosa, calda e solare.

Dopo una, per me, meritata colazione e un veloce caffè per Vittorio, ci mettiamo in cammino imboccando la stradina sterrata che sale verso il Dasdana. Un breve tratto di asfalto porta alla lunga e in parte ripida rampa erbosa del Dasdanino che viene raggiunto velocemente. Passo del Dasdana e immediata salita al Monte Dasdana, dalla cui sommità lo sguardo naviga liberamente tutt’attorno: le gemme bluastre del Lago di Dasdana e dei Laghi di Ravenola, i bianchi candori del Bernina e dell’Adamello, le cupe rocce del Cornone di Blumone e del Brenta, le varie tonalità di verde dei pascoli e delle praterie di montagna che costellano le tante dorsali montuose che uno dopo l’altra movimentano il territorio.

Foto ricordo e poi di nuovo in marcia, breve discesa e altrettanto breve risalita alla prima Colombina, poi la più dura salita della seconda Colombina, ecco la comoda mulattiera che, tra un mare di splendide anenomi alpine, con stretti tornanti e lunghi mezzacosta porta alla vetta del Monte Colombine, punto più altro del sentiero 3V (2217m). Anche da qui la vista spazia liberamente, il riconoscimento delle varie vette è facilitato, quando diversamente da oggi la foschia di calore non ottenebra la visuale, da un’apposita rotonda tavola metallica. Abbiamo recuperato il tempo perso e possiamo concederci un attimo di pausa per due foto, che un momento di solitudine ci ha permesso di fare nel nostro abito di natura, e una fugace merenda.

Immersi nelle nuvole che si sono nel frattempo alzate dalla valle e, a sprazzi, invadono la cresta che stiamo percorrendo, osservati da un branco di capre, scendiamo al Goletto di Cludona per subito incamminarci verso il Passo delle Sette Crocette dove arriviamo in perfetto orario di marcia. Brevissima fermata per l’ormai rituale foto di Vittorio a spirito libero e riprendiamo il cammino per imboccare il sentiero che ci porta verso la lunga discesa. Finalmente possiamo senza tema donare al nostro corpo quel respiro a cui sempre anela e, nudi, percorriamo il lungo diagonale del Dosso Croce, una breve discesa, un altro lungo diagonale ed eccoci ai vasti pascoli soprastanti Malga Croce dove, appollaiati su alcuni massi accatastati, ci concediamo l’unica vera sosta di tutta la giornata: venti minuti per pranzare.

Ripartenza, seguendo la traccia che percorre il largo costone ci abbassiamo un poco finché sulla sinistra si diparte un altro costone, qui abbandoniamo la traccia e per dolcemente morbido terreno libero scendiamo obliquando a sinistra, alcune deboli tracce di passaggio ogni tanto appaiono tra le erbe del pascolo, il sentiero indicato sulla carta invero non esiste, ma non è un problema basta mirare alla verde gobba del Dosso Canali. Attraversata una stradina segnalata che raccorda le malghe sul lato Bovegno a quelle sul lato Collio, si riprende a scendere lungo il costone erboso ora con una più evidente traccia di passaggio. Massaggiati dalle erbe, accarezzati dal sole, accoccolati dalla nudità, senza sosta perdiamo costantemente metri di quota, ormai siamo prossimi a Malga Canali che vediamo nitidamente poco sotto di noi, voci risuonano nella prateria, siamo purtroppo costretti a interrompere lo stato di grazia e imporre alle nostre membra il cilicio dei pantaloncini.

Ultimi metri nell’erba e siamo alla strada sterrata nei pressi di Malga Croce, la seguiamo fino alla malga dove possiamo renderci conto che invero è deserta, le voci che poco prima avevamo avvertito arrivano da molto più in basso dove nei pressi di una cascina un grosso nucleo di persone e bambini sta per finire il loro pranzo all’aperto: mannaggia, ma tornerà il fastoso giorno in cui sarà riconosciuta la naturale decenza ai corpi e le persone potranno, volendolo, starsene tranquillamente e salutisticamente nude, nude sempre, comunque e ovunque!

Vai a sapere perché, forse una disperata rassegnazione all’ormai prossima entrata in paese, invece di rimetterci in libertà percorriamo l’ultimo chilometro di desertica natura con i pantaloncini calzati. Le gambe, con la complicità della psiche che assapora l’imminente arrivo all’auto, iniziano a farsi dure e spontaneamente rallentano il passo. Sosta ad una fontana per rinfrescare la pelle dalla lunga esposizione al sole e all’aria, la lunga asfaltata comoda discesa da Memmo a Collio ed eccoci al parcheggio: anche questa è fatta, noto negli occhi e nell’espressione del mio compagno di viaggio una grande felicità e questo rende ancor più mirabile questa giornata. Grazie Vittorio, grazie della tua presenza, grazie del tuo coraggio, grazie e a presto.

Prima esperienza con quelli di Mondo Nudo


Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questo breve racconto scritto dal nostro nuovo amico Luigi e relativo alla sua prima esperienza con noi e le nostre escursioni.

Grazie Luigi!


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Sveglia alle 6 ed in strada alle 7 arriva Emanuele e così ha inizio la domenica in montagna, mia antica passione, coltivata con gli amici della UOEI e dell’Ugolini, poi accantonata. Da poco è rinata con l’occasione di coniugarla al nuovo interesse per il nudismo, perciò ho iniziato a seguire il blog Mondo Nudo fino a quando non mi si è presentata la possibilità di partecipare ad una passeggiata.

img_0114Domenica 16 ottobre, la data dell’uscita sul Maniva alla guida di Emanuele, dopo una serie di soste previste per incontrare gli altri partecipanti all’escursione ci dirigiamo in Valtrompia. Albeggia, il bel tempo incoraggia e dopo un caffè già “in quota” iniziamo la camminata che pare più impegnativa del previsto. Dopo il primo tratto riconosco la piacevolezza dell’escursione unita alla bellezza del panorama ed ai numerosi luoghi storici che ancora ci parlano della prima guerra mondiale. Emanuele sosta spesso, sia per ricomporre il gruppo che per farci partecipi della sua grande conoscenza delle montagne e per attrarre l’attenzione su quei ruderi frutto dell’antica fatica degli alpini.

Possiamo vedere il lago di Garda ed alcuni paesi nella valle sottostante, la natura circostante fa sentire la stagione ormai inoltrata ed un’aria fresca soffia nella giornata di sole. Con spontaneità alcuni componenti si spogliano godendo maggiormente del libero contatto con gli elementi esterni della natura e si prosegue fino ad una piacevole sosta per il pranzo al sacco. Dopo una chiacchierata si riprende a camminare in una piacevolissima discesa fino ad una larga sterrata che ci guida per l’ultimo tratto regalandoci ancora alcuni luoghi storici, tra cui gli affascinanti resti di una caserma militare.

Riprese le auto facciamo un’altra sosta al bar e anche in questa occasione mi trovo a mio agio con gli altri compagni, persone interessanti con le quali dialogare. Dopo i saluti inizia il rientro e la giornata si conclude a casa condividendo con la mia famiglia la bellezza della domenica trascorsa!

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#TappaUnica3V: una settimana intensa


Siamo agli sgoccioli, è il momento degli ultimi allenamenti poi mantenimento e scarico in attesa del 20 luglio, data in cui partirò per l’effettuazione del giro completo, da Brescia a Brescia cavalcando le vette e le creste che circondano la Val Trompia: centosessanta chilometri, novemila e cinquecento metri di dislivello, quarantanove ora e mezza di cammino che io ridurrò a quaranta.

Ultimi allenamenti, dicevo, quindi allenamenti importanti e necessariamente intensi, allenamenti che sono anche una verifica, anzi più verifica che allenamento: “sono pronto? Posso farcela? In che condizioni è il sentiero? Se dovesse piovere cosa fare?” queste e altre le vecchie o nuove domande a cui sto dando una precisa risposta.

Purtroppo per varie motivazioni non sono riuscito a fare i tapponi che avevo previsto che mi avrebbero aiutato tantissimo nel dare risposta alle prime due domande sopra elencate, vedremo se mi riesce di farne almeno uno nelle prossime due settimane, poi, come detto, si chiude questa fase del viaggio. In ogni caso le sensazioni dell’ultimo allenamento (vedi relazione più sotto) sono state decisamente positive e penso proprio di potermi ritenere pronto, sono assolutamente convinto di potercela fare, anzi… ce la farò!

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Il fascino del primo mattino: sorge il sole sulla vetta del Dosso Alto

Lunedì 13 giugno

Devo portare l’automobile in concessionaria per il tagliando e ne approfitto per un allenamento: Gavardina da Gavardo a Prevalle a piedi per due volte ad una velocità media di circa sette chilometri all’ora.

Martedì 14 giugno

Ancora Gavardina, oggi sul percorso solito (verso Nuvolera), sempre camminando. Dopo una decina di minuti di riscaldamento a passo medio, accelero progressivamente cercando poi di mantenere la massima velocità che mi è possibile: la media risulterà essere di 7,3 chilometri all’ora.

Mercoledì 15 giugno

Ripetute in salita sul sentiero diretto del Budellone: trenta seconda camminando a tutta e sessanta secondi camminando lentamente. Arrivo in vetta che fatico a respirare, ma ci arrivo eheheh

Discesa di corsa, ma le gambe non sono reattive come al solito e scendo circospetto, troppo circospetto, quando hai paura finisce che… cadi: il piede scivola e va a impuntarsi in una radice proprio mentre sto avvicinandomi a un passaggio tra le rocce, parto in tuffo puntando proprio a un bel roccione, acchiappo al volo il cespuglio alla mia destra riuscendo a frenare il volo e atterrare dolcemente senza particolari danni.

Giovedì 16 giugno

Oggi riposo in vista dell’impegno che mi aspetta per domani, faccio solo dello stretching e qualche esercizio di equilibrio.

Venerdì 17 giugno

In tarda serata parte il primo degli eventi sportivi ideati in ragione del trentacinquesimo del sentiero 3V: il Rando Trail 3V. Organizzato dall’ASD Trail Running Brescia, trattasi di un giro parziale del 3V (da Gardone VT a Gardone VT) strutturato con un’interessante formula poco convenzionale: pressoché totale autonomia dei partecipanti, nessun controllo lungo il percorso, documentazione dei passaggi mediante selfie o autoscatto nei punti chiave. Ho promesso loro che sarò presente alla partenza e così è: alle 21 sono a Gardone e, appena l’unica persona dell’organizzazione che conosco, ha un attimo di pausa, mi presento. Manca poco all’orario di partenza, i partecipanti (all’incirca una sessantina) vengono chiamati a raccolta per il briefing a chiusura del quale vengo a loro presentato e mi si chiede di dire due parole che, come mio solito, sono proprio due parole, solo un semplice augurio di buon giro. Viene fatto cenno anche al mio nudo solitario giro di TappaUnica3V e raccolgo un bellissimo emozionante applauso.

Ore 22, partenza! Seguo il grosso drappello degli atleti per portarmi all’auto e… no, non rientro a casa, mi cambio e mi accomodo sul sedile per far passare le due ore che mi separano dal trasferimento a Collio per la mia partenza, il mio “anello altissimo del 3V”: da Collio a Collio seguendo le varianti alte del 3V, trentuno chilometri certi e almeno duemila cinquecento metri di dislivello.

Sabato 18 giugno

Dopo aver sonnecchiato un poco, dopo un breve trasferimento automobilistico e un altro brevissimo sonnellino eccomi pronto per il mio allenamento. Avevo programmato la partenza per l’una ma non ce la faccio più ad aspettare per cui alle ore zero e cinquanta mi metto in cammino.

La prima parte della salita si svolge per una combinazione delle varie stradine sterrate che solcano le pendici settentrionali del Monte Pezzeda, il cielo è limpido e la luna piena illumina il paesaggio, purtroppo, essendo all’interno di un fitto bosco, non posso usufruire del suo bagliore e devo usare quello della frontale. Salgo veloce, rapidamente le luci del paese si fanno più lontane, il silenzio è totale, purtroppo fa troppo freddo per potersi liberare delle vesti e cammino con pantaloncini e maglia invernale.

Eccomi al Passo di Pezzeda Mattina, sono fuori dal bosco ma la luna è ormai scesa parecchio sull’orizzonte e la sua luce non è sufficiente ad una buona visione del sentiero, la frontale continua a svolgere il suo importante lavoro. Alla mia destra lontane luci punteggiano finemente il territorio. Passo di Prael, imbocco la prima variante alta: uno stretto sentierino che solca un’esile crestina erbosa ingombra di mughi che mi carezzano il viso. Breve ripida discesa sul versante sabbino, l’acqua scorre sul fondo del sentiero senza però rendere insicuro il passo. Nel profondo silenzio della notte fonda inizio il lungo tratto di altalenante traverso per poi affrontare la ripida salita verso le rocce sommitali della Corna Blacca, salgo di buon passo senza mai sentire l’esigenza di fare delle seppur brevi fermate.

Eccomi al sommo, un delicato e a tratti esposto traverso dove devo più volte aggrapparmi e spostare ai rami di mugo che ostacolano il passaggio e sono nuovamente in cresta. Ritorno sul versante triumplino, molto in basso le luci di Collio e San Colombano, più in alto quelle dell’Hotel Bonardi. Ultima salita, qualche passaggio su facili roccette, cresta sommitale ed ecco la vetta: ore tre e trentatré.

Dopo una breve sosta, tutto sommato voglio anche potermi guardare attorno e gustarmi le sensazioni della solitudine nel buio della notte profonda, mi rimetto in cammino. Esile cresta, la ripida discesa sulla pala settentrionale del monte, il caminetto roccioso, la forcella del Larice, la breve risalita alla cresta dei monti di Paio, uno ad uno oltrepasso tutti i punti di riferimento di questa discesa che riporta sul percorso più semplice del sentiero 3V.

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L’alba al Passo delle Portole

Al Passo delle Portole mi concedo un’altra sosta, sempre pochi minuti, quei pochi minuti necessari per mangiare qualcosa. All’orizzonte appare il crepuscolo del mattino, la temperatura inizia a scendere, approfitto della sosta per indossare, secondo la metodica della “cipolla”, sotto la maglia invernale anche quella estiva: una soluzione, questa, che rilevo ottimale e che, nel giro finale, mi permetterà di lasciare a casa il pesante (anche come chili) giaccone d’alta montagna. Di nuovo in marcia, Passo del Dosso Alto e su per il ripido pendio erboso che mi porta alla vetta del Dosso Alto dove mi accoglie la rossa sfera del sole che ha iniziato a rischiarare il paesaggio e il mio cammino. Date le tante piogge dell’ultimo mese e i vari scivoloni fatti a causa del fango incontrato negli allenamenti recenti, un poco temevo questo momento, invece, favorito anche dalla sensazione di un terreno asciutto, senza esitazione imbocco l’esposto e delicato sentiero che mi porta alla cresta rocciosa, supero anche questa, ed eccomi alla sommità del salto roccioso. Aggirando i vari risalti si riesce a scendere arrampicando molto poco, rispetto alla volta precedente il nuovo zaino leggermente più ingombrante (in parte di suo ma più che altro per il carico decisamente più corposo) mi costringe ad un maggior numero di tratti da fare faccia a monte (cinque contro uno). Sono alla base delle rocce, messaggio a casa per dare un segno tangibile d’averle superate indenne, “tratto difficile superato, ora solo pratone e sentiero al Maniva” vi scrivo, quanto mai, il pratone si mostra essere il tratto più ostico e pericoloso, il sentierino trovato la volta scorsa oggi non esiste, scendo sul ripido aggrappandomi all’erba che lunga e bagnata rende estremante scivoloso l’incedere: giunto sul sentiero alla sua base decido che se non trovo un modo più semplice per passare questo tratto durante il giro finale salgo comunque alla vetta del Dosso Alto, ma poi ridiscendo per la via normale e al Maniva ci vado per la strada del percorso base.

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Discesa dalla vetta del Dosso Alto

Nel superare un brevissimo ripido saltino infangato dove un pino sdraiato fa da corrimano, scivolo e mi ferisco il palmo di una mano, il sangue sgorga vistosamente, mi lavo la ferita con l’acqua della borraccia floscia (comodissima anche per questo utilizzo) e rimando la medicazione al Maniva dove giungo senza altri problemi nel giro di una decina di minuti. Medicata la ferita mi porto al Bonardi dove mi attende una bella colazione con thè caldo e due fantastiche sfogliatine farcite di crema, poi una lunga sosta per attendere gli atleti del Rando Trail e presenziare alla partenza di quelli che hanno preferisco limitarsi al solo tratto Maniva – Gardone VT. Il sole purtroppo viene man mano avvolto da una spessa coltre di nuvole nere, la temperatura che sera fatta gradevole torna a piombare verso il basso: via di cipolla, una maglia sopra l’altra a ripristinare uno stato di calda confortevolezza; anche i pantaloni lunghi prendono il posto di quelli corti.

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Segni di guerra sul Dasdana

Non riesco ad attendere fino alle 10, poco dopo le nove saluto e, dopo essermi tolto la metà delle maglie indossate, riprendo il cammino. Partenza rapidissima per ridare calore ai muscoli irrigiditi dalla lunga gelida sosta, presto i pantaloncini prendono il posto dei pantaloni, mentre risalgo verso il Dasdanino le nudi s’aprono un poco e il sole irradia l’ambiente: non sono però convinto del cambiamento e, anche se questo mi fa sudare, mantengo la maglia invernale. Saggia decisione, sbucando sulla vetta del Dasdana un freddo venticello mi accoglie mentre le nuvole sono tornate a ricoprire il sole. Via, via, solo brevi fermate per messaggiare a casa e prendere l’orario di passaggio, il fisico mi sorregge alla grande, veloce continuo il mio cammino, una dietro l’altra scavalco le varie Colombine, scendo al Goletto di Cludona, percorro il tratto a me sconosciuto che porta al passo delle Sette Crocette, punto terminale del mio sentiero 3V di oggi, ora discesa per tornare a Collio, una discesa che ho già fatto ma che non ricordo.

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Appeso per il naso

Primo tratto per pascoli poi strada sterrata, senza avvedermene scavalco la deviazione che, per prato, porta direttamente alla malga sottostante, così mi sorbisco un lungo giro. Dalla malga riprendo il sentiero giusto, la discesa si fa tortuosa e complessa, uno stretto sentierino molto scavato, erbe alte impediscono di vedere dove si mettono i piedi, pur cercando di mantenere una discreta velocità devo necessariamente procedere con attenzione. Davanti a me un’altra malga alla quale il sentiero punta, prima di questa incontro un lungo tratto invaso dall’acqua, per evitare di mettere a mollo i pur già fradici piedi sbatto la faccia contro un cespuglio e… vi rimango appeso per il naso, una spina profondamente conficcata nello stesso, mai successa una cosa del genere. Risolto il piccolo problema, tamponando il sangue che sgorga dl buco, arrivo alla malga e alla strada che da questa si diparte. Lunga ma appena accennata salita, poi bella discesa sul filo di un largo costone erboso, altra malga, traverso nelle ortiche (ahiaaa) a riprendere il filo del crinale per il quale scendo alla conifera sottostante dove una bella mulattiera mi porta alla strada di fondo valle, e poco dopo all’asfalto che mi conduce al Memmo e da qui a Collio dove arrivo alle tredici e trenta circa.

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L’interminabile discesa a Collio

Domenica 19 giugno

Escursione del programma “QuindiciDiciotto” del mio blog Mondo Nudo, siamo in sei, adeguatamente protetti dal freddo pungente, con un cielo minaccioso partiamo dal fondo della Piana del Gaver decisi a compiere il nostro giro. Poco dopo inizia a piovigginare, le mantelle fanno la loro comparsa. La pioggia si fa decisamente più intensa ma non ci fermiamo e veniamo premiati: entrando nella parte alta del vallone il cielo si schiarisce quel tanto che basta per far alzare la temperatura e convincere alcuni di noi a spogliarsi più o meno integralmente; io resto vestito, stranamente oggi sto bene vestito, non sento l’esigenza di liberarmi, presumibilmente per colpa del freddo patito ieri, di sicuro per l’andatura relativamente lenta che, anche in ragione del mio notevole allenamento, per nulla riscalda il mio corpo e poi non voglio rischiare di rovinare il mio viaggio prendendomi un raffreddore o una bronchite. Risaliamo lungo il bel sentiero militare del quindici diciotto, osservando la miriade di Soldanelle che costellano la zona, un occhio sempre rivolto al cielo nella speranza che la grigia coltre di nuvole che lo ricopre si apra e lasci apparire il sole e il caldo. Davanti a noi la cresta che unisce il Monte Bruffione al Monte Serosine si fa sempre più vicina, ecco apparire i ruderi delle casermette di guerra, siamo al Passo Serosine, culmine dell’escursione di oggi.

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Ruderi di guerra al Passo Serosine

Dopo aver visitato i ruderi di guerra riprendiamo il cammino imboccando la mulattiera che porta verso il Passo del Gelo. Anche questa di costruzione militare, s’aggira a lungo tra le placche rocciose alla base del Monte Serosine per portarsi verso il Monte Gelo, varie macchie di neve ancora costellano la zona e a tratti rendono difficile individuare il giusto percorso. Scrosci di pioggia gelata ci accompagnano, la temperatura si è riabbassata e un forte vento ci sferza raggelandoci, giunti ad un bivio appena percettibile decidiamo di abbassarci alla ricerca di protezione e di un luogo ove poterci fermare per il pranzo.

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Valle del Caffaro e Piana del Gaver

Risolta la crisi di fame che aveva colto soprattutto uno di noi, riprendiamo il cammino e in breve siamo al passo del Gelo, la temperatura si è rifatta confortevole e qualche indumento torna nello zaino. Rieccoci al Casinetto di Blumone, ora ristrutturato (stranamente, vista la definizione di bivacco, chiuso) e da qui rientriamo con tranquillità al punto base nella piana del Gaver. Meritata merenda presso l’ospitale Locanda Gaver e poi tutti a casa con negli occhi gli splendidi paesaggi osservati e nel cuore il ricordo di un’altra bellissima giornata in piacevole compagnia: mi piace tantissimo girare per i monti in totale solitudine, ma non per questo disdegno le escursioni in compagni d’altri, le due cose si completano fra loro e mi permettono di gustare ogni minimo aspetto della montagna e dell’escursionismo.

Siccome ieri nella discesa della Corna Blacca mi si è rotto un passante delle stringhe, oggi, complici gli ultimi positivi test dove il dolore che mi attanagliava il piede sinistro si è dimostrato quasi svanito, ho calzato le scarpe nuove: a parte qualche leggero dolore iniziale, sono andate alla grande… ottimo, anche questo particolare è definito e risolto.

Acqua Fonte Alpina Maniva @acquamaniva


IMG_2351Per molti anni ho bevuto acqua minerale senza preoccuparmi minimamente di quale acqua stessi bevendo e delle sue specifiche caratteristiche, poi sono incappato in un articolo che parlava dei vari tipi di acque, delle loro diverse proprietà e dei relativi utilizzi. Imparai il significato preciso di “residuo fisso” e la differenza tra minerale, oligominerale e scarsamente mineralizzata, vi si diceva anche che una persona sana abbisognava di acqua minerale, mentre quella oligominerale, ieri come oggi venduta come quella più indicata per la stragrande maggioranza della popolazione, era al contrario adatta, al pari di quelle scarsamente mineralizzate, ad alcuni specifici gruppi di persone. Iniziai a comprare solo acqua minerale, prima quella frizzante, per poi passare ad acque molto meno gassate fino ad approdare a quelle naturalmente frizzanti.

Qualche anno fa, attraverso Facebook, inizia a seguirmi una persona che era stata incuriosita dai miei post sull’escursionismo e dal modo con cui lo praticavo e lo proponevo. Per molto tempo parlammo più che altro delle mie escursioni in montagna, lei rilanciava spesso i miei post e attraverso questo il mio nome e la mia attività sono arrivati a conoscenza di persone che altrimenti ben difficilmente sarei riuscito a raggiungere. Man mano che la conoscenza virtuale si affinava notavo delle assonanze con chi, su Twitter, gestiva la comunicazione sociale di un’azienda d’acqua minerale: la Fonte Alpina Maniva. Data la mia timidezza per un po’ mi sono tenuto il dubbio, poi alcune coincidenze mi hanno dato la quasi certezza della cosa e allora ho chiesto conferma. Si era proprio così: erano la stessa persona.

IMG_2340Nel frattempo l’amicizia era diventata sempre più salda e con essa era cresciuta la reciproca ammirazione. Quando pubblicai, per l’ennesima volta, sui social network l’avviso del Raduno Nazionale de iNudisti mi è stato suggerito di provare a chiedere a Fonte Maniva se potevano fornirci almeno una parte dell’acqua necessaria. Per la mia già detta timidezza lo feci solo al successivo raduno e non solo ottenni una risposta affermativa ma venne accettata la nostra richiesta per una fornitura che copriva per intero il nostro fabbisogno. Al raduno provai così quest’acqua, sia nella formulazione naturale che in quella frizzante. Abituato al sapore deciso dell’acqua minerale che bevevo quotidianamente mi aspettavo la spiacevole sensazione che avevo occasionalmente già sperimentato bevendo delle acque oligominerali e invece… invece no: il sapore era certamente molto meno nitido ma senza diventare insipido e la trovai piacevole da bere, di più riuscivo a bere perfino quella naturale, tipo d’acqua che avevo sempre schifato. Da quel momento l’Acqua Maniva diventa la mia (e quella di mia moglie) acqua quotidiana, sebbene alternandola ancora con l’acqua minerale che utilizzavo.

Man mano che aumentavano i giorni di utilizzo la mia preferenza si spostava spontaneamente sull’Acqua Maniva e mi divenne sempre più difficile (e sgradevole) bere l’altra acqua di prima finché smisi di comprarla e berla. L’utilizzo esclusivo, costante e prolungato dell’Acqua Maniva mi ha fatto comprendere e apprezzare due delle qualità di quest’acqua: la sua confortevolissima leggerezza e la conseguente alta digeribilità. A quel punto già da tempo quest’acqua era diventata la mia fonte di reidratazione anche durante le mie attività sportive: immersione in apnea e l’escursionismo alpino, in tale contesto ne ho ulteriormente apprezzato le sue caratteristiche: sebbene io, da alpinista della vecchia guardia, quando si diceva che bere durante lo sforzo era deleterio, sia tutt’ora abituato a bere molto poco senza subirne negative conseguenze, con Acqua Maniva alla bisogna posso bere anche in grande quantità senza appesantire lo stomaco (come mi capitava con le precedenti acque).

Utilizzando rarissimamente gli integratori, ancora non ho avuto modo di provarla come base per discioglierveli, forse lo farò nei prossimi mesi e nel caso aggiornerò questo articolo, per ora posso solo supporre che, data la sua limitata salinità, sia probabilmente molto adatta a tale scopo.

IMG_8363Un episodio specifico mi ha definitivamente convinto della scelta fatta. Tre anni fa, durante un soggiorno in tenda in quel di Val Dorizzo, stavo preparando lo zaino per una lunga e impegnativa escursione, avendo casualmente con me delle bustine di un noto integratore ne ho sciolta una nell’acqua presa da una fontanella pubblica, orbene a un terzo dell’escursione le mie gambe non volevano più saperne di andare avanti e sentivo un senso di spossatezza generale che le soste, sempre più frequenti e lunghe, non risolvevano, così come risultava del tutto inutile bere l’acqua in cui avevo sciolto gli integratori, anzi, più la bevevo e più la mia condizione peggiorava. Dal momento che avevo nello zaino una bottiglia di Acqua Maniva ha quel punto, collegato il mio strano affaticamento all’acqua che bevevo, mi sono detto proviamo a cambiare beveraggio. Orbene, il semplice cambio d’acqua ha velocemente risolto la situazione: nel giro di una mezz’ora ero completamente rinato ed ho potuto agevolmente completare l’escursione. Da annotare che il cambio d’acqua è stato fatto nel bel mezzo del tratto più impegnativo del percorso e che in quella mezz’ora non sono stato fermo a riposare ma ho continuato a camminare, inizialmente lentamente e con frequenti pause, poi sempre più spedito e senza interruzioni.

Ero convinto che l’acqua oligominerale non fosse, di per se stessa, la scelta migliore per l’utilizzo quotidiano di una persona perfettamente sana e, per di più, molto attiva a livello sportivo, in parte lo sono ancora, ma ora ho anche capito che ci sono pure altri aspetti da prendere in considerazione, alcuni, quali il sapore e la digeribilità, sono forse molto soggettivi, altri, quali la leggerezza e il ph (8 quello dell’Acqua Maniva, leggermente superiore al ph della parte liquida del nostro corpo che viene così mantenuta in perfetto equilibrio: un acqua alcalina compensa i fattori che inducono acidità), sono decisamente oggettivi.

Visto che la ogni tanto la utilizzo, posso fare un piccolo cenno anche su quella frizzante, e posso dire che è altrettanto gradevole e leggera, sebbene l’anidride carbonica addizionata si faccia sentire nello stomaco e me la faccia percepire leggermente troppo gasata per i miei gusti attuali, probabilmente è un effetto dovuto alla mia età: invecchiando lo stomaco diviene più sensibile e l’intestino più soggetto alla produzione di gas intestinali.

Non essendo un chimico o un altrimenti esperto di acqua, certo della loro obiettività, lascio al sito Acqua Maniva le spiegazioni più tecniche. Analogamente rimando a quello di Fonte Maniva il compito di illustrare l’azienda, della quale qui evidenzio i tre aspetti che ho potuto personalmente verificare e valutare: la cordialità del personale, la disponibilità e la sensibilità alle esigenze degli sportivi.

Non essendo un chimico o altrimenti esperto in merito alle specificità tecniche dell’acqua, certo della loro obiettività, lascio al sito Acqua Maniva tali spiegazioni. Analogamente rimando a quello di Maniva S.p.A. il compito di illustrare l’azienda, della quale qui evidenzio i tre aspetti che ho potuto personalmente verificare e valutare: la cordialità del personale, la disponibilità e la sensibilità alle esigenze degli sportivi.

Per chiudere questa scheda, è senz’altro da segnalare che Acqua Maniva la si trova presente come sponsor in tantissime manifestazioni, compresa la mia lunga solitaria camminata di TappaUnica3V.

Grazie Fonte Alpina Maniva!

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Corna Blacca da San Colombano (Collio VT – BS)


  • Zona: Piccole Dolomiti Bresciane (Val Trompia – BS)
  • Punto di partenza e arrivo: San Colombano (925m)
  • Quota massima: Corna Blacca (2005m)
  • Dislivello totale (considerando anche i vari sali scendi): 1210m
  • Tempo: 7 ore e mezza
  • Segnaletica: prima parte della salita paline e segni bianco rossi del sentiero 350 CAI Collio; seconda parte della salita e prima parte della discesa paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”; seconda parte della discesa paline e segni tricolore del sentiero “Margheriti”, uno dei sentieri della Resistenza.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E4Ef

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La Corna Blacca, versante settentrionale

Picco dagli articolati versanti che mescolano ripidi scivoli erbosi, ampie distese di mughi, più o meno larghi canali franosi, qualche ghiaione e miriadi di guglie rocciose, la Corna Blacca è una delle più classiche tra le ascensioni del bresciano. Dal lungo crestone sommitale che unisce le due vette lo sguardo spazia senza ostacoli in ogni direzione allungandosi pressoché indisturbato verso l’orizzonte, solo il vicino e di poco più alto Dosso Alto ne copre la piccola fetta nord orientale, per il resto è una lunga teoria di crinali che, uno dopo l’altro, da un lato scendono al Lago di Garda, dietro il quale s’alza la lunga linea di cresta del Monte Baldo, e alla Pianura Padana, oltre la quale, nelle limpide giornate, è possibile vedere la nera sagoma degli appennini, dall’altra fanno da contraltare ai bianchi ghiacci del Monte Rosa, del Bernina  e dell’Adamello.

Il percorso più tipico avviene con partenza dal Passo del Dosso Alto, facilmente raggiungibile in auto sia dal Giogo del Maniva che da Anfo sul Lago d’Idro, e sale alla vetta per la cosiddetta Direttissima, un’escursione sostanzialmente facile anche se la ripida pala finale impegna non poco gambe e fiato; sempre sulla pala finale un brevissimo e facile caminetto richiede qualche passo di arrampicata, nulla di particolarmente impegnativo e in totale assenza di esposizione. L’altro classico percorso è quello che, sempre partendo dal Passo del Dosso Alto, invece di salire immediatamente la pala sommitale, la costeggia lungamente alla base portandosi verso il crinale occidentale, poco prima del quale sale direttamente alla vetta principale. La combinazione dei due itinerari permette d’effettuare, in un tempo sostanzialmente breve, la traversata del monte.

L’itinerario che qui vado a proporre parte, invece, molto più in basso, dando all’escursione maggior tono, rendendola interessante anche ai patiti dei grandi dislivelli e del lungo cammino.

L’auto si lascia a San Colombano dove, all’ingresso del paese, si trovano due ampi piazzali sterrati adibiti a parcheggio. Un altro ben più piccolo piazzale è situato in Via Corna Blacca nei pressi dell’inizio del sentiero 350 (località Naanì).

Relazione

Dal parcheggio sulla strada provinciale (930m) si segue l’asfalto fino al trivio posto in prossimità della secca curva a sinistra che immette nel paese. Si prende a destra in discesa per via Corna Blacca costeggiando sulla destra un piccolo parco giochi. Oltrepassato un ponte la strada effettua una larga curva a destra a metà della quale, sulla sinistra, si stacca una stradina sterrata parzialmente inerbata (925m). Seguire questa stradina, che man mano si restringe assumendo aspetto di mulattiera e divenendo sempre più ripida, dopo il cambio di direzione verso ovest, la stradina spiana brevemente per poi scendere verso una radura erbosa. Proprio sul punto di massima elevazione si prende sulla sinistra uno stretto e ripidissimo sentiero, ad una poco accennata curva a destra ignorare le tracce che, pianeggianti, vanno a sinistra e seguire il più evidente sentiero principale. Poco dopo il sentiero sbuca sulla pista da sci, risalirla a sinistra per pochissimi metri poi, dove il bordo della pista svolta seccamente a destra, imboccare a sinistra un sentiero che pianeggiante entra nuovamente nel bosco.

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Cascina Alta Corna Blacca

In piano si supera una piccola radura (una traccia di sentiero arriva da destra) spingendosi all’interno del solco della Valle dell’Inferno, dopo pochi minuti di cammino il sentiero volge a destra e inizia a salire sulla linea di massima pendenza. Passato un torrentello ci si porta a sinistra per riprendere la ripida salita sulla linea di massima pendenza.

Quando sulla destra, tra le fronde del bosco, s’intravvede un capanno di caccia si volge seccamente a sinistra e, dopo una discesa, in piano si traversano due secchi solchi torrentizi. Nuovamente in salita, ignorando alcune deviazioni a sinistra, si risale nel ripido bosco. Si attraversa una radura e, poco dopo, un ampio canalone roccioso, poi con ultima breve salita si perviene ai prati della Cascina Alta Corna Blacca che si risalgono passando prima sotto e poi a sinistra della cascina. Giunti alla quota della cascina (1506m; 2 ore) prendere a sinistra per un piano sentiero che inizialmente si spinge verso est per poi curvare a destra e risalire verso una rupe rocciosa che spunta dalla vegetazione sovrastante. Con qualche curva si perviene alla larga traccia del sentiero che in orizzontale taglia tutto il versante settentrionale della Corna Blacca (20 minuti, totale ore 2:20).

Abbandonando il sentiero 350, che, sovrapponendosi alla variante bassa del sentiero 3V, volge a sinistra, si prosegue a destra per l’altro lato del sentiero 3V. Un tratto di leggera discesa permette di recuperare fiato ed energie prima di affrontare la non ripida salita che, con due tornanti e un lungo rettilineo, ci porta al Passo di Prael (1710m; 40 minuti, totale ore 3:00) da dove lo sguardo cade sul versante sabbino della Corna Blacca, alla nostra sinistra, e del Monte Pezzolina, alla nostra destra.

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Panorama dal Passo di Prael verso la Val Sabbia

Girando decisamente a sinistra si prende il sentiero che solca la cresta erbosa in direzione della Corna Blacca (variante alta del sentiero 3V). Ci si alza qualche metro per poi, aggirata a sinistra una piccola guglia rocciosa, abbandonare il crinale e scendere sul versante sabbino. Persa una cinquantina di metri in dislivello la traccia diviene pianeggiante e inizia un lunghissimo traverso che taglia a mezza costa dei ripidi pendii erbosi costellati d’innumerevoli denti rocciosi; sotto di noi s’intravvedono i ruderi della cascina di Sacù.

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Le due cime

Quando le rocce prendono il sopravvento sulle erbe, la traccia riprende a salire puntando ripidissima a quella che appare come una sella erbosa, in realtà solo un tratto piano d’una dorsale. Dopo un breve traverso a sinistra e una successiva ulteriore ripida salita la traccia svolta decisamente a sinistra. In piano, con qualche breve tratto esposto sui ripidi pendii erbosi dove un paio di mughi infastidiscono il passaggio, attraversato senza particolari problemi un tratto che si affaccia su di un verticale canale franoso, il sentiero perviene alla base d’un’alta e strapiombante parete rocciosa. Seguendo la larga cengia con breve ripida salita si perviene su di una prima dorsale. Con alcuni saliscendi si procede alla base delle rocce riportandosi sul versante triumplino, a mezzacosta si supera un tratto di facili roccette per poi salire ripidamente al soprastante erboso filo di cresta. Qui si prende la traccia di sentiero che sale a destra passando prima attraverso alcuni mughi e poi superando ancora facili e rotte rocce fino a raggiungere il filo della cresta sommitale. A sinistra per la cresta in breve si perviene alla vetta principale della Corna Blacca (2005m; 1 ora e 45 minuti, totale ore 4:45).

Seguendo ancora verso est il filo di cresta si avanza in direzione della vetta minore, dopo una breve discesa, nel punto di massima depressione, fra i mughi sulla nostra sinistra si individuala una traccia che, dopo un breve traverso, alternando erba e tratti franosi, scende direttamente la pala settentrionale della montagna. Persi un centinaio di metri di quota, ignorando le diverse tracce che scendono direttamente il ghiaione sulla destra, ci si porta a sinistra infilandosi in uno stretto canalino roccioso che si supera senza problemi scendendo in opposizione di mani e tenendo la faccia a valle. Ritornando verso est ci s’inoltra in una fascia di mughi e in breve si perviene alla Forcella del Larice dove da sinistra arriva la traccia del sentiero che avevamo abbandonato poco sotto la vetta.

Procedendo a destra si attraversa un’altra fascia di mughi per poi tagliare a mezza costa il versante orientale del primo dosso erboso che definisce la cresta dei Monti di Paio. Con brevissima ripida salita ci si riporta sul filo di cresta per scendere immediatamente sul versante opposto e procedere parallelamente alla cresta tenendosi poco sotto di essa. Passati tutti i Monti di Paio si scende per pendio erboso verso una fascia boschiva subito a valle della quale ritroviamo il largo sentiero della variante bassa del 3V (45 minuti, totale ore 5:30). Volgendo a destra in pochi minuti siamo alla sella erbosa del Passo di Paio (1685m) dove si ritorna sul versante sabbino per traversare lungamente i meridionali pendii erbosi del Corno Barzo. Con breve ma ripida salita in un franoso canalino tra la parete delle Portole e le rocce di Cima Caldoline (tra le quali, ben evidente, appare la Capanna Tita Secchi) arriviamo al Passo delle Portole (1726m; 30 minuti, totale ore 6).

Seguendo il largo e piano sentiero che punta al Dosso Alto, sotto di noi a destra la strada del Baremone e la Malga del Dosso Alto, in pochi minuti alla nostra sinistra incrociamo ad una piccola conca erbosa. Abbandoniamo il sentiero principale, che continua a destra, e andiamo a sinistra seguendo una traccia di sentiero che, tra i mughi, conduce ad una vicina sella erbosa. Oltrepassiamo la sella e ripidamente scendiamo sul versante triumplino (tratto franoso), abbassatici di una cinquantina di metri la traccia piega a sinistra e prosegue lungamente a mezza costa puntando al largo crinale in sinistra orografica. Giunti a detto crinale il sentiero si perde nell’erba di una piccola radura avvolta da rado bosco, tenendoci a sinistra procediamo senza perdere quota e rientriamo nel bosco sul lato opposto della radura. Una breve risalita e poi si scende a destra fino a pervenire ad una più ambia radura dove le tracce si perdono. La scendiamo al centro fino a trovare una traccia che arrivando da destra procede pianeggiante verso sinistra (è il sentiero delle Malghe), direzione che prendiamo. Attraversato in leggera discesa il bosco sbuchiamo nell’ampio pascolo della Cascina Barzo alla quale puntiamo direttamente (1474m; 30 minuti, totale ore 6:30).

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Cascina Barzo

Passando a valle della cascina scendiamo nel prato dove le tracce nuovamente si perdono, qui il percorso originale del sentiero Margheriti andrebbe a destra scendendo tutto il pascolo per rientrare nel bosco nel punto più basso e a destra, purtroppo nonostante abbia girato a lungo non sono stato in grado di individuare la continuazione del sentiero per cui descrivo, per ora (vedrò in futuro di risalire e aggiornare la relazione col percorso esatto) il percorso da me seguito, che alla fine non differisce poi di tanto da quello originale.

Poco a valle della cascina ci teniamo sul lato sinistro del prato e scendiamo nella rada conifera con andamento obliquo verso sinistra fino a pervenire sul filo di una valletta torrentizia. Senza scendere in detta valletta procediamo a scendere nel bosco fino a pervenire ad un tratto piano dove una traccia di sentiero volge a sinistra portandosi facilmente sull’altro lato della valletta. Attraversiamo una piana radura erbosa tenendoci sul suo lato destro per abbassarci poi nel bosco seguendo una evidente mulattiera che con vari tornanti ci porta sul fondo di un secco torrente. Sotto di noi s’intravvedono dei verdi prati ai quali puntiamo direttamente per trovare sulla loro destra una larga strada sterrata. La seguiamo interamente e con diverse svolte perveniamo alle Cascine Paghera (qui dovrebbe sbucare dal bosco il sentiero originale) dove la strada si fa cementata (30 minuti, totale ore 7:00). Tagliando per i prati alcuni tornanti della strada velocemente perdiamo quota per arrivare sul fondo della valle. Oltrepassata la sbarra che chiude la strada appena discesa andiamo a sinistra per la strada sterrata di fondovalle e in pochi minuti perveniamo alla località Bocafol dove la strada diviene asfaltata, per questa in due chilometri e mezzo, attraversando per intero la parte bassa del paese di San Colombano (Bondegno), rientriamo al parcheggio (30 minuti, totale ore 7:30).

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Inizio del lungo traversone sotto le rocce sommitali

#TappaUnica3V, la mia vs le altre!


Nel momento in cui ho ideato questo progetto non ne sapevo nulla, solo in seguito ho scoperto che…

Vero, il sentiero 3V è già stato fatto in tappa unica.

Verissimo, il sentiero 3V è già stato fatto in 40 ore e anche meno.

Vero anche che l’hanno già fatto pure altri diabetici.

Senza nulla togliere alle altre entusiasmanti, incredibili, esaltanti, impegnative tappe uniche è altrettanto vero che…

Mi mancano informazioni in merito ma potrei essere il primo sessantenne a fare questa esperienza.

Gli altri l’hanno fatto in gruppi più o meno numerosi, io lo farò da solo.

Gli altri hanno fruito di una estesa logistica organizzata con ampio dispendio di mezzi, io mi organizzerò tutto da solo con il minimo dispendio di mezzi.

Gli altri hanno seguito le più facili varianti basse, io seguirò le ben più impegnative varianti alte.

Gli altri erano tradizionalmente e pudicamente vestiti, io sarò quanto più possibile nudo.

Questa camminata io la faccio per me stesso, perchè ne ho voglia, perchè l’idea mi piace, pertanto è del tutto irrilevante se altri abbiano o meno fatto la stessa cosa prima di me.

Insomma, TappaUnica3V non è un’idea esclusiva, ma è di certo una modalità nuova e determinante, ricca di importanti o quantomeno utili messaggi sociali, una modalità che apre nuovi orizzonti, un sistema improntato alla massima sostenibilità del viaggio, al suo minimo impatto ambientale, all’annullamento pressoché totale delle barriere che, attraverso l’abito, tipicamente manteniamo erette tra noi e il mondo che ci circonda.

TappaUnica3V, vestiti è bello, nudi è meglio!

Leggi anche gli altri articoli di riferimento

ON2015: 12 luglio, escursione al Dosso Alto


IMG_3836Avevo qualche titubanza in merito a questo evento: Maniva, Cima Caldoline e anche lo stesso Dosso Alto sono luoghi molto frequentati ed è ancora presto per proporre la nudità anche sui sentieri affollati. D’altra parte ho scelto un itinerario atipico, un percorso che ho individuato e ipotizzato tanti anni addietro, un sentiero di cui nessuno mi ha mai parlato, sebbene ne abbia trovato in Internet una relazione (ma una sola e questo mi lascia comunque un bello spiraglio di fiducia).

Al ritrovo al Gioco del Maniva le facce di alcuni dei miei compagni sono perplesse: in zona ci saranno un migliaio di persone. Perplessità che si rinforza arrivati al Passo del Dosso Alto, dove lasciamo le vetture: molte le auto già presenti in zona e c’è un continuo via vai di persone che, a piedi, arrivano dal Maniva; con una giornata come quella di oggi, cielo sereno e caldo, i sentieri della zona saranno tutti super affollati.

IMG_3841Per imboccare il nostro sentiero dovremmo scendere circa un chilometro lungo la strada asfaltata con certo dispiacere per le piante dei piedi, allora m’invento un traversone sui prati con ripida discesa per un canalino erboso che ci permette di tagliere fuori tutta la strada e il passaggio dalla Malga del Dosso Alto. A poche centinaia di metri dal passo possiamo già spogliarci.

Il sentiero, contrariamente a quanto avevo rilevato da Internet, è senza segnaletica, comunque molto evidente: i tracciati creati dagli alpini per la prima guerra mondiale sono ampi e ben lavorati, il recupero allo stato brado è lento e molto lungo. S’inizia con un comodo traversone a mezza costa che ci porta man mano ad alzarci sulla Valle della Berga che scende ripida sotto di noi in direzione di Bagolino. Qui il gruppo si allunga sensibilmente: siamo in tanti oggi, diciotto persone più un cane, record assoluto per le escursioni di Mondo Nudo.

IMG_7683Parliamo del gruppo, un bel gruppo di persone provenienti da tutta l’alta Italia: tre dal Piemonte, uno dal Veneto, quattro dall’Alto Adige, dieci dalla Lombardia e di questi ultimi quattro arrivano da fuori provincia. Invero doveva esserci anche un amico da Trieste, ma all’ultimo ha dovuto rinunciare per contrarietà familiari: i coniugi sono spesso il freno più forte alla pratica della libertà del corpo, comprensibile che per amor di famiglia una persona preferisca rinunciare piuttosto che litigare, c’è però da chiedersi perché sia quasi sempre chi agogna alla nudità a doverlo fare, c’è da chiedersi perché il coniuge tessile raramente accetti o proponga un compromesso, perché quasi sempre pretenda che sia l’altro a prostrarsi e cedere, e, badate bene, non è questione di uomo o donna che le cose si ripetono identiche sia in una direzione che nell’altra. Matureremo? Vista in senso generale e generico la vedo dura, anzi negli ultimi quindici anni ho notato un forte peggioramento nel rapporto di coppia, una volta c’era sì la gelosia che forse oggi tende a calare, ma una volta c’era anche un senso di reciproco rispetto, di comunione e accordo, di mutua ammissione degli spazi personali, oggi vedo solo possesso, rigido e totalizzante possesso: le cose si fanno solo insieme. Purtroppo lo scotto da pagare è che al primo litigio ci si lascia, anziché affrontare la questione e trovare l’accordo (che poi può benissimo essere nel cedimento dell’uno verso l’altro, mutuo cedimento, una volta l’uno, l’altra volta l’altro) ognuno per la propria strada. Beh, si, tendenzialmente è anche legato all’altra brutta abitudine che ho visto diffondersi a macchia d’olio: la spasmodica ricerca delle scappatoie, di trucchi per aggirare le difficoltà, di strade traverse, irrilevante quanto poco edificanti esse siano, che permettano di evitare d’affrontare i problemi della vita.

IMG_3868Torniamo a noi, torniamo al gruppo. Dicevamo un bel gruppo, numeroso, interregionale, possiamo anche aggiungerci eterogeneo: sei donne e dodici uomini; età dai trenta ai sessant’anni, con una bambina di quattro anni; due vestiti, un topless, quindici nudi. Un gruppo siffatto crea di suo un ambiente protetto, invita a restare liberi anche nell’incontro con altre persone: le odierne forti perplessità iniziali vengono quasi subito attenuate e ben presto annegate.

Bene, eravamo rimasti al lungo traversone iniziale. Ad un certo punto il sentiero quasi svanisce e si biforca, con occhio critico e la relazione in mente è facile comprendere che bisogna seguire il ramo in salita, una salita leggera, tipica delle mulattiere militari, resa però più complesso dal franamento di alcune parti e dalle alte erbe che ricoprono per intero questo tratto. Dopo una decina di tornanti si perviene alla linea di crinale affacciandosi su un ampio e verdissimo pendio, che la traccia, ora più evidente, traversa in piano. Alcune piccole frane complicano sensibilmente il cammino. A metà di questo traversone Franca, una nuova amica arrivata dall’estremo confine italo francese e abituata alle facili camminate della Provenza, si sente troppo affaticata per continuare: si ferma e con lei si fermano Alberto (suo mentore per l’occasione) e Stefano (amico di Alberto e in macchina con loro). Faccio la spola tra il grosso del gruppo, già ben più avanti, e questo gruppetto bloccato, alla fine si decide che loro rientrino alla vettura e gli altri, sebbene profondamente dispiaciuti, proseguano nella loro escursione.

IMG_3885Dopo i tratti franati il sentiero torna a farsi bello ed evidente, passiamo ciò che resta di una postazione di guardia e il pensiero viaggia spontaneo a quei tempi: questa era una terza linea ma il lavoro di allestimento è stato pur sempre duro e talvolta anche pericoloso. Poco dopo si aggira una costola della montagna, poi una piccola valletta, altra costola con muro di confine delle malghe e… un ambiente affascinate appare al nostro sguardo: in basso la piccola malga di Ciumela, tutt’attorno dolci declivi di verde pascolo formanti serie di dossi che come onde nel mare smuovono il terreno, sopra di noi un cielo terso dall’azzurro profondo si contrappone mirabilmente alle mille tonalità di verde del pascolo, un profondo silenzio copre col suo rumoroso mantello l’intero areale, all’orizzonte si distinguono monti noti e altri meno noti o addirittura ignoti, come bambini felicemente proviamo a individuarli e dargli nome: Cima Ora, il forte di Cima Ora, Monte Suello, il Monte Baldo, il Pizzoccolo, Cima Meghè, il Baremone, Monte Telegrafo, il Bruffione, e via dicendo.

IMG_3898Ripreso fiato, con gli occhi pieni di colori e immagini, riprendiamo il cammino oltrepassando la malga. Icontriamo un primo segnavia in vernice, indica di seguire nell’erba una traccia che scende, scende troppo però, per cui decidiamo di abbandonarla e puntare direttamente al crinale che ci sovrasta. Giunti sul crinale ritroviamo l’evidente traccia e una buona segnaletica: si segue più o meno fedelmente il crinale, tratti piani si alternano ad altri di salita, lo sguardo cade a capofitto sulla valle del Caffaro e sull’abitato di Bagolino, ora appare il Cornone del Blumone, in fianco ad esso la Cime del Listino, più lontano il Re di Castello e il Monte Fumo.

Risaliamo un piccolo dosso con alcuni mughi e d’improvviso incontriamo lui, l’emblema della montagna, il fiore forse più conosciuto tra gli escursionisti, lei, la magica, bellissima, evocativa Stella Alpina. Sono anni che non ne vedevo, ora a distanza di pochi giorni le incontro ben due volte: stupendo! Se la prima volta erano poche e striminzite, oggi sono più vigorose, non grandi, che poi veramente grandi le si vedono solo se coltivate, ma robuste e sode, soprattutto oggi sono tante, a decine, forse superano anche il centinaio. Alcune isolate, altre in coppia, altre ancora a formare più o meno ricchi gruppetti, impossibile passare senza fermarsi ad ammirarle, impossibile esimersi dal fotografarle, siamo in forte ritardo sulla tabella di marcia ma che importa, il tempo è stupendo, al buio mancano ancora parecchie ore, godersi la montagna e i suoi piccoli tesori è, a tali condizioni, piacere irrinunciabile.

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L’ultima balza, quella della vetta, appare piuttosto ripida, il sentiero l’affronta con alcuni intelligenti diagonali e, quasi senza accorgersene, ecco che ci si trova sulla cresta sommitale, una sottile traccia in bilico tra i ripidi pendii erbosi del versante orientale e le scoscese rupi di quello occidentale. Sotto di noi il Giogo del Maniva con il suo ampio piazzale e i tre alberghi, distintamente si nota l’intenso affollamento sebbene le voci e i rumori quassù arrivino molto attenuati, appena percettibili. Alzando lo sguardo ecco il Rifugio Bonardi, poi i prati del Dasdana, le Colombine, Il Crestoso, il Muffetto e la montagna dei bresciani, il Monte Guglielmo.

IMG_7687Alla base di quest’ultima salita Mara manifesta evidente l’effetto della fatica e sale molto lentamente con dolori e crampi. Attesa e assistita da Emanuele e Pierangelo procede con calma e frequenti pause, inutilmente i compagni, che non si erano avveduti del problema, li attendono sulla vetta del monte: i pochi metri finali richiedono a Mara e ai suo due “infermieri” una buona mezz’ora. Il gruppo di testa, dopo la rituale foto di vetta, decide così di scendere un poco e trovare un posto riparato al vento che sta battendo la cresta sommitale. Vento amico del cammino, piacevole sollievo in una giornata torrida come quella odierna, al contempo possibile fastidio durante la lunga sosta del pranzo.

Il gruppo finalmente si riunisce, appollaiati su un dosso erboso, costantemente visitati da miriade di piccoli insetti abitanti dei pascoli alpini, consumiamo il nostro meritatissimo seppur frugale pasto. Al termine Vittorio ci intrattiene con l’ormai abituale lettura, oggi ha deciso ci incantarci misurandosi in una prova esemplare: ben ventitré pagine. Ovviamente prova largamente superata!

Si riparte e in breve siamo alle macchine, lungo la discesa l’unico incontro, come sempre tranquillo e cordiale, di oggi con altro escursionista: un giovane infermiere che sta velocissimo (sarà di ritorno al parcheggio ancor prima che noi si riparta) salendo alla vetta.

IMG_3940Una sosta al bar del Maniva per salutarci dinnanzi a una bibita e poi via, ognuno a casa propria. Io con gli occhi e la mente pieni di immagini meravigliose, di momenti incommensurabili, della voglia di ripetersi al più presto, della speranza di rivedere un gruppo tanto numeroso ed eterogeneo, della certezza che potremo presto assaporare senza limiti la gioia del nostro doppio stile di vita: montagna e nudo. Penso di poter affermare che gli stessi sentimenti erano nello spirito dei miei compagni di giornata: Vittorio, Marco, Francesca, Luise, Angelo, Alberto, Franca, Alessandro, Mara, Pierangelo, Riccardo, Aurora, Stefan, Attilio, Paola, Stefano, Riccardo. Grazie a tutti voi amici carissimi, grazie alla montagna, grazie agli altri amanti dell’alpe, grazie a coloro che vorranno prossimamente unirsi a noi, vestiti o nudi che siano. Grazie!


12 luglio 2015, Dosso Alto, Collio Val Trompia (BS), sesta escursione di questa stagione nell’ambito del programma “Orgogliosamente Nudi”. Trecento novanta metri di dislivello, partenza dai 1764 metri del Passo del Dosso Alto e arrivo ai 2064 metri del Dosso Alto. Partiti all’incirca alle 11, rientrati alle macchine attorno alle 16.30. 7 ore e mezza in giro per il monte, 7 ore nel più piacevole e più confortevole abbigliamento: la nostra sola pelle.

Album fotografico

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